Urbisaglia medievale e la Urbs Salvia romana

Siamo nelle Marche, lungo la valle del Chienti. Urbisaglia ha tutte le caratteristiche del borgo medievale sul colle, chiuso nel recinto delle mura. Vi si accede per la spettacolare Porta Vittoria e se ne percorre il corso principale sfiorando il Municipio e la Collegiata di San Lorenzo.

Il torrione della Rocca di Urbisaglia

Sul fondo è la bella Rocca con quattro torri angolari e il maschio merlato. Se si sale sul cammino di guardia e lo si percorre nelle varie direzioni, si riesce ad ammirare tutto il tipico paesaggio marchigiano, con i campanili dei borghi sulla cima dei colli e la corona dei monti, dalla Laga ai monti Sibillini, dall’Ascensione al San Vicino.

Sulla rocca medievale di Urbisaglia

Merita una visita il Museo archeologico che raccoglie i materiali degli scavi e propone una ricostruzione virtuale di Urbs Salvia in età romana. Usciti dalla Porta Vittoria si può scendere negli impressionanti cunicoli della cisterna dell’acquedotto romano. Il serbatoio immagazzinava l’acqua proveniente dalle sorgenti, la decantava e la faceva defluire lungo il sistema di distribuzione a valle, a servizio della città.

Il serbatoio dell’acquedotto romano

Di fronte al serbatoio inizia il percorso pedonale della visita archeologica. Il vialetto scende con una pendenza molto leggera ed è attrezzato con panchine e aree di sosta. Il viale di sinistra scende rapidamente fino alla base del Teatro romano e costeggia poi un poderoso muro di sostegno. Al bivio, girando a sinistra si costeggia la cinta muraria della città fino ad arrivare rapidamente alla strada statale e all’anfiteatro; continuando invece a destra si giunge a una seconda area terrazzata con l’edificio “a nicchioni” e ai resti della via romana (con basoli e crepidines). Attraversata su un ponte pedonale di legno la strada statale (che ricalca l’antico percorso della Salaria Gallica) si visita il complesso del Tempio-Criptoportico, dedicato al culto imperiale della dea Salus Augusta.

Gli affreschi del criptoportico

Se del tempio poco è rimasto, ben più interessante è percorrere le gallerie affrescate del criptoportico. Si ammirano quadri raffiguranti trofei militari, raffigurazioni naturalistiche con animali esotici, scene di caccia, una gorgone e maschere lunari.

L’anfiteatro romano

Uscendo dall’antica porta nord si va visitare lo spettacolare anfiteatro, coronato da querce. Di forma ellittica, si conserva per tutto il suo perimetro fino all’altezza del primo ordine di gradini (ima cavea), comprendendo il primo livello dei vomitoria. Il suo rivestimento esterno fu prelevato in epoca medievale e fu utilizzato per la costruzione del borgo di Urbisaglia e della vicina Abbazia di Fiastra. Una app consente di ricostruire l’antica struttura, ma l’intreccio attuale tra ruderi e verde alberato riesce a trasmettere un’emozione di grande poesia.

La valle del Chienti vista da Urbisaglia

(Ho visitato Urbisaglia il 30 marzo 2018)

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La palude di Colfiorito

La passeggiata intorno alla palude di Colfiorito è un’escursione del tutto facile e un pizzico originale. Siamo in Umbria, sui piani intermontani al confine con le Marche, tra la valle umbra del fiume Topino nel comune di Foligno e la valle del fiume Chienti in provincia di Macerata. I pianori sono circondati da rilievi montuosi che culminano nei 1571 metri del monte Pennino. L’area protetta del Parco comprende la palude, la parte umbra del Piano di Colfiorito e il rilievo di monte Orve (926 m).

La palude

La palude di Colfiorito è proprio come la si immagina. Acque stagnanti che riflettono i colori del cielo; vaste zone palustri e canneti a cannuccia; salici e altre piante acquatiche; aree umide e fangose, periodicamente inondate; tanti uccelli acquatici, anatre, tarabusi e schivi aironi; e la colonna musicale del monotono e insistente gracidio delle rane.

I prati umidi

Sui pendii che circondano il vasto lago palustre si distende il colorato mosaico agricolo dei campi coltivati. Qui si producono diversi legumi: le apprezzatissime lenticchie ma anche le cicerchie, i fagioli e i ceci. Ci sono poi le colture a cereali come frumento, orzo e soprattutto farro. E infine un prodotto tipico molto apprezzato: la patata rossa, introdotta qui nel Settecento e divenuta oggi uno dei prodotti d’eccellenza del territorio. Collegati agli allevamenti e ai pascoli, nel Parco sono insediati caseifici che trasformano il latte localmente prodotto in formaggi e ricotta di alta qualità e salumifici produttori del rinomato ciaùscolo, un insaccato spalmabile. Il vicino centro urbano di Colfiorito offre strutture ricreative e ricettive, un museo e un centro di visita.

Le acque del lago

Sugli altipiani si stabilì nel sesto secolo avanti Cristo la popolazione umbra dei Plestini. Questi s’insediarono nei castellieri, villaggi posti sulla sommità delle colline a controllo delle vie di transito, a loro volta federati tra loro. Il castelliere di Monte Orve, nei pressi della palude di Colfiorito, sembra fosse il più grande e importante dell’area: era dotato di cinta muraria, terrazze artificiali, abitazioni e luoghi di culto. Con la romanizzazione nacque la città di Plestia, municipio romano frequentato dalle popolazioni dei vari castellieri non solo come luogo di culto, ma anche come punto di aggregazione, centro politico e di scambi commerciali.

La Fontaccia

La passeggiata può avere inizio direttamente dal centro di visita di Colfiorito o, più opportunamente, già sulle rive del lago, dall’area verde del Fagiolaro, all’altezza del bivio tra l’abitato di Colfiorito e Forcatura. Ci si avvia a destra sul percorso protetto riservato ai pedoni, parallelo alla strada per Forcatura, fino alla casa del Mollaro posta proprio a ridosso dell’inghiottitoio, e recentemente ristrutturata insieme al “Molinaccio”, antica struttura che sfruttava le acque in eccesso della Palude. Il “mollaro” era il mugnaio che gestiva il mulino per la macinazione del grano, sorto nel 1654.

L’osservatorio

Si prosegue poi sulla strada asfaltata, con pochissimo traffico, fino al primo tornante. Qui si prende a sinistra la carrareccia che raggiunge la Fontaccia, un fontanile utilizzato in passato come lavatoio. Il vicino tavolo da picnic invita a una sosta. Siamo sulla verticale del borgo di Forcatura. Si scende poi alla palude dove l’osservatorio naturalistico invita a scrutare le acque alla ricerca degli uccelli di palude. La parte meridionale dell’anello del lago è spesso invasa dall’acqua e non percorribile. In questo caso si torna indietro sul percorso dell’andata, inserendosi magari sul panoramico itinerario del Castelliere.

La mappa del Parco

(Percorso effettuato il 2 aprile 2018)

Marche. Tre chiese nella valle del Chienti

La valle del fiume Chienti è un condensato di tutte le caratteristiche più tipiche delle Marche. Se ne apprezza l’economia, sostenuta dalla presenza di distretti industriali celebri. Vi si osserva il tipico paesaggio ondulato, segnato dai borghi costruiti sulla cresta dei colli. Vi sono poi, incastonate sul fondovalle, le chiese e le abbazie romaniche con i loro tesori d’arte e di storia. E tra questi monumenti medievali si muove il nostro itinerario. Scendendo dai monti di Colfiorito incontriamo dapprima l’Abbazia di Chiaravalle di Fiastra, ottimo esempio di architettura cistercense. Segue la chiesa di San Claudio al Chienti, con il suo originale profilo. E infine sostiamo presso la chiesa di Santa Maria a piè di Chienti, segnata da una movimentata abside e da diversi affreschi.

L’Abbazia Cistercense Santa Maria di Chiaravalle di Fiastra

La chiesa dell’Abbazia di Fiastra

La visita della Riserva naturale dell’Abbadia di Fiastra è una passeggiata di riconciliazione tra lo spirito e il creato. I benedettini cistercensi arrivarono qui, tra il Chienti e il Fiastra, nel 1142 e si misero al lavoro per costruire l’abbazia e bonificare i campi impaludati. L’Hospitium segnala la secolare frequentazione di viandanti e pellegrini. Oggi i visitatori che cercano il contatto con i vari ambienti naturali hanno a disposizione tracciati per gli amanti delle passeggiate e del nordic walking, itinerari per i ciclisti e percorsi a cavallo. Due sentieri-natura esplorano la Selva e il lago Le Vene; un sentiero ‘sensoriale’ collega il bosco al fiume; un sentiero fluviale costeggia il Fiastra tra l’Abbazia e gli scavi della città romana di Urbs Salvia. La presenza di ristoranti, negozi, bar, di un agriturismo e della bottega dei monaci rende confortevole e anche molto popolare la visita alla Riserva. Note meno liete vengono dall’Abbazia: il terremoto ne ha scosso le strutture e le ha rese inagibili, condizionando fortemente anche la vita della comunità monastica. Oggi la visita è possibile soltanto alla chiesa. Visita comunque remunerativa per il fascino della spoglia architettura cistercense, specchio della spiritualità di quest’Ordine religioso che ricerca l’autenticità nella povertà e rifiuta tutto ciò che appare superfluo. La pianta della chiesa è a croce latina a tre navate.

Sant’Antonio abate seppellisce il corpo di San Paolo

La cappella dedicata a San Bernardo è artisticamente la più interessante. I pregevoli affreschi del Quattrocento, attribuiti alla Scuola camerinese, presentano scene della vita dei due santi eremiti Antonio e Paolo.Vediamo nel primo riquadro l’incontro tra i due; nel secondo, la preghiera comune e, nel terzo, Antonio che seppellisce Paolo. Queste figure di Santi esprimono nella loro povertà e semplicità, ma anche ieraticità, il mistero cristiano della vita e della morte: serenità, luminosità, trasfigurazione.

San Claudio al Chienti

San Claudio al Chienti

La chiesa di San Claudio al Chienti sorge in posizione isolata nell’agro di Corridonia. Un po’ nascosta tra le quinte degli edifici vicini, si mostra all’improvviso, sul fondo del vialetto d’accesso, nell’originalità della sua struttura a due chiese sovrapposte, fiancheggiata da due campanili circolari a torre.

L’interno della chiesa superiore

Sui fianchi e sul retro spiccano le alte ed eleganti absidi semicircolari. La chiesa inferiore ha struttura quadrata, a nove campate, con la volta sorretta da quattro pilastri. Nell’abside centrale sono due affreschi del 1486 con le immagini dei santi Claudio e Rocco. Claudio era uno dei Santi Quattro Coronati, martirizzati sotto l’impero di Diocleziano, ed era venerato in epoca medievale come protettore dei muratori, cui alludono lo scalpello, la squadra e la cazzuola, suoi attributi iconografici.

San Claudio, protettore dei muratori

Un’impressionante scaletta in pietra a chiocciola, all’interno della torre, sale alla chiesa superiore. Qui ci si aggira tra una selva di colonne, illuminate fiocamente da piccole finestre e sovrastate da volte a crociera e a capriate; l’ambiente ricorda una cripta magicamente trasferita in alto rispetto alla sua tradizionale collocazione ipogea. Alla chiesa superiore di sale anche da un’ampia scala esterna che raggiunge il terrazzo e il portale romanico.

Santa Maria a Piè di Chienti

La zona absidale di Santa Maria a piè di Chienti

La Chiesa di Santa Maria a Piè di Chienti, detta anche dell’Annunziata, sorge a Montecòsaro scalo, sulla sponda sinistra del Chienti, ormai a pochi chilometri dalla foce del fiume.Le più antiche notizie su di essa ricordano un monastero dipendente dall’abbazia di Farfa e risalgono al decimo secolo. Il suo aspetto attuale ha invece radici tre-quattrocentesche che lo qualificano come uno dei monumenti più interessanti delle Marche. Colpisce il caratteristico interno a due piani. La chiesa superiore fu forse costruita a causa delle frequenti inondazioni causate dal fiume ed è quella decorata di affreschi. La struttura è basilicale a tre navate.

L’interno della chiesa

Anche la zona absidale, sia interna che esterna, lascia ammirati. Un emiciclo anulare circonda il presbiterio e da esso sporgono tre cappelle radiali. La sopraelevazione quattrocentesca della navata ha ulteriormente elevato il catino absidale: dall’esterno appare come un tiburio poligonale sovrastato da un campanile a vela settecentesco. Una scala laterale nella navata sale al piano superiore, dove si ammira da una prospettiva inusuale la struttura interna della chiesa. Sono soprattutto gli affreschi ad attirare però l’attenzione.

L’affresco nella calotta dell’abside

Nel catino absidale ci sovrasta un gigantesco Cristo Pantocratore benedicente, inserito in una mandorla sostenuta da angeli volteggianti. Alla destra del Cristo è la Madonna della Misericordia che accoglie sotto il suo mantello i fedeli devoti, un papa e quattro cardinali; alla sua sinistra è Giovanni il Battista. Altre scene raccontano l’annunciazione, la nascita di Gesù, la visita dei Magi, la presentazione al tempio. Accanto a due immagini della Madonna con il Bambino e a Santa Lucia, compare anche un caratteristico ex-voto che riproduce una nave con il pennone spezzato da un fortunale, soccorsa dalla Madonna.

 

(Visite effettuate il 30 e 31 marzo 2018)

Il paesaggio pastorale della Tuscia

Gli spazi immensi della Tuscia recano ancora i segni di antiche presenze pastorali e della transumanza invernale delle greggi dall’Appennino o dai monti della Sardegna. Disseminate lungo il territorio si trovano le tracce di questo mondo decaduto ma ancora vivo. Vediamo le masserie isolate, gli ampi stazzi, gli storici tratturi di lunga percorrenza, i tratturelli locali, le vie della dogana, i ricoveri in grotta, i luoghi di culto, i moderni caseifici.

Il paesaggio dei pascoli

Il Pian Gagliardo, nei dintorni di Blera

L’escursionista che percorre in solitudine il desolato paesaggio della maremma laziale resta colpito dalla sterminata estensione del pascolo, eredità di antichi latifondi. La sistematica tosatura operata nei secoli dalle greggi di ovini, dai bovini allo stato semibrado, dalle mandrie di cavalli, ha ridotto la vegetazione alle sue forme più primitive.

La vegetazione dell’acropoli di Tarquinia

Altrove, quando gli allevamenti si sono rarefatti e il loro impatto è diminuito, il bosco ha ripreso a colonizzare il paesaggio. E il mosaico composto dalla boscaglia, dai pascoli arborati, dai radi cespuglieti, dai prati irti di cardi è divenuto un secondo stigma del paesaggio dell’Etruria meridionale. Interessante è il progetto realizzato sull’Acropoli di Tarquinia, che è uno dei Siti di importanza comunitaria (SIC). Qui c’è stato un intervento di controllo dei pascoli con l’obiettivo prioritario di conservare l’habitat steppico tramite la riduzione dell’eccessivo carico di pascolamento e il conseguente incremento della ricchezza floristica.

Recinto con muretti a secco

Sono state realizzate “aree saggio” di monitoraggio della vegetazione, consistenti in recinti edificati con la tecnica tradizionale dei muretti a secco e dei cancelli in legno. Sono anche state alzate piccole piramidi di pietra per favorire la colonizzazione delle piante e la nidificazione degli insetti. Si tratta di piccoli e semplici interventi naturalistici per contrastare il degrado e favorire la biodiversità.

Il progetto di controllo del pascolo

Le masserie del Procoio

Masseria al Pian della Regina

Procoio è un termine diffuso nella Maremma laziale e nella Campagna Romana. In senso stretto definisce il recinto per il bestiame. In senso lato richiama il paesaggio pastorale, il mondo dei pastori e dei butteri, le scuderie dei cavalli, le stalle dei bovini, gli stazzi degli ovini, le cascine, i casolari rustici destinati alla caseificazione. Fino alla metà del secolo scorso, quando si avviò la riforma agraria, la Maremma laziale era caratterizzata dal latifondo, cioè tenute di migliaia di ettari, di proprietà di famiglie nobili romane o di enti ecclesiastici. I latifondisti davano le loro tenute in locazione ai cosiddetti mercanti di campagna, che le prendevano in affitto per periodi medio-lunghi, impiantandovi le proprie aziende. Queste si suddividevano in tre categorie: le aziende di campo, in cui l’attività principale era l’agricoltura, le aziende della masseria, in cui si allevavano ovini, e le aziende del procoio, in cui si allevavano bovini ed equini.

Un recinto per il ricovero degli ovini

Nella Maremma laziale, dove l’agricoltura era molto limitata, i mercanti di campagna si occupavano in genere sia dell’allevamento di ovini che di quello di bovini ed equini, trovandosi quindi a gestire sia aziende della masseria che aziende del procoio. In media, un mercante di campagna possedeva un gregge di almeno tremila pecore e una mandria di quattro-cinquecento fra bovini ed equini.

Le capanne pastorali

La capanna maremmana

I pastori transumanti che scendevano nei pascoli della Tuscia si costruivano una capanna che servisse loro da ricovero temporaneo. Capanne simili erano costruite dai butteri (dal greco butoros “pungolatore di bovi”) impegnati a condurre le mandrie lungo i tracciati delle più limitate transumanze bovine. La capanna, costruita con materiali vegetali reperibili sul posto, era solitamente costituita da un’armatura di legno sormontata da un tetto conico ricoperto da ginestre impermeabili.

L’interno della capanna

L’interno era un unico ambiente circolare che conteneva le rapazzole, giacigli per dormire, e la fornacetta, focolare in pietra dove si cucinavano i pasti. Sul somaro, struttura in legno girevole, era appesa la callara, la caldaia con la quale si preparavano il formaggio e la ricotta.

La struttura della capanna

Le grotte pastorali

Allevamento di asini in grotta a Corchiano

In tutta l’area delle necropoli rupestri, in epoca medievale e moderna, le antiche tombe etrusche sono state riutilizzate dagli abitanti dei paesi vicini. Cessato l’uso funerario, le tombe sono diventate depositi e magazzini, stalle per gli animali domestici, laboratori artigiani, frantoi e cantine, e all’occasione anche abitazioni e rifugi temporanei.

Ovile in grotta

Numerose cavità sepolcrali conservano evidenti tracce del riuso pastorale: la trasformazione dei letti funebri in mangiatoie, l’incisione di canalette di spurgo, lo scavo di vasche di abbeverata, i recinti interni, le cavità dei focolari per le caldaie, i fori di sfogo dei fumi. La facilità di scavo del tufo anche con strumenti non particolarmente sofisticati ha favorito l’ampliamento e il riadattamento delle cavità preesistenti che sono state così dotate di infissi, porte di legno, tettoie,  recupero delle acque di scolo, ripostigli, attaccaglie, mensole e soppalchi.

Tomba etrusca trasformata in stalla a Blera

I paesi di Barbarano e Blera dispongono di un intero quartiere rupestre distribuito lungo le piagge, i pendii rocciosi che scendono verso il letto dei torrenti. Un intrico di cavità utilizzate come stalle e cantine disposte su cenge rocciose digradanti, sistemi di drenaggio dell’acqua piovana, e una serie di terrazzamenti che ospitano ingegnosi orti pensili.

Grotta riutilizzate alle Piagge di Blera, lungo la via Clodia

Il Museo di Blera

Gli strumenti di lavoro (museo di Blera)

Merita certamente una visita l’originale Museo civico di Blera dedicato al rapporto tra l’uomo e il cavallo e al mondo dei butteri della Maremma e della Campagna Romana. Sono documentati gli aspetti economici dell’allevamento in questo territorio (transumanze ovine e bovine, trasporto delle mandrie al mattatoio di Roma). Si descrivono le conoscenze zootecniche e le abilità artigianali nate e cresciute nel mondo delle grandi aziende agricole di un tempo, lo svolgersi delle particolari attività lavorative del buttero, gli aspetti ricreativi e festivi e le tradizioni orali (racconti, proverbi e canti) in cui il cavallo è protagonista. I temi espositivi sono il rapporto uomo-cavallo-territorio; la fabbricazione delle selle e dei finimenti; il lavoro e le abitudini di vita del buttero; la doma e la “merca” (marcatura del bestiame); il cavallo nelle feste popolari. Lo spazio esterno alla struttura ospita la ricostruzione fedele di ambienti legati al rapporto uomo-cavallo: la stalla, l’abbeveratoio, la bottega del maniscalco, il tondino per la doma, la capanna maremmana.

Un diorama del Museo di Blera

Le nozze di Bacco e Arianna

Il palazzo della famiglia Buonaccorsi a Macerata è oggi la sede dei Musei civici. Nella sontuosa Sala dell’Eneide si rivela il gusto collezionistico di Raimondo Buonaccorsi, con le tele ispirate al poema virgiliano. Ma è soprattutto la grande volta a imporsi all’ammirazione dei visitatori, con un fastoso affresco che descrive le nozze di Bacco e Arianna alla presenza degli Dei. Lo volle lo stesso Raimondo che, nell`estate del 1710, chiamò il romano Michelangelo Ricciolini a decorare la volta del grande salone di rappresentanza. I lavori si completarono nel 1715 con il contributo di Nicolò Ricciolini, figlio di Michelangelo.

La volta del salone d’onore di Palazzo Buonaccorsi

Le mitologiche nozze di Bacco e Arianna hanno ispirato poeti e artisti. Lorenzo de’ Medici, il Magnifico, le celebrò con i suoi versi immortali: “Quant’è bella giovinezza, / che si fugge tuttavia! / chi vuol esser lieto, sia: / di doman non c’è certezza. / Quest’è Bacco e Arïanna, / belli, e l’un dell’altro ardenti: / perché ’l tempo fugge e inganna, / sempre insieme stan contenti. / Queste ninfe ed altre genti / sono allegre tuttavia. / Chi vuol esser lieto, sia: / di doman non c’è certezza”. La fonte del mito è Ovidio, che nell’Ars Amatoria e nelle Metamorfosi narra che Arianna, figlia di Pasifae e di Minosse, re di Creta, salva Teseo dal labirinto del Minotauro, se ne innamora e decide di fuggire con lui; ma nella notte l’eroe abbandona Arianna nell’isola di Nasso. Lì ella è ritrovata dal dio Bacco che ne fa la sua sposa e, come pegno d’amore, trasforma la corona della donna in una costellazione del cielo. Il mito di Arianna e Bacco (il dio romano erede del greco Dioniso) ha affascinato tanti pittori: Tiziano, Annibale Carracci, Guido Reni e Cima da Conegliano.

Lo sposalizio di Bacco e Arianna

Nell’affresco dei Ricciolini a Macerata, Arianna e Bacco si stringono la mano destra, circondati da Venere, Cupìdo, le tre Grazie, la Fama ed Ebe, la coppiera degli dei. Bacco indossa un mantello rosso allacciato a una pelle di leone e ha sul capo e sul bastone foglie di vite e tralci d’uva. Il carro trionfale di Arianna è trainato da due pavoni, simboli dell’immortalità acquisita con il matrimonio divino.

Giove e Giunone

Le nozze sono benedette dalla coppia regale a capo di tutti gli dei. Vediamo Giove seduto sull’aquila, che ha nella mano sinistra un fascio di fulmini e regge con la mano destra la costellazione di Arianna. Al suo fianco Giunone festeggia con un tamburello.

Diana e Apollo

Un’altra coppia divina assiste al matrimonio. Si tratta di Diana e Apollo. La dea è armata con lancia e faretra e ha sul capo il simbolo lunare. Apollo, il dio della musica, sfiora le corde della sua lira.

Gli Dei dell’Olimpo

Sugli spalti del cielo siedono altre divinità, sovrastate dall’alato Mercurio col caduceo, il bastone del messaggero. A sinistra siede Saturno, con la falce, nell’atto di divorare i suoi figli. Lo segue Nettuno, con la corona sul capo e il tradizionale tridente in mano. Gli dei in successione sono Plutone, dio dell’Averno, Ercole, Vulcano e Marte.

Sileno

Bacco è accompagnato dall’ebbro Sileno e da un festoso corteo di satiri e baccanti. Per dirla con i versi de Lorenzo il Magnifico, Sileno “così vecchio, è ebbro e lieto, / già di carne e d’anni pieno; / se non può star ritto, almeno / ride e gode tuttavia”. I satiri hanno fattezze caprine e dispensano generose dosi di vino attingendole dalle brocche e dalle botticelle. Le menadi, donne in preda ad una frenesia dionisiaca, portano grappoli d’uva e danzano invasate, suonando piatti e tamburelli.

Il carro di Sileno

Per gli sposi è pronto un carro dorato, trainato da due fiere maculate, tenute a bada da un nerboruto cocchiere. Il senso del dipinto può essere riassunto ancora una volta nella “Canzona di Bacco” di Lorenzo de’ Medici. “Donne e giovinetti amanti, / viva Bacco e viva Amore! / Ciascun suoni, balli e canti! / Arda di dolcezza il core! / Non fatica, non dolore! / Ciò c’ha a esser, convien sia. / Chi vuol esser lieto, sia: / di doman non c’è certezza”.

Brindisi. Il Bestiario medievale di pietra

L’intreccio di storia e geografia ha plasmato la città di Brindisi. Le colonne terminali della Via Appia sul porto più orientale d’Italia raccontano emblematicamente come Brindisi fosse il terminale della regina viarum degli antichi romani e la porta verso l’Oriente, la Via Egnazia, le terre del Mediterraneo orientale, le conquiste militari, gli scambi commerciali. Nel Medioevo Brindisi torna a identificarsi con il suo porto che diventa crocevia dei cavalieri crociati e dei pellegrini diretti al Santo Sepolcro. I frammenti di questa storia remota sono ancora leggibili nel tessuto della città moderna a chi percorra le strade che conducono alle fortificazioni militari, ai palazzi dei cavalieri, al museo archeologico e alle antiche chiese. Un itinerario molto curioso tra le testimonianze della cultura artistica brindisina collega le immagini del Bestiario medievale di tre chiese: la Cattedrale, San Giovanni al Sepolcro e San Benedetto. Gli animali e i mostri immaginari che popolano i portali scolpiti, i mosaici e gli affreschi di epoca soprattutto romanica sono simboli che rimandano alla fede cristiana, al contrasto tra il bene e il male, alla tensione tra i vizi e le virtù.

L’aquila

Partiamo dalla Cattedrale, dove sono ancora visibili i frammenti di un pavimento a mosaico del 1178 coevo a quelli delle cattedrali di Otranto, Taranto, Trani e del Patirion di Rossano. Il presbiterio si popola di uno zoo di animali fantastici e reali. Due tondi contengono l’immagine dell’aquila, la regina degli uccelli, signora dei cieli e messaggera della divinità.

Il cane

Altri animali sono privi di cornice. Un cane dalle lunghe orecchie, con la zampa alzata cerca di mordersi la coda sfilacciata. Un altro cane assale un cervo. Il cane è figura ambivalente, che può essere simbolo di fedeltà domestica ma anche creatura randagia, violenta e impura.

Lo struzzo

Uno struzzo dal collo allungato e dalle lunghe zampe ha una coda incongrua che si prolunga in forma di serpente annodato su se stesso che morde un virgulto, simile al ricino di Giona. Due uccelli sono appaiati e hanno i colli intrecciati. Al loro fianco è un pavone, simbolo di vanità e alterigia, ma anche evocatore dell’immortalità dell’anima.

Scene di caccia

Ci spostiamo verso la chiesa di San Benedetto, un complesso monastico femminile eretto sui resti della chiesa di Santa Maria Veterana che risale alla fine del Mille, di cui restano oggi la chiesa, il campanile e il chiostro. Sul fianco della chiesa è il portale romanico, incorniciato da una fascia intagliata a intrecci viminei tra i quali sono inseriti piccoli animali, e sormontato da un architrave scolpito. Tre pannelli di figure in bassorilievo descrivono altrettante scene di caccia. Le scene laterali vedono cacciatori vestiti alla moda orientale che afferrano per la zampa un leone e lo trafiggono con le loro lance; li aiutano due animali simbolici, il cane e il gallo, che addentano la lunga coda leonina. Il pannello centrale vede un cacciatore che afferra un drago alato per la coda e lo infilza con una corta lancia. Le scene riassumono la lotta cruenta tra il Bene e il Male. Il leone e il drago assumono qui la simbolica del demonio. La porta della chiesa simbolizza il passaggio dal vizio alla vita virtuosa.

I leoni alati nel chiostro

Altre figure animali compaiono sui capitelli delle colonne della chiesa, dove buoi, leoni e arieti sono raffigurati a teste unite. Similmente accade nel chiostro, dove alcuni capitelli raffigurano animali addossati o incrociati, con bonari leoni alati, arieti e buoi.

La personificazione della Terra

La terza tappa è la chiesa di San Giovanni al Sepolcro, a pianta circolare, sul modello del Santo Sepolcro di Gerusalemme. Fu eretta in epoca normanna dai canonici regolari del Santo Sepolcro. Il portale principale è inquadrato da un protiro a cuspide, retto da due leoni in marmo. Nel capitello di destra vediamo l’immagine curiosa di due uccelli dal collo lungo e scaglioso che afferrano col becco le orecchie di un viso umano.

La personificazione del Mare

Gli stipiti recano un affascinante intreccio di scene scolpite che raccontano la storia simbolica della salvezza e il contrasto tra il bene e il male. Tale storia trae origine dalle figure scolpite in basso, il cervo e l’elefante, entrambi simboli di Cristo. Vediamo poi a sinistra le personificazioni della terra e del mare (una nereide a cavallo di un mostro marino e la grande madre seduta sul leone), un guerriero che combatte contro il drago, un leone che abbatte il toro, un grifo che estrae un serpe dalla bocca di un cervo e un’aquila che scruta la gola di un serpente, sotto lo sguardo del suo aquilotto.

Sansone in lotta con il leone

A sinistra vediamo Sansone in lotta con il leone, due centauri, maschio e femmina, che bevono a coppe insidiate da serpenti, un cacciatore a cavallo con la preda infilzata al bastone, due atleti che combattono ad armi pari, un cavaliere che combatte con il rivale, due pavoni affrontati.

I due centauri

Il secondo portale della chiesa è anch’esso una didascalica esposizione di animali simbolici della tradizione cristiana. Sui due stipiti compaiono il cervo, il leone alato, il capro, il cinghiale, la sfinge, la pistrice, il vitello, il toro, l’ippogrifo, l’agnello, il rinoceronte, l’aquila, un bue a coda con la testa umana e il mito del minotauro.

Il secondo portale

Roma. L’ultimo viaggio di San Paolo

Trekking urbano dalle Tre Fontane alla Basilica Ostiense

L’imperatore Nerone scatena la persecuzione contro i cristiani dopo l’incendio che distrugge la città di Roma nell’anno 64. Paolo è condannato a morte. Sarà decapitato fuori città: è ultimo “privilegio” concessogli per la sua cittadinanza romana. Per Paolo è il momento dei bilanci. Non è stata una vita tranquilla, la sua. “Cinque volte dai Giudei ho ricevuto i quaranta colpi meno uno; tre volte sono stato battuto con le verghe, una volta sono stato lapidato, tre volte ho fatto naufragio, ho trascorso un giorno e una notte in balìa delle onde. Viaggi innumerevoli, pericoli di fiumi, pericoli di briganti, pericoli dai miei connazionali, pericoli dai pagani, pericoli nella città, pericoli nel deserto, pericoli sul mare, pericoli da parte di falsi fratelli; disagi e fatiche, veglie senza numero, fame e sete, frequenti digiuni, freddo e nudità. Oltre a tutto questo, il mio assillo quotidiano, la preoccupazione per tutte le Chiese (2Cor 11, 24-28). Eppure Paolo si sente realizzato. La sua coscienza è serena. “È giunto il momento che io lasci questa vita. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta soltanto la corona di giustizia che il Signore, il giudice giusto, mi consegnerà in quel giorno” (2Tm 4, 6-8). Paolo è condotto alle Aquae Salviae e decapitato. Il suo corpo è sepolto sulla via Ostiense, inumato – secondo la tradizione – nella tomba della matrona Lucilla. Durante la persecuzione di Valeriano (257-258) il corpo viene traslato, insieme a quello di Pietro, nelle catacombe di San Sebastiano, lungo la via Appia Antica. Cessate le persecuzioni, le spoglie di Pietro tornano in Vaticano, mentre quelle di Paolo vengono deposte nuovamente nell’antico cimitero sulla via Ostiense. Nel 320 Costantino costruisce le due prime basiliche apostoliche sui sepolcri di Pietro e di Paolo, antenate delle basiliche attuali.

San Paolo viaggiatore (Michael Kardamakis)

 

L’itinerario a piedi

 

Propongo un breve pellegrinaggio a piedi con partenza dalla Basilica delle Tre Fontane alle Acque Salvie e con arrivo alla Basilica di San Paolo fuori le mura. Il cammino segue idealmente il percorso del funerale di Paolo, così com’è raffigurato nella lunetta sopra la porta d’ingresso della chiesa del martirio. Il tragitto si compie in circa un’ora, cui bisogna aggiungere i tempi per le visite. Per ottimizzare il percorso e gli spostamenti, è consigliabile utilizzare le stazioni della linea B della Metropolitana.

La Via Ostiense (Roma, Museo della via Ostiense)

Certo, gli occhi di oggi non spaziano più sul tranquillo e ondulato paesaggio della campagna romana conosciuta da Paolo. Il neo-pellegrino si muove oggi non sui sentieri ma sui marciapiedi dei quartieri urbani. La città si è molto dilatata e ha inglobato luoghi un tempo periferici e “fuori le mura”. Ma non per questo l’itinerario si qualifica meno interessante. Anzi. É un magnifico percorso di conoscenza della storia di Roma, ricco di punti d’interesse. Incroceremo gli scavi archeologici del suo glorioso passato e i quartieri direzionali della modernità. Ci muoveremo nei parchi naturali che rompono l’accerchiamento urbano nella città più verde d’Italia. Vedremo i templi e i monumenti della cristianità e le opere create dagli ordini religiosi, affiancati ai quartieri della Roma operaia e industriale. Sfioreremo le moderne autostrade e le nuove linee di trasporto ma potremo anche sostare nelle botteghe che espongono le tipicità prodotte dalle comunità religiose e dagli artigiani creativi.

Gli eucalipti piantati dai Trappisti

 

I punti d’interesse lungo il percorso

 

Utilizzando i convogli della linea B della Metropolitana scendiamo al capolinea “Laurentina”. Sul piazzale antistante sorge il monumento ai martiri istriani vittime delle foibe. Andiamo a destra (nord) seguendo fedelmente il marciapiede della Via Laurentina e traversando la Via del Serafico. I moderni edifici del quartiere Laurentino cedono il passo al verde del Parco degli Eucalipti. Dieci-quindici minuti di cammino sono sufficienti per raggiungere, sulla destra, l’innesto della Via di Acque Salvie. In ambiente improvvisamente più tranquillo incrociamo la grande statua di San Benedetto che invita al silenzio e raggiungiamo il parcheggio. Entrati nel recinto sacro dell’Abbazia delle Tre Fontane visitiamo la chiesa abbaziale dei monaci trappisti, la Scala Coeli e la chiesa del Martirio di San Paolo, senza dimenticare la bottega dei prodotti dei Monasteri e gli altri punti vendita.

La decapitazione di San Paolo (affresco nella chiesa del martirio)

Tornati all’inizio di Via delle Acque Salvie e della successiva zona alberghiera, la prosecuzione su Via Laurentina ci sarà impedita da un aggrovigliato nodo stradale, apparentemente invalicabile. In realtà, senza scendere sull’asfalto, utilizziamo per proseguire il provvidenziale svincolo del percorso ciclopedonale: seguiamo a destra uno stradello protetto e superiamo la trafficata Via del Tintoretto, utilizzando l’evidente sottopassaggio e traversando la strada successiva grazie al semaforo pedonale. Dal parco giochi si va a destra sulla pista protetta da una staccionata che gira intorno all’ansa stradale e riporta sulla Via Laurentina all’altezza di una stazione di servizio. Ritrovato il marciapiede, superiamo il Piazzale Roberto Ardigò e proseguiamo fino all’incrocio con la Via Cristoforo Colombo. Traversata la Colombo grazie al semaforo pedonale, proseguiamo sulla Via Laurentina che in questo tratto diventa più stretta e sinuosa e termina innestandosi sulla Via Ostiense al Valco di San Paolo, dopo il sottopasso della ferrovia. Si va ora a destra sull’ampio marciapiede della Via Ostiense fino ad avvistare il “faro”, il bianco campanile della Basilica di San Paolo. Raggiungiamo la nostra meta nella zona absidale, dopo quaranta minuti di cammino dalle Tre Fontane. Nell’ampio piazzale che fiancheggia la basilica è anche ben visibile il Sepolcreto Ostiense. Dopo la visita all’area sacra riprendiamo la via del ritorno utilizzando la vicina stazione della stessa linea B della Metropolitana.

 

La Metropolitana di Roma – Linea B

 

Il monumento ai martiri delle foibe alla stazione Laurentina

Il primo tratto della linea della Metropolitana di Roma, inaugurato nel 1955, collegava le stazioni Termini e Laurentina. La stazione Laurentina fu originariamente utilizzata come semplice deposito della linea e divenne capolinea ufficiale solo nel 1990, dopo radicali lavori di ristrutturazione. Oggi è anche nodo di scambio con numerose linee di autobus extraurbani. Sul piazzale antistante la Metro Laurentina, denominato Largo Vittime delle foibe istriane, sorge un monumento commemorativo per le vittime dei massacri delle foibe.

 

La Via Laurentina

 

Edilizia moderna al Laurentino

Il nostro percorso sulla Via Laurentina segue per un tratto l’antica strada che collegava Roma alla zona costiera e alle ville marittime a sud di Ostia. Oggi la strada che percorriamo è fiancheggiata dai modernissimi edifici che ospitano gli uffici di grandi società come l’Eni, da alcune prestigiose sedi formative come il Seraphicum (la Pontificia Facoltà Teologica San Bonaventura dei Frati Minori Conventuali) e la scuola Highlands Institute dei Legionari di Cristo, da strutture alberghiere come la Casa San Bernardo, da banche e circoli sportivi.

 

Il Parco degli Eucalipti

 

Il Parco degli Eucalipti

La Via Laurentina attraversa il Parco degli Eucalipti, un grande bosco piantato nell’Ottocento dai Frati Trappisti dell’Abbazia delle Tre Fontane allo scopo di drenare le acque stagnanti, combattere la malaria, migliorare la salubrità dell’aria e produrre elisir medicinali. Il parco è oggi gestito dalla società Eur. Organizzato in terrazze, belvedere, vialetti e passaggi sopraelevati, esso ospita un boschetto di 860 alberi, in prevalenza di piante di eucalipto. Il Parco ospita la chiesa di Santa Maria del Terzo Millennio e le opere legate alle apparizioni della Madonna della Rivelazione.

 

Il complesso abbaziale delle Tre Fontane alle Acque Salvie

 

L’arco di Carlo Magno

Il complesso è situato sul tracciato dell’antica via Laurentina, in una piccola valle con alberi di eucalipto. La denominazione più antica di questo luogo è stato “Acque Salvie”, un nome che per alcuni richiama la romana Gens Salvia e per altri sarebbe invece derivato dalle abbondanti e salutari sorgenti, tuttora attive. Il toponimo “Tre Fontane” è strettamente legato al martirio di San Paolo: la tradizione vuole che la testa di San Paolo, recisa, sia rimbalzata a terra tre volte, facendo scaturire, nei tre punti di contatto col terreno, altrettante fonti d’acqua. Nel complesso sono accolte le comunità dei monaci Trappisti e le Piccole Sorelle di Gesù di Charles de Foucauld.

 

Il monastero e la chiesa abbaziale delle Tre Fontane

 

La chiesa abbaziale dei santi Vincenzo e Anastasio

Il monastero ospita una piccola comunità di monaci Cistercensi della Stretta Osservanza (Trappisti). La ‘via trappista’ trae origine dalla tradizione di vita evangelica espressa nella Regola di San Benedetto da Norcia, secondo l’impronta particolare impressa dai fondatori del monastero di Citeaux, e dalla tradizione Cistercense, in particolare da San Bernardo di Chiaravalle. La chiesa abbaziale è intitolata ai Santi Vincenzo e Anastasio ed è stata edificata secondo le regole stilistiche cistercensi del “romanico-borgognone”, che richiedevano caratteri di sobrietà e austerità: rappresenta uno dei monumenti più interessanti dell’architettura medioevale romana di transizione.

 

La chiesa di Santa Maria Scala Coeli

 

La cella di San Paolo alla Scala Coeli

La chiesa ricorda una visione che San Bernardo ebbe qui nel 1138: mentre stava celebrando una messa per i defunti, vide in estasi una scala sulla quale, in un continuo andirivieni, gli Angeli conducevano verso il Cielo le anime liberate dal Purgatorio. La chiesa è a pianta ottagonale, sormontata da una cupola e da una lanterna; la facciata è completata da un timpano e da un occhio inserito in una lunetta. Custodisce anche la memoria del martirio di San Zenone e di quello dei legionari cristiani. Nella cripta è anche l’ambiente considerato l’ultima prigione di San Paolo prima della decapitazione,

 

La chiesa del martirio di San Paolo

 

La chiesa del martirio

Per arrivare alla chiesa di San Paolo si percorre un breve viale alberato. La chiesa custodisce le tre Fontane sgorgate dal ruzzolare della testa recisa dell’apostolo, allineate lungo la parete della navata, a uguale distanza l’una dall’altra ma a diverso livello dal pavimento, disposte in edicole a nicchia. Le fonti, chiuse dal 1950, sono sormontate da tabernacoli. Numerose lapidi, dipinti e sculture ricordano episodi della vita del santo. Sulla parete dell’abside è rappresentata la scena del martirio; nel catino della stessa abside è descritto l’arrivo in cielo e la gloria dell’apostolo.

 

Il quartiere Ostiense

 

Edilizia popolare al quartiere San Paolo

Il quartiere popolare di San Paolo ha visto iniziare il proprio sviluppo urbanistico intorno al 1907, grazie al nuovo Piano Regolatore e alla creazione di un’area industriale all’inizio della via Ostiense. Qui furono infatti costruiti il Porto Fluviale, il Gazometro, la Centrale Montemartini e i Mercati Generali. Un esempio interessante di edilizia popolare è il nucleo di case di Valco San Paolo: fu il primo intervento realizzato a Roma, tra l’estate del 1949 e il 1952, nell’ambito del “Piano per l’incremento dell’occupazione operaia” e segnò l’avvio del piano Ina-Casa nella capitale. Il quartiere occupa un’area pianeggiante posta tra le direttrici di viale Marconi e via Ostiense e a sud della Basilica di San Paolo fuori le mura, da cui prende il nome.

 

Il complesso extraterritoriale di San Paolo

 

L’abbazia benedettina

San Paolo fuori le Mura è un vasto complesso extra territoriale. Il Concordato del 1929 e i successivi Accordi intercorsi fra la Santa Sede e l’Italia hanno sancito che le aree e gli edifici costituenti il complesso di San Paolo fuori le Mura, appartengono alla Santa Sede e godono di uno specifico status giuridico, secondo le norme del diritto internazionale. Oltre alla Basilica Papale, l’insieme comprende una Abbazia benedettina molto antica, fondata da Odone di Cluny nel 936, attiva sotto la direzione del suo abate in particolare nella promozione dell’ecumenismo. Vi si trovano anche gli ambulatori dell’Ospedale pediatrico Bambino Gesù, il Collegio Beda e l’ente di formazione professionale dei Padri Giuseppini del Murialdo.

 

La basilica papale di San Paolo fuori le mura

 

La lastra tombale

La Basilica è sorta come sistemazione monumentale della tomba di San Paolo. L’edificio attuale è la ricostruzione di quella distrutto dall’incendio del 1823, di cui mantiene lo schema, le dimensioni e le strutture superstiti. Dal grande quadriportico, che ospita le statue di Paolo e Luca, si entra nel vasto interno a cinque navate. Alla base dell’altare papale una larga finestra permette ai fedeli di vedere la tomba dell’apostolo, composta da una lastra di marmo con l’iscrizione “Paulo apostolo mart(yri)” e da un massiccio sarcofago. Sopra la tomba del Santo e l’altare maggiore si trova il ciborio di Arnolfo di Cambio. Di rilievo i mosaici che ornano l’arco trionfale e il catino dell’abside. La visita prosegue con il candelabro pasquale, il transetto e le cappelle (dedicate ai santi Stefano, Lorenzo, Benedetto, Timoteo), la pinacoteca e il museo lapidario. Un’attrazione è il chiostro duecentesco, capolavoro dei Vassalletto, ornato di colonnine con intarsi a mosaico. La Porta santa ha una scritta in latino: “Ad sacram Pauli cunctis venientibus aedem – sit pacis donum perpetuoque salus”. È un bell’augurio rivolto ai pellegrini di tutti i tempi: “a quanti vengono nel santo tempio di Paolo sia concesso il dono della pace e della salvezza eterna”.

 

Il Sepolcreto romano

 

Il sepolcreto ostiense

La necropoli ostiense, scoperta nel Settecento e indagata in più riprese, non risulta ancora completamente nota nella sua estensione complessiva. La parte esplorata e visitabile, annessa all’area verde del Parco Schuster dimostra una continuità d’uso dal primo secolo avanti Cristo fino al quarto secolo dopo Cristo. I più antichi edifici funerari sono in prevalenza “colombari”, ambienti a pianta quadrangolare nelle cui pareti interne erano ricavate piccole nicchie, in file di più piani, per la deposizione delle urne cinerarie, mentre i livelli più recenti della necropoli documentano il suo utilizzo per le inumazioni. In molti casi si conservano tracce delle decorazioni dipinte.

 

Il Parco Schuster

 

Parco Schuster. Il monumento ai caduti di Nassiriya

È l’area verde di forma triangolare compresa tra la via Ostiense, l’ansa sinistra del Tevere e il lato orientale della Basilica. Il nome è un omaggio al cardinale Ildefonso Schuster (1880-1954), che fu abate dei benedettini di San Paolo e che resse poi la diocesi di Milano durante la seconda Guerra Mondiale. La nuova sistemazione, realizzata nel 1999 in occasione del Giubileo, è caratterizzata da un gioco di aiuole geometriche, da un boschetto di palme, da una fontana e da una grande aiuola di rose rosse. Il parco giochi è ombreggiato da pini, lecci, robinie e allori. Vi sorge il monumento in ricordo dei caduti di Nassiriya.

 

L’Università di Roma Tre

 

L’universita di Roma Tre

L’Università degli studi Roma Tre è stata fondata nel 1992 ed è l’università più “giovane” di Roma con i suoi oltre quarantamila studenti iscritti. Attivo centro di produzione culturale a dimensione internazionale, Roma Tre è anche una leva vitale dello sviluppo urbanistico della capitale. La città universitaria dell’Ostiense comprende sedi che si distribuiscono da viale Marconi fino al complesso dell’ex-Mattatoio o dei Mercati Generali. Per anni la zona ex-Ina di Valco San Paolo ha convissuto a stretto contatto, con Viale Marconi, con altre Facoltà, tra cui Ingegneria, Biologia e Scienze