Ulm. Il Museo del Pane

La visita al Museo della cultura del pane (Museum der Brotkultur) di Ulm si chiude davanti a un’immagine traumatica. Lui e lei sono seduti a una tavola elegante per una cena a lume di candela. Intorno è il paesaggio desolato di una terra desertificata e priva di vita. Un cameriere in livrea porge ai convitati un piatto di portata con un repellente scorpione. Il titolo del quadro – l’Ultima Cena – esprime tutta l’angoscia apocalittica per un futuro privo di speranza e invita a comportamenti responsabili di sostenibilità ambientale.

The Last Dinner (Mathias Wasche, 1990)

Il viaggio nella cultura del pane a Ulm inizia dalla preistoria e si sofferma sui momenti lieti e simbolici delle tradizioni religiose, come nelle immagini dell’ebreo di Chagall che benedice i due pani sabbatici, della raccolta della manna nel deserto e di Gesù che divide il pane con gli apostoli nel Cenacolo.

Marc Chagall, Homme à la main levée, 1911

Tra le tante immagini proposte da quest’originale museo, spiccano i quadri che descrivono la gioia nel dare e nel ricevere il pane. La tenerezza della scena domestica della merenda dove la madre taglia le fette di pane da imburrare, festosamente attese dai suoi tre figli (per non parlare del cane e del gatto).

Adolf Eberle, Vesperpause, 1880

O la descrizione delle sette opere di misericordia corporale, dove il “dar da mangiare agli affamati” è garanzia di salvezza nel giorno del giudizio universale.

Dar da mangiare agli affamati (Pieter Brueghel il giovane)

Ma il museo scandaglia anche i temi sociali della fame e della penuria di cibo in coincidenza di eventi catastrofici come le guerre e le rivoluzioni. Vediamo il popolo affamato che chiede pane alle autorità o il povero desco dei tempi di guerra nelle opere di Pablo Picasso, Max Beckmann e Georg Grosz.

Georg Grosz, Hunger, 1924

Un esempio di come la fame sia stata usata in guerra come arma di sterminio contro la popolazione civile è il blocco di Leningrado iniziato l’8 settembre 1941. Hitler ordinò di non occupare la città, ma di assediarla e distruggerla con i bombardamenti e l’inedia. Solo dopo 900 giorni, il 27 gennaio 1944, l’Armata Rossa riuscì a porre fine all’assedio. Si stima che circa un terzo della popolazione, allora di oltre un milione di persone, sia morto di fame, in particolare durante il primo freddissimo inverno.

Leningrado, Inverno 1941-42

Il museo di Ulm racconta seimila anni di storia del pane inteso come base indispensabile della cultura e della civiltà umana. Il Museo, nato per iniziativa di due imprenditori del settore della panificazione, Willy Eiselen e suo figlio Hermann, è oggi gestito dalla Fondazione Eiselen e comprende oltre 18.000 oggetti. L’esposizione permanente si sviluppa in due sezioni. La prima, intitolata “dal grano al pane”, è dedicata alla coltivazione dei cereali, alle tecniche di produzione della farina, alla panificazione, alla storia del forno, alla corporazione professionale dei mugnai e dei panettieri.

La Cucina Grassa (Pieter Brueghel il Vecchio, 1563)

La seconda sezione, dal titolo “l’uomo e il pane”, racconta il pane come elemento vitale per l’esistenza umana, la cultura e la civiltà, fino a diventare un simbolo della vita stessa. Non è un caso che il pane sia elemento centrale nelle religioni e in particolare per la fede giudaico-cristiana. Quest’evidenza è trasmessa da numerosi dipinti con scene dei due Testamenti, preziosi e oggetti cerimoniali e liturgici.

La Cucina Magra (Pieter Brueghel il Vecchio, 1563)

La mancanza di pane e di cibo ha segnato la tragedia delle carestie. I mancati raccolti dovuti all’inclemenza del clima non sono stati l’unica causa delle carestie di pane; a essi si sono aggiunti gli effetti provocati dalle guerre e dalle migrazioni. La mostra ripercorre la storia della carestia dai tempi dell’Antico Egitto fino all’insicurezza alimentare mondiale e alle politiche di contrasto delle organizzazioni internazionali.

Il Museo di Ulm

(Ho visitato il Museo del Pane a Ulm il 5 maggio 2018)

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Firenze. Il Giudizio finale nella cupola del Duomo

La cupola di Santa Maria del Fiore a Firenze fu eretta dal fiorentino Filippo Brunelleschi nel Quattrocento e ancora oggi si presenta come un saggio esemplare d’ingegneria innovativa. Per il visitatore essa è semplicemente immensa. L’interno della cupola, che originariamente doveva essere rivestito di mosaici, fu – per volere dei Medici – affidato all’aretino Giorgio Vasari perché vi dipingesse il più vasto Giudizio universale della cristianità. Vasari iniziò l’affresco nel 1572, completò la fascia più alta, ma morì nel 1574, lasciando l’opera incompiuta. Fu il marchigiano Federico Zuccari a terminare l’opera alcuni anni dopo. Il risultato suscitò entusiasmi ma anche feroci critiche per aver deturpato con le pitture la purezza rinascimentale dell’architettura brunelleschiana.

Il Giudizio universale di Vasari e Zuccari

I 3600 metri quadrati di superficie del dipinto sono distribuiti negli otto spicchi verticali della cupola. Ciascuno di questi è individuato da un numero, dall’orientamento verso i punti cardinali e verso i diversi ambienti del Duomo. Così, ad esempio, lo spicchio principale dedicato al Cristo giudice è orientato a est e alla tribuna del Corpus Domini. Scrive Borghini nella sua “Invenzione per la pittura della cupola”: «et perché gli spicchi sono otto, et così ne avanza uno: quello del mezzo, et principale, io l’atribuirei specialmente al Tribunale di Iesu Christo; et così tornerebbe bene che la Maiestà Divina fusse separata et distinta, et non venissi insieme compresa fra le sue creature: et insieme accomoderebbe noi di non havere a rompere il sito da quel che gli è, o crescere, o sminuire questi numeri della Chiesa, de’ Sacramenti, de’ Doni dello Spirito Santo, delle Virtù opposte a’ Peccati Mortali, Opere della Misericordia, et simile, che son di sette». La soluzione individuata da Borghini risolve brillantemente il problema degli otto spicchi, attribuendo le serie di sette (Doni dello Spirito, Virtù, Beatitudini, Vizi capitali) ai sette settori e riservando l’ottavo spicchio a Gesù Cristo e alla corte celeste. Ogni settore comprende tre Seniori dell’Apocalisse con cetre, gigli e corone; un coro angelico con gli strumenti della Passione di Gesù; una categoria di santi e di eletti; una triade personificante un dono dello Spirito santo, una virtù, una beatitudine, affiancata da due angeli tubicini; una regione infernale con la punizione di un peccato capitale. Le figure in alto sono collocate in cielo, su terrazze di nuvole; in basso le figure occupano un paesaggio terrestre caratterizzato da una pianura indistinta, dove avviene la risurrezione dei morti, e dagli accessi al sulfureo mondo infero.

Gli otto settori

Il giudice, la giustizia e la misericordia, gli intercessori, i progenitori, le virtù teologali

Il primo settore è orientato a est, sopra la cappella del Corpo di Cristo. Vi sono raffigurati gli angeli con l’Ecce Homo e l’Inri, i cherubini e i serafini, Gesù Cristo giudice con la spada della giustizia e il giglio della misericordia, gli intercessori Maria e Giovanni Battista, i progenitori Adamo ed Eva, l’angelo che inchioda il globo terrestre fermandone il moto, i santi fiorentini (Zanobi, Miniato, Reparata, Giovanni Gualberto, Antonino, Cosma e Damiano); le virtù teologali della fede, della speranza e della carità; la chiesa trionfante; il tempo e le stagioni; la sconfitta del dolore e della morte.

Il secondo settore è orientato a nord-est, sopra la sacrestia nuova. Vi sono raffigurati gli angeli che mostrano la croce, la gerarchia angelica dei troni, i libri aperti del bene e del male, gli apostoli e gli evangelisti. Il dono dello Spirito santo è la sapienza, la beatitudine è quella dei pacifici, la virtù è l’amore fraterno; gli angeli aiutano i pacifici a salire in cielo e mandano all’inferno gli invidiosi; il peccato capitale d’Invidia; l’animale è l’idra.

I settori 5, 4, 3 e 2

Il terzo settore è orientato al nord, verso il transetto di sinistra. Vi sono raffigurati gli angeli con la colonna della flagellazione, le potestà con le vesti bianche, i libri aperti del bene e del male, i pontefici, i vescovi e i sacerdoti, gli angeli tubicini. Il dono dello spirito è l’intelletto; la beatitudine è ‘beati i miti’; la virtù è la prudenza. Gli angeli accompagnano in cielo i beati e cacciano all’inferno gli accidiosi; il vizio capitale è l’Accidia; l’animale è l’asino.

Il quarto settore è orientato a nord-ovest, sopra la navata sinistra. Vi sono raffigurati gli angeli con i chiodi e la tenaglia, i libri aperti del bene e del male, i religiosi fondatori degli ordini e le sante vergini; il dono dello spirito è la pietà; la beatitudine è ‘beati i puri di cuore’; la virtù è la temperanza; gli angeli accompagnano in cielo i casti e cacciano all’inferno i lussuriosi; il vizio capitale è la Lussuria; l’animale è il porco selvatico.

I settori 7, 6 e 5

Il quinto settore è orientato a ovest, verso la navata centrale. Vi sono raffigurati gli angeli che mostrano i dadi e la veste di Gesù, i libri aperti del bene e del male, gli uomini e le donne del popolo cristiano con i ritratti dei familiari e degli amici dell’artista; il dono dello spirito è il timor di Dio; la beatitudine è ‘beati i poveri in spirito’; la virtù è l’umiltà; in basso vediamo la caduta degli angeli ribelli e Lucifero; il vizio capitale è la Superbia.

Il sesto settore è orientato a sud-ovest, in corrispondenza della navata destra. Vi sono raffigurati gli angeli con la corona di spine, i libri aperti del bene e del male, gli angeli trombettieri, gli imperatori, i re, i principi e le potestà secolari; il dono dello spirito è il consiglio; la beatitudine è ‘beati i misericordiosi’; la virtù è la giustizia; gli angeli accompagnano in cielo i misericordiosi e mandano all’inferno gli avari; il peccato capitale è l’Avarizia; l’animale è il rospo.

Il settimo settore è orientato a sud, in corrispondenza del transetto di destra. Vi sono raffigurati gli angeli che mostrano il secchio e la canna con la spugna dell’aceto, i libri aperti, i dottori della chiesa; il dono dello spirito è la scienza; la beatitudine è ‘beati quelli che hanno fame e sete di giustizia’; la virtù è la sobrietà; gli angeli accompagnano in cielo gli astinenti e mandano all’inferno i golosi. Il vizio capitale è la Gola; l’animale è Cerbero.

L’ottavo settore è orientato a sud-est, sopra la Sacrestia vecchia. Vi sono raffigurati gli angeli con il calice e la lancia, le virtù con elmo e croce rossa, i martiri; il dono è la fortezza; la beatitudine è ‘beati i perseguitati’; la virtù è la pazienza; gli angeli accompagnano in cielo i pazienti e mandano gl’iracondi all’inferno; il vizio capitale è l’Ira; l’animale è l’orso.

I seniori dell’apocalisse

Il tabernacolo dei Seniori

Nella parte più alta della cupola c’è il tabernacolo, che è il trono di Dio. Vi sono ritratti i ventiquattro seniori dell’Apocalisse, a gruppi di tre e in dimensioni gigantesche. Viene richiamata la visione dell’Apocalisse: «Attorno al trono c’erano ventiquattro seggi e sui seggi stavano seduti ventiquattro anziani avvolti in candide vesti con corone d’oro sul capo. I ventiquattro anziani si prostrarono davanti all’Agnello, avendo ciascuno una cetra e coppe d’oro colme di profumi, che sono le preghiere dei santi, e cantavano un canto nuovo» (4,4; 5,8). Sono altresì raffigurati i simboli degli evangelisti e degli apostoli.

Il giudice e il tribunale celeste

I simboli della fine del mondo

Gesù è il protagonista del giudizio finale; è assiso sulle nuvole, con le stimmate, sullo sfondo sfolgorante della gloria del paradiso; la mano destra è sollevata nel gesto dell’accoglienza per i beati; la mano sinistra, abbassata, respinge i dannati. Lo affiancano l’arcangelo Gabriele, con il giglio della misericordia, e l’arcangelo Michele, con lo scudo e la spada della giustizia pronta a eseguire la sentenza divina. La presenza di Adamo ed Eva, i due progenitori rivestiti di foglie di fico, richiama il peccato originale, la storia della salvezza e la redenzione portata da Gesù. A intercedere per l’umanità risorta sono i due avvocati difensori: Maria, la madre di Gesù, e Giovani Battista, con l’abito eremitico del deserto. La fine del mondo è simbolizzata dall’angioletto che inchioda il globo e blocca il flusso dei giorni e delle stagioni. Sono poi raffigurate le tre virtù teologali, con la carità in evidenza (mostra il cuore ed è attorniata da bambini), la speranza in preghiera e la fede con la croce. La fine del tempo è simbolizzata da un vecchio Saturno che spezza la clessidra; lo affiancano l’anziano Passato e il giovinetto Futuro mentre ai lati vediamo l’addormentarsi della Natura e delle Stagioni sue figlie. La Chiesa militante e terrena si spoglia delle armi e si muta nella chiesa trionfante. La Morte, definitivamente sconfitta, spezza la falce; cessano per sempre le guerre e le malattie.

Il Paradiso

Gli apostoli e gli evangelisti; la triade amore fraterno- pacifici – sapienza

Il gruppo degli Apostoli comprende San Pietro (con le chiavi), San Giovanni (con il vangelo) e San Paolo (con la spada). Al loro fianco siedono gli evangelisti Luca (con il bue) e Giovanni (con l’aquila). Tra i Martiri si riconoscono San Sebastiano (con la freccia), San Lorenzo (con la graticola) e Santo Stefano (con le pietre della lapidazione).

I dottori della Chiesa e le Gerarchie; la triade prudenza – miti – intelletto

Ci sono poi i Dottori della Chiesa (Gregorio, Agostino, Ambrogio e Girolamo), con l’immagine di Dante Alighieri, e le gerarchie ecclesiastiche (papi, cardinali, vescovi). Nel gruppo dei religiosi sono compresi San Benedetto, Francesco d’Assisi (con le stimmate), San Romualdo (con l’abito bianco, il pastorale, la corona del rosario e il modellino dell’eremo) e Sant’Antonio da Padova (con il libro e il giglio). Nel gruppo dei sovrani sono ritratti Cosimo e Francesco de’ Medici e Francesco I di Francia. Nel gruppo delle donne sante vediamo Santa Scolastica, la Maddalena (con il vasetto del profumo), Santa Lucia (privata della vista) e Santa Caterina da Siena (con il libro della dottrina e il giglio della purezza).

I martiri e la triade pazienza – fortezza – pianto

Tra il Popolo di Dio figurano molti amici e parenti di Federico Zuccari: accanto al suo autoritratto (con la tavolozza dei colori in mano), compaiono i genitori, il fratello Taddeo, il Vasari, il banchiere Simone Corsi, il teologo Vincenzo Borghini, le maestranze del cantiere; numerosi sono i bambini, a causa della particolare predilezione per loro da parte di Gesù.

Il popolo di Dio e la triade Timor di Dio – Poveri in spirito – Umili

Virtù, Doni e Beatitudini

Le gerarchie ecclesiastiche e la triade prudenza – miti – intelletto

Le sette Beatitudini sono inserite nel vangelo di Matteo e sono citate da Borghini nel latino della Vulgata: “Beati pauperes spiritu” (con la terra ai piedi e accolti in cielo); “Beati qui lugent” (una donna in pianto che si copre il volto); “Beati mites”; “Beati, qui esuriunt et sitiunt iustitiam”; “Beati misericordes” (una donna che allarga il mantello); “Beati pacifici” (una donna che depone le armi e alza il ramoscello d’ulivo); “Beati, qui persecutionem patiuntur propter iustitiam”.

I religiosi, le vergini e la triade Temperanza – Puri di cuore – Pietà

I sette doni dello Spirito Santo sono, nell’ordine, la Sapienza (che guarda a Dio), l’Intelletto (che distribuisce fiori), il Consiglio (un anziano che riceve il suggerimento di un angelo), la Fortezza (con l’armatura), la Scienza (con un libro, distribuisce tesori), la Pietà (col cuore in mano) e il Timor di Dio.

I sovrani secolari e la triade Consiglio – Beati i misericordiosi – Giustizia

Le virtù – escluse le tre virtù teologali di Fede, Speranza e Carità, collocate nello spicchio di Gesù giudice – sono la Generosità (con i bambini), la Pazienza (col giogo), la Prudenza (con lo specchio e il serpente), la Vigilanza, la Giustizia (con la spada), la Temperanza, l’Umiltà (con l’agnello).

L’Inferno dell’Avarizia

L’Inferno

L’Inferno della Lussuria

Le scene infernali – dovute al pennello dello Zuccari – sono inquadrate, in alto, dai libri delle opere cattive, sorretti da diavoletti mostruosi e, negli spigoli, da quattro candelieri (simboleggianti la salvezza dell’anima) e da quattro macabri cadaveri scarnificati (che alludono alla dannazione).

L’Inferno dell’Accidia

L’Inferno è reso nella forma di caverne fiammeggianti, presidiate da diavoli atletici e teratologici che scaricano anime di dannati e usano i forconi per precipitarle nel fondo. Nel punto più remoto della cupola, alla massima distanza da Gesù, Lucifero è conficcato sul fondo e con le sue tre bocche divora altrettanti superbi. Ogni settore è destinato alla punizione di un vizio capitale: i peccatori, insidiati da animali simbolici, subiscono la pena del contrappasso. I lussuriosi sono inseguiti da un porco selvatico e subiscono la bruciatura degli organi genitali.

L’Inferno dell’Invidia

Gli accidiosi subiscono l’assalto di un asino. Un rospo percuote e strangola gli avari con le scarselle di monete che pendono loro dal collo. Gli iracondi sono associati all’orso. Gli invidiosi sono assediati da serpentelli e spaventati da un’idra dalle sette teste. I golosi sono inseguiti dal cane Cerbero dalle tre teste.

L’Inferno dell’Ira

Il Diluvio universale di Hans Baldung Grien

La catastrofe primordiale del diluvio è narrata nel libro biblico della Genesi. “Dio guardò la terra ed ecco, essa era corrotta, perché ogni uomo aveva pervertito la sua condotta sulla terra”. E Dio annuncia a Noè, uomo giusto, la fine del mondo: “Ecco, io sto per mandare il diluvio, cioè le acque, sulla terra, per distruggere sotto il cielo ogni carne in cui c’è soffio di vita; quanto è sulla terra perirà”. Dal diluvio potranno salvarsi solo Noè, la sua famiglia e una coppia di ogni specie animale. La salvezza è “un’arca di legno di cipresso” che galleggerà sulle acque. La descrizione biblica del diluvio è impressionante. “Eruppero tutte le sorgenti del grande abisso. Le cateratte del cielo si aprirono. Cadde la pioggia sulla terra per quaranta giorni e quaranta notti. Le acque crebbero e sollevarono l’arca, che s’innalzò sulla terra. Le acque furono sempre più travolgenti sopra la terra e coprirono tutti i monti più alti che sono sotto tutto il cielo”. La catastrofe della natura diventa la tragedia dell’umanità: “Perì ogni essere vivente che si muove sulla terra, uccelli, bestiame e fiere e tutti gli esseri che brulicano sulla terra e tutti gli uomini. Ogni essere che ha un alito di vita nelle narici, cioè quanto era sulla terra asciutta, morì. Così fu cancellato ogni essere che era sulla terra”. Placatosi il furore della natura sconvolta – narra ancora la Genesi – si alzò un gran vento che fece abbassare le acque. L’arca si posò sui monti dell’Araràt. Una colomba che aveva nel becco una tenera foglia d’olivo annunciò la rinascita della natura. Noè potè lasciare finalmente l’arca e celebrare con un sacrificio sull’altare la sua alleanza con Dio.

Il diluvio (Hans Baldung Grien, 1516)

La tragedia del Diluvio è descritta dal pittore Hans Baldung in suo dipinto del 1516. Baldung si concentra soprattutto sulla lotta disperata di uomini e animali per la propria sopravvivenza e cerca di comunicarcela in immagini.

Uomini e animali

L’arca è raffigurata come un immenso baule, sigillato da un lucchetto, che galleggia sulle onde con il suo carico di vita salvata.

Appesi all’arca

Uomini gocciolanti emergono dall’acqua spumosa, sputano l’acqua bevuta e si aggrappano con la forza della disperazione al legno dell’arca, formando una catena umana appesa agli appigli di una salvezza impossibile.

Galleggianti di fortuna

Altri uomini cercano rifugio su mezzi di fortuna, barche, zattere, botti di vino e mobili di legno fuoriusciti dalle case. Ogni cosa che galleggi tra le acque si trasforma in un supplemento di vita che ritarda la fine.

Il pianto di un bimbo

Nemmeno l’innocenza di un bambino che piange nella sua culla viene risparmiata dalla feroce tragedia della natura.

La mamma col bimbo

Il cielo è parte attiva del disastro terrestre. Il testo biblico riferisce che “le cateratte del cielo si aprirono”. Baldung ha descritto con grande efficacia gli sconvolgimenti atmosferici e le nubi nere gonfie di pioggia che chiudono progressivamente la luce del sole e oscurano la speranza dei vivi. Vi è qualcosa di apocalittico in questa visione. Vi è forse l’eco degli eventi prodotti dal suono delle sette trombe dell’Apocalisse. Una sequenza che inizia con “tuoni, voci, fulmini e scosse di terremoto”; prosegue con “grandine e fuoco, mescolati a sangue, che scrosciano sulla terra”; e poi la scia della meteora: “cadde dal cielo una grande stella, ardente come una fiaccola”; e infine l’eclisse della luce: “un terzo del sole, un terzo della luna e un terzo degli astri fu colpito e così si oscurò un terzo degli astri; il giorno perse un terzo della sua luce e la notte ugualmente” (Ap 8).

La disperazione delle donne

Il dipinto dal titolo “Die Sintflut” è una delle opere principali della Staatsgalerie ospitata dalle sale principesche della Neue Residenz di Bamberga. Le iniziali dell’autore (HBG) e la data dell’opera (1516) sono incise sul fronte dell’arca. Hans Baldung Grien fu pittore e incisore tedesco. Nato nel 1484 o 1485 a Schwäbisch-Gmünd, fece il suo l’apprendistato a Strasburgo e soggiornò nel laboratorio di Albrecht Dürer a Norimberga. Tornò poi a Strasburgo, per acquisirvi la cittadinanza e la qualifica di maestro nella sua corporazione.  Dal 1512 al 1517 lavorò a Friburgo in Brisgovia, realizzando quadri di soggetto sacro alternati a dipinti di argomento mitologico e allegorico. Morì il 1545 a Strasburgo.

La barca che affonda

Larino romana e medievale

Larino ha fama di di essere una cittadina tra le più belle del Molise. La sua posizione sui colli che guardano la valle del Biferno le garantisce una raccolta tranquillità. Se ne accorsero per primi i Frentani che vi s’insediarono apprezzandone la posizione geografica all’incrocio tra la direttrice costiera, i tratturi della transumanza e i percorsi dell’entroterra. I Romani confermarono questo giudizio positivo, facendola Municipium, autorizzandovi la zecca per il conio delle monete e costruendovi ville patrizie e monumenti. Al tempo dei Longobardi fu capoluogo di una delle contee che costituivano il ducato di Benevento. Fu poi feudo delle nobili famiglie Orsini, Pappacoda, Carafa e Di Sangro.

L’anfiteatro romano

Il centro abitato antico, dove sono i resti archeologici romani, era situato nella parte alta del colle. Le scorrerie dei saraceni e i funesti terremoti indussero la popolazione ad abbandonare gradualmente il vecchio sito per spostarsi sul colle più a valle, meglio difendibile. Nel nuovo borgo medievale sorsero il Palazzo Ducale e la bella Cattedrale diocesana. L’arrivo di dalmati e albanesi che varcavano il mare per sfuggire al dominio turco confermò il carattere di città-crocevia di flussi umani. Il ruolo di centro di scambi commerciali è poi confermato dalla sua storica fiera d’autunno, giunta ormai alla 275^ edizione.

L’anfiteatro romano

La porta settentrionale dell’anfiteatro di Larino

La visita può degnamente iniziare dall’anfiteatro romano. Compiendone il periplo dall’alto delle gradinate se ne avvertono le dimensioni (era capace di ospitare diecimila spettatori) e la struttura mista, con l’arena e la cavea scavati nel banco di arenaria e gli ordini superiori costruiti in elevato.

Le gradinate dell’anfiteatro

Scendendo nell’arena si osserva la fossa quadrangolare che ospitava la piattaforma mobile, una sorta di montacarichi che consentiva alle fiere e ai gladiatori, giunti da un cunicolo sotterraneo, di spuntare a sorpresa al centro della scena. Quattro porte e dodici vomitoria consentivano l’ingresso degli spettatori e la loro ordinata distribuzione sulle gradinate. Vi era perfino il velarium, una copertura mobile in tessuto di canapa utilizzata per garantire agli spettatori un’adeguata protezione in caso di maltempo o nelle giornate di canicola. Un casino di caccia costruito direttamente sulle gradinate ricorda la disinvoltura con la quale in passato si curava la tutela dei monumenti.

Il museo all’aperto di Villa Zappone

Le terme romane

La visita prosegue nel parco di Villa Zappone, adiacente all’anfiteatro. L’avvocato Zappone costruì qui ai primi del Novecento la sua villa privata, con i giardini, le scuderie per i cavalli, la lavanderia e il villino, incurante di insediarsi sull’area archeologica romana. Nel 1994 lo Stato ha esercitato diritto di prelazione nei confronti della Villa e del Parco adiacente.

Il mosaico termale con animali marini

I lavori di scavo hanno riportato alla luce un imponente complesso termale, decorato da mosaici a soggetto marino sul fondo delle vasche. L’intero complesso è in corso di valorizzazione per la costituzione di un Parco archeologico.

Il Museo Civico

L’interno del Palazzo Ducale

Aggirando il vallone della Terra, ci trasferiamo ora nel borgo medievale di Larino. Nel cuore del borgo sorge il Palazzo Ducale, valorizzato dal piazzale antistante che gli conferisce prospettiva. Dall’ingresso laterale si sale al piano nobile, con la sua bella loggia rinascimentale, alzata sul chiostro d’impianto medievale.

Il mosaico del leone

Adiacenti alla biblioteca comunale sono state allestite le sale del Museo civico che ospitano reperti di vario interesse. L’attrazione del museo è costituita dai mosaici pavimentali romani. Molto bello quello del Lupercale, con la lupa che allatta i gemelli, mentre dall’alto di una rupe due pastori contemplano la scena. La tematica animale è presente anche negli altri due pavimenti che ritraggono un elegante leone e la scena degli uccelli. Da segnalare la riproduzione ingrandita delle monete coniate a Larinumnel terzo secolo avanti Cristo.

Il mosaico della lupa

La Cattedrale

La facciata della Cattedrale

In posizione un po’ defilata sorge la Cattedrale del dodicesimo secolo, dedicata a Maria Assunta e san Pardo. Le forme di transizione dal romanico al gotico sono visibili in facciata, dove colpisce il rosone, caratteristico per l’inusuale presenza di tredici colonnine a raggiera di fattura diversa una dall’altra, sormontato dall’agnello mistico e dai simboli dei quattro evangelisti (il leone, il toro, l’aquila e l’angelo). Il portale è introdotto da una serie di cornici e stipiti elegantemente decorati e ha in lunetta la scena scolpita della crocifissione. Nell’interno a tre navate si segnalano resti di affreschi e la cappella rinascimentale, introdotta da un’arcata e decorata con un dipinto dell’Annunciazione.

Il museo diocesano

Accanto alla Cattedrale, nei due piani del Palazzo Vescovile, è stato allestito il Museo Diocesano, che custodisce opere pregevoli, dipinti e sculture. Il piano inferiore ospita numerose statue tra le quali un’antica statua lignea di san Pardo e una Statua di San Michele Arcangelo, in gesso, risalente al XIV secolo.

Sant’Orsola con le sue compagne (affresco della Cattedrale)

(Ho visitato Larino il 12 aprile 2018)

Le case di terra cruda di Villa Ficana a Macerata

Povere case, per gente povera. Ma case vere. Costruite con i “massoni”, mattoni impastati di terra, paglia e acqua, con qualche aggiunta di ghiaia, macerie di case diroccate e radici. Le case di terra cruda costavano molto poco e garantivano pure un buon isolamento termico. Erano piccole case a due piani. Una scala esterna collegava il piano terra, dov’era la cucina col camino, al piano superiore, dov’era la camera da letto per tutta la famiglia.

Uno scorcio del borgo

Siamo alle porte di Macerata, nelle Marche. Villa Ficana è un intero borgo di case in terra e paglia sopravvissuto incredibilmente all’edificazione urbana moderna. Nasce come borgo di case economiche che i proprietari davano in affitto ai braccianti “casanolanti”. Il casanolante era colui che non aveva né casa né terra né mestiere. Era un bracciante che lavorava saltuariamente a giornata nelle campagne, soprattutto nei periodi della raccolta e della semina. Date le sue misere condizioni economiche, egli viveva alla periferia dei centri urbani, vicino alla campagna, pagandosi l’affitto della casa di terra con il suo lavoro manuale. Le donne lavoravano come lavandaie a servizio delle famiglie cittadine.

La parete di terra cruda

Sorto a metà dell’Ottocento, il borgo di Villa Ficana fu progressivamente abbandonato nel secondo dopoguerra. Un abbandono e un degrado causati dal pregiudizio che collegavano le case di terra cruda a condizioni di miseria e arretratezza.

Rievocazione dell’incendio del 1891

Poi la sorprendente rinascita. Con il nuovo secolo l’intera comunità cittadina ha cominciato a prendere coscienza del valore dei suoi beni e ha avviato un percorso virtuoso che ha visto nel 2003 l’apposizione del vincolo da parte della Soprintendenza, l’emanazione nel 2005 di un piano di recupero e infine il restauro realizzato dal comune di Macerata grazie a un finanziamento della regione Marche.

Un vecchio forno

Una volta ultimati i lavori si è assistito alla rinascita del quartiere. I vecchi proprietari hanno intrapreso restauri in proprio e sono tornati a vivere nelle loro casette. Il Comune di Macerata ha destinato gli edifici di sua proprietà a finalità culturali e li ha affidati al Gruppo di Cittadinanza Attiva.

La sede dell’Ecomuseo

E’ nato così l’Ecomuseo delle Case di Terra Villa Ficana, membro dell’Associazione Internazionale Città della Terra Cruda. L’Ecomuseo di Macerata si propone di far riscoprire le tecniche della terra cruda con laboratori ludico-creativi per le scuole e con seminari sull’architettura eco-compatibile. E ai turisti propone di vivere il borgo con originali visite guidate agli ambienti di vita tradizionali.

L’Ecomuseo Villa Ficana

(Ho visitato Villa Ficana il 31 marzo 2018)

A piedi sulle rive del Danubio. L’Abbazia di Weltenburg

L’escursione all’Abbazia di Weltenburg, in Baviera, è un autentico camminare nella storia. Negli occhi del camminatore si fondono come in un caleidoscopio il fascino delle gole rocciose che stringono il Danubio, l’amenità della riserva naturale, il silenzio del bosco, le tracce archeologiche delle fortificazioni dei Celti, la prima abbazia benedettina costruita nel Land, il sacrario della liberazione della Baviera, la fabbrica di birra più antica al mondo, gli affreschi di Cosmas Damian Asam. E quando all’abbazia di Weltenburg ci si allontana dalla folla dei turisti e ci si dirige sui solitari colli circostanti si prova l’intensa emozione della bellezza e il godimento dello spirito.

Kelheim e il mausoleo della libertà

Il punto di partenza è la cittadina bavarese di Kelheim, che sorge dentro le sue mura medievali alla confluenza del fiume Altmühl nel Danubio. Un Museo e un Parco archeologico raccolgono le memorie celtiche e i ritrovamenti frutto degli scavi urbani. Dalla riva del Danubio partono i traghetti turistici che fanno la spola con l’abbazia di Weltenburgh. Il traghetto è ovviamente la scelta più comoda e rapida per ammirare le gole del Danubio e raggiungere l’abbazia.

La partenza da Kelheim

In alternativa è possibile percorrere a piedi alcuni larghi sentieri lungo le rive del fiume o sui colli boscosi che lo fiancheggiano. Il percorso che suggeriamo per l’andata è denominato Waldroute (la via del bosco) coincidente peraltro con la prima tappa dell’Archäologischer Wanderweg, il sentiero archeologico che fiancheggia l’antico vallo celtico. Questo percorso è lungo 5,4 km, ha un dislivello di 135 m e richiede un tempo di andata di circa un’ora e mezza. Si inizia con ripido percorso asfaltato che da Kelheim sale sull’altura del Michelsberg.

Il Mausoleo della libertà della Baviera

Lasciati in basso il monumento ai caduti e la chiesa, si raggiunge in alto la Befreiungshalle, un monumentale edificio circolare costruito per volere di re Ludwig I di Baviera per celebrare la fine delle guerre di liberazione contro Napoleone (1813-1815). Negli immediati dintorni sono il centro di visita e un terrazzo panoramico.

Il sentiero archeologico nel bosco

Il largo sentiero ben segnalato prosegue ora in piano nel bosco. Incontriamo alcuni pannelli informativi che invitano a visitare le parziali ricostruzioni delle mura difensive della citta celtica di Alkimoennis e dell’oppidumdi Artobriga, qui presuntivamente situati sulla base delle indicazioni della Geografia di Claudio Tolomeo.

La Waldroute nel bosco

I Celti fondevano il ferro in piccole fosse che fungevano da altoforni primitivi. L’altopiano è costellato di piccole fosse di fusione a forma di imbuto e cumuli di scorie. Le mura servivano a proteggere quest’area industriale e il vicino insediamento umano.

Pannello del sentiero archeologico

L’abbazia benedettina di Weltenburg

Una veloce discesa nel bosco conduce alla strada asfaltata e alle rive del fiume Danubio. Sulla pietrosa riva opposta si erge la mole dell’abbazia benedettina. Per guadare il braccio d’acqua che ci separa dall’abbazia arriva provvidenzialmente in nostro aiuto una barchetta adibita al collegamento tra le due sponde.

L’abbazia San Giorgio di Weltenburg e il guado sul Danubio

Qui, intorno al 600, giunsero alcuni monaci erranti iro-scozzesi e vi fondarono il primo monastero. Erano seguaci dell’irlandese Colombano e si chiamavano Eustasio e Agilo di Luxeuil. Quel che noi vediamo oggi è il rimaneggiamento settecentesco in stile barocco dell’intero complesso, comprensivo del monastero, della chiesa e degli edifici di servizio. Nel cortile della chiesa si trova uno dei “Biergärten” più belli della Baviera: è una birreria all’aperto, all’ombra di giganteschi castagni, dove si possono gustare le specialità locali accompagnate dalla famosa birra bruna prodotta dai monaci (Weltenburger Klosterbier) in quello che è forse il birrificio conventuale più antico del mondo, risalente al 1050.

La chiesa di Asam e i suoi affreschi

La chiesa abbaziale barocca, dedicata a San Giorgio,risale al 1716 ed è opera dei fratelli Cosmas Damian e Aegid Quirin Asam. Sulla volta del vestibolo (1751) compare un dipinto del giudizio universale di Franz Asam. Nell’aula i dipinti si moltiplicano.

Lo sbarco dei benedettini in America

A destra è la scena dell’arrivo in America dei benedettini, imbarcati sulla caravella Santa Maria, nel secondo viaggio di Cristoforo Colombo. Sulla parete di fronte San Benedetto domina l’abbazia di Montecassino e fa risuonare le prime parole della sua Regola “Ausculta o Fili”. Il dipinto della volta centrale, capolavoro della pittura barocca, è una luminosa visione del Paradiso. Dio Padre, il figlio Gesù e lo Spirito Santo accolgono Maria e le pongono sul capo la corona di dodici stelle.

San Benedetto e Santa Scolastica con l’abate Bächl

Intorno è schierata la “ecclesia triumphans”: gli apostoli Pietro (con la croce e le chiavi) e Andrea (con la rete da pescatore), Benedetto e la sorella Scolastica, San Giorgio che sconfigge il drago, Davide con l’arpa, la Maddalena penitente, Santa Cecilia con l’organo, Giuditta con la spada, San Martino e l’abate del tempo Maurus Bächl.

La Frauenbergkapelle nei dintorni di Weltenburg

La gola del Danubio e il monastero rupestre

Dopo la visita all’abbazia e ai suoi suggestivi dintorni, si riguadagna con la barca la sponda opposta del fiume e si prende la via del ritorno sul percorso rivierasco denominato “Donauroute”.

La Donauroute sulla riva del Danubio

Alcuni cartelli segnalano la distanza che ci separa dalla foce del Danubio nel Mar Nero, che qui è di 2417 km.

La gola rocciosa del Danubio

Il sentiero è un eccellente balcone sulla spettacolare gola rocciosa di “Donaudurchbruch”, scavata nella roccia calcarea circa duecentomila anni fa da un braccio secondario del Danubio che ha dato poi origine all’attuale percorso del fiume.

L’eremo rupestre

Le pareti della forra raggiungono gli 80 metri d’altezza e al loro interno si trovano numerose piccole caverne. Verso il termine del sentiero s’incrocia il monastero rupestre di San Nicola.

Il monastero rupestre di San Nicola

Qui, nel 1454, l’eremita Antonius de Septem Castris aveva eretto un semplice eremo scavato nella roccia e una cappella in onore del suo santo protettore. Negli anni successivi i terziari francescani abitarono il luogo e con il sostegno del Duca Albrecht III, poterono costruire la chiesa e un edificio più grande, dotandolo di un muro esterno di protezione.

La mappa dei percorsi per Weltenburg

(Ho effettuato l’escursione il 7 maggio 2018)

Il Tratturo Magno dal fiume Fortore a San Paolo di Civitate

Il Tratturo Regio L’Aquila-Foggia, detto anche “Magno” per la sua rilevanza, è in alcuni suoi tratti un autentico museo all’aperto. Le testimonianze storiche della transumanza s’intrecciano con i segni della fede, con i luoghi della natura protetta, con i borghi e i centri urbani di antica fondazione. Ad esempio nel primo tratto del suo percorso pugliese il Tratturo Magno è un museo open air. Il nastro del tratturo è ancora nitido e perfettamente visibile. Percorrerlo tra il guado sul fiume Fortore e la cittadina di San Paolo di Civitate è un’emozionante esperienza di camminare nella storia.

Il Tratturo al ponte di Civitate

Lungo il fiume Fortore

Il fiume Fortore al ponte di Civitate

Il punto di partenza dell’escursione è il Ponte di Civitate sul fiume Fortore. Questo fiume è uno dei maggiori dell’Italia meridionale. Nasce dal monte Altieri in località Grotta di Valfortore, attraversa da sud a nord la Campania, il Molise e la Puglia, forma il lago di Occhito e sfocia nel mar Adriatico presso il lago di Lesina, in località Ripalta. Il Tratturo Magno traversa il fiume al guado di Civitate, dov’è oggi il ponte stradale della ex statale 16, nel tratto tra Serracapriola e San Paolo di Civitate.

Pannello informativo

Sotto il ponte moderno sono ancora visibili, tra la vegetazione riparia, i contrafforti dell’antico ponte romano. Intorno alla Madonna del Ponte è stato realizzato un percorso naturalistico-didattico che percorre le rive de fiume e traversa il bosco ripariale di San Marzano.

Cippo tratturale al ponte di Civitate

Numerosi cippi tratturali fanno memoria dei passaggi delle associazioni escursionistiche e dei gruppi di appassionati.

La Taverna di Civitate

La Taverna di Civitate

Sulla riva destra del Fortore il tratturo ha un importante punto-tappa alla Taverna di Civitate. Alfonso d’Aragona fece costruire l’edificio con la funzione di caserma. Qui alloggiavano le guardie che svolgevano attività di vigilanza e riscuotevano la ‘fida’ dai pastori. In seguito fu trasformata in Posta, luogo di riposo e di ristoro per i viandanti, e infine utilizzata come Stazione della Dogana della Mena delle Pecore durante la transumanza. Le condizioni precarie di conservazione non ne consentono l’accesso all’interno, in attesa di un opportuno restauro conservativo.

Le tariffe di pedaggio

La pandetta con le tariffe dei pedaggi

Accanto al portale è murata un’iscrizione del 1731 su tre pannelli sovrapposti di pietra arenaria che riporta i pedaggi da esigere per i pastori e gli armenti in transito. Sono richiesti, ad esempio, tre carlini per il passaggio di ogni centinaio di castrati, pecore, cani e porci; la cifra sale a cinque carlini per ogni centinaio di animali vaccini, come vacche e bufale. Un tornese è richiesto per ogni ‘salma di fiche, cetrangole e cipolle’ e per ogni carro carico di pane, grano e olio. La pandetta precisa comunque che ‘per qualsivoglia meretrice non si esigga cosa alcuna’.

Le cappelle tratturali mariane

La chiesetta tratturale della Madonna del Carmine

Accanto alla Taverna, il punto di sosta sul tratturo offre anche luoghi di culto e di preghiera. La chiesetta della Madonna del Carmine (o del Carmelo) appare oggi spaccata a metà da una grande crepa ma ricorda con la sua lapide la devozione dei viandanti e le cure dei benefattori.

La cappella della Madonna del Ponte

Poco lontano una cappella più moderna è dedicata alla Madonna del Ponte e porta sulla facciata una lapide dei devoti custodi.

Il percorso del Tratturo

Sul Tratturo, verso il Fortore

Lasciata la Madonna del Ponte, il tratturo scorre parallelo alla strada statale in direzione di una visibile casa cantoniera isolata. Prima di raggiungerla, il tratturo svolta a sinistra, costeggia un fosso e inizia sul fondo di un valloncello la salita verso i colli Liburni. Sul declivio si stendono campi coltivati, boschetti e case rurali. Il tratturo è in parte cementato e si restringe progressivamente, assediato dalla vegetazione e ingobbito dai movimenti franosi del pendio. La salita diventa ripida e faticosa, disturbata da piccole discariche, ma è comunque breve. In alto il percorso sembra interdetto da un muro di fitta vegetazione. Un esile passaggio conduce sull’altopiano, dove il tratturo riprende la sua ampiezza normale.

La Torre di Civitate

La torre di Civitate

Al termine della ripida salita del colle, vediamo stagliarsi sulla destra la Torre di Civitate. La raggiungiamo con un percorso a margine dei campi coltivati. La sua posizione elevata su uno spalto dei colli Liburni, a dominio della valle del fiume Fortore e del tratturo, racconta una storia interessante. Nella solitudine dell’altopiano questa torre diruta è l’ultima testimonianza della città fortificata medievale di Civitate, costruita nel Mille dai Bizantini e attiva fino alla fine del Trecento. Fu un periodo florido, che le consentì di divenire sede di contea e di diocesi. La torre fu incorporata nella cattedrale delle città, divenendone il campanile, mentre la parte inferiore divenne cripta funeraria, collegata alla necropoli esterna alle mura. In seguito la città fu abbandonata, e la popolazione si spostò verso il casale che si era formato presso il vicino monastero, l’attuale San Paolo di Civitate. Le terre abbandonate inghiottirono i resti urbani di Civitate e divennero praterie utilizzate per il pascolo delle greggi transumanti.

Gregge sul tratturo di Civitate

La Tiati dei Dauni e la Teanum Appulum romana

Il territorio dell’antica Daunia

Il tratturo che percorre l’altopiano di Civitate tocca i resti di Tiati, il villaggio fondato da una tribù italica dei Dauni e poi occupato dalle genti dei Sanniti. Sulla Tiati italiaca, dopo la guerra sociale, Roma insediò il municipiumdi Teanum Appulum. E’ però frustrante cercare sul terreno le vestigia e i monumenti di questi antichi centri. Molto più redditizio è visitare il Museo archeologico realizzato al centro di San Paolo di Civitate, nel chiostro del Monastero di Sant’Antonio da Padova.

Il Museo archeologico di San Paolo di Civitate

Tra gli archi del chiostro e nelle antiche celle dei monaci si sviluppano le sette sezioni del museo, godibili in molti punti: il territorio di Tiati-Teanum Appulum nella Daunia antica; l’indagine topografica e la fotointerpretazione aerea; il territorio in età preistorica e protostorica; la civiltà daunia; l’età della romanizzazione; il periodo del municipium; l’età medievale.

La Cappella tratturale di Belmonte

La cappella della Madonna di Belmonte

Proseguendo lungo il tratturo, a lato di questo e all’altezza del paese, sorge la cappella dedicata alla Madonna di Belmonte. Il culto dell’immagine mariana qui venerata collega due paesi del tratturo, il molisano Belmonte del Sannio e il pugliese San Paolo. Secondo la tradizione, i pastori che provenivano dall’Abruzzo e si dirigevano in Puglia per la Transumanza delle loro greggi, portavano un quadro della Madonna per garantirsi protezione nel periodo di permanenza pugliese. Venerata a Belmonte, questa Madonna è diventata compatrona di San Paolo di Civitate. Nella memoria dei pastori transumanti, la sua festa è oggi ancora occasione d’incontro e di scambio tra le due comunità, gemellate dal tratturo e dalla fede mariana. Dopo la cappella di Belmonte, il Tratturo Regio prosegue in direzione di San Severo.

Il nastro bianco del Tratturo Magno lascia il colle di Serracapriola, traversa la Valle del Fortore e sale verso il colle di Civitate

(Il tratturo è stato percorso il 13 aprile 2018)