Armenia. Un Caravanserraglio sulla Via della Seta

Siamo in Armenia, sui monti Vardenis. La strada sale faticosamente a tornanti verso i 2410 metri di quota del valico di Selim. Superata la fascia del bosco, traversiamo immense distese verdi di pascolo e steppa. Stiamo ripercorrendo la storica Via della Seta che collegava l’Oriente con l’Occidente. Siamo in particolare sulla strada Dvin-Partav, il ramo trans-caucasico che traversava l’istmo ponto-caspico e collegava l’attuale Iran alla regione del Mar Nero. Nel panorama che si allarga alle nostre spalle osserviamo il tracciato della Via della Seta nella lunga valle della regione Vayots Dzor.

Il percorso della Via della Seta nella valle del Vayots Dzor

Giunti a poca distanza dal valico, ecco un incontro veramente d’altri tempi. A lato della strada si staglia il caravanserraglio fatto costruire nel 1332 dal principe Cesar Orbelian.

Il caravanserraglio al passo di Selim

Il caravanserraglio era un luogo di sosta e di scambi commerciali per le carovane che trasportavano merci lungo la Via della Seta, un motel di servizio lungo le autostrade del Medioevo. Questo di Selim è uno dei caravanserragli meglio conservati in Armenia, un buon esempio di architettura laica. Ce ne resta il lungo edificio costruito in basalto che ospitava gli animali per il loro riposo notturno. La vicina sezione, destinata ad albergo dei viaggiatori, è andata in gran parte distrutta durante le invasioni del Quattro-Cinquecento.

La porta d’ingresso con lo stemma degli Orbelian

La facciata mostra in bassorilievo con un leone alato e un toro che costituiscono lo stemma del casato degli Orbelian. Vi è anche una scritta dedicatoria di Cesar Orbelian e dei suoi fratelli che riporta la data di costruzione (1332) e che cita il regno del khan Abu Said, il sovrano considerato l’ultimo khan colto dell’impero mongolo.

Le stalle per gli animali

All’interno c’è una lunga sala, preceduta da un’anticamera e da una cappella. La sala ha un corridoio centrale con volta ad arco, fiancheggiato da due “navate” laterali, separate da sette paia di piloni, con i giacigli per gli animali, le mangiatoie, l’abbeveratoio e le canalette di deflusso dei liquami. Le aperture nella volta garantivano il ricambio d’aria e la dispersione dei fumi.

La segnaletica turistica del caravanserraglio

(Visita effettuata il 2 luglio 2018)

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Georgia. Il Giudizio universale di Vardzia

Vardzia fu scavata nel millecento, su iniziativa del re georgiano del tempo, con l’idea di mimetizzare nella roccia un presidio di soldati a controllo della vicina frontiera. Quando la frontiera si allontanò e vennero meno le ragioni di sicurezza, la figlia del re, l’amatissima regina Tamar, ne allontanò i soldati e la trasformò in una ‘città sacra’, popolata da centinaia di monaci. Nell’epoca d’oro della Georgia Vardzia divenne così un bastione della spiritualità georgiana alla frontiera orientale del mondo cristiano. Il cuore della città dei monaci è la chiesa dell’Assunzione (o della Dormizione) di Maria.

La chiesa di Vardzia

L’interno della chiesa stupisce per la precisione e la regolarità dello scavo che riproduce il modello delle chiese costruite. Gli affreschi che rivestono le pareti interne e la facciata esterna raccontano la storia della salvezza. Il vestibolo esterno addossato alla facciata (esonartece) è una galleria aperta sulla valle. Notevole è il dipinto che riveste interamente la facciata esterna, comprese le sue propaggini laterali e la volta. Un grande Giudizio universale è stato ingegnosamente adattato a tutti gli spazi disponibili. Il tempo e l’esposizione ne hanno ridotto la leggibilità, ma l’impianto generale resta evidente e mostra le sue radici bizantine.

Il signum crucis compare in cielo

Sulla volta sono descritte le scene celesti. La croce, segno di salvezza per l’umanità, compare in cielo, trasportata dagli angeli in volo.

Gli angeli arrotolano il firmamento

Il tempo è concluso e gli angeli riavvolgono il firmamento stellato.

Il tribunale celeste degli apostoli

Il tribunale celeste degli apostoli e i cori degli angeli affiancano il giudice che presiede il giudizio universale.

L’etimasia e la psicostasia

L’etimasia, ovvero la scena del trono vuoto e degli intercessori, costituisce la ‘figura’ del giudice. Sotto il trono c’è la bilancia a doppio piatto che pesa le opere buone e quelle cattive compiute dagli uomini. Attorno alla pesatura si scatena il contrasto tra gli angeli e i diavoli per il possesso delle anime.

Gli angeli trombettieri

Gli angeli trombettieri risvegliano i morti e li chiamano al giudizio.

I risorti davanti al giudice

Al giudizio finale sono anche chiamati tutti i popoli della terra e i diversi gruppi di fedeli, individuati dalle rispettive insegne. I risorti attendono il verdetto del giudice in merito alla loro salvezza o dannazione.

Le belve e i mostri marini restituiscono i corpi divorati

Insieme con i risorti che erano stati inumati nella terra, tornano in vita i morti di terra e di mare. I predatori terrestri e i mostri marini restituiscono alla vita i poveri resti umani che avevano divorato.

I dannati avvolti nelle spire dei serpenti

Il destino dei dannati si compie. Essi vengono reclusi all’inferno dove diventano preda di viscidi serpenti.

Il corteo dei beati

Sull’altro versante, i beati s’incolonnano in corteo verso i luoghi del refrigerio e della gloria.

Il Paradiso

Il paradiso terrestre, vigilato dal cherubino armato di spada, riapre i suoi battenti al popolo dei beati. All’ombra dell’albero della vita il patriarca Abramo accoglie nel suo grembo Lazzaro e i beati.

Georgia. Il Giudizio universale nella cattedrale di Svetitskhoveli

Il grande affresco del Giudizio universale che si trova all’interno della cattedrale di Svetitskhoveli, sulla parete di destra, segue il modello bizantino di rappresentazione della seconda venuta del Signore sulla terra per giudicare l’umanità.

Il Giudizio universale di Svetitskhoveli

Il cuore del dipinto è il grande cerchio che racchiude l’immagine del giudice. Gesù siede sul trono e giudica l’umanità risorta accogliendo i beati col gesto benedicente della mano destra e respingendo i dannati col gesto della mano sinistra. Il cartiglio che regge in mano riporta un versetto del Deuteronomio: “Ora vedete che io, io lo sono e nessun altro è dio accanto a me. Sono io che do la morte e faccio vivere; io percuoto e io guarisco” (32,39). Egli è attorniato dai serafini, gli angeli che hanno sei ali e sono contraddistinti dal color rosso fuoco per la loro prossimità a Dio. Segue il Tetramorfo, con i simboli dei quattro evangelisti: l’aquila di Giovanni, l’angelo di Matteo, il bue di Luca e il leone di Marco.

Il giudice, gli evangelisti, gli angeli e il firmamento

Il primo cerchio riporta le parole del salmo 148: “Lodate il Signore dai cieli, lodatelo nell’alto dei cieli. Lodatelo, voi tutti, suoi angeli, lodatelo, voi tutte, sue schiere. Lodatelo, sole e luna, lodatelo, voi tutte, fulgide stelle”. Il secondo cerchio raffigura le schiere degli angeli che lodano il Signore. Vi compaiono gli angeli dei diversi cori, con il bastone in mano, il baculus viatorius dei messaggeri celesti. Essi sono identificabili dai loro attributi: in alto è l’arcangelo Michele con il globo crucigero; in basso sono i Troni, che hanno la forma di ruote, secondo la visione di Ezechiele. Il cerchio successivo descrive il firmamento, con il sole in alto, la luna in basso, le stelle dorate e i simboli delle costellazioni celesti dello zodiaco (l’ariete, il toro, i gemelli, il cancro, il leone, la vergine, la bilancia, lo scorpione, il sagittario, il capricorno, l’acquario e i pesci). Il bordo esterno indica che il cielo viene arrotolato per significare la fine del tempo e l’inizio dell’eternità.

La sezione del dipinto collocata in alto a sinistra descrive la risurrezione dei morti ispirata al passo dell’Apocalisse: “il mare restituì i morti che esso custodiva, la Morte e gli inferi resero i morti da loro custoditi” (20,13). Vediamo così nel registro più alto la risurrezione dei morti sulla terra e nel registro sottostante la risurrezione dei morti in mare. Queste scene mostrano una straordinaria capacità di rappresentazione immaginaria dei due regni e costituiscono un’antologia di zoologia reale e di teratologia fantastica.

Il mare restituisce i suoi morti

L’elegante felino bianco sui flutti è l’apocalittica bestia che viene dal mare, che “aveva sette teste, era simile a una pantera, con le zampe come quelle di un orso e la bocca come quella del leone” (13,2). Vediamo ai quattro angoli del mondo marino i quattro venti apocalittici (7,1) che soffiano furiosamente e creano le tempeste. I velieri colati a picco durante gli uragani marini ritornano a galla e restituiscono i corpi degli annegati. Tra le onde marine spiccano i grandi cetacei, gli squali, le piovre, i leoni e i serpenti marini che rigettano i poveri resti umani da loro ingoiati.

I predatori terrestri restituiscono i corpi divorati

Sulla terra si muove il possente dragone apocalittico dalle sette teste (12,3). Tutto il paesaggio terrestre è un mondo infido, popolato di feroci felini, draghi, serpenti, basilischi e chimere che nell’ultimo giorno rilasciano gli uomini divorati, restituiti alla vita.

Il giudizio dei popoli

La sezione di destra dell’affresco presenta purtroppo una larga lesione. Il gruppo sottostante è il corteo dei popoli che attendono di essere giudicati. Il senso di queste presenze va ricercato nell’universalità del giudizio, al quale saranno chiamate tutte le genti. La fonte è il vangelo di Matteo (24,30): “Allora comparirà in cielo il segno del Figlio dell’uomo e allora si batteranno il petto tutte le tribù della terra, e vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi del cielo con grande potenza e gloria”.

I beati

Il registro inferiore descrive i diversi gruppi dei beati. Il corteo è aperto dai monaci che reggono il modello della chiesa. Seguono i santi guerrieri, gli alti dignitari, le donne sante.

Georgia. La città rupestre di Uplistsikhe

Furono le orde dei Mongoli di Gengis Khan a devastare e colpire a morte Uplistsikhe. Da allora la più antica città rupestre della Georgia fu abbandonata alla desolazione. Sette secoli dopo, nel 1920, un devastante terremoto provocò il crollo della parete rocciosa e l’ulteriore rovina di molte sue cavità. La rinascita della waste land iniziò negli anni Cinquanta del Novecento, grazie a successive campagne di scavo e restauro realizzate da missioni archeologiche e architettoniche. Oggi il sito è liberato dai detriti. I restauri di altre cavità sono in corso. Le strutture pericolanti sono state rinforzate. I percorsi di visita sono stati attrezzati. Lo studio, la tutela e la conservazione sono stati promossi con la creazione di una riserva (Uplistsikhe historical-architectural museum-reserve). E Uplistsikhe si è trasformata in una delle migliori attrazioni turistiche della Georgia, grazie anche alla sua vicinanza con la capitale Tbilisi.

L’ingresso alla città rupestre dal fiume Mtkvari

Le origini della città rupestre sono antichissime. Mille anni prima di Cristo le comunità che vivevano lungo le rive del fiume, preoccupate dai possibili rischi d’invasione, pensarono di scavare le rocce sovrastanti e di ricavarne rifugi meglio difendibili. Col passare dei secoli l’attività di scavo proseguì e con essa la creazione di un’autentica fortezza rupestre, presidiata da soldati. In epoca ellenistica Uplistitsikhe – “la città del signore” – era già caratterizzata come importante centro religioso meta di pellegrinaggi e come città commerciale e militare del regno di Iberia (che con la Colchide, costituiva l’odierna Georgia).

La zona centrale diUplistsikhe

Era una città vera, con tutte le caratteristiche urbane del tempo: l’acropoli, la cinta muraria e il fossato difensivo, diverse porte d’accesso, un sistema idrico per il rifornimento di acqua potabile e la gestione dell’acqua piovana, un’urbanistica pianificata. L’architettura “per sottrazione” tendeva a riprodurre nello scavo le caratteristiche degli edifici residenziali costruiti (pareti, volte, decorazioni). Erano anche ricavate nella roccia tutte le strutture per la lavorazione dei prodotti agricoli, per la conservazione delle derrate e per le diverse attività artigianali.

La piazza centrale e la chiesa costruita sui resti del tempio pagano

L’arrivo del Cristianesimo comportò alcuni cambiamenti. I templi pagani furono sostituiti da chiese cristiane e il carattere di fortezza militare fu temperato dalla presenza di comunità di monaci che s’insediarono nelle grotte.

La Strada Santa, percorsa dai pellegrini e dai mercanti

Uplistsikhe era attraversata dalla via commerciale Trans-Caucasica, una diramazione dell’antica Via della Seta, che collegava l’Asia centrale alla regione del Mar Nero. I reperti archeologici trovati nell’area confermano i legami tra il mondo greco-romano, l’Iran (il regno dei Parti e i Sassanidi) e l’Armenia.

La via d’accesso dal fiume e la porta principale tra le mura

La via d’accesso alla città proveniva dalle rive del fiume e risaliva la fascia di rocce. In alto si apriva tra le mura fortificate la principale porta di accesso all’abitato rupestre.

Il quartiere Makvliani e il tempio

Sulla destra della via principale si sviluppava il quartiere di Makvliani, scavato intorno a due templi, cui si accedeva salendo due gradinate. I templi erano preceduti da un’area porticata.

Il tempio triangolare con la volta a cassoni

Una delle strutture più ammirate è il Tempio la cui facciata si chiude in alto con un frontone triangolare. L’ingresso ad arco semicircolare è voltato con una decorazione a cassoni a forma di ottaedro e introduce a un portico.

La sala della regina

Altra celebre cavità è la cosiddetta Sala della Regina Tamara situata sulla piazza che chiude in alto la strada principale. Se ne apprezzano la grande dimensione, la perfezione tecnica dello scavo, l’eleganza dell’architettura e la qualità di lavorazione della roccia. Il soffitto è realizzato a spioventi imitando il tetto di legno sostenuto da una trave centrale. Sui fianchi sono scavate le nicchie, collegate da passaggi, dove sedevano i dignitari del tempo nell’esercizio delle loro funzioni.

Il tempio a tre navate

E’ ancora riconoscibile un tempio a tre navate, la cui volta è crollata. Sul pavimento sono evidenti le basi delle colonne che delimitavano le navate. L’abside di destra conserva un’ara e i canali di deflusso, probabilmente destinata a sacrifici rituali.

La chiesa di Uplistsuli

Una chiesa cristiana fu eretta nel decimo secolo sulle rovine di un precedente tempio pagano. Si tratta dell’unico edificio costruito e non scavato nella roccia. La basilica è a navata unica con ambulacri su tre lati, costruita in pietra e mattoni. Nei secoli successivi è stata rimaneggiata più volte. La chiesa è dedicata a Uphlistsuli, che in georgiano significa “figlio del Signore”.

La mappa della città rupestre

(Ho visitato Vardzia il 5 luglio 2018)

Visitate il sito camminarenellastoria.it e la sezione dedicata all’architettura rupestre

Chiese di Georgia

Secondo la tradizione il Vangelo di Gesù fu predicato in Georgia direttamente da alcuni dei suoi apostoli e in particolare dall’apostolo Andrea. E il cristianesimo fu dunque molto precoce tanto da diventare religione nazionale già intorno al 327, grazie alla predicazione di Santa Nino e alla conversione del re Mirian e della regina Nana. L’antica capitale Mtsketa divenne nel tempo il cuore spirituale del cristianesimo georgiano e il centro della chiesa apostolica autocefala ortodossa georgiana che ne costituisce l’eredità più consistente.

 

La cattedrale di Svetitskhoveli a Mtskheta

La cattedrale di Svetitskhoveli

La cattedrale di Svetitskhoveli, al centro di Mtskheta, è la sede del Catholicos, il patriarca della Georgia. Una cinta di mura fortificate la protegge, ieri da possibili invasioni, oggi dall’invadenza assillante del mercatino di souvenir turistici. All’interno delle mura sono ricavate le residenze dei monaci ortodossi. Le facciate della chiesa sono un’esposizione di motivi simbolici scolpiti nella pietra tra i quali spiccano un pavone, i grappoli d’uva, una deesis e la firma dell’architetto Arsukidze (una mano che regge una squadra).

La riproduzione del Santo Sepolcro

L’interno è ricco di motivi architettonici e di affreschi: tra i primi si segnalano il battistero e la riproduzione del Santo Sepolcro; tra i secondi un grande Giudizio universale.

 

La chiesa di Jvari

La chiesa di Jvari

Mtsketa si sviluppa ai piedi di un colle che domina sulla confluenza del fiume Aragvi nello Mtkvari. Sulla cima del colle, in magnifica posizione panoramica, sorge la chiesa di Jvari, cara al sentimento religioso georgiano. Essa sarebbe stata costruita nel luogo in cui il re Mirian fece erigere una sacra croce lignea, dopo essere stato convertito al cristianesimo da Santa Nino. La riproduzione della croce spicca al centro della chiesa. L’architettura è una perfetta esemplificazione dello stile georgiano “tetraconco”, per la sua simmetria e per l’armonia tra l’altezza della cupola e la pianta a croce con quattro bracci absidati.

L’icona di San Giorgio che schiaccia l’imperatore Diocleziano

Tra le icone simboliche della fede georgiana incuriosisce quella di San Giorgio che schiaccia il drago, che ha qui le fattezze dell’imperatore Diocleziano, persecutore dei cristiani.

 

La chiesa di Metekhi

La chiesa di Metekhi

La chiesa di Metekhi sorge in un luogo molto appariscente di Tbilisi, la capitale della Georgia. Domina il panorama urbano dall’alto di una rupe sul fiume che traversa la città. Fu costruita alla fine del Duecento e più volte rimaneggiata. Trasformata in teatro durante la dominazione sovietica, è ritornata a essere un luogo di culto urbano frequentatissimo dai fedeli.

 

La basilica di Anchiskhati

L’ingresso della basilica di Anchiskhati

La chiesa più antica di Tbilisi si trova nella città vecchia. Il suo nome deriva dall’icona della cattedrale di Anchi, qui trasferita nel Seicento e oggi custodita in un museo della città. Gli affreschi che decorano l’interno sono ormai molto sbiaditi e quasi illeggibili.

 

La cattedrale di Sioni

La cattedrale di Sioni

La cattedrale di Sioni lega la sua fama tra i fedeli cristiani alla custodia della croce di Santa Nino, fondatrice del cristianesimo georgiano. Secondo la leggenda la croce sarebbe stata realizzata dalla santa intrecciando i suoi capelli a rami di vite.

 

La cattedrale della Santa Trinità

La cattedrale della Santa Trinità

La costruzione è veramente imponente ed è caratterizzata dalla monumentalità e dallo sfarzo architettonico. Simbolo della rinascita della chiesa ortodossa georgiana e inaugurata nel 2004, ha una struttura a cinque navate e un profilo slanciato verso l’alto. Le fanno corona altre dodici chiese più piccole. L’essere stata costruita durante la gravissima crisi economica e sociale della Georgia, successiva alla fuoriuscita dall’Unione Sovietica, ha provocato risentimenti e qualche polemica.

La croce di Santa Nino in Cattedrale

(Visita effettuata nel mese di luglio 2018)

Georgia. Il Castello di Rabati

Il castello di Rabati domina la città moderna di Akhaltsikhe, nel sud-ovest della Georgia. In realtà, più che di una semplice fortezza o di un presidio militare, si tratta di una vasta cittadella, suddivisa in quartieri e circondata da mura.

Il Castello di Rabati

Era luogo di mercato e di scambi sulle vie carovaniere. Siamo del resto in una regione di frontiera, dove s’incontravano mercanti, regni e popoli e non mancavano invasioni ostili e scorrerie. La città è un crogiolo di etnie diverse che oggi convivono in pace e che esprimono le diverse fedi che le animano.

La zona commerciale del castello

Vi sono chiese dell’ortodossia georgiana, degli apostolici armeni, insieme con una sinagoga e una moschea. Ad Akhaltsikhe, nella vasta diocesi del Caucaso dei Latini, è insediata anche una piccola presenza cattolica, di testimonianza: un gruppo di monache benedettine italiane ha riaperto una chiesa-santuario sul colle e un nucleo di religiosi cappuccini anima una parrocchia in città.

Il santuario della Madonna del Rosario e il monastero delle Benedettine di Akhaltsikhe

Il castello di Rabati risale al Duecento e ha visto alternarsi le famiglie feudali locali, la conquista ottomana iniziata nel 1576 e l’occupazione russa durata fino al Novecento e alla dissoluzione dell’Unione Sovietica.

La scuola coranica

Dopo un accurato restauro il castello è oggi aperto al pubblico ed è diventato un buon attrattore turistico. Raccontano le cronache mondane che la sua riapertura è stata festeggiata con uno speciale concerto del  cantante francese Charles Aznavour, di origini armene, il cui padre era nato a Akhaltsikhe.

La moschea

All’interno del complesso del castello sono situati il museo storico della regione, una chiesa, una moschea, un minareto e una sinagoga. Interessante l’edificio che ospitava la madrasa, la scuola coranica, con le residenze degli studenti a piano terra e le aule d’insegnamento al piano superiore. La sezione amministrativa occupa la parte alta della cittadella. In basso sono l’albero, il ristorante e sala teatrale.

La mappa del Castello

(Ho visitato il castello di Rabati il 6 luglio 2018)

Georgia. La città rupestre di Vardzia

Siamo nel sud della Georgia, ormai prossimi al confine con l’Armenia. Il bus risale la tortuosa valle del fiume Mtkvari, scavata tra le montagne del Caucaso. Siamo diretti a Vardzia, la celebre città rupestre. Ma tutta la valle è un continuumdi siti storici e archeologici che ne fanno un autentico Museo diffuso (Vardzia historical-architectural museum-reserve). Abbiamo lasciato la città di Achaltsikhe dominata dall’immensa Fortezza di Rabati, perfettamente restaurata.

La fortezza di Kertvisi nell’alta valle del Krtvisi

Un importante bivio stradale è presidiato dalla Fortezza di Kertvisi, alta su uno sperone roccioso dominante la confluenza di due fiumi. Più avanti le mura fortificate che scendono dai ruderi del castello di Tmogvi stringono la profonda gola sottostante in una linea di difesa che sembrerebbe inespugnabile. Ci vuol poco a capire che in questa valle si sono affrontati eserciti e sono transitati predoni, carovane di mercanti e truppe di conquista di tutti i tipi, dai mongoli agli arabi. Un caravanserraglio a lato della strada ricorda tristemente che qui venivano concentrati i georgiani catturati nei villaggi per essere venduti come schiavi ai mercanti turchi. Osserviamo i muretti dei campi terrazzati coltivati a vite, piccoli insediamenti rupestri, antiche chiese isolate, villaggi dispersi.

La parete rocciosa con la città rupestre di Vardzia

Vardzia si annuncia al di là del fiume con la sua parete rocciosa verticale traforata da mille occhi neri come un merletto rupestre tessuto da mani inesperte. Il manto roccioso che copriva questo alveare di grotte si è in gran parte staccato a seguito di un rovinoso terremoto: i massi erratici caduti ai piedi della parete ne sono la testimonianza. Ma è così venuto alla luce l’intero abitato rupestre, distribuito su tredici livelli sovrapposti, collegati da scale intagliate nella roccia.

L’immagine ravvicinata della città rupestre di Vardzia

Percorrendone i cunicoli, le cenge e i raccordi si scoprono oltre quattrocento stanze abitabili, tredici chiese e venticinque tra cantine e depositi. Vardzia fu scavata nel millecento, su iniziativa del re georgiano del tempo, per farne una fortezza rupestre mimetizzata nella roccia, abitata da un presidio di soldati a  controllo della vicina frontiera. Quando la frontiera si allontanò e vennero meno le ragioni di sicurezza, la figlia del re, l’amatissima regina Tamar, allontanò i soldati e la trasformò in una ‘città sacra’, popolata da centinaia di monaci. Nell’epoca d’oro della Georgia Vardzia divenne così un bastione della spiritualità georgiana alla frontiera orientale del mondo cristiano.

Il vestibolo della chiesa dell’Assunzione

Il cuore della città dei monaci è la chiesa dell’Assunzione di Maria. Anticipata da un vestibolo esterno, ha un interno che stupisce per la precisione e la regolarità dello scavo e che riproduce il modello delle chiese costruite. Gli affreschi che rivestono le pareti interne e la facciata esterna raccontano la storia della salvezza.

La torre campanaria

Nelle vicinanze della chiesa è stata innalzata una torre campanaria che è diventata un punto di sosta assai frequentato. Da essa si gode infatti un ampio panorama sulla valle e sulla fascia rocciosa scavata.

La cengia con le celle abitate dai monaci ortodossi

Vardzia è ancora una città monastica. Dopo la conquista dell’autonomia dall’Unione Sovietica, un nucleo di monaci ortodossi è tornato a insediarsi nelle celle del monastero e ad animare la vita religiosa del luogo. L’area monastica è interdetta ai turisti per tutelare la riservatezza dei monaci.

Un’abitazione rupestre

Gli appartamenti di questo singolare condominio rupestre mostrano talvolta una raffinata tecnica di scavo e un’eleganza delle finiture. L’area ‘notte’ è separata dall’area ‘giorno’. Le volte sono a botte e nelle pareti sono scavate dispense e armadi. Nel pavimento è inciso il focolare per la cottura degli alimenti.

Un deposito alimentare

La conservazione degli alimenti e del vino è garantita da orci interrati o da cavità rivestite di materiale isolante.

Una cisterna per la raccolta e la distribuzione dell’acqua

Particolare cura è dedicata alla gestione dell’acqua. All’alimentazione idrica provvede un acquedotto ipogeo di tre km che rifornisce le cisterne interne. Un ingegnoso sistema idrico di tubature provvede alla distribuzione capillare dell’acqua negli appartamenti abitati. L’acqua del fiume garantisce comunque una riserva idrica inesauribile. Lo smaltimento delle acque sporche e dei rifiuti è garantito dall’inclinazione dei pavimenti e da un sistema di gronde esterne scalpellate.

Il condominio rupestre

In caso di pericolo un vertiginoso cunicolo nascosto garantisce una rapida via di fuga verso il fiume. I turisti lo affrontano oggi alla fine dell’escursione e ne discendono gli impressionanti gradini e gli antri bui prima di riemergere alla luce del sole.

Le cenge e le terrazze di Vardzia

(Ho visitato Vardzia il 6 luglio 2018)

Visitate il sito camminarenellastoria.it e la sezione dedicata all’architettura rupestre