Gli affreschi nell’Oratorio di Santa Monica a Fermo

L’Oratorio di Santa Monica si trova in piazza Valentini, al margine della città di Fermo, nelle Marche. All’esterno si presenta  in modo anonimo, con una semplice facciata a capanna, coronata da una sequenza di archetti, umiliato spesso dal parcheggio selvaggio delle auto. Ma il suo interno è uno scrigno prezioso che conserva un ciclo di affreschi tardogotici quattrocenteschi, sovrastato sulla volta dalle immagini degli evangelisti, dei dottori della Chiesa, delle virtù teologali e delle cardinali. Sulle pareti sono narrate le storie della vita di San Giovanni Battista, il precursore di Gesù, e di San Giovanni evangelista, l’apostolo.

La nascita di Giovanni Battista

La nascita di Giovanni

La prima scena, domestica, narra la nascita di Giovanni Battista. La madre Elisabetta, vestita di rosa, avvolge il figlioletto nelle fasce e gli pulisce il viso. In una caldaia poggiata su uno sgabello è pronta l’acqua calda per il primo bagnetto del neonato. Un’ancella, genuflessa, dispiega il panno per asciugare il bimbo. La vicenda del Battista e dei suoi anziani genitori, Elisabetta e l’incredulo Zaccaria, è narrata nel primo capitolo del Vangelo di Luca, dove si racconta che per Elisabetta si compì il tempo del parto e diede alla luce un figlio. I vicini e i parenti udirono che il Signore aveva manifestato in lei la sua grande misericordia, e si rallegravano con lei. Otto giorni dopo vennero per circoncidere il bambino e volevano chiamarlo con il nome di suo padre, Zaccaria. Ma sua madre intervenne: “No, si chiamerà Giovanni”.

Giovanni battezza Gesù nel fiume Giordano

Giovanni battezza Gesù

In un paesaggio roccioso, nella pozza d’acqua ai piedi di una cascata del fiume Giordano, Giovanni battezza Gesù versandogli una brocca d’acqua sul capo. Una colomba scende dal cielo e due angeli premurosi hanno pronto un ampio asciugatoio. L’episodio del Battista (Battista = colui che battezza) è riportato nei tre vangeli sinottici: Gesù dalla Galilea venne al Giordano da Giovanni, per farsi battezzare da lui. Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: “Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?”. Ma Gesù gli rispose: “Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia”. Allora egli lo lasciò fare. Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono per lui i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui. Ed ecco una voce dal cielo che diceva: “Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento” (Mt 3, 13-17).

Erode imprigiona Giovanni

Giovanni in carcere

La scena di Giovanni Battista che predica dall’inferriata che chiude la finestra della prigione trova la sua fonte nei capitoli 3 e 13 del Vangelo di Matteo. Matteo scrive che Erode aveva arrestato Giovanni e lo aveva fatto incatenare e gettare in prigione a causa di Erodìade, moglie di suo fratello Filippo. Giovanni infatti gli diceva: “Non ti è lecito tenerla con te!”. Erode, benché volesse farlo morire, ebbe paura della folla perché lo considerava un profeta. Racconta inoltre che da Gerusalemme, tutta la Giudea e tutta la zona lungo il Giordano accorrevano a lui e si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati. Vedendo molti farisei e sadducei venire al suo battesimo, disse loro: “Razza di vipere! Chi vi ha fatto credere di poter sfuggire all’ira imminente? Fate dunque un frutto degno della conversione, e non crediate di poter dire dentro di voi: “Abbiamo Abramo per padre!”. Perché io vi dico che da queste pietre Dio può suscitare figli ad Abramo.

Il banchetto di Erode

Il banchetto di Erode e la decapitazione del Battista

Ambientata in una corte principesca quattrocentesca, tra commensali che indossano mantelli e turbanti, si consuma la tragedia di Giovanni Battista. Quando fu il compleanno di Erode, la figlia di Erodìade danzò in pubblico e piacque tanto a Erode che egli le promise con giuramento di darle quello che avesse chiesto. Ella, istigata da sua madre, disse: “Dammi qui, su un vassoio, la testa di Giovanni il Battista”. Il re si rattristò, ma a motivo del giuramento e dei commensali ordinò che le venisse data e mandò a decapitare Giovanni nella prigione. La sua testa venne portata su un vassoio, fu data alla fanciulla e lei la portò a sua madre (Mt. 14, 3-11).

San Giovanni nell’isola di Patmos

San Giovanni a Patmos

Negli affreschi di Santa Monica la storia di Giovanni Battista s’intreccia con quella dell’altro Giovanni, l’Evangelista, autore del quarto vangelo e dell’Apocalisse. Vediamo l’apostolo sedere solitario sull’isola di Patmos. Intorno è il mare, solcato dalle navi. Di fronte è un golfo roccioso e la città di Efeso, raffigurata come una città medievale, cinta da mura merlate e turrite. Sotto l’ispirazione di un angelo, Giovanni scrive con penna e calamaio l’incipit del suo Vangelo: “In principio era il Verbo”.

 

(Visita effettuata il 1° aprile 2018)

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I Tratturi di Serracapriola

Serracapriola, comune pugliese al confine con il Molise, si allunga in aperta posizione elevata sulla cresta di un colle che separa la valle del torrente Saccione (a ovest) dalla valle del fiume Fortore (a est). Il paese è attraversato per tutta la sua lunghezza dalla ex strada statale 16 e ha un disegno urbanistico molto regolare. Sul nucleo più antico dell’abitato si erge un massiccio Castello medievale, con l’originaria torre ottogonale duecentesca e le quattro torri cilindriche lungo il corpo aggiunto con l’ampliamento aragonese quattrocentesco.

Il Castello di Serracapriola

Intorno al Castello gira una strada panoramica che diventa un autentico balcone affacciato su un’alta parete rocciosa. Percorrendo il Giro esterno si ricostruisce la mappa dei Tratturi che confluivano a Serracapriola. Il paese era sede di una Ricevitoria della Regia Dogana della Mena delle Pecore.

Il Tratturo Magno

Da nord proveniva il Regio Tratturo L’Aquila-Foggia. Guadato il fiume Biferno, questo tratturo passava a nord di San Martino in Pensilis e scendeva sulle rive del torrente Saccione, linea di confine tra il Molise e la Puglia, e luogo del più grande “riposo”, l’area erbosa destinata alla sosta delle greggi transumanti.

Il ponte sul torrente Saccione

Varcato il Saccione ed entrato in Puglia, il Tratturo Magno scendeva in verticale sui colli di Montesecco e raggiungeva Serracapriola al passo di San Giacomo. Il percorso del tratturo, compreso nelle terre dei comuni di Chieuti e Serracapriola, coincide oggi con la strada provinciale n. 45 “Montesecco”, diramazione della statale 16. I pochi ruderi della chiesa di San Giacomo, che fu anche ospizio dei pellegrini che scendevano verso i santuari pugliesi, sono ancora visibili presso il grande incrocio stradale a valle del paese.

Il nastro bianco del Tratturo Magno lascia il colle di Serracapriola, traversa la Valle del Fortore e sale verso il colle di Civitate

Di qui il Tratturo proseguiva placidamente con un lungo rettifilo (sostanzialmente coincidente con la ex statale 16) fino al guado del fiume Fortore, dov’era la Taverna di Civitate e la chiesa della Madonna del Carmine, prima d’inerpicarsi sul colle di San Paolo di Civitate.

Il Tratturo Centurelle-Montesecco

Il percorso del tratturo sul colle di Montesecco. Sullo sfondo è la valle del Saccione e il profilo di San Martino in Pensilis

Sul “riposo” del Saccione, ai piedi del Montesecco, confluiva nel Tratturo Magno un secondo tratturo che si era distaccato dal primo molto più a nord, nella piana aquilana di Navelli, al bivio della chiesa della Madonna di Cintorelli. Il Tratturo Centurelle-Montesecco scendeva parallelo al Tratturo Magno, ma invece di seguire la linea di costa del mar Adriatico, s’inoltrava lungamente tra i colli alla base del massiccio della Maiella. Esaurito il compito di raccogliere e smistare le greggi della Maiella, si riavvicinava al suo tratturo-madre, varcava il Biferno, costeggiava a sud San Martino in Pensilis e confluiva sotto il Montesecco.

Il Tratturello Ururi-Serracapriola

Mappa dei tratturi

Sull’incrocio di San Giacomo, ai piedi di Serracapriola, giunge anche un tratturello proveniente dal paese molisano di Ururi. Era questo un braccio di collegamento con i tratturi più occidentali come il Biferno-Sant’Andrea e il Celano-Foggia e consentiva alle greggi di raggiungere le locazioni, le masserie e le poste più prossime al mare. Il tratturello è ancora visibile sul terreno e scorre in parte parallelo e in parte coincidente con l’attuale strada provinciale che collega i due paesi.

Il portale d’ingresso al Castello di Serracapriola

(Ho visitato Serracapriola e i suoi dintorni il 13 aprile 2018)

Il tratturo di San Pietro Avellana

Il Regio Tratturo Celano-Foggia, dopo aver raccolto gli armenti della conca del Fucino e della conca peligna, saliva verso gli altipiani maggiori, traversava il Piano delle Cinque Miglia e il Prato di Roccaraso e, all’altezza di Pietransieri, scendeva nella valle del fiume Sangro. La nostra passeggiata lo intercetta alla Taverna del Sangro, storico luogo di sosta degli armenti, e lo segue nella salita del bosco che conduce a San Pietro Avellana.

La segnaletica del tratturo

Siamo sul confine tra l’Abruzzo e il Molise, a metà strada fra Castel di Sangro e Ateleta. Il punto di partenza si trova al km 8 della strada provinciale molisana “Masserie di Cristo” che in Abruzzo muta denominazione e diventa la provinciale 121 “Sangritana 2”. Nei pressi è il Casale Principessa delle Fate. Nello spazio di pochi metri convivono qui il tratturo, la strada provinciale, la superstrada di fondovalle, il fiume Sangro e la linea ferroviaria Sangritana.

La carta dell’Italia centrale con i principali insediamenti antichi e i tratturi

 

La Taverna del Sangro

La Taverna del Sangro

La passeggiata può iniziare con la visita alla Taverna (quota 760), che si raggiunge scendendo sulla strada bianca del tratturo e traversando il ponte sul fiume Sangro, accanto al viadotto “Taverna” della Fondovalle. L’edificio che si era ridotto a rudere è stato recentemente ben restaurato, ma è ancora in attesa di destinazione e la rigogliosa vegetazione ha ripreso ormai ad assediarlo. La taverna è una presenza caratteristica sul tratturo. Costruita accanto al guado del fiume e all’incrocio di strade, la locanda era luogo di ristoro per viaggiatori e animali e, anche, luogo di scambio per le merci. L’edificio potrebbe avere origini seicentesche e compare nella cartografia delle successive reintegre del tratturo. Non è improbabile che fosse già stazione di posta in epoca antica per chi transitava nella valle del Sangro. Le tombe di epoca romana scoperte nelle vicinanze, la presenza nella tavola peutingeriana e i documenti dell’Archivio borbonico sui contratti di fitto confermano una persistenza di lungo periodo.

La stazione ferroviaria della Taverna

D’interesse “archeologico” è anche la piccola stazione “Taverna” sulla linea ferroviaria Sangritana, distante pochi passi. Oggi dismessa, la ferrovia fu costruita nel 1915 per collegare Castel di Sangro ai paesi adriatici.

 

Il Tratturo

Il tratturo a San Pietro Avellana

Tornati al di là del Sangro, s’imbocca il tratturo, vigilato in alto dal rudere della Masseria di San Nicola. Il percorso in salita non è segnato ma è largo ed evidente; qualche segnale di legno “a bandiera” presente sul tragitto rassicura comunque il camminatore. Il fondo è piuttosto accidentato, segnato dal passaggio dei trattori, fangoso nei tratti in piano e con qualche breve tratto lastricato in pietra. Superata la zona di erosioni si tocca un’area di stoccaggio dei tagli di legno in prossimità dell’elettrodotto. Più in alto si traversa la traccia, ormai riassorbita, del grande metanodotto della Snam.

La foresta demaniale

Ai lati del tratturo si stendono le cerrete e le faggete di Scodanibbio e San Nicola che, insieme con i boschi di San Martino, Cantalupo e monte Capraro, formano uno dei sottosistemi delle foreste demaniali regionali molisane.

La Valle del Sangro

Alzandosi progressivamente di quota lo sguardo si allunga sulla media valle del Sangro. Al di là del fiume si osserva il percorso del tratturo che risale verso Pietransieri e il monte Tocco. Seguono i monti frentani che sovrastano Gamberale e Pizzoferrato e le caratteristiche guglie dei monti Pizzi. Sulla destra idrografica si alzano i monti molisani, con il Capraro, il monte Campo di Capracotta e il monte Miglio.

Una croce tratturale

Siamo ormai prossimi a San Pietro Avellana, annunciato dal cimitero e da una croce tratturale a quota mille.

 

San Pietro Avellana

Il percorso urbano del tratturo

Entriamo in paese lungo la Via Tratturo che percorre la parte alta dell’abitato. Sulla destra si stacca una sterrata che sale nella pineta e tocca lo sperone roccioso della Roccia dei Rapaci; la cresta accidentata si prolunga fino al Nido del Corvo, punto panoramico di prim’ordine, molto apprezzato dai canadesi che durante l’ultima guerra ne fecero un osservatorio sulla Linea Gustav.

Pannello del Museo Civico

Da Via Tratturo pochi passi in discesa ci portano al centro del paese. Il Museo civico occupa alcuni edifici ristrutturati e circondati da un’area pedonale di stradine e piazzette. Molto interessante è la sezione archeologica che espone i ritrovamenti sanniti e romani della zona e della necropoli di Piana Fusaro. Vi è anche una sezione dedicata all’agricoltura e all’artigianato dove sono esposti gli attrezzi utilizzati nella lavorazione dei campi e gli utensili degli antichi mestieri come il falegname, il calzolaio e il ramaio. Originale è la sezione dedicata al costume d’epoca con abiti che vanno dal Seicento al secolo scorso. Una risorsa gastronomica del paese è il tartufo proveniente dalle cerrete della zona, celebrato nell’annuale Sagra del Tartufo e proposto da trattorie, botteghe e bar in diversi gustosi preparati.

La fontana delle Quattro Stagioni

La piazzetta al centro del paese, panoramica e ventosa, ospita il monumento ai caduti e una bella fontana con la scultura delle Quattro Stagioni. Il tratturo, sempre visibilissimo, lascia il paese e prosegue in direzione dello scalo ferroviario, della Caserma della Forestale e della riserva naturale di Montedimezzo. Altre passeggiate sono possibili verso Sant’Amico e il monte Miglio.

Il percorso di andata e ritorno tra la Taverna del Sangro e San Pietro Avellana richiede due ore e mezza di tempo, su un dislivello di circa 250 metri.

Cippo romano del primo secolo

(Ho effettuato l’escursione il 19 giugno 2018)

Passeggiata a Gerace

Gerace, in Calabria, è oggi uno tra “i borghi più belli d’Italia”, il marchio che riconosce ai piccoli centri l’integrità del loro tessuto urbano, l’armonia architettonica, la vivibilità del borgo, la qualità artistico-storica del patrimonio e dei servizi al cittadino. Fama meritata, se anche lo scrittore inglese Edward Lear, che l’aveva visitata due secoli fa, nel 1847, scriveva che “Gerace è di gran lunga il più grandioso e superbo luogo come posizione in generale, e come città, che noi abbiamo finora visto in Calabria”. I grandiosi panorami che si osservano dal belvedere del Baglio o dalle Bombarde avevano emozionato anche Lear. Scriveva infatti che “la grande altura su cui questo paese è situato, dal suo isolamento, domina una delle più estese vedute di un carattere spettacolare; verso il mare confina con Roccella a nord, e capo Bruzzano a sud; mentre all’interno la catena di montagne verso ovest è interessante in maniera sublime”.

Gerace vista da Edward Lear

La rupe di Gerace e la sua marina sono legate da una storia di periodiche transumanze. La decadenza di Locri a causa dell’impaludamento della pianura e delle incursioni dei pirati saraceni costrinse gli eredi dei coloni magnogreci e romani a risalire i colli e insediarsi sul più sicuro e difendibile plateau. I terremoti, le nuove vie di trasporto, i cambiamenti economici, provocarono discese e risalite della popolazione. La stessa esistenza della diocesi di Locri-Gerace è un attestato non solo simbolico del legame storico tra i due centri.

Il Castello di Gerace

Mentre percorro le stradine del borgo medito i pressanti inviti dei Geracesi che consigliano di non limitarsi alla visita della pur celebre Cattedrale. Hanno ragione. Se Locri ha una pianta urbana regolare, a maglia ortogonale, con vie diritte e mappa a scacchiera, Gerace è invece un labirinto urbano, un caotico incrociarsi di vicoli e stradine, di piazzette sghembe, di porte urbiche, di botteghe rupestri, di scorci improvvisi e inaspettati. La densità di chiese, conventi e luoghi sacri è impressionante. Dell’originario castron bizantino del settimo-ottavo secolo, l’insediamento fortificato con mura di cinta ad anello per difendersi dagli attacchi dei saraceni, rimangono poche tracce nella città alta. Il borgo antico, cresciuto intorno al castello e alla cattedrale, ha visto crescere nel tempo, fuori delle mura, il Borgo maggiore e il Borghetto.

La facciata della Cattedrale e il campanile

La Cattedrale è comunque una sintesi efficace della storia di Gerace, un mosaico di opere di tutte le epoche, il cantiere tuttora operoso di una chiesa locale viva. Colpisce immediatamente il suo orientamento. Mostra le terga alla città e nasconde la sua facciata romanica in un angusto cortile incassato. Dalla piazza della Tribuna si guarda infatti la parte posteriore del duomo, con tre absidi di epoche diverse (quella di destra è nascosta dall’arco trionfale). Dalla porta dell’abside centrale si accede alla cripta greco-bizantina, ricavata in parte nella roccia, costruita probabilmente su un antico oratorio bizantino. Risalendo la via Duomo si trova l’ingresso abituale sul fianco sinistro della chiesa e si scende poi nel cortile su cui guarda la facciata di stile romanico, sorvegliata dall’incombente campanile.

Gli archi e le colonne della navata destra

L’interno è grandioso, a croce latina, diviso in tre navate da due file di dieci colonne. Le colonne, una diversa dall’altra e provenienti forse da Locri antica, sono di epoca imperiale mentre i capitelli sono di stile corinzio.

L’altare ecumenico

Si segnala l’altare basilicale consacrato nel 1995 dal Vescovo Bregantini e dal Metropolita greco-ortodosso Spiridione, in occasione del 950° anniversario della prima consacrazione della Cattedrale. È il primo altare consacrato da vescovi di due diverse chiese dopo la separazione della chiesa ortodossa dalla chiesa latina avvenuta nel 1054. È dedicato all’unità delle chiese come si rileva dalle due scritte, in greco e in latino, “ina osis en – ut unum sint”.

Il gruppo bronzeo a ricordo del Giubileo del Duemila

Un’altra segnalazione merita la scultura di Rosario La Seta che ricorda l’apertura della Porta Santa in occasione del Giubileo dell’anno Duemila. Le figure del gruppo bronzeo si ispirano ai valori giubilari dell’accoglienza e della solidarietà, “perché nella Locride ogni porta, come ogni cuore, si spalanchi per accogliere il Cristo”.

Il cortile del Museo diocesano

Nei locali della Cittadella Vescovile, attigui alla cattedrale, è in corso di allestimento il Museo diocesano con reperti, statue e arredi provenienti dalle chiese della diocesi. Nel periodo estivo è anche attivo un laboratorio di restauro dei beni ecclesiastici diocesani che si avvale dell’opera di giovani catalogatori e restauratori provenienti dalle università e dalle accademie della Calabria.

Veduta di Gerace (Codice Romano-Carratelli)

(Ho visitato Gerace il 3 agosto 2018)

Il parco archeologico di Locri Epizephiri

Vagare nella calura del mezzogiorno, sotto un torrido sole di agosto, tra i muri caduti e le pietre roventi di un parco archeologico può rivelarsi un supplizio crudele per aspiranti al martirio culturale. Eppure a Locri Epizephiri, località in fondo alla Calabria jonica, il supplizio si è trasformato in una passeggiata storica, accaldata sì, ma piacevole e stimolante. Un museo ricco di reperti, ricostruzioni, pannelli descrittivi, bookshop e servizi accessori. Un percorso museale per bambini talmente ben realizzato da rivelarsi affascinante anche per gli adulti. Una straordinaria integrazione tra le rovine della città antica e il paesaggio vegetale dei pini, dei cipressi e degli agrumeti. Una masseria agricola settecentesca costruita con scarsa sensibilità sulle fondamenta delle terme romane, che un restauro magnifico trasforma in un osservatorio sulle forme di vita dall’antichità ai nostri giorni.

Il Museo archeologico

Emozioni simili erano quelle provate da Edward Lear, lo scrittore inglese che vi era giunto a piedi nell’agosto del 1847. Egli racconta che verso mezzogiorno si era rifugiato “in un’osteria, strada facendo, per cercare ombra e melloni di acqua” ed era poi arrivato alla Torre medievale, “situata al margine della costa, nel luogo dove gli archeologi riconoscono con certezza il sito di Locris antica. Fondamenta di costruzioni antiche si estendono per un vasto raggio nei vigneti intorno e innumerevoli monete vi sono state ritrovate. Dappertutto all’intorno della spiaggia sabbiosa, crescono in abbondanza gli amarilli bianchi, che riempiono l’aria con il loro delicato profumo”. Lear si era entusiasmato per quel paesaggio: “molto bella è quella grigia torre, situata tutta sola sopra la rocca vicina alle onde blu, con lo sfondo della graziosa collina di Gerace, e di molte linee di montagne alte e distanti”.

Un pannello del Museo

Oggi, a distanza di due secoli, se è pur vero che la torre vista da Lear si è ridotta a un inglorioso mozzicone, bisogna tuttavia riconoscere che il museo sostituisce con le risorse dell’elettronica e della graphic novel il  tradizionale approccio erudito alle rovine che lo stesso Lear narra nel suo Journal: “Il nostro bravo ospite ci ha sacrificati leggendoci ad alta voce capitolo per capitolo un libro che stava scrivendo su Locri, un opus magnum che, per quanto molto erudito, era abbastanza noioso. Tutti i nostri suggerimenti di andare a riposare erano vani; così Proby si è addormentato, e io ero sul punto di seguire il suo esempio; stavo per scusarmi per andare a letto, quanto il nostro autore si mise a sbadigliare, fece una pausa, e cadde nelle braccia sonnolente di Morfeo, così che l’assemblea letteraria si sciolse nemine contradicente”.

La Casa dei Leoni

Il parco archeologico-ambientale di Locri Epizephirisi trova al km 95 della statale 106, poco a sud di Locri. La città era sorta nel settimo secolo avanti Cristo ed era rapidamente diventata uno dei centri più importanti della Magna Grecia calabrese. Nel quartiere di Centocamere si concentravano le attività produttive e commerciali della polis. Sono state rinvenute 24 fornaci di ceramica (tegole, vasi, statuette) e tanti attrezzi dei telai, eredità dei laboratori di tessitura. Spiccano i resti della Casa dei Leoni, del sacello di Afrodite e dei santuari di Marasà e di Zeus saettante.

La storia di Locri

Ma sono le sale del museo che raccontano storie arcaiche e affascinanti come il rapimento di Persefone, i giardini di Adone, i versi della poetessa Nosside emula di Saffo, il togato di Petrara, i dioscuri Castore e Polluce, il cavaliere di Marafioti.

Tavoletta votiva (pinax) con il ratto di Persefone

Un sentiero sterrato fiancheggiato da alberi di bergamotto raggiunge la masseria baronale ottocentesca, nota come Casino Macrì, costruita sui resti delle terme romane. L’edificio principale ha il pianterreno formato dai ruderi, un primo piano residenziale e un’altana. Le altre costruzioni annesse (case coloniche, stalle per gli animali, strutture di servizio) sono disposte intorno a un’aia centrale, tutte sovrapposte ai ruderi antichi. Un bel restauro ha trasformato gli edifici in un percorso museale che comprende la visita ai resti delle strutture termali, ai reperti di scavo della Locri greca e romana e al modello organizzativo della fattoria settecentesca.

Il Casino Macrì

La conoscenza dell’area archeologica può essere completata con la visita al Teatro greco-romano, che si raggiunge in auto costeggiando le mura fino alla contrada Pirettina, e al nuovo Museo del Territorio, ospitato al centro di Locri nel Palazzo Teotino Nieddu del Rio.

Albero di bergamotto

(Ho visitato Locri il 3 agosto 2018)

Armenia. Le chiese di Noravank

La strada di Noravank s’inerpica nella gola del fiume Anaghu, sfiorando le spettacolari formazioni rocciose emergenti dalle lave dell’antico vulcano di Dalik. Le pareti e le grotte sono l’habitat di una flora e di una fauna ormai rare, dove vivono uccelli di tutti i tipi e folte colonie di pipistrelli.

La valle di Noravank

Al termine della strada si raggiunge a piedi la terrazza naturale che ospita il complesso monastico. Il monastero si mostra qui come un nido d’aquila mimetizzato tra le rocce dove le pietre degli edifici sacri hanno lo stesso colore rosso delle lave dintorno. La storia dell’insediamento risale al 1105 ma conosce una cesura con il saccheggio operato dai Mongoli nel 1238. Nei due secoli successivi il monastero fu ricostruito e prosperò grazie alla fortuna della regnante dinastia degli Orbelian diventando un centro spirituale, educativo, culturale e allo stesso tempo il sepolcro della nobile famiglia.

La chiesa della Santa Madre di Dio sullo sfondo della parete rocciosa

La prima chiesa che s’incontra sul piccolo pianoro è dedicata alla Santa Madre di Dio (Surp Astavatsatsin) e fu costruita nel 1339 da Momik per il principe Burtel Orbelian. I tre livelli di questa chiesa molto slanciata, collegati da una scalinata da brivido, comprendono la zona sepolcrale, una cappella cruciforme e la cupoletta rotonda sostenuta da colonnine. Momik fu un celebre amanuense, miniaturista, scultore e architetto che operò dalla fine del Duecento fino alla prima metà del Trecento. Studiò nella scuola di miniatura di Gladzor, dove cominciò a lavorare, per poi trasferirsi qui nel monastero di Noravank (allora residenza del metropolita), come architetto e decoratore a servizio della potente dinastia dei principi Orbelian.

La facciata della chiesa della Madre di Dio

Tra le tante decorazioni di Momik si segnalano le due lunette della facciata. Sul portale a piano terra è raffigurata la Madre in trono con il Bambino in braccio, affiancata dagli arcangeli Michele e Gabriele. L’ingresso della cappella al primo piano è sormontata dall’immagine di Cristo, affiancato dagli apostoli Pietro e Paolo.

Le chiese di Santo Stefanoi e San Gregorio

Al termine del piazzale si segnala il complesso più interessante, formato dalla chiesa in rovina di San Karapet, dal nartece e dalle chiese di Santo Stefano e San Gregorio. Quest’ultima è la cappella mausoleo degli Orbelian. Santo Stefano ha una struttura a due piani: le camere del secondo piano venivano usate dai monaci per la preghiera, lo studio e la produzione di manoscritti, mentre le camere inferiori servivano come sepolcri, sagrestie e depositi degli arredi della chiesa.

La Madonna col Bambino

Il gavit era il nartece che precedeva l’ingresso della chiesa e che fungeva anche da luogo d’incontro della comunità. Bellissime sono le due lunette sull’ingresso, opera anch’esse di Momik. La scultura in basso rappresenta la Madonna e il Figlio, assistiti da Giovanni il Battista e dal profeta Isaia. Lo sfondo è riccamente intagliato, con grandi lettere intrecciate a foglie, viti e fiori.

Dio e Adamo

La lunetta della finestra superiore mostra al centro la figura di Dio. L’aspetto del volto, segnato dalla barba, dai baffi e da un’elaborata capigliatura, trasmette un’idea di forza e di nobiltà. Dio ha nella mano sinistra la testa di Adamo cui infonde la vita con il soffio dello spirito: il suo alito, in forma di colomba, esce dalla bocca divina, scende lungo la barba e raggiunge la bocca di Adamo, generandolo alla vita. La mano destra di Dio benedice la scena della crocifissione: Gesù muore sulla croce col volto rivolto al Padre, davanti alla madre Maria e all’apostolo Giovanni. Il significato dell’immagine è evidente: Dio ha dato la vita all’umanità, a cominciare da Adamo, primo uomo, e poi le ha donato la vita eterna con il sacrificio di suo Figlio.

Una cappella e le croci di pietra

Il complesso è recintato da mura sei-settecentesche e comprende anche i resti dell’Accademia, un pozzo, due cappelle e un gran numero di pietre tombali e di khachkar risalenti a varie epoche.

La mappa di Noravank

(Ho visitato Novarank il 2 luglio 2018)

Armenia. Il monastero di Haghpat

Scendiamo lungo la valle del Debed, nel nord dell’Armenia. Il paesaggio è verde, rasserenante, persino bucolico nei suoi tratti più aperti e punteggiati di minuscoli villaggi. Poi la scena cambia e il panorama s’incattivisce. Il fiume s’infila in una gola e traversa Alaverdi, città industriale, disseminata di squallidi condomini di stile sovietico, miniere di rame e ciminiere fumanti. Per fortuna il bus devia, si lascia alle spalle l’infernale città fumigante e sale al villaggio di Haghpat, dove si torna a respirare l’aria rarefatta dei monti.

Haghpat

Dalle ultime case del villaggio di Haghpat si sale a una stupefacente cittadella monastica circondata da mura e da torri. La densità di edifici sacri è impressionante, quasi che lo spazio fosse stato considerato una risorsa scarsa.

Il campanile di Haghpat

Evitando d’infilarci tra i vicoli e gli stretti passaggi, aggiriamo il complesso sulla destra e ci portiamo verso uno slanciato edificio isolato, che somiglia a un tempio ma è solo un campanile. Risale al 1245 e si sviluppa su due piani: la base ha la pianta a forma di croce; in alto una cupola ottagonale è sostenuta da colonne.

La chiesa principale

Da qui si apprezza la struttura della chiesa della Santa Croce (Surp Nishan), che è l’edificio principale e anche il più antico del complesso. Fu costruito tra il 976 e il 991 da una regina che volle dedicarla ai figli per propiziarne una lunga vita. I due figli che reggono il modello della chiesa sono ritratti sul pannello scolpito sulla parete posteriore esterna.

Il Cristo affrescato nella calotta dell’abside

All’interno si ammirano gli sbiaditi affreschi dell’abside, con un immenso Cristo benedicente in trono e un doppio corteo di santi nimbati a capo chino.

La crocifissione (Krachkar Amenaprkich)

Nella gavit che collega la chiesa alla biblioteca (il corridoio del Salvatore) si osservano una cappella sepolcrale ma soprattutto un magnifico krachkar, una croce scolpita nella pietra e colorata di rosso, che risale al 1273. Si tratta di una rarissima figurazione del Cristo crocifisso, dove compaiono anche la Madre e l’apostolo Giovanni, i dodici apostoli in ginocchio e una scena dell’ascensione o più probabilmente della seconda parusia, con Gesù nella mandorla sostenuta dagli angeli.

Lo scriptorium del monastero

La visita dello scriptorium e della biblioteca spiega come Haghpat sia stato uno dei centri culturali più importanti dell’epoca medievale; tra il XII e il XIII secolo vi lavorarono i migliori miniaturisti medievali e vi venne pure copiato il famoso evangeliario di Haghpat (1211). Qui veniva anche custodita la più ricca collezione di manoscritti armeni medievali. Le brocche infitte nel pavimento contenevano liquidi che regolavano la temperatura e l’umidità della biblioteca, una sorta di climatizzatore naturale per la conservazione dei manoscritti e dei cibi.

La cappella della Santa Madre di Dio

Al complesso appartengono anche altre chiese di piccole dimensioni, come quella dedicate alla Santa Madre di Dio e a San Gregorio l’Illuminatore. Pure interessanti sono la grande sala del refettorio e l’Hamasasp, il gavit che fungeva da sala capitolare e luogo di riunioni. Ancora visibile è il sistema idrico per l’approvvigionamento d’acqua del complesso. Dal 1996 il complesso è inserito nella lista dei siti che sono Patrimonio dell’umanità dell’Unesco.

L’ingresso del nartece (gavit)

(Ho visitato Haghpat il 3 luglio 2018)