Moissac. Il povero in paradiso e il ricco all’inferno

Moissac, antica cittadina della regione dell’Occitania (dipartimento di Tarn e Garonna), è soprattutto famosa per la sua chiesa abbaziale di Saint-Pierre, tra i principali monumenti del Cammino di Santiago lungo la strada da Tolosa a Bordeaux. Consacrata nel dodicesimo secolo e modificata nel quindicesimo, ha sul fianco destro un prezioso portale, eseguito tra il 1100 e il 1130, capolavoro della scultura romanica. Celebre è anche il chiostro con i capitelli istoriati e figurati e i rilievi bizantineggianti sui pilastri.

Le scene laterali del portale

Il piedritto sinistro del portale racconta una delle parabole più note del Vangelo di Luca (16,19-31), quella del povero Lazzaro e dell’uomo ricco, fonte biblica di numerose rappresentazioni artistiche del paradiso e dell’inferno: C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”. Ma Abramo rispose: “Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”. E quello replicò: “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”.

La parabola di Luca

Nel pannello scolpito in alto, letto da destra a sinistra, vediamo il Ricco seduto a tavola che mangia in compagnia di sua moglie, servito da un cameriere che armeggia tra piatti e anfore di bevande. Il povero Lazzaro, respinto sulla porta di casa, steso a terra, muore a seguito delle sue sofferenze, mentre due cani leccano le sue piaghe. Un angelo scende a raccoglierne l’animula che esce dalla bocca, per portarla in cielo. Il Paradiso è ambientato nel giardino edenico, dove cresce un simbolico albero, fiorito e ricco di frutti. Abramo, seduto sul trono del patriarca, riceve l’anima di Lazzaro e se la pone in grembo avvolgendola amorosamente nel mantello. La figura a sinistra rappresenta il profeta che, nella parabola, annuncia le scritture.

La morte dell’uomo ricco

Nel pannello sottostante si vede l’uomo ricco disteso sul letto di morte. Una donna è in ginocchio al suo fianco, in lacrime. Un angelo piomba dall’alto, ma giunge troppo tardi per evitare che i demoni, già in attesa da tempo, si impadroniscano dell’anima del ricco, quasi strappandola dalla sua bocca.

Il ricco all’inferno tra i diavoli

Il pannello a fianco descrive la punizione del ricco tra le fiamme dell’inferno. Lo vediamo schiantato a terra, con il sacco delle monete stretto al collo, artigliato dai diavoli.

Il demonio e la lussuria

In basso due pannelli descrivono le punizioni infernali dei vizi capitali. L’avaro che ha rifiutato l’elemosina a un povero mendicante che si regge su un bastone, viene cavalcato sulle spalle da un diavolo che lo acceca. La donna che personifica la lussuria ha due serpenti che le succhiano i seni e un rospo che le morde il sesso. Ne riportiamo la descrizione fattane da Umberto Eco – con gli occhi di Adso – nel suo “Il nome della rosa”. Vidi a lato del portale, e sotto le arcate profonde, talora istoriati sui contrafforti nello spazio tra le esili colonne che li sostenevano e adornavano, e ancora sulla folta vegetazione dei capitelli di ciascuna colonna, e di lì ramificandosi verso la volta silvestre delle multiple arcate, altre visioni orribili a vedersi, e giustificate in quel luogo solo per la loro forza parabolica e allegorica o per l’insegnamento morale che trasmettevano: e vidi una femmina lussuriosa nuda e scarnificata, rosa da rospi immondi, succhiata da serpenti, accoppiata a un satiro dal ventre rigonfio e dalle gambe di grifo coperte di ispidi peli, la gola oscena, che urlava la propria dannazione, e vidi un avaro, rigido della rigidità della morte sul suo letto sontuosamente colonnato, ormai preda imbelle di una coorte di demoni di cui uno gli strappava dalla bocca rantolante l’anima in forma di infante (ahimè mai più nascituro alla vita eterna), e vidi un orgoglioso cui un demone s’installava sulle spalle ficcandogli gli artigli negli occhi, mentre altri due golosi si straziavano in un corpo a corpo ripugnante, e altre creature ancora, testa di capro, pelo di leone, fauci di pantera, prigionieri in una selva di fiamme di cui quasi potevi sentire l’alito ardente.

La punizione dell’avaro

La parabola del ricco e del povero ha una replica sulle quattro facce di uno dei capitelli scolpiti del chiostro dell’abbaziale.

Il pranzo del ricco con Lazzaro alla porta

La prima scena vede il ricco (Dives) e sua moglie (Mulier), riccamente abbigliati, sedere alla tavola del banchetto, simbolizzata da un coltello e quattro pani. Il povero Lazzaro (Lazarus) giace fuori della porta del palazzo, con i cani che leccano le sue piaghe.

Gli angeli accolgono l’anima di Lazzaro

La seconda scena vede un angelo con le grandi ali spiegate inginocchiato davanti al corpo di Lazzaro, in attesa che egli esali l’ultimo respiro; un secondo angelo allunga il braccio per raccoglierne l’anima.

Lazzaro in Paradiso e il ricco all’inferno

La terza scena vede Lazzaro in Paradiso, seduto come un bambino sulle ginocchia del patriarca Abramo assiso sul trono. La scritta dice Abraham tenet animam. A destra un diavolo porta l’anima del ricco tra le fiamme dell’inferno.

Il ricco tormentato dai diavoli

La quarta scena, molto danneggiata, vede il ricco all’Inferno tormentato dai diavoli. Un demonio ne abbranca la testa e porta la mano alla bocca per indicare la sete ardente e la richiesta di refrigerio. Il secondo demonio, robusto e con la coda del maiale, simboleggia il peccato di gola.

 

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Informazioni su carlofinocchietti

Carlo Finocchietti dirige a Roma un’agenzia europea specializzata nella mobilità accademica internazionale e nel riconoscimento dei titoli di studio esteri. I suoi interessi di ricerca e le sue pubblicazioni si concentrano sull’internazionalizzazione dei sistemi universitari, l’orientamento professionale e i rapporti tra università e industria. Camminatore appassionato e curioso ha esplorato e descritto in diversi volumi intriganti percorsi escursionistici legati alla memoria storica dell’Italia centrale.

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