Il viaggio di San Nilo (2). Gaeta e il Sérapo

Nicola, un giovane calabrese di Rossano, diventa monaco col nome di Nilo (910-1004). Vive prima nella comunità ispirata alla regola di San Basilio, poi si fa eremita, con dedizione totale a preghiera e studio. Legge i Padri della Chiesa, compone inni, trascrive testi con grafia rapida ed elegante. È maestro di nuovi monaci a Rossano, con un metodo selettivo. Devono essere studiosi, eccellenti anche in calligrafia e canto. Quando si accorge di essere ormai un’autorità locale, fugge in territorio longobardo, verso il principato di Capua. Per quindici anni, dal 980 al 994, Nilo educa a Valleluce monaci di rito orientale, mantenendo amabili rapporti con i monaci benedettini di Montecassino. Trascorre poi dieci anni, dal 904 al 1004, a Gaeta dove vede finire il primo millennio. E da qui parte, novantenne, per fondare l’abbazia di Grottaferrata vicino Roma. Si spegne nel monastero greco di Sant’Agata.

La statua di San Nilo, civis cajetanus nella chiesa di Gaeta a lui dedicata

 

Gaeta e il ritiro di Sérapo

La montagna spaccata

“La vita di San Nilo Abate”, scritta dal suo discepolo Bartolomeo, racconta la crisi della sua comunità di Valleluce, causata dall’insediamento del nuovo abate di Montecassino e dal progressivo rilassarsi degli austeri costumi in alcuni suoi monaci. “Nilo vedeva che i fratelli non erano troppo assidui agli spirituali esercizi di pietà, né cosi diligenti nel divino ufficio, secondo l’indirizzo ricevuto fin da principio. Per lo contrario piaceva loro di battere la strada larga, e nel dubbio contrastavano a chi fosse maggiore. Conferiva a ciò anche la leggerezza dell’abate Mansone, come colui che amava i doni, e odiava la pietà”. Nilo decide così di abbandonare il monastero di Valleluce e di cercare un nuovo romitaggio, “un luogo, quanto mai angusto, e che fornisse occasione di lavoro per l’occorrente alla vita; acciocché almeno pel bisogno delle cose più necessarie la più parte dei monaci fosse indotta a percorrere quasi imbrigliata l’ascetico stadio”. Partito così da Valleluce, Nilo con i suoi monaci si ritira presso “Serperi”, l’odierno Serapo di Gaeta. “Il beato Padre, in compagnia dei fratelli che lo seguirono, e del celebre Stefano, trovato nelle vicinanze di Gaeta un misero luogo, o per più vero dire, un deserto, compiacendosi egli di quella somma ristrettezza ed aridità quivi stabili la sua dimora. E se dapprima si trovò nel bisogno e nella mancanza di ogni cosa temporale, non andò guari che, aumentato il numero dei fratelli e questi tutti servi di Dio, ne seguì grande abbondanza di tutto. Assiduo era quivi il lavoro, e il coro non mai interrotto, e frequenti le recite dei salmi e le prostrazioni; l’astinenza volontaria e l’ubbidienza spontanea. Insomma tutto era colà in fiore ed in frutto mercé il mistico inaffiamento dei discorsi e delle incessanti istruzioni del divino nostro padre Nilo”.

 

Il Serapo di San Nilo

Il Serapeo di Gaeta oggi

Mettersi sulle tracce di San Nilo nel Serapo di oggi suona un po’ bizzarro. Quel “misero luogo”, quella “ristrettezza e aridità”, addirittura quel “deserto” che lui vi aveva trovato, risultano incredibili se si guarda all’affollamento turistico che caratterizza oggi il quartiere delle ville di Gaeta e una spiaggia di gran moda.

La chiesa parrocchiale e santuario di San Nilo

Pur nel gran cambiamento dei luoghi il filo della memoria non si è spezzato. Alcuni proprietari di ville del Serapo vollero costruire nel 1938 una Cappella che ricordasse la permanenza di San Nilo nella zona. Nel 1965 la Cappella si trasformò nella grande chiesa di san Nilo, a tre navate, illuminate da vetrate istoriate. Una grande statua del Santo introduce il presbiterio: proclamato “Civis Cajetanus”, San Nilo ha nelle mani le chiavi della città. La cappella dell’adorazione è decorata da due quadri, copia di affreschi seicenteschi del Domenichino dell’abbazia di Grottaferrata, che ricordano due episodi della vita del Santo a Serapo: l’incontro con l’Imperatore Ottone III e il crocifisso che si anima per benedire il Santo in preghiera. Nel clima delle celebrazioni del millenario niliano una grande lapide murata nel pavimento ricorda l’elevazione della chiesa parrocchiale a Santuario diocesano.

La cinta del santuario della montagna spaccata

L’insediamento monastico nel quale San Nilo visse il passaggio dell’anno Mille non ci è noto. Vi è memoria storica di alcuni insediamenti benedettini a Gaeta e nei suoi dintorni risalenti al decimo secolo. Queste celle legate all’abbazia di Montecassino e la stessa presenza a Gaeta di vescovi che erano stati in precedenza abati benedettini non furono probabilmente estranee alla decisione di San Nilo di lasciare Valleluce e di trasferirsi a Gaeta. Alla ricerca comunque di tracce visibili possiamo considerare come ipotetico luogo niliano l’attuale Santuario della Santissima Trinità alla Montagna Spaccata. Risalirebbe infatti al 930 e fu fondato dai padri benedettini sui ruderi di una villa romana.

Il Santuario della Trinità

I benedettini lo tennero per dieci secoli e furono poi sostituiti dai francescani alcantarini che, con l’aiuto del re di Napoli Ferdinando II, diedero grande sviluppo al santuario. Dopo una breve presenza dei Pallottini, dal 1926 il santuario è affidato ai missionari del Pontificio Istituto Missioni Estere (Pime). Il contesto naturale in cui sorge il santuario è di grande pregio. La montagna è spaccata da una fenditura che raggiunge la riva del mare. Una scalinata scende sinuosa tra le rocce e raggiunge la cappella circolare del Crocifisso, edificata su un masso caduto e rimasto incastrato tra le due pareti del monte. Il terrazzino panoramico è di grande suggestione. Il mix di memorie storiche e di attrazioni naturali rende il luogo molto frequentato.

La Via Crucis del santuario

 

L’incontro con l’Imperatore Ottone III

Domenichino, l’incontro tra San Nilo e Ottone III (Badia di Grottaferrata, 1610)

La biografia di San Nilo ricorda il suo incontro avvenuto a Gaeta con Ottone III di Sassonia.  L’imperatore del Sacro Romano Impero tornava a Roma da un pellegrinaggio penitenziale che l’aveva condotto alla grotta di San Michele sul Gargano. Deciso a incontrare San Nilo, “fattosi pertanto in un posto al di sopra del monastero, e contemplando i tuguri dei monaci aderenti d’intorno all’oratorio, esclamò: «Ecco le tende d’ Israele nel deserto: ecco i cittadini del regno dei cieli! Costoro non come abitatori dimorano colà, ma come pellegrini». Ed il Beato, ordinato si apprestasse l’incensiere, gli venne incontro con tutti i fratelli e con ogni umiltà e divozione l’ossequiò”. Durante il colloquio San Nilo rifiuta cortesemente l’offerta imperiale di un monastero e delle rendite connesse. Ottone insiste e ancora gli dice «domandami pure, come ti fossi figlio, se pur vuoi qualche cosa, e con ogni piacere lo farò». E Nilo chiude il colloquio dicendo «nient’altro chiedo da tua Maestà imperiale, se non che la salute dell’anima tua: perocché quantunque sii sovrano, nondimeno al pari di qualunque altro uomo tu hai da morire, e rendere conto di tutte le tue opere cattive e buone». Il presagio di San Nilo si avverò ben presto. Costretto da una sedizione a fuggire da Roma il giovane imperatore trovò la morte a Faleria. L’episodio è stato descritto dal pittore Domenico Zampieri, detto il Domenichino, nel grande dipinto del 1610 della Cappella farnesiana nell’Abbazia di Grottaferrata. L’abbraccio commosso tra Nilo e Ottone trasmette un messaggio di fraterna umanità. Nel dipinto si colgono anche elementi di contesto, come la rupe di Gaeta, il castello, il golfo e i monti sullo sfondo.

La copia del dipinto del Domenichino nella cappella della chiesa di San Nilo a Gaeta

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