Campomaggiore Vecchio, la città dell’Utopia

Ostinazione. Sì, ci vogliono ostinazione e tenacia per non lasciarsi scoraggiare dai tornanti e dal lungo percorso nel nulla, sotto un cielo grigio. Siamo in Basilicata. La strada che sale a Campomaggiore dal fondovalle della Basentana ci fa ripetutamente interrogare sulla razionalità della scelta di salire quassù. Alla ricerca di un borgo fantasma, peraltro.

I ruderi di Campomaggiore Vecchio

Per recuperare motivazione e desiderio, leggiamone la storia, assolutamente straordinaria. Questo paese distrutto dalle guerre medievali fu acquistato alla fine del Seicento dai conti Rendina. I nuovi feudatari affittando la vicina foresta di Cognato e altri appezzamenti di terreno, diedero agli abitanti la possibilità di lavorare e di migliorare economicamente. Teodoro Rendina, uno dei rappresentanti di questa nobile famiglia, durante gli studi al Collegio Tolomeo di Siena, aveva incontrato un giovane e brillante architetto, Giovanni Patturelli, formatosi alla scuola del grande Vanvitelli, il costruttore della reggia di Caserta. I due immaginarono di costruire un nuovo paese di 1600 abitanti, una “falangeria” dove la terra era distribuita ai contadini.

Il benvenuto al paese vecchio

Realizzarono insieme l’insediamento urbano e Teodoro Rendina, antesignano delle teorie dei socialisti utopisti, emanò nel 1741 un editto nei paesi circostanti: tutti coloro che si fossero trasferiti a Campomaggiore, avrebbero avuto una casa e due tomoli di terreno. Chi avesse piantato una vigna l’avrebbe avuta libera da qualsiasi vincolo. Si permise ai coloni l’uso di tagliare le travi e le tavole necessarie alla costruzione dei tetti. Venne concepita un’ordinata pianta del paese, disposto tutto a scacchiera, con casette tutte uguali per dimensioni e tecniche costruttive, con strade larghe, dirette, tagliate ad angolo retto e con una vasta piazza nel mezzo delimitata dall’austero palazzo baronale e dalla chiesa neoclassica di Santa Maria del Carmelo. Fu introdotta nell’agro la coltivazione dell’ulivo, furono procurati da ogni parte vitigni e mazze di frutta delle più stimate specie. La laboriosa gente del posto ebbe a mandare dalle sue valli e dalle sue pendici, grani, vini e oli tra i migliori sui mercati della provincia. Insomma, una città ideale, dove il bene comune prevaleva sull’interesse individuale. Risultato: nell’arco di pochi decenni la popolazione passò da circa 80 a 1525 unità.

Cippo memoriale della frana

Nell’Ottocento gli abitanti hanno a disposizione un fontanile, la scuola pubblica e il cimitero. A Campomaggiore risiedono ben sette sacerdoti, due legali, due medici, due farmacisti e un agrimensore. Inizia la costruzione della ferrovia. I registri dell’anagrafe documentano l’impressionante presenza dei mestieri. Accanto a quelli più comuni nel settore dell’agricoltura e dell’allevamento compaiono l’agente, l’armigero, l’agronomo, il calzolaio, il cantoniere, il cuoco, il dentista, il fabbroferraio, il falegname, il figolista, il fornaciaro, il fornaio, il fuochista, il giardiniere, l’industriale, il legale, il macellaio, il manovale, il massaro, il medico, il minatore, il mugnaio, il muratore, il negoziante, il notaio, l’ombrellaio, l’orologiaio, il pastaio, il pizzicagnolo, il postino, il ramazzatore, il sarto, lo scalpellino, lo spaccamonte, il terrazziere e perfino il gentiluomo.

Il palazzo baronale

Tra tanti professionisti mancava però un geologo che si sarebbe rivelato provvidenziale nel momento di decidere il sito dell’insediamento. E la tragedia arrivò. Nel febbraio del 1885, una frana di grande portata, inesorabile, smosse le fondamenta delle case, ne fece crollare le pareti e rovinare i tetti. La popolazione abbandonò le sue case e si spostò nell’area dove ora sorge il paese nuovo. II sogno di un uomo andava in frantumi e cosi quel “patto sociale” stipulato con la gente del tempo. Su Campomaggiore scese il silenzio.

I ruderi della chiesa di Santa Maria del Carmelo

Poi la rinascita. Non quella dei ruderi. Ma quella della vitalità di un borgo che si rianima d’estate. Nel segno della cultura e nel paesaggio delle rovine rivive l’antico esperimento di avanguardia sociale. “La città dell’utopia”, uno spettacolo magico che, tra rappresentazioni acrobatiche e teatro, racconta la storia del paese, tra realtà e leggenda. Un “parco della scultura”, con le opere in pietra realizzate da scultori italiani e internazionali. Un Museo dell’Utopia. Un orto botanico tra le vecchie case. Gli antichi tratturi pastorali.

I ruderi delle abitazioni con il giardino botanico

Aggirandosi tra le stradine ortogonali si apprezza la singolare disposizione dell’impianto urbanistico. Spicca il maestoso palazzo baronale, ancora ben riconoscibile in pianta. Di fronte è la chiesa, in rovina, ma che ostenta quasi intatto il suo campanile e le paraste della facciata sovrastate dal timpano. Al centro è il grande prato della Piazza dei Voti, così chiamata per ricordare il giorno in cui le prime sedici famiglie insediate si riunirono per scegliere di abbracciare il progetto del conte Rendina. Intorno alla piazza sono i resti delle strutture produttive a servizio del paese e la vasta area delle abitazioni, disposte a scacchiera. L’interno delle case ospita oggi le piante di un orto botanico. Un cippo fa memoria della frana del 1885. All’ingresso del paese sono installate alcune opere in pietra, parte del Parco della scultura.

Il parco della scultura

(Ho visitato Campomaggiore Vecchio il 21 aprile 2019)

3 pensieri su “Campomaggiore Vecchio, la città dell’Utopia

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