Castelli. La chiesa di San Donato, “Sistina della maiolica”

Siamo a Castelli, borgo dell’Abruzzo teramano celebre per le sue ceramiche.  Cerchiamo la chiesa di San Donato. Quella che Carlo Levi aveva definito “Sistina della maiolica”. Ci dicono che si trova in una contrada fuori paese, un km più avanti sulla tortuosa strada provinciale 37 per Rigopiano. Il luogo è isolato, fuori mano. Gli fa da sfondo la parete settentrionale del monte Camicia, una delle cime più note della catena del Gran Sasso. 

La chiesa di San Donato a Castelli

Eccola, la chiesa. Ha un esterno anonimo, tipico delle pievi di campagna, con il corpo a una navata, preceduto da un basso portico. Ma è l’interno che emoziona, impreziosito da un originale soffitto maiolicato di sfolgorante bellezza. Le capriate spioventi sono suddivise in scomparti dove trovano posto oltre ottocento mattonelle di maiolica bloccate da travicelli. 

Il soffitto del Seicento

Il soffitto risale all’inizio del Seicento, quando sostituì il precedente costruito un secolo prima. I mattoni sono di maiolica, una pasta porosa rivestita di smalto solidificato a caldo. Sono stati realizzati tra il 1615 e il 1617. Immagini religiose si alternano a invocazioni, motivi geometrici, figure maschili e femminili

Una sezione della volta

Soffermiamoci, ad esempio, su questa prima sezione di soffitto. È introdotta dalle parole del Magnificat: “exultavit spiritus meus in Deo salutari meo quia respexit humilitatem ancillae suae”, accompagnate dal testo del Padre Nostro e dal versetto del Mattutino: “Domine, labia mea aperies”. Vi troviamo i santi più popolari: Sant’Antonio da Padova col giglio, San Lorenzo con la graticola, la Madonna col bimbo in braccio. I volti di nobili e di artigiani (tra cui un Antonio Mercurio, datato 1615) si alternano a immagini di animali e a elaborate geometrie.

Una sezione della volta

Con gli occhi all’insù osserviamo nuove sezioni del soffitto. Ci sono i selfies di numerosi ceramisti castellani che han voluto trasmettere ai posteri i loro volti e i loro autografi immortalati nella maiolica. Tra gli altri santi spicca un grande San Carlo Borromeo, “homo sapiens in omnibus metuit”. Tanti sono i virtuosismi geometrici (spicca il nodo di re Salomone), gli stemmi, gli arabeschi e i rosoni. E c’è poi una diffusa devozione mariana che si traduce nelle immagini delle tradizionali invocazioni e litanie: Sedes sapientiae, Puteus aquarum, Domus aurea, Eletta sicut soli, Turris davidica, Vas spiritualis, Vas insignae devotionis

Una sezione della volta

Il patchwork delle immagini si salda all’effetto cromatico dell’insieme. I colori nei toni del giallo, dell’arancio, del verde e del blu nascono dalla tavolozza degli artisti castellani. E conviene a questo punto tornare a Castelli per visitarne il Museo. Vi sono raccolte le opere dei grandi artisti del passato e delle loro botteghe: i Pompei, i Grue, i Gentili, i Cappelletti, i Fuina. Si può poi curiosare tra le botteghe dei ceramisti contemporanei, ricche di suggestioni. Senza dimenticare il Liceo artistico, nei cui laboratori si sono formati in tanti, e dove si conserva il monumentale Presepe artistico esposto in piazza San Pietro a Roma nel Natale del 2020.

La tavolozza dei colori castellani

(Ho visitato Castelli il 31 luglio 2021)

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