Informazioni su carlofinocchietti

Carlo Finocchietti dirige a Roma un’agenzia europea specializzata nella mobilità accademica internazionale e nel riconoscimento dei titoli di studio esteri. I suoi interessi di ricerca e le sue pubblicazioni si concentrano sull’internazionalizzazione dei sistemi universitari, l’orientamento professionale e i rapporti tra università e industria. Camminatore appassionato e curioso ha esplorato e descritto in diversi volumi intriganti percorsi escursionistici legati alla memoria storica dell’Italia centrale.

Sesto. Il sentiero di meditazione della Cappella nel bosco

Sesto, in Val Pusteria, propone ai suoi visitatori un sentiero di meditazione biblica che dal paese sale alla Cappella nel bosco. Il sentiero si alza dapprima tra i prati e i masi del paese alto ed entra poi nel bosco, varcando ruscelli, alternando esili tracce a larghi tratti sterrati, e superando in un’ora di cammino un dislivello di circa 250 metri.

La segnaletica del sentiero

Lungo il percorso si succedono stazioni di riflessione caratterizzate da sculture intagliate nel legno da Georg Lanzinger, corredate da riferimenti biblici in lingua tedesca. Il sentiero può essere percorso anche in discesa: dopo essere saliti a monte Elmo in funivia, si scende verso la Capanna del Cacciatore lungo il sentiero delle fiabe e si prosegue verso la Capanna nel bosco e la chiesa di Sesto.

“Anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male”

All’inizio del percorso l’immagine del Cristo rassicura il viandante con le parole del salmo 23: “Anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza”.

La creazione dell’uomo

Più avanti una stazione descrive la creazione divina del primo uomo con le parole del libro della Genesi (2,7): “Allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente”.

Scene della creazione del mondo

Una godibile scultura mostra le creature che vivono nell’acqua, sulla terra e nel cielo. Il testo cita le pagine del libro della Genesi sulla creazione del mondo: “Dio disse: Facciamo l’uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza: dòmini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutti gli animali selvatici e su tutti i rettili che strisciano sulla terra” (1,26). E ancora Dio disse: “Ecco, io vi do ogni erba che produce seme e che è su tutta la terra, e ogni albero fruttifero che produce seme: saranno il vostro cibo” (1,29).

San Francesco d’Assisi

Sul sentiero l’immagine di Francesco d’Assisi rievoca il suo Cantico delle creature dedicato alla contemplazione del creato. La scultura è accompagnata dal versetto del Cantico: “Lodato sii mio Signore, per nostra sorella madre terra, la quale ci dà nutrimento e ci mantiene: produce diversi frutti variopinti, con fiori ed erba”.

La Cappella nel bosco

Al termine del sentiero si raggiunge la Cappella nel bosco, costruita interamente in legno. Essa risale al periodo della prima guerra mondiale, quando Sesto si trovò sul fronte di guerra e la sua popolazione fu evacuata. Alla fine del giugno 1917 fu permesso ai contadini locali di ritornare ai loro masi e di coltivare i campi. Dato che la loro chiesa era gravemente danneggiata eressero questa Cappella improvvisata dove poteva comunque essere celebrata la Messa.

Beati gli operatori di pace

La cappella è stata restaurata nel 1974 e la sua manutenzione è stata affidata alla locale compagnia degli Schützen. Più recentemente è stata denominata “Cappella della Pace”. Dentro e intorno alla cappella sculture in legno e incisioni invocano la pace con le parole divine: “Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio” (Mt 5,9). Spiccano anche le parole del profeta Michea (4,3-4): “Egli sarà giudice fra molti popoli e arbitro fra genti potenti, fino alle più lontane. Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione, non impareranno più l’arte della guerra. Siederanno ognuno tranquillo sotto la vite e sotto il fico e più nessuno li spaventerà, perché la bocca del Signore degli eserciti ha parlato!”.

“Ecco tua madre”

(Ho percorso il sentiero il 15 agosto 2018)

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Dobbiaco. Il sentiero dello spirito a San Pietro al Monte

A Dobbiaco, in Val Pusteria, nell’Alto Adige, un “sentiero dello spirito” sale nel bosco dalla frazione di Santa Maria (1318 m) alla chiesetta di San Pietro al Monte, costruita su un panoramico sperone roccioso a 1450 metri di quota. Il percorso, segnato e protetto, segue un ripido sentiero all’ombra degli alberi che richiede circa tre quarti d’ora di salita. Il ritorno può essere effettuato lungo la sterrata nel bosco e poi sull’asfalto, componendo un piacevole anello. Inaugurato nel 1996, il sentiero di meditazione è ritmato da sette stazioni, costituite da blocchi di granito e da bei rilievi in bronzo ispirati alle vicende bibliche dell’apostolo Pietro. Un opuscolo disponibile in loco descrive il percorso e propone i testi di meditazione.

La partenza del sentiero

Il Santuario della Madre Dolorosa a Santa Maria

La chiesa di Santa Maria

La frazione Santa Maria di Dobbiaco è individuata dall’alto campanile del santuario dedicato alla Madre Dolorosa. L’immagine scolpita della Pietà, con la Madre che piange il figlio morto sulle sue ginocchia, sovrasta l’altare maggiore. L’attuale edificio in stile gotico è stato consacrato nel 1474 e restaurato nel 1982. Sulle pareti esterne campeggiano un gigantesco San Cristoforo affrescato da Simone da Tesido nel 1515 e le immagini di Maria Ausiliatrice con San Biagio e San Leonardo. Il sentiero di San Pietro inizia accanto alla chiesa e al piccolo cimitero.

Prima stazione: pregare

La prima stazione

Partiti dalla chiesa di Santa Maria, la prima stazione che s’incontra ricorda un episodio riportato negli Atti degli Apostoli (1,12-14): Allora ritornarono a Gerusalemme dal monte detto degli Ulivi, che è vicino a Gerusalemme quanto il cammino permesso in giorno di sabato. Entrati in città, salirono nella stanza al piano superiore, dove erano soliti riunirsi: vi erano Pietro e Giovanni, Giacomo e Andrea, Filippo e Tommaso, Bartolomeo e Matteo, Giacomo figlio di Alfeo, Simone lo Zelota e Giuda figlio di Giacomo. Tutti questi erano perseveranti e concordi nella preghiera, insieme ad alcune donne e a Maria, la madre di Gesù, e ai fratelli di lui.

Seconda stazione: chiamata

La seconda stazione

La seconda stazione ricorda la vocazione di Simon Pietro sulle rive del lago dopo l’episodio della pesca miracolosa (Luca 5,8-10): Al vedere questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: “Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore”. Lo stupore infatti aveva invaso lui e tutti quelli che erano con lui, per la pesca che avevano fatto; così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, che erano soci di Simone. Gesù disse a Simone: “Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini”.

Terza stazione: fidarsi

La terza stazione

La scena scolpita nel bronzo della terza stazione ricorda l’episodio di Gesù e Pietro che camminano sulle onde del lago percosse dal vento (Matteo 14,27-33): Sul finire della notte Gesù andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: “È un fantasma!” e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: “Coraggio, sono io, non abbiate paura!”. Pietro allora gli rispose: “Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque”. Ed egli disse: “Vieni!”. Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: “Signore, salvami!”. E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: “Uomo di poca fede, perché hai dubitato?”. Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: “Davvero tu sei Figlio di Dio!”.

Quarta stazione: perdonare

La quarta stazione

Allora Pietro gli si avvicinò e gli disse: “Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?”. E Gesù gli rispose: “Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette (Matteo 18,21-22).

Quinta stazione: rinnegare

La quinta stazione

Il rilievo bronzeo racconta il celebre episodio evangelico che vede Pietro rinnegare Gesù per tre volte (Marco 14,69-72): E la serva, vedendolo, ricominciò a dire ai presenti: “Costui è uno di loro”. Ma egli di nuovo negava. Poco dopo i presenti dicevano di nuovo a Pietro: “È vero, tu certo sei uno di loro; infatti sei Galileo”. Ma egli cominciò a imprecare e a giurare: “Non conosco quest’uomo di cui parlate”. E subito, per la seconda volta, un gallo cantò. E Pietro si ricordò della parola che Gesù gli aveva detto: “Prima che due volte il gallo canti, tre volte mi rinnegherai”. E scoppiò in pianto.

Sesta stazione: incarico

La sesta stazione

La sesta stazione ricorda Pietro e la missione che Gesù gli affida (Matteo 16,18-19): E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli”.

Settima stazione: trasfigurazione

La settima stazione

L’ultima stazione, sul piazzale della chiesa, descrive l’episodio della trasfigurazione di Gesù di fronte ai suoi apostoli (Luca 9,28-35): Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elia, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme. Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui. Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: “Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia”. Egli non sapeva quello che diceva. Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All’entrare nella nube, ebbero paura. E dalla nube uscì una voce, che diceva: “Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!”.

La chiesetta di San Pietro

La chiesa di San Pietro al Monte

San Pietro al Monte è una delle chiese più antiche dell’alta Val Pusteria, risalente a prima del 769. Ampliata nel Medioevo, cadde poi in rovina dopo la chiusura nel 1786; ma è stata restaurata e riaperta al culto nel 1987 grazie ai lavori di ripristino condotti da volontari del luogo. Una fontanella e delle panche consentono di ristorarsi dopo la salita. Dal retro della chiesa si ammira l’ampio panorama della val Pusteria e delle Dolomiti.

La guida al sentiero

(Percorso effettuato l’11 agosto 2018)

Bressanone. Il Sentiero dei Santi d’Europa

Una rete di sentieri dello spirito è stata immaginata e realizzata dalla diocesi di Bolzano-Bressanone. Dai diversi centri dell’Alto Adige si può salire a luoghi significativi della fede, lungo percorsi di meditazione, segnati da opere d’arte, nel paesaggio della montagna e del bosco. I sentieri spirituali non sono solo sentieri escursionistici. Sono proposti come vie alternative che portano all’interiorità e vanno percorsi non solo per raggiungere una meta, ma anche per scoprire il senso della nostra vita.

La segnaletica del sentiero dei Santi

Uno dei sentieri più interessanti e riusciti è dedicato ai Santi dell’Europa. Sale da Bressanone/Brixen alla chiesa di San Cirillo, lungo un comodo percorso nel bosco che supera un dislivello di duecento metri in circa un’ora. Propone una meditazione sulle radici cristiane dell’unità europea sintetizzate in sei temi-chiave: l’evangelizzazione, la giustizia, la pace, la salvaguardia del creato, la carità e la famiglia. Il percorso è ritmato da otto stazioni con le immagini scolpite di 23 santi rappresentativi di 18 paesi europei. Si può partire direttamente dalla Cattedrale di Bressanone e dal suo celebre chiostro, oppure (risparmiando qualche minuto), dal Kinderdorf di Via Castelliere. Un utile pieghevole con la descrizione del percorso è reperibile alla prima stazione; un volumetto illustrato sul sentiero è in vendita nella chiesa di San Cirillo.

La mappa del sentiero

La prima stazione: Maria

La prima stazione dedicata a Maria

La prima stazione sorge all’inizio del sentiero, dove si lascia la strada asfaltata. Il rilievo di bronzo mostra la Madonna che offre suo Figlio. Sotto il mantello mariano trovano rifugio gli abitanti della città e quelli della campagna. Sul fondo appare la sagoma dell’Europa nella cornice delle dodici stelle.

La seconda stazione: l’Europa

I santi Metodio, Benedetto da Norcia e Cirillo

La seconda edicola mostra le immagini dei santi patroni d’Europa: Benedetto da Norcia, gli evangelizzatori degli slavi Cirillo e Metodio, Brigida di Svezia, Edith Stein e Caterina da Siena. Un versetto del salmo 127, citato in lingua greca, latina e liturgico slava, ricorda che “Se il Signore non costruisce la casa, invano si affaticano i costruttori”.

Le sante Brigida di Svezia, Edith Stein e Caterina da Siena

La terza stazione: l’evangelizzazione

La terza stazione

La terza edicola propone le immagini di Teresa d’Avila in rappresentanza della Spagna, Pietro Canisio per i Paesi Bassi, il monaco Colombano evangelizzatore irlandese. Il versetto biblico in lingua spagnola, olandese e irlandese è una citazione del Vangelo di Matteo (28,19): “Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli”.

Quarta stazione: giustizia e pace

La quarta stazione

La quarta stazione propone la testimonianza dello svizzero Niklaus von Flüe, del russo Sergio di Radonež e di Santa Caterina da Siena. La frase biblica è riportata in lingua tedesca, italiana e russa ed è del profeta Isaia (32,17): “La giustizia opera la pace”.

Quinta stazione: la salvaguardia del creato

La quinta stazione

Vi compaiono le immagini di San Francesco d’Assisi, del ceco Giovanni Nepomuceno e dell’austriaco Floriano di Lorch. La citazione, riportata nelle lingue ceca, italiana e tedesca, è tratta dal libro della Genesi (1,31): “Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona”.

Sesta stazione: caritas

I santi della sesta stazione

“In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”: le parole di Gesù che Matteo cita nel suo Vangelo (25,40) sono qui leggibili in polacco, ungherese e francese. Testimoni di queste parole sono i santi Massimiliano Kolbe, polacco, Elisabetta d’Ungheria e Martino di Tours.

Settima stazione: la famiglia

La settima stazione dedicata alla famiglia

Al tema della famiglia è dedicato un verso del Salmo 48: “Dio nei suoi palazzi un baluardo si è dimostrato”. La traduzione in svedese, tedesco e inglese annuncia la testimonianza di Santa Brigida di Svezia, del tedesco Adolf Kolping e dell’inglese Tommaso Moro.

Ottava stazione: la diocesi di Bolzano-Bressanone

L’ottava stazione

L’edicola posta al termine del sentiero è dedicata alla chiesa locale, la diocesi Bolzano e Bressanone. Vi campeggia la raccomandazione che San Paolo dà a Timoteo: “Custodisci, mediante lo Spirito Santo che abita in noi, il bene prezioso che ti è stato affidato”. Il testo è reso nelle tre lingue usate in diocesi: l’italiano, il tedesco e il ladino. I santi proposti sono la tirolese Notburga di Eben, Cassiano e Vigilio, patroni rispettivamente di Bolzano e Trento, il missionario Josef Freinademetz di Oies.

La chiesa di San Cirillo

La chiesa di San Cirillo

L’antica chiesetta sul colle, raggiunta al termine del Sentiero dei Santi d’Europa, è dedicata a San Cirillo di Alessandria. Documentata già nel 1283 e poi caduta in rovina, è stata restaurata e riaperta ai fedeli nel 1992.

Gli affreschi sulla facciata

Sulla facciata campeggiano affreschi di un maestro brissinese quattrocentesco con un san Cristoforo, sant’Osvaldo, Maria Maddalena, una Madonna con bambino, san Lorenzo e san Cirillo. All’interno, sulla parete sinistra, sono altri affreschi dedicati alla barbuta santa Wilgefortis, alla crocifissione di Gesù e alla visita dei Magi. Sul piazzale antistante la chiesa è la statua dedicata a “Thomas Heinrichs des Vollen Knecht zu Brichsen”, ovvero Thomas, servo di Heinrich Voll di Bressanone, che nel 1334 dispose tramite lascito che annualmente, nel giorno di san Lorenzo (10 agosto), venissero distribuiti presso la chiesa di San Cirillo pane e formaggio ai poveri. Dal belvedere sul retro della chiesa si gode un ampio panorama su Bressanone.

Il monumento a Thomas Knecht

(Ho percorso il sentiero il 14 agosto 2018)

Gaeta. Il giudizio finale sul candelabro della Cattedrale

In uno dei più bei golfi del Tirreno, ai piedi del parco naturale di Monte Orlando, Gaeta costituisce un’eccellente meta per chi ama passeggiare nella storia. Tappa di questo itinerario è la sua Cattedrale. Ci attira in particolare il magnifico candelabro del cero pasquale, risalente al Duecento, conosciuto anche come “colonna istoriata”.  Il candelabro, collocato sul presbiterio rialzato, è composto di quarantotto riquadri scolpiti, dedicati per metà a illustrare scene della vita di Cristo e per metà scene della vita di Sant’Erasmo, modulata secondo la Passio Sancti Erasmi. I quadri scolpiti sono distribuiti secondo l’ordine cronologico degli avvenimenti della vita del Cristo e di Erasmo.

I morti risorgono al suono della tromba

Osserviamo i pannelli relativi al giudizio finale. La prima scena è quella della risurrezione dei morti. Vediamo a destra l’angelo tubicino che fa squillare la sua tromba. A sinistra i corpi umani sono ritratti nelle diverse fasi del loro risveglio: dapprima i corpi sono ancora distesi a terra; si passa poi alla posizione seduta e a quella levata. Si noti il risorto in piedi che aiuta il suo vicino al alzarsi. Si notino anche le mani che coprono il sesso. I volti sono rivolti verso l’alto, mentre osservano la parusia in atto.

La risurrezione dei morti

La risurrezione dei morti inumati in terra si completa con la restaurazione dei corpi che erano stati dilaniati e divorati dalle bestie feroci. Nel secondo pannello vediamo i sepolcri aperti e osserviamo un leone e altre fiere che vomitano dalla bocca i poveri resti delle loro prede umane. I corpi si ricompongono al suono della tromba angelica.

L’apparizione del Giudice

Nel terzo pannello vediamo i risorti schierati in ginocchio con le braccia conserte in segno di sottomissione. Davanti a loro si manifesta il Signore, in piedi, con la mano destra levata e i fori dei chiodi in evidenza. In cielo gli angeli esibiscono gli strumenti della passione di Gesù: la croce, la canna con la spugna, la lancia, la corona di spine.

I beati e i dannati

La scena del giudizio finale è tripartita. Nella parte superiore Cristo giudice appare in cielo seduto su un trono, sorretto da due angeli che scendono ad ali spiegate. Gesù siede con le gambe incrociate, simbolo di ponderatezza. In basso a sinistra è il gruppo dei beati, tra i quali si riconosce forse il buon ladrone con la croce. Di fronte è il gruppo dei dannati, dall’espressione desolata. Un diavolo, con le sembianze d’un silvestre e peloso Pan dal volto di satiro demoniaco, strattona i dannati incatenati verso l’inferno, aiutato da un secondo demone nano che porta in spalla uno strumento di tortura. Si può osservare il netto contrasto tra le gambe snelle ed eleganti della donna dannata e gli sgraziati polpacci del caprone demoniaco.

La Catacomba “Ad Decimum” sulla Via Latina

Sconosciuta. Sorprendente. Una catacomba cristiana a Roma, aperta e visitabile, ma pochissimo frequentata. Con caratteristiche di grande pregio. Riemersa intatta dal fango dei secoli, con le gallerie transitabili e i loculi ancora tutti sigillati. Espressione della piccola comunità del Vicus Angusculanus sorta nei primi secoli intorno a un santuario, ai casali rustici, alle ville d’otium e a una stazione di posta fornita d’impianto termale. Una comunità che parlava in greco e in latino e che dedicava ai suoi defunti iscrizioni tenerissime. E un corpus di pitture che ricordano quelle delle catacombe romane più note.

La Catacomba Ad decimum della Via Latina

La Catacomba si trova al km 6 dell’attuale Via Anagnina, sul confine tra il comune di Roma e quello di Grottaferrata. In epoca romana il luogo corrispondeva al decimo miglio della Via Latina, da cui deriva il nome Ad Decimum. Vi furono tumulati circa mille corpi nei secoli terzo, quarto e quinto. Fu poi abbandonata e dimenticata. Per essere riscoperta per puro caso nel 1903 nel corso di alcuni lavori agricoli. La notizia giunse ai monaci dell’abbazia di San Nilo di Grottaferrata, che acquistarono il terreno e intrapresero gli scavi, conclusi nel 1936. Oggi il sepolcreto è posto sotto la tutela della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra ed è aperto la domenica grazie agli entusiasti e competenti volontari del Gruppo Archeologico Latino – Colli Albani “Bruno Manfellotto”.

Il casotto d’ingresso della catacomba

Le prime iscrizioni, quelle più antiche, sono molto laconiche: formulari semplici e brevi composti dal nome del defunto, da addii augurali e talvolta da immagini simboliche cristiane (il pesce, l’ancora, la colomba). Più tardi, dopo la fine delle persecuzioni e la pacificazione religiosa di Costantino, le iscrizioni si allungano, compaiono aggettivi come benemerens, carissimuse dulcis, i simboli cristiani diventano più espliciti. Un esempio è l’epigrafe Ianuarius diaconus se vivo fecit sibi et costae suae Lupercillae et Martyriae filiae suae dolcissimae quae vixit annos III menses VI dies V in pace (“Il diacono Gennaro fece da vivo questo sepolcro per sé e per la sua costola Lupercilla e per la sua figlia dolcissima Martiria, che visse tre anni, sei mesi e cinque giorni, in pace”). Colpisce che Gennaro sostituisca il termine coniuge/moglie con quello di costae, con evidente riferimento all’immagine biblica di Eva, creata dalla costola di Adamo. Altro esempio è la scritta Marciano benemerenti Hilarus fratri carissimo in pace (“Ilaro [ha fatto questa sepoltura] al suo benemerito fratello Marciano carissimo che riposa in pace), corredata da immagini incise che raffigurano colombe, un buon pastore con un agnellino sulle spalle e una coppia di pecore. Molto curiosa è la presenza nelle iscrizioni di termini quali Coprion (Coprion coiugi Florentini benemerenti fecit) e Istercoria (Proficius lector et exorcista / Istercoriae coiugi benemerenti / se vivo fecit) dallo sgradevole significato di “sterco”. Se si aggiunge che un defunto è definito Dyscoli, ovvero fastidioso e intrattabile, sorge la curiosità per questi accostamenti tra persone amate e nomi repulsivi. Probabilmente la particolare diffusione in ambito cristiano di questi nomi dal significato infamante fa pensare che il loro uso fosse legato alla volontà dei fedeli di condurre forme di penitenza e di mortificazione, associate a “nomi di umiltà”.

Una galleria della catacomba

I soggetti dipinti sui cubicula della catacomba sono quelli tipici dell’iconografia paleocristiana. L’immagine del buon pastore compare in un ambiente paradisiaco, tra alberi stilizzati e coppie di pecore. Il profeta Daniele è ritratto in preghiera nella fossa dei leoni. Vediamo anche immagini di donne in preghiera con le braccia levate. Gesù è ritratto al centro di un collegio apostolico, affiancato da Pietro, Paolo e dagli altri apostoli.

Il buon pastore e Daniele nella fossa dei leoni

L’immagine di maggiore interesse è quella della Traditio legis, cioè la consegna della legge a San Pietro da parte di Gesù. Il Signore è sospeso sulle nubi e porge con la mano sinistra all’apostolo un rotolo su cui si legge Dominus legem dat, mentre San Paolo acclama. Nel registro inferiore si vede una piccola altura, il monte paradisiaco, sul quale è poggiato l’Agnus Dei, personificazione simbolica del Cristo; ai piedi del monte sgorgano i quattro fiumi edenici mentre ai lati si distribuiscono dodici agnelli, simboli degli apostoli. Sulla parete a fianco si osserva l’immagine di un ragazzo, fiancheggiato da Pietro e Paolo che lo accompagnano nel momento del trapasso dal mondo terreno a quello ultraterreno. Una scritta a lato della testa del ragazzo defunto ci rivela la sua età (fra i 17 e i 18 anni) e il suo nome: Viator, il viandante.

Il dipinto della Traditio Legis

(Visita effettuata il 29 luglio 2018)

Casacalenda e l’antica Gerione

Questo itinerario nel Molise collinare interno ci conduce dapprima a Casacalenda, l’antica Kalene, e poi tra le rovine della vicina Gerione. Tutte le guide ricordano che durante la seconda guerra punica a Kalene si era accampato l’esercito romano guidato da Marco Minucio Rufo per affrontare il temibile Annibale, trincerato nella vicina Gerione. L’episodio risalirebbe, secondo quanto attesta lo storico Polibio, all’inverno del 217 avanti Cristo (l’anno 536 dalla fondazione di Roma). Oggi i problemi che affliggono il paese non sono più le guerre devastatrici ma fenomeni altrettanto maligni quali l’inarrestabile emigrazione e i traumi del terremoto.

Pannello fotografico del Comune di Casacalenda

Colpiscono perciò gli originali pannelli fotografici collocati sui muri della città vecchia che ritraggono gli abitanti del paese sotto l’insegna del “Noi(R)esitiamo”. E non mancano alcuni segnali di resilienza, come le istallazioni del Museo all’Aperto di Arte Contemporanea Kalenarte (Maack) disseminate nell’intero territorio comunale. O un museo che accosta la tradizione folklorica del “bufù” all’arte contemporanea.

Palazzo fortificato a Terravecchia

Molto piacevole è la passeggiata nel centro storico, che segue l’asse viario di Terravecchia. Dalla via centrale si diramano i vicoli laterali che scendono, attraverso gradinate, alle vecchie mura e al circuito perimetrale esterno del Borgonuovo, un anello panoramico su tutto il Molise interno. La lunetta del portale della chiesa di Santa Maria Maggiore contiene due caratteristiche statuette trecentesche che descrivono la visita di Maria alla cugina Elisabetta. Questa scena della Visitazione serve da ideale icona alla nostra visita al paese.

La lunetta di Santa Maria Maggiore

 

Il Castello di Gerione, l’antica Gereonium

Terminata la visita a Casacalenda possiamo raggiungere Gerione seguendo una stradetta che scende da piazza Nardacchione, di fronte al Palazzo Baronale, in direzione nord-est e raggiunge dopo 2,5 km il fondovalle del Cigno. Seguendo la segnaletica, si devia su una strada sterrata sulla destra, si valica il torrente su un ponticello e si trova un’area attrezzata. Le condizioni della strada possono consigliare di lasciare l’auto qui o al bivio precedente. Non si sono problemi se si dispone di un’auto alta o di un fuoristrada. Il percorso successivo su strada bianca, in qualche tratto cementata, è ripido e conduce in ulteriori 2 km al panoramico spiazzo sommitale, a 616 metri di quota, dove sono i cartelli introduttivi e l’accesso all’area archeologica. Se si è scelto di salire a piedi, avremo impiegato circa 30-40 minuti.

Il palazzo di Gerione

Aggirandoci sulla cima di questo colle, scopriamo i resti di un insediamento fortificato di piccole dimensioni ma di gloriosa storia, stando a quel che hanno ricostruito gli archeologi della Sovrintendenza regionale e dell’Università di Bologna. Gereonium fu inizialmente un abitato dei Sanniti Frentani, cinto da mura costruite in grosse pietre cementate con argilla. Annibale, il grande generale cartaginese, conquistò la cittadella nel 217 avanti Cristo (siamo alla vigilia della battaglia di Canne), trucidò gli abitanti e l’adibì a magazzino per il rifornimento delle truppe.

Un’abitazione

L’abitato rinacque con vigore nell’Alto Medioevo, divenendo un castaldato longobardo.  Arrivarono i Normanni che lo incendiarono, salvo poi riportarlo a nuova vita, costruendovi una torre e un palazzo, cui si aggiunse una chiesa dedicata a Maria. Le fortificazioni, rafforzate da torri, furono allargate a tutto il perimetro sommitale al tempo di Federico II (1194-1250). In quest’epoca la porta principale era a sud, potentemente munita da bastioni coronati dalla torre primitiva. Il palazzo fu munito da un’altra torre a nord e tutto il complesso venne rafforzato da antemurale e fossato.

I resti della chiesa

All’interno delle mura si possono osservare resti di case, costruite con pavimenti in terra battuta e tetto di paglia; le murature perimetrali avevano uno zoccolo di pietrame ed un alzato in argilla cementizia. La fine dell’insediamento fu dovuta alla Peste Nera, che infuriò in tutta Italia raggiungendo la massima virulenza verso il 1350. Il terribile terremoto del 1349, che devastò l’intero Meridione, ne decretò la fine. Da allora il luogo fu abbandonato. Almeno fino all’arrivo degli archeologi.

Ricostruzione dell’abitato di Gerione

(Ho effettuato l’escursione il 12 aprile 2018)

Alvito. Il Castello, la Fossa Maiura e i borghi abbandonati

Siamo in Ciociaria, sui primi rilievi del Parco nazionale d’Abruzzo. Visitiamo Alvito, uno dei paesi della Val di Comino. L’urbanistica del paese è del più grande interesse, perché Alvito si sviluppa sui tre livelli del colle, seguendo il modello della città-fortezza: in alto il borgo medievale raccolto intorno al Castello pentagonale; sul declivio il Peschio, avamposto intermedio con i suoi imponenti palazzi e la chiesa della Trinità con la sua bella cupola tonda; alla base “la valle”, impreziosita da palazzi e chiese di gusto barocco.

La carta turistica di Alvito (visitalvito.it)

Alvito è anche il punto di partenza di una rete di sentieri, strade sterrate e percorsi escursionistici che coprono come una ragnatela il territorio circostante. La nostra visita si concentra sul Castello di Alvito e si allarga poi verso la Fossa Maiura e i borghi abbandonati di Cortignale e Capputina.

 

Il Castello medievale

La torre angolare del Castello

L’imponente fortezza risale al 1094 quando i conti d’Aquino la costruirono come avamposto a protezione delle terre dell’abbazia di Montecassino. Distrutto in seguito al terremoto del 1349, fu ricostruito abbinando la finalità militare alla funzione di palazzo signorile, dimora dei Cantelmo. Si può visitare la piazza d’armi, di forma triangolare, protetta dalle mura e da tre possenti torri cilindriche. Il palazzo ducale resta appena visibile con le sue mura segnate da monofore e oculi. La Porta del Lago dà accesso al borgo e alle due chiese di Santa Maria in Porta Coeli e dell’Assunta. La strada che cinge il borgo è un balcone panoramico sulla Val di Comino e la Valle del Liri. Dal Castello partono alcuni dei sentieri che vanno alla scoperta dei dintorni di Alvito.

La piazza d’armi del Castello

 

Fossa Maiura

Il cratere della Fossa Maiura

Da Alvito raggiungiamo la Via Piano di Macchialonga e la percorriamo sino al termine dell’asfalto. Utile sapere che la strada è stretta e non dispone di molte piazzole di sosta e che la sterrata successiva è in cattive condizioni. Lasciata l’auto si prosegue a piedi verso la vicina Fossa Maiura (815 m). Seguendo la sterrata che aggira la fossa sulla destra se ne raggiunge la sommità. Di qui il cratere è visibile in tutta la sua impressionante ampiezza. La gigantesca dolina è una sorta di cono rovesciato profondo circa cento metri. Le pareti interne sono friabili e percorse da canalini franosi. Sul fondo è una rigogliosa vegetazione.

 

Cortignale e Capputina

Cortignale

Retrocedendo di qualche passo fino al doppio tornante della sterrata, s’imbocca a sinistra (sud-est) una stradina a mezzacosta. Un cartello di legno indica il percorso A05 verso Cortignale. Dopo qualche centinaio di metri, a un nuovo bivio, si sale a sinistra verso le già visibili case di Cortignale. Siamo in un villaggio disabitato con le caratteristiche tipiche delle pagliare dell’Appennino, ovvero i piccoli borghi frequentati d’estate dagli abitanti della valle. I valligiani vi salivano con i loro animali, coltivavano i loro poderi e sfalciavano il fieno per l’inverno. Gli edifici sono tutti costruiti sul declivio e presentano generalmente la residenza di famiglia in alto e la stalla a piano terra, talvolta con accessi sfalsati o collegati da scalinate esterne. La prima abitazione è dotata di un locale esterno per la spremitura delle olive o dell’uva.

Il camino e il forno

Più avanti un edificio di maggior pregio, con il carattere di dimora estiva, mostra la corte esterna, la scalinata d’accesso al piano nobile, una stanza dotata di camino e di forno a legna e una serie di magazzini ad arco aperto, successivamente tamponati e modificati in stalle. Le costruzioni più piccole, con il tetto spiovente, sono destinate a immagazzinare il fieno. La fienagione è tuttora effettuata nel periodo estivo, lungo i pendii laterali della valle.

La valle di Comino

Procedendo sulla strada bianca (balcone panoramico sulla Valle di Comino) si raggiunge in breve un secondo villaggio in abbandono, denominato Capputina (o Cappudine), dalle caratteristiche simili al primo. Un edificio mostra il rifacimento del tetto e quindi un recente tentativo di riuso. Ma la generalità delle case mostra i segni dell’abbandono e del progressivo disfacimento, a partire dalla caduta del tetto.

Capputina

Si può ipotizzare che i villaggi siano stati abitati fino all’inizio del secolo scorso e che, successivamente, almeno fino agli anni Cinquanta, siano stati utilizzati solo come stalle e ricovero degli animali portati al pascolo d’altura. Se si percorrono i terreni sovrastanti si può osservare il mosaico delle particelle di terreno coltivato e degli stazzi recintati da muretti di pietre a secco.

I luoghi della visita

(Escursione effettuata il 23 giugno 2018)