Informazioni su carlofinocchietti

Carlo Finocchietti dirige a Roma un’agenzia europea specializzata nella mobilità accademica internazionale e nel riconoscimento dei titoli di studio esteri. I suoi interessi di ricerca e le sue pubblicazioni si concentrano sull’internazionalizzazione dei sistemi universitari, l’orientamento professionale e i rapporti tra università e industria. Camminatore appassionato e curioso ha esplorato e descritto in diversi volumi intriganti percorsi escursionistici legati alla memoria storica dell’Italia centrale.

Georgia. La città rupestre di Uplistsikhe

Furono le orde dei Mongoli di Gengis Khan a devastare e colpire a morte Uplistsikhe. Da allora la più antica città rupestre della Georgia fu abbandonata alla desolazione. Sette secoli dopo, nel 1920, un devastante terremoto provocò il crollo della parete rocciosa e l’ulteriore rovina di molte sue cavità. La rinascita della waste land iniziò negli anni Cinquanta del Novecento, grazie a successive campagne di scavo e restauro realizzate da missioni archeologiche e architettoniche. Oggi il sito è liberato dai detriti. I restauri di altre cavità sono in corso. Le strutture pericolanti sono state rinforzate. I percorsi di visita sono stati attrezzati. Lo studio, la tutela e la conservazione sono stati promossi con la creazione di una riserva (Uplistsikhe historical-architectural museum-reserve). E Uplistsikhe si è trasformata in una delle migliori attrazioni turistiche della Georgia, grazie anche alla sua vicinanza con la capitale Tbilisi.

L’ingresso alla città rupestre dal fiume Mtkvari

Le origini della città rupestre sono antichissime. Mille anni prima di Cristo le comunità che vivevano lungo le rive del fiume, preoccupate dai possibili rischi d’invasione, pensarono di scavare le rocce sovrastanti e di ricavarne rifugi meglio difendibili. Col passare dei secoli l’attività di scavo proseguì e con essa la creazione di un’autentica fortezza rupestre, presidiata da soldati. In epoca ellenistica Uplistitsikhe – “la città del signore” – era già caratterizzata come importante centro religioso meta di pellegrinaggi e come città commerciale e militare del regno di Iberia (che con la Colchide, costituiva l’odierna Georgia).

La zona centrale diUplistsikhe

Era una città vera, con tutte le caratteristiche urbane del tempo: l’acropoli, la cinta muraria e il fossato difensivo, diverse porte d’accesso, un sistema idrico per il rifornimento di acqua potabile e la gestione dell’acqua piovana, un’urbanistica pianificata. L’architettura “per sottrazione” tendeva a riprodurre nello scavo le caratteristiche degli edifici residenziali costruiti (pareti, volte, decorazioni). Erano anche ricavate nella roccia tutte le strutture per la lavorazione dei prodotti agricoli, per la conservazione delle derrate e per le diverse attività artigianali.

La piazza centrale e la chiesa costruita sui resti del tempio pagano

L’arrivo del Cristianesimo comportò alcuni cambiamenti. I templi pagani furono sostituiti da chiese cristiane e il carattere di fortezza militare fu temperato dalla presenza di comunità di monaci che s’insediarono nelle grotte.

La Strada Santa, percorsa dai pellegrini e dai mercanti

Uplistsikhe era attraversata dalla via commerciale Trans-Caucasica, una diramazione dell’antica Via della Seta, che collegava l’Asia centrale alla regione del Mar Nero. I reperti archeologici trovati nell’area confermano i legami tra il mondo greco-romano, l’Iran (il regno dei Parti e i Sassanidi) e l’Armenia.

La via d’accesso dal fiume e la porta principale tra le mura

La via d’accesso alla città proveniva dalle rive del fiume e risaliva la fascia di rocce. In alto si apriva tra le mura fortificate la principale porta di accesso all’abitato rupestre.

Il quartiere Makvliani e il tempio

Sulla destra della via principale si sviluppava il quartiere di Makvliani, scavato intorno a due templi, cui si accedeva salendo due gradinate. I templi erano preceduti da un’area porticata.

Il tempio triangolare con la volta a cassoni

Una delle strutture più ammirate è il Tempio la cui facciata si chiude in alto con un frontone triangolare. L’ingresso ad arco semicircolare è voltato con una decorazione a cassoni a forma di ottaedro e introduce a un portico.

La sala della regina

Altra celebre cavità è la cosiddetta Sala della Regina Tamara situata sulla piazza che chiude in alto la strada principale. Se ne apprezzano la grande dimensione, la perfezione tecnica dello scavo, l’eleganza dell’architettura e la qualità di lavorazione della roccia. Il soffitto è realizzato a spioventi imitando il tetto di legno sostenuto da una trave centrale. Sui fianchi sono scavate le nicchie, collegate da passaggi, dove sedevano i dignitari del tempo nell’esercizio delle loro funzioni.

Il tempio a tre navate

E’ ancora riconoscibile un tempio a tre navate, la cui volta è crollata. Sul pavimento sono evidenti le basi delle colonne che delimitavano le navate. L’abside di destra conserva un’ara e i canali di deflusso, probabilmente destinata a sacrifici rituali.

La chiesa di Uplistsuli

Una chiesa cristiana fu eretta nel decimo secolo sulle rovine di un precedente tempio pagano. Si tratta dell’unico edificio costruito e non scavato nella roccia. La basilica è a navata unica con ambulacri su tre lati, costruita in pietra e mattoni. Nei secoli successivi è stata rimaneggiata più volte. La chiesa è dedicata a Uphlistsuli, che in georgiano significa “figlio del Signore”.

La mappa della città rupestre

(Ho visitato Vardzia il 5 luglio 2018)

Visitate il sito camminarenellastoria.it e la sezione dedicata all’architettura rupestre

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Chiese di Georgia

Secondo la tradizione il Vangelo di Gesù fu predicato in Georgia direttamente da alcuni dei suoi apostoli e in particolare dall’apostolo Andrea. E il cristianesimo fu dunque molto precoce tanto da diventare religione nazionale già intorno al 327, grazie alla predicazione di Santa Nino e alla conversione del re Mirian e della regina Nana. L’antica capitale Mtsketa divenne nel tempo il cuore spirituale del cristianesimo georgiano e il centro della chiesa apostolica autocefala ortodossa georgiana che ne costituisce l’eredità più consistente.

 

La cattedrale di Svetitskhoveli a Mtskheta

La cattedrale di Svetitskhoveli

La cattedrale di Svetitskhoveli, al centro di Mtskheta, è la sede del Catholicos, il patriarca della Georgia. Una cinta di mura fortificate la protegge, ieri da possibili invasioni, oggi dall’invadenza assillante del mercatino di souvenir turistici. All’interno delle mura sono ricavate le residenze dei monaci ortodossi. Le facciate della chiesa sono un’esposizione di motivi simbolici scolpiti nella pietra tra i quali spiccano un pavone, i grappoli d’uva, una deesis e la firma dell’architetto Arsukidze (una mano che regge una squadra).

La riproduzione del Santo Sepolcro

L’interno è ricco di motivi architettonici e di affreschi: tra i primi si segnalano il battistero e la riproduzione del Santo Sepolcro; tra i secondi un grande Giudizio universale.

 

La chiesa di Jvari

La chiesa di Jvari

Mtsketa si sviluppa ai piedi di un colle che domina sulla confluenza del fiume Aragvi nello Mtkvari. Sulla cima del colle, in magnifica posizione panoramica, sorge la chiesa di Jvari, cara al sentimento religioso georgiano. Essa sarebbe stata costruita nel luogo in cui il re Mirian fece erigere una sacra croce lignea, dopo essere stato convertito al cristianesimo da Santa Nino. La riproduzione della croce spicca al centro della chiesa. L’architettura è una perfetta esemplificazione dello stile georgiano “tetraconco”, per la sua simmetria e per l’armonia tra l’altezza della cupola e la pianta a croce con quattro bracci absidati.

L’icona di San Giorgio che schiaccia l’imperatore Diocleziano

Tra le icone simboliche della fede georgiana incuriosisce quella di San Giorgio che schiaccia il drago, che ha qui le fattezze dell’imperatore Diocleziano, persecutore dei cristiani.

 

La chiesa di Metekhi

La chiesa di Metekhi

La chiesa di Metekhi sorge in un luogo molto appariscente di Tbilisi, la capitale della Georgia. Domina il panorama urbano dall’alto di una rupe sul fiume che traversa la città. Fu costruita alla fine del Duecento e più volte rimaneggiata. Trasformata in teatro durante la dominazione sovietica, è ritornata a essere un luogo di culto urbano frequentatissimo dai fedeli.

 

La basilica di Anchiskhati

L’ingresso della basilica di Anchiskhati

La chiesa più antica di Tbilisi si trova nella città vecchia. Il suo nome deriva dall’icona della cattedrale di Anchi, qui trasferita nel Seicento e oggi custodita in un museo della città. Gli affreschi che decorano l’interno sono ormai molto sbiaditi e quasi illeggibili.

 

La cattedrale di Sioni

La cattedrale di Sioni

La cattedrale di Sioni lega la sua fama tra i fedeli cristiani alla custodia della croce di Santa Nino, fondatrice del cristianesimo georgiano. Secondo la leggenda la croce sarebbe stata realizzata dalla santa intrecciando i suoi capelli a rami di vite.

 

La cattedrale della Santa Trinità

La cattedrale della Santa Trinità

La costruzione è veramente imponente ed è caratterizzata dalla monumentalità e dallo sfarzo architettonico. Simbolo della rinascita della chiesa ortodossa georgiana e inaugurata nel 2004, ha una struttura a cinque navate e un profilo slanciato verso l’alto. Le fanno corona altre dodici chiese più piccole. L’essere stata costruita durante la gravissima crisi economica e sociale della Georgia, successiva alla fuoriuscita dall’Unione Sovietica, ha provocato risentimenti e qualche polemica.

La croce di Santa Nino in Cattedrale

(Visita effettuata nel mese di luglio 2018)

Georgia. Il Castello di Rabati

Il castello di Rabati domina la città moderna di Akhaltsikhe, nel sud-ovest della Georgia. In realtà, più che di una semplice fortezza o di un presidio militare, si tratta di una vasta cittadella, suddivisa in quartieri e circondata da mura.

Il Castello di Rabati

Era luogo di mercato e di scambi sulle vie carovaniere. Siamo del resto in una regione di frontiera, dove s’incontravano mercanti, regni e popoli e non mancavano invasioni ostili e scorrerie. La città è un crogiolo di etnie diverse che oggi convivono in pace e che esprimono le diverse fedi che le animano.

La zona commerciale del castello

Vi sono chiese dell’ortodossia georgiana, degli apostolici armeni, insieme con una sinagoga e una moschea. Ad Akhaltsikhe, nella vasta diocesi del Caucaso dei Latini, è insediata anche una piccola presenza cattolica, di testimonianza: un gruppo di monache benedettine italiane ha riaperto una chiesa-santuario sul colle e un nucleo di religiosi cappuccini anima una parrocchia in città.

Il santuario della Madonna del Rosario e il monastero delle Benedettine di Akhaltsikhe

Il castello di Rabati risale al Duecento e ha visto alternarsi le famiglie feudali locali, la conquista ottomana iniziata nel 1576 e l’occupazione russa durata fino al Novecento e alla dissoluzione dell’Unione Sovietica.

La scuola coranica

Dopo un accurato restauro il castello è oggi aperto al pubblico ed è diventato un buon attrattore turistico. Raccontano le cronache mondane che la sua riapertura è stata festeggiata con uno speciale concerto del  cantante francese Charles Aznavour, di origini armene, il cui padre era nato a Akhaltsikhe.

La moschea

All’interno del complesso del castello sono situati il museo storico della regione, una chiesa, una moschea, un minareto e una sinagoga. Interessante l’edificio che ospitava la madrasa, la scuola coranica, con le residenze degli studenti a piano terra e le aule d’insegnamento al piano superiore. La sezione amministrativa occupa la parte alta della cittadella. In basso sono l’albero, il ristorante e sala teatrale.

La mappa del Castello

(Ho visitato il castello di Rabati il 6 luglio 2018)

Georgia. La città rupestre di Vardzia

Siamo nel sud della Georgia, ormai prossimi al confine con l’Armenia. Il bus risale la tortuosa valle del fiume Mtkvari, scavata tra le montagne del Caucaso. Siamo diretti a Vardzia, la celebre città rupestre. Ma tutta la valle è un continuumdi siti storici e archeologici che ne fanno un autentico Museo diffuso (Vardzia historical-architectural museum-reserve). Abbiamo lasciato la città di Achaltsikhe dominata dall’immensa Fortezza di Rabati, perfettamente restaurata.

La fortezza di Kertvisi nell’alta valle del Krtvisi

Un importante bivio stradale è presidiato dalla Fortezza di Kertvisi, alta su uno sperone roccioso dominante la confluenza di due fiumi. Più avanti le mura fortificate che scendono dai ruderi del castello di Tmogvi stringono la profonda gola sottostante in una linea di difesa che sembrerebbe inespugnabile. Ci vuol poco a capire che in questa valle si sono affrontati eserciti e sono transitati predoni, carovane di mercanti e truppe di conquista di tutti i tipi, dai mongoli agli arabi. Un caravanserraglio a lato della strada ricorda tristemente che qui venivano concentrati i georgiani catturati nei villaggi per essere venduti come schiavi ai mercanti turchi. Osserviamo i muretti dei campi terrazzati coltivati a vite, piccoli insediamenti rupestri, antiche chiese isolate, villaggi dispersi.

La parete rocciosa con la città rupestre di Vardzia

Vardzia si annuncia al di là del fiume con la sua parete rocciosa verticale traforata da mille occhi neri come un merletto rupestre tessuto da mani inesperte. Il manto roccioso che copriva questo alveare di grotte si è in gran parte staccato a seguito di un rovinoso terremoto: i massi erratici caduti ai piedi della parete ne sono la testimonianza. Ma è così venuto alla luce l’intero abitato rupestre, distribuito su tredici livelli sovrapposti, collegati da scale intagliate nella roccia.

L’immagine ravvicinata della città rupestre di Vardzia

Percorrendone i cunicoli, le cenge e i raccordi si scoprono oltre quattrocento stanze abitabili, tredici chiese e venticinque tra cantine e depositi. Vardzia fu scavata nel millecento, su iniziativa del re georgiano del tempo, per farne una fortezza rupestre mimetizzata nella roccia, abitata da un presidio di soldati a  controllo della vicina frontiera. Quando la frontiera si allontanò e vennero meno le ragioni di sicurezza, la figlia del re, l’amatissima regina Tamar, allontanò i soldati e la trasformò in una ‘città sacra’, popolata da centinaia di monaci. Nell’epoca d’oro della Georgia Vardzia divenne così un bastione della spiritualità georgiana alla frontiera orientale del mondo cristiano.

Il vestibolo della chiesa dell’Assunzione

Il cuore della città dei monaci è la chiesa dell’Assunzione di Maria. Anticipata da un vestibolo esterno, ha un interno che stupisce per la precisione e la regolarità dello scavo e che riproduce il modello delle chiese costruite. Gli affreschi che rivestono le pareti interne e la facciata esterna raccontano la storia della salvezza.

La torre campanaria

Nelle vicinanze della chiesa è stata innalzata una torre campanaria che è diventata un punto di sosta assai frequentato. Da essa si gode infatti un ampio panorama sulla valle e sulla fascia rocciosa scavata.

La cengia con le celle abitate dai monaci ortodossi

Vardzia è ancora una città monastica. Dopo la conquista dell’autonomia dall’Unione Sovietica, un nucleo di monaci ortodossi è tornato a insediarsi nelle celle del monastero e ad animare la vita religiosa del luogo. L’area monastica è interdetta ai turisti per tutelare la riservatezza dei monaci.

Un’abitazione rupestre

Gli appartamenti di questo singolare condominio rupestre mostrano talvolta una raffinata tecnica di scavo e un’eleganza delle finiture. L’area ‘notte’ è separata dall’area ‘giorno’. Le volte sono a botte e nelle pareti sono scavate dispense e armadi. Nel pavimento è inciso il focolare per la cottura degli alimenti.

Un deposito alimentare

La conservazione degli alimenti e del vino è garantita da orci interrati o da cavità rivestite di materiale isolante.

Una cisterna per la raccolta e la distribuzione dell’acqua

Particolare cura è dedicata alla gestione dell’acqua. All’alimentazione idrica provvede un acquedotto ipogeo di tre km che rifornisce le cisterne interne. Un ingegnoso sistema idrico di tubature provvede alla distribuzione capillare dell’acqua negli appartamenti abitati. L’acqua del fiume garantisce comunque una riserva idrica inesauribile. Lo smaltimento delle acque sporche e dei rifiuti è garantito dall’inclinazione dei pavimenti e da un sistema di gronde esterne scalpellate.

Il condominio rupestre

In caso di pericolo un vertiginoso cunicolo nascosto garantisce una rapida via di fuga verso il fiume. I turisti lo affrontano oggi alla fine dell’escursione e ne discendono gli impressionanti gradini e gli antri bui prima di riemergere alla luce del sole.

Le cenge e le terrazze di Vardzia

(Ho visitato Vardzia il 6 luglio 2018)

Visitate il sito camminarenellastoria.it e la sezione dedicata all’architettura rupestre

Il Tratturo della Zittola

La passeggiata sul segmento iniziale del tratturo Castel di Sangro-Lucera inizia dal Ponte sulla Zittola, appena fuori da Castel di Sangro. La Zittola è un fiume dal corso breve: ha la sorgente sui Colli Campanari presso Montenero Valcocchiara, traversa la torbiera del Pantano e confluisce nel Sangro presso il Convento della Maddalena.

La confluenza della Zittola nel Sangro

Il ponte sulla Zittola (quota 820 m) è un incrocio importante di strade statali, fiancheggiato dal passaggio a livello sui binari della storica linea ferroviaria Sulmona-Napoli. Un tempo questo ponte era il passaggio obbligato anche del tratturo che collegava gli stazzi dei monti di Pescasseroli ai pascoli invernali di Candela e della Capitanata meridionale. I prati nei dintorni e la vicina Taverna erano così un luogo obbligato d’incontro, di concentrazione e di passaggio.

La lapide della Zittola

Una lapide inserita nel muretto laterale della Taverna ricorda i lavori promossi da Maffei nel 1744: l’allora Procuratore della Confraternita del Santissimo Sacramento di Castel di Sangro, provvide infatti alla manutenzione e al restauro del ponte che da tempo esisteva sulla Zittola “per la comodità dei viaggiatori” (tum et viator comodi hunc pontem curavit). Effettivamente, in quello stesso anno, l’attivismo della benemerita confraternita in campo architettonico aveva convinto Carlo III di Borbone a concedere a Castel di Sangro il titolo di “città”.

L’Istituto professionale per l’agricoltura

Dopo il ponte, all’altezza del km 151,300 della strada statale 17, una sterrata sulla sinistra raggiunge l’Istituto professionale per l’agricoltura e l’ambiente. La sterrata a margine del tratturo aggira gli edifici scolastici, traversa una zona di prati e di masserie e raggiunge in meno di un km la Taverna della Zittola.

La taverna della Zittola

L’antica Taverna era nota anche come la Taverna del Vescovo, ma sulle carte moderne ha il nome di Casone di Vallesalice. L’edificio a due piani è piuttosto malandato. L’interno mostra i segni della successiva trasformazione in stalla, con le mangiatoie, le vasche di abbeverata e il camino per la cottura del latte. All’esterno sono evidenti le addizioni moderne di locali di servizio ormai in rovina. Mantiene tuttavia un suo aspetto di decorosa dignità, al centro di un’ampia zona di sosta.

La Taverna della Zittola

Alla Taverna il tratturo si biforca. Il Pescasseroli-Candela prosegue a destra (sud) lungo il percorso che coincide oggi con la strada statale 17. Un secondo tratturo, il Castel di Sangro-Lucera, ha inizio qui e si dirige a sinistra (est) verso i colli di Montalto. La biforcazione a Y e le tracce regolari dei due tratturi sono ancora perfettamente distinguibili sul terreno grazie alle immagini zenitali di Google Maps.

L’incrocio dei tratturi alla Taverna della Zittola

Seguiamo ora la larga mulattiera del tratturo, individuato da qualche bandierina bianco-rossa, che alle spalle della Taverna risale il colle. Il terreno, fangoso in qualche punto, ha le tracce evidenti del passaggio delle mandrie di bovini al pascolo. Incrociamo in alto il nastro della moderna superstrada. La superiamo con una breve deviazione sulla destra, transitando sotto il viadotto di Valle Salice e riprendendo subito a sinistra il percorso in salita.

La valle del Sangro e i monti di Roccaraso

Alle spalle ammiriamo lo spettacolo della valle del Sangro con i suoi paesini, la catena delle Mainarde, il Greco e i monti di Roccaraso, gli spuntoni rocciosi dei monti Pizzi. Il tratturo traversa i boschetti alla base della Montagnola, tocca il fontanile del Sambuco e raggiunge una strada asfaltata alla Bocca di Forlì (del Sannio), il valico spartiacque tra il bacino fluviale del Sangro, tributario del mare Adriatico, e il bacino del Volturno, tributario del Tirreno.

La fonte del Sambuco

Si segue la strada a sinistra fino alla vicina discarica di Alto Sangro Ambiente. Aggirando l’impianto s’imbocca una sterrata che traversa il bosco in direzione sud-est e ritrova più avanti la strada vicinale precedente. Lasciato l’Abruzzo, entriamo in Molise e raggiungiamo sull’asfalto le case di Montalto, frazione di Rionero Sannitico in provincia di Isernia.

L’arrivo a Montalto

Il borgo a 950 m di quota è un esempio limpido di centro urbano cresciuto lungo il tratturo, del quale riproduce la struttura allungata, con le case costruite sui due margini.

Dal ponte sulla Zittola avremo percorso sin qui circa sette km, impiegando due ore e mezza, su un dislivello di 150 metri. Il tratturo prosegue oltre su strade sterrate in direzione del torrente Vandra, Roccasicura e Pescolanciano.

Il fontanile di Montalto

(Ho percorso il tratturo il 10 giugno 2018)

Visita la sezione del sito camminarenellastoria.it dedicata ai tratturi

Venezia. Le Cappelle nel bosco

Il vaporetto attracca sulla piazzetta dell’isola di San Giorgio Maggiore. Ne scendo frettolosamente insieme con un gruppetto di turisti multilingue. Sollevo lo sguardo e resto abbacinato dal riflesso del sole sulla grande facciata bianca della chiesa che incombe sul canale. Quasi intimiditi dalla prorompente maestosità della basilica palladiana cerchiamo rifugio all’interno, aggirandoci tra i tesori della pittura e della scultura veneziane. Di fianco c’è il complesso del monastero benedettino, oggi abitato ancora da un piccolo nucleo di monaci ma soprattutto sede delle molteplici iniziative della Fondazione Giorgio Cini.

L’Isola di San Giorgio Maggiore a Venezia

Raggiunto l’altro capo dell’isola si scopre un inaspettato e rigoglioso boschetto. Qui, in occasione della Biennale di Architettura di Venezia, la Santa Sede ha allestito nel 2018, per la prima volta, il suo padiglione, le “Vatican Chapels”. Sotto gli alberi e nelle radure che guardano verso l’acqua della laguna si scoprono dieci cappelle, realizzate da altrettanti architetti, sul modello ideale della Cappella nel bosco di Gunnar Asplund. La cappella è una piccola chiesa, riservata a un ristretto numero di fedeli, con un apparato rituale essenziale che comprende l’altare e l’ambone, con eventuali altri arredi, decorazioni, ornamenti. In un certo senso – dice il Cardinal Gianfranco Ravasi, ispiratore del padiglione – potremmo parlare di una chiesa in miniatura, dove si legge la Parola di Dio e si celebra l’Eucarestia. Propongo alcune immagini delle cappelle che mi hanno attratto maggiormente.

 

La Cappella di Terunobu Fujimori

La Cappella di Fujimori

La cappella del giapponese Fujimori è una costruzione in legno con la struttura fatta di travi e di sostegni che ha reso semplice incorporare la croce alla configurazione degli elementi verticali e orizzontali, avvolta dalla copertura e dalle pareti. Ho deciso – dice Fujimori – di sollevare la croce direttamente dal terreno per essere un po’ più prossimi alla scena del Golgota. Per simboleggiare l’ascensione, foglie d’oro sono state posate sulla croce che emerge dalla luce. I visitatori entrano da una porta angusta e la croce li introduce all’esperienza dell’ascesa.

L’interno della Cappella Fujimori

 

La Cappella di Norman Foster

La cappella di Norman Foster

Le tre croci della cappella di Foster sono inserite in una tensegrity structure (una struttura che si autosostiene per effetto dello stato di tensione presente nel sistema) formata da cavi e puntoni. L’involucro è un graticcio di legno sorretto dalla struttura. Lo scopo – secondo Foster – è dare vita a uno spazio consacrato, con macchie d’ombra diffuse, separato dai movimenti usuali e aperto verso l’acqua e il cielo sullo sfondo. Il cambio di direzione della cappella dopo l’ingresso rallenta l’esperienza e offre la possibilità di una sorprendente scoperta: due alberi che incorniciano in maniera magnifica la vista verso la laguna, una piccola oasi in un vasto giardino, un luogo perfetto per ammirare il paesaggio.

La croce e l’altare

 

La Cappella di Carla Juaçaba

La Cappella Juaçaba

Lo spazio sacro è definito da quattro travi d’acciaio che formano due croci: la prima s’innalza sul prato e la seconda è distesa sull’erba e funge da panca. Le travi sono d’acciaio inossidabile a specchio e riflettono quanto vi è intorno.

Le due croci

 

La Cappella di Francesco Cellini

La Cappella Cellini

La cappella di Cellini è una struttura aperta, fatta di spazi e materiali elementari, asciutti e quasi astratti. Il suo involucro è il bosco esterno, con le sue piccole radure circondate da grandi alberi: un ambiente che invita al raccoglimento. La struttura richiama il simbolo della croce. All’interno sono due panche e due elementi figurativi: una mensa (un semplice piano che richiama l’altare) e un libro (che simbolizza l’ambone).

 

La Cappella del mattino

La Cappella di Ricardo Flores ed Eva Prats

La Cappella di Ricardo Flores ed Eva Prats è pensata come uno scavo in un muro, una cavità ricavata nello spessore di un setto aperta da un lato, un luogo dove sedersi protetti dal sole e dalla pioggia. Questa cappella è un luogo dove trovarsi di mattina presto, perché i primi raggi del sole formano un fascio di luce che penetra all’interno attraverso un foro circolare. Le persone trovano qui un luogo d’incontro, un’accoglienza che consente la preghiera e l’ascolto della Parola, l’attenzione agli altri qui raccolti, lo sguardo lungo sulla natura circostante.

L’ingresso del Padiglione della Santa Sede

(Ho visitato l’isola di San Giorgio il 31 maggio 2018)

La Pieve di Cellole

Un luogo appartato, dove c’è silenzio ma non solitudine. Siamo nel cuore della Toscana, sulle colline della Valdelsa. Vi arrivo da San Gimignano sotto il sole del primo pomeriggio. Il vicino boschetto e i cipressi rompono la sensazione d’afa. La frescura naturale del colle diventa refrigerio spirituale quando si entra nella pieve, se ne percorrono le navate e ci si ferma a meditare.

La pieve di Cellole

Il flusso di visitatori è continuo e discreto: una coppia è venuta in auto per un momento di preghiera; tre ragazze tedesche che percorrono la Francigena con i loro monumentali zaini sostano estasiate, scambiandosi emozioni; altri turisti arrivano in auto e si mettono a curiosare tra i mieli, le marmellate e i sacchetti di lavanda dell’esposizione o sfogliano le decine di libri delle edizioni Qiqajon. Sì, perché qui a Cellole vive una delle fraternità monastiche di Bose. Qiqajon è il nome ebraico dell’alberello che Dio fece crescere sopra la testa del profeta Giona per concedergli un momento di gratuito riposo e di frescura. La comunità accoglie a Cellole chi vuole condividere la vita dei monaci e cerca un luogo di confronto; e propone ai suoi ospiti la Lectio divina sui testi biblici o giornate di ritiro individuale e revisione di vita.

L’accoglienza nel Monastero

“Pieve” è un termine che deriva dal latino plebs (plebe) e individua abitualmente una chiesa di campagna, lontana dai centri abitati. Un fregio sulla facciata della chiesa di Cellole riporta l’iscrizione “a.d. mccxxxviii consumatio plebis” che ricorda il compimento della pieve nell’anno del Signore 1238. La chiesa fu iniziata dal pievano Ildebrando nel 1190 e divenne nel tempo un ospizio per malati di lebbra (mansio leprosorum) animato da Bartolo Buompedoni, il “Giobbe della Toscana”. Oggi accanto alla chiesa sorgono il monastero, la casa colonica, un fabbricato rurale e un minuscolo cimitero. Tutt’intorno sono i campi coltivati.

L’interno della pieve

La chiesa ha una facciata a capanna nella quale si apre il portale sormontato da una lunetta e da una bifora. L’interno conserva la semplicità del romanico, con tre navate separate da colonne, il presbiterio e il battistero. Le colonne e gli archetti absidali sono decorati da capitelli con motivi geometrici, floreali e zoomorfi. Sulle colonne sono visibili tre affreschi quattrocenteschi con le immagini di Sant’Antonio abate, Santa Caterina d’Alessandria e San Benedetto.

Il monastero

Una porta sul lato sinistro dà accesso a un locale adibito a chiesa feriale. Sul sagrato si alza una croce di ferro proveniente dal campanile di Bozzolo, la parrocchia di Don Primo Mazzolari. Tutt’attorno lo sguardo può spaziare dolcemente sulle colline senesi, nella quiete e nel silenzio meditativo.

La pieve vista dall’alto

(Ho visitato Cellole il 5 giugno 2018)