Informazioni su carlofinocchietti

Carlo Finocchietti dirige a Roma un’agenzia europea specializzata nella mobilità accademica internazionale e nel riconoscimento dei titoli di studio esteri. I suoi interessi di ricerca e le sue pubblicazioni si concentrano sull’internazionalizzazione dei sistemi universitari, l’orientamento professionale e i rapporti tra università e industria. Camminatore appassionato e curioso ha esplorato e descritto in diversi volumi intriganti percorsi escursionistici legati alla memoria storica dell’Italia centrale.

Il fronte di Sesto in Pusteria nella Grande Guerra

Sesto di Pusteria, paese di lingua e cultura tedesca appartenente all’Impero, all’inizio della Grande Guerra si trovò sulla linea del fronte. Subì l’evacuazione forzata, conobbe il fenomeno dei profughi, fu semidistrutto dai bombardamenti delle artiglierie italiane e poi, insieme agli altri paesi del Sud Tirolo, fu annesso all’Italia. Il fronte dei combattimenti correva sulle vette che delimitano la val Pusteria, dal passo di Monte Croce Comelico alla Val Fiscalina e all’altopiano delle Tre Cime di Lavaredo.

Fortificazioni sull’Anderter Alpe

La Croda Rossa di Sesto, con le testimonianze lasciate dai soldati, è un prezioso patrimonio storico delle vicende belliche di alta montagna, ma anche della storia delle truppe di montagna, i Kaiserjaeger, gli Alpini e l’Alpenkorps, che qui si fronteggiarono.

Il Museo all’aperto dell’Alpe Anderter

La partenza del sentiero per l’Anderter Alpe

Oggi un Museo all’aperto mostra le opere di guerra costruite dai genieri austro-ungarici nella zona della Croda Rossa. L’Anderter Alpe è il settore del museo all’aperto più facile da raggiungere. L’altro settore, quello della Cima Undici, è riservato a escursionisti esperti. Il punto di partenza è il Rifugio Croda Rossa che si raggiunge in breve dalla stazione d’arrivo della Funivia Croda Rossa, situata a Moso, nei pressi di Sesto.

La segnaletica sui prati di Croda Rossa

Iniziando dal Rifugio il sentiero è segnalato da pannelli informativi che introducono ai diversi ambienti di visita. Si osservano tratti di trincea, resti di baracche, camminamenti, postazioni di mitragliatrici, la base di partenza della teleferica per Cima Undici. Il dislivello è di circa quattrocento metri. Il tempo di ascesa è di circa un’ora. Tra andata e ritorno e un’occhiata ai resti conviene mettere in contro tre/quattro ore di tempo.

Residuati bellici

La Mostra “Indimenticata” di Sesto

Stufa da trincea

A Sesto, in Via della Croce 9, nei locali della vecchia scuola elementare, è stata allestita la Mostra “Indimenticata – La Grande Guerra nelle Dolomiti di Sesto 1915-1918”. La mostra cerca di spiegare al visitatore, con l’ausilio di fotografie, cartine, pannelli e residuati bellici, il significato della malga Anderter Alpe (campo base per i soldati austro-ungarici), le postazioni della Croda Rossa e Cima Undici, le sfide logistiche, la costruzione di baracche e trincee, i duri mesi invernali sul terreno innevato e soggetto a valanghe, la vita quotidiana di un soldato sul fronte; la popolazione di Sesto e i combattimenti che si sono svolti al passo della Sentinella, sulla Croda Rossa, oppure sulla cima Undici.

Il Forte Mitterberg

Il Forte Mitterberg : Monte di Mezzo

Il Forte Mitterberg sorge a 1550 metri sopra le case di Sesto. Nonostante abbia subito diversi bombardamenti nel periodo della Grande Guerra e non sia mai stato oggetto di opere di recupero o restauro, è una delle opere fortificate austro-ungariche meglio conservate delle Dolomiti. Costruito tra il 1884 ed il 1889, il suo obiettivo era ostacolare un’eventuale invasione italiana proveniente dal vicino Veneto. È una grande opera di tre piani con una blindatura in granito. Quando terminarono i lavori, il Forte Mitterberg era considerato un vero e proprio esempio di modernità militare. Venne armato con tre cannoni disposti all’interno di una cannoniera e con tre mortai su cupole corazzate. Ciononostante, all’inizio della guerra, fu considerato obsoleto e facile bersaglio per le bocche da fuoco italiane e si decise quindi di abbandonarlo, trasferendo l’armamentario all’esterno e utilizzandolo solo come base di appoggio per la fanteria.

L’associazione Bellum Aquilarum

La guida storico escursionistica

L’associazione Bellum Aquilarum di Sesto vuole recuperare e valorizzare le testimonianze storiche della “guerra delle aquile” per conservarle e trasmetterle alle generazioni future, ai giovani della Pusteria, ma anche ai giovani dei paesi dell’ex-impero austro-ungarico che qui combatterono. Ha creato e gestisce il museo all’aperto e la mostra documentaria di Sesto. Organizza visite guidate ai luoghi di guerra della Croda Rossa e al forte di guerra Mitterberg. Si qualifica come organizzazione senza scopo di lucro, a finalità sociale, riconosciuta dalla Provincia Autonoma di Bolzano.

(Ho visitato i luoghi della Grande Guerra di Sesto nell’agosto 2017)

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Terni. Risurrezione e Giudizio finale in Cattedrale

Dal 2007 un grande dipinto decora la controfacciata della Cattedrale di Terni. L’artista argentino Ricardo Cinalli vi ha reinterpretato il tema classico del Giudizio universale, che è visto come un’ascensione di Gesù Risorto che porta in Cielo due grandi reti con i corpi dei risorti nell’ultimo giorno. Le tradizionali immagini del paradiso e dell’inferno, dei salvati e dei dannati, degli angeli del giudizio, restano presenti ma in secondo piano, quasi dissimulate dal cambiamento di prospettiva.

Il dipinto di Cinalli nella cattedrale di Terni

Siamo di fronte a una potente visione, carica di speranza per l’uomo contemporaneo, che pone al centro del dipinto la salvezza che il Cristo risorto offre a tutti. La rete che Gesù, divino pescatore di uomini, lancia a tutta l’umanità, trattiene tutti coloro che riconoscono i propri limiti, la propria solitudine e i propri peccati, e si aprono alla prospettiva di risorgere dalla propria morte. Questa salvezza è offerta a tutti, senza distinzione di chiesa, di razza, di genere, di cultura.

La mano di Dio

La mano di Dio

La scena è introdotta in alto da una mano aperta a rilievo che sporge dalle nubi. Questa mano che scende dall’empireo e fora le nubi del cielo è la mano di Dio. La mano è una teofania, il più antico simbolo di Dio Padre diffuso nell’arte cristiana. La mano che si apre nel gesto dell’accoglienza è quella del Padre che accoglie il Figlio. Nel momento terribile della morte sulla croce Gesù aveva gridato a gran voce “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito (Lc 23, 46). Ora che la morte è stata sconfitta, il Figlio risorto ascende al cielo ed è accolto dalla mano amorevole del Padre.

Gli angeli e il velo del tempo

L’angelo e il velo del tempo

Due grandi angeli arrotolano il sipario, lo accostano ai margini e svelano teatralmente la scena centrale. La radice scritturistica di questa immagine va rintracciata in un bel versetto di Isaia che profetizza la fine del tempo, quando il Signore “strapperà il velo che copriva la faccia di tutti i popoli e la coltre distesa su tutte le nazioni ed eliminerà la morte per sempre” (Is 25, 7-8). Se il Velo del Tempio, squarciandosi in due da cima a fondo, aveva annunciato la morte di Gesù, ora il Velo del Tempo, avvolto e ritirato dagli angeli quasi come un sipario, lascia apparire la scena della vittoria sulla morte, la salvezza finale dell’umanità e il ritorno del Figlio al Padre, preludio dell’Eternità.

Il Cristo pescatore di uomini

Il Cristo pescatore di uomini

Gesù, morto e risorto, sale verso il Cielo. Ascende gli invisibili gradini della virtuale scala del tempo, quel tempo che è stato offerto a tutti per la redenzione. Sui piedi, sui polsi e sul costato sanguinano ancora le piaghe della sua crocifissione. Con le mani solleva coloro che hanno risposto positivamente al suo invito alla salvezza e ora sono aggrappati alla rete delle misericordia. L’immagine del pescatore di uomini è squisitamente evangelica. Qui si caratterizza nel suo significato di giudizio ultimo, secondo la lezione di Matteo: “il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti” (Mt 13, 47-50).

Gerusalemme celeste e Babilonia infernale

La città celeste

In alto, sulle nubi, è raffigurata, nella forma urbana della città ideale, la Gerusalemme celeste dell’Apocalisse: “E vidi un cielo nuovo e una terra nuova: il cielo e la terra di prima infatti erano scomparsi e il mare non c’era più. E vidi anche la città santa, la Gerusalemme nuova, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii allora una voce potente, che veniva dal trono e diceva: Ecco la tenda di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro ed essi saranno suoi popoli ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio. E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno, perché le cose di prima sono passate” (Ap 21, 1-4). Alla fine dei tempi l’interminabile corteo dei salvati si reca in pellegrinaggio alla città santa sul monte: qui è il centro del mondo, poiché solo qui a Gerusalemme abita il Signore (Sal 135,21).

La città infernale

Sotto la città ideale è raffigurata la città contemporanea con tutti i suoi problemi, una megalopoli con al centro grandi e svettanti grattacieli irti di antenne, circondata da ciminiere che producono fumi inquinanti e assediata da una povera baraccopoli. Alla Gerusalemme celeste si contrappone la terrena Babilonia infernale. Nell’Apocalisse Babilonia appare come la sede del potere terreno dell’Anticristo, il simbolo dell’inclinazione al peccato, della superbia e della lontananza da Dio. É la città da cui mette in guardia la voce dal cielo: “Uscite, popolo mio, da Babilonia, per non associarvi ai suoi peccati” (Ap 18,4).

La risurrezione dei morti

La risurrezione dei morti

La parte bassa del dipinto descrive la scena della risurrezione dei morti nell’ultimo giorno. Della tradizionale iconografia restano gli avelli tombali aperti sul terreno e i corpi risorgenti. Ma la scena è reinterpretata dall’artista per descrivere le povertà esistenziali, tutta la disperazione, la solitudine e il dolore del mondo. Il male principale che tormenta la società moderna è la solitudine che imprigiona l’uomo contemporaneo che solo apparentemente sembra essere felice nella società del mercato e del mercimonio; in realtà è incapace a tessere relazioni solidali, affettive e d’amore disinteressato. Gli avelli, con i vortici in cui sprofondano gli individui, rappresentano la solitudine e l’egoismo che possono isolare l’uomo di oggi dai suoi simili. Ma vediamo anche persone che aiutano gli altri a uscire dal proprio guscio e a sollevarsi, in una bella testimonianza di solidarietà. Altri tendono le braccia e il corpo verso la rete d’amore che viene loro offerta. Altri ancora rifiutano ogni salvezza e si rituffano nell’inferno del loro male.

La tomba vuota

La tomba vuota

In basso compare una tomba vuota, un sepolcro scoperchiato, l’ultimo luogo attraversato da Gesù: la tomba in cui viene sigillato il suo cadavere e da cui il suo corpo riemerge il terzo giorno risorto e vivo. La tomba vuota è il simbolo della vittoria sulla morte. Il pittore arricchisce la tomba vuota di un altro simbolo: la ninfea, un fiore bellissimo che ha le sue radici nella melma. L’orrore della morte è simboleggiato dal serpente che esce dal sepolcro, icona del peccato e del male. Il fiore che apre i suoi petali è il simbolo della vita che risorge.

I corpi e i volti

I personaggi che affollano il dipinto di Cinalli formano una galleria di corpi e di volti talvolta non convenzionale ma sempre ortodossa. Vanno segnalate le citazioni: i due angeli e i fregi del velo riproducono nitidamente la tenda del celebre dipinto della Madonna del Parto di Piero della Francesca; il salvato appeso alla corona del rosario riprende un particolare del celebre Giudizio di Michelangelo nella Cappella Sistina.

I salvati

Tra i salvati nella rete sono poi raffigurati i committenti dell’affresco: l’allora arcivescovo di Terni Vincenzo Paglia con il suo zucchetto e Don Fabio Leonardis, con un cuore tatuato sul braccio. Anche l’autore ha voluto lasciare il suo autoritratto tra i risorti e la sua firma su una pietra. L’universalità della salvezza, offerta a tutti, senza differenze di età, genere e razza è testimoniata dalla presenza di uomini e donne, di adulti e ragazzi, di una donna con il burqa, di un orientale con il codino, di tanti neri, di coppie gay, di un transessuale, di prostitute e prostituti con i corpi tatuati. Queste presenze ricordano la parola di Gesù: “In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio” (Mt 21, 31).

La rete dei salvati

Grande Guerra. I forti del monte Brione sul lago di Garda

Definire “monte” un’altura di 376 metri è un pizzico esagerato. Ma certo il Brione si fa notare per le strapiombanti pareti rocciose del suo versante orientale che in qualche modo gli conferiscono l’aspra fisionomia tipica della montagna. Spicca isolato nella piana alluvionale del fiume Sarca, sulla riva settentrionale del grande Lago di Garda, e separa i due centri abitati di Riva del Garda e Torbole. Più che un vero “monte”, dunque, è un rilievo di natura calcarea-marnosa delle dimensioni di una collina; per la sua forma è stato paragonato a un enorme spicchio d’arancia poggiato su di un piano.

Riva del Garda e il monte Brione

Il monte Brione è percorso da un tratto del Sentiero della Pace, il lungo tracciato che segue i luoghi e le memorie della Grande Guerra sul fronte del Trentino, dallo Stelvio alla Marmolada, per centinaia di chilometri. Lo Stato Maggiore dell’Impero Austro-ungarico sfruttò la posizione strategica del Monte Brione costruendo diverse fortificazioni che, in occasione del centenario della Grande Guerra, sono state recuperate e valorizzate. Le posizioni italiane si trovavano di fronte, sulla cresta del dominante monte Baldo.

Iscrizione militare

Saliamo sulla cima del monte Brione percorrendone il magnifico sentiero di cresta. L’interesse è continuamente stimolato dalle fortificazioni asburgiche, dalle bellezze botaniche della riserva naturale e dai celebri panorami su lago di Garda. Molto consigliabile è partire direttamente dal centro di Riva camminando lungo la bellissima passeggiata pedonale in riva al lago. In venti minuti si giunge al porto di San Nicolò.

Il Forte di San Nicolò

Il Forte di San Nicolò

Sul porto vigila il Forte San Nicolò, di cui oggi resta il corpo centrale di forma rettangolare. Dagli austriaci era chiamato Strandbatterie, batteria da spiaggia, a testimonianza della funzione antisbarco. Era un forte di prima generazione: casamatta non armata di pietra a vista lavorata a scalpello e calce, dotata di quattro cannoni. La guarnigione era ospitata nella soprastante Villa Favancourt, che fungeva da caserma. All’inizio della guerra era considerato già superato e fu utilizzato come magazzino.

Il Forte Garda

Le cupole del Forte Garda

Il sentiero, gradinato, s’inerpica sulle rocce dietro al forte e tocca alcune postazioni. Lasciata la strada a sinistra, continua a salire con bei panorami sul lago. In breve raggiunge il forte Garda e lo contorna con un anello. Si può così osservare sia il lato rivolto al lago (ed esposto alle artiglierie italiane), sia il fronte interno. Se ne apprezza la sua conformazione mimetica, aderente al terreno e modellata sul tratto di cresta. Curioso il particolare delle finte cupolette per ingannare l’osservazione avversaria. Intorno al forte sono le cannoniere corazzate e le postazioni per i mortai e le mitragliatrici. Dal fossato posteriore parte una lunga galleria scavata nella parete del monte con i punti. Grazie a lavori di ripristino l’interno del forte può ospitare eventi ed è visitabile secondo un calendario programmato.

La riserva naturale

Cannoniera corazzata

L’ascesa di cresta continua sempre panoramica e traversa la Riserva naturale. Le particolari condizioni climatiche fanno sì che sul Brione possano vivere piante mediterranee come il leccio, la ginestra, l’albero di Giuda e l’alloro. Sugli ampi terrazzamenti digradanti a valle è coltivato l’olivo. Dall’alto è ben visibile l’ultimo tratto del fiume Sarca la cui foce, fino alla rettifica attuata nel 1919, si componeva di rami secondari che scorrevano nelle campagne di Torbole e venivano utilizzati per irrigare gli orti e come porto sicuro.

Il Forte di Mezzo

Il Forte di Mezzo

Continuando l’ascesa del crinale del monte Brione, superate alcune opere belliche secondarie e ormai in vista delle antenne sommitali, si raggiunge la Mittelbatterie, il Forte di Mezzo. Opera di terza generazione, è il classico forte di montagna costruito su roccia, con pietre squadrate e graniti e con la copertura in calcestruzzo. Sul fronte si aprono i varchi dei quattro cannoni di cui il forte era dotato, mentre sul retro sono gli accessi della guarnigione che poteva arrivare a cento uomini.

La croce di vetta

Superato il forte conviene salire ancora per un breve tratto, raggiungendo la grande croce eretta nel 2003 dagli Alpini in memoria dei caduti. Il percorso può anche proseguire fino a raggiungere il Forte di Sant’Alessandro, all’estremità nord del monte. La discesa per tornare a Riva, in alternativa al sentiero di salita, un po’ faticoso, può utilizzare la strada sterrata e la via asfaltata chiusa al traffico che scendono a poca distanza dalla cresta. Il dislivello è di circa trecento metri e il tempo complessivo dell’escursione, calcolando anche i tempi di visita e le soste panoramiche, è di circa tre ore.

(Ho effettuato l’escursione il 21 settembre 2017)

Parco di Veio. L’insediamento medievale rupestre di Belmonte

Castelnuovo di Porto è uno dei tranquilli paesi a nord di Roma, cresciuti lungo la Via Flaminia. Le case del vecchio centro sul colle, i nuovi insediamenti nei dintorni, la linea ferroviaria e il vicino casello autostradale sono una risorsa appezzata dagli amanti della tranquillità e dai pendolari che fanno la spola con i luoghi di lavoro a Roma. Anche i camminatori e gli appassionati di storia vi trovano spunto per una passeggiata nel borgo medievale, o lungo i sentieri nei boschi del parco di Veio o per una escursione appena più impegnativa sul vicino colle di Belmonte, in cerca delle reliquie d’un inaspettato insediamento rupestre di epoca medievale.

La chiesa della Madonna delle Virtù

La piazza principale di Castelnuovo è presidiata come d’abitudine dai monumenti che sono i simboli del potere civile e religioso: da un lato il quattrocentesco Palazzo Ducale con le sue torri; di fronte la settecentesca Collegiata dedicata a Maria Assunta. Lungo la discesa si ammira l’elegante chiesetta seicentesca della Madonna delle Virtù, con il suo caratteristico portichetto esterno e il campanile a vela.

La stazione di posta

Scesi sulla Via Flaminia è d’obbligo una sosta all’antica stazione di posta, dirimpettaia della stazione ferroviaria. Se ne possono ancora osservare il passaggio coperto riservato alle carrozze, il sedile riservato ai passeggeri in attesa e la lapide sulla facciata dell’albergo che ricorda i lavori di ripristino della strada, fatti eseguire nel 1580 da Clarice Colonna Anguillara.

La lapide sull’Albergo di Posta

Ci spostiamo in auto lungo la Flaminia in direzione di Roma fino al km 27,7 e imbocchiamo sulla destra la Via di Pian Braccone, seguendo la segnaletica del lago di pesca sportiva; valicato il piccolo ponte sulla ferrovia, si svolta a destra e si scende a tornanti sulla strada che raggiunge l’area attrezzata di Monte Mariello e, poco oltre, il laghetto turistico. Qui si parcheggia. In tutto sono circa tre km dalla stazione di Castelnuovo.

La Grotta Pagana

Ci troviamo alla base del colle di Belmonte che si allunga a occidente, alto su un ripido fianco difeso da vegetazione impraticabile. A destra è una vecchia cava sulla quale occhieggia la Grotta Pagana, utilizzata come ricovero per gli ovini. Seguiamo a piedi la strada asfaltata in leggera salita che si dirige a nord, seguendo il corso del fosso. All’altezza di un pannello informativo dedicato ai rettili del Parco, un varco nella recinzione di legno ci invita a seguire il sentiero – segnato con bandierine bianco-rosse – che si dirige a sinistra. Varcato il fosso su un ponte di pietra privo di protezioni, il sentiero risale il bosco in diagonale, raggiunge la sella di Belmonte, incisa da una tagliata nel tufo, e prosegue in campo aperto sull’altopiano. Lasciato il sentiero segnato, prima o dopo la tagliata, si sale sulla cresta di Belmonte e la si segue fedelmente in direzione sud.

La tagliata di Belmonte

Dopo il primo tratto non agevole, percorso in una trincea rocciosa, la cresta diventa più aperta. Si incontrano in successione delle ‘tagliate’ nella roccia che mettono in comunicazione i due versanti, eredità forse di un abitato arcaico di ascendenza veiente. L’intrico della vegetazione non agevola l’esplorazione dei fianchi tufacei e si resta così nel campo delle supposizioni.

Passaggio in trincea

Più avanti si raggiunge l’area delle grotte. Si distribuiscono a schiera sui due versanti immediatamente a ridosso della cresta che qui si fa più ampia.

Il percorso di cresta

Le cavità hanno forme diverse. Sono numerose quelle con due vani separati da una parete interna. In altri casi l’elemento separatore è solo un pilastro centrale che sostiene la volta. Alcune grotte hanno ingressi distinti ma sono comunicanti all’interno grazie a pertugi o passaggi più ampi. Curioso è il caso della grotta in cui le radici dell’albero soprastante hanno forato il tetto, percorso in verticale la cavità e trovato fondamento nel pavimento. Lo spessore limitato della copertura di tufo ha causato numerosi crolli che ostacolano l’esplorazione degli interni. Difficile dire se si tratti di un’antica necropoli rupestre, come qualche indizio farebbe pensare. Molto più semplice è ipotizzare un loro utilizzo a servizio dell’abitato medievale, come stalle, cantine e magazzini.

Grotta con ingresso a dromos

Dopo le vie cave e le grotte, un terzo elemento interessante e originale è costituito dai fori circolari d’incasso nel terreno e sulle rocce laterali che sembrerebbero rinviare a palafitte fondative di abitazioni scomparse.

Le mura e la torre

Giunti al limite meridionale del colle, troviamo le suggestive rovine del borgo medievale, difese da tre larghi fossati. Alcuni brandelli delle mura castellane a protezione del borgo anticipano una torre duecentesca che svetta sul poggio più alto del pianoro. Il luogo è reso anche più piacevole dal panorama sulle terre di Veio. La prosecuzione verso il terrazzo che reggeva forse la chiesa e verso la confluenza dei fossi in basso prevederebbe una ripida discesa tra le rocce non molto attraente e resa comunque complicata dalla fitta vegetazione.

L’interno di una grotta a più vani

Più semplice è tornare indietro sulla strada percorsa all’andata. Il tempo di percorrenza complessivo è di circa due ore e mezzo. Gli appassionati potranno continuare l’esplorazione dei fossi alla ricerca degli antichi cunicoli scavati nella roccia, progenitori degli acquedotti, e di alcuni mulini alimentati ad acqua (cui si può accedere grazie a un sentiero che si dirama dall’area attrezzata di Monte Mariello). Si può anche prolungare la passeggiata sulla strada asfaltata, raggiungendo in un’ora la larga vetta del Monte Calvio, ottimo belvedere.

Grotta con interno parzialmente crollato

(Escursione effettuata il 22 maggio 2017)

Tagliata nel tufo

Visita la sezione del sito dedicata alla civiltà rupestre.

Monastero di Cozia. Il Giudizio universale

In Romania, la valle che accoglie il medio corso del fiume Olt ospita una serie di monasteri espressione della migliore arte valacca. Il Monastero di Cozia, in particolare, fu fondato nel 1386 dal voivoda della Valacchia, Mircea il Vecchio, ed è ancor oggi molto visitato e animato da una comunità di monaci ortodossi. Il monastero racchiude una splendida chiesa che conserva forme e stili propri dell’architettura religiosa dell’Oltenia dal Trecento al Settecento. Alla chiesa originaria fu aggiunto nel 1706 un elegante nartece a logge con un ampio affresco che descrive il Giudizio universale.

Il nartece della chiesa di Cozia

La composizione dell’affresco ripete il modello consueto dei Giudizi bizantini, fissato nel canone che ha reso celebre Voroneţ, ma presenta anche alcuni particolari originali, frutto di un’ampia conoscenza delle fonti scritturistiche.

Il trono del giudice

La preparazione del trono

Il Cristo scende dall’empireo sulle ruote alate della visione di Ezechiele e si apre un varco nel firmamento che gli angeli stanno già arrotolando a significare la fine del tempo. Sotto di lui è pronto il trono, con la colomba dello spirito e le arma Christi, dove egli siederà per giudicare l’umanità. Al trono fanno corona i nove cori degli angeli, i progenitori Adamo ed Eva in ginocchio e i dodici apostoli seduti sugli scranni del tribunale celeste. Spicca poi la presenza originale di due gruppi di pellegrini e di invalidi che procedono verso il trono con l’ausilio di bastoni e stampelle. Viene qui richiamata la pagina del vangelo di Matteo: “i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo. (…) Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro” (Mt 11).

La cattura dell’Anticristo

L’Anticristo e i suoi seguaci

Sul versante “infernale” dell’affresco spicca evidente l’originale inserzione della scena dei due diavoli che catturano un personaggio di rango, venerato da seguaci in ginocchio. Si tratta dell’Anticristo la cui apparizione negli ultimi giorni è profetizzata più volte nelle Scritture e in particolare nel Vangelo di Matteo.   «Al monte degli Ulivi poi, sedutosi, i discepoli gli si avvicinarono e, in disparte, gli dissero: “Di’ a noi quando accadranno queste cose e quale sarà il segno della tua venuta e della fine del mondo”. Gesù rispose loro: “Badate che nessuno vi inganni! Molti infatti verranno nel mio nome, dicendo: “Io sono il Cristo”, e trarranno molti in inganno. E sentirete di guerre e di rumori di guerre. Guardate di non allarmarvi, perché deve avvenire, ma non è ancora la fine. Si solleverà infatti nazione contro nazione e regno contro regno; vi saranno carestie e terremoti in vari luoghi: 8ma tutto questo è solo l’inizio dei dolori. Allora vi abbandoneranno alla tribolazione e vi uccideranno, e sarete odiati da tutti i popoli a causa del mio nome. Molti ne resteranno scandalizzati, e si tradiranno e odieranno a vicenda. Sorgeranno molti falsi profeti e inganneranno molti; per il dilagare dell’iniquità, si raffredderà l’amore di molti. Ma chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato» (Mt 24, 3-13). Questa immagine dell’Anticristo richiama un’altra pagina delle scritture, tratta dalla seconda lettera di Paolo ai Tessalonicesi: «Nessuno vi inganni in alcun modo! Prima infatti verrà l’apostasia e si rivelerà l’uomo dell’iniquità, il figlio della perdizione, l’avversario, colui che s’innalza sopra ogni essere chiamato e adorato come Dio, fino a insediarsi nel tempio di Dio, pretendendo di essere Dio» (2Ts 2,3-4).

I dannati

Il fiume di fuoco

L’Inferno è raffigurato come un fiume di fuoco che nasce ai piedi del Cristo e si riversa nella gola del Leviatano infernale. L’immagine del fiume riproduce una citazione del profeta Daniele (7,10): Un fiume di fuoco sgorgava e colava davanti al trono. Anche l’immagine del lago di fuoco nella gola del drago ha radici bibliche ed è una visualizzazione di un versetto dell’Apocalisse (12,16): E la terra aprì la sua bocca e assorbì il fiume che il dragone aveva gettato dalla sua bocca. Nella parte alta del fiume vediamo un reprobo che chiede ardentemente una stilla d’acqua per la sua lingua riarsa: è il ricco Epulone della parabola lucana che espia la sua mancanza di carità verso il povero Lazzaro.

L’Inferno

Sul fondo Lucifero troneggia seduto sui grandi peccatori: ha in mano la coppa d’oro “degli orrori e delle immondezze della prostituzione di Babilonia” e in grembo Giuda, parodia del paradisiaco seno di Abramo. Tra i gruppi di dannati trascinati dalla corrente del fiume di fuoco, accanto agli abituali farisei e ai re tiranni, il pittore ha inserito i commercianti e gli artigiani disonesti: vediamo il falsario con la sua bilancia, l’oste con la botte del vino annacquato, il mugnaio con la macina appesa al collo.

Il giardino del Paradiso

Il giardino del Paradiso

Il Paradiso è descritto come un giardino edenico racchiuso nelle mura della città celeste. In attesa che Pietro ne apra le porte, introducendovi gli eletti, il giardino è già abitato da alcune presenze significative. Vediamo Maria, la madre di Gesù, seduta su un trono e servita dagli angeli. Segue poi il buon ladrone Disma, cui Gesù in punto di morte ha promesso il paradiso. Vediamo poi il patriarca Abramo che ha in grembo l’anima del povero Lazzaro, come attestato dal Vangelo di Luca (16,22): Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Il patriarca è affiancato da Isacco e Giacobbe. Originale ma non sorprendente è la presenza del gruppo delle cinque vergini con le lampade accese, allusione alla parabola inserita dall’evangelista Matteo nel discorso escatologico di Gesù: Giunse lo sposo. Quelle che erano pronte entrarono con lui nella sala del festino, e fu chiusa la porta. Più tardi, giunsero anche le altre vergini dicendo: ‘Signore, signore, aprici!’. Ma egli rispose: ‘In verità vi dico: Non vi conosco’. Vegliate, dunque, perché voi non sapete né il giorno né l’ora (Mt 25, 1-13). Il giardino recintato del Paradiso mostra un ricco parco botanico, nel quale le piante assumono anche un ruolo di simbolo. Il più evidente tra questi è Cristo Albero della Vita: si tratta dell’albero tripartito al centro del giardino nella cui radice compare il volto del Salvatore.

La chiesa del monastero di Cozia

(Ho visitato Cozia il 23 luglio 2017)

Al Sacro Monte Calvario di Domodossola

Domodossola – la domus dell’Ossola – è il centro principale della Val d’Ossola in Piemonte. Di origine medievale, grazie alla sua posizione strategica, ha favorito un intenso scambio con i popoli al di là del confine, attraverso importanti valichi alpini come il passo di Antrona, il passo del Monscera e soprattutto il passo del Sempione che la mette in comunicazione con Briga e la Valle del Rodano. Una piccola riserva naturale alle porte della città protegge il colle della Mattarella e il Santuario del Santissimo Crocifisso, ribattezzato monte Calvario. L’idea di edificare su questo colle un complesso monumentale come segno di devozione a Cristo si deve a due frati del convento dei cappuccini di Domodossola. I lavori iniziarono nel 1657 con il contributo in denaro e in giornate lavorative della gente ossolana. Dopo anni di abbandono, nel 1985 prese vita un progetto di restauro e valorizzazione a cura di soggetti pubblici e privati, all’insegna del motto “restituant nepotes montem quem sacrum voluerunt patres” (restaurino i discendenti quel monte che i padri vollero sacro).

La quinta cappella

Nel 1991 la Regione Piemonte vi ha istituito una Riserva naturale speciale e nel 2003 è giunto il riconoscimento dell’Unesco con l’inserimento nella lista del Patrimonio mondiale dell’umanità. Oltre all’interesse religioso e storico-artistico, la salita al Sacro Monte offre l’occasione per attraversare bellissimi boschi centenari di castagno, quercia e frassino. Da questo avamposto naturale si gode una stupenda veduta su Domodossola e sulla corona dei monti intorno. La breve passeggiata al sacro Monte può essere prolungata con la visita alle frazioni vicine, monumento vivente alla civiltà montanara.

L’itinerario

La sesta cappella

Si parte dal centro storico di Domodossola, il “borgo della cultura”. Dal collegio Mellerio Rosmini, di fronte al monumento ai caduti e alla chiesetta della Madonna della Neve, si seguono la Via Rosmini e la successiva Via Matterella. In fondo a quest’ultima ci sono le prime cappelle e i pannelli informativi sul Sacro Monte e sulla Riserva naturale. Qui inizia l’antica strada acciottolata, la “via regia” per il Calvario. Si tratta di una Via Crucis con quindici stazioni in altrettante cappelle, di cui dodici esterne e tre interne alla chiesa. La prima cappella – Gesù davanti a Pilato – risale al 1900 e sostituisce la cappella settecentesca adibita a deposito di polvere da sparo ed esplosa nel 1830. La seconda cappella – Gesù prende su di sé la croce e si avvia alla salita – è interessante dal punto di vista artistico per le tredici statue di Dionigi Bussola. La terza cappella – Gesù cade per la prima volta – è stata l’ultima a essere costruita, nel 1907, e contiene un notevole scenario in muratura. La quarta cappella è di notevole pregio artistico, con il gruppo plastico di Bussola che rappresenta l’incontro di Gesù con la madre. La quinta cappella, in stile neoclassico, con pianta circolare e tetto a cupola, contiene statue lignee e affreschi con l’episodio del Cireneo. La sesta cappella rappresenta con statue lignee la scena dell’incontro di Gesù con la Veronica.

La settima cappella

La seconda caduta di Gesù e il suo incontro con le donne di Gerusalemme sono gli episodi delle cappelle settima e ottava, rappresentati nel gusto popolare barocco del Seicento. Le statue della cappella nona – la terza caduta di Gesù – sono opera del barnabita Rusnati, allievo del Bussola. Il Rusnati ha lavorato anche nella decima cappella, che rappresenta la spogliazione del Cristo.

L’undicesima cappella

Grandiosi fondali della metà del Settecento si trovano anche nella cappella undicesima (la Crocifissione). Le statue del Cristo spirante in croce e della sua deposizione (stazioni dodicesima e tredicesima) si trovano all’interno del Santuario: sono opera del Bussola e sono giudicate le migliori di quelle da lui eseguite. La quattordicesima cappella si trova sotto il piano del Santuario ed è dedicata al Cristo morto. Vi è anche una quindicesima cappella, detta del Paradiso, situata fuori del santuario, poco più in alto: nove statue in cotto del Rusnati rappresentano la scena della Resurrezione.

L’incontro di Gesù con la Veronica

Per approfondire

La visita può essere preparata sul web consultando il sito curato dai Padri Rosminiani dell’Istituto della Carità che contiene un’eccellente descrizione della Via Crucis.

La mappa del Sacro Monte

Un inquadramento generale dei Sacri Monti e dei luoghi santi ricostruiti nelle regioni italiane è fornito dal volumetto dello storico Franco Cardini intitolato Andare per le Gerusalemme d’Italia. La Riserva naturale speciale, creata dalla Regione Piemonte, dispone di un proprio sito informativo. Anche il centro di documentazione europea sui Sacri Monti dispone di un buon sito informativo attraverso il quale si possono consultare e scaricare integralmente i libri e la rivista. Si segnala anche la rete dei percorsi transalpini italo-svizzeri del progetto CoEur – “Nel cuore dei Cammini d’Europa, il sentiero che unisce”.

Domodossola vista dal colle

(Ho visitato il Sacro Monte il 5 novembre 2007)

Abruzzo. L’Eremo di San Michele e la festa della transumanza

Giorno di festa all’eremo. Va in scena la transumanza. Ci sono i pastori e gli allevatori per l’escursione con pecore e buoi. E poi gli stand gastronomici, le donne in costume che raccontano i mestieri tradizionali, il caseificio didattico, il mercatino, la musica. Arrivano a frotte gli ospiti scesi a Pescocostanzo dal treno speciale partito da Sulmona. Li accoglie un po’ di pioggia, ma poco male. Presto tornerà il sole.

Il Vallone delle Masserie

Siamo sugli Altopiani Maggiori d’Abruzzo, nel Quarto Grande, compreso tra i monti Rotella e Pizzalto. La strada del Vallone delle Masserie si stacca dalla Statale 84, nel tratto che collega Pescocostanzo e la Stazione di Palena, all’altezza del caratteristico Pizzo di Coda, estrema propaggine meridionale del monte Pizzalto. Con direzione nord-ovest la strada segue la base del Pizzalto, sfiora l’eremo di San Michele e confluisce dopo 4 km nella strada per il Bosco e l’Eremo di Sant’Antonio. Sulla destra sfila la successione delle masserie del Quarto Grande, talvolta trasformate in agriturismi, che testimoniano la storica vocazione di questa valle per il pascolo e per l’allevamento dei bovini e degli ovini, grazie anche alla ricchezza di fonti.

Pescocostanzo e il Quarto Grande

Le antiche regole del pascolo

L’intera valle è percorsa dal Fosso La Vera e da un fitto reticolo di strade, sterrate e tratturi che collegano le masserie di valle, gli stazzi in quota e i recinti dei campicelli d’altura. Il Liber Jurium conservato dal Comune di Pescocostanzo riporta le regole stabilite nel 1699 con la mediazione dell’Abate Penna di Montecassino sulle ‘poste’ pascolative. Nella posta di Roberto, quella di Pizzo di Coda, è stabilito, “secondo il solito, di far riposare le pecore, che passano per una notte solamente alla faccia della montagna verso questa terra, e la mattina dette pecore farle passare pedicagna pedicagna, cioè vera vera, da dove vi sia la strada pubblica, conforme ci è stata anticamente per comodità di chi passa tanto da cittadini, quanto de forestieri con animali grossi, e minuti, e che non si possa impedire li bovi, che arano li territori, che ivi vi sono secondo il solito; verum che senza altri animali vi possano andare a pascolare, fuorché quelli, che vorrà il compratore; e che non possa impedire il legnare ed estraere legna con animali di chi vorrà. E salva la giurisdizione in beneficio dell’Università delli danni dati; e che li poveri possano secondo il solito andare per herbe camparole dove a loro parerà. E che non si possa dare impedimento alcuno quando bisognerà a qualsivoglia cittadino cavare, e pigliare sassi di pietra per lavorare, e cavare pietre per fare calcare, e fossi per fare e tenere detta calce; come anche non si possono impedire li porci che vi anderanno a pascolare per le maesi, come al solito”.

I siti pastorali degli Altipiani Maggiori

I mestieri tradizionali

La lavorazione della lana

Sulla piazza le donne in costume mostrano gli oggetti che raccontano la vita delle famiglie dei pastori, la caseificazione, l’allestimento delle case, il lavoro dei campi, la tessitura e la tintura della lana e il costume popolare. Il paiolo sul fuoco richiama l’attenzione sulla dimostrazione didattica della lavorazione dei formaggi. Il ciclo della lana è raccontato dalla tosatura delle pecore per proseguire con la lavatura, la cardatura, la filatura, la tessitura e la tintura.

I costumi tradizionali e gli antichi mestieri

L’eremo rupestre dedicato all’angelo dei bifolchi

L’eremo rupestre di San Michele Arcangelo

L’eremo del vallone utilizza una grotta naturale scavata in una prominenza rocciosa alla base del Pizzalto. All’esterno della grotta è stato costruito il fronte della chiesa e, ad angolo, un’abitazione a due piani. La chiesa rupestre è dedicata all’arcangelo Michele, protettore dei pastori e funziona anche come santuario di grande richiamo in occasione delle due feste di maggio e di settembre che segnavano l’inizio e la fine della stagione estiva di pascolo e della transumanza sul tratturo Celano-Foggia.

La balaustra e il presbiterio

Fu la “società dei bifolchi” di Pescocostanzo che nel 1598 volle realizzare la chiesa rupestre, a imitazione del santuario di Monte Sant’Angelo sul Gargano; a proprie spese i bifolchi ristrutturarono la grotta, la dotarono di un altare di marmo e di una balaustra scolpita nella pietra, costruirono una casetta per l’eremita custode. Per lasciare un ricordo di quell’opera, i locali “bifolchi” (in latino bubulci o bibulci) fecero scolpire sull’architrave della porta della chiesa l’iscrizione seguente, dettata dal rettore della Collegiata di Pescocostanzo: “Sumptibus has propriis portas postesque, bibulci erectas dicant, Angele Dive, tibi. A.D. MDXCVIII”. I recenti restauri (promossi e diretti dall’Associazione Pensionati Pescolani) hanno ripulito i locali facendo risaltare il candore della pietra e la finezza del lavoro artistico della balaustra che chiude l’area presbiteriale. Interessanti sono anche le scritte incise sulla facciata e dedicate all’arcangelo e quelle della cappella funeraria di Giosafatte Ricciardelli.

Le scritte sull’architrave

Per approfondire

La guida Casa agli Altipiani Maggiori

Si segnalano i volumetti delle Edizioni Carsa dedicati agli “Eremi d’Abruzzo – Guida ai luoghi di culto rupestri” di Edoardo Micati e “Guida agli Altipiani Maggiori d’Abruzzo” a cura di Stefano Ardito. Molto interessanti anche gli ebook curati da Edoardo Micati e Domenico Spagnuolo sui “Siti pastorali” degli Altipiani Maggiori.

La locandina della manifestazione

Visita la sezione del sito dedicata alle Passeggiate sui tratturi, alla scoperta delle storiche vie della transumanza