Informazioni su carlofinocchietti

Carlo Finocchietti dirige a Roma un’agenzia europea specializzata nella mobilità accademica internazionale e nel riconoscimento dei titoli di studio esteri. I suoi interessi di ricerca e le sue pubblicazioni si concentrano sull’internazionalizzazione dei sistemi universitari, l’orientamento professionale e i rapporti tra università e industria. Camminatore appassionato e curioso ha esplorato e descritto in diversi volumi intriganti percorsi escursionistici legati alla memoria storica dell’Italia centrale.

Tuscia rupestre. I sentieri di Blera

Un’isola di tufo circondata da un mare di verde. Così è Blera, borgo della Tuscia rupestre, dove storia, architettura e natura si fondono in modo armonioso. La natura mostra il doppio volto della giungla selvaggia dei fossi e degli ordinati coltivi dei pianori. Le architetture raccontano una storia lunghissima, segnata dalla presenza etrusca, dall’espansione romana lungo la via Clodia, dagli evangelizzatori cristiani, dal passaggio di Goti, Bizantini e Longobardi, dalle signorie delle famiglie nobili medievali, fino alle addizioni urbanistiche dell’età moderna e contemporanea. Ma il fascino di Blera, l’attrattore turistico, è comunque il suo stigma rupestre. La civiltà rupestre si manifesta nelle forme più disparate: le grotte sui declivi delle piagge, le tagliate nel tufo e le vie cave, le tombe etrusche (a dado, a casetta, a camera), i loculi e gli arcosoli incisi nelle pareti, i tumuli circolari, le nicchiette delle colombaie, fino alle edicolette votive delle ‘madonnelle scacciadiavoli’. Blera merita una visita prolungata. I turisti e gli escursionisti saranno agevolati dalle mappe e dalle descrizioni dei Sentieri per Blera.

I sentieri di Blera

Sulla Via Clodia

La Via Clodia in trincea all’altezza del Petrolo

L’antica Via Clodia è ancora ben visibile e percorribile. È l’asse stradale dal quale si dipartono i diversi percorsi per le necropoli e i dintorni. Entra a Blera da sud scavalcando il torrente Biedano con un ponte a tre archi (il Ponte del Diavolo) e ne esce a nord con un secondo ponte sul Fosso Ricanale (o Rio Canale). Si poteva scegliere il percorso urbano che traversava interamente il centro abitato oppure seguire la più rapida ‘tangenziale’ tra l’abitato e il fosso del Biedano.

La Via Clodia al Ponte della Rocca

La via risale al terzo secolo avanti Cristo e fu costruita dopo la conquista romana da un magistrato della gens Claudia. Lasciava la Cassia all’altezza della Storta e si dirigeva verso il lago di Bracciano, toccando poi Manziana, Oriolo, Veiano e Barbarano. Dopo Blera, proseguiva per Grotta Porcina, Norchia e Tuscania. Da qui per terra incognita si dirigeva a Saturnia e piegava verso l’Aurelia che raggiungeva a Cosa, nei pressi di Orbetello.

La Via Clodia nel territorio di Blera

Gli orti e le rovine del Petrolo

Pannello informativo

Il Petrolo è il cuneo di tufo che prolunga a nord l’abitato di Blera e che s’insinua alto tra i due fossi del Biedano e del Ricanale (o Rio Canale) fino alla loro confluenza. Fu abitato già in antico ma fu distrutto dai Longobardi di re Desiderio nel 772. Gli abitanti decisero allora di non ricostruire gli edifici distrutti e di utilizzarli come riserva di pietre da costruzione (da cui il nome Petrolo). I conci squadrati delle rovine del Petrolo servirono a edificare le case del nuovo borgo medievale.

Tomba ad arcosolio sul Petrolo

Oggi una tranquilla sterrata che inizia alla Porta Marina lo percorre interamente, affacciandosi su orti, vigneti e oliveti. Le vecchie pietre, i muri a secco, l’antico acquedotto, le tombe rupestri ci fanno compagnia fino al belvedere, il balcone panoramico che si affaccia sulla valle del Biedano. Un sentierino nel bosco scende sulla via Clodia, all’altezza della tagliata nel tufo che precede il ponte della Rocca.

La tagliata della via Clodia alla base del Petrolo

La necropoli di Pian del Vescovo

La necropoli di Pian del Vescovo

Dopo il Ponte della Rocca ecco il suggestivo colpo d’occhio sulla necropoli di Pian del Vescovo. Una città dei morti, quasi un quartiere urbano, che si arrampica sulla rupe. In basso le tombe a dado, con le porte aperte sulle camere sepolcrali, sui letti di deposizione e sui soffitti a spiovente con la finta trave centrale, riproducono le architetture domestiche.

Una tomba a dado

Percorrendo i corridoi e salendo le gradinate che portavano alle terrazze dove si celebrava il ‘refrigerio’, si trovano le tombe a camera rasate e le tombe a fossa. Più in alto sono i tumuli e gli ‘occhi’ delle nicchie di sepoltura in parete.

L’interno della tomba a dado

Il Pian Gagliardo

La via tagliata nel tufo

Una passeggiata ad anello vale a farci un’idea del tipico paesaggio vulcanico della Tuscia rupestre, dove ampi pianori coltivati si alternano alle incisioni dei fossi rivestiti di vegetazione selvaggia e di tesori archeologici. Dal Ponte della Rocca, lasciandosi alle spalle i fossi e la necropoli sulla sinistra, si risale la Via Clodia in direzione nord. Si percorre in salita la bella tagliata nel tufo, affiancata da tombe e da un’edicoletta votiva.

Il Pian Gagliardo

Raggiunta la sommità, si svolta a sinistra sulla strada bianca che attraversa il Pian del Vescovo e il Pian Gagliardo. Su terreno aperto si alternano coltivi, boschetti, piccoli allevamenti e aziende agricole. Più avanti una nuova sterrata sulla sinistra riscende verso il Biedano e ne percorre la riva destra tornando al Ponte della Rocca.

Le cavità rupestri medievali e moderne

Abitazione rupestre

Il tufo è una roccia tenera che può essere facilmente incisa anche con attrezzi di scavo non particolarmente sofisticati. L’uso delle grotte non si è storicamente fermato agli ipogei etruschi e romani, ma è proseguito nei secoli fino ai tempi moderni. L’architettura ‘costruita’ di Blera è stata sempre affiancata dall’architettura ‘per sottrazione’. Le abitazione in paese avevano le loro appendici nelle cavità scavate lungo i pendii delle Piagge. Cessati gli usi funerari, le tombe etrusche sono state rimodellate e utilizzate per nuove finalità. Altre cavità sono state scavate ex-novo. I vani interni sono stati chiusi e protetti da porte di legno, cancelli di metallo, tettoie e grondaie.

Riparo per animali

Tutte sono state variamente utilizzate come depositi per gli attrezzi agricoli, cantine per la conservazione del vino e dell’olio, piccoli laboratori artigiani, magazzini domestici, stalle per gli animali domestici, colombaie e pollai per animali di piccola taglia. In qualche caso le grotte più grandi, quelle a due vani con pilastri interni, sono state utilizzate anche come abitazioni temporanee.

Laboratorio alle Piagge

La valle del Biedano

Il Ponte del Diavolo

Una passeggiata di grande interesse ci porta a visitare un nucleo di siti rupestri situati sui declivi al di là del torrente Biedano. Si scende lungo la Via Clodia sotto il moderno viadotto stradale e si scavalca il fosso sul caratteristico ponte del Diavolo, a schiena d’asino su tre arcate. Risalendo il pendio si raggiungono la fontana e la grotta di San Senzia, abitata nel quinto secolo da un santo eremita.

La grotta e la fonte di San Senzia

Proseguendo verso il moderno ponte in cemento armato e utilizzando un breve tratto di strada provinciale ci s’innesta a destra in una suggestiva strada etrusca tagliata nel tufo detta Cava Buia.

La Cava Buia

Nella sua parte bassa si osserva la necropoli della Lega, con i suoi cunicoli, le tombe a camera di età arcaica e una tomba a tumulo. Allo sbocco della via cava, un sentiero segnalato raggiunge un monumentale colombario, non facilmente accessibile. Nei pressi dell’area di sosta della Fontanella si conservano resti di età medioevale: la chiesetta, il ponte e la Torretta che domina il quadrivio.

Il Colombario

Attraversato il ponte, per i ripidi tornanti delle Piagge di Sopra, si risale a Blera. La passeggiata può essere prolungata sia a monte che a valle del Biedano. Nel primo caso si percorre la lunga gola del fiume che collega Blera a Barbarano e al parco Marturanum. Nel secondo caso si raggiungono la chiesa campestre della Madonna della Selva e il piano di Santa Barbara.

Le necropoli orientali

La tomba a dado della necropoli della Casetta

Le rupi che sovrastano il torrente Ricanale a oriente di Blera ospitano altre necropoli note con i nomi di Terrone, Grotta Penta e Casetta. Esse sono meta di una passeggiata che dal centro di Brera scende ripidamente su una stradina cementata fino al depuratore comunale e prosegue verso i costoni e i pianori prospicienti, disseminati di tombe etrusche rupestri e di tumuli circolari e a fossa. Limitandosi al percorso principale lungo il torrente, si visitano le tombe a dado e il grande tumulo circolare della parte bassa del Terrone.

Il mausoleo romano

Il fascino della zona invita a risalire il tortuoso sentiero che porta alla sommità del colle del Terrone. Qui si va alla scoperta di un nuovo tumulo circolare, di un colombario, della parte alta della necropoli con una serie di tombe allineate in parete e, più avanti, di un mausoleo di epoca romana. Conviene comunque concludere la visita con il complesso di Grotta Penta dove sono una magnifica tomba a dado con gradinata laterale e due tombe dipinte.

L’interno della Grotta Pinta

(Percorsi effettuati nel novembre 2017)

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Dal Cilento a Salerno. Il cammino di San Matteo

La vicenda delle reliquie dell’apostolo Matteo ha tutto il sapore del Medioevo. Una vicenda dove si s’intrecciano storia e leggenda, viaggi per mare, rovine archeologiche, furti, vescovi santi e monaci infedeli, sogni e rivelazioni, miracoli, scorrerie saracene, principi longobardi, antichi codici. Siamo in Campania. Le reliquie di Matteo si trovano oggi nella cattedrale di Salerno. Vi giunsero un millennio fa dal Cilento, traslate dalle rovine della romana Velia, l’Elea greca. Quel percorso sta diventando una Via sacra, una proposta di scoperta del territorio lungo “il cammino di san Matteo”.

Matteo apostolo ed evangelista

La vocazione di Matteo (Caravaggio)

Ma andiamo con ordine. Innanzitutto, chi era Matteo? Fu uno dei dodici apostoli di Gesù e fu anche l’autore del primo Vangelo, indirizzato agli Ebrei di Palestina. Tutto quello che i Vangeli ci dicono di lui si riduce alla sua vocazione: pubblicano, cioè esattore delle imposte a Cafarnao, sulle rive del lago di Tiberiade, fu chiamato da Cristo a far parte del gruppo privilegiato dei Dodici mentre era al lavoro e volle offrire a Gesù e ai colleghi esattori un banchetto per festeggiare il suo cambiamento di vita. Andò a evangelizzare le genti orientali nell’attuale Iran.

Il martirio di San Matteo (Caravaggio)

Morì probabilmente di morte naturale anche se alcune fonti lo vogliono martirizzato di spada nell’Etiopia del Ponto. La sua vocazione e il martirio sono stati immortalati in due celebri dipinti di Caravaggio. Matteo fu sepolto in Persia, in una città dei Parti. Nell’epoca del commercio delle reliquie, il suo corpo fu prelevato da alcuni mercanti del Léon che intendevano portarlo in Europa. Al largo della Bretagna, secondo la leggenda, questi furono miracolosamente salvati da un naufragio e sbarcarono sulla Pointe Saint-Mathieu. Qui, per ospitare le reliquie del santo, Tanguy costruì un monastero tuttora esistente.

L’abbazia di Pointe Saint-Mathieu

Il cammino italiano delle reliquie di Matteo

A metà del quinto secolo, nel corso della campagna militare promossa in Francia dall’imperatore romano d’occidente per contrastare l’avanzata degli Unni, il prefetto militare Gavino, cavaliere lucano, esuma le reliquie di San Matteo in Bretagna e le porta nella sua città natale, la decaduta Velia, con l’idea di risollevarne le sorti. In realtà di quelle reliquie si perderà la memoria, complici anche le alluvioni e i terremoti che sotterreranno le rovine di Velia. Solo nel decimo secolo, un monaco le ritroverà e le custodirà in una cappella. Il vescovo di Paestum, saputo del ritrovamento, si mette in cammino e si fa consegnare le reliquie. Accompagnato da un festoso corteo, dopo aver attraversato il fiume Malla e riposato la notte nella chiesa di San Pietro, raggiunge la località di Ruticinum per poi proseguire verso la sua cattedrale a Capaccio. La notizia del ritrovamento è intanto giunta anche a Salerno. Il principe Gisulfo invia a Capaccio un’autorevole delegazione di dignitari che si fa consegnare le reliquie dal vescovo locale. Il corpo di San Matteo entra così trionfalmente a Salerno. Dopo una collocazione provvisoria nel palazzo del principe, nel 1080 viene tumulato nella cripta della cattedrale di Salerno, edificata nel frattempo in suo onore.

Il Cammino di Matteo

Velia

La memoria di San Matteo a Velia

Il nostro cammino sulle tracce di Matteo inizia a Velia. Dall’odierna località balneare di Marina di Ascea, una breve passeggiata conduce al Parco archeologico, situato ai piedi del promontorio. Una sorta di museo all’aperto dove i resti antichi contendono lo spazio alla macchia mediterranea e agli ulivi. Qui nel 540 avanti Cristo arrivarono i Focei, popolo di navigatori e commercianti, provenienti dall’Asia minore, in fuga dagli invasori persiani. Fondarono una colonia e la chiamarono Elea. Ebbero rapporti, non sempre amichevoli, con i bellicosi Lucani e con la vicina Poseidonia (la futura Paestum). Si allearono con Roma e divennero civitas foederata. Elea passò a chiamarsi Velia e, grazie ai traffici commerciali e alimentari nel Mediterraneo, conobbe un lungo periodo di floridezza. In età imperiale, con l’insabbiamento dei porti e l’impaludamento della costa, cominciò la decadenza. Secondo alcune fonti, il corpo di San Matteo sarebbe stato inumato sotto una lastra di marmo, in un’abitazione situata a lato delle Terme romane, e lì sarebbe rimasto per circa cinque secoli.

Il luogo della presunta sepoltura del santo, nei pressi delle Terme di Velia

Ad duo flumina

La cappella di San Matteo a Marina di Casal Velino

Da Velia, San Matteo fu traslato nella località “ad duo flumina”, un’isola fluviale formata dall’Alento e un suo affluente che all’epoca aveva una propria foce a mare. Si ipotizza che tale località corrisponda all’odierna Marina di Casal Velino, dove il culto del Santo assunse notevole importanza tanto da essere rimasto ben radicato ancora oggi. Nella piccola cappella le spoglie dell’Apostolo riposarono in un arcosolio prima di riprendere il viaggio verso la città di Salerno.

L’arcosolio dove fu custodito il corpo di San Matteo

Ruticinum

La fontana di San Matteo a Rutino

Lasciato l’insediamento dei velini, le spoglie partirono per l’antica Caputaquis, oggi Capaccio La distanza tra le due località rese l’impresa non poco difficoltosa tanto da far decidere al Vescovo di Paestum che seguiva i lavori, di far sosta a Rutino, nella Chiesa di San Pietro. Secondo la leggenda, i portatori stremati per le fatiche del trasporto, stavano quasi per accasciarsi al suolo poco prima di giungere in paese. Fu in quel punto che miracolosamente sgorgò una sorgente che dissetò i portatori: ancora oggi è visibile la fontana che porta proprio il nome di San Matteo.

Capaccio

La lapide commemorativa nel santuario di Capaccio

Dopo la sosta di Rutino, il corteo con le spoglie di San Matteo giunse nella cattedrale di Capaccio, la città nel cui territorio sorgono i templi di Paestum. Il corpo dell’apostolo fu adagiato in un’urna marmorea. Chi entra nella chiesa ex cattedrale, oggi santuario diocesano della Madonna del Granato, può vedere una lapide del 1708 che ricorda la reposizione del Santo. L’altare del santuario è costituito dall’urna marmorea del Santo e dal paliotto che la ricopriva.

L’altare del Santuario di Capaccio con l’urna del Santo

La cattedrale di San Matteo a Salerno

La cripta del Duomo di Salerno con l’urna di san Matteo

Per impedire che fossero trafugate durante le continue incursioni saracene, le preziose spoglie partirono alla volta di Salerno e nel 954 giunsero in città, dove furono accolte nella chiesa di palazzo del principe, prima di essere sistemate definitivamente nelle splendide architetture della cripta del Duomo. La cripta, come la si vede oggi, corrisponde ai lavori eseguiti agli inizi del Seicento dagli architetti Domenico Fontana e del figlio Giulio Cesare, i quali hanno valorizzato la centralità del sepolcro di san Matteo.

L’assedio di Salerno

Nel 1544, secondo la tradizione, il santo patrono Matteo salvò Salerno dalla distruzione, costringendo alla fuga i pirati Saraceni, capeggiati da Ariadeno Barbarossa, che assediavano la città dal mare. Due affreschi nella cripta descrivono l’episodio di quest’assedio e la tempesta scatenata da San Matteo, che fece affondare gran parte della flotta nemica e salvò la città.

San Matteo patrono dei ragionieri

San Matteo, in virtù della sua attività professionale, è stato dichiarato patrono dei ragionieri, della guardia di finanza, dei banchieri, dei bancari, dei doganieri, dei cambiavalute, dei contabili e degli esattori.

La lapide di Casal Velino, riprodotta nella Cattedrale di Salerno

(Ho visitato i luoghi nell’ottobre 2017)

Moldoviţa. L’affresco del Giudizio universale

Il monastero e la chiesa di Moldoviţa furono costruiti nel 1532 per iniziativa del principe moldavo Pietro Rareş, figlio di Stefano il Grande, e furono poi affrescati nel 1537. Il sito si trova isolato tra i monti e le foreste della Bucovina, nella parte settentrionale della Moldavia, in Romania. Come gli altri monasteri della regione, Moldoviţa si presenta come una fortezza quadrata, dotata di alte mura di difesa e torri di guardia. La chiesa del monastero sorge al centro del campo interno, mentre i locali del monastero sono addossati alle mura. L’antica casa dell’abate è stata trasformata in un museo, ottimamente allestito. Il monastero è oggi affidato a un’attiva comunità di monache ortodosse.

La chiesa del monastero di Moldoviţa

Assieme alle architetture è soprattutto la decorazione pittorica interna ed esterna a rendere celebre questo monastero. Ci soffermiamo qui sull’affresco del Giudizio universale che riveste la parete d’ingresso della chiesa nell’esonartece, il caratteristico atrio porticato. A colpire il turista di oggi è il gran numero di graffiti che i visitatori hanno vergato sul dipinto nei secoli passati. I restauratori devono confrontarsi con questo problema: i graffiti non sono tutti deturpanti e costituiscono in molti casi un documento storico, una sorta di registro di firme apposte da sovrani e personalità illustri; in alcuni casi è stato deciso di non cancellare il graffito.

La fine del tempo

Il cielo riavvolto dagli angeli

La fine del tempo e l’inizio dell’eternità sono simbolizzati nelle lunette degli archi della volta. Gli angeli staccano il firmamento e lo riavvolgono come un rotolo, oscurando così il sole, la luna e le costellazioni dello zodiaco.

Il sole e le costellazioni dello zodiaco

La parusia del “giusto giudice”

Cristo giusto giudice

L’Antico di Giorni, raffigurato al centro del firmamento, abbandona l’empireo e scende sulla terra, sostenuto dalle ali degli angeli. Il “giusto giudice” viene a giudicare l’universo dei risorti. La sua mano destra mostra la ferita dei chiodi e si apre nel gesto dell’accoglienza dei buoni; la mano sinistra si allunga a respingere i cattivi. Il giudice è affiancato dai due avvocati difensori dell’umanità. Sono la madre Maria e il precursore Giovanni Battista, ritratti in piedi su pedane decorate, impegnati nella preghiera d’intercessione.

Il trono e la psicostasia

Il trono

Gli angeli preparano il trono destinato al giudice ponendovi la croce, la tunica e gli strumenti della passione di Gesù (le arma Christi), insieme con il libro della sua Parola e la colomba divina. Sotto il trono spunta la mano di Dio che regge la bilancia a doppio piatto. Nella mano di Dio sono accolti i santi innocenti, i neonati in fasce uccisi da Erode. Un risorto, nudo, è chiamato al giudizio individuale: i diavoli si affannano a porre sul piatto le pagine del libro del male con la trascrizione delle sue opere cattive, ma l’esito della pesatura è favorevole all’imputato.

La risurrezione dei morti

L’angelo tubicino e la risurrezione dei morti

Al suono delle trombe degli angeli tubicini i morti risorgono dai loro sepolcri, ancora avvolti nei loro sudari. La terra, personificata da una donna che regge in mano il sarcofago di un risorgente, restituisce i suoi morti. Gli uccelli rapaci e le fiere vomitano i poveri resti dei morti da loro divorati. Si noti la presenza di un orso, del leone, dell’aquila e di un leopardo maculato. Tra gli animali terrestri compare anche un cervo, simbolo cristiano dell’innocenza.

La terra restituisce i suoi morti

Anche il mare restituisce i suoi morti. Lo vediamo personificato in una donna a cavallo di due delfini che regge uno scettro e sostiene un vascello naufragato. I predatori marini rilasciano dalla bocca i corpi degli annegati.

Il mare restituisce i suoi morti

I popoli a giudizio

Il giudizio dei popoli

Mosè introduce al giudizio divino il popolo ebreo e il corteo dei popoli che attendono di essere valutati. Questi popoli sono riconoscibili grazie al loro abbigliamento e alle scritte che li identificano. Il primo gruppo è quello dei Turchi, seguito da quello dei Tartari; in successione si vedono gli Armeni, guidati da una figura monastica. Il senso di queste presenze va ricercato nell’universalità del giudizio, al quale saranno chiamate tutte le genti, gli ebrei e i pagani.

L’inferno dei dannati

I dannati incatenati e trascinati dai diavoli

L’inferno è simbolizzato dal fiume di fuoco che si origina ai piedi del giudice e scende diagonalmente ad alimentare come immissario il grande lago infernale. Un diavolo poco riguardoso della corona e dell’abito regale, afferra per la barba il re Erode, autore della strage degli innocenti, e lo trascina nel fuoco divino. I dannati sono sinteticamente raffigurati in due coppie incatenate al collo e ai polsi. Un diavolo le trascina verso l’inferno mentre un secondo diavolo le bastona alle spalle. Sul fondo rosso dell’inferno staziona il drago apocalittico dalle sette teste, cavalcato da Satana che regge una coppa.

Satana cavalca il drago infernale

L’immagine cita una pagina dell’Apocalisse, dove “Babilonia la grande, la madre delle prostitute e degli orrori della terra” regge in mano “una coppa d’oro, colma degli orrori e delle immondezze della sua prostituzione”.

I beati in Paradiso

I gruppi dei beati

La visione degli eletti si sviluppa su due registri sovrapposti. I santi sono raggruppati nei diversi ordini della tradizione bizantina: i patriarchi, gli alti prelati e i teologi, i martiri, gli asceti, i re giusti, le donne martiri e sante.

Pietro introduce gli eletti in paradiso

Il corteo di beati che incede verso il Cielo è guidato dall’apostolo Pietro che apre con le sue chiavi la porta del Paradiso terrestre, chiusa con un catenaccio ai tempi del peccato originale e vigilata da un cherubino di fuoco. Pietro v’introduce l’apostolo Paolo seguito in processione dagli altri apostoli e dai patriarchi biblici.

Il giardino del Paradiso

Il giardino paradisiaco è ricco di vegetazione e di alberi simbolici. All’interno siedono il patriarca Abramo con l’anima di Lazzaro in seno, oltre a Isacco e Giacobbe che accolgono in grembo le anime dei giusti. Accanto a loro sono il buon ladrone Disma e la madre di Dio.

(Ho visitato Moldoviţa il 20 luglio 2017)

Le Sibille di Tauriac

Nel mondo pagano le Sibille erano profetesse e sacerdotesse dotate di poteri divinatori. Notissime erano la Sibilla Delfica, l’Eritrea e la Cumana. Ispirate dalle divinità dell’Olimpo fornivano oracoli ed erano in grado di predire il futuro. Con la progressiva diffusione del Cristianesimo nel mondo mediterraneo, i Padri della Chiesa rintracciarono alcune concordanze tra le profezie bibliche e i vaticini pagani. La rilettura cristiana dei testi pagani suggerì allora che le Sibille, ispirate dallo Spirito Divino, avessero anticipato all’umanità il presagio della venuta di Cristo. Le Sibille furono così arruolate tra i precursori di Cristo, fino a essere assimilate e poste sullo stesso livello dei Profeti. Nell’antica letteratura cristiana i protagonisti di questo recupero furono Agostino, Varrone, Giustino e Lattanzio. Dalla letteratura quest’assimilazione si trasferì alle arti figurative, e giunse persino nel cuore dei palazzi pontifici. Si pensi alle Sibille che Michelangelo affrescò nella Cappella Sistina o all’Appartamento Borgia, dove dodici Sibille sono affrescate in coppia con altrettanti Profeti.

La chiesa di San Marziale a Tauriac (Lot)

Guardiamo le Sibille cinquecentesche affrescate nella chiesa parrocchiale di Tauriac, un piccolo comune francese della valle della Dordogna, nel dipartimento del Lot, in Occitania. La chiesa è dedicata a Saint-Martial ed è stata costruita nella prima metà del Cinquecento (una chiave di volta riporta la data del 1549). Nella vasta decorazione pittorica che ricopre le volte e le pareti, spiccano dodici figure di sibille, in buono stato di consevazione, accompagnate dai cartigli con le loro profezie. Alle Sibille sono accostate le figure di sedici Profeti. Insieme fanno da cerniera agli avvenimenti della storia della Salvezza. Le loro profezie collegano le storie di Adamo ed Eva alla incarnazione, passione, morte e risurrezione di Gesù. E a chiudere l’intero ciclo salvifico è la grande visione del giudizio finale, affrescato sul muro occidentale.

L’Eritrea e la Frigia

La Sibilla Eritrea e la Frigia

La Sibilla Eritrea è raffigurata in abito monacale; porta in mano un fiore e predice l’incarnazione di Cristo. La Sibilla Frigia, bionda, indossa una tunica gialla sulla talare rossa; con il calice che ha in mano predice che Gesù berrà un calice d’amarezza.

La Delfica e la Cumana

La Sibilla Delfica e la Cumana

La Sibilla Delfica porta un cero e predice il concepimento di Gesù. La Sibilla Cumana ha in mano una spada sguainata e profetizza che Gesù porterà la giustizia.

L’Africana e l’Ellespontica

La Sibilla Africa e l’Ellespontica

La Sibilla d’Africa porta una lanterna, alludendo alla cattura notturna di Gesù nell’orto del Getsemani. La Sibilla d’Ellesponto porta un corno dell’abbondanza e predice che Gesù sarà allattato da una vergine giudea.

La Libica e la Samia

La Sibilla Libica e la Samia

La Sibilla Libica porta una mano (o un guanto) che allude agli schiaffi e ai tormenti subiti da Gesù durante il processo. La Sibilla di Samo sostiene tra le mani una culla e predice la nascita di Gesù.

La Tiburtina

La Sibilla Tiburtina

La Sibilla Tiburtina impugna la croce astile con il vessillo della vittoria, tradizionale simbolo della risurrezione di Gesù.

L’Agrippa

La Sibilla Agrippa

La Sibilla Agrippa porta una frusta che allude alla flagellazione di Gesù.

L’Europa

La Sibilla Europa

La mesta Sibilla Europa sostiene con le due mani una croce, allusione alla crocifissione di Gesù.

La Persica

La Sibilla Persica

La Sibilla Persica porta una corona di spine e un velo, predizione dell’episodio della Veronica e della coronazione di spine di Gesù.

L’incoronazione di Maria

(Ho visitato la chiesa di Tauriac il 4 luglio 2017)

Rovereto. La Strada degli Artiglieri

Il 15 maggio 1916 l’esercito austro-ungarico scatenò un’offensiva – nota come Strafexpedition – contro le posizioni italiane nel Trentino e sugli Altopiani vicentini. Nella zona di Rovereto e della Vallagarina l’ottavo corpo d’armata austriaco riuscì a sfondare le posizioni italiane di prima linea e a conquistare la Zugna Torta, il Pozzacchio e il Col Santo. La linea di resistenza italiana si irrigidì progressivamente e si attestò sul Coni Zugna, sul Pasubio e sul Passo Buole (definite poi le Termopili d’Italia).

L’inizio della Strada degli Artiglieri a Castel Dante

Oggi chi percorre la sezione del “Sentiero della Pace” che sale da Rovereto al monte Zugna può osservare i luoghi della battaglia del maggio-giugno 1916, grazie anche ai lavori di restauro ambientale e alla collocazione di numerosi pannelli descrittivi e informativi sugli avvenimenti. Del Sentiero della Pace la passeggiata che qui proponiamo segue un tratto, la Strada degli Artiglieri, con partenza dal Sacrario di Castel Dante e arrivo alla grotta di Damiano Chiesa a Costa Violina. Il percorso è assolutamente facile, interamente su strada asfaltata con pochissimo traffico; si tratta di quattro km, con 250 metri di dislivello, comodamente percorribili a piedi in tre ore, tra andata e ritorno (o con pochi minuti d’auto).

La trincea di Castel Dante

Il punto di partenza è il piazzale-parcheggio di Castel Dante. All’ingresso del Sacrario si conserva un tratto della trincea costruita nel dicembre 1915 dai reparti della Brigata Mantova con la targa che ricorda i combattimenti che si svolsero nella zona: “Nei giorni 15 e 16 maggio 1916 il primo battaglione del 207° – Brigata Taro – sostituiti su queste posizioni i reparti della Mantova, resisteva disperatamente all’irruenta offensiva nemica sacrificando i suoi giovani fanti e tutti i mitraglieri caduti sulle armi”.

O la va o la spacca

Introdotta dai pannelli informativi, la prima parte del percorso è pianeggiante e si allontana in direzione sud dalle ultime case di Rovereto e Lizzana. Sfilano la cappellina dedicata a Sant’Anna, il macigno con la scritta “o la va o la spacca” del reparto dei Lavoratori di artiglieria e i panorami su Mori e il monte Altissimo.

La cappella di Santa Barbara

La strada comincia a salire con alcuni tornanti le pendici dello Zugna. Superato il maso Zappi, si tocca sulla sinistra la cappella rupestre, scavata nella parete di roccia, dedicata a Santa Barbara, la patrona degli artiglieri.

Le lapidi degli artiglieri

In un ambiente ora decisamente più alpino e aspro, inizia il percorso monumentale dedicato agli Artiglieri d’Italia. Una successione di lapidi affisse sulle pareti rocciose ricorda i nomi di 228 artiglieri caduti durante uno dei conflitti che hanno insanguinato i due ultimi secoli, dalle guerre risorgimentali fino alla seconda guerra mondiale, ai quali è stata conferita la Medaglia d’Oro al Valor Militare. Accanto ai nomi, alcuni notissimi, le lapidi ricordano il grado, la data e il luogo della morte.

L’altare ungherese

Lungo la strada s’incontra un altare in cemento con le scritte in lingua ungherese. Fu realizzato dopo il maggio 1916 da un reparto degli Honved magiari in memoria dei propri caduti. Un nuovo allestimento in legno fa memoria della cappella originaria nella quale l’altare era inserito.

Il piazzale terminale

Al termine della Strada degli Artiglieri si giunge a un piazzale ai margini di un bosco. L’edificio che vi sorge è la Baita Damiano Chiesa del gruppo di Lizzanella dell’Associazione Nazionale Alpini.

Il recinto della zona sacra

Siamo in località Costa Violina. Ha inizio qui la “zona sacra”, dichiarata tale con legge dello Stato, per fare memoria e preservare questo luogo che fu teatro di durissimi scontri nella fase iniziale dell’offensiva austriaca del 1916.

Il cippo in memoria di Damiano Chiesa

Le indicazioni permettono di seguire con facilità un sentiero che porta a una caverna dedicata a Damiano Chiesa. Proprio qui l’irredentista trentino fu fatto prigioniero il 17 maggio 1916 per poi essere giustiziato due giorni dopo al Castello del Buon Consiglio. All’interno è visibile un cannone in ghisa da 149 mm puntato verso il fronte settentrionale.

L’interno della grotta di Costa Violina

Testimone oculare dei combattimenti fu Don Annibale Carletti, cappellano militare del 207° fanteria, decorato con medaglia d’oro per gli atti compiuti in quei giorni. Questa è una pagina del suo diario: “Il giorno 16 a Costa Violina, ove i superstiti del reggimento si preparavano ancora a resistere per dare tempo che arrivassero rinforzi e cannoni, mentre infuriava il bombardamento nemico, percorsi più volte la zona del fuoco, portando in salvo più di 50 feriti. Lassù dentro una caverna dove sparava l’unico nostro cannone da 149, i feriti bruciavano di sete. Strisciando più volte andai a riempire le borracce d’acqua a una sorgente che era battuta da una mitragliatrice austriaca. La notte, seppelliti i morti, credevamo di riposare un poco; invece ci fu dato l’ordine di andare all’assalto con la baionetta. Seguii e animai i soldati in quella orrenda lotta corpo a corpo, finchè rimasti non più di 15 soldati, ci salvammo miracolosamente. Nell’azione di quei giorni 15, 16 e 17 maggio, s’ebbero da parte nostra circa 400 morti, 1350 feriti e 900 tra prigionieri e dispersi”.

Il cannone da 149

(Percorso effettuato il 20 settembre 2017)

 

San Candido. Dalla Creazione del mondo all’Apocalisse

San Candido (Innichen, in tedesco) è un delizioso centro dell’Alto Adige, tra i più noti e frequentati della Val Pusteria. Tra i tanti spunti di visita che il paese offre, proponiamo un tour con lo sguardo all’insù. L’obiettivo sono gli affreschi che decorano la volta della Collegiata romanica e della Parrocchiale di San Giorgio. Ne emerge un originale viaggio biblico tra la Genesi e l’Apocalisse, tra l’inizio e la fine del mondo.

L’affresco della Creazione nella Collegiata

La Collegiata di San Candido nasce nel Mille da un antico convento benedettino e raggiunge il suo aspetto attuale nel Duecento. Ha le austere sembianze di una cittadella fortificata, una sorta di “fortezza di Dio”. L’affresco che riveste la cupola racconta tutto il ciclo della Creazione del mondo: una sequenza d’immagini che seguono il filo del racconto della Genesi, illustrato nello stile romanico del 1280.

La Creazione

L’affresco è strutturato in tre zone concentriche: al centro è il firmamento notturno, con le stelle e gli astri maggiori; lo circonda il cielo diurno e, sotto le nuvole, la superficie della terra. I sei giorni della creazione sono evocati da altrettante immagini del Dio creatore. Il ciclo inizia con il “fiat coelum”: Dio colloca gli astri nel cielo e separa la luce dalle tenebre, genialmente umanizzate. Segue il “fiat firmamentum”: il Creatore separa le acque sopra e sotto la volta celeste e fa così apparire la terra rocciosa e alberata, traversata dai fiumi. Nella terza scena, quella del “Fiant volatilia”, avviene il popolamento dell’acqua e dell’aria con le diverse specie di pesci e di uccelli. La quarta raffigurazione – “Fiant animalia” – propone un giardino zoologico di animali piccoli e grandi, reali e fantastici; l’uomo con il cappuccio che cavalca il cavallo è forse l’autoritratto del pittore. Con il “Fiat Adam” ecco la quinta scena in cui Dio, alla maniera di un vasaio, crea il suo capolavoro, l’uomo. Dio pone le mani sul capo e sul mento dell’uomo, mentre Adamo mette le mani sul cuore. Nella sesta scena – “Fiat Eva ex Adam” – le mani di Dio estraggono Eva dal fianco di Adamo e la benedicono accarezzandole la fronte. Il ciclo termina con la scena della cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso terrestre. Un cherubino dalle ali spiegate con la destra impugna la spada e con la sinistra spinge i progenitori fuori dalla torre di guardia all’ingresso. Adamo ed Eva coprono le loro nudità con una foglia di fico, e andandosene, guardano tristi verso l’albero della conoscenza del bene e del male e il paradiso perduto.

Le immagini apocalittiche dell’arcangelo Michele

La vicina chiesa di San Michele Arcangelo si fa ammirare per le forme eleganti del barocco tirolese e per i suoi richiami al rococò, frutto della trasformazione avvenuta nel 1735. La nostra attenzione si concentra comunque all’interno della chiesa sul ciclo di dipinti che il pittore barocco Christoph Anton Mayr realizzò nel 1760 sulla volta della navata. Il ciclo è dedicato all’arcangelo Michele, patrono della chiesa, e alle sue apocalittiche battaglie contro il demonio in qualità di capo delle milizie celesti, difensore della chiesa, giudice delle anime.

Il giudizio individuale

Il dipinto all’inizio della navata descrive una scena di “giudizio particolare”. Un morente spira nel suo letto, circondato dai suoi familiari e da un sacerdote che lo assiste. In cielo appare Gesù Cristo, nel suo ruolo di giudice supremo, mentre esibisce la croce della sua passione, segno di salvezza per l’umanità. Inginocchiata ai suoi piedi, la madre Maria intercede per la salvezza del defunto. Il suo angelo custode avvia l’anima all’immediato giudizio individuale sui piatti della bilancia del ponderator. L’arcangelo Michele, in abiti militari, regge la bilancia a doppio piatto e con la spada sguainata tiene a distanza il serpente diabolico. Intorno ai piatti della bilancia si sviluppa una simbolica battaglia tra il bene e il male. Un demonio cerca di far pendere il piatto della bilancia dalla propria parte, collocandovi sopra i simboli dei peccati capitali che estrae da una cornucopia: nel caso specifico poggia sul piatto un sacchetto di monete, simbolo del vizio capitale dell’avarizia.

San Michele, la Donna e il dragone

La seconda scena dipinta sulla volta è la visione della donna e del drago, il celebre dramma dell’Apocalisse che si svolge tra cielo e terra. Si tratta di un’immagine tripolare, giocata sulla donna, l’angelo e il drago a sette teste, affiancata dalle immagini dei progenitori ai tempi dell’innocenza e dalle conseguenze del peccato originale. In alto è la madre di Gesù, vestita di bianco e di blu: «un segno grandioso apparve nel cielo: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e, sul capo, una corona di dodici stelle. Era incinta, e gridava per le doglie e il travaglio del parto» (Ap 12,1-2). Il secondo polo è concentrato nella plastica immagine dell’arcangelo Michele, vestito di una leggera armatura e protetto da uno scudo, con la spada sguainata e fiammeggiante e con un mantello svolazzante di vivido colore rosso. Il terzo polo è costituito dal drago furente a sette teste, respinto dalle nuvole verso il basso.

La caduta degli angeli ribelli

La terza scena dipinta sopra l’altare descrive la battaglia tra gli angeli fedeli, guidati da Michele, e gli angeli ribelli a Dio, guidati da Lucifero. La caduta degli angeli ribelli richiama le parole apocalittiche: «scoppiò quindi una guerra nel cielo: Michele e i suoi angeli combattevano contro il drago. Il drago combatteva insieme ai suoi angeli, ma non prevalse e non vi fu più posto per loro in cielo. E il grande drago, il serpente antico, colui che è chiamato diavolo e il Satana e che seduce tutta la terra abitata, fu precipitato sulla terra e con lui anche i suoi angeli» (Ap 12,7-9).

La Collegiata di San Candido

(Ho visitato San Candido il 15 agosto 2017)

Sul Monte Elmo. Memorie storiche e panorami

Il monte Elmo si trova nel gruppo delle alpi Carniche e segna il confine tra Italia e Austria. Pur senza essere particolarmente appariscente questa piramide, alta 2434 metri, è molto apprezzata per il suo spettacolare panorama circolare sull’arco alpino e sulle Dolomiti orientali. Se si aggiunge la facilità dell’accesso grazie alle due cabinovie che salgono a quota 2000 rispettivamente da Sesto e da Versciaco, si comprende anche perché sia frequentatissimo da escursionisti e famiglie.

La carta turistica del monte Elmo

Dalle contigue stazioni di arrivo delle due funivie e dal parco di attrazioni per i bambini si percorre la strada sterrata che attraversa in leggera salita verso est un ampio pendio boscoso e in meno di mezz’ora porta al Rifugio Gallo Cedrone, a quota 2150 m, in bella posizione. Il monte Elmo è da qui ben visibile. Si può salirvi direttamente dal rifugio lungo un sentiero un po’ scabroso e ripido tra le rocce. Oppure si può continuare per un tratto lungo la sterrata per poi abbandonarla e seguire a sinistra il ripido sentiero 4a che sale a stretti tornanti, protetti da corrimani di legno, lungo un erto costone di erba e roccette. Oppure scegliere un percorso un po’ più lungo ma più tranquillo e panoramico che segue ancora per un tratto la sterrata in direzione del rifugio della Sillianer Hutte e giunto alla selletta dov’è un incrocio di sentieri, inverte la rotta e sale in cima all’Elmo per facile cresta.

L’arrivo in vetta

Il panorama

La Val Pusteria

Dalla cima dell’Elmo si apre il vasto panorama circolare sulle Dolomiti, la Pusteria e i monti dell’Osttirol e della Carinzia. I pannelli opportunamente collocati in vetta aiutano a riconoscere la successione delle cime dolomitiche: il Popera, la Croda Rossa, cima Undici, cima Dodici, l’Antelao, le tre Cime di Lavaredo, le Marmarole, il Paterno, la Cima dei Tre Scarperi, i Baranci.

Il confine tra Italia e Austria

Un cippo di confine

Il percorso di cresta è segnato da una successione di cippi che individuano il confine tra Italia e Austria. Sui due lati opposti del cippo sono le lettere I e O, iniziali di Italia e Österreich (Austria). Di lato è incisa la data di apposizione del cippo (1920) e in alto la linea del confine. Questo confine fu definito dopo la prima guerra mondiale nel trattato di pace di Saint-Germain-en-Laye del 1919. L’Italia ottenne allora i territori considerati naturalmente italiani perché al di qua della linea di spartiacque della Drava. Tuttavia il monte Elmo si trova al di là della linea di displuvio della sella di Dobbiaco: la ragione di questo sforamento del confine dipende dalla richiesta di parte italiana, accolta nel trattato, di inserire nel proprio territorio, per ragioni di controllo e continuità territoriale, anche la conca di San Candido e la valle del Rio Sesto.

L’ex rifugio Helmhaus

La Casa dell’Elmo

La sommità del monte è occupata da un edificio, oggi sprangato e pericolante, ma dall’interessante passato. Fu costruito alla fine dell’Ottocento dalla sezione di Sillian del Club alpino austro-tedesco e, con il nome di Helmhaus, funzionò da rifugio alpino, apprezzato per la sua terrazza panoramica. Dopo la Grande guerra, con lo spostamento del confine, il rifugio si trovò in terra italiana e fu inserito nel sistema difensivo del Vallo alpino. Esaurito il suo ruolo militare e doganale il rifugio fu abbandonato e andò progressivamente in degrado. Dal 1998 l’edificio è stato trasferito al patrimonio della Provincia autonoma di Bolzano. Se ne ipotizza un restauro, dopo che le due sezioni confinanti dei Club alpini austriaco e alto-atesino hanno bandito un concorso per il rinnovamento e la rivitalizzazione dell’Helmhaus, premiando il progetto dell’architetto Johannes Watschinger di Sesto.

Una croce per l’Europa

La Croce del Cristo vivo

In vetta a monte Elmo spicca il grande crocifisso che fu simbolicamente piantato sulla linea di confine, per celebrare la nascita della Comunità europea avvenuta con il Trattato di Roma del 1957. Autori dell’iniziativa furono 53 boy scout e un padre gesuita provenienti da sette paesi europei (Germania, Italia, Svizzera, Francia, Spagna, Belgio e Olanda), impegnati a Sesto in un campo europeo nell’estate del 1958. Per lasciare una testimonianza duratura di questo incontro europeo si commissionò al maestro Josef Tschurtschenthaler una scultura in legno del Cristo crocifisso. La grande croce del peso di oltre 100 kg fu trasportata a spalle dagli scout sulla cima del monte Elmo, seguendo il suggerimento di Aldo Janotto, allora comandante della Guardia di Finanza di San Candido. Da allora il “Cristo vivo” del monte Elmo protegge l’anelito all’unità dei giovani europei.

Le casermette del Vallo alpino

Una delle casermette di confine

Appena sotto la vetta dell’Elmo, al riparo della cresta orientale, sono ancora in piedi sei casermette inserite un tempo nel sistema difensivo del Vallo alpino. Gli edifici sono stati privati di tutti gli arredi interni e degli infissi ma restano visitabili sia pure con qualche precauzione per evitare le buche e i detriti. Le caserme risalgono agli anni Trenta quando, in epoca fascista, fu realizzato lo sbarramento di Versciaco, in chiave difensiva contro un possibile attacco tedesco. Il sistema difensivo doveva collegare il corno Fana, il cornetto di confine, il monte Chiesa la cima Lepri e il monte Elmo. Fu però nel secondo dopoguerra che il Vallo alpino assunse un nuovo ruolo, questa volta in chiave Nato, come risorsa difensiva nel caso di un’ipotetica invasione da este da parte delle truppe del Patto di Varsavia. In effetti come risulta evidente a tutti gli escursionisti dai 2400 metri del monte Elmo si poteva avere una vista amplissima della Pusteria austriaca in caso di incursioni militari ostili. Fu però utilizzato anche dalla Guardia di Finanza per il controllo della dogana e per la repressione del contrabbando. Dopo le vicende del 1989 successive alla caduta del muro di Berlino e con l’ingresso dei paesi confinanti nell’Unione europea, cessò la necessità di queste strutture di confine ed esse furono disarmate e abbandonate.

(Escursione effettuata il 18 agosto 2017)