Informazioni su carlofinocchietti

Carlo Finocchietti dirige a Roma un’agenzia europea specializzata nella mobilità accademica internazionale e nel riconoscimento dei titoli di studio esteri. I suoi interessi di ricerca e le sue pubblicazioni si concentrano sull’internazionalizzazione dei sistemi universitari, l’orientamento professionale e i rapporti tra università e industria. Camminatore appassionato e curioso ha esplorato e descritto in diversi volumi intriganti percorsi escursionistici legati alla memoria storica dell’Italia centrale.

La Cantata dei Profeti (Ordo Prophetarum)

La folla di austeri personaggi assiepati sulle colonne del Portico della Gloria potrebbe essere ispirata alla sacra rappresentazione dell’Ordo Prophetarum. Secondo alcuni autorevoli studiosi il Maestro Mateo, autore del Portico nella Cattedrale di Santiago di Compostella, avrebbe evocato il corteo dei profeti di un dramma liturgico medievale nel ritrarre su pietra la galleria degli autori delle profezie sulla nascita di Gesù. Chi si aggira oggi nel nartece della Cattedrale osservando le sculture romaniche del Portico non sarebbe quindi semplicemente lo spettatore di un’opera d’arte, ma il protagonista partecipe di un’azione scenica del teatro medievale.

Portico della Gloria. I profeti Geremia, Daniele, Isaia e Mosè

L’Ordo Prophetarum è un dramma liturgico del ciclo natalizio che, a differenza di altre opere simili, non ha la sua origine nella drammatizzazione di un episodio biblico, ma in un sermone di Quodvultdeus, un vescovo cartaginese del quinto secolo, contemporaneo di Sant’Agostino d’Ippona. Il vescovo polemizza con gli ebrei (Contra Judaeos) accusandoli di non voler accettare Gesù come il messia promesso. E chiama allora a testimoni i profeti d’Israele che avrebbero predetto la nascita del Messia. Si alternano così Mosè, Isaia, Geremia, Daniele, Abacuc, Davide, la regina di Saba, Balaam, Simeone, Elisabetta e Giovanni Battista. Ma testimoniano anche personalità del mondo pagano come il poeta Virgilio, Nabucodonosor e la Sibilla.

I profeti Ezechiele, Abacuc, Giona e Daniele

L’Ordo Prophetarum  è stato riportato sulla scena di Santiago di Compostella nel dicembre 2004 e da allora il dramma liturgico è rappresentato ogni Natale in Cattedrale. La processione dei profeti entra in cattedrale e sale sul presbiterio, accompagnata dall’orchestra. Il Maestro del coro (praecentor) chiama singolarmente ciascuno dei profeti a testimoniare l’arrivo di Gesù Cristo, il Messia.

La Sibilla

La messinscena è assolutamente fedele all’iconografia del Portico della Gloria. Gli strumenti musicali degli anziani dell’Apocalisse sono stati riprodotti e formano “l’orchestra” della rappresentazione. Gli stessi musicisti si dispongono in modo semicircolare sull’altare, riproducendo il timpano del Maestro Mateo. I costumi e le acconciature degli attori che interpretano i profeti sono direttamente ispirati ai personaggi scolpiti del Portico. Il testo messo in scena riprende una versione dell’Ordo Prophetarum del dodicesimo secolo, trovata nel monastero di Saint Martial a Limoges, e conservata ora nella Biblioteca Nazionale di Parigi.

La rappresentazione dell’Oro Prophetarum a Santiago

 

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Santiago de Compostela. Il Portico della Gloria

Santiago de Compostela, capoluogo della regione della Galizia, nel nord-ovest della Spagna, è la meta del celebre Cammino di Santiago, uno dei pellegrinaggi più noti e frequentati. Tutta la città vecchia, con i suoi edifici romanici, gotici e barocchi, è iscritta dall’Unesco tra i Patrimoni mondiali dell’Umanità. I monumenti più antichi sono distribuiti intorno alla tomba di San Giacomo e alla Cattedrale romanica, valutata come un capolavoro dell’arte universale. La Cattedrale fu progettata dal genio del Maestro Mateo che vi lavorò dal 1168, anno in cui ottenne una rendita vitalizia da Fernando II di Galizia e Leon, fino al 21 aprile 1211, quando ebbe luogo la solenne consacrazione del tempio.

Santiago (San Giacomo)

L’accesso occidentale alla Cattedrale fu completato nell’anno 1188 con l’opera più significativa della scultura romanica: il Portico della Gloria. Questo imponente insieme di tre archi, scolpito dal Maestro Matteo in venti anni, dota l’atrio del tempio di un complesso programma iconografico dai contenuti apocalittici, incentrato sulla visione del regno di Dio, culmine della storia della salvezza dell’umanità. Vi compaiono più di duecento figure scolpite nella pietra, cui il colore conferisce una grande vividezza ed espressività.

I profeti Ezechiele, Abacuc, Giona e Daniele

Se vent’anni sono stati necessari per la realizzazione del Portico, dieci anni, dal 2008 al 2018, sono serviti per il suo profondo e complesso restauro. Sono state eliminate le infiltrazioni d’acqua e le incrostazioni di polvere e di sporcizia; ma soprattutto ed è stata recuperata l’originale policromia, restituendo così all’opera tutto lo splendore del colore.

Gli apostoli Paolo, Giacomo e Giovanni

Schiacciati alla base delle colonne figurano gli animali reali e fantastici del bestiario medievale, ognuno con il suo significato; sarebbero i simboli del male oppresso dalla Gloria di Dio. Sulle colonne sono raffigurati i profeti della prima alleanza e gli apostoli, testimoni della nuova alleanza. Sul pilastro centrale la figura di San Giacomo accoglie i pellegrini che entrano in chiesa. Nell’arco centrale e nel timpano è rappresentata la Gloria di Dio, presieduta dal Cristo in Maestà, circondato dai quattro evangelisti, dai beati, dagli angeli con le arma Christi e dai ventiquattro anziani dell’Apocalisse. Gli archi laterali sono privi del timpano; nell’arco di sinistra è raffigurata la salvezza del popolo di Israele, mentre nell’arco di destra è rappresentata la separazione dei beati dai dannati per effetto del giudizio universale.

 

L’arco centrale

L’arco centrale del Portico della Gloria

Nel timpano è descritta la visione apocalittica del Cielo. Il riferimento è il quarto capitolo del libro dell’Apocalisse. Cristo ha la corona regale sul capo e siede nella sua maestà sulla sella curulis del giudice. Mostra nelle mani, nei piedi e sul costato le ferite ancora sanguinanti della crocifissione, a significare che il suo sacrificio realizza una nuova alleanza con l’umanità ed è un’opportunità di salvezza per tutti. Con le parole della Lettera agli Ebrei, “lo vediamo coronato di gloria e di onore a causa della morte che ha sofferto, perché per la grazia di Dio egli provasse la morte a vantaggio di tutti”. Due angeli alle sue spalle gli rendono omaggio con il profumo dell’incenso che proviene dai loro turiboli. Intorno a lui sono i quattro evangelisti con i simboli del tetramorfo: Luca scrive il suo Vangelo sul toro, Giovanni sull’aquila, Marco sul leone, Matteo sul suo cofanetto di esattore delle tasse. In basso otto angeli mostrano gli strumenti della passione di Gesù: la colonna della flagellazione, la grande croce, la corona di spine, i chiodi, la lancia di Longino, la brocca di Pilato, il cartello dell’Inri, la frusta con i flagelli, la canna con la spugna dell’aceto.

Il Cristo in gloria

Sopra la sfilata degli angeli si affolla il popolo dei beati. Un angelo pone sul loro capo la corona di giustizia. A sinistra sono i diciannove eletti dell’antica alleanza, gli ebrei che mostrano le pergamene dei loro scritti. A destra vediamo altre diciannove santi, provenienti dai gentili della nuova alleanza, dotati anche loro di pergamene, libri chiusi e volumi aperti. Sull’arco appaiono seduti i ventiquattro anziani dell’Apocalisse (“Attorno al trono c’erano ventiquattro seggi e sui seggi stavano seduti ventiquattro anziani avvolti in candide vesti con corone d’oro sul capo” – Ap 4,4). Hanno in mano gli strumenti musicali (un organetto, quattordici cetre, quattro salteri e due arpe) che accordano in preparazione al concerto in onore di Dio. Due anziani hanno in mano le fiale, “le coppe d’oro colme di profumi, che sono le preghiere dei santi” (Ap 5,8). Nei raccordi che uniscono l’arco centrale agli archi laterali, gli angeli portano in cielo le animulae dei salvati.

L’arco di sinistra

I giusti d’Israele

L’arco di sinistra raffigura i giusti, protagonisti dell’antica alleanza tra Dio e il popolo ebreo, che il Cristo ha liberato dagli inferi e ha condotto in cielo. Nel risvolto basso dell’arco, tra la vegetazione lussureggiante del paradiso terrestre, vediamo al centro Dio benedicente, con il libro della sua parola, affiancato dai progenitori Adamo ed Eva. Gli altri personaggi sono i patriarchi biblici: a sinistra Abramo, Noè, Isacco e Giacobbe; a destra Mosè, Aronne, Davide e Salomone. Nel fregio superiore, dieci piccole figure potrebbero rappresentare le tribù di Israele o la personificazione dei dieci comandamenti: il lungo cilindro che li schiaccia potrebbe simbolizzare l’antica legge mosaica, superata dal “comandamento nuovo” di Gesù.

 

L’arco di destra

Beati e dannati

L’arco di destra descrive gli esiti del giudizio universale con la separazione degli eletti dai dannati. A lato è il grande angelo tubicino che suona la tromba per far risorgere i morti. La chiave di volta centrale è il Cristo giudice, con la corona e il nimbo crociato, che riporta su due cartigli le sentenze di salvezza (venite, benedicti patris mei) e di condanna (ite, maledicti in ignem aeternum). Sotto il Cristo giudice è l’immagine dell’arcangelo Michele che apre i libri del bene e del male, nei quali sono descritte le opere buone e quelle cattive compiute dai risorti. Sui risvolti di sinistra vediamo gli angeli che raccolgono le anime dei salvati, le prendono tra le braccia e le accompagnano in cielo.

L’Inferno

Sui risvolti di destra è rappresentato l’inferno, dove demoni mostruosi trascinano, torturano e divorano le anime dei dannati. Le scene alludono alla punizione dei vizi capitali. Vediamo così puniti per il loro peccato di gola un uomo attaccato alla botte del vino e sua moglie che morde una empanada gallega. Di lato vediamo i superbi ingoiati e risputati da Lucifero. Un altro diavolo morde la mano destra degli avari, degli usurai e dei ladri. Un quarto diavolo tormenta i corpi di persone impiccate o legate alle parti del corpo con le quali hanno peccato. Nel risvolto superiore si prolungano le scene del paradiso e dell’inferno. A sinistra sono raffigurati cinque personaggi, ritratti nel gesto della preghiera. A destra, altrettanti personaggi sono insidiati e oppressi dal loro peccato, che assume forme di animali repellenti: due serpenti mordono i seni della donna lussuriosa; un rettile morde la lingua del bestemmiatore; altri rettili attaccano al petto, alla gola o alla testa le loro vittime.

I sentieri dei Peligni. Da Ocriticum a Colle Mitra

Una passeggiata archeologica nel cuore dell’Abruzzo. Siamo sulle ultime propaggini del monte Rotella che si allungano verso Sulmona e la conca peligna. Si parte dagli scavi di Ocriticum, l’antica mansio romana dedicata a Giove Lareno. Si sale al recinto fortificato italico di Colle Mitra. L’interesse archeologico si somma al piacere di contemplare un panorama amplissimo su tutti i monti d’Abruzzo. Si aggiunga che l’escursione è breve, facile e non eccessivamente faticosa. Colle Mitra supera di poco i mille metri e il dislivello da superare si limita a circa 220 metri. Punto di riferimento è il paese di Cansano, sede di un punto d’informazione del Parco nazionale della Majella e del Centro di documentazione del Parco archeologico naturalistico di “Ocriticum”.

L’arrivo a Ocriticum

Usciti da Cansano sulla strada per Sulmona, s’imbocca una stradina asfaltata che si dirama a sinistra della curva a gomito sottostante le ultime case, segnalata da un pannello di orientamento del parco di Ocriticum. La stradina prosegue asfaltata per due km fino alla fonte di Grascito e al vicino casolare. Pochi metri prima della sua conclusione, seguendo la segnaletica del parco, si va a sinistra su una strada bianca che dopo cinquecento metri raggiunge l’ingresso della zona archeologica a 840 metri di quota. Qui si parcheggia.

 

Ocriticum

Il santuario

Ocriticum presidiava una strada che collegava la conca Peligna all’alta valle del Sangro. Si ipotizza che possa corrispondere alla Mansio Iovis Larene, un importante punto di sosta citato nella carta geografica della Tabula Peutingeriana. Gli scavi hanno rivelato un sito che sembra iniziare dall’età arcaica, e che si è successivamente sviluppato a partire dal sesto secolo avanti Cristo fino al Medioevo. La disponibilità d’acqua era garantita dalle vicine fonti di Grascito e Sulmontina, mentre la via Nova garantiva l’approvvigionamento, i trasporti di materiale e le comunicazioni.

Il secondo tempio

Un terremoto nel secondo secolo dopo Cristo distrusse buona parte degli edifici e segnò la decadenza e il progressivo abbandono dell’area. Il percorso pedonale guidato raggiunge i basamenti dei diversi edifici sacri risalenti all’età repubblicana e imperiale, posti su terrazze di diverso livello.

Un pannello descrittivo

Il tempio più antico si trova sul terrazzo superiore e si affianca a un secondo tempio di età posteriore, entrambi ricompresi in un temenos, recinto della zona dedicata alle divinità.

 

La salita a Colle Mitra

La foresteria del Parco

Lasciata l’auto nel parcheggio dell’area archeologica si prosegue sulla strada bianca che si dirige verso i colli (sud). Si incrociano gli impianti del metanodotto Snam e la breve deviazione che conduce ai binari della ferrovia Sulmona-Roccaraso: il casello ferroviario è stato riutilizzato come foresteria a servizio dell’area archeologica. Scavalcata la ferrovia su un tratto in galleria si raggiunge la fontana Sulmontina e ci s’innesta subito dopo sul Sentiero della Libertà.

La fonte Sulmontina

La strada compie un’ampia curva e ora con direzione nord-ovest affronta la salita in diagonale a mezza costa che risale il colle. Raggiunto il valico, si lascia sulla sinistra il Sentiero della Libertà (che aggira il dosso e scende nella conca di Pacile) e si segue in direzione nord il sentiero di cresta che si dirige verso la visibile croce di ferro sulla sommità del Colle Mitra (1067 metri di quota, 1,15 ore da Ocriticum).

La croce di Colle Mitra

Dalla vetta si ammira un grandioso panorama circolare. Di fronte si stende la conca Peligna, con la città di Sulmona e la catena del Gran Sasso sullo sfondo. A destra (est) si osserva tutta la cresta del Morrone fino al guado di San Leonardo e di qui la cresta della Maiella, con il monte Amaro, il Guado di Coccia e il Porrara. Alle spalle (sud) è la lunga cresta del monte Rotella. A sinistra (ovest) s’impone il complesso del monte Genzana. L’area di Colle Mitra è compresa nel Parco nazionale della Majella ed è un crocevia di sentieri tabellati che si diramano sui diversi versanti, intorno agli assi del Sentiero della Libertà (segnato con la lettera L) e della cresta del monte Rotella (sentiero T). La zona è ancora frequentata da greggi al pascolo.

La segnaletica del Sentiero della Libertà

Conviene dare un’occhiata ai dintorni del Colle. Il ritorno sulla via dell’andata richiede comunque circa un’ora.

 

La cinta fortificata di Colle Mitra

Sulmona e la conca peligna

Dalle rocce sotto la croce si diramano verso sud, a forma di V, due muraglioni costruiti con massi e grosse pietre sbozzate. Il recinto delle mura proteggeva tutta l’area sommitale, dove sorgeva inizialmente un oppidume più tardi l’insediamento abitato più stabile localizzato nella conca di Pacile. Il centro fortificato era un ottimo punto di osservazione e controllo sui percorsi che da Sulmona risalivano alla regione degli altopiani: il tratturo di Pettorano e la strada di Ocriticum. In età preromana queste aree intorno a colle Mitra erano frequentate da comunità pastorali che avevano dato vita a un insediamento stabile perdurato fino all’età romana. Recinti fortificati simili facevano corona alla conca peligna, come si può osservare sul Colle delle Fate e sul monte Urano.

La cinta muraria di colle Mitra

(Il percorso è stato verificato il 24 ottobre 2018)

La necropoli etrusca di Poggio Buco

Poggio Buco è il nome di un insediamento etrusco che occupa il piccolo altopiano di tufo delimitato dal fiume Fiora e da due suoi affluenti, il torrente Rubbiano e il fosso Bavoso. Il nome dichiara esplicitamente la sua posizione sul “poggio” e il “buco” delle sue tombe rupestri. Siamo nell’Etruria interna, un’area della Maremma toscana non lontana dal confine con il Lazio. L’abitato etrusco si trovava sull’altura delle Sparne. Non era certo un centro importante, forse solo un avamposto di Vulci, con una presenza umana intermittente. Qualche indizio fa ipotizzare che in epoca romana vi fosse insediata la prefettura di Statonia. I resti archeologici visibili sono comunque scarsi, limitati ai blocchi di una modesta cinta muraria e alle fondazioni di un grande edificio prospiciente una piazza lastricata, emersi nella parte orientale dell’area urbana. Molto più interessante è la necropoli che si sviluppa lungo la strada che lascia la città in direzione ovest. Équesta la zona che noi visitiamo.

La necropoli rupestre

Per raggiungere Poggio Buco si segue la strada provinciale 74 “Maremmana” che collega i due centri di Pitigliano e Manciano. Subito dopo il ponte sul fiume Fiora (per chi proviene da Pitigliano) s’imbocca una strada sterrata a sinistra con le indicazioni per la necropoli. Percorsi 1,5 km si arriva a un bivio: a sinistra inizia l’area archeologica. Si può arrivare sin qui in auto, ma è consigliabile lasciare l’auto sulla provinciale e raggiungere Poggio Buco a piedi in circa mezzora.

Il bivio che introduce alla necropoli

Chi cercasse una passeggiata più lunga può partire da Manciano. Seguendo sempre la provinciale 74, a tre km dal paese, all’altezza della centrale della Stellata, una strada sterrata sulla destra (segnalazioni per un agriturismo) sale verso i colli in direzione est e scende poi verso la necropoli e il fiume (1,30 ore).

Una tomba a camera con i letti sepolcrali

La strada di accesso tocca subito la zona sepolcrale, supera un caseggiato e arriva al dosso di tufo in cui si addensano le sepolture rupestri. Le tombe più antiche sono quelle a fossa o a cassone, delimitate da lastroni, con o senza loculi laterali. Non sono tuttavia facilmente osservabili perché occultate dalla vegetazione o allagate.

Tombe a camera

Più frequenti sono le classiche tombe a camera, precedute da un vestibolo e da un corridoio di accesso (dromos). Le aule più ampie hanno al centro dei pilastri risparmiati dallo scavo che hanno la funzione di sostenere la volta e di impedire i crolli.

Vano con pilastro centrale, riutilizzato come stalla

Le cavità sono state riutilizzate nel tempo, fino a epoche recenti, come cantine, depositi di attrezzi agricoli e soprattutto come stalle per gli animali domestici. Si osservano così all’interno gli adattamenti resi necessari per ospitare le mangiatoie e le vasche di abbeverata. Non si può tacere lo stato generale di abbandono e incuria. Alcune abitazioni costruite consapevolmente sulle tombe e il dispregio per l’ambiente testimoniato dalla presenza di discariche inducono a una certa malinconia. Malinconia che non cancella comunque il fascino di un luogo remoto e poco frequentato.

La zona dell’escursione

L’abbazia di San Benedetto in Alpe e la cascata di Acquacheta

Saliamo sull’Appennino tosco-romagnolo. Raggiungiamo la località di San Benedetto in Alpe, l’ultimo paese della Romagna prima del Passo del Muraglione, porta della Toscana. Oggi la zona è servita dalla strada statale 67 che collega i due mari e le città di Pisa, Firenze, Forlì e Ravenna. La statale ricalca una strada assai antica e frequentata, sulla quale in età medievale s’inerpicarono i seguaci di San Benedetto per realizzarvi il loro motto “ora et labora”. Dopo il Mille vi giunse anche San Romualdo, un benedettino dalla vita movimentata e un instancabile esploratore dei monti dell’Appennino. Romualdo diede la sua regola alla locale abbazia, ma viene ricordato soprattutto come fondatore nel 1012 dell’eremo e del monastero di Camaldoli e della congregazione camaldolese, il ramo dell’ordine benedettino che alterna la dimensione comunitaria a quella solitaria, espressa, architettonicamente, dalla presenza sia dell’eremo sia del monastero. Questa comunione di vita comunitaria ed eremitica è espressa anche nello stemma, formato da due colombe che si abbeverano a un solo calice.

L’ingresso della chiesa abbaziale

L’abbazia di San Benedetto in Alpe è sopravvissuta ai secoli e alle traversie dell’incuria, dei crolli e delle ricostruzioni. Occupa lo sperone roccioso del “Poggio”, la parte alta del paese che sovrasta la località “Mulino”, così detta per i mulini che in antico vi esistevano, nel punto dove i tre torrenti Acquacheta, Troncalosso e Rio Destro si uniscono dando origine al fiume Montone. Dal Mulino si sale all’abbazia sul Poggio attraverso una ripida scorciatoia pedonale (Via Dante) sulla quale è stata realizzata una Via Crucis. In alternativa si segue la strada per Marradi per circa un km. La chiesa settecentesca incorpora i resti dell’edificio medievale: del monastero originario rimangono la cripta, una torretta difensiva, un portale ad arco e parte delle mura esterne. Ancora visibile è un settore della cripta. Le antiche proprietà dell’Abbazia sono testimoniate dai mulini sottostanti e dagli toponimi dei attigui poderi i cui toponimi (Caprile, Vignale, Pecorile) rimandano chiaramente alle attività connesse all’agricoltura e all’allevamento. Anche i ruderi degli eremi nella località montana dei Romiti, sopra la cascata, richiamano l’esperienza solitaria che i monaci alternavano alla vita comunitaria.

Il Mulino dei Romiti

Da San Benedetto parte l’escursione a piedi per la Cascata dell’Acquacheta, una delle attrazioni del Parco nazionale delle Foreste casentinesi. Il Sentiero Natura, sezione del lungo “Sentiero delle Foreste Sacre”, ha inizio al primo tornante della strada che da San Benedetto conduce a Marradi. Di fronte è il Centro di visita del Parco, realizzato nei locali di un antico mulino. Il sentiero segue il corso del torrente facendo tappa alla Ca’ del Rospo, piccolo fabbricato agricolo ristrutturato. Sale poi nel bosco, traversando un tratto scoperto, per poi scendere al Molino dei Romiti. Pochi ripidi passi portano al belvedere della cascata. La portata dell’acqua varia naturalmente secondo le stagioni. La “caduta” dell’acqua è comunque uno spettacolo emozionante. Si può anche proseguire verso i resti dell’eremo dei Romiti. L’escursione richiede almeno quattro ore tra andata e ritorno. Il dislivello da superare tra il paese (quota 495) e la cascata (720 m) è di 250 metri.

Il salto dell’Acquacheta

Se il paese deve la sua fama a San Romualdo, la cascata dell’Acquacheta gode anch’essa di uno sponsor letterario d’eccezione. E’ infatti il Sommo Poeta, Dante Alighieri, che la cita nel canto decimosesto dell’Inferno. Dante e Virgilio, usciti dal bosco, percorrono la riva del fiume infernale Flegetonte e si avvicinano all’orlo del baratro che separa il settimo dall’ottavo cerchio, dove il fiume infernale precipita. Dapprima percepiscono in lontananza il rumore della caduta dell’acqua: “s’udia ‘l rimbombo dell’acqua che cadea nell’altro giro”, un rumore simile al ronzio prodotto da uno sciame d’api intorno agli alveari. Avvicinandosi al precipizio, il rumore prodotto dalla caduta del fiume di sangue si trasforma in un rombo assordante: “giù d’una ripa discoscesa, trovammo risonar quell’acqua tinta, sì che ‘n poc’ora avrìa l’orecchia offesa”. E per spiegare il fragore prodotto dal Flegetonte, è proprio la cascata dell’Acquacheta che Dante prende a termine di paragone: “Come quel fiume… che si chiama Acquacheta”, che nasce da la sinistra costa d’Apennino”, e che prima di scendere a valle “rimbomba là sovra San Benedetto / de l’Alpe per cadere ad una scesa”.

Dai Prati di Croda Rossa al Passo di Monte Croce Comelico. Memorie di guerra

L’escursione è in discesa e quindi facile e molto popolare. Si parte dai Prati di Croda Rossa, a 1925 metri di quota, dove si giunge con la funivia di Croda Rossa che sale da Moso di Sesto. Si scende su una larga e tranquilla sterrata nel bosco fino al Passo di Monte Croce Comelico, a quota 1636, dove i frequenti bus del servizio pubblico riportano al luogo di partenza. Il sentiero è indicato con il numero 18 e coincide qui con un tratto del Sentiero Italia.

La Croda Rossa vista dal sentiero 18

I trecento metri di dislivello e le 2,30-3 ore di camminata rilassata ne fanno un’escursione adatta anche alle famiglie con bambini. Non vi sono però punti di ristoro intermedi. Il percorso si snoda lungo la foresta di larici e abeti, lasciando alle spalle la Croda Rossa e le Dolomiti di Sesto, con il crinale carnico di fronte. Un buon punto di sosta a metà strada è la vasta radura pascoliva dove è la malga Schellab (1819 m).

La radura della Malga Schellab

La piacevolezza del paesaggio naturale nasconde però le tracce del fronte della prima guerra mondiale e le fortificazioni del Vallo alpino, risalenti alla seconda guerra mondiale e dismesse alla fine della guerra fredda. Il Passo di Monte Croce Comelico che oggi segna il confine tra il Veneto e l’Alto Adige, costituiva nel 1915 la linea del fronte tra l’Italia e l’Impero austro-ungarico. I monti dintorno erano fortificati con trincee, casermette e posti di osservazione. Vi furono numerose azioni e scaramucce per la conquista di obiettivi significativi. I paesi furono bombardati e le popolazioni allontanate. Non vi furono tuttavia le grandi battaglie tipiche di altri settori del fronte. Chi vuol farsi un’idea della vita dei soldati al tempo della Grande Guerra può visitare la Mostra “Indimenticata” di Sesto e il Museo all’aperto dell’Alpe Anderter, raggiungibile con un sentiero dai Prati di Croda Rossa, a cura dell’associazione Bellum Aquilarum.

La croce sul Passo dedicata ai caduti della guerra 1915-18

All’inizio della seconda guerra mondiale il passo di Monte Croce era in territorio italiano, ma fu considerato comunque importante sul piano difensivo nell’ipotesi di una possibile invasione da parte delle truppe tedesche. Vi furono così costruiti un buon numero di bunker e di altre fortificazioni, inseriti nel più vasto sistema del Vallo Alpino.

La mappa dello sbarramento sul passo di Monte Croce

Le vicende della guerra lasciarono inutilizzato il sistema difensivo. Con il nuovo assetto geo-politico del dopoguerra le opere difensive costruite inizialmente per difendere il Paese da un’invasione tedesca, vennero riutilizzate dall’esercito italiano durante gli anni della Guerra Fredda, quindi in un contesto più ampio, sotto la guida della Nato; lo sbarramento acquisiva così il ruolo di cardine difensivo nel caso di una possibile invasione delle truppe dei paesi del Patto di Varsavia. Fortunatamente anche in questo caso le difese restarono inattive e, anzi, vista l’evoluzione dell’est europeo dopo la caduta del muro di Berlino, nel 1992 questo sbarramento venne definitivamente dismesso.

Il fossato anticarro

Oggi le opere belliche sono abbandonate, non segnalate e spesso vandalizzate. In attesa di un possibile riutilizzo come museo all’aperto per fini turistici, l’escursionista curioso può però costruirsi un personale itinerario di scoperta, utilizzando le fonti esistenti. Facilmente visibile già scendendo sul sentiero 18 è il fossato anticarro che taglia quasi perpendicolarmente la strada statale, poco a valle sul versante di Sesto, da sud-ovest a nord-est. Il fossato sbarrava il fondovalle con uno sviluppo di circa 350 metri ed era sotto il tiro dei fortini vicini.

Il bunker opera 5

Relativamente facile da raggiungere è il bunker indicato come opera 5. Salendo per pochi metri il sentiero 131 che dal Passo conduce alla malga di Nemes si devia a sinistra, passando accanto alla chiesetta di San Michele. La stradina nel bosco raggiunge una sbarra; prima di questa, seguendo sulla destra le tracce nel bosco, si scova il fortino.

Una bocca di fuoco del bunker

L’opera di grandi dimensioni è stata costruita in calcestruzzo e risulta ben conservata o almeno ben riconoscibile. Colpisce il rivestimento che serviva a mimetizzarne la presenza all’osservatore ostile. Sono visibili le coperture che si aprivano liberando le bocche di fuoco per il tiro delle mitragliatrici. Aggirando il fortino se ne scoprono le porte di accesso e le bocche di aereazione. Le altre strutture di difesa si trovano nei dintorni, sui due versanti che guardano alla strada statale 52.

La cappella di San Michele

(Ho effettuato l’escursione il 16 agosto 2018)

La Catacomba di San Pancrazio

La storia di Pancrazio è simile a quella di tanti altri martiri cristiani dei primi secoli. Era un giovane romano di buona famiglia, nato in Frigia. Rimasto orfano, fu affidato allo zio Dionisio che lo portò con sé a Roma. Qui Pancrazio conobbe il papa Marcellino e rimase affascinato dal messaggio cristiano. La persecuzione anticristiana del feroce Diocleziano non gli diede scampo. Di fronte al suo rifiuto di abbandonare la fede in Gesù, l’imperatore ne ordinò la decapitazione.

Il martirio del giovane Pancrazio

Condotto fuori della porta Aurelia, la sera del 12 maggio 304 Pancrazio fu martirizzato. L’illustre matrona romana Ottavilla, che assistette all’esecuzione, raccolse il capo e il corpo del giovane Pancrazio e li depose in un sepolcro nelle catacombe scavate sotto i terreni di sua proprietà. Sul luogo della sepoltura Papa Simmaco volle poi erigere la basilica dedicata al santo.

Il luogo del martirio e la reliquia del santo

E oggi, al margine dei grandi spazi verdi di Villa Doria Pamphili, entrati nella chiesa di San Pancrazio, a metà della navata destra, è possibile inabissarsi nelle catacombe omonime. Ci fanno da guida i bravi volontari della storica associazione della Giovane Montagna. Percorrendo le gallerie sotterranee fasciate di loculi e di simboli cristiani visitiamo in successione tre cubicula di maggior rilievo.

L’iscrizione di Botrys

Il cubicolo di Botrys prende il nome del defunto ivi sepolto. La lastra sepolcrale che si è conservata dice che Botrys era un christianós. In questo cubicolo, dove sono ancora visibili resti di pitture, si celebravano le liturgie cristiane.

Il cubicolo di San Felice

Il cubicolo di San Felice è decorato in stile lineare rosso, con elementi tratti dal mondo marino (navi e pesci).

L’icona di santa Sofia e delle sue tre figlie

Il cubicolo di Santa Sofia contiene le sepolture che si ritiene appartengano alla martire Sofia e alle sue tre figlie.Sofia era una illustre matrona sposa di un senatore di nome Filandro e madre di tre figlie, a cui aveva dato i nomi delle tre virtù teologali: Pistis (la Fede), Elpis (la Speranza), Agape (la Carità). Dopo la morte del marito Filandro, da lei convertito al cristianesimo, Sofia soccorse con i suoi beni i poveri e svolse opera di proselitismo a Roma dove viveva con le figlie di 12, 10 e 9 anni. Denunciata all’imperatore, confessò la sua fede cristiana e per questo fu fatta fustigare. Di fronte al suo persistente rifiuto di abiurare, l’imperatore Adriano fece allora torturare e decapitare una dopo l’altra le sue figlie. La madre, costretta ad assistere all’orrendo crimine, esortava comunque le bimbe a restare salde nella fede cristiana, nella speranza della vita eterna. I corpi martirizzati delle figlie le furono consegnati e lei li seppellì al diciottesimo miglio sulla Via Aurelia. Lì lei morì tre giorni dopo, mentre pregava e piangeva sulla loro tomba. Nella stessa tomba fu sepolta anche lei.

Come visitare la catacomba

(Ho visitato la catacomba il 9 ottobre 2018)