La Catacomba “Ad Decimum” sulla Via Latina

Sconosciuta. Sorprendente. Una catacomba cristiana a Roma, aperta e visitabile, ma pochissimo frequentata. Con caratteristiche di grande pregio. Riemersa intatta dal fango dei secoli, con le gallerie transitabili e i loculi ancora tutti sigillati. Espressione della piccola comunità del Vicus Angusculanus sorta nei primi secoli intorno a un santuario, ai casali rustici, alle ville d’otium e a una stazione di posta fornita d’impianto termale. Una comunità che parlava in greco e in latino e che dedicava ai suoi defunti iscrizioni tenerissime. E un corpus di pitture che ricordano quelle delle catacombe romane più note.

La Catacomba Ad decimum della Via Latina

La Catacomba si trova al km 6 dell’attuale Via Anagnina, sul confine tra il comune di Roma e quello di Grottaferrata. In epoca romana il luogo corrispondeva al decimo miglio della Via Latina, da cui deriva il nome Ad Decimum. Vi furono tumulati circa mille corpi nei secoli terzo, quarto e quinto. Fu poi abbandonata e dimenticata. Per essere riscoperta per puro caso nel 1903 nel corso di alcuni lavori agricoli. La notizia giunse ai monaci dell’abbazia di San Nilo di Grottaferrata, che acquistarono il terreno e intrapresero gli scavi, conclusi nel 1936. Oggi il sepolcreto è posto sotto la tutela della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra ed è aperto la domenica grazie agli entusiasti e competenti volontari del Gruppo Archeologico Latino – Colli Albani “Bruno Manfellotto”.

Il casotto d’ingresso della catacomba

Le prime iscrizioni, quelle più antiche, sono molto laconiche: formulari semplici e brevi composti dal nome del defunto, da addii augurali e talvolta da immagini simboliche cristiane (il pesce, l’ancora, la colomba). Più tardi, dopo la fine delle persecuzioni e la pacificazione religiosa di Costantino, le iscrizioni si allungano, compaiono aggettivi come benemerens, carissimuse dulcis, i simboli cristiani diventano più espliciti. Un esempio è l’epigrafe Ianuarius diaconus se vivo fecit sibi et costae suae Lupercillae et Martyriae filiae suae dolcissimae quae vixit annos III menses VI dies V in pace (“Il diacono Gennaro fece da vivo questo sepolcro per sé e per la sua costola Lupercilla e per la sua figlia dolcissima Martiria, che visse tre anni, sei mesi e cinque giorni, in pace”). Colpisce che Gennaro sostituisca il termine coniuge/moglie con quello di costae, con evidente riferimento all’immagine biblica di Eva, creata dalla costola di Adamo. Altro esempio è la scritta Marciano benemerenti Hilarus fratri carissimo in pace (“Ilaro [ha fatto questa sepoltura] al suo benemerito fratello Marciano carissimo che riposa in pace), corredata da immagini incise che raffigurano colombe, un buon pastore con un agnellino sulle spalle e una coppia di pecore. Molto curiosa è la presenza nelle iscrizioni di termini quali Coprion (Coprion coiugi Florentini benemerenti fecit) e Istercoria (Proficius lector et exorcista / Istercoriae coiugi benemerenti / se vivo fecit) dallo sgradevole significato di “sterco”. Se si aggiunge che un defunto è definito Dyscoli, ovvero fastidioso e intrattabile, sorge la curiosità per questi accostamenti tra persone amate e nomi repulsivi. Probabilmente la particolare diffusione in ambito cristiano di questi nomi dal significato infamante fa pensare che il loro uso fosse legato alla volontà dei fedeli di condurre forme di penitenza e di mortificazione, associate a “nomi di umiltà”.

Una galleria della catacomba

I soggetti dipinti sui cubicula della catacomba sono quelli tipici dell’iconografia paleocristiana. L’immagine del buon pastore compare in un ambiente paradisiaco, tra alberi stilizzati e coppie di pecore. Il profeta Daniele è ritratto in preghiera nella fossa dei leoni. Vediamo anche immagini di donne in preghiera con le braccia levate. Gesù è ritratto al centro di un collegio apostolico, affiancato da Pietro, Paolo e dagli altri apostoli.

Il buon pastore e Daniele nella fossa dei leoni

L’immagine di maggiore interesse è quella della Traditio legis, cioè la consegna della legge a San Pietro da parte di Gesù. Il Signore è sospeso sulle nubi e porge con la mano sinistra all’apostolo un rotolo su cui si legge Dominus legem dat, mentre San Paolo acclama. Nel registro inferiore si vede una piccola altura, il monte paradisiaco, sul quale è poggiato l’Agnus Dei, personificazione simbolica del Cristo; ai piedi del monte sgorgano i quattro fiumi edenici mentre ai lati si distribuiscono dodici agnelli, simboli degli apostoli. Sulla parete a fianco si osserva l’immagine di un ragazzo, fiancheggiato da Pietro e Paolo che lo accompagnano nel momento del trapasso dal mondo terreno a quello ultraterreno. Una scritta a lato della testa del ragazzo defunto ci rivela la sua età (fra i 17 e i 18 anni) e il suo nome: Viator, il viandante.

Il dipinto della Traditio Legis

(Visita effettuata il 29 luglio 2018)

Annunci

Casacalenda e l’antica Gerione

Questo itinerario nel Molise collinare interno ci conduce dapprima a Casacalenda, l’antica Kalene, e poi tra le rovine della vicina Gerione. Tutte le guide ricordano che durante la seconda guerra punica a Kalene si era accampato l’esercito romano guidato da Marco Minucio Rufo per affrontare il temibile Annibale, trincerato nella vicina Gerione. L’episodio risalirebbe, secondo quanto attesta lo storico Polibio, all’inverno del 217 avanti Cristo (l’anno 536 dalla fondazione di Roma). Oggi i problemi che affliggono il paese non sono più le guerre devastatrici ma fenomeni altrettanto maligni quali l’inarrestabile emigrazione e i traumi del terremoto.

Pannello fotografico del Comune di Casacalenda

Colpiscono perciò gli originali pannelli fotografici collocati sui muri della città vecchia che ritraggono gli abitanti del paese sotto l’insegna del “Noi(R)esitiamo”. E non mancano alcuni segnali di resilienza, come le istallazioni del Museo all’Aperto di Arte Contemporanea Kalenarte (Maack) disseminate nell’intero territorio comunale. O un museo che accosta la tradizione folklorica del “bufù” all’arte contemporanea.

Palazzo fortificato a Terravecchia

Molto piacevole è la passeggiata nel centro storico, che segue l’asse viario di Terravecchia. Dalla via centrale si diramano i vicoli laterali che scendono, attraverso gradinate, alle vecchie mura e al circuito perimetrale esterno del Borgonuovo, un anello panoramico su tutto il Molise interno. La lunetta del portale della chiesa di Santa Maria Maggiore contiene due caratteristiche statuette trecentesche che descrivono la visita di Maria alla cugina Elisabetta. Questa scena della Visitazione serve da ideale icona alla nostra visita al paese.

La lunetta di Santa Maria Maggiore

 

Il Castello di Gerione, l’antica Gereonium

Terminata la visita a Casacalenda possiamo raggiungere Gerione seguendo una stradetta che scende da piazza Nardacchione, di fronte al Palazzo Baronale, in direzione nord-est e raggiunge dopo 2,5 km il fondovalle del Cigno. Seguendo la segnaletica, si devia su una strada sterrata sulla destra, si valica il torrente su un ponticello e si trova un’area attrezzata. Le condizioni della strada possono consigliare di lasciare l’auto qui o al bivio precedente. Non si sono problemi se si dispone di un’auto alta o di un fuoristrada. Il percorso successivo su strada bianca, in qualche tratto cementata, è ripido e conduce in ulteriori 2 km al panoramico spiazzo sommitale, a 616 metri di quota, dove sono i cartelli introduttivi e l’accesso all’area archeologica. Se si è scelto di salire a piedi, avremo impiegato circa 30-40 minuti.

Il palazzo di Gerione

Aggirandoci sulla cima di questo colle, scopriamo i resti di un insediamento fortificato di piccole dimensioni ma di gloriosa storia, stando a quel che hanno ricostruito gli archeologi della Sovrintendenza regionale e dell’Università di Bologna. Gereonium fu inizialmente un abitato dei Sanniti Frentani, cinto da mura costruite in grosse pietre cementate con argilla. Annibale, il grande generale cartaginese, conquistò la cittadella nel 217 avanti Cristo (siamo alla vigilia della battaglia di Canne), trucidò gli abitanti e l’adibì a magazzino per il rifornimento delle truppe.

Un’abitazione

L’abitato rinacque con vigore nell’Alto Medioevo, divenendo un castaldato longobardo.  Arrivarono i Normanni che lo incendiarono, salvo poi riportarlo a nuova vita, costruendovi una torre e un palazzo, cui si aggiunse una chiesa dedicata a Maria. Le fortificazioni, rafforzate da torri, furono allargate a tutto il perimetro sommitale al tempo di Federico II (1194-1250). In quest’epoca la porta principale era a sud, potentemente munita da bastioni coronati dalla torre primitiva. Il palazzo fu munito da un’altra torre a nord e tutto il complesso venne rafforzato da antemurale e fossato.

I resti della chiesa

All’interno delle mura si possono osservare resti di case, costruite con pavimenti in terra battuta e tetto di paglia; le murature perimetrali avevano uno zoccolo di pietrame ed un alzato in argilla cementizia. La fine dell’insediamento fu dovuta alla Peste Nera, che infuriò in tutta Italia raggiungendo la massima virulenza verso il 1350. Il terribile terremoto del 1349, che devastò l’intero Meridione, ne decretò la fine. Da allora il luogo fu abbandonato. Almeno fino all’arrivo degli archeologi.

Ricostruzione dell’abitato di Gerione

(Ho effettuato l’escursione il 12 aprile 2018)

Il tratturo di San Pietro Avellana

Il Regio Tratturo Celano-Foggia, dopo aver raccolto gli armenti della conca del Fucino e della conca peligna, saliva verso gli altipiani maggiori, traversava il Piano delle Cinque Miglia e il Prato di Roccaraso e, all’altezza di Pietransieri, scendeva nella valle del fiume Sangro. La nostra passeggiata lo intercetta alla Taverna del Sangro, storico luogo di sosta degli armenti, e lo segue nella salita del bosco che conduce a San Pietro Avellana.

La segnaletica del tratturo

Siamo sul confine tra l’Abruzzo e il Molise, a metà strada fra Castel di Sangro e Ateleta. Il punto di partenza si trova al km 8 della strada provinciale molisana “Masserie di Cristo” che in Abruzzo muta denominazione e diventa la provinciale 121 “Sangritana 2”. Nei pressi è il Casale Principessa delle Fate. Nello spazio di pochi metri convivono qui il tratturo, la strada provinciale, la superstrada di fondovalle, il fiume Sangro e la linea ferroviaria Sangritana.

La carta dell’Italia centrale con i principali insediamenti antichi e i tratturi

 

La Taverna del Sangro

La Taverna del Sangro

La passeggiata può iniziare con la visita alla Taverna (quota 760), che si raggiunge scendendo sulla strada bianca del tratturo e traversando il ponte sul fiume Sangro, accanto al viadotto “Taverna” della Fondovalle. L’edificio che si era ridotto a rudere è stato recentemente ben restaurato, ma è ancora in attesa di destinazione e la rigogliosa vegetazione ha ripreso ormai ad assediarlo. La taverna è una presenza caratteristica sul tratturo. Costruita accanto al guado del fiume e all’incrocio di strade, la locanda era luogo di ristoro per viaggiatori e animali e, anche, luogo di scambio per le merci. L’edificio potrebbe avere origini seicentesche e compare nella cartografia delle successive reintegre del tratturo. Non è improbabile che fosse già stazione di posta in epoca antica per chi transitava nella valle del Sangro. Le tombe di epoca romana scoperte nelle vicinanze, la presenza nella tavola peutingeriana e i documenti dell’Archivio borbonico sui contratti di fitto confermano una persistenza di lungo periodo.

La stazione ferroviaria della Taverna

D’interesse “archeologico” è anche la piccola stazione “Taverna” sulla linea ferroviaria Sangritana, distante pochi passi. Oggi dismessa, la ferrovia fu costruita nel 1915 per collegare Castel di Sangro ai paesi adriatici.

 

Il Tratturo

Il tratturo a San Pietro Avellana

Tornati al di là del Sangro, s’imbocca il tratturo, vigilato in alto dal rudere della Masseria di San Nicola. Il percorso in salita non è segnato ma è largo ed evidente; qualche segnale di legno “a bandiera” presente sul tragitto rassicura comunque il camminatore. Il fondo è piuttosto accidentato, segnato dal passaggio dei trattori, fangoso nei tratti in piano e con qualche breve tratto lastricato in pietra. Superata la zona di erosioni si tocca un’area di stoccaggio dei tagli di legno in prossimità dell’elettrodotto. Più in alto si traversa la traccia, ormai riassorbita, del grande metanodotto della Snam.

La foresta demaniale

Ai lati del tratturo si stendono le cerrete e le faggete di Scodanibbio e San Nicola che, insieme con i boschi di San Martino, Cantalupo e monte Capraro, formano uno dei sottosistemi delle foreste demaniali regionali molisane.

La Valle del Sangro

Alzandosi progressivamente di quota lo sguardo si allunga sulla media valle del Sangro. Al di là del fiume si osserva il percorso del tratturo che risale verso Pietransieri e il monte Tocco. Seguono i monti frentani che sovrastano Gamberale e Pizzoferrato e le caratteristiche guglie dei monti Pizzi. Sulla destra idrografica si alzano i monti molisani, con il Capraro, il monte Campo di Capracotta e il monte Miglio.

Una croce tratturale

Siamo ormai prossimi a San Pietro Avellana, annunciato dal cimitero e da una croce tratturale a quota mille.

 

San Pietro Avellana

Il percorso urbano del tratturo

Entriamo in paese lungo la Via Tratturo che percorre la parte alta dell’abitato. Sulla destra si stacca una sterrata che sale nella pineta e tocca lo sperone roccioso della Roccia dei Rapaci; la cresta accidentata si prolunga fino al Nido del Corvo, punto panoramico di prim’ordine, molto apprezzato dai canadesi che durante l’ultima guerra ne fecero un osservatorio sulla Linea Gustav.

Pannello del Museo Civico

Da Via Tratturo pochi passi in discesa ci portano al centro del paese. Il Museo civico occupa alcuni edifici ristrutturati e circondati da un’area pedonale di stradine e piazzette. Molto interessante è la sezione archeologica che espone i ritrovamenti sanniti e romani della zona e della necropoli di Piana Fusaro. Vi è anche una sezione dedicata all’agricoltura e all’artigianato dove sono esposti gli attrezzi utilizzati nella lavorazione dei campi e gli utensili degli antichi mestieri come il falegname, il calzolaio e il ramaio. Originale è la sezione dedicata al costume d’epoca con abiti che vanno dal Seicento al secolo scorso. Una risorsa gastronomica del paese è il tartufo proveniente dalle cerrete della zona, celebrato nell’annuale Sagra del Tartufo e proposto da trattorie, botteghe e bar in diversi gustosi preparati.

La fontana delle Quattro Stagioni

La piazzetta al centro del paese, panoramica e ventosa, ospita il monumento ai caduti e una bella fontana con la scultura delle Quattro Stagioni. Il tratturo, sempre visibilissimo, lascia il paese e prosegue in direzione dello scalo ferroviario, della Caserma della Forestale e della riserva naturale di Montedimezzo. Altre passeggiate sono possibili verso Sant’Amico e il monte Miglio.

Il percorso di andata e ritorno tra la Taverna del Sangro e San Pietro Avellana richiede due ore e mezza di tempo, su un dislivello di circa 250 metri.

Cippo romano del primo secolo

(Ho effettuato l’escursione il 19 giugno 2018)

Il parco archeologico di Locri Epizephiri

Vagare nella calura del mezzogiorno, sotto un torrido sole di agosto, tra i muri caduti e le pietre roventi di un parco archeologico può rivelarsi un supplizio crudele per aspiranti al martirio culturale. Eppure a Locri Epizephiri, località in fondo alla Calabria jonica, il supplizio si è trasformato in una passeggiata storica, accaldata sì, ma piacevole e stimolante. Un museo ricco di reperti, ricostruzioni, pannelli descrittivi, bookshop e servizi accessori. Un percorso museale per bambini talmente ben realizzato da rivelarsi affascinante anche per gli adulti. Una straordinaria integrazione tra le rovine della città antica e il paesaggio vegetale dei pini, dei cipressi e degli agrumeti. Una masseria agricola settecentesca costruita con scarsa sensibilità sulle fondamenta delle terme romane, che un restauro magnifico trasforma in un osservatorio sulle forme di vita dall’antichità ai nostri giorni.

Il Museo archeologico

Emozioni simili erano quelle provate da Edward Lear, lo scrittore inglese che vi era giunto a piedi nell’agosto del 1847. Egli racconta che verso mezzogiorno si era rifugiato “in un’osteria, strada facendo, per cercare ombra e melloni di acqua” ed era poi arrivato alla Torre medievale, “situata al margine della costa, nel luogo dove gli archeologi riconoscono con certezza il sito di Locris antica. Fondamenta di costruzioni antiche si estendono per un vasto raggio nei vigneti intorno e innumerevoli monete vi sono state ritrovate. Dappertutto all’intorno della spiaggia sabbiosa, crescono in abbondanza gli amarilli bianchi, che riempiono l’aria con il loro delicato profumo”. Lear si era entusiasmato per quel paesaggio: “molto bella è quella grigia torre, situata tutta sola sopra la rocca vicina alle onde blu, con lo sfondo della graziosa collina di Gerace, e di molte linee di montagne alte e distanti”.

Un pannello del Museo

Oggi, a distanza di due secoli, se è pur vero che la torre vista da Lear si è ridotta a un inglorioso mozzicone, bisogna tuttavia riconoscere che il museo sostituisce con le risorse dell’elettronica e della graphic novel il  tradizionale approccio erudito alle rovine che lo stesso Lear narra nel suo Journal: “Il nostro bravo ospite ci ha sacrificati leggendoci ad alta voce capitolo per capitolo un libro che stava scrivendo su Locri, un opus magnum che, per quanto molto erudito, era abbastanza noioso. Tutti i nostri suggerimenti di andare a riposare erano vani; così Proby si è addormentato, e io ero sul punto di seguire il suo esempio; stavo per scusarmi per andare a letto, quanto il nostro autore si mise a sbadigliare, fece una pausa, e cadde nelle braccia sonnolente di Morfeo, così che l’assemblea letteraria si sciolse nemine contradicente”.

La Casa dei Leoni

Il parco archeologico-ambientale di Locri Epizephirisi trova al km 95 della statale 106, poco a sud di Locri. La città era sorta nel settimo secolo avanti Cristo ed era rapidamente diventata uno dei centri più importanti della Magna Grecia calabrese. Nel quartiere di Centocamere si concentravano le attività produttive e commerciali della polis. Sono state rinvenute 24 fornaci di ceramica (tegole, vasi, statuette) e tanti attrezzi dei telai, eredità dei laboratori di tessitura. Spiccano i resti della Casa dei Leoni, del sacello di Afrodite e dei santuari di Marasà e di Zeus saettante.

La storia di Locri

Ma sono le sale del museo che raccontano storie arcaiche e affascinanti come il rapimento di Persefone, i giardini di Adone, i versi della poetessa Nosside emula di Saffo, il togato di Petrara, i dioscuri Castore e Polluce, il cavaliere di Marafioti.

Tavoletta votiva (pinax) con il ratto di Persefone

Un sentiero sterrato fiancheggiato da alberi di bergamotto raggiunge la masseria baronale ottocentesca, nota come Casino Macrì, costruita sui resti delle terme romane. L’edificio principale ha il pianterreno formato dai ruderi, un primo piano residenziale e un’altana. Le altre costruzioni annesse (case coloniche, stalle per gli animali, strutture di servizio) sono disposte intorno a un’aia centrale, tutte sovrapposte ai ruderi antichi. Un bel restauro ha trasformato gli edifici in un percorso museale che comprende la visita ai resti delle strutture termali, ai reperti di scavo della Locri greca e romana e al modello organizzativo della fattoria settecentesca.

Il Casino Macrì

La conoscenza dell’area archeologica può essere completata con la visita al Teatro greco-romano, che si raggiunge in auto costeggiando le mura fino alla contrada Pirettina, e al nuovo Museo del Territorio, ospitato al centro di Locri nel Palazzo Teotino Nieddu del Rio.

Albero di bergamotto

(Ho visitato Locri il 3 agosto 2018)

Armenia. Le chiese del lago

Il lago Sevan è immenso. È un lago di montagna, a quasi duemila metri di quota ed è il più grande del Caucaso, con i suoi 80 km di lunghezza. Ben ventotto tra fiumi e torrenti lo alimentano come immissari, mentre uno solo ne è l’emissario, il fiume Hrazdan. Ha una storia tormentata, vissuta nel continuo conflitto tra le esigenze della protezione ambientale e le tentazioni di sfruttamento industriale. La spiaggia settentrionale si trasforma d’estate in una riviera turistica affollata e rumorosa. Ma proprio qui, sulla cresta di un’esile penisoletta che si allunga tra le acque, sorge un magnifico complesso di chiese armene, che dal nome del lago è denominato Sevanavank.

Il lago Sevan

Al termine della lunga scalinata che dalla riva turistica risale alla punta della penisola, una bella terrazza panoramica si affaccia sul lago. Alle spalle si alza la prima chiesa, dedicata agli Apostoli (Surp Arakelots).

La chiesa dei Santi Apostoli

È una piccola costruzione in basalto grezzo e tufo levigato del nono secolo. Ha la pianta a croce, un’alta cupola centrale, tre absidi “a trifoglio” e una sagrestia. A fianco sono le basi dell’antico monastero, oggi distrutto, con le celle dei monaci. Risalendo il pendio troviamo le tracce del gavit, il nartece andato distrutto.

La chiesa della Madre di Dio

Subito dopo si alza la grande chiesa dedicata alla Madre di Dio (Surp Astvatsatsin), con le sue tre absidi e la sagrestia.

La mappa di Sevanavank

Salendo ancora sin sulla sommità della collina diventano visibili le fondamenta delle tre navate della chiesa più antica, dedicata a San Harutiun. Questa chiesa sarebbe stata costruita da San Gregorio Illuminatore nel 305 sulle basi di un preesistente tempio pagano.

La lastra scolpita con la vita di Gesù

Nel recinto del complesso monastico si trovano numerose lastre tombali e croci intagliate nella pietra (khachkar). Una di queste khachkar è conservata nella chiesa della Madre di Dio e propone un compendio della vita di Cristo in immagini scolpite nella pietra. La scena più rilevante è quella centrale con la crocifissione di Gesù: le croci armene sono diffusissime ma in questo caso si tratta di una delle rarissime khachkar che propone la figura di Gesù inchiodato sulla croce. Il registro verticale di destra dedica tre immagini alla Madonna con il bambino in braccio, alla mangiatoia della natività con il bue e l’asino e ai tre re magi in visita al bambino. Il riquadro sotto la crocifissione descrive l’anastasis, ovvero la discesa di Gesù agli inferi e la liberazione dei giusti dell’antico testamento.

Cristo in maestà

I quadri delle fascia orizzontale superiore e del registro verticale di sinistra descrivono la seconda parusia e il giudizio universale. Vediamo la scena della maestà del Cristo, seduto sul trono e benedicente, affiancato dai simboli dei quattro evangelisti (l’aquila, il bue, il leone e l’angelo). Segue il volto del giudice tra gli astri che si spengono, mentre gli angeli tubicini suonano la tromba del giudizio. La scena successiva è la psicostasia, ovvero la pesatura sulla bilancia a doppio piatto delle opere buone e cattive dei risorti, con il demonio che tenta di falsare l’esito agganciando il piatto con un rampino. L’ultima scena vede i dannati rinchiusi nella prigione dell’inferno. Particolare curioso e ripetuto è quello delle lunghe trecce che scendono dal capo di Gesù in croce, agli inferi e in maestà.

Sevanavank

(Ho visitato Sevanavank il 2 luglio 2018)

Armenia. Un Caravanserraglio sulla Via della Seta

Siamo in Armenia, sui monti Vardenis. La strada sale faticosamente a tornanti verso i 2410 metri di quota del valico di Selim. Superata la fascia del bosco, traversiamo immense distese verdi di pascolo e steppa. Stiamo ripercorrendo la storica Via della Seta che collegava l’Oriente con l’Occidente. Siamo in particolare sulla strada Dvin-Partav, il ramo trans-caucasico che traversava l’istmo ponto-caspico e collegava l’attuale Iran alla regione del Mar Nero. Nel panorama che si allarga alle nostre spalle osserviamo il tracciato della Via della Seta nella lunga valle della regione Vayots Dzor.

Il percorso della Via della Seta nella valle del Vayots Dzor

Giunti a poca distanza dal valico, ecco un incontro veramente d’altri tempi. A lato della strada si staglia il caravanserraglio fatto costruire nel 1332 dal principe Cesar Orbelian.

Il caravanserraglio al passo di Selim

Il caravanserraglio era un luogo di sosta e di scambi commerciali per le carovane che trasportavano merci lungo la Via della Seta, un motel di servizio lungo le autostrade del Medioevo. Questo di Selim è uno dei caravanserragli meglio conservati in Armenia, un buon esempio di architettura laica. Ce ne resta il lungo edificio costruito in basalto che ospitava gli animali per il loro riposo notturno. La vicina sezione, destinata ad albergo dei viaggiatori, è andata in gran parte distrutta durante le invasioni del Quattro-Cinquecento.

La porta d’ingresso con lo stemma degli Orbelian

La facciata mostra in bassorilievo con un leone alato e un toro che costituiscono lo stemma del casato degli Orbelian. Vi è anche una scritta dedicatoria di Cesar Orbelian e dei suoi fratelli che riporta la data di costruzione (1332) e che cita il regno del khan Abu Said, il sovrano considerato l’ultimo khan colto dell’impero mongolo.

Le stalle per gli animali

All’interno c’è una lunga sala, preceduta da un’anticamera e da una cappella. La sala ha un corridoio centrale con volta ad arco, fiancheggiato da due “navate” laterali, separate da sette paia di piloni, con i giacigli per gli animali, le mangiatoie, l’abbeveratoio e le canalette di deflusso dei liquami. Le aperture nella volta garantivano il ricambio d’aria e la dispersione dei fumi.

La segnaletica turistica del caravanserraglio

(Visita effettuata il 2 luglio 2018)

Georgia. La città rupestre di Uplistsikhe

Furono le orde dei Mongoli di Gengis Khan a devastare e colpire a morte Uplistsikhe. Da allora la più antica città rupestre della Georgia fu abbandonata alla desolazione. Sette secoli dopo, nel 1920, un devastante terremoto provocò il crollo della parete rocciosa e l’ulteriore rovina di molte sue cavità. La rinascita della waste land iniziò negli anni Cinquanta del Novecento, grazie a successive campagne di scavo e restauro realizzate da missioni archeologiche e architettoniche. Oggi il sito è liberato dai detriti. I restauri di altre cavità sono in corso. Le strutture pericolanti sono state rinforzate. I percorsi di visita sono stati attrezzati. Lo studio, la tutela e la conservazione sono stati promossi con la creazione di una riserva (Uplistsikhe historical-architectural museum-reserve). E Uplistsikhe si è trasformata in una delle migliori attrazioni turistiche della Georgia, grazie anche alla sua vicinanza con la capitale Tbilisi.

L’ingresso alla città rupestre dal fiume Mtkvari

Le origini della città rupestre sono antichissime. Mille anni prima di Cristo le comunità che vivevano lungo le rive del fiume, preoccupate dai possibili rischi d’invasione, pensarono di scavare le rocce sovrastanti e di ricavarne rifugi meglio difendibili. Col passare dei secoli l’attività di scavo proseguì e con essa la creazione di un’autentica fortezza rupestre, presidiata da soldati. In epoca ellenistica Uplistitsikhe – “la città del signore” – era già caratterizzata come importante centro religioso meta di pellegrinaggi e come città commerciale e militare del regno di Iberia (che con la Colchide, costituiva l’odierna Georgia).

La zona centrale diUplistsikhe

Era una città vera, con tutte le caratteristiche urbane del tempo: l’acropoli, la cinta muraria e il fossato difensivo, diverse porte d’accesso, un sistema idrico per il rifornimento di acqua potabile e la gestione dell’acqua piovana, un’urbanistica pianificata. L’architettura “per sottrazione” tendeva a riprodurre nello scavo le caratteristiche degli edifici residenziali costruiti (pareti, volte, decorazioni). Erano anche ricavate nella roccia tutte le strutture per la lavorazione dei prodotti agricoli, per la conservazione delle derrate e per le diverse attività artigianali.

La piazza centrale e la chiesa costruita sui resti del tempio pagano

L’arrivo del Cristianesimo comportò alcuni cambiamenti. I templi pagani furono sostituiti da chiese cristiane e il carattere di fortezza militare fu temperato dalla presenza di comunità di monaci che s’insediarono nelle grotte.

La Strada Santa, percorsa dai pellegrini e dai mercanti

Uplistsikhe era attraversata dalla via commerciale Trans-Caucasica, una diramazione dell’antica Via della Seta, che collegava l’Asia centrale alla regione del Mar Nero. I reperti archeologici trovati nell’area confermano i legami tra il mondo greco-romano, l’Iran (il regno dei Parti e i Sassanidi) e l’Armenia.

La via d’accesso dal fiume e la porta principale tra le mura

La via d’accesso alla città proveniva dalle rive del fiume e risaliva la fascia di rocce. In alto si apriva tra le mura fortificate la principale porta di accesso all’abitato rupestre.

Il quartiere Makvliani e il tempio

Sulla destra della via principale si sviluppava il quartiere di Makvliani, scavato intorno a due templi, cui si accedeva salendo due gradinate. I templi erano preceduti da un’area porticata.

Il tempio triangolare con la volta a cassoni

Una delle strutture più ammirate è il Tempio la cui facciata si chiude in alto con un frontone triangolare. L’ingresso ad arco semicircolare è voltato con una decorazione a cassoni a forma di ottaedro e introduce a un portico.

La sala della regina

Altra celebre cavità è la cosiddetta Sala della Regina Tamara situata sulla piazza che chiude in alto la strada principale. Se ne apprezzano la grande dimensione, la perfezione tecnica dello scavo, l’eleganza dell’architettura e la qualità di lavorazione della roccia. Il soffitto è realizzato a spioventi imitando il tetto di legno sostenuto da una trave centrale. Sui fianchi sono scavate le nicchie, collegate da passaggi, dove sedevano i dignitari del tempo nell’esercizio delle loro funzioni.

Il tempio a tre navate

E’ ancora riconoscibile un tempio a tre navate, la cui volta è crollata. Sul pavimento sono evidenti le basi delle colonne che delimitavano le navate. L’abside di destra conserva un’ara e i canali di deflusso, probabilmente destinata a sacrifici rituali.

La chiesa di Uplistsuli

Una chiesa cristiana fu eretta nel decimo secolo sulle rovine di un precedente tempio pagano. Si tratta dell’unico edificio costruito e non scavato nella roccia. La basilica è a navata unica con ambulacri su tre lati, costruita in pietra e mattoni. Nei secoli successivi è stata rimaneggiata più volte. La chiesa è dedicata a Uphlistsuli, che in georgiano significa “figlio del Signore”.

La mappa della città rupestre

(Ho visitato Vardzia il 5 luglio 2018)

Visitate il sito camminarenellastoria.it e la sezione dedicata all’architettura rupestre