Tuscia rupestre. I sentieri di Blera

Un’isola di tufo circondata da un mare di verde. Così è Blera, borgo della Tuscia rupestre, dove storia, architettura e natura si fondono in modo armonioso. La natura mostra il doppio volto della giungla selvaggia dei fossi e degli ordinati coltivi dei pianori. Le architetture raccontano una storia lunghissima, segnata dalla presenza etrusca, dall’espansione romana lungo la via Clodia, dagli evangelizzatori cristiani, dal passaggio di Goti, Bizantini e Longobardi, dalle signorie delle famiglie nobili medievali, fino alle addizioni urbanistiche dell’età moderna e contemporanea. Ma il fascino di Blera, l’attrattore turistico, è comunque il suo stigma rupestre. La civiltà rupestre si manifesta nelle forme più disparate: le grotte sui declivi delle piagge, le tagliate nel tufo e le vie cave, le tombe etrusche (a dado, a casetta, a camera), i loculi e gli arcosoli incisi nelle pareti, i tumuli circolari, le nicchiette delle colombaie, fino alle edicolette votive delle ‘madonnelle scacciadiavoli’. Blera merita una visita prolungata. I turisti e gli escursionisti saranno agevolati dalle mappe e dalle descrizioni dei Sentieri per Blera.

I sentieri di Blera

Sulla Via Clodia

La Via Clodia in trincea all’altezza del Petrolo

L’antica Via Clodia è ancora ben visibile e percorribile. È l’asse stradale dal quale si dipartono i diversi percorsi per le necropoli e i dintorni. Entra a Blera da sud scavalcando il torrente Biedano con un ponte a tre archi (il Ponte del Diavolo) e ne esce a nord con un secondo ponte sul Fosso Ricanale (o Rio Canale). Si poteva scegliere il percorso urbano che traversava interamente il centro abitato oppure seguire la più rapida ‘tangenziale’ tra l’abitato e il fosso del Biedano.

La Via Clodia al Ponte della Rocca

La via risale al terzo secolo avanti Cristo e fu costruita dopo la conquista romana da un magistrato della gens Claudia. Lasciava la Cassia all’altezza della Storta e si dirigeva verso il lago di Bracciano, toccando poi Manziana, Oriolo, Veiano e Barbarano. Dopo Blera, proseguiva per Grotta Porcina, Norchia e Tuscania. Da qui per terra incognita si dirigeva a Saturnia e piegava verso l’Aurelia che raggiungeva a Cosa, nei pressi di Orbetello.

La Via Clodia nel territorio di Blera

Gli orti e le rovine del Petrolo

Pannello informativo

Il Petrolo è il cuneo di tufo che prolunga a nord l’abitato di Blera e che s’insinua alto tra i due fossi del Biedano e del Ricanale (o Rio Canale) fino alla loro confluenza. Fu abitato già in antico ma fu distrutto dai Longobardi di re Desiderio nel 772. Gli abitanti decisero allora di non ricostruire gli edifici distrutti e di utilizzarli come riserva di pietre da costruzione (da cui il nome Petrolo). I conci squadrati delle rovine del Petrolo servirono a edificare le case del nuovo borgo medievale.

Tomba ad arcosolio sul Petrolo

Oggi una tranquilla sterrata che inizia alla Porta Marina lo percorre interamente, affacciandosi su orti, vigneti e oliveti. Le vecchie pietre, i muri a secco, l’antico acquedotto, le tombe rupestri ci fanno compagnia fino al belvedere, il balcone panoramico che si affaccia sulla valle del Biedano. Un sentierino nel bosco scende sulla via Clodia, all’altezza della tagliata nel tufo che precede il ponte della Rocca.

La tagliata della via Clodia alla base del Petrolo

La necropoli di Pian del Vescovo

La necropoli di Pian del Vescovo

Dopo il Ponte della Rocca ecco il suggestivo colpo d’occhio sulla necropoli di Pian del Vescovo. Una città dei morti, quasi un quartiere urbano, che si arrampica sulla rupe. In basso le tombe a dado, con le porte aperte sulle camere sepolcrali, sui letti di deposizione e sui soffitti a spiovente con la finta trave centrale, riproducono le architetture domestiche.

Una tomba a dado

Percorrendo i corridoi e salendo le gradinate che portavano alle terrazze dove si celebrava il ‘refrigerio’, si trovano le tombe a camera rasate e le tombe a fossa. Più in alto sono i tumuli e gli ‘occhi’ delle nicchie di sepoltura in parete.

L’interno della tomba a dado

Il Pian Gagliardo

La via tagliata nel tufo

Una passeggiata ad anello vale a farci un’idea del tipico paesaggio vulcanico della Tuscia rupestre, dove ampi pianori coltivati si alternano alle incisioni dei fossi rivestiti di vegetazione selvaggia e di tesori archeologici. Dal Ponte della Rocca, lasciandosi alle spalle i fossi e la necropoli sulla sinistra, si risale la Via Clodia in direzione nord. Si percorre in salita la bella tagliata nel tufo, affiancata da tombe e da un’edicoletta votiva.

Il Pian Gagliardo

Raggiunta la sommità, si svolta a sinistra sulla strada bianca che attraversa il Pian del Vescovo e il Pian Gagliardo. Su terreno aperto si alternano coltivi, boschetti, piccoli allevamenti e aziende agricole. Più avanti una nuova sterrata sulla sinistra riscende verso il Biedano e ne percorre la riva destra tornando al Ponte della Rocca.

Le cavità rupestri medievali e moderne

Abitazione rupestre

Il tufo è una roccia tenera che può essere facilmente incisa anche con attrezzi di scavo non particolarmente sofisticati. L’uso delle grotte non si è storicamente fermato agli ipogei etruschi e romani, ma è proseguito nei secoli fino ai tempi moderni. L’architettura ‘costruita’ di Blera è stata sempre affiancata dall’architettura ‘per sottrazione’. Le abitazione in paese avevano le loro appendici nelle cavità scavate lungo i pendii delle Piagge. Cessati gli usi funerari, le tombe etrusche sono state rimodellate e utilizzate per nuove finalità. Altre cavità sono state scavate ex-novo. I vani interni sono stati chiusi e protetti da porte di legno, cancelli di metallo, tettoie e grondaie.

Riparo per animali

Tutte sono state variamente utilizzate come depositi per gli attrezzi agricoli, cantine per la conservazione del vino e dell’olio, piccoli laboratori artigiani, magazzini domestici, stalle per gli animali domestici, colombaie e pollai per animali di piccola taglia. In qualche caso le grotte più grandi, quelle a due vani con pilastri interni, sono state utilizzate anche come abitazioni temporanee.

Laboratorio alle Piagge

La valle del Biedano

Il Ponte del Diavolo

Una passeggiata di grande interesse ci porta a visitare un nucleo di siti rupestri situati sui declivi al di là del torrente Biedano. Si scende lungo la Via Clodia sotto il moderno viadotto stradale e si scavalca il fosso sul caratteristico ponte del Diavolo, a schiena d’asino su tre arcate. Risalendo il pendio si raggiungono la fontana e la grotta di San Senzia, abitata nel quinto secolo da un santo eremita.

La grotta e la fonte di San Senzia

Proseguendo verso il moderno ponte in cemento armato e utilizzando un breve tratto di strada provinciale ci s’innesta a destra in una suggestiva strada etrusca tagliata nel tufo detta Cava Buia.

La Cava Buia

Nella sua parte bassa si osserva la necropoli della Lega, con i suoi cunicoli, le tombe a camera di età arcaica e una tomba a tumulo. Allo sbocco della via cava, un sentiero segnalato raggiunge un monumentale colombario, non facilmente accessibile. Nei pressi dell’area di sosta della Fontanella si conservano resti di età medioevale: la chiesetta, il ponte e la Torretta che domina il quadrivio.

Il Colombario

Attraversato il ponte, per i ripidi tornanti delle Piagge di Sopra, si risale a Blera. La passeggiata può essere prolungata sia a monte che a valle del Biedano. Nel primo caso si percorre la lunga gola del fiume che collega Blera a Barbarano e al parco Marturanum. Nel secondo caso si raggiungono la chiesa campestre della Madonna della Selva e il piano di Santa Barbara.

Le necropoli orientali

La tomba a dado della necropoli della Casetta

Le rupi che sovrastano il torrente Ricanale a oriente di Blera ospitano altre necropoli note con i nomi di Terrone, Grotta Penta e Casetta. Esse sono meta di una passeggiata che dal centro di Brera scende ripidamente su una stradina cementata fino al depuratore comunale e prosegue verso i costoni e i pianori prospicienti, disseminati di tombe etrusche rupestri e di tumuli circolari e a fossa. Limitandosi al percorso principale lungo il torrente, si visitano le tombe a dado e il grande tumulo circolare della parte bassa del Terrone.

Il mausoleo romano

Il fascino della zona invita a risalire il tortuoso sentiero che porta alla sommità del colle del Terrone. Qui si va alla scoperta di un nuovo tumulo circolare, di un colombario, della parte alta della necropoli con una serie di tombe allineate in parete e, più avanti, di un mausoleo di epoca romana. Conviene comunque concludere la visita con il complesso di Grotta Penta dove sono una magnifica tomba a dado con gradinata laterale e due tombe dipinte.

L’interno della Grotta Pinta

(Percorsi effettuati nel novembre 2017)

Annunci

Dal Cilento a Salerno. Il cammino di San Matteo

La vicenda delle reliquie dell’apostolo Matteo ha tutto il sapore del Medioevo. Una vicenda dove si s’intrecciano storia e leggenda, viaggi per mare, rovine archeologiche, furti, vescovi santi e monaci infedeli, sogni e rivelazioni, miracoli, scorrerie saracene, principi longobardi, antichi codici. Siamo in Campania. Le reliquie di Matteo si trovano oggi nella cattedrale di Salerno. Vi giunsero un millennio fa dal Cilento, traslate dalle rovine della romana Velia, l’Elea greca. Quel percorso sta diventando una Via sacra, una proposta di scoperta del territorio lungo “il cammino di san Matteo”.

Matteo apostolo ed evangelista

La vocazione di Matteo (Caravaggio)

Ma andiamo con ordine. Innanzitutto, chi era Matteo? Fu uno dei dodici apostoli di Gesù e fu anche l’autore del primo Vangelo, indirizzato agli Ebrei di Palestina. Tutto quello che i Vangeli ci dicono di lui si riduce alla sua vocazione: pubblicano, cioè esattore delle imposte a Cafarnao, sulle rive del lago di Tiberiade, fu chiamato da Cristo a far parte del gruppo privilegiato dei Dodici mentre era al lavoro e volle offrire a Gesù e ai colleghi esattori un banchetto per festeggiare il suo cambiamento di vita. Andò a evangelizzare le genti orientali nell’attuale Iran.

Il martirio di San Matteo (Caravaggio)

Morì probabilmente di morte naturale anche se alcune fonti lo vogliono martirizzato di spada nell’Etiopia del Ponto. La sua vocazione e il martirio sono stati immortalati in due celebri dipinti di Caravaggio. Matteo fu sepolto in Persia, in una città dei Parti. Nell’epoca del commercio delle reliquie, il suo corpo fu prelevato da alcuni mercanti del Léon che intendevano portarlo in Europa. Al largo della Bretagna, secondo la leggenda, questi furono miracolosamente salvati da un naufragio e sbarcarono sulla Pointe Saint-Mathieu. Qui, per ospitare le reliquie del santo, Tanguy costruì un monastero tuttora esistente.

L’abbazia di Pointe Saint-Mathieu

Il cammino italiano delle reliquie di Matteo

A metà del quinto secolo, nel corso della campagna militare promossa in Francia dall’imperatore romano d’occidente per contrastare l’avanzata degli Unni, il prefetto militare Gavino, cavaliere lucano, esuma le reliquie di San Matteo in Bretagna e le porta nella sua città natale, la decaduta Velia, con l’idea di risollevarne le sorti. In realtà di quelle reliquie si perderà la memoria, complici anche le alluvioni e i terremoti che sotterreranno le rovine di Velia. Solo nel decimo secolo, un monaco le ritroverà e le custodirà in una cappella. Il vescovo di Paestum, saputo del ritrovamento, si mette in cammino e si fa consegnare le reliquie. Accompagnato da un festoso corteo, dopo aver attraversato il fiume Malla e riposato la notte nella chiesa di San Pietro, raggiunge la località di Ruticinum per poi proseguire verso la sua cattedrale a Capaccio. La notizia del ritrovamento è intanto giunta anche a Salerno. Il principe Gisulfo invia a Capaccio un’autorevole delegazione di dignitari che si fa consegnare le reliquie dal vescovo locale. Il corpo di San Matteo entra così trionfalmente a Salerno. Dopo una collocazione provvisoria nel palazzo del principe, nel 1080 viene tumulato nella cripta della cattedrale di Salerno, edificata nel frattempo in suo onore.

Il Cammino di Matteo

Velia

La memoria di San Matteo a Velia

Il nostro cammino sulle tracce di Matteo inizia a Velia. Dall’odierna località balneare di Marina di Ascea, una breve passeggiata conduce al Parco archeologico, situato ai piedi del promontorio. Una sorta di museo all’aperto dove i resti antichi contendono lo spazio alla macchia mediterranea e agli ulivi. Qui nel 540 avanti Cristo arrivarono i Focei, popolo di navigatori e commercianti, provenienti dall’Asia minore, in fuga dagli invasori persiani. Fondarono una colonia e la chiamarono Elea. Ebbero rapporti, non sempre amichevoli, con i bellicosi Lucani e con la vicina Poseidonia (la futura Paestum). Si allearono con Roma e divennero civitas foederata. Elea passò a chiamarsi Velia e, grazie ai traffici commerciali e alimentari nel Mediterraneo, conobbe un lungo periodo di floridezza. In età imperiale, con l’insabbiamento dei porti e l’impaludamento della costa, cominciò la decadenza. Secondo alcune fonti, il corpo di San Matteo sarebbe stato inumato sotto una lastra di marmo, in un’abitazione situata a lato delle Terme romane, e lì sarebbe rimasto per circa cinque secoli.

Il luogo della presunta sepoltura del santo, nei pressi delle Terme di Velia

Ad duo flumina

La cappella di San Matteo a Marina di Casal Velino

Da Velia, San Matteo fu traslato nella località “ad duo flumina”, un’isola fluviale formata dall’Alento e un suo affluente che all’epoca aveva una propria foce a mare. Si ipotizza che tale località corrisponda all’odierna Marina di Casal Velino, dove il culto del Santo assunse notevole importanza tanto da essere rimasto ben radicato ancora oggi. Nella piccola cappella le spoglie dell’Apostolo riposarono in un arcosolio prima di riprendere il viaggio verso la città di Salerno.

L’arcosolio dove fu custodito il corpo di San Matteo

Ruticinum

La fontana di San Matteo a Rutino

Lasciato l’insediamento dei velini, le spoglie partirono per l’antica Caputaquis, oggi Capaccio La distanza tra le due località rese l’impresa non poco difficoltosa tanto da far decidere al Vescovo di Paestum che seguiva i lavori, di far sosta a Rutino, nella Chiesa di San Pietro. Secondo la leggenda, i portatori stremati per le fatiche del trasporto, stavano quasi per accasciarsi al suolo poco prima di giungere in paese. Fu in quel punto che miracolosamente sgorgò una sorgente che dissetò i portatori: ancora oggi è visibile la fontana che porta proprio il nome di San Matteo.

Capaccio

La lapide commemorativa nel santuario di Capaccio

Dopo la sosta di Rutino, il corteo con le spoglie di San Matteo giunse nella cattedrale di Capaccio, la città nel cui territorio sorgono i templi di Paestum. Il corpo dell’apostolo fu adagiato in un’urna marmorea. Chi entra nella chiesa ex cattedrale, oggi santuario diocesano della Madonna del Granato, può vedere una lapide del 1708 che ricorda la reposizione del Santo. L’altare del santuario è costituito dall’urna marmorea del Santo e dal paliotto che la ricopriva.

L’altare del Santuario di Capaccio con l’urna del Santo

La cattedrale di San Matteo a Salerno

La cripta del Duomo di Salerno con l’urna di san Matteo

Per impedire che fossero trafugate durante le continue incursioni saracene, le preziose spoglie partirono alla volta di Salerno e nel 954 giunsero in città, dove furono accolte nella chiesa di palazzo del principe, prima di essere sistemate definitivamente nelle splendide architetture della cripta del Duomo. La cripta, come la si vede oggi, corrisponde ai lavori eseguiti agli inizi del Seicento dagli architetti Domenico Fontana e del figlio Giulio Cesare, i quali hanno valorizzato la centralità del sepolcro di san Matteo.

L’assedio di Salerno

Nel 1544, secondo la tradizione, il santo patrono Matteo salvò Salerno dalla distruzione, costringendo alla fuga i pirati Saraceni, capeggiati da Ariadeno Barbarossa, che assediavano la città dal mare. Due affreschi nella cripta descrivono l’episodio di quest’assedio e la tempesta scatenata da San Matteo, che fece affondare gran parte della flotta nemica e salvò la città.

San Matteo patrono dei ragionieri

San Matteo, in virtù della sua attività professionale, è stato dichiarato patrono dei ragionieri, della guardia di finanza, dei banchieri, dei bancari, dei doganieri, dei cambiavalute, dei contabili e degli esattori.

La lapide di Casal Velino, riprodotta nella Cattedrale di Salerno

(Ho visitato i luoghi nell’ottobre 2017)

Da Castel Gandolfo a Nemi, sulla Francigena del sud

Sulla Via Francigena del sud i pellegrini lasciavano Roma e scendevano verso i porti pugliesi per imbarcarsi alla volta della Terrasanta. Oggi è possibile calcare le orme dei ‘palmieri’ medievali incamminandosi su un percorso ‘ufficiale’ della Francigena del sud che non ignora comunque le numerose varianti e le possibili vie alternative. La prima tappa – bellissima! – percorre la via Appia antica e raggiunge i Colli Albani. La seconda tappa traversa i Castelli Romani di Castel Gandolfo, Albano, Nemi e scende nella piana pontina a Velletri.

La segnaletica sulla Francigena

Come la prima, anche questa seconda tappa è molto appagante per il camminatore. Lo è perché si propone come uno stimolante cocktail tra i monumenti degli storici centri cresciuti intorno ai Castelli delle grandi famiglie nobiliari romane, le celebrate vedute sui due laghi vulcanici di Albano e Nemi e un fresco percorso sottobosco nella natura del Parco regionale. La tappa può essere percorsa anche in modo isolato e autonomo rispetto al trekking francigeno. La fitta rete dei trasporti stradali e ferroviari agevola gli spostamenti logistici.

Castel Gandolfo

La Villa papale

Il nostro percorso ha inizio a Piazza della Libertà, al centro di Castel Gandolfo, sotto la Loggia delle benedizioni della Villa Papale. Il Palazzo pontificio fu costruito da Carlo Maderno nel 1629 sulle rovine del castello dei Savelli e, insieme alla Villa Cybo e alla Villa Barberini, costituisce il complesso extraterritoriale di proprietà della Santa Sede tradizionalmente utilizzato come residenza estiva dai Papi. Attrazioni del complesso sono anche l’osservatorio astronomico della Specola vaticana e il Parco delle ville pontificie che si estende sui resti archeologici della villa imperiale di Domiziano. Il Museo pontificio e il Giardino Barberini sono stati di recente aperti al pubblico e sono dunque visitabili.

Il Lago Albano

Castel Gandolfo e il lago Albano

Usciamo da Castel Gandolfo lungo la Via Pio XI e la percorriamo per circa due km. Per compensare il fastidio del traffico conviene affacciarsi, quando possibile, sullo spettacolo del lago Albano, di cui percorriamo l’orlo del cratere occidentale. Il lago occupa il fondo di uno dei vulcani laziali ed è contornato dal cratere boscoso che sul lato meridionale scende a picco sulle acque. L’occhio spazia sulle ville del bordo orientale, sul convento di Palazzolo, sulla riva settentrionale e sulle sue attrazioni turistiche e sportive.

Il Convento dei Cappuccini di Albano

La grotta del Convento dei Cappuccini

Giunti a un incrocio di strade, visitiamo il complesso dei Cappuccini di Albano. Un’ampia scalinata, immersa tra grandi querce, conduce alla Chiesa e al Convento, di epoca seicentesca. La semplicità dell’architettura conventuale francescana si salda a un’invidiabile posizione panoramica percepibile dal grande cortile affacciato sul lago. Un vialetto conduce a una cavità nella roccia vulcanica dove è stata allestita una suggestiva area per le celebrazioni all’aperto.

L’antico acquedotto

Il cunicolo dell’acquedotto imperiale

Di fronte al Convento dei Cappuccini il percorso francigeno abbandona l’asfalto e imbocca l’ampio e comodo itinerario ‘di mezzo’ del lago Albano, segnalato dalle bandierine bianco-rosse del sentiero 511 del Parco. Lungo il viottolo accostiamo in più punti i resti dell’acquedotto ‘delle Cento Bocche’, così chiamato perché raccoglieva acqua da numerose sorgenti sparse nella località di Palazzolo e la convogliava verso la villa imperiale di Domiziano a Castel Gandolfo. Quelli che vediamo sono tratti in disuso di un acquedotto più recente che seguiva comunque la traccia di quello antico. Ne osserviamo il cunicolo all’aperto e il traforo sotto roccia, scavato con i lucernari per l’aria e la rimozione del materiale di scavo.

Il basolato romano

Il basolato della strada romana

Giunti a una biforcazione si lascia il percorso principale, che prosegue verso Palazzolo, e si va destra, salendo di quota fino a raggiungere e superare la cresta del bacino. Si transita nel sottopasso della strada statale e si entra in un bosco di castagno frequentatissimo in autunno. Il sentiero affianca qui la trafficata Via dei laghi. Un’emozione del percorso è calpestare per alcune decine di metri un tratto di strada romana, lastricata con basoli di roccia vulcanica. Siamo su un antico percorso, prossimo alla Via Sacra che saliva dall’Appia al Mons Albanus (l’attuale Monte Cavo), verso il santuario di Giove Laziale.

La Fonte Tempesta

Fonte Tempesta

Raggiungiamo un incrocio di sentieri nella località di Fontan Tempesta, dove sono alcune grotte-galleria e le vasche del fontanile. Siamo di fronte a un sistema idraulico ormai in disuso. Le gallerie si presentano ad asse orizzontale, con varie ramificazioni che inseguono e captano le vene dell’acqua; riunite poi in un unico collettore si incanalano nel Vallone Tempesta e convogliano l’acqua verso l’acquedotto comunale di Genzano.

Nemi e il suo lago

Il cratere del lago di Nemi

Inizia ora la lunga discesa sul sentiero che traversa una fascia di rocce vulcaniche e sbocca sulla strada lastricata di sampietrini a ridosso dell’abitato di Nemi. Un cartello ci ricorda che abbiamo percorso la ‘via detta di Roma’. Si entra in città attraverso l’arco di Palazzo Ruspoli, lungo una passeggiata che offre un ampio panorama sul pittoresco lago vulcanico di Nemi. La visita si sviluppa lungo la strada principale di Nemi, dove si concentrano le architetture civili, le chiese e le botteghe con i loro irresistibili prodotti tipici. Scendendo verso il lago si visitano le aree archeologiche dell’emissario, del tempio di Diana Nemorense e del Museo delle navi romane.

La mappa del sentiero 511

(Percorso effettuato il 15 ottobre 2017)

Amalfi. Il rapimento di Proserpina

Amalfi è stata nel Medioevo una delle quattro potenti repubbliche marinare italiane. Tra l’839 e il 1135 intrecciò rapporti fecondi con l’Oriente e il Maghreb. Testimone di quel suo glorioso passato è oggi il complesso monumentale del Duomo. Nel Chiostro del Paradiso, ritmato da candidi archi intrecciati a centoventi colonnine di marmo, sono esposti i sarcofagi dell’antico cimitero dei nobili. Un sarcofago databile al secondo secolo racconta con le sue sculture il rapimento di Proserpina.

Il Chiostro del Paradiso

Il mito

Il mito di Proserpina e Plutone offre uno spaccato dell’Oltretomba greco e romano. Nella versione greca i protagonisti sono Demetra, Persefone e Ade. Nel mondo romano si chiamano invece Cerere, Proserpina e Plutone. Cerere era la dea dell’agricoltura, della fertilità e delle messi. Dalla sua unione con Giove nacque l’affascinante Proserpina. La bellezza di Proserpina fu notata da Plutone, il re degli Inferi, che, invaghitosi di lei, la rapì mentre raccoglieva fiori intorno al lago di Pergusa, in Sicilia, presso Enna. La madre Cerere, per il dolore, abbandonò i campi, causando una gravissima carestia. Giove, quindi, intervenne trovando un accordo tra Plutone e Cerere: Proserpina avrebbe trascorso sei mesi con la madre favorendo l’abbondanza dei raccolti mentre, per i restanti mesi dell’anno, quelli invernali, sarebbe rimasta con Plutone nell’Ade.

Il sarcofago di Amalfi

Le scene del sarcofago

Sul sarcofago di Amalfi scorrono in successione i diversi episodi del rapimento di Proserpina. Si comincia sul lato corto a sinistra, dove sono raffigurate le Naiadi che accompagnano Proserpina nella passeggiata tra i campi sulle rive del lago.

Le Naiadi e il fiume

Le Naiadi sono le ninfe delle acque siciliane. La sorgente che fluisce dal vaso della ninfa diventa un fiume che è personificato nell’uomo barbuto con il remo, allusione al mito di Aretusa e Alfeo.

Il carro di Cerere

Segue la splendida scena di Cerere armata di fiaccola che guida il suo carro trainato da serpenti. Leggiamo nei versi di Claudiano che Cerere lascia la figlia in Sicilia e parte per la Frigia “guidando i draghi dal flessuoso corpo che aprono le nubi con un aereo solco e bagnano il morso d’inoffensivi succhi; ora con le spire fendono gli Zèfiri, ora con volo basso sfiorano i campi. La ruota, scorrendo sulla grigia polvere, segna la terra e la feconda. Biondeggia di spighe la traccia e messi crescenti la ricoprono”. Sotto il carro vediamo una donna sdraiata con una spiga in braccio, personificazione del potere fecondante di Cerere.

Plutone rapisce Proserpina

Sul frontale, a destra, il dramma violento si compie. Plutone arriva sul suo carro, affida i cavalli a un demone e nello scompiglio generale rapisce Proserpina, la stringe con le sue possenti braccia e la conduce nell’oltretomba. Per la sorpresa e la veemenza del rapimento, la fanciulla lascia cadere a terra il cesto colmo dei fiori appena raccolti.

I cavalli infernali

I versi di Claudiano enfatizzano le emozioni dei cavalli infernali nel passaggio dal buio dell’Erebo alla luce del sole: “Il mondo atterrì i cavalli nati a pascersi in eterna caligine: mordendo il freno s’arrestano attoniti in quel mondo più bello e girando l’asse tentano di tornare al tremendo Caos. Poi quando ai fianchi avvertirono la frusta e appresero a tollerare il sole, piombano più veementi di un fiume dopo la bufera; di sangue è caldo il morso, il pestifero alito guasta l’aria, corrotto dalla bava s’infetta il suolo. Fuggono le Ninfe. Sul cocchio è rapita Proserpina”.

La reazione delle Ninfe e di Minerva

Le ninfe che accompagnano Proserpina reagiscono atterrite e sconvolte. Solo Minerva, armata di elmo e scudo, rimprovera Plutone per l’oltraggio compiuto e prova a fermarne l’azione. Ma la volontà di Giove è superiore all’ira di Minerva e lascia compiersi la promessa di dare una moglie a suo fratello Plutone.

Proserpina, Plutone e il cane Cerbero

L’ultima scena del sarcofago, sul lato corto di destra, è ambientata nell’Orco. Plutone e sua moglie Proserpina siedono sul trono delle divinità infere. Al loro fianco si alza l’albero che il re dedica alla sua regina: “In un bosco opaco c’è anche un albero prezioso che piega i rami fulgenti di verde metallo: l’albero sarà consacrato a te, sarai signora del dovizioso autunno e sempre ricca di rossi pomi”. Accucciato sotto il trono, a guardia della soglia dell’Averno, vediamo Cerbero, il cane a tre teste.

Il cesto caduto dei fiori di Proserpina

(Ho visitato il chiostro di Amalfi l’8 ottobre 2017. I versi citati nel testo sono di Claudio Claudiano, tratti dall’originale latino dell’opera “De raptu Proserpinae”)

Parco di Veio. L’insediamento medievale rupestre di Belmonte

Castelnuovo di Porto è uno dei tranquilli paesi a nord di Roma, cresciuti lungo la Via Flaminia. Le case del vecchio centro sul colle, i nuovi insediamenti nei dintorni, la linea ferroviaria e il vicino casello autostradale sono una risorsa appezzata dagli amanti della tranquillità e dai pendolari che fanno la spola con i luoghi di lavoro a Roma. Anche i camminatori e gli appassionati di storia vi trovano spunto per una passeggiata nel borgo medievale, o lungo i sentieri nei boschi del parco di Veio o per una escursione appena più impegnativa sul vicino colle di Belmonte, in cerca delle reliquie d’un inaspettato insediamento rupestre di epoca medievale.

La chiesa della Madonna delle Virtù

La piazza principale di Castelnuovo è presidiata come d’abitudine dai monumenti che sono i simboli del potere civile e religioso: da un lato il quattrocentesco Palazzo Ducale con le sue torri; di fronte la settecentesca Collegiata dedicata a Maria Assunta. Lungo la discesa si ammira l’elegante chiesetta seicentesca della Madonna delle Virtù, con il suo caratteristico portichetto esterno e il campanile a vela.

La stazione di posta

Scesi sulla Via Flaminia è d’obbligo una sosta all’antica stazione di posta, dirimpettaia della stazione ferroviaria. Se ne possono ancora osservare il passaggio coperto riservato alle carrozze, il sedile riservato ai passeggeri in attesa e la lapide sulla facciata dell’albergo che ricorda i lavori di ripristino della strada, fatti eseguire nel 1580 da Clarice Colonna Anguillara.

La lapide sull’Albergo di Posta

Ci spostiamo in auto lungo la Flaminia in direzione di Roma fino al km 27,7 e imbocchiamo sulla destra la Via di Pian Braccone, seguendo la segnaletica del lago di pesca sportiva; valicato il piccolo ponte sulla ferrovia, si svolta a destra e si scende a tornanti sulla strada che raggiunge l’area attrezzata di Monte Mariello e, poco oltre, il laghetto turistico. Qui si parcheggia. In tutto sono circa tre km dalla stazione di Castelnuovo.

La Grotta Pagana

Ci troviamo alla base del colle di Belmonte che si allunga a occidente, alto su un ripido fianco difeso da vegetazione impraticabile. A destra è una vecchia cava sulla quale occhieggia la Grotta Pagana, utilizzata come ricovero per gli ovini. Seguiamo a piedi la strada asfaltata in leggera salita che si dirige a nord, seguendo il corso del fosso. All’altezza di un pannello informativo dedicato ai rettili del Parco, un varco nella recinzione di legno ci invita a seguire il sentiero – segnato con bandierine bianco-rosse – che si dirige a sinistra. Varcato il fosso su un ponte di pietra privo di protezioni, il sentiero risale il bosco in diagonale, raggiunge la sella di Belmonte, incisa da una tagliata nel tufo, e prosegue in campo aperto sull’altopiano. Lasciato il sentiero segnato, prima o dopo la tagliata, si sale sulla cresta di Belmonte e la si segue fedelmente in direzione sud.

La tagliata di Belmonte

Dopo il primo tratto non agevole, percorso in una trincea rocciosa, la cresta diventa più aperta. Si incontrano in successione delle ‘tagliate’ nella roccia che mettono in comunicazione i due versanti, eredità forse di un abitato arcaico di ascendenza veiente. L’intrico della vegetazione non agevola l’esplorazione dei fianchi tufacei e si resta così nel campo delle supposizioni.

Passaggio in trincea

Più avanti si raggiunge l’area delle grotte. Si distribuiscono a schiera sui due versanti immediatamente a ridosso della cresta che qui si fa più ampia.

Il percorso di cresta

Le cavità hanno forme diverse. Sono numerose quelle con due vani separati da una parete interna. In altri casi l’elemento separatore è solo un pilastro centrale che sostiene la volta. Alcune grotte hanno ingressi distinti ma sono comunicanti all’interno grazie a pertugi o passaggi più ampi. Curioso è il caso della grotta in cui le radici dell’albero soprastante hanno forato il tetto, percorso in verticale la cavità e trovato fondamento nel pavimento. Lo spessore limitato della copertura di tufo ha causato numerosi crolli che ostacolano l’esplorazione degli interni. Difficile dire se si tratti di un’antica necropoli rupestre, come qualche indizio farebbe pensare. Molto più semplice è ipotizzare un loro utilizzo a servizio dell’abitato medievale, come stalle, cantine e magazzini.

Grotta con ingresso a dromos

Dopo le vie cave e le grotte, un terzo elemento interessante e originale è costituito dai fori circolari d’incasso nel terreno e sulle rocce laterali che sembrerebbero rinviare a palafitte fondative di abitazioni scomparse.

Le mura e la torre

Giunti al limite meridionale del colle, troviamo le suggestive rovine del borgo medievale, difese da tre larghi fossati. Alcuni brandelli delle mura castellane a protezione del borgo anticipano una torre duecentesca che svetta sul poggio più alto del pianoro. Il luogo è reso anche più piacevole dal panorama sulle terre di Veio. La prosecuzione verso il terrazzo che reggeva forse la chiesa e verso la confluenza dei fossi in basso prevederebbe una ripida discesa tra le rocce non molto attraente e resa comunque complicata dalla fitta vegetazione.

L’interno di una grotta a più vani

Più semplice è tornare indietro sulla strada percorsa all’andata. Il tempo di percorrenza complessivo è di circa due ore e mezzo. Gli appassionati potranno continuare l’esplorazione dei fossi alla ricerca degli antichi cunicoli scavati nella roccia, progenitori degli acquedotti, e di alcuni mulini alimentati ad acqua (cui si può accedere grazie a un sentiero che si dirama dall’area attrezzata di Monte Mariello). Si può anche prolungare la passeggiata sulla strada asfaltata, raggiungendo in un’ora la larga vetta del Monte Calvio, ottimo belvedere.

Grotta con interno parzialmente crollato

(Escursione effettuata il 22 maggio 2017)

Tagliata nel tufo

Visita la sezione del sito dedicata alla civiltà rupestre.

Schiavi d’Abruzzo. Passeggiate nella storia

Dall’alto del suo colle, a 1172 metri di quota, Schiavi d’Abruzzo fa da cerniera tra l’Abruzzo e il Molise. Ce ne accorgiamo in paese, percorrendo la Rotonda dedicata a Salvo D’Acquisto che è il miglior punto di osservazione su un panorama sterminato. Il mare Adriatico si staglia invitante allo sbocco della valle del Trigno. A sud l’ondulata linea dei colli molisani è solcata da un fascio di storici tratturi e vie armentizie. A nord i monti di Capracotta e i Frentani anticipano le grandi montagne dell’Abruzzo. Questo panorama solenne fu apprezzato dalle popolazioni italiche che insediarono qui i santuari dei Sanniti Pentri. Poi ci furono le migrazioni dei popoli dall’altra sponda dell’Adriatico, quei croati e albanesi in fuga dai turchi invasori, chiamati Schiavoni, origine del nome del paese. Per secoli ci fu il movimento pendolare degli armenti transumanti lungo il regio tratturo Celano-Foggia e il fascio di tratturelli suoi tributari.

Il monumento all’Alpino

Più traumatico il passaggio della seconda guerra mondiale con la lenta transizione tra le truppe canadesi e quelle tedesche, e di cui resta testimonianza la trincea-osservatorio della Rotonda. E poi il dopoguerra, con lo stillicidio migratorio dei paesani verso Roma, dove formeranno il nerbo dei garagisti e dei tassisti, o verso le grandi destinazioni all’estero. Per apprezzare e amare Schiavi, dopo la passeggiata in paese, è consigliabile percorrerne le strade e i sentieri nei dintorni. Eccovi allora qualche idea.

I tempietti italici

La base del tempio maggiore

La fama di Schiavi è soprattutto legata all’area archeologica dei templi italici. La visita di questi tempietti è appagante sia perché se ne può così ammirare la caratteristica architettura sia perché se ne può apprezzare la loro particolare posizione panoramica, a dominio del tratturo e della valle del Trigno, di fronte al grande santuario federale di Pietrabbondante. I tempietti si trovano lungo la strada provinciale che da Schiavi scende alla fondovalle Trigno, a quattro km dal paese, su una terrazza accessibile da due ingressi.

Il secondo tempio

Il Tempio Maggiore (del secondo secolo avanti Cristo) e il Tempio Minore (degli inizi del primo secolo), sorgono affiancati e paralleli su un terrazzamento, contenuto da un lungo muro in opera poligonale e quadrata. Recenti esplorazioni hanno riportato alla luce un altare monumentale, di fronte al Tempio Minore, una necropoli utilizzata fino alla piena età romana, e un altro edificio sacro, abbandonato poco dopo la Guerra Sociale (91-89 a.C). Oggi è visibile anche la torre medievale a due livelli, eretta dietro al muro in opera poligonale del santuario: a questa struttura si deve il toponimo della zona, Colle della Torre. La visita ai templi può essere completata dalla visita al Museo archeologico allestito in paese.

Sui tratturi dei pastori

Il percorso del tratturo Castel del Giudice – Spondrasino

Il colle di Schiavi si pone a cavallo tra due antichi tratturi che collegavano la valle del Sangro alle valli del Trigno e del Biferno. A sud era il tratturello Castel del Giudice – Spondrasino che attraversava Capracotta, Agnone e Poggio Sannita, scendeva lungo il fiume Verrino fino ad attraversare il Trigno in località Terra Vecchia di Bagnoli. Il percorso del tratturo, ancora praticabile, è ben visibile per un lungo tratto affacciandosi al Belvedere della Rotonda di Schiavi. A nord il tratturo Ateleta – Biferno aveva uno sviluppo orizzontale e traversava l’agro di Castiglione e Torrebruna prima di scendere sul Trigno all’altezza di Montemitro. Una passeggiata non lunga può scavalcare il Monte Castel Fraiano (segnato dalla presenza delle gigantesche pale di una centrale eolica) e collegare la Madonna del Monte al lago della Croce. Intorno al lago il tratturo è ancora ben marcato e riconoscibile. E il santuario della Madonna del Monte alla Lupara è legato al mondo della transumanza e al culto della Madonna dei tratturi.

La passeggiata panoramica sul monte Pizzuto

Il monte Pizzuto visto da Schiavi

Il Colle Pizzuto, con la sua panoramica cima a 1290 metri di quota, è la meta di una bella passeggiata panoramica. Si può iniziare direttamente da Schiavi ma è più semplice lasciare l’auto al bivio sulla strada per Torrebruna, dove sono alcune case e spazio per il parcheggio. Una stretta strada prima asfaltata e poi lastricata sale a svolte nel bosco e raggiunge la cima dov’è una grande croce. Ampio panorama, in particolare sui vicini monti Frentani.

Il passaggio di Uys Krige

I monti di Capracotta e i paesi di Agnone e Belmonte visti da Schiavi

Uys Krige è un ufficiale sudafricano che fuggì dal campo di prigionia di Fonte d’Amore a Sulmona dopo l’8 settembre del 1943. Appassionato di poesia e scrittura, conosceva un po’ d’italiano e racconterà la sua rocambolesca fuga e il percorso a piedi verso la libertà in un libro famoso, “The way out”, tradotto in italiano come “Libertà sulla Maiella”. Alcune sue pagine sono dedicate al passaggio nella zona di Schiavi. Lungo il tratturo Krige attraversa le zone di Capracotta e Agnone giunge a Belmonte, dove è ospitato da un contadino. “Andate presto a dormire”, disse il vecchio, “domattina presto vi chiamerò e partirete. Sulla sinistra troverete un paese, Schiavi, in cima ad una collina. Dovete evitarlo, scendendo nel burrone sotto di esso. Poi uscirete dal burrone, attraverserete il villaggio di Taverna, che riconoscerete dalla chiesa rotonda e raggiungerete le case di Cupello. Qui vi dovete fermare, perché sarete vicini al Trigno. La gente di Cupello vi dirà dove sono le mitragliatrici”. I fuggitivi si dirigono verso Schiavi, attraversano il Sente, e raggiungono la contrada di Cupello. Qui conoscono Pasquale Tucci, una guida che accetta di accompagnare loro e un altro folto gruppo di italiani al di là delle linee. La marcia di Uys e dei suoi compagni termina ai primi di novembre. Traversato il Trigno ai piedi della collina di Cupello, il gruppo risale il pendio che porta a Salcito. Il giorno precedente i tedeschi hanno abbandonato le loro postazioni sul fiume e la prima pattuglia canadese è già in paese.

Il colle di Schiavi d’Abruzzo

(Ho visitato Schiavi d’Abruzzo il 28 luglio 2017)

Francia. Il sentiero dei Dolmen di Fieux

Il Quercy francese è una regione cerniera tra il mondo atlantico e il mondo mediterraneo e ospita un impressionante addensamento di tombe megalitiche. Nel solo dipartimento del Lot sono stati censiti almeno seicento Dolmen e una ventina di Menhir tutti risalenti all’epoca preistorica, 5500 anni fa. Mentre i menhir sono pietre allungate, signacoli piantati nel terreno e puntati verso l’alto, i dolmen sono camere collettive destinate ai morti. Dolmen è un termine composto, derivante dal bretone dol (tavola) e men (pietra). Indica un monumento funerario a tumulo strutturato in una camera sepolcrale protetta lateralmente da lastre di pietra alzata e coperta da un’ampia tavola di pietra.

Pannello informativo

Un sentiero ben segnalato e dotato di pannelli informativi a cura del Parco naturale regionale Causses du Quercy collega tra loro alcuni Dolmen e va alla scoperta di questi impressionanti monumenti dispersi nei campi, sotto gli alberi e ai margini del bosco. L’itinerario è lungo 6,7 km, con un dislivello molto limitato e un tempo di percorrenza di circa due ore e mezza.

Il Dolmen Barrières n. 1

I primi Dolmen che incontriamo sul percorso hanno perduto la copertura di pietra, riutilizzata nei vicini villaggi, e conservano solo gli ortostati di sostegno, ovvero le lastre laterali di pietra infisse nel terreno.

La Pierre Levée

Ben più impressionante è il Dolmen della “Pierre Levée”, uno dei più maestosi di tutto il Lot, con un tumulo di 25 metri di diametro. La tavola di pietra che copre il tumulo ha forma rettangolare e pesa all’incirca venti tonnellate.

Il Dolmen Barrières n. 2

Ma il Dolmen più ‘bello’ è certamente il Barrières n. 2, somigliante a un altare preistorico, che ha la lastra di copertura sorretta soltanto da due ortostati. I Dolmen sono oggetto di suggestive leggende: sono stati considerati di volta in volta come tombe di giganti e are per cruenti sacrifici umani; oppure sono additati come un luogo notturno di apparizione di fantasmi e revenants, di fate e di streghe, di gemiti e luci crepuscolari, di sabba danzanti nelle notti di tempesta. Più scientificamente, sono monumenti che continuano ad appassionare gli archeologi e gli antropologi grazie anche ai nuovi strumenti di ricerca scientifica come la ricostruzione tridimensionale e le prospezioni geofisiche.

La mappa del sentiero dei Dolmen

Il percorso dei Dolmen può essere abbinato alla visita del villaggio abbandonato di Barrières e dell’Archeosito dei Fieux, nato su una struttura ipogea preistorica affrescata, e funzionante come parco didattico.

(Ho percorso il Sentiero dei Dolmen il 4 luglio 2017)