Parco di Veio. L’insediamento medievale rupestre di Belmonte

Castelnuovo di Porto è uno dei tranquilli paesi a nord di Roma, cresciuti lungo la Via Flaminia. Le case del vecchio centro sul colle, i nuovi insediamenti nei dintorni, la linea ferroviaria e il vicino casello autostradale sono una risorsa appezzata dagli amanti della tranquillità e dai pendolari che fanno la spola con i luoghi di lavoro a Roma. Anche i camminatori e gli appassionati di storia vi trovano spunto per una passeggiata nel borgo medievale, o lungo i sentieri nei boschi del parco di Veio o per una escursione appena più impegnativa sul vicino colle di Belmonte, in cerca delle reliquie d’un inaspettato insediamento rupestre di epoca medievale.

La chiesa della Madonna delle Virtù

La piazza principale di Castelnuovo è presidiata come d’abitudine dai monumenti che sono i simboli del potere civile e religioso: da un lato il quattrocentesco Palazzo Ducale con le sue torri; di fronte la settecentesca Collegiata dedicata a Maria Assunta. Lungo la discesa si ammira l’elegante chiesetta seicentesca della Madonna delle Virtù, con il suo caratteristico portichetto esterno e il campanile a vela.

La stazione di posta

Scesi sulla Via Flaminia è d’obbligo una sosta all’antica stazione di posta, dirimpettaia della stazione ferroviaria. Se ne possono ancora osservare il passaggio coperto riservato alle carrozze, il sedile riservato ai passeggeri in attesa e la lapide sulla facciata dell’albergo che ricorda i lavori di ripristino della strada, fatti eseguire nel 1580 da Clarice Colonna Anguillara.

La lapide sull’Albergo di Posta

Ci spostiamo in auto lungo la Flaminia in direzione di Roma fino al km 27,7 e imbocchiamo sulla destra la Via di Pian Braccone, seguendo la segnaletica del lago di pesca sportiva; valicato il piccolo ponte sulla ferrovia, si svolta a destra e si scende a tornanti sulla strada che raggiunge l’area attrezzata di Monte Mariello e, poco oltre, il laghetto turistico. Qui si parcheggia. In tutto sono circa tre km dalla stazione di Castelnuovo.

La Grotta Pagana

Ci troviamo alla base del colle di Belmonte che si allunga a occidente, alto su un ripido fianco difeso da vegetazione impraticabile. A destra è una vecchia cava sulla quale occhieggia la Grotta Pagana, utilizzata come ricovero per gli ovini. Seguiamo a piedi la strada asfaltata in leggera salita che si dirige a nord, seguendo il corso del fosso. All’altezza di un pannello informativo dedicato ai rettili del Parco, un varco nella recinzione di legno ci invita a seguire il sentiero – segnato con bandierine bianco-rosse – che si dirige a sinistra. Varcato il fosso su un ponte di pietra privo di protezioni, il sentiero risale il bosco in diagonale, raggiunge la sella di Belmonte, incisa da una tagliata nel tufo, e prosegue in campo aperto sull’altopiano. Lasciato il sentiero segnato, prima o dopo la tagliata, si sale sulla cresta di Belmonte e la si segue fedelmente in direzione sud.

La tagliata di Belmonte

Dopo il primo tratto non agevole, percorso in una trincea rocciosa, la cresta diventa più aperta. Si incontrano in successione delle ‘tagliate’ nella roccia che mettono in comunicazione i due versanti, eredità forse di un abitato arcaico di ascendenza veiente. L’intrico della vegetazione non agevola l’esplorazione dei fianchi tufacei e si resta così nel campo delle supposizioni.

Passaggio in trincea

Più avanti si raggiunge l’area delle grotte. Si distribuiscono a schiera sui due versanti immediatamente a ridosso della cresta che qui si fa più ampia.

Il percorso di cresta

Le cavità hanno forme diverse. Sono numerose quelle con due vani separati da una parete interna. In altri casi l’elemento separatore è solo un pilastro centrale che sostiene la volta. Alcune grotte hanno ingressi distinti ma sono comunicanti all’interno grazie a pertugi o passaggi più ampi. Curioso è il caso della grotta in cui le radici dell’albero soprastante hanno forato il tetto, percorso in verticale la cavità e trovato fondamento nel pavimento. Lo spessore limitato della copertura di tufo ha causato numerosi crolli che ostacolano l’esplorazione degli interni. Difficile dire se si tratti di un’antica necropoli rupestre, come qualche indizio farebbe pensare. Molto più semplice è ipotizzare un loro utilizzo a servizio dell’abitato medievale, come stalle, cantine e magazzini.

Grotta con ingresso a dromos

Dopo le vie cave e le grotte, un terzo elemento interessante e originale è costituito dai fori circolari d’incasso nel terreno e sulle rocce laterali che sembrerebbero rinviare a palafitte fondative di abitazioni scomparse.

Le mura e la torre

Giunti al limite meridionale del colle, troviamo le suggestive rovine del borgo medievale, difese da tre larghi fossati. Alcuni brandelli delle mura castellane a protezione del borgo anticipano una torre duecentesca che svetta sul poggio più alto del pianoro. Il luogo è reso anche più piacevole dal panorama sulle terre di Veio. La prosecuzione verso il terrazzo che reggeva forse la chiesa e verso la confluenza dei fossi in basso prevederebbe una ripida discesa tra le rocce non molto attraente e resa comunque complicata dalla fitta vegetazione.

L’interno di una grotta a più vani

Più semplice è tornare indietro sulla strada percorsa all’andata. Il tempo di percorrenza complessivo è di circa due ore e mezzo. Gli appassionati potranno continuare l’esplorazione dei fossi alla ricerca degli antichi cunicoli scavati nella roccia, progenitori degli acquedotti, e di alcuni mulini alimentati ad acqua (cui si può accedere grazie a un sentiero che si dirama dall’area attrezzata di Monte Mariello). Si può anche prolungare la passeggiata sulla strada asfaltata, raggiungendo in un’ora la larga vetta del Monte Calvio, ottimo belvedere.

Grotta con interno parzialmente crollato

(Escursione effettuata il 22 maggio 2017)

Tagliata nel tufo

Visita la sezione del sito dedicata alla civiltà rupestre.

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Schiavi d’Abruzzo. Passeggiate nella storia

Dall’alto del suo colle, a 1172 metri di quota, Schiavi d’Abruzzo fa da cerniera tra l’Abruzzo e il Molise. Ce ne accorgiamo in paese, percorrendo la Rotonda dedicata a Salvo D’Acquisto che è il miglior punto di osservazione su un panorama sterminato. Il mare Adriatico si staglia invitante allo sbocco della valle del Trigno. A sud l’ondulata linea dei colli molisani è solcata da un fascio di storici tratturi e vie armentizie. A nord i monti di Capracotta e i Frentani anticipano le grandi montagne dell’Abruzzo. Questo panorama solenne fu apprezzato dalle popolazioni italiche che insediarono qui i santuari dei Sanniti Pentri. Poi ci furono le migrazioni dei popoli dall’altra sponda dell’Adriatico, quei croati e albanesi in fuga dai turchi invasori, chiamati Schiavoni, origine del nome del paese. Per secoli ci fu il movimento pendolare degli armenti transumanti lungo il regio tratturo Celano-Foggia e il fascio di tratturelli suoi tributari.

Il monumento all’Alpino

Più traumatico il passaggio della seconda guerra mondiale con la lenta transizione tra le truppe canadesi e quelle tedesche, e di cui resta testimonianza la trincea-osservatorio della Rotonda. E poi il dopoguerra, con lo stillicidio migratorio dei paesani verso Roma, dove formeranno il nerbo dei garagisti e dei tassisti, o verso le grandi destinazioni all’estero. Per apprezzare e amare Schiavi, dopo la passeggiata in paese, è consigliabile percorrerne le strade e i sentieri nei dintorni. Eccovi allora qualche idea.

I tempietti italici

La base del tempio maggiore

La fama di Schiavi è soprattutto legata all’area archeologica dei templi italici. La visita di questi tempietti è appagante sia perché se ne può così ammirare la caratteristica architettura sia perché se ne può apprezzare la loro particolare posizione panoramica, a dominio del tratturo e della valle del Trigno, di fronte al grande santuario federale di Pietrabbondante. I tempietti si trovano lungo la strada provinciale che da Schiavi scende alla fondovalle Trigno, a quattro km dal paese, su una terrazza accessibile da due ingressi.

Il secondo tempio

Il Tempio Maggiore (del secondo secolo avanti Cristo) e il Tempio Minore (degli inizi del primo secolo), sorgono affiancati e paralleli su un terrazzamento, contenuto da un lungo muro in opera poligonale e quadrata. Recenti esplorazioni hanno riportato alla luce un altare monumentale, di fronte al Tempio Minore, una necropoli utilizzata fino alla piena età romana, e un altro edificio sacro, abbandonato poco dopo la Guerra Sociale (91-89 a.C). Oggi è visibile anche la torre medievale a due livelli, eretta dietro al muro in opera poligonale del santuario: a questa struttura si deve il toponimo della zona, Colle della Torre. La visita ai templi può essere completata dalla visita al Museo archeologico allestito in paese.

Sui tratturi dei pastori

Il percorso del tratturo Castel del Giudice – Spondrasino

Il colle di Schiavi si pone a cavallo tra due antichi tratturi che collegavano la valle del Sangro alle valli del Trigno e del Biferno. A sud era il tratturello Castel del Giudice – Spondrasino che attraversava Capracotta, Agnone e Poggio Sannita, scendeva lungo il fiume Verrino fino ad attraversare il Trigno in località Terra Vecchia di Bagnoli. Il percorso del tratturo, ancora praticabile, è ben visibile per un lungo tratto affacciandosi al Belvedere della Rotonda di Schiavi. A nord il tratturo Ateleta – Biferno aveva uno sviluppo orizzontale e traversava l’agro di Castiglione e Torrebruna prima di scendere sul Trigno all’altezza di Montemitro. Una passeggiata non lunga può scavalcare il Monte Castel Fraiano (segnato dalla presenza delle gigantesche pale di una centrale eolica) e collegare la Madonna del Monte al lago della Croce. Intorno al lago il tratturo è ancora ben marcato e riconoscibile. E il santuario della Madonna del Monte alla Lupara è legato al mondo della transumanza e al culto della Madonna dei tratturi.

La passeggiata panoramica sul monte Pizzuto

Il monte Pizzuto visto da Schiavi

Il Colle Pizzuto, con la sua panoramica cima a 1290 metri di quota, è la meta di una bella passeggiata panoramica. Si può iniziare direttamente da Schiavi ma è più semplice lasciare l’auto al bivio sulla strada per Torrebruna, dove sono alcune case e spazio per il parcheggio. Una stretta strada prima asfaltata e poi lastricata sale a svolte nel bosco e raggiunge la cima dov’è una grande croce. Ampio panorama, in particolare sui vicini monti Frentani.

Il passaggio di Uys Krige

I monti di Capracotta e i paesi di Agnone e Belmonte visti da Schiavi

Uys Krige è un ufficiale sudafricano che fuggì dal campo di prigionia di Fonte d’Amore a Sulmona dopo l’8 settembre del 1943. Appassionato di poesia e scrittura, conosceva un po’ d’italiano e racconterà la sua rocambolesca fuga e il percorso a piedi verso la libertà in un libro famoso, “The way out”, tradotto in italiano come “Libertà sulla Maiella”. Alcune sue pagine sono dedicate al passaggio nella zona di Schiavi. Lungo il tratturo Krige attraversa le zone di Capracotta e Agnone giunge a Belmonte, dove è ospitato da un contadino. “Andate presto a dormire”, disse il vecchio, “domattina presto vi chiamerò e partirete. Sulla sinistra troverete un paese, Schiavi, in cima ad una collina. Dovete evitarlo, scendendo nel burrone sotto di esso. Poi uscirete dal burrone, attraverserete il villaggio di Taverna, che riconoscerete dalla chiesa rotonda e raggiungerete le case di Cupello. Qui vi dovete fermare, perché sarete vicini al Trigno. La gente di Cupello vi dirà dove sono le mitragliatrici”. I fuggitivi si dirigono verso Schiavi, attraversano il Sente, e raggiungono la contrada di Cupello. Qui conoscono Pasquale Tucci, una guida che accetta di accompagnare loro e un altro folto gruppo di italiani al di là delle linee. La marcia di Uys e dei suoi compagni termina ai primi di novembre. Traversato il Trigno ai piedi della collina di Cupello, il gruppo risale il pendio che porta a Salcito. Il giorno precedente i tedeschi hanno abbandonato le loro postazioni sul fiume e la prima pattuglia canadese è già in paese.

Il colle di Schiavi d’Abruzzo

(Ho visitato Schiavi d’Abruzzo il 28 luglio 2017)

Francia. Il sentiero dei Dolmen di Fieux

Il Quercy francese è una regione cerniera tra il mondo atlantico e il mondo mediterraneo e ospita un impressionante addensamento di tombe megalitiche. Nel solo dipartimento del Lot sono stati censiti almeno seicento Dolmen e una ventina di Menhir tutti risalenti all’epoca preistorica, 5500 anni fa. Mentre i menhir sono pietre allungate, signacoli piantati nel terreno e puntati verso l’alto, i dolmen sono camere collettive destinate ai morti. Dolmen è un termine composto, derivante dal bretone dol (tavola) e men (pietra). Indica un monumento funerario a tumulo strutturato in una camera sepolcrale protetta lateralmente da lastre di pietra alzata e coperta da un’ampia tavola di pietra.

Pannello informativo

Un sentiero ben segnalato e dotato di pannelli informativi a cura del Parco naturale regionale Causses du Quercy collega tra loro alcuni Dolmen e va alla scoperta di questi impressionanti monumenti dispersi nei campi, sotto gli alberi e ai margini del bosco. L’itinerario è lungo 6,7 km, con un dislivello molto limitato e un tempo di percorrenza di circa due ore e mezza.

Il Dolmen Barrières n. 1

I primi Dolmen che incontriamo sul percorso hanno perduto la copertura di pietra, riutilizzata nei vicini villaggi, e conservano solo gli ortostati di sostegno, ovvero le lastre laterali di pietra infisse nel terreno.

La Pierre Levée

Ben più impressionante è il Dolmen della “Pierre Levée”, uno dei più maestosi di tutto il Lot, con un tumulo di 25 metri di diametro. La tavola di pietra che copre il tumulo ha forma rettangolare e pesa all’incirca venti tonnellate.

Il Dolmen Barrières n. 2

Ma il Dolmen più ‘bello’ è certamente il Barrières n. 2, somigliante a un altare preistorico, che ha la lastra di copertura sorretta soltanto da due ortostati. I Dolmen sono oggetto di suggestive leggende: sono stati considerati di volta in volta come tombe di giganti e are per cruenti sacrifici umani; oppure sono additati come un luogo notturno di apparizione di fantasmi e revenants, di fate e di streghe, di gemiti e luci crepuscolari, di sabba danzanti nelle notti di tempesta. Più scientificamente, sono monumenti che continuano ad appassionare gli archeologi e gli antropologi grazie anche ai nuovi strumenti di ricerca scientifica come la ricostruzione tridimensionale e le prospezioni geofisiche.

La mappa del sentiero dei Dolmen

Il percorso dei Dolmen può essere abbinato alla visita del villaggio abbandonato di Barrières e dell’Archeosito dei Fieux, nato su una struttura ipogea preistorica affrescata, e funzionante come parco didattico.

(Ho percorso il Sentiero dei Dolmen il 4 luglio 2017)

Albania. Il Parco archeologico di Butrinto

Butrinto è veramente un posto piacevole. Si cammina tra le antiche rovine all’ombra di un bosco e sulle rive di un lago, di fronte a estesi panorami di terra e di acqua. Un luogo dove la simbiosi tra natura e storia è perfetta. E dove la storia si prolunga per duemila anni. Abitato già in epoca preistorica, vi prosperarono una colonia greca, una città romana (Buthrotum) e un insediamento bizantino, fino all’abbandono in età medievale a causa dell’impaludamento. Spopolatasi completamente, rimase dimenticata nei secoli della dominazione turca fino agli anni Venti del Novecento, quando il giovane archeologo italiano Luigi Maria Ugolini eseguì i primi scavi esplorativi.

Il Parco di Butrinto

Oggi Butrint è il più importante sito archeologico albanese. Dal 1992 è Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco e dal 2000 è protetto da un Parco nazionale. Situato all’estremo meridionale della costa albanese, sorge su un basso promontorio che s’insinua tra il mar Jonio e un lago costiero, collegati tra loro dal canale Vivari. Di fronte si staglia il profilo della grande isola greca di Corfù.

Enea a Butrinto

La fuga di Enea da Troia (Federico Barocci, 1598, Roma, Galleria Borghese)

La città di Butrinto è ricordata da Virgilio nel terzo libro dell’Eneide. Abbandonata Troia in fiamme, Enea, con il padre Anchise, il figlio Ascanio e i suoi compagni, costeggia la Tracia, visita l’isola di Delo, le isole Strofadi infestate dalle Arpie e il porto di Azio; dopo aver costeggiato l’Epiro sbarca a Buthrotum e scopre che su quella città regna Èleno, figlio di Priamo, sposato con Andromaca. La coppia accoglie affettuosamente Enea in questa città che riproduce in miniatura la nativa Troia, con una piccola rocca chiamata Pergamo e un fiumicello nominato Xanto. E grazie a Èleno che interroga Febo Apollo, Enea riceve il vaticinio favorevole sul suo viaggio verso l’Italia: passerà la Sicilia, traverserà il mar Tirreno, toccherà il lago Averno e l’isola di Circe e sbarcherà infine a Lavinio. Questa fonte letteraria classica e gli esiti degli scavi a Butrinto curati dalla Missione archeologica italiana negli anni Venti-Trenta divennero funzionali alla propaganda italiana del fascismo che cercava una giustificazione storica per fondare il proprio diritto ad annettersi l’Albania.

Il percorso di visita

La torre veneziana

La Torre veneziana di età quattrocentesca introduce le mura della città, realizzate con criteri antisismici alternando fila di grandi blocchi di pietra a strati di pietre più piccole, senza uso di malta.

Il santuario di Esculapio

Sul pendio dell’acropoli è visibile il Santuario di Asclepio (o Esculapio), il dio greco della medicina, sorto in un’area termale. I fedeli ritenevano l’acqua miracolosa e frequentavano il santuario per curarsi, per poi lasciare ex-voto alla divinità e monete ai suoi sacerdoti.

Le gradinate del teatro

Il Teatro risalirebbe al terzo secolo avanti Cristo, costruito forse durante il regno di Pirro, re dell’Epiro. La cavea, o la gradinata dove si sedeva il pubblico, fu intagliata direttamente nella rupe della collina alla maniera greca. La scena fu ampliata in epoca romana. Gli spettatori potevano essere anche 1500, a testimonianza della grandezza e della ricchezza economica e culturale di Butrinto.

L’edificio termale

Le Terme furono costruite alla fine del secondo secolo dopo Cristo. L’area scavata mostra l’apodyterium (lo spogliatoio), un bagno pubblico e una camera calda con una piscina semicircolare.

L’Agorà

In successione si percorre l’Agorà, il centro civico e commerciale della città, scavato solo parzialmente.

Il Ginnasio

L’edificio noto come il Ginnasio è in realtà una struttura pubblica ancora enigmatica. Più che una palestra potrebbe essere stata una biblioteca. Durante il medioevo fu trasformato in chiesa.

Il Palazzo Triconca o delle tre absidi

Il Palazzo delle tre absidi è una dimora privata costruita nel quarto secolo e ingrandita nel 425. Aveva un ingresso direttamente sul lago e un secondo ingresso dal lato urbano. Sul lato orientale venne costruito un triclinium, grande camera da pranzo a tre absidi, destinata ai banchetti che il clarissimus padrone di casa imbandiva in onore degli ospiti.

Il Battistero

Il Battistero è una costruzione in stile paleocristiano del sesto secolo con sedici colonne di granito che compongono due centri concentrici. Al centro è la vasca del battesimo a immersione, alimentata con acqua calda da un sistema di tubature ancora visibili. L’attrazione maggiore è il mosaico pavimentale circolare, normalmente non visibile perché coperto di sabbia per ragioni di conservazione. Solo grazie alle fotografie si possono osservare gli animali allegorici, la simbologia catecumenale ed eucaristica, i motivi decorativi di tipo geometrico e floreale.

La basilica paleocristiana

Altro monumento dell’epoca paleocristiana è la grande Basilica del sesto secolo, a tre navate divise da alti muri in pietra. In epoca medievale fu più volte modificata. Il pavimento è costituito da lastre di pietra nelle navate e da mosaici nella zona absidale.

La porta Scea o del lago

La Porta del Lago si apre nelle mura orientali e mostra il suo elegante disegno ellenistico. L’archeologo italiano Luigi Maria Ugolini la ribattezzò Porta Scea, la principale porta di Troia, varcata da Enea durante il suo viaggio verso l’Italia Il terzo libro del poema di Virgilio narra lo sbarco di Enea a Butrinto: Entrammo al fine ne la picciola Troia, e con diletto un arido ruscello, un cerchio angusto sentii con finti e rinomati nomi chiamar Pergamo e Xanto; e de la Scea porta entrando abbracciai l’amata soglia. Così fecero i miei, meco godendo l’amica terra, come propria e vera fosse lor patria (Eneide, III, 569-577).

La porta del leone

L’architrave della Porta del Leone è decorato da un bassorilievo che mostra un leone che azzanna alla gola un toro.

Il busto di Agrippina

Dalla porta, seguendo le mura, si sale all’acropoli della cittadella. Sulla sommità è il Castello veneziano. L’interno ospita un museo che raccoglie tutti i reperti ritrovati nella zona. Dal piazzale si gode una bella vista panoramica sul lago di Butrinto e il canale Vivari.

Il lago costiero di Butrinto

(Ho visitato Butrinto il 21 giugno 2017)

Abruzzo. La cascata e le antiche pietre di Borrello

Siamo nella media valle del fiume Sangro. Si traversa più volte il confine tra l’Abruzzo e il Molise, saltellando tra un paese e l’altro e varcando i limiti amministrativi delle province di Aquila, Chieti e Isernia. Il confine creato cinquant’anni fa non divide, ma semmai unisce territori omogenei e storicamente legati. Dal fondovalle risaliamo le curve che ci portano agli ottocento metri di quota del pianoro di Borrello. Come tanti altri paesi nei dintorni, Borrello è aggrappato a uno spuntone roccioso, che da queste parti chiamano ‘pesco’.

Panorama di Borrello

La principale attrattiva di Borrello sono le Cascate del Verde, protette da una Riserva naturale regionale gestita dal WWF. Sono le Cascate naturali più alte d’Italia, frutto del triplice salto delle acque del fiume Verde, un affluente di destra del Sangro. Si possono ammirare nella loro forma e nella loro bellezza durante tutto l’arco dell’anno, ma la portata massima delle acque è tipica dei mesi primaverili. Da Borrello si segue la strada per Rosello e dopo circa un km si devia a sinistra per raggiungere l’ingresso, con l’infopoint, la biglietteria e i servizi dell’Oasi. Percorsi i primi cento metri, ci si trova a un bivio.

La cascata del Verde

Se si segue il ramo di sinistra ci si trova su un percorso protetto che raggiunge tre distinti punti di osservazione sulle cascate. Il punto migliore di osservazione è il terzo, il più basso, che si raggiunge scendendo una rampa di oltre duecento gradini all’ombra di un bosco di aceri, lecci, roverelle e abeti bianchi. Il posto è di grande suggestione. La risalita è ovviamente più prosaica e faticosa. Tornati al bivio, si segue il ramo di destra e in meno di un km si giunge all’Osservatorio, una terrazza panoramica dalla quale si domina la valle del Sangro e la corona di monti Frentani con i paesi vicini.

La media valle del Sangro

Altro motivo d’interesse di Borrello sono le casitte, le capanne in pietra a secco che si rintracciano nel bosco del Montalto e nelle radure dei dintorni. Questa forma di architettura spontanea, combinata con i muretti a secco e i terrazzamenti alle pendici del Montalto, potrebbe avere anche una storia importante come attesta una ricerca archeologica in corso. La ricerca ipotizza che le strutture presenti sul Montalto siano riferibili a un complesso posto a difesa e a controllo della via che provenendo da Trebula (l’attuale Quadri) risaliva la valle del Sangro e si dirigeva verso sud dividendosi nei due rami alla base del Montalto; l’insediamento antico godeva di una posizione strategica di rilievo, con una comunità stanziale ricordata da una necropoli monumentale.

Muraglione di pietra nel bosco del Montalto

Il primo nucleo di casitte si trova alle pendici del Montalto a 620 m di quota. Si suggerisce di chiedere in paese l’aiuto di persone esperte dei luoghi, non tanto per il rischio di perdersi, quanto per evitare la frustrazione di ricerche infruttuose nel fitto bosco. Nel mio caso ho trovato persone molto disponibili e prodighe d’informazioni. Utilissima è anche la “passeggiata al Bosco di Montalto” raccontata sul web da Angelo Ferrari. Usciti da Borrello sulla via di Rosello, dopo le ultime case, si devia a destra all’altezza di un fontanile; superato il campo sportivo, presso il cartello della cooperativa Leoreadi, la strada devia a destra passando davanti alla Casa del pastore.

La Capanna del Pastore

Più avanti, superato un cancello, occorre fare attenzione a una stradina che entra a sinistra nel bosco, tra due muretti di pietra (1,1 km dal fontanile). Si sale a piedi sul largo e ombroso stradello, tra muraglioni e macere di pietre, fino a una sbarra verde che chiude un fondo sulla sinistra.

Casitta nel bosco

Lasciato lo stradello si sale a destra nel bosco seguendo i recinti di pietra che terrazzano gli antichi fondi. Un muraglione più alto che segue la cresta del monte può farci da riferimento. Scopriamo qui un nucleo di capanne di pietra, isolate o addossate ai muretti, ancora integre, pur se interrate o parzialmente franate. Tornati alla stradina e percorso un breve tratto si osserva più in basso sul pendio a sinistra una casitta isolata, di dimensioni più ampie e ancora integra pur se pericolante.

La Capanna Simonetta, oggi Nelli

All’interno, su una roccia del pavimento, è inciso l’anno di probabile costruzione (1908) e l’iniziale del proprietario del tempo (Simonetti). Il manufatto e il fondo sono oggi di proprietà della famiglia Nelli. Gli anziani raccontano che in questi ripari, durante la seconda guerra mondiale, trovarono rifugio gli abitanti del paese per sfuggire ai bombardamenti, alle requisizioni e ai pattugliamenti armati lungo la linea Gustav.

La sigla del proprietario e l’anno di costruzione

Un altro esemplare molto interessante di capanna di pietra è il Casino di Pampino. Occorre proseguire in macchina (o a piedi) sulla strada asfaltata che aggira il Montalto, incrocia sulla sinistra un’altra strada che riporta a Borrello e raggiunge un’ampia rotonda dove si parcheggia.

L’interno del Casino Pampino

Pochi metri sulla strada che si dirige a est lungo la linea del confine regionale, tra il bosco di Vallazzuna e il piano Ciavarrello, portano a individuare sulla destra la capanna di pietra, la cui copertura a tholos è caduta. Le dimensioni della capanna sono notevoli, tali da ospitare un nucleo familiare, come effettivamente accadde durante la guerra. Si osservano le aperture esterne e i piccoli vani interni ricavati tra le pietre e destinati a riporvi gli oggetti di uso domestico.

La capanna della radura

Altre capanne di pietra sono distribuite nei dintorni. Pur se crollata, è interessante visitare la capanna che sorge al margine di un’ampia radura un tempo coltivata. Sulla via di Quadri, cinquecento metri dopo il cimitero, una ripida stradina scende verso la radura, guada il fosso e risale brevemente; la casitta è nascosta tra i primi alberi del bosco e attesta la sua antica funzione di servizio al pascolo e all’agricoltura di montagna.

Edificio rurale ristrutturato

(L’escursione è stata effettuata il 9 giugno 2017)

Abruzzo. I segni del paesaggio agro-pastorale di Collepietro

Collepietro è il paese che chiude a sud-est il lungo altopiano di Navelli, nell’Aquilano. L’antico Collis Petri, con le case del centro storico aggrumate sulla cima rotonda del colle, era un paese-sentinella sulle due storiche strade che lo attraversavano: in alto la via degli armenti, il regio tratturo Centurelle-Montesecco, bretella del Tratturo Magno; in basso la romana via Claudia Nova, diventata poi la statale 17 dell’Appennino abruzzese. Oggi però gli armenti non percorrono più da tempo lo storico tratturo e il traffico della statale 17 è stato dirottato sulla veloce fondovalle del Tirino. Con il risultato che Collepietro rischia di diventare un borgo marginale, tagliato fuori dai traffici, sconosciuto ai più. Malinconica fine per un villaggio che un tempo aveva fatto parte del castaldato valvense e che aveva dignitosamente partecipato alla fondazione della città dell’Aquila. E poiché i guai non vengono mai soli, si sono aggiunti in tempi recenti il furioso incendio del 2007 che ha sconvolto il paesaggio vegetale e il terremoto aquilano del 2009 che ha scosso gli edifici di pietra.

Capanna di pietra

Collepietro merita dunque almeno il risarcimento di una visita affettuosa. Si può andare alla scoperta dei segni del paesaggio agro-pastorale: il tratturo, i cippi, le capanne di pietra, gli ovili e gli stazzi, i recinti dei fondi, i pagliai, i muretti dei terrazzamenti, le macère. Collepietro gioca un suo ruolo rilevante in quest’archeologia del paesaggio. I suoi abitanti hanno guardato al monte e al piano. Giù nella valle ci sono i campi coltivati, la terra, l’acqua, le case rurali, le vie lineari, le stalle e i fienili. In alto ci sono le pietre, i ginepri, i recinti di pietra, i muretti, i campicelli d’altura, le tortuose mulattiere, i fossi, le capanne pastorali; e oggi anche la bonifica ambientale e il rimboschimento. Quel che proponiamo è un vagabondaggio tra questi molteplici punti d’interesse, uno scouting del territorio, più che una classica escursione in montagna.

La mappa dei sentieri di Collepietro

L’asse di riferimento della passeggiata è il percorso del Regio Tratturo. Partendo dalla chiesa dedicata alla Madonna del Buon Consiglio che sorveglia Collepietro, si segue il tratturo fino alla Serra di Navelli. Il percorso è facile e panoramico, pur se in salita, e segue all’inizio una strada asfaltata che diventa poi una larga sterrata. La cresta della Serra va percorsa invece sull’evidente sentiero del tratturo. L’esplorazione si svolge senza un itinerario rigidamente prefissato, all’interno comunque dell’anello che una sterrata disegna intorno alle gobbe delle Tredici Rane, di Saline, di Falgiaro e di Collalto; la sterrata si dirama a destra del tratturo e vi ritorna con un percorso circolare. Siamo sul sistema di colli che separa la piana di Navelli dalla valle Tritana, dove sono le sorgenti del Tirino e Capestrano.

La chiesa del Buon Consiglio

La chiesa del Buon Consiglio

La chiesa si trova in posizione isolata fuori del paese, su un ‘riposo’ del tratturo. All’esterno è rinforzata da tre contrafforti per ciascun lato. Una breve scalinata sale al bel portale romanico, sormontato da una lunetta. Sul retro vi sono alcuni edifici di pertinenza, in parte in rovina. Ampio il panorama sulla valle di Sulmona e sulla piana di Navelli.

Il tratturo e il cippo

A Collepietro fa tappa il Regio Tratturo che proviene da Navelli e scende poi a Bussi sul Tirino. Dalla chiesa del Buon Consiglio, seguendo anche le segnalazioni, risaliamo i tornanti della stradina prima asfaltata e poi sterrata a nord del paese e seguiamo la cresta dei colli che fasciano a est l’altopiano. In questo tratto il percorso coincide con l’ippovia diretta a Capestrano. Giunti a un incrocio, lasciamo a destra sia la sterrata dell’anello (che seguiremo al ritorno), sia il percorso per Capestrano e imbocchiamo a sinistra (nord-ovest) il sentiero tratturale che risale la cresta della Serra. A quota 883 incontriamo il cippo che porta incisi la sigla RT (Regio Tratturo) e il numero progressivo (il 43). Con agevole salita raggiungiamo la piramide di pietre sul punto più alto, a quota 965. Il panorama comprende le due catene montuose maggiori del Gran Sasso e della Maiella.

In cima alla Serra, col Gran Sasso sullo sfondo

Lo stazzo del pastore 

Esattamente sulla vetta della Serra di Navelli possiamo osservare i muretti di pietra che circondano un antico stazzo. Questo spazio aperto era il ricovero notturno del gregge, dove le pecore pernottavano all’aperto, vigilate dai cani-pastore. All’estremità orientale è ancora visibile il recinto trapezoidale del mungituro, dove le pecore venivano canalizzate e munte dei pastori prima di entrare nello stazzo.

Lo stazzo della Serra

La struttura dello stazzo risulta più evidente dalla foto zenitale. Nei pressi, a quota 930, è ancora visibile la capanna di pietra a secco che costituiva probabilmente il ricovero del pastore. La volta è crollata, ma la struttura è ancora evidente.

La capanna del pastore

Le capanne di pietra

La capanna in località Tredici Rane

Scesi dalla Serra alla selletta dov’è l’incrocio di strade, imbocchiamo la sterrata diretta a est che aggira i colli di Tredici Rane, Falgiaro, Saline e Collalto. Queste alture mostrano un particolare addensamento di capanne in pietra a secco, poste a margine di piccoli fondi recintati. Le capanne sono subito visibili a destra della strada e poi sulle aree sommitali, raggiungibili grazie a una rete di stradelli e sentieri.

Capanna invasa dai rovi

Sono interamente costruite senza leganti, con pietre a secco sovrapposte e rastremate in alto. Sono generalmente di piccola e media dimensione, utilizzate come magazzino e rimessa degli attrezzi da lavoro. Le troviamo costruite su aree pianeggianti, ma anche aggrappate ai pendii. Purtroppo il loro stato di conservazione è cattivo: l’ingresso è assediato dai rovi e il terremoto ha causato il collasso soprattutto della cupola e dei portali.

Capanna crollata

I muretti di pietra

Campo terrazzato

Nelle stesse aree sono stati costruiti numerosi muretti di pietra. Ne vediamo alcuni di fattura molto semplice e grossolana. Ma spesso s’impongono alla vista muri di media altezza, alzati con grande abilità geometrica, combinando a secco pietre di varie dimensioni. La funzione di questi muretti è ovviamente quella di segnalare i confini dei fondi agricoli, delle aree di pascolo e degli stazzi. Ma i più ammirevoli sono quelli costruiti sui terreni in pendio a sostegno di terrazze di terreno coltivato. La gradinatura del declivio evita il dilavamento del terreno e il suo scorrere a valle e crea un paesaggio di ‘giardini pensili’.

Capanna sottofascia

Le macère

Una macèra

Questo termine indica i numerosi accumuli di pietre visibili ai margini degli appezzamenti agricoli e delle radure. Su questi colli le macère hanno spesso la base costruita con regolarità geometrica e con pietre più grandi. All’interno vi è il pietrame gettato disordinatamente dai contadini, frutto del loro metodico spietramento operato nelle particelle coltivate e nelle aree di pascolo.

I pagliai

A Collepietro sono visibili alcuni pagliai, edifici monocellulari a carattere elementare, col tetto a spiovente, destinati alla conservazione del fieno. Spesso sono costruiti sul pendio e sono allora articolati su due piani, fienile e stalla, con un doppio accesso, posteriore a monte e anteriore a valle.

I fontanili

Il fontanile

Sono vasche per l’abbeverata degli animali, dotate di acqua sorgiva, distribuite capillarmente lungo le vie armentizie, i pascoli, i riposi e nelle vicinanze delle masserie e degli stazzi. Nel piano sottostante Collepietro si può vedere un lungo fontanile a vasca, costruito accanto a un minuscolo lago.

La cisterna

Molto interessante è anche il rudere dell’antico pozzo-cisterna a servizio dell’irrigazione e degli allevamenti diffusi nella zona. Due pietre murate sul fronte dell’edificio riportano un’iscrizione e una data.

La taverna

La taverna di Collepietro

A lato della statale 17, al km 72, nei pressi del bivio per Collepietro, sono ancora ben visibili i ruderi dell’omonima taverna. La taverna è una presenza costante sul fianco delle strade, dove svolgeva la funzione di luogo di sosta e di ristoro e stazione per il cambio dei cavalli. Le taverne sono presenti con regolarità anche lungo i tratturi: sono osterie attrezzate con sale da pranzo a piano terra e camere da letto al piano superiore. Ma la caratteristica più tipica delle taverne tratturali è il cortile interno con le stalle per gli animali, cui si accede attraverso porte o archi dedicati e la disponibilità di acqua nei dintorni.

Per approfondire

L’escursione può essere preparata dalla lettura della ricerca condotta nel 2007 dalla cattedra di Archeologia medievale dell’Università dell’Aquila, curata da Fabio Redi e Lorella Di Blasio, dal titolo “Segni del paesaggio agro-pastorale. Il territorio del Gran Sasso – Monti della Laga e dell’Altopiano di Navelli” (Edizioni L’Una, L’Aquila, 2010). Le edizioni Exorma hanno pubblicato nel 2015 un magnifico volume collettivo, con un ricco corredo fotografico, dal titolo Abruzzo sul Tratturo Magno, curato da Letizia Ermini Pani. Il sottotitolo “ Borghi Archeologia Paesaggio Architettura Tradizioni Arte Transumanza” esplicita la varietà dei contributi raccolti e le declinazioni disciplinari degli specialisti coinvolti. Si può aggiungere la guida “Le vie della transumanza – Guida ai tratturi aquilani fra Gran Sasso e Sirente”, corredata da un’ottima carta in scala 1:40.000, scaricabile anche dal sito Tratturi e Cammini.

Letture consigliate

(Itinerario percorso il 24 marzo 2017)

Tuscia. Il villaggio rupestre di San Lorenzo a Vignanello

Il sito delle grotte di San Lorenzo non è tra i più celebrati della Tuscia. Anzi, per la verità, è praticamente sconosciuto. Ignoto persino agli arboricoltori del luogo che curano con passione e impegno i noccioleti e gli oliveti dei dintorni. Tuttavia i ricercatori che lo hanno studiato definiscono questo villaggio rupestre come una “laura”, ovvero un piccolo insediamento monastico organizzato sul lavoro agricolo, una realtà autosufficiente, con disponibilità di acqua, prossima alle vie di comunicazione e tuttavia mimetizzata sulla parete di una valletta. Un nucleo abitato che comprende la necropoli, i depositi di derrate, gli ambienti residenziali domestici, la cappella, le stalle e gli ambienti rustici per il lavoro dei prodotti dei campi. Se aggiungete la presenza di affreschi, trovate più di un motivo per organizzare un’interessante passeggiata di archeologia medievale.

Passaggio in grotta

Il punto di partenza della visita è l’incrocio al km 5,7 della strada provinciale n. 26 “Vignanellese” che collega Fabrica di Roma e Vignanello, a pochi metri dall’ingresso di una centrale elettrica. A piedi, o anche in auto, si lascia la provinciale e si segue la stradina in direzione ovest (destra, per chi proviene da Vignanello; sinistra, per chi proviene da Fabrica). Dopo 450 metri si tocca una casa diroccata con un oculo in alto; si prosegue sulla sterrata per altri 150 metri, lungo il bordo del Fosso Fontana la Goccia, giungendo in vista di una casa rurale bianca con le porte verdi. Pochi metri prima di questa, un sentierino scende brevemente a sinistra, lungo la scarpata del fosso, e raggiunge un terrazzino erboso.

Le grotte di San Lorenzo

Siamo sulla parete settentrionale del fosso, esposta a meridione. La quota è di 362 metri. Qui troviamo la prima serie di grotte, scavate nella parete di tufo. Le grotte denunciano un utilizzo ancora recente e sono spesso ingombre di materiale. Una ha una mangiatoia scavata nel vano laterale.

Grotta con l’ingresso parzialmente tamponato

Una seconda, con l’ingresso tamponato da blocchetti di tufo, conserva ancora la porta di legno e ospita un piccolo forno in parete. Nell’intervallo tra due grotte troviamo una vasca scavata nella parete, utilizzata come lavatoio o abbeveratoio.

Vasca scavata nel tufo

Possiamo ipotizzare che questo primo nucleo di grotte costituisse una piccola fattoria rupestre a servizio dell’agricoltura e dell’allevamento di animali.

Il sentiero di collegamento

Un sentiero, recentemente sistemato e provvidenzialmente assicurato con una corda fissa, scende lungo la ripida scarpata sottostante e consente di entrare con l’aiuto di alcuni gradini in un lungo sotterraneo: un corridoio collega una successione di vani, divisi da sottili pareti di tufo, ciascuno dotato di un’ampia finestra o una porta aperta sul fosso.

L’ingresso gradinato

Il vano d’ingresso è collegato da una scala a un locale sotterraneo. Il vano successivo ha nel fondo due crogioli con una canaletta di spurgo sul pavimento. I locali che seguono mostrano i segni di geometrici recinti interni dello stabulario e un sistema di canalette di drenaggio dei liquami.

Le stalle

Abbondano le attaccaglie sui muri separatori, i fori predisposti per ospitare i pali orizzontali e i recinti divisori interni, le mangiatoie, le piccole nicchie sulle colonne di sostegno della volta e sui muri divisori. Si può ipotizzare che questo lungo sotterraneo fosse adibito a stalla e che fosse dotato di un deposito di fieno e biade e di un laboratorio artigiano.

La piazzetta

Il sentiero in discesa sfocia ora su una piazzetta sulla quale si aprono ad arco quattro cavità di diversa profondità. Un convicinio o un claustro rupestre, con locali residenziali, uno spazio comune e i servizi privati (nicchie, armadi a muro, panche, silos, cisterne, alcove). Si può ipotizzare che questo fosse il piccolo cenobio, con le celle disposte intorno al ‘chiostro’.

Volto aureolato

Il locale successivo è il più sorprendente, considerando la natura trogloditica e selvaggia del contesto. Sulle pareti affiorano nella penombra i resti di antichi affreschi. Un bel viso di santo con l’aureola dorata. Maria col bambino benedicente in grembo tra due angeli. E sulla parete di fianco l’intonaco steso sulla roccia con tracce di un altro dipinto. Siamo nel Sacro Speco dell’insediamento rupestre, il luogo della preghiera e della meditazione.

Il forno

Progredendo nella discesa, tra altri ambienti residenziali, troviamo un sito che doveva essere il forno della comunità. Saliti alcuni gradini, si trova infatti un ambiente semicircolare con l’intaglio che ospitava il ripiano per la lavorazione e la cottura, la stufa rupestre con il foro di eliminazione del fumo, la cella circolare foderata di malta.

I loculi del piccolo cimitero

Giunti sul fondo del fosso, a quota 332 metri, troviamo il piccolo cimitero rupestre, con una decina di loculi scavati orizzontalmente nel banco. Altre grotte, probabilmente ampliate e regolarizzate in tempi più recenti, sono utilizzate come deposito e ripostiglio. Accanto al rio che scorreva sul fondo, si trovano altri percorsi sterrati che risalgono longitudinalmente la valletta.

Il Fosso Fontana La Goccia e l’ambiente dell’escursione

(L’escursione è stata effettuata il 7 aprile 2017)