Francia. Il sentiero dei Dolmen di Fieux

Il Quercy francese è una regione cerniera tra il mondo atlantico e il mondo mediterraneo e ospita un impressionante addensamento di tombe megalitiche. Nel solo dipartimento del Lot sono stati censiti almeno seicento Dolmen e una ventina di Menhir tutti risalenti all’epoca preistorica, 5500 anni fa. Mentre i menhir sono pietre allungate, signacoli piantati nel terreno e puntati verso l’alto, i dolmen sono camere collettive destinate ai morti. Dolmen è un termine composto, derivante dal bretone dol (tavola) e men (pietra). Indica un monumento funerario a tumulo strutturato in una camera sepolcrale protetta lateralmente da lastre di pietra alzata e coperta da un’ampia tavola di pietra.

Pannello informativo

Un sentiero ben segnalato e dotato di pannelli informativi a cura del Parco naturale regionale Causses du Quercy collega tra loro alcuni Dolmen e va alla scoperta di questi impressionanti monumenti dispersi nei campi, sotto gli alberi e ai margini del bosco. L’itinerario è lungo 6,7 km, con un dislivello molto limitato e un tempo di percorrenza di circa due ore e mezza.

Il Dolmen Barrières n. 1

I primi Dolmen che incontriamo sul percorso hanno perduto la copertura di pietra, riutilizzata nei vicini villaggi, e conservano solo gli ortostati di sostegno, ovvero le lastre laterali di pietra infisse nel terreno.

La Pierre Levée

Ben più impressionante è il Dolmen della “Pierre Levée”, uno dei più maestosi di tutto il Lot, con un tumulo di 25 metri di diametro. La tavola di pietra che copre il tumulo ha forma rettangolare e pesa all’incirca venti tonnellate.

Il Dolmen Barrières n. 2

Ma il Dolmen più ‘bello’ è certamente il Barrières n. 2, somigliante a un altare preistorico, che ha la lastra di copertura sorretta soltanto da due ortostati. I Dolmen sono oggetto di suggestive leggende: sono stati considerati di volta in volta come tombe di giganti e are per cruenti sacrifici umani; oppure sono additati come un luogo notturno di apparizione di fantasmi e revenants, di fate e di streghe, di gemiti e luci crepuscolari, di sabba danzanti nelle notti di tempesta. Più scientificamente, sono monumenti che continuano ad appassionare gli archeologi e gli antropologi grazie anche ai nuovi strumenti di ricerca scientifica come la ricostruzione tridimensionale e le prospezioni geofisiche.

La mappa del sentiero dei Dolmen

Il percorso dei Dolmen può essere abbinato alla visita del villaggio abbandonato di Barrières e dell’Archeosito dei Fieux, nato su una struttura ipogea preistorica affrescata, e funzionante come parco didattico.

(Ho percorso il Sentiero dei Dolmen il 4 luglio 2017)

Albania. Il Parco archeologico di Butrinto

Butrinto è veramente un posto piacevole. Si cammina tra le antiche rovine all’ombra di un bosco e sulle rive di un lago, di fronte a estesi panorami di terra e di acqua. Un luogo dove la simbiosi tra natura e storia è perfetta. E dove la storia si prolunga per duemila anni. Abitato già in epoca preistorica, vi prosperarono una colonia greca, una città romana (Buthrotum) e un insediamento bizantino, fino all’abbandono in età medievale a causa dell’impaludamento. Spopolatasi completamente, rimase dimenticata nei secoli della dominazione turca fino agli anni Venti del Novecento, quando il giovane archeologo italiano Luigi Maria Ugolini eseguì i primi scavi esplorativi.

Il Parco di Butrinto

Oggi Butrint è il più importante sito archeologico albanese. Dal 1992 è Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco e dal 2000 è protetto da un Parco nazionale. Situato all’estremo meridionale della costa albanese, sorge su un basso promontorio che s’insinua tra il mar Jonio e un lago costiero, collegati tra loro dal canale Vivari. Di fronte si staglia il profilo della grande isola greca di Corfù.

Enea a Butrinto

La fuga di Enea da Troia (Federico Barocci, 1598, Roma, Galleria Borghese)

La città di Butrinto è ricordata da Virgilio nel terzo libro dell’Eneide. Abbandonata Troia in fiamme, Enea, con il padre Anchise, il figlio Ascanio e i suoi compagni, costeggia la Tracia, visita l’isola di Delo, le isole Strofadi infestate dalle Arpie e il porto di Azio; dopo aver costeggiato l’Epiro sbarca a Buthrotum e scopre che su quella città regna Èleno, figlio di Priamo, sposato con Andromaca. La coppia accoglie affettuosamente Enea in questa città che riproduce in miniatura la nativa Troia, con una piccola rocca chiamata Pergamo e un fiumicello nominato Xanto. E grazie a Èleno che interroga Febo Apollo, Enea riceve il vaticinio favorevole sul suo viaggio verso l’Italia: passerà la Sicilia, traverserà il mar Tirreno, toccherà il lago Averno e l’isola di Circe e sbarcherà infine a Lavinio. Questa fonte letteraria classica e gli esiti degli scavi a Butrinto curati dalla Missione archeologica italiana negli anni Venti-Trenta divennero funzionali alla propaganda italiana del fascismo che cercava una giustificazione storica per fondare il proprio diritto ad annettersi l’Albania.

Il percorso di visita

La torre veneziana

La Torre veneziana di età quattrocentesca introduce le mura della città, realizzate con criteri antisismici alternando fila di grandi blocchi di pietra a strati di pietre più piccole, senza uso di malta.

Il santuario di Esculapio

Sul pendio dell’acropoli è visibile il Santuario di Asclepio (o Esculapio), il dio greco della medicina, sorto in un’area termale. I fedeli ritenevano l’acqua miracolosa e frequentavano il santuario per curarsi, per poi lasciare ex-voto alla divinità e monete ai suoi sacerdoti.

Le gradinate del teatro

Il Teatro risalirebbe al terzo secolo avanti Cristo, costruito forse durante il regno di Pirro, re dell’Epiro. La cavea, o la gradinata dove si sedeva il pubblico, fu intagliata direttamente nella rupe della collina alla maniera greca. La scena fu ampliata in epoca romana. Gli spettatori potevano essere anche 1500, a testimonianza della grandezza e della ricchezza economica e culturale di Butrinto.

L’edificio termale

Le Terme furono costruite alla fine del secondo secolo dopo Cristo. L’area scavata mostra l’apodyterium (lo spogliatoio), un bagno pubblico e una camera calda con una piscina semicircolare.

L’Agorà

In successione si percorre l’Agorà, il centro civico e commerciale della città, scavato solo parzialmente.

Il Ginnasio

L’edificio noto come il Ginnasio è in realtà una struttura pubblica ancora enigmatica. Più che una palestra potrebbe essere stata una biblioteca. Durante il medioevo fu trasformato in chiesa.

Il Palazzo Triconca o delle tre absidi

Il Palazzo delle tre absidi è una dimora privata costruita nel quarto secolo e ingrandita nel 425. Aveva un ingresso direttamente sul lago e un secondo ingresso dal lato urbano. Sul lato orientale venne costruito un triclinium, grande camera da pranzo a tre absidi, destinata ai banchetti che il clarissimus padrone di casa imbandiva in onore degli ospiti.

Il Battistero

Il Battistero è una costruzione in stile paleocristiano del sesto secolo con sedici colonne di granito che compongono due centri concentrici. Al centro è la vasca del battesimo a immersione, alimentata con acqua calda da un sistema di tubature ancora visibili. L’attrazione maggiore è il mosaico pavimentale circolare, normalmente non visibile perché coperto di sabbia per ragioni di conservazione. Solo grazie alle fotografie si possono osservare gli animali allegorici, la simbologia catecumenale ed eucaristica, i motivi decorativi di tipo geometrico e floreale.

La basilica paleocristiana

Altro monumento dell’epoca paleocristiana è la grande Basilica del sesto secolo, a tre navate divise da alti muri in pietra. In epoca medievale fu più volte modificata. Il pavimento è costituito da lastre di pietra nelle navate e da mosaici nella zona absidale.

La porta Scea o del lago

La Porta del Lago si apre nelle mura orientali e mostra il suo elegante disegno ellenistico. L’archeologo italiano Luigi Maria Ugolini la ribattezzò Porta Scea, la principale porta di Troia, varcata da Enea durante il suo viaggio verso l’Italia Il terzo libro del poema di Virgilio narra lo sbarco di Enea a Butrinto: Entrammo al fine ne la picciola Troia, e con diletto un arido ruscello, un cerchio angusto sentii con finti e rinomati nomi chiamar Pergamo e Xanto; e de la Scea porta entrando abbracciai l’amata soglia. Così fecero i miei, meco godendo l’amica terra, come propria e vera fosse lor patria (Eneide, III, 569-577).

La porta del leone

L’architrave della Porta del Leone è decorato da un bassorilievo che mostra un leone che azzanna alla gola un toro.

Il busto di Agrippina

Dalla porta, seguendo le mura, si sale all’acropoli della cittadella. Sulla sommità è il Castello veneziano. L’interno ospita un museo che raccoglie tutti i reperti ritrovati nella zona. Dal piazzale si gode una bella vista panoramica sul lago di Butrinto e il canale Vivari.

Il lago costiero di Butrinto

(Ho visitato Butrinto il 21 giugno 2017)

Abruzzo. La cascata e le antiche pietre di Borrello

Siamo nella media valle del fiume Sangro. Si traversa più volte il confine tra l’Abruzzo e il Molise, saltellando tra un paese e l’altro e varcando i limiti amministrativi delle province di Aquila, Chieti e Isernia. Il confine creato cinquant’anni fa non divide, ma semmai unisce territori omogenei e storicamente legati. Dal fondovalle risaliamo le curve che ci portano agli ottocento metri di quota del pianoro di Borrello. Come tanti altri paesi nei dintorni, Borrello è aggrappato a uno spuntone roccioso, che da queste parti chiamano ‘pesco’.

Panorama di Borrello

La principale attrattiva di Borrello sono le Cascate del Verde, protette da una Riserva naturale regionale gestita dal WWF. Sono le Cascate naturali più alte d’Italia, frutto del triplice salto delle acque del fiume Verde, un affluente di destra del Sangro. Si possono ammirare nella loro forma e nella loro bellezza durante tutto l’arco dell’anno, ma la portata massima delle acque è tipica dei mesi primaverili. Da Borrello si segue la strada per Rosello e dopo circa un km si devia a sinistra per raggiungere l’ingresso, con l’infopoint, la biglietteria e i servizi dell’Oasi. Percorsi i primi cento metri, ci si trova a un bivio.

La cascata del Verde

Se si segue il ramo di sinistra ci si trova su un percorso protetto che raggiunge tre distinti punti di osservazione sulle cascate. Il punto migliore di osservazione è il terzo, il più basso, che si raggiunge scendendo una rampa di oltre duecento gradini all’ombra di un bosco di aceri, lecci, roverelle e abeti bianchi. Il posto è di grande suggestione. La risalita è ovviamente più prosaica e faticosa. Tornati al bivio, si segue il ramo di destra e in meno di un km si giunge all’Osservatorio, una terrazza panoramica dalla quale si domina la valle del Sangro e la corona di monti Frentani con i paesi vicini.

La media valle del Sangro

Altro motivo d’interesse di Borrello sono le casitte, le capanne in pietra a secco che si rintracciano nel bosco del Montalto e nelle radure dei dintorni. Questa forma di architettura spontanea, combinata con i muretti a secco e i terrazzamenti alle pendici del Montalto, potrebbe avere anche una storia importante come attesta una ricerca archeologica in corso. La ricerca ipotizza che le strutture presenti sul Montalto siano riferibili a un complesso posto a difesa e a controllo della via che provenendo da Trebula (l’attuale Quadri) risaliva la valle del Sangro e si dirigeva verso sud dividendosi nei due rami alla base del Montalto; l’insediamento antico godeva di una posizione strategica di rilievo, con una comunità stanziale ricordata da una necropoli monumentale.

Muraglione di pietra nel bosco del Montalto

Il primo nucleo di casitte si trova alle pendici del Montalto a 620 m di quota. Si suggerisce di chiedere in paese l’aiuto di persone esperte dei luoghi, non tanto per il rischio di perdersi, quanto per evitare la frustrazione di ricerche infruttuose nel fitto bosco. Nel mio caso ho trovato persone molto disponibili e prodighe d’informazioni. Utilissima è anche la “passeggiata al Bosco di Montalto” raccontata sul web da Angelo Ferrari. Usciti da Borrello sulla via di Rosello, dopo le ultime case, si devia a destra all’altezza di un fontanile; superato il campo sportivo, presso il cartello della cooperativa Leoreadi, la strada devia a destra passando davanti alla Casa del pastore.

La Capanna del Pastore

Più avanti, superato un cancello, occorre fare attenzione a una stradina che entra a sinistra nel bosco, tra due muretti di pietra (1,1 km dal fontanile). Si sale a piedi sul largo e ombroso stradello, tra muraglioni e macere di pietre, fino a una sbarra verde che chiude un fondo sulla sinistra.

Casitta nel bosco

Lasciato lo stradello si sale a destra nel bosco seguendo i recinti di pietra che terrazzano gli antichi fondi. Un muraglione più alto che segue la cresta del monte può farci da riferimento. Scopriamo qui un nucleo di capanne di pietra, isolate o addossate ai muretti, ancora integre, pur se interrate o parzialmente franate. Tornati alla stradina e percorso un breve tratto si osserva più in basso sul pendio a sinistra una casitta isolata, di dimensioni più ampie e ancora integra pur se pericolante.

La Capanna Simonetta, oggi Nelli

All’interno, su una roccia del pavimento, è inciso l’anno di probabile costruzione (1908) e l’iniziale del proprietario del tempo (Simonetti). Il manufatto e il fondo sono oggi di proprietà della famiglia Nelli. Gli anziani raccontano che in questi ripari, durante la seconda guerra mondiale, trovarono rifugio gli abitanti del paese per sfuggire ai bombardamenti, alle requisizioni e ai pattugliamenti armati lungo la linea Gustav.

La sigla del proprietario e l’anno di costruzione

Un altro esemplare molto interessante di capanna di pietra è il Casino di Pampino. Occorre proseguire in macchina (o a piedi) sulla strada asfaltata che aggira il Montalto, incrocia sulla sinistra un’altra strada che riporta a Borrello e raggiunge un’ampia rotonda dove si parcheggia.

L’interno del Casino Pampino

Pochi metri sulla strada che si dirige a est lungo la linea del confine regionale, tra il bosco di Vallazzuna e il piano Ciavarrello, portano a individuare sulla destra la capanna di pietra, la cui copertura a tholos è caduta. Le dimensioni della capanna sono notevoli, tali da ospitare un nucleo familiare, come effettivamente accadde durante la guerra. Si osservano le aperture esterne e i piccoli vani interni ricavati tra le pietre e destinati a riporvi gli oggetti di uso domestico.

La capanna della radura

Altre capanne di pietra sono distribuite nei dintorni. Pur se crollata, è interessante visitare la capanna che sorge al margine di un’ampia radura un tempo coltivata. Sulla via di Quadri, cinquecento metri dopo il cimitero, una ripida stradina scende verso la radura, guada il fosso e risale brevemente; la casitta è nascosta tra i primi alberi del bosco e attesta la sua antica funzione di servizio al pascolo e all’agricoltura di montagna.

Edificio rurale ristrutturato

(L’escursione è stata effettuata il 9 giugno 2017)

Abruzzo. I segni del paesaggio agro-pastorale di Collepietro

Collepietro è il paese che chiude a sud-est il lungo altopiano di Navelli, nell’Aquilano. L’antico Collis Petri, con le case del centro storico aggrumate sulla cima rotonda del colle, era un paese-sentinella sulle due storiche strade che lo attraversavano: in alto la via degli armenti, il regio tratturo Centurelle-Montesecco, bretella del Tratturo Magno; in basso la romana via Claudia Nova, diventata poi la statale 17 dell’Appennino abruzzese. Oggi però gli armenti non percorrono più da tempo lo storico tratturo e il traffico della statale 17 è stato dirottato sulla veloce fondovalle del Tirino. Con il risultato che Collepietro rischia di diventare un borgo marginale, tagliato fuori dai traffici, sconosciuto ai più. Malinconica fine per un villaggio che un tempo aveva fatto parte del castaldato valvense e che aveva dignitosamente partecipato alla fondazione della città dell’Aquila. E poiché i guai non vengono mai soli, si sono aggiunti in tempi recenti il furioso incendio del 2007 che ha sconvolto il paesaggio vegetale e il terremoto aquilano del 2009 che ha scosso gli edifici di pietra.

Capanna di pietra

Collepietro merita dunque almeno il risarcimento di una visita affettuosa. Si può andare alla scoperta dei segni del paesaggio agro-pastorale: il tratturo, i cippi, le capanne di pietra, gli ovili e gli stazzi, i recinti dei fondi, i pagliai, i muretti dei terrazzamenti, le macère. Collepietro gioca un suo ruolo rilevante in quest’archeologia del paesaggio. I suoi abitanti hanno guardato al monte e al piano. Giù nella valle ci sono i campi coltivati, la terra, l’acqua, le case rurali, le vie lineari, le stalle e i fienili. In alto ci sono le pietre, i ginepri, i recinti di pietra, i muretti, i campicelli d’altura, le tortuose mulattiere, i fossi, le capanne pastorali; e oggi anche la bonifica ambientale e il rimboschimento. Quel che proponiamo è un vagabondaggio tra questi molteplici punti d’interesse, uno scouting del territorio, più che una classica escursione in montagna.

La mappa dei sentieri di Collepietro

L’asse di riferimento della passeggiata è il percorso del Regio Tratturo. Partendo dalla chiesa dedicata alla Madonna del Buon Consiglio che sorveglia Collepietro, si segue il tratturo fino alla Serra di Navelli. Il percorso è facile e panoramico, pur se in salita, e segue all’inizio una strada asfaltata che diventa poi una larga sterrata. La cresta della Serra va percorsa invece sull’evidente sentiero del tratturo. L’esplorazione si svolge senza un itinerario rigidamente prefissato, all’interno comunque dell’anello che una sterrata disegna intorno alle gobbe delle Tredici Rane, di Saline, di Falgiaro e di Collalto; la sterrata si dirama a destra del tratturo e vi ritorna con un percorso circolare. Siamo sul sistema di colli che separa la piana di Navelli dalla valle Tritana, dove sono le sorgenti del Tirino e Capestrano.

La chiesa del Buon Consiglio

La chiesa del Buon Consiglio

La chiesa si trova in posizione isolata fuori del paese, su un ‘riposo’ del tratturo. All’esterno è rinforzata da tre contrafforti per ciascun lato. Una breve scalinata sale al bel portale romanico, sormontato da una lunetta. Sul retro vi sono alcuni edifici di pertinenza, in parte in rovina. Ampio il panorama sulla valle di Sulmona e sulla piana di Navelli.

Il tratturo e il cippo

A Collepietro fa tappa il Regio Tratturo che proviene da Navelli e scende poi a Bussi sul Tirino. Dalla chiesa del Buon Consiglio, seguendo anche le segnalazioni, risaliamo i tornanti della stradina prima asfaltata e poi sterrata a nord del paese e seguiamo la cresta dei colli che fasciano a est l’altopiano. In questo tratto il percorso coincide con l’ippovia diretta a Capestrano. Giunti a un incrocio, lasciamo a destra sia la sterrata dell’anello (che seguiremo al ritorno), sia il percorso per Capestrano e imbocchiamo a sinistra (nord-ovest) il sentiero tratturale che risale la cresta della Serra. A quota 883 incontriamo il cippo che porta incisi la sigla RT (Regio Tratturo) e il numero progressivo (il 43). Con agevole salita raggiungiamo la piramide di pietre sul punto più alto, a quota 965. Il panorama comprende le due catene montuose maggiori del Gran Sasso e della Maiella.

In cima alla Serra, col Gran Sasso sullo sfondo

Lo stazzo del pastore 

Esattamente sulla vetta della Serra di Navelli possiamo osservare i muretti di pietra che circondano un antico stazzo. Questo spazio aperto era il ricovero notturno del gregge, dove le pecore pernottavano all’aperto, vigilate dai cani-pastore. All’estremità orientale è ancora visibile il recinto trapezoidale del mungituro, dove le pecore venivano canalizzate e munte dei pastori prima di entrare nello stazzo.

Lo stazzo della Serra

La struttura dello stazzo risulta più evidente dalla foto zenitale. Nei pressi, a quota 930, è ancora visibile la capanna di pietra a secco che costituiva probabilmente il ricovero del pastore. La volta è crollata, ma la struttura è ancora evidente.

La capanna del pastore

Le capanne di pietra

La capanna in località Tredici Rane

Scesi dalla Serra alla selletta dov’è l’incrocio di strade, imbocchiamo la sterrata diretta a est che aggira i colli di Tredici Rane, Falgiaro, Saline e Collalto. Queste alture mostrano un particolare addensamento di capanne in pietra a secco, poste a margine di piccoli fondi recintati. Le capanne sono subito visibili a destra della strada e poi sulle aree sommitali, raggiungibili grazie a una rete di stradelli e sentieri.

Capanna invasa dai rovi

Sono interamente costruite senza leganti, con pietre a secco sovrapposte e rastremate in alto. Sono generalmente di piccola e media dimensione, utilizzate come magazzino e rimessa degli attrezzi da lavoro. Le troviamo costruite su aree pianeggianti, ma anche aggrappate ai pendii. Purtroppo il loro stato di conservazione è cattivo: l’ingresso è assediato dai rovi e il terremoto ha causato il collasso soprattutto della cupola e dei portali.

Capanna crollata

I muretti di pietra

Campo terrazzato

Nelle stesse aree sono stati costruiti numerosi muretti di pietra. Ne vediamo alcuni di fattura molto semplice e grossolana. Ma spesso s’impongono alla vista muri di media altezza, alzati con grande abilità geometrica, combinando a secco pietre di varie dimensioni. La funzione di questi muretti è ovviamente quella di segnalare i confini dei fondi agricoli, delle aree di pascolo e degli stazzi. Ma i più ammirevoli sono quelli costruiti sui terreni in pendio a sostegno di terrazze di terreno coltivato. La gradinatura del declivio evita il dilavamento del terreno e il suo scorrere a valle e crea un paesaggio di ‘giardini pensili’.

Capanna sottofascia

Le macère

Una macèra

Questo termine indica i numerosi accumuli di pietre visibili ai margini degli appezzamenti agricoli e delle radure. Su questi colli le macère hanno spesso la base costruita con regolarità geometrica e con pietre più grandi. All’interno vi è il pietrame gettato disordinatamente dai contadini, frutto del loro metodico spietramento operato nelle particelle coltivate e nelle aree di pascolo.

I pagliai

A Collepietro sono visibili alcuni pagliai, edifici monocellulari a carattere elementare, col tetto a spiovente, destinati alla conservazione del fieno. Spesso sono costruiti sul pendio e sono allora articolati su due piani, fienile e stalla, con un doppio accesso, posteriore a monte e anteriore a valle.

I fontanili

Il fontanile

Sono vasche per l’abbeverata degli animali, dotate di acqua sorgiva, distribuite capillarmente lungo le vie armentizie, i pascoli, i riposi e nelle vicinanze delle masserie e degli stazzi. Nel piano sottostante Collepietro si può vedere un lungo fontanile a vasca, costruito accanto a un minuscolo lago.

La cisterna

Molto interessante è anche il rudere dell’antico pozzo-cisterna a servizio dell’irrigazione e degli allevamenti diffusi nella zona. Due pietre murate sul fronte dell’edificio riportano un’iscrizione e una data.

La taverna

La taverna di Collepietro

A lato della statale 17, al km 72, nei pressi del bivio per Collepietro, sono ancora ben visibili i ruderi dell’omonima taverna. La taverna è una presenza costante sul fianco delle strade, dove svolgeva la funzione di luogo di sosta e di ristoro e stazione per il cambio dei cavalli. Le taverne sono presenti con regolarità anche lungo i tratturi: sono osterie attrezzate con sale da pranzo a piano terra e camere da letto al piano superiore. Ma la caratteristica più tipica delle taverne tratturali è il cortile interno con le stalle per gli animali, cui si accede attraverso porte o archi dedicati e la disponibilità di acqua nei dintorni.

Per approfondire

L’escursione può essere preparata dalla lettura della ricerca condotta nel 2007 dalla cattedra di Archeologia medievale dell’Università dell’Aquila, curata da Fabio Redi e Lorella Di Blasio, dal titolo “Segni del paesaggio agro-pastorale. Il territorio del Gran Sasso – Monti della Laga e dell’Altopiano di Navelli” (Edizioni L’Una, L’Aquila, 2010). Le edizioni Exorma hanno pubblicato nel 2015 un magnifico volume collettivo, con un ricco corredo fotografico, dal titolo Abruzzo sul Tratturo Magno, curato da Letizia Ermini Pani. Il sottotitolo “ Borghi Archeologia Paesaggio Architettura Tradizioni Arte Transumanza” esplicita la varietà dei contributi raccolti e le declinazioni disciplinari degli specialisti coinvolti. Si può aggiungere la guida “Le vie della transumanza – Guida ai tratturi aquilani fra Gran Sasso e Sirente”, corredata da un’ottima carta in scala 1:40.000, scaricabile anche dal sito Tratturi e Cammini.

Letture consigliate

(Itinerario percorso il 24 marzo 2017)

Tuscia. Il villaggio rupestre di San Lorenzo a Vignanello

Il sito delle grotte di San Lorenzo non è tra i più celebrati della Tuscia. Anzi, per la verità, è praticamente sconosciuto. Ignoto persino agli arboricoltori del luogo che curano con passione e impegno i noccioleti e gli oliveti dei dintorni. Tuttavia i ricercatori che lo hanno studiato definiscono questo villaggio rupestre come una “laura”, ovvero un piccolo insediamento monastico organizzato sul lavoro agricolo, una realtà autosufficiente, con disponibilità di acqua, prossima alle vie di comunicazione e tuttavia mimetizzata sulla parete di una valletta. Un nucleo abitato che comprende la necropoli, i depositi di derrate, gli ambienti residenziali domestici, la cappella, le stalle e gli ambienti rustici per il lavoro dei prodotti dei campi. Se aggiungete la presenza di affreschi, trovate più di un motivo per organizzare un’interessante passeggiata di archeologia medievale.

Passaggio in grotta

Il punto di partenza della visita è l’incrocio al km 5,7 della strada provinciale n. 26 “Vignanellese” che collega Fabrica di Roma e Vignanello, a pochi metri dall’ingresso di una centrale elettrica. A piedi, o anche in auto, si lascia la provinciale e si segue la stradina in direzione ovest (destra, per chi proviene da Vignanello; sinistra, per chi proviene da Fabrica). Dopo 450 metri si tocca una casa diroccata con un oculo in alto; si prosegue sulla sterrata per altri 150 metri, lungo il bordo del Fosso Fontana la Goccia, giungendo in vista di una casa rurale bianca con le porte verdi. Pochi metri prima di questa, un sentierino scende brevemente a sinistra, lungo la scarpata del fosso, e raggiunge un terrazzino erboso.

Le grotte di San Lorenzo

Siamo sulla parete settentrionale del fosso, esposta a meridione. La quota è di 362 metri. Qui troviamo la prima serie di grotte, scavate nella parete di tufo. Le grotte denunciano un utilizzo ancora recente e sono spesso ingombre di materiale. Una ha una mangiatoia scavata nel vano laterale.

Grotta con l’ingresso parzialmente tamponato

Una seconda, con l’ingresso tamponato da blocchetti di tufo, conserva ancora la porta di legno e ospita un piccolo forno in parete. Nell’intervallo tra due grotte troviamo una vasca scavata nella parete, utilizzata come lavatoio o abbeveratoio.

Vasca scavata nel tufo

Possiamo ipotizzare che questo primo nucleo di grotte costituisse una piccola fattoria rupestre a servizio dell’agricoltura e dell’allevamento di animali.

Il sentiero di collegamento

Un sentiero, recentemente sistemato e provvidenzialmente assicurato con una corda fissa, scende lungo la ripida scarpata sottostante e consente di entrare con l’aiuto di alcuni gradini in un lungo sotterraneo: un corridoio collega una successione di vani, divisi da sottili pareti di tufo, ciascuno dotato di un’ampia finestra o una porta aperta sul fosso.

L’ingresso gradinato

Il vano d’ingresso è collegato da una scala a un locale sotterraneo. Il vano successivo ha nel fondo due crogioli con una canaletta di spurgo sul pavimento. I locali che seguono mostrano i segni di geometrici recinti interni dello stabulario e un sistema di canalette di drenaggio dei liquami.

Le stalle

Abbondano le attaccaglie sui muri separatori, i fori predisposti per ospitare i pali orizzontali e i recinti divisori interni, le mangiatoie, le piccole nicchie sulle colonne di sostegno della volta e sui muri divisori. Si può ipotizzare che questo lungo sotterraneo fosse adibito a stalla e che fosse dotato di un deposito di fieno e biade e di un laboratorio artigiano.

La piazzetta

Il sentiero in discesa sfocia ora su una piazzetta sulla quale si aprono ad arco quattro cavità di diversa profondità. Un convicinio o un claustro rupestre, con locali residenziali, uno spazio comune e i servizi privati (nicchie, armadi a muro, panche, silos, cisterne, alcove). Si può ipotizzare che questo fosse il piccolo cenobio, con le celle disposte intorno al ‘chiostro’.

Volto aureolato

Il locale successivo è il più sorprendente, considerando la natura trogloditica e selvaggia del contesto. Sulle pareti affiorano nella penombra i resti di antichi affreschi. Un bel viso di santo con l’aureola dorata. Maria col bambino benedicente in grembo tra due angeli. E sulla parete di fianco l’intonaco steso sulla roccia con tracce di un altro dipinto. Siamo nel Sacro Speco dell’insediamento rupestre, il luogo della preghiera e della meditazione.

Il forno

Progredendo nella discesa, tra altri ambienti residenziali, troviamo un sito che doveva essere il forno della comunità. Saliti alcuni gradini, si trova infatti un ambiente semicircolare con l’intaglio che ospitava il ripiano per la lavorazione e la cottura, la stufa rupestre con il foro di eliminazione del fumo, la cella circolare foderata di malta.

I loculi del piccolo cimitero

Giunti sul fondo del fosso, a quota 332 metri, troviamo il piccolo cimitero rupestre, con una decina di loculi scavati orizzontalmente nel banco. Altre grotte, probabilmente ampliate e regolarizzate in tempi più recenti, sono utilizzate come deposito e ripostiglio. Accanto al rio che scorreva sul fondo, si trovano altri percorsi sterrati che risalgono longitudinalmente la valletta.

Il Fosso Fontana La Goccia e l’ambiente dell’escursione

(L’escursione è stata effettuata il 7 aprile 2017)

Via Appia. San Paolo alle Tre Taverne e al Foro Appio

San Paolo si era imbarcato a Cesarea per uno sfortunato viaggio in mare funestato da un naufragio sulle coste di Malta. Era detenuto in attesa di giudizio. Un centurione lo conduceva al tribunale dell’imperatore a Roma dove lo attendeva il processo per l’accusa di aver provocato gravi disordini a Gerusalemme. Con una seconda nave erano poi ripartiti da Malta, avevano sostato a Siracusa e Reggio ed erano sbarcati nel porto di Pozzuoli. Dopo una settimana di sosta si erano rimessi in viaggio, questa volta via terra. Avevano percorso la Via Campana fino a Capua e lì avevano imboccato la Via Appia. La comunità cristiana di Roma aveva saputo in anticipo dell’arrivo di Paolo e gli aveva mandato incontro una delegazione che lo accogliesse, gli desse il benvenuto e gli testimoniasse l’affetto che il grande apostolo meritava, anche se egli giungeva incatenato e scortato dai soldati. I christifideles romani si spinsero fino a cinquanta chilometri dalla città, alla stazione della Via Appia chiamata Tres Tabernae. Qualcuno arrivò anche più lontano, al Forum Appii. San Paolo ne fu commosso e confortato e si persuase che il messaggio cristiano aveva ormai in Roma radici profonde. Il suo amico Luca racconta l’arrivo di Paolo in Italia nel libro degli Atti degli Apostoli: Approdammo a Siracusa, dove rimanemmo tre giorni. Salpati di qui, giungemmo a Reggio. Il giorno seguente si levò lo scirocco e così l’indomani arrivammo a Pozzuoli. Qui trovammo alcuni fratelli, i quali ci invitarono a restare con loro una settimana. Quindi arrivammo a Roma. I fratelli di là, avendo avuto notizie di noi, ci vennero incontro fino al Foro di Appio e alle Tre Taverne. Paolo, al vederli, rese grazie a Dio e prese coraggio (Atti 28, 12-15).

La Via Appia

Se volessimo ripercorrere i passi di San Paolo e rivedere i luoghi dei suoi due incontri con i cristiani di Roma, cosa troveremmo oggi, trascorsi due millenni di storia?

Il diverticolo dell’Appia a Tre Taverne

Sorprendentemente la Via Appia è ancora al suo posto, perfettamente sovrapposta al tracciato dell’antica regina viarum. Certo, oggi l’asfalto sostituisce i basoli romani e due file di pini marittimi segnano a perdita d’occhio i margini della strada. Ma la “fettuccia” tra Cisterna e Terracina segue ancora il percorso perfettamente lineare che era stato progettato da Appio Claudio trecento anni prima della nascita di Cristo. Non solo. Il canale che raccoglie le acque della bonifica e costeggia fedelmente l’Appia odierna è ancora il canale Decennovium che i Romani avevano scavato per evitare l’impaludamento della strada e che correva parallelo all’Appia per una lunghezza di diciannove miglia, da Forum Appii a Terracina.

Intorno all’Appia, invece, è successo di tutto. Dopo il tramonto di Roma le acque si erano impadronite della pianura e si erano impaludate. La malaria rendeva la vita impossibile per molti periodi dell’anno. Successive bonifiche avevano restituito la terra a un’agricoltura redditizia. I borghi di fondazione sorti dopo la bonifica di Mussolini si erano popolati di coloni veneti. Un brandello del paesaggio delle paludi pontine è oggi protetto dal parco nazionale del Circeo. La ferrovia e nuove strade solcano la piana pontina. Sarà possibile ritrovare le reliquie paoline di duemila anni fa? C’è ancora traccia delle Tres Tabernae e del Forum Appii?

Le Tre Taverne

L’antica stazione di sosta di Tres Tabernae sulla via Appia sta progressivamente riemergendo dall’oblio che l’aveva avvolta, grazie a uno scavo archeologico in corso. Si trova, com’è logico, sul bordo dell’attuale strada statale, che qui semplicemente si sovrappone al vecchio basolato della regina viarum. Lo scavo, segnalato da un pannello, è localizzato all’altezza del km 58,1 dell’Appia, alla periferia sud di Cisterna di Latina, di fronte a una casa cantoniera. Se il cancello è chiuso, l’area resta comunque visibile percorrendone il recinto esterno.

L’area archeologica delle Tre Taverne

I romani vi avevano realizzato tutto quello di cui avevano ragionevolmente bisogno le persone affaticate e stanche per il viaggio: un confortevole luogo di sosta, i bagni, un ristoro, la stazione di cambio dei cavalli, il posteggio, un albergo per la notte. Mutatis mutandis, la mansio romana somigliava molto alle stazioni di servizio che oggi troviamo sulle nostre autostrade. Ed ecco, disseppellite dagli archeologi della Soprintendenza, le memorie delle Tre Taverne: una derivazione della strada, in basoli di calcare, fornita di marciapiede e di slargo utile per la manovra dei carri; un piccolo impianto termale; un pozzo e una cisterna per l’acqua; i locali di servizio.

L’impianto termale

L’originalità della scoperta è però il quartiere residenziale che si affiancò nel tempo alla statio. Lungo un corridoio si aprono alcuni ambienti residenziali dotati di raffinati pavimenti a mosaico, con motivi geometrici e vegetali. Nelle vicinanze spicca un grande edificio di prestigio della tarda età antonina (circa 180 dopo Cristo) con una sontuosa sala per i banchetti. Possiamo immaginare che San Paolo vi abbia trovato la gioia dell’amicizia dei suoi fratelli nella fede giunti da Roma ad accoglierlo, ma anche il conforto di una comoda sosta.

Un pavimento a mosaico

 

Il Foro Appio e il Borgo Fàiti

Su Forum Appii il tempo ha steso un velo di terra e di oblio. Ma l’antico villaggio dà talvolta qualche segnale della sua vita remota e si diverte a rilasciare indizi della sua storia. Dal sottosuolo fanno capolino frammenti di ceramica, ex-voto, tegole, coppi, mattoni, cocci d’anfora. E così il gradiometro e le prospezioni geofisiche degli archeologi hanno recentemente individuato nel sottosuolo la presenza di magazzini, di un porto fluviale, di una stazione di sosta, di un santuario, di un panificio, di laboratori per la produzione artigianale di ceramiche e metalli.

Le ricerche archeologiche a Foro Appio

Grazie a queste informazioni si può ragionevolmente affermare che l’insediamento sia stato fondato alla fine del quarto o all’inizio del terzo secolo avanti Cristo, contemporaneamente alla costruzione della Via Appia; è stato abitato fino alla fine del quinto o l’inizio del sesto secolo dopo Cristo e poi abbandonato a causa dell’impaludamento medievale. Forum Appii era così una delle varie stazioni di sosta (stationes) lungo il percorso dell’Appia, come Tres Tabernae (nei pressi di Cisterna di Latina), Tripontium (odierno Tor Tre Ponti), Ad Medias (attuale Mesa di Pontinia). Orazio vi aveva fatto tappa nel suo viaggio in compagnia del poeta greco Eliodoro e aveva notato – nella sua Satira quinta – come Forum Appii fosse brulicante di barcaioli e di osti malandrini (inde Forum Appi differtum nautis cauponibus atque malignis).

La lapide in memoria di San Paolo

In attesa che gli archeologi riscoprano quel che resta del Forum Appii, la memoria della sosta di San Paolo è oggi affidata al Borgo Fàiti, sorto a ridosso dei resti del villaggio romano. Il piccolo borgo rurale fu costruito dall’Opera Nazionale Combattenti durante l’appoderamento delle paludi pontine bonificate e fu inaugurato nel 1933. Vi s’insediarono coloni di provenienza veneta, friulana e ferrarese, ai quali vennero assegnati i poderi bonificati, dapprima coltivati in regime di “dipendenza” dall’Onc, e successivamente riscattati in proprietà dagli stessi coloni assegnatari. Siamo al km 72 dell’Appia, alla confluenza del fiume Cavata e all’incrocio con la statale dei Monti Lepini. Al borgo si accede grazie a due ponti sul Canale Linea Pio. Le abitazioni si distribuiscono intorno alla piazza, alla chiesa e alla scuola. Da apprezzare sono il monumento alle vittime del terrorismo, alcuni casali rurali d’interesse storico e una settecentesca stazione di posta (oggi hotel).

La rievocazione in costume

Una lapide sulla facciata della chiesa, collocata nel 1961, ricorda il passaggio dell’apostolo a diciannove secoli esatti dal suo incontro con la comunità cristiana di Roma. La gente del borgo organizza annualmente una rievocazione storico-religiosa dell’incontro tra San Paolo e i fedeli romani con ambientazioni, scenografie, costumi e sapori dei tempi antichi.

San Paolo nella rievocazione di Borgo Faiti

(La ricognizione è stata effettuata il 5 maggio 2017)

Tuscia. L’eremo rupestre di San Leonardo

Una testuggine che copre col suo guscio di tenera roccia un sacro speco intrecciato a più domestiche cavità. Un’aula ecclesiale scoperchiata, aperta a oriente, sulla prua di un promontorio roccioso incuneato tra due fossi. L’eremo rupestre di San Leonardo è il frutto dell’ora et labora di una piccola comunità di abili cavatori di tufo, sapienti interior designers, integratori delle forme economiche elementari, amanti dell’umbratilis vita dei boschi.

Siamo sul cratere del vulcano di Vico, tra i monti Cimini. La vista spazia a occidente sulla caldera vulcanica che ospita le acque del lago di Vico e una delle più belle riserve naturali del Lazio; a oriente il grande spazio della valle del Tevere, con le sue forre, i calanchi e i borghi della Tuscia rupestre. Dai monasteri di valle forse salivano quassù nuclei di monaci desiderosi di vivere periodi di vita solitaria e di ascesi a contatto con la natura del bosco.

L’eremo rupestre di San Leonardo

San Leonardo è nel territorio comunale di Vallerano. Diverse sono le strade rurali che salgono al poggio dal capoluogo, da Carbognano, dal santuario del Crocifisso e dai paesi del cratere. Una passeggiata a piedi può comunque iniziare direttamente dalla strada provinciale n. 1 “Cimina”. All’altezza del km 12,7 una breve deviazione conduce alla località di Poggio San Vito (quota 800) e a un trivio. Qui si parcheggia. A piedi si va in discesa sulla sterrata di destra (sud-est) che transita davanti ad alcune case ed entra nel bosco. Dopo circa un km, la carrareccia termina a T su una seconda sterrata; qui si va a sinistra (nord) in una zona di taglio del bosco. Cinquecento metri più avanti troviamo sulla destra la diramazione ci porta a San Leonardo; la stradina su fondo di cemento percorre in discesa per circa un km la cresta del colle, traversando un ampio castagneto e termina all’eremo. A piedi avremo impiegato circa quaranta minuti con un dislivello in discesa di 200 metri.

L’interno

Il complesso rupestre si articola su tre livelli sovrapposti.

Il livello più alto è all’aperto e consiste nella calotta sommitale tondeggiante che prosegue in modo sfalsato nell’aula della chiesa scavata nella roccia.

La calotta di roccia

La calotta presenta alcune cavità superficiali e delle canaline incise per il drenaggio dell’acqua piovana.

La chiesa

Alcuni gradini intagliati nella pietra scendono all’abside posteriore della chiesa. Accessibile anche dall’ingresso anteriore, la chiesa ha la navata unica protetta da due pareti di roccia e l’abside perfettamente curva, intagliata con cura nel banco roccioso della calotta. Cubi di pietra (forse un’iconostasi) e un gradino separano l’aula ecclesiale dal presbiterio. Nel naos è scavata una tomba rupestre di forma rettangolare che aveva un tempo una pietra di copertura. Una scalinata scende ai locali sottostanti.

L’ingresso

L’ingresso principale alla zona residenziale, che costituisce la parte più cospicua dell’insediamento rupestre, è sul versante meridionale. Due ampie stanze, separate da una parete di tufo risparmiata nello scavo, danno accesso mediante scalini agli altri vani distribuiti a raggiera sotto roccia.

Passaggio esterno

Visto dall’esterno l’insieme è molto pittoresco per il contrasto di colori tra la roccia e il bosco e per la presenza di ampi finestroni. Percorrendone l’interno si resta colpiti dalla qualità dello scavo: l’arco a tutto sesto, la cisterna circolare, il lucernario, le nicchie sulle pareti, il piccolo silos, le decorazioni della volta, il forno, la finestra trapezoidale, la cura nel taglio delle pareti, i passaggi gradinati sono i particolari più evidenti.

L’ingresso del vano inferiore

Un terzo livello, il più basso, è accessibile tramite un sentierino. La porta è architravata e si apre su un interno suddiviso in due da una sporgenza squadrata. Si trattava forse della stalla.

Le nicchie scavate all’interno

Sono in corso lavori di scavo a cura della cattedra di Archeologia medievale dell’Università della Tuscia e del gruppo archeologico di Vallerano. Il sito si presenta come un piacevole scrigno rupestre, splendidamente incastonato nel paesaggio. Disturbano soltanto alcune scritte vandaliche e qualche accenno di discarica. Un’elementare prudenza nei movimenti è richiesta per la prossimità delle pareti scoscese della rupe e delle aperture non protette.

Il lato meridionale

Il ritorno può effettuarsi sul percorso dell’andata. In alternativa, risalita la strada cementata, si può seguire la strada di destra, tenendosi a sinistra ai bivi e chiudendo così l’anello al Poggio di San Vito. In questo caso, la relativa maggiore lunghezza del percorso fa prevede circa un’ora di cammino.

Il livello superiore

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(Escursione effettuata il 7 aprile 2017)