Abruzzo. I segni del paesaggio agro-pastorale di Collepietro

Collepietro è il paese che chiude a sud-est il lungo altopiano di Navelli, nell’Aquilano. L’antico Collis Petri, con le case del centro storico aggrumate sulla cima rotonda del colle, era un paese-sentinella sulle due storiche strade che lo attraversavano: in alto la via degli armenti, il regio tratturo Centurelle-Montesecco, bretella del Tratturo Magno; in basso la romana via Claudia Nova, diventata poi la statale 17 dell’Appennino abruzzese. Oggi però gli armenti non percorrono più da tempo lo storico tratturo e il traffico della statale 17 è stato dirottato sulla veloce fondovalle del Tirino. Con il risultato che Collepietro rischia di diventare un borgo marginale, tagliato fuori dai traffici, sconosciuto ai più. Malinconica fine per un villaggio che un tempo aveva fatto parte del castaldato valvense e che aveva dignitosamente partecipato alla fondazione della città dell’Aquila. E poiché i guai non vengono mai soli, si sono aggiunti in tempi recenti il furioso incendio del 2007 che ha sconvolto il paesaggio vegetale e il terremoto aquilano del 2009 che ha scosso gli edifici di pietra.

Capanna di pietra

Collepietro merita dunque almeno il risarcimento di una visita affettuosa. Si può andare alla scoperta dei segni del paesaggio agro-pastorale: il tratturo, i cippi, le capanne di pietra, gli ovili e gli stazzi, i recinti dei fondi, i pagliai, i muretti dei terrazzamenti, le macère. Collepietro gioca un suo ruolo rilevante in quest’archeologia del paesaggio. I suoi abitanti hanno guardato al monte e al piano. Giù nella valle ci sono i campi coltivati, la terra, l’acqua, le case rurali, le vie lineari, le stalle e i fienili. In alto ci sono le pietre, i ginepri, i recinti di pietra, i muretti, i campicelli d’altura, le tortuose mulattiere, i fossi, le capanne pastorali; e oggi anche la bonifica ambientale e il rimboschimento. Quel che proponiamo è un vagabondaggio tra questi molteplici punti d’interesse, uno scouting del territorio, più che una classica escursione in montagna.

La mappa dei sentieri di Collepietro

L’asse di riferimento della passeggiata è il percorso del Regio Tratturo. Partendo dalla chiesa dedicata alla Madonna del Buon Consiglio che sorveglia Collepietro, si segue il tratturo fino alla Serra di Navelli. Il percorso è facile e panoramico, pur se in salita, e segue all’inizio una strada asfaltata che diventa poi una larga sterrata. La cresta della Serra va percorsa invece sull’evidente sentiero del tratturo. L’esplorazione si svolge senza un itinerario rigidamente prefissato, all’interno comunque dell’anello che una sterrata disegna intorno alle gobbe delle Tredici Rane, di Saline, di Falgiaro e di Collalto; la sterrata si dirama a destra del tratturo e vi ritorna con un percorso circolare. Siamo sul sistema di colli che separa la piana di Navelli dalla valle Tritana, dove sono le sorgenti del Tirino e Capestrano.

La chiesa del Buon Consiglio

La chiesa del Buon Consiglio

La chiesa si trova in posizione isolata fuori del paese, su un ‘riposo’ del tratturo. All’esterno è rinforzata da tre contrafforti per ciascun lato. Una breve scalinata sale al bel portale romanico, sormontato da una lunetta. Sul retro vi sono alcuni edifici di pertinenza, in parte in rovina. Ampio il panorama sulla valle di Sulmona e sulla piana di Navelli.

Il tratturo e il cippo

A Collepietro fa tappa il Regio Tratturo che proviene da Navelli e scende poi a Bussi sul Tirino. Dalla chiesa del Buon Consiglio, seguendo anche le segnalazioni, risaliamo i tornanti della stradina prima asfaltata e poi sterrata a nord del paese e seguiamo la cresta dei colli che fasciano a est l’altopiano. In questo tratto il percorso coincide con l’ippovia diretta a Capestrano. Giunti a un incrocio, lasciamo a destra sia la sterrata dell’anello (che seguiremo al ritorno), sia il percorso per Capestrano e imbocchiamo a sinistra (nord-ovest) il sentiero tratturale che risale la cresta della Serra. A quota 883 incontriamo il cippo che porta incisi la sigla RT (Regio Tratturo) e il numero progressivo (il 43). Con agevole salita raggiungiamo la piramide di pietre sul punto più alto, a quota 965. Il panorama comprende le due catene montuose maggiori del Gran Sasso e della Maiella.

In cima alla Serra, col Gran Sasso sullo sfondo

Lo stazzo del pastore 

Esattamente sulla vetta della Serra di Navelli possiamo osservare i muretti di pietra che circondano un antico stazzo. Questo spazio aperto era il ricovero notturno del gregge, dove le pecore pernottavano all’aperto, vigilate dai cani-pastore. All’estremità orientale è ancora visibile il recinto trapezoidale del mungituro, dove le pecore venivano canalizzate e munte dei pastori prima di entrare nello stazzo.

Lo stazzo della Serra

La struttura dello stazzo risulta più evidente dalla foto zenitale. Nei pressi, a quota 930, è ancora visibile la capanna di pietra a secco che costituiva probabilmente il ricovero del pastore. La volta è crollata, ma la struttura è ancora evidente.

La capanna del pastore

Le capanne di pietra

La capanna in località Tredici Rane

Scesi dalla Serra alla selletta dov’è l’incrocio di strade, imbocchiamo la sterrata diretta a est che aggira i colli di Tredici Rane, Falgiaro, Saline e Collalto. Queste alture mostrano un particolare addensamento di capanne in pietra a secco, poste a margine di piccoli fondi recintati. Le capanne sono subito visibili a destra della strada e poi sulle aree sommitali, raggiungibili grazie a una rete di stradelli e sentieri.

Capanna invasa dai rovi

Sono interamente costruite senza leganti, con pietre a secco sovrapposte e rastremate in alto. Sono generalmente di piccola e media dimensione, utilizzate come magazzino e rimessa degli attrezzi da lavoro. Le troviamo costruite su aree pianeggianti, ma anche aggrappate ai pendii. Purtroppo il loro stato di conservazione è cattivo: l’ingresso è assediato dai rovi e il terremoto ha causato il collasso soprattutto della cupola e dei portali.

Capanna crollata

I muretti di pietra

Campo terrazzato

Nelle stesse aree sono stati costruiti numerosi muretti di pietra. Ne vediamo alcuni di fattura molto semplice e grossolana. Ma spesso s’impongono alla vista muri di media altezza, alzati con grande abilità geometrica, combinando a secco pietre di varie dimensioni. La funzione di questi muretti è ovviamente quella di segnalare i confini dei fondi agricoli, delle aree di pascolo e degli stazzi. Ma i più ammirevoli sono quelli costruiti sui terreni in pendio a sostegno di terrazze di terreno coltivato. La gradinatura del declivio evita il dilavamento del terreno e il suo scorrere a valle e crea un paesaggio di ‘giardini pensili’.

Capanna sottofascia

Le macère

Una macèra

Questo termine indica i numerosi accumuli di pietre visibili ai margini degli appezzamenti agricoli e delle radure. Su questi colli le macère hanno spesso la base costruita con regolarità geometrica e con pietre più grandi. All’interno vi è il pietrame gettato disordinatamente dai contadini, frutto del loro metodico spietramento operato nelle particelle coltivate e nelle aree di pascolo.

I pagliai

A Collepietro sono visibili alcuni pagliai, edifici monocellulari a carattere elementare, col tetto a spiovente, destinati alla conservazione del fieno. Spesso sono costruiti sul pendio e sono allora articolati su due piani, fienile e stalla, con un doppio accesso, posteriore a monte e anteriore a valle.

I fontanili

Il fontanile

Sono vasche per l’abbeverata degli animali, dotate di acqua sorgiva, distribuite capillarmente lungo le vie armentizie, i pascoli, i riposi e nelle vicinanze delle masserie e degli stazzi. Nel piano sottostante Collepietro si può vedere un lungo fontanile a vasca, costruito accanto a un minuscolo lago.

La cisterna

Molto interessante è anche il rudere dell’antico pozzo-cisterna a servizio dell’irrigazione e degli allevamenti diffusi nella zona. Due pietre murate sul fronte dell’edificio riportano un’iscrizione e una data.

La taverna

La taverna di Collepietro

A lato della statale 17, al km 72, nei pressi del bivio per Collepietro, sono ancora ben visibili i ruderi dell’omonima taverna. La taverna è una presenza costante sul fianco delle strade, dove svolgeva la funzione di luogo di sosta e di ristoro e stazione per il cambio dei cavalli. Le taverne sono presenti con regolarità anche lungo i tratturi: sono osterie attrezzate con sale da pranzo a piano terra e camere da letto al piano superiore. Ma la caratteristica più tipica delle taverne tratturali è il cortile interno con le stalle per gli animali, cui si accede attraverso porte o archi dedicati e la disponibilità di acqua nei dintorni.

Per approfondire

L’escursione può essere preparata dalla lettura della ricerca condotta nel 2007 dalla cattedra di Archeologia medievale dell’Università dell’Aquila, curata da Fabio Redi e Lorella Di Blasio, dal titolo “Segni del paesaggio agro-pastorale. Il territorio del Gran Sasso – Monti della Laga e dell’Altopiano di Navelli” (Edizioni L’Una, L’Aquila, 2010). Le edizioni Exorma hanno pubblicato nel 2015 un magnifico volume collettivo, con un ricco corredo fotografico, dal titolo Abruzzo sul Tratturo Magno, curato da Letizia Ermini Pani. Il sottotitolo “ Borghi Archeologia Paesaggio Architettura Tradizioni Arte Transumanza” esplicita la varietà dei contributi raccolti e le declinazioni disciplinari degli specialisti coinvolti. Si può aggiungere la guida “Le vie della transumanza – Guida ai tratturi aquilani fra Gran Sasso e Sirente”, corredata da un’ottima carta in scala 1:40.000, scaricabile anche dal sito Tratturi e Cammini.

Letture consigliate

(Itinerario percorso il 24 marzo 2017)

Tuscia. Il villaggio rupestre di San Lorenzo a Vignanello

Il sito delle grotte di San Lorenzo non è tra i più celebrati della Tuscia. Anzi, per la verità, è praticamente sconosciuto. Ignoto persino agli arboricoltori del luogo che curano con passione e impegno i noccioleti e gli oliveti dei dintorni. Tuttavia i ricercatori che lo hanno studiato definiscono questo villaggio rupestre come una “laura”, ovvero un piccolo insediamento monastico organizzato sul lavoro agricolo, una realtà autosufficiente, con disponibilità di acqua, prossima alle vie di comunicazione e tuttavia mimetizzata sulla parete di una valletta. Un nucleo abitato che comprende la necropoli, i depositi di derrate, gli ambienti residenziali domestici, la cappella, le stalle e gli ambienti rustici per il lavoro dei prodotti dei campi. Se aggiungete la presenza di affreschi, trovate più di un motivo per organizzare un’interessante passeggiata di archeologia medievale.

Passaggio in grotta

Il punto di partenza della visita è l’incrocio al km 5,7 della strada provinciale n. 26 “Vignanellese” che collega Fabrica di Roma e Vignanello, a pochi metri dall’ingresso di una centrale elettrica. A piedi, o anche in auto, si lascia la provinciale e si segue la stradina in direzione ovest (destra, per chi proviene da Vignanello; sinistra, per chi proviene da Fabrica). Dopo 450 metri si tocca una casa diroccata con un oculo in alto; si prosegue sulla sterrata per altri 150 metri, lungo il bordo del Fosso Fontana la Goccia, giungendo in vista di una casa rurale bianca con le porte verdi. Pochi metri prima di questa, un sentierino scende brevemente a sinistra, lungo la scarpata del fosso, e raggiunge un terrazzino erboso.

Le grotte di San Lorenzo

Siamo sulla parete settentrionale del fosso, esposta a meridione. La quota è di 362 metri. Qui troviamo la prima serie di grotte, scavate nella parete di tufo. Le grotte denunciano un utilizzo ancora recente e sono spesso ingombre di materiale. Una ha una mangiatoia scavata nel vano laterale.

Grotta con l’ingresso parzialmente tamponato

Una seconda, con l’ingresso tamponato da blocchetti di tufo, conserva ancora la porta di legno e ospita un piccolo forno in parete. Nell’intervallo tra due grotte troviamo una vasca scavata nella parete, utilizzata come lavatoio o abbeveratoio.

Vasca scavata nel tufo

Possiamo ipotizzare che questo primo nucleo di grotte costituisse una piccola fattoria rupestre a servizio dell’agricoltura e dell’allevamento di animali.

Il sentiero di collegamento

Un sentiero, recentemente sistemato e provvidenzialmente assicurato con una corda fissa, scende lungo la ripida scarpata sottostante e consente di entrare con l’aiuto di alcuni gradini in un lungo sotterraneo: un corridoio collega una successione di vani, divisi da sottili pareti di tufo, ciascuno dotato di un’ampia finestra o una porta aperta sul fosso.

L’ingresso gradinato

Il vano d’ingresso è collegato da una scala a un locale sotterraneo. Il vano successivo ha nel fondo due crogioli con una canaletta di spurgo sul pavimento. I locali che seguono mostrano i segni di geometrici recinti interni dello stabulario e un sistema di canalette di drenaggio dei liquami.

Le stalle

Abbondano le attaccaglie sui muri separatori, i fori predisposti per ospitare i pali orizzontali e i recinti divisori interni, le mangiatoie, le piccole nicchie sulle colonne di sostegno della volta e sui muri divisori. Si può ipotizzare che questo lungo sotterraneo fosse adibito a stalla e che fosse dotato di un deposito di fieno e biade e di un laboratorio artigiano.

La piazzetta

Il sentiero in discesa sfocia ora su una piazzetta sulla quale si aprono ad arco quattro cavità di diversa profondità. Un convicinio o un claustro rupestre, con locali residenziali, uno spazio comune e i servizi privati (nicchie, armadi a muro, panche, silos, cisterne, alcove). Si può ipotizzare che questo fosse il piccolo cenobio, con le celle disposte intorno al ‘chiostro’.

Volto aureolato

Il locale successivo è il più sorprendente, considerando la natura trogloditica e selvaggia del contesto. Sulle pareti affiorano nella penombra i resti di antichi affreschi. Un bel viso di santo con l’aureola dorata. Maria col bambino benedicente in grembo tra due angeli. E sulla parete di fianco l’intonaco steso sulla roccia con tracce di un altro dipinto. Siamo nel Sacro Speco dell’insediamento rupestre, il luogo della preghiera e della meditazione.

Il forno

Progredendo nella discesa, tra altri ambienti residenziali, troviamo un sito che doveva essere il forno della comunità. Saliti alcuni gradini, si trova infatti un ambiente semicircolare con l’intaglio che ospitava il ripiano per la lavorazione e la cottura, la stufa rupestre con il foro di eliminazione del fumo, la cella circolare foderata di malta.

I loculi del piccolo cimitero

Giunti sul fondo del fosso, a quota 332 metri, troviamo il piccolo cimitero rupestre, con una decina di loculi scavati orizzontalmente nel banco. Altre grotte, probabilmente ampliate e regolarizzate in tempi più recenti, sono utilizzate come deposito e ripostiglio. Accanto al rio che scorreva sul fondo, si trovano altri percorsi sterrati che risalgono longitudinalmente la valletta.

Il Fosso Fontana La Goccia e l’ambiente dell’escursione

(L’escursione è stata effettuata il 7 aprile 2017)

Via Appia. San Paolo alle Tre Taverne e al Foro Appio

San Paolo si era imbarcato a Cesarea per uno sfortunato viaggio in mare funestato da un naufragio sulle coste di Malta. Era detenuto in attesa di giudizio. Un centurione lo conduceva al tribunale dell’imperatore a Roma dove lo attendeva il processo per l’accusa di aver provocato gravi disordini a Gerusalemme. Con una seconda nave erano poi ripartiti da Malta, avevano sostato a Siracusa e Reggio ed erano sbarcati nel porto di Pozzuoli. Dopo una settimana di sosta si erano rimessi in viaggio, questa volta via terra. Avevano percorso la Via Campana fino a Capua e lì avevano imboccato la Via Appia. La comunità cristiana di Roma aveva saputo in anticipo dell’arrivo di Paolo e gli aveva mandato incontro una delegazione che lo accogliesse, gli desse il benvenuto e gli testimoniasse l’affetto che il grande apostolo meritava, anche se egli giungeva incatenato e scortato dai soldati. I christifideles romani si spinsero fino a cinquanta chilometri dalla città, alla stazione della Via Appia chiamata Tres Tabernae. Qualcuno arrivò anche più lontano, al Forum Appii. San Paolo ne fu commosso e confortato e si persuase che il messaggio cristiano aveva ormai in Roma radici profonde. Il suo amico Luca racconta l’arrivo di Paolo in Italia nel libro degli Atti degli Apostoli: Approdammo a Siracusa, dove rimanemmo tre giorni. Salpati di qui, giungemmo a Reggio. Il giorno seguente si levò lo scirocco e così l’indomani arrivammo a Pozzuoli. Qui trovammo alcuni fratelli, i quali ci invitarono a restare con loro una settimana. Quindi arrivammo a Roma. I fratelli di là, avendo avuto notizie di noi, ci vennero incontro fino al Foro di Appio e alle Tre Taverne. Paolo, al vederli, rese grazie a Dio e prese coraggio (Atti 28, 12-15).

La Via Appia

Se volessimo ripercorrere i passi di San Paolo e rivedere i luoghi dei suoi due incontri con i cristiani di Roma, cosa troveremmo oggi, trascorsi due millenni di storia?

Il diverticolo dell’Appia a Tre Taverne

Sorprendentemente la Via Appia è ancora al suo posto, perfettamente sovrapposta al tracciato dell’antica regina viarum. Certo, oggi l’asfalto sostituisce i basoli romani e due file di pini marittimi segnano a perdita d’occhio i margini della strada. Ma la “fettuccia” tra Cisterna e Terracina segue ancora il percorso perfettamente lineare che era stato progettato da Appio Claudio trecento anni prima della nascita di Cristo. Non solo. Il canale che raccoglie le acque della bonifica e costeggia fedelmente l’Appia odierna è ancora il canale Decennovium che i Romani avevano scavato per evitare l’impaludamento della strada e che correva parallelo all’Appia per una lunghezza di diciannove miglia, da Forum Appii a Terracina.

Intorno all’Appia, invece, è successo di tutto. Dopo il tramonto di Roma le acque si erano impadronite della pianura e si erano impaludate. La malaria rendeva la vita impossibile per molti periodi dell’anno. Successive bonifiche avevano restituito la terra a un’agricoltura redditizia. I borghi di fondazione sorti dopo la bonifica di Mussolini si erano popolati di coloni veneti. Un brandello del paesaggio delle paludi pontine è oggi protetto dal parco nazionale del Circeo. La ferrovia e nuove strade solcano la piana pontina. Sarà possibile ritrovare le reliquie paoline di duemila anni fa? C’è ancora traccia delle Tres Tabernae e del Forum Appii?

Le Tre Taverne

L’antica stazione di sosta di Tres Tabernae sulla via Appia sta progressivamente riemergendo dall’oblio che l’aveva avvolta, grazie a uno scavo archeologico in corso. Si trova, com’è logico, sul bordo dell’attuale strada statale, che qui semplicemente si sovrappone al vecchio basolato della regina viarum. Lo scavo, segnalato da un pannello, è localizzato all’altezza del km 58,1 dell’Appia, alla periferia sud di Cisterna di Latina, di fronte a una casa cantoniera. Se il cancello è chiuso, l’area resta comunque visibile percorrendone il recinto esterno.

L’area archeologica delle Tre Taverne

I romani vi avevano realizzato tutto quello di cui avevano ragionevolmente bisogno le persone affaticate e stanche per il viaggio: un confortevole luogo di sosta, i bagni, un ristoro, la stazione di cambio dei cavalli, il posteggio, un albergo per la notte. Mutatis mutandis, la mansio romana somigliava molto alle stazioni di servizio che oggi troviamo sulle nostre autostrade. Ed ecco, disseppellite dagli archeologi della Soprintendenza, le memorie delle Tre Taverne: una derivazione della strada, in basoli di calcare, fornita di marciapiede e di slargo utile per la manovra dei carri; un piccolo impianto termale; un pozzo e una cisterna per l’acqua; i locali di servizio.

L’impianto termale

L’originalità della scoperta è però il quartiere residenziale che si affiancò nel tempo alla statio. Lungo un corridoio si aprono alcuni ambienti residenziali dotati di raffinati pavimenti a mosaico, con motivi geometrici e vegetali. Nelle vicinanze spicca un grande edificio di prestigio della tarda età antonina (circa 180 dopo Cristo) con una sontuosa sala per i banchetti. Possiamo immaginare che San Paolo vi abbia trovato la gioia dell’amicizia dei suoi fratelli nella fede giunti da Roma ad accoglierlo, ma anche il conforto di una comoda sosta.

Un pavimento a mosaico

 

Il Foro Appio e il Borgo Fàiti

Su Forum Appii il tempo ha steso un velo di terra e di oblio. Ma l’antico villaggio dà talvolta qualche segnale della sua vita remota e si diverte a rilasciare indizi della sua storia. Dal sottosuolo fanno capolino frammenti di ceramica, ex-voto, tegole, coppi, mattoni, cocci d’anfora. E così il gradiometro e le prospezioni geofisiche degli archeologi hanno recentemente individuato nel sottosuolo la presenza di magazzini, di un porto fluviale, di una stazione di sosta, di un santuario, di un panificio, di laboratori per la produzione artigianale di ceramiche e metalli.

Le ricerche archeologiche a Foro Appio

Grazie a queste informazioni si può ragionevolmente affermare che l’insediamento sia stato fondato alla fine del quarto o all’inizio del terzo secolo avanti Cristo, contemporaneamente alla costruzione della Via Appia; è stato abitato fino alla fine del quinto o l’inizio del sesto secolo dopo Cristo e poi abbandonato a causa dell’impaludamento medievale. Forum Appii era così una delle varie stazioni di sosta (stationes) lungo il percorso dell’Appia, come Tres Tabernae (nei pressi di Cisterna di Latina), Tripontium (odierno Tor Tre Ponti), Ad Medias (attuale Mesa di Pontinia). Orazio vi aveva fatto tappa nel suo viaggio in compagnia del poeta greco Eliodoro e aveva notato – nella sua Satira quinta – come Forum Appii fosse brulicante di barcaioli e di osti malandrini (inde Forum Appi differtum nautis cauponibus atque malignis).

La lapide in memoria di San Paolo

In attesa che gli archeologi riscoprano quel che resta del Forum Appii, la memoria della sosta di San Paolo è oggi affidata al Borgo Fàiti, sorto a ridosso dei resti del villaggio romano. Il piccolo borgo rurale fu costruito dall’Opera Nazionale Combattenti durante l’appoderamento delle paludi pontine bonificate e fu inaugurato nel 1933. Vi s’insediarono coloni di provenienza veneta, friulana e ferrarese, ai quali vennero assegnati i poderi bonificati, dapprima coltivati in regime di “dipendenza” dall’Onc, e successivamente riscattati in proprietà dagli stessi coloni assegnatari. Siamo al km 72 dell’Appia, alla confluenza del fiume Cavata e all’incrocio con la statale dei Monti Lepini. Al borgo si accede grazie a due ponti sul Canale Linea Pio. Le abitazioni si distribuiscono intorno alla piazza, alla chiesa e alla scuola. Da apprezzare sono il monumento alle vittime del terrorismo, alcuni casali rurali d’interesse storico e una settecentesca stazione di posta (oggi hotel).

La rievocazione in costume

Una lapide sulla facciata della chiesa, collocata nel 1961, ricorda il passaggio dell’apostolo a diciannove secoli esatti dal suo incontro con la comunità cristiana di Roma. La gente del borgo organizza annualmente una rievocazione storico-religiosa dell’incontro tra San Paolo e i fedeli romani con ambientazioni, scenografie, costumi e sapori dei tempi antichi.

San Paolo nella rievocazione di Borgo Faiti

(La ricognizione è stata effettuata il 5 maggio 2017)

Tuscia. L’eremo rupestre di San Leonardo

Una testuggine che copre col suo guscio di tenera roccia un sacro speco intrecciato a più domestiche cavità. Un’aula ecclesiale scoperchiata, aperta a oriente, sulla prua di un promontorio roccioso incuneato tra due fossi. L’eremo rupestre di San Leonardo è il frutto dell’ora et labora di una piccola comunità di abili cavatori di tufo, sapienti interior designers, integratori delle forme economiche elementari, amanti dell’umbratilis vita dei boschi.

Siamo sul cratere del vulcano di Vico, tra i monti Cimini. La vista spazia a occidente sulla caldera vulcanica che ospita le acque del lago di Vico e una delle più belle riserve naturali del Lazio; a oriente il grande spazio della valle del Tevere, con le sue forre, i calanchi e i borghi della Tuscia rupestre. Dai monasteri di valle forse salivano quassù nuclei di monaci desiderosi di vivere periodi di vita solitaria e di ascesi a contatto con la natura del bosco.

L’eremo rupestre di San Leonardo

San Leonardo è nel territorio comunale di Vallerano. Diverse sono le strade rurali che salgono al poggio dal capoluogo, da Carbognano, dal santuario del Crocifisso e dai paesi del cratere. Una passeggiata a piedi può comunque iniziare direttamente dalla strada provinciale n. 1 “Cimina”. All’altezza del km 12,7 una breve deviazione conduce alla località di Poggio San Vito (quota 800) e a un trivio. Qui si parcheggia. A piedi si va in discesa sulla sterrata di destra (sud-est) che transita davanti ad alcune case ed entra nel bosco. Dopo circa un km, la carrareccia termina a T su una seconda sterrata; qui si va a sinistra (nord) in una zona di taglio del bosco. Cinquecento metri più avanti troviamo sulla destra la diramazione ci porta a San Leonardo; la stradina su fondo di cemento percorre in discesa per circa un km la cresta del colle, traversando un ampio castagneto e termina all’eremo. A piedi avremo impiegato circa quaranta minuti con un dislivello in discesa di 200 metri.

L’interno

Il complesso rupestre si articola su tre livelli sovrapposti.

Il livello più alto è all’aperto e consiste nella calotta sommitale tondeggiante che prosegue in modo sfalsato nell’aula della chiesa scavata nella roccia.

La calotta di roccia

La calotta presenta alcune cavità superficiali e delle canaline incise per il drenaggio dell’acqua piovana.

La chiesa

Alcuni gradini intagliati nella pietra scendono all’abside posteriore della chiesa. Accessibile anche dall’ingresso anteriore, la chiesa ha la navata unica protetta da due pareti di roccia e l’abside perfettamente curva, intagliata con cura nel banco roccioso della calotta. Cubi di pietra (forse un’iconostasi) e un gradino separano l’aula ecclesiale dal presbiterio. Nel naos è scavata una tomba rupestre di forma rettangolare che aveva un tempo una pietra di copertura. Una scalinata scende ai locali sottostanti.

L’ingresso

L’ingresso principale alla zona residenziale, che costituisce la parte più cospicua dell’insediamento rupestre, è sul versante meridionale. Due ampie stanze, separate da una parete di tufo risparmiata nello scavo, danno accesso mediante scalini agli altri vani distribuiti a raggiera sotto roccia.

Passaggio esterno

Visto dall’esterno l’insieme è molto pittoresco per il contrasto di colori tra la roccia e il bosco e per la presenza di ampi finestroni. Percorrendone l’interno si resta colpiti dalla qualità dello scavo: l’arco a tutto sesto, la cisterna circolare, il lucernario, le nicchie sulle pareti, il piccolo silos, le decorazioni della volta, il forno, la finestra trapezoidale, la cura nel taglio delle pareti, i passaggi gradinati sono i particolari più evidenti.

L’ingresso del vano inferiore

Un terzo livello, il più basso, è accessibile tramite un sentierino. La porta è architravata e si apre su un interno suddiviso in due da una sporgenza squadrata. Si trattava forse della stalla.

Le nicchie scavate all’interno

Sono in corso lavori di scavo a cura della cattedra di Archeologia medievale dell’Università della Tuscia e del gruppo archeologico di Vallerano. Il sito si presenta come un piacevole scrigno rupestre, splendidamente incastonato nel paesaggio. Disturbano soltanto alcune scritte vandaliche e qualche accenno di discarica. Un’elementare prudenza nei movimenti è richiesta per la prossimità delle pareti scoscese della rupe e delle aperture non protette.

Il lato meridionale

Il ritorno può effettuarsi sul percorso dell’andata. In alternativa, risalita la strada cementata, si può seguire la strada di destra, tenendosi a sinistra ai bivi e chiudendo così l’anello al Poggio di San Vito. In questo caso, la relativa maggiore lunghezza del percorso fa prevede circa un’ora di cammino.

Il livello superiore

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(Escursione effettuata il 7 aprile 2017)

Sardegna. Il villaggio nuragico di Serra Orrios

I nuraghi e le tombe dei giganti si fanno ammirare per la loro imponenza. Sono opere quasi sovrumane, monumenti possenti e isolati. Del tutto diversa è invece l’emozione trasmessa dai villaggi nuragici. Essi riescono a coinvolgere il visitatore e a fargli rivivere l’ecologia della vita quotidiana degli antenati. Quest’emozione è ben viva a Serra Orrios. Il villaggio è grande e tra i meglio conservati della Sardegna.

La ricostruzione ipotetica del villaggio nuragico

Il lungo viottolo lastricato che si percorre a piedi per raggiungere il grande recinto fa apprezzare il pregio ambientale dell’altopiano basaltico, con i suoi ulivi secolari e la macchia di lentisco. La vicinanza del fiume Cedrino (che oggi una diga ha trasformato in un piacevole lago) spiega il legame essenziale con l’acqua. E poi, quando si penetra e ci si aggira nel villaggio, si resta colpiti dalla sua urbanistica.

Il villaggio visto dall’alto

Il villaggio è costellato di gruppi di capanne riuniti in ‘vicinati’, che fanno corona a un cortile e a un pozzo. Queste ‘insulae’ trasmettono nitidamente l’idea della convivenza di clan familiari che si allargano e costruiscono nuove capanne, mantenendo vivi i legami di prossimità.

Le capanne

Le capanne

L’abitazione dei nuragici è la capanna circolare con la base di pietra. Capanne del tutto simili sono state utilizzate fino a qualche decennio fa dai pastori sardi. La base circolare è costruita con filari irregolari di pietra basaltica. La copertura era costruita con un tetto conico di tronchi e frasche. Il pavimento era realizzato con lastre di pietra, acciottolati o con un semplice battuto.

Una capanna circolare

Nello spessore dei muri erano spesso ricavate delle nicchie (armadi o semplici ripostigli) per custodire utensili. Per impermeabilizzare la struttura si usavano l’argilla e il sughero, ottimi isolanti naturali. Al centro delle capanne e in prossimità dell’ingresso, per garantire il tiraggio, era ricavato il focolare: semplice incavo di forma circolare delimitato con delle pietre. Una struttura semplice, ma che garantiva di soddisfare tutte le esigenze dell’uomo nuragico.

I tempietti

Il recinto

Al margine del villaggio di capanne sono visibili due tempietti, circondati da un recinto di pietra. Hanno una sala centrale rettangolare a megaron e sono entrambi doppiamente in antis con le pareti dei lati lunghi che si prolungano in avanti. Il maggiore dei templi (m 19×12) è stato rialzato a una discreta altezza; sul retro, all’esterno, il muro concavo fra la prosecuzione dei due muri perimetrali disegna una sorta di nicchia semicircolare.

L’ingresso al tempio

La cella interna era provvista di una panchina continua alla base delle pareti, e analoga coppia di sedili era presente anche ai due lati del piccolo atrio che precede l’ingresso. Un piccolo recinto racchiudeva interamente la struttura. Molto più ampio era, invece, il recinto che circondava il tempietto minore: quest’ultimo di appena m 8,30×4,50, è situato all’esterno dell’abitato.

La capanna delle riunioni

L’aula delle riunioni

Si differenzia da tutte le altre una struttura isolata, chiamata capanna delle riunioni perché nella parete interna è stato ricavato un bancone-sedile. L’ingresso è preceduto da un vestibolo formato da grossi massi e la stessa tipologia costruttiva, sono state utilizzate delle pietre di dimensioni maggiori, fanno ipotizzare che nella capanna si svolgessero attività pubbliche o cerimonie sacre.

Informazioni

L’ingresso al villaggio di Serra Orrios, ben segnalato, si trova nei pressi del km 25 della strada provinciale n. 38 che collega la cittadina di Dorgali alla superstrada n. 131 Olbia-Nuoro, non lontano dal lago Cedrino. A disposizione dei visitatori vi sono un’area di parcheggio, la biglietteria, un posto di ristoro, un bookshop, schede informative e la possibilità di visite guidate. Un cancello dà accesso alla stradina lastricata – da percorrere a piedi – che conduce, dopo circa 600 metri, al villaggio nuragico.

La segnaletica

(Ho visitato il villaggio di Serra Orrios il 10 ottobre 2016)

Pozzuoli. Sui passi di San Paolo

Paolo di Tarso sbarca a Pozzuoli nell’anno 61. È nella condizione di detenuto in attesa di giudizio. Il centurione Giulio della coorte Augusta lo sta accompagnando al tribunale dell’imperatore a Roma. La navigazione iniziata nel porto di Cesarea in Palestina è stata tormentata. La nave ha fatto naufragio all’isola di Malta. Le persone a bordo si sono salvate tutte, ma Paolo è stato morso da una vipera. L’essere sopravvissuto al veleno è un miracolo agli occhi dei maltesi.

Paolo morso da una vipera dopo il naufragio a Malta (Roma, Basilica di San Paolo)

Il gruppo ha dovuto attendere tre mesi l’imbarco su una nuova nave. D’inverno la navigazione s’interrompeva in tutto il Mediterraneo, per riprendere solo a primavera. Lasciata Malta, il veliero fa una prima sosta a Siracusa e una seconda a Reggio Calabria. Col vento favorevole, dopo due giorni di navigazione sul mar Tirreno, la nave approda infine a Pozzuoli che era allora il porto più importante dell’impero romano. Qui il viaggio per mare termina. Paolo è ospite per una settimana dei suoi fratelli nella fede. Proseguirà poi per Roma via terra, percorrendo la via Campana e l’Appia.

Il golfo di Pozzuoli e i Campi Flegrei

L’episodio è narrato da Luca negli Atti degli Apostoli. “Dopo tre mesi salpammo [da Malta] con una nave di Alessandria, recante l’insegna dei Diòscuri, che aveva svernato nell’isola. Approdammo a Siracusa, dove rimanemmo tre giorni. Salpati da qui, giungemmo a Reggio. Il giorno seguente si levò lo scirocco e così l’indomani arrivammo a Pozzuoli. Qui trovammo alcuni fratelli, i quali ci invitarono a restare con loro una settimana. Quindi arrivammo a Roma” (28,11-14).

Lo sbarco di San Paolo a Pozzuoli (Giovanni Lanfranco)

Lo sbarco di San Paolo a Pozzuoli è stato immaginato da Giovanni Lanfranco in una tela firmata ed eseguita tra il 1636 e il 1640. Attualizzata all’epoca del pittore, la scena vede la nave in rada, con i portelloni aperti e i marinai che ammainano le vele. Paolo è raffigurato con una lunga barba, avvolto in un mantello rosso, con la spada del martirio e i volumi delle lettere, suoi tradizionali attributi iconografici. Sul molo lo accolgono il vescovo locale, un religioso e un piccolo gruppo di fedeli, tra cui un’anziana donna, una famiglia col bimbo e due giovani. La tela è oggi visibile nel coro della restaurata cattedrale di Pozzuoli.

L’arrivo di San Paolo a Pozzuoli (Giuseppe La Mura)

L’arrivo di San Paolo sul molo del porto di Pozzuoli è stato descritto anche dall’artista puteolano Giuseppe La Mura su una terracotta policroma collocata nel 1991 sulla parte esterna dell’abside della chiesa di Santa Maria delle Grazie. Vi vediamo il profilo del promontorio di Pozzuoli che domina l’arco del golfo e le banchine del porto. Paolo scavalca il bordo della barca reggendo il baculum pastorale, mentre i marinai sono impegnati nelle operazioni di sbarco. Sulla banchina Paolo trova ad accoglierlo la comunità cristiana di Pozzuoli, che gli offre del cibo e una cavalcatura per proseguire il viaggio. In cielo vola la colomba dello Spirito santo.

L’arrivo della nave in porto (Necropoli di Portus)

Il porto di Pozzuoli era diventato importante in epoca romana. Storicamente la città era stata fondata nell’insenatura occidentale del golfo di Napoli e nel cuore della regione flegrea, da profughi greci di Samo, sfuggiti alla tirannide di Policrate, che le diedero il nome politicamente augurale di Dikaiarchia (luogo ove regna la giustizia). Ma furono soprattutto i Romani che, dopo la loro espansione in Oriente, sentirono la necessità di avere un porto aperto ai traffici con i maggiori scali della Grecia, della costa anatolica, della Siria e dell’Egitto. Fu così che Puteoli divenne l’approdo più importante e il porto mediterraneo di Roma. E ciò spiega anche perché sbarchi qui la nave di San Paolo. Per la città verrà poi la crisi, causata dal bradisisma che fa sprofondare il litorale. La nascita dei nuovi porti di Roma alla foce del Tevere si ripercuoterà sull’economia di Puteoli che si ridurrà a un piccolo villaggio di pescatori.

Il criptoportico di Puteoli/Pozzuoli

Per capire la vita della Puteoli romana e come essa si presentasse agli occhi dell’apostolo, è utile visitare il Rione Terra. Questo quartiere fu soggetto a un forte bradisismo che ne danneggiò molto la struttura urbanistica e ne provocò la totale evacuazione nel 1970. I successivi lavori di messa in sicurezza e di restauro urbano hanno riportato alla luce il cuore dell’acropoli romana, ambienti un tempo sub divo e poi coperti dall’edilizia medievale. Grazie alle visite guidate, si seguono i basoli di roccia vulcanica del decumanus maximus sotto il palazzo De Fraja, s’incrocia ad angolo retto uno dei cardines minori, rinvenuto al di sotto del Vescovado e di Via San Procolo, si cammina sotto i criptoportici e si osserva ai lati della strada la successione delle tabernae risalenti ad età augustea.

Ricostruzione del panificio di Aulus Pistor

A Puteoli, come in tutto mondo romano, l’attività del commercio al dettaglio e delle piccole attività artigianali si concentrava nell’estesissima rete di botteghe (tabernae) i cui allineamenti regolari, fronteggianti per lunghi tratti tutte le vie principali, rappresentano una delle caratteristiche dell’urbanistica antica. Gran parte di esse erano adibite alla ristorazione. Le osterie, le mescite, i ristoranti (cauponae, thermopolia) erano diffusissime in un centro a vocazione commerciale come Puteoli, frequentato per secoli da uomini di razze diverse. Oltre alla consumazione di zuppe di cereali, di pasti caldi e di vino al dettaglio, i clienti potevano intrattenersi giocando ai dadi, assistendo a spettacoli di musici e ballerine o scendendo nei lupanari. Uno dei locali meglio conservati è il pistrinum di Aulus Pistor, una panetteria a ciclo completo.

Il Macellum di Puteoli

Il Macellum Magnum dell’antica Puteoli, noto comunemente come Tempio di Serapide, è il più tipico esempio del mercato d’una città antica. Sorge sul luogo ove avevano sede i precedenti mercati, come il forum holitorium, dove si vendevano i legumi, il forum boarium dove affluiva il bestiame grande e piccolo e il macellum, dove si vendevano prodotti di ogni sorta. Costruito negli anni immediatamente successivi all’arrivo del Santo, il Macellum Magnum testimonia il continuo flusso dei rifornimenti portato dalle navi annonarie provenienti da tutto il Mediterraneo. L’edificio a pianta quadrata, con il suo ingresso principale aperto dal lato della banchina del porto, racchiude una corte centrale porticata intorno alla quale è disposta una fila eguale di tabernae sui lati lunghi. Gli ambienti più profondi ai lati dell’emiciclo erano destinati alla vendita di carni e di pesce, mentre le due spaziose sale alle opposte estremità, bene arieggiate e munite di banchi marmorei forati da canali di scolo e di un vestibolo d’ingresso che ne occultava la vista dall’esterno, erano sontuose e igieniche latrine.

Le colonne del tempio di Augusto

San Paolo ha anche ammirato sul promontorio di Pozzuoli il tempio eretto dal ricco mercante Calpurnio in onore dell’imperatore Augusto, nel quadro della generale ristrutturazione del Capitolium dovuta a Lucio Cocceio Aucto, geniale architetto e ingegnere romano, originario di Cuma. Il tempio fu poi inglobato nella cattedrale cristiana eretta in onore del protettore di Pozzuoli San Procolo. Ma tornò sorprendentemente alla luce dopo l’incendio del 1964 che devastò la navata del duomo. I lavori di restauro, iniziati nel 2006 a seguito di un concorso internazionale di progettazione, e conclusi nel 2014, fanno oggi del duomo di Pozzuoli un unicum nel mondo dell’arte e dell’archeologia. Fonde infatti l’arte cristiana, rappresentata dalla chiesa barocca progettata da Bartolomeo Picchiatti, con l’antico tempio romano su cui poggia (e in parte ingloba), costruito nel primo secolo dopo Cristo, di cui si ammirano le maestose colonne corinzie della facciata e le pareti in marmo e cristallo.

I sotterranei dell’anfiteatro romano

L’Anfiteatro Flavio è il monumento romano più famoso di Pozzuoli. Costruito nel primo secolo, sorge là dove confluivano le principali vie della regione, la Via Domitiana e la via per Napoli, in sostituzione dell’antico edificio per spettacoli di età romana repubblicana divenuto insufficiente a causa dell’enorme crescita demografica di Puteoli. L’anfiteatro, in quanto a capienza, era inferiore in Italia solo al Colosseo e a quello di Capua. Dal portico esterno partivano venti rampe di scale che permettevano di raggiungere il settore più alto delle gradinate. Corridoi anulari interni permettevano, altresì, l’ordinato afflusso degli spettatori alla cavea attraverso i vomitoria (varchi di accesso aperti lungo le gradinate). Analoghi corridoi servivano anche gli impressionanti sotterranei.

La Solfatara di Pozzuoli

Il nome latino di Puteoli richiamava i ‘piccoli pozzi’ e alludeva alla grande quantità d’impianti termali alimentati dalle acque del sottosuolo dei Campi Flegrei. Il più celebre di questi affioramenti nei campi ‘ardenti’ è la Solfatara di Pozzuoli. Qualcuno ha suggerito, un po’ per celia ma con un fondo di realismo, che le giornate trascorse da San Paolo a Pozzuoli siano anche servite a curarsi con le acque termali i reumatismi provocati dai suoi naufragi e dalla lunghe permanenze in mare.

La statua di Kore-Persefone rinvenuta nel criptoportico di Puteoli

A Puteoli una moltitudine varia e poliglotta affollava il quartiere dell’emporio marittimo, vi stabiliva aziende (stationes) di commercio e di trasporto; vi formava corporazioni professionali di arti e mestieri e associazioni religiose professanti i culti della loro patria d’origine e della loro fede: Greci delle isole e della costa d’Asia, Tiri ed Eliopolitani, Ebrei e Cristiani, Nabatei ed Etiopi. A Puteoli si veneravano tutte le divinità, a cominciare dal culto imperiale nell’Augusteum. A Vulcano era sacra la Solfatara. Apollo era evocato dai vaticini della vicina Sibilla di Cuma. Altre divinità greche molto venerate erano Poseidone, dio del mare, Demetra, dea delle messi, Esculapio, divinità guaritrice con le acque flegree. Gli egiziani avevano alzato le statue di Serapide e di Anubis dentro al Macellum. Gli asiatici veneravano Cibele, Mitra e Giove Dolicheno. I commercianti siriani evocavano i Baal delle loro città di origine.

San Paolo scrive a Filemone (Pozzuoli, Museo diocesano)

La storia della comunità cristiana di Pozzuoli, anche nei suoi rapporti con gli Ebrei convertiti, è raccontata nel Museo Diocesano, aperto nel 2016 nei locali del palazzo vescovile attiguo alla cattedrale. Sotto gli occhi del visitatore sfilano pezzi di archeologia, dipinti, statue, arredi liturgici, oreficerie, un frammento scolpito del candelabro duecentesco per il cero pasquale fino alle arti minori come la presepistica. Nella pinacoteca si segnala un dipinto del Seicento napoletano dovuto al pittore Cesare Fracanzano. Raffigura San Paolo che, durante la prigionia, scrive la lettera a Filemone e la firma “ego Paulus scripsi mea manu”. Pur nella sua brevità questa lettera paolina a Filemone, cristiano molto in vista nella comunità di Colosse, è importante perché afferma che nella comunità cristiana gli schiavi hanno pari dignità con i loro padroni e gli altri fratelli nella fede, superando la concezione antica della schiavitù.

La Via Campana Vecchia all’uscita da Pozzuoli

Terminata la settimana trascorsa a Pozzuoli, Paolo con il suo carceriere prende la strada di Roma. La rete stradale extraurbana di Puteoli seguiva la naturale conformazione dei luoghi e le particolari esigenze del traffico marittimo: la via Herculea litoranea, oggi completamente sommersa nel tratto fra Baia e Pozzuoli, che ebbe il suo diretto collegamento con Napoli con la perforazione della collina di Posillipo (crypta neapolitana); la via Antiniana sboccante lungo la cornice superiore dei colli sul versante del Golfo di Napoli; e al quadrivio superiore tra l’anfiteatro flavio e lo stadio (quadrivio dell’Annunziata), ove sembra funzionasse un ufficio di controllo per le merci di transito (pondera), l’incrocio di quelle che furono le vere arterie del traffico marittimo con il retroterra: la via Consularis Puteolis Capuam che traversava la conca di Quarto e conduceva a Capua (Vetere) e da Capua per l’Appia a Roma, e la via Domitiana, aperta nell’anno 95 che, per la Campania marittima (Cuma, Liternum) e la foce del Volturno, incontrava più direttamente l’Appia a Sinuessa (presso Mondragone). È realistico ipotizzare che Paolo abbia seguito la via di Capua – detta Campana – che all’epoca era regolarmente funzionante. L’altra strada, la Domiziana, era ancora troppo degradata e sarebbe stata resa agibile solo una trentina di anni dopo.

La necropoli di Via Celle

Uscito da Pozzuoli e seguendo il percorso della Via Campana, Paolo incontra le necropoli e i mausolei che si allineano ai lati della strada fino a Quarto. La prima necropoli è quella romana di Via Celle, databile tra il primo e il secondo secolo. Oggi la Via Celle si diparte dalla piazza Capomazza, mentre la necropoli diventa visibile subito dopo il sottopasso della ferrovia. Dell’area sepolcrale è stato individuato un gruppo di quattordici mausolei funerari, cosiddetti colombari, attualmente recintati. A questi monumenti si aggiunge un edificio interpretato come collegium funeraticium, (associazione i cui membri di modesta condizione, aggregandosi, potevano assicurarsi con poca spesa una sepoltura decorosa) caratterizzato da una pianta rettangolare sviluppata attorno a un cortile, al centro del quale fu eretto un mausoleo.

La necropoli di Via San Vito

Dalla necropoli di Via Celle si prosegue sull’antico basolato della Via Campana Vecchia. La strada non ha protezioni per i pedoni ma è poco trafficata. Dopo aver superato il viadotto della Tangenziale prende il nome di Via San Vito e conduce alla cappella dedicata al santo e alla vasta necropoli omonima, visibile sulla destra. Sono stati scavati gli ultimi sei edifici, di cui erano in vista le sole facciate, del tutto occultati dal materiale colluviale disceso dalla collina del cratere di Cigliano. Tutti comprendono una camera ipogea, sulle cui pareti si dispongono più file di nicchie destinate ad accogliere le olle per contenere le ceneri dei defunti, con banconi laterali spesso riutilizzati per più tarde formae (sepolture a fossa per inumazioni), ed un piano superiore dotato di un recinto retrostante provvisto talora di una camera funeraria avente le stesse caratteristiche degli ambienti sotterranei. Il successivo incrocio è presidiato da un imponente mausoleo della seconda metà del primo secolo in opus latericium, a basamento quadrato con sovrapposto tamburo cilindrico; le pareti esterne sono decorate da partiti architettonici.

Il mausoleo di Via San Vito

(Il sopralluogo è stato effettuato il 29 aprile 2017)

Tuscia. Il villaggio medievale rupestre di Castel Campanile

Castel Campanile. Un promontorio di tufo che affiora e si allunga tra due fossi. Le rovine di un insospettato borgo medievale – le mura, la rocca, la chiesa, le case – insediato su uno zoccolo rupestre rosicchiato da grotte e vie cave. I campi di una vasta tenuta agricola, dove sciamano greggi di pecore, tranquilli bovini ed equini curiosi. Il paesaggio ancestrale della Campagna romana, nell’antico territorio cerite del Patrimonium Sancti Petri e della prima Tuscia suburbicaria.

Il rilievo di Castel Campanile

L’esplorazione di Castel Campanile inizia al Casale del Castellaccio, un accogliente e goloso agriturismo, con le sue festose tavolate e i prodotti biologici in vetrina. Vi arriva in 5,5 km la Via di Castel Campanile che lascia la Statale Aurelia al suo km 30, all’altezza di Palidoro. Parcheggiata l’auto, è corretto segnalare la propria presenza e chiedere il consenso alla visita del borgo a Claudio Lauteri, il proprietario della tenuta, un imprenditore impegnato nella tutela e nella valorizzazione dell’insediamento antico. Scendiamo su una stradina bianca tra i campi al Fosso del Castellaccio, dov’è un fontanile. Scavalcati due cancelli, risaliamo fino alla base della rupe.

La punta meridionale della rupe

Per avere un’idea completa del sito conviene compierne prima il periplo lungo la strada rurale che fiancheggia il lato orientale, aggira la punta meridionale della rupe e s’inoltra nella valletta occidentale percorsa dal Fosso del Tavolato. Si coglie così la diversità dei due versanti, più spoglio e solare il primo, più umido e protetto da una fitta macchia boscosa il secondo. In successione si visita l’insediamento percorrendone il largo sentiero sommitale. Frequenti tagliate nel tufo e sentieri di arroccamento consentono di salire e scendere dalla rupe, ripetendo così il tragitto degli antichi abitanti che dalle abitazioni in alto scendevano alle stalle in grotta, ai laboratori rupestri e agli ipogei di servizio al lavoro agricolo, situati sul fianco della rupe, accanto ai corsi d’acqua.

La torre della porta meridionale

L’ingresso al borgo avveniva tramite la porta sud. Un tempo era una porta ad arco fiancheggiata da due torri. Oggi resta visibile un’imponente muraglia che svela nei suoi fianchi l’anima di grandi conci squadrati e le diverse tecniche edilizie utilizzate per costruirla.

Le mura difensive

Sul bordo meridionale della rupe si stagliano mozziconi delle antiche mura di difesa. Sono realizzate con blocchi di tufo squadrati legati da malta. All’esterno sono rivestite da un paramento a blocchetti.

I resti di un’abitazione

Sul pianoro si osservano i resti di un’abitazione, un edificio parzialmente conservato in altezza e in larghezza. Sono riconoscibili dai rivestimenti i diversi ambienti in pessimo stato di conservazione.

La parete della chiesa

La piccola chiesa si trova nel settore settentrionale, con l’abside affacciata sulla rupe e parzialmente franata. Si conserva una parete alta circa due metri con un doppio rivestimento interno ed esterno la cui trama è formata da pezzame irregolare con blocchi di tufo, conci di arenaria e calcare, laterizi e materiale di risulta. La chiesa risalirebbe all’anno Mille con una dedica al “Nostro Signore Gesù Cristo, al beato apostolo Pietro e alla Beata Vergine Maria”. All’esterno è stato rinvenuto il piccolo cimitero, con fosse rettangolari scavate nel tufo e arrotondate intorno alla deposizione del capo.

La torre ovest

A difesa della zona settentrionale del pianoro sommitale si ergevano due torri, ancora parzialmente visibili, pur se incappucciate da rampicanti. La torre ovest ha pianta quadrangolare ed è chiusa da tre lati. Si vedono le feritoie e i fori quadrati per l’alloggio delle travi di sostegno agli ambienti interni. La torre domina il fossato occidentale ed è amata dai rapaci diurni e notturni.

La grotta della torre

Un terrazzino sulla parete appena sotto la torre ovest è l’atrio sul quale si affaccia una grotta a ferro di cavallo, formata da due camere scavate nella rupe e separate da un muro divisorio risparmiato nello scavo. Le pareti interne sono rivestite di nicchie ad arcosolio, di forma regolare e poste in successione.

L’interno destro della grotta

Sul fondo della camera di destra è un loculo. Una nicchietta sul fronte della parete divisoria ospitava la lucerna che illuminava l’ambiente interno.

Alla base delle pareti di tufo dei due versanti si aprono una trentina di grotte. Molte di esse risultano interrate, parzialmente crollate e comunque non accessibili.

Grotte affiancate sul versante orientale

Le altre si lasciano visitare e mostrano le diverse tipologie di scavo, dalle più semplici, di piccole dimensioni, ad arcosolio, alle più elaborate, con pareti e pilastri divisori o a vani affiancati. Queste grotte svolgevano diverse funzioni: erano stalle e ricoveri notturni per gli animali da lavoro, attrezzate con mangiatoie e lettiere; erano anche laboratori per la lavorazione del latte e la caseificazione o per la lavorazione e la conservazione dei prodotti agricoli; talvolta erano cantine collegate alle abitazioni soprastanti, destinate alla conservazione delle derrate (olio, vino, cereali) e alla custodia degli attrezzi agricoli.

La grotta azzurra

La più interessante è la grotta azzurra, visibile e facilmente accessibile al centro della parete orientale. Il nome le deriva dai resti di un intonaco di colore celestino che riveste tratti di parete e le volte. L’ambiente interno, semicircolare, ruota intorno a un pilastro centrale ed è caratterizzato da una serie di arcosoli regolari e da alcuni loculi.

I loculi interni

Queste caratteristiche fanno ipotizzare una destinazione funeraria, probabilmente più remota di quella medievale e risalente all’epoca romana.

La parete rocciosa del Pizzo del Prete, che fronteggia al di qua del Fosso del Castellaccio il rilievo del Castel Campanile, ospita una cavità destinata a colombaia.

La colombaia di Pizzo del Prete

L’allevamento dei piccioni integrava le altre forme di zootecnia, grazie anche alla sua redditività e all’utilizzo di tutti i prodotti (la carne, le piume, il guano, le uova). Per tali ragioni le colombaie erano generalmente scavate in ambienti inaccessibili o facilmente difendibili dalle intrusioni dei predatori. L’accesso avviene tramite un ripido sentierino e una serie di gradini che portano a un ingresso un tempo chiuso e protetto. I colombi sciamavano attraverso una finestra laterale e occupavano con le loro nidiate circa cinquecento cellette.

La cartina dell’insediamento

La storia di Castel Campanile risale all’anno Mille e si è srotolata nei secoli attestata dalle proprietà che si sono succedute: la famiglia Normanni, fino al Trecento, seguita dagli Orsini, signori di Ceri, Cerveteri e Bracciano, dagli Anguillara a partire dal 1467 e infine dai Borghese fino alla riforma agraria del Novecento. Una storia millenaria, dunque, che ha rischiato di venire umiliata sotto il pattume di Roma, per la progettata realizzazione di una grande discarica a Pizzo del Prete. Scampato il pericolo, grazie a una tenace opposizione popolare, resta l’impegno di conoscenza di visita di questa sconosciuta reliquia della Campagna romana.

La pubblicazione disponibile presso l’Agriturismo

(La visita è stata effettuata il 24 aprile 2017)