Roma. Lungo il fiume Aniene

Un pezzo di verde strappato alla Campagna Romana e trapiantato in città. Un fiume importante ma con il complesso d’inferiorità rispetto al ben più famoso Tevere, del quale è poi tributario. E tutt’intorno i palazzi di alcuni dei quartieri più popolosi di Roma (Montesacro, Pietralata, Tiburtino). Ecco il menu della passeggiata sul sentiero fluviale che va da ponte Mammolo a ponte Nomentano, nella riserva naturale Valle dell’Aniene. Sei chilometri, a piedi o in bicicletta, in compagnia di podisti, raccoglitori di cicoria, coppiette romantiche, gruppi di escursionisti ciarlieri, byker, neo-rurali, birdwatcher, naturalisti e amici del fiume.

Murale della stazione Metro Rebibbia

Un comodo punto di partenza è la stazione Rebibbia della metropolitana. Si va sulla destra, in direzione Roma, lungo il marciapiede della Via Tiburtina; si traversa al semaforo la Via Casal dei Pazzi e s’imbocca per pochi metri la Via Furio Cicogna, dov’è l’ingresso del sentiero (un vistoso segnale annuncia il “sentiero ciclabile”). Per reagire all’allucinazione indotta dal traffico, dai lavori stradali, dalla folla solitaria, conviene alzare gli occhi sui bei murales dei dintorni.

Murale del Parco Kolbe

L’antico Ponte Mammolo – il pons mammeus romano del quinto secolo – è ormai uno e trino, dopo l’edificazione del ponte della metropolitana e del suo ponte gemello che convoglia a senso unico il traffico della Tiburtina diretto a Roma. La Via di Ripa Mammea è un flebile ricordo del lontano passato, quando in quest’area esisteva un porto fluviale, con i suoi depositi di derrate e forse la villa di quella Giulia Mammea, madre di Alessandro Severo, che impose il restauro del ponte e gli lasciò in eredità il nome.

Murale in Via Tiburtina

Il sentiero segue il corso del fiume, torna per un breve tratto sull’asfalto, e dopo circa un km rientra trionfalmente nel verde di uno degli ambienti più ampi e belli della Riserva naturale della Valle dell’Aniene. Il fiume scorre qui con numerose anse in un paesaggio molto vario che comprende tre zone di grande importanza naturalistica: l’area umida della Cervelletta, l’area ripariale fluviale e il Parco delle Valli. L’unione delle associazioni territoriali “storiche” relative a queste aree ha fatto nascere l’Associazione Insieme per l’Aniene Onlus, che gestisce il parco per conto dell’Ente Regionale Roma Natura. Un buon modo di capire la Riserva è visitare la Casa del Parco, ben segnalata e visibile dal sentiero.

Gli orti urbani

Il percorso accosta l’area degli Orti urbani della Riserva, realizzati grazie a un progetto europeo denominato “Dialogo sociale e interculturale attraverso la gestione dello sviluppo locale: agricoltura urbana e periurbana”. Con i fondi europei, il Comune di Roma ha realizzato l’area, l’ha dotata del sistema idrico e l’ha messa a bando. E oggi sia i singoli sia le associazioni possono prendersi cura di una singola parcella di terreno.

Al lavoro nell’orto urbano

Obiettivo del progetto è offrire al cittadino un’occasione per riavvicinarsi ai ritmi della natura, svolgere attività all’aria aperta, autoprodurre a km zero e mitigare lo stress provocato dall’ambiente urbanizzato.

Lungo il fiume

Il sentiero segue la riva destra dell’Aniene e il suo sinuoso percorso, mentre gli edifici dei quartieri prossimi si allontanano sullo sfondo o si avvicinano incombenti, aprendo varchi e sentieri di accesso. Radure e sentierini consentono di dare un’occhiata ravvicinata al fiume che scorre, alla folta vegetazione riparia e ai numerosi anatidi che lo popolano.

L’ambiente della Riserva

Il percorso è sempre pianeggiante e si muove tra i querceti (farnie, cerro, roverella e farnetto), cui la presenza del fiume ha aggiunto i canneti, l’olmo, il salice bianco, il frassino.

Il ponte Nomentano

Dopo l’ennesima ansa fluviale, si disegna sullo sfondo il profilo del ponte Nomentano, che consente alla Via Nomentana vecchia di scavalcare il fiume Aniene. Si tratta di una costruzione fortificata, in origine costituita da due torri collegate da un muro merlato, che erano occupate da corpi di guardia connessi da ballatoi lignei. Oggi il ponte è solo pedonale, mentre il traffico scorre sul vicino ponte Tazio. Questa soluzione aiuta a a ricordarlo come uno dei monumenti più suggestivi della Campagna Romana. Artisti e fotografi del passato lo raffigurano imponente ed isolato nella solitudine dell’Agro, animato unicamente dal passaggio di carri e greggi. Nel 2000, in occasione degli interventi realizzati per il Giubileo, è stato effettuato un restauro conservativo, associato alla bonifica e al recupero del contesto ambientale.

Sul ponte Nomentano

In un fazzoletto di strada, il ponte e i monumenti antichi contendono disperatamente lo spazio alle vecchie osterie, ai moderni depositi dell’Atac, alle officine, ai mezzi della nettezza urbana e ai giardini pubblici.

Il mausoleo romano

Della vasta necropoli di età imperiale sulla Nomentana restano solo due mausolei. Il primo è un sepolcro costruito da quattro dadi sovrapposti, che svetta tra le case. Di fronte, incorporato nel giardino, si trova un mausoleo a pianta circolare impostato in origine su un alto basamento, con la copertura a volta; nel Medioevo tale mausoleo dovette essere utilizzato come basamento per una torre.

Il Monte Sacro

La passeggiata può trovate la sua degna conclusione con la breve ascesa al Monte Sacro. Questa collinetta, sistemata a parco e compresa nell’anello delle vie Monte Sacro, Monte Serrone e Falterona, è nota nella tradizione letteraria antica, perchè identificata con il Sacer Mons, che fu occupato dalla plebe romana nel 259 avanti Cristo come reazione ai soprusi dei patrizi, e poi liberato solo a seguito dell’intervento del console Menenio Agrippa che, con il suo celebre Apologo, dissuase la popolazione. Un cippo ricorda il giuramento di Simòn Bolìvar, che qui si impegnò per la liberazione dei popoli dell’America Latina.

 

(Ho percorso il sentiero il 10 marzo 2017)

Abruzzo. Le capanne di pietra di Villa Santa Lucia

Villa Santa Lucia degli Abruzzi. Bisogna voler molto bene a questo paese per decidere di salire quassù. E bisogna prima scovarlo sulle mappe. Remoto. Isolato. Raggiunto da strade tortuose, a novecento metri di quota, proprio sotto le ultime creste della catena del Gran Sasso. Certo, il panorama ripaga la lunghezza del viaggio. Ma il paese è un deserto umano e commerciale. Verso le ultime case una loquace vecchina, molto curiosa, esce di casa e prende a raccontarmi della notte del terremoto e poi della nevicata record di quest’inverno e di altre interminabili storie del passato. Alla fine della passeggiata incontrerò un altro abitante, anche lui loquace: ce l’ha con il mondo intero e con la desolazione di un paese da cui tutti sono andati via. In Canada, innanzitutto e poi verso i paesi della costa o della pianura. A Villa siamo rimasti in trentadue – racconta – e un’altra decina nella frazione di Carrufo; da noi il medico sale una volta alla settimana e così il furgone ambulante degli alimentari. Racconta dell’azienda agro-pastorale del paese e della coltivazione del tartufo. Mi mostra il segno lasciato nel bosco dalla slavina invernale che è piombata giù fermandosi a pochi metri dal paese.

La segnaletica

Se il futuro di questo paese è perlomeno incerto, andiamo a scoprirne almeno il passato. Visto che – come afferma Antonella Tarpino – la memoria è la sola garanzia di esistenza per le culture agro-pastorali. E così seguiamo i sentieri che si dipartono a sud-est del paese e che si dirigono verso il colle della Madonna e il colle di San Nicola. Questi due rilievi interrompono come una risacca le ripide pareti discendenti dei monti Cappucciata e Cannatina e vi creano una valletta, che ospita campicelli d’altura, pascoli e un insediamento pastorale diffuso in pietra a secco, erede di un villaggio romano e poi longobardo. La ricerca condotta dall’università dell’Aquila vi ha censito una ventina di capanne di pietra a tholos. Siamo sul braccio di tratturo nel quale confluivano le greggi della Baronia di Carapelle che lasciavano i pascoli estivi di Campo Imperatore: da Calascio e Castel del Monte i pastori scendevano a Villa Santa Lucia per proseguire in quota e intercettare il Tratturo Magno a Forca Penne.

L’edicola dello Spirito santo

Dal Municipio di Villa (880 m) imbocchiamo la via Battisti, superiamo le ultime case di Randino e raggiungiamo un bivio presidiato da un’antica edicola di pietra, a forma di condola, un tempo affrescata e dedicata allo Spirito Santo. Qui deviamo sul percorso di destra, seguendo la segnaletica dell’ippovia del Gran Sasso e la freccia di legno con l’indicazione ‘capanna in pietra’. Dopo una ventina di minuti, due frecce con l’indicazione ‘tholos’ ci fanno scoprire sulla scarpata di sinistra una elaborata capanna di pietra con un gradone a spirale e il muretto che ne protegge la porta d’ingresso, sormontata dall’architrave. Tutta l’area è cosparsa di macere e capanne dirute, ma la loro esplorazione è resa molto difficoltosa dall’intricata vegetazione di arbusti.

La capanna di pietra di Colle della Madonna

Continuiamo a percorrere il sentiero (noto localmente come la via di Forca), autentico balcone sull’aquilano. La conca del Tirino è incorniciata dalle creste e dalle cime del Sirente e del Velino. A destra (nord-ovest) spiccano la rocca di Calascio e la piramide di roccia di Monte Bolza che domina Castel del Monte. A tratti invaso dalla vegetazione, il sentiero prosegue tra muretti di pietra e campi recintati coltivati a tartufo fino a incrociare un pianoro e una sterrata. Questo incrocio è indicato dalla segnaletica come Colle San Nicola. Abbandoniamo la sterrata per risalire un po’ faticosamente il pendio a sinistra (nord); i sentierini nella macchia salgono alla selletta che separa le due gobbe del Colle di San Nicola.

La capanna di pietra a quota 930

Per cresta saliamo sulla destra alla cima più alta. Impressionano i bastioni terrazzati che cingono l’acropoli e i muretti di pietra che delimitano la piana sommitale. Ai margini del corridoio a pascolo sotto la vetta, a quota 930, si svela una capanna a secco, con un avancorpo nel quale si apre la porta architravata a sezione rettangolare.

Il villaggio di pietra

Ridiscesi alla selletta, scopriamo davanti a noi un mondo dove i campicelli d’altura sono coronati da stazzi recintati, resti di antiche abitazioni di pietra, muretti e un reticolo di sentieri. Conviene salire sull’altura di fronte, sia per avere un quadro d’insieme all’insediamento medievale del Castelluccio, sia per scoprire proprio sulla vetta (quota 965) una nuova ampia capanna di pietra, caratterizzata da un dromos d’accesso, da una porta architravata rastremata in basso e da tre gradoni di pietra interni, utilizzabili sia come panche che come giacigli.

La capanna di pietra sul Colle di San Nicola

Esplorata l’area, prendiamo la via del ritorno verso Villa. La direzione è nord-ovest. Possiamo seguire il sentiero che traversa il pianoro delle Vicenne alla base il Colle della Madonna, dove sono una struttura campeggistica e la chiesa rurale di Santa Maria delle Vicenne. In alternativa possiamo seguire più in alto la strada bianca parallela che taglia le pendici del monte Cappucciata e che traversa l’impressionante traccia lasciata dalla slavina del gennaio 2017. La durata minima dell’escursione è di circa tre ore, con un dislivello molto limitato.

Villa Santa Lucia degli Abruzzi e i colli dell’escursione

(Ho effettuato l’escursione il 29 marzo 2017)

Tuscia. Il villaggio rupestre di Santa Cecilia

I fossi sono ambienti repulsivi e talora anche repellenti. E anche quando le acque che scorrono sul fondo non ripugnano all’odorato, la vegetazione che vi cresce indisturbata è talmente intricata, spinosa, aggrovigliata, ostile, da sconsigliare ogni tentativo di progressione. Ci sono però delle eccezioni. Fossi che sorprendono per la loro topografia. E che nascondono inaspettati tesori. Una di queste piacevoli eccezioni è costituita dai fossi che circondano Bomarzo, nella Tuscia viterbese. Le incisioni vallive e i boschi che ne foderano le pareti celano meraviglie archeologiche, abitati rupestri, singolari monumenti scolpiti in epoche remote, vie cave, scalinate, altari, necropoli, templi, piramidi. Ed è allora qui, nei dintorni di Bomarzo, che proponiamo un’escursione, breve e interessante, al villaggio medievale rupestre di Santa Cecilia.

Il panorama della valle del Tevere

Scendiamo nel Fosso Castello (o Fosso del Rio), una valle segnata dalla presenza di un’imponente balaustra di rocce, che spezza il bosco e si affaccia sul fondo. La valle è cosparsa di massi erratici di peperino che si sono staccati dalla parete rocciosa sovrastante e sono franati sul ripido pendio, assumendo forme inconsuete, tali da stimolare la fantasia dei nostri antenati che vi hanno inciso tombe, pulpiti, abitazioni primitive. Bomarzo si raggiunge dall’uscita di Attigliano dell’Autostrada del Sole o dalla superstrada Orte-Viterbo. Il punto di partenza dell’escursione è il campo sportivo raggiunto da una breve diramazione al km 1,5 della provinciale Bomarzese, individuata anche da una torre-serbatoio ben visibile.

Segnale sul sentiero

Dal campo sportivo un cartello “Santa Cecilia” indica il percorso da seguire. In breve si scende a un’ampia radura sull’orlo del bastione roccioso, dov’è un’area picnic. Accanto a una piccola tomba antropomorfa inizia uno stretto sentiero intagliato nella pietra, con i gradini sagomati tra due rocce.

Il sentiero intagliato nella roccia

Questa piccola via cava scende ripidamente cercandosi prima un percorso nella parete rocciosa e poi costeggiando grandi massi, districandosi nella fitta vegetazione e tra gli alberi caduti. Un’opportuna segnaletica del sentiero rassicura sulla direzione da seguire. Dopo una ventina di minuti, quando il pendio rimpiana, si scorgono sparsi nel bosco i ruderi dell’antico villaggio di Santa Cecilia.

La casa-grotta

Un grande masso è stato scavato per ricavarvi una casa-grotta, fornita di due ingressi, di un canaletto di scolo dell’acqua piovana e di un’incisione per la tettoia, a protezione dell’ingresso.

Parete interna di un’abitazione

In un masso sono scavate nicchie, un focolare e fori per l’appoggio di travi di legno. Era forse la parete interna di un’abitazione prolungata all’esterno e coperta con strutture di legno.

L’abside della chiesetta medievale

Su una terrazza a forma di prua di nave sono i resti di una chiesetta del dodicesimo secolo, dedicata probabilmente a Santa Cecilia. Si notano ancora il pilastro che reggeva l’altare, la sagoma dell’abside, parti di mura e le decorazioni.

Una croce greca

Intorno alla chiesa è un cimitero costituito da una decina di sarcofaghi, interi o spezzati. Sui frammenti sono visibili le croci greche scolpite a rilievo.

La necropoli

La necropoli continua con le caratteristiche sepolture in alveoli trapezoidali scavati nella pietra, sagomati sulla figura umana, con o senza il cuscino interno di pietra che sosteneva il capo.

Resti di abitazione

Interessanti sono i resti di un’abitazione complessa, che ha il piano superiore accessibile con una scalinata, il pavimento, alcune pareti scavate nella roccia, il piano d’appoggio della copertura del tetto.

Vasche di spremitura

Si trovano alcune pestarole e vasche sovrapposte e comunicanti, scavate nella pietra, probabilmente utilizzate per la spremitura dell’uva e la lavorazione del mosto.

Il presbiterio della chiesa medievale

Questo villaggio rupestre mostra di essere stato frequentato dall’età etrusca fino al Medioevo. Per la necropoli altomedievale è stato ipotizzato l’intervento delle truppe africane dell’esercito bizantino, schierate a ridosso della linea del fronte con l’esercito longobardo (seconda metà del sesto secolo). Pure evidenti sono i segni del cristianesimo, sia nella chiesa medievale, sovrapposta forse a un edificio sacro preesistente, sia nella dislocazione delle tombe intorno alla chiesa. Per il resto è un ulteriore esempio di borgo rupestre, satellite dei paesi vicini (Bomarzo, Chia), ricco d’acqua, nel quale si svolgevano attività agricole, di produzione del vino e di pascolo degli animali

(La ricognizione è stata effettuata l’11 febbraio 2017)

Roma. Visita al Carcere Mamertino

I Romani se ne intendevano. Parlo del carcere, delle punizioni e delle pene corporali. Carcere, per cominciare, deriva dal latino coercere, il regime restrittivo della libertà personale. Mandare qualcuno “in galera” si riferiva letteralmente alla condanna ai remi delle galere, le navi del tempo. Molto temuta era la damnatio ad metalla, ovvero la condanna al lavoro coatto nelle miniere di ferro. Diffusa era anche la condanna ai lavori forzati nelle opere pubbliche, nelle cloache e negli altri lavori usuranti e nocivi. La damnatio ad bestias era la condanna a essere sbranati dalle belve affamate e inferocite negli anfiteatri coram populo. E c’erano poi la schiavitù, la deportatio, i summa supplicia, la crocifissione.

Il Carcere Mamertino

In questo quadro generale “dei delitti e delle pene” nel mondo romano antico, la visita al Carcere Mamertino di Roma è un’esperienza certamente istruttiva (e anche un’emozione un po’ splatter). Il Mamertino può essere classificato in termini moderni come un carcere di massima sicurezza, una prigione di Stato, dove si eseguivano le pene capitali che i Romani riservavano alle grandi personalità nemiche di Roma.

I giustiziati illustri

Un esempio è il generale sannita Gavio Ponzio, quello che durante la terza guerra sannitica aveva umiliato i romani alle Forche Caudine; catturato da Quinto Fabio Massimo subì qui la decapitazione. Giugurta, re berbero della Numidia, vi fu fatto morire di fame. Vercingetorige, re della Gallia, sconfitto dalle legioni di Giulio Cesare, vi fu decapitato. Il luogo delle esecuzioni era il Tullianum, ovvero il pozzo sottostante il Mamertinum, la cella carceraria dei condannati. I visitatori vi scendono oggi per un’angusta scala. Il sito è ancora sinistro e impressionante. Un autore latino lo descriveva sprofondato sotterra, chiuso da robuste pareti, con una volta di pietra, di aspetto “ripugnante e spaventoso per lo stato di abbandono, l’oscurità e il puzzo”.

Il sotterraneo del Tullianum

 

Le memorie cristiane

La tradizione cristiana lega il carcere Mamertino alle memorie di San Pietro e di San Paolo. Secondo un racconto agiografico difficilmente documentabile, i due apostoli vi furono reclusi prima di essere condotti al martirio: Pietro alla crocifissione nel circo Vaticano e Paolo alla decapitazione alle acque Salvie.

La memoria della prigionia di Pietro e Paolo

La presenza di una polla d’acqua nel Tullianum ha fatto nascere la leggenda del miracolo della fonte: Pietro avrebbe fatto scaturire la sorgente e con la sua acqua avrebbe battezzato i suoi due carcerieri, Processo e Martiniano. Tra le altre reliquie si conservano la colonna ove erano incatenati gli apostoli e un incavo nella roccia provocato da una testata di Pietro spinto dai carcerieri. Gli ambienti sono decorati da altari, affreschi, statue e lapidi. Ritenuto luogo sacro fin dal Quattrocento, il Carcere Mamertino fu definitivamente consacrato nel 1726 a San Pietro in Carcere.

Gesù e Pietro

 

La visita

Dal 2016 il Carcer Tullianum è nuovamente accessibile dopo i lavori di restauro che hanno messo in luce e valorizzato la struttura architettonica e gli affreschi e l’hanno dotato d’infrastrutture avanzate per la visita. Il percorso è guidato da tablet multilingue che descrivono analiticamente i luoghi e gli oggetti conservati. Si visitano in successione il Museo, fornito di interessanti reperti archeologici, il Mamertino, le memorie degli apostoli e la cavità del Tullianum. Il sito si trova nell’area dei Fori Romani (Clivo Argentario 1) ed è accessibile sia dal Campidoglio, sia da Via dei Fori Imperiali, percorrendo la via di San Pietro in Carcere. Di buon interesse è anche la visita degli ambienti della chiesa di San Giuseppe dei Falegnami sovrastante il carcere.

I fedeli sotto il mantello della Madonna

(Ho visitato il Carcere Mamertino il 20 settembre 2016)

Rieti. Trekking urbano nella capitale dei Sabini

Nel passato remoto Rieti fu l’antica capitale delle popolazioni sabine e fu poi municipio romano. Oggi è una piacevole città attraversata dalla via Salaria, con un centro punteggiato di nobili dimore e racchiuso nella cerchia delle mura, accarezzata dal fiume Velino. Secondo la tradizione Varroniana è addirittura il centro geografico dell’Italia, l’umbilicus Italiae. Il Comune propone da molti anni ai visitatori della città un percorso di trekking urbano. L’itinerario si snoda tra monumenti, palazzi, chiese ed edifici storici; costeggia poi lungamente il Velino, un fiume amato dai reatini, e propone una sintesi originale tra la città e la campagna, tra storia e natura.

Il palazzo Vicentini

 

Il ponte romano

Il punto di partenza più logico è il ponte romano, grazie al quale la via Salaria superava il fiume Velino e penetrava in città. Di questo ponte restano oggi visibili alcune arcate e altre strutture fondative vicine al ponte moderno.

Il fiume e la città visti dal ponte romano

 

Il quartiere medievale

Valicato il ponte, da Largo Fiordeponti ci si apre davanti la Via Roma, ricca di bei negozi, che risale l’antica acropoli in direzione delle piazze centrali. Può essere tuttavia preferibile percorrere la parallela Via del Porto, una stretta stradina che ricorda l’esistenza di un antico scalo fluviale e che traversa il vecchio quartiere medievale con le sue scalinate e l’arco di Santa Lucia. Svoltando a sinistra su Via San Pietro Martire si raggiunge la Biblioteca Paroniana, vanto della città, e la sezione archeologica del Museo civico, ospitata nell’ex monastero di Santa Lucia. Tra i reperti conservati spicca il rilievo scolpito con la scena di Venatio (il combattimento tra le belve e i gladiatori).

Il rilievo della Venatio al Museo archeologico

 

San Domenico

Giunti a Largo Santa Barbara, il percorso prosegue con un anello sghembo nelle vie del centro storico che si chiude poi nelle piazze centrali. I monumenti di maggior rilievo in quest’area sono la chiesa di San Domenico, costruita nella classica architettura degli ordini mendicanti, a navata unica, e l’oratorio di San Pietro Martire, uno scrigno che contiene il ciclo di affreschi del Giudizio universale dei fratelli Lorenzo e Bartolomeo Torresani.

La chiesa di San Domenico

Attualmente [2016] i due monumenti sono chiusi per le verifiche successive al terremoto di Amatrice. Più avanti, tra Via Varrone e Via Sant’Agnese, è localizzata la chiesa sconsacrata di Santa Scolastica, trasformata in Auditorium Varrone, sede di eventi culturali.

 

L’area della Cattedrale

Provenendo da Via Severi s’imbocca la centrale Via Cintia per sostare a Piazza Vittori, dove s’innalza il monumento dedicato a Francesco d’Assisi e ai monasteri francescani della Valle Santa reatina.

Il monumento a San Francesco d’Assisi

Si ammirano le architetture schiettamente medievali del Palazzo Papale, con le Volte del Vescovado, un grandioso portico a due navate, divise da poderosi pilastri che sorreggono arcate gotiche. A fianco si alza il complesso della Cattedrale di Santa Maria Assunta, preceduta da un portico e dall’imponente torre campanaria e articolata nella chiesa superiore, la cripta, il battistero. Il battistero è anche il nucleo storico centrale del Museo diocesano.

Le Volte del Vescovado

 

Il Museo civico e i giardini del Vignola

Le due piazze comunicanti, dedicate a Vittorio Emanuele e a Cesare Battisti, sono segnate dalla presenza dei palazzi istituzionali del Comune, della Prefettura e dell’Università. Il trekker urbano apprezzerà però soprattutto il parco del Vignola, un delizioso giardino pensile all’italiana, affacciato sui quartieri meridionali, e il giro nelle undici sale della sezione storico-artistica del Museo civico, introdotte dalla statua del Canova che raffigura una bellissima Ebe.

La morte del pastore (A. Calcagnadoro, 1928, Museo civico)

 

L’Ombelico d’Italia

Ci si sposta nella piazzetta medievale San Rufo, appartata e gradevole, dov’è l’omonima chiesa, ma dove la tradizione classica romana individua il centro geografico della penisola italiana. Su questo umbilicus Italiae è stato costruito un monumento circolare (ribattezzato popolarmente “la caciotta”) e apposta una lapide.

L’ombelico d’Italia

 

Il quartiere orientale

Il trekking segue ora l’asse della Via Garibaldi, l’antico decumano romano, alternandosi nei reticoli di strade che lo affiancano. Molto consigliato è il tranquillo percorso, caratterizzato da archi e gallerie, del vicolo dei Pozzi, affacciato sui prati urbani prospicienti al fiume.

La via dei Pozzi

 

Le mura medievali

Si giunge ora nella piazza dominata dalla monumentale Porta d’Arci, all’estremità orientale della città. Qui è possibile osservare uno dei tratti meglio conservati delle mura medievali. La fuga delle mura merlate è ritmata dalla presenza delle torri semicilindriche e quadrate.

Le mura medievali

 

Il fiume Velino

Usciti dalla Porta d’Arci, si va a destra, percorrendo con precauzione il margine della Via Salaria e il ponte sul fiume. Subito dopo si scende sul percorso della pista pedonale e ciclabile del Lungovelino. E’ il tratto più solitario e piacevole del trekking urbano.

L’ansa del Velino

Sulla destra scorrono veloci le acque del fiume, mentre a sinistra si aprono i campi coltivati, bordati dal percorso della Via Salaria; alle spalle è il panorama del monte Terminillo, con la cresta dei Sassatelli e le appendici del Terminilluccio e del Terminilletto che si alzano sul Pian dei Valli. Di fronte è il paesaggio urbano della città, che occupa l’antico colle dell’acropoli della romana Reate. Il Velino nasce dalle sorgenti del Monte Pizzuto, a 1667 metri di quota, traversa la conca reatina con un percorso di novanta km e precipita nelle acque della Nera formando la famosa cascata delle Marmore. Giunti al Ponte Romano, si torna al punto di partenza e il percorso si chiude. Avremo impiegato circa tre ore per una distanza di circa otto km.

La mappa del trekking urbano di Rieti

(Ho visitato Rieti il 21 dicembre 2016)

Ascea. Il parco archeologico di Elea-Velia

Salire sulla torre angioina di Velia per guardarsi intorno, è un modo sicuro per innamorarsi dell’Italia. Il paesaggio archeologico si stende in basso con tutto il fascino romantico delle rovine e della rigogliosa natura mediterranea. Il promontorio di Castellammare della Bruca s’insinua sull’arco dell’ammaliante costa tirrenica cilentana, disegnata tra la punta Licosa e il capo Palinuro. A oriente spiccano le creste degli Alburni e del Cervati, i monti del parco nazionale del Cilento. E poi l’intreccio tra realtà e mito, l’emozionante mosaico composto con le tessere della Magna Grecia, dell’urbanistica romana e della cittadella medievale. E ancora la filosofia del greco Parmenide, i paradossi di Zenone, la tradizione medico-sacrale del culto di Asclepio, il passaggio di Enea e la memoria del suo nocchiero Palinuro, le ville patrizie di Lucio Emilio Paolo e di Trebazio che vi ospitò il suo amico Cicerone, il sepolcro dell’apostolo Matteo, fino alla successione di archeologi italiani, tedeschi e austriaci che svelarono l’oblio di Velia e ne fecero emergere gli antichi monumenti. Il bello dell’Italia.

Il promontorio

Arriviamo alla Marina di Ascea, nota meta del turismo marino insieme con le altre perle di questo lungo tratto di costa del Salernitano che ricade nel Parco nazionale del Cilento ed è Patrimonio dell’umanità dell’Unesco. Una breve passeggiata ci conduce al Parco archeologico, situato ai piedi del promontorio. Una sorta di museo all’aperto dove i resti antichi contendono lo spazio alla macchia mediterranea e agli ulivi. Un tempo questa regione si chiamava Enotria (la terra del vino…). Qui nel 540 avanti Cristo arrivarono i Focei, popolo di navigatori e commercianti, provenienti dall’Asia minore, in fuga dagli invasori persiani. Fondarono una colonia e la chiamarono Elea. Ebbero rapporti, non sempre amichevoli, con i bellicosi Lucani e con la vicina Poseidonia (la futura Paestum). Si allearono con Roma e divennero civitas foederata. Elea passò a chiamarsi Velia e, grazie ai traffici commerciali e alimentari nel Mediterraneo, conobbe un lungo periodo di floridezza. In età imperiale, con l’insabbiamento dei porti e l’impaludamento della costa, cominciò la decadenza. Nel Medioevo i pochi abitanti superstiti salirono sul promontorio e costruirono il centro fortificato di Castellum Maris per difendersi dalle incursioni della pirateria saracena. Poi, un lunghissimo periodo di silenzio. Fino al 1889, quando un intraprendente architetto tedesco, su incarico dell’Istituto Archeologico Germanico, effettuò la prima vera ricognizione della città antica, ponendo le basi per le successive campagne di scavo.

Edificio funerario della necropoli romana

Il percorso di visita inizia dalla Necropoli romana, con le sue tombe monumentali, i recinti funerari, i piccoli mausolei, le edicole e le sepolture individuali.

La Porta Marina

Raggiunte le mura, si entra in città attraverso la Porta Marina, preceduta da un vano rettangolare e difesa da due pilastri che reggevano i battenti lignei. I carri transitavano attraverso il vano centrale, mentre i pedoni utilizzavano la postierla laterale.

Il criptoportico

Ci si aggira nei quartieri residenziali meridionali, tra le le architetture domestiche raggruppate nella prima e nella seconda Insula. Le case mostrano i diversi ambienti, l’atrio con l’impluvio inquadrato da colonne, il tablino per il ricevimento degli ospiti, la sala da pranzo del triclinio, il portico a colonne del peristilio, il giardino e l’hortus, il lungo criptoportico con la volta a botte, la terrazza superiore.

Il fabbricato rurale di Masseria Cobellis

Il Parco archeologico integra alcuni edifici rurali della Masseria Cobellis, oggi riutilizzati per gli uffici e i depositi. In prossimità di questi è stata scavata una scenografica struttura pubblica terrazzata, con scalinate laterali e un ninfeo centrale. Nella vicina Via del Porto è scavato un grande pozzo circolare.

Il portale collassato delle Terme

All’inizio della salita verso la collina, la strada affianca il grande complesso delle Terme Romane. Impressionano le strutture collassate dell’ingresso, con gli elementi del frontone spezzati e crollati al suolo. Gli ambienti interni, osservabili da una passerella, sono quelli abituali: lo spogliatoio dell’apodyterium, le latrine, il frigidarium, il tepidarium, la sauna del laconicum e il calidarium.

Il santuario di Asclepio

La lunga e ripida via romana, lastricata con blocchetti di pietra, sale sinuosamente sul colle settentrionale e costeggia il santuario consacrato ad Asclepio, divinità medica e guaritrice. L’uso terapeutico dell’acqua sorgiva è enfatizzato dal canale, dalla presenza delle vaschette e dalla fontana monumentale, preceduta dal portico, sistemata sul terrazzo più basso.

La Porta Rosa

Dopo l’ultima curva appare a sorpresa la maestosa Porta Rosa. La vediamo incastrata nella strettoia del colle, costituita da quattro elementi sovrapposti: i piedritti, l’arco inferiore a undici cunei, l’arco superiore con funzione di scarico e l’elevato, percorribile sulla sommità.

Il Teatro e la Cappella Palatina

Prendiamo ora la via dell’acropoli. Sulla sua terrazza inferiore è incastonato il Teatro, con le gradinate tagliate nel pendio naturale del colle.

Il fortino medievale e la torre angioina

Sulla sommità, attraversando il piazzale sistemato a prato, raggiungiamo la fortificazione medievale su cui svetta la Torre circolare, cuore del sistema difensivo. La torre è stata restaurata e resa accessibile con ascensore, scale e passerelle.

La chiesa di Santa Maria

Intorno al fortino sorgono la Cappella Palatina (o chiesa di San Quirino) e la chiesa di Santa Maria di Porto Salvo, con l’annessa Canonica. Questi edifici ospitano gli allestimenti museali dell’Acropoli.

La strada lastricata romana

Prima di tornare al punto di partenza, il percorso guidato ci conduce alla Casa degli Affreschi, un’ampia dimora di età romana, impreziosita da intonaci dipinti, pitture parietali e mosaici.

Il panorama della costa cilentana

(Ho visitato il parco archeologico di Velia il 4 marzo 2017)

Abruzzo. La via dei ruderi (e della rinascita) di Albe

Escursione affascinante, istruttiva. Autentico camminare nella storia. Osserviamo solo dei ruderi ma viviamo il presente come storia. Più di cento anni sono trascorsi dal terremoto della Marsica del 1915, e le macerie dei paesi marsicani si sono ormai trasformate in rovine da visitare. E ci sono poi le vestigia di due millenni fa, dissepolte dagli scavi di Alba Fucens. I ruderi dei monumenti della città romana sono ormai una delle principali attrattive archeologiche dell’Abruzzo. Non solo. Tutte queste rovine danno ancora segni di vita e di rinascita. Sulle macerie della storia si sono aperti dei cantieri. E insieme ad essi – direbbe Marc Augé – una possibilità di costruire qualche altra cosa, di ritrovare il senso del tempo e, al di là di esso, forse, la coscienza storica.

Antrosano. I ruderi del paese vecchio

Obiettivo della nostra passeggiata marsicana sono i colli che circondano gli scavi archeologici della città romana di Alba Fucens. Si parte da Antrosano, dalle antiche case distrutte dal terremoto del Fucino nel 1915; si raggiunge il paese nuovo di Albe, edificato dopo il sisma; si sale al colle San Pietro con la sua bella chiesa e il convento restaurati dopo l’apocalisse; si visitano i ruderi di Alba romana, tuttora in corso di scavo; si sale al colle di San Nicola, dove sono i ruderi di Albe vecchia e del castello degli Orsini, abbattuti dal terremoto e ora in via di lenta rinascita.

Da Antrosano ad Albe

Punto di partenza è Antrosano, raggiungibile in breve dall’uscita di Avezzano dell’autostrada A25. Si sale nella parte alta del paese e si parcheggia nei dintorni della Chiesa Nuova. Alcune case diroccate ricordano ancora gli effetti del terremoto del 1915: il borgo fu pesantemente danneggiato e ci furono una sessantina di vittime. Si osservi il palazzotto oscenamente denudato che apparteneva al notabile del luogo: tre piani, con le cantine e le stalle in basso, una sfilata di archi e le camere in alto.

Antrosano. La casa degli archi

Dalle ultime case ci s’incammina su una strada sterrata, che sale in direzione nord tra un muro di cinta e le siepi. Se ne segue il percorso principale, accompagnati fedelmente dai pali di una linea telefonica, trascurando tutte le deviazioni laterali. Dopo un lungo tratto allo scoperto, la strada entra in un boschetto, diventa sentiero e raggiunge il fontanile di Santa Maria, alla base di una muraglia di recinzione. Il sentiero segue ora per un breve tratto la cinta murata dell’antica città romana e raggiunge bruscamente le prime case di Albe. Il paese è stato ricostruito non lontano dal vecchio centro distrutto: case basse, urbanistica semplice, impianto a ferro di cavallo. Ma non perdetevi la facciata della chiesa con il suo bellissimo rosone quattrocentesco a dodici raggi e l’Agnus Dei in alto: è il volto esterno della vecchia chiesa, salvato dalle macerie, rimontato e trapiantato sulla nuova chiesa. Un commuovente legame di memoria.

Il rosone della chiesa di Albe

L’ufficio turistico, a fianco della chiesa, offre informazioni, visite guidate e un interessante bookshop; propone anche un museo fotografico del passato di Albe e un grande plastico didattico della città romana.

L’ufficio turistico di Albe

Il colle di San Pietro

Una croce di ferro segnala ora l’inizio del suggestivo percorso che sulle bianche pietre della strada romana ascende all’antico tempio di Apollo, sui cui ruderi s’innalza oggi la chiesa romanica di San Pietro, con la sua singolare torre che si eleva al centro della facciata e la bella abside.

Il convento e la chiesa di San Pietro d’Albe

Anche questo edificio fu gravemente danneggiato dal terremoto. Crollarono le coperture, le volte, le capriate, alcuni tratti di facciata con la torre insieme a metà dell’abside. Rialzata e restaurata, propone ai visitatori un bel ciborio, l’iconostasi e le colonne scanalate che separano le tre navate. Il vicino convento francescano è in corso di restauro e ospiterà il Museo di Albe.

La decorazione esterna dell’abside di San Pietro

La terrazza che circonda la chiesa è un balcone panoramico sul grandioso panorama della Marsica. A nord si staglia il gruppo del Velino con le cime gemelle del Velino e del Cafornia alte su Massa d’Alba, il Vallone di Majelama, la Magnola, la Serra di Celano e il Sirente. Segue, in senso antiorario, la regione dei Piani Palentini: s’individuano chiaramente Magliano e la frazione di Rosciolo, la Valle dell’Imele con l’autostrada, Scurcola e la cresta dei colli, l’alta valle del Liri. A sud sono ben visibili le creste del Monte Arunzo e del Monte Cimarani, la città di Avezzano, il Monte Salviano e la Valle Roveto, sullo sfondo dei monti Simbruini. E infine, a est, si apre l’immensa piana del Fucino coronata dai monti del parco nazionale d’Abruzzo. Da questa terrazza Carlo d’Angiò seguì nel 1268 l’andamento della battaglia nei sottostanti Piani Palentini contro gli Svevi di Corradino che aveva il suo stato maggiore sul colle di fronte, il San Nicola. Nel 1943 i colli di Alba furono sede della contraerea tedesca che proteggeva il comando militare della Linea Gustav situato a Massa d’Albe e che non valsero comunque a impedire il pesante bombardamento aereo da parte alleata.

Gli scavi di Alba Fucens

Dal colle di San Pietro si scende nella conca che ospita i resti della città di Alba Fucens, colonia romana fondata nel 303 avanti Cristo.

Alba Fucens

Ben conservata è la parte pubblica, con il reticolo regolare delle strade lastricate, il foro, la basilica, le terme e le tabernae. Ma il gioiello di Alba è lo splendido ovale dell’anfiteatro, con le sue due porte e le gradinate ancora in parte visibili. La città è racchiusa da un’imponente cinta fortificata in opera poligonale, con quattro porte d’ingresso. Il “percorso delle mura”, segnato e lungo circa tre km, consente di compierne l’intero periplo e di avere un nuovo punto di vista dell’antica città. La distruzione e il successivo abbandono nell’alto Medioevo si possono attribuire forse alle scorrerie dei Saraceni e a un diffuso dissesto geologico. Fu nella seconda metà del Novecento che gli scavi intrapresi da una missione archeologica belga riportarono alla luce i monumenti dell’antico municipium romano.

L’anfiteatro di Alba Fucens

La visita di Albe Vecchia

Lasciati gli scavi, si risale per l’uno o l’altro dei diversi percorsi segnati al colle dove sorgeva il vecchio paese di Albe. Il percorso di visita è semplicissimo. Si segue il tratto lineare di strada che segue la cresta del colle e che collega il castello alla chiesa. La presenza più visibile è quella del Castello degli Orsini, che ha mantenuto la sua imponenza nonostante i crolli causati dal terremoto. Dopo averlo osservato dall’esterno, con precauzione, aggirando i rovi, si può penetrare all’interno e studiarne la struttura.

Albe Vecchia. Il Castello Orsini tra le rovine

All’altro estremo della via centrale, su una terrazza panoramica sormontata da una croce di ferro, sono i resti della chiesa di San Nicola, di cui è ancora visibile la gradinata del presbiterio. Una pietra di cemento (con la scritta Pax, la croce e la data) ha sigillato l’antico ossario della cripta. Tra i due monumenti si distendono i brandelli delle vecchie abitazioni, con gli accessi, il disegno delle stanze e malinconici mozziconi delle scalinate che salivano ai piani superiori collassati.

Ruderi di Albe Vecchia

A nord del Castello si osservi la porzione del paese che è stata interessata a una rinascita, grazie a un progetto di recupero finanziato da fondi europei. Le mura delle vecchie case sono state integrate nelle nuove costruzioni, con una felice convivenza tra vecchio e nuovo.

Albe Vecchia in una stampa d’epoca

L’intera escursione richiede dalle tre alle quattro ore di visita e può essere naturalmente molto abbreviata raggiungendo in auto la zona archeologica. La quota sale dai 780 metri di Antrosano ai 1022 del colle di San Nicola. Una “carta dei percorsi a piedi, in bici e a cavallo”, realizzata dai comuni di Magliano de’ Marsi e di Massa d’Alba, è disponibile presso l’ufficio turistico.

La mappa dei sentieri

(La ricognizione del percorso è stata realizzata il 3 marzo 2017)