I sentieri dei Peligni. Da Ocriticum a Colle Mitra

Una passeggiata archeologica nel cuore dell’Abruzzo. Siamo sulle ultime propaggini del monte Rotella che si allungano verso Sulmona e la conca peligna. Si parte dagli scavi di Ocriticum, l’antica mansio romana dedicata a Giove Lareno. Si sale al recinto fortificato italico di Colle Mitra. L’interesse archeologico si somma al piacere di contemplare un panorama amplissimo su tutti i monti d’Abruzzo. Si aggiunga che l’escursione è breve, facile e non eccessivamente faticosa. Colle Mitra supera di poco i mille metri e il dislivello da superare si limita a circa 220 metri. Punto di riferimento è il paese di Cansano, sede di un punto d’informazione del Parco nazionale della Majella e del Centro di documentazione del Parco archeologico naturalistico di “Ocriticum”.

L’arrivo a Ocriticum

Usciti da Cansano sulla strada per Sulmona, s’imbocca una stradina asfaltata che si dirama a sinistra della curva a gomito sottostante le ultime case, segnalata da un pannello di orientamento del parco di Ocriticum. La stradina prosegue asfaltata per due km fino alla fonte di Grascito e al vicino casolare. Pochi metri prima della sua conclusione, seguendo la segnaletica del parco, si va a sinistra su una strada bianca che dopo cinquecento metri raggiunge l’ingresso della zona archeologica a 840 metri di quota. Qui si parcheggia.

 

Ocriticum

Il santuario

Ocriticum presidiava una strada che collegava la conca Peligna all’alta valle del Sangro. Si ipotizza che possa corrispondere alla Mansio Iovis Larene, un importante punto di sosta citato nella carta geografica della Tabula Peutingeriana. Gli scavi hanno rivelato un sito che sembra iniziare dall’età arcaica, e che si è successivamente sviluppato a partire dal sesto secolo avanti Cristo fino al Medioevo. La disponibilità d’acqua era garantita dalle vicine fonti di Grascito e Sulmontina, mentre la via Nova garantiva l’approvvigionamento, i trasporti di materiale e le comunicazioni.

Il secondo tempio

Un terremoto nel secondo secolo dopo Cristo distrusse buona parte degli edifici e segnò la decadenza e il progressivo abbandono dell’area. Il percorso pedonale guidato raggiunge i basamenti dei diversi edifici sacri risalenti all’età repubblicana e imperiale, posti su terrazze di diverso livello.

Un pannello descrittivo

Il tempio più antico si trova sul terrazzo superiore e si affianca a un secondo tempio di età posteriore, entrambi ricompresi in un temenos, recinto della zona dedicata alle divinità.

 

La salita a Colle Mitra

La foresteria del Parco

Lasciata l’auto nel parcheggio dell’area archeologica si prosegue sulla strada bianca che si dirige verso i colli (sud). Si incrociano gli impianti del metanodotto Snam e la breve deviazione che conduce ai binari della ferrovia Sulmona-Roccaraso: il casello ferroviario è stato riutilizzato come foresteria a servizio dell’area archeologica. Scavalcata la ferrovia su un tratto in galleria si raggiunge la fontana Sulmontina e ci s’innesta subito dopo sul Sentiero della Libertà.

La fonte Sulmontina

La strada compie un’ampia curva e ora con direzione nord-ovest affronta la salita in diagonale a mezza costa che risale il colle. Raggiunto il valico, si lascia sulla sinistra il Sentiero della Libertà (che aggira il dosso e scende nella conca di Pacile) e si segue in direzione nord il sentiero di cresta che si dirige verso la visibile croce di ferro sulla sommità del Colle Mitra (1067 metri di quota, 1,15 ore da Ocriticum).

La croce di Colle Mitra

Dalla vetta si ammira un grandioso panorama circolare. Di fronte si stende la conca Peligna, con la città di Sulmona e la catena del Gran Sasso sullo sfondo. A destra (est) si osserva tutta la cresta del Morrone fino al guado di San Leonardo e di qui la cresta della Maiella, con il monte Amaro, il Guado di Coccia e il Porrara. Alle spalle (sud) è la lunga cresta del monte Rotella. A sinistra (ovest) s’impone il complesso del monte Genzana. L’area di Colle Mitra è compresa nel Parco nazionale della Majella ed è un crocevia di sentieri tabellati che si diramano sui diversi versanti, intorno agli assi del Sentiero della Libertà (segnato con la lettera L) e della cresta del monte Rotella (sentiero T). La zona è ancora frequentata da greggi al pascolo.

La segnaletica del Sentiero della Libertà

Conviene dare un’occhiata ai dintorni del Colle. Il ritorno sulla via dell’andata richiede comunque circa un’ora.

 

La cinta fortificata di Colle Mitra

Sulmona e la conca peligna

Dalle rocce sotto la croce si diramano verso sud, a forma di V, due muraglioni costruiti con massi e grosse pietre sbozzate. Il recinto delle mura proteggeva tutta l’area sommitale, dove sorgeva inizialmente un oppidume più tardi l’insediamento abitato più stabile localizzato nella conca di Pacile. Il centro fortificato era un ottimo punto di osservazione e controllo sui percorsi che da Sulmona risalivano alla regione degli altopiani: il tratturo di Pettorano e la strada di Ocriticum. In età preromana queste aree intorno a colle Mitra erano frequentate da comunità pastorali che avevano dato vita a un insediamento stabile perdurato fino all’età romana. Recinti fortificati simili facevano corona alla conca peligna, come si può osservare sul Colle delle Fate e sul monte Urano.

La cinta muraria di colle Mitra

(Il percorso è stato verificato il 24 ottobre 2018)

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La necropoli etrusca di Poggio Buco

Poggio Buco è il nome di un insediamento etrusco che occupa il piccolo altopiano di tufo delimitato dal fiume Fiora e da due suoi affluenti, il torrente Rubbiano e il fosso Bavoso. Il nome dichiara esplicitamente la sua posizione sul “poggio” e il “buco” delle sue tombe rupestri. Siamo nell’Etruria interna, un’area della Maremma toscana non lontana dal confine con il Lazio. L’abitato etrusco si trovava sull’altura delle Sparne. Non era certo un centro importante, forse solo un avamposto di Vulci, con una presenza umana intermittente. Qualche indizio fa ipotizzare che in epoca romana vi fosse insediata la prefettura di Statonia. I resti archeologici visibili sono comunque scarsi, limitati ai blocchi di una modesta cinta muraria e alle fondazioni di un grande edificio prospiciente una piazza lastricata, emersi nella parte orientale dell’area urbana. Molto più interessante è la necropoli che si sviluppa lungo la strada che lascia la città in direzione ovest. Équesta la zona che noi visitiamo.

La necropoli rupestre

Per raggiungere Poggio Buco si segue la strada provinciale 74 “Maremmana” che collega i due centri di Pitigliano e Manciano. Subito dopo il ponte sul fiume Fiora (per chi proviene da Pitigliano) s’imbocca una strada sterrata a sinistra con le indicazioni per la necropoli. Percorsi 1,5 km si arriva a un bivio: a sinistra inizia l’area archeologica. Si può arrivare sin qui in auto, ma è consigliabile lasciare l’auto sulla provinciale e raggiungere Poggio Buco a piedi in circa mezzora.

Il bivio che introduce alla necropoli

Chi cercasse una passeggiata più lunga può partire da Manciano. Seguendo sempre la provinciale 74, a tre km dal paese, all’altezza della centrale della Stellata, una strada sterrata sulla destra (segnalazioni per un agriturismo) sale verso i colli in direzione est e scende poi verso la necropoli e il fiume (1,30 ore).

Una tomba a camera con i letti sepolcrali

La strada di accesso tocca subito la zona sepolcrale, supera un caseggiato e arriva al dosso di tufo in cui si addensano le sepolture rupestri. Le tombe più antiche sono quelle a fossa o a cassone, delimitate da lastroni, con o senza loculi laterali. Non sono tuttavia facilmente osservabili perché occultate dalla vegetazione o allagate.

Tombe a camera

Più frequenti sono le classiche tombe a camera, precedute da un vestibolo e da un corridoio di accesso (dromos). Le aule più ampie hanno al centro dei pilastri risparmiati dallo scavo che hanno la funzione di sostenere la volta e di impedire i crolli.

Vano con pilastro centrale, riutilizzato come stalla

Le cavità sono state riutilizzate nel tempo, fino a epoche recenti, come cantine, depositi di attrezzi agricoli e soprattutto come stalle per gli animali domestici. Si osservano così all’interno gli adattamenti resi necessari per ospitare le mangiatoie e le vasche di abbeverata. Non si può tacere lo stato generale di abbandono e incuria. Alcune abitazioni costruite consapevolmente sulle tombe e il dispregio per l’ambiente testimoniato dalla presenza di discariche inducono a una certa malinconia. Malinconia che non cancella comunque il fascino di un luogo remoto e poco frequentato.

La zona dell’escursione

La Catacomba di San Pancrazio

La storia di Pancrazio è simile a quella di tanti altri martiri cristiani dei primi secoli. Era un giovane romano di buona famiglia, nato in Frigia. Rimasto orfano, fu affidato allo zio Dionisio che lo portò con sé a Roma. Qui Pancrazio conobbe il papa Marcellino e rimase affascinato dal messaggio cristiano. La persecuzione anticristiana del feroce Diocleziano non gli diede scampo. Di fronte al suo rifiuto di abbandonare la fede in Gesù, l’imperatore ne ordinò la decapitazione.

Il martirio del giovane Pancrazio

Condotto fuori della porta Aurelia, la sera del 12 maggio 304 Pancrazio fu martirizzato. L’illustre matrona romana Ottavilla, che assistette all’esecuzione, raccolse il capo e il corpo del giovane Pancrazio e li depose in un sepolcro nelle catacombe scavate sotto i terreni di sua proprietà. Sul luogo della sepoltura Papa Simmaco volle poi erigere la basilica dedicata al santo.

Il luogo del martirio e la reliquia del santo

E oggi, al margine dei grandi spazi verdi di Villa Doria Pamphili, entrati nella chiesa di San Pancrazio, a metà della navata destra, è possibile inabissarsi nelle catacombe omonime. Ci fanno da guida i bravi volontari della storica associazione della Giovane Montagna. Percorrendo le gallerie sotterranee fasciate di loculi e di simboli cristiani visitiamo in successione tre cubicula di maggior rilievo.

L’iscrizione di Botrys

Il cubicolo di Botrys prende il nome del defunto ivi sepolto. La lastra sepolcrale che si è conservata dice che Botrys era un christianós. In questo cubicolo, dove sono ancora visibili resti di pitture, si celebravano le liturgie cristiane.

Il cubicolo di San Felice

Il cubicolo di San Felice è decorato in stile lineare rosso, con elementi tratti dal mondo marino (navi e pesci).

L’icona di santa Sofia e delle sue tre figlie

Il cubicolo di Santa Sofia contiene le sepolture che si ritiene appartengano alla martire Sofia e alle sue tre figlie.Sofia era una illustre matrona sposa di un senatore di nome Filandro e madre di tre figlie, a cui aveva dato i nomi delle tre virtù teologali: Pistis (la Fede), Elpis (la Speranza), Agape (la Carità). Dopo la morte del marito Filandro, da lei convertito al cristianesimo, Sofia soccorse con i suoi beni i poveri e svolse opera di proselitismo a Roma dove viveva con le figlie di 12, 10 e 9 anni. Denunciata all’imperatore, confessò la sua fede cristiana e per questo fu fatta fustigare. Di fronte al suo persistente rifiuto di abiurare, l’imperatore Adriano fece allora torturare e decapitare una dopo l’altra le sue figlie. La madre, costretta ad assistere all’orrendo crimine, esortava comunque le bimbe a restare salde nella fede cristiana, nella speranza della vita eterna. I corpi martirizzati delle figlie le furono consegnati e lei li seppellì al diciottesimo miglio sulla Via Aurelia. Lì lei morì tre giorni dopo, mentre pregava e piangeva sulla loro tomba. Nella stessa tomba fu sepolta anche lei.

Come visitare la catacomba

(Ho visitato la catacomba il 9 ottobre 2018)

La Lanterna dei morti a Sarlat

Sarlat-la-Canéda è una cittadina francese del Périgord, nel dipartimento della Dordogna. La sua storia inizia nel Medioevo quando il borgo si sviluppa intorno all’abbazia benedettina. Ma il suo periodo d’oro è il Cinquecento quando le nuove famiglie della nobiltà locale creano prosperità e costruiscono le loro dimore nello stile artistico e nello spirito umanistico del Rinascimento. L’antica abbazia benedettina è stata intanto promossa al rango di vescovado e la chiesa romanica è stata distrutta per far posto alla nuova cattedrale dedicata a Saint-Sacerdos.

1 - La lanterna dei morti di Sarlat

La lanterna dei morti di Sarlat

Tra i resti dell’abbazia, alle spalle dell’abside della cattedrale, sopra il cimitero e i superstiti arcosoli tombali, spicca ancora oggi la Lanterna dei Morti, un’impressionante torre cilindrica a forma di missile, puntata verso il cielo. Vi si accede con una rampa di scale al termine di una stretta stradina. Sulle pareti si aprono finestre e al culmine della volta a costoloni, la chiave di volta raffigura l’Agnus Dei, l’agnello crucifero, simbolo del Cristo risorto.

2 - L'interno della torre-lanterna

L’interno della torre-lanterna

La lanterna dei morti è un edificio in muratura, di forma variabile, tipico di alcune zone dell’Europa centrale. In genere è cavo e allungato, in forma di torre. Alla sommità si trova un locale aperto (con almeno tre aperture) in cui, al crepuscolo, veniva un tempo issata una lampada accesa che secondo la tradizione serviva come guida per i defunti. Di questo “fanal” sono state proposte diverse interpretazioni simboliche, anche se il senso resta controverso ed enigmatico.

3 - La volta della torre con l'Agnus Dei

La volta della torre con l’Agnus Dei

Probabilmente il significato di questa torre-lanterna va recuperato alla luce della liturgia pasquale del XII secolo praticata dai monaci della locale abbazia benedettina, dedicata al Salvatore. La torre sarebbe stata un’interpretazione del cupola del Santo Sepolcro di Gerusalemme come era rappresentata sin dal quarto secolo: una torre circolare, con una porta al primo livello che dava accesso alla Tomba di Cristo, e un secondo livello con un baldacchino a quattro colonne. Nei giorni del triduo pasquale, i monaci vi venivano in processione per pregare sull’altare della reposizione e visitare il “sepolcro”. I monaci potevano quindi sedersi sulla panchina in esedra per meditare sulla morte e la risurrezione di Gesù.

4 - Lo spettatore di Piazza dela Libertà

Lo spettatore di Piazza della Libertà

(Ho visitato Sarlat il 31 agosto 2018)

La Catacomba “Ad Decimum” sulla Via Latina

Sconosciuta. Sorprendente. Una catacomba cristiana a Roma, aperta e visitabile, ma pochissimo frequentata. Con caratteristiche di grande pregio. Riemersa intatta dal fango dei secoli, con le gallerie transitabili e i loculi ancora tutti sigillati. Espressione della piccola comunità del Vicus Angusculanus sorta nei primi secoli intorno a un santuario, ai casali rustici, alle ville d’otium e a una stazione di posta fornita d’impianto termale. Una comunità che parlava in greco e in latino e che dedicava ai suoi defunti iscrizioni tenerissime. E un corpus di pitture che ricordano quelle delle catacombe romane più note.

La Catacomba Ad decimum della Via Latina

La Catacomba si trova al km 6 dell’attuale Via Anagnina, sul confine tra il comune di Roma e quello di Grottaferrata. In epoca romana il luogo corrispondeva al decimo miglio della Via Latina, da cui deriva il nome Ad Decimum. Vi furono tumulati circa mille corpi nei secoli terzo, quarto e quinto. Fu poi abbandonata e dimenticata. Per essere riscoperta per puro caso nel 1903 nel corso di alcuni lavori agricoli. La notizia giunse ai monaci dell’abbazia di San Nilo di Grottaferrata, che acquistarono il terreno e intrapresero gli scavi, conclusi nel 1936. Oggi il sepolcreto è posto sotto la tutela della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra ed è aperto la domenica grazie agli entusiasti e competenti volontari del Gruppo Archeologico Latino – Colli Albani “Bruno Manfellotto”.

Il casotto d’ingresso della catacomba

Le prime iscrizioni, quelle più antiche, sono molto laconiche: formulari semplici e brevi composti dal nome del defunto, da addii augurali e talvolta da immagini simboliche cristiane (il pesce, l’ancora, la colomba). Più tardi, dopo la fine delle persecuzioni e la pacificazione religiosa di Costantino, le iscrizioni si allungano, compaiono aggettivi come benemerens, carissimuse dulcis, i simboli cristiani diventano più espliciti. Un esempio è l’epigrafe Ianuarius diaconus se vivo fecit sibi et costae suae Lupercillae et Martyriae filiae suae dolcissimae quae vixit annos III menses VI dies V in pace (“Il diacono Gennaro fece da vivo questo sepolcro per sé e per la sua costola Lupercilla e per la sua figlia dolcissima Martiria, che visse tre anni, sei mesi e cinque giorni, in pace”). Colpisce che Gennaro sostituisca il termine coniuge/moglie con quello di costae, con evidente riferimento all’immagine biblica di Eva, creata dalla costola di Adamo. Altro esempio è la scritta Marciano benemerenti Hilarus fratri carissimo in pace (“Ilaro [ha fatto questa sepoltura] al suo benemerito fratello Marciano carissimo che riposa in pace), corredata da immagini incise che raffigurano colombe, un buon pastore con un agnellino sulle spalle e una coppia di pecore. Molto curiosa è la presenza nelle iscrizioni di termini quali Coprion (Coprion coiugi Florentini benemerenti fecit) e Istercoria (Proficius lector et exorcista / Istercoriae coiugi benemerenti / se vivo fecit) dallo sgradevole significato di “sterco”. Se si aggiunge che un defunto è definito Dyscoli, ovvero fastidioso e intrattabile, sorge la curiosità per questi accostamenti tra persone amate e nomi repulsivi. Probabilmente la particolare diffusione in ambito cristiano di questi nomi dal significato infamante fa pensare che il loro uso fosse legato alla volontà dei fedeli di condurre forme di penitenza e di mortificazione, associate a “nomi di umiltà”.

Una galleria della catacomba

I soggetti dipinti sui cubicula della catacomba sono quelli tipici dell’iconografia paleocristiana. L’immagine del buon pastore compare in un ambiente paradisiaco, tra alberi stilizzati e coppie di pecore. Il profeta Daniele è ritratto in preghiera nella fossa dei leoni. Vediamo anche immagini di donne in preghiera con le braccia levate. Gesù è ritratto al centro di un collegio apostolico, affiancato da Pietro, Paolo e dagli altri apostoli.

Il buon pastore e Daniele nella fossa dei leoni

L’immagine di maggiore interesse è quella della Traditio legis, cioè la consegna della legge a San Pietro da parte di Gesù. Il Signore è sospeso sulle nubi e porge con la mano sinistra all’apostolo un rotolo su cui si legge Dominus legem dat, mentre San Paolo acclama. Nel registro inferiore si vede una piccola altura, il monte paradisiaco, sul quale è poggiato l’Agnus Dei, personificazione simbolica del Cristo; ai piedi del monte sgorgano i quattro fiumi edenici mentre ai lati si distribuiscono dodici agnelli, simboli degli apostoli. Sulla parete a fianco si osserva l’immagine di un ragazzo, fiancheggiato da Pietro e Paolo che lo accompagnano nel momento del trapasso dal mondo terreno a quello ultraterreno. Una scritta a lato della testa del ragazzo defunto ci rivela la sua età (fra i 17 e i 18 anni) e il suo nome: Viator, il viandante.

Il dipinto della Traditio Legis

(Visita effettuata il 29 luglio 2018)

Casacalenda e l’antica Gerione

Questo itinerario nel Molise collinare interno ci conduce dapprima a Casacalenda, l’antica Kalene, e poi tra le rovine della vicina Gerione. Tutte le guide ricordano che durante la seconda guerra punica a Kalene si era accampato l’esercito romano guidato da Marco Minucio Rufo per affrontare il temibile Annibale, trincerato nella vicina Gerione. L’episodio risalirebbe, secondo quanto attesta lo storico Polibio, all’inverno del 217 avanti Cristo (l’anno 536 dalla fondazione di Roma). Oggi i problemi che affliggono il paese non sono più le guerre devastatrici ma fenomeni altrettanto maligni quali l’inarrestabile emigrazione e i traumi del terremoto.

Pannello fotografico del Comune di Casacalenda

Colpiscono perciò gli originali pannelli fotografici collocati sui muri della città vecchia che ritraggono gli abitanti del paese sotto l’insegna del “Noi(R)esitiamo”. E non mancano alcuni segnali di resilienza, come le istallazioni del Museo all’Aperto di Arte Contemporanea Kalenarte (Maack) disseminate nell’intero territorio comunale. O un museo che accosta la tradizione folklorica del “bufù” all’arte contemporanea.

Palazzo fortificato a Terravecchia

Molto piacevole è la passeggiata nel centro storico, che segue l’asse viario di Terravecchia. Dalla via centrale si diramano i vicoli laterali che scendono, attraverso gradinate, alle vecchie mura e al circuito perimetrale esterno del Borgonuovo, un anello panoramico su tutto il Molise interno. La lunetta del portale della chiesa di Santa Maria Maggiore contiene due caratteristiche statuette trecentesche che descrivono la visita di Maria alla cugina Elisabetta. Questa scena della Visitazione serve da ideale icona alla nostra visita al paese.

La lunetta di Santa Maria Maggiore

 

Il Castello di Gerione, l’antica Gereonium

Terminata la visita a Casacalenda possiamo raggiungere Gerione seguendo una stradetta che scende da piazza Nardacchione, di fronte al Palazzo Baronale, in direzione nord-est e raggiunge dopo 2,5 km il fondovalle del Cigno. Seguendo la segnaletica, si devia su una strada sterrata sulla destra, si valica il torrente su un ponticello e si trova un’area attrezzata. Le condizioni della strada possono consigliare di lasciare l’auto qui o al bivio precedente. Non si sono problemi se si dispone di un’auto alta o di un fuoristrada. Il percorso successivo su strada bianca, in qualche tratto cementata, è ripido e conduce in ulteriori 2 km al panoramico spiazzo sommitale, a 616 metri di quota, dove sono i cartelli introduttivi e l’accesso all’area archeologica. Se si è scelto di salire a piedi, avremo impiegato circa 30-40 minuti.

Il palazzo di Gerione

Aggirandoci sulla cima di questo colle, scopriamo i resti di un insediamento fortificato di piccole dimensioni ma di gloriosa storia, stando a quel che hanno ricostruito gli archeologi della Sovrintendenza regionale e dell’Università di Bologna. Gereonium fu inizialmente un abitato dei Sanniti Frentani, cinto da mura costruite in grosse pietre cementate con argilla. Annibale, il grande generale cartaginese, conquistò la cittadella nel 217 avanti Cristo (siamo alla vigilia della battaglia di Canne), trucidò gli abitanti e l’adibì a magazzino per il rifornimento delle truppe.

Un’abitazione

L’abitato rinacque con vigore nell’Alto Medioevo, divenendo un castaldato longobardo.  Arrivarono i Normanni che lo incendiarono, salvo poi riportarlo a nuova vita, costruendovi una torre e un palazzo, cui si aggiunse una chiesa dedicata a Maria. Le fortificazioni, rafforzate da torri, furono allargate a tutto il perimetro sommitale al tempo di Federico II (1194-1250). In quest’epoca la porta principale era a sud, potentemente munita da bastioni coronati dalla torre primitiva. Il palazzo fu munito da un’altra torre a nord e tutto il complesso venne rafforzato da antemurale e fossato.

I resti della chiesa

All’interno delle mura si possono osservare resti di case, costruite con pavimenti in terra battuta e tetto di paglia; le murature perimetrali avevano uno zoccolo di pietrame ed un alzato in argilla cementizia. La fine dell’insediamento fu dovuta alla Peste Nera, che infuriò in tutta Italia raggiungendo la massima virulenza verso il 1350. Il terribile terremoto del 1349, che devastò l’intero Meridione, ne decretò la fine. Da allora il luogo fu abbandonato. Almeno fino all’arrivo degli archeologi.

Ricostruzione dell’abitato di Gerione

(Ho effettuato l’escursione il 12 aprile 2018)

Il tratturo di San Pietro Avellana

Il Regio Tratturo Celano-Foggia, dopo aver raccolto gli armenti della conca del Fucino e della conca peligna, saliva verso gli altipiani maggiori, traversava il Piano delle Cinque Miglia e il Prato di Roccaraso e, all’altezza di Pietransieri, scendeva nella valle del fiume Sangro. La nostra passeggiata lo intercetta alla Taverna del Sangro, storico luogo di sosta degli armenti, e lo segue nella salita del bosco che conduce a San Pietro Avellana.

La segnaletica del tratturo

Siamo sul confine tra l’Abruzzo e il Molise, a metà strada fra Castel di Sangro e Ateleta. Il punto di partenza si trova al km 8 della strada provinciale molisana “Masserie di Cristo” che in Abruzzo muta denominazione e diventa la provinciale 121 “Sangritana 2”. Nei pressi è il Casale Principessa delle Fate. Nello spazio di pochi metri convivono qui il tratturo, la strada provinciale, la superstrada di fondovalle, il fiume Sangro e la linea ferroviaria Sangritana.

La carta dell’Italia centrale con i principali insediamenti antichi e i tratturi

 

La Taverna del Sangro

La Taverna del Sangro

La passeggiata può iniziare con la visita alla Taverna (quota 760), che si raggiunge scendendo sulla strada bianca del tratturo e traversando il ponte sul fiume Sangro, accanto al viadotto “Taverna” della Fondovalle. L’edificio che si era ridotto a rudere è stato recentemente ben restaurato, ma è ancora in attesa di destinazione e la rigogliosa vegetazione ha ripreso ormai ad assediarlo. La taverna è una presenza caratteristica sul tratturo. Costruita accanto al guado del fiume e all’incrocio di strade, la locanda era luogo di ristoro per viaggiatori e animali e, anche, luogo di scambio per le merci. L’edificio potrebbe avere origini seicentesche e compare nella cartografia delle successive reintegre del tratturo. Non è improbabile che fosse già stazione di posta in epoca antica per chi transitava nella valle del Sangro. Le tombe di epoca romana scoperte nelle vicinanze, la presenza nella tavola peutingeriana e i documenti dell’Archivio borbonico sui contratti di fitto confermano una persistenza di lungo periodo.

La stazione ferroviaria della Taverna

D’interesse “archeologico” è anche la piccola stazione “Taverna” sulla linea ferroviaria Sangritana, distante pochi passi. Oggi dismessa, la ferrovia fu costruita nel 1915 per collegare Castel di Sangro ai paesi adriatici.

 

Il Tratturo

Il tratturo a San Pietro Avellana

Tornati al di là del Sangro, s’imbocca il tratturo, vigilato in alto dal rudere della Masseria di San Nicola. Il percorso in salita non è segnato ma è largo ed evidente; qualche segnale di legno “a bandiera” presente sul tragitto rassicura comunque il camminatore. Il fondo è piuttosto accidentato, segnato dal passaggio dei trattori, fangoso nei tratti in piano e con qualche breve tratto lastricato in pietra. Superata la zona di erosioni si tocca un’area di stoccaggio dei tagli di legno in prossimità dell’elettrodotto. Più in alto si traversa la traccia, ormai riassorbita, del grande metanodotto della Snam.

La foresta demaniale

Ai lati del tratturo si stendono le cerrete e le faggete di Scodanibbio e San Nicola che, insieme con i boschi di San Martino, Cantalupo e monte Capraro, formano uno dei sottosistemi delle foreste demaniali regionali molisane.

La Valle del Sangro

Alzandosi progressivamente di quota lo sguardo si allunga sulla media valle del Sangro. Al di là del fiume si osserva il percorso del tratturo che risale verso Pietransieri e il monte Tocco. Seguono i monti frentani che sovrastano Gamberale e Pizzoferrato e le caratteristiche guglie dei monti Pizzi. Sulla destra idrografica si alzano i monti molisani, con il Capraro, il monte Campo di Capracotta e il monte Miglio.

Una croce tratturale

Siamo ormai prossimi a San Pietro Avellana, annunciato dal cimitero e da una croce tratturale a quota mille.

 

San Pietro Avellana

Il percorso urbano del tratturo

Entriamo in paese lungo la Via Tratturo che percorre la parte alta dell’abitato. Sulla destra si stacca una sterrata che sale nella pineta e tocca lo sperone roccioso della Roccia dei Rapaci; la cresta accidentata si prolunga fino al Nido del Corvo, punto panoramico di prim’ordine, molto apprezzato dai canadesi che durante l’ultima guerra ne fecero un osservatorio sulla Linea Gustav.

Pannello del Museo Civico

Da Via Tratturo pochi passi in discesa ci portano al centro del paese. Il Museo civico occupa alcuni edifici ristrutturati e circondati da un’area pedonale di stradine e piazzette. Molto interessante è la sezione archeologica che espone i ritrovamenti sanniti e romani della zona e della necropoli di Piana Fusaro. Vi è anche una sezione dedicata all’agricoltura e all’artigianato dove sono esposti gli attrezzi utilizzati nella lavorazione dei campi e gli utensili degli antichi mestieri come il falegname, il calzolaio e il ramaio. Originale è la sezione dedicata al costume d’epoca con abiti che vanno dal Seicento al secolo scorso. Una risorsa gastronomica del paese è il tartufo proveniente dalle cerrete della zona, celebrato nell’annuale Sagra del Tartufo e proposto da trattorie, botteghe e bar in diversi gustosi preparati.

La fontana delle Quattro Stagioni

La piazzetta al centro del paese, panoramica e ventosa, ospita il monumento ai caduti e una bella fontana con la scultura delle Quattro Stagioni. Il tratturo, sempre visibilissimo, lascia il paese e prosegue in direzione dello scalo ferroviario, della Caserma della Forestale e della riserva naturale di Montedimezzo. Altre passeggiate sono possibili verso Sant’Amico e il monte Miglio.

Il percorso di andata e ritorno tra la Taverna del Sangro e San Pietro Avellana richiede due ore e mezza di tempo, su un dislivello di circa 250 metri.

Cippo romano del primo secolo

(Ho effettuato l’escursione il 19 giugno 2018)