Georgia. La città rupestre di Uplistsikhe

Furono le orde dei Mongoli di Gengis Khan a devastare e colpire a morte Uplistsikhe. Da allora la più antica città rupestre della Georgia fu abbandonata alla desolazione. Sette secoli dopo, nel 1920, un devastante terremoto provocò il crollo della parete rocciosa e l’ulteriore rovina di molte sue cavità. La rinascita della waste land iniziò negli anni Cinquanta del Novecento, grazie a successive campagne di scavo e restauro realizzate da missioni archeologiche e architettoniche. Oggi il sito è liberato dai detriti. I restauri di altre cavità sono in corso. Le strutture pericolanti sono state rinforzate. I percorsi di visita sono stati attrezzati. Lo studio, la tutela e la conservazione sono stati promossi con la creazione di una riserva (Uplistsikhe historical-architectural museum-reserve). E Uplistsikhe si è trasformata in una delle migliori attrazioni turistiche della Georgia, grazie anche alla sua vicinanza con la capitale Tbilisi.

L’ingresso alla città rupestre dal fiume Mtkvari

Le origini della città rupestre sono antichissime. Mille anni prima di Cristo le comunità che vivevano lungo le rive del fiume, preoccupate dai possibili rischi d’invasione, pensarono di scavare le rocce sovrastanti e di ricavarne rifugi meglio difendibili. Col passare dei secoli l’attività di scavo proseguì e con essa la creazione di un’autentica fortezza rupestre, presidiata da soldati. In epoca ellenistica Uplistitsikhe – “la città del signore” – era già caratterizzata come importante centro religioso meta di pellegrinaggi e come città commerciale e militare del regno di Iberia (che con la Colchide, costituiva l’odierna Georgia).

La zona centrale diUplistsikhe

Era una città vera, con tutte le caratteristiche urbane del tempo: l’acropoli, la cinta muraria e il fossato difensivo, diverse porte d’accesso, un sistema idrico per il rifornimento di acqua potabile e la gestione dell’acqua piovana, un’urbanistica pianificata. L’architettura “per sottrazione” tendeva a riprodurre nello scavo le caratteristiche degli edifici residenziali costruiti (pareti, volte, decorazioni). Erano anche ricavate nella roccia tutte le strutture per la lavorazione dei prodotti agricoli, per la conservazione delle derrate e per le diverse attività artigianali.

La piazza centrale e la chiesa costruita sui resti del tempio pagano

L’arrivo del Cristianesimo comportò alcuni cambiamenti. I templi pagani furono sostituiti da chiese cristiane e il carattere di fortezza militare fu temperato dalla presenza di comunità di monaci che s’insediarono nelle grotte.

La Strada Santa, percorsa dai pellegrini e dai mercanti

Uplistsikhe era attraversata dalla via commerciale Trans-Caucasica, una diramazione dell’antica Via della Seta, che collegava l’Asia centrale alla regione del Mar Nero. I reperti archeologici trovati nell’area confermano i legami tra il mondo greco-romano, l’Iran (il regno dei Parti e i Sassanidi) e l’Armenia.

La via d’accesso dal fiume e la porta principale tra le mura

La via d’accesso alla città proveniva dalle rive del fiume e risaliva la fascia di rocce. In alto si apriva tra le mura fortificate la principale porta di accesso all’abitato rupestre.

Il quartiere Makvliani e il tempio

Sulla destra della via principale si sviluppava il quartiere di Makvliani, scavato intorno a due templi, cui si accedeva salendo due gradinate. I templi erano preceduti da un’area porticata.

Il tempio triangolare con la volta a cassoni

Una delle strutture più ammirate è il Tempio la cui facciata si chiude in alto con un frontone triangolare. L’ingresso ad arco semicircolare è voltato con una decorazione a cassoni a forma di ottaedro e introduce a un portico.

La sala della regina

Altra celebre cavità è la cosiddetta Sala della Regina Tamara situata sulla piazza che chiude in alto la strada principale. Se ne apprezzano la grande dimensione, la perfezione tecnica dello scavo, l’eleganza dell’architettura e la qualità di lavorazione della roccia. Il soffitto è realizzato a spioventi imitando il tetto di legno sostenuto da una trave centrale. Sui fianchi sono scavate le nicchie, collegate da passaggi, dove sedevano i dignitari del tempo nell’esercizio delle loro funzioni.

Il tempio a tre navate

E’ ancora riconoscibile un tempio a tre navate, la cui volta è crollata. Sul pavimento sono evidenti le basi delle colonne che delimitavano le navate. L’abside di destra conserva un’ara e i canali di deflusso, probabilmente destinata a sacrifici rituali.

La chiesa di Uplistsuli

Una chiesa cristiana fu eretta nel decimo secolo sulle rovine di un precedente tempio pagano. Si tratta dell’unico edificio costruito e non scavato nella roccia. La basilica è a navata unica con ambulacri su tre lati, costruita in pietra e mattoni. Nei secoli successivi è stata rimaneggiata più volte. La chiesa è dedicata a Uphlistsuli, che in georgiano significa “figlio del Signore”.

La mappa della città rupestre

(Ho visitato Vardzia il 5 luglio 2018)

Visitate il sito camminarenellastoria.it e la sezione dedicata all’architettura rupestre

Annunci

Georgia. La città rupestre di Vardzia

Siamo nel sud della Georgia, ormai prossimi al confine con l’Armenia. Il bus risale la tortuosa valle del fiume Mtkvari, scavata tra le montagne del Caucaso. Siamo diretti a Vardzia, la celebre città rupestre. Ma tutta la valle è un continuumdi siti storici e archeologici che ne fanno un autentico Museo diffuso (Vardzia historical-architectural museum-reserve). Abbiamo lasciato la città di Achaltsikhe dominata dall’immensa Fortezza di Rabati, perfettamente restaurata.

La fortezza di Kertvisi nell’alta valle del Krtvisi

Un importante bivio stradale è presidiato dalla Fortezza di Kertvisi, alta su uno sperone roccioso dominante la confluenza di due fiumi. Più avanti le mura fortificate che scendono dai ruderi del castello di Tmogvi stringono la profonda gola sottostante in una linea di difesa che sembrerebbe inespugnabile. Ci vuol poco a capire che in questa valle si sono affrontati eserciti e sono transitati predoni, carovane di mercanti e truppe di conquista di tutti i tipi, dai mongoli agli arabi. Un caravanserraglio a lato della strada ricorda tristemente che qui venivano concentrati i georgiani catturati nei villaggi per essere venduti come schiavi ai mercanti turchi. Osserviamo i muretti dei campi terrazzati coltivati a vite, piccoli insediamenti rupestri, antiche chiese isolate, villaggi dispersi.

La parete rocciosa con la città rupestre di Vardzia

Vardzia si annuncia al di là del fiume con la sua parete rocciosa verticale traforata da mille occhi neri come un merletto rupestre tessuto da mani inesperte. Il manto roccioso che copriva questo alveare di grotte si è in gran parte staccato a seguito di un rovinoso terremoto: i massi erratici caduti ai piedi della parete ne sono la testimonianza. Ma è così venuto alla luce l’intero abitato rupestre, distribuito su tredici livelli sovrapposti, collegati da scale intagliate nella roccia.

L’immagine ravvicinata della città rupestre di Vardzia

Percorrendone i cunicoli, le cenge e i raccordi si scoprono oltre quattrocento stanze abitabili, tredici chiese e venticinque tra cantine e depositi. Vardzia fu scavata nel millecento, su iniziativa del re georgiano del tempo, per farne una fortezza rupestre mimetizzata nella roccia, abitata da un presidio di soldati a  controllo della vicina frontiera. Quando la frontiera si allontanò e vennero meno le ragioni di sicurezza, la figlia del re, l’amatissima regina Tamar, allontanò i soldati e la trasformò in una ‘città sacra’, popolata da centinaia di monaci. Nell’epoca d’oro della Georgia Vardzia divenne così un bastione della spiritualità georgiana alla frontiera orientale del mondo cristiano.

Il vestibolo della chiesa dell’Assunzione

Il cuore della città dei monaci è la chiesa dell’Assunzione di Maria. Anticipata da un vestibolo esterno, ha un interno che stupisce per la precisione e la regolarità dello scavo e che riproduce il modello delle chiese costruite. Gli affreschi che rivestono le pareti interne e la facciata esterna raccontano la storia della salvezza.

La torre campanaria

Nelle vicinanze della chiesa è stata innalzata una torre campanaria che è diventata un punto di sosta assai frequentato. Da essa si gode infatti un ampio panorama sulla valle e sulla fascia rocciosa scavata.

La cengia con le celle abitate dai monaci ortodossi

Vardzia è ancora una città monastica. Dopo la conquista dell’autonomia dall’Unione Sovietica, un nucleo di monaci ortodossi è tornato a insediarsi nelle celle del monastero e ad animare la vita religiosa del luogo. L’area monastica è interdetta ai turisti per tutelare la riservatezza dei monaci.

Un’abitazione rupestre

Gli appartamenti di questo singolare condominio rupestre mostrano talvolta una raffinata tecnica di scavo e un’eleganza delle finiture. L’area ‘notte’ è separata dall’area ‘giorno’. Le volte sono a botte e nelle pareti sono scavate dispense e armadi. Nel pavimento è inciso il focolare per la cottura degli alimenti.

Un deposito alimentare

La conservazione degli alimenti e del vino è garantita da orci interrati o da cavità rivestite di materiale isolante.

Una cisterna per la raccolta e la distribuzione dell’acqua

Particolare cura è dedicata alla gestione dell’acqua. All’alimentazione idrica provvede un acquedotto ipogeo di tre km che rifornisce le cisterne interne. Un ingegnoso sistema idrico di tubature provvede alla distribuzione capillare dell’acqua negli appartamenti abitati. L’acqua del fiume garantisce comunque una riserva idrica inesauribile. Lo smaltimento delle acque sporche e dei rifiuti è garantito dall’inclinazione dei pavimenti e da un sistema di gronde esterne scalpellate.

Il condominio rupestre

In caso di pericolo un vertiginoso cunicolo nascosto garantisce una rapida via di fuga verso il fiume. I turisti lo affrontano oggi alla fine dell’escursione e ne discendono gli impressionanti gradini e gli antri bui prima di riemergere alla luce del sole.

Le cenge e le terrazze di Vardzia

(Ho visitato Vardzia il 6 luglio 2018)

Visitate il sito camminarenellastoria.it e la sezione dedicata all’architettura rupestre

Un campo fortificato romano sul Limes germanico

Scoprire una traccia dell’Impero Romano in Germania può essere sorprendente solo per chi ha dimenticato i libri di storia antica. Ma resta tuttavia una curiosa esperienza archeologica. Come nel caso del Castra Vetoniana, la fortezza che i romani costruirono in Baviera, nella valle del fiume Altmühl, sopra il paese di Pfünz, a guardia del Limes. Il campo fortificato fu costruito in legno all’epoca dell’imperatore Domiziano (87 – 96 dopo Cristo) e fu in seguito ampliato e rinforzato in pietra. Intorno alla metà del terzo secolo il forte fu distrutto durante un’incursione delle genti alemanne.

Il Limes in Germania è l’antico confine tracciato dai romani all’epoca degli imperatori Domiziano, Antonino Pio e Caracalla per difendersi dalle tribù germaniche. È una combinazione di barriere naturali (fiumi e montagne), di opere di difesa (torri di avvistamento, fossati, palizzate e terrapieni) e di resti murari (scavi, tratti di mura, edifici termali), collegati da strade e campi militari un tempo presidiati dai legionari romani.

Il Limes romano in Germania

Il Limes si estende per 548 km fra il Reno e il Danubio, dai Castra Bonnensia (oggi Bonn) ai Castra Regia (l’odierna Ratisbona), ovvero dalla regione della Renania-Palatinato, attraverso l’Assia e il Baden-Württemberg, fino alla Baviera. La valorizzazione del Limes tedesco in chiave turistica ed economica si è sviluppata in più tappe. Le località di maggior interesse lungo il Limes si sono associate costituendo la Strada del Limes (Limes-Strasse), un itinerario turistico vario e interessante. Sono state realizzate prospezioni e indagini archeologiche. In diversi casi le fortificazioni sono state ricostruite. Numerose città tedesche hanno voluto creare musei dedicati. Sono stati anche tracciati percorsi escursionistici a piedi o in bici. L’Unesco ha infine deciso nel 2005 di inserire il Limes nel “Patrimonio dell’umanità”.

il plastico dei Castra Vetoniana al Museo di Eichstätt

Nel Museo storico della città di Eichstätt, ospitato nel castello di Willibaldsburg, si trova un plastico che ricostruisce la struttura del campo fortificato dei Castra Vetoniana. Esso ha la forma di un rettangolo, chiuso da mura fortificate e torri angolari (14). Le quattro le porte del complesso (10-11-12-13) sono fiancheggiate da due torri. Una torre isolata ha funzione di segnalazione (9). Intorno alle mura girano le trincee con fossato e terrapieno (15). La sede del comando (1) era costruita vicino alla residenza del comandante del campo (2). Vi erano poi le scuderie dei cavalli (4) e gli alloggi destinati ai cavalieri (5) e ai fanti (8). I servizi di campo comprendevano gli horrea per il grano (7), la cisterna dell’acqua (3), i laboratori artigianali (3), l’ospedale (6), il fienile (18), le latrine (19) e il villaggio esterno al campo (16).

Ricostruzione del Castra Vetoniana

(La visita è stata effettuata il 4 maggio 2018)

Larino romana e medievale

Larino ha fama di di essere una cittadina tra le più belle del Molise. La sua posizione sui colli che guardano la valle del Biferno le garantisce una raccolta tranquillità. Se ne accorsero per primi i Frentani che vi s’insediarono apprezzandone la posizione geografica all’incrocio tra la direttrice costiera, i tratturi della transumanza e i percorsi dell’entroterra. I Romani confermarono questo giudizio positivo, facendola Municipium, autorizzandovi la zecca per il conio delle monete e costruendovi ville patrizie e monumenti. Al tempo dei Longobardi fu capoluogo di una delle contee che costituivano il ducato di Benevento. Fu poi feudo delle nobili famiglie Orsini, Pappacoda, Carafa e Di Sangro.

L’anfiteatro romano

Il centro abitato antico, dove sono i resti archeologici romani, era situato nella parte alta del colle. Le scorrerie dei saraceni e i funesti terremoti indussero la popolazione ad abbandonare gradualmente il vecchio sito per spostarsi sul colle più a valle, meglio difendibile. Nel nuovo borgo medievale sorsero il Palazzo Ducale e la bella Cattedrale diocesana. L’arrivo di dalmati e albanesi che varcavano il mare per sfuggire al dominio turco confermò il carattere di città-crocevia di flussi umani. Il ruolo di centro di scambi commerciali è poi confermato dalla sua storica fiera d’autunno, giunta ormai alla 275^ edizione.

L’anfiteatro romano

La porta settentrionale dell’anfiteatro di Larino

La visita può degnamente iniziare dall’anfiteatro romano. Compiendone il periplo dall’alto delle gradinate se ne avvertono le dimensioni (era capace di ospitare diecimila spettatori) e la struttura mista, con l’arena e la cavea scavati nel banco di arenaria e gli ordini superiori costruiti in elevato.

Le gradinate dell’anfiteatro

Scendendo nell’arena si osserva la fossa quadrangolare che ospitava la piattaforma mobile, una sorta di montacarichi che consentiva alle fiere e ai gladiatori, giunti da un cunicolo sotterraneo, di spuntare a sorpresa al centro della scena. Quattro porte e dodici vomitoria consentivano l’ingresso degli spettatori e la loro ordinata distribuzione sulle gradinate. Vi era perfino il velarium, una copertura mobile in tessuto di canapa utilizzata per garantire agli spettatori un’adeguata protezione in caso di maltempo o nelle giornate di canicola. Un casino di caccia costruito direttamente sulle gradinate ricorda la disinvoltura con la quale in passato si curava la tutela dei monumenti.

Il museo all’aperto di Villa Zappone

Le terme romane

La visita prosegue nel parco di Villa Zappone, adiacente all’anfiteatro. L’avvocato Zappone costruì qui ai primi del Novecento la sua villa privata, con i giardini, le scuderie per i cavalli, la lavanderia e il villino, incurante di insediarsi sull’area archeologica romana. Nel 1994 lo Stato ha esercitato diritto di prelazione nei confronti della Villa e del Parco adiacente.

Il mosaico termale con animali marini

I lavori di scavo hanno riportato alla luce un imponente complesso termale, decorato da mosaici a soggetto marino sul fondo delle vasche. L’intero complesso è in corso di valorizzazione per la costituzione di un Parco archeologico.

Il Museo Civico

L’interno del Palazzo Ducale

Aggirando il vallone della Terra, ci trasferiamo ora nel borgo medievale di Larino. Nel cuore del borgo sorge il Palazzo Ducale, valorizzato dal piazzale antistante che gli conferisce prospettiva. Dall’ingresso laterale si sale al piano nobile, con la sua bella loggia rinascimentale, alzata sul chiostro d’impianto medievale.

Il mosaico del leone

Adiacenti alla biblioteca comunale sono state allestite le sale del Museo civico che ospitano reperti di vario interesse. L’attrazione del museo è costituita dai mosaici pavimentali romani. Molto bello quello del Lupercale, con la lupa che allatta i gemelli, mentre dall’alto di una rupe due pastori contemplano la scena. La tematica animale è presente anche negli altri due pavimenti che ritraggono un elegante leone e la scena degli uccelli. Da segnalare la riproduzione ingrandita delle monete coniate a Larinumnel terzo secolo avanti Cristo.

Il mosaico della lupa

La Cattedrale

La facciata della Cattedrale

In posizione un po’ defilata sorge la Cattedrale del dodicesimo secolo, dedicata a Maria Assunta e san Pardo. Le forme di transizione dal romanico al gotico sono visibili in facciata, dove colpisce il rosone, caratteristico per l’inusuale presenza di tredici colonnine a raggiera di fattura diversa una dall’altra, sormontato dall’agnello mistico e dai simboli dei quattro evangelisti (il leone, il toro, l’aquila e l’angelo). Il portale è introdotto da una serie di cornici e stipiti elegantemente decorati e ha in lunetta la scena scolpita della crocifissione. Nell’interno a tre navate si segnalano resti di affreschi e la cappella rinascimentale, introdotta da un’arcata e decorata con un dipinto dell’Annunciazione.

Il museo diocesano

Accanto alla Cattedrale, nei due piani del Palazzo Vescovile, è stato allestito il Museo Diocesano, che custodisce opere pregevoli, dipinti e sculture. Il piano inferiore ospita numerose statue tra le quali un’antica statua lignea di san Pardo e una Statua di San Michele Arcangelo, in gesso, risalente al XIV secolo.

Sant’Orsola con le sue compagne (affresco della Cattedrale)

(Ho visitato Larino il 12 aprile 2018)

A piedi sulle rive del Danubio. L’Abbazia di Weltenburg

L’escursione all’Abbazia di Weltenburg, in Baviera, è un autentico camminare nella storia. Negli occhi del camminatore si fondono come in un caleidoscopio il fascino delle gole rocciose che stringono il Danubio, l’amenità della riserva naturale, il silenzio del bosco, le tracce archeologiche delle fortificazioni dei Celti, la prima abbazia benedettina costruita nel Land, il sacrario della liberazione della Baviera, la fabbrica di birra più antica al mondo, gli affreschi di Cosmas Damian Asam. E quando all’abbazia di Weltenburg ci si allontana dalla folla dei turisti e ci si dirige sui solitari colli circostanti si prova l’intensa emozione della bellezza e il godimento dello spirito.

Kelheim e il mausoleo della libertà

Il punto di partenza è la cittadina bavarese di Kelheim, che sorge dentro le sue mura medievali alla confluenza del fiume Altmühl nel Danubio. Un Museo e un Parco archeologico raccolgono le memorie celtiche e i ritrovamenti frutto degli scavi urbani. Dalla riva del Danubio partono i traghetti turistici che fanno la spola con l’abbazia di Weltenburgh. Il traghetto è ovviamente la scelta più comoda e rapida per ammirare le gole del Danubio e raggiungere l’abbazia.

La partenza da Kelheim

In alternativa è possibile percorrere a piedi alcuni larghi sentieri lungo le rive del fiume o sui colli boscosi che lo fiancheggiano. Il percorso che suggeriamo per l’andata è denominato Waldroute (la via del bosco) coincidente peraltro con la prima tappa dell’Archäologischer Wanderweg, il sentiero archeologico che fiancheggia l’antico vallo celtico. Questo percorso è lungo 5,4 km, ha un dislivello di 135 m e richiede un tempo di andata di circa un’ora e mezza. Si inizia con ripido percorso asfaltato che da Kelheim sale sull’altura del Michelsberg.

Il Mausoleo della libertà della Baviera

Lasciati in basso il monumento ai caduti e la chiesa, si raggiunge in alto la Befreiungshalle, un monumentale edificio circolare costruito per volere di re Ludwig I di Baviera per celebrare la fine delle guerre di liberazione contro Napoleone (1813-1815). Negli immediati dintorni sono il centro di visita e un terrazzo panoramico.

Il sentiero archeologico nel bosco

Il largo sentiero ben segnalato prosegue ora in piano nel bosco. Incontriamo alcuni pannelli informativi che invitano a visitare le parziali ricostruzioni delle mura difensive della citta celtica di Alkimoennis e dell’oppidumdi Artobriga, qui presuntivamente situati sulla base delle indicazioni della Geografia di Claudio Tolomeo.

La Waldroute nel bosco

I Celti fondevano il ferro in piccole fosse che fungevano da altoforni primitivi. L’altopiano è costellato di piccole fosse di fusione a forma di imbuto e cumuli di scorie. Le mura servivano a proteggere quest’area industriale e il vicino insediamento umano.

Pannello del sentiero archeologico

L’abbazia benedettina di Weltenburg

Una veloce discesa nel bosco conduce alla strada asfaltata e alle rive del fiume Danubio. Sulla pietrosa riva opposta si erge la mole dell’abbazia benedettina. Per guadare il braccio d’acqua che ci separa dall’abbazia arriva provvidenzialmente in nostro aiuto una barchetta adibita al collegamento tra le due sponde.

L’abbazia San Giorgio di Weltenburg e il guado sul Danubio

Qui, intorno al 600, giunsero alcuni monaci erranti iro-scozzesi e vi fondarono il primo monastero. Erano seguaci dell’irlandese Colombano e si chiamavano Eustasio e Agilo di Luxeuil. Quel che noi vediamo oggi è il rimaneggiamento settecentesco in stile barocco dell’intero complesso, comprensivo del monastero, della chiesa e degli edifici di servizio. Nel cortile della chiesa si trova uno dei “Biergärten” più belli della Baviera: è una birreria all’aperto, all’ombra di giganteschi castagni, dove si possono gustare le specialità locali accompagnate dalla famosa birra bruna prodotta dai monaci (Weltenburger Klosterbier) in quello che è forse il birrificio conventuale più antico del mondo, risalente al 1050.

La chiesa di Asam e i suoi affreschi

La chiesa abbaziale barocca, dedicata a San Giorgio,risale al 1716 ed è opera dei fratelli Cosmas Damian e Aegid Quirin Asam. Sulla volta del vestibolo (1751) compare un dipinto del giudizio universale di Franz Asam. Nell’aula i dipinti si moltiplicano.

Lo sbarco dei benedettini in America

A destra è la scena dell’arrivo in America dei benedettini, imbarcati sulla caravella Santa Maria, nel secondo viaggio di Cristoforo Colombo. Sulla parete di fronte San Benedetto domina l’abbazia di Montecassino e fa risuonare le prime parole della sua Regola “Ausculta o Fili”. Il dipinto della volta centrale, capolavoro della pittura barocca, è una luminosa visione del Paradiso. Dio Padre, il figlio Gesù e lo Spirito Santo accolgono Maria e le pongono sul capo la corona di dodici stelle.

San Benedetto e Santa Scolastica con l’abate Bächl

Intorno è schierata la “ecclesia triumphans”: gli apostoli Pietro (con la croce e le chiavi) e Andrea (con la rete da pescatore), Benedetto e la sorella Scolastica, San Giorgio che sconfigge il drago, Davide con l’arpa, la Maddalena penitente, Santa Cecilia con l’organo, Giuditta con la spada, San Martino e l’abate del tempo Maurus Bächl.

La Frauenbergkapelle nei dintorni di Weltenburg

La gola del Danubio e il monastero rupestre

Dopo la visita all’abbazia e ai suoi suggestivi dintorni, si riguadagna con la barca la sponda opposta del fiume e si prende la via del ritorno sul percorso rivierasco denominato “Donauroute”.

La Donauroute sulla riva del Danubio

Alcuni cartelli segnalano la distanza che ci separa dalla foce del Danubio nel Mar Nero, che qui è di 2417 km.

La gola rocciosa del Danubio

Il sentiero è un eccellente balcone sulla spettacolare gola rocciosa di “Donaudurchbruch”, scavata nella roccia calcarea circa duecentomila anni fa da un braccio secondario del Danubio che ha dato poi origine all’attuale percorso del fiume.

L’eremo rupestre

Le pareti della forra raggiungono gli 80 metri d’altezza e al loro interno si trovano numerose piccole caverne. Verso il termine del sentiero s’incrocia il monastero rupestre di San Nicola.

Il monastero rupestre di San Nicola

Qui, nel 1454, l’eremita Antonius de Septem Castris aveva eretto un semplice eremo scavato nella roccia e una cappella in onore del suo santo protettore. Negli anni successivi i terziari francescani abitarono il luogo e con il sostegno del Duca Albrecht III, poterono costruire la chiesa e un edificio più grande, dotandolo di un muro esterno di protezione.

La mappa dei percorsi per Weltenburg

(Ho effettuato l’escursione il 7 maggio 2018)

Il Tratturo Magno dal fiume Fortore a San Paolo di Civitate

Il Tratturo Regio L’Aquila-Foggia, detto anche “Magno” per la sua rilevanza, è in alcuni suoi tratti un autentico museo all’aperto. Le testimonianze storiche della transumanza s’intrecciano con i segni della fede, con i luoghi della natura protetta, con i borghi e i centri urbani di antica fondazione. Ad esempio nel primo tratto del suo percorso pugliese il Tratturo Magno è un museo open air. Il nastro del tratturo è ancora nitido e perfettamente visibile. Percorrerlo tra il guado sul fiume Fortore e la cittadina di San Paolo di Civitate è un’emozionante esperienza di camminare nella storia.

Il Tratturo al ponte di Civitate

Lungo il fiume Fortore

Il fiume Fortore al ponte di Civitate

Il punto di partenza dell’escursione è il Ponte di Civitate sul fiume Fortore. Questo fiume è uno dei maggiori dell’Italia meridionale. Nasce dal monte Altieri in località Grotta di Valfortore, attraversa da sud a nord la Campania, il Molise e la Puglia, forma il lago di Occhito e sfocia nel mar Adriatico presso il lago di Lesina, in località Ripalta. Il Tratturo Magno traversa il fiume al guado di Civitate, dov’è oggi il ponte stradale della ex statale 16, nel tratto tra Serracapriola e San Paolo di Civitate.

Pannello informativo

Sotto il ponte moderno sono ancora visibili, tra la vegetazione riparia, i contrafforti dell’antico ponte romano. Intorno alla Madonna del Ponte è stato realizzato un percorso naturalistico-didattico che percorre le rive de fiume e traversa il bosco ripariale di San Marzano.

Cippo tratturale al ponte di Civitate

Numerosi cippi tratturali fanno memoria dei passaggi delle associazioni escursionistiche e dei gruppi di appassionati.

La Taverna di Civitate

La Taverna di Civitate

Sulla riva destra del Fortore il tratturo ha un importante punto-tappa alla Taverna di Civitate. Alfonso d’Aragona fece costruire l’edificio con la funzione di caserma. Qui alloggiavano le guardie che svolgevano attività di vigilanza e riscuotevano la ‘fida’ dai pastori. In seguito fu trasformata in Posta, luogo di riposo e di ristoro per i viandanti, e infine utilizzata come Stazione della Dogana della Mena delle Pecore durante la transumanza. Le condizioni precarie di conservazione non ne consentono l’accesso all’interno, in attesa di un opportuno restauro conservativo.

Le tariffe di pedaggio

La pandetta con le tariffe dei pedaggi

Accanto al portale è murata un’iscrizione del 1731 su tre pannelli sovrapposti di pietra arenaria che riporta i pedaggi da esigere per i pastori e gli armenti in transito. Sono richiesti, ad esempio, tre carlini per il passaggio di ogni centinaio di castrati, pecore, cani e porci; la cifra sale a cinque carlini per ogni centinaio di animali vaccini, come vacche e bufale. Un tornese è richiesto per ogni ‘salma di fiche, cetrangole e cipolle’ e per ogni carro carico di pane, grano e olio. La pandetta precisa comunque che ‘per qualsivoglia meretrice non si esigga cosa alcuna’.

Le cappelle tratturali mariane

La chiesetta tratturale della Madonna del Carmine

Accanto alla Taverna, il punto di sosta sul tratturo offre anche luoghi di culto e di preghiera. La chiesetta della Madonna del Carmine (o del Carmelo) appare oggi spaccata a metà da una grande crepa ma ricorda con la sua lapide la devozione dei viandanti e le cure dei benefattori.

La cappella della Madonna del Ponte

Poco lontano una cappella più moderna è dedicata alla Madonna del Ponte e porta sulla facciata una lapide dei devoti custodi.

Il percorso del Tratturo

Sul Tratturo, verso il Fortore

Lasciata la Madonna del Ponte, il tratturo scorre parallelo alla strada statale in direzione di una visibile casa cantoniera isolata. Prima di raggiungerla, il tratturo svolta a sinistra, costeggia un fosso e inizia sul fondo di un valloncello la salita verso i colli Liburni. Sul declivio si stendono campi coltivati, boschetti e case rurali. Il tratturo è in parte cementato e si restringe progressivamente, assediato dalla vegetazione e ingobbito dai movimenti franosi del pendio. La salita diventa ripida e faticosa, disturbata da piccole discariche, ma è comunque breve. In alto il percorso sembra interdetto da un muro di fitta vegetazione. Un esile passaggio conduce sull’altopiano, dove il tratturo riprende la sua ampiezza normale.

La Torre di Civitate

La torre di Civitate

Al termine della ripida salita del colle, vediamo stagliarsi sulla destra la Torre di Civitate. La raggiungiamo con un percorso a margine dei campi coltivati. La sua posizione elevata su uno spalto dei colli Liburni, a dominio della valle del fiume Fortore e del tratturo, racconta una storia interessante. Nella solitudine dell’altopiano questa torre diruta è l’ultima testimonianza della città fortificata medievale di Civitate, costruita nel Mille dai Bizantini e attiva fino alla fine del Trecento. Fu un periodo florido, che le consentì di divenire sede di contea e di diocesi. La torre fu incorporata nella cattedrale delle città, divenendone il campanile, mentre la parte inferiore divenne cripta funeraria, collegata alla necropoli esterna alle mura. In seguito la città fu abbandonata, e la popolazione si spostò verso il casale che si era formato presso il vicino monastero, l’attuale San Paolo di Civitate. Le terre abbandonate inghiottirono i resti urbani di Civitate e divennero praterie utilizzate per il pascolo delle greggi transumanti.

Gregge sul tratturo di Civitate

La Tiati dei Dauni e la Teanum Appulum romana

Il territorio dell’antica Daunia

Il tratturo che percorre l’altopiano di Civitate tocca i resti di Tiati, il villaggio fondato da una tribù italica dei Dauni e poi occupato dalle genti dei Sanniti. Sulla Tiati italiaca, dopo la guerra sociale, Roma insediò il municipiumdi Teanum Appulum. E’ però frustrante cercare sul terreno le vestigia e i monumenti di questi antichi centri. Molto più redditizio è visitare il Museo archeologico realizzato al centro di San Paolo di Civitate, nel chiostro del Monastero di Sant’Antonio da Padova.

Il Museo archeologico di San Paolo di Civitate

Tra gli archi del chiostro e nelle antiche celle dei monaci si sviluppano le sette sezioni del museo, godibili in molti punti: il territorio di Tiati-Teanum Appulum nella Daunia antica; l’indagine topografica e la fotointerpretazione aerea; il territorio in età preistorica e protostorica; la civiltà daunia; l’età della romanizzazione; il periodo del municipium; l’età medievale.

La Cappella tratturale di Belmonte

La cappella della Madonna di Belmonte

Proseguendo lungo il tratturo, a lato di questo e all’altezza del paese, sorge la cappella dedicata alla Madonna di Belmonte. Il culto dell’immagine mariana qui venerata collega due paesi del tratturo, il molisano Belmonte del Sannio e il pugliese San Paolo. Secondo la tradizione, i pastori che provenivano dall’Abruzzo e si dirigevano in Puglia per la Transumanza delle loro greggi, portavano un quadro della Madonna per garantirsi protezione nel periodo di permanenza pugliese. Venerata a Belmonte, questa Madonna è diventata compatrona di San Paolo di Civitate. Nella memoria dei pastori transumanti, la sua festa è oggi ancora occasione d’incontro e di scambio tra le due comunità, gemellate dal tratturo e dalla fede mariana. Dopo la cappella di Belmonte, il Tratturo Regio prosegue in direzione di San Severo.

Il nastro bianco del Tratturo Magno lascia il colle di Serracapriola, traversa la Valle del Fortore e sale verso il colle di Civitate

(Il tratturo è stato percorso il 13 aprile 2018)

Malborghetto sulla Via Flaminia. Il sogno dell’imperatore

I Romani alzarono sulla Via Flaminia un arco trionfale per celebrare la vittoria di Costantino su Massenzio. L’esercito romano si era accampato al tredicesimo miglio della consolare Flaminia quando nella notte l’imperatore ebbe il sogno miracoloso che determinò la sua vittoria. Lattanzio racconta che Costantino “durante il sonno viene avvertito di far segnare sugli scudi il celeste segno di Dio e di dar battaglia”.

La visione della Croce (Raffaello, Musei Vaticani)

La visione di Costantino con il famoso segno nel cielo “in hoc signo vinces” ha colpito l’immaginazione degli artisti. Raffaello e Piero della Francesca, per limitarsi a due soli nomi,  l’hanno immortalata nei loro dipinti. Ma alcuni studiosi curiosi non si sono accontentati dei sogni e hanno voluto ricostruire storicamente il cielo stellato della notte di Costantino con un normale programma di simulazione astronomica.

La costellazione del Cigno

Posizionandosi sulle coordinate corrispondenti a quelle di Malborghetto, alla data del 27 ottobre del 312 dopo Cristo (giorno precedente la battaglia di Ponte Milvio), in direzione ovest, all’altezza dell’attuale Sacrofano, alta sopra l’orizzonte celeste, apparve un’inconfondibile croce: si trattava della costellazione del Cigno.

Il basolato della Via Flaminia romana

Il monumento commemorativo romano – un arco quadrifonte – fu eretto agli inizi del quarto secolo all’incrocio tra la via consolare Flaminia e un percorso che collegava Veio a uno scalo fluviale sul Tevere. Quest’ultimo percorso è ancora riconoscibile con l’odierna strada per Sacrofano a ovest e con il sentiero che scende a est al Fosso del Drago, alla Via Tiberina e al fiume, dov’erano alcune cave di pietra.

Il cristogramma della cappella interna

Archiviati i fasti imperiali, durante il Medioevo l’arco trionfale fu murato all’esterno e trasformato in un casale fortificato a presidio di un borgo, in seguito detto Borghetto, Borghettaccio e Malborghetto. In una decadenza sempre più malinconica, nel corso del Seicento, il Casale divenne un’osteria di strada e, nel 1713, una stazione di posta. Infine, alterato e manomesso, fu adattato a semplice abitazione rurale. Dopo un lungo periodo di abbandono, venne però finalmente la rinascita. Acquisito dallo Stato nel 1982, è stato oggetto di lavori di consolidamento, restauro e sistemazione.

Malborghetto

Oggi è tornato visitabile dal pubblico. S’impone con la sua vistosa presenza al km 19,400 della Via Flaminia, circondato da un parco verde.  È anche sede di un piccolo museo che conserva vasi romani provenienti dalle fornaci presso La Celsa, ceramiche scoperte in un ambiente sotterraneo del casale, due statue acefale togate ritrovate a Grottarossa e un’ara funeraria da Tor di Quinto.

Il parco di Malborghetto

(Ho visitato Malborghetto il 23 marzo 2018)