Chiese di Georgia

Secondo la tradizione il Vangelo di Gesù fu predicato in Georgia direttamente da alcuni dei suoi apostoli e in particolare dall’apostolo Andrea. E il cristianesimo fu dunque molto precoce tanto da diventare religione nazionale già intorno al 327, grazie alla predicazione di Santa Nino e alla conversione del re Mirian e della regina Nana. L’antica capitale Mtsketa divenne nel tempo il cuore spirituale del cristianesimo georgiano e il centro della chiesa apostolica autocefala ortodossa georgiana che ne costituisce l’eredità più consistente.

 

La cattedrale di Svetitskhoveli a Mtskheta

La cattedrale di Svetitskhoveli

La cattedrale di Svetitskhoveli, al centro di Mtskheta, è la sede del Catholicos, il patriarca della Georgia. Una cinta di mura fortificate la protegge, ieri da possibili invasioni, oggi dall’invadenza assillante del mercatino di souvenir turistici. All’interno delle mura sono ricavate le residenze dei monaci ortodossi. Le facciate della chiesa sono un’esposizione di motivi simbolici scolpiti nella pietra tra i quali spiccano un pavone, i grappoli d’uva, una deesis e la firma dell’architetto Arsukidze (una mano che regge una squadra).

La riproduzione del Santo Sepolcro

L’interno è ricco di motivi architettonici e di affreschi: tra i primi si segnalano il battistero e la riproduzione del Santo Sepolcro; tra i secondi un grande Giudizio universale.

 

La chiesa di Jvari

La chiesa di Jvari

Mtsketa si sviluppa ai piedi di un colle che domina sulla confluenza del fiume Aragvi nello Mtkvari. Sulla cima del colle, in magnifica posizione panoramica, sorge la chiesa di Jvari, cara al sentimento religioso georgiano. Essa sarebbe stata costruita nel luogo in cui il re Mirian fece erigere una sacra croce lignea, dopo essere stato convertito al cristianesimo da Santa Nino. La riproduzione della croce spicca al centro della chiesa. L’architettura è una perfetta esemplificazione dello stile georgiano “tetraconco”, per la sua simmetria e per l’armonia tra l’altezza della cupola e la pianta a croce con quattro bracci absidati.

L’icona di San Giorgio che schiaccia l’imperatore Diocleziano

Tra le icone simboliche della fede georgiana incuriosisce quella di San Giorgio che schiaccia il drago, che ha qui le fattezze dell’imperatore Diocleziano, persecutore dei cristiani.

 

La chiesa di Metekhi

La chiesa di Metekhi

La chiesa di Metekhi sorge in un luogo molto appariscente di Tbilisi, la capitale della Georgia. Domina il panorama urbano dall’alto di una rupe sul fiume che traversa la città. Fu costruita alla fine del Duecento e più volte rimaneggiata. Trasformata in teatro durante la dominazione sovietica, è ritornata a essere un luogo di culto urbano frequentatissimo dai fedeli.

 

La basilica di Anchiskhati

L’ingresso della basilica di Anchiskhati

La chiesa più antica di Tbilisi si trova nella città vecchia. Il suo nome deriva dall’icona della cattedrale di Anchi, qui trasferita nel Seicento e oggi custodita in un museo della città. Gli affreschi che decorano l’interno sono ormai molto sbiaditi e quasi illeggibili.

 

La cattedrale di Sioni

La cattedrale di Sioni

La cattedrale di Sioni lega la sua fama tra i fedeli cristiani alla custodia della croce di Santa Nino, fondatrice del cristianesimo georgiano. Secondo la leggenda la croce sarebbe stata realizzata dalla santa intrecciando i suoi capelli a rami di vite.

 

La cattedrale della Santa Trinità

La cattedrale della Santa Trinità

La costruzione è veramente imponente ed è caratterizzata dalla monumentalità e dallo sfarzo architettonico. Simbolo della rinascita della chiesa ortodossa georgiana e inaugurata nel 2004, ha una struttura a cinque navate e un profilo slanciato verso l’alto. Le fanno corona altre dodici chiese più piccole. L’essere stata costruita durante la gravissima crisi economica e sociale della Georgia, successiva alla fuoriuscita dall’Unione Sovietica, ha provocato risentimenti e qualche polemica.

La croce di Santa Nino in Cattedrale

(Visita effettuata nel mese di luglio 2018)

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Venezia. Le Cappelle nel bosco

Il vaporetto attracca sulla piazzetta dell’isola di San Giorgio Maggiore. Ne scendo frettolosamente insieme con un gruppetto di turisti multilingue. Sollevo lo sguardo e resto abbacinato dal riflesso del sole sulla grande facciata bianca della chiesa che incombe sul canale. Quasi intimiditi dalla prorompente maestosità della basilica palladiana cerchiamo rifugio all’interno, aggirandoci tra i tesori della pittura e della scultura veneziane. Di fianco c’è il complesso del monastero benedettino, oggi abitato ancora da un piccolo nucleo di monaci ma soprattutto sede delle molteplici iniziative della Fondazione Giorgio Cini.

L’Isola di San Giorgio Maggiore a Venezia

Raggiunto l’altro capo dell’isola si scopre un inaspettato e rigoglioso boschetto. Qui, in occasione della Biennale di Architettura di Venezia, la Santa Sede ha allestito nel 2018, per la prima volta, il suo padiglione, le “Vatican Chapels”. Sotto gli alberi e nelle radure che guardano verso l’acqua della laguna si scoprono dieci cappelle, realizzate da altrettanti architetti, sul modello ideale della Cappella nel bosco di Gunnar Asplund. La cappella è una piccola chiesa, riservata a un ristretto numero di fedeli, con un apparato rituale essenziale che comprende l’altare e l’ambone, con eventuali altri arredi, decorazioni, ornamenti. In un certo senso – dice il Cardinal Gianfranco Ravasi, ispiratore del padiglione – potremmo parlare di una chiesa in miniatura, dove si legge la Parola di Dio e si celebra l’Eucarestia. Propongo alcune immagini delle cappelle che mi hanno attratto maggiormente.

 

La Cappella di Terunobu Fujimori

La Cappella di Fujimori

La cappella del giapponese Fujimori è una costruzione in legno con la struttura fatta di travi e di sostegni che ha reso semplice incorporare la croce alla configurazione degli elementi verticali e orizzontali, avvolta dalla copertura e dalle pareti. Ho deciso – dice Fujimori – di sollevare la croce direttamente dal terreno per essere un po’ più prossimi alla scena del Golgota. Per simboleggiare l’ascensione, foglie d’oro sono state posate sulla croce che emerge dalla luce. I visitatori entrano da una porta angusta e la croce li introduce all’esperienza dell’ascesa.

L’interno della Cappella Fujimori

 

La Cappella di Norman Foster

La cappella di Norman Foster

Le tre croci della cappella di Foster sono inserite in una tensegrity structure (una struttura che si autosostiene per effetto dello stato di tensione presente nel sistema) formata da cavi e puntoni. L’involucro è un graticcio di legno sorretto dalla struttura. Lo scopo – secondo Foster – è dare vita a uno spazio consacrato, con macchie d’ombra diffuse, separato dai movimenti usuali e aperto verso l’acqua e il cielo sullo sfondo. Il cambio di direzione della cappella dopo l’ingresso rallenta l’esperienza e offre la possibilità di una sorprendente scoperta: due alberi che incorniciano in maniera magnifica la vista verso la laguna, una piccola oasi in un vasto giardino, un luogo perfetto per ammirare il paesaggio.

La croce e l’altare

 

La Cappella di Carla Juaçaba

La Cappella Juaçaba

Lo spazio sacro è definito da quattro travi d’acciaio che formano due croci: la prima s’innalza sul prato e la seconda è distesa sull’erba e funge da panca. Le travi sono d’acciaio inossidabile a specchio e riflettono quanto vi è intorno.

Le due croci

 

La Cappella di Francesco Cellini

La Cappella Cellini

La cappella di Cellini è una struttura aperta, fatta di spazi e materiali elementari, asciutti e quasi astratti. Il suo involucro è il bosco esterno, con le sue piccole radure circondate da grandi alberi: un ambiente che invita al raccoglimento. La struttura richiama il simbolo della croce. All’interno sono due panche e due elementi figurativi: una mensa (un semplice piano che richiama l’altare) e un libro (che simbolizza l’ambone).

 

La Cappella del mattino

La Cappella di Ricardo Flores ed Eva Prats

La Cappella di Ricardo Flores ed Eva Prats è pensata come uno scavo in un muro, una cavità ricavata nello spessore di un setto aperta da un lato, un luogo dove sedersi protetti dal sole e dalla pioggia. Questa cappella è un luogo dove trovarsi di mattina presto, perché i primi raggi del sole formano un fascio di luce che penetra all’interno attraverso un foro circolare. Le persone trovano qui un luogo d’incontro, un’accoglienza che consente la preghiera e l’ascolto della Parola, l’attenzione agli altri qui raccolti, lo sguardo lungo sulla natura circostante.

L’ingresso del Padiglione della Santa Sede

(Ho visitato l’isola di San Giorgio il 31 maggio 2018)

San Gimignano. La visione dell’Aldilà nella chiesa di San Lorenzo in Ponte

La chiesa di San Lorenzo in Ponte a San Gimignano non è certo appariscente nel suo modesto e dignitoso aspetto romanico. Ma come tanti scrigni dall’involucro anonimo nasconde un interno sfolgorante di affreschi. A realizzarli fu Cenni di Francesco di Ser Cenni, pittore fiorentino della scuola dell’Orcagna. L’incarico gli venne nel 1413 dal Rettore della chiesa Niccolò Salvucci. Poi la chiesa conobbe un lungo tempo di umiliazione e di degrado. Fu prima trasformata in cantina con frantoio e tinaia. Subì poi l’onta del rimessaggio, riducendosi a magazzino di calce e laterizi, di cereali e di legname. Fino alla rinascita del 1929 e alla riapertura al pubblico nel 2018.

L’interno di San Lorenzo in Ponte

Il restauro nulla ha potuto contro le offese causate dall’uso improprio e la perdita di intere parti degli affreschi, ma ci ha restituito la freschezza e la vivacità delle immagini di Cenni. Gli affreschi rivestono, sia pure con larghe lacune, la parete sinistra e quella di fondo (Inferno, Purgatorio, Paradiso, Giudizio); sulla parete di destra resta il ciclo dedicato a San Benedetto e alcuni frammenti di ispirazione dantesca. Meglio conservate sono le immagini che decorano il portico (Crocifissione, Santi, Madonna con Bambino, Trionfo della morte).

Il Giudizio finale

Il Giudizio finale

La scena del Giudizio finale si dispiega sulla parete absidale e si articola su due registri. In alto vediamo Cristo che varca i cieli e siede in giudizio sull’arco dell’iride. Lo affianca la madre Maria, nel ruolo di interceditrice. Dalla mandorla, sostenuta da un duplice cerchio di ardenti Serafini e di Cherubini a sei ali, traspare la luce sfolgorante dell’empireo.

L’orchestra celeste

Il cerchio si allarga agli angeli delle diverse gerarchie. Si riconoscono i Troni con gli specchi e le Potestà con gli scudi. Due angeli della fanfara celeste suonano le lunghe trombe che chiamano i morti a risorgere nell’ultimo giorno. E vi è poi l’orchestra celeste, composta dagli strumentisti e dai coristi, che intona gli inni paradisiaci sulle note dell’arpa, dei flauti, del violino, della chitarra e dell’organo.

Gli apostoli Giacomo, Pietro, Giovanni e Andrea

Nel registro basso vediamo il Tribunale celeste, formato dai dodici apostoli seduti su una lunga panca. Gli apostoli sono identificati da alcuni loro attributi come le chiavi per Pietro, il bastone da pellegrino per Giacomo il maggiore, il coltello per Bartolomeo, la croce per Andrea o la penna per San Giovanni evangelista.

Il Paradiso

Il Paradiso

Quel che resta della visione del Paradiso occupa la parete sinistra del presbiterio. Il Paradiso ha la forma urbana di una torre della Gerusalemme celeste, da cui promana una calda luce dorata. Le anime degli eletti ne salgono le scale, saltando persino i gradini per l’impazienza, puntando alle terrazze e alle logge abitate dagli angeli. All’ingresso vediamo San Pietro, nel suo tradizionale ruolo di portinaio, che ha in mano le chiavi ricevute da Gesù per aprire il regno dei cieli: egli accoglie le anime dei beati che hanno sul capo le corone di fiori distribuite dagli angeli. Vediamo anche l’arcangelo Michele, con le sue insegne della spada e del globus cruciger, ritratto in un rigoglioso giardino, accanto a un alto giglio; le lacune del dipinto non consentono di precisarne la funzione, che potrebbe tuttavia essere quella di accogliere le due anime provenienti dal Purgatorio. In alto vediamo un gruppo di santi: il primo è San Girolamo, con l’abito cardinalizio, la penna e il libro della Vulgata; il secondo ha la dalmatica da diacono e potrebbe essere il protomartire Stefano; il terzo, pur privo del capo, è certamente San Giovanni Battista, il precursore, ritratto col dito indice puntato verso Gesù e il cartiglio con la scritta “Ecce Agnus Dei”.

L’Inferno

L’Inferno

La descrizione dei luoghi di punizione dei dannati occupa tutta la parete sinistra della chiesa. L’Inferno ha l’aspetto di un baratro sotterraneo che comunica in alto con l’esterno grazie a un’apertura circolare. Sette pozzi verticali mostrano una griglia alveolare di vani rupestri e di cubicula scavati nella roccia, formicolanti di dannati e di diavoli torturatori. I pozzi verticali sono destinati alla punizione dei peccatori schiavi dei sette vizi capitali. Questi ultimi sono individuati dai cartigli in alto e sono disposti nell’ordine fissato dall’acronimo “saligia”: superbia, avarizia, lussuria, ira, gola, invidia e accidia. Il pozzo della Superbia, primo a sinistra, è andato completamente perduto; resta solo un diavoletto, dal viso cattivo, appollaiato in agguato su uno spalto roccioso.

La punizione dell’Avarizia

Ben conservato è il pozzo dell’Avarizia, strutturato in tre scenette sovrapposte. Nella prima, un demonio costringe gli avari a inginocchiarsi e si accanisce su un cardinale togliendogli la berretta e strappandogli il sacchetto delle monete appeso al collo. Nella seconda scena due diavoli puniscono un usuraio: questi è tormentato dal morso sanguinoso dei serpenti ed è costretto a ingurgitare un mestolo di oro fuso. Nella scena in basso un diavolo frusta un gruppo di avari con un flagello formato dalle scarselle loro sottratte e li avvia al loro triste destino tra le fiamme. Si riconoscono donne velate, cardinali, vescovi, mercanti e religiosi tonsurati.

Il demone-gallo

Alla punizione della Lussuria sono dedicate due scene. In alto vediamo un demonio con il volto di un gallo, con cresta, becco e bargigli, facile sinonimo dell’alterigia e della frenesia copulatoria. Insieme con un suo collega artiglia una coppia lussuriosa e con una torcia fiammeggiante brucia loro i genitali.

La punizione della Lussuria

In basso vediamo diavoli e serpenti accanirsi contro un gruppo di quattro donne. Alla prima un diavolo morde il seno. L’anziana ruffiana dai seni cadenti è morsa dalle serpi. Un lungo serpente avvolge nelle sue spire una mondana che si ammira nello specchio. E un diavolo attira a sè una bella dama tirandola per la lunga treccia bionda, suo strumento di seduzione.

La punizione dell’Ira

Nel quarto pozzo sono tormentati i peccatori dell’Ira. Le scene superstiti mostrano una rissa tra un iracondo dai capelli ritti e un diavolo che lo graffia e lo prende a pugni, cui segue un drago che azzanna il capo di una ragazza. In basso vediamo il corteo dei dannati che si avvia verso il fondo dell’inferno.

La punizione della Gola

I peccatori della Gola, nel quinto pozzo, sono puniti con la classica pena del contrappasso. Gli amanti smodati del cibo e gli ingordi ghiottoni di succulenti arrosti sono infilzati dai diavoli su uno spiedone e arrostiti sul fuoco come porchette. I bevitori intemperanti e gli alcolisti beoni sono allettati dai diavoli con un bicchiere di vino rosso ma finiscono stritolati sotto il peso di una grande botte e costretti, con un imbuto in gola, a trangugiare quantità indesiderate di vino versato da una botticella.

La punizione dell’Invidia

Nel sesto pozzo è punito il vizio capitale dell’Invidia. Agli invidiosi vengono mostrati quei tesori che sono stati oggetto del loro desiderio e che avrebbero voluto per sé pur non avendone diritto. I diavoli puniscono poi l’occhio concupiscente, la gelosia malevola, la bocca maldicente e velenosa.

Nel settimo pozzo è punito il peccato di Accidia. Le immagini residue non consentono di osservare le pene degli accidiosi e mostrano solo qualche brandello di diavolo e di corpi umani.

Il Purgatorio

La liberazione delle anime del Purgatorio

Nel cuore dell’Inferno il pittore ha inserito una scena con l’immagine del Purgatorio e della liberazione delle anime purificate. Vediamo due personaggi aureolati che scendono dal cielo su una nuvola e si aprono un varco nella caverna infernale. I due messi celesti entrano in una grotta, dove si vedono fiammelle ma non ci sono diavoli, e afferrano per il polso due anime liberandole dal fuoco purgatorio. Alcuni angeli sono pronti a ricevere le anime su un candido velo per condurle in cielo. Un’interpretazione possibile, sulla base di una leggenda assai diffusa nel Medioevo e legittimata da Dante nel suo Purgatorio (X,73-93), vede nei due personaggi aureolati San Lorenzo, titolare della chiesa, e Papa Gregorio Magno col triregno. I personaggi liberati sarebbero l’imperatore Traiano e una donna. Nella leggenda Papa Gregorio era venuto a conoscenza di un atto di umiltà e giustizia compiuto dall’imperatore pagano che, pur in procinto di partire per una spedizione, ascoltò la preghiera di una vedova in lacrime cui era stato ucciso il figlio e che chiedeva un atto di giustizia. Commosso da questo gesto, Gregorio pregò intensamente per la salvezza di Traiano fino a ottenerla.

L’Inferno dantesco

L’Inferno dantesco

Gli affreschi che coprivano la parete destra della chiesa sono andati perduti. I pochi frammenti rimasti farebbero ipotizzare una descrizione dell’Inferno di Dante Alighieri, sulla base delle assonanze con l’analogo dipinto di Nardo di Cione nella cappella Strozzi di Santa Maria Novella a Firenze. Nella scena tratta dal settimo cerchio dell’Inferno dantesco Cenni dipinge i tiranni violenti che affogano in un lago di sangue circondato e vigilato da centauri armati che scoccano frecce dai loro archi. Un frammento di affresco in alto cita gli eresiarchi del sesto cerchio e mostra il vasto incendio che avvampa di fiamme le tombe scoperchiate da cui si sollevano gli eretici. Un altro frammento mostra un cardinale e un religioso che spingono macigni.  Si tratta di una scena del quarto cerchio dantesco con la punizione degli avari e dei prodighi: sorvegliati dal demone Pluto, divisi in due schiere contrapposte, essi rotolano enormi macigni, spingendoli con il petto e scontrandosi tra di loro. Le mura merlate che difendono la città di Dite sono un’altra chiara citazione dell’Inferno dantesco.

Il trionfo della morte

Particolare del Trionfo della morte.

Cenni completa la visione dei quattro Novissimi con la descrizione del Trionfo della morte su una parete laterale del portico. Di questa scena molto popolare nella cultura medievale ci è rimasta solo la sezione di destra. Un gruppo di giovani nobili spensierati è in lieta conversazione in un ameno boschetto. I cagnolini giocano ai loro piedi. I musici accompagnano i conversari con le note di una chitarra e di un salterio. Il giovane con un falcone in pugno richiama una scena di caccia. Delle scene macabre che si svolgerebbero nella scomparsa sezione di sinistra restano solo le punte dei piedi dei cadaveri.

Walhalla

Nell’antica mitologia germanica il Walhalla era l’oltretomba degli eroi, un paradiso che accoglieva gli spiriti degli eroi caduti in battaglia. Oggi il Walhalla identifica un celebre tempio neoclassico costruito su un’altura lungo il fiume Danubio a Donaustauf, non lontano da Ratisbona (Regensburg).

Il Walhalla

Questo monumento bianchissimo fu voluto da Ludwig I, il re della Baviera, per celebrare la liberazione della sua terra dalle truppe napoleoniche e per onorare le grandi personalità della storia tedesca. Il monumento ha la forma di un tempio dorico circondato da un portico a colonne. Fu progettato dall’architetto preferito di Ludwig, quel Leo van Klenze che aveva costruito anche l’altro tempio della libertà della Baviera (Befreiungshalle), nella località poco distante di Kelheim. La selezione delle personalità tedesche da onorare nel Pantheon bavarese fu operata dallo storico Johannes von Müller. Ma una periodica revisione consente di aggiungere altri nomi e memorie. E così accanto a Goethe, Mozart, Bach, Beethoven, Wagner, Kant, Bismarck, Einstein e Martin Lutero, compare oggi, ad esempio, una martire della resistenza al nazismo come Sophie Scholl del gruppo della Rosa Bianca.

L’interno

Claudio Magris (in Danubio, 1986) ricorda che Ludwig era un sovrano innamorato romanticamente dell’Ellade e delle sue lotte d’indipendenza. Il bianco tempio ellenico dal mitico nome nordico simboleggerebbe così per Ludwig la sognata simbiosi fra Grecia e Germania; i germani, discendenti dagli antichi dori, dovevano essere i greci della nuova Europa, dare a quest’ultima una nuova cultura universalmente umana, come l’Ellade l’aveva data al mondo antico. Per Hölderlin questo era stato un sogno libertario e rivoluzionario, un’utopia di libertà e di riscatto aperta al mondo intero. Ma l’irriverente Magris commenta causticamente che il Walhalla sta a questo sogno come i film sulle fatiche di Ercole, con Steve Reeves e Sylva Koscina, stanno al mito greco. In effetti il visitatore italiano che ha negli occhi i templi dorici di Segesta, Paestum e Agrigento, resta sconcertato di fronte al Walhalla. Ciò non toglie comunque nulla alle ragioni del turismo di massa, sia nazionale che estero, per le quali il Walhalla è ormai uno dei luoghi simbolo della Germania.

La vista sul Danubio

(Visita effettuata l’8 aprile 2007)

Eichstätt. Le scene del Giudizio sulle pareti del Mortuarium

Eichstätt è una piacevole città della Baviera. I numerosi turisti che la visitano e gli studenti che ne frequentano l’Università Cattolica apprezzano particolarmente le belle passeggiate sul colle e sulle rive dell’Altmühl, il simpatico trenino-navetta, la fortezza di Willibald sullo sperone roccioso del Giura, i musei e il giardino dell’Hortus Eystettensis, la settecentesca piazza barocca progettata da Gabriel Gabrieli, la grande Cattedrale con il chiostro, l’Abbazia di santa Walburga. Alla ricerca di immagini dell’Aldilà noi ci rechiamo invece in un luogo segreto e raccolto, che trasmette le memorie mortali degli ecclesiastici del passato e che è quindi luogo di storia aristocratica, storia della chiesa e storia della fede. Il Mortuarium è una delle creazioni spaziali più belle e suggestive dell’architettura tardo gotica della Baviera. Questa sala a due navate, dove lo spazio è equilibrato e solenne, fu inaugurata nel 1498 come luogo di sepoltura dei canonici della cattedrale. Le lastre tombali sul pavimento e gli epitaffi sulle pareti raccontano secoli di storia.

La vetrata del Giudizio di Holbein

La vetrata di Holbein

L’opera d’arte più nota del Mortuarium è la vetrata del Giudizio universale, realizzata nel 1505 nell’officina di Gumpolt Giltlinger su disegno di Hans Holbein il Vecchio. I colori vivacissimi, lo stile a cavallo tra il tardo gotico e il rinascimento, il contrasto tra le drammatiche scene infernali e la visione eterea del Cielo, sono le sue note caratteristiche. Gesù, seduto sull’arcobaleno, pronuncia la duplice sentenza di salvezza e di dannazione. Il giudizio favorevole è simbolizzato dalla sua mano benedicente e dal giglio che esce dalla sua bocca; il giudizio di condanna è invece simbolizzato dalla mano che respinge e dalla spada a doppio taglio. Gli angeli trombettieri chiamano i morti alla risurrezione e i due intercessori, la madre Maria e Giovanni Battista, si appellano alla misericordia del Giudice. Particolare curioso sono i due angeli che si sono caricati dei pesanti strumenti della passione di Gesù, tra cui la croce e la colonna della flagellazione.

Il Paradiso e l’Inferno

Una guerra si scatena in cielo tra gli angeli e i diavoli per disputarsi il possesso delle anime dei risorgenti. A sinistra i risorti destinati alla beatitudine formano un lungo corteo dietro al vessillo di Cristo e si dirigono verso la porta d’ingresso della Gerusalemme celeste. Il corteo dei dannati si dirige invece verso la bocca di un grottesco Leviatano infernale, guidato da parodico diavolo alfiere e da un panciuto demonio trombettiere. Tra i costernati dannati si notano un papa, un re, un cardinale, un vescovo, una dama scollacciata e un usuraio che stringe gelosamente il sacchetto delle sue monete.

L’Epitaffio dell’Abate

L’Epittaffio dell’Abate Truchsess

Sulla parete meridionale spicca una lastra sepolcrale con un’immagine scolpita del Giudizio universale. Si tratta dell’Epitaffio realizzato nel 1536 per l’Abate Georg Truchsess von Wetzhausen. La descrizione del Giudizio finale non presenta particolare originalità. Più interessanti sono invece le numerose iscrizioni latine che la arricchiscono. La scritta esterna invita i visitatori superstiti a un comportamento saggio e a prevedere quanto terribile possa essere la venuta del giudice e quanto terribile la sua sentenza; chiede misericordia per tutti, buoni e cattivi, ricordando ai superbi che essi sono destinati a finire in polvere. La scritta centrale invita a pensare al suono della tromba del giudizio che annuncerà il giorno dell’ira. La conclusione è moraleggiante sul destino dell’uomo: quid valet hic mundus, quid gloria, quidve triumphus, post miserum funus, pulvis et umbra sumus (a che vale questo mondo, la gloria e il trionfo; dopo la misera fine saremo polvere e ombra).

La lunetta del Giudizio

La lunetta del Giudizio finale

Sulla parete all’ingresso del Mortuarium è murata una lunetta con una descrizione a rilievo di un affollato Giudizio finale. Al centro il Giudice siede sull’arcobaleno e pronuncia la sua sentenza mostrando le ferite della crocifissione. Una folla di angeli sorregge la mandorla, suona le trombe del giudizio ed esibisce gli strumenti della Passione. I due intercessori in ginocchio si appellano alla misericordia del giudice. In basso è la scena della risurrezione dei morti. A sinistra vediamo i risorgenti accolti dagli angeli incamminarsi verso le architetture della città celeste. Qui San Pietro apre loro la porta del Paradiso.

L’Inferno

A destra sono descritte le pene dell’Inferno. I diavoli scaraventano i dannati nella caldaia arroventata dal fuoco. Un avaro con la borsa dei denari appesa al collo è legato su una panca e costretto a trangugiare un mestolo di metallo fuso. Un diavolo dal becco adunco azzanna un dannato e agguanta da un lato un accidioso e dall’altro un iracondo autolesionista che si pugnala sul petto. Gli altri dannati finiscono nella bocca del Leviatano infernale, insieme con un re coronato (Erode?) e Giuda impiccato. Appollaiato sul muso del drago, un demonio accoglie i dannati col suono della sua tromba.

Ulm. Immagini del Giudizio finale e degli angeli ribelli

Il Duomo di Ulm, iniziato nel 1377, deve la sua notorietà soprattutto alla torre campanaria alta 161 metri, pubblicizzata come il campanile più alto del mondo. Chi ha fiato e gambe per salirne i 768 gradini che conducono in cima viene ricompensato da un eccezionale panorama sulla città attraversata dal Danubio. Visitandone l’interno si percepisce come essa nasca dal contributo dell’intera comunità urbana e delle sue famiglie più facoltose. Si possono valutare le trasformazioni esito della Riforma del 1530. Si possono ammirarne le opere d’arte con un certo sollievo, pensando che la chiesa fu miracolosamente risparmiata dalle bombe alleate dell’ultima guerra mondiale. Il percorso che proponiamo in Duomo seleziona tre scene del giudizio universale (un dipinto, una scultura e una vetrata) e due immagini della caduta degli angeli ribelli.

L’arco del Giudizio universale

 

L’arco del Giudizio universale

Una maestosa rappresentazione del Giudizio universale riveste l’arco trionfale che separa la navata dalla zona presbiteriale del coro e dell’abside. L’opera fu commissionata dal Consiglio comunale di Ulm, ebbe come mecenate i Rottengatter, una famiglia di agiati mercanti, e fu realizzata nel 1471 da Hans Schüchlin, un pittore locale. Una superficie dipinta di 145 mq e una folla di 130 personaggi collocano questo dipinto tra quelli di maggiore estensione in Germania.

In alto, al centro della raffigurazione, 42 metri sopra l’osservatore, Cristo si mostra come giudice universale; è seduto sull’arcobaleno, all’interno della mandorla, e poggia i piedi sul globo terrestre; mostrando le piaghe della passione benedice con la mano destra gli eletti e respinge col palmo aperto della mano sinistra i dannati. Il cartiglio riproduce la sentenza “venite benedicti patris mei”.

Il primo registro orizzontale dell’affresco raffigura gli intercessori, il tribunale celeste, i patriarchi e i profeti. La madre di Gesù e il precursore Giovanni Battista sono inginocchiati ai piedi del Giudice e ne invocano un giudizio di misericordia.

Il Paradiso

Gli apostoli siedono sui troni della corte di giustizia. Nell’ordine, da sinistra a destra, si riconoscono Giacomo il Maggiore (con la spada), Tommaso (con la lancia), Filippo (con la croce a T), Simone (con la sega), Matteo (con la spada, il libro e la borsa), Pietro (con le chiavi e il cartiglio “iudicia tua manifesta”), Andrea (con la croce, il libro e il cartiglio “salus deo nostro”), Giovanni (con il calice), Paolo (con la spada), Bartolomeo (con il coltello), Giacomo il minore (con il bastone) e Mattia (con l’alabarda). Dietro gli apostoli si affollano i profeti e i patriarchi: tra questi è ben riconoscibile Mosè, con i corni di luce sul capo.

Il secondo registro orizzontale accoglie i santi e le sante di Dio. Al centro è il gruppo delle donne sante: vi si riconoscono Caterina (con la corona di regina), Dorotea (con il cesto di fiori e frutti), Agnese (con l’agnello), Barbara (con il calice e l’ostia) e Orsola (con la freccia). Tra i santi, accanto ai papi, ai vescovi, ai cardinali e ai monaci, si riconoscono Sebastiano (con la freccia), Giorgio (con le armi), Stefano (con le pietre), Nicola di Mira (con le tre palle). La scena successiva, separata in due parti dall’apice dell’arco, descrive la risurrezione dei morti al suono delle trombe degli angeli tubicini. I cartigli del gruppo di angeli a sinistra contengono le scritte “Ecce dominus venit”, “filius venit” e “omnes sancti angeli cum eo”. I cartigli degli angeli di destra, sul versante dei dannati, recitano “iustum iudicium”, “surgite mortui”, “separate vos impii” e “tempus amplius non erit”. I risorgenti di sinistra, ancora rivestiti dai sudari mortali, manifestano con la preghiera la loro riconoscenza per la salvezza; a destra, invece, i risorti dannati manifestano la loro contrarietà e costernazione, mentre sono già artigliati dai diavoli.

I dannati

Lo scorcio dell’arco a sinistra descrive il Paradiso. I risorti destinati alla beatitudine si incolonnano nel corteo guidato dagli angeli che si dirige alla porta della città celeste; risalgono poi le scale della torre e affollano le terrazze, allietati dalla musica angelica. Sul fronte opposto il corteo dei dannati è sospinto dai forconi dei diavoli e precipitato nella bocca del Leviatano infernale. Alcuni dannati mostrano i segni del loro vizio: la bilancia falsificata del commerciante, il sacchetto delle monete dell’usuraio, i dadi e le carte da gioco dei bari, i libri degli eretici. Un gigantesco Lucifero accoglie tra le sue grinfie le gerarchie terrene (re, principi, papi, cardinali e vescovi), i lussuriosi e i due gruppi etnici dei musulmani e dei giudei. I demoni hanno aspetto teratologico, deformazioni fisiche e occhi allucinati, e sono accompagnati da aggressivi serpenti.

Il portale del Giudizio

Il portale del Giudizio

Sul fianco destro del Duomo si apre il portale del giudizio. Nel timpano è scolpita una scena del Giudizio universale, risalente al 1360 e proveniente dalla primitiva chiesa parrocchiale extramoenia di Ulm.

Il timpano del portale del Giudizio

Il Giudizio è descritto in due registri sovrapposti. In alto appare il Giudice seduto su un doppio arcobaleno: ha un nimbo dorato; mostra la ferita del costato; benedice i beati con il gesto della mano destra e respinge i dannati con il palmo aperto della mano sinistra; pronuncia il giudizio simbolizzato dalla spada che gli esce dalla bocca. Intorno a lui quattro angeli mostrano gli strumenti della passione: la croce, i chiodi, la corona di spine e la colonna della flagellazione. Sono poi ritratti in ginocchio i due intercessori oranti: Maria, la madre di Gesù e Giovanni Battista che indossa un vistoso mantello eremitico. Il registro basso è articolato in tre scene. Al centro quattro angeli suonano le loro lunghe trombe e chiamano i morti alla risurrezione: i teschi e i cadaveri riprendono vita e si sollevano dai loro sepolcri. A sinistra i risorti esprimono la loro gioia e si incolonnano, guidati da un angelo, verso la Gerusalemme celeste. Pietro apre con le chiavi la città turrita del Paradiso e vi introduce gli eletti (i primi sono un papa e un re), accolti dalla musica degli angeli. A destra vediamo i dannati, sgomenti, costretti a incolonnarsi in catene, spinti da un angelo con la spada sguainata e trascinati da un diavolo: li attende la gola del Leviatano infernale.

Le cinque vergini prudenti

Il portale è incorniciato da un fregio dipinto che raffigura le cinque vergini prudenti, con le lampade accese, e le cinque vergini stolte con le lampade rovesciate.

La vetrata della Cappella Besserer

La vetrata del Giudizio nella Cappella Besserer

Nella zona absidale, attraverso un varco del coro, si entra nella cappella privata fatta costruire dalla famiglia Besserer. Qui si ammira un gruppo di vetrate di ottima fattura, risalenti al 1430 e opera di Hans Acker, che descrive gli avvenimenti della storia della salvezza. L’ultima vetrata, isolata rispetto alle precedenti, prefigura gli eventi del Giudizio finale. Il registro superiore mostra il Giudice seduto in trono, all’interno della mandorla sostenuta dagli angeli, che pronuncia la sentenza simbolizzata dalla doppia spada che esce dalla sua bocca. Fanno corona a Gesù gli angeli che ostendono i simboli della passione: la croce, la corona di spine, la lancia, la canna, il flagello e la colonna. Il registro centrale mostra i due intercessori e il gruppo degli apostoli; in posizione subordinata sono i santi e le sante, appartenenti a tutte le condizioni sociali. I tre riquadri del registro basso descrivono la risurrezione dei morti al suono della tromba degli angeli tubicini e il duplice corteo dei beati, diretti in Cielo, e dei dannati, incatenati e condotti nella gola del Leviatano infernale.

Lucifero e gli angeli ribelli

Nella prima vetrata della Cappella Besserer, dedicata alla creazione del mondo, un riquadro descrive la guerra intestina che scoppia in cielo tra gli angeli rimasti fedeli a Dio e quelli che si sono ribellati alla sua autorità. Gli angeli fedeli incalzano i ribelli con spade e lance. Il personaggio centrale, vestito di rosso, che ha assunto già le sembianze demoniache è il superbo Lucifero: viene scalzato dal suo trono e precipitato nella gola del Leviatano infernale.

La cacciata di Lucifero

La scena della vetrata (1430) replica un particolare del timpano scolpito del portale centrale (1380).

Il timpano è diviso in tre fasce orizzontali e racconta le storie della Creazione. La fascia in alto inquadra Dio nell’atto di creare la sfera terrestre. Ai lati del rettangolo sono tre piccole scene che mostrano la caduta degli angeli ribelli al cospetto di Dio e i draghi infernali che li attendono.

La cacciata degli angeli ribelli e la creazione del mondo

Bamberga. Fürstenportal, il Portale dei Prìncipi

Bamberga sa essere città molto seducente. I visitatori amano particolarmente le sue atmosfere, il fiume, l’isola, le strade che salgono verso i monumenti più noti. Il suo centro storico è stato inserito dall’Unesco nel Patrimonio mondiale dell’Umanità.

Il Portale dei Principi (Fürstenportal)

Una delle opere più ammirate è il Portale dei Principi (Fürstenportal) sul fianco della Cattedrale. Il portale era aperto nel Medioevo solo per le celebrazioni più prestigiose e per accogliervi visitatori eccellenti. Coevo alla Cattedrale, risale al 1237, ed è stato realizzato in stile romanico-gotico da maestranze di diverse scuole. Molte statue, erose dall’inquinamento, sono state sostituite da copie. Gli originali sono in chiesa o nel vicino Museo diocesano.

Il Giudizio universale

Il Giudizio universale di Bamberga

Il timpano del portale contiene una scena del Giudizio universale, celebre per le espressioni sui volti dei suoi protagonisti. Al centro, in una mandorla ovale, Gesù siede sul trono del giudice e mostra le ferite della passione. Le stimmate dei piedi sono amorevolmente curate da sua madre Maria e da un Giovanni Battista che ha la barba e i capelli incolti per la lunga permanenza nel deserto. I due intercessori sono in ginocchio e supplicano la misericordia del giudice.

Il Giudice

Tre angeli mostrano le arma Christi – la croce, la corona di spine e la lancia di Longino –  strumenti della crocifissione di Gesù. Un angelo accompagna al cospetto del giudice due figure regali, probabilmente Enrico II e sua moglie Cunegonda, beatificati e sepolti nella cattedrale. Due figure di risorti si sollevano dalle tombe scoperchiate: la felicità sui visi e le mani giunte in preghiera indicano per loro un destino di beatitudine.

I beati

La stessa espressione di compunta felicità caratterizza i volti del gruppo di beati; uno di loro mostra una contentezza persino euforica e una gioia incontenibile. Del tutto diverse sono le emozioni sul fronte opposto, quello dei dannati. L’animatore della scena è un grottesco diavolo, con lunghe orecchie, uno sberleffo sulla bocca e coppie di ali sui polpacci: ha incatenato un gruppo di sei dannati e li trascina all’Inferno. Vediamo tra loro un re e un vescovo, forse un papa, un usuraio con una sacca piena di monete. I loro volti mostrano la smorfia della disperazione, la costernazione per un destino inaspettato, lo strazio del pianto incontrollato.

I dannati

Appollaiate sugli archivolti, in posizione eccentrica e originale, vediamo due figure. La prima è un angelo tubicino che suona la tromba per svegliare i morti e annunciare il giudizio. La seconda è il patriarca Abramo che accoglie nel suo grembo il povero Lazzaro e le anime dei buoni.

L’angelo trombettiere e il patriarca Abramo

Gli Apostoli e i Profeti

Gli Apostoli e i Profeti (sinistra)

Sulle pareti laterali del portale sono scolpite le figure dei dodici Apostoli che formano il tribunale celeste e fiancheggiano il giudice. Il primo apostolo a sinistra, il più vicino al Cristo, è San Pietro che ha le chiavi del Regno appese al polso e la sua Lettera in mano. Il particolare più sorprendente è tuttavia la posizione degli apostoli che poggiano i piedi sulle spalle dei sottostanti dodici profeti. La gerarchia dei personaggi vuole probabilmente significare che il Nuovo Testamento è comunque fondato sull’Antico.

Gli Apostoli e i Profeti (destra)

L’Ecclesia e la Sinagoga

Ecclesia e Sinagoga

Due colonne ai lati del portale sostengono le statue dell’Ecclesia e della Sinagoga. Queste due immagini simboliche hanno una pluralità di significati (la sposa incoronata e la sposa ripudiata, l’antica e la nuova alleanza di Dio con il suo popolo), ma nel contesto di un Giudizio universale raffigurano rispettivamente i salvati e i dannati. L’Ecclesia rappresenta la Chiesa di Dio riunita intorno alla Parola e all’Eucarestia, il popolo di Dio salvato dal sacrificio di Gesù sulla croce e dalla sua resurrezione. A Bamberga l’Ecclesia è una figura femminile nobile ed elegante, che veste un ampio mantello su di una tunica cinta ai fianchi. Ha sul capo la corona regale e reggeva nelle mani (ora purtroppo mutilate) la croce di Gesù e il calice dell’Eucarestia. Sul suo capo è un baldacchino scolpito con le mura e le torri della Gerusalemme celeste. Alla base della colonna sono scolpiti i simboli dei quattro evangelisti (l’aquila e l’angelo in alto, il leone e il bue al centro) e, in basso, la statua del profeta Ezechiele, nella cui visione compare il Tetramorfo.

A destra c’è la Sinagoga, la personificazione femminile del culto ebraico. La donna ha perduto la corona e il mantello, simboli della regalità, ma pur vestendo ora solo una semplice tunica legata ai fianchi, mostra una postura flessuosa ed elegante che lascia in evidenza la punta dei seni e la forma delle cosce. Il bastone di Mosè che regge nella mano destra è spezzato. Dalla mano sinistra le scivolano via le tavole della vecchia legge mosaica. Ha gli occhi bendati poiché non ha voluto riconoscere Cristo quale Messia. Sul suo capo è un baldacchino con la riproduzione del Tempio. Nella colonna sottostante si vede un diavolo a testa in giù che mette una benda sugli occhi dell’ebreo, volendo così rappresentare la cecità del popolo dell’antica alleanza che non riconosce la legge nuova portata da Gesù.

(Ho visitato Bamberga il 6 maggio 2018)