La Cantata dei Profeti (Ordo Prophetarum)

La folla di austeri personaggi assiepati sulle colonne del Portico della Gloria potrebbe essere ispirata alla sacra rappresentazione dell’Ordo Prophetarum. Secondo alcuni autorevoli studiosi il Maestro Mateo, autore del Portico nella Cattedrale di Santiago di Compostella, avrebbe evocato il corteo dei profeti di un dramma liturgico medievale nel ritrarre su pietra la galleria degli autori delle profezie sulla nascita di Gesù. Chi si aggira oggi nel nartece della Cattedrale osservando le sculture romaniche del Portico non sarebbe quindi semplicemente lo spettatore di un’opera d’arte, ma il protagonista partecipe di un’azione scenica del teatro medievale.

Portico della Gloria. I profeti Geremia, Daniele, Isaia e Mosè

L’Ordo Prophetarum è un dramma liturgico del ciclo natalizio che, a differenza di altre opere simili, non ha la sua origine nella drammatizzazione di un episodio biblico, ma in un sermone di Quodvultdeus, un vescovo cartaginese del quinto secolo, contemporaneo di Sant’Agostino d’Ippona. Il vescovo polemizza con gli ebrei (Contra Judaeos) accusandoli di non voler accettare Gesù come il messia promesso. E chiama allora a testimoni i profeti d’Israele che avrebbero predetto la nascita del Messia. Si alternano così Mosè, Isaia, Geremia, Daniele, Abacuc, Davide, la regina di Saba, Balaam, Simeone, Elisabetta e Giovanni Battista. Ma testimoniano anche personalità del mondo pagano come il poeta Virgilio, Nabucodonosor e la Sibilla.

I profeti Ezechiele, Abacuc, Giona e Daniele

L’Ordo Prophetarum  è stato riportato sulla scena di Santiago di Compostella nel dicembre 2004 e da allora il dramma liturgico è rappresentato ogni Natale in Cattedrale. La processione dei profeti entra in cattedrale e sale sul presbiterio, accompagnata dall’orchestra. Il Maestro del coro (praecentor) chiama singolarmente ciascuno dei profeti a testimoniare l’arrivo di Gesù Cristo, il Messia.

La Sibilla

La messinscena è assolutamente fedele all’iconografia del Portico della Gloria. Gli strumenti musicali degli anziani dell’Apocalisse sono stati riprodotti e formano “l’orchestra” della rappresentazione. Gli stessi musicisti si dispongono in modo semicircolare sull’altare, riproducendo il timpano del Maestro Mateo. I costumi e le acconciature degli attori che interpretano i profeti sono direttamente ispirati ai personaggi scolpiti del Portico. Il testo messo in scena riprende una versione dell’Ordo Prophetarum del dodicesimo secolo, trovata nel monastero di Saint Martial a Limoges, e conservata ora nella Biblioteca Nazionale di Parigi.

La rappresentazione dell’Oro Prophetarum a Santiago

 

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Santiago de Compostela. Il Portico della Gloria

Santiago de Compostela, capoluogo della regione della Galizia, nel nord-ovest della Spagna, è la meta del celebre Cammino di Santiago, uno dei pellegrinaggi più noti e frequentati. Tutta la città vecchia, con i suoi edifici romanici, gotici e barocchi, è iscritta dall’Unesco tra i Patrimoni mondiali dell’Umanità. I monumenti più antichi sono distribuiti intorno alla tomba di San Giacomo e alla Cattedrale romanica, valutata come un capolavoro dell’arte universale. La Cattedrale fu progettata dal genio del Maestro Mateo che vi lavorò dal 1168, anno in cui ottenne una rendita vitalizia da Fernando II di Galizia e Leon, fino al 21 aprile 1211, quando ebbe luogo la solenne consacrazione del tempio.

Santiago (San Giacomo)

L’accesso occidentale alla Cattedrale fu completato nell’anno 1188 con l’opera più significativa della scultura romanica: il Portico della Gloria. Questo imponente insieme di tre archi, scolpito dal Maestro Matteo in venti anni, dota l’atrio del tempio di un complesso programma iconografico dai contenuti apocalittici, incentrato sulla visione del regno di Dio, culmine della storia della salvezza dell’umanità. Vi compaiono più di duecento figure scolpite nella pietra, cui il colore conferisce una grande vividezza ed espressività.

I profeti Ezechiele, Abacuc, Giona e Daniele

Se vent’anni sono stati necessari per la realizzazione del Portico, dieci anni, dal 2008 al 2018, sono serviti per il suo profondo e complesso restauro. Sono state eliminate le infiltrazioni d’acqua e le incrostazioni di polvere e di sporcizia; ma soprattutto ed è stata recuperata l’originale policromia, restituendo così all’opera tutto lo splendore del colore.

Gli apostoli Paolo, Giacomo e Giovanni

Schiacciati alla base delle colonne figurano gli animali reali e fantastici del bestiario medievale, ognuno con il suo significato; sarebbero i simboli del male oppresso dalla Gloria di Dio. Sulle colonne sono raffigurati i profeti della prima alleanza e gli apostoli, testimoni della nuova alleanza. Sul pilastro centrale la figura di San Giacomo accoglie i pellegrini che entrano in chiesa. Nell’arco centrale e nel timpano è rappresentata la Gloria di Dio, presieduta dal Cristo in Maestà, circondato dai quattro evangelisti, dai beati, dagli angeli con le arma Christi e dai ventiquattro anziani dell’Apocalisse. Gli archi laterali sono privi del timpano; nell’arco di sinistra è raffigurata la salvezza del popolo di Israele, mentre nell’arco di destra è rappresentata la separazione dei beati dai dannati per effetto del giudizio universale.

 

L’arco centrale

L’arco centrale del Portico della Gloria

Nel timpano è descritta la visione apocalittica del Cielo. Il riferimento è il quarto capitolo del libro dell’Apocalisse. Cristo ha la corona regale sul capo e siede nella sua maestà sulla sella curulis del giudice. Mostra nelle mani, nei piedi e sul costato le ferite ancora sanguinanti della crocifissione, a significare che il suo sacrificio realizza una nuova alleanza con l’umanità ed è un’opportunità di salvezza per tutti. Con le parole della Lettera agli Ebrei, “lo vediamo coronato di gloria e di onore a causa della morte che ha sofferto, perché per la grazia di Dio egli provasse la morte a vantaggio di tutti”. Due angeli alle sue spalle gli rendono omaggio con il profumo dell’incenso che proviene dai loro turiboli. Intorno a lui sono i quattro evangelisti con i simboli del tetramorfo: Luca scrive il suo Vangelo sul toro, Giovanni sull’aquila, Marco sul leone, Matteo sul suo cofanetto di esattore delle tasse. In basso otto angeli mostrano gli strumenti della passione di Gesù: la colonna della flagellazione, la grande croce, la corona di spine, i chiodi, la lancia di Longino, la brocca di Pilato, il cartello dell’Inri, la frusta con i flagelli, la canna con la spugna dell’aceto.

Il Cristo in gloria

Sopra la sfilata degli angeli si affolla il popolo dei beati. Un angelo pone sul loro capo la corona di giustizia. A sinistra sono i diciannove eletti dell’antica alleanza, gli ebrei che mostrano le pergamene dei loro scritti. A destra vediamo altre diciannove santi, provenienti dai gentili della nuova alleanza, dotati anche loro di pergamene, libri chiusi e volumi aperti. Sull’arco appaiono seduti i ventiquattro anziani dell’Apocalisse (“Attorno al trono c’erano ventiquattro seggi e sui seggi stavano seduti ventiquattro anziani avvolti in candide vesti con corone d’oro sul capo” – Ap 4,4). Hanno in mano gli strumenti musicali (un organetto, quattordici cetre, quattro salteri e due arpe) che accordano in preparazione al concerto in onore di Dio. Due anziani hanno in mano le fiale, “le coppe d’oro colme di profumi, che sono le preghiere dei santi” (Ap 5,8). Nei raccordi che uniscono l’arco centrale agli archi laterali, gli angeli portano in cielo le animulae dei salvati.

L’arco di sinistra

I giusti d’Israele

L’arco di sinistra raffigura i giusti, protagonisti dell’antica alleanza tra Dio e il popolo ebreo, che il Cristo ha liberato dagli inferi e ha condotto in cielo. Nel risvolto basso dell’arco, tra la vegetazione lussureggiante del paradiso terrestre, vediamo al centro Dio benedicente, con il libro della sua parola, affiancato dai progenitori Adamo ed Eva. Gli altri personaggi sono i patriarchi biblici: a sinistra Abramo, Noè, Isacco e Giacobbe; a destra Mosè, Aronne, Davide e Salomone. Nel fregio superiore, dieci piccole figure potrebbero rappresentare le tribù di Israele o la personificazione dei dieci comandamenti: il lungo cilindro che li schiaccia potrebbe simbolizzare l’antica legge mosaica, superata dal “comandamento nuovo” di Gesù.

 

L’arco di destra

Beati e dannati

L’arco di destra descrive gli esiti del giudizio universale con la separazione degli eletti dai dannati. A lato è il grande angelo tubicino che suona la tromba per far risorgere i morti. La chiave di volta centrale è il Cristo giudice, con la corona e il nimbo crociato, che riporta su due cartigli le sentenze di salvezza (venite, benedicti patris mei) e di condanna (ite, maledicti in ignem aeternum). Sotto il Cristo giudice è l’immagine dell’arcangelo Michele che apre i libri del bene e del male, nei quali sono descritte le opere buone e quelle cattive compiute dai risorti. Sui risvolti di sinistra vediamo gli angeli che raccolgono le anime dei salvati, le prendono tra le braccia e le accompagnano in cielo.

L’Inferno

Sui risvolti di destra è rappresentato l’inferno, dove demoni mostruosi trascinano, torturano e divorano le anime dei dannati. Le scene alludono alla punizione dei vizi capitali. Vediamo così puniti per il loro peccato di gola un uomo attaccato alla botte del vino e sua moglie che morde una empanada gallega. Di lato vediamo i superbi ingoiati e risputati da Lucifero. Un altro diavolo morde la mano destra degli avari, degli usurai e dei ladri. Un quarto diavolo tormenta i corpi di persone impiccate o legate alle parti del corpo con le quali hanno peccato. Nel risvolto superiore si prolungano le scene del paradiso e dell’inferno. A sinistra sono raffigurati cinque personaggi, ritratti nel gesto della preghiera. A destra, altrettanti personaggi sono insidiati e oppressi dal loro peccato, che assume forme di animali repellenti: due serpenti mordono i seni della donna lussuriosa; un rettile morde la lingua del bestemmiatore; altri rettili attaccano al petto, alla gola o alla testa le loro vittime.

L’Abbazia di Aubazine e il Canale dei Monaci

Un’abbazia cistercense dal glorioso passato. Un monastero femminile in rovina. Una presenza monastica che cerca strenuamente di sopravvivere. Un borgo che abbraccia l’abbazia. Uno spazio museale per le antiche pietre. Il canale dei monaci, capolavoro d’ingegneria idraulica.

L’esterno dell’abbazia di Aubazine

La passeggiata storica a Aubazine, conosciuta in antico come Obazine, nel dipartimento della Corrèze è appagante e ricca di scoperte. Il ‘pezzo forte’ è naturalmente l’abbazia. La chiesa è liberamente visitabile, mentre le strutture monastiche interne possono essere apprezzate solo con le visite guidate programmate.

Suggestioni di visita

All’origine del sito è il giovane eremita Stefano di Obazine che arriva qui verso il 1125 e attira con il suo stile di vita numerosi seguaci. Nascono così un convento per la sua comunità maschile a Obazine e un secondo convento per la comunità femminile nella vicina Coyroux. La regola seguita è quella benedettina, nella versione cistercense. Viene costruita la grande chiesa, con la sua caratteristica cupola ottagonale. L’interno è assai austero e spoglio, secondo lo stile di Citeaux. Vi sono tre navate, un profondo presbiterio e un transetto nel quale si aprono numerose cappelle.

Il sepolcro di Stefano di Obazine

Nel transetto destro si conserva la maestosa urna di marmo che custodisce le spoglie del santo fondatore. Sui due spioventi della copertura sono scolpite scene edificanti. Sul primo versante compaiono cinque gruppi di persone che rendono omaggio alla Madonna: sono Stefano con gli abati suoi successori, i monaci, i fratelli conversi, le monache e i contadini del borgo. Sul versante opposto la scena è ambientata nell’aldilà: gli stessi gruppi di personaggi risorgono dai loro sepolcri nell’ultimo giorno e si recano di nuovo in preghiera verso la Vergine col bambino.

Il padre greco-melchita che accoglie i visitatori dell’abbazia

Di grande interesse è la visita degli interni dell’abbazia, guidata da un padre della comunità cattolica greco-melchita, di tradizione orientale bizantina. Suggestivo è il chiostro, dove crescono rigogliose le piante officinali intorno a una fonte.

Il chiostro, il monastero e la chiesa

Tra i locali comuni si segnalano la sala capitolare, destinata alle assemblee della comunità, e il refettorio direttamente collegato alle cucine dove si preparavano i pasti vegetariani dei monaci. Si visita anche l’ala del monastero con le camere destinate ai monaci. Si osserva anche l’acquedotto alimentato dal Canale dei Monaci e la grande cisterna con la vasca della peschiera.

Il circuito di visita del borgo

All’esterno dell’abbazia, l’ufficio turistico del borgo propone passeggiate e circuiti pedonali alla scoperta delle attrazioni dei dintorni. Aubazine è anche attraversata da uno dei Cammini francesi percorsi dai pellegrini diretti a Santiago di Compostella.

La passeggiata lungo il Canale dei Monaci

Da non perdere è comunque la passeggiata che risale il canale che capta in quota l’acqua del torrente e la porta all’abbazia per il suo approvvigionamento idrico. Il canale d’acqua corrente è un’audace opera d’ingegneria idraulica, scavato dai monaci con le tecnologie del dodicesimo secolo.

La passeggiata sul canale dei monaci

Un sentiero di circa due chilometri costeggia il canale in quota, lungo la cengia artificiale sul versante scosceso della valle di Coyroux.

La breccia di Santo Stefano

I tratti più stretti e ripidi sono protetti da muri di sostegno. Le fasce rocciose sono state superate con opere di scavo. Un esempio ne è la “breccia di Santo Stefano”, un varco attribuito all’intervento miracoloso del Santo, ma in realtà aperto progressivamente nella roccia con cunei divaricatori. Lungo il percorso un balcone panoramico permette di osservare sul fondo del vallone le rovine dell’antico monastero femminile di Coyroux. Al termine del sentiero si raggiunge il torrente che scorre nella forra con qualche cascatella. Qui è stata costruita la derivazione che capta le acque del torrente e le immette nel canale dei monaci. Una saracinesca mobile consente di regolarizzarne il flusso e impedisce le piene.

La derivazione del canale

(La visita è stata effettuata il 2 settembre 2018)

Martel. Il timpano del Giudizio universale

Martel, nel dipartimento del Lot, è una gradevole cittadina medievale con un ricco patrimonio architettonico. Le torri, i caratteristici palazzi nobiliari, le antiche abitazioni, la chiesa gotica, il mercato coperto nella piazza principale e i deliziosi vicoli ne fanno un’apprezzata tappa turistica.

Il timpano policromo della chiesa di Saint-Maur

Il principale monumento di Martel è la chiesa dedicata a Saint-Maur. Della primitiva costruzione romanica, fondata dall’abate del monastero di Souillac, resta oggi soltanto il portale con il timpano scolpito. La chiesa gotica che l’ha sostituita risale alla prima metà del Trecento. Nei secoli successivi conobbe ampliamenti e ristrutturazioni che le diedero l’aspetto di una fortezza, particolarmente evidente nel campanile, autentica torre di difesa.

Il Cristo giudice

Il timpano romanico della seconda metà del dodicesimo secolo raffigura il giudizio finale. Il Cristo domina la scena, seduto sul trono della Gerusalemme celeste. Egli ha un nimbo crociato sul capo e allarga le braccia nel gesto dell’accoglienza dei risorti. Le mani aperte mostrano ancora i fori trafitti dai chiodi della crocifissione. Ai lati due angeli dall’elegante postura suonano la tromba del giudizio e indicano ai risorgenti la presenza del giudice. Alle spalle di Gesù altri due angeli mostrano gli strumenti del suo supplizio: la punta della lancia, i chiodi, la corona di spine. In basso vediamo la scena della risurrezione dei morti con i risorgenti che si risvegliano e sollevano il coperchio dei loro sepolcri. Il timpano conserva qualche traccia dell’antica policromia, riscoperta dal restauro del 2017.

L’angelo tubicino risveglia i morti

(Ho visitato Martel il 3 settembre 2018)

Il Castello e il Borgo di Castelnau-Bretenoux

Furono i baroni di Castelnau di Bretenoux che nel Duecento fortificarono questo sito, in posizione strategica alla confluenza di diverse valli, e lo abbellirono nel Seicento. Dopo aver conosciuto la gloria e lo splendore delle grandi dimore signorili, nel Settecento il castello fu abbandonato e nel 1851 un incendio distrusse parte degli alloggi.

Il Castello

Il Castello riprende nuova vita alla fine dell’Ottocento, quando Jean Mouliérat, tenore dell’Opera-Comique di Parigi, lo restaura e lo dota di un’importante collezione di mobili antichi e di opere d’arte.Poco prima della sua morte, il castello viene donato allo Stato.

La struttura del castello

Il Castello si trova a Prudhomat, nel dipartimento del Lot. Dopo una ripida salita che risale l’erta del colle, se ne visitano oggi il castelletto d’entrata, il palazzo residenziale, il torrione duecentesco, gli alloggi medievali, la cappella castrense, le antiche cucine, la torre delle artiglierie, il balcone d’onore e il cortile contornato dal portico ad arcate. Dal Castello si gode una bella vista panoramica sulle valli dei dintorni.

Verso il borgo

Dopo la visita del castello è piacevole percorrere le strade del villaggio cresciuto nel tempo alla base del maniero. Si può sostare di fronte al forno, attivo fino all’Ottocento: il fornaio riceveva le pagnotte predisposte dagli abitanti del villaggio e provvedeva alla loro cottura garantendo fino a tre infornate giornaliere.

La facciata della chiesa

La visita alla vicina chiesa cinquecentesca di San Luigi riserva alcune sorprese. La sobrietà dell’architettura interna è compensata dalla ricchezza degli arredi. Si osservano il retablo e il tabernacolo seicenteschi, gli stalli rinascimentali in legno scolpito, le vetrate cinquecentesche e il tesoro custodito nella cappella.

Giovanni battezza Gesù nel Giordano

Curiose le ‘faccine’ di pietra dei capitelli nella cappella. Come pure originale è la scultura quattrocentesca in pietra colorata del battesimo di Gesù: il suo corpo nudo emerge dalle onde del fiume, mentre un angelo custodisce il vestito e Giovanni Battista versa con una scodella l’acqua sul suo capo; si noti l’abito eremitico di Giovanni, cucito nella pelle di un cammello fornito ancora della testa.

Il capitello del pellegrino

(La visita è stata effettuata il 29 agosto 2018)

La Madonna della Solitudine

La Madonna della Solitudine (Vierge de Solitude) è una statuetta trecentesca conservata nel chiostro della chiesa abbaziale di Moissac. La Solitudine è quella della Madre che ha visto suo Figlio morire sulla croce, dolente e pietosa lo ha accolto sulle sue ginocchia e lo ha visto scomparire dietro la pietra del sepolcro.

La Madonna della Solitudine di Moissac

È la Madonna del Sabato santo. La Risurrezione è ancora una flebile speranza. Ora è il momento della desolazione, dell’abbandono, dello sconforto. La vediamo raccolta ed esausta, con le mani giunte (ora perdute) e gli occhi chiusi, in preghiera. La sua immagine trasmette un dolore trattenuto, una stanchezza rassegnata, una dolce serenità.

Vierge de Solitude

Il bestiario di Moissac

Il portale dell’abbazia di Moissac propone un’originale rassegna del mondo animale. Gli scultori hanno inserito le immagini degli animali accanto alle colonnine che contornano il portale. Vi sono rappresentati animali di ogni genere: reali e fantastici, domestici e familiari, selvaggi, mostruosi e mitologici.

Il bestiario di Moissac (1)

La visione di questo bestiario fa echeggiare le parole della Creazione del mondo (Genesi 1), quando Dio disse: “Le acque brulichino di esseri viventi e uccelli volino sopra la terra, davanti al firmamento del cielo”. Dio creò i grandi mostri marini e tutti gli esseri viventi che guizzano e brulicano nelle acque, secondo la loro specie, e tutti gli uccelli alati, secondo la loro specie. Dio disse: “La terra produca esseri viventi secondo la loro specie: bestiame, rettili e animali selvatici, secondo la loro specie”. E così avvenne. Dio fece gli animali selvatici, secondo la loro specie, il bestiame, secondo la propria specie, e tutti i rettili del suolo, secondo la loro specie”.

Il bestiario di Moissac (2)

Vediamo così sul portale animali d’acqua, di terra e d’aria. Ma a Moissac non è più il tempo della creazione. Siamo invece alla fine dei tempi, quando il Cristo glorioso torna per la seconda volta sulla terra. E Giovanni, l’autore dell’Apocalisse, vede il mondo trasfigurato, “un cielo nuovo e una terra nuova: il cielo e la terra di prima infatti erano scomparsi e il mare non c’era più”. Anche gli animali fanno corona al Cristo parusiaco e partecipano al giudizio universale, secondo le parole del Salmo 36 che afferma: “Uomini e bestie tu salvi Signore!”.

Il bestiario di Moissac (3)

A questa ardita lettura del portale che inserisce anche il mondo animale nella ricapitolazione universale del creato in Cristo, Umberto Eco, con gli occhi di Adso nel suo “Il nome della rosa”, contrappone una diversa interpretazione del bestiario di Moissac. Leggiamo.

Il bestiario di Moissac (4)

E intorno a loro, frammisti a loro, sopra di loro e sotto ai loro piedi, altri volti e altre membra, un uomo e una donna che si afferravano per i capelli, due aspidi che risucchiavano gli occhi di un dannato, un uomo ghignante che dilatava con le mani adunche le fauci di un’idra, e tutti gli animali del bestiario di Satana, riuniti a concistoro e posti a guardia e corona del trono che li fronteggiava, a cantarne la gloria con la loro sconfitta, fauni, esseri dal doppio sesso, bruti dalle mani con sei dita, sirene, ippocentauri, gorgoni, arpie, incubi, dracontopodi, minotauri, linci, pardi, chimere, cenoperi dal muso di cane che lanciavano fuoco dalle narici, dentetiranni, policaudati, serpenti pelosi, salamandre, ceraste, chelidri, colubri, bicipiti dalla schiena armata di denti, iene, lontre, cornacchie, coccodrilli, idropi dalle corna a sega, rane, grifoni, scimmie, cinocefali, leucroti, manticore, avvoltoi, parandri, donnole, draghi, upupe, civette, basilischi, ypnali, presteri, spectafichi, scorpioni, sauri, cetacei, scitali, anfisbene, jaculi, dipsadi, ramarri, remore, polipi, murene e testuggini. L’intera popolazione degli inferi pareva essersi data convegno per far da vestibolo, selva oscura, landa disperata dell’esclusione, all’apparizione dell’Assiso del timpano, al suo volto promettente e minaccioso, essi, gli sconfitti dell’Armageddon, di fronte a chi verrà a separare definitivamente i vivi dai morti” (Il nome della rosa, Primo giorno, Sesta).

La Bestia dell’Apocalisse