Roma. Visita al Carcere Mamertino

I Romani se ne intendevano. Parlo del carcere, delle punizioni e delle pene corporali. Carcere, per cominciare, deriva dal latino coercere, il regime restrittivo della libertà personale. Mandare qualcuno “in galera” si riferiva letteralmente alla condanna ai remi delle galere, le navi del tempo. Molto temuta era la damnatio ad metalla, ovvero la condanna al lavoro coatto nelle miniere di ferro. Diffusa era anche la condanna ai lavori forzati nelle opere pubbliche, nelle cloache e negli altri lavori usuranti e nocivi. La damnatio ad bestias era la condanna a essere sbranati dalle belve affamate e inferocite negli anfiteatri coram populo. E c’erano poi la schiavitù, la deportatio, i summa supplicia, la crocifissione.

Il Carcere Mamertino

In questo quadro generale “dei delitti e delle pene” nel mondo romano antico, la visita al Carcere Mamertino di Roma è un’esperienza certamente istruttiva (e anche un’emozione un po’ splatter). Il Mamertino può essere classificato in termini moderni come un carcere di massima sicurezza, una prigione di Stato, dove si eseguivano le pene capitali che i Romani riservavano alle grandi personalità nemiche di Roma.

I giustiziati illustri

Un esempio è il generale sannita Gavio Ponzio, quello che durante la terza guerra sannitica aveva umiliato i romani alle Forche Caudine; catturato da Quinto Fabio Massimo subì qui la decapitazione. Giugurta, re berbero della Numidia, vi fu fatto morire di fame. Vercingetorige, re della Gallia, sconfitto dalle legioni di Giulio Cesare, vi fu decapitato. Il luogo delle esecuzioni era il Tullianum, ovvero il pozzo sottostante il Mamertinum, la cella carceraria dei condannati. I visitatori vi scendono oggi per un’angusta scala. Il sito è ancora sinistro e impressionante. Un autore latino lo descriveva sprofondato sotterra, chiuso da robuste pareti, con una volta di pietra, di aspetto “ripugnante e spaventoso per lo stato di abbandono, l’oscurità e il puzzo”.

Il sotterraneo del Tullianum

 

Le memorie cristiane

La tradizione cristiana lega il carcere Mamertino alle memorie di San Pietro e di San Paolo. Secondo un racconto agiografico difficilmente documentabile, i due apostoli vi furono reclusi prima di essere condotti al martirio: Pietro alla crocifissione nel circo Vaticano e Paolo alla decapitazione alle acque Salvie.

La memoria della prigionia di Pietro e Paolo

La presenza di una polla d’acqua nel Tullianum ha fatto nascere la leggenda del miracolo della fonte: Pietro avrebbe fatto scaturire la sorgente e con la sua acqua avrebbe battezzato i suoi due carcerieri, Processo e Martiniano. Tra le altre reliquie si conservano la colonna ove erano incatenati gli apostoli e un incavo nella roccia provocato da una testata di Pietro spinto dai carcerieri. Gli ambienti sono decorati da altari, affreschi, statue e lapidi. Ritenuto luogo sacro fin dal Quattrocento, il Carcere Mamertino fu definitivamente consacrato nel 1726 a San Pietro in Carcere.

Gesù e Pietro

 

La visita

Dal 2016 il Carcer Tullianum è nuovamente accessibile dopo i lavori di restauro che hanno messo in luce e valorizzato la struttura architettonica e gli affreschi e l’hanno dotato d’infrastrutture avanzate per la visita. Il percorso è guidato da tablet multilingue che descrivono analiticamente i luoghi e gli oggetti conservati. Si visitano in successione il Museo, fornito di interessanti reperti archeologici, il Mamertino, le memorie degli apostoli e la cavità del Tullianum. Il sito si trova nell’area dei Fori Romani (Clivo Argentario 1) ed è accessibile sia dal Campidoglio, sia da Via dei Fori Imperiali, percorrendo la via di San Pietro in Carcere. Di buon interesse è anche la visita degli ambienti della chiesa di San Giuseppe dei Falegnami sovrastante il carcere.

I fedeli sotto il mantello della Madonna

(Ho visitato il Carcere Mamertino il 20 settembre 2016)

Montpellier. Il Cielo e l’Inferno di Octave Tassaert

Il Museo Fabre di Montpellier apre le sale della sua Pinacoteca con una tela intitolata Ciel et Enfer, datata 1850. Ne è l’autore Octave Tassaert (1800-1874), un artista francese di origini fiamminghe, formatosi nella Scuola di Belle Arti di Parigi.

Ciel et Enfer (Octave Tassaert, 1850)

La scena è ambientata su una lunga scalinata che – come nel sogno di Giacobbe – congiunge la terra al cielo. La scala è percorsa dagli angeli che respingono i dannati verso il baratro infernale e portano in cielo gli innocenti. Questo doppio moto ascendente e discendente replica molti dipinti classici (da Michelangelo a Rubens) dedicati all’ascensione dei giusti e alla caduta dei reprobi. Il dipinto può anche essere definito un Giudizio finale, orfano però della figura del Cristo giudice, la cui presenza s’intuisce nell’empireo.

L’ascesa dei beati

Dal cielo scendono gli angeli, preceduti dall’arcangelo Michele che salva o condanna le anime con la sua bilancia a doppio piatto e con il libro della vita. Le creature alate applicano il verdetto divino. I beati sono amorevolmente accolti tra le braccia degli angeli e da loro sostenuti nell’ascesa verso la beatitudine celeste. L’artista ha voluto però soprattutto esprimere un giudizio morale di condanna nei confronti dei vizi sociali e della corruzione dei costumi del tempo.

I poveri in cerca di giustizia

Ed ecco il fluire verso il basso una serie di figure di donne che interpretano i sette vizi capitali, declinati al femminile: la superbia, l’avarizia, la lussuria, l’ira, la gola, l’invidia e l’accidia.

La caduta dei dannati

Tra le donne viziose s’infilano gli angeli ribelli a Dio, personificazione dell’orgoglio, con i colori e gli attributi demoniaci. In basso, schiacciato sotto il peso del male, vediamo Lucifero, il capo degli angeli ribelli, raffigurato con le tre teste allusive anche al mostruoso cane Cerbero.

La Lussuria

Nei pressi è la fossa che dà accesso alla caverna infernale, illuminata dal riverbero delle fiamme. La critica sociale di Tassaert, puntata verso le classi dirigenti, esalta, di converso, le figure dei poveri e dei sofferenti.

La Gola

Vediamo sulla destra una famiglia di lavoratori schiantati dalla fatica, con il figlio malato, gli attrezzi di lavoro e il simbolico fardello dei pesi della vita, che risale faticosamente l’erta del Paradiso, invocando a braccia alzate la giustizia divina.

Le tre facce di Lucifero

Rieti. Trekking urbano nella capitale dei Sabini

Nel passato remoto Rieti fu l’antica capitale delle popolazioni sabine e fu poi municipio romano. Oggi è una piacevole città attraversata dalla via Salaria, con un centro punteggiato di nobili dimore e racchiuso nella cerchia delle mura, accarezzata dal fiume Velino. Secondo la tradizione Varroniana è addirittura il centro geografico dell’Italia, l’umbilicus Italiae. Il Comune propone da molti anni ai visitatori della città un percorso di trekking urbano. L’itinerario si snoda tra monumenti, palazzi, chiese ed edifici storici; costeggia poi lungamente il Velino, un fiume amato dai reatini, e propone una sintesi originale tra la città e la campagna, tra storia e natura.

Il palazzo Vicentini

 

Il ponte romano

Il punto di partenza più logico è il ponte romano, grazie al quale la via Salaria superava il fiume Velino e penetrava in città. Di questo ponte restano oggi visibili alcune arcate e altre strutture fondative vicine al ponte moderno.

Il fiume e la città visti dal ponte romano

 

Il quartiere medievale

Valicato il ponte, da Largo Fiordeponti ci si apre davanti la Via Roma, ricca di bei negozi, che risale l’antica acropoli in direzione delle piazze centrali. Può essere tuttavia preferibile percorrere la parallela Via del Porto, una stretta stradina che ricorda l’esistenza di un antico scalo fluviale e che traversa il vecchio quartiere medievale con le sue scalinate e l’arco di Santa Lucia. Svoltando a sinistra su Via San Pietro Martire si raggiunge la Biblioteca Paroniana, vanto della città, e la sezione archeologica del Museo civico, ospitata nell’ex monastero di Santa Lucia. Tra i reperti conservati spicca il rilievo scolpito con la scena di Venatio (il combattimento tra le belve e i gladiatori).

Il rilievo della Venatio al Museo archeologico

 

San Domenico

Giunti a Largo Santa Barbara, il percorso prosegue con un anello sghembo nelle vie del centro storico che si chiude poi nelle piazze centrali. I monumenti di maggior rilievo in quest’area sono la chiesa di San Domenico, costruita nella classica architettura degli ordini mendicanti, a navata unica, e l’oratorio di San Pietro Martire, uno scrigno che contiene il ciclo di affreschi del Giudizio universale dei fratelli Lorenzo e Bartolomeo Torresani.

La chiesa di San Domenico

Attualmente [2016] i due monumenti sono chiusi per le verifiche successive al terremoto di Amatrice. Più avanti, tra Via Varrone e Via Sant’Agnese, è localizzata la chiesa sconsacrata di Santa Scolastica, trasformata in Auditorium Varrone, sede di eventi culturali.

 

L’area della Cattedrale

Provenendo da Via Severi s’imbocca la centrale Via Cintia per sostare a Piazza Vittori, dove s’innalza il monumento dedicato a Francesco d’Assisi e ai monasteri francescani della Valle Santa reatina.

Il monumento a San Francesco d’Assisi

Si ammirano le architetture schiettamente medievali del Palazzo Papale, con le Volte del Vescovado, un grandioso portico a due navate, divise da poderosi pilastri che sorreggono arcate gotiche. A fianco si alza il complesso della Cattedrale di Santa Maria Assunta, preceduta da un portico e dall’imponente torre campanaria e articolata nella chiesa superiore, la cripta, il battistero. Il battistero è anche il nucleo storico centrale del Museo diocesano.

Le Volte del Vescovado

 

Il Museo civico e i giardini del Vignola

Le due piazze comunicanti, dedicate a Vittorio Emanuele e a Cesare Battisti, sono segnate dalla presenza dei palazzi istituzionali del Comune, della Prefettura e dell’Università. Il trekker urbano apprezzerà però soprattutto il parco del Vignola, un delizioso giardino pensile all’italiana, affacciato sui quartieri meridionali, e il giro nelle undici sale della sezione storico-artistica del Museo civico, introdotte dalla statua del Canova che raffigura una bellissima Ebe.

La morte del pastore (A. Calcagnadoro, 1928, Museo civico)

 

L’Ombelico d’Italia

Ci si sposta nella piazzetta medievale San Rufo, appartata e gradevole, dov’è l’omonima chiesa, ma dove la tradizione classica romana individua il centro geografico della penisola italiana. Su questo umbilicus Italiae è stato costruito un monumento circolare (ribattezzato popolarmente “la caciotta”) e apposta una lapide.

L’ombelico d’Italia

 

Il quartiere orientale

Il trekking segue ora l’asse della Via Garibaldi, l’antico decumano romano, alternandosi nei reticoli di strade che lo affiancano. Molto consigliato è il tranquillo percorso, caratterizzato da archi e gallerie, del vicolo dei Pozzi, affacciato sui prati urbani prospicienti al fiume.

La via dei Pozzi

 

Le mura medievali

Si giunge ora nella piazza dominata dalla monumentale Porta d’Arci, all’estremità orientale della città. Qui è possibile osservare uno dei tratti meglio conservati delle mura medievali. La fuga delle mura merlate è ritmata dalla presenza delle torri semicilindriche e quadrate.

Le mura medievali

 

Il fiume Velino

Usciti dalla Porta d’Arci, si va a destra, percorrendo con precauzione il margine della Via Salaria e il ponte sul fiume. Subito dopo si scende sul percorso della pista pedonale e ciclabile del Lungovelino. E’ il tratto più solitario e piacevole del trekking urbano.

L’ansa del Velino

Sulla destra scorrono veloci le acque del fiume, mentre a sinistra si aprono i campi coltivati, bordati dal percorso della Via Salaria; alle spalle è il panorama del monte Terminillo, con la cresta dei Sassatelli e le appendici del Terminilluccio e del Terminilletto che si alzano sul Pian dei Valli. Di fronte è il paesaggio urbano della città, che occupa l’antico colle dell’acropoli della romana Reate. Il Velino nasce dalle sorgenti del Monte Pizzuto, a 1667 metri di quota, traversa la conca reatina con un percorso di novanta km e precipita nelle acque della Nera formando la famosa cascata delle Marmore. Giunti al Ponte Romano, si torna al punto di partenza e il percorso si chiude. Avremo impiegato circa tre ore per una distanza di circa otto km.

La mappa del trekking urbano di Rieti

(Ho visitato Rieti il 21 dicembre 2016)

Roma antica. La morte e la vita ultraterrena

Le antiche terme di Diocleziano, di fronte alla stazione Termini di Roma, dopo secoli di traversie e trasformazioni, sono diventate una delle prestigiose sedi del Museo Nazionale Romano.

Gnothi Sautòn

Il lungo e suggestivo tour tra le sale e i chiostri sosta in un luogo particolarmente impressionante. È l’aula X delle Terme, un luogo particolarmente frappant per la sua capacità di testimoniare la grandiosità delle superstiti strutture originarie e per il suo corredo espositivo a carattere funerario. Grazie a una sbalorditiva impresa d’ingegneria e di logistica, due colombari e un intero sepolcro sono stati estirpati dai luoghi originari, trasportati qui nelle Terme ed esposti ai visitatori dell’Aula.

La tomba dei dipinti

La tomba dei dipinti

Questa tomba proviene dalla vasta necropoli che si sviluppò sulla Via Portuense nei primi secoli dopo Cristo. Ricavata in un banco di tufo e tornata alla luce nel 1951 durante i lavori in Via Quirino Majorana, fu staccata e trasportata in blocco qui al Museo delle Terme.

L’interno dipinto del colombario

Ha le dimensioni di una cappella funeraria familiare, nata come colombario (vi sono presenti le nicchiette con i vasi contenenti le ceneri della cremazione) e poi utilizzata anche per l’inumazione (con le fosse scavate nel pavimento e la collocazione di sarcofagi).

Il dipinto sulla parete

Insieme a immagini e simboli legati ai temi della morte e della vita ultraterrena, sulla parete destra sono raffigurati un ragazzo che gioca con una specie di monopattino e un gruppo di tredici personaggi che giocano e conversano in un ambiente sereno e rilassato.

La tomba degli stucchi

L’interno della tomba degli stucchi

Anche questa tomba proviene dalla necropoli di Via Ostiense. Lungo le pareti interne completamente intonacate di bianco, sono ricavate le nicchiette dove erano contenute le olle con le ceneri dei defunti. La volta è coperta da trenta cerchi tangenti di stucco con figure geometriche, decorazioni floreali e personaggi mitologici.

Gli stucchi della volta

I Dioscuri a cavallo e l’Eros alato che conduce una biga hanno carattere allegorico perché alludono all’immortalità dell’anima e al viaggio che questa dovrà compiere per giungere al soggiorno dei beati.

Il sepolcro dei Platorini

Il sepolcro dei Platorini

La tomba fu scoperta nel 1880 sulla riva destra del Tevere tra Ponte Sisto e via della Lungara. Fu demolita, trasferita alle Terme e qui ricomposta secondo il modello originario.

Le urne sepolcrali

All’interno il sepolcro mostra su ogni parete nicchie semicircolari e quadrate nelle quali sono collocate le urne cinerarie. L’iscrizione all’ingresso contiene il nome di due personaggi della Gens Sulpicia, probabilmente padre e figlia.

Minatia Polla

Le due statue di Sulpicius Platorinus e di sua figlia Sulpicia Platorina, ritrovate nella cella sepolcrale, sono esposte insieme con la bellissima testa di Minatia Polla, databile in età giulio-claudia.

Il fanciullo a cavallo

Il ragazzo a cavallo

Una statua funeraria in marmo lunense e alabastro raffigura un fanciullo in groppa a un cavallo. Il giovinetto è seduto su una pelle di leone che funge da sella e con la mano destra sta sferzando il cavallo imbizzarrito. Il corpo dell’animale è cavo, probabilmente per contenere le ceneri del giovane defunto. La statua del terzo secolo proviene da Acilia sulla Via Ostiense.

Conosci te stesso

Il mosaico dello scheletro

Il mosaico del terzo secolo, proveniente da un’area sepolcrale della Via Appia, raffigura uno scheletro umano, disteso forse su un letto da banchetto, che indica il motto dell’oracolo di Delfi Gnothi sautòn, “conosci te stesso”, qui inteso come esortazione a conoscere i limiti della natura umana e la caducità della vita. Piccoli modelli di scheletri umani, le cosiddette larvae conviviales, erano spesso presenti sulle tavole dei banchetti come monito a godere delle gioie della vita.

 

(Visita effettuata il 24 aprile 2016)

Carpignano Salentino. La cripta bizantina rupestre di Santa Cristina

Gente, luminarie, musica, bancarelle. A Carpignano Salentino oggi impazza la “Festa te lu Mieru”, la festa del vino novello, una delle sagre più famose e frequentate dell’estate salentina. Ma per l’occasione apre anche la cripta rupestre di Santa Cristina. Con un gruppo di amici scendiamo a visitare questo prezioso scrigno di affreschi bizantini tra i più antichi.

L’interno della chiesa rupestre

Due ampie scalinate scendono nella chiesa sotterranea, scavata nella roccia tufacea. Si riconoscono due navate e tre absidi; come pure s’individuano il nartece, dove si raccoglievano i catecumeni; il naos, destinato ai fedeli battezzati; il bema, il luogo dov’era officiata la celebrazione liturgica. La presenza di sepolture nella grotta e all’esterno della cripta, ipotizzerebbero una destinazione funeraria del luogo di culto.

L’arcangelo Gabriele

Gli affreschi rivestono tutte le pareti e sono accompagnati da iscrizioni in greco che citano i committenti e gli artisti. Le date sono quelle degli anni della dominazione bizantina in Italia meridionale: dal 959 alla seconda metà del Mille.

Santa Cristina

La doppia immagine di Santa Cristina

L’immagine più diffusa è quella di Santa Cristina. Si tratta forse della giovinetta martirizzata nel terzo secolo, durante la persecuzione dell’imperatore Diocleziano. Fu il suo stesso genitore, di nome Urbano, ufficiale dell’imperatore, che volle costringere la figlia ad abiurare la fede cristiana che aveva abbracciato. Alla morte del padre – che già aveva fatto più volte torturare la figlia, pur di farla ritornare agli antichi culti – le autorità si accanirono ancora di più su di lei, mettendola a morte.

L’Annunciazione

L’Annunciazione

Nell’abside è affrescata la scena dell’Annunciazione. Un bellissimo arcangelo Gabriele giunge con il braccio destro alzato e la mano benedicente. Maria con la mano sinistra regge il fuso, simbolo di verginità (in allusione alle Vergini del Vecchio Testamento che filavano le tende per il tempio).

La Vergine annunziata dipinta da Teofilatto nel 959

Al centro della scena è l’immagine del Cristo pantocratore, in trono. L’iscrizione laterale cita i donatori: il prete Leone (esponente del basso clero e quindi libero di sposarsi) e sua moglie Crisolea. Cita anche l’autore del dipinto, il pittore Teofilatto, e una data: l’anno del mondo 6467 cioè il 959 dopo Cristo.

Cristo Pantocratore (Teofilatto, 959)

La tomba del piccolo Stratigoulés

La tomba ad arcosolio

Nel nartece si apre la tomba ad arcosolio del piccolo Stratigoulés, accompagnata da una lunga iscrizione metrica in greco, dipinta tra 1055 e 1075, che ci informa che la tomba era stata scavata per un notabile del posto e che fu poi usata per accogliere le spoglie del figlio morto in giovane età. Il padre del giovane Stratigoulès (letteralmente “generalino”, non si tratta quindi del nome ma del vezzeggiativo con cui l’ufficiale chiamava il giovane figlio) era uno spatario di Carpignano cioè un ufficiale dell’esercito bizantino di rango intermedio. Al centro dell’arcosolio compare l’immagine di santa Cristina; nel sottarco sono effigiati la Vergine con il Bambino e san Nicola benedicente alla greca: sono i santi cui il padre affida l’anima del figlio.

L’arcosolio con le immagini dei santi e la scritta dedicatoria

La Madre di Dio

La Vergine col Bambino (Theòtokos) del pittore Eustazio (1020)

La Madre di Dio dipinta dal pittore Eustazio nel 1020 rappresenta il dogma della Theotòkos definito dal concilio di Efeso. Maria è vista come madre di Dio e non come genitrice di un uomo. La vergine è in piedi; il bambino, dai lineamenti del volto ambigui, confusi con quelli di un uomo adulto, sembra quasi levitare tra le mani della madre che tentano di sorreggerlo ma che in realtà non lo toccano direttamente.

La Theòtokos (particolare)

(La visita è stata effettuata il 1° settembre 2012)

Roma. L’aldilà di Dante illustrato dai Nazareni

Il Casino Giustiniani Massimo al Laterano, in Via Boiardo a Roma, è una villa seicentesca fatta erigere dal marchese Vincenzo Giustiniani come suo “ritiro di campagna” dove cercare svago e riposo. Passata alla famiglia Massimo, tra il 1817 e il 1829 le sale al pianterreno furono interamente decorate dai pittori Nazareni, che diedero vita a una sintesi sublime della grande civiltà letteraria italiana attraverso rappresentazioni tratte dalle sue opere più emblematiche: la Commedia di Dante, l’Orlando Furioso di Ariosto e la Gerusalemme Liberata di Tasso. Dal 1948 il Casino è di proprietà della Custodia di Terrasanta, provincia religiosa dell’Ordine dei Frati Minori francescani. Grazie ai Nazareni, e in particolare a Philipp Veit e Joseph Anton Koch, oggi possiamo ripercorrere il viaggio che portò Dante nei tre regni dell’aldilà – l’inferno, il purgatorio e il paradiso – semplicemente aggirandoci in una stanza.

La selva oscura

La selva oscura

Dante sogna di smarrirsi in una foresta fitta e spaventosa e sul far dell’alba di ritrovarsi ai piedi di un colle illuminato dai primi raggi del sole nascente. L’ascesa al colle gli è impedita da tre belve, una lonza, un leone e una lupa, fino a che non viene soccorso da Virgilio. Le tre belve rappresentano allegoricamente i tre peccati bestiali che secondo Dante sarebbero la causa della corruzione della società dei suoi tempi (la lussuria, la superbia e l’avidità).

L'Inferno

L’Inferno

La vasta scena dell’Inferno è di grande impatto visivo. Al centro “stavvi Minòs orribilmente, e ringhia: essamina le colpe ne l’intrata; giudica e manda secondo ch’avvinghia”. Ai piedi di Minosse, giudice infernale, stanno in ginocchio le anime dei dannati. Flagellati dai demoni, essi ascoltano la sentenza e si disperano.

Dante e Virgilio su Gerione

Dante e Virgilio su Gerione

Dante e Virgilio sono trasportati in volo da Gerione, “la fiera con la coda aguzza, che passa i monti, e rompe i muri e l’armi! Ecco colei che tutto ’l mondo appuzza! (…) La faccia sua era faccia d’uom giusto, tanto benigna avea di fuor la pelle, e d’un serpente tutto l’altro fusto”.

Il serpente Cianfa e il ladro Agnolo

Il serpente Cianfa e il ladro Agnolo

Nel canto venticinquesimo un ramarro si lancia contro un dannato, gli si aggrappa al ventre con la coppia di zampe centrali (“Co’ piè di mezzo li avvinse la pancia” – v. 52), con quelle anteriori alle braccia (“e con li anterïor le braccia prese;”, v. 53) e con il muso gli morde la faccia (“poi li addentò e l’una e l’altra guancia;” – v. 54).

Il Conte Ugolino

Il Conte Ugolino

Nell’angolo in basso a sinistra assistiamo al gesto disperato del conte Ugolino che morde l’arcivescovo Ruggieri (“La bocca sollevò dal fiero pasto / quel peccator, forbendola a’ capelli / del capo ch’elli avea di retro guasto” – XXXIII, 1-3).

Cerbero e i golosi

Cerbero e i golosi

Tra gli altri demoni vediamo ancora Caronte con la sua barca e Cerbero, il cane dalle tre teste. Cerbero, fiera crudele e mostruosa – aveva gli occhi iniettati di sangue, la barba unta e lercia, il ventre dilatato e le mani artigliate -, latrava con tre gole sopra le anime dei golosi sommerse dalla pioggia e le graffiava, le scuoiava, le squartava.

Gli scismatici

Gli scismatici

Vediamo poi quelli che, da vivi, seminarono discordie e scismi; per la legge del contrappasso sono divisi in due e fatti a pezzi a colpi di spada. Il dannato con la testa spaccata è Alì, cugino di Maometto e fondatore della setta degli sciiti.

L'arrivo al Purgatorio

L’arrivo al Purgatorio

Si passa poi al Purgatorio, vigilato dall’angelo guardiano, seduto sul trono, con la spada e con le chiavi. Ai lati vediamo il serpente messo in fuga dagli ‘astori celestiali’ nella valletta dei principi e la contesa tra l’angelo e il demonio per l’anima di Buonconte. L’angelo nocchiero – al canto del salmo centotredici “In exitu Israel de Aegypto” – trasporta le anime su una navicella fino alla spiaggia dell’Antipurgatorio: “Poi, come più e più verso noi venne l’uccel divino, più chiaro appariva: per che l’occhio da presso nol sostenne, ma chinail giuso; e quei sen venne a riva con un vasello snelletto e leggero, tanto che l’acqua nulla ne ‘nghiottiva. Da poppa stava il celestial nocchiero, tal che faria beato pur descripto; e più di cento spirti entro sediero”.

L'espiazione delle pene in Purgatorio

L’espiazione delle pene in Purgatorio

Sono quindi descritte le punizioni cui sono sottoposti coloro che si macchiarono nella vita dei sette peccati capitali: superbia, invidia, ira, accidia, avarizia, gola, lussuria. Il superbo Omberto Aldobrandeschi sconta il suo peccato sotto un pesante macigno su cui appare la scritta “Te Deum laudamus”. Al termine delle sofferenze di espiazione, i purganti sperano di salire al Cielo, come annunciato dall’angelo in alto: “Venite benedicti Patris mei”.

Il Paradiso

Il Paradiso

La volta descrive l’empireo dantesco. Tutt’intorno si individuano i personaggi che Dante incontra nella sua ascensione. Al centro è la visione trinitaria del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Maria in trono, tra gli angeli, ascolta la celebre preghiera che Bernardo, nel suo candido abito cistercense, le rivolge: “Vergine Madre, figlia del tuo figlio, umile e alta più che creatura, termine fisso d’etterno consiglio, tu se’ colei che l’umana natura nobilitasti sì, che ‘l suo fattore non disdegnò di farsi sua fattura”.

Bassano del Grappa. Trekking urbano tra le memorie della guerra

Bassano si trova alle pendici del Grappa ed è attraversata dal fiume Brenta nel punto del suo sbocco nella pianura veneta. Sito strategico, dunque, per il controllo della pianura, del fiume, della montagna e delle principali vie di comunicazione.

Panorama di Bassano dal ponte degli alpini

Panorama di Bassano dal ponte degli alpini

Allo scoppio della prima guerra mondiale Bassano era immediatamente a ridosso del fronte degli altopiani e della Valsugana e fu importante centro logistico e sede di comandi dell’esercito italiano. Ma fu dopo la ritirata di Caporetto e lo spostamento del fronte sul monte Grappa e sulle rive del Piave, che il ruolo militare e logistico di Bassano si accrebbe. Con pesanti conseguenze sulla città in termini di bombardamenti, vittime civili e militari, flusso di profughi, ospedali, cimiteri.

Il Monte Grappa (Teodoro Wolf Ferrari, 1920, Museo civico)

Il Monte Grappa (Teodoro Wolf Ferrari, 1920, Museo civico)

Proponiamo un itinerario storico tra le strade di Bassano che ricostruisce i molteplici ruoli che questa città interpretò durante la Grande guerra.

Il monumento al generale Giardino

Il punto di partenza di questo trekking storico tra le memorie bassanesi della Grande guerra può essere la Piazza Giardino, accanto alle Mura e alla Porta delle Grazie. Qui sorge il monumento al generale Gaetano Giardino, che comandò nel 1918 la quarta armata “del Grappa”, dopo essere stato sottocapo di Stato maggiore nell’Esercito al comando di Armando Diaz. Alla sua morte volle essere sepolto insieme ai suoi soldati nel comprensorio monumentale del monte Grappa.

L'inaugurazione del monumento al generale Giardino

L’inaugurazione del monumento al generale Giardino

I ragazzi del ‘99

Da piazzale Giardino si scende in Prato Santa Caterina, dov’è il monumento nazionale dedicato “ai ragazzi del ‘99”. Si ricordano qui i giovani soldati diciottenni della classe del 1899 chiamati alle armi tra il 1917 e il 1918 e schierati a difesa della linea Grappa-Piave. Il monumento raffigura un fante in tenuta di campagna che protende lo sguardo e la mano verso il monte Grappa.

Si scrive a casa

Si scrive a casa

Il viale dei Martiri

Bassano è medaglia d’oro al valor militare per l’alto contributo pagato dalla città nel corso dell’occupazione nazifascista.

La medaglia d'oro

La medaglia d’oro

Nel settembre 1944 un grande rastrellamento sul Grappa portò alla cattura di numerosi partigiani. Sedici di essi furono fucilati e trentuno impiccati sull’attuale viale dei Martiri. Gli alberi, all’epoca trasformati in forche, portano i nomi e le foto dei giovani uccisi per la libertà dell’Italia.

Il tribunale militare di Casa Ferrari

Proseguendo lungo Viale dei Martiri si raggiunge la Casa Ferrari, dove nel 1916 s’insediò il tribunale di guerra del corpo d’armata. Suo compito era di reprimere i comportamenti illeciti dei militari soggetti alla disciplina di guerra. Tra questi comportamenti, i più frequenti erano la renitenza alla chiamata, la diserzione, il ritardato ritorno al reparto, l’autolesionismo e la simulazione di malattie mentali.

I profughi di guerra

I profughi di guerra

Il Ponte vecchio

Giunti al fiume, si percorre il ponte di legno sul Brenta, noto anche come Ponte degli Alpini, che è diventato nei secoli il simbolo della città. Durante la guerra il ponte costituiva l’unico collegamento tra le due rive del fiume e, almeno fino all’apertura del Ponte Nuovo nel 1917, ebbe un importante ruolo di regolatore del traffico militare e civile. Fu ripetutamente bombardato dalle artiglierie e dagli aerei militari austriaci: furono lesionate le case dei dintorni, ma il ponte rimase in pratica intatto.

Ricostruzione di postazione armata

Ricostruzione di postazione armata

Il Museo degli Alpini

A ridosso del Ponte, nei due piani del seminterrato della “Taverna degli Alpini”, si scende a visitare il piccolo ma densissimo Museo degli Alpini, gestito direttamente dalla sezione locale dell’Associazione Nazionale Alpini. All’interno della sala sono conservati ed esposti importanti cimeli risalenti al periodo della Grande guerra, ma anche a quello della Seconda Guerra Mondiale e della Resistenza.

Posto di medicazione

Posto di medicazione

Si possono osservare le ricostruzioni delle trincee con i loro reticolati, le postazioni di mortaio, l’infermeria e il posto di medicazione avanzato, l’altarino di campo, la saletta del posto di comando. Le vetrine espongono il medagliere, le armi, le uniformi, gli elmetti, le bombe e le dotazioni individuali dei soldati, tutti ritrovati sul Monte Grappa, sull’altopiano di Asiago oppure donati da privati. Particolarmente toccanti sono le scritte incise dai soldati sul legno o sulla gavetta e i crocefissi scolpiti nel legno o composti con il filo spinato.

Traino con cani sul Grappa

Traino con cani sul Grappa

Il tempio ossario

Seguendo il corso del Brenta, in direzione del Ponte Nuovo, si raggiunge lo snodo stradale di piazza Cadorna. Qui due alti campanili segnano la presenza del tempio ossario. Doveva essere il nuovo Duomo di Bassano ma nel dopoguerra si pensò di modificarne la destinazione e di spostarvi le sepolture dei soldati caduti e sino allora sistemati in piccoli cimiteri provvisori nei paesi delle retrovie del fronte. Oggi, lungo le pareti del tempio e nella cripta sono allineati i loculi di oltre cinquemila soldati. Una lunga serie di pannelli fotografici e di testimonianze ricostruisce la vita di Bassano e dei suoi abitanti durante gli anni di guerra.

Il tempio ossario

Il tempio ossario

La cappella votiva

Si punta ora alle piazze centrali della città. In piazza Garibaldi, addossata alla parete della chiesa di San Francesco, è stata eretta la cappella votiva in memoria dei caduti della Grande guerra e in particolare dei trecentoventi soldati bassanesi caduti in combattimento e delle vittime dei bombardamenti. Ai due lati una lapide riporta la motivazione della medaglia d’oro concessa a Bassano e un bassorilievo con la mappa del centro storico riporta tutti i luoghi colpiti da granate d’artiglieria e da bombe d’aereo. Sulla cima della Torre civica funzionava un osservatorio che segnalava col suono della sirena gli attacchi aerei in arrivo.

La cappella votiva

La cappella votiva

La mostra su Bassano e la memoria 1914-1918

Nei locali del bel Museo civico, realizzato nell’ex convento di San Francesco in piazza Garibaldi, è ospitata una mostra temporanea dal titolo “Frammenti – Bassano e la memoria 1914/1918/2016”.

Una sala della mostra

Una sala della mostra

L’esposizione è una riflessione profonda sul primo conflitto mondiale vissuto dalla città, attraverso grandi immagini, suoni, animazioni, ricostruzioni grafiche e filmati.

Il sogno di un soldato (Museo degli Alpini)

Il sogno di un soldato (Museo degli Alpini)

(Ho visitato Bassano del Grappa il 27 dicembre 2016)