Gubbio. Il Giudizio finale e i regni dell’aldilà

Ottaviano Nelli, pittore attivo con la sua bottega nella prima metà del Quattrocento, ha dipinto un grande affresco del Giudizio universale sull’arco trionfale della chiesa di Sant’Agostino a Gubbio. Il tema completa il ciclo absidale dedicato alla vita di Sant’Agostino. La data è probabilmente a cavallo tra la fine del secondo decennio e l’inizio del terzo.

Il Giudizio finale di Gubbio

Nel fregio vediamo i tondi con i profeti che hanno annunciato il giorno di Jahve. In alto è la scena di Cristo che scende dal cielo per giudicare l’umanità e appare nella “mandorla”, seduto sopra l’iride, l’arcobaleno che simboleggia la nuova alleanza tra Dio e il suo popolo. La mandorla è sostenuta da un coro di serafini color rosso fuoco. Gesù è abbigliato con un mantello che lascia visibili la ferita del costato e i fori dei chiodi sulle mani e sui piedi. La pronuncia del giudizio è simbolizzata dalla posizione delle mani: il palmo della mano destra è aperto nel gesto dell’accoglienza dei beati e il dorso della mano sinistra esprime la volontà di allontanare gli empi. Intorno ai serafini si muove una seconda corolla di angeli: sono i cherubini dal diafano colore azzurro. Un gruppo di angeli mostra ai risorti gli strumenti della Passione di Gesù (la croce, i tre chiodi, la colonna della flagellazione, la spugna imbevuta d’aceto sulla canna, la lancia). Due angeli vestiti di bianco suonano le lunghe trombe chiamando i morti al giudizio. Schierato ai due lati del giudice troviamo il tribunale celeste, composto dagli Apostoli, i cui nomi sono trascritti sui cartigli; gli apostoli indossano tunica e mantello e siedono sui troni, con i piedi poggiati sulle predelle.  Due cortei di beati procedono sulle nubi e s’inginocchiano di fronte al Giudice. A sinistra il primo posto è occupato da Maria, la madre di Gesù; dietro di lei ci sono Santa Caterina d’Alessandria, riconoscibile dalla sua corona di regina e Maria Maddalena, dai lunghi capelli biondi; il gruppo è chiuso dai progenitori Adamo ed Eva. Il corteo di destra è aperto dall’altro intercessore, San Giovanni Battista; al suo seguito sono i dottori della Chiesa, che accompagnano Agostino (Papa Gregorio, San Girolamo con la berretta cardinalizia, Sant’Ambrogio con la tiara vescovile).

La risurrezione dei morti e la corte celeste

Sotto le nuvole, che segnano il confine tra la Terra e il Cielo, la scena cambia. I morti risorgono dalla nuda terra, spuntando dalle fosse e dagli avelli. Un risorto, che espone al pubblico le sue terga, scoperchia un sarcofago di marmo. Il cadavere in esso contenuto si rianima e si appresta a uscirne. Una donna risorta scavalca le pareti di un secondo sarcofago. Molti alzano gli occhi al cielo nell’attesa di conoscere il proprio destino.

Il Purgatorio

Alcuni risorti sono addentati da serpenti velenosi e sono costretti a un periodo di purificazione nel Purgatorio. Il regno intermedio dell’espiazione è rappresentato da una fornace infuocata nelle cui fiamme i purganti sprofondano e si sollevano secondo la gravità della loro pena, fino all’intervento liberatore dell’angelo.

Il Paradiso

I beati sono accompagnati dagli angeli sino alla porta del paradiso, dipinto nella forma urbana della città medievale. San Pietro e San Paolo accolgono i beati e li introducono nella Gerusalemme celeste. Lo stato lacunoso del dipinto non consente di individuare i personaggi che affollano l’agorà interna. Più chiara la scena dei seniori che cantano le lodi di Dio accompagnati dalle trombe e dall’organo suonati dagli angeli.

L’Inferno

Sull’altro versante gli angeli minacciano i peccatori con la spada e li spingono verso l’inferno. Dalle caverne infernali spuntano mostruosi diavoli macrocefali che accolgono irridenti i condannati, li arpionano con forconi e runcigli e li sottopongono alle pene del contrappasso e a fantasiose torture. Agli avari viene versato oro fuso in bocca. Gli iracondi sono accoltellati. I lussuriosi sono infilzati da un’unica lancia e i sodomiti sono impalati a uno spiedo. Il commerciante fraudolento che ha truccato la bilancia e il sarto artigiano con le forbici sono puniti dai diavoli con i loro stessi strumenti di lavoro. La ruffiana è cavalcata sul dorso da un diavolo che la percuote, mentre un secondo demonio la strazia con un forcone. Un diavolo prende a calci i reprobi per precipitarli nella caverna di Lucifero, dove sono attesi da grandi rospi e dal mostruoso Leviatano. Il sovrano infero, dalle grandi corna di stambecco, siede su una graticola il cui fuoco è alimentato dai corpi dei dannati. Egli afferra con le mani e con le zampe unghiute i corpi dei peggiori peccatori e li porta alla bocca stritolandoli con i denti.

Todi. Il Giudizio finale di Ferraù Fenzoni

La Concattedrale di Santa Maria Assunta a Todi ha sulla controfacciata un grande affresco raffigurante il Giudizio universale realizzato nel 1596 da Ferraù Fenzoni da Faenza.

Il Giudizio finale nel Duomo di Todi

Sono numerose le citazioni del Giudizio di Michelangelo nella Cappella Sistina, a cominciare dalle immagini del Cristo giudice che leva imperiosamente il braccio e pronuncia la sentenza e della Madre di Gesù che prega a mani giunte in una supplica d’intercessione per l’umanità. Nell’arco in alto e nel risvolto del rosone è descritta l’apparizione in cielo dei segni della Passione di Gesù; la croce e la colonna della flagellazione risultano in grande evidenza; compaiono poi la canna con la spugna imbevuta d’aceto e la lancia di Longino, i chiodi e la corona di spine.

Il giudice e i beati

Gli angeli presentano al Signore i progenitori Adamo ed Eva, ora che la nuova alleanza ha superato il peccato originale e che il Limbo dei padri è stato aperto. Il cielo dei beati accoglie il buon ladrone Disma con la sua croce, l’apostolo Pietro con le chiavi, Caterina d’Alessandria con la ruota e la folla dei martiri che alzano le loro palme.

Le trombe del giudizio e i libri aperti

Al centro della composizione è un gruppo di angeli che suona le trombe per risvegliare i morti e chiamarli al giudizio, affiancato da altri due angeli che aprono i libri del giudizio, dove è annotato il curriculum vitae di tutti gli uomini, con l’elenco delle opere buone e di quelle cattive.

La risurrezione dei morti e l’ascesa degli eletti

Nello spazio inferiore a sinistra è descritta la scena della risurrezione dei morti. I corpi fuoriescono dalla nuda terra o spezzano i coperchi dei sarcofaghi, si rianimano e rivolgono gli occhi al cielo in attesa della sentenza del giudice. I corpi più pesanti sono amorevolmente aiutati a sollevarsi grazie all’intervento di altri risorti. Gli angeli abbracciano e conducono in cielo i beati.

I dannati

Nello spazio inferiore destro è invece rappresentato l’Inferno. Caronte traghetta i dannati sulla sua barca e li rovescia con violenza a colpi di remo tra le braccia dei diavoli nell’anticamera della fornace fiammeggiante. I demoni fanno da collettori dei reprobi: un demonio preleva un risorto direttamente dal sepolcro e se lo carica sulle spalle per portarlo all’Inferno; un secondo demonio sale addirittura in cielo a catturare una peccatrice; un terzo demonio placca una dannata che cerca nella fuga una via di scampo. La scena, per la sua collocazione a contatto diretto con i fedeli, trasmette con buona efficacia il suo carattere ammonitore.

(Visita la sezione del sito dedicata alle visioni dell’aldilà nell’arte)

Orvieto. Il Giudizio finale di Lorenzo Maitani

La facciata del Duomo di Orvieto è ornata da quattro grandi lastre di marmo che raccontano in bassorilievo le storie del vecchio e del nuovo testamento, dalla creazione dell’uomo fino al giudizio finale. Lorenzo Maitani e i suoi aiuti le scolpirono e le collocarono sui quattro pilastri che inquadrano le tre porte del Duomo all’inizio degli anni trenta del Trecento. Le scene del Giudizio universale si articolano in cinque fasce sovrapposte, separate da tralci di vite, con foglie e grappoli d’uva.

Il Giudizio finale di Lorenzo Maitani

La prima fascia contiene la visione del tribunale e del Giudice che pronuncia il giudizio finale. Gesù Cristo è scolpito all’interno della mandorla sorretta dagli angeli, seduto sull’arcobaleno; ha una barbetta e lunghi capelli ed esibisce i fori dei chiodi e la ferita sul costato. In cielo appaiono gli strumenti della Passione, segni della sua venuta: la croce, la canna con la pugna, la lancia di Longino, i flagelli, i chiodi e la corona di spine. Quattro angeli si lanciano in volo verso la terra e suonano le lunghe trombe che annunciano il risveglio ai morti e la sentenza del giudice.

Il giudice e la corte celeste

Il tribunale celeste è composto da ventitrè giurati; la prima fila è seduta su una panca di marmo; la seconda fila è invece in piedi; i giurati comprendono verosimilmente il gruppo degli apostoli e il gruppo dei profeti: quest’ultimi sono riconoscibili dai rotoli dei loro scritti annunciatori del giudizio. Ai due lati di Gesù sono ritratti in piedi Giovanni Battista e Maria di Nazaret che assolvono al tradizionale ruolo di avvocati dei peccatori e intercessori.

I santi

La seconda fascia descrive il Paradiso dei santi. Nella scena di sinistra gli angeli accompagnano al cospetto di Dio il gruppo dei papi e dei vescovi santi, i fondatori dei grandi ordini, i religiosi; in coda fa capolino l’autoritratto di Maitani con la squadra sulle spalle.

Le sante

La scena di destra vede invece protagoniste le vergini, le martiri e le donne sante. I loro volti esprimono la beatitudine. Le loro mani sono giunte nella preghiera. Una santa si scherma gli occhi con una mano, abbacinata dalla visione di Dio.

L’arrivo dei beati in cielo

La terza fascia è dedicata all’accoglienza dei beati. I protagonisti sono qui soprattutto gli angeli. Essi indicano ai titubanti risorti, che hanno appena superato la prova del giudizio e che si sono rivestiti della veste candida, quale sia la strada da percorrere verso il Paradiso e la visione di Dio; spingono i più timorosi, sollevano i più riluttanti, abbracciano fraternamente i nuovi arrivati, consigliano, si felicitano, incoraggiano.

Gli angeli accolgono i beati

La quarta fascia descrive la separazione degli eletti dai dannati e rappresenta con efficacia le diverse emozioni. I volti dei beati, appena giudicati, esprimono ancora la tensione dell’attesa, la sorpresa degli avvenimenti, l’incredulità per la loro nuova condizione, la gioia di riconoscere e segnalare le persone conosciute e poi, in crescendo, i sentimenti di gioia, di ringraziamento e di preghiera.

Il corteo degli eletti

Tutt’altre note si registrano invece nel campo dei dannati. La folla dei reprobi è pressata dagli angeli giustizieri, incatenata e trascinata da orridi diavoli. Si coglie il tumulto di sentimenti: il dispiacere che muove al pianto, il rifiuto di vedere l’orrore, l’urlo che si spegne in bocca, la richiesta di una pietà ormai impossibile, la paura del nuovo destino, l’annichilimento a causa dell’assordante fragore, l’angoscia per l’esito inatteso, fino alla perdita della coscienza e al crollo fisico e psichico.

Il corteo dei dannati

La quinta fascia, la più bassa, è protetta da una lastra trasparente. La scena di sinistra descrive la risurrezione dei morti. Corpi muscolosi si rianimano, scoperchiano i sepolcri, sollevano le lastre, riacquistano la coscienza, sperimentano la vista e l’udito, si muovono grazie alla nuova libertà del movimento, attendono il giudizio individuale che li riguarda.

La risurrezione dei morti

La scena di destra racconta l’orrore dell’Inferno. Lucifero ha la testa, i polsi e le caviglie incatenate ma poggia con il suo corpo su un trono formato dal viluppo dei corpi di un gruppo di sventurati dannati; il ruolo di punitore è assolto dal drago che avviluppa le sue membra e che è dotato di due teste fameliche: la prima addenta la nuca di un dannato, mentre la seconda è impegnata a ingoiarne un secondo divorandone il braccio. Tutt’intorno a Lucifero sono visivamente descritte le scene di sadismo e di tortura degli scheletrici diavoli. I dannati sono spinti, schiacciati, presi a calci, graffiati, trascinati per i capelli, flagellati, brutalizzati, strangolati, morsicati da lunghi serpenti. Sui loro volti si alternano il raccapriccio, il pianto disperato, l’urlo d’angoscia, l’impotenza, la rassegnazione.

L’Inferno

Assisi. Il Giudizio finale dei Francescani

La Basilica inferiore di San Francesco ad Assisi custodisce un grande affresco del Giudizio universale dipinto da Cesare Sermei nel 1623. L’affresco occupa la semicalotta absidale della basilica ed è stato steso coprendo un dipinto precedente. Pur se commissionata direttamente dai francescani, l’opera è stata sempre malvista e sopportata come un’intrusa in un ambiente che ospita tesori d’arte dei maggiori artisti italiani. Tuttavia i restauri del 2009 hanno almeno eliminato la patina di grigio che il fumo dei ceri aveva depositato sul dipinto e ne hanno riconsegnato tutta la luminosità degli antichi colori. Il Giudizio può quindi essere guardato oggi con occhi diversi. Se ne possono apprezzare, ad esempio, le soluzioni adottate per fronteggiare il condizionamento causato dalle tre profonde finestre e l’utilizzo di tutti gli spazi disponibili, anche quelli più celati alla vista dei fedeli. Non sfuggiranno le numerose citazioni dal giudizio michelangiolesco. Ma soprattutto andrà meditato il suo significato: l’esaltazione degli ordini francescani come mediatori della salvezza alla fine dei tempi e intercessori per le anime purganti.

Il Giudizio e i Francescani

La parte alta dell’affresco è dedicata alla visione del Giudice e della corte celeste. Gesù è raffigurato in piedi, su una nuvola, sovrastato dalla figura di Dio Padre, nell’immagine trinitaria tipica della Controriforma. Sullo sfondo è l’empireo luminoso e dorato, nel quale spiccano i nove cori degli angeli. Gesù ha un’aureola sul capo, indossa una tunica svolazzante annodata sul fianco e mostra le piaghe delle mani, dei piedi e del costato. La mano destra è sollevata nel gesto solenne del giudizio, mentre la mano sinistra allontana i dannati. Intorno a Gesù, anche loro in piedi, sono presenti gli Apostoli e i Martiri. Si riconoscono facilmente Pietro con le chiavi, Paolo con la spada, Andrea con la sua croce, Bartolomeo con la pelle strappatagli nel martirio, Tommaso con la lancia. Ai piedi di Gesù sono raffigurati seduti gli intercessori Giovanni il Battista e Maria, la madre di Gesù. A fianco della Madonna siedono le altre due Marie. Il Battista dialoga con gli evangelisti e i profeti impegnati a trascrivere nei loro libri la visione di quanto sta accadendo nel giorno del giudizio. Il cerchio dei personaggi che circondano Gesù è chiuso dai progenitori, Adamo ed Eva, con i fianchi cinti di foglie di fico e dal gruppo di tre angeli trombettieri che suonano le trombe per risvegliare i morti.

La corte celeste e le Clarisse

Il Paradiso è riservato, almeno nei posti d’onore, allo stuolo dei frati Francescani e delle monache Clarisse. Si riconosce facilmente San Francesco, che ha le stimmate sulla mano e, sull’altro lato, Chiara, a braccia incrociate sul cuore, indicata al Giudice dalle consorelle velate. Seguono poi i cardinali e i pontefici che hanno protetto l’Ordine francescano e ne hanno riconosciuto la Regola. Alle spalle delle Clarisse appare la platea delle sante Martiri, con la palma in mano. Ai primi posti si riconoscono Santa Caterina d’Alessandria, che regge la ruota del martirio, in conversazione con Sant’Agnese che ha un agnello in braccio.

L’arcangelo Michele

La fascia inferiore dell’affresco contiene le scene della risurrezione dei morti, della salita al Paradiso, del Purgatorio e dell’Inferno. La scena introduttoria è quella dell’apertura dei libri del giudizio a cura degli angeli. Il libro di sinistra espone le pagine con l’invito Venite benedicti Patris mei («Venite benedetti del padre mio»), pronunciata dal Cristo ai beati nel capitolo 25 del Vangelo di Matteo. Il libro di destra riporta invece il versetto del capitolo 20 dell’Apocalisse dedicato ai dannati: et qui non est inventus in libro vitae scriptus missus est in stagnum ignis («E chi non risultò scritto nel libro della vita fu gettato nello stagno di fuoco»).

La risurrezione dei morti e l’ascesa dei beati

I morti risorgono alla loro seconda vita fuoriuscendo dai sepolcri, qui resi come una lunga fenditura delle rocce. Le ossa si rianimano, compongono gli scheletri, si liberano dei sudari e si rivestono della carne, fino a riacquistare le forme umane originarie. Tra i risorti, affacciato sull’abisso e rivestito degli abiti da cordigero francescano, è l’autoritratto del pittore Cesare Sermei.

Alcuni risorti ascendono al cielo con le proprie forze e grazie alla leggerezza del loro spirito puro. Altri risorti devono invece ricorrere alle braccia e alle spalle degli angeli per essere sollevati verso l’alto. Anche il cordone del saio francescano assolve il ruolo di ausilio ascensionale: i risorti si aggrappano al cordone e risalgono le tappe della beatitudine con un trasparente riferimento al ruolo intercessorio dell’Ordine. E non manca il sostegno di un frate a un confratello in difficoltà sul ripido pendio della virtù. La vicina immagine del Purgatorio rafforza l’ammonimento ad avvalersi degli strumenti di penitenza per l’espiazione dei propri peccati: solo così può affrettarsi il tempo di purificazione tra le fiamme del Purgatorio; scenderanno allora gli angeli a liberare i purificati e a incoronarli con la corona della giustizia. Le scene di risurrezione continuano anche sulle pareti sfondate della prima finestra. Segue poi la possente figura dell’arcangelo Michele con l’armatura, il cimiero e la spada sguainata, che indica ai risorti la loro destinazione definitiva. Ai suoi piedi è l’immagine decomposta della morte, ormai definitivamente sconfitta.

Lucifero incatenato

La seconda finestra separa anche fisicamente il mondo della beatitudine dal regno infernale. Lo spazio tra la seconda e la terza finestra è occupato da Lucifero, il re dell’Inferno, col pizzetto sul mento, le corna, le orecchie e le unghie ferine. Le catene gli bloccano il collo e le caviglie, legandolo eternamente a una grande roccia. Maneggia rabbiosamente i serpenti gli avvolgono il corpo. L’unica comodità di cui dispone è quella di utilizzare come sgabello il corpo o la schiena di sgomenti dannati. I risvolti delle vicine finestre riportano l’immagine inquietante della caverna infernale e le scene dei dannati arpionati dai diavoli e gettati tra le fiamme. A destra è descritta l’ampia scena dell’Inferno. Caronte traghetta sulla sua barca i reprobi verso un infelice destino. Usa il suo lungo remo sia per guidare la barca sulle paludi infernali, sia per scaraventarne fuori i dannati, accelerando le operazioni di sbarco.

L’Inferno

Non v’è spazio libero in questo carnaio di anime e di corpi che bruciano tra diavoli-salamandre, trattati senza il minimo riguardo e con sadica ferocia torturatrice. Un avaro che anche all’inferno stringe tra le mani avide il sacchetto col suo gruzzolo di soldi è tirato giù dalla barca con una catena che lo strangola. Una donna invidiosa, calunniatrice e pettegola, tenta troppo tardi di strapparsi la lingua che ha causato la diffamazione e la rovina dei suoi vicini. Prelati e confratelli incappucciati non sfuggono alla punizione che condanna la loro ipocrisia e falsità. Sulla barca compare anche un personaggio col turbante; si tratta probabilmente di Maometto, spedito all’inferno nell’eco della vittoria cristiana nella battaglia di Lepanto.

Terni. La visione ultraterrena della famiglia Paradisi

Terni ha fama di città industriale e operaia ma conserva anche piccoli tesori d’arte nascosti in scrigni pudichi. Uno di questi tesori è la Cappella Paradisi, vanto della chiesa di San Francesco, interamente rivestita dagli affreschi che Bartolomeo di Tommaso da Foligno dipinse intorno al 1450 su richiesta della famiglia Paradisi. La visione del mondo ultraterreno è declinata sulle tre pareti: la centrale reca le immagini del Giudizio universale e del Paradiso; la parete di destra è dedicata all’Inferno e la sinistra al Purgatorio e al Limbo.

Il Giudizio finale

Il Giudizio finale

Nella lunetta della parete centrale è descritta la seconda venuta del Signore. Il Cristo appare nella mandorla iridata con un nimbo crociato sul capo e siede sull’arcobaleno della nuova alleanza. Mostra le cinque piaghe del suo sacrificio, benedice con la mano destra gli eletti e con la sinistra allontana i dannati. Intorno a lui fanno corona le schiere degli angeli musicanti con trombe e liuti. Al giudizio divino partecipano gli intercessori: la Madonna, a sinistra, con le mani giunte in preghiera; Giovanni Battista, il precursore, a destra, che indica l’Agnus Dei. Sotto la mandorla sono i tre grandi arcangeli; al centro è Michele, in abiti militari, che comanda le schiere dell’armata celeste e sguaina la spada per l’esecuzione del giudizio divino; a sinistra è l’angelo della misericordia, che regge un giglio; a destra è l’angelo della giustizia che scaccia i dannati con la lancia. Nel cielo paradisiaco, intorno al giudice, sono anche presenti i patriarchi biblici, i giusti dell’antico testamento. Tra questi si riconoscono il patriarca Abramo che reca in grembo le anime dei beati, e il re David, con la corona e la cetra.

Il Paradiso

Il Paradiso

Sotto la lunetta, la folla di beati si accalca davanti alla porta del Paradiso. La porta è chiusa e vigilata da un angelo armato di spada, come ricorda il libro della Genesi: «Dio scacciò l’uomo e pose a oriente del giardino di Eden i cherubini e la fiamma della spada guizzante, per custodire la via all’albero della vita» (Gen 3,24). La guardia d’onore del Paradiso è costituita dagli Apostoli: un’innovazione rispetto alla tradizione iconografica che li vede abitualmente sedere sui troni del tribunale celeste ai lati del Giudice; come pure innovativo è il loro numero: sono infatti quattordici e non dodici, dato che comprendono anche Paolo, ritratto con la spada, e Barnaba. San Pietro apre la porta del cielo con le chiavi conferitegli da Gesù e invita i beati a entrare. A sinistra è il gruppo maschile, con i dottori della Chiesa e i santi fondatori di ordini, preceduti da San Francesco con le stimmate; tra tanti giganti della santità fanno capolino – ritratti in dimensioni molto più modeste – i membri della famiglia Paradisi (nomen omen!). A destra è il gruppo femminile che comprende le donne sante, le martiri e le fondatrici di ordini religiosi. Si riconoscono Chiara d’Assisi (col velo), la Maddalena (dai lunghi capelli biondi), Agata (con la ferita al seno).

L’Inferno

I castighi infernali

La parete di destra, molto danneggiata, è dedicata all’Inferno. Nelle due semilunette in alto, a sinistra e a destra del finestrone, gli angeli guerrieri, armati di spade e di lance, si avventano con violenza sulle anime che prendono progressivamente coscienza della loro condanna e se ne disperano, le raggruppano in un triste corteo e le cacciano violentemente entro le buche infuocate che mettono in comunicazione con l’inferno. La grande immagine in basso descrive la realtà che si cela sotto la crosta terrestre: un confuso percorso di cripte rocciose e di buie caverne che ha come terminale in basso l’antro destinato alla residenza di Lucifero, il re dell’inferno. Un gruppo di diavoli cornuti, con ali da chirottero, accoglie a suon di botte i dannati che precipitano dalle botole verso le quali erano stati spinti dagli angeli vendicatori. I reprobi vengono poi destinati alle celle punitorie. Un diavolo tiene con le molle una moneta arroventata e costringe un avaro a trangugiarla. Un sodomita è impalato su uno spiedo. I lussuriosi sono torturati da sadici diavoli. I golosi sono costretti a distogliere lo sguardo dalle leccornie svelate sul piatto. L’invidioso sputa dalla bocca un serpente velenoso. Gli accidiosi sono costretti all’autolesionismo mentre incassano bastonate dai diavoli. Non manca la pena della caldaia arroventata.

Lucifero

L’acme della ferocia si raggiunge nello spazio di Lucifero. Qui i superbi e i traditori, torturati da viscidi e intraprendenti serpenti, sono portati a spalla dai diavoli e sono buttati in pasto al famelico massacratore. Il grande Satana artiglia i peccatori con le sue mani e le zampe unghiute, li stritola, li divora con la bocca o con i rostri d’aquila che ha sui pettorali e dopo averli ruminati li defeca come supremo oltraggio. Un leone tra le gambe di Lucifero ingurgita altri dannati (in ore leonis).

Il Purgatorio

Il Purgatorio

La parete di sinistra descrive la visione del Purgatorio in modo speculare alla visione infernale visibile sull’opposta parete. Anche il Purgatorio è strutturato in un sistema ipogeo di caverne sovrapposte, brulicanti di peccatori. Si riconoscono dalle scritte le prigioni che ospitano gli accidiosi, i vanagloriosi, gli avari, gli iracondi e i lussuriosi. Ma è radicalmente diverso l’atteggiamento dei purganti rispetto ai dannati di fronte: non sono disperati, anche se qualche volta appaiono affranti per il protrarsi della pena; la maggioranza è in atteggiamento di attesa e di preghiera; e in molti di loro il volto brilla della speranza per una imminente liberazione. Al posto dei diavoli torturatori l’aere è popolato di angeli misericordiosi e premurosi che si lanciano in picchiata sulle anime ormai purificate per sollevarle dal fondo delle loro sofferenze, aiutarle a uscire dagli avelli del purgatorio, sostenerle nell’incerta ascesa verso il paradiso, traghettarle su nuvole a forma di vascello volante e addirittura spingerle con decisione a sfondare i sette cieli per raggiungere la beatitudine della visione di Dio.

Il Limbo

La risurrezione dei morti e il Limbo

Sul margine alto del Purgatorio vi è ancora un luogo ultraterreno, che il pittore ha voluto inserire nella sua visione dell’oltretomba. Questo luogo è il Limbo, che nella tradizione accoglie le anime dei giusti non cristiani. La bella figura del Cristo vittorioso impugna il vessillo reale, sfonda le porte infere e invita i carcerati a uscire per godere della loro meritata libertà. Il corteo dei progenitori Adamo ed Eva, dei patriarchi, dei re giusti, fino ad arrivare a Giovanni Battista, si avvia così a godere della visione beatifica di Dio.

Enoc, Elia e i profeti

I profeti Isaia, Giona ed Ezechiele

L’articolata iconografia dei luoghi dell’aldilà si completa con le immagini dipinte nel sottarco e sulla parete d’ingresso. Nel sottarco – quasi a introduzione dei temi descritti nella cappella – compaiono le immagini dei profeti che ci hanno trasmesso la descrizione del “giorno di Jahve”: Geremia, Daniele, Malachia, Isaia, Giona, Ezechiele. Sulla parete d’ingresso, sopra l’arco, il pittore ha voluto forse porre la rarissima immagine del patriarca Enoc e del profeta Elia. Secondo il racconto biblico Enoc ed Elia non sono morti ma sono stati trasportati vivi in cielo e posti a guardia del Paradiso terrestre. Ed è nell’Eden, serenamente distesi in ambiente bucolico, che oggi li vediamo attendere il giorno del giudizio universale.

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Pozzuoli. Sui passi di San Paolo

Paolo di Tarso sbarca a Pozzuoli nell’anno 61. È nella condizione di detenuto in attesa di giudizio. Il centurione Giulio della coorte Augusta lo sta accompagnando al tribunale dell’imperatore a Roma. La navigazione iniziata nel porto di Cesarea in Palestina è stata tormentata. La nave ha fatto naufragio all’isola di Malta. Le persone a bordo si sono salvate tutte, ma Paolo è stato morso da una vipera. L’essere sopravvissuto al veleno è un miracolo agli occhi dei maltesi.

Paolo morso da una vipera dopo il naufragio a Malta (Roma, Basilica di San Paolo)

Il gruppo ha dovuto attendere tre mesi l’imbarco su una nuova nave. D’inverno la navigazione s’interrompeva in tutto il Mediterraneo, per riprendere solo a primavera. Lasciata Malta, il veliero fa una prima sosta a Siracusa e una seconda a Reggio Calabria. Col vento favorevole, dopo due giorni di navigazione sul mar Tirreno, la nave approda infine a Pozzuoli che era allora il porto più importante dell’impero romano. Qui il viaggio per mare termina. Paolo è ospite per una settimana dei suoi fratelli nella fede. Proseguirà poi per Roma via terra, percorrendo la via Campana e l’Appia.

Il golfo di Pozzuoli e i Campi Flegrei

L’episodio è narrato da Luca negli Atti degli Apostoli. “Dopo tre mesi salpammo [da Malta] con una nave di Alessandria, recante l’insegna dei Diòscuri, che aveva svernato nell’isola. Approdammo a Siracusa, dove rimanemmo tre giorni. Salpati da qui, giungemmo a Reggio. Il giorno seguente si levò lo scirocco e così l’indomani arrivammo a Pozzuoli. Qui trovammo alcuni fratelli, i quali ci invitarono a restare con loro una settimana. Quindi arrivammo a Roma” (28,11-14).

Lo sbarco di San Paolo a Pozzuoli (Giovanni Lanfranco)

Lo sbarco di San Paolo a Pozzuoli è stato immaginato da Giovanni Lanfranco in una tela firmata ed eseguita tra il 1636 e il 1640. Attualizzata all’epoca del pittore, la scena vede la nave in rada, con i portelloni aperti e i marinai che ammainano le vele. Paolo è raffigurato con una lunga barba, avvolto in un mantello rosso, con la spada del martirio e i volumi delle lettere, suoi tradizionali attributi iconografici. Sul molo lo accolgono il vescovo locale, un religioso e un piccolo gruppo di fedeli, tra cui un’anziana donna, una famiglia col bimbo e due giovani. La tela è oggi visibile nel coro della restaurata cattedrale di Pozzuoli.

L’arrivo di San Paolo a Pozzuoli (Giuseppe La Mura)

L’arrivo di San Paolo sul molo del porto di Pozzuoli è stato descritto anche dall’artista puteolano Giuseppe La Mura su una terracotta policroma collocata nel 1991 sulla parte esterna dell’abside della chiesa di Santa Maria delle Grazie. Vi vediamo il profilo del promontorio di Pozzuoli che domina l’arco del golfo e le banchine del porto. Paolo scavalca il bordo della barca reggendo il baculum pastorale, mentre i marinai sono impegnati nelle operazioni di sbarco. Sulla banchina Paolo trova ad accoglierlo la comunità cristiana di Pozzuoli, che gli offre del cibo e una cavalcatura per proseguire il viaggio. In cielo vola la colomba dello Spirito santo.

L’arrivo della nave in porto (Necropoli di Portus)

Il porto di Pozzuoli era diventato importante in epoca romana. Storicamente la città era stata fondata nell’insenatura occidentale del golfo di Napoli e nel cuore della regione flegrea, da profughi greci di Samo, sfuggiti alla tirannide di Policrate, che le diedero il nome politicamente augurale di Dikaiarchia (luogo ove regna la giustizia). Ma furono soprattutto i Romani che, dopo la loro espansione in Oriente, sentirono la necessità di avere un porto aperto ai traffici con i maggiori scali della Grecia, della costa anatolica, della Siria e dell’Egitto. Fu così che Puteoli divenne l’approdo più importante e il porto mediterraneo di Roma. E ciò spiega anche perché sbarchi qui la nave di San Paolo. Per la città verrà poi la crisi, causata dal bradisisma che fa sprofondare il litorale. La nascita dei nuovi porti di Roma alla foce del Tevere si ripercuoterà sull’economia di Puteoli che si ridurrà a un piccolo villaggio di pescatori.

Il criptoportico di Puteoli/Pozzuoli

Per capire la vita della Puteoli romana e come essa si presentasse agli occhi dell’apostolo, è utile visitare il Rione Terra. Questo quartiere fu soggetto a un forte bradisismo che ne danneggiò molto la struttura urbanistica e ne provocò la totale evacuazione nel 1970. I successivi lavori di messa in sicurezza e di restauro urbano hanno riportato alla luce il cuore dell’acropoli romana, ambienti un tempo sub divo e poi coperti dall’edilizia medievale. Grazie alle visite guidate, si seguono i basoli di roccia vulcanica del decumanus maximus sotto il palazzo De Fraja, s’incrocia ad angolo retto uno dei cardines minori, rinvenuto al di sotto del Vescovado e di Via San Procolo, si cammina sotto i criptoportici e si osserva ai lati della strada la successione delle tabernae risalenti ad età augustea.

Ricostruzione del panificio di Aulus Pistor

A Puteoli, come in tutto mondo romano, l’attività del commercio al dettaglio e delle piccole attività artigianali si concentrava nell’estesissima rete di botteghe (tabernae) i cui allineamenti regolari, fronteggianti per lunghi tratti tutte le vie principali, rappresentano una delle caratteristiche dell’urbanistica antica. Gran parte di esse erano adibite alla ristorazione. Le osterie, le mescite, i ristoranti (cauponae, thermopolia) erano diffusissime in un centro a vocazione commerciale come Puteoli, frequentato per secoli da uomini di razze diverse. Oltre alla consumazione di zuppe di cereali, di pasti caldi e di vino al dettaglio, i clienti potevano intrattenersi giocando ai dadi, assistendo a spettacoli di musici e ballerine o scendendo nei lupanari. Uno dei locali meglio conservati è il pistrinum di Aulus Pistor, una panetteria a ciclo completo.

Il Macellum di Puteoli

Il Macellum Magnum dell’antica Puteoli, noto comunemente come Tempio di Serapide, è il più tipico esempio del mercato d’una città antica. Sorge sul luogo ove avevano sede i precedenti mercati, come il forum holitorium, dove si vendevano i legumi, il forum boarium dove affluiva il bestiame grande e piccolo e il macellum, dove si vendevano prodotti di ogni sorta. Costruito negli anni immediatamente successivi all’arrivo del Santo, il Macellum Magnum testimonia il continuo flusso dei rifornimenti portato dalle navi annonarie provenienti da tutto il Mediterraneo. L’edificio a pianta quadrata, con il suo ingresso principale aperto dal lato della banchina del porto, racchiude una corte centrale porticata intorno alla quale è disposta una fila eguale di tabernae sui lati lunghi. Gli ambienti più profondi ai lati dell’emiciclo erano destinati alla vendita di carni e di pesce, mentre le due spaziose sale alle opposte estremità, bene arieggiate e munite di banchi marmorei forati da canali di scolo e di un vestibolo d’ingresso che ne occultava la vista dall’esterno, erano sontuose e igieniche latrine.

Le colonne del tempio di Augusto

San Paolo ha anche ammirato sul promontorio di Pozzuoli il tempio eretto dal ricco mercante Calpurnio in onore dell’imperatore Augusto, nel quadro della generale ristrutturazione del Capitolium dovuta a Lucio Cocceio Aucto, geniale architetto e ingegnere romano, originario di Cuma. Il tempio fu poi inglobato nella cattedrale cristiana eretta in onore del protettore di Pozzuoli San Procolo. Ma tornò sorprendentemente alla luce dopo l’incendio del 1964 che devastò la navata del duomo. I lavori di restauro, iniziati nel 2006 a seguito di un concorso internazionale di progettazione, e conclusi nel 2014, fanno oggi del duomo di Pozzuoli un unicum nel mondo dell’arte e dell’archeologia. Fonde infatti l’arte cristiana, rappresentata dalla chiesa barocca progettata da Bartolomeo Picchiatti, con l’antico tempio romano su cui poggia (e in parte ingloba), costruito nel primo secolo dopo Cristo, di cui si ammirano le maestose colonne corinzie della facciata e le pareti in marmo e cristallo.

I sotterranei dell’anfiteatro romano

L’Anfiteatro Flavio è il monumento romano più famoso di Pozzuoli. Costruito nel primo secolo, sorge là dove confluivano le principali vie della regione, la Via Domitiana e la via per Napoli, in sostituzione dell’antico edificio per spettacoli di età romana repubblicana divenuto insufficiente a causa dell’enorme crescita demografica di Puteoli. L’anfiteatro, in quanto a capienza, era inferiore in Italia solo al Colosseo e a quello di Capua. Dal portico esterno partivano venti rampe di scale che permettevano di raggiungere il settore più alto delle gradinate. Corridoi anulari interni permettevano, altresì, l’ordinato afflusso degli spettatori alla cavea attraverso i vomitoria (varchi di accesso aperti lungo le gradinate). Analoghi corridoi servivano anche gli impressionanti sotterranei.

La Solfatara di Pozzuoli

Il nome latino di Puteoli richiamava i ‘piccoli pozzi’ e alludeva alla grande quantità d’impianti termali alimentati dalle acque del sottosuolo dei Campi Flegrei. Il più celebre di questi affioramenti nei campi ‘ardenti’ è la Solfatara di Pozzuoli. Qualcuno ha suggerito, un po’ per celia ma con un fondo di realismo, che le giornate trascorse da San Paolo a Pozzuoli siano anche servite a curarsi con le acque termali i reumatismi provocati dai suoi naufragi e dalla lunghe permanenze in mare.

La statua di Kore-Persefone rinvenuta nel criptoportico di Puteoli

A Puteoli una moltitudine varia e poliglotta affollava il quartiere dell’emporio marittimo, vi stabiliva aziende (stationes) di commercio e di trasporto; vi formava corporazioni professionali di arti e mestieri e associazioni religiose professanti i culti della loro patria d’origine e della loro fede: Greci delle isole e della costa d’Asia, Tiri ed Eliopolitani, Ebrei e Cristiani, Nabatei ed Etiopi. A Puteoli si veneravano tutte le divinità, a cominciare dal culto imperiale nell’Augusteum. A Vulcano era sacra la Solfatara. Apollo era evocato dai vaticini della vicina Sibilla di Cuma. Altre divinità greche molto venerate erano Poseidone, dio del mare, Demetra, dea delle messi, Esculapio, divinità guaritrice con le acque flegree. Gli egiziani avevano alzato le statue di Serapide e di Anubis dentro al Macellum. Gli asiatici veneravano Cibele, Mitra e Giove Dolicheno. I commercianti siriani evocavano i Baal delle loro città di origine.

San Paolo scrive a Filemone (Pozzuoli, Museo diocesano)

La storia della comunità cristiana di Pozzuoli, anche nei suoi rapporti con gli Ebrei convertiti, è raccontata nel Museo Diocesano, aperto nel 2016 nei locali del palazzo vescovile attiguo alla cattedrale. Sotto gli occhi del visitatore sfilano pezzi di archeologia, dipinti, statue, arredi liturgici, oreficerie, un frammento scolpito del candelabro duecentesco per il cero pasquale fino alle arti minori come la presepistica. Nella pinacoteca si segnala un dipinto del Seicento napoletano dovuto al pittore Cesare Fracanzano. Raffigura San Paolo che, durante la prigionia, scrive la lettera a Filemone e la firma “ego Paulus scripsi mea manu”. Pur nella sua brevità questa lettera paolina a Filemone, cristiano molto in vista nella comunità di Colosse, è importante perché afferma che nella comunità cristiana gli schiavi hanno pari dignità con i loro padroni e gli altri fratelli nella fede, superando la concezione antica della schiavitù.

La Via Campana Vecchia all’uscita da Pozzuoli

Terminata la settimana trascorsa a Pozzuoli, Paolo con il suo carceriere prende la strada di Roma. La rete stradale extraurbana di Puteoli seguiva la naturale conformazione dei luoghi e le particolari esigenze del traffico marittimo: la via Herculea litoranea, oggi completamente sommersa nel tratto fra Baia e Pozzuoli, che ebbe il suo diretto collegamento con Napoli con la perforazione della collina di Posillipo (crypta neapolitana); la via Antiniana sboccante lungo la cornice superiore dei colli sul versante del Golfo di Napoli; e al quadrivio superiore tra l’anfiteatro flavio e lo stadio (quadrivio dell’Annunziata), ove sembra funzionasse un ufficio di controllo per le merci di transito (pondera), l’incrocio di quelle che furono le vere arterie del traffico marittimo con il retroterra: la via Consularis Puteolis Capuam che traversava la conca di Quarto e conduceva a Capua (Vetere) e da Capua per l’Appia a Roma, e la via Domitiana, aperta nell’anno 95 che, per la Campania marittima (Cuma, Liternum) e la foce del Volturno, incontrava più direttamente l’Appia a Sinuessa (presso Mondragone). È realistico ipotizzare che Paolo abbia seguito la via di Capua – detta Campana – che all’epoca era regolarmente funzionante. L’altra strada, la Domiziana, era ancora troppo degradata e sarebbe stata resa agibile solo una trentina di anni dopo.

La necropoli di Via Celle

Uscito da Pozzuoli e seguendo il percorso della Via Campana, Paolo incontra le necropoli e i mausolei che si allineano ai lati della strada fino a Quarto. La prima necropoli è quella romana di Via Celle, databile tra il primo e il secondo secolo. Oggi la Via Celle si diparte dalla piazza Capomazza, mentre la necropoli diventa visibile subito dopo il sottopasso della ferrovia. Dell’area sepolcrale è stato individuato un gruppo di quattordici mausolei funerari, cosiddetti colombari, attualmente recintati. A questi monumenti si aggiunge un edificio interpretato come collegium funeraticium, (associazione i cui membri di modesta condizione, aggregandosi, potevano assicurarsi con poca spesa una sepoltura decorosa) caratterizzato da una pianta rettangolare sviluppata attorno a un cortile, al centro del quale fu eretto un mausoleo.

La necropoli di Via San Vito

Dalla necropoli di Via Celle si prosegue sull’antico basolato della Via Campana Vecchia. La strada non ha protezioni per i pedoni ma è poco trafficata. Dopo aver superato il viadotto della Tangenziale prende il nome di Via San Vito e conduce alla cappella dedicata al santo e alla vasta necropoli omonima, visibile sulla destra. Sono stati scavati gli ultimi sei edifici, di cui erano in vista le sole facciate, del tutto occultati dal materiale colluviale disceso dalla collina del cratere di Cigliano. Tutti comprendono una camera ipogea, sulle cui pareti si dispongono più file di nicchie destinate ad accogliere le olle per contenere le ceneri dei defunti, con banconi laterali spesso riutilizzati per più tarde formae (sepolture a fossa per inumazioni), ed un piano superiore dotato di un recinto retrostante provvisto talora di una camera funeraria avente le stesse caratteristiche degli ambienti sotterranei. Il successivo incrocio è presidiato da un imponente mausoleo della seconda metà del primo secolo in opus latericium, a basamento quadrato con sovrapposto tamburo cilindrico; le pareti esterne sono decorate da partiti architettonici.

Il mausoleo di Via San Vito

(Il sopralluogo è stato effettuato il 29 aprile 2017)

Roma. Visita al Carcere Mamertino

I Romani se ne intendevano. Parlo del carcere, delle punizioni e delle pene corporali. Carcere, per cominciare, deriva dal latino coercere, il regime restrittivo della libertà personale. Mandare qualcuno “in galera” si riferiva letteralmente alla condanna ai remi delle galere, le navi del tempo. Molto temuta era la damnatio ad metalla, ovvero la condanna al lavoro coatto nelle miniere di ferro. Diffusa era anche la condanna ai lavori forzati nelle opere pubbliche, nelle cloache e negli altri lavori usuranti e nocivi. La damnatio ad bestias era la condanna a essere sbranati dalle belve affamate e inferocite negli anfiteatri coram populo. E c’erano poi la schiavitù, la deportatio, i summa supplicia, la crocifissione.

Il Carcere Mamertino

In questo quadro generale “dei delitti e delle pene” nel mondo romano antico, la visita al Carcere Mamertino di Roma è un’esperienza certamente istruttiva (e anche un’emozione un po’ splatter). Il Mamertino può essere classificato in termini moderni come un carcere di massima sicurezza, una prigione di Stato, dove si eseguivano le pene capitali che i Romani riservavano alle grandi personalità nemiche di Roma.

I giustiziati illustri

Un esempio è il generale sannita Gavio Ponzio, quello che durante la terza guerra sannitica aveva umiliato i romani alle Forche Caudine; catturato da Quinto Fabio Massimo subì qui la decapitazione. Giugurta, re berbero della Numidia, vi fu fatto morire di fame. Vercingetorige, re della Gallia, sconfitto dalle legioni di Giulio Cesare, vi fu decapitato. Il luogo delle esecuzioni era il Tullianum, ovvero il pozzo sottostante il Mamertinum, la cella carceraria dei condannati. I visitatori vi scendono oggi per un’angusta scala. Il sito è ancora sinistro e impressionante. Un autore latino lo descriveva sprofondato sotterra, chiuso da robuste pareti, con una volta di pietra, di aspetto “ripugnante e spaventoso per lo stato di abbandono, l’oscurità e il puzzo”.

Il sotterraneo del Tullianum

 

Le memorie cristiane

La tradizione cristiana lega il carcere Mamertino alle memorie di San Pietro e di San Paolo. Secondo un racconto agiografico difficilmente documentabile, i due apostoli vi furono reclusi prima di essere condotti al martirio: Pietro alla crocifissione nel circo Vaticano e Paolo alla decapitazione alle acque Salvie.

La memoria della prigionia di Pietro e Paolo

La presenza di una polla d’acqua nel Tullianum ha fatto nascere la leggenda del miracolo della fonte: Pietro avrebbe fatto scaturire la sorgente e con la sua acqua avrebbe battezzato i suoi due carcerieri, Processo e Martiniano. Tra le altre reliquie si conservano la colonna ove erano incatenati gli apostoli e un incavo nella roccia provocato da una testata di Pietro spinto dai carcerieri. Gli ambienti sono decorati da altari, affreschi, statue e lapidi. Ritenuto luogo sacro fin dal Quattrocento, il Carcere Mamertino fu definitivamente consacrato nel 1726 a San Pietro in Carcere.

Gesù e Pietro

 

La visita

Dal 2016 il Carcer Tullianum è nuovamente accessibile dopo i lavori di restauro che hanno messo in luce e valorizzato la struttura architettonica e gli affreschi e l’hanno dotato d’infrastrutture avanzate per la visita. Il percorso è guidato da tablet multilingue che descrivono analiticamente i luoghi e gli oggetti conservati. Si visitano in successione il Museo, fornito di interessanti reperti archeologici, il Mamertino, le memorie degli apostoli e la cavità del Tullianum. Il sito si trova nell’area dei Fori Romani (Clivo Argentario 1) ed è accessibile sia dal Campidoglio, sia da Via dei Fori Imperiali, percorrendo la via di San Pietro in Carcere. Di buon interesse è anche la visita degli ambienti della chiesa di San Giuseppe dei Falegnami sovrastante il carcere.

I fedeli sotto il mantello della Madonna

(Ho visitato il Carcere Mamertino il 20 settembre 2016)