Bassano del Grappa. Trekking urbano tra le memorie della guerra

Bassano si trova alle pendici del Grappa ed è attraversata dal fiume Brenta nel punto del suo sbocco nella pianura veneta. Sito strategico, dunque, per il controllo della pianura, del fiume, della montagna e delle principali vie di comunicazione.

Panorama di Bassano dal ponte degli alpini

Panorama di Bassano dal ponte degli alpini

Allo scoppio della prima guerra mondiale Bassano era immediatamente a ridosso del fronte degli altopiani e della Valsugana e fu importante centro logistico e sede di comandi dell’esercito italiano. Ma fu dopo la ritirata di Caporetto e lo spostamento del fronte sul monte Grappa e sulle rive del Piave, che il ruolo militare e logistico di Bassano si accrebbe. Con pesanti conseguenze sulla città in termini di bombardamenti, vittime civili e militari, flusso di profughi, ospedali, cimiteri.

Il Monte Grappa (Teodoro Wolf Ferrari, 1920, Museo civico)

Il Monte Grappa (Teodoro Wolf Ferrari, 1920, Museo civico)

Proponiamo un itinerario storico tra le strade di Bassano che ricostruisce i molteplici ruoli che questa città interpretò durante la Grande guerra.

Il monumento al generale Giardino

Il punto di partenza di questo trekking storico tra le memorie bassanesi della Grande guerra può essere la Piazza Giardino, accanto alle Mura e alla Porta delle Grazie. Qui sorge il monumento al generale Gaetano Giardino, che comandò nel 1918 la quarta armata “del Grappa”, dopo essere stato sottocapo di Stato maggiore nell’Esercito al comando di Armando Diaz. Alla sua morte volle essere sepolto insieme ai suoi soldati nel comprensorio monumentale del monte Grappa.

L'inaugurazione del monumento al generale Giardino

L’inaugurazione del monumento al generale Giardino

I ragazzi del ‘99

Da piazzale Giardino si scende in Prato Santa Caterina, dov’è il monumento nazionale dedicato “ai ragazzi del ‘99”. Si ricordano qui i giovani soldati diciottenni della classe del 1899 chiamati alle armi tra il 1917 e il 1918 e schierati a difesa della linea Grappa-Piave. Il monumento raffigura un fante in tenuta di campagna che protende lo sguardo e la mano verso il monte Grappa.

Si scrive a casa

Si scrive a casa

Il viale dei Martiri

Bassano è medaglia d’oro al valor militare per l’alto contributo pagato dalla città nel corso dell’occupazione nazifascista.

La medaglia d'oro

La medaglia d’oro

Nel settembre 1944 un grande rastrellamento sul Grappa portò alla cattura di numerosi partigiani. Sedici di essi furono fucilati e trentuno impiccati sull’attuale viale dei Martiri. Gli alberi, all’epoca trasformati in forche, portano i nomi e le foto dei giovani uccisi per la libertà dell’Italia.

Il tribunale militare di Casa Ferrari

Proseguendo lungo Viale dei Martiri si raggiunge la Casa Ferrari, dove nel 1916 s’insediò il tribunale di guerra del corpo d’armata. Suo compito era di reprimere i comportamenti illeciti dei militari soggetti alla disciplina di guerra. Tra questi comportamenti, i più frequenti erano la renitenza alla chiamata, la diserzione, il ritardato ritorno al reparto, l’autolesionismo e la simulazione di malattie mentali.

I profughi di guerra

I profughi di guerra

Il Ponte vecchio

Giunti al fiume, si percorre il ponte di legno sul Brenta, noto anche come Ponte degli Alpini, che è diventato nei secoli il simbolo della città. Durante la guerra il ponte costituiva l’unico collegamento tra le due rive del fiume e, almeno fino all’apertura del Ponte Nuovo nel 1917, ebbe un importante ruolo di regolatore del traffico militare e civile. Fu ripetutamente bombardato dalle artiglierie e dagli aerei militari austriaci: furono lesionate le case dei dintorni, ma il ponte rimase in pratica intatto.

Ricostruzione di postazione armata

Ricostruzione di postazione armata

Il Museo degli Alpini

A ridosso del Ponte, nei due piani del seminterrato della “Taverna degli Alpini”, si scende a visitare il piccolo ma densissimo Museo degli Alpini, gestito direttamente dalla sezione locale dell’Associazione Nazionale Alpini. All’interno della sala sono conservati ed esposti importanti cimeli risalenti al periodo della Grande guerra, ma anche a quello della Seconda Guerra Mondiale e della Resistenza.

Posto di medicazione

Posto di medicazione

Si possono osservare le ricostruzioni delle trincee con i loro reticolati, le postazioni di mortaio, l’infermeria e il posto di medicazione avanzato, l’altarino di campo, la saletta del posto di comando. Le vetrine espongono il medagliere, le armi, le uniformi, gli elmetti, le bombe e le dotazioni individuali dei soldati, tutti ritrovati sul Monte Grappa, sull’altopiano di Asiago oppure donati da privati. Particolarmente toccanti sono le scritte incise dai soldati sul legno o sulla gavetta e i crocefissi scolpiti nel legno o composti con il filo spinato.

Traino con cani sul Grappa

Traino con cani sul Grappa

Il tempio ossario

Seguendo il corso del Brenta, in direzione del Ponte Nuovo, si raggiunge lo snodo stradale di piazza Cadorna. Qui due alti campanili segnano la presenza del tempio ossario. Doveva essere il nuovo Duomo di Bassano ma nel dopoguerra si pensò di modificarne la destinazione e di spostarvi le sepolture dei soldati caduti e sino allora sistemati in piccoli cimiteri provvisori nei paesi delle retrovie del fronte. Oggi, lungo le pareti del tempio e nella cripta sono allineati i loculi di oltre cinquemila soldati. Una lunga serie di pannelli fotografici e di testimonianze ricostruisce la vita di Bassano e dei suoi abitanti durante gli anni di guerra.

Il tempio ossario

Il tempio ossario

La cappella votiva

Si punta ora alle piazze centrali della città. In piazza Garibaldi, addossata alla parete della chiesa di San Francesco, è stata eretta la cappella votiva in memoria dei caduti della Grande guerra e in particolare dei trecentoventi soldati bassanesi caduti in combattimento e delle vittime dei bombardamenti. Ai due lati una lapide riporta la motivazione della medaglia d’oro concessa a Bassano e un bassorilievo con la mappa del centro storico riporta tutti i luoghi colpiti da granate d’artiglieria e da bombe d’aereo. Sulla cima della Torre civica funzionava un osservatorio che segnalava col suono della sirena gli attacchi aerei in arrivo.

La cappella votiva

La cappella votiva

La mostra su Bassano e la memoria 1914-1918

Nei locali del bel Museo civico, realizzato nell’ex convento di San Francesco in piazza Garibaldi, è ospitata una mostra temporanea dal titolo “Frammenti – Bassano e la memoria 1914/1918/2016”.

Una sala della mostra

Una sala della mostra

L’esposizione è una riflessione profonda sul primo conflitto mondiale vissuto dalla città, attraverso grandi immagini, suoni, animazioni, ricostruzioni grafiche e filmati.

Il sogno di un soldato (Museo degli Alpini)

Il sogno di un soldato (Museo degli Alpini)

(Ho visitato Bassano del Grappa il 27 dicembre 2016)

Grande guerra. Il Sacrario militare di Asiago

Il Viale degli Eroi e il Sacrario di Asiago

Il Viale degli Eroi e il Sacrario di Asiago

Asiago. Attraverso il suggestivo viale degli Eroi si sale al Sacrario militare che sorge sul colle Leiten, una proprietà demaniale dello Stato che dipende dal Commissariato generale per le onoranze ai caduti in guerra. Il Sacrario di Asiago è uno dei più grandi, insieme a Redipuglia e Cima Grappa. La sua imponente mole rispecchia le architetture dei monumenti in voga negli anni Trenta. Fu infatti progettato dall’architetto veneziano Orfeo Rossato, ultimato nel 1936 e inaugurato due anni dopo. Il Monumento è a pianta quadrata e ha quattro fronti, perfettamente simmetrici rispetto ai due assi ortogonali. La struttura comprende la cripta inferiore e il grandioso arco trionfale soprastante. La cripta si articola in ampie gallerie lungo le quali sono distribuiti i loculi con i resti dei caduti; le gallerie assiali confluiscono al centro della cappella ottagonale nelle cui pareti sono collocati i resti di dodici caduti decorati di medaglia d’oro al valor militare. La parte centrale superiore è costituita da un ampio terrazzo, al centro del quale s’innalza il grandioso arco trionfale quadrifronte, al cui centro è posta un’ara votiva.

I cimiteri di guerra sull'altopiano

I cimiteri di guerra sull’altopiano

Nel Sacrario sono sepolti i resti di circa ventimila caduti austro-ungarici e di ben trentaquattromila italiani provenienti dai 35 cimiteri di guerra prima esistenti nella zona dell’Altipiano di Asiago. Non sono però tutti i caduti nell’altopiano. Nella sola battaglia dell’Ortigara vi furono almeno trentacinquemila morti in pochi giorni mentre le operazioni della Strafexpedition richiesero un tributo di sangue di oltre ottantamila vittime. Sui parapetti del terrazzo alcune frecce indicano le località dove si svolsero le battaglie e gli scontri più significativi: i Denti del Pasubio, lo Spitz di Tonezza, monte Zebio, il Verena, le Melette di Gallio, il Sisemol, Valbella, Lemerle, Cengio.

L'Ossario comune

L’Ossario comune

All’ingresso della Cripta è stato allestito un museo in due settori dove sono esposti molti cimeli, raccolti sui campi di battaglia dell’altopiano, nonché documenti e fotografie dell’epoca che ci riportano una viva testimonianza degli aspri e sanguinosi combattimenti che vi si svolsero.

Una foto d'epoca

Una foto d’epoca

Nel settore di sinistra sono illustrate le vicende belliche del settore montano, dall’Adige al Brenta, nei primi due anni 1915-1916 della guerra: dall’avanzata iniziale all’accanita difesa dei valorosi reparti che si sacrificarono sul Passo Buole, Pasubio, Novegno, Cengio, Zovette, Lemerle, Valbella, Meletta per bloccare, sull’ultimo diaframma montano, la grande offensiva austriaca nel maggio-giugno 1916.

Cimeli nel Museo della guerra

Cimeli nel Museo della guerra

Nel settore di destra sono documentate le vicende del biennio 1917-1918 durante il quale la guerra condotta con molto accanimento da entrambi i contendenti si concluse con la disfatta dell’esercito austro-ungarico. In particolare sono ricordati i disperati combattimenti sul Pasubio, i grandiosi lavori di organizzazione logistica e di rafforzamento delle difficili posizioni montane e l’olocausto delle eroiche truppe alpine nella battaglia dell’Ortigara.

La croce costruita con i residuati bellici

La croce costruita con i residuati bellici

(La visita al sacrario è avvenuta il 18 agosto 2016)

Vedi anche:

Grande guerra. Gli spalti dei Granatieri sul monte Cengio

Grande guerra. La Brigati Sassari su monte Zebio

Grande guerra. La Lunetta di Monte Zebio

Grande guerra. Il Museo all’aperto di monte Zebio. La Crocetta dello Zebio

Grande guerra. Il Campo di battaglia dell’Ortigara

 

Il Sentiero del Silenzio

Percorrere il Sentiero del Silenzio è un’esperienza stimolante e toccante. Stimolante, perché il sentiero è un continuo invito a fare memoria storica e a leggere testi incisivi di grandi maestri. Toccante, perché commuovono le parole scritte dai giovani soldati della Grande Guerra ed emozionano le reliquie e i ricordi bellici. Ho vissuto questo sentiero come uno scambio continuo tra i “piedi” e la “testa”, una rara esperienza del camminare come ricostruzione dell’unità personale.

Il pannello descrittivo del sentiero

Il pannello descrittivo del sentiero

Siamo sull’altopiano di Asiago. Il “Sentiero del Silenzio” è stato realizzato dal Comune di Gallio, su progetto dell’architetto Diego Morlin, in un’area d’interesse storico e ambientale, nell’alta valle di Campomulo (località Campomuletto), sulla strada che conduce a luoghi evocativi come l’Ortigara, il monte Lozze, la cima della Caldiera. Il percorso ad anello costituisce la traccia lungo la quale sono state posizionate 10 opere d’arte contemporanea, collocate rispettando la morfologia del luogo e gli elementi emergenti che in esso si trovano. Tra questi, si scorgono tra gli abeti e nelle piccole valli, i segni della guerra: postazioni, caverne, ricoveri, trincee, ex cimiteri. Il Sentiero inizia e termina nei pressi del Rifugio Campomuletto e va percorso in senso anti-orario. Sono qui descritte di seguito le dieci postazioni.

 

Pace ritrovata

La colomba della pace

La colomba della pace

Le travi di legno di castagno formano una gabbia, racchiudono uno spazio entro il quale si cela una colomba. Una prigione a cielo aperto, uno spazio angusto entro il quale intrufolarsi per godere della visione di libertà e di pace dettata dalla presenza della colomba, scolpita da un unico blocco di marmo bianco con le ali pronte a spiccare il volo verso il cielo che fa capolino nella struttura massiccia di legno.

 

Pietà

Le croci

Le croci

Quattro croci greche sono sovrapposte a due a due, crivellate dalle pallottole. Il simbolo della croce in molti popoli e, specialmente, in molte religioni, assume significati legati alla vita, alla morte, alla rinascita ed è un segno di forte identità sociale, culturale e religiosa. Il significato prevalente della composizione è la Pietà. Infatti, essa è orientata verso il Monte Ortigara, che nel corso della Grande Guerra, prevalentemente nel giugno del 1917, è divenuto tristemente il calvario di migliaia di soldati di tutte le nazionalità.

 

Speranza

Le braccia

Le braccia

L’installazione è formata da 12 braccia umane in bronzo, che emergono dal terreno e possono essere nude o “vestite”. Le braccia si elevano al cielo (messaggio positivo), con mani che tengono ben stretto un foglio contenente uno scritto, oppure porgono un fiore, una colomba o altro simbolo. Esse esprimono la speranza della risurrezione dei morti.

 

Lettere

Le lettere dei soldati

Le lettere dei soldati

Grandi lastre rettangolari in acciaio, da un metro per quattro, sono collocate orizzontalmente nel terreno, senza un ordine precostituito. Grandi pagine della storia, sulle quali sono posizionate lettere inviate dal fronte dai soldati della Grande Guerra alle loro famiglie. Ricordo indelebile delle loro sofferenze, paure, angosce, ma anche segno di amore e di speranza nei confronti dei loro cari, della vita e della pace. Gioie che a pochi di loro sono state concesse.

 

Testimoni

Le sagome dei soldati

Le sagome dei soldati

Grandi sagome in acciaio, allineate, stanno a rappresentare tanti soldati pronti alla partenza per il fronte o pronti sulla linea di combattimento. Sagome smembrate, slabbrate, ferite, scheggiate dalla guerra. Solo alcune di esse rimangono integre, immuni alla furia distruttrice della Guerra. Le sagome sono collocate a cerchio entro il quale sono posizionate nel terreno le parti mancanti, a significare che nulla di quanto patito andrà perduto, almeno sino a quando nella memoria di chi saprà leggere con sentimento la scena, il ricordo non sparirà.

 

Eserciti

Gli elmetti

Gli elmetti

Questa composizione rappresenta i due eserciti (italiano e austro-ungarico) che sulle montagne circostanti si sono fronteggiati nel corso della Grande Guerra. Elmetti, corrispondenti a quelli in uso nei due eserciti, si contrappongono, posizionati simbolicamente nella medesima direzione mantenuta dagli eserciti nel periodo bellico. Le due schiere di elmetti esaltano il momento dello scontro, il cui solo risultato sarà la Morte, simboleggiata da quattro teschi collocati al centro.

 

Fiore vivo

I fiori

I fiori

La composizione è costituita da una serie di fiori giganteschi realizzati in “acciaio corten”, che ben si addice al posto con la sua caratteristica tonalità simile al ferro arrugginito, elemento costantemente presente nei siti interessati dagli eventi bellici. Una selva di fiori arrugginiti, tristi segni di distruzione, sono redenti da un fiore colorato posizionato nel centro, messaggero di speranza e di fiducia che dopo tanta distruzione la Vita ritornerà a fiorire e a germogliare, spazzando via l’angoscia del passato.

 

Labirinto nero

Il labirinto

Il labirinto

Questa installazione prende spunto dal luogo stesso in cui si colloca e dalla presenza di pietre di grandi dimensioni disseminate in tutta l’area. Le pietre sono riunite in modo da permettere il passaggio di una persona alla volta, la quale si volgerà al cuore della composizione, entrando quasi in un labirinto, entro il quale spicca un blocco squadrato di granito nero. Sul masso centrale è incisa la parola Pace in 36 lingue. Un valore indiscutibile, celato dal biancore anonimo della quotidianità, una possibilità aperta a tutti.

 

Gli immortali

Gli immortali

Gli immortali

La radura brulica di grossi massi biancastri, informi, anonimi, pietre comuni della zona. Ogni pietra porta incise simbolicamente delle iniziali, a memoria degli innumerevoli soldati che hanno perduto la vita o sono risultati dispersi nel corso delle guerre. A cento anni dal conflitto, e, spesso, anche nelle famiglie dei soldati, dei caduti o degli eroi è andata perduta la memoria storica dei loro cari… Ecco allora che, a delle semplici pietre, in un luogo sacro, è dato il compito di mantenerla viva.

 

Frutti gloriosi

Gli alberi secchi

Gli alberi secchi

Questa installazione è collocata in una grande buca provocata dallo scoppio di granate di vario calibro, che all’epoca hanno spappolato qualsiasi cosa o essere vivente. Nulla ci si aspetta da un simile evento distruttore e da un luogo così desolato. Da questa buca, invece, “nascono” degli alberi senza vita, secchi, che in futuro non porteranno né foglie, né frutti, perché originati da una mutazione genetica dovuta alla guerra. Sul loro tronco emergono solo delle grandi “piastrine di riconoscimento”, oggetti che i soldati portavano al collo come segno di identificazione, perché contenevano tutti i dati personali, utili nella vita e, purtroppo, ancor più nella morte.

 

Il braccio alzato

Il braccio alzato

 

(Ho percorso il sentiero il 17 agosto 2016)

Grande Guerra. Gli spalti dei Granatieri sul monte Cengio

La "granatiera" di Monte Cengio

La “granatiera” di Monte Cengio

L’altopiano di Asiago è uno dei settori del fronte maggiormente coinvolti nelle battaglie della Grande Guerra, soprattutto nei due anni 1916 e 1917. L’area monumentale e la zona sacra del Monte Cengio, teatro del sacrificio dei Granatieri, sono oggi uno dei luoghi più visitati dell’altopiano, grazie anche alla facilità dell’accesso stradale.

 La battaglia del Monte Cengio

Pannello didattico dell'Ecomuseo

Pannello didattico dell’Ecomuseo

Il 15 maggio 1916 l’esercito austro-ungarico lanciò un’offensiva sugli altipiani veneti e trentini – nota come Strafexpedition – con l’obiettivo d’invadere la pianura veneta e prendere alle spalle l’esercito italiano schierato sul Carso. La brigata dei Granatieri di Sardegna, comandata dal generale Pennella, ebbe il compito di difendere la zona di Monte Cengio e combattè per giorni senza cannoni, con poche munizioni e scarse riserve di acqua e viveri. La brigata fu circondata e il 3 giugno dovette soccombere all’assalto finale. Dei circa diecimila granatieri che erano saliti sull’altopiano, riuscirono a salvarsi in poco più di mille. L’accanita resistenza italiana e le perdite inflitte agli austriaci valsero comunque a frenare l’impeto dell’assalto, a rallentarne l’azione e a far fallire nella sostanza la Strafexpedition. Questi eventi sono narrati da Emilio Lussu nel suo Un anno sull’altipiano.

Pannello dell'Ecomuseo sulla battaglia del Cengio

Pannello dell’Ecomuseo sulla battaglia del Cengio

La Granatiera

La Granatiera alta sulla Valdastico

La Granatiera alta sulla Valdastico

Esaurita la spedizione ‘punitiva’, gli austriaci abbandonarono Monte Cengio e si ritirarono sulle posizioni di partenza, meglio attrezzate e difendibili. Il 24 giugno 1916 le truppe italiane ripresero possesso del Cengio e delle aree circostanti e decisero di attrezzarle con nuove fortificazioni. A tale scopo fu realizzata dal Genio Zappatori un’ardita mulattiera di arroccamento (chiamata “la granatiera”, in omaggio ai granatieri italiani che si erano sacrificati sul monte) che sfruttava le cenge naturali del monte e traversava in galleria le fasce rocciose impraticabili. La mulattiera era invisibile all’occhio nemico e consentiva il transito di uomini e materiale anche in pieno giorno. Le sue gallerie fungevano comunque da ricovero per le truppe in caso di bombardamenti mirati. Essa collegava inoltre le postazioni difensive, unite tra loro da un’unica lunga trincea, della cosiddetta “linea di resistenza a oltranza”.

Le opere di guerra

Le opere di guerra

L’escursione

La mappa dell'itinerario

La mappa dell’itinerario

Una emozionante passeggiata ad anello percorre oggi “la granatiera”, raggiunge la cima di monte Cengio e scende all’area monumentale. Il punto di partenza è il piazzale Principe di Piemonte a quota 1286. Lo si raggiunge in auto in 3,5 km dal bivio (segnalato) sulla strada che da Treschè Conca scende in direzione di Vicenza. Qui si parcheggia. Dal piazzale (pannelli dell’Ecomuseo della grande guerra), s’imbocca la stradina a sinistra della prosecuzione della strada asfaltata. Il sentiero sale tra cisterne, cannoniere, trincee e gallerie e percorre il tratto più emozionante, la cengia a strapiombo sulla Valdastico. Giunti sotto la selletta del piazzale monumentale dei Granatieri, senza salirvi, si prosegue sulla mulattiera che percorre ancora la cengia e una galleria elicoidale e raggiunge il piazzale Pennella. Una breve salita porta alla croce del monte Cengio (1347 m). Tornati al piazzale Pennella si segue ora la larga strada bianca che scende al piazzale dei Granatieri. Un tratto di asfalto lungo un km riporta al punto di partenza. L’escursione ha un dislivello di circa 200 metri e si compie in circa tre ore.

 La cisterna

La cisterna per l'approvvigionamento d'acqua

La cisterna per l’approvvigionamento d’acqua

Alla partenza dell’itinerario si osserva sulla destra la cisterna idrica in calcestruzzo. L’acqua prelevata dal fiume Astico veniva portata sul monte Cengio grazie a due stazioni di sollevamento. Questa cisterna in caverna della capacità di 150 metri cubi riforniva poi le truppe italiane dislocate nella zona sud-occidentale dell’altopiano.

 La cannoniera

La cannoniera in caverna

La cannoniera in caverna

Sulla destra del sentiero si trova l’accesso alla cannoniera italiana costruita nel 1917. Una galleria lunga 75 metri conduce alle caverne delle munizioni e a quattro vani-cannoniere dove erano posizionati cannoni da montagna puntati verso la testata della Val Silà.

 La quota 1363

La trincea a quota 1363

La trincea a quota 1363

Il sentiero conduce poi a visitare il ridotto di quota 1363, un complesso di opere fortificate inserito nel più ampio sistema della linea difensiva a oltranza. Il ridotto poteva contare su postazioni in pozzo per mitragliatrici, postazioni in caverna, camminamenti di raccordo e due trincee a corona della quota.

 La leggenda del salto del granatiere

Il salto del granatiere

Il salto del granatiere

I combattimenti di giugno 1916 germinarono l’epica leggenda del “salto del granatiere”. Alle spalle dell’ultima trincea italiana c’era infatti solo lo strapiombo della Valdastico. I soldati italiani avrebbero ingaggiato un corpo a corpo con gli schützen e, piuttosto che arrendersi, avrebbero preferito gettarsi nei dirupi, avvinghiati nella lotta agli austriaci, andando incontro entrambi a morte certa.

 La zona sacra

La statua del granatiere

La statua del granatiere

Il piazzale dei granatieri è il punto culminante della zona monumentale. Vi è stata eretta una chiesa votiva dedicata ai caduti che contiene dipinti, sculture e lapidi memoriali. Vi è anche eretta una statua al “Granatiere del Cengio”, costruita utilizzando schegge di granata e altri residuati bellici.

 Il piazzale Pennella

Cippo in memoria del generale Pennella

Cippo in memoria del generale Pennella

Si raggiunge il panoramico piazzale dedicato al generale dei granatieri Giuseppe Pennella. Qui è anche visitabile la Galleria che ospitava il posto di comando del Granatieri e l’artiglieria da montagna. Durante la battaglia del 1916 funzionò anche da posto di primo soccorso e da ricovero del gran numero di feriti.

 Il Monte Cengio

La croce sulla vetta del Cengio

La croce sulla vetta del Cengio

La vetta del Monte Cengio (1347 m) ospita una grande croce a tralicci di ferro e un’ara votiva. Una piastra di orientamento aiuta a individuare i monti fronteggianti la Valdastico, con il Priafora e il Pasubio in evidenza.

La tavola di orientamento sulla vetta del Cengio

La tavola di orientamento sulla vetta del Cengio

Per approfondire

http://www.asiagograndeguerra.it

http://www.ecomuseograndeguerra.it/veneto/

 (L’escursione è stata effettuata il 13 agosto 2016)

Linea Gustav. Il fronte di Gamberale

Due strade raggiungono Gamberale, entrambe lunghe, tortuose e soggette a frane: la prima proviene dalla Forchetta di Palena e attraversa i boschi della Val di Terra; la seconda si dirama dalla Fondovalle Sangro e risale lungamente il pendio in direzione dei monti Pizzi.

La casa Pollice

La casa Pollice

Gamberale ricambia i pazienti automobilisti con la grazia di un borgo appollaiato tra le rocce, a 1319 metri, in un contesto naturale di valore, protetto dal parco nazionale della Majella. Un braccio stradale lo collega alla vicina Pizzoferrato, altro nido d’aquila tra le rocce, e alla moderna zona turistica di Valle del Sole. Anche i tedeschi se ne accorsero nell’ottobre del 1943 quando insediarono a Gamberale un presidio, collegato direttamente al comando di compagnia nella vicina Pizzoferrato. La bella Casa Pollice, di origini cinquecentesche e posta di fronte alla chiesa al centro del paese, risparmiata almeno in parte dai cannoneggiamenti inglesi, ospitò signorilmente gli occupanti.

La chiesa di San Lorenzo

La chiesa di San Lorenzo

La chiesa di Gamberale è dedicata a San Lorenzo. Ha un tipico impianto settecentesco con la facciata a capanna, l’interno a una navata decorato da affreschi e il campanile affiancato sulla sinistra. Al culmine del borgo sorge il cosiddetto Castello, frutto dei restauri successivi alla guerra e al terremoto del 1984, con la caratteristica torre merlata.

Pannello informativo all'ingresso di Gamberale

Pannello informativo all’ingresso di Gamberale

L’escursione sulla linea del fronte

L’escursione che proponiamo segue la linea alta di combattimento tracciata dai tedeschi sui monti Pizzi ed è la combinazione tra una delle più piacevoli passeggiate possibili nel Parco della Majella e la conoscenza del territorio della Linea Gustav.

Particolare della Carta escursionistica 2016 del Parco della Majella

Particolare della Carta escursionistica 2016 del Parco della Majella

L’itinerario attraversa la foresta demaniale regionale di Monte Sécine, con partenza dalla chiesetta di Sant’Antonio nei dintorni di Gamberale e conclusione al laghetto di montagna di Pietra Cernaia sul versante di Pescocostanzo. Segue i sentieri del Parco M1 e M2 e richiede, tra andata e ritorno, circa quattro ore di cammino, con un dislivello limitato a 200 metri.

La chiesetta di Sant'Antonio

La chiesetta di Sant’Antonio

Si esce da Gamberale e si percorre per 2 km la strada per Palena. Raggiunto il valico (1443 m), all’altezza del monumento all’Alpino, si devia a sinistra sulla strada asfaltata che conduce in 1,7 km alla chiesetta di Sant’Antonio e all’area faunistica del cervo (1497 m).

L'ingresso della foresta

L’ingresso della foresta

Lasciata l’auto, si prosegue a piedi superando due sbarre che limitano il traffico motorizzato nella foresta di Monte Secine. Una buona strada sale dolcemente alternando lo sterrato a tratti pavimentati in pietra. Superata la fonte Basilio, si raggiunge a 1620 metri di quota il panoramico stazzo di Monte Secine.

Lo stazzo di monte Secine

Lo stazzo di monte Secine

Nel tratto successivo, intervallate alle opere di captazione dell’acquedotto, si trovano le tracce delle zone trincerate di guerra, con le cavità per i mortai e i punti di osservazione sulla valle del Sangro.

Impianto di captazione

Impianto di captazione

I tratti sottobosco e le radure sono percorsi da rigagnoli che generano pascoli acquitrinosi. Una breve ma ripida discesa raggiunge un fontanile. Qui termina il sentiero M1 e s’imbocca il sentiero M2 che proviene dal Colle della Castagna.

Il fontanile all'incrocio dei sentieri M1 e M2

Il fontanile all’incrocio dei sentieri M1 e M2

Si va a destra traversando in direzione del Passo della Paura e si prosegue ancora gradualmente su praterie, radure e una zona boscosa fino a un piccolo valico (1725 m), di fronte alle pareti verticali della Pietra Cernaia.

Il valico di Pietra Cernaia

Il valico di Pietra Cernaia

Scendendo a sinistra sul sentiero a margine del bosco, si arriva al delizioso laghetto della Pietra Cernaia (1645 m).

Il laghetto della Pietra Cernaia

Il laghetto della Pietra Cernaia

Gamberale in guerra

I tedeschi attrezzarono, a difesa degli altopiani, la linea principale di combattimento che in quest’area collegava Pietransieri a Pizzoferrato, a 1400 metri di quota circa, lungo la fascia delle masserie, passando per monte dell’Ellera e Gamberale. Avamposti erano comunque distribuiti nelle località di fondovalle a sinistra del Sangro (Castel di Sangro, Ateleta, Quadri).

Campo trincerato tedesco

Campo trincerato tedesco

Lungo tutto il pendio, nei punti naturalmente dominanti e panoramici, erano state scavate postazioni per mitraglieri e mortaisti che avrebbero consentito, secondo la tipica tattica tedesca, una difesa elastica e il fuoco incrociato delle postazioni in alto a protezione dei singoli punti di fuoco in basso. Alle spalle della linea difensiva principale erano previste ulteriori linee di arresto su cui le truppe potevano spostarsi velocemente, attraversare i valichi in caso di ritirata e raggiungere le vie di comunicazione degli altopiani (la via Frentana e la ferrovia). Durante l’escursione vediamo esattamente queste linee di arresto, poste in alto, alla base delle rocce del gruppo del Secine, a ridosso dei sentieri di valico.

Postazione di mortaio

Postazione di mortaio

Tutta l’area è in realtà difesa naturalmente dagli attacchi dal basso e non aveva opere fortificate o bunker. I presìdi tedeschi occupavano le località in alto (Roccacinquemiglia, Pietransieri, Gamberale, Pizzoferrato) che, pur soggette al cannoneggiamento alleato, offrivano un minimo di comfort. Da qui partivano i pattugliamenti per il controllo del territorio e il contrasto delle infiltrazioni nemiche. Lo sfollamento degli abitanti riduceva i problemi organizzativi e le esigenze di approvvigionamento. Il rigido inverno ‘43-44 rese di fatto inutilizzabili le opere costruite dal genio tedesco nel mese di ottobre. Da parte tedesca si aggiunga l’alternarsi dei reparti (prima il genio, poi i paracadutisti, e in successione le truppe alpine e i panzergrenadieren). La guerra a Gamberale si limitò così a singoli episodi. Dopo la sfortunata spedizione della Wigforce e la liberazione di Pizzoferrato, il maggiore D’Aloisio ricorda nel suo diario un evento altrettanto sfortunato. «L’alba del giorno 6 febbraio illumina sulla via nevosa che porta a S. Domenico una nostra pattuglia in ricognizione: più tardi, rassicurati dalle informazioni di un vecchio, devia verso Gamberale. A pochi metri dalle case del villaggio alcune raffiche di fuoco incrociato di armi automatiche tedesche abbattono i nostri baldi volontari. Sono salvi dei tredici componenti il Capitano Gay (ferito) e il suo attendente: sulla neve arrossata di sangue i corpi agonizzanti di nove paracadutisti e dei patrioti Saraceno e Dragone di Pizzoferrato. Il ritorno in paese dei superstiti è triste». Il 21 febbraio si registra un assalto delle truppe polacche alle posizioni di Colle Bucci, vicino Gamberale, che si conclude con l’uccisione di quattro tedeschi e la cattura di altri tre. Altro episodio è quello del 6 e 7 aprile, quando un battaglione polacco da ricognizione esegue un’azione oltre il Sangro: ventiquattro fanti e quattro osservatori di artiglieria, avanzando nella neve e tra i campi minati, sorprendono e annientano un avamposto germanico nella zona di monte dell’Ellera.

 Eduard Kastner

Eduard Kastner, soldato alpino della Wehrmacht, riceve l’ordine di raggiungere Gamberale il 26 dicembre del 1943. Il suo reparto aveva dato il cambio ai paracadutisti tedeschi e aveva il comando a Pizzoferrato. Leggiamo una pagina del suo diario di corrispondente di guerra. «Gamberale dista tre chilometri da Pizzoferrato ed è situato sulla cima di una montagna che è stata completamente bombardata. Lungo la strada ci siamo coperti con asciugamani di lino e abbiamo fatto lo stesso con i nostri muli in modo da mimetizzarci con la neve. Arrivammo incolumi alla meta. Una delle abitazioni era ancora vivibile e ci avevano vissuto i paracadutisti tanto che aveva un aspetto spaventoso. Questa situazione durò solo fino al giorno dopo quando decidemmo di riordinarla. Io assieme a Schneider Fritz dormivamo in un bellissimo letto matrimoniale e costruimmo in un angolo un comodo cantuccio. Quanto una tovaglia può rendere tutto più gradevole! Nell’angolo avevamo anche un albero di Natale e oggi è il secondo giorno di festa. Ma la felicità non durò a lungo. Avevamo girato per Gamberale ma non avevamo trovato niente. Il paese si trovava a 1340 metri di altezza, proprio su una montagna e sarebbe stato un luogo romantico se non ci fosse stata la guerra. Avevamo trovato sistemazione in mezzo a un ammasso di macerie. I paracadutisti ci dicevano che alla vigilia di Natale gli inglesi avevano sparato su Gamberale 470 colpi di artiglieria. Ogni mattina e ogni sera sparavano quasi regolarmente per due ore di seguito su Gamberale. Nel frattempo avevamo anche scoperto che la nostra rovina si trovava in un angolo morto e che non poteva quasi mai essere colpita. Al contrario il castello sopra noi aveva ricevuto così tanti colpi da essere soltanto un ammasso di macerie. I paracadutisti utilizzarono una chiesa come stalla, come mattatoio e deposito di munizioni. Questa è la guerra. Il 30 dicembre 1943 la fanteria ci diede il cambio e tornammo a Pizzoferrato. A Gamberale non era successo niente di particolare, la Compagnia non aveva subito perdite e non si era dovuta difendere da attacchi. Coperti dagli asciugamani di lino facemmo ritorno a Pizzoferrato».

I pascoli di monte Secine

I pascoli di monte Secine

Uys Krige

Uys Krige era un ufficiale sudafricano appassionato di poesia e scrittura, che conosceva anche un po’ d’italiano. Raccontò la sua rocambolesca fuga dal campo di prigionia di Fonte d’Amore, dopo l’otto settembre, l’attraversamento della linea del fronte e il percorso a piedi verso la libertà in un libro famoso, “The way out”, tradotto in italiano come “Libertà sulla Maiella”. Salito sul monte Morrone, si unì ai pastori transumanti e raggiunse Campo di Giove.

Il Piazzato, il Porrara e la sommità della Maiella, visti da Pietra Cernaia

Il Piazzato, il Porrara e la sommità della Maiella, visti da Pietra Cernaia

Di lì con i suoi compagni di fuga scavalcò il Porrara, costeggiò l’eremo della Madonna dell’Altare, scese nella valle dell’Aventino, attraversò la strada Frentana percorsa dai veicoli tedeschi, e seguì un sentiero nei boschi della Val di Terra, in direzione del valico di Gamberale. Aggirata Gamberale, presidiata dai tedeschi, scese nella zona di Ateleta dove, seguendo le indicazioni di civili del posto, traversò il fiume Sangro. Risalirà a Capracotta, attraverserà e il Trigno e si ricongiungerà infine ai canadesi nel paese molisano di Salcito. Ecco il racconto del suo passaggio nella zona. «Entrammo nella foresta di faggi che avremmo dovuto attraversare prima di superare la strada di montagna che portava da Palena a Gamberale e oltre. Mentre le foreste della Maiella erano dominate dal verde, qui abbondavano anche il rosso, il bruno e l’oro in ogni possibile tono e sfumatura. E ogni sfumatura era splendida come se solo nella sua decadenza la foresta raggiungesse l’estrema perfezione. Camminando su un tappeto di foglie arancione e scarlatte alto a volte sino a sessanta centimetri, la foresta mi appariva come un’immensa pira accesa. Il sentiero proseguiva di curva in curva. ‘Buon Dio’ disse Sherk, ‘è una foresta incantata’. (…) Uscimmo dalla foresta attraverso una serie di prati erbosi con qualche albero isolato. Di fronte a noi si stendeva il nastro bianco della strada, che si torceva contro il fianco del monte, scomparendo infine in un valico tra due vette. Di là scendeva fino alla valle di Gamberale, il villaggio che dovevamo evitare piegando a destra per calare velocemente verso il Sangro. (…) Uscimmo dagli alberi e ci trovammo sulla strada, oltre il valico; il nastro bianco calava in una bella valle verdeggiante, dove non si vedevano boschi, ma solo qualche ciuffo di abeti, di olmi e di querce. Come una lunga freccia bianca la strada puntava sul villaggio di Gamberale, a tre quarti di miglio, posto sopra un leggero pendio nel centro della valle. Gamberale ci sembrò singolarmente immobile e come in attesa di qualcosa, tutto avvolto nella calma, calda luce del sole. Eravamo scoperti e Sam si trovava a una certa distanza per scrutare a sinistra verso il villaggio, quando una mitragliatrice cominciò improvvisamente a sparare. (…) Il sole era tramontato quando cominciammo a scendere il pendio alla nostra sinistra. Passo passo giungemmo in vista del fiume o meglio della sottile nebbia che si sollevava da esso. Lontano, alla nostra destra, sulla riva del fiume c’era il paese di Ateleta; e una strada, fiancheggiata dalla linea tranviaria, correva lungo l’argine settentrionale. Leggermente a destra oltre il fiume c’era il villaggio di Castel del Giudice in cima a una collina alta e isolata. Una strada si dirigeva verso di esso, e poi ne usciva continuando lungo l’argine meridionale in direzione dell’Adriatico; sulla vetta più alta del crinale davanti a noi si vedevano le chiazze bianche delle case di Capracotta, il nostro obiettivo di quella tappa».

I colli di Gamberale

I colli di Gamberale

Medaglia d’argento al merito civile

L’occupazione tedesca del 1943-44 e le vicende successive hanno valso a Gamberale la concessione della Medaglia d’argento al merito civile, con la seguente motivazione: «Centro strategicamente importante, occupato dalle truppe tedesche impegnate a bloccare l’avanzata alleata sulla linea Gustav, subiva la perdita di numerosi suoi concittadini, vittime delle mine anti-uomo sparse sul territorio, di violenti cannoneggiamenti e fucilazioni. Ammirevole esempio di spirito di sacrificio e di amor patrio».

Il laghetto di Sant'Antonio

Il laghetto di Sant’Antonio

Visita la sezione del sito dedicata alle passeggiate sulla Linea Gustav: http://www.camminarenellastoria.it/index/LINEA_GUSTAV.html

 (L’escursione è stata effettuata il 27 maggio 2016)