Rovereto. La Strada degli Artiglieri

Il 15 maggio 1916 l’esercito austro-ungarico scatenò un’offensiva – nota come Strafexpedition – contro le posizioni italiane nel Trentino e sugli Altopiani vicentini. Nella zona di Rovereto e della Vallagarina l’ottavo corpo d’armata austriaco riuscì a sfondare le posizioni italiane di prima linea e a conquistare la Zugna Torta, il Pozzacchio e il Col Santo. La linea di resistenza italiana si irrigidì progressivamente e si attestò sul Coni Zugna, sul Pasubio e sul Passo Buole (definite poi le Termopili d’Italia).

L’inizio della Strada degli Artiglieri a Castel Dante

Oggi chi percorre la sezione del “Sentiero della Pace” che sale da Rovereto al monte Zugna può osservare i luoghi della battaglia del maggio-giugno 1916, grazie anche ai lavori di restauro ambientale e alla collocazione di numerosi pannelli descrittivi e informativi sugli avvenimenti. Del Sentiero della Pace la passeggiata che qui proponiamo segue un tratto, la Strada degli Artiglieri, con partenza dal Sacrario di Castel Dante e arrivo alla grotta di Damiano Chiesa a Costa Violina. Il percorso è assolutamente facile, interamente su strada asfaltata con pochissimo traffico; si tratta di quattro km, con 250 metri di dislivello, comodamente percorribili a piedi in tre ore, tra andata e ritorno (o con pochi minuti d’auto).

La trincea di Castel Dante

Il punto di partenza è il piazzale-parcheggio di Castel Dante. All’ingresso del Sacrario si conserva un tratto della trincea costruita nel dicembre 1915 dai reparti della Brigata Mantova con la targa che ricorda i combattimenti che si svolsero nella zona: “Nei giorni 15 e 16 maggio 1916 il primo battaglione del 207° – Brigata Taro – sostituiti su queste posizioni i reparti della Mantova, resisteva disperatamente all’irruenta offensiva nemica sacrificando i suoi giovani fanti e tutti i mitraglieri caduti sulle armi”.

O la va o la spacca

Introdotta dai pannelli informativi, la prima parte del percorso è pianeggiante e si allontana in direzione sud dalle ultime case di Rovereto e Lizzana. Sfilano la cappellina dedicata a Sant’Anna, il macigno con la scritta “o la va o la spacca” del reparto dei Lavoratori di artiglieria e i panorami su Mori e il monte Altissimo.

La cappella di Santa Barbara

La strada comincia a salire con alcuni tornanti le pendici dello Zugna. Superato il maso Zappi, si tocca sulla sinistra la cappella rupestre, scavata nella parete di roccia, dedicata a Santa Barbara, la patrona degli artiglieri.

Le lapidi degli artiglieri

In un ambiente ora decisamente più alpino e aspro, inizia il percorso monumentale dedicato agli Artiglieri d’Italia. Una successione di lapidi affisse sulle pareti rocciose ricorda i nomi di 228 artiglieri caduti durante uno dei conflitti che hanno insanguinato i due ultimi secoli, dalle guerre risorgimentali fino alla seconda guerra mondiale, ai quali è stata conferita la Medaglia d’Oro al Valor Militare. Accanto ai nomi, alcuni notissimi, le lapidi ricordano il grado, la data e il luogo della morte.

L’altare ungherese

Lungo la strada s’incontra un altare in cemento con le scritte in lingua ungherese. Fu realizzato dopo il maggio 1916 da un reparto degli Honved magiari in memoria dei propri caduti. Un nuovo allestimento in legno fa memoria della cappella originaria nella quale l’altare era inserito.

Il piazzale terminale

Al termine della Strada degli Artiglieri si giunge a un piazzale ai margini di un bosco. L’edificio che vi sorge è la Baita Damiano Chiesa del gruppo di Lizzanella dell’Associazione Nazionale Alpini.

Il recinto della zona sacra

Siamo in località Costa Violina. Ha inizio qui la “zona sacra”, dichiarata tale con legge dello Stato, per fare memoria e preservare questo luogo che fu teatro di durissimi scontri nella fase iniziale dell’offensiva austriaca del 1916.

Il cippo in memoria di Damiano Chiesa

Le indicazioni permettono di seguire con facilità un sentiero che porta a una caverna dedicata a Damiano Chiesa. Proprio qui l’irredentista trentino fu fatto prigioniero il 17 maggio 1916 per poi essere giustiziato due giorni dopo al Castello del Buon Consiglio. All’interno è visibile un cannone in ghisa da 149 mm puntato verso il fronte settentrionale.

L’interno della grotta di Costa Violina

Testimone oculare dei combattimenti fu Don Annibale Carletti, cappellano militare del 207° fanteria, decorato con medaglia d’oro per gli atti compiuti in quei giorni. Questa è una pagina del suo diario: “Il giorno 16 a Costa Violina, ove i superstiti del reggimento si preparavano ancora a resistere per dare tempo che arrivassero rinforzi e cannoni, mentre infuriava il bombardamento nemico, percorsi più volte la zona del fuoco, portando in salvo più di 50 feriti. Lassù dentro una caverna dove sparava l’unico nostro cannone da 149, i feriti bruciavano di sete. Strisciando più volte andai a riempire le borracce d’acqua a una sorgente che era battuta da una mitragliatrice austriaca. La notte, seppelliti i morti, credevamo di riposare un poco; invece ci fu dato l’ordine di andare all’assalto con la baionetta. Seguii e animai i soldati in quella orrenda lotta corpo a corpo, finchè rimasti non più di 15 soldati, ci salvammo miracolosamente. Nell’azione di quei giorni 15, 16 e 17 maggio, s’ebbero da parte nostra circa 400 morti, 1350 feriti e 900 tra prigionieri e dispersi”.

Il cannone da 149

(Percorso effettuato il 20 settembre 2017)

 

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Vallo Alpino. Il Bunker di Valdaora in Val Pusteria

“La pace regna in Valle Anterselva. Il vento sussurra soavemente tra le alte cime degli alberi, le travi di una vecchia baita scricchiolano piano. Altrimenti il silenzio. I boschi selvaggi odorano di resina, i prati seducono con un profumo dolce e acerbo…”. D’accordo, è il linguaggio rarefatto dei dépliant turistici. Del resto siamo in Alto Adige, nella Val Pusteria, uno dei distretti turistici alpini tra i più amati. Ancor più sorprendente, quindi, scovare opere di guerra, nascoste nelle pieghe di questa terra. Un colosso di calcestruzzo si annida alla confluenza del rio Anterselva nel fiume Rienza. Bunker e sbarramenti, si sa, per loro natura sono costruiti in modo da passare inosservati: scavati nel profondo del terreno e nella roccia, sempre ben mimetizzati. Il Bunker di Valdaora è invisibile e ignoto ai più. Se ne può andare alla scoperta solo con una visita guidata.

Valdaora in Val Pusteria

Prima però qualche rigo di storia. Il Vallo Alpino risale agli anni Trenta del secolo scorso, quando il regime decise di proteggere i confini alpini dell’Italia con un sistema di fortificazioni difensive distribuito tra Ventimiglia a Fiume. Anche l’Alto Adige fu interessato dal lavoro di costruzione degli sbarramenti fortificati in funzione anti-tedesca. Le proteste del Reich e le successive vicende belliche comportarono la sospensione dei lavori. Solo dopo l’adesione al Patto Atlantico, nel 1949, le Forze armate italiane ripresero i lavori del Vallo Alpino a difesa della frontiera nord-orientale, nella logica della Guerra Fredda e del contrasto con il Patto di Varsavia. Con la caduta del muro di Berlino nel 1989, il crollo dell’Unione Sovietica e l’adesione dei nuovi paesi all’Unione europea, cessò definitivamente l’importanza strategica e di conseguenza l’interesse per le fortificazioni di confine. Nel 1992 iniziò la completa dismissione di tutte le opere dell’ex Vallo Alpino, site in Alto Adige e nel Friuli Venezia Giulia. Nel 1998 le fortificazioni dismesse dell’Alto Adige sono state trasferite in proprietà alla Provincia autonoma di Bolzano. La Provincia ha selezionato le opere più interessanti da conservare e ne ha progressivamente aperto l’accesso ai visitatori a scopo culturale, didattico e turistico.

Apertura mimetizzata

Lo sbarramento di Rasun-Valdaora fu realizzato nel 1940, con il compito di difendere la direttrice della Val Pusteria. Comprendeva venti opere difensive, tra cui sei scavate nella roccia, ma le difese anticarro (fossati e punte di calcestruzzo) e i campi minati non vennero mai realizzati. Il Bunker di Valdaora era equipaggiato con armamenti fissi (cannoni) e mobili (mitragliatrici), nonché con impianti tecnologici (elettrico, telefonico, aereazione, deumidificazione) e arredi necessari alla permanenza delle truppe all’interno dell’opera (camerette con brande, tavoli, riserve d’acqua e di cibo, latrine).

L’ingresso del bunker di Valdaora

Al bunker era assegnato il battaglione Alpini d’Arresto ‘Val Brenta’ che risiedeva nella caserma di Valdaora di Sotto. La visita dei gelidi interni del bunker si sviluppa nei lunghi corridoi, affiancati dalle camere e dalle strutture di servizio e raggiunge le camere di sparo dell’artiglieria e le feritoie delle mitragliatrici. Sono anche visibili gli impianti manuali per la ventilazione e le centraline degli impianti elettrici.

L’impianto manuale di ventilazione interna

Il giro esterno del bunker consente di apprezzare il suo basso profilo sul terreno, la dissimulazione della struttura nel boschetto, le protezioni mimetiche esterne e le diverse feritoie di sparo. La visita va concordata con l’ufficio turistico di Rasun di sotto.

Feritoia di sparo

(Ho visitato il bunker il 17 agosto 2017)

Rovereto. Guerra e Pace

Un facile sentiero unisce in un anello il dosso di Castel Dante e il sovrastante colle Miravalle di Rovereto. La ricchezza di stimoli che esso propone lo qualificano come una passeggiata esemplare, tra le migliori d’Italia. Il percorso si muove tra le due opposte polarità della guerra e della pace. Si parte dal sacrario militare e dai nomi dei ventimila soldati che sono lì sepolti, impressionante testimonianza della Grande Guerra che fu combattuta sul fronte della Vallagarina. E si sale fino a raggiungere “Maria Dolens”, la monumentale campana di Rovereto che scandisce ogni sera i suoi rintocchi perché l’uomo, nel ricordo dei Caduti di tutte le guerre e di tutte le nazioni del mondo, trovi la via della Pace. Lungo il percorso piccoli totem ricordano grandi uomini di pace: Giorgio La Pira, Nelson Mandela, Martin Luther King, Aldo Capitini, il Mahatma Gandhi. Sul colle una suggestiva mostra racconta le tante iniziative realizzate dalla Fondazione per la Campana dei Caduti. Un’escursione che giustifica pienamente l’attributo di “città della pace” che una Legge speciale ha conferito a Rovereto.

Il parco del Sacrario

Il Sacrario militare di Castel Dante

La trincea italiana

Il Sentiero “Camminando nella pace” può essere percorso a partire da Castel Dante. Qui fu inaugurato nel 1938 il Sacrario militare che racchiude le salme di 20.279 caduti italiani e austro-ungarici. All’ingresso è visibile un tratto della trincea costruita nel dicembre 1915 da reparti della Brigata Mantova con la targa che ricorda i combattimenti che si svolsero nella zona.

Il rudere del Castello

Nel prato che circonda il Sacrario rimangono un pozzo e pochi ruderi del castello nel quale si dice abbia soggiornato il sommo poeta Dante.

Il sacrario monumentale

Il sacrario è una gigantesca costruzione cilindrica che poggia su due gradoni, raggiungibili mediante una ripida scalinata. All’interno sono scolpiti sulle pareti tutti i nomi dei caduti. Vi si trovano anche un busto del generale Guglielmo Pecori Giraldi (comandante della Prima Armata) e le arche di Damiano Chiesa e Fabio Filzi, traslate qui nel secondo dopoguerra.

“Maria Dolens”, la campana della pace

Maria Dolens, la campana della pace

Usciti dal sacrario, si sale ora lungo lo stradino in lieve pendenza che traversa una zona di gradoni calcarei e una fascia di bosco, accosta una ‘calchera’ (un pozzo di cottura della calce) e giunge al parcheggio del Colle. Qui si visita la Campana, collocata in posizione panoramica sulla valle dell’Adige e i monti circostanti, all’interno della struttura della Fondazione che la tutela. La Campana dei Caduti è stata ideata dal sacerdote roveretano don Antonio Rossaro, per onorare i Caduti di tutte le guerre e per invocare pace e fratellanza fra i popoli del mondo intero. Venne fusa a Trento nel 1924 col bronzo dei cannoni offerto dalle nazioni partecipanti al primo conflitto mondiale e fu battezzata a Rovereto col nome di “Maria Dolens”. Benedetta a Roma in Piazza San Pietro dal Papa Paolo VI nel 1965, la Campana fu collocata sul Colle di Miravalle. Sul manto di “Maria Dolens” sono incise le massime dettate dai Papi: “Nulla è perduto con la Pace. Tutto può essere perduto con la guerra” (Pio XII) e “In pace hominum ordinata concordia et tranquilla libertas” (Giovanni XXIII). La Campana fa udire ogni sera i suoi rintocchi per celebrare i Caduti di tutto il mondo, senza distinzioni di fede o di nazionalità e per rivolgere un severo monito ai viventi: “Non più la guerra”.

Il pannello dedicato a Giorgio La Pira

La Mostra “Il mondo alla campana”

La Mostra della Campana sul colle di Miravalle

Nei locali della “Fondazione Opera Campana dei Caduti” si visita la mostra, assai suggestiva, dedicata alla campana e ricca di video e immagini. Il percorso espositivo parte dalla prima sala, la “Sala della profezia”, per proseguire nella grande sala circolare, lo “Spazio della missione”. Da qui, salendo lungo “l’Ascesa del pellegrino”, si esce sulla “Terrazza della visione”, per poi scendere attraverso il “Boschetto della pace” alla “Galleria delle arti”. Percorrendo il viale delle Bandiere si arriva poi ai piedi della Campana e si prosegue verso il “Parco della memoria” con i suoi allestimenti fotografici.

Le città della pace

Il Parco della Memoria

La Fondazione Opera Campana dei Caduti di Rovereto, grazie a una legge del 2006, ha istituito il Premio Internazionale “Città della Pace”, con l’obiettivo di far conoscere, valorizzare e rendere visibili quelle comunità, piccole o grandi che siano, che si contraddistinguono concretamente nell’importante creazione, sviluppo e affermazione di un’autentica “cultura di pace”. Nel corso degli anni il premio è stato attribuito alla comunità brasiliana di Acupe di Salvador de Bahia, alla città di Strasburgo, all’Isola di Lampedusa e alla stessa Rovereto.

Il Pellegrinaggio civile sul Sentiero della Pace

La colomba, simbolo del Sentiero della Pace

La Fondazione promuove anche il “Pellegrinaggio Civile” lungo il Sentiero della Pace. Questo percorso, realizzato dalla Provincia autonoma di Trento, collega i luoghi e le memorie della Grande Guerra sul fronte del Trentino, dal Passo del Tonale alla Marmolada, per una lunghezza di oltre 520 chilometri. Il Pellegrinaggio è un cammino della memoria tra le montagne del Trentino, che si conclude alla Campana dei Caduti di Rovereto, simbolo della Pace nel mondo e della conciliazione quotidiana con noi stessi e con gli altri.

Il ritorno

La segnaletica del sentiero

Dal parcheggio del Colle si segue per pochi metri la strada asfaltata per Rovereto e s’imbocca sulla sinistra la strada sterrata che ridiscende all’Ossario di Castel Dante. Dopo due tornanti e un’ampia curva in discesa, la sterrata sbuca di nuovo sull’asfalto della Via Madonna del Monte. Sulla sinistra, quattrocento metri di stretta strada riportano al punto di partenza. Lungo il percorso si osservano le installazioni commemorative degli uomini di pace e i grandi pannelli descrittivi delle attività dell’Opera della Campana.

La mappa del sentiero

(Percorso effettuato il 20 settembre 2017)

Il fronte di Sesto in Pusteria nella Grande Guerra

Sesto di Pusteria, paese di lingua e cultura tedesca appartenente all’Impero, all’inizio della Grande Guerra si trovò sulla linea del fronte. Subì l’evacuazione forzata, conobbe il fenomeno dei profughi, fu semidistrutto dai bombardamenti delle artiglierie italiane e poi, insieme agli altri paesi del Sud Tirolo, fu annesso all’Italia. Il fronte dei combattimenti correva sulle vette che delimitano la val Pusteria, dal passo di Monte Croce Comelico alla Val Fiscalina e all’altopiano delle Tre Cime di Lavaredo.

Fortificazioni sull’Anderter Alpe

La Croda Rossa di Sesto, con le testimonianze lasciate dai soldati, è un prezioso patrimonio storico delle vicende belliche di alta montagna, ma anche della storia delle truppe di montagna, i Kaiserjaeger, gli Alpini e l’Alpenkorps, che qui si fronteggiarono.

Il Museo all’aperto dell’Alpe Anderter

La partenza del sentiero per l’Anderter Alpe

Oggi un Museo all’aperto mostra le opere di guerra costruite dai genieri austro-ungarici nella zona della Croda Rossa. L’Anderter Alpe è il settore del museo all’aperto più facile da raggiungere. L’altro settore, quello della Cima Undici, è riservato a escursionisti esperti. Il punto di partenza è il Rifugio Croda Rossa che si raggiunge in breve dalla stazione d’arrivo della Funivia Croda Rossa, situata a Moso, nei pressi di Sesto.

La segnaletica sui prati di Croda Rossa

Iniziando dal Rifugio il sentiero è segnalato da pannelli informativi che introducono ai diversi ambienti di visita. Si osservano tratti di trincea, resti di baracche, camminamenti, postazioni di mitragliatrici, la base di partenza della teleferica per Cima Undici. Il dislivello è di circa quattrocento metri. Il tempo di ascesa è di circa un’ora. Tra andata e ritorno e un’occhiata ai resti conviene mettere in contro tre/quattro ore di tempo.

Residuati bellici

La Mostra “Indimenticata” di Sesto

Stufa da trincea

A Sesto, in Via della Croce 9, nei locali della vecchia scuola elementare, è stata allestita la Mostra “Indimenticata – La Grande Guerra nelle Dolomiti di Sesto 1915-1918”. La mostra cerca di spiegare al visitatore, con l’ausilio di fotografie, cartine, pannelli e residuati bellici, il significato della malga Anderter Alpe (campo base per i soldati austro-ungarici), le postazioni della Croda Rossa e Cima Undici, le sfide logistiche, la costruzione di baracche e trincee, i duri mesi invernali sul terreno innevato e soggetto a valanghe, la vita quotidiana di un soldato sul fronte; la popolazione di Sesto e i combattimenti che si sono svolti al passo della Sentinella, sulla Croda Rossa, oppure sulla cima Undici.

Il Forte Mitterberg

Il Forte Mitterberg : Monte di Mezzo

Il Forte Mitterberg sorge a 1550 metri sopra le case di Sesto. Nonostante abbia subito diversi bombardamenti nel periodo della Grande Guerra e non sia mai stato oggetto di opere di recupero o restauro, è una delle opere fortificate austro-ungariche meglio conservate delle Dolomiti. Costruito tra il 1884 ed il 1889, il suo obiettivo era ostacolare un’eventuale invasione italiana proveniente dal vicino Veneto. È una grande opera di tre piani con una blindatura in granito. Quando terminarono i lavori, il Forte Mitterberg era considerato un vero e proprio esempio di modernità militare. Venne armato con tre cannoni disposti all’interno di una cannoniera e con tre mortai su cupole corazzate. Ciononostante, all’inizio della guerra, fu considerato obsoleto e facile bersaglio per le bocche da fuoco italiane e si decise quindi di abbandonarlo, trasferendo l’armamentario all’esterno e utilizzandolo solo come base di appoggio per la fanteria.

L’associazione Bellum Aquilarum

La guida storico escursionistica

L’associazione Bellum Aquilarum di Sesto vuole recuperare e valorizzare le testimonianze storiche della “guerra delle aquile” per conservarle e trasmetterle alle generazioni future, ai giovani della Pusteria, ma anche ai giovani dei paesi dell’ex-impero austro-ungarico che qui combatterono. Ha creato e gestisce il museo all’aperto e la mostra documentaria di Sesto. Organizza visite guidate ai luoghi di guerra della Croda Rossa e al forte di guerra Mitterberg. Si qualifica come organizzazione senza scopo di lucro, a finalità sociale, riconosciuta dalla Provincia Autonoma di Bolzano.

(Ho visitato i luoghi della Grande Guerra di Sesto nell’agosto 2017)

Grande Guerra. I forti del monte Brione sul lago di Garda

Definire “monte” un’altura di 376 metri è un pizzico esagerato. Ma certo il Brione si fa notare per le strapiombanti pareti rocciose del suo versante orientale che in qualche modo gli conferiscono l’aspra fisionomia tipica della montagna. Spicca isolato nella piana alluvionale del fiume Sarca, sulla riva settentrionale del grande Lago di Garda, e separa i due centri abitati di Riva del Garda e Torbole. Più che un vero “monte”, dunque, è un rilievo di natura calcarea-marnosa delle dimensioni di una collina; per la sua forma è stato paragonato a un enorme spicchio d’arancia poggiato su di un piano.

Riva del Garda e il monte Brione

Il monte Brione è percorso da un tratto del Sentiero della Pace, il lungo tracciato che segue i luoghi e le memorie della Grande Guerra sul fronte del Trentino, dallo Stelvio alla Marmolada, per centinaia di chilometri. Lo Stato Maggiore dell’Impero Austro-ungarico sfruttò la posizione strategica del Monte Brione costruendo diverse fortificazioni che, in occasione del centenario della Grande Guerra, sono state recuperate e valorizzate. Le posizioni italiane si trovavano di fronte, sulla cresta del dominante monte Baldo.

Iscrizione militare

Saliamo sulla cima del monte Brione percorrendone il magnifico sentiero di cresta. L’interesse è continuamente stimolato dalle fortificazioni asburgiche, dalle bellezze botaniche della riserva naturale e dai celebri panorami su lago di Garda. Molto consigliabile è partire direttamente dal centro di Riva camminando lungo la bellissima passeggiata pedonale in riva al lago. In venti minuti si giunge al porto di San Nicolò.

Il Forte di San Nicolò

Il Forte di San Nicolò

Sul porto vigila il Forte San Nicolò, di cui oggi resta il corpo centrale di forma rettangolare. Dagli austriaci era chiamato Strandbatterie, batteria da spiaggia, a testimonianza della funzione antisbarco. Era un forte di prima generazione: casamatta non armata di pietra a vista lavorata a scalpello e calce, dotata di quattro cannoni. La guarnigione era ospitata nella soprastante Villa Favancourt, che fungeva da caserma. All’inizio della guerra era considerato già superato e fu utilizzato come magazzino.

Il Forte Garda

Le cupole del Forte Garda

Il sentiero, gradinato, s’inerpica sulle rocce dietro al forte e tocca alcune postazioni. Lasciata la strada a sinistra, continua a salire con bei panorami sul lago. In breve raggiunge il forte Garda e lo contorna con un anello. Si può così osservare sia il lato rivolto al lago (ed esposto alle artiglierie italiane), sia il fronte interno. Se ne apprezza la sua conformazione mimetica, aderente al terreno e modellata sul tratto di cresta. Curioso il particolare delle finte cupolette per ingannare l’osservazione avversaria. Intorno al forte sono le cannoniere corazzate e le postazioni per i mortai e le mitragliatrici. Dal fossato posteriore parte una lunga galleria scavata nella parete del monte con i punti. Grazie a lavori di ripristino l’interno del forte può ospitare eventi ed è visitabile secondo un calendario programmato.

La riserva naturale

Cannoniera corazzata

L’ascesa di cresta continua sempre panoramica e traversa la Riserva naturale. Le particolari condizioni climatiche fanno sì che sul Brione possano vivere piante mediterranee come il leccio, la ginestra, l’albero di Giuda e l’alloro. Sugli ampi terrazzamenti digradanti a valle è coltivato l’olivo. Dall’alto è ben visibile l’ultimo tratto del fiume Sarca la cui foce, fino alla rettifica attuata nel 1919, si componeva di rami secondari che scorrevano nelle campagne di Torbole e venivano utilizzati per irrigare gli orti e come porto sicuro.

Il Forte di Mezzo

Il Forte di Mezzo

Continuando l’ascesa del crinale del monte Brione, superate alcune opere belliche secondarie e ormai in vista delle antenne sommitali, si raggiunge la Mittelbatterie, il Forte di Mezzo. Opera di terza generazione, è il classico forte di montagna costruito su roccia, con pietre squadrate e graniti e con la copertura in calcestruzzo. Sul fronte si aprono i varchi dei quattro cannoni di cui il forte era dotato, mentre sul retro sono gli accessi della guarnigione che poteva arrivare a cento uomini.

La croce di vetta

Superato il forte conviene salire ancora per un breve tratto, raggiungendo la grande croce eretta nel 2003 dagli Alpini in memoria dei caduti. Il percorso può anche proseguire fino a raggiungere il Forte di Sant’Alessandro, all’estremità nord del monte. La discesa per tornare a Riva, in alternativa al sentiero di salita, un po’ faticoso, può utilizzare la strada sterrata e la via asfaltata chiusa al traffico che scendono a poca distanza dalla cresta. Il dislivello è di circa trecento metri e il tempo complessivo dell’escursione, calcolando anche i tempi di visita e le soste panoramiche, è di circa tre ore.

(Ho effettuato l’escursione il 21 settembre 2017)

Grande Guerra. Il Museo storico all’aperto del Monte Piana di Misurina

Monte Piana è un perfetto ossimoro, l’accostamento di due concetti contrari, il ‘monte’ e il ‘piano’. Il nome definisce bene, comunque, l’altopiano sommitale di questo monte sgraziato e insignificante, quasi schernito dalla corona di vette dolomitiche che lo circonda, cime magnifiche ed eleganti che si chiamano Tre Cime di Lavaredo, Paterno, Cristallo, Cadini di Misurina… A questa malasorte naturale monte Piana contrappone però sia la sua straordinaria terrazza panoramica sulle Dolomiti, sia la particolare rilevanza storica, attestata dal Museo storico all’aperto della Grande guerra, distribuito su tutta l’area sommitale. Proprio sulla Forcella e il Vallone dei Castrati, che dividono in due l’altopiano (con il monte Piana a sud e il monte Piano a nord), passava il confine tra Italia e Austria. Lo aveva deciso la commissione italo-austriaca riunitasi a Rovereto dopo la terza guerra d’indipendenza del 1866, che ripristinò così la vecchia linea confinaria stabilita nel 1753 tra La Serenissima Repubblica di Venezia e la Contea del Tirolo. Fu così che all’inizio della Grande Guerra gli Alpini italiani occuparono le posizioni del Piana e gli austriaci si fortificarono sull’altura a nord. Si dovettero costruire strade militari, ardite teleferiche e ricoveri per un gran numero di soldati, in luoghi desolati dove al massimo potevano arrivare solo le greggi al pascolo (come il toponimo dei Castrati ricorda).

Il tavolato sommitale del monte Piana

Le vicende di guerra si possono condensare così: alcuni attacchi contrapposti senza alcun esito; la guerra di mine, nel tentativo di far saltare in aria le munite difese avversarie; un terribile inverno (il 13 dicembre del 1916 il Comando italiano segnalò: “Altezza della neve: metri 7; temperatura: 42 gradi sotto lo zero”) che provocò slavine micidiali sui soldati rintanati nei ricoveri. Dopo Caporetto gli italiani si ritirarono e lasciarono il monte agli austriaci fino al termine della guerra.

Residuati bellici sul monte Piana

Nel 1977 fu avviato un progetto di recupero del devastato campo di battaglia, ridotto a un cumulo di rovine. Anima del progetto fu il colonello austriaco Walter Schaumann, ex ufficiale di carriera, affiancato dai suoi “Amici delle Dolomiti”, con la collaborazione della Fondazione Opere di Monte Piana e del Comune di Dobbiaco. Il Comando del Quarto Corpo d’Armata Alpino mise a disposizione il battaglione “Bassano”. Molti giovani volontari italiani e austriaci si misero a disposizione per i lavori di restauro ambientale, con il sostegno dell’Alpenverein tirolese, del Club alpino italiano e dell’Associazione nazionale alpini di Trento. Ancora oggi i lavori di restauro proseguono grazie ai campi estivi del Gruppo volontari amici del Piana e al supporto del Sesto Alpini. Frutto di questo lavoro è il Museo storico all’aperto percorso da una “grande escursione storica” e da una rete di sentieri che collegano le opposte linee del fronte.

Il campo estivo degli Amici del Monte Piana

L’accesso più comodo al campo di battaglia è l’ex strada militare di 5 km che parte da Misurina a 1756 m e raggiunge il Rifugio Bosi a 2205 m. Il punto di partenza dei fuoristrada del Servizio di navetta è nei pressi del ristorante Genzianella, sulla strada per il Rifugio Auronzo e le Tre Cime di Lavaredo. La jeep risale la strada in quindici minuti circa. Dal Rifugio parte il percorso principale su sentiero facile che conduce alle trincee e ai siti storici del Museo all’aperto della prima guerra mondiale. La cima sud a 2325 m è raggiungibile dal Rifugio Bosi in circa venti minuti di lieve salita. L’itinerario in quota attraverso l’altopiano dura dalle due alle quattro ore. Vi è anche un percorso attrezzato in cengia consigliato solamente ad alpinisti esperti adeguatamente attrezzati. L’area è consacrata alla memoria di oltre 14.000 soldati italiani e austriaci che persero la vita nei duri combattimenti di cui questo luogo fu teatro. Il turista e l’escursionista di monte Piana possono ripercorrere camminamenti e trincee, gallerie e postazioni di bombarda accuratamente ripristinate, e al contempo godere di una spettacolare vista contemplativa sulle Dolomiti.

Il campo trincerato italiano

Il Rifugio “Bosi” e la Cappella Alpina

Il Rifugio Bosi

Le navette lasciano i visitatori al Rifugio Bosi. Il Rifugio è dedicato al Maggiore Angelo Bosi, caduto sul monte Piana il 17 luglio 1915 durante il primo attacco italiano contro le posizioni austriache sul monte. Sorge nel luogo dov’era situato il comando militare italiano. L’ultima ricostruzione è opera della famiglia De Francesch. Il Rifugio mantiene il suo valore storico e commemorativo custodendo all’interno un piccolo ma significativo museo e all’esterno le targhe delle unità combattenti italiane impegnate sul monte Piana. A fianco del Rifugio è stata costruita una cappella votiva, dedicata alla Madonna della Fiducia, in memoria dei soldati caduti di entrambi gli schieramenti.

La cappella votiva

Le opere in caverna

Postazione in caverna

Lungo il sentiero storico sono ancora visibili le gallerie scavate nella roccia che raggiungevano gli osservatori sulle linee nemiche. Esse erano utilizzate anche per raggiungere le batterie di artiglieria e bombarde o i nidi di mitragliatrici a controllo dei sentieri e delle strade di avvicinamento. Una particolare forma di galleria è quella scavata da entrambi i contendenti per raggiungere le posizioni avversarie e farvi brillare potenti mine distruttive.

Il punto terminale della galleria di mina italiana

Le trincee e i ricoveri per la truppa

Trincea italiana

Il percorso delle trincee e dei relativi camminamenti incrociava le baracche e i ricoveri sotto roccia. Che fossero semplici ripari per la truppa o dessero alloggio agli ufficiali e ai comandi, le baracche al fronte rappresentavano quanto di più somigliante a una casa. Per questo furono arredate con ogni cura e rese il più possibile confortevoli. La guerra di posizione esigeva di costruire ricoveri, allestire magazzini di vettovagliamento e armamento, organizzare ospedali da campo e posti di medicazione, senza dimenticare i piccoli cimiteri e le latrine.

Ricovero

La memoria

Cippo del Sentiero storico

Il Museo all’aperto è segnato da monumenti, simboli e memoriali. I più evidenti sono le grandi croci che sovrastano rispettivamente il settore italiano e quello austriaco. Vi sono poi numerosi cippi, da quelli che segnavano l’antico confine a quelli collocati sui luoghi dove caddero i protagonisti. Una piccola piramide ricorda la visita del poeta Giosuè Carducci. Una “campana dell’amicizia” è stata issata sulla prima linea. Vi sono poi le targhe apposte dai volontari che hanno curato il restauro dei luoghi. La segnaletica è stata allestita dall’ufficio Parchi naturali della Provincia autonoma di Bolzano.

La segnaletica

La mappa del Museo all’aperto

La mappa

(Ho visitato il Monte Piana il 14 agosto 2017)

Il Museo storico di Piana delle Orme. La battaglia di Cassino e lo sbarco di Anzio

La passione di un geniale collezionista, un impressionante numero di attrezzature agricole e di mezzi bellici, l’intuizione di voler parlare con il grande pubblico, l’accuratezza della ricostruzione storica di eventi non lontani nel tempo, la capacità evocativa degli allestimenti, sono i fattori che hanno decretato il successo dell’originale Museo di Piana delle Orme. Questo museo ‘periferico’ è situato nel territorio comunale di Borgo Fàiti ed è allestito nei padiglioni di un ex allevamento avicolo della piana pontina, in provincia di Latina. Il museo si presenta oggi come un parco storico all’interno dell’omonima azienda agrituristica. Le sue collezioni dedicate al Novecento ripercorrono cinquant’anni di storia italiana e raccontano le tradizioni e la cultura della civiltà contadina, le grandi opere di bonifica delle paludi pontine, le battaglie della seconda guerra mondiale.

La battaglia di Cassino

Il padiglione che racconta la battaglia di Cassino è fortemente evocativo e coinvolgente per la quantità e la qualità dei mezzi militari esposti, tutti originali e restaurati, e per la scenografiche ricostruzioni dei combattimenti della seconda guerra mondiale tra le truppe tedesche attestate in difesa sulla linea Gustav e le truppe alleate che risalivano la penisola.

L’avvicinamento a Cassino

La prima sezione descrive l’avvicinamento alleato al fronte di Cassino. Si osservano i mezzi militari alleati (autocarri, cannoni, camionette, gigantesche gru, mitragliatrici, impantanati nella melma del fiume Volturno in piena.

Postazione tedesca

Un lungo e stretto corridoio semibuio mostra le difese tedesche attrezzate nelle grotte, tra le rovine e nelle trincee protette, dove erano insediati i ‘diavoli verdi’ della divisione paracadutisti Goering.

Il bombardamento dell’Abbazia

Nel vasto salone successivo è ricostruito il bombardamento dell’abbazia di Montecassino. Sullo sfondo è la montagna con il monastero bombardato dagli aerei alleati. In primo piano sono i carri armati e le artiglierie che sparano verso il monte. Suoni e luci riproducono il crepitio dei colpi, i tonfi delle bombe e i bagliori delle esplosioni.

Soldati marocchini consumano il vitto

La scena successiva, al buio, riproduce l’accampamento dei soldati algerini, tunisini e marocchini del contingente francese. I soldati coloniali, divenuti tristemente famosi per gli stupri di massa, sono intenti a consumare il vitto, contornati da sagome di pecore, a ricordare la loro consuetudine di portare appresso animali vivi per poter consumare sempre carne fresca.

Ospedale da campo

Segue un ambiente con la ricostruzione di un ospedale da campo alleato, con personale medico, barelle, feriti e attrezzature sanitarie.

Stazione mobile ricetrasmittente

La sala adiacente è allestita con la stazione radio canadese, con le attrezzature di trasmissione del tempo e un furgone radiomobile.

La resa tedesca nell’abbazia distrutta

L’ultima sala racconta l’arrivo a Montecassino delle truppe polacche e la resa degli ultimi difensori tedeschi nello scenario delle rovine dell’abbazia ridotta in frantumi dal bombardamento alleato. La statua decapitata di San Benedetto, una campana, una croce spezzata, brandelli di affreschi e bassorilievi ricordano la storia artistica del monumento.

Inverno di guerra sull’Appennino

Lo sbarco di Anzio

Un altro padiglione di Piana delle Orme è interamente dedicato alla ricostruzione dello sbarco delle truppe alleate sulla costa di Anzio e alla battaglia per la conquista delle terre interne, quando la capacità di contrasto delle truppe tedesche, dopo l’iniziale sorpresa, aumentò progressivamente e bloccò la testa di ponte. Winston Churchill espresse tutta la delusione con una celebre frase pronunciata alla Camera dei Comuni: Avevo sperato di lanciare sulla spiaggia un gatto selvatico capace di strappare le budella ai crucchi, mentre invece ci troviamo sulla riva con una enorme balena arenata.

Lo sbarco dei mezzi anfibi

La prima delle sei sezioni del padiglione racconta lo sbarco dei mezzi militari e dei soldati alleati sulla spiaggia sabbiosa del litorale tirrenico.

Scena di battaglia a Campo di Carne

L’ambiente dedicato alla battaglia rappresenta la cruenta battaglia tra i soldati americani che cercarono di occupare il territorio compreso tra Anzio, Nettuno, Aprilia e Cisterna e i soldati tedeschi che si sforzarono di ributtarli a mare.

L’esodo dei civili

La terza sezione racconta le sofferenze della popolazione civile a causa della guerra. Una casa-podere semidistrutta ha nel vano interrato un rifugio buio e disadorno, ricavato da una grotta di tufo. Una famiglia carica su un carro le poche masserizie, costretta a fuggire dalla zona dei combattimenti.

Il Caccia americano recuperato in mare

Una sala contiene un aereo caccia americano costretto a un ammaraggio di fortuna e poi recuperato dalle acque del mare di Capoportiere. Restaurato ed esposto al pubblico è una delle attrazioni del museo.

Auto tedesca con ufficiali a bordo

Percorrendo un corridoio s’incontra l’ufficio comando americano con le sue dotazioni, tra cui un apparecchio radio ricetrasmittente e altri reperti bellici. In successione sono documentate con foto e pannelli la campagna per debellare la malaria, la storia dei grandi cannoni tedeschi, la liberazione di Roma e il cimitero militare americano.

Il dépliant del Museo

(Ho visitato il museo il 29 maggio 2017)

Pannello informativo

Visita la sezione del sito dedicata agli itinerari sulla Linea Gustav