Il fronte di Sesto in Pusteria nella Grande Guerra

Sesto di Pusteria, paese di lingua e cultura tedesca appartenente all’Impero, all’inizio della Grande Guerra si trovò sulla linea del fronte. Subì l’evacuazione forzata, conobbe il fenomeno dei profughi, fu semidistrutto dai bombardamenti delle artiglierie italiane e poi, insieme agli altri paesi del Sud Tirolo, fu annesso all’Italia. Il fronte dei combattimenti correva sulle vette che delimitano la val Pusteria, dal passo di Monte Croce Comelico alla Val Fiscalina e all’altopiano delle Tre Cime di Lavaredo.

Fortificazioni sull’Anderter Alpe

La Croda Rossa di Sesto, con le testimonianze lasciate dai soldati, è un prezioso patrimonio storico delle vicende belliche di alta montagna, ma anche della storia delle truppe di montagna, i Kaiserjaeger, gli Alpini e l’Alpenkorps, che qui si fronteggiarono.

Il Museo all’aperto dell’Alpe Anderter

La partenza del sentiero per l’Anderter Alpe

Oggi un Museo all’aperto mostra le opere di guerra costruite dai genieri austro-ungarici nella zona della Croda Rossa. L’Anderter Alpe è il settore del museo all’aperto più facile da raggiungere. L’altro settore, quello della Cima Undici, è riservato a escursionisti esperti. Il punto di partenza è il Rifugio Croda Rossa che si raggiunge in breve dalla stazione d’arrivo della Funivia Croda Rossa, situata a Moso, nei pressi di Sesto.

La segnaletica sui prati di Croda Rossa

Iniziando dal Rifugio il sentiero è segnalato da pannelli informativi che introducono ai diversi ambienti di visita. Si osservano tratti di trincea, resti di baracche, camminamenti, postazioni di mitragliatrici, la base di partenza della teleferica per Cima Undici. Il dislivello è di circa quattrocento metri. Il tempo di ascesa è di circa un’ora. Tra andata e ritorno e un’occhiata ai resti conviene mettere in contro tre/quattro ore di tempo.

Residuati bellici

La Mostra “Indimenticata” di Sesto

Stufa da trincea

A Sesto, in Via della Croce 9, nei locali della vecchia scuola elementare, è stata allestita la Mostra “Indimenticata – La Grande Guerra nelle Dolomiti di Sesto 1915-1918”. La mostra cerca di spiegare al visitatore, con l’ausilio di fotografie, cartine, pannelli e residuati bellici, il significato della malga Anderter Alpe (campo base per i soldati austro-ungarici), le postazioni della Croda Rossa e Cima Undici, le sfide logistiche, la costruzione di baracche e trincee, i duri mesi invernali sul terreno innevato e soggetto a valanghe, la vita quotidiana di un soldato sul fronte; la popolazione di Sesto e i combattimenti che si sono svolti al passo della Sentinella, sulla Croda Rossa, oppure sulla cima Undici.

Il Forte Mitterberg

Il Forte Mitterberg : Monte di Mezzo

Il Forte Mitterberg sorge a 1550 metri sopra le case di Sesto. Nonostante abbia subito diversi bombardamenti nel periodo della Grande Guerra e non sia mai stato oggetto di opere di recupero o restauro, è una delle opere fortificate austro-ungariche meglio conservate delle Dolomiti. Costruito tra il 1884 ed il 1889, il suo obiettivo era ostacolare un’eventuale invasione italiana proveniente dal vicino Veneto. È una grande opera di tre piani con una blindatura in granito. Quando terminarono i lavori, il Forte Mitterberg era considerato un vero e proprio esempio di modernità militare. Venne armato con tre cannoni disposti all’interno di una cannoniera e con tre mortai su cupole corazzate. Ciononostante, all’inizio della guerra, fu considerato obsoleto e facile bersaglio per le bocche da fuoco italiane e si decise quindi di abbandonarlo, trasferendo l’armamentario all’esterno e utilizzandolo solo come base di appoggio per la fanteria.

L’associazione Bellum Aquilarum

La guida storico escursionistica

L’associazione Bellum Aquilarum di Sesto vuole recuperare e valorizzare le testimonianze storiche della “guerra delle aquile” per conservarle e trasmetterle alle generazioni future, ai giovani della Pusteria, ma anche ai giovani dei paesi dell’ex-impero austro-ungarico che qui combatterono. Ha creato e gestisce il museo all’aperto e la mostra documentaria di Sesto. Organizza visite guidate ai luoghi di guerra della Croda Rossa e al forte di guerra Mitterberg. Si qualifica come organizzazione senza scopo di lucro, a finalità sociale, riconosciuta dalla Provincia Autonoma di Bolzano.

(Ho visitato i luoghi della Grande Guerra di Sesto nell’agosto 2017)

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Grande Guerra. I forti del monte Brione sul lago di Garda

Definire “monte” un’altura di 376 metri è un pizzico esagerato. Ma certo il Brione si fa notare per le strapiombanti pareti rocciose del suo versante orientale che in qualche modo gli conferiscono l’aspra fisionomia tipica della montagna. Spicca isolato nella piana alluvionale del fiume Sarca, sulla riva settentrionale del grande Lago di Garda, e separa i due centri abitati di Riva del Garda e Torbole. Più che un vero “monte”, dunque, è un rilievo di natura calcarea-marnosa delle dimensioni di una collina; per la sua forma è stato paragonato a un enorme spicchio d’arancia poggiato su di un piano.

Riva del Garda e il monte Brione

Il monte Brione è percorso da un tratto del Sentiero della Pace, il lungo tracciato che segue i luoghi e le memorie della Grande Guerra sul fronte del Trentino, dallo Stelvio alla Marmolada, per centinaia di chilometri. Lo Stato Maggiore dell’Impero Austro-ungarico sfruttò la posizione strategica del Monte Brione costruendo diverse fortificazioni che, in occasione del centenario della Grande Guerra, sono state recuperate e valorizzate. Le posizioni italiane si trovavano di fronte, sulla cresta del dominante monte Baldo.

Iscrizione militare

Saliamo sulla cima del monte Brione percorrendone il magnifico sentiero di cresta. L’interesse è continuamente stimolato dalle fortificazioni asburgiche, dalle bellezze botaniche della riserva naturale e dai celebri panorami su lago di Garda. Molto consigliabile è partire direttamente dal centro di Riva camminando lungo la bellissima passeggiata pedonale in riva al lago. In venti minuti si giunge al porto di San Nicolò.

Il Forte di San Nicolò

Il Forte di San Nicolò

Sul porto vigila il Forte San Nicolò, di cui oggi resta il corpo centrale di forma rettangolare. Dagli austriaci era chiamato Strandbatterie, batteria da spiaggia, a testimonianza della funzione antisbarco. Era un forte di prima generazione: casamatta non armata di pietra a vista lavorata a scalpello e calce, dotata di quattro cannoni. La guarnigione era ospitata nella soprastante Villa Favancourt, che fungeva da caserma. All’inizio della guerra era considerato già superato e fu utilizzato come magazzino.

Il Forte Garda

Le cupole del Forte Garda

Il sentiero, gradinato, s’inerpica sulle rocce dietro al forte e tocca alcune postazioni. Lasciata la strada a sinistra, continua a salire con bei panorami sul lago. In breve raggiunge il forte Garda e lo contorna con un anello. Si può così osservare sia il lato rivolto al lago (ed esposto alle artiglierie italiane), sia il fronte interno. Se ne apprezza la sua conformazione mimetica, aderente al terreno e modellata sul tratto di cresta. Curioso il particolare delle finte cupolette per ingannare l’osservazione avversaria. Intorno al forte sono le cannoniere corazzate e le postazioni per i mortai e le mitragliatrici. Dal fossato posteriore parte una lunga galleria scavata nella parete del monte con i punti. Grazie a lavori di ripristino l’interno del forte può ospitare eventi ed è visitabile secondo un calendario programmato.

La riserva naturale

Cannoniera corazzata

L’ascesa di cresta continua sempre panoramica e traversa la Riserva naturale. Le particolari condizioni climatiche fanno sì che sul Brione possano vivere piante mediterranee come il leccio, la ginestra, l’albero di Giuda e l’alloro. Sugli ampi terrazzamenti digradanti a valle è coltivato l’olivo. Dall’alto è ben visibile l’ultimo tratto del fiume Sarca la cui foce, fino alla rettifica attuata nel 1919, si componeva di rami secondari che scorrevano nelle campagne di Torbole e venivano utilizzati per irrigare gli orti e come porto sicuro.

Il Forte di Mezzo

Il Forte di Mezzo

Continuando l’ascesa del crinale del monte Brione, superate alcune opere belliche secondarie e ormai in vista delle antenne sommitali, si raggiunge la Mittelbatterie, il Forte di Mezzo. Opera di terza generazione, è il classico forte di montagna costruito su roccia, con pietre squadrate e graniti e con la copertura in calcestruzzo. Sul fronte si aprono i varchi dei quattro cannoni di cui il forte era dotato, mentre sul retro sono gli accessi della guarnigione che poteva arrivare a cento uomini.

La croce di vetta

Superato il forte conviene salire ancora per un breve tratto, raggiungendo la grande croce eretta nel 2003 dagli Alpini in memoria dei caduti. Il percorso può anche proseguire fino a raggiungere il Forte di Sant’Alessandro, all’estremità nord del monte. La discesa per tornare a Riva, in alternativa al sentiero di salita, un po’ faticoso, può utilizzare la strada sterrata e la via asfaltata chiusa al traffico che scendono a poca distanza dalla cresta. Il dislivello è di circa trecento metri e il tempo complessivo dell’escursione, calcolando anche i tempi di visita e le soste panoramiche, è di circa tre ore.

(Ho effettuato l’escursione il 21 settembre 2017)

Grande Guerra. Il Museo storico all’aperto del Monte Piana di Misurina

Monte Piana è un perfetto ossimoro, l’accostamento di due concetti contrari, il ‘monte’ e il ‘piano’. Il nome definisce bene, comunque, l’altopiano sommitale di questo monte sgraziato e insignificante, quasi schernito dalla corona di vette dolomitiche che lo circonda, cime magnifiche ed eleganti che si chiamano Tre Cime di Lavaredo, Paterno, Cristallo, Cadini di Misurina… A questa malasorte naturale monte Piana contrappone però sia la sua straordinaria terrazza panoramica sulle Dolomiti, sia la particolare rilevanza storica, attestata dal Museo storico all’aperto della Grande guerra, distribuito su tutta l’area sommitale. Proprio sulla Forcella e il Vallone dei Castrati, che dividono in due l’altopiano (con il monte Piana a sud e il monte Piano a nord), passava il confine tra Italia e Austria. Lo aveva deciso la commissione italo-austriaca riunitasi a Rovereto dopo la terza guerra d’indipendenza del 1866, che ripristinò così la vecchia linea confinaria stabilita nel 1753 tra La Serenissima Repubblica di Venezia e la Contea del Tirolo. Fu così che all’inizio della Grande Guerra gli Alpini italiani occuparono le posizioni del Piana e gli austriaci si fortificarono sull’altura a nord. Si dovettero costruire strade militari, ardite teleferiche e ricoveri per un gran numero di soldati, in luoghi desolati dove al massimo potevano arrivare solo le greggi al pascolo (come il toponimo dei Castrati ricorda).

Il tavolato sommitale del monte Piana

Le vicende di guerra si possono condensare così: alcuni attacchi contrapposti senza alcun esito; la guerra di mine, nel tentativo di far saltare in aria le munite difese avversarie; un terribile inverno (il 13 dicembre del 1916 il Comando italiano segnalò: “Altezza della neve: metri 7; temperatura: 42 gradi sotto lo zero”) che provocò slavine micidiali sui soldati rintanati nei ricoveri. Dopo Caporetto gli italiani si ritirarono e lasciarono il monte agli austriaci fino al termine della guerra.

Residuati bellici sul monte Piana

Nel 1977 fu avviato un progetto di recupero del devastato campo di battaglia, ridotto a un cumulo di rovine. Anima del progetto fu il colonello austriaco Walter Schaumann, ex ufficiale di carriera, affiancato dai suoi “Amici delle Dolomiti”, con la collaborazione della Fondazione Opere di Monte Piana e del Comune di Dobbiaco. Il Comando del Quarto Corpo d’Armata Alpino mise a disposizione il battaglione “Bassano”. Molti giovani volontari italiani e austriaci si misero a disposizione per i lavori di restauro ambientale, con il sostegno dell’Alpenverein tirolese, del Club alpino italiano e dell’Associazione nazionale alpini di Trento. Ancora oggi i lavori di restauro proseguono grazie ai campi estivi del Gruppo volontari amici del Piana e al supporto del Sesto Alpini. Frutto di questo lavoro è il Museo storico all’aperto percorso da una “grande escursione storica” e da una rete di sentieri che collegano le opposte linee del fronte.

Il campo estivo degli Amici del Monte Piana

L’accesso più comodo al campo di battaglia è l’ex strada militare di 5 km che parte da Misurina a 1756 m e raggiunge il Rifugio Bosi a 2205 m. Il punto di partenza dei fuoristrada del Servizio di navetta è nei pressi del ristorante Genzianella, sulla strada per il Rifugio Auronzo e le Tre Cime di Lavaredo. La jeep risale la strada in quindici minuti circa. Dal Rifugio parte il percorso principale su sentiero facile che conduce alle trincee e ai siti storici del Museo all’aperto della prima guerra mondiale. La cima sud a 2325 m è raggiungibile dal Rifugio Bosi in circa venti minuti di lieve salita. L’itinerario in quota attraverso l’altopiano dura dalle due alle quattro ore. Vi è anche un percorso attrezzato in cengia consigliato solamente ad alpinisti esperti adeguatamente attrezzati. L’area è consacrata alla memoria di oltre 14.000 soldati italiani e austriaci che persero la vita nei duri combattimenti di cui questo luogo fu teatro. Il turista e l’escursionista di monte Piana possono ripercorrere camminamenti e trincee, gallerie e postazioni di bombarda accuratamente ripristinate, e al contempo godere di una spettacolare vista contemplativa sulle Dolomiti.

Il campo trincerato italiano

Il Rifugio “Bosi” e la Cappella Alpina

Il Rifugio Bosi

Le navette lasciano i visitatori al Rifugio Bosi. Il Rifugio è dedicato al Maggiore Angelo Bosi, caduto sul monte Piana il 17 luglio 1915 durante il primo attacco italiano contro le posizioni austriache sul monte. Sorge nel luogo dov’era situato il comando militare italiano. L’ultima ricostruzione è opera della famiglia De Francesch. Il Rifugio mantiene il suo valore storico e commemorativo custodendo all’interno un piccolo ma significativo museo e all’esterno le targhe delle unità combattenti italiane impegnate sul monte Piana. A fianco del Rifugio è stata costruita una cappella votiva, dedicata alla Madonna della Fiducia, in memoria dei soldati caduti di entrambi gli schieramenti.

La cappella votiva

Le opere in caverna

Postazione in caverna

Lungo il sentiero storico sono ancora visibili le gallerie scavate nella roccia che raggiungevano gli osservatori sulle linee nemiche. Esse erano utilizzate anche per raggiungere le batterie di artiglieria e bombarde o i nidi di mitragliatrici a controllo dei sentieri e delle strade di avvicinamento. Una particolare forma di galleria è quella scavata da entrambi i contendenti per raggiungere le posizioni avversarie e farvi brillare potenti mine distruttive.

Il punto terminale della galleria di mina italiana

Le trincee e i ricoveri per la truppa

Trincea italiana

Il percorso delle trincee e dei relativi camminamenti incrociava le baracche e i ricoveri sotto roccia. Che fossero semplici ripari per la truppa o dessero alloggio agli ufficiali e ai comandi, le baracche al fronte rappresentavano quanto di più somigliante a una casa. Per questo furono arredate con ogni cura e rese il più possibile confortevoli. La guerra di posizione esigeva di costruire ricoveri, allestire magazzini di vettovagliamento e armamento, organizzare ospedali da campo e posti di medicazione, senza dimenticare i piccoli cimiteri e le latrine.

Ricovero

La memoria

Cippo del Sentiero storico

Il Museo all’aperto è segnato da monumenti, simboli e memoriali. I più evidenti sono le grandi croci che sovrastano rispettivamente il settore italiano e quello austriaco. Vi sono poi numerosi cippi, da quelli che segnavano l’antico confine a quelli collocati sui luoghi dove caddero i protagonisti. Una piccola piramide ricorda la visita del poeta Giosuè Carducci. Una “campana dell’amicizia” è stata issata sulla prima linea. Vi sono poi le targhe apposte dai volontari che hanno curato il restauro dei luoghi. La segnaletica è stata allestita dall’ufficio Parchi naturali della Provincia autonoma di Bolzano.

La segnaletica

La mappa del Museo all’aperto

La mappa

(Ho visitato il Monte Piana il 14 agosto 2017)

Il Museo storico di Piana delle Orme. La battaglia di Cassino e lo sbarco di Anzio

La passione di un geniale collezionista, un impressionante numero di attrezzature agricole e di mezzi bellici, l’intuizione di voler parlare con il grande pubblico, l’accuratezza della ricostruzione storica di eventi non lontani nel tempo, la capacità evocativa degli allestimenti, sono i fattori che hanno decretato il successo dell’originale Museo di Piana delle Orme. Questo museo ‘periferico’ è situato nel territorio comunale di Borgo Fàiti ed è allestito nei padiglioni di un ex allevamento avicolo della piana pontina, in provincia di Latina. Il museo si presenta oggi come un parco storico all’interno dell’omonima azienda agrituristica. Le sue collezioni dedicate al Novecento ripercorrono cinquant’anni di storia italiana e raccontano le tradizioni e la cultura della civiltà contadina, le grandi opere di bonifica delle paludi pontine, le battaglie della seconda guerra mondiale.

La battaglia di Cassino

Il padiglione che racconta la battaglia di Cassino è fortemente evocativo e coinvolgente per la quantità e la qualità dei mezzi militari esposti, tutti originali e restaurati, e per la scenografiche ricostruzioni dei combattimenti della seconda guerra mondiale tra le truppe tedesche attestate in difesa sulla linea Gustav e le truppe alleate che risalivano la penisola.

L’avvicinamento a Cassino

La prima sezione descrive l’avvicinamento alleato al fronte di Cassino. Si osservano i mezzi militari alleati (autocarri, cannoni, camionette, gigantesche gru, mitragliatrici, impantanati nella melma del fiume Volturno in piena.

Postazione tedesca

Un lungo e stretto corridoio semibuio mostra le difese tedesche attrezzate nelle grotte, tra le rovine e nelle trincee protette, dove erano insediati i ‘diavoli verdi’ della divisione paracadutisti Goering.

Il bombardamento dell’Abbazia

Nel vasto salone successivo è ricostruito il bombardamento dell’abbazia di Montecassino. Sullo sfondo è la montagna con il monastero bombardato dagli aerei alleati. In primo piano sono i carri armati e le artiglierie che sparano verso il monte. Suoni e luci riproducono il crepitio dei colpi, i tonfi delle bombe e i bagliori delle esplosioni.

Soldati marocchini consumano il vitto

La scena successiva, al buio, riproduce l’accampamento dei soldati algerini, tunisini e marocchini del contingente francese. I soldati coloniali, divenuti tristemente famosi per gli stupri di massa, sono intenti a consumare il vitto, contornati da sagome di pecore, a ricordare la loro consuetudine di portare appresso animali vivi per poter consumare sempre carne fresca.

Ospedale da campo

Segue un ambiente con la ricostruzione di un ospedale da campo alleato, con personale medico, barelle, feriti e attrezzature sanitarie.

Stazione mobile ricetrasmittente

La sala adiacente è allestita con la stazione radio canadese, con le attrezzature di trasmissione del tempo e un furgone radiomobile.

La resa tedesca nell’abbazia distrutta

L’ultima sala racconta l’arrivo a Montecassino delle truppe polacche e la resa degli ultimi difensori tedeschi nello scenario delle rovine dell’abbazia ridotta in frantumi dal bombardamento alleato. La statua decapitata di San Benedetto, una campana, una croce spezzata, brandelli di affreschi e bassorilievi ricordano la storia artistica del monumento.

Inverno di guerra sull’Appennino

Lo sbarco di Anzio

Un altro padiglione di Piana delle Orme è interamente dedicato alla ricostruzione dello sbarco delle truppe alleate sulla costa di Anzio e alla battaglia per la conquista delle terre interne, quando la capacità di contrasto delle truppe tedesche, dopo l’iniziale sorpresa, aumentò progressivamente e bloccò la testa di ponte. Winston Churchill espresse tutta la delusione con una celebre frase pronunciata alla Camera dei Comuni: Avevo sperato di lanciare sulla spiaggia un gatto selvatico capace di strappare le budella ai crucchi, mentre invece ci troviamo sulla riva con una enorme balena arenata.

Lo sbarco dei mezzi anfibi

La prima delle sei sezioni del padiglione racconta lo sbarco dei mezzi militari e dei soldati alleati sulla spiaggia sabbiosa del litorale tirrenico.

Scena di battaglia a Campo di Carne

L’ambiente dedicato alla battaglia rappresenta la cruenta battaglia tra i soldati americani che cercarono di occupare il territorio compreso tra Anzio, Nettuno, Aprilia e Cisterna e i soldati tedeschi che si sforzarono di ributtarli a mare.

L’esodo dei civili

La terza sezione racconta le sofferenze della popolazione civile a causa della guerra. Una casa-podere semidistrutta ha nel vano interrato un rifugio buio e disadorno, ricavato da una grotta di tufo. Una famiglia carica su un carro le poche masserizie, costretta a fuggire dalla zona dei combattimenti.

Il Caccia americano recuperato in mare

Una sala contiene un aereo caccia americano costretto a un ammaraggio di fortuna e poi recuperato dalle acque del mare di Capoportiere. Restaurato ed esposto al pubblico è una delle attrazioni del museo.

Auto tedesca con ufficiali a bordo

Percorrendo un corridoio s’incontra l’ufficio comando americano con le sue dotazioni, tra cui un apparecchio radio ricetrasmittente e altri reperti bellici. In successione sono documentate con foto e pannelli la campagna per debellare la malaria, la storia dei grandi cannoni tedeschi, la liberazione di Roma e il cimitero militare americano.

Il dépliant del Museo

(Ho visitato il museo il 29 maggio 2017)

Pannello informativo

Visita la sezione del sito dedicata agli itinerari sulla Linea Gustav

 

Moldoviţa. La scena dell’assedio di Costantinopoli

Il monastero e la chiesa di Moldoviţa furono costruiti nel 1532 per iniziativa del principe moldavo Pietro Rareş, figlio di Stefano il Grande. Il sito si trova isolato tra i monti e le foreste della Bucovina, nella parte settentrionale della Moldavia. Come gli altri monasteri della regione, Moldoviţa si presenta come una fortezza quadrata, dotata di alte mura di difesa e torri di guardia. La chiesa del monastero sorge al centro del campo interno, mentre i locali del monastero sono addossati alle mura. Assieme alle architetture è soprattutto la decorazione pittorica interna ed esterna, realizzata nel 1537, a rendere celebre questo monastero.

Il fianco meridionale della chiesa con l’affresco dell’assedio

Un tema caro alla tradizione moldava è la raffigurazione dell’assedio di Costantinopoli, visibile sul fianco meridionale esterno. L’artista moldavo riesce a descrivere la scena della città assediata da terra e dal mare, con ampio dispiego di particolari.

Costantinopoli assediata

Dalle colline scende l’esercito turco con la sua cavalleria, la fanteria e la batteria di artiglierie di grosso calibro. Lo guida il sultano vestito di rosso su un cavallo giallo. Ai piedi della collina un cavaliere moldavo, uscito dalla città, combatte con il capo della cavalleria turca e riesce ad atterrarlo con un colpo di lancia. Sul mare la flotta turca è vittima di una violenta tempesta: le navi sono squassate dalla violenza delle onde e da una pioggia di fuoco che scende dal cielo.

L’artiglieria turca bombarda la città

Dalle mura della città cristiana le artiglierie e gli arcieri ribattono colpo su colpo gli assalitori turchi. All’interno della città assediata una lunga processione si snoda lungo le sue strade sotto le insegne del velo della Veronica e dell’icona della Vergine con il Bimbo. Per impetrare la protezione divina sulla città assediata sfilano nell’ordine i diaconi, il clero, l’imperatore, il corteo dei nobili, l’imperatrice con il suo seguito e tutto il popolo.

L’esercito turco

Per capire l’affresco occorre ricordare che il mondo cristiano subiva ancora lo shock causato dalla caduta di Costantinopoli e dell’impero romano d’oriente, avvenute nel 1453 per mano dell’esercito turco ottomano guidato da Maometto II. Questa terribile catastrofe fu percepita con particolare angoscia dai cristiani ortodossi moldavi a causa della loro vicinanza geografica alla capitale bizantina e al timore di una sottomissione distruttiva della loro libertà religiosa. Le chiese fortificate della Bucovina furono così una delle risposte elaborate dai principi moldavi e dalle autorità religiose per resistere a una possibile invasione turca. E l’affresco di Moldoviţa assume un complesso di significati – storici, religiosi, politici e sociali – che esprimono il desiderio moldavo di liberarsi dal giogo ottomano.

La cavalleria turca

L’affresco dell’assedio di Costantinopoli sublima questo duplice stato d’animo moldavo, di timore per una possibile schiavitù e di speranza per una rivincita cristiana. L’immagine affrescata è così un falso storico clamoroso, realizzato però in modo assolutamente consapevole. L’immagine legge la caduta di Costantinopoli del 1453 alla luce di una vicenda di tutt’altro segno avvenuta invece nel 626. Allora un’orda di Àvari, una popolazione turco-mongola, si era accampata dinanzi alle formidabili mura della capitale bizantina, sostenuta anche da una flotta sul mare. Il basileus Eraclio, imperatore del tempo, seppe però respingere quel grave pericolo e sbaragliò gli àvari, costringendoli alla ritirata.

Linea Gustav. Il monte Santa Maria di Villa Latina

La linea Gustav, nel tratto tra Montecassino e le Mainarde, si sviluppava nella zona montuosa compresa tra la Valle del Rio Secco (traversata oggi dalla strada a scorrimento veloce Cassino – Atina – Sora), il bacino del fiume Rapido e la Val Comino (traversata dalla strada della Vandra). Le operazioni belliche in questa zona si svolsero nel mese di gennaio del 1944, nel corso della prima battaglia di Cassino. La linea tedesca era difesa dalla quinta divisione di montagna del generale Ringel. L’attacco fu portato dal Corpo di spedizione francese del generale Juin, con l’obiettivo di sfondare la linea Gustav, raggiungere Atina e aggirare da nord le difese tedesche di Cassino. Le truppe coloniali francesi (la seconda divisione marocchina e la terza divisione algerina) avrebbero combattuto per superare una prima catena, comprendente da nord a sud i monti Costa San Pietro, Monna Casale, Monna Acquafondata e monte Raimo; avrebbero poi attraversato il corso superiore del fiume Rapido e attaccato i rilievi della linea Gustav propriamente detta e cioè monte Santa Croce, Monte Carella, Colle di Martino e monte Cifalco.

L’attacco francese alla linea Gustav nel gennaio del 1944

Nonostante gli iniziali successi dei francesi, la difesa tedesca si irrigidì progressivamente e bloccò l’avanzata. Le truppe francesi furono allora spostate sulla valle del Rio Secco per dare l’assalto ai colli Abate e Belvedere, in direzione di Terelle, a sostegno delle truppe americane impegnate sul fronte principale di Cassino.

L’escursione

L’escursione che proponiamo ha per obiettivo l’anfiteatro montuoso che cinge a sud Villa Latina e prosegue la cresta del Cifalco verso il monte Bianco e i monti di Valleluce e Valvori. Si tratta di una cresta – un ‘morrone’ – a mille metri di quota, compresa tra la sella (quota 839) che la separa dal monte Marrone e la forcella Vaccareccia (quota 894) che la separa dal monte Bianco. La cresta, sassosa e panoramica, alterna i cocuzzoli Santa Maria (o San Mario su alcune carte; 1074 m), la punta della Bandiera (1050 m), la cime del Re (1060 m) e il monte Aia Franchi (1074m). Molto popolare tra gli escursionisti di Villa Latina che la salgono con un percorso ad anello su un dislivello di 635 metri, può essere raggiunta anche dal versante meridionale, lungo la strada che sale da Valleluce.

L’area dell’escursione

I motivi d’interesse sono diversi. Il primo è certamente il panorama amplissimo su tutto il Lazio meridionale e i luoghi delle battaglie sulla linea Gustav. Ma di buon interesse sono anche i manufatti predisposti dai tedeschi (ripari sottoroccia, postazioni d’artiglieria) e le reliquie del mondo pastorale (stalle, stazzi, recinti, capanne di pietra a secco), senza dimenticare le opere di captazione delle sorgenti e gli acquedotti.

Il percorso

L’accesso da sud prevede che da Sant’Elia Fiumerapido si salga alla frazione di Valleluce e, a monte di questa, alla successiva frazione di Cese e Colle Chiavico. Poco prima di Cese, seguendo i segnali turistici dei “fortini tedeschi” e del “romitorio”, s’imbocca sulla sinistra una stretta stradina asfaltata che passa sotto la condotta forzata e s’inoltra nel Fosso La Valle con direzione nord.

Lasciata a sinistra la stradina che sale al bacino d’acqua che alimenta la centrale idroelettrica dell’Enel e alle fortificazioni sulla vetta del monte Cifalco, si prosegue sulla stradina che ora alterna tratti su fondo naturale a rampe in cemento. Le condizioni della strada peggiorano progressivamente e chiedono di valutare se proseguire in auto (disponendo di un fuoristrada) o fermarsi in prossimità delle masserie che s’incontrano nella salita. In auto o a piedi si raggiunge infine una bella zona di prati, a quota 800 m, frequentata da bestiame al pascolo. Più avanti la stradina s’incassa in un valico, affianca una tubatura dell’acquedotto e scende al di là in direzione dei valloni di Atina e Villa Latina. Lasciata la sterrata, si traversano gli ultimi prati sulla destra, e si sale in direzione sud-est su un esile sentierino lungo il filo di cresta. Una recinzione di filo spinato può aiutare a orientarsi nel primo ripido tratto sotto bosco.

La Punta della Bandiera

Più in alto il bosco si dirada, la pendenza scema e il sentiero, sempre sassoso, diventa più aperto e panoramico. Si tocca il punto più alto (monte Santa Maria) e si prosegue a saliscendi sulla cresta fino alla punta della Bandiera. In questo tratto e in quello successivo si osservano le opere belliche: sono postazioni circolari per i mortai pesanti e ripari scavati nella roccia per proteggere i soldati durante i cannoneggiamenti.

Postazione d’artiglieria

I manufatti si trovano immediatamente a ridosso dalla cresta, invisibili perciò agli eventuali attaccanti da sud e alle granate sparate dalle artiglierie avversarie. In realtà queste postazioni costituivano l’ultima linea di difesa tedesca e restarono inoperanti; i combattimenti si svolsero più in basso e si concentrarono sui colli di Terelle, al di là della valle del Rio Secco.

Ricovero scavato nella roccia

Il panorama

Guardando a nord il panorama si rivela ricco di dettagli su Villa Latina, che è proprio ai piedi del monte, su Atina e su tutti i paesi della valle di Comino, fino a Sora. Il solco della Valle Roveto divide i monti Ernici (con la piramide del Pizzo Deta in evidenza) dai monti del Parco nazionale d’Abruzzo: sfilano il Brecciaro, il Cornacchia, il vallone di Lacerno, i monti di Forca d’Acero; verso est, a destra della Val Canneto, si alza a destra la cresta con il Petroso, l’Altare, il Tartaro e la Meta e poi tutte le cime delle Mainarde.

Villa Latina e la Val Comino

Volgendosi a sud il panorama si apre sulla valle del Liri e su tutto il teatro montano delle battaglie di Cassino. In basso è la valle che abbiamo percorso in salita. Particolare attenzione merita la cresta del monte Cifalco: se ne apprezza il ruolo strategico che ha svolto durante la prima battaglia di Cassino, come osservatorio su tutto il campo di battaglia.

Il Monte Cifalco

Il mondo pastorale

Sulla via del ritorno converrà fare attenzione alle opere create dai pastori e dagli allevatori, in gran parte abbandonate e in rovina ma in qualche caso ancora utilizzate. Si comincia dai muretti dei terrazzamenti di cresta che proteggevano dal dilavamento le pozze, i pascoli e i campicelli d’altura; si prosegue con le capanne realizzate in pietra a secco che affiancano i recinti degli stazzi; scendendo a valle si osservano le masserie con la parte abitativa, affiancata alle stalle e ai pollai, ai pozzi e ai fontanili, ai pagliai e agli orti.

I resti di una capanna in pietra a secco

Le risorse idriche

Durante l’escursione si osservano alcune sorgenti, le opere di captazione dell’acquedotto degli Aurunci e la condotta forzata che alimenta la centrale idroelettrica dell’Olivella. Per quest’ultima l’acqua viene captata dalla Grotta Campanaro, lungo il fiume Melfa, in località Picinisco. Tale flusso, mediante una galleria di derivazione della lunghezza di circa 16 Km, confluisce sopra Valleluce nella vasca di carico di Colle Chiavico. Di qui, dalla quota di 747 m, dopo un salto naturale di oltre 600 m in condotta forzata e tramite tubi di acciaio del diametro decrescente da m 1.60 a 1.30, le acque acquistano la potenza necessaria per alimentare la centrale di Olivella.

L’area tra il Rapido e il Melfa

(L’escursione è stata effettuata il 26 maggio 2017)

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