Sulla Linea Gustav. Il cammino della memoria

Sulla Linea Gustav” è un percorso pedonale e cicloturistico nato dall’idea di alcuni bikers dell’Associazione Winter Line che nel 2013 hanno deciso di ripercorrere la linea difensiva costruita dai tedeschi per fermare l’avanzata degli Alleati. Nell’intento di rendere quel percorso un modo di conoscenza attiva del territorio, la società cooperativa Terracoste ha proposto il progetto alla regione Abruzzo e ha ottenuto i fondi europei destinati all’incentivazione e allo sviluppo dei servizi turistici (Par Fas Abruzzo 2007/20013). Il percorso della memoria si sviluppa in Abruzzo per 130 km, suddivisi in sette tappe, attraversando venti comuni, alla scoperta della parte orientale della Linea Gustav, dal mare Adriatico alla Maiella e alle Mainarde.

La guida e la carta del percorso

Le sette tappe sono le seguenti:

  1. da Torino di Sangro a Sant’Eusanio del Sangro (Comuni di Torino di Sangro, Fossacesia, Paglieta, Mozzagrogna, Lanciano, Sant’Eusanio del Sangro)
  2. da Sant’Eusanio del Sangro a Gessopalena (Comuni di Altino, Casoli, Roccascalegna, Gessopalena)
  3. da Gessopalena a Montenerodomo (Comuni di Torricella Peligna e Montenerodomo)
  4. da Montenerodomo a Gamberale (Comuni di Pizzoferrato e Gamberale)
  5. da Gamberale a Pietransieri (Comuni di Ateleta e Roccaraso)
  6. da Pietransieri ad Alfedena (Comuni di Rivisondoli, Castel di Sangro, Scontrone, Alfedena)
  7. da Alfedena al Pianoro Campitelli.

I ruderi della chiesa di Sant’Egidio a Gessopalena

Il pacchetto di servizio contiene:

  • la guida cartacea (disponibile gratuitamente negli uffici turistici della zona) con le informazioni utili per affrontare il percorso: mappe essenziali, altimetrie, testo in inglese attraverso QR code, 20 approfondimenti, uno per ogni paese;
  • la cartina del percorso in scala 1:55.000;
  • il Passaporto della memoria per apporre i timbri del passaggio;
  • il sito web sullalineagustav.it comprensivo delle tracce gps e dell’elenco delle strutture ricettive.

Ortona. Monumento di Tommaso Cascella dedicato alle vittime civili della battaglia

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Linea Gustav. Il Museo di Castel di Sangro

La guerra investe Castel di Sangro nell’ottobre del 1943. Si comincia con un treno carico di profughi e il trenino della Sangritana che sono mitragliati dagli aerei alleati. Si passa poi ai rastrellamenti tedeschi di uomini destinati ai lavori di scavo delle trincee. Sulla corona dei monti che circondano Castel di Sangro si apprestano le difese della Linea Gustav che i tedeschi costruiscono per bloccare la risalita dell’Italia da parte degli alleati. Il 31 ottobre i castellani sono totalmente evacuati. Una settimana dopo le mine tedesche abbattono quasi totalmente le abitazioni e creano quella fascia di “terra bruciata” che precede la linea del fronte. A fine novembre gli assalti dei canadesi liberano il castello dalla guarnigione tedesca che vi era insediata. Seguono i mesi invernali, con il fronte fermo, il freddo e la neve, le requisizioni, scaramucce e scontri di pattuglie, manovre diversive, bombardamenti aerei, scambi di colpi di artiglierie. La guerra si allontanerà solo nel maggio del 1944. Gli abitanti potranno così rientrare tra le case distrutte e i campi minati. E potrà iniziare la ricostruzione.

Il Museo di Castel di Sangro

Oggi un piccolo museo ricorda quegli avvenimenti. Il “War Museum”, inaugurato nel 2017, è una sezione del Museo Civico Aufidenate, che occupa i chiostri e le celle dell’ex Convento della Maddalena, appena fuori Castel di Sangro, accanto alla confluenza della Zittola nel fiume Sangro.

Mappe militari

L’esposizione è frutto delle ricerche degli storici locali, delle collezioni di famiglia e delle donazioni degli appassionati. I cimeli esposti sono stati raccolti in città e nei dintorni. Si osservano alcune divise militari, berretti ed elmetti, baionette, una mina antiuomo, borracce, un thermos porta rancio, una maschera antigas di fabbricazione tedesca, granate da mortaio, proietti di artiglieria, una mitragliatrice tedesca mg42. Sulle pareti sono le cartine delle postazioni militari e delle operazioni di guerra. Un pannello ricorda lo Spitfire abbattuto sul Quarto del Barone. Altre foto ricordano personaggi locali e i volti di quei soldati che stazionarono per mesi sul Sangro.

Cimeli bellici

Il Museo è un viaggio nel tempo, un racconto degli eventi bellici, pieno di curiosità e di oggetti evocativi. Ma è anche uno stimolo ad approfondirne i temi sulle pagine dei numerosi volumi di storia locale, dalle prime cronache dell’arciprete Francesco Catullo, alle rassegne di Terzio Di Carlo, Cosimo Savastano e Ugo Del Castello, alle ricerche di Giovanni Artese e Costantino Felice, fino alla più recente antologia di Alessandro Teti.

Castel di Sangro 1943-45

Il viaggio di San Nilo (1). Montecassino e il monastero di Valleluce

L’Italia meridionale accoglie e impara a conoscere i monaci d’Oriente in epoca bizantina. In fuga dai Balcani a causa dell’espansione araba le comunità di monaci ispirate alla regola di san Basilio varcano il mare e popolano gli eremitaggi della Puglia e della Calabria. Qui attirano anche discepoli del posto. Nicola, un giovane calabrese di Rossano, diventa monaco col nome di Nilo (910-1004). Vive prima nella comunità ispirata alla regola di San Basilio, poi si fa eremita, con dedizione totale a preghiera e studio. Legge i Padri della Chiesa, compone inni, trascrive testi con grafia rapida ed elegante. È maestro di nuovi monaci a Rossano, con un metodo selettivo. Devono essere studiosi, eccellenti anche in calligrafia e canto. Quando si accorge di essere ormai un’autorità locale, fugge in territorio longobardo, verso il principato di Capua. Per quindici anni Nilo educa a Valleluce monaci di rito orientale, mantenendo amabili rapporti con i monaci benedettini di Montecassino. Trascorre poi dieci anni a Gaeta dove vede finire il primo millennio. E da qui parte, novantenne, per fondare l’abbazia di Grottaferrata vicino Roma. Si spegne nel monastero greco di Sant’Agata.

La statua di San Nilo a Valleluce

 

Capua, Montecassino e Valleluce

Le culle del percorso Niliano

“La vita di San Nilo Abate”, scritta dal suo discepolo Bartolomeo, racconta così l’arrivo del Santo nella terra di Sn Benedetto e il suo insediamento nel monastero di Valleluce. “E giunto a Capua, per tacere di altri fatti anteriori, vi fu accolto con grandissimo onore dal principe Pandolfo e dai nobili della città; cosicché si pensava d’intronizzarlo su quella sede vescovile. Il che si sarebbe avverato, se non l’avesse impedito la morte del Principe. Allora quei signori chiamato a sé l’Abate di S. Benedetto di Monte Cassino (era questi Aligerno uomo santissimo) gl’imposero di dare al Beato un monastero, quale egli avesse preferito tra le proprietà del nostro santo Padre Benedetto. Ed in questa recandosi il santo Padre a visitare il predetto insigne monastero, venne ad incontrarlo tutta la comunità religiosa sino a pie’ del monte, vestiti tutti e sacerdoti e diaconi degli abiti sacri, come nei dì festivi, con ceri e incensieri; e con questa pompa condussero il Beato fin su al loro monastero. Né a quei monaci pareva meno di udire o di vedere in lui altra persona che o il grand’Antonio venuto di Alessandria, o il gran Benedetto, il divino loro legislatore e maestro, risorto quivi da morte. (…) Adunque dopo averli con la sua personale presenza, quasi uomo spedito da Dio, confortati e ricolmati di spirituale allegrezza, e viceversa dopo aver egli stesso ammirata la regolarità e la ben compartita loro disciplina, approvandone le costumanze a preferenza delle nostre, venne novamente accompagnato dall’Abate e dai principali fratelli al monastero, ove egli doveva abitare co’ suoi figli, detto Vallelucio, dedicato all’arcangelo San Michele. (…) Il beato Nilo dimorava da circa quindici anni nel monastero detto di Vallelucio, ove i fratelli si erano aumentati, e provvisti di ogni bisognevole in abbondanza, e il monastero divenuto più ampio per opera sua riscuoteva un certo qual nome, dovechè tale invero non era dapprima”.

Valleluce vista dal Monte Cifalco

 

La Valleluce di San Nilo

La chiesa di San Michele arcangelo

Valleluce è oggi una frazione del comune di Sant’Elia Fiume Rapido, che dista circa cinque km dal capoluogo e occupa una conca alle falde del Monte Cifalco. Qui l’abate Gisolfo di Montecassino fondò nel 797 una “cella” monastica, struttura che ha una notevole importanza nella storia del monachesimo benedettino. La “cella” era un piccolo monastero, abitato da un gruppo di monaci distaccati dal monastero principale. Aveva una cappella aperta al culto e un’azienda per la valorizzazione agricola delle terre circostanti, dove lavoravano i monaci con i contadini dei dintorni, nello spirito dell’”ora et labora”.

Il plastico del Monastero di San Nilo a Valleluce

Se ci rechiamo oggi a Valleluce alla ricerca di tracce materiali dell’antica cella di San Nilo, rimarremo delusi. L’attuale chiesa dedicata a San Michele arcangelo custodisce nelle sue viscere alcune labili tracce del monastero niliano, tra cui i resti delle absidi e un cunicolo interrato di collegamento tra il monastero e la chiesa. Altri resti archeologici del Pagus Vallis Luci, di mura megalitiche e di un acquedotto di età romana sono stati rintracciati negli scavi effettuati nei dintorni. Colpiscono in compenso le forme in cui gli abitanti del paese tengono ancora viva la memoria della permanenza del santo monaco. All’ingresso della frazione un vistoso cartello enumera i sette comuni “culle del percorso Niliano” gemellati con Sant’Elia. Nella piazza centrale di Valleluce, dedicata al Santo, a lato della chiesa è stato collocato un plastico che riproduce la struttura presunta dell’antico monastero. Lapidi, targhe e pannelli ricordano i diversi momenti in cui Valleluce ha partecipato alle celebrazioni del Millenario di San Nilo.

Targa memoriale

 

L’eremo di Bartolomeo

La segnaletica del percorso per la vetta del Cifalco

Una traccia della permanenza di Nilo e dei suoi monaci a Valleluce è oggi ancora visibile sulla cresta sommitale del monte Cifalco. Si tratta dei resti di un romitorio frequentato da Bartolomeo, il fedele discepolo di san Nilo. Il luogo selvaggio, la solitudine, l’ampio panorama e la vista di Valleluce e dell’abbazia di Montecassino accompagnavano le ore di preghiera e di meditazione sui testi sacri trascorse nell’eremo.

Il Romitorio di San Bartolomeo sul monte Cifalco

In seguito il luogo fu valorizzato con l’edificazione di una chiesetta intitolata a Santa Maria di Pescluso. Pesclus nel latino tardo medievale era l’antico nome del monte Cifalco. La radice “pesco”, comunissima nell’area appenninica centrale, indica uno spuntone di roccia e rende bene le caratteristiche del Cifalco e della sua arcigna parete di roccia sovrastante Valleluce.

Memoriale sul monte Cifalco

Oggi la salita al monte Cifalco si arricchisce di un altro motivo d’interesse: la visita alle opere di guerra della Linea Gustav, costruite dai tedeschi durante la seconda guerra mondiale in un punto strategico di controllo del fronte. Da Valleluce, seguendo le frequenti indicazioni per il romitorio e i fortini tedeschi, si segue una stretta strada asfaltata a monte del paese che aggira il Cifalco, sottopassa una condotta idrica e perviene al cancello che chiude l’accesso al bacino di raccolta Enel. Ancora sull’asfalto e poi su sterrato si prosegue in salita, si aggira il laghetto e si raggiunge a saliscendi la vetta del Cifalco. Ai piedi di un’alta croce di ferro, è subito possibile affacciarsi dal balcone panoramico. Poco più avanti, in prossimità del palo della bandiera, si visitano i resti dell’antico romitorio. Impressionante è la visita dell’osservatorio tedesco, una caverna scavata nella roccia con un “occhio” aperto sull’intera valle del Rapido e del Liri. Tornando indietro di pochi passi, un ripido sentierino su pietraia entra nel bosco e raggiunge i resti restaurati di alcuni fortini trincerati tedeschi.

Un fortino tedesco della Linea Gustav sulla cresta del monte Cifalco

(Ho effettuato la ricognizione dei luoghi il 26 giugno 2018)

Dai Prati di Croda Rossa al Passo di Monte Croce Comelico. Memorie di guerra

L’escursione è in discesa e quindi facile e molto popolare. Si parte dai Prati di Croda Rossa, a 1925 metri di quota, dove si giunge con la funivia di Croda Rossa che sale da Moso di Sesto. Si scende su una larga e tranquilla sterrata nel bosco fino al Passo di Monte Croce Comelico, a quota 1636, dove i frequenti bus del servizio pubblico riportano al luogo di partenza. Il sentiero è indicato con il numero 18 e coincide qui con un tratto del Sentiero Italia.

La Croda Rossa vista dal sentiero 18

I trecento metri di dislivello e le 2,30-3 ore di camminata rilassata ne fanno un’escursione adatta anche alle famiglie con bambini. Non vi sono però punti di ristoro intermedi. Il percorso si snoda lungo la foresta di larici e abeti, lasciando alle spalle la Croda Rossa e le Dolomiti di Sesto, con il crinale carnico di fronte. Un buon punto di sosta a metà strada è la vasta radura pascoliva dove è la malga Schellab (1819 m).

La radura della Malga Schellab

La piacevolezza del paesaggio naturale nasconde però le tracce del fronte della prima guerra mondiale e le fortificazioni del Vallo alpino, risalenti alla seconda guerra mondiale e dismesse alla fine della guerra fredda. Il Passo di Monte Croce Comelico che oggi segna il confine tra il Veneto e l’Alto Adige, costituiva nel 1915 la linea del fronte tra l’Italia e l’Impero austro-ungarico. I monti dintorno erano fortificati con trincee, casermette e posti di osservazione. Vi furono numerose azioni e scaramucce per la conquista di obiettivi significativi. I paesi furono bombardati e le popolazioni allontanate. Non vi furono tuttavia le grandi battaglie tipiche di altri settori del fronte. Chi vuol farsi un’idea della vita dei soldati al tempo della Grande Guerra può visitare la Mostra “Indimenticata” di Sesto e il Museo all’aperto dell’Alpe Anderter, raggiungibile con un sentiero dai Prati di Croda Rossa, a cura dell’associazione Bellum Aquilarum.

La croce sul Passo dedicata ai caduti della guerra 1915-18

All’inizio della seconda guerra mondiale il passo di Monte Croce era in territorio italiano, ma fu considerato comunque importante sul piano difensivo nell’ipotesi di una possibile invasione da parte delle truppe tedesche. Vi furono così costruiti un buon numero di bunker e di altre fortificazioni, inseriti nel più vasto sistema del Vallo Alpino.

La mappa dello sbarramento sul passo di Monte Croce

Le vicende della guerra lasciarono inutilizzato il sistema difensivo. Con il nuovo assetto geo-politico del dopoguerra le opere difensive costruite inizialmente per difendere il Paese da un’invasione tedesca, vennero riutilizzate dall’esercito italiano durante gli anni della Guerra Fredda, quindi in un contesto più ampio, sotto la guida della Nato; lo sbarramento acquisiva così il ruolo di cardine difensivo nel caso di una possibile invasione delle truppe dei paesi del Patto di Varsavia. Fortunatamente anche in questo caso le difese restarono inattive e, anzi, vista l’evoluzione dell’est europeo dopo la caduta del muro di Berlino, nel 1992 questo sbarramento venne definitivamente dismesso.

Il fossato anticarro

Oggi le opere belliche sono abbandonate, non segnalate e spesso vandalizzate. In attesa di un possibile riutilizzo come museo all’aperto per fini turistici, l’escursionista curioso può però costruirsi un personale itinerario di scoperta, utilizzando le fonti esistenti. Facilmente visibile già scendendo sul sentiero 18 è il fossato anticarro che taglia quasi perpendicolarmente la strada statale, poco a valle sul versante di Sesto, da sud-ovest a nord-est. Il fossato sbarrava il fondovalle con uno sviluppo di circa 350 metri ed era sotto il tiro dei fortini vicini.

Il bunker opera 5

Relativamente facile da raggiungere è il bunker indicato come opera 5. Salendo per pochi metri il sentiero 131 che dal Passo conduce alla malga di Nemes si devia a sinistra, passando accanto alla chiesetta di San Michele. La stradina nel bosco raggiunge una sbarra; prima di questa, seguendo sulla destra le tracce nel bosco, si scova il fortino.

Una bocca di fuoco del bunker

L’opera di grandi dimensioni è stata costruita in calcestruzzo e risulta ben conservata o almeno ben riconoscibile. Colpisce il rivestimento che serviva a mimetizzarne la presenza all’osservatore ostile. Sono visibili le coperture che si aprivano liberando le bocche di fuoco per il tiro delle mitragliatrici. Aggirando il fortino se ne scoprono le porte di accesso e le bocche di aereazione. Le altre strutture di difesa si trovano nei dintorni, sui due versanti che guardano alla strada statale 52.

La cappella di San Michele

(Ho effettuato l’escursione il 16 agosto 2018)

Il libro di Lorenzo Grassi sulla Linea Gustav

Presentazioni del libro di Lorenzo Grassi
Linea Gustav – Passi nella memoria
Lunedì 6 agosto 2018, alle 17, al Museo Civico Aufidenate (Convento La Maddalena) a Castel di Sangro (AQ). Introduzione di Alessandro Teti.
Sabato 11 agosto 2018, alle 18, nella Sala multimediale del Castello di Palena (CH). Introduzione di Adele Garzarella.
[ È prevista anche un’escursione al mattino alle trincee del Monte Porrara, a pagamento con prenotazione al 349.7704742 ]
Martedì 21 agosto 2018, alle 16.30, nella sede del Parco Nazionale della Majella (Via Badia, 28) a Sulmona (AQ). Saluto del Direttore del Parco Nazionale della Majella, architetto Oremo Di Nino. Introduzione di Fabio Valerio Maiorano.
Giovedì 23 agosto 2018, alle 17.30, al Grande Albergo Roccaraso (Viale Roma, 21) a Roccaraso (AQ). Introduzione di Ugo Del Castello.

Il libro di Lorenzo Grassi

Un campo fortificato romano sul Limes germanico

Scoprire una traccia dell’Impero Romano in Germania può essere sorprendente solo per chi ha dimenticato i libri di storia antica. Ma resta tuttavia una curiosa esperienza archeologica. Come nel caso del Castra Vetoniana, la fortezza che i romani costruirono in Baviera, nella valle del fiume Altmühl, sopra il paese di Pfünz, a guardia del Limes. Il campo fortificato fu costruito in legno all’epoca dell’imperatore Domiziano (87 – 96 dopo Cristo) e fu in seguito ampliato e rinforzato in pietra. Intorno alla metà del terzo secolo il forte fu distrutto durante un’incursione delle genti alemanne.

Il Limes in Germania è l’antico confine tracciato dai romani all’epoca degli imperatori Domiziano, Antonino Pio e Caracalla per difendersi dalle tribù germaniche. È una combinazione di barriere naturali (fiumi e montagne), di opere di difesa (torri di avvistamento, fossati, palizzate e terrapieni) e di resti murari (scavi, tratti di mura, edifici termali), collegati da strade e campi militari un tempo presidiati dai legionari romani.

Il Limes romano in Germania

Il Limes si estende per 548 km fra il Reno e il Danubio, dai Castra Bonnensia (oggi Bonn) ai Castra Regia (l’odierna Ratisbona), ovvero dalla regione della Renania-Palatinato, attraverso l’Assia e il Baden-Württemberg, fino alla Baviera. La valorizzazione del Limes tedesco in chiave turistica ed economica si è sviluppata in più tappe. Le località di maggior interesse lungo il Limes si sono associate costituendo la Strada del Limes (Limes-Strasse), un itinerario turistico vario e interessante. Sono state realizzate prospezioni e indagini archeologiche. In diversi casi le fortificazioni sono state ricostruite. Numerose città tedesche hanno voluto creare musei dedicati. Sono stati anche tracciati percorsi escursionistici a piedi o in bici. L’Unesco ha infine deciso nel 2005 di inserire il Limes nel “Patrimonio dell’umanità”.

il plastico dei Castra Vetoniana al Museo di Eichstätt

Nel Museo storico della città di Eichstätt, ospitato nel castello di Willibaldsburg, si trova un plastico che ricostruisce la struttura del campo fortificato dei Castra Vetoniana. Esso ha la forma di un rettangolo, chiuso da mura fortificate e torri angolari (14). Le quattro le porte del complesso (10-11-12-13) sono fiancheggiate da due torri. Una torre isolata ha funzione di segnalazione (9). Intorno alle mura girano le trincee con fossato e terrapieno (15). La sede del comando (1) era costruita vicino alla residenza del comandante del campo (2). Vi erano poi le scuderie dei cavalli (4) e gli alloggi destinati ai cavalieri (5) e ai fanti (8). I servizi di campo comprendevano gli horrea per il grano (7), la cisterna dell’acqua (3), i laboratori artigianali (3), l’ospedale (6), il fienile (18), le latrine (19) e il villaggio esterno al campo (16).

Ricostruzione del Castra Vetoniana

(La visita è stata effettuata il 4 maggio 2018)

Rovereto. La Strada degli Artiglieri

Il 15 maggio 1916 l’esercito austro-ungarico scatenò un’offensiva – nota come Strafexpedition – contro le posizioni italiane nel Trentino e sugli Altopiani vicentini. Nella zona di Rovereto e della Vallagarina l’ottavo corpo d’armata austriaco riuscì a sfondare le posizioni italiane di prima linea e a conquistare la Zugna Torta, il Pozzacchio e il Col Santo. La linea di resistenza italiana si irrigidì progressivamente e si attestò sul Coni Zugna, sul Pasubio e sul Passo Buole (definite poi le Termopili d’Italia).

L’inizio della Strada degli Artiglieri a Castel Dante

Oggi chi percorre la sezione del “Sentiero della Pace” che sale da Rovereto al monte Zugna può osservare i luoghi della battaglia del maggio-giugno 1916, grazie anche ai lavori di restauro ambientale e alla collocazione di numerosi pannelli descrittivi e informativi sugli avvenimenti. Del Sentiero della Pace la passeggiata che qui proponiamo segue un tratto, la Strada degli Artiglieri, con partenza dal Sacrario di Castel Dante e arrivo alla grotta di Damiano Chiesa a Costa Violina. Il percorso è assolutamente facile, interamente su strada asfaltata con pochissimo traffico; si tratta di quattro km, con 250 metri di dislivello, comodamente percorribili a piedi in tre ore, tra andata e ritorno (o con pochi minuti d’auto).

La trincea di Castel Dante

Il punto di partenza è il piazzale-parcheggio di Castel Dante. All’ingresso del Sacrario si conserva un tratto della trincea costruita nel dicembre 1915 dai reparti della Brigata Mantova con la targa che ricorda i combattimenti che si svolsero nella zona: “Nei giorni 15 e 16 maggio 1916 il primo battaglione del 207° – Brigata Taro – sostituiti su queste posizioni i reparti della Mantova, resisteva disperatamente all’irruenta offensiva nemica sacrificando i suoi giovani fanti e tutti i mitraglieri caduti sulle armi”.

O la va o la spacca

Introdotta dai pannelli informativi, la prima parte del percorso è pianeggiante e si allontana in direzione sud dalle ultime case di Rovereto e Lizzana. Sfilano la cappellina dedicata a Sant’Anna, il macigno con la scritta “o la va o la spacca” del reparto dei Lavoratori di artiglieria e i panorami su Mori e il monte Altissimo.

La cappella di Santa Barbara

La strada comincia a salire con alcuni tornanti le pendici dello Zugna. Superato il maso Zappi, si tocca sulla sinistra la cappella rupestre, scavata nella parete di roccia, dedicata a Santa Barbara, la patrona degli artiglieri.

Le lapidi degli artiglieri

In un ambiente ora decisamente più alpino e aspro, inizia il percorso monumentale dedicato agli Artiglieri d’Italia. Una successione di lapidi affisse sulle pareti rocciose ricorda i nomi di 228 artiglieri caduti durante uno dei conflitti che hanno insanguinato i due ultimi secoli, dalle guerre risorgimentali fino alla seconda guerra mondiale, ai quali è stata conferita la Medaglia d’Oro al Valor Militare. Accanto ai nomi, alcuni notissimi, le lapidi ricordano il grado, la data e il luogo della morte.

L’altare ungherese

Lungo la strada s’incontra un altare in cemento con le scritte in lingua ungherese. Fu realizzato dopo il maggio 1916 da un reparto degli Honved magiari in memoria dei propri caduti. Un nuovo allestimento in legno fa memoria della cappella originaria nella quale l’altare era inserito.

Il piazzale terminale

Al termine della Strada degli Artiglieri si giunge a un piazzale ai margini di un bosco. L’edificio che vi sorge è la Baita Damiano Chiesa del gruppo di Lizzanella dell’Associazione Nazionale Alpini.

Il recinto della zona sacra

Siamo in località Costa Violina. Ha inizio qui la “zona sacra”, dichiarata tale con legge dello Stato, per fare memoria e preservare questo luogo che fu teatro di durissimi scontri nella fase iniziale dell’offensiva austriaca del 1916.

Il cippo in memoria di Damiano Chiesa

Le indicazioni permettono di seguire con facilità un sentiero che porta a una caverna dedicata a Damiano Chiesa. Proprio qui l’irredentista trentino fu fatto prigioniero il 17 maggio 1916 per poi essere giustiziato due giorni dopo al Castello del Buon Consiglio. All’interno è visibile un cannone in ghisa da 149 mm puntato verso il fronte settentrionale.

L’interno della grotta di Costa Violina

Testimone oculare dei combattimenti fu Don Annibale Carletti, cappellano militare del 207° fanteria, decorato con medaglia d’oro per gli atti compiuti in quei giorni. Questa è una pagina del suo diario: “Il giorno 16 a Costa Violina, ove i superstiti del reggimento si preparavano ancora a resistere per dare tempo che arrivassero rinforzi e cannoni, mentre infuriava il bombardamento nemico, percorsi più volte la zona del fuoco, portando in salvo più di 50 feriti. Lassù dentro una caverna dove sparava l’unico nostro cannone da 149, i feriti bruciavano di sete. Strisciando più volte andai a riempire le borracce d’acqua a una sorgente che era battuta da una mitragliatrice austriaca. La notte, seppelliti i morti, credevamo di riposare un poco; invece ci fu dato l’ordine di andare all’assalto con la baionetta. Seguii e animai i soldati in quella orrenda lotta corpo a corpo, finchè rimasti non più di 15 soldati, ci salvammo miracolosamente. Nell’azione di quei giorni 15, 16 e 17 maggio, s’ebbero da parte nostra circa 400 morti, 1350 feriti e 900 tra prigionieri e dispersi”.

Il cannone da 149

(Percorso effettuato il 20 settembre 2017)