Il fronte di Sesto in Pusteria nella Grande Guerra

Sesto di Pusteria, paese di lingua e cultura tedesca appartenente all’Impero, all’inizio della Grande Guerra si trovò sulla linea del fronte. Subì l’evacuazione forzata, conobbe il fenomeno dei profughi, fu semidistrutto dai bombardamenti delle artiglierie italiane e poi, insieme agli altri paesi del Sud Tirolo, fu annesso all’Italia. Il fronte dei combattimenti correva sulle vette che delimitano la val Pusteria, dal passo di Monte Croce Comelico alla Val Fiscalina e all’altopiano delle Tre Cime di Lavaredo.

Fortificazioni sull’Anderter Alpe

La Croda Rossa di Sesto, con le testimonianze lasciate dai soldati, è un prezioso patrimonio storico delle vicende belliche di alta montagna, ma anche della storia delle truppe di montagna, i Kaiserjaeger, gli Alpini e l’Alpenkorps, che qui si fronteggiarono.

Il Museo all’aperto dell’Alpe Anderter

La partenza del sentiero per l’Anderter Alpe

Oggi un Museo all’aperto mostra le opere di guerra costruite dai genieri austro-ungarici nella zona della Croda Rossa. L’Anderter Alpe è il settore del museo all’aperto più facile da raggiungere. L’altro settore, quello della Cima Undici, è riservato a escursionisti esperti. Il punto di partenza è il Rifugio Croda Rossa che si raggiunge in breve dalla stazione d’arrivo della Funivia Croda Rossa, situata a Moso, nei pressi di Sesto.

La segnaletica sui prati di Croda Rossa

Iniziando dal Rifugio il sentiero è segnalato da pannelli informativi che introducono ai diversi ambienti di visita. Si osservano tratti di trincea, resti di baracche, camminamenti, postazioni di mitragliatrici, la base di partenza della teleferica per Cima Undici. Il dislivello è di circa quattrocento metri. Il tempo di ascesa è di circa un’ora. Tra andata e ritorno e un’occhiata ai resti conviene mettere in contro tre/quattro ore di tempo.

Residuati bellici

La Mostra “Indimenticata” di Sesto

Stufa da trincea

A Sesto, in Via della Croce 9, nei locali della vecchia scuola elementare, è stata allestita la Mostra “Indimenticata – La Grande Guerra nelle Dolomiti di Sesto 1915-1918”. La mostra cerca di spiegare al visitatore, con l’ausilio di fotografie, cartine, pannelli e residuati bellici, il significato della malga Anderter Alpe (campo base per i soldati austro-ungarici), le postazioni della Croda Rossa e Cima Undici, le sfide logistiche, la costruzione di baracche e trincee, i duri mesi invernali sul terreno innevato e soggetto a valanghe, la vita quotidiana di un soldato sul fronte; la popolazione di Sesto e i combattimenti che si sono svolti al passo della Sentinella, sulla Croda Rossa, oppure sulla cima Undici.

Il Forte Mitterberg

Il Forte Mitterberg : Monte di Mezzo

Il Forte Mitterberg sorge a 1550 metri sopra le case di Sesto. Nonostante abbia subito diversi bombardamenti nel periodo della Grande Guerra e non sia mai stato oggetto di opere di recupero o restauro, è una delle opere fortificate austro-ungariche meglio conservate delle Dolomiti. Costruito tra il 1884 ed il 1889, il suo obiettivo era ostacolare un’eventuale invasione italiana proveniente dal vicino Veneto. È una grande opera di tre piani con una blindatura in granito. Quando terminarono i lavori, il Forte Mitterberg era considerato un vero e proprio esempio di modernità militare. Venne armato con tre cannoni disposti all’interno di una cannoniera e con tre mortai su cupole corazzate. Ciononostante, all’inizio della guerra, fu considerato obsoleto e facile bersaglio per le bocche da fuoco italiane e si decise quindi di abbandonarlo, trasferendo l’armamentario all’esterno e utilizzandolo solo come base di appoggio per la fanteria.

L’associazione Bellum Aquilarum

La guida storico escursionistica

L’associazione Bellum Aquilarum di Sesto vuole recuperare e valorizzare le testimonianze storiche della “guerra delle aquile” per conservarle e trasmetterle alle generazioni future, ai giovani della Pusteria, ma anche ai giovani dei paesi dell’ex-impero austro-ungarico che qui combatterono. Ha creato e gestisce il museo all’aperto e la mostra documentaria di Sesto. Organizza visite guidate ai luoghi di guerra della Croda Rossa e al forte di guerra Mitterberg. Si qualifica come organizzazione senza scopo di lucro, a finalità sociale, riconosciuta dalla Provincia Autonoma di Bolzano.

(Ho visitato i luoghi della Grande Guerra di Sesto nell’agosto 2017)

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Grande Guerra. I forti del monte Brione sul lago di Garda

Definire “monte” un’altura di 376 metri è un pizzico esagerato. Ma certo il Brione si fa notare per le strapiombanti pareti rocciose del suo versante orientale che in qualche modo gli conferiscono l’aspra fisionomia tipica della montagna. Spicca isolato nella piana alluvionale del fiume Sarca, sulla riva settentrionale del grande Lago di Garda, e separa i due centri abitati di Riva del Garda e Torbole. Più che un vero “monte”, dunque, è un rilievo di natura calcarea-marnosa delle dimensioni di una collina; per la sua forma è stato paragonato a un enorme spicchio d’arancia poggiato su di un piano.

Riva del Garda e il monte Brione

Il monte Brione è percorso da un tratto del Sentiero della Pace, il lungo tracciato che segue i luoghi e le memorie della Grande Guerra sul fronte del Trentino, dallo Stelvio alla Marmolada, per centinaia di chilometri. Lo Stato Maggiore dell’Impero Austro-ungarico sfruttò la posizione strategica del Monte Brione costruendo diverse fortificazioni che, in occasione del centenario della Grande Guerra, sono state recuperate e valorizzate. Le posizioni italiane si trovavano di fronte, sulla cresta del dominante monte Baldo.

Iscrizione militare

Saliamo sulla cima del monte Brione percorrendone il magnifico sentiero di cresta. L’interesse è continuamente stimolato dalle fortificazioni asburgiche, dalle bellezze botaniche della riserva naturale e dai celebri panorami su lago di Garda. Molto consigliabile è partire direttamente dal centro di Riva camminando lungo la bellissima passeggiata pedonale in riva al lago. In venti minuti si giunge al porto di San Nicolò.

Il Forte di San Nicolò

Il Forte di San Nicolò

Sul porto vigila il Forte San Nicolò, di cui oggi resta il corpo centrale di forma rettangolare. Dagli austriaci era chiamato Strandbatterie, batteria da spiaggia, a testimonianza della funzione antisbarco. Era un forte di prima generazione: casamatta non armata di pietra a vista lavorata a scalpello e calce, dotata di quattro cannoni. La guarnigione era ospitata nella soprastante Villa Favancourt, che fungeva da caserma. All’inizio della guerra era considerato già superato e fu utilizzato come magazzino.

Il Forte Garda

Le cupole del Forte Garda

Il sentiero, gradinato, s’inerpica sulle rocce dietro al forte e tocca alcune postazioni. Lasciata la strada a sinistra, continua a salire con bei panorami sul lago. In breve raggiunge il forte Garda e lo contorna con un anello. Si può così osservare sia il lato rivolto al lago (ed esposto alle artiglierie italiane), sia il fronte interno. Se ne apprezza la sua conformazione mimetica, aderente al terreno e modellata sul tratto di cresta. Curioso il particolare delle finte cupolette per ingannare l’osservazione avversaria. Intorno al forte sono le cannoniere corazzate e le postazioni per i mortai e le mitragliatrici. Dal fossato posteriore parte una lunga galleria scavata nella parete del monte con i punti. Grazie a lavori di ripristino l’interno del forte può ospitare eventi ed è visitabile secondo un calendario programmato.

La riserva naturale

Cannoniera corazzata

L’ascesa di cresta continua sempre panoramica e traversa la Riserva naturale. Le particolari condizioni climatiche fanno sì che sul Brione possano vivere piante mediterranee come il leccio, la ginestra, l’albero di Giuda e l’alloro. Sugli ampi terrazzamenti digradanti a valle è coltivato l’olivo. Dall’alto è ben visibile l’ultimo tratto del fiume Sarca la cui foce, fino alla rettifica attuata nel 1919, si componeva di rami secondari che scorrevano nelle campagne di Torbole e venivano utilizzati per irrigare gli orti e come porto sicuro.

Il Forte di Mezzo

Il Forte di Mezzo

Continuando l’ascesa del crinale del monte Brione, superate alcune opere belliche secondarie e ormai in vista delle antenne sommitali, si raggiunge la Mittelbatterie, il Forte di Mezzo. Opera di terza generazione, è il classico forte di montagna costruito su roccia, con pietre squadrate e graniti e con la copertura in calcestruzzo. Sul fronte si aprono i varchi dei quattro cannoni di cui il forte era dotato, mentre sul retro sono gli accessi della guarnigione che poteva arrivare a cento uomini.

La croce di vetta

Superato il forte conviene salire ancora per un breve tratto, raggiungendo la grande croce eretta nel 2003 dagli Alpini in memoria dei caduti. Il percorso può anche proseguire fino a raggiungere il Forte di Sant’Alessandro, all’estremità nord del monte. La discesa per tornare a Riva, in alternativa al sentiero di salita, un po’ faticoso, può utilizzare la strada sterrata e la via asfaltata chiusa al traffico che scendono a poca distanza dalla cresta. Il dislivello è di circa trecento metri e il tempo complessivo dell’escursione, calcolando anche i tempi di visita e le soste panoramiche, è di circa tre ore.

(Ho effettuato l’escursione il 21 settembre 2017)

Schiavi d’Abruzzo. Passeggiate nella storia

Dall’alto del suo colle, a 1172 metri di quota, Schiavi d’Abruzzo fa da cerniera tra l’Abruzzo e il Molise. Ce ne accorgiamo in paese, percorrendo la Rotonda dedicata a Salvo D’Acquisto che è il miglior punto di osservazione su un panorama sterminato. Il mare Adriatico si staglia invitante allo sbocco della valle del Trigno. A sud l’ondulata linea dei colli molisani è solcata da un fascio di storici tratturi e vie armentizie. A nord i monti di Capracotta e i Frentani anticipano le grandi montagne dell’Abruzzo. Questo panorama solenne fu apprezzato dalle popolazioni italiche che insediarono qui i santuari dei Sanniti Pentri. Poi ci furono le migrazioni dei popoli dall’altra sponda dell’Adriatico, quei croati e albanesi in fuga dai turchi invasori, chiamati Schiavoni, origine del nome del paese. Per secoli ci fu il movimento pendolare degli armenti transumanti lungo il regio tratturo Celano-Foggia e il fascio di tratturelli suoi tributari.

Il monumento all’Alpino

Più traumatico il passaggio della seconda guerra mondiale con la lenta transizione tra le truppe canadesi e quelle tedesche, e di cui resta testimonianza la trincea-osservatorio della Rotonda. E poi il dopoguerra, con lo stillicidio migratorio dei paesani verso Roma, dove formeranno il nerbo dei garagisti e dei tassisti, o verso le grandi destinazioni all’estero. Per apprezzare e amare Schiavi, dopo la passeggiata in paese, è consigliabile percorrerne le strade e i sentieri nei dintorni. Eccovi allora qualche idea.

I tempietti italici

La base del tempio maggiore

La fama di Schiavi è soprattutto legata all’area archeologica dei templi italici. La visita di questi tempietti è appagante sia perché se ne può così ammirare la caratteristica architettura sia perché se ne può apprezzare la loro particolare posizione panoramica, a dominio del tratturo e della valle del Trigno, di fronte al grande santuario federale di Pietrabbondante. I tempietti si trovano lungo la strada provinciale che da Schiavi scende alla fondovalle Trigno, a quattro km dal paese, su una terrazza accessibile da due ingressi.

Il secondo tempio

Il Tempio Maggiore (del secondo secolo avanti Cristo) e il Tempio Minore (degli inizi del primo secolo), sorgono affiancati e paralleli su un terrazzamento, contenuto da un lungo muro in opera poligonale e quadrata. Recenti esplorazioni hanno riportato alla luce un altare monumentale, di fronte al Tempio Minore, una necropoli utilizzata fino alla piena età romana, e un altro edificio sacro, abbandonato poco dopo la Guerra Sociale (91-89 a.C). Oggi è visibile anche la torre medievale a due livelli, eretta dietro al muro in opera poligonale del santuario: a questa struttura si deve il toponimo della zona, Colle della Torre. La visita ai templi può essere completata dalla visita al Museo archeologico allestito in paese.

Sui tratturi dei pastori

Il percorso del tratturo Castel del Giudice – Spondrasino

Il colle di Schiavi si pone a cavallo tra due antichi tratturi che collegavano la valle del Sangro alle valli del Trigno e del Biferno. A sud era il tratturello Castel del Giudice – Spondrasino che attraversava Capracotta, Agnone e Poggio Sannita, scendeva lungo il fiume Verrino fino ad attraversare il Trigno in località Terra Vecchia di Bagnoli. Il percorso del tratturo, ancora praticabile, è ben visibile per un lungo tratto affacciandosi al Belvedere della Rotonda di Schiavi. A nord il tratturo Ateleta – Biferno aveva uno sviluppo orizzontale e traversava l’agro di Castiglione e Torrebruna prima di scendere sul Trigno all’altezza di Montemitro. Una passeggiata non lunga può scavalcare il Monte Castel Fraiano (segnato dalla presenza delle gigantesche pale di una centrale eolica) e collegare la Madonna del Monte al lago della Croce. Intorno al lago il tratturo è ancora ben marcato e riconoscibile. E il santuario della Madonna del Monte alla Lupara è legato al mondo della transumanza e al culto della Madonna dei tratturi.

La passeggiata panoramica sul monte Pizzuto

Il monte Pizzuto visto da Schiavi

Il Colle Pizzuto, con la sua panoramica cima a 1290 metri di quota, è la meta di una bella passeggiata panoramica. Si può iniziare direttamente da Schiavi ma è più semplice lasciare l’auto al bivio sulla strada per Torrebruna, dove sono alcune case e spazio per il parcheggio. Una stretta strada prima asfaltata e poi lastricata sale a svolte nel bosco e raggiunge la cima dov’è una grande croce. Ampio panorama, in particolare sui vicini monti Frentani.

Il passaggio di Uys Krige

I monti di Capracotta e i paesi di Agnone e Belmonte visti da Schiavi

Uys Krige è un ufficiale sudafricano che fuggì dal campo di prigionia di Fonte d’Amore a Sulmona dopo l’8 settembre del 1943. Appassionato di poesia e scrittura, conosceva un po’ d’italiano e racconterà la sua rocambolesca fuga e il percorso a piedi verso la libertà in un libro famoso, “The way out”, tradotto in italiano come “Libertà sulla Maiella”. Alcune sue pagine sono dedicate al passaggio nella zona di Schiavi. Lungo il tratturo Krige attraversa le zone di Capracotta e Agnone giunge a Belmonte, dove è ospitato da un contadino. “Andate presto a dormire”, disse il vecchio, “domattina presto vi chiamerò e partirete. Sulla sinistra troverete un paese, Schiavi, in cima ad una collina. Dovete evitarlo, scendendo nel burrone sotto di esso. Poi uscirete dal burrone, attraverserete il villaggio di Taverna, che riconoscerete dalla chiesa rotonda e raggiungerete le case di Cupello. Qui vi dovete fermare, perché sarete vicini al Trigno. La gente di Cupello vi dirà dove sono le mitragliatrici”. I fuggitivi si dirigono verso Schiavi, attraversano il Sente, e raggiungono la contrada di Cupello. Qui conoscono Pasquale Tucci, una guida che accetta di accompagnare loro e un altro folto gruppo di italiani al di là delle linee. La marcia di Uys e dei suoi compagni termina ai primi di novembre. Traversato il Trigno ai piedi della collina di Cupello, il gruppo risale il pendio che porta a Salcito. Il giorno precedente i tedeschi hanno abbandonato le loro postazioni sul fiume e la prima pattuglia canadese è già in paese.

Il colle di Schiavi d’Abruzzo

(Ho visitato Schiavi d’Abruzzo il 28 luglio 2017)

Francia. Il sentiero-balcone tra Loubressac e Autoire nel Lot

Questa bella escursione sui colli tra Loubressac e Autoire ci aiuta a scoprire tutti i valori caratteristici del Lot, il dipartimento francese nella regione del Midi-Pyrénées. Il percorso scopre in successione due borghi di charme, premiati dal marchio “les plus beaux villages de France”; un paesaggio di boschi e pascoli che ospita razze bovine e ovine di pregio; una falesia percorsa da un’ardita cengia che ospita una rocca del tutto inaspettata; la freschezza di una spettacolare cascata.

L’area dell’escursione

Ci muoviamo nella fascia di territorio compresa tra il fiume Dordogna e il parco naturale Les Causses du Quercy.

Il castello di Loubressac

Il punto di partenza è Loubressac, arroccato su un promontorio dal cui belvedere si può godere l’ampio panorama della valle della Dordogna e di tutti i castelli nei dintorni. Loubressac offre ai visitatori il fascino del castello, delle sue case medievali di pietra ocra e con i caratteristici tetti appuntiti e delle sue dimore signorili.

Il portale della chiesa di San Giovanni Battista

La chiesa di San Giovanni Battista ha un portale scolpito che fu preso a martellate dai protestanti nel 1572. Il timpano mostra ancora una crocifissione, affiancata dal giudizio di Pilato e dal volto di Giuda che ha la scarsella dei trenta denari appesa al collo. Sui piedritti spiccano le conchiglie del Cammino di Santiago.

Gregge in riposo

Lasciamo Loubressac seguendo strade secondarie, sentieri protetti da muretti di pietre a secco, stradine di campagna, che alternano tratti di bosco ad ampie radure a pascolo, popolate da greggi di ovini e tranquille mandrie di bovini dalla pelle marrone.

Un’azienda agro-pastorale

Giungiamo al villaggio di Siran. Un’azienda agropastorale, che offre anche un punto di sosta e ristoro, ci ricorda che dalle capre d’angora allevate in questa zona si ricava la pregiata lana detta mohair.

Belvedere su Autoire

L’escursione diventa qui un autentico sentiero-balcone, molto frequentato dal popolo dei randonneur. Ne viviamo i suoi momenti più emozionanti. Dal belvedere sulla valle che ha Autoire al suo sbocco, si percorre una stretta cengia che traversa tutta la falesia e supera le rampe più scoscese con l’aiuto di scale di ferro.

La discesa nella falesia

Si scopre la visione dall’alto della cascata alla testata della valle, generata dalle acque del torrente che dà il nome al villaggio.

La cascata del torrente Autoire

La cengia trova la sua sorprendente conclusione nel Castello degli Inglesi, una rocca costruita a picco sulla parete. Il fortino risale al tredicesimo secolo e servì da riparo alle compagnie armate inglesi durante la guerra dei Cento Anni.

Il Castello degli Inglesi

Un sentiero scende ora nel solco della valle e raggiunge la strada sul fondo. Si può così raggiungere la cascata e goderne lo spettacolo dal basso. Il paesaggio è dominato dalla parete rocciosa che abbiamo appena percorso.

La falesia vista da Autoire

Giungiamo infine a Autoire, piccolo centro gode anch’esso del marchio di Les Plus Beaux Villages de France. L’amenità del sito convinse le agiate famiglie di Saint-Céré a costruirvi le loro residenze estive e case di vacanza. Si spiega così l’addensamento di “châteaux”, “manoirs”, “gentilhommières” e “belles maisons paysannes”, con i tetti di lose e le colombaie sulla sommità delle torri.

Il Castello di Autoire

Una citazione merita almeno il turrito Château del Limargue, dimora del “sieur” Lafon, fatto cavaliere da Carlo VIII.

Un antico tetto di lose

(Ho percorso il sentiero il 3 luglio 2017)

 

 

Francia. Il sentiero dei Dolmen di Fieux

Il Quercy francese è una regione cerniera tra il mondo atlantico e il mondo mediterraneo e ospita un impressionante addensamento di tombe megalitiche. Nel solo dipartimento del Lot sono stati censiti almeno seicento Dolmen e una ventina di Menhir tutti risalenti all’epoca preistorica, 5500 anni fa. Mentre i menhir sono pietre allungate, signacoli piantati nel terreno e puntati verso l’alto, i dolmen sono camere collettive destinate ai morti. Dolmen è un termine composto, derivante dal bretone dol (tavola) e men (pietra). Indica un monumento funerario a tumulo strutturato in una camera sepolcrale protetta lateralmente da lastre di pietra alzata e coperta da un’ampia tavola di pietra.

Pannello informativo

Un sentiero ben segnalato e dotato di pannelli informativi a cura del Parco naturale regionale Causses du Quercy collega tra loro alcuni Dolmen e va alla scoperta di questi impressionanti monumenti dispersi nei campi, sotto gli alberi e ai margini del bosco. L’itinerario è lungo 6,7 km, con un dislivello molto limitato e un tempo di percorrenza di circa due ore e mezza.

Il Dolmen Barrières n. 1

I primi Dolmen che incontriamo sul percorso hanno perduto la copertura di pietra, riutilizzata nei vicini villaggi, e conservano solo gli ortostati di sostegno, ovvero le lastre laterali di pietra infisse nel terreno.

La Pierre Levée

Ben più impressionante è il Dolmen della “Pierre Levée”, uno dei più maestosi di tutto il Lot, con un tumulo di 25 metri di diametro. La tavola di pietra che copre il tumulo ha forma rettangolare e pesa all’incirca venti tonnellate.

Il Dolmen Barrières n. 2

Ma il Dolmen più ‘bello’ è certamente il Barrières n. 2, somigliante a un altare preistorico, che ha la lastra di copertura sorretta soltanto da due ortostati. I Dolmen sono oggetto di suggestive leggende: sono stati considerati di volta in volta come tombe di giganti e are per cruenti sacrifici umani; oppure sono additati come un luogo notturno di apparizione di fantasmi e revenants, di fate e di streghe, di gemiti e luci crepuscolari, di sabba danzanti nelle notti di tempesta. Più scientificamente, sono monumenti che continuano ad appassionare gli archeologi e gli antropologi grazie anche ai nuovi strumenti di ricerca scientifica come la ricostruzione tridimensionale e le prospezioni geofisiche.

La mappa del sentiero dei Dolmen

Il percorso dei Dolmen può essere abbinato alla visita del villaggio abbandonato di Barrières e dell’Archeosito dei Fieux, nato su una struttura ipogea preistorica affrescata, e funzionante come parco didattico.

(Ho percorso il Sentiero dei Dolmen il 4 luglio 2017)

Campi Flegrei. Il Cratere degli Astroni

Gli Astroni sono un magnifico esempio di vulcano ben conservato nella regione dei Campi Flegrei, compresa tra la città di Napoli e il golfo di Pozzuoli. L’interno del cratere ospita un bosco lussureggiante, un paradiso naturalistico, un’inaspettata oasi di pace in un’area densamente popolata. Piacque tanto che già dal Quattrocento divenne la riserva di caccia reale degli Aragonesi, quando il re Alfonso la popolò di cinghiali, cervi, caprioli e uccelli. Vi praticarono la caccia anche i Borboni e i Savoia. Dopo la Grande Guerra il cratere fu affidato in gestione all’Opera Nazionale Combattenti e sottoposta ad sfruttamento agricolo e forestale. Durante la seconda guerra mondiale fu deposito di armi e campo di prigionia. Nel 1969 iniziò il lungo percorso istituzionale che portò alla nascita della Riserva naturale statale del Cratere degli Astroni, al suo affidamento in gestione al WWF e all’apertura dell’Oasi al pubblico nel 1992.

Il cratere degli Astroni

Salendo da Agnano si raggiunge l’ingresso sul bordo del cratere e si accede alla Riserva percorrendo l’antico “sentiero borbonico”, lungo 360 m e costituito da circa 160 scalini, che scende sul fondo del cratere, nel cuore del bosco, con un dislivello di 80 metri. Qui si incrocia lo “stradone di caccia”, un percorso circolare sul fondo del cratere di 3,7 km che collega tutti i sentieri percorribili.

Il Lago Grande

Se si percorre lo Stradone di Caccia in senso orario si raggiunge presto il lago Grande. Sul lago si è formata un’isola galleggiante di vegetazione lacustre, che si sposta a seconda della direzione del vento. Le sponde del lago sono ricoperte dalla ninfea bianca. L’osservatorio ornitologico è un capanno dotato di feritoie disposte a diversa altezza per osservare gli uccelli acquatici che, soprattutto nei periodi delle migrazioni, popolano il lago.

Il giardino degli insetti

Il Giardino delle farfalle è stato realizzato allestendo aiole con piante erbacee e cespugliose, la cui fioritura scalare, dalla primavera all’estate, attira le numerose specie di farfalle e di altri insetti della Riserva. Nei periodi estivi di maggiore siccità vengono posizionate delle “mangiatoie”, piccoli recipienti con frutta matura, acqua e zucchero, che rappresentano un attrazione irresistibile per le specie di farfalle che proprio in quel periodo raggiungono il picco della presenza. Nelle aiole sono presenti anche tronchi d’albero marcescenti che ospitano alcune specie di insetti saproxilici (si nutrono di legno morto) e insetti predatori.

Un esempio di attività della Riserva

A metà del periplo del cratere lo stradone di caccia valica con lieve salita il Colle dell’Imperatrice, un rilievo di scorie laviche alto 72 metri, formatosi nel corso dell’ultima eruzione del vulcano Astroni. Man mano che si sale, è possibile apprezzare il cambiamento della vegetazione, che passa dal bosco alla macchia mediterranea, con prevalenza di leccio, erica, corbezzolo e cisto.

La grande Farnia

La tappa successiva è la radura che ospita la Vecchia Farnia, un esemplare monumentale di quercia di oltre 400 anni, appartenente a una specie che un tempo formava in Italia estese foreste planiziali. Affettuosamente chiamata Gennarino, nel 2008 la quercia ha patito per il crollo di una delle due branche principali, che ha evidenziato un massiccio attacco di insetti xilofagi. Dopo un intervento di potatura conservativa per riequilibrare la chioma, la quercia viene tenuta costantemente sotto controllo. Al di sotto della chioma è stata circoscritta un’area con dei tronchi, all’interno del quale è vietato entrare per il pericolo di caduta rami. In questo modo, inoltre, limitando il calpestio e la costipazione del suolo, si riducono i danni alle radici assorbenti che sono molto superficiali. La radura circostante l’esemplare di farnia evidenzia un abbondante affioramento di pomici, testimonianza dell’ultima attività eruttiva.

La mostra dei dinosauri in corso nel 2017

Tra gli altri punti d’interesse della Riserva si segnalano la cava trachitica, la vaccheria e il campo italiano. La cava è stata utilizzata per estrarvi la trachite, un materiale utilizzato per la realizzazione di strade. La Vaccheria è l’edificio settecentesco, oggi in rovina, che fungeva da luogo di sosta e riposo per i sovrani borbonici e la loro corte. Il Campo italiano è una porzione di bosco pianeggiante che, dopo l’armistizio del 1943, divenne sede dell’accampamento delle truppe italiane rimaste fedeli alla monarchia sabauda.

La Riserva propone alcuni itinerari tematici dedicati alle zone umide, alla conoscenza del bosco, agli uccelli acquatici, alla geologia del cratere ed è percorsa da una rete di sentieri di varia lunghezza e durata. Il lungo sentiero di cresta segue interamente il bordo del cratere, mentre sentieri più brevi sul fondo conducono ai principali punti d’interesse. Lo Stradone di mezzo è una buona proposta escursionistica, una soluzione intermedia che ha il pregio di essere interamente nel cratere e per gran parte sotto bosco. Per apprezzare i diversi ambienti, il suggerimento è di dedicare alla visita un tempo minimo di almeno tre ore.

(Escursione effettuata il 28 maggio 2017)

Linea Gustav. Il monte Santa Maria di Villa Latina

La linea Gustav, nel tratto tra Montecassino e le Mainarde, si sviluppava nella zona montuosa compresa tra la Valle del Rio Secco (traversata oggi dalla strada a scorrimento veloce Cassino – Atina – Sora), il bacino del fiume Rapido e la Val Comino (traversata dalla strada della Vandra). Le operazioni belliche in questa zona si svolsero nel mese di gennaio del 1944, nel corso della prima battaglia di Cassino. La linea tedesca era difesa dalla quinta divisione di montagna del generale Ringel. L’attacco fu portato dal Corpo di spedizione francese del generale Juin, con l’obiettivo di sfondare la linea Gustav, raggiungere Atina e aggirare da nord le difese tedesche di Cassino. Le truppe coloniali francesi (la seconda divisione marocchina e la terza divisione algerina) avrebbero combattuto per superare una prima catena, comprendente da nord a sud i monti Costa San Pietro, Monna Casale, Monna Acquafondata e monte Raimo; avrebbero poi attraversato il corso superiore del fiume Rapido e attaccato i rilievi della linea Gustav propriamente detta e cioè monte Santa Croce, Monte Carella, Colle di Martino e monte Cifalco.

L’attacco francese alla linea Gustav nel gennaio del 1944

Nonostante gli iniziali successi dei francesi, la difesa tedesca si irrigidì progressivamente e bloccò l’avanzata. Le truppe francesi furono allora spostate sulla valle del Rio Secco per dare l’assalto ai colli Abate e Belvedere, in direzione di Terelle, a sostegno delle truppe americane impegnate sul fronte principale di Cassino.

L’escursione

L’escursione che proponiamo ha per obiettivo l’anfiteatro montuoso che cinge a sud Villa Latina e prosegue la cresta del Cifalco verso il monte Bianco e i monti di Valleluce e Valvori. Si tratta di una cresta – un ‘morrone’ – a mille metri di quota, compresa tra la sella (quota 839) che la separa dal monte Marrone e la forcella Vaccareccia (quota 894) che la separa dal monte Bianco. La cresta, sassosa e panoramica, alterna i cocuzzoli Santa Maria (o San Mario su alcune carte; 1074 m), la punta della Bandiera (1050 m), la cime del Re (1060 m) e il monte Aia Franchi (1074m). Molto popolare tra gli escursionisti di Villa Latina che la salgono con un percorso ad anello su un dislivello di 635 metri, può essere raggiunta anche dal versante meridionale, lungo la strada che sale da Valleluce.

L’area dell’escursione

I motivi d’interesse sono diversi. Il primo è certamente il panorama amplissimo su tutto il Lazio meridionale e i luoghi delle battaglie sulla linea Gustav. Ma di buon interesse sono anche i manufatti predisposti dai tedeschi (ripari sottoroccia, postazioni d’artiglieria) e le reliquie del mondo pastorale (stalle, stazzi, recinti, capanne di pietra a secco), senza dimenticare le opere di captazione delle sorgenti e gli acquedotti.

Il percorso

L’accesso da sud prevede che da Sant’Elia Fiumerapido si salga alla frazione di Valleluce e, a monte di questa, alla successiva frazione di Cese e Colle Chiavico. Poco prima di Cese, seguendo i segnali turistici dei “fortini tedeschi” e del “romitorio”, s’imbocca sulla sinistra una stretta stradina asfaltata che passa sotto la condotta forzata e s’inoltra nel Fosso La Valle con direzione nord.

Lasciata a sinistra la stradina che sale al bacino d’acqua che alimenta la centrale idroelettrica dell’Enel e alle fortificazioni sulla vetta del monte Cifalco, si prosegue sulla stradina che ora alterna tratti su fondo naturale a rampe in cemento. Le condizioni della strada peggiorano progressivamente e chiedono di valutare se proseguire in auto (disponendo di un fuoristrada) o fermarsi in prossimità delle masserie che s’incontrano nella salita. In auto o a piedi si raggiunge infine una bella zona di prati, a quota 800 m, frequentata da bestiame al pascolo. Più avanti la stradina s’incassa in un valico, affianca una tubatura dell’acquedotto e scende al di là in direzione dei valloni di Atina e Villa Latina. Lasciata la sterrata, si traversano gli ultimi prati sulla destra, e si sale in direzione sud-est su un esile sentierino lungo il filo di cresta. Una recinzione di filo spinato può aiutare a orientarsi nel primo ripido tratto sotto bosco.

La Punta della Bandiera

Più in alto il bosco si dirada, la pendenza scema e il sentiero, sempre sassoso, diventa più aperto e panoramico. Si tocca il punto più alto (monte Santa Maria) e si prosegue a saliscendi sulla cresta fino alla punta della Bandiera. In questo tratto e in quello successivo si osservano le opere belliche: sono postazioni circolari per i mortai pesanti e ripari scavati nella roccia per proteggere i soldati durante i cannoneggiamenti.

Postazione d’artiglieria

I manufatti si trovano immediatamente a ridosso dalla cresta, invisibili perciò agli eventuali attaccanti da sud e alle granate sparate dalle artiglierie avversarie. In realtà queste postazioni costituivano l’ultima linea di difesa tedesca e restarono inoperanti; i combattimenti si svolsero più in basso e si concentrarono sui colli di Terelle, al di là della valle del Rio Secco.

Ricovero scavato nella roccia

Il panorama

Guardando a nord il panorama si rivela ricco di dettagli su Villa Latina, che è proprio ai piedi del monte, su Atina e su tutti i paesi della valle di Comino, fino a Sora. Il solco della Valle Roveto divide i monti Ernici (con la piramide del Pizzo Deta in evidenza) dai monti del Parco nazionale d’Abruzzo: sfilano il Brecciaro, il Cornacchia, il vallone di Lacerno, i monti di Forca d’Acero; verso est, a destra della Val Canneto, si alza a destra la cresta con il Petroso, l’Altare, il Tartaro e la Meta e poi tutte le cime delle Mainarde.

Villa Latina e la Val Comino

Volgendosi a sud il panorama si apre sulla valle del Liri e su tutto il teatro montano delle battaglie di Cassino. In basso è la valle che abbiamo percorso in salita. Particolare attenzione merita la cresta del monte Cifalco: se ne apprezza il ruolo strategico che ha svolto durante la prima battaglia di Cassino, come osservatorio su tutto il campo di battaglia.

Il Monte Cifalco

Il mondo pastorale

Sulla via del ritorno converrà fare attenzione alle opere create dai pastori e dagli allevatori, in gran parte abbandonate e in rovina ma in qualche caso ancora utilizzate. Si comincia dai muretti dei terrazzamenti di cresta che proteggevano dal dilavamento le pozze, i pascoli e i campicelli d’altura; si prosegue con le capanne realizzate in pietra a secco che affiancano i recinti degli stazzi; scendendo a valle si osservano le masserie con la parte abitativa, affiancata alle stalle e ai pollai, ai pozzi e ai fontanili, ai pagliai e agli orti.

I resti di una capanna in pietra a secco

Le risorse idriche

Durante l’escursione si osservano alcune sorgenti, le opere di captazione dell’acquedotto degli Aurunci e la condotta forzata che alimenta la centrale idroelettrica dell’Olivella. Per quest’ultima l’acqua viene captata dalla Grotta Campanaro, lungo il fiume Melfa, in località Picinisco. Tale flusso, mediante una galleria di derivazione della lunghezza di circa 16 Km, confluisce sopra Valleluce nella vasca di carico di Colle Chiavico. Di qui, dalla quota di 747 m, dopo un salto naturale di oltre 600 m in condotta forzata e tramite tubi di acciaio del diametro decrescente da m 1.60 a 1.30, le acque acquistano la potenza necessaria per alimentare la centrale di Olivella.

L’area tra il Rapido e il Melfa

(L’escursione è stata effettuata il 26 maggio 2017)

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