Il Tratturo della Zittola

La passeggiata sul segmento iniziale del tratturo Castel di Sangro-Lucera inizia dal Ponte sulla Zittola, appena fuori da Castel di Sangro. La Zittola è un fiume dal corso breve: ha la sorgente sui Colli Campanari presso Montenero Valcocchiara, traversa la torbiera del Pantano e confluisce nel Sangro presso il Convento della Maddalena.

La confluenza della Zittola nel Sangro

Il ponte sulla Zittola (quota 820 m) è un incrocio importante di strade statali, fiancheggiato dal passaggio a livello sui binari della storica linea ferroviaria Sulmona-Napoli. Un tempo questo ponte era il passaggio obbligato anche del tratturo che collegava gli stazzi dei monti di Pescasseroli ai pascoli invernali di Candela e della Capitanata meridionale. I prati nei dintorni e la vicina Taverna erano così un luogo obbligato d’incontro, di concentrazione e di passaggio.

La lapide della Zittola

Una lapide inserita nel muretto laterale della Taverna ricorda i lavori promossi da Maffei nel 1744: l’allora Procuratore della Confraternita del Santissimo Sacramento di Castel di Sangro, provvide infatti alla manutenzione e al restauro del ponte che da tempo esisteva sulla Zittola “per la comodità dei viaggiatori” (tum et viator comodi hunc pontem curavit). Effettivamente, in quello stesso anno, l’attivismo della benemerita confraternita in campo architettonico aveva convinto Carlo III di Borbone a concedere a Castel di Sangro il titolo di “città”.

L’Istituto professionale per l’agricoltura

Dopo il ponte, all’altezza del km 151,300 della strada statale 17, una sterrata sulla sinistra raggiunge l’Istituto professionale per l’agricoltura e l’ambiente. La sterrata a margine del tratturo aggira gli edifici scolastici, traversa una zona di prati e di masserie e raggiunge in meno di un km la Taverna della Zittola.

La taverna della Zittola

L’antica Taverna era nota anche come la Taverna del Vescovo, ma sulle carte moderne ha il nome di Casone di Vallesalice. L’edificio a due piani è piuttosto malandato. L’interno mostra i segni della successiva trasformazione in stalla, con le mangiatoie, le vasche di abbeverata e il camino per la cottura del latte. All’esterno sono evidenti le addizioni moderne di locali di servizio ormai in rovina. Mantiene tuttavia un suo aspetto di decorosa dignità, al centro di un’ampia zona di sosta.

La Taverna della Zittola

Alla Taverna il tratturo si biforca. Il Pescasseroli-Candela prosegue a destra (sud) lungo il percorso che coincide oggi con la strada statale 17. Un secondo tratturo, il Castel di Sangro-Lucera, ha inizio qui e si dirige a sinistra (est) verso i colli di Montalto. La biforcazione a Y e le tracce regolari dei due tratturi sono ancora perfettamente distinguibili sul terreno grazie alle immagini zenitali di Google Maps.

L’incrocio dei tratturi alla Taverna della Zittola

Seguiamo ora la larga mulattiera del tratturo, individuato da qualche bandierina bianco-rossa, che alle spalle della Taverna risale il colle. Il terreno, fangoso in qualche punto, ha le tracce evidenti del passaggio delle mandrie di bovini al pascolo. Incrociamo in alto il nastro della moderna superstrada. La superiamo con una breve deviazione sulla destra, transitando sotto il viadotto di Valle Salice e riprendendo subito a sinistra il percorso in salita.

La valle del Sangro e i monti di Roccaraso

Alle spalle ammiriamo lo spettacolo della valle del Sangro con i suoi paesini, la catena delle Mainarde, il Greco e i monti di Roccaraso, gli spuntoni rocciosi dei monti Pizzi. Il tratturo traversa i boschetti alla base della Montagnola, tocca il fontanile del Sambuco e raggiunge una strada asfaltata alla Bocca di Forlì (del Sannio), il valico spartiacque tra il bacino fluviale del Sangro, tributario del mare Adriatico, e il bacino del Volturno, tributario del Tirreno.

La fonte del Sambuco

Si segue la strada a sinistra fino alla vicina discarica di Alto Sangro Ambiente. Aggirando l’impianto s’imbocca una sterrata che traversa il bosco in direzione sud-est e ritrova più avanti la strada vicinale precedente. Lasciato l’Abruzzo, entriamo in Molise e raggiungiamo sull’asfalto le case di Montalto, frazione di Rionero Sannitico in provincia di Isernia.

L’arrivo a Montalto

Il borgo a 950 m di quota è un esempio limpido di centro urbano cresciuto lungo il tratturo, del quale riproduce la struttura allungata, con le case costruite sui due margini.

Dal ponte sulla Zittola avremo percorso sin qui circa sette km, impiegando due ore e mezza, su un dislivello di 150 metri. Il tratturo prosegue oltre su strade sterrate in direzione del torrente Vandra, Roccasicura e Pescolanciano.

Il fontanile di Montalto

(Ho percorso il tratturo il 10 giugno 2018)

Visita la sezione del sito camminarenellastoria.it dedicata ai tratturi

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A piedi sulle rive del Danubio. L’Abbazia di Weltenburg

L’escursione all’Abbazia di Weltenburg, in Baviera, è un autentico camminare nella storia. Negli occhi del camminatore si fondono come in un caleidoscopio il fascino delle gole rocciose che stringono il Danubio, l’amenità della riserva naturale, il silenzio del bosco, le tracce archeologiche delle fortificazioni dei Celti, la prima abbazia benedettina costruita nel Land, il sacrario della liberazione della Baviera, la fabbrica di birra più antica al mondo, gli affreschi di Cosmas Damian Asam. E quando all’abbazia di Weltenburg ci si allontana dalla folla dei turisti e ci si dirige sui solitari colli circostanti si prova l’intensa emozione della bellezza e il godimento dello spirito.

Kelheim e il mausoleo della libertà

Il punto di partenza è la cittadina bavarese di Kelheim, che sorge dentro le sue mura medievali alla confluenza del fiume Altmühl nel Danubio. Un Museo e un Parco archeologico raccolgono le memorie celtiche e i ritrovamenti frutto degli scavi urbani. Dalla riva del Danubio partono i traghetti turistici che fanno la spola con l’abbazia di Weltenburgh. Il traghetto è ovviamente la scelta più comoda e rapida per ammirare le gole del Danubio e raggiungere l’abbazia.

La partenza da Kelheim

In alternativa è possibile percorrere a piedi alcuni larghi sentieri lungo le rive del fiume o sui colli boscosi che lo fiancheggiano. Il percorso che suggeriamo per l’andata è denominato Waldroute (la via del bosco) coincidente peraltro con la prima tappa dell’Archäologischer Wanderweg, il sentiero archeologico che fiancheggia l’antico vallo celtico. Questo percorso è lungo 5,4 km, ha un dislivello di 135 m e richiede un tempo di andata di circa un’ora e mezza. Si inizia con ripido percorso asfaltato che da Kelheim sale sull’altura del Michelsberg.

Il Mausoleo della libertà della Baviera

Lasciati in basso il monumento ai caduti e la chiesa, si raggiunge in alto la Befreiungshalle, un monumentale edificio circolare costruito per volere di re Ludwig I di Baviera per celebrare la fine delle guerre di liberazione contro Napoleone (1813-1815). Negli immediati dintorni sono il centro di visita e un terrazzo panoramico.

Il sentiero archeologico nel bosco

Il largo sentiero ben segnalato prosegue ora in piano nel bosco. Incontriamo alcuni pannelli informativi che invitano a visitare le parziali ricostruzioni delle mura difensive della citta celtica di Alkimoennis e dell’oppidumdi Artobriga, qui presuntivamente situati sulla base delle indicazioni della Geografia di Claudio Tolomeo.

La Waldroute nel bosco

I Celti fondevano il ferro in piccole fosse che fungevano da altoforni primitivi. L’altopiano è costellato di piccole fosse di fusione a forma di imbuto e cumuli di scorie. Le mura servivano a proteggere quest’area industriale e il vicino insediamento umano.

Pannello del sentiero archeologico

L’abbazia benedettina di Weltenburg

Una veloce discesa nel bosco conduce alla strada asfaltata e alle rive del fiume Danubio. Sulla pietrosa riva opposta si erge la mole dell’abbazia benedettina. Per guadare il braccio d’acqua che ci separa dall’abbazia arriva provvidenzialmente in nostro aiuto una barchetta adibita al collegamento tra le due sponde.

L’abbazia San Giorgio di Weltenburg e il guado sul Danubio

Qui, intorno al 600, giunsero alcuni monaci erranti iro-scozzesi e vi fondarono il primo monastero. Erano seguaci dell’irlandese Colombano e si chiamavano Eustasio e Agilo di Luxeuil. Quel che noi vediamo oggi è il rimaneggiamento settecentesco in stile barocco dell’intero complesso, comprensivo del monastero, della chiesa e degli edifici di servizio. Nel cortile della chiesa si trova uno dei “Biergärten” più belli della Baviera: è una birreria all’aperto, all’ombra di giganteschi castagni, dove si possono gustare le specialità locali accompagnate dalla famosa birra bruna prodotta dai monaci (Weltenburger Klosterbier) in quello che è forse il birrificio conventuale più antico del mondo, risalente al 1050.

La chiesa di Asam e i suoi affreschi

La chiesa abbaziale barocca, dedicata a San Giorgio,risale al 1716 ed è opera dei fratelli Cosmas Damian e Aegid Quirin Asam. Sulla volta del vestibolo (1751) compare un dipinto del giudizio universale di Franz Asam. Nell’aula i dipinti si moltiplicano.

Lo sbarco dei benedettini in America

A destra è la scena dell’arrivo in America dei benedettini, imbarcati sulla caravella Santa Maria, nel secondo viaggio di Cristoforo Colombo. Sulla parete di fronte San Benedetto domina l’abbazia di Montecassino e fa risuonare le prime parole della sua Regola “Ausculta o Fili”. Il dipinto della volta centrale, capolavoro della pittura barocca, è una luminosa visione del Paradiso. Dio Padre, il figlio Gesù e lo Spirito Santo accolgono Maria e le pongono sul capo la corona di dodici stelle.

San Benedetto e Santa Scolastica con l’abate Bächl

Intorno è schierata la “ecclesia triumphans”: gli apostoli Pietro (con la croce e le chiavi) e Andrea (con la rete da pescatore), Benedetto e la sorella Scolastica, San Giorgio che sconfigge il drago, Davide con l’arpa, la Maddalena penitente, Santa Cecilia con l’organo, Giuditta con la spada, San Martino e l’abate del tempo Maurus Bächl.

La Frauenbergkapelle nei dintorni di Weltenburg

La gola del Danubio e il monastero rupestre

Dopo la visita all’abbazia e ai suoi suggestivi dintorni, si riguadagna con la barca la sponda opposta del fiume e si prende la via del ritorno sul percorso rivierasco denominato “Donauroute”.

La Donauroute sulla riva del Danubio

Alcuni cartelli segnalano la distanza che ci separa dalla foce del Danubio nel Mar Nero, che qui è di 2417 km.

La gola rocciosa del Danubio

Il sentiero è un eccellente balcone sulla spettacolare gola rocciosa di “Donaudurchbruch”, scavata nella roccia calcarea circa duecentomila anni fa da un braccio secondario del Danubio che ha dato poi origine all’attuale percorso del fiume.

L’eremo rupestre

Le pareti della forra raggiungono gli 80 metri d’altezza e al loro interno si trovano numerose piccole caverne. Verso il termine del sentiero s’incrocia il monastero rupestre di San Nicola.

Il monastero rupestre di San Nicola

Qui, nel 1454, l’eremita Antonius de Septem Castris aveva eretto un semplice eremo scavato nella roccia e una cappella in onore del suo santo protettore. Negli anni successivi i terziari francescani abitarono il luogo e con il sostegno del Duca Albrecht III, poterono costruire la chiesa e un edificio più grande, dotandolo di un muro esterno di protezione.

La mappa dei percorsi per Weltenburg

(Ho effettuato l’escursione il 7 maggio 2018)

Il Tratturo Magno dal fiume Fortore a San Paolo di Civitate

Il Tratturo Regio L’Aquila-Foggia, detto anche “Magno” per la sua rilevanza, è in alcuni suoi tratti un autentico museo all’aperto. Le testimonianze storiche della transumanza s’intrecciano con i segni della fede, con i luoghi della natura protetta, con i borghi e i centri urbani di antica fondazione. Ad esempio nel primo tratto del suo percorso pugliese il Tratturo Magno è un museo open air. Il nastro del tratturo è ancora nitido e perfettamente visibile. Percorrerlo tra il guado sul fiume Fortore e la cittadina di San Paolo di Civitate è un’emozionante esperienza di camminare nella storia.

Il Tratturo al ponte di Civitate

Lungo il fiume Fortore

Il fiume Fortore al ponte di Civitate

Il punto di partenza dell’escursione è il Ponte di Civitate sul fiume Fortore. Questo fiume è uno dei maggiori dell’Italia meridionale. Nasce dal monte Altieri in località Grotta di Valfortore, attraversa da sud a nord la Campania, il Molise e la Puglia, forma il lago di Occhito e sfocia nel mar Adriatico presso il lago di Lesina, in località Ripalta. Il Tratturo Magno traversa il fiume al guado di Civitate, dov’è oggi il ponte stradale della ex statale 16, nel tratto tra Serracapriola e San Paolo di Civitate.

Pannello informativo

Sotto il ponte moderno sono ancora visibili, tra la vegetazione riparia, i contrafforti dell’antico ponte romano. Intorno alla Madonna del Ponte è stato realizzato un percorso naturalistico-didattico che percorre le rive de fiume e traversa il bosco ripariale di San Marzano.

Cippo tratturale al ponte di Civitate

Numerosi cippi tratturali fanno memoria dei passaggi delle associazioni escursionistiche e dei gruppi di appassionati.

La Taverna di Civitate

La Taverna di Civitate

Sulla riva destra del Fortore il tratturo ha un importante punto-tappa alla Taverna di Civitate. Alfonso d’Aragona fece costruire l’edificio con la funzione di caserma. Qui alloggiavano le guardie che svolgevano attività di vigilanza e riscuotevano la ‘fida’ dai pastori. In seguito fu trasformata in Posta, luogo di riposo e di ristoro per i viandanti, e infine utilizzata come Stazione della Dogana della Mena delle Pecore durante la transumanza. Le condizioni precarie di conservazione non ne consentono l’accesso all’interno, in attesa di un opportuno restauro conservativo.

Le tariffe di pedaggio

La pandetta con le tariffe dei pedaggi

Accanto al portale è murata un’iscrizione del 1731 su tre pannelli sovrapposti di pietra arenaria che riporta i pedaggi da esigere per i pastori e gli armenti in transito. Sono richiesti, ad esempio, tre carlini per il passaggio di ogni centinaio di castrati, pecore, cani e porci; la cifra sale a cinque carlini per ogni centinaio di animali vaccini, come vacche e bufale. Un tornese è richiesto per ogni ‘salma di fiche, cetrangole e cipolle’ e per ogni carro carico di pane, grano e olio. La pandetta precisa comunque che ‘per qualsivoglia meretrice non si esigga cosa alcuna’.

Le cappelle tratturali mariane

La chiesetta tratturale della Madonna del Carmine

Accanto alla Taverna, il punto di sosta sul tratturo offre anche luoghi di culto e di preghiera. La chiesetta della Madonna del Carmine (o del Carmelo) appare oggi spaccata a metà da una grande crepa ma ricorda con la sua lapide la devozione dei viandanti e le cure dei benefattori.

La cappella della Madonna del Ponte

Poco lontano una cappella più moderna è dedicata alla Madonna del Ponte e porta sulla facciata una lapide dei devoti custodi.

Il percorso del Tratturo

Sul Tratturo, verso il Fortore

Lasciata la Madonna del Ponte, il tratturo scorre parallelo alla strada statale in direzione di una visibile casa cantoniera isolata. Prima di raggiungerla, il tratturo svolta a sinistra, costeggia un fosso e inizia sul fondo di un valloncello la salita verso i colli Liburni. Sul declivio si stendono campi coltivati, boschetti e case rurali. Il tratturo è in parte cementato e si restringe progressivamente, assediato dalla vegetazione e ingobbito dai movimenti franosi del pendio. La salita diventa ripida e faticosa, disturbata da piccole discariche, ma è comunque breve. In alto il percorso sembra interdetto da un muro di fitta vegetazione. Un esile passaggio conduce sull’altopiano, dove il tratturo riprende la sua ampiezza normale.

La Torre di Civitate

La torre di Civitate

Al termine della ripida salita del colle, vediamo stagliarsi sulla destra la Torre di Civitate. La raggiungiamo con un percorso a margine dei campi coltivati. La sua posizione elevata su uno spalto dei colli Liburni, a dominio della valle del fiume Fortore e del tratturo, racconta una storia interessante. Nella solitudine dell’altopiano questa torre diruta è l’ultima testimonianza della città fortificata medievale di Civitate, costruita nel Mille dai Bizantini e attiva fino alla fine del Trecento. Fu un periodo florido, che le consentì di divenire sede di contea e di diocesi. La torre fu incorporata nella cattedrale delle città, divenendone il campanile, mentre la parte inferiore divenne cripta funeraria, collegata alla necropoli esterna alle mura. In seguito la città fu abbandonata, e la popolazione si spostò verso il casale che si era formato presso il vicino monastero, l’attuale San Paolo di Civitate. Le terre abbandonate inghiottirono i resti urbani di Civitate e divennero praterie utilizzate per il pascolo delle greggi transumanti.

Gregge sul tratturo di Civitate

La Tiati dei Dauni e la Teanum Appulum romana

Il territorio dell’antica Daunia

Il tratturo che percorre l’altopiano di Civitate tocca i resti di Tiati, il villaggio fondato da una tribù italica dei Dauni e poi occupato dalle genti dei Sanniti. Sulla Tiati italiaca, dopo la guerra sociale, Roma insediò il municipiumdi Teanum Appulum. E’ però frustrante cercare sul terreno le vestigia e i monumenti di questi antichi centri. Molto più redditizio è visitare il Museo archeologico realizzato al centro di San Paolo di Civitate, nel chiostro del Monastero di Sant’Antonio da Padova.

Il Museo archeologico di San Paolo di Civitate

Tra gli archi del chiostro e nelle antiche celle dei monaci si sviluppano le sette sezioni del museo, godibili in molti punti: il territorio di Tiati-Teanum Appulum nella Daunia antica; l’indagine topografica e la fotointerpretazione aerea; il territorio in età preistorica e protostorica; la civiltà daunia; l’età della romanizzazione; il periodo del municipium; l’età medievale.

La Cappella tratturale di Belmonte

La cappella della Madonna di Belmonte

Proseguendo lungo il tratturo, a lato di questo e all’altezza del paese, sorge la cappella dedicata alla Madonna di Belmonte. Il culto dell’immagine mariana qui venerata collega due paesi del tratturo, il molisano Belmonte del Sannio e il pugliese San Paolo. Secondo la tradizione, i pastori che provenivano dall’Abruzzo e si dirigevano in Puglia per la Transumanza delle loro greggi, portavano un quadro della Madonna per garantirsi protezione nel periodo di permanenza pugliese. Venerata a Belmonte, questa Madonna è diventata compatrona di San Paolo di Civitate. Nella memoria dei pastori transumanti, la sua festa è oggi ancora occasione d’incontro e di scambio tra le due comunità, gemellate dal tratturo e dalla fede mariana. Dopo la cappella di Belmonte, il Tratturo Regio prosegue in direzione di San Severo.

Il nastro bianco del Tratturo Magno lascia il colle di Serracapriola, traversa la Valle del Fortore e sale verso il colle di Civitate

(Il tratturo è stato percorso il 13 aprile 2018)

La palude di Colfiorito

La passeggiata intorno alla palude di Colfiorito è un’escursione del tutto facile e un pizzico originale. Siamo in Umbria, sui piani intermontani al confine con le Marche, tra la valle umbra del fiume Topino nel comune di Foligno e la valle del fiume Chienti in provincia di Macerata. I pianori sono circondati da rilievi montuosi che culminano nei 1571 metri del monte Pennino. L’area protetta del Parco comprende la palude, la parte umbra del Piano di Colfiorito e il rilievo di monte Orve (926 m).

La palude

La palude di Colfiorito è proprio come la si immagina. Acque stagnanti che riflettono i colori del cielo; vaste zone palustri e canneti a cannuccia; salici e altre piante acquatiche; aree umide e fangose, periodicamente inondate; tanti uccelli acquatici, anatre, tarabusi e schivi aironi; e la colonna musicale del monotono e insistente gracidio delle rane.

I prati umidi

Sui pendii che circondano il vasto lago palustre si distende il colorato mosaico agricolo dei campi coltivati. Qui si producono diversi legumi: le apprezzatissime lenticchie ma anche le cicerchie, i fagioli e i ceci. Ci sono poi le colture a cereali come frumento, orzo e soprattutto farro. E infine un prodotto tipico molto apprezzato: la patata rossa, introdotta qui nel Settecento e divenuta oggi uno dei prodotti d’eccellenza del territorio. Collegati agli allevamenti e ai pascoli, nel Parco sono insediati caseifici che trasformano il latte localmente prodotto in formaggi e ricotta di alta qualità e salumifici produttori del rinomato ciaùscolo, un insaccato spalmabile. Il vicino centro urbano di Colfiorito offre strutture ricreative e ricettive, un museo e un centro di visita.

Le acque del lago

Sugli altipiani si stabilì nel sesto secolo avanti Cristo la popolazione umbra dei Plestini. Questi s’insediarono nei castellieri, villaggi posti sulla sommità delle colline a controllo delle vie di transito, a loro volta federati tra loro. Il castelliere di Monte Orve, nei pressi della palude di Colfiorito, sembra fosse il più grande e importante dell’area: era dotato di cinta muraria, terrazze artificiali, abitazioni e luoghi di culto. Con la romanizzazione nacque la città di Plestia, municipio romano frequentato dalle popolazioni dei vari castellieri non solo come luogo di culto, ma anche come punto di aggregazione, centro politico e di scambi commerciali.

La Fontaccia

La passeggiata può avere inizio direttamente dal centro di visita di Colfiorito o, più opportunamente, già sulle rive del lago, dall’area verde del Fagiolaro, all’altezza del bivio tra l’abitato di Colfiorito e Forcatura. Ci si avvia a destra sul percorso protetto riservato ai pedoni, parallelo alla strada per Forcatura, fino alla casa del Mollaro posta proprio a ridosso dell’inghiottitoio, e recentemente ristrutturata insieme al “Molinaccio”, antica struttura che sfruttava le acque in eccesso della Palude. Il “mollaro” era il mugnaio che gestiva il mulino per la macinazione del grano, sorto nel 1654.

L’osservatorio

Si prosegue poi sulla strada asfaltata, con pochissimo traffico, fino al primo tornante. Qui si prende a sinistra la carrareccia che raggiunge la Fontaccia, un fontanile utilizzato in passato come lavatoio. Il vicino tavolo da picnic invita a una sosta. Siamo sulla verticale del borgo di Forcatura. Si scende poi alla palude dove l’osservatorio naturalistico invita a scrutare le acque alla ricerca degli uccelli di palude. La parte meridionale dell’anello del lago è spesso invasa dall’acqua e non percorribile. In questo caso si torna indietro sul percorso dell’andata, inserendosi magari sul panoramico itinerario del Castelliere.

La mappa del Parco

(Percorso effettuato il 2 aprile 2018)

Roma. L’ultimo viaggio di San Paolo

Trekking urbano dalle Tre Fontane alla Basilica Ostiense

L’imperatore Nerone scatena la persecuzione contro i cristiani dopo l’incendio che distrugge la città di Roma nell’anno 64. Paolo è condannato a morte. Sarà decapitato fuori città: è ultimo “privilegio” concessogli per la sua cittadinanza romana. Per Paolo è il momento dei bilanci. Non è stata una vita tranquilla, la sua. “Cinque volte dai Giudei ho ricevuto i quaranta colpi meno uno; tre volte sono stato battuto con le verghe, una volta sono stato lapidato, tre volte ho fatto naufragio, ho trascorso un giorno e una notte in balìa delle onde. Viaggi innumerevoli, pericoli di fiumi, pericoli di briganti, pericoli dai miei connazionali, pericoli dai pagani, pericoli nella città, pericoli nel deserto, pericoli sul mare, pericoli da parte di falsi fratelli; disagi e fatiche, veglie senza numero, fame e sete, frequenti digiuni, freddo e nudità. Oltre a tutto questo, il mio assillo quotidiano, la preoccupazione per tutte le Chiese (2Cor 11, 24-28). Eppure Paolo si sente realizzato. La sua coscienza è serena. “È giunto il momento che io lasci questa vita. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta soltanto la corona di giustizia che il Signore, il giudice giusto, mi consegnerà in quel giorno” (2Tm 4, 6-8). Paolo è condotto alle Aquae Salviae e decapitato. Il suo corpo è sepolto sulla via Ostiense, inumato – secondo la tradizione – nella tomba della matrona Lucilla. Durante la persecuzione di Valeriano (257-258) il corpo viene traslato, insieme a quello di Pietro, nelle catacombe di San Sebastiano, lungo la via Appia Antica. Cessate le persecuzioni, le spoglie di Pietro tornano in Vaticano, mentre quelle di Paolo vengono deposte nuovamente nell’antico cimitero sulla via Ostiense. Nel 320 Costantino costruisce le due prime basiliche apostoliche sui sepolcri di Pietro e di Paolo, antenate delle basiliche attuali.

San Paolo viaggiatore (Michael Kardamakis)

 

L’itinerario a piedi

 

Propongo un breve pellegrinaggio a piedi con partenza dalla Basilica delle Tre Fontane alle Acque Salvie e con arrivo alla Basilica di San Paolo fuori le mura. Il cammino segue idealmente il percorso del funerale di Paolo, così com’è raffigurato nella lunetta sopra la porta d’ingresso della chiesa del martirio. Il tragitto si compie in circa un’ora, cui bisogna aggiungere i tempi per le visite. Per ottimizzare il percorso e gli spostamenti, è consigliabile utilizzare le stazioni della linea B della Metropolitana.

La Via Ostiense (Roma, Museo della via Ostiense)

Certo, gli occhi di oggi non spaziano più sul tranquillo e ondulato paesaggio della campagna romana conosciuta da Paolo. Il neo-pellegrino si muove oggi non sui sentieri ma sui marciapiedi dei quartieri urbani. La città si è molto dilatata e ha inglobato luoghi un tempo periferici e “fuori le mura”. Ma non per questo l’itinerario si qualifica meno interessante. Anzi. É un magnifico percorso di conoscenza della storia di Roma, ricco di punti d’interesse. Incroceremo gli scavi archeologici del suo glorioso passato e i quartieri direzionali della modernità. Ci muoveremo nei parchi naturali che rompono l’accerchiamento urbano nella città più verde d’Italia. Vedremo i templi e i monumenti della cristianità e le opere create dagli ordini religiosi, affiancati ai quartieri della Roma operaia e industriale. Sfioreremo le moderne autostrade e le nuove linee di trasporto ma potremo anche sostare nelle botteghe che espongono le tipicità prodotte dalle comunità religiose e dagli artigiani creativi.

Gli eucalipti piantati dai Trappisti

 

I punti d’interesse lungo il percorso

 

Utilizzando i convogli della linea B della Metropolitana scendiamo al capolinea “Laurentina”. Sul piazzale antistante sorge il monumento ai martiri istriani vittime delle foibe. Andiamo a destra (nord) seguendo fedelmente il marciapiede della Via Laurentina e traversando la Via del Serafico. I moderni edifici del quartiere Laurentino cedono il passo al verde del Parco degli Eucalipti. Dieci-quindici minuti di cammino sono sufficienti per raggiungere, sulla destra, l’innesto della Via di Acque Salvie. In ambiente improvvisamente più tranquillo incrociamo la grande statua di San Benedetto che invita al silenzio e raggiungiamo il parcheggio. Entrati nel recinto sacro dell’Abbazia delle Tre Fontane visitiamo la chiesa abbaziale dei monaci trappisti, la Scala Coeli e la chiesa del Martirio di San Paolo, senza dimenticare la bottega dei prodotti dei Monasteri e gli altri punti vendita.

La decapitazione di San Paolo (affresco nella chiesa del martirio)

Tornati all’inizio di Via delle Acque Salvie e della successiva zona alberghiera, la prosecuzione su Via Laurentina ci sarà impedita da un aggrovigliato nodo stradale, apparentemente invalicabile. In realtà, senza scendere sull’asfalto, utilizziamo per proseguire il provvidenziale svincolo del percorso ciclopedonale: seguiamo a destra uno stradello protetto e superiamo la trafficata Via del Tintoretto, utilizzando l’evidente sottopassaggio e traversando la strada successiva grazie al semaforo pedonale. Dal parco giochi si va a destra sulla pista protetta da una staccionata che gira intorno all’ansa stradale e riporta sulla Via Laurentina all’altezza di una stazione di servizio. Ritrovato il marciapiede, superiamo il Piazzale Roberto Ardigò e proseguiamo fino all’incrocio con la Via Cristoforo Colombo. Traversata la Colombo grazie al semaforo pedonale, proseguiamo sulla Via Laurentina che in questo tratto diventa più stretta e sinuosa e termina innestandosi sulla Via Ostiense al Valco di San Paolo, dopo il sottopasso della ferrovia. Si va ora a destra sull’ampio marciapiede della Via Ostiense fino ad avvistare il “faro”, il bianco campanile della Basilica di San Paolo. Raggiungiamo la nostra meta nella zona absidale, dopo quaranta minuti di cammino dalle Tre Fontane. Nell’ampio piazzale che fiancheggia la basilica è anche ben visibile il Sepolcreto Ostiense. Dopo la visita all’area sacra riprendiamo la via del ritorno utilizzando la vicina stazione della stessa linea B della Metropolitana.

 

La Metropolitana di Roma – Linea B

 

Il monumento ai martiri delle foibe alla stazione Laurentina

Il primo tratto della linea della Metropolitana di Roma, inaugurato nel 1955, collegava le stazioni Termini e Laurentina. La stazione Laurentina fu originariamente utilizzata come semplice deposito della linea e divenne capolinea ufficiale solo nel 1990, dopo radicali lavori di ristrutturazione. Oggi è anche nodo di scambio con numerose linee di autobus extraurbani. Sul piazzale antistante la Metro Laurentina, denominato Largo Vittime delle foibe istriane, sorge un monumento commemorativo per le vittime dei massacri delle foibe.

 

La Via Laurentina

 

Edilizia moderna al Laurentino

Il nostro percorso sulla Via Laurentina segue per un tratto l’antica strada che collegava Roma alla zona costiera e alle ville marittime a sud di Ostia. Oggi la strada che percorriamo è fiancheggiata dai modernissimi edifici che ospitano gli uffici di grandi società come l’Eni, da alcune prestigiose sedi formative come il Seraphicum (la Pontificia Facoltà Teologica San Bonaventura dei Frati Minori Conventuali) e la scuola Highlands Institute dei Legionari di Cristo, da strutture alberghiere come la Casa San Bernardo, da banche e circoli sportivi.

 

Il Parco degli Eucalipti

 

Il Parco degli Eucalipti

La Via Laurentina attraversa il Parco degli Eucalipti, un grande bosco piantato nell’Ottocento dai Frati Trappisti dell’Abbazia delle Tre Fontane allo scopo di drenare le acque stagnanti, combattere la malaria, migliorare la salubrità dell’aria e produrre elisir medicinali. Il parco è oggi gestito dalla società Eur. Organizzato in terrazze, belvedere, vialetti e passaggi sopraelevati, esso ospita un boschetto di 860 alberi, in prevalenza di piante di eucalipto. Il Parco ospita la chiesa di Santa Maria del Terzo Millennio e le opere legate alle apparizioni della Madonna della Rivelazione.

 

Il complesso abbaziale delle Tre Fontane alle Acque Salvie

 

L’arco di Carlo Magno

Il complesso è situato sul tracciato dell’antica via Laurentina, in una piccola valle con alberi di eucalipto. La denominazione più antica di questo luogo è stato “Acque Salvie”, un nome che per alcuni richiama la romana Gens Salvia e per altri sarebbe invece derivato dalle abbondanti e salutari sorgenti, tuttora attive. Il toponimo “Tre Fontane” è strettamente legato al martirio di San Paolo: la tradizione vuole che la testa di San Paolo, recisa, sia rimbalzata a terra tre volte, facendo scaturire, nei tre punti di contatto col terreno, altrettante fonti d’acqua. Nel complesso sono accolte le comunità dei monaci Trappisti e le Piccole Sorelle di Gesù di Charles de Foucauld.

 

Il monastero e la chiesa abbaziale delle Tre Fontane

 

La chiesa abbaziale dei santi Vincenzo e Anastasio

Il monastero ospita una piccola comunità di monaci Cistercensi della Stretta Osservanza (Trappisti). La ‘via trappista’ trae origine dalla tradizione di vita evangelica espressa nella Regola di San Benedetto da Norcia, secondo l’impronta particolare impressa dai fondatori del monastero di Citeaux, e dalla tradizione Cistercense, in particolare da San Bernardo di Chiaravalle. La chiesa abbaziale è intitolata ai Santi Vincenzo e Anastasio ed è stata edificata secondo le regole stilistiche cistercensi del “romanico-borgognone”, che richiedevano caratteri di sobrietà e austerità: rappresenta uno dei monumenti più interessanti dell’architettura medioevale romana di transizione.

 

La chiesa di Santa Maria Scala Coeli

 

La cella di San Paolo alla Scala Coeli

La chiesa ricorda una visione che San Bernardo ebbe qui nel 1138: mentre stava celebrando una messa per i defunti, vide in estasi una scala sulla quale, in un continuo andirivieni, gli Angeli conducevano verso il Cielo le anime liberate dal Purgatorio. La chiesa è a pianta ottagonale, sormontata da una cupola e da una lanterna; la facciata è completata da un timpano e da un occhio inserito in una lunetta. Custodisce anche la memoria del martirio di San Zenone e di quello dei legionari cristiani. Nella cripta è anche l’ambiente considerato l’ultima prigione di San Paolo prima della decapitazione,

 

La chiesa del martirio di San Paolo

 

La chiesa del martirio

Per arrivare alla chiesa di San Paolo si percorre un breve viale alberato. La chiesa custodisce le tre Fontane sgorgate dal ruzzolare della testa recisa dell’apostolo, allineate lungo la parete della navata, a uguale distanza l’una dall’altra ma a diverso livello dal pavimento, disposte in edicole a nicchia. Le fonti, chiuse dal 1950, sono sormontate da tabernacoli. Numerose lapidi, dipinti e sculture ricordano episodi della vita del santo. Sulla parete dell’abside è rappresentata la scena del martirio; nel catino della stessa abside è descritto l’arrivo in cielo e la gloria dell’apostolo.

 

Il quartiere Ostiense

 

Edilizia popolare al quartiere San Paolo

Il quartiere popolare di San Paolo ha visto iniziare il proprio sviluppo urbanistico intorno al 1907, grazie al nuovo Piano Regolatore e alla creazione di un’area industriale all’inizio della via Ostiense. Qui furono infatti costruiti il Porto Fluviale, il Gazometro, la Centrale Montemartini e i Mercati Generali. Un esempio interessante di edilizia popolare è il nucleo di case di Valco San Paolo: fu il primo intervento realizzato a Roma, tra l’estate del 1949 e il 1952, nell’ambito del “Piano per l’incremento dell’occupazione operaia” e segnò l’avvio del piano Ina-Casa nella capitale. Il quartiere occupa un’area pianeggiante posta tra le direttrici di viale Marconi e via Ostiense e a sud della Basilica di San Paolo fuori le mura, da cui prende il nome.

 

Il complesso extraterritoriale di San Paolo

 

L’abbazia benedettina

San Paolo fuori le Mura è un vasto complesso extra territoriale. Il Concordato del 1929 e i successivi Accordi intercorsi fra la Santa Sede e l’Italia hanno sancito che le aree e gli edifici costituenti il complesso di San Paolo fuori le Mura, appartengono alla Santa Sede e godono di uno specifico status giuridico, secondo le norme del diritto internazionale. Oltre alla Basilica Papale, l’insieme comprende una Abbazia benedettina molto antica, fondata da Odone di Cluny nel 936, attiva sotto la direzione del suo abate in particolare nella promozione dell’ecumenismo. Vi si trovano anche gli ambulatori dell’Ospedale pediatrico Bambino Gesù, il Collegio Beda e l’ente di formazione professionale dei Padri Giuseppini del Murialdo.

 

La basilica papale di San Paolo fuori le mura

 

La lastra tombale

La Basilica è sorta come sistemazione monumentale della tomba di San Paolo. L’edificio attuale è la ricostruzione di quella distrutto dall’incendio del 1823, di cui mantiene lo schema, le dimensioni e le strutture superstiti. Dal grande quadriportico, che ospita le statue di Paolo e Luca, si entra nel vasto interno a cinque navate. Alla base dell’altare papale una larga finestra permette ai fedeli di vedere la tomba dell’apostolo, composta da una lastra di marmo con l’iscrizione “Paulo apostolo mart(yri)” e da un massiccio sarcofago. Sopra la tomba del Santo e l’altare maggiore si trova il ciborio di Arnolfo di Cambio. Di rilievo i mosaici che ornano l’arco trionfale e il catino dell’abside. La visita prosegue con il candelabro pasquale, il transetto e le cappelle (dedicate ai santi Stefano, Lorenzo, Benedetto, Timoteo), la pinacoteca e il museo lapidario. Un’attrazione è il chiostro duecentesco, capolavoro dei Vassalletto, ornato di colonnine con intarsi a mosaico. La Porta santa ha una scritta in latino: “Ad sacram Pauli cunctis venientibus aedem – sit pacis donum perpetuoque salus”. È un bell’augurio rivolto ai pellegrini di tutti i tempi: “a quanti vengono nel santo tempio di Paolo sia concesso il dono della pace e della salvezza eterna”.

 

Il Sepolcreto romano

 

Il sepolcreto ostiense

La necropoli ostiense, scoperta nel Settecento e indagata in più riprese, non risulta ancora completamente nota nella sua estensione complessiva. La parte esplorata e visitabile, annessa all’area verde del Parco Schuster dimostra una continuità d’uso dal primo secolo avanti Cristo fino al quarto secolo dopo Cristo. I più antichi edifici funerari sono in prevalenza “colombari”, ambienti a pianta quadrangolare nelle cui pareti interne erano ricavate piccole nicchie, in file di più piani, per la deposizione delle urne cinerarie, mentre i livelli più recenti della necropoli documentano il suo utilizzo per le inumazioni. In molti casi si conservano tracce delle decorazioni dipinte.

 

Il Parco Schuster

 

Parco Schuster. Il monumento ai caduti di Nassiriya

È l’area verde di forma triangolare compresa tra la via Ostiense, l’ansa sinistra del Tevere e il lato orientale della Basilica. Il nome è un omaggio al cardinale Ildefonso Schuster (1880-1954), che fu abate dei benedettini di San Paolo e che resse poi la diocesi di Milano durante la seconda Guerra Mondiale. La nuova sistemazione, realizzata nel 1999 in occasione del Giubileo, è caratterizzata da un gioco di aiuole geometriche, da un boschetto di palme, da una fontana e da una grande aiuola di rose rosse. Il parco giochi è ombreggiato da pini, lecci, robinie e allori. Vi sorge il monumento in ricordo dei caduti di Nassiriya.

 

L’Università di Roma Tre

 

L’universita di Roma Tre

L’Università degli studi Roma Tre è stata fondata nel 1992 ed è l’università più “giovane” di Roma con i suoi oltre quarantamila studenti iscritti. Attivo centro di produzione culturale a dimensione internazionale, Roma Tre è anche una leva vitale dello sviluppo urbanistico della capitale. La città universitaria dell’Ostiense comprende sedi che si distribuiscono da viale Marconi fino al complesso dell’ex-Mattatoio o dei Mercati Generali. Per anni la zona ex-Ina di Valco San Paolo ha convissuto a stretto contatto, con Viale Marconi, con altre Facoltà, tra cui Ingegneria, Biologia e Scienze

Marche. La gola di Frasassi

Un remoto ingorgo montano di rupi, gole e fiumi contiene un’inaspettata concentrazione di tesori della natura e della storia. Qui il torrente Sentino si è cercato un alveo nella gola “fra i sassi” incidendo pareti rocciose risonanti di cavità nascoste per confluire nel fiume Esino che a sua volta si divincola nella gola della Rossa, litigando con la strada e la ferrovia. Siamo nelle Marche interne, al confine con l’Umbria, dove l’Appennino è un groviglio di dorsali accavallate, un eden per gli eremiti e gli escursionisti, ma una maledizione per i frettolosi viaggiatori pendolari tra i due mari. In questo paesaggio aspro e solitario un gruppo di speleologi scoprì nel 1971 la Grotta Grande del Vento. Da allora la storia di questi luoghi è cambiata. Solo nel 2017 più di duecentomila turisti hanno puntato il navigatore su questi luoghi e si sono calati nel grande abisso per un affascinante percorso tra le cripte ipogee. Oggi l’area è protetta dal Parco naturale regionale della Gola della Rossa e di Frasassi.

Il borgo di San Vittore delle Chiuse

Il punto di partenza è la stazione di Genga sulla linea ferroviaria Roma-Ancona (se si arriva in treno) o l’ampio parcheggio alle spalle della stazione (dov’è la biglietteria della Grotta del Vento, il bus navetta e la zona commerciale). Una passeggiata di venti minuti porta alle case di San Vittore delle Chiuse e alle terme. Un piccolo ponte sul Sentino e un arco affiancato da una torre gotica inquadrano l’Abbazia di San Vittore delle Chiuse, imponente monumento del romanico marchigiano. L’esterno mostra il robusto campanile tronco, la torre cilindrica scalare, due absidiole laterali, tre absidi posteriori e la sovrastante cupoletta ottagonale decorata da arcatelle cieche. L’interno colpisce per il suo aspetto slanciato, dominato da nove campate. L’impianto è a croce greca di derivazione bizantina, con tre navate. Interrogandoci sulla fede dei nostri avi medievali, capaci di edificare un monumento di tale imponenza del tutto sovradimensionato per il minuscolo borgo che lo ospita, ci spostiamo nei locali del vicino convento, dove è stato realizzato un Museo che ospita un Ittiosauro preistorico, alcuni fossili e una raccolta di oggetti archeologici.

L’Abbazia di San Vittore

Ancora a piedi, si risale il fiume lungo l’ampio marciapiede che fiancheggia la strada, ritmato da giardini e sculture moderne di pietre. Venti minuti sono sufficienti per raggiungere l’ingresso della galleria che porta alla scoperta della Grotta Grande del Vento. In alternativa è possibile utilizzare il bus navetta dalla biglietteria. Il percorso turistico attrezzato inizia con l’Abisso Ancona, la prima parte dell’enorme cavità, nel cui fondo è un caotico ammasso di blocchi, risultato dei movimenti distruttivi e dei crolli che si sono verificati nel corso dei millenni. Seguono la sala Duecento, il Gran Canyon, la Sala della Candeline, la Sala dell’Orsa e la Sala Infinito. L’illuminazione e i nomi di fantasia attribuiti alle stalattiti, alle stalagmiti e alle diverse concrezioni rendono gradevole la visita.

Il tempio del Valadier nella grotta di Frasassi

Andiamo ora a visitare le Grotte di Frasassi. Queste non vanno confuse con la Grotta del Vento e si trovano sull’opposta parete della gola, risalendo per 1,5 km la strada che costeggia il fiume Sentino. Purtroppo non ci sono più marciapiedi e occorre procedere con attenzione sul bordo della strada. Il traffico e la ristrettezza degli spazi consigliano l’uso dell’auto o del bus. Procediamo nelle gole, stretti tra alte pareti di roccia, a fianco del torrente che si traversa tre volte. Sulla parete di destra diventa visibile la grande cavità che ospita il santuario e l’eremo. Su uno spalto di roccia è una statua della Madonna con bambino. Raggiunto il parcheggio e il piazzale di accesso alle grotte si segue la strada lastricata accessibile ai soli pedoni che sale ripidamente. Si costeggiano le capanne di legno del Presepio vivente e le sculture della Via Crucis fino al portale con cancello che dà accesso all’area sacra della Grotta della Beata Vergine di Frasassi.

L’Oratorio rupestre di Santa Maria infra Saxa

Il grande antro naturale accoglie due chiese ipogee: il Tempietto del Valadier e l’Oratorio rupestre di Santa Maria infra Saxa. L’effetto scenografico è mirabile per la fusione armoniosa tra le architetture costruite e il maestoso vano naturale che ne è il contenitore. Il tempio del Valadier fu fatto costruire da papa Leone XII, nel 1828, seguendo un progetto stilato dall’architetto Giuseppe Valadier. La chiesa, costruita secondo una pianta a forma di ottagono, ha un tetto a cupola ricoperto da lastre di piombo con pareti di travertino ricavato da una cava che si trova a monte della grotta. L’eremo di Santa Maria infra Saxa è addossato alla roccia sul limite esterno della grotta; è un semplice edificio in pietra, il cui interno è in parte scavato nell’ammasso roccioso, già citato in documenti del 1029 come oratorio e successivamente utilizzato come cenobio di clausura per le monache benedettine, con il nome di Monasterium Sanctae Mariae Buccasassorum.

L’interno dell’eremo

Possiamo concludere l’escursione con la visita di Genga e del suo museo. Il borgo occupa la sommità di un poggio che sorveglia la strada che percorre la gola. Originario del paese è Annibale dei conti della Genga, papa dal 1823 al 1829 con il nome di Leone XII, nato nel 1760 nel piccolo borgo fortificato che dal secolo undicesimo è feudo della sua famiglia. La sua elezione a Papa nel 1823 risolve un conclave difficile, nel quale si fronteggiano le opposte tendenze degli zelanti e dei riformisti, appoggiate rispettivamente dall’Austria e dalla Francia. Il suo governo è improntato al desiderio di risveglio spirituale, con la coraggiosa indizione dell’Anno Santo del 1825, allo sforzo di riorganizzazione centralizzata dello stato, alla lotta contro il brigantaggio e alla qualificazione delle relazioni internazionali. Muore nel 1829 dopo poco più di cinque intensi anni di pontificato. Un monumento lo ricorda nel piazzale d’accesso alla grotta di Frasassi.

La gola di Frasassi (carta dei sentieri del Parco)

Da Assisi all’Eremo delle Carceri, col “cavallo di San Francesco”

Eremo delle carceri. Un nome non molto invitante, che evoca a prima vista manette e penitenziari, cela in realtà un mistico luogo dello spirito dal valore universale. Era il luogo dove Francesco e i suoi compagni cercavano la pace e la preghiera, si “carceravano” nella solitudine e nel silenzio alla ricerca di un più intenso dialogo con Dio. Un luogo isolato sul monte Subasio, a circa ottocento metri di quota, fuori dalle mura di Assisi, immerso nel cuore di una verde boscaglia, attraversato da un fosso e costellato di cavità rupestri. Intorno a quei “sassi di Maloloco” si è nel tempo aggrumato un insieme di cappelle affrescate, cenobi e chiostri. A distanza di otto secoli questo luogo continua ad attrarre in tutte le stagioni un flusso ininterrotto di visitatori. Il ripido sentiero o la sinuosa strada asfaltata che salgono all’Eremo, sono percorsi in continuazione da comitive di giovani, scolari in gita d’istruzione, gruppi di escursionisti, coppie di fidanzati e giovani sposi, lieti fraticelli, suore salmodianti, gruppi vocianti in tutte gli idiomi dell’universo, contemplativi e cercatori di solitudine. Si sale con il tradizionale “cavallo di san Francesco” (e cioè a piedi, col bastone del pellegrino) o con le più comode e veloci navette taxi.

La Porta Cappuccini di Assisi

Per la salita a piedi, il punto di partenza è la piazza Matteotti di Assisi, terminale dei bus urbani con parcheggio per le auto. Siamo nel punto più alto della città, in vista della Rocca. Pochi passi in salita, fiancheggiando il Convitto nazionale e l’Istituto professionale alberghiero, ci portano a varcare la porta Cappuccini (469 m). Si va ora a sinistra sulla strada sterrata che costeggia le mura urbane fino alla torre angolare della Rocchicciola.

La Rocchicciola di Assisi

La segnaletica per l’Eremo è abbondante e include le bandierine del Cai (sentiero 350), i pannelli del Parco del Subasio, il Tau giallo e le paline dei Cammini francescani. Il sentiero, scortato dai cipressi, dagli olivi e poi dalle querce, sale ripidamente nel bosco, con pendenza costante. Lascia a sinistra il sentiero 351 e una sterrata, entrambi diretti alla Costa di Trex. Raggiunge la località Montarone (797 m), dov’è il bivio con il sentiero 353. La pendenza scema e il sentiero prosegue in quota fino a incrociare un’area picnic e la strada asfaltata. Si va a destra in discesa.

L’Eremo delle Carceri

Dopo pochi passi ecco l’Eremo, incastonato nel verde della fitta selva di lecci. Superati l’incrocio con la strada per l’abbazia di San Benedetto e il parcheggio delle auto salite da Assisi, s’imbocca il viottolo che porta al cancello e al cuore del luogo sacro (791 m). Per superare i circa 400 m di dislivello avremo impiegato 1.30 ore.

La pianta dell’eremo

Il primo ambiente è il cortile triangolare con i pozzi. Dal parapetto si osserva la gola del Subasio e un bel panorama sulla Valle Umbra. Qui è un ambiente per l’accoglienza dei pellegrini, cui segue una cappella per la preghiera silenziosa. Si entra poi nella chiesa quattrocentesca, affrescata. Segue la minuscola chiesa primitiva dedicata a Santa Maria delle Carceri, una grotta adattata a cappella. Siamo nel cuore del santuario. Si entra nella grotta di Francesco che contiene il letto di pietra su cui il santo dormiva e il masso su cui sedeva a meditare. All’aperto, su un ponticello di pietra si varca il fosso asciutto, dove sopravvive ancora un leccio dell’epoca di Francesco. Da qui parte il viale che attraversa la selva e dal quale si diramano i sentierini che conducono alle grotte dei compagni di Francesco.

Gli edifici dell’eremo

Lungo i vialetti dell’eremo alcune sculture richiamano episodi di vita francescana. Un bronzo di Vincenzo Rosignoli mostra San Francesco che libera le tortorelle. All’ingresso è un bronzo di San Francesco incorniciato da una grande aureola con i simboli delle diverse religioni, testimonianza di unità nella diversità.

Il gruppo scultoreo di Fiorenzo Bacci

Particolarmente seducente è il gruppo scultoreo realizzato dall’artista Fiorenzo Bacci per il Parco letterario del Cantico delle creature. La scena commenta il versetto del Cantico “Laudato si’, mi’ Signore, per sora luna e le stelle, in celu l’ai formate clarite et pretiose et belle”. Francesco, Leone e Ginepro stanno ammirando il cielo stellato. Leone, l’erudito, traccia sul terreno il Grande e il Piccolo Carro e individua la posizione della Stella Polare. Ginepro, con la sorprendente intuizione che accompagna l’intelligenza dei semplici, scorge nel firmamento la medesima Stella e la segnala con ammirato stupore. Francesco supino, a piedi scalzi, contempla estasiato la notte splendente.

Francesco contempla il cielo stellato

(Ho effettuato l’escursione l’11 febbraio 2018)