Ischia. L’architettura spontanea e rupestre

Ischia, la più grande delle isole del golfo di Napoli, è uno dei più importanti attrattori turistici italiani. Chi vi torna periodicamente a distanza di anni ne registra i cambiamenti. Osserva come i suoi abitanti abbandonino progressivamente le attività tradizionali di un passato antichissimo (agricoltura, pesca, produzione e commercio del vino, artigianato ceramico) per dedicarsi ai più redditizi mestieri del turismo termale, balneare e da diporto. Osserva lo sviluppo edilizio rapido e disordinato e lo sfruttamento intensivo delle risorse naturali. Pure però continua a restarne ammaliato. Quest’isola ha una vita nascosta nelle sue viscere che erompe nei vulcani, nelle fumarole, nelle grotte naturali, nei crateri, nelle acque termali. Un’isola che continua a esibire il verde dei suoi vigneti, dei castagneti montani, dei campi terrazzati, delle limonaie, delle pinete costiere, dei giardini di charme.

Sul Castello Aragonese d’Ischia

Un’isola che è un caleidoscopio di paesaggi, dove si alternano spiagge nascoste, ville in collina, valloni scoscesi, borghi urbani, balconi panoramici; un’isola sorvegliata dalla vetta rocciosa dell’Epomeo a ottocento metri di quota. Vorrei qui proporre un itinerario meno frequentato che va alla scoperta dei manufatti dell’antica architettura spontanea e del multiforme mondo rupestre. La pietra a secco e i massi di tufo scavati testimoniano, forse ancora per poco, la straordinaria capacità di adattamento della gente locale a un territorio roccioso e difficile e la ricerca di un equilibrio con la natura.

Le chiese rupestri

La cappella rupestre di San Nicola sulla vetta del monte Epomeo

Sulla vetta del monte Epomeo è scavato il complesso rupestre di San Nicola. Esso era articolato in una in una cappella di epoca quattrocentesca dedicata al santo di Mira e in una laura cenobitica cinquecentesca frequentata dapprima da una piccola comunità da monache e poi da monaci che alternavano l’eremitaggio al cenobio. Oggi le cellette dell’eremo, scavate su una cengia dell’Epomeo, sono state ristrutturate e inglobate nella struttura di un ristorante turistico. Una piccola terrazza sotto la vetta, munita di pozzo, dà accesso alla cappella interamente scavata nel tufo; la facciata è appoggiata alla grotta ed è dotata di un minuscolo campanile a vela.

La chiesa di Santa Maria al Monte

Sull’isola si trovano altri eremi, cappelle e chiese rurali. Un esempio che si segnala per la sua posizione panoramica è la chiesa di Santa Maria al Monte, alta sopra Forio. La terrazza antistante accoglie i numerosi visitatori con delle comode panchine di pietra e una cisterna scavata nel tufo al di sotto della chiesa, dalla quale si attingeva l’acqua con una pompa manuale.

Cappella rupestre

Percorrendo la strada che da Santa Maria al Monte scende verso Forio, in località Pellacchio, si può sostare presso una cappella scavata alla base di un masso erratico fermatosi sul pendio.

Le case di pietra

La casa di pietra sopra la Madonna del Monte

Sono ancora visibili nell’isola le case di pietra ricavate dallo scavo dei grossi massi di tufo verde franati dal monte Epomeo. Le abitazioni “scavate” riproducono, in forma adattata, la medesima struttura delle case rurali “costruite”. Hanno generalmente due piani, collegati da una scala esterna. Il piano basso era adibito a magazzino, cantina e stalla. Il piano superiore era occupato dalla famiglia che si riuniva nell’ambiente centrale dov’era la sala da pranzo (con la cucina, i magazzini, il lavabo, il forno e la macina).

Il piano basso della casa della Madonna del Monte

Gli studiosi di architettura spontanea sostengono che le case di pietra furono scavate dalle comunità contadine autoctone in cerca di nuovi insediamenti e di nuovi terreni per la coltivazione della vite. Tale processo di migrazione interna, di trasformazione sistematica dei massi e del territorio circostante tramite la costruzione di terrazzamenti e di sentieri, si intensificò nel Cinquecento a seguito dell’incremento demografico dell’isola, dell’abolizione dei pascoli e delle incursioni piratesche che suggerivano aree coltivabili meno esposte e abitazioni lontano dalle coste e mimetizzate nella natura.

I rifugi rupestri

Rifugio rupestre nel bosco della Falanga

Nella parte occidentale dell’isola enormi massi erratici si sono capricciosamente depositati sui pendii e sulla costa. Sono il frutto di un’esplosione dell’antico vulcano o, più probabilmente, la conseguenza della frantumazione di un’intera parete rocciosa a seguito di uno sprofondamento tettonico. Una fitta concentrazione di queste rocce si trova nel bosco della Falanga, una conca naturale al riparo della vetta del monte Epomeo. La lontananza dai centri abitati e il fitto castagneto hanno salvaguardato l’area dallo sfruttamento turistico e ne hanno preservato l’isolamento. Diversi massi sono stati scavati e svuotati all’interno per ricavarne rifugi a servizio di attività stagionali come la vendemmia, la raccolta della neve e il taglio del bosco.

 

Impianto per la raccolta dell’acqua

Data la loro natura temporanea, l’interno dei rifugi è semplicissimo: un ambiente unico, un camino, piccole finestre per il ricambio dell’aria e la dispersione del fumo, un arredo essenziale, brancature in legno per il giaciglio, vasca per l’acqua, ripiani scavati sulle pareti. In uno di questi rifugi si può ancora osservare una canaletta sulla parete che raccoglie l’acqua esterna e la convoglia verso una piccola cisterna scavata nel tufo.

La “parracina”

La trama di pietra di una parracina

Nel gergo isolano le parracine identificano i muretti costruiti a secco, senza malta, con pietre di lava e di tufo verde. Questi muretti avevano una funzione di confine: separavano le proprietà e delimitavano i fondi coltivati rispetto alle strade e ai sentieri. Avevano anche la funzione di sostenere i campi terrazzati ricavati sui terreni in pendenza e coltivati a vite, evitandone il dilavamento e garantendo comunque il drenaggio dell’acqua. In qualche caso avevano la funzione di prevenire le frane e le improvvise inondazioni oppure fungevano da frangivento a protezione delle colture. Alcune di queste poderose muraglie si fanno ammirare per l’abilità costruttiva delle maestranze ischitane e per la sapienza nella scelta delle pietre e nella tessitura dell’ordito. Possono definirsi un’opera a metà tra scultura, edilizia e agricoltura.

Il “palmento”

Il palmento del Castello Aragonese

Nelle case rurali ischitane il “palmento” è il locale scavato nel tufo e utilizzato per la produzione del vino. Nel modello più semplice il palmento consiste in due vasche di pietra sovrapposte e collegate da una canaletta. La vasca superiore è utilizzata per la pigiatura dell’uva. Il succo d’uva cola attraverso il condotto e viene raccolto nella vasca inferiore. Segue un periodo di decantazione per consentire il deposito delle impurità sul fondo. Il mosto viene poi opportunamente travasato per la fermentazione. Le vasche più grandi erano dotate di una scaletta interna di pietra che consentiva di scendere sul fondo ed effettuare le operazioni di pulizia.

Il “cellaio”

Il cellaio del Castello Aragonese

Il cellaio è un locale scavato nel tufo alla base delle abitazioni di pietra e utilizzato come cantina e deposito per la conservazione del vino, degli alimenti e degli attrezzi di lavoro. La ventilazione era assicurata da alcune bocche di aereazione sapientemente aperte nella roccia e direzionate all’interno. Lo spessore del tufo garantiva l’isolamento termico e la temperatura interna costante. Talora il cellaio era dotato anche di cisterna per la raccolta dell’acqua piovana, di vani aperti nelle pareti per lo stivaggio dei prodotti e di ganci scolpiti sulla volta per appendere il lume o i sostegni per la stagionatura dei salumi.

La “neviera”

Una neviera nel bosco della Falanga

Quando gli impianti di refrigerazione non esistevano ancora era la neve dell’inverno, opportunamente conservata e pressata nelle “neviere”, a fornire il “freddo” per raffreddare il vino e le bevande estive, o per confezionare i sorbetti e i gelati. Nel bosco della Falanga, a circa seicento metri di quota, gli isolani scavavano fosse profonde e le rivestivano di pietre. La neve caduta nel periodo invernale veniva raccolta e pressata nelle neviere. Le fosse venivano poi ricoperte e sigillate con teli, foglie e rami secchi. La neve si conservava così fino alla successiva stagione estiva, quando veniva prelevata e portata nei locali di ristoro. A questa attività tipicamente stagionale provvedevano i “nevaioli” dei paesi e dei villaggi in quota.

Il sentiero del tufo verde

Il sentiero del tufo verde dell’Epomeo

Un buon modo per conoscere il mondo di pietra di Ischia è percorrerne il sentiero 501 tracciato dalla locale sezione del Cai. Si tratta di un sentiero-traversata che inizia dal paese di Fontana, sale alla vetta del monte Epomeo e scende lungamente il versante occidentale fino a raggiungere Forio. Il sentiero è molto vario ed è un eccezionale balcone panoramico; invita a sostare nei punti più interessanti (la vetta, l’eremo, le chiese, il bosco, il tratturo, le case di pietra, i paesi) e consente di scoprire le formazioni geologiche del tufo verde dell’Epomeo, con i grandi depositi di frana e i massi dispersi.

La segnaletica sul sentiero

(Ho percorso il sentiero il 25 maggio 2018)

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Le case di terra cruda di Villa Ficana a Macerata

Povere case, per gente povera. Ma case vere. Costruite con i “massoni”, mattoni impastati di terra, paglia e acqua, con qualche aggiunta di ghiaia, macerie di case diroccate e radici. Le case di terra cruda costavano molto poco e garantivano pure un buon isolamento termico. Erano piccole case a due piani. Una scala esterna collegava il piano terra, dov’era la cucina col camino, al piano superiore, dov’era la camera da letto per tutta la famiglia.

Uno scorcio del borgo

Siamo alle porte di Macerata, nelle Marche. Villa Ficana è un intero borgo di case in terra e paglia sopravvissuto incredibilmente all’edificazione urbana moderna. Nasce come borgo di case economiche che i proprietari davano in affitto ai braccianti “casanolanti”. Il casanolante era colui che non aveva né casa né terra né mestiere. Era un bracciante che lavorava saltuariamente a giornata nelle campagne, soprattutto nei periodi della raccolta e della semina. Date le sue misere condizioni economiche, egli viveva alla periferia dei centri urbani, vicino alla campagna, pagandosi l’affitto della casa di terra con il suo lavoro manuale. Le donne lavoravano come lavandaie a servizio delle famiglie cittadine.

La parete di terra cruda

Sorto a metà dell’Ottocento, il borgo di Villa Ficana fu progressivamente abbandonato nel secondo dopoguerra. Un abbandono e un degrado causati dal pregiudizio che collegavano le case di terra cruda a condizioni di miseria e arretratezza.

Rievocazione dell’incendio del 1891

Poi la sorprendente rinascita. Con il nuovo secolo l’intera comunità cittadina ha cominciato a prendere coscienza del valore dei suoi beni e ha avviato un percorso virtuoso che ha visto nel 2003 l’apposizione del vincolo da parte della Soprintendenza, l’emanazione nel 2005 di un piano di recupero e infine il restauro realizzato dal comune di Macerata grazie a un finanziamento della regione Marche.

Un vecchio forno

Una volta ultimati i lavori si è assistito alla rinascita del quartiere. I vecchi proprietari hanno intrapreso restauri in proprio e sono tornati a vivere nelle loro casette. Il Comune di Macerata ha destinato gli edifici di sua proprietà a finalità culturali e li ha affidati al Gruppo di Cittadinanza Attiva.

La sede dell’Ecomuseo

E’ nato così l’Ecomuseo delle Case di Terra Villa Ficana, membro dell’Associazione Internazionale Città della Terra Cruda. L’Ecomuseo di Macerata si propone di far riscoprire le tecniche della terra cruda con laboratori ludico-creativi per le scuole e con seminari sull’architettura eco-compatibile. E ai turisti propone di vivere il borgo con originali visite guidate agli ambienti di vita tradizionali.

L’Ecomuseo Villa Ficana

(Ho visitato Villa Ficana il 31 marzo 2018)

Gargano. L’Abbazia della Trinità al Monte Sacro

Si arriva solo a piedi. La salita non è lunga ma lo strappo finale è da fiatone. E quando le siamo davanti, lo sconcerto si sovrappone allo stupore. Le antiche mura affondano nel bosco. Le pietre cadute sono preda della macchia invadente. I brandelli di affreschi e i capitelli scolpiti resistono eroicamente all’assedio della boscaglia. Una tragedia di tanti secoli fa. Un terremoto sconvolse queste architetture e frantumò gli sforzi secolari di uomini spirituali che avevano costruito una cittadella monastica, uno spazio di preghiera e di lavoro ispirato all’ora et labora. La spiritualità benedettina, tesa verso l’alto, cedette in un attimo alle forze della natura brutale. E tuttavia, a distanza di secoli, architettura e natura non si sono reciprocamente sopraffatte. Per dirla con Simmel le rovine del Monte Sacro indicano che nelle parti scomparse o distrutte dell’opera d’arte sono ricresciute altre forze e altre forme, quelle della natura; così che dalle forze ancora vive dell’arte e da quelle già vive della natura è venuta fuori una nuova totalità, un’unità caratteristica.

Le absidi della chiesa abbaziale

Ma andiamo con ordine. Visitiamo la cittadella monastica della Santissima Trinità, situata nel territorio di Mattinata, sulla terrazza sommitale del Monte Sacro, che con i suoi 874 metri di quota è una delle cime più alte del promontorio del Gargano. Una stretta striscia d’asfalto (Strada Contrada Stinco), ben segnalata, sale da Mattinata verso la montagna, con bellissime vedute verso il mare e la conca tappezzata dagli uliveti. Nei pressi di un agriturismo, in corrispondenza di un visibile cartello segnalatore, a quota 660, si lascia l’auto e si segue il percorso a piedi (Sentiero Natura). Si traversa dapprima una zona aperta, presidiata da antichi stazzi pastorali; si entra poi nel bosco e, con salita più vivida, si raggiunge l’area archeologica a quota 850 circa. La distanza è di 1400 metri e i tempi di percorrenza sono di un’ora e mezza tra andata e ritorno.

L’inizio del sentiero per il Monte Sacro

La storia

La scarsità delle fonti e la distruzione dell’archivio abbaziale per mano turca provocano ai visitatori più grattacapi che certezze. E anche gli studiosi navigano tra enigmi e ipotesi che i primi scavi archeologici aiutano a chiarire. Nel Mille nasce una cella, un piccolo cenobio, dipendente dal monastero di Calena presso Peschici. Nel secolo successivo diventa un’abbazia indipendente e nella prima metà del Duecento vive la maggiore fioritura economica e culturale. La vicinanza del santuario di San Michele di Monte Sant’Angelo e il flusso dei pellegrini rendevano questo luogo meno solitario di oggi e giustificavano l’esistenza dei vasti magazzini sotterranei, delle cisterne e dei depositi di approvvigionamenti tuttora visibili.

Feritoia della torre di difesa

L’abbazia perde importanza nei secoli successivi fino alla grande crisi del Quattrocento. Il terremoto del 1443 provoca l’esodo dei monaci e l’abbandono dell’intero complesso. Tra le rovine s’insediano gli allevatori della zona che riutilizzano gli edifici ancora agibili come stalle, ovili, recinti pastorali e laboratori caseari. Negli ultimi anni del Novecento sono stati realizzati lavori di disboscamento, consolidamento strutturale, scavo archeologico e restauro. Con la nascita del Parco nazionale del Gargano, le ricerche dell’Università di Bari e dell’Università Tecnica di Norimberga, il successo ottenuto nel censimento dei ‘luoghi del cuore’ promosso da Fai, i primi finanziamenti, si è acceso l’interesse dei turisti e degli escursionisti per questo luogo solitario e affascinante.

La chiesa abbaziale

La torre, il nartece e il portale

Un nartece a portico, una sorta di atrio o pronao a tre campate, in parte ancora coperto, dà accesso ai portali della chiesa. Ad attirare l’attenzione è la lunetta del portale centrale, impreziosita da una decorazione a graticcio, un bassorilievo con due nastri viminei, disposti su tre registri.

Il portale centrale

Una delle semicolonne addossate alla parete presenta un capitello raffigurante tre aquile ad ali spiegate, i cui artigli trattengono due serpenti dalle teste di drago con le fauci aperte, che tentano di addentare della colombe: si tratta forse di un’immagine della Trinità che difende le anime buone dall’aggressione demoniaca. Sulla parete del nartece vi sono ancora tracce di affresco raffiguranti una Madonna con Bambino e due santi benedettini.

Il capitello delle tre aquile

L’aula della chiesa è divisa in tre navate a cinque campate, con archi sorretti da pilastri. Sul fondo sono visibili le absidi, con qualche traccia di affresco.

La navata laterale

L’abbazia

Il muro esterno

Il campanile affianca la navata destra della chiesa. Ancora in piedi ai primi del Novecento, conserva oggi solo la base e la cella d’ingresso. Dietro la chiesa si distribuiscono i locali dell’abbazia, con il dormitorio dei monaci a nord, il refettorio e la cucina, una cisterna, il magazzino e la dispensa.

L’interno del battistero

Vi troviamo anche una seconda cappella, utilizzata come oratorio dei monaci e un locale che fungeva probabilmente da battistero: ha una struttura quadrangolare, con nicchie nelle pareti, archetti angolari di sostegno e cupola a tronco di cono con pseudo-cupola.

Panorama dall’Abbazia

Il complesso occidentale

L’ambiente con le arcate ogivali

A oriente della chiesa è ancora visibile il muro di difesa che cinge in un quadrilatero la cittadella abbaziale. Sulle pareti del muro di cinta sono addossate lunghe camerate, utilizzate forse come residenze dei conversi e del personale a servizio dell’abbazia e come scuderie. Le mura sovrastano i profondi fossati e le scarpate che costituiscono già una protezione naturale dell’abbazia. Si attraversa ora la bella radura che nasconde depositi e cisterne sotterranee e le tombe del piccolo cimitero. Si risale la scarpata che porta alla boscosa e poco pronunciata vetta del Monte Sacro, segnalata da un ometto di pietre.

La cappella occidentale

Sul declivio si scopre un quartiere satellite della città dei monaci. La struttura più appariscente è la lunga cella dotata sulla parete di una sequenza di arcate ogivali. Accanto è una piccola cappella, ancora relativamente integra, con la facciata a casetta e il portale ad arco, coperta da una volta a botte, a una sola navata che si chiude con una pronunciata abside semicircolare. Sul pendio è una condola parzialmente interrata e scavata nella roccia, con il tetto caduto e le pareti intonacate.

La condola sul declivio

Il mondo agro-pastorale

L’area pascoliva

La discesa del Monte Sacro è l’occasione per osservare da vicino il mondo agro-pastorale del Gargano. Al di sotto della fascia del bosco si distende l’area dei pascoli e dei coltivi. Un fontanile a vasche ricorda quanto fosse preziosa l’acqua a quella quota. I muretti costruiti a secco con le pietre di cui è ricca la zona separano le proprietà e circondano gli stazzi un tempo destinati allo stazionamento notturno del gregge.

Rifugio in abbandono

Una spettacolare aia terrazzata racconta ancora le pratiche di trattamento dei raccolti di cereali e la tecnica di seccare sotto il sole gli ortaggi e la frutta. Piccoli edifici agricoli, talora ricostruiti su basi preesistenti e infine abbandonati, raccontano con i loro comignoli la vita estiva dei pastori-agricoltori: la lavorazione del latte e la caseificazione, il forno per la cottura del pane e delle vivande, la dispensa per i beni di prima necessità, il calore serale del camino, i giacigli per la notte. Si osserva anche una capanna in pietra a secco che serviva da deposito per gli attrezzi del lavoro sui campi.

La capanna in pietra a secco

(Ho visitato l’Abbazia del Monte Sacro il 25 gennaio 2018)

Francia. Il villaggio abbandonato di Barrières

L’hameau di Barrières è un autentico monumento della pietra a secco. Dopo il suo progressivo abbandono nel corso del secolo scorso non ha subito modifiche significative pur cadendo inevitabilmente in rovina. Costituisce dunque un unicum nel Quercy perché è una testimonianza integra della vita agro-pastorale del passato. La sua esistenza e le sue attività sono in parte legate al Priorato Saint-Jean des Fieux (1297-1624), localizzato a meno di un km dal villaggio. Collocato all’incrocio di tre strade, la frazione di Barrières comprende una dozzina di abitazioni interfacciate con le loro dipendenze agricole (cantine, porcilaie, fienili, ovili). Le ragioni del suo abbandono risalgono allo spopolamento delle campagne provocato dalla crisi dell’agricoltura di fine Ottocento e poi dalla Grande Guerra (1914-1918). Nel 1911 gli abitanti del villaggio erano ancora una cinquantina, in maggioranza coltivatori e allevatori. Nel 1946 essi si erano ormai ridotti a due. L’ultima nascita, quella di René Pouzalgues, risale all’agosto del 1926. E la sua ultima abitante, morta nel 2001, si chiamava Victoria Treil.

Veduta dall’alto

Il villaggio è una delle frazioni di Miers, comune del dipartimento del Lot, nella regione del Midi-Pyrénées. La visita permette di apprezzare la solidità e l’integrità degli scheletri degli edifici, costruiti a secco con le pietre del calcare del Quercy. Sono invece crollate le coperture dei tetti, sostenute da travi di legno che non hanno retto all’usura del tempo.

La strada basolata

La passeggiata tra le rovine può seguire l’asse della strada principale del villaggio, i cui basoli di pietra sono ancora visibili. Con brevi deviazioni si possono osservare le reliquie della vita quotidiana del tempo. La casa di Pierre Grimal, ad esempio, mostra ancora la grande cucina con le pareti del camino e il lavabo dell’acqua.

La casa Grimal

Casa Grimal ha alle spalle la stalla di famiglia ed è affiancata da una grande aia lastricata, dove giocavano i ragazzi, si batteva il grano e si seccavano al sole gli ortaggi e la frutta.

L’aia lastricata e la grangia con la porta architravata e la finestra di aerazione

Due edifici più piccoli, accanto all’aia, erano le grange con i depositi di fieno di Jean Brel e Armand Pouzaigues.

Il locale del forno

Il forno del villaggio è quasi completamente in rovina, ma sull’unica parete rimasta ancora in piedi, pur se interrata, è ancora visibile la cella di cottura del pane.

La scala di accesso al fienile

Le stalle dei bovini e gli ovili erano sul fondo del villaggio, addossati ai muretti di confine. Si può ancora osservare un edificio diruto a due piani, munito di scala esterna per l’accesso al fienile superiore; l’ambiente al piano terra era una stalla o un ovile.

Un orto recintato

I campi erano adibiti prevalentemente a pascolo degli animali. Si riconoscono ancora le parcelle di campi a seminativo, qualche orto e giardino.

La grangia a due piani

L’edificio più spettacolare perché ancora integro e con il tetto a spiovente è la lunga grangia a due piani, costruita sfruttando con intelligenza il naturale dislivello del terreno. L’accesso anteriore apre lo spazio del piano alto, destinato a pagliaio. La porta laterale dà invece accesso al locale basso, utilizzato probabilmente come ovile.

Il pozzo del villaggio

Il villaggio disponeva dell’acqua necessaria alla vita degli abitanti grazie a tre pozzi distribuiti tra le case.

L’abbeveratoio

Gli animali utilizzavano le vasche per l’abbeverata, con l’accesso a scivolo, costruite negli immediati dintorni del villaggio. Le vasche sfruttavano piccole sorgenti naturali che alimentavano le piscine d’acqua.

La ricostruzione didattica di una capanna circolare

Oggi il villaggio di Barrières è di proprietà pubblica. L’associazione culturale Racines, con il concorso del Parco naturale Causses du Quercy e degli enti locali, ne cura la manutenzione, la valorizzazione e l’animazione a favore delle scuole e dei turisti. Sono stati attivati alcuni cantieri-scuola per la ricostruzione didattica dei muretti e di una capanna circolare. La visita di Barrières può combinarsi al percorso dei Dolmen e alla visita dell’Archeosito dei Fieux.

La mappa del villaggio

(Ho visitato Barrières il 4 luglio 2017)

Francia. Il paesaggio della pietra a secco nei Causses du Quercy

Siamo nel Midi francese. Qui, nel parco naturale regionale dei Causses du Quercy, il paesaggio della pietra a secco è stato modellato dalle antiche pratiche agricole di scasso dei terreni, di dissodamento delle aree incolte, di spietramento dei seminativi, di recinzione delle parcelle, di costruzione di capanne o edifici rurali di servizio.

I muretti

Un muretto di confine

Onnipresenti nel territorio sono i muretti di pietra a secco (murets, murailles) che definiscono il confine dei fondi. La densità del reticolo dei muretti testimonia ancora oggi l’evoluzione che nel tempo hanno avuto la gestione fondiaria, la trasmissione delle eredità familiari e la varietà stessa dei terreni e delle colture. L’espansione demografica della prima metà dell’Ottocento e l’irradiarsi delle colture sui terreni ancora liberi favorirono la costruzione dei muretti di pietra con diverse finalità: per accompagnare, ad esempio, il percorso dei tratturi, collegare i villaggi, delimitare gli spazi delle grange e delle fattorie, individuare le sorgenti e i fontanili.

I cayrous

Un cayrou evoluto nei campi dei Fieux

Associati ai muretti sono i cayrous, ovvero i mucchi di pietre o le macere, frutto dell’ossessivo lavoro di spietramento dei campi da arare. Si tratta spesso solo di mucchi di pietre posti a margine dei campi, ma in altri casi sono organizzati in forme elementari, gradinati con pietre sporgenti oppure dotati di nicchie e vani interni usati per il canile. L’abbandono dei campi ha comportato il deteriorarsi di queste pierriers, la colonizzazione delle coperture da parte della vegetazione e il loro smembramento per nuove costruzioni.

Bories, caselles, gariotes, cabanes

Una capanna in pietra a secco nel Lot

Conosciute con una pluralità di denominazioni, le capanne costruite con la pietra a secco, senza legante, sono una presenza diffusa nel Midi francese e in particolare nel Parco e nei paesi della Dordogna. Queste testimonianze di architettura spontanea possono alzarsi su una base quadrangolare o rotonda, avere il tetto a forma di cono o di campana, misurare altezza e diametro più o meno significativi, ma in ogni caso hanno pareti costruite con pietre sbozzate e hanno tetti di lauzes (le lose, piccole lastre di ardesia).

Una cazelle del Lot

Le capanne erano frequenti negli antichi vigneti, dove fornivano un riparo temporaneo ai vignaioli (e in questo caso erano dotate all’interno di banco e sedili di pietra sporgente) o servivano da rimessa degli attrezzi da lavoro o, ancora, fungevano da cantina, custodendo i tini, le botti e le attrezzature per la viticoltura e l’enologia.

Una cazelle à Saint-Martin-Labouval, sulla Dordogna

Altri usi diffusi erano quelli di stalla per gli animali domestici (i polli, il maiale, l’asino, la capra e le pecore) o di vera e propria abitazione, sia temporanea che permanente. In questi casi la capanna era più ampia, dotata di almeno una finestra e di un lucernaio in alto, oltre che di giaciglio e nicchie per gli alimenti e gli oggetti domestici.

La capanna di Nouel

La Caselle di Nouel

La capanna di Nouel è una delle più belle del Quercy. Costruita nel 1850, ha una superficie di quindici metri quadri, un diametro di cinque, la circonferenza esterna di ventidue. I suoi 5,45 metri di altezza ne fanno la più alta della regione. Assai caratteristica e rara è la forma appuntita del tetto.

La colombaia

Pigeonnier a Rocamadour

Le colombaie (o piccionaie) sono una presenza costante sia nei borghi che nelle campagne. L’allevamento di piccioni era altamente redditizio perché forniva le uova per l’alimentazione, le piume per i giacigli, la carne per la cucina, il guano per concimare i campi. Le colombaie occupano solitamente la parte superiore delle caselle di pietra; hanno una finestrella d’accesso riservata ai soli piccioni e l’interno strutturato a nicchiette sovrapposte per ospitare i nidi. Si cercava con queste soluzioni di proteggere una risorsa preziosa dagli appetiti degli animali predatori e dalle incursioni dei ladri.

La casa del pastore

Casa, ovile e colombaia a Loubressac

Una caratteristica architettura della zona è la bergerie, costituita da due parallelepipedi accostati, di cui uno, il più ampio, fungeva da abitazione e laboratorio caseario del pastore, e il secondo, più basso, da ovile.

Il villaggio di Breuil

Le Cabanes du Breuil

Un bell’esempio di villaggio in pietra è costituito dalle “Cabanes du Breuil”. Queste erano edifici rurali a servizio di una fattoria agricola di Saint-André-d’Allas, situata nella frazione di Calpalmas. Costruite in pietra a secco su base circolare con i caratteristici tetti conici a punta, rivestiti di lose, le bories formano un agglomerato di pregio e costituiscono un curioso e affascinante museo privato.

Abruzzo. La cascata e le antiche pietre di Borrello

Siamo nella media valle del fiume Sangro. Si traversa più volte il confine tra l’Abruzzo e il Molise, saltellando tra un paese e l’altro e varcando i limiti amministrativi delle province di Aquila, Chieti e Isernia. Il confine creato cinquant’anni fa non divide, ma semmai unisce territori omogenei e storicamente legati. Dal fondovalle risaliamo le curve che ci portano agli ottocento metri di quota del pianoro di Borrello. Come tanti altri paesi nei dintorni, Borrello è aggrappato a uno spuntone roccioso, che da queste parti chiamano ‘pesco’.

Panorama di Borrello

La principale attrattiva di Borrello sono le Cascate del Verde, protette da una Riserva naturale regionale gestita dal WWF. Sono le Cascate naturali più alte d’Italia, frutto del triplice salto delle acque del fiume Verde, un affluente di destra del Sangro. Si possono ammirare nella loro forma e nella loro bellezza durante tutto l’arco dell’anno, ma la portata massima delle acque è tipica dei mesi primaverili. Da Borrello si segue la strada per Rosello e dopo circa un km si devia a sinistra per raggiungere l’ingresso, con l’infopoint, la biglietteria e i servizi dell’Oasi. Percorsi i primi cento metri, ci si trova a un bivio.

La cascata del Verde

Se si segue il ramo di sinistra ci si trova su un percorso protetto che raggiunge tre distinti punti di osservazione sulle cascate. Il punto migliore di osservazione è il terzo, il più basso, che si raggiunge scendendo una rampa di oltre duecento gradini all’ombra di un bosco di aceri, lecci, roverelle e abeti bianchi. Il posto è di grande suggestione. La risalita è ovviamente più prosaica e faticosa. Tornati al bivio, si segue il ramo di destra e in meno di un km si giunge all’Osservatorio, una terrazza panoramica dalla quale si domina la valle del Sangro e la corona di monti Frentani con i paesi vicini.

La media valle del Sangro

Altro motivo d’interesse di Borrello sono le casitte, le capanne in pietra a secco che si rintracciano nel bosco del Montalto e nelle radure dei dintorni. Questa forma di architettura spontanea, combinata con i muretti a secco e i terrazzamenti alle pendici del Montalto, potrebbe avere anche una storia importante come attesta una ricerca archeologica in corso. La ricerca ipotizza che le strutture presenti sul Montalto siano riferibili a un complesso posto a difesa e a controllo della via che provenendo da Trebula (l’attuale Quadri) risaliva la valle del Sangro e si dirigeva verso sud dividendosi nei due rami alla base del Montalto; l’insediamento antico godeva di una posizione strategica di rilievo, con una comunità stanziale ricordata da una necropoli monumentale.

Muraglione di pietra nel bosco del Montalto

Il primo nucleo di casitte si trova alle pendici del Montalto a 620 m di quota. Si suggerisce di chiedere in paese l’aiuto di persone esperte dei luoghi, non tanto per il rischio di perdersi, quanto per evitare la frustrazione di ricerche infruttuose nel fitto bosco. Nel mio caso ho trovato persone molto disponibili e prodighe d’informazioni. Utilissima è anche la “passeggiata al Bosco di Montalto” raccontata sul web da Angelo Ferrari. Usciti da Borrello sulla via di Rosello, dopo le ultime case, si devia a destra all’altezza di un fontanile; superato il campo sportivo, presso il cartello della cooperativa Leoreadi, la strada devia a destra passando davanti alla Casa del pastore.

La Capanna del Pastore

Più avanti, superato un cancello, occorre fare attenzione a una stradina che entra a sinistra nel bosco, tra due muretti di pietra (1,1 km dal fontanile). Si sale a piedi sul largo e ombroso stradello, tra muraglioni e macere di pietre, fino a una sbarra verde che chiude un fondo sulla sinistra.

Casitta nel bosco

Lasciato lo stradello si sale a destra nel bosco seguendo i recinti di pietra che terrazzano gli antichi fondi. Un muraglione più alto che segue la cresta del monte può farci da riferimento. Scopriamo qui un nucleo di capanne di pietra, isolate o addossate ai muretti, ancora integre, pur se interrate o parzialmente franate. Tornati alla stradina e percorso un breve tratto si osserva più in basso sul pendio a sinistra una casitta isolata, di dimensioni più ampie e ancora integra pur se pericolante.

La Capanna Simonetta, oggi Nelli

All’interno, su una roccia del pavimento, è inciso l’anno di probabile costruzione (1908) e l’iniziale del proprietario del tempo (Simonetti). Il manufatto e il fondo sono oggi di proprietà della famiglia Nelli. Gli anziani raccontano che in questi ripari, durante la seconda guerra mondiale, trovarono rifugio gli abitanti del paese per sfuggire ai bombardamenti, alle requisizioni e ai pattugliamenti armati lungo la linea Gustav.

La sigla del proprietario e l’anno di costruzione

Un altro esemplare molto interessante di capanna di pietra è il Casino di Pampino. Occorre proseguire in macchina (o a piedi) sulla strada asfaltata che aggira il Montalto, incrocia sulla sinistra un’altra strada che riporta a Borrello e raggiunge un’ampia rotonda dove si parcheggia.

L’interno del Casino Pampino

Pochi metri sulla strada che si dirige a est lungo la linea del confine regionale, tra il bosco di Vallazzuna e il piano Ciavarrello, portano a individuare sulla destra la capanna di pietra, la cui copertura a tholos è caduta. Le dimensioni della capanna sono notevoli, tali da ospitare un nucleo familiare, come effettivamente accadde durante la guerra. Si osservano le aperture esterne e i piccoli vani interni ricavati tra le pietre e destinati a riporvi gli oggetti di uso domestico.

La capanna della radura

Altre capanne di pietra sono distribuite nei dintorni. Pur se crollata, è interessante visitare la capanna che sorge al margine di un’ampia radura un tempo coltivata. Sulla via di Quadri, cinquecento metri dopo il cimitero, una ripida stradina scende verso la radura, guada il fosso e risale brevemente; la casitta è nascosta tra i primi alberi del bosco e attesta la sua antica funzione di servizio al pascolo e all’agricoltura di montagna.

Edificio rurale ristrutturato

(L’escursione è stata effettuata il 9 giugno 2017)

Abruzzo. I segni del paesaggio agro-pastorale di Collepietro

Collepietro è il paese che chiude a sud-est il lungo altopiano di Navelli, nell’Aquilano. L’antico Collis Petri, con le case del centro storico aggrumate sulla cima rotonda del colle, era un paese-sentinella sulle due storiche strade che lo attraversavano: in alto la via degli armenti, il regio tratturo Centurelle-Montesecco, bretella del Tratturo Magno; in basso la romana via Claudia Nova, diventata poi la statale 17 dell’Appennino abruzzese. Oggi però gli armenti non percorrono più da tempo lo storico tratturo e il traffico della statale 17 è stato dirottato sulla veloce fondovalle del Tirino. Con il risultato che Collepietro rischia di diventare un borgo marginale, tagliato fuori dai traffici, sconosciuto ai più. Malinconica fine per un villaggio che un tempo aveva fatto parte del castaldato valvense e che aveva dignitosamente partecipato alla fondazione della città dell’Aquila. E poiché i guai non vengono mai soli, si sono aggiunti in tempi recenti il furioso incendio del 2007 che ha sconvolto il paesaggio vegetale e il terremoto aquilano del 2009 che ha scosso gli edifici di pietra.

Capanna di pietra

Collepietro merita dunque almeno il risarcimento di una visita affettuosa. Si può andare alla scoperta dei segni del paesaggio agro-pastorale: il tratturo, i cippi, le capanne di pietra, gli ovili e gli stazzi, i recinti dei fondi, i pagliai, i muretti dei terrazzamenti, le macère. Collepietro gioca un suo ruolo rilevante in quest’archeologia del paesaggio. I suoi abitanti hanno guardato al monte e al piano. Giù nella valle ci sono i campi coltivati, la terra, l’acqua, le case rurali, le vie lineari, le stalle e i fienili. In alto ci sono le pietre, i ginepri, i recinti di pietra, i muretti, i campicelli d’altura, le tortuose mulattiere, i fossi, le capanne pastorali; e oggi anche la bonifica ambientale e il rimboschimento. Quel che proponiamo è un vagabondaggio tra questi molteplici punti d’interesse, uno scouting del territorio, più che una classica escursione in montagna.

La mappa dei sentieri di Collepietro

L’asse di riferimento della passeggiata è il percorso del Regio Tratturo. Partendo dalla chiesa dedicata alla Madonna del Buon Consiglio che sorveglia Collepietro, si segue il tratturo fino alla Serra di Navelli. Il percorso è facile e panoramico, pur se in salita, e segue all’inizio una strada asfaltata che diventa poi una larga sterrata. La cresta della Serra va percorsa invece sull’evidente sentiero del tratturo. L’esplorazione si svolge senza un itinerario rigidamente prefissato, all’interno comunque dell’anello che una sterrata disegna intorno alle gobbe delle Tredici Rane, di Saline, di Falgiaro e di Collalto; la sterrata si dirama a destra del tratturo e vi ritorna con un percorso circolare. Siamo sul sistema di colli che separa la piana di Navelli dalla valle Tritana, dove sono le sorgenti del Tirino e Capestrano.

La chiesa del Buon Consiglio

La chiesa del Buon Consiglio

La chiesa si trova in posizione isolata fuori del paese, su un ‘riposo’ del tratturo. All’esterno è rinforzata da tre contrafforti per ciascun lato. Una breve scalinata sale al bel portale romanico, sormontato da una lunetta. Sul retro vi sono alcuni edifici di pertinenza, in parte in rovina. Ampio il panorama sulla valle di Sulmona e sulla piana di Navelli.

Il tratturo e il cippo

A Collepietro fa tappa il Regio Tratturo che proviene da Navelli e scende poi a Bussi sul Tirino. Dalla chiesa del Buon Consiglio, seguendo anche le segnalazioni, risaliamo i tornanti della stradina prima asfaltata e poi sterrata a nord del paese e seguiamo la cresta dei colli che fasciano a est l’altopiano. In questo tratto il percorso coincide con l’ippovia diretta a Capestrano. Giunti a un incrocio, lasciamo a destra sia la sterrata dell’anello (che seguiremo al ritorno), sia il percorso per Capestrano e imbocchiamo a sinistra (nord-ovest) il sentiero tratturale che risale la cresta della Serra. A quota 883 incontriamo il cippo che porta incisi la sigla RT (Regio Tratturo) e il numero progressivo (il 43). Con agevole salita raggiungiamo la piramide di pietre sul punto più alto, a quota 965. Il panorama comprende le due catene montuose maggiori del Gran Sasso e della Maiella.

In cima alla Serra, col Gran Sasso sullo sfondo

Lo stazzo del pastore 

Esattamente sulla vetta della Serra di Navelli possiamo osservare i muretti di pietra che circondano un antico stazzo. Questo spazio aperto era il ricovero notturno del gregge, dove le pecore pernottavano all’aperto, vigilate dai cani-pastore. All’estremità orientale è ancora visibile il recinto trapezoidale del mungituro, dove le pecore venivano canalizzate e munte dei pastori prima di entrare nello stazzo.

Lo stazzo della Serra

La struttura dello stazzo risulta più evidente dalla foto zenitale. Nei pressi, a quota 930, è ancora visibile la capanna di pietra a secco che costituiva probabilmente il ricovero del pastore. La volta è crollata, ma la struttura è ancora evidente.

La capanna del pastore

Le capanne di pietra

La capanna in località Tredici Rane

Scesi dalla Serra alla selletta dov’è l’incrocio di strade, imbocchiamo la sterrata diretta a est che aggira i colli di Tredici Rane, Falgiaro, Saline e Collalto. Queste alture mostrano un particolare addensamento di capanne in pietra a secco, poste a margine di piccoli fondi recintati. Le capanne sono subito visibili a destra della strada e poi sulle aree sommitali, raggiungibili grazie a una rete di stradelli e sentieri.

Capanna invasa dai rovi

Sono interamente costruite senza leganti, con pietre a secco sovrapposte e rastremate in alto. Sono generalmente di piccola e media dimensione, utilizzate come magazzino e rimessa degli attrezzi da lavoro. Le troviamo costruite su aree pianeggianti, ma anche aggrappate ai pendii. Purtroppo il loro stato di conservazione è cattivo: l’ingresso è assediato dai rovi e il terremoto ha causato il collasso soprattutto della cupola e dei portali.

Capanna crollata

I muretti di pietra

Campo terrazzato

Nelle stesse aree sono stati costruiti numerosi muretti di pietra. Ne vediamo alcuni di fattura molto semplice e grossolana. Ma spesso s’impongono alla vista muri di media altezza, alzati con grande abilità geometrica, combinando a secco pietre di varie dimensioni. La funzione di questi muretti è ovviamente quella di segnalare i confini dei fondi agricoli, delle aree di pascolo e degli stazzi. Ma i più ammirevoli sono quelli costruiti sui terreni in pendio a sostegno di terrazze di terreno coltivato. La gradinatura del declivio evita il dilavamento del terreno e il suo scorrere a valle e crea un paesaggio di ‘giardini pensili’.

Capanna sottofascia

Le macère

Una macèra

Questo termine indica i numerosi accumuli di pietre visibili ai margini degli appezzamenti agricoli e delle radure. Su questi colli le macère hanno spesso la base costruita con regolarità geometrica e con pietre più grandi. All’interno vi è il pietrame gettato disordinatamente dai contadini, frutto del loro metodico spietramento operato nelle particelle coltivate e nelle aree di pascolo.

I pagliai

A Collepietro sono visibili alcuni pagliai, edifici monocellulari a carattere elementare, col tetto a spiovente, destinati alla conservazione del fieno. Spesso sono costruiti sul pendio e sono allora articolati su due piani, fienile e stalla, con un doppio accesso, posteriore a monte e anteriore a valle.

I fontanili

Il fontanile

Sono vasche per l’abbeverata degli animali, dotate di acqua sorgiva, distribuite capillarmente lungo le vie armentizie, i pascoli, i riposi e nelle vicinanze delle masserie e degli stazzi. Nel piano sottostante Collepietro si può vedere un lungo fontanile a vasca, costruito accanto a un minuscolo lago.

La cisterna

Molto interessante è anche il rudere dell’antico pozzo-cisterna a servizio dell’irrigazione e degli allevamenti diffusi nella zona. Due pietre murate sul fronte dell’edificio riportano un’iscrizione e una data.

La taverna

La taverna di Collepietro

A lato della statale 17, al km 72, nei pressi del bivio per Collepietro, sono ancora ben visibili i ruderi dell’omonima taverna. La taverna è una presenza costante sul fianco delle strade, dove svolgeva la funzione di luogo di sosta e di ristoro e stazione per il cambio dei cavalli. Le taverne sono presenti con regolarità anche lungo i tratturi: sono osterie attrezzate con sale da pranzo a piano terra e camere da letto al piano superiore. Ma la caratteristica più tipica delle taverne tratturali è il cortile interno con le stalle per gli animali, cui si accede attraverso porte o archi dedicati e la disponibilità di acqua nei dintorni.

Per approfondire

L’escursione può essere preparata dalla lettura della ricerca condotta nel 2007 dalla cattedra di Archeologia medievale dell’Università dell’Aquila, curata da Fabio Redi e Lorella Di Blasio, dal titolo “Segni del paesaggio agro-pastorale. Il territorio del Gran Sasso – Monti della Laga e dell’Altopiano di Navelli” (Edizioni L’Una, L’Aquila, 2010). Le edizioni Exorma hanno pubblicato nel 2015 un magnifico volume collettivo, con un ricco corredo fotografico, dal titolo Abruzzo sul Tratturo Magno, curato da Letizia Ermini Pani. Il sottotitolo “ Borghi Archeologia Paesaggio Architettura Tradizioni Arte Transumanza” esplicita la varietà dei contributi raccolti e le declinazioni disciplinari degli specialisti coinvolti. Si può aggiungere la guida “Le vie della transumanza – Guida ai tratturi aquilani fra Gran Sasso e Sirente”, corredata da un’ottima carta in scala 1:40.000, scaricabile anche dal sito Tratturi e Cammini.

Letture consigliate

(Itinerario percorso il 24 marzo 2017)