Abruzzo. Le capanne di pietra di Villa Santa Lucia

Villa Santa Lucia degli Abruzzi. Bisogna voler molto bene a questo paese per decidere di salire quassù. E bisogna prima scovarlo sulle mappe. Remoto. Isolato. Raggiunto da strade tortuose, a novecento metri di quota, proprio sotto le ultime creste della catena del Gran Sasso. Certo, il panorama ripaga la lunghezza del viaggio. Ma il paese è un deserto umano e commerciale. Verso le ultime case una loquace vecchina, molto curiosa, esce di casa e prende a raccontarmi della notte del terremoto e poi della nevicata record di quest’inverno e di altre interminabili storie del passato. Alla fine della passeggiata incontrerò un altro abitante, anche lui loquace: ce l’ha con il mondo intero e con la desolazione di un paese da cui tutti sono andati via. In Canada, innanzitutto e poi verso i paesi della costa o della pianura. A Villa siamo rimasti in trentadue – racconta – e un’altra decina nella frazione di Carrufo; da noi il medico sale una volta alla settimana e così il furgone ambulante degli alimentari. Racconta dell’azienda agro-pastorale del paese e della coltivazione del tartufo. Mi mostra il segno lasciato nel bosco dalla slavina invernale che è piombata giù fermandosi a pochi metri dal paese.

La segnaletica

Se il futuro di questo paese è perlomeno incerto, andiamo a scoprirne almeno il passato. Visto che – come afferma Antonella Tarpino – la memoria è la sola garanzia di esistenza per le culture agro-pastorali. E così seguiamo i sentieri che si dipartono a sud-est del paese e che si dirigono verso il colle della Madonna e il colle di San Nicola. Questi due rilievi interrompono come una risacca le ripide pareti discendenti dei monti Cappucciata e Cannatina e vi creano una valletta, che ospita campicelli d’altura, pascoli e un insediamento pastorale diffuso in pietra a secco, erede di un villaggio romano e poi longobardo. La ricerca condotta dall’università dell’Aquila vi ha censito una ventina di capanne di pietra a tholos. Siamo sul braccio di tratturo nel quale confluivano le greggi della Baronia di Carapelle che lasciavano i pascoli estivi di Campo Imperatore: da Calascio e Castel del Monte i pastori scendevano a Villa Santa Lucia per proseguire in quota e intercettare il Tratturo Magno a Forca Penne.

L’edicola dello Spirito santo

Dal Municipio di Villa (880 m) imbocchiamo la via Battisti, superiamo le ultime case di Randino e raggiungiamo un bivio presidiato da un’antica edicola di pietra, a forma di condola, un tempo affrescata e dedicata allo Spirito Santo. Qui deviamo sul percorso di destra, seguendo la segnaletica dell’ippovia del Gran Sasso e la freccia di legno con l’indicazione ‘capanna in pietra’. Dopo una ventina di minuti, due frecce con l’indicazione ‘tholos’ ci fanno scoprire sulla scarpata di sinistra una elaborata capanna di pietra con un gradone a spirale e il muretto che ne protegge la porta d’ingresso, sormontata dall’architrave. Tutta l’area è cosparsa di macere e capanne dirute, ma la loro esplorazione è resa molto difficoltosa dall’intricata vegetazione di arbusti.

La capanna di pietra di Colle della Madonna

Continuiamo a percorrere il sentiero (noto localmente come la via di Forca), autentico balcone sull’aquilano. La conca del Tirino è incorniciata dalle creste e dalle cime del Sirente e del Velino. A destra (nord-ovest) spiccano la rocca di Calascio e la piramide di roccia di Monte Bolza che domina Castel del Monte. A tratti invaso dalla vegetazione, il sentiero prosegue tra muretti di pietra e campi recintati coltivati a tartufo fino a incrociare un pianoro e una sterrata. Questo incrocio è indicato dalla segnaletica come Colle San Nicola. Abbandoniamo la sterrata per risalire un po’ faticosamente il pendio a sinistra (nord); i sentierini nella macchia salgono alla selletta che separa le due gobbe del Colle di San Nicola.

La capanna di pietra a quota 930

Per cresta saliamo sulla destra alla cima più alta. Impressionano i bastioni terrazzati che cingono l’acropoli e i muretti di pietra che delimitano la piana sommitale. Ai margini del corridoio a pascolo sotto la vetta, a quota 930, si svela una capanna a secco, con un avancorpo nel quale si apre la porta architravata a sezione rettangolare.

Il villaggio di pietra

Ridiscesi alla selletta, scopriamo davanti a noi un mondo dove i campicelli d’altura sono coronati da stazzi recintati, resti di antiche abitazioni di pietra, muretti e un reticolo di sentieri. Conviene salire sull’altura di fronte, sia per avere un quadro d’insieme all’insediamento medievale del Castelluccio, sia per scoprire proprio sulla vetta (quota 965) una nuova ampia capanna di pietra, caratterizzata da un dromos d’accesso, da una porta architravata rastremata in basso e da tre gradoni di pietra interni, utilizzabili sia come panche che come giacigli.

La capanna di pietra sul Colle di San Nicola

Esplorata l’area, prendiamo la via del ritorno verso Villa. La direzione è nord-ovest. Possiamo seguire il sentiero che traversa il pianoro delle Vicenne alla base il Colle della Madonna, dove sono una struttura campeggistica e la chiesa rurale di Santa Maria delle Vicenne. In alternativa possiamo seguire più in alto la strada bianca parallela che taglia le pendici del monte Cappucciata e che traversa l’impressionante traccia lasciata dalla slavina del gennaio 2017. La durata minima dell’escursione è di circa tre ore, con un dislivello molto limitato.

Villa Santa Lucia degli Abruzzi e i colli dell’escursione

(Ho effettuato l’escursione il 29 marzo 2017)

Sardegna. La tomba dei giganti di S’ena ‘e Thomes

Visitiamo una delle più antiche tombe dei giganti. Risale all’età del Bronzo, al secondo millennio avanti Cristo. Ha il nome di “S’ena ‘e thomes” (la sorgente di Thomes) e sorge solitaria in una zona ondulata e cespugliosa, caratterizzata da curiosi affioramenti rocciosi.

La segnaletica del sito archeologico

L’ingresso del sito si trova esattamente al km 19 della strada provinciale 38 che collega la cittadina di Dorgali alla superstrada 131 Olbia-Nuoro. Varcato il cancello, si va a destra per alcune centinaia di metri su una pista polverosa. Alcune frecce di pietre composte sul sentiero agevolano la scelta del percorso giusto.

L’esedra monumentale

Il monumento diventa visibile solo all’ultimo momento ed è davvero emozionante. La struttura è in ottimo stato di conservazione e permette di osservare tutte le caratteristiche tipiche. Questa è costruita interamente utilizzando granito locale. La cella sepolcrale è costituita da un corridoio tombale lungo circa undici metri, ancora parzialmente coperto col sistema dolmenico o trilitico (due stipiti verticali che sorreggono la terza pietra orizzontale).

La cella tombale

A chiudere frontalmente l’antico e unico accesso del corridoio, una grande lastra monolitica del peso di sette tonnellate e alta 3,65 metri, con una cornice scolpita; in basso è scavato il piccolo portello d’accesso. La lastra principale è affiancata lateralmente da altre lastre infilate nel terreno di dimensioni decrescenti verso le estremità che formano l’esedra. L’esedra, ampia circa dieci metri, delimita l’area sacra in cui si compivano i riti commemorativi dei defunti.

Il corridoio sepolcrale

(Ho visitato la tomba dei giganti il 10 ottobre 2016)

Sardegna. Il nuraghe San Pietro

Il nuraghe San Pietro sta di vedetta su un’altura a margine della piana alluvionale del fiume Posada. Torpè è a un passo, al di là del fiume. E non siamo lontani dal castello di Posada e dagli altri rinomati centri della costa a sud di Olbia. Dalla superstrada 131 Olbia-Nuoro l’uscita utile è quella di Posada; dalla statale 125 “Orientale Sarda” il bivio giusto si trova al km 269. Quattro km sulla provinciale 24 bis e siamo al cancello d’ingresso e al box-biglietteria del nuraghe. È piacevole scoprirvi la competenza e la passione della guida, come pure la cura con cui il sito è tenuto.

Il nuraghe San Pietro

Pochi passi sul sentiero ed eccolo il nuraghe, illuminato dal sole del tramonto. Si sottopassano le forche caudine che introducono al cortile e si ammira la torre centrale, con il suo possente architrave di trachite rossa e la nicchia che funge da garitta di guardia.

L’ingresso della torre

Dopo il vano con la scala che sale al piano superiore, si entra nella camera circolare, in origine coperta a tholos, nella quale si aprono tre nicchie ben conservate. Il nuraghe è quadrilobato, ovvero circondato da quattro torri laterali a forma di “petali” irregolari, dotate di accessi indipendenti. A breve distanza dal complesso nuragico è in corso di scavo un villaggio che risale all’età romana. Si chiarisce così l’originalità di questo complesso nuragico, che risulta essere stato utilizzato dall’età del bronzo fino al secondo secolo dopo Cristo.

Il cortile e il pozzo

In una delle torri del nuraghe, sotto un’enorme quantità di pietre da crollo, gli archeologi hanno rinvenuto i vasi e le anfore di un granaio, con una cospicua quantità di grano e fave provenienti da coltivazioni locali ma anche orientali, qui giunte con le navi onerarie che solcavano il Mediterraneo. Il granaio fu distrutto dal crollo della volta della torre e le rovine furono utilizzate come tombe per la sepoltura degli abitanti del villaggio.

I ritrovamenti

Gli oggetti ritrovati dagli archeologi (ex voto, oggetti rituali, figurine umane, verghe di ferro) sono descritti in un cartello all’ingresso del sito.

La mappa del sito

(Ho visitato il nuraghe l’8 ottobre 2016)

La trama di pietra del nuraghe

Il nuraghe Mannu

Posizione strepitosa quella del nuraghe Mannu. Dall’alto del suo altopiano vulcanico sovrasta Cala Gonone e tutta la costa del golfo di Orosei, parco nazionale. Un’ardua parete a picco con duecento metri di dislivello scende a precipizio sulla stretta gola incassata della Còdula di Fuili, con la sua incantevole caletta a mare.

Il nuraghe Mannu al tramonto

Il nuraghe Mannu al tramonto

Attorno al nuraghe si affollano gli edifici e i reperti di un villaggio frequentato dagli antichi abitanti nuragici dell’età del bronzo e poi, in successione, dai coloni fenici e punici, dai cives della Roma repubblicana e imperiale, dai mercanti dei paesi mediterranei, dalle genti di epoca bizantina e altomedievale. Aggiungete i frutti di una pluriennale attività di scavo archeologico e di valorizzazione turistica e si ottiene una destinazione di primordine in un contesto turistico di richiamo internazionale.

La codula Fuili

La codula Fuili

Il sito è costituito da un nuraghe al centro di un insediamento nuragico e romano. Il nuraghe è del tipo semplice, a tholos, costruito con grandi massi poliedrici in basalto, disposti a filari irregolari; l’altezza è di m. 4,70 e il diametro al piano di calpestio di 12,80 metri.

L'ingresso del nuraghe

L’ingresso del nuraghe

L’ingresso è orientato a est, verso il mare; ha forma trapezoidale ed è sormontato da un architrave irregolare sopra il quale si conservano due filari di blocchi e la relativa finestra di scarico. Al vano interno si accede tramite un corridoio trapezoidale nel quale si apre, a sinistra, il vano scala che conserva ancora in posto dodici gradini dell’originaria scala d’andito. La camera presenta una pianta ellittica irregolare con due nicchie sopraelevate ricavate nello spessore murario della parete occidentale.

L'abitato di età romana

L’abitato di età romana

Il villaggio di età romana comprende vani destinati a uso civile e magazzini, sovrapposti alle preesistenti strutture nuragiche. Gli edifici hanno muri realizzati di conci di reimpiego e con pietre semilavorate senza l’utilizzo di malta. All’interno di un vano era stata ricavata, scavando la roccia madre, una vasca di forma ellittica destinata a contenere acqua o derrate alimentari.

La cisterna

La cisterna

Il bivio per il sito del nuraghe Mannu si trova al km 4 della strada turistica che collega Dorgali a Cala Gonone. Dal bivio il nuraghe dista circa due km. Percorsa una stretta strada asfaltata, conviene comunque lasciare l’auto in uno spiazzo e percorrere a piedi gli ultimi ottocento metri. All’ingresso del sito si trova un edificio moderno con funzione di biglietteria, dove sono disponibili pubblicazioni informative e l’assistenza di guide turistiche.

Il sito nuragico visto dall'alto

Il sito nuragico visto dall’alto

(Ho visitato il nuraghe Mannu il 10 ottobre 2016)

Le tombe dei giganti di Madau

Le tombe dei villaggi nuragici sono appariscenti, megalitiche, monumentali, imponenti. L’immaginario popolare ha fantasticato vedendo in questi cimiteri l’estrema dimora di giganti, di una mitica popolazione preistorica di ciclopi. Queste caratteristiche sono evidenti nell’area sepolcrale di Madau, probabilmente collegata al vicino villaggio nuragico di Gremanu. Vi troviamo quattro tombe di giganti disposte ad anfiteatro e rivolte verso il sole nascente, scavate dal grande archeologo sardo Giovanni Lilliu negli anni Ottanta.

La prima tomba

La prima tomba

La prima tomba è la più antica: ha l’aspetto di un sarcofago costruito con grandi lastre di granito infisse verticalmente sul terreno, che delimitano la camera sepolcrale.

La seconda tomba

La seconda tomba

La seconda tomba è quella più monumentale. Presenta una camera funeraria lunga circa venti metri (nella quale venivano inumati i morti) e un’ampia esedra sulla fronte provvista di banconi-sedili: in questo luogo sacro, contraddistinto dalla presenza di un focolare funzionale ai riti e ai banchetti funebri, si riunivano i parenti dei defunti per ricordare e pregare.

L'ingresso della seconda tomba con il focolare

L’ingresso della seconda tomba con il focolare

La terza tomba, a fianco della precedente, le è simile ma si caratterizza per la presenza di una grande esedra che protende i suoi bracci in avanti fino a chiudere un’ampia area circolare.

La quarta e ultima tomba è situata più a ovest su un modesto rilievo, ma non è ancora stata esplorata.

La terza tomba a esedra circolare

La terza tomba a esedra circolare

L’accesso più comodo a Madau è tramite l’uscita di Pratobello al km 22 della strada statale 389, la ‘direttissima’ tra Nuoro e Lanusei; di qui si segue per 3 km la strada provinciale (parallela alla statale) in direzione sud, verso il passo Caravai; il sito archeologico è sulla destra, a poca distanza dalla strada, segnalato da un cartello.

La camera funeraria della terza tomba

La camera funeraria della terza tomba

(Ho visitato le tombe di Madau il 9 ottobre 2016)

La segnaletica del sito

La segnaletica del sito

Sardegna. Il villaggio nuragico di Gremanu

Gremanu? Mumble, mumble. Che dici, ci andiamo? Le guide che abbiamo consultato ne scrivono con entusiasmo. Dicono che è uno dei gioielli del patrimonio archeologico sardo; l’unico acquedotto di età nuragica noto in Sardegna; uno straordinario esempio di santuario nuragico dedicato al culto delle acque. Vabbè, andiamo. Percorriamo la strada statale 389, la ‘direttissima’ tra Nuoro e Lanusei; l’uscita giusta è quella di “Passo di Caravai – Fonni”, in prossimità del segnale del km 28; appena cinquecento metri di strada provinciale in direzione di Pratobello, ed ecco sulla sinistra una piazzola di sosta, un cancello di ferro e la segnaletica. Aperto (e richiuso) il varco, si scavalca il corso d’acqua e, al cancello successivo (senza entrarvi), si va sulla pista a sinistra nel bosco di roverella che in pochi passi conduce all’area archeologica.

Il tempio circolare di Gremanu

Il tempio circolare di Gremanu

Il complesso di Gremanu si articola in due aree distinte. La prima, che incontriamo a valle, consta di una serie di templi; più a monte si sviluppa un articolato sistema di canalizzazione e captazione delle acque sorgive. L’area sacra del santuario, intorno alla quale si sviluppava il villaggio di circa cento capanne, era protetta da un recinto rettangolare (tèmenos) lungo circa 70 metri. Vi furono costruiti tre templi: un grande tempio circolare, un tempio rettangolare a megaron e un tempio semicircolare.

L'interno del tempio circolare

L’interno del tempio circolare

Il grande tempio circolare è costruito in conci di granito locale e si caratterizza per un’accurata pavimentazione in lastre di granito e scisto, perfettamente aderenti tra loro, e per la presenza, al centro dell’ambiente, di un muro trasversale che divide l’area destinata alle attività fusorie da quella dotata di banconi-sedili, destinata a tutti coloro che presiedevano ai riti.

Il tempio rettangolare

Il tempio rettangolare

Attiguo al tempio circolare (che era forse un nuraghe ristrutturato) sorge il tempietto rettangolare, preceduto da un piccolo atrio o vestibolo.

Il tempio semicircolare

Il tempio semicircolare

Il terzo tempio, di forma semicircolare, presenta una conca in conci di granito locale, presumibilmente utilizzata per l’acqua.

Il canale di adduzione

Il canale di adduzione

Nella zona a monte del villaggio è ben visibile la canaletta che convogliava le acque, derivate dal vicino rio Gremanu e da altre sorgenti, in direzione di un primo pozzo circolare, dal quale partiva poi il sistema di canalizzazione a servizio del villaggio sottostante a valle.

La cisterna

La cisterna

Accanto alla fonte è una vasca rettangolare costruita con conci di basalto e trachite perfettamente lavorati e giunti tra loro, presumibilmente utilizzata per le abluzioni rituali, e un ambiente circolare provvisto di pozzo. Un particolare curioso, che si percepisce bene nelle foto prese dall’alto, è la perfetta sagoma fallica del sito.

Il villaggio di Gremanu visto dall'alto

Il villaggio di Gremanu visto dall’alto

Un’ipotesi è che Gremanu fosse sede di culto e luogo di rigenerazione per tutti coloro che, spinti dal bisogno di purificarsi e di scongiurare il pericolo della siccità, vi si recavano in pellegrinaggio. All’incirca nel mille avanti Cristo, i nuragici, che hanno già smesso di costruire i nuraghi, avrebbero iniziato ad aggregarsi intorno alle grandi strutture templari (pozzi e fonti sacre, rotonde) dedicate alle divinità delle acque, cui venivano offerte spade e statuette votive in bronzo.

(Ho visitato il sito di Gremanu il 9 ottobre 2016)

Il nuraghe di Dronnoro

Il nuraghe Dronnoro

Il nuraghe Dronnoro

Un nuraghe maestoso, solenne, solitario, in uno spazio aperto e panoramico. La breve passeggiata che raggiunge la zona archeologica di Dronnoro è indubbiamente gratificante. L’accesso è nei pressi del cartello del km 7 sulla strada provinciale che collega Fonni a Pratobello.

La segnaletica

La segnaletica

Costeggiata una fattoria, la pista, protetta da due muretti di pietra a secco, s’innalza tra cespugli e radi alberi, traversa una zona di pascolo e immette nella zona recintata, regno della pietra. Ed eccolo il nuraghe, inquadrato in modo pittoresco tra due alberi. La torre centrale è ben conservata ed è affiancata da due torri laterali in rovina. Un poderoso bastione fascia l’intero complesso.

Veduta posteriore

Veduta posteriore

Vi si accede da sud-est, dopo aver attraversato un piccolo cortile triangolare a cielo aperto delimitato dalle torri laterali e dal bastione. L’imponente ingresso architravato immette in un breve corridoio su cui si apre, sulla sinistra, il vano scala che conduce sulla sommità, dove era la terrazza. Dal corridoio si accede alla camera circolare della torre principale: è emozionante osservare come si sia conservata intatta la copertura a tholos realizzata con anelli di conci progressivamente aggettanti, chiusi da una lastra centrale posta a 7 metri dal suolo.

L'interno voltato

L’interno voltato

Dalla sommità della scala si possono ammirare Fonni, monte Spada e i monti del Gennargentu, le cime brulle di Ollolai e di Olzai sulla destra, la catena calcarea del Supramonte sulla sinistra.

Usciti dal nuraghe si può gironzolare nei dintorni per scoprire le tracce del villaggio, non ancora scavato, i resti di una tomba di giganti e una domus de janas scolpita in una roccia.

La scala interna

La scala interna

(Ho visitato il nuraghe di Dronnoro il 9 ottobre 2016)