A piedi sulle rive del Danubio. L’Abbazia di Weltenburg

L’escursione all’Abbazia di Weltenburg, in Baviera, è un autentico camminare nella storia. Negli occhi del camminatore si fondono come in un caleidoscopio il fascino delle gole rocciose che stringono il Danubio, l’amenità della riserva naturale, il silenzio del bosco, le tracce archeologiche delle fortificazioni dei Celti, la prima abbazia benedettina costruita nel Land, il sacrario della liberazione della Baviera, la fabbrica di birra più antica al mondo, gli affreschi di Cosmas Damian Asam. E quando all’abbazia di Weltenburg ci si allontana dalla folla dei turisti e ci si dirige sui solitari colli circostanti si prova l’intensa emozione della bellezza e il godimento dello spirito.

Kelheim e il mausoleo della libertà

Il punto di partenza è la cittadina bavarese di Kelheim, che sorge dentro le sue mura medievali alla confluenza del fiume Altmühl nel Danubio. Un Museo e un Parco archeologico raccolgono le memorie celtiche e i ritrovamenti frutto degli scavi urbani. Dalla riva del Danubio partono i traghetti turistici che fanno la spola con l’abbazia di Weltenburgh. Il traghetto è ovviamente la scelta più comoda e rapida per ammirare le gole del Danubio e raggiungere l’abbazia.

La partenza da Kelheim

In alternativa è possibile percorrere a piedi alcuni larghi sentieri lungo le rive del fiume o sui colli boscosi che lo fiancheggiano. Il percorso che suggeriamo per l’andata è denominato Waldroute (la via del bosco) coincidente peraltro con la prima tappa dell’Archäologischer Wanderweg, il sentiero archeologico che fiancheggia l’antico vallo celtico. Questo percorso è lungo 5,4 km, ha un dislivello di 135 m e richiede un tempo di andata di circa un’ora e mezza. Si inizia con ripido percorso asfaltato che da Kelheim sale sull’altura del Michelsberg.

Il Mausoleo della libertà della Baviera

Lasciati in basso il monumento ai caduti e la chiesa, si raggiunge in alto la Befreiungshalle, un monumentale edificio circolare costruito per volere di re Ludwig I di Baviera per celebrare la fine delle guerre di liberazione contro Napoleone (1813-1815). Negli immediati dintorni sono il centro di visita e un terrazzo panoramico.

Il sentiero archeologico nel bosco

Il largo sentiero ben segnalato prosegue ora in piano nel bosco. Incontriamo alcuni pannelli informativi che invitano a visitare le parziali ricostruzioni delle mura difensive della citta celtica di Alkimoennis e dell’oppidumdi Artobriga, qui presuntivamente situati sulla base delle indicazioni della Geografia di Claudio Tolomeo.

La Waldroute nel bosco

I Celti fondevano il ferro in piccole fosse che fungevano da altoforni primitivi. L’altopiano è costellato di piccole fosse di fusione a forma di imbuto e cumuli di scorie. Le mura servivano a proteggere quest’area industriale e il vicino insediamento umano.

Pannello del sentiero archeologico

L’abbazia benedettina di Weltenburg

Una veloce discesa nel bosco conduce alla strada asfaltata e alle rive del fiume Danubio. Sulla pietrosa riva opposta si erge la mole dell’abbazia benedettina. Per guadare il braccio d’acqua che ci separa dall’abbazia arriva provvidenzialmente in nostro aiuto una barchetta adibita al collegamento tra le due sponde.

L’abbazia San Giorgio di Weltenburg e il guado sul Danubio

Qui, intorno al 600, giunsero alcuni monaci erranti iro-scozzesi e vi fondarono il primo monastero. Erano seguaci dell’irlandese Colombano e si chiamavano Eustasio e Agilo di Luxeuil. Quel che noi vediamo oggi è il rimaneggiamento settecentesco in stile barocco dell’intero complesso, comprensivo del monastero, della chiesa e degli edifici di servizio. Nel cortile della chiesa si trova uno dei “Biergärten” più belli della Baviera: è una birreria all’aperto, all’ombra di giganteschi castagni, dove si possono gustare le specialità locali accompagnate dalla famosa birra bruna prodotta dai monaci (Weltenburger Klosterbier) in quello che è forse il birrificio conventuale più antico del mondo, risalente al 1050.

La chiesa di Asam e i suoi affreschi

La chiesa abbaziale barocca, dedicata a San Giorgio,risale al 1716 ed è opera dei fratelli Cosmas Damian e Aegid Quirin Asam. Sulla volta del vestibolo (1751) compare un dipinto del giudizio universale di Franz Asam. Nell’aula i dipinti si moltiplicano.

Lo sbarco dei benedettini in America

A destra è la scena dell’arrivo in America dei benedettini, imbarcati sulla caravella Santa Maria, nel secondo viaggio di Cristoforo Colombo. Sulla parete di fronte San Benedetto domina l’abbazia di Montecassino e fa risuonare le prime parole della sua Regola “Ausculta o Fili”. Il dipinto della volta centrale, capolavoro della pittura barocca, è una luminosa visione del Paradiso. Dio Padre, il figlio Gesù e lo Spirito Santo accolgono Maria e le pongono sul capo la corona di dodici stelle.

San Benedetto e Santa Scolastica con l’abate Bächl

Intorno è schierata la “ecclesia triumphans”: gli apostoli Pietro (con la croce e le chiavi) e Andrea (con la rete da pescatore), Benedetto e la sorella Scolastica, San Giorgio che sconfigge il drago, Davide con l’arpa, la Maddalena penitente, Santa Cecilia con l’organo, Giuditta con la spada, San Martino e l’abate del tempo Maurus Bächl.

La Frauenbergkapelle nei dintorni di Weltenburg

La gola del Danubio e il monastero rupestre

Dopo la visita all’abbazia e ai suoi suggestivi dintorni, si riguadagna con la barca la sponda opposta del fiume e si prende la via del ritorno sul percorso rivierasco denominato “Donauroute”.

La Donauroute sulla riva del Danubio

Alcuni cartelli segnalano la distanza che ci separa dalla foce del Danubio nel Mar Nero, che qui è di 2417 km.

La gola rocciosa del Danubio

Il sentiero è un eccellente balcone sulla spettacolare gola rocciosa di “Donaudurchbruch”, scavata nella roccia calcarea circa duecentomila anni fa da un braccio secondario del Danubio che ha dato poi origine all’attuale percorso del fiume.

L’eremo rupestre

Le pareti della forra raggiungono gli 80 metri d’altezza e al loro interno si trovano numerose piccole caverne. Verso il termine del sentiero s’incrocia il monastero rupestre di San Nicola.

Il monastero rupestre di San Nicola

Qui, nel 1454, l’eremita Antonius de Septem Castris aveva eretto un semplice eremo scavato nella roccia e una cappella in onore del suo santo protettore. Negli anni successivi i terziari francescani abitarono il luogo e con il sostegno del Duca Albrecht III, poterono costruire la chiesa e un edificio più grande, dotandolo di un muro esterno di protezione.

La mappa dei percorsi per Weltenburg

(Ho effettuato l’escursione il 7 maggio 2018)

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Assisi. Il Cantico delle creature

È uno degli itinerari francescani più poetici che Assisi possa proporre ai suoi visitatori. Un itinerario in compagnia di Francesco che vede declinati i versi del suo celebre “Cantico delle creature”. Il “Cantico” è l’inno di lode che il creato eleva a Dio, nel quale Francesco descrive poeticamente la natura come riflesso dell’immagine del suo creatore. I versi del Cantico sono originalmente commentati dalle sculture che l’artista contemporaneo Fiorenzo Bacci ha disseminato nei luoghi più appartati e suggestivi di Assisi.

 

San Damiano

L’itinerario ha inizio a San Damiano. La ragione è semplice. Fu qui che Francesco compose il “Cantico”. Questa è la chiesa che Francesco restaurò accogliendo l’invito del Crocifisso. Il luogo che fu abitato da Chiara e dalle sue prime sorelle.

Altissimu, onnipotente, bon Signore

La scrittura del Cantico

All’inizio del vialetto d’accesso a San Damiano, Fiorenzo Bacci ha scolpito la scena della composizione del Cantico, accompagnato da un mosaico che ne sintetizza tutti gli elementi.

Francesco detta il Cantico

Francesco, ormai cieco, malato e prossimo alla morte, ha in grembo le spighe di grano e detta i versi del Cantico.

Lo scriba

Lo scriba, seduto accanto a Francesco, trascrive le parole del maestro su un lungo rotolo.

Il creato e le creature

Il mosaico raffigura tutte le “creature” che nella visione onirica di Francesco compongono la lode della natura al Creatore. Vediamo il cielo, la terra e il mare; il sole, la luna e le stelle; gli uccelli e i pesci; i campi di grano, il tralcio d’uva, i “diversi fructi con coloriti flori et herba”, il fuoco, il vento, l’acqua e la terra.

I fiori e l’erba

 

Laudato si’, mi’ Signore, per frate vento

Frate Vento

Lungo il vialetto che scende a San Damiano troviamo la statua di Francesco in cammino con la sua bisaccia, che si stringe nell’abito per difendersi dal vento sferzante. La lode del Vento nel Cantico ha solide radici nella Bibbia dove il vento è spesso citato come manifestazione di Dio. Accade con il “respiro di Dio” in Ezechiele, con le “ali del vento” del Salmo, con il “vento leggero” di Elia, con il “vento che soffia dove vuole” di Nicodemo, con il “rombo di vento gagliardo” della Pentecoste. Il saio di Francesco, frustato dalle folate di vento, è allora metafora delle forze avverse, del tormento interiore ma insieme dinamismo ed energia divina per affrontare le avversità della vita.

 

Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre terra, la quale ne sustenta et governa, et produce diversi fructi con coloriti flori et herba

Francesco seminatore

Nel giardino della clausura di San Damiano, Francesco è rappresentato nelle vesti del buon seminatore della parabola evangelica. La terra, preparata per la semina, accoglie il seme gettato dal contadino. A suo tempo la terra produrrà i frutti coltivati dall’uomo e quelli spontanei voluti da Dio. Il rapporto tra l’uomo e il grembo fertile della terra è uno dei valori ancestrali che il francescanesimo coltiva e che ispira i moderni movimenti ecologisti.

 

Laudato sie, mi’ Signore, cum tucte le tue creature, spetialmente messer lo frate sole, lo qual è iorno, et allumini noi per lui. Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore,de te, Altissimo, porta significatione.

Francesco si rigenera al sole

Nel giardino che costeggia il vialetto all’uscita da San Damiano, Francesco siede per terra, con le gambe incrociate, le mani raccolte e aperte in grembo, lo sguardo rivolto verso la Porziuncola nella valle. È un Francesco contemplativo che si rigenera ai raggi del sole. Il sole è anche figura dello stesso Dio. E per questo il Cantico delle creature viene anche definito il Cantico di Frate Sole.

 

L’Eremo delle Carceri

Da San Damiano ci trasferiamo all’Eremo delle Carceri. Era il luogo dove Francesco e i suoi compagni cercavano la pace e la preghiera, si “carceravano” nella solitudine e nel silenzio alla ricerca di un più intenso dialogo con Dio. Un luogo isolato sul monte Subasio, a circa ottocento metri di quota, fuori dalle mura di Assisi, immerso nel cuore di una verde boscaglia, attraversato da un fosso e costellato di cavità rupestri. Intorno a quei “sassi di Maloloco” si è nel tempo aggrumato un insieme di cappelle affrescate, cenobi e chiostri.

 

Laudato si’, mi’ Signore, per sora luna e le stelle, in celu l’ai formate clarite et pretiose et belle

Francesco, Leone e Ginepro contemplano il cielo stellato

All’Eremo, il gruppo scultoreo realizzato dall’artista Fiorenzo Bacci si rivela particolarmente seducente La scena descrive Francesco, Leone e Ginepro che stanno ammirando il cielo stellato. Leone, l’erudito, traccia sul terreno il Grande e il Piccolo Carro e individua la posizione della Stella Polare. Ginepro, con la sorprendente intuizione che accompagna l’intelligenza dei semplici, scorge nel firmamento la medesima Stella e la segnala con ammirato stupore. Francesco, sdraiato a terra, a piedi scalzi e con le mani dietro la nuca, contempla estasiato la notte splendente.

Francesco contempla il cielo stellato

 

Il Vescovado

Lasciato l’Eremo scendiamo nel cuore della città. Raggiungiamo la chiesa di Santa Maria Maggiore e il Vescovado. Questo luogo è legato al ricordo della spoliazione di Francesco. Di fronte alla famiglia, al vescovo e alla gente di Assisi, Francesco si liberò dei suoi vestiti, li restituì al padre e scelse definitivamente di vivere in povertà.

 

Laudato si’, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo tuo amore

Il canto dei frati

Due rilievi di Fiorenzo Bacci sul fronte esterno del palazzo vescovile ricordano un altro episodio narrato nelle fonti francescane. Scoppiato un grave contrasto tra il podestà e il vescovo del tempo, Francesco, pur gravemente malato, volle riportare armonia nel governo di Assisi. Invitò il podestà in episcopio e inviò due frati che cantarono il versetto del Cantico sul perdono. L’invito ottenne successo. Podestà e vescovo si perdonarono a vicenda e “con molto affetto e trasporto si abbracciarono e si baciarono”.

Il perdono reciproco tra Vescovo e Podestà

 

Santa Maria degli Angeli

La grande basilica di Santa Maria degli Angeli fu costruita per custodire i luoghi che sono il cuore del francescanesimo: la cappella della Porziuncola, la cappella del Transito di Francesco, il Roseto e la cappella delle rose.

 

Laudato si’, mi’ Signore, per sor’aqua, la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta

Masseo e Francesco alla fonte

I giardini prossimi alla Basilica, antistanti la vicina Domus Pacis, ospitano due gruppi scultorei di Fiorenzo Bacci. Il primo gruppo è raccolto intorno a un fontanile e interpreta la lode del Cantico per Sorella Acqua. Racconta il ritorno da una questua che si è rivelata molto magra. Seduti accanto a una fonte, fra Masseo protesta: “Padre, come si può chiamare tesoro, dov’è tanta povertà e mancamento di quelle cose che bisognano? Qui non è tovaglia, né coltello, né taglieri, né scodella, né casa, né mensa, né fante, né fancella”. Ma Francesco in perfetta letizia, intinge i tozzi di pane secco nell’acqua, dice “io reputo grande tesoro ciò che ci viene apparecchiato dalla Provvidenza divina”.

 

Laudato si’, mi’ Signore, per frate focu, per lo quale ennallumini la nocte, et ello è bello et iocundo et robustoso et forte

Chiara e Francesco

Per commentare la lode del Cantico rivolta a Fratello Fuoco, l’artista ha modellato un déjeuner sur l’herbe di cui sono protagonisti Francesco e Chiara. Dopo un frugale desinare, alla lettura del Vangelo, i loro volti s’illuminano così tanto da allertare i contadini dei dintorni per l’insorgere di un incendio. L’episodio è narrato nei Fioretti. “E fatta l’ora di desinare, si pongono a seder insieme Santo Francesco e Santa Chiara. E per la prima vivanda Santo Francesco cominciò a parlare di Dio sì soavemente, sì altamente, sì maravigliosamente, che discendendo sopra di loro l’abbondanza della divina grazia, tutti furono in Dio rapiti. E stando così gli uomini della contrada dintorno vedeano che tutto il luogo e la chiesa e la selva di Santa Maria degli Angeli ardeano fortemente. Per la qual cosa con gran fretta corsono laggiù per ispegnere il fuoco. Ma giungendo al luogo e non trovando ardere nulla trovarono santo Francesco con santa Chiara con tutta la loro compagnia rapiti in Dio per contemplazione, seduti intorno a quella mensa umile. Compresono che quello era stato il fuoco divino il quale Iddio aveva fatto apparire miracolosamente a dimostrare il fuoco del divino amore”.

La pagina del Vangelo letta da Francesco

Da Assisi all’Eremo delle Carceri, col “cavallo di San Francesco”

Eremo delle carceri. Un nome non molto invitante, che evoca a prima vista manette e penitenziari, cela in realtà un mistico luogo dello spirito dal valore universale. Era il luogo dove Francesco e i suoi compagni cercavano la pace e la preghiera, si “carceravano” nella solitudine e nel silenzio alla ricerca di un più intenso dialogo con Dio. Un luogo isolato sul monte Subasio, a circa ottocento metri di quota, fuori dalle mura di Assisi, immerso nel cuore di una verde boscaglia, attraversato da un fosso e costellato di cavità rupestri. Intorno a quei “sassi di Maloloco” si è nel tempo aggrumato un insieme di cappelle affrescate, cenobi e chiostri. A distanza di otto secoli questo luogo continua ad attrarre in tutte le stagioni un flusso ininterrotto di visitatori. Il ripido sentiero o la sinuosa strada asfaltata che salgono all’Eremo, sono percorsi in continuazione da comitive di giovani, scolari in gita d’istruzione, gruppi di escursionisti, coppie di fidanzati e giovani sposi, lieti fraticelli, suore salmodianti, gruppi vocianti in tutte gli idiomi dell’universo, contemplativi e cercatori di solitudine. Si sale con il tradizionale “cavallo di san Francesco” (e cioè a piedi, col bastone del pellegrino) o con le più comode e veloci navette taxi.

La Porta Cappuccini di Assisi

Per la salita a piedi, il punto di partenza è la piazza Matteotti di Assisi, terminale dei bus urbani con parcheggio per le auto. Siamo nel punto più alto della città, in vista della Rocca. Pochi passi in salita, fiancheggiando il Convitto nazionale e l’Istituto professionale alberghiero, ci portano a varcare la porta Cappuccini (469 m). Si va ora a sinistra sulla strada sterrata che costeggia le mura urbane fino alla torre angolare della Rocchicciola.

La Rocchicciola di Assisi

La segnaletica per l’Eremo è abbondante e include le bandierine del Cai (sentiero 350), i pannelli del Parco del Subasio, il Tau giallo e le paline dei Cammini francescani. Il sentiero, scortato dai cipressi, dagli olivi e poi dalle querce, sale ripidamente nel bosco, con pendenza costante. Lascia a sinistra il sentiero 351 e una sterrata, entrambi diretti alla Costa di Trex. Raggiunge la località Montarone (797 m), dov’è il bivio con il sentiero 353. La pendenza scema e il sentiero prosegue in quota fino a incrociare un’area picnic e la strada asfaltata. Si va a destra in discesa.

L’Eremo delle Carceri

Dopo pochi passi ecco l’Eremo, incastonato nel verde della fitta selva di lecci. Superati l’incrocio con la strada per l’abbazia di San Benedetto e il parcheggio delle auto salite da Assisi, s’imbocca il viottolo che porta al cancello e al cuore del luogo sacro (791 m). Per superare i circa 400 m di dislivello avremo impiegato 1.30 ore.

La pianta dell’eremo

Il primo ambiente è il cortile triangolare con i pozzi. Dal parapetto si osserva la gola del Subasio e un bel panorama sulla Valle Umbra. Qui è un ambiente per l’accoglienza dei pellegrini, cui segue una cappella per la preghiera silenziosa. Si entra poi nella chiesa quattrocentesca, affrescata. Segue la minuscola chiesa primitiva dedicata a Santa Maria delle Carceri, una grotta adattata a cappella. Siamo nel cuore del santuario. Si entra nella grotta di Francesco che contiene il letto di pietra su cui il santo dormiva e il masso su cui sedeva a meditare. All’aperto, su un ponticello di pietra si varca il fosso asciutto, dove sopravvive ancora un leccio dell’epoca di Francesco. Da qui parte il viale che attraversa la selva e dal quale si diramano i sentierini che conducono alle grotte dei compagni di Francesco.

Gli edifici dell’eremo

Lungo i vialetti dell’eremo alcune sculture richiamano episodi di vita francescana. Un bronzo di Vincenzo Rosignoli mostra San Francesco che libera le tortorelle. All’ingresso è un bronzo di San Francesco incorniciato da una grande aureola con i simboli delle diverse religioni, testimonianza di unità nella diversità.

Il gruppo scultoreo di Fiorenzo Bacci

Particolarmente seducente è il gruppo scultoreo realizzato dall’artista Fiorenzo Bacci per il Parco letterario del Cantico delle creature. La scena commenta il versetto del Cantico “Laudato si’, mi’ Signore, per sora luna e le stelle, in celu l’ai formate clarite et pretiose et belle”. Francesco, Leone e Ginepro stanno ammirando il cielo stellato. Leone, l’erudito, traccia sul terreno il Grande e il Piccolo Carro e individua la posizione della Stella Polare. Ginepro, con la sorprendente intuizione che accompagna l’intelligenza dei semplici, scorge nel firmamento la medesima Stella e la segnala con ammirato stupore. Francesco supino, a piedi scalzi, contempla estasiato la notte splendente.

Francesco contempla il cielo stellato

(Ho effettuato l’escursione l’11 febbraio 2018)

Roma. La Torpignattara e le Catacombe dei due allori

Siamo a Roma, al numero 641 della Via Casilina. Un tempo quest’area, situata al terzo miglio dell’antica via Labicana, era di proprietà dell’imperatore Costantino ed era nota come “ad duas lauros”, cioè “ai due allori”, arbusti tradizionalmente presenti presso i palazzi imperiali. Oggi, molto meno nobilmente, si chiama Torpignattara.

 

La tomba di Elena

Il Mausoleo di Elena

Questo nome popolaresco fu dato dal volgo romano al torreggiante monumento funebre costruito dall’imperatore Costantino per essere utilizzato come sepoltura di sua madre Elena, morta nel 329. Gli abili ingegneri romani, per alleggerire il peso della cupola ed evitare possibili crolli, inserirono nella copertura numerose anfore (dette pignatte). Tale stratagemma ancora visibile ha indotto nei secoli passati il popolino a indicare il Mausoleo costantiniano come “la torre delle pignatte”; e da qui sarebbe derivato il nome stesso della zona, conosciuta come Torpignattara.

 

Le catacombe di Marcellino e Pietro

Le Catacombe ‘ad duas lauros’

Nel sottosuolo dell’antica basilica costantiniana fu scavata nel terzo secolo una necropoli dedicata ai santi martiri Marcellino e Pietro. I tre piani di scavo, i diciassette km di gallerie e le quindicimila sepolture ne fanno una delle catacombe più grandi di Roma. Dopo la caduta dell’impero e le invasioni barbariche, le catacombe furono gradualmente abbandonate e dimenticate. Oggi le Catacombe di Marcellino e Pietro (www.santimarcellinoepietro.it), di proprietà vaticana, sono state restaurate e riaperte al pubblico dalla Pontificia Commissione di Archeologia sacra e affidate in gestione ai religiosi dell’Istituto Cavanis.

 

L’arte cristiana

Agape

Il grande tesoro custodito nelle cappelle di questa catacomba è l’arte cristiana delle origini. I cubicoli e gli arcosoli delle famiglie cristiane più facoltose sono stati decorati nel terzo e nel quarto secolo da meravigliosi affreschi, oggi riportati al loro originario splendore attraverso la tecnica del laser. I dipinti delle cappelle funerarie rievocano le storie dell’antico e del nuovo testamento e sono una meditazione sulla storia della salvezza per i nuovi convertiti. Viene spesso rappresentato Giona salvato dal ventre della balena, dove il profeta era rimasto per tre giorni, con questo rievocando la resurrezione del Cristo. Ma sono anche rappresentati il peccato originale di Adamo ed Eva, Noè scampato al diluvio, Susanna salvata dalle insidie degli anziani, Daniele che rimane illeso nella fossa dei leoni, Mosè che fa sgorgare l’acqua nel deserto. Dal Nuovo Testamento provengono le immagini della visita dei Magi, dei miracoli della guarigione del paralitico e dell’emorroissa, della resurrezione di Lazzaro e della moltiplicazione dei pani. Magnifici sono l’affresco dei santi eponimi, la descrizione personificata delle quattro stagioni, i banchetti funebri e le agapi eucaristiche, il canto di Orfeo, i giardini paradisiaci. Passiamo in rassegna alcune di queste immagini, commentate dai passi biblici di riferimento.

 

Il lembo del mantello

L’emorroissa e Gesù

Ed ecco, una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni, gli si avvicinò alle spalle e toccò il lembo del suo mantello. Diceva infatti tra sé: “Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò salvata”. Gesù si voltò, la vide e disse: “Coraggio, figlia, la tua fede ti ha salvata”. E da quell’istante la donna fu salvata (Matteo 9, 20-22).

 

Il paralitico guarito

Il paralitico guarito

Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di perdonare i peccati, dico a te – disse al paralitico -: àlzati, prendi il tuo lettuccio e torna a casa tua”. Subito egli si alzò davanti a loro, prese il lettuccio su cui era disteso e andò a casa sua, glorificando Dio. Tutti furono colti da stupore e davano gloria a Dio; pieni di timore dicevano: “Oggi abbiamo visto cose prodigiose” (Luca 5, 24-26).

 

La risurrezione di Lazzaro

La risurrezione di Lazzaro

Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: “Togliete la pietra!”. Gli rispose Marta, la sorella del morto: “Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni”. Le disse Gesù: “Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?”. Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: “Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato”. Detto questo, gridò a gran voce: “Lazzaro, vieni fuori!”. Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: “Liberàtelo e lasciàtelo andare” (Giovanni 11, 39-43).

 

Giona e la balena

Giona gettato in mare

il mare infuriava sempre più. Giona disse loro: “Prendetemi e gettatemi in mare e si calmerà il mare che ora è contro di voi, perché io so che questa grande tempesta vi ha colto per causa mia”. Quegli uomini cercavano a forza di remi di raggiungere la spiaggia, ma non ci riuscivano, perché il mare andava sempre più infuriandosi contro di loro. Allora implorarono il Signore e dissero: “Signore, fa’ che noi non periamo a causa della vita di quest’uomo e non imputarci il sangue innocente, poiché tu, Signore, agisci secondo il tuo volere”. Presero Giona e lo gettarono in mare e il mare placò la sua furia. Quegli uomini ebbero un grande timore del Signore, offrirono sacrifici al Signore e gli fecero promesse. Ma il Signore dispose che un grosso pesce inghiottisse Giona; Giona restò nel ventre del pesce tre giorni e tre notti. Dal ventre del pesce Giona pregò il Signore, suo Dio. E il Signore parlò al pesce ed esso rigettò Giona sulla spiaggia (Giona, 1 e 2).

Giona rigettato dalla balena

 

La visita dei Magi

La visita dei Magi

La stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra (Matteo 2, 9-11).

 

Daniele nella fossa dei leoni

Daniele nella fossa dei leoni

Allora il re ordinò che si prendesse Daniele e lo si gettasse nella fossa dei leoni. Il re, rivolto a Daniele, gli disse: “Quel Dio, che tu servi con perseveranza, ti possa salvare!”. Poi fu portata una pietra e fu posta sopra la bocca della fossa: il re la sigillò con il suo anello e con l’anello dei suoi dignitari, perché niente fosse mutato riguardo a Daniele. Quindi il re ritornò al suo palazzo, passò la notte digiuno, non gli fu introdotta nessuna concubina e anche il sonno lo abbandonò. La mattina dopo il re si alzò di buon’ora e allo spuntare del giorno andò in fretta alla fossa dei leoni. Quando fu vicino, il re chiamò Daniele con voce mesta: “Daniele, servo del Dio vivente, il tuo Dio che tu servi con perseveranza ti ha potuto salvare dai leoni?”. Daniele rispose: “O re, vivi in eterno! Il mio Dio ha mandato il suo angelo che ha chiuso le fauci dei leoni ed essi non mi hanno fatto alcun male, perché sono stato trovato innocente davanti a lui; ma neppure contro di te, o re, ho commesso alcun male”. Il re fu pieno di gioia e comandò che Daniele fosse tirato fuori dalla fossa. Appena uscito, non si riscontrò in lui lesione alcuna, poiché egli aveva confidato nel suo Dio (Daniele 6, 17-24).

 

Mosè fa scaturire l’acqua nel deserto

Mosè

Nel deserto di Sin il popolo soffriva la sete per mancanza di acqua; il popolo mormorò contro Mosè e disse: “Perché ci hai fatto salire dall’Egitto per far morire di sete noi, i nostri figli e il nostro bestiame?”. Allora Mosè gridò al Signore, dicendo: “Che cosa farò io per questo popolo? Ancora un poco e mi lapideranno!”. Il Signore disse a Mosè: “Passa davanti al popolo e prendi con te alcuni anziani d’Israele. Prendi in mano il bastone con cui hai percosso il Nilo, e va’! Ecco, io starò davanti a te là sulla roccia, sull’Oreb; tu batterai sulla roccia: ne uscirà acqua e il popolo berrà”. Mosè fece così, sotto gli occhi degli anziani d’Israele (Esodo 17, 1-6).

 

La fine del diluvio

Noè

Noè poi fece uscire una colomba, per vedere se le acque si fossero ritirate dal suolo; ma la colomba, non trovando dove posare la pianta del piede, tornò a lui nell’arca, perché c’era ancora l’acqua su tutta la terra. Egli stese la mano, la prese e la fece rientrare presso di sé nell’arca. Attese altri sette giorni e di nuovo fece uscire la colomba dall’arca e la colomba tornò a lui sul far della sera; ecco, essa aveva nel becco una tenera foglia di ulivo. Noè comprese che le acque si erano ritirate dalla terra (Genesi 8, 8-11).

 

(Ho visitato le Catacombe il 23 dicembre 2017)

Dal Cilento a Salerno. Il cammino di San Matteo

La vicenda delle reliquie dell’apostolo Matteo ha tutto il sapore del Medioevo. Una vicenda dove si s’intrecciano storia e leggenda, viaggi per mare, rovine archeologiche, furti, vescovi santi e monaci infedeli, sogni e rivelazioni, miracoli, scorrerie saracene, principi longobardi, antichi codici. Siamo in Campania. Le reliquie di Matteo si trovano oggi nella cattedrale di Salerno. Vi giunsero un millennio fa dal Cilento, traslate dalle rovine della romana Velia, l’Elea greca. Quel percorso sta diventando una Via sacra, una proposta di scoperta del territorio lungo “il cammino di san Matteo”.

Matteo apostolo ed evangelista

La vocazione di Matteo (Caravaggio)

Ma andiamo con ordine. Innanzitutto, chi era Matteo? Fu uno dei dodici apostoli di Gesù e fu anche l’autore del primo Vangelo, indirizzato agli Ebrei di Palestina. Tutto quello che i Vangeli ci dicono di lui si riduce alla sua vocazione: pubblicano, cioè esattore delle imposte a Cafarnao, sulle rive del lago di Tiberiade, fu chiamato da Cristo a far parte del gruppo privilegiato dei Dodici mentre era al lavoro e volle offrire a Gesù e ai colleghi esattori un banchetto per festeggiare il suo cambiamento di vita. Andò a evangelizzare le genti orientali nell’attuale Iran.

Il martirio di San Matteo (Caravaggio)

Morì probabilmente di morte naturale anche se alcune fonti lo vogliono martirizzato di spada nell’Etiopia del Ponto. La sua vocazione e il martirio sono stati immortalati in due celebri dipinti di Caravaggio. Matteo fu sepolto in Persia, in una città dei Parti. Nell’epoca del commercio delle reliquie, il suo corpo fu prelevato da alcuni mercanti del Léon che intendevano portarlo in Europa. Al largo della Bretagna, secondo la leggenda, questi furono miracolosamente salvati da un naufragio e sbarcarono sulla Pointe Saint-Mathieu. Qui, per ospitare le reliquie del santo, Tanguy costruì un monastero tuttora esistente.

L’abbazia di Pointe Saint-Mathieu

Il cammino italiano delle reliquie di Matteo

A metà del quinto secolo, nel corso della campagna militare promossa in Francia dall’imperatore romano d’occidente per contrastare l’avanzata degli Unni, il prefetto militare Gavino, cavaliere lucano, esuma le reliquie di San Matteo in Bretagna e le porta nella sua città natale, la decaduta Velia, con l’idea di risollevarne le sorti. In realtà di quelle reliquie si perderà la memoria, complici anche le alluvioni e i terremoti che sotterreranno le rovine di Velia. Solo nel decimo secolo, un monaco le ritroverà e le custodirà in una cappella. Il vescovo di Paestum, saputo del ritrovamento, si mette in cammino e si fa consegnare le reliquie. Accompagnato da un festoso corteo, dopo aver attraversato il fiume Malla e riposato la notte nella chiesa di San Pietro, raggiunge la località di Ruticinum per poi proseguire verso la sua cattedrale a Capaccio. La notizia del ritrovamento è intanto giunta anche a Salerno. Il principe Gisulfo invia a Capaccio un’autorevole delegazione di dignitari che si fa consegnare le reliquie dal vescovo locale. Il corpo di San Matteo entra così trionfalmente a Salerno. Dopo una collocazione provvisoria nel palazzo del principe, nel 1080 viene tumulato nella cripta della cattedrale di Salerno, edificata nel frattempo in suo onore.

Il Cammino di Matteo

Velia

La memoria di San Matteo a Velia

Il nostro cammino sulle tracce di Matteo inizia a Velia. Dall’odierna località balneare di Marina di Ascea, una breve passeggiata conduce al Parco archeologico, situato ai piedi del promontorio. Una sorta di museo all’aperto dove i resti antichi contendono lo spazio alla macchia mediterranea e agli ulivi. Qui nel 540 avanti Cristo arrivarono i Focei, popolo di navigatori e commercianti, provenienti dall’Asia minore, in fuga dagli invasori persiani. Fondarono una colonia e la chiamarono Elea. Ebbero rapporti, non sempre amichevoli, con i bellicosi Lucani e con la vicina Poseidonia (la futura Paestum). Si allearono con Roma e divennero civitas foederata. Elea passò a chiamarsi Velia e, grazie ai traffici commerciali e alimentari nel Mediterraneo, conobbe un lungo periodo di floridezza. In età imperiale, con l’insabbiamento dei porti e l’impaludamento della costa, cominciò la decadenza. Secondo alcune fonti, il corpo di San Matteo sarebbe stato inumato sotto una lastra di marmo, in un’abitazione situata a lato delle Terme romane, e lì sarebbe rimasto per circa cinque secoli.

Il luogo della presunta sepoltura del santo, nei pressi delle Terme di Velia

Ad duo flumina

La cappella di San Matteo a Marina di Casal Velino

Da Velia, San Matteo fu traslato nella località “ad duo flumina”, un’isola fluviale formata dall’Alento e un suo affluente che all’epoca aveva una propria foce a mare. Si ipotizza che tale località corrisponda all’odierna Marina di Casal Velino, dove il culto del Santo assunse notevole importanza tanto da essere rimasto ben radicato ancora oggi. Nella piccola cappella le spoglie dell’Apostolo riposarono in un arcosolio prima di riprendere il viaggio verso la città di Salerno.

L’arcosolio dove fu custodito il corpo di San Matteo

Ruticinum

La fontana di San Matteo a Rutino

Lasciato l’insediamento dei velini, le spoglie partirono per l’antica Caputaquis, oggi Capaccio La distanza tra le due località rese l’impresa non poco difficoltosa tanto da far decidere al Vescovo di Paestum che seguiva i lavori, di far sosta a Rutino, nella Chiesa di San Pietro. Secondo la leggenda, i portatori stremati per le fatiche del trasporto, stavano quasi per accasciarsi al suolo poco prima di giungere in paese. Fu in quel punto che miracolosamente sgorgò una sorgente che dissetò i portatori: ancora oggi è visibile la fontana che porta proprio il nome di San Matteo.

Capaccio

La lapide commemorativa nel santuario di Capaccio

Dopo la sosta di Rutino, il corteo con le spoglie di San Matteo giunse nella cattedrale di Capaccio, la città nel cui territorio sorgono i templi di Paestum. Il corpo dell’apostolo fu adagiato in un’urna marmorea. Chi entra nella chiesa ex cattedrale, oggi santuario diocesano della Madonna del Granato, può vedere una lapide del 1708 che ricorda la reposizione del Santo. L’altare del santuario è costituito dall’urna marmorea del Santo e dal paliotto che la ricopriva.

L’altare del Santuario di Capaccio con l’urna del Santo

La cattedrale di San Matteo a Salerno

La cripta del Duomo di Salerno con l’urna di san Matteo

Per impedire che fossero trafugate durante le continue incursioni saracene, le preziose spoglie partirono alla volta di Salerno e nel 954 giunsero in città, dove furono accolte nella chiesa di palazzo del principe, prima di essere sistemate definitivamente nelle splendide architetture della cripta del Duomo. La cripta, come la si vede oggi, corrisponde ai lavori eseguiti agli inizi del Seicento dagli architetti Domenico Fontana e del figlio Giulio Cesare, i quali hanno valorizzato la centralità del sepolcro di san Matteo.

L’assedio di Salerno

Nel 1544, secondo la tradizione, il santo patrono Matteo salvò Salerno dalla distruzione, costringendo alla fuga i pirati Saraceni, capeggiati da Ariadeno Barbarossa, che assediavano la città dal mare. Due affreschi nella cripta descrivono l’episodio di quest’assedio e la tempesta scatenata da San Matteo, che fece affondare gran parte della flotta nemica e salvò la città.

San Matteo patrono dei ragionieri

San Matteo, in virtù della sua attività professionale, è stato dichiarato patrono dei ragionieri, della guardia di finanza, dei banchieri, dei bancari, dei doganieri, dei cambiavalute, dei contabili e degli esattori.

La lapide di Casal Velino, riprodotta nella Cattedrale di Salerno

(Ho visitato i luoghi nell’ottobre 2017)

Da Castel Gandolfo a Nemi, sulla Francigena del sud

Sulla Via Francigena del sud i pellegrini lasciavano Roma e scendevano verso i porti pugliesi per imbarcarsi alla volta della Terrasanta. Oggi è possibile calcare le orme dei ‘palmieri’ medievali incamminandosi su un percorso ‘ufficiale’ della Francigena del sud che non ignora comunque le numerose varianti e le possibili vie alternative. La prima tappa – bellissima! – percorre la via Appia antica e raggiunge i Colli Albani. La seconda tappa traversa i Castelli Romani di Castel Gandolfo, Albano, Nemi e scende nella piana pontina a Velletri.

La segnaletica sulla Francigena

Come la prima, anche questa seconda tappa è molto appagante per il camminatore. Lo è perché si propone come uno stimolante cocktail tra i monumenti degli storici centri cresciuti intorno ai Castelli delle grandi famiglie nobiliari romane, le celebrate vedute sui due laghi vulcanici di Albano e Nemi e un fresco percorso sottobosco nella natura del Parco regionale. La tappa può essere percorsa anche in modo isolato e autonomo rispetto al trekking francigeno. La fitta rete dei trasporti stradali e ferroviari agevola gli spostamenti logistici.

Castel Gandolfo

La Villa papale

Il nostro percorso ha inizio a Piazza della Libertà, al centro di Castel Gandolfo, sotto la Loggia delle benedizioni della Villa Papale. Il Palazzo pontificio fu costruito da Carlo Maderno nel 1629 sulle rovine del castello dei Savelli e, insieme alla Villa Cybo e alla Villa Barberini, costituisce il complesso extraterritoriale di proprietà della Santa Sede tradizionalmente utilizzato come residenza estiva dai Papi. Attrazioni del complesso sono anche l’osservatorio astronomico della Specola vaticana e il Parco delle ville pontificie che si estende sui resti archeologici della villa imperiale di Domiziano. Il Museo pontificio e il Giardino Barberini sono stati di recente aperti al pubblico e sono dunque visitabili.

Il Lago Albano

Castel Gandolfo e il lago Albano

Usciamo da Castel Gandolfo lungo la Via Pio XI e la percorriamo per circa due km. Per compensare il fastidio del traffico conviene affacciarsi, quando possibile, sullo spettacolo del lago Albano, di cui percorriamo l’orlo del cratere occidentale. Il lago occupa il fondo di uno dei vulcani laziali ed è contornato dal cratere boscoso che sul lato meridionale scende a picco sulle acque. L’occhio spazia sulle ville del bordo orientale, sul convento di Palazzolo, sulla riva settentrionale e sulle sue attrazioni turistiche e sportive.

Il Convento dei Cappuccini di Albano

La grotta del Convento dei Cappuccini

Giunti a un incrocio di strade, visitiamo il complesso dei Cappuccini di Albano. Un’ampia scalinata, immersa tra grandi querce, conduce alla Chiesa e al Convento, di epoca seicentesca. La semplicità dell’architettura conventuale francescana si salda a un’invidiabile posizione panoramica percepibile dal grande cortile affacciato sul lago. Un vialetto conduce a una cavità nella roccia vulcanica dove è stata allestita una suggestiva area per le celebrazioni all’aperto.

L’antico acquedotto

Il cunicolo dell’acquedotto imperiale

Di fronte al Convento dei Cappuccini il percorso francigeno abbandona l’asfalto e imbocca l’ampio e comodo itinerario ‘di mezzo’ del lago Albano, segnalato dalle bandierine bianco-rosse del sentiero 511 del Parco. Lungo il viottolo accostiamo in più punti i resti dell’acquedotto ‘delle Cento Bocche’, così chiamato perché raccoglieva acqua da numerose sorgenti sparse nella località di Palazzolo e la convogliava verso la villa imperiale di Domiziano a Castel Gandolfo. Quelli che vediamo sono tratti in disuso di un acquedotto più recente che seguiva comunque la traccia di quello antico. Ne osserviamo il cunicolo all’aperto e il traforo sotto roccia, scavato con i lucernari per l’aria e la rimozione del materiale di scavo.

Il basolato romano

Il basolato della strada romana

Giunti a una biforcazione si lascia il percorso principale, che prosegue verso Palazzolo, e si va destra, salendo di quota fino a raggiungere e superare la cresta del bacino. Si transita nel sottopasso della strada statale e si entra in un bosco di castagno frequentatissimo in autunno. Il sentiero affianca qui la trafficata Via dei laghi. Un’emozione del percorso è calpestare per alcune decine di metri un tratto di strada romana, lastricata con basoli di roccia vulcanica. Siamo su un antico percorso, prossimo alla Via Sacra che saliva dall’Appia al Mons Albanus (l’attuale Monte Cavo), verso il santuario di Giove Laziale.

La Fonte Tempesta

Fonte Tempesta

Raggiungiamo un incrocio di sentieri nella località di Fontan Tempesta, dove sono alcune grotte-galleria e le vasche del fontanile. Siamo di fronte a un sistema idraulico ormai in disuso. Le gallerie si presentano ad asse orizzontale, con varie ramificazioni che inseguono e captano le vene dell’acqua; riunite poi in un unico collettore si incanalano nel Vallone Tempesta e convogliano l’acqua verso l’acquedotto comunale di Genzano.

Nemi e il suo lago

Il cratere del lago di Nemi

Inizia ora la lunga discesa sul sentiero che traversa una fascia di rocce vulcaniche e sbocca sulla strada lastricata di sampietrini a ridosso dell’abitato di Nemi. Un cartello ci ricorda che abbiamo percorso la ‘via detta di Roma’. Si entra in città attraverso l’arco di Palazzo Ruspoli, lungo una passeggiata che offre un ampio panorama sul pittoresco lago vulcanico di Nemi. La visita si sviluppa lungo la strada principale di Nemi, dove si concentrano le architetture civili, le chiese e le botteghe con i loro irresistibili prodotti tipici. Scendendo verso il lago si visitano le aree archeologiche dell’emissario, del tempio di Diana Nemorense e del Museo delle navi romane.

La mappa del sentiero 511

(Percorso effettuato il 15 ottobre 2017)

Al Sacro Monte Calvario di Domodossola

Domodossola – la domus dell’Ossola – è il centro principale della Val d’Ossola in Piemonte. Di origine medievale, grazie alla sua posizione strategica, ha favorito un intenso scambio con i popoli al di là del confine, attraverso importanti valichi alpini come il passo di Antrona, il passo del Monscera e soprattutto il passo del Sempione che la mette in comunicazione con Briga e la Valle del Rodano. Una piccola riserva naturale alle porte della città protegge il colle della Mattarella e il Santuario del Santissimo Crocifisso, ribattezzato monte Calvario. L’idea di edificare su questo colle un complesso monumentale come segno di devozione a Cristo si deve a due frati del convento dei cappuccini di Domodossola. I lavori iniziarono nel 1657 con il contributo in denaro e in giornate lavorative della gente ossolana. Dopo anni di abbandono, nel 1985 prese vita un progetto di restauro e valorizzazione a cura di soggetti pubblici e privati, all’insegna del motto “restituant nepotes montem quem sacrum voluerunt patres” (restaurino i discendenti quel monte che i padri vollero sacro).

La quinta cappella

Nel 1991 la Regione Piemonte vi ha istituito una Riserva naturale speciale e nel 2003 è giunto il riconoscimento dell’Unesco con l’inserimento nella lista del Patrimonio mondiale dell’umanità. Oltre all’interesse religioso e storico-artistico, la salita al Sacro Monte offre l’occasione per attraversare bellissimi boschi centenari di castagno, quercia e frassino. Da questo avamposto naturale si gode una stupenda veduta su Domodossola e sulla corona dei monti intorno. La breve passeggiata al sacro Monte può essere prolungata con la visita alle frazioni vicine, monumento vivente alla civiltà montanara.

L’itinerario

La sesta cappella

Si parte dal centro storico di Domodossola, il “borgo della cultura”. Dal collegio Mellerio Rosmini, di fronte al monumento ai caduti e alla chiesetta della Madonna della Neve, si seguono la Via Rosmini e la successiva Via Matterella. In fondo a quest’ultima ci sono le prime cappelle e i pannelli informativi sul Sacro Monte e sulla Riserva naturale. Qui inizia l’antica strada acciottolata, la “via regia” per il Calvario. Si tratta di una Via Crucis con quindici stazioni in altrettante cappelle, di cui dodici esterne e tre interne alla chiesa. La prima cappella – Gesù davanti a Pilato – risale al 1900 e sostituisce la cappella settecentesca adibita a deposito di polvere da sparo ed esplosa nel 1830. La seconda cappella – Gesù prende su di sé la croce e si avvia alla salita – è interessante dal punto di vista artistico per le tredici statue di Dionigi Bussola. La terza cappella – Gesù cade per la prima volta – è stata l’ultima a essere costruita, nel 1907, e contiene un notevole scenario in muratura. La quarta cappella è di notevole pregio artistico, con il gruppo plastico di Bussola che rappresenta l’incontro di Gesù con la madre. La quinta cappella, in stile neoclassico, con pianta circolare e tetto a cupola, contiene statue lignee e affreschi con l’episodio del Cireneo. La sesta cappella rappresenta con statue lignee la scena dell’incontro di Gesù con la Veronica.

La settima cappella

La seconda caduta di Gesù e il suo incontro con le donne di Gerusalemme sono gli episodi delle cappelle settima e ottava, rappresentati nel gusto popolare barocco del Seicento. Le statue della cappella nona – la terza caduta di Gesù – sono opera del barnabita Rusnati, allievo del Bussola. Il Rusnati ha lavorato anche nella decima cappella, che rappresenta la spogliazione del Cristo.

L’undicesima cappella

Grandiosi fondali della metà del Settecento si trovano anche nella cappella undicesima (la Crocifissione). Le statue del Cristo spirante in croce e della sua deposizione (stazioni dodicesima e tredicesima) si trovano all’interno del Santuario: sono opera del Bussola e sono giudicate le migliori di quelle da lui eseguite. La quattordicesima cappella si trova sotto il piano del Santuario ed è dedicata al Cristo morto. Vi è anche una quindicesima cappella, detta del Paradiso, situata fuori del santuario, poco più in alto: nove statue in cotto del Rusnati rappresentano la scena della Resurrezione.

L’incontro di Gesù con la Veronica

Per approfondire

La visita può essere preparata sul web consultando il sito curato dai Padri Rosminiani dell’Istituto della Carità che contiene un’eccellente descrizione della Via Crucis.

La mappa del Sacro Monte

Un inquadramento generale dei Sacri Monti e dei luoghi santi ricostruiti nelle regioni italiane è fornito dal volumetto dello storico Franco Cardini intitolato Andare per le Gerusalemme d’Italia. La Riserva naturale speciale, creata dalla Regione Piemonte, dispone di un proprio sito informativo. Anche il centro di documentazione europea sui Sacri Monti dispone di un buon sito informativo attraverso il quale si possono consultare e scaricare integralmente i libri e la rivista. Si segnala anche la rete dei percorsi transalpini italo-svizzeri del progetto CoEur – “Nel cuore dei Cammini d’Europa, il sentiero che unisce”.

Domodossola vista dal colle

(Ho visitato il Sacro Monte il 5 novembre 2007)