Dal Cilento a Salerno. Il cammino di San Matteo

La vicenda delle reliquie dell’apostolo Matteo ha tutto il sapore del Medioevo. Una vicenda dove si s’intrecciano storia e leggenda, viaggi per mare, rovine archeologiche, furti, vescovi santi e monaci infedeli, sogni e rivelazioni, miracoli, scorrerie saracene, principi longobardi, antichi codici. Siamo in Campania. Le reliquie di Matteo si trovano oggi nella cattedrale di Salerno. Vi giunsero un millennio fa dal Cilento, traslate dalle rovine della romana Velia, l’Elea greca. Quel percorso sta diventando una Via sacra, una proposta di scoperta del territorio lungo “il cammino di san Matteo”.

Matteo apostolo ed evangelista

La vocazione di Matteo (Caravaggio)

Ma andiamo con ordine. Innanzitutto, chi era Matteo? Fu uno dei dodici apostoli di Gesù e fu anche l’autore del primo Vangelo, indirizzato agli Ebrei di Palestina. Tutto quello che i Vangeli ci dicono di lui si riduce alla sua vocazione: pubblicano, cioè esattore delle imposte a Cafarnao, sulle rive del lago di Tiberiade, fu chiamato da Cristo a far parte del gruppo privilegiato dei Dodici mentre era al lavoro e volle offrire a Gesù e ai colleghi esattori un banchetto per festeggiare il suo cambiamento di vita. Andò a evangelizzare le genti orientali nell’attuale Iran.

Il martirio di San Matteo (Caravaggio)

Morì probabilmente di morte naturale anche se alcune fonti lo vogliono martirizzato di spada nell’Etiopia del Ponto. La sua vocazione e il martirio sono stati immortalati in due celebri dipinti di Caravaggio. Matteo fu sepolto in Persia, in una città dei Parti. Nell’epoca del commercio delle reliquie, il suo corpo fu prelevato da alcuni mercanti del Léon che intendevano portarlo in Europa. Al largo della Bretagna, secondo la leggenda, questi furono miracolosamente salvati da un naufragio e sbarcarono sulla Pointe Saint-Mathieu. Qui, per ospitare le reliquie del santo, Tanguy costruì un monastero tuttora esistente.

L’abbazia di Pointe Saint-Mathieu

Il cammino italiano delle reliquie di Matteo

A metà del quinto secolo, nel corso della campagna militare promossa in Francia dall’imperatore romano d’occidente per contrastare l’avanzata degli Unni, il prefetto militare Gavino, cavaliere lucano, esuma le reliquie di San Matteo in Bretagna e le porta nella sua città natale, la decaduta Velia, con l’idea di risollevarne le sorti. In realtà di quelle reliquie si perderà la memoria, complici anche le alluvioni e i terremoti che sotterreranno le rovine di Velia. Solo nel decimo secolo, un monaco le ritroverà e le custodirà in una cappella. Il vescovo di Paestum, saputo del ritrovamento, si mette in cammino e si fa consegnare le reliquie. Accompagnato da un festoso corteo, dopo aver attraversato il fiume Malla e riposato la notte nella chiesa di San Pietro, raggiunge la località di Ruticinum per poi proseguire verso la sua cattedrale a Capaccio. La notizia del ritrovamento è intanto giunta anche a Salerno. Il principe Gisulfo invia a Capaccio un’autorevole delegazione di dignitari che si fa consegnare le reliquie dal vescovo locale. Il corpo di San Matteo entra così trionfalmente a Salerno. Dopo una collocazione provvisoria nel palazzo del principe, nel 1080 viene tumulato nella cripta della cattedrale di Salerno, edificata nel frattempo in suo onore.

Il Cammino di Matteo

Velia

La memoria di San Matteo a Velia

Il nostro cammino sulle tracce di Matteo inizia a Velia. Dall’odierna località balneare di Marina di Ascea, una breve passeggiata conduce al Parco archeologico, situato ai piedi del promontorio. Una sorta di museo all’aperto dove i resti antichi contendono lo spazio alla macchia mediterranea e agli ulivi. Qui nel 540 avanti Cristo arrivarono i Focei, popolo di navigatori e commercianti, provenienti dall’Asia minore, in fuga dagli invasori persiani. Fondarono una colonia e la chiamarono Elea. Ebbero rapporti, non sempre amichevoli, con i bellicosi Lucani e con la vicina Poseidonia (la futura Paestum). Si allearono con Roma e divennero civitas foederata. Elea passò a chiamarsi Velia e, grazie ai traffici commerciali e alimentari nel Mediterraneo, conobbe un lungo periodo di floridezza. In età imperiale, con l’insabbiamento dei porti e l’impaludamento della costa, cominciò la decadenza. Secondo alcune fonti, il corpo di San Matteo sarebbe stato inumato sotto una lastra di marmo, in un’abitazione situata a lato delle Terme romane, e lì sarebbe rimasto per circa cinque secoli.

Il luogo della presunta sepoltura del santo, nei pressi delle Terme di Velia

Ad duo flumina

La cappella di San Matteo a Marina di Casal Velino

Da Velia, San Matteo fu traslato nella località “ad duo flumina”, un’isola fluviale formata dall’Alento e un suo affluente che all’epoca aveva una propria foce a mare. Si ipotizza che tale località corrisponda all’odierna Marina di Casal Velino, dove il culto del Santo assunse notevole importanza tanto da essere rimasto ben radicato ancora oggi. Nella piccola cappella le spoglie dell’Apostolo riposarono in un arcosolio prima di riprendere il viaggio verso la città di Salerno.

L’arcosolio dove fu custodito il corpo di San Matteo

Ruticinum

La fontana di San Matteo a Rutino

Lasciato l’insediamento dei velini, le spoglie partirono per l’antica Caputaquis, oggi Capaccio La distanza tra le due località rese l’impresa non poco difficoltosa tanto da far decidere al Vescovo di Paestum che seguiva i lavori, di far sosta a Rutino, nella Chiesa di San Pietro. Secondo la leggenda, i portatori stremati per le fatiche del trasporto, stavano quasi per accasciarsi al suolo poco prima di giungere in paese. Fu in quel punto che miracolosamente sgorgò una sorgente che dissetò i portatori: ancora oggi è visibile la fontana che porta proprio il nome di San Matteo.

Capaccio

La lapide commemorativa nel santuario di Capaccio

Dopo la sosta di Rutino, il corteo con le spoglie di San Matteo giunse nella cattedrale di Capaccio, la città nel cui territorio sorgono i templi di Paestum. Il corpo dell’apostolo fu adagiato in un’urna marmorea. Chi entra nella chiesa ex cattedrale, oggi santuario diocesano della Madonna del Granato, può vedere una lapide del 1708 che ricorda la reposizione del Santo. L’altare del santuario è costituito dall’urna marmorea del Santo e dal paliotto che la ricopriva.

L’altare del Santuario di Capaccio con l’urna del Santo

La cattedrale di San Matteo a Salerno

La cripta del Duomo di Salerno con l’urna di san Matteo

Per impedire che fossero trafugate durante le continue incursioni saracene, le preziose spoglie partirono alla volta di Salerno e nel 954 giunsero in città, dove furono accolte nella chiesa di palazzo del principe, prima di essere sistemate definitivamente nelle splendide architetture della cripta del Duomo. La cripta, come la si vede oggi, corrisponde ai lavori eseguiti agli inizi del Seicento dagli architetti Domenico Fontana e del figlio Giulio Cesare, i quali hanno valorizzato la centralità del sepolcro di san Matteo.

L’assedio di Salerno

Nel 1544, secondo la tradizione, il santo patrono Matteo salvò Salerno dalla distruzione, costringendo alla fuga i pirati Saraceni, capeggiati da Ariadeno Barbarossa, che assediavano la città dal mare. Due affreschi nella cripta descrivono l’episodio di quest’assedio e la tempesta scatenata da San Matteo, che fece affondare gran parte della flotta nemica e salvò la città.

San Matteo patrono dei ragionieri

San Matteo, in virtù della sua attività professionale, è stato dichiarato patrono dei ragionieri, della guardia di finanza, dei banchieri, dei bancari, dei doganieri, dei cambiavalute, dei contabili e degli esattori.

La lapide di Casal Velino, riprodotta nella Cattedrale di Salerno

(Ho visitato i luoghi nell’ottobre 2017)

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Da Castel Gandolfo a Nemi, sulla Francigena del sud

Sulla Via Francigena del sud i pellegrini lasciavano Roma e scendevano verso i porti pugliesi per imbarcarsi alla volta della Terrasanta. Oggi è possibile calcare le orme dei ‘palmieri’ medievali incamminandosi su un percorso ‘ufficiale’ della Francigena del sud che non ignora comunque le numerose varianti e le possibili vie alternative. La prima tappa – bellissima! – percorre la via Appia antica e raggiunge i Colli Albani. La seconda tappa traversa i Castelli Romani di Castel Gandolfo, Albano, Nemi e scende nella piana pontina a Velletri.

La segnaletica sulla Francigena

Come la prima, anche questa seconda tappa è molto appagante per il camminatore. Lo è perché si propone come uno stimolante cocktail tra i monumenti degli storici centri cresciuti intorno ai Castelli delle grandi famiglie nobiliari romane, le celebrate vedute sui due laghi vulcanici di Albano e Nemi e un fresco percorso sottobosco nella natura del Parco regionale. La tappa può essere percorsa anche in modo isolato e autonomo rispetto al trekking francigeno. La fitta rete dei trasporti stradali e ferroviari agevola gli spostamenti logistici.

Castel Gandolfo

La Villa papale

Il nostro percorso ha inizio a Piazza della Libertà, al centro di Castel Gandolfo, sotto la Loggia delle benedizioni della Villa Papale. Il Palazzo pontificio fu costruito da Carlo Maderno nel 1629 sulle rovine del castello dei Savelli e, insieme alla Villa Cybo e alla Villa Barberini, costituisce il complesso extraterritoriale di proprietà della Santa Sede tradizionalmente utilizzato come residenza estiva dai Papi. Attrazioni del complesso sono anche l’osservatorio astronomico della Specola vaticana e il Parco delle ville pontificie che si estende sui resti archeologici della villa imperiale di Domiziano. Il Museo pontificio e il Giardino Barberini sono stati di recente aperti al pubblico e sono dunque visitabili.

Il Lago Albano

Castel Gandolfo e il lago Albano

Usciamo da Castel Gandolfo lungo la Via Pio XI e la percorriamo per circa due km. Per compensare il fastidio del traffico conviene affacciarsi, quando possibile, sullo spettacolo del lago Albano, di cui percorriamo l’orlo del cratere occidentale. Il lago occupa il fondo di uno dei vulcani laziali ed è contornato dal cratere boscoso che sul lato meridionale scende a picco sulle acque. L’occhio spazia sulle ville del bordo orientale, sul convento di Palazzolo, sulla riva settentrionale e sulle sue attrazioni turistiche e sportive.

Il Convento dei Cappuccini di Albano

La grotta del Convento dei Cappuccini

Giunti a un incrocio di strade, visitiamo il complesso dei Cappuccini di Albano. Un’ampia scalinata, immersa tra grandi querce, conduce alla Chiesa e al Convento, di epoca seicentesca. La semplicità dell’architettura conventuale francescana si salda a un’invidiabile posizione panoramica percepibile dal grande cortile affacciato sul lago. Un vialetto conduce a una cavità nella roccia vulcanica dove è stata allestita una suggestiva area per le celebrazioni all’aperto.

L’antico acquedotto

Il cunicolo dell’acquedotto imperiale

Di fronte al Convento dei Cappuccini il percorso francigeno abbandona l’asfalto e imbocca l’ampio e comodo itinerario ‘di mezzo’ del lago Albano, segnalato dalle bandierine bianco-rosse del sentiero 511 del Parco. Lungo il viottolo accostiamo in più punti i resti dell’acquedotto ‘delle Cento Bocche’, così chiamato perché raccoglieva acqua da numerose sorgenti sparse nella località di Palazzolo e la convogliava verso la villa imperiale di Domiziano a Castel Gandolfo. Quelli che vediamo sono tratti in disuso di un acquedotto più recente che seguiva comunque la traccia di quello antico. Ne osserviamo il cunicolo all’aperto e il traforo sotto roccia, scavato con i lucernari per l’aria e la rimozione del materiale di scavo.

Il basolato romano

Il basolato della strada romana

Giunti a una biforcazione si lascia il percorso principale, che prosegue verso Palazzolo, e si va destra, salendo di quota fino a raggiungere e superare la cresta del bacino. Si transita nel sottopasso della strada statale e si entra in un bosco di castagno frequentatissimo in autunno. Il sentiero affianca qui la trafficata Via dei laghi. Un’emozione del percorso è calpestare per alcune decine di metri un tratto di strada romana, lastricata con basoli di roccia vulcanica. Siamo su un antico percorso, prossimo alla Via Sacra che saliva dall’Appia al Mons Albanus (l’attuale Monte Cavo), verso il santuario di Giove Laziale.

La Fonte Tempesta

Fonte Tempesta

Raggiungiamo un incrocio di sentieri nella località di Fontan Tempesta, dove sono alcune grotte-galleria e le vasche del fontanile. Siamo di fronte a un sistema idraulico ormai in disuso. Le gallerie si presentano ad asse orizzontale, con varie ramificazioni che inseguono e captano le vene dell’acqua; riunite poi in un unico collettore si incanalano nel Vallone Tempesta e convogliano l’acqua verso l’acquedotto comunale di Genzano.

Nemi e il suo lago

Il cratere del lago di Nemi

Inizia ora la lunga discesa sul sentiero che traversa una fascia di rocce vulcaniche e sbocca sulla strada lastricata di sampietrini a ridosso dell’abitato di Nemi. Un cartello ci ricorda che abbiamo percorso la ‘via detta di Roma’. Si entra in città attraverso l’arco di Palazzo Ruspoli, lungo una passeggiata che offre un ampio panorama sul pittoresco lago vulcanico di Nemi. La visita si sviluppa lungo la strada principale di Nemi, dove si concentrano le architetture civili, le chiese e le botteghe con i loro irresistibili prodotti tipici. Scendendo verso il lago si visitano le aree archeologiche dell’emissario, del tempio di Diana Nemorense e del Museo delle navi romane.

La mappa del sentiero 511

(Percorso effettuato il 15 ottobre 2017)

Al Sacro Monte Calvario di Domodossola

Domodossola – la domus dell’Ossola – è il centro principale della Val d’Ossola in Piemonte. Di origine medievale, grazie alla sua posizione strategica, ha favorito un intenso scambio con i popoli al di là del confine, attraverso importanti valichi alpini come il passo di Antrona, il passo del Monscera e soprattutto il passo del Sempione che la mette in comunicazione con Briga e la Valle del Rodano. Una piccola riserva naturale alle porte della città protegge il colle della Mattarella e il Santuario del Santissimo Crocifisso, ribattezzato monte Calvario. L’idea di edificare su questo colle un complesso monumentale come segno di devozione a Cristo si deve a due frati del convento dei cappuccini di Domodossola. I lavori iniziarono nel 1657 con il contributo in denaro e in giornate lavorative della gente ossolana. Dopo anni di abbandono, nel 1985 prese vita un progetto di restauro e valorizzazione a cura di soggetti pubblici e privati, all’insegna del motto “restituant nepotes montem quem sacrum voluerunt patres” (restaurino i discendenti quel monte che i padri vollero sacro).

La quinta cappella

Nel 1991 la Regione Piemonte vi ha istituito una Riserva naturale speciale e nel 2003 è giunto il riconoscimento dell’Unesco con l’inserimento nella lista del Patrimonio mondiale dell’umanità. Oltre all’interesse religioso e storico-artistico, la salita al Sacro Monte offre l’occasione per attraversare bellissimi boschi centenari di castagno, quercia e frassino. Da questo avamposto naturale si gode una stupenda veduta su Domodossola e sulla corona dei monti intorno. La breve passeggiata al sacro Monte può essere prolungata con la visita alle frazioni vicine, monumento vivente alla civiltà montanara.

L’itinerario

La sesta cappella

Si parte dal centro storico di Domodossola, il “borgo della cultura”. Dal collegio Mellerio Rosmini, di fronte al monumento ai caduti e alla chiesetta della Madonna della Neve, si seguono la Via Rosmini e la successiva Via Matterella. In fondo a quest’ultima ci sono le prime cappelle e i pannelli informativi sul Sacro Monte e sulla Riserva naturale. Qui inizia l’antica strada acciottolata, la “via regia” per il Calvario. Si tratta di una Via Crucis con quindici stazioni in altrettante cappelle, di cui dodici esterne e tre interne alla chiesa. La prima cappella – Gesù davanti a Pilato – risale al 1900 e sostituisce la cappella settecentesca adibita a deposito di polvere da sparo ed esplosa nel 1830. La seconda cappella – Gesù prende su di sé la croce e si avvia alla salita – è interessante dal punto di vista artistico per le tredici statue di Dionigi Bussola. La terza cappella – Gesù cade per la prima volta – è stata l’ultima a essere costruita, nel 1907, e contiene un notevole scenario in muratura. La quarta cappella è di notevole pregio artistico, con il gruppo plastico di Bussola che rappresenta l’incontro di Gesù con la madre. La quinta cappella, in stile neoclassico, con pianta circolare e tetto a cupola, contiene statue lignee e affreschi con l’episodio del Cireneo. La sesta cappella rappresenta con statue lignee la scena dell’incontro di Gesù con la Veronica.

La settima cappella

La seconda caduta di Gesù e il suo incontro con le donne di Gerusalemme sono gli episodi delle cappelle settima e ottava, rappresentati nel gusto popolare barocco del Seicento. Le statue della cappella nona – la terza caduta di Gesù – sono opera del barnabita Rusnati, allievo del Bussola. Il Rusnati ha lavorato anche nella decima cappella, che rappresenta la spogliazione del Cristo.

L’undicesima cappella

Grandiosi fondali della metà del Settecento si trovano anche nella cappella undicesima (la Crocifissione). Le statue del Cristo spirante in croce e della sua deposizione (stazioni dodicesima e tredicesima) si trovano all’interno del Santuario: sono opera del Bussola e sono giudicate le migliori di quelle da lui eseguite. La quattordicesima cappella si trova sotto il piano del Santuario ed è dedicata al Cristo morto. Vi è anche una quindicesima cappella, detta del Paradiso, situata fuori del santuario, poco più in alto: nove statue in cotto del Rusnati rappresentano la scena della Resurrezione.

L’incontro di Gesù con la Veronica

Per approfondire

La visita può essere preparata sul web consultando il sito curato dai Padri Rosminiani dell’Istituto della Carità che contiene un’eccellente descrizione della Via Crucis.

La mappa del Sacro Monte

Un inquadramento generale dei Sacri Monti e dei luoghi santi ricostruiti nelle regioni italiane è fornito dal volumetto dello storico Franco Cardini intitolato Andare per le Gerusalemme d’Italia. La Riserva naturale speciale, creata dalla Regione Piemonte, dispone di un proprio sito informativo. Anche il centro di documentazione europea sui Sacri Monti dispone di un buon sito informativo attraverso il quale si possono consultare e scaricare integralmente i libri e la rivista. Si segnala anche la rete dei percorsi transalpini italo-svizzeri del progetto CoEur – “Nel cuore dei Cammini d’Europa, il sentiero che unisce”.

Domodossola vista dal colle

(Ho visitato il Sacro Monte il 5 novembre 2007)

Pozzuoli. Sui passi di San Paolo

Paolo di Tarso sbarca a Pozzuoli nell’anno 61. È nella condizione di detenuto in attesa di giudizio. Il centurione Giulio della coorte Augusta lo sta accompagnando al tribunale dell’imperatore a Roma. La navigazione iniziata nel porto di Cesarea in Palestina è stata tormentata. La nave ha fatto naufragio all’isola di Malta. Le persone a bordo si sono salvate tutte, ma Paolo è stato morso da una vipera. L’essere sopravvissuto al veleno è un miracolo agli occhi dei maltesi.

Paolo morso da una vipera dopo il naufragio a Malta (Roma, Basilica di San Paolo)

Il gruppo ha dovuto attendere tre mesi l’imbarco su una nuova nave. D’inverno la navigazione s’interrompeva in tutto il Mediterraneo, per riprendere solo a primavera. Lasciata Malta, il veliero fa una prima sosta a Siracusa e una seconda a Reggio Calabria. Col vento favorevole, dopo due giorni di navigazione sul mar Tirreno, la nave approda infine a Pozzuoli che era allora il porto più importante dell’impero romano. Qui il viaggio per mare termina. Paolo è ospite per una settimana dei suoi fratelli nella fede. Proseguirà poi per Roma via terra, percorrendo la via Campana e l’Appia.

Il golfo di Pozzuoli e i Campi Flegrei

L’episodio è narrato da Luca negli Atti degli Apostoli. “Dopo tre mesi salpammo [da Malta] con una nave di Alessandria, recante l’insegna dei Diòscuri, che aveva svernato nell’isola. Approdammo a Siracusa, dove rimanemmo tre giorni. Salpati da qui, giungemmo a Reggio. Il giorno seguente si levò lo scirocco e così l’indomani arrivammo a Pozzuoli. Qui trovammo alcuni fratelli, i quali ci invitarono a restare con loro una settimana. Quindi arrivammo a Roma” (28,11-14).

Lo sbarco di San Paolo a Pozzuoli (Giovanni Lanfranco)

Lo sbarco di San Paolo a Pozzuoli è stato immaginato da Giovanni Lanfranco in una tela firmata ed eseguita tra il 1636 e il 1640. Attualizzata all’epoca del pittore, la scena vede la nave in rada, con i portelloni aperti e i marinai che ammainano le vele. Paolo è raffigurato con una lunga barba, avvolto in un mantello rosso, con la spada del martirio e i volumi delle lettere, suoi tradizionali attributi iconografici. Sul molo lo accolgono il vescovo locale, un religioso e un piccolo gruppo di fedeli, tra cui un’anziana donna, una famiglia col bimbo e due giovani. La tela è oggi visibile nel coro della restaurata cattedrale di Pozzuoli.

L’arrivo di San Paolo a Pozzuoli (Giuseppe La Mura)

L’arrivo di San Paolo sul molo del porto di Pozzuoli è stato descritto anche dall’artista puteolano Giuseppe La Mura su una terracotta policroma collocata nel 1991 sulla parte esterna dell’abside della chiesa di Santa Maria delle Grazie. Vi vediamo il profilo del promontorio di Pozzuoli che domina l’arco del golfo e le banchine del porto. Paolo scavalca il bordo della barca reggendo il baculum pastorale, mentre i marinai sono impegnati nelle operazioni di sbarco. Sulla banchina Paolo trova ad accoglierlo la comunità cristiana di Pozzuoli, che gli offre del cibo e una cavalcatura per proseguire il viaggio. In cielo vola la colomba dello Spirito santo.

L’arrivo della nave in porto (Necropoli di Portus)

Il porto di Pozzuoli era diventato importante in epoca romana. Storicamente la città era stata fondata nell’insenatura occidentale del golfo di Napoli e nel cuore della regione flegrea, da profughi greci di Samo, sfuggiti alla tirannide di Policrate, che le diedero il nome politicamente augurale di Dikaiarchia (luogo ove regna la giustizia). Ma furono soprattutto i Romani che, dopo la loro espansione in Oriente, sentirono la necessità di avere un porto aperto ai traffici con i maggiori scali della Grecia, della costa anatolica, della Siria e dell’Egitto. Fu così che Puteoli divenne l’approdo più importante e il porto mediterraneo di Roma. E ciò spiega anche perché sbarchi qui la nave di San Paolo. Per la città verrà poi la crisi, causata dal bradisisma che fa sprofondare il litorale. La nascita dei nuovi porti di Roma alla foce del Tevere si ripercuoterà sull’economia di Puteoli che si ridurrà a un piccolo villaggio di pescatori.

Il criptoportico di Puteoli/Pozzuoli

Per capire la vita della Puteoli romana e come essa si presentasse agli occhi dell’apostolo, è utile visitare il Rione Terra. Questo quartiere fu soggetto a un forte bradisismo che ne danneggiò molto la struttura urbanistica e ne provocò la totale evacuazione nel 1970. I successivi lavori di messa in sicurezza e di restauro urbano hanno riportato alla luce il cuore dell’acropoli romana, ambienti un tempo sub divo e poi coperti dall’edilizia medievale. Grazie alle visite guidate, si seguono i basoli di roccia vulcanica del decumanus maximus sotto il palazzo De Fraja, s’incrocia ad angolo retto uno dei cardines minori, rinvenuto al di sotto del Vescovado e di Via San Procolo, si cammina sotto i criptoportici e si osserva ai lati della strada la successione delle tabernae risalenti ad età augustea.

Ricostruzione del panificio di Aulus Pistor

A Puteoli, come in tutto mondo romano, l’attività del commercio al dettaglio e delle piccole attività artigianali si concentrava nell’estesissima rete di botteghe (tabernae) i cui allineamenti regolari, fronteggianti per lunghi tratti tutte le vie principali, rappresentano una delle caratteristiche dell’urbanistica antica. Gran parte di esse erano adibite alla ristorazione. Le osterie, le mescite, i ristoranti (cauponae, thermopolia) erano diffusissime in un centro a vocazione commerciale come Puteoli, frequentato per secoli da uomini di razze diverse. Oltre alla consumazione di zuppe di cereali, di pasti caldi e di vino al dettaglio, i clienti potevano intrattenersi giocando ai dadi, assistendo a spettacoli di musici e ballerine o scendendo nei lupanari. Uno dei locali meglio conservati è il pistrinum di Aulus Pistor, una panetteria a ciclo completo.

Il Macellum di Puteoli

Il Macellum Magnum dell’antica Puteoli, noto comunemente come Tempio di Serapide, è il più tipico esempio del mercato d’una città antica. Sorge sul luogo ove avevano sede i precedenti mercati, come il forum holitorium, dove si vendevano i legumi, il forum boarium dove affluiva il bestiame grande e piccolo e il macellum, dove si vendevano prodotti di ogni sorta. Costruito negli anni immediatamente successivi all’arrivo del Santo, il Macellum Magnum testimonia il continuo flusso dei rifornimenti portato dalle navi annonarie provenienti da tutto il Mediterraneo. L’edificio a pianta quadrata, con il suo ingresso principale aperto dal lato della banchina del porto, racchiude una corte centrale porticata intorno alla quale è disposta una fila eguale di tabernae sui lati lunghi. Gli ambienti più profondi ai lati dell’emiciclo erano destinati alla vendita di carni e di pesce, mentre le due spaziose sale alle opposte estremità, bene arieggiate e munite di banchi marmorei forati da canali di scolo e di un vestibolo d’ingresso che ne occultava la vista dall’esterno, erano sontuose e igieniche latrine.

Le colonne del tempio di Augusto

San Paolo ha anche ammirato sul promontorio di Pozzuoli il tempio eretto dal ricco mercante Calpurnio in onore dell’imperatore Augusto, nel quadro della generale ristrutturazione del Capitolium dovuta a Lucio Cocceio Aucto, geniale architetto e ingegnere romano, originario di Cuma. Il tempio fu poi inglobato nella cattedrale cristiana eretta in onore del protettore di Pozzuoli San Procolo. Ma tornò sorprendentemente alla luce dopo l’incendio del 1964 che devastò la navata del duomo. I lavori di restauro, iniziati nel 2006 a seguito di un concorso internazionale di progettazione, e conclusi nel 2014, fanno oggi del duomo di Pozzuoli un unicum nel mondo dell’arte e dell’archeologia. Fonde infatti l’arte cristiana, rappresentata dalla chiesa barocca progettata da Bartolomeo Picchiatti, con l’antico tempio romano su cui poggia (e in parte ingloba), costruito nel primo secolo dopo Cristo, di cui si ammirano le maestose colonne corinzie della facciata e le pareti in marmo e cristallo.

I sotterranei dell’anfiteatro romano

L’Anfiteatro Flavio è il monumento romano più famoso di Pozzuoli. Costruito nel primo secolo, sorge là dove confluivano le principali vie della regione, la Via Domitiana e la via per Napoli, in sostituzione dell’antico edificio per spettacoli di età romana repubblicana divenuto insufficiente a causa dell’enorme crescita demografica di Puteoli. L’anfiteatro, in quanto a capienza, era inferiore in Italia solo al Colosseo e a quello di Capua. Dal portico esterno partivano venti rampe di scale che permettevano di raggiungere il settore più alto delle gradinate. Corridoi anulari interni permettevano, altresì, l’ordinato afflusso degli spettatori alla cavea attraverso i vomitoria (varchi di accesso aperti lungo le gradinate). Analoghi corridoi servivano anche gli impressionanti sotterranei.

La Solfatara di Pozzuoli

Il nome latino di Puteoli richiamava i ‘piccoli pozzi’ e alludeva alla grande quantità d’impianti termali alimentati dalle acque del sottosuolo dei Campi Flegrei. Il più celebre di questi affioramenti nei campi ‘ardenti’ è la Solfatara di Pozzuoli. Qualcuno ha suggerito, un po’ per celia ma con un fondo di realismo, che le giornate trascorse da San Paolo a Pozzuoli siano anche servite a curarsi con le acque termali i reumatismi provocati dai suoi naufragi e dalla lunghe permanenze in mare.

La statua di Kore-Persefone rinvenuta nel criptoportico di Puteoli

A Puteoli una moltitudine varia e poliglotta affollava il quartiere dell’emporio marittimo, vi stabiliva aziende (stationes) di commercio e di trasporto; vi formava corporazioni professionali di arti e mestieri e associazioni religiose professanti i culti della loro patria d’origine e della loro fede: Greci delle isole e della costa d’Asia, Tiri ed Eliopolitani, Ebrei e Cristiani, Nabatei ed Etiopi. A Puteoli si veneravano tutte le divinità, a cominciare dal culto imperiale nell’Augusteum. A Vulcano era sacra la Solfatara. Apollo era evocato dai vaticini della vicina Sibilla di Cuma. Altre divinità greche molto venerate erano Poseidone, dio del mare, Demetra, dea delle messi, Esculapio, divinità guaritrice con le acque flegree. Gli egiziani avevano alzato le statue di Serapide e di Anubis dentro al Macellum. Gli asiatici veneravano Cibele, Mitra e Giove Dolicheno. I commercianti siriani evocavano i Baal delle loro città di origine.

San Paolo scrive a Filemone (Pozzuoli, Museo diocesano)

La storia della comunità cristiana di Pozzuoli, anche nei suoi rapporti con gli Ebrei convertiti, è raccontata nel Museo Diocesano, aperto nel 2016 nei locali del palazzo vescovile attiguo alla cattedrale. Sotto gli occhi del visitatore sfilano pezzi di archeologia, dipinti, statue, arredi liturgici, oreficerie, un frammento scolpito del candelabro duecentesco per il cero pasquale fino alle arti minori come la presepistica. Nella pinacoteca si segnala un dipinto del Seicento napoletano dovuto al pittore Cesare Fracanzano. Raffigura San Paolo che, durante la prigionia, scrive la lettera a Filemone e la firma “ego Paulus scripsi mea manu”. Pur nella sua brevità questa lettera paolina a Filemone, cristiano molto in vista nella comunità di Colosse, è importante perché afferma che nella comunità cristiana gli schiavi hanno pari dignità con i loro padroni e gli altri fratelli nella fede, superando la concezione antica della schiavitù.

La Via Campana Vecchia all’uscita da Pozzuoli

Terminata la settimana trascorsa a Pozzuoli, Paolo con il suo carceriere prende la strada di Roma. La rete stradale extraurbana di Puteoli seguiva la naturale conformazione dei luoghi e le particolari esigenze del traffico marittimo: la via Herculea litoranea, oggi completamente sommersa nel tratto fra Baia e Pozzuoli, che ebbe il suo diretto collegamento con Napoli con la perforazione della collina di Posillipo (crypta neapolitana); la via Antiniana sboccante lungo la cornice superiore dei colli sul versante del Golfo di Napoli; e al quadrivio superiore tra l’anfiteatro flavio e lo stadio (quadrivio dell’Annunziata), ove sembra funzionasse un ufficio di controllo per le merci di transito (pondera), l’incrocio di quelle che furono le vere arterie del traffico marittimo con il retroterra: la via Consularis Puteolis Capuam che traversava la conca di Quarto e conduceva a Capua (Vetere) e da Capua per l’Appia a Roma, e la via Domitiana, aperta nell’anno 95 che, per la Campania marittima (Cuma, Liternum) e la foce del Volturno, incontrava più direttamente l’Appia a Sinuessa (presso Mondragone). È realistico ipotizzare che Paolo abbia seguito la via di Capua – detta Campana – che all’epoca era regolarmente funzionante. L’altra strada, la Domiziana, era ancora troppo degradata e sarebbe stata resa agibile solo una trentina di anni dopo.

La necropoli di Via Celle

Uscito da Pozzuoli e seguendo il percorso della Via Campana, Paolo incontra le necropoli e i mausolei che si allineano ai lati della strada fino a Quarto. La prima necropoli è quella romana di Via Celle, databile tra il primo e il secondo secolo. Oggi la Via Celle si diparte dalla piazza Capomazza, mentre la necropoli diventa visibile subito dopo il sottopasso della ferrovia. Dell’area sepolcrale è stato individuato un gruppo di quattordici mausolei funerari, cosiddetti colombari, attualmente recintati. A questi monumenti si aggiunge un edificio interpretato come collegium funeraticium, (associazione i cui membri di modesta condizione, aggregandosi, potevano assicurarsi con poca spesa una sepoltura decorosa) caratterizzato da una pianta rettangolare sviluppata attorno a un cortile, al centro del quale fu eretto un mausoleo.

La necropoli di Via San Vito

Dalla necropoli di Via Celle si prosegue sull’antico basolato della Via Campana Vecchia. La strada non ha protezioni per i pedoni ma è poco trafficata. Dopo aver superato il viadotto della Tangenziale prende il nome di Via San Vito e conduce alla cappella dedicata al santo e alla vasta necropoli omonima, visibile sulla destra. Sono stati scavati gli ultimi sei edifici, di cui erano in vista le sole facciate, del tutto occultati dal materiale colluviale disceso dalla collina del cratere di Cigliano. Tutti comprendono una camera ipogea, sulle cui pareti si dispongono più file di nicchie destinate ad accogliere le olle per contenere le ceneri dei defunti, con banconi laterali spesso riutilizzati per più tarde formae (sepolture a fossa per inumazioni), ed un piano superiore dotato di un recinto retrostante provvisto talora di una camera funeraria avente le stesse caratteristiche degli ambienti sotterranei. Il successivo incrocio è presidiato da un imponente mausoleo della seconda metà del primo secolo in opus latericium, a basamento quadrato con sovrapposto tamburo cilindrico; le pareti esterne sono decorate da partiti architettonici.

Il mausoleo di Via San Vito

(Il sopralluogo è stato effettuato il 29 aprile 2017)

Sardegna. Sul Monte Ortobene di Nuoro

Una grande statua di Cristo sul monte Ortobene domina da oriente l’altopiano di Nuoro e guarda i monti e le valli della Barbagia, del Supramonte e dell’Ogliastra. Da Nuoro saliamo le rocce e i boschi de Su Monte, tocchiamo i segni lasciati dalle antiche genti nuragiche e i segni più moderni della fede dei sardi. Grazia Deledda, scrittrice nuorese e premio Nobel per la letteratura nel 1926, esprime il sentimento popolare comune: «l’Ortobene è uno solo in tutto il mondo: è il nostro cuore, è l’anima nostra, il nostro carattere, tutto ciò che vi è di grande e di piccolo, di dolce e duro e aspro e doloroso in noi».

La strada

Nuoro. La chiesa della Solitudine

Il nostro punto di partenza da Nuoro è la chiesetta della Madonna della Solitudine, ai piedi del monte. Dal piazzale della chiesa una comoda strada panoramica risale il monte Ortobene. A un bivio la strada si divide in due e dà origine a un anello che può essere comodamente percorso in auto e che tocca tutte le principali località del monte. Il primo segno del paesaggio che ci colpisce sono le rocce granitiche. Erose dall’acqua e dal vento assumono le forme più curiose: sfere, pinnacoli, nidi d’ape, umanoidi, torri, animali. E si avvinghiano alla rigogliosa macchia spontanea dei lecci, delle sughere e dei lentischi, alternati a boschetti di conifere. L’Ortobene è anche il luogo di svago e di rifugio estivo dei nuoresi. I parchi offrono opportunità di passeggiate e scampagnate, ristoranti, risorse per lo sport, chiese e case per incontri e ritiri spirituali. A fine estate la Sagra del Redentore vede sfilare, tra canti e balli, i gruppi folcloristici dei paesi sardi nei tradizionali costumi colorati.

Domud de Janas di Borbore

Testimonianza archeologica dell’antica civiltà nuragica sono le domus de janas (letteralmente: case di fate). Se ne possono vedere alcune con una breve passeggiata. Al primo tornante della strada per l’Ortobene, s’imbocca in discesa la deviazione di circa un km per la fontana. Dalla fonte nel bosco un sentiero in pendenza porta in pochi minuti alle domus de janas di Borbore. Il nome letterario individua in realtà un’antica necropoli ipogea, composta da quattro celle di sepoltura scavate nel granito.

L’ovile Sa Conca

Molto curioso è anche l’ovile Sa Conca, situato sul ciglio della strada che porta al parco di Sedda Ortai. La casa del pastore è stata costruita scavando dentro una grande roccia isolata di granito a forma di fungo.

Il sentiero

L’attacco del sentiero del Redentore

Dalla chiesa della Solitudine, in alternativa alla strada, si può percorrere un sentiero pedonale che segue l’antica via che dava accesso alla parte alta del monte quando la strada asfaltata non era ancora stata realizzata. Le croci di ferro infisse sulla roccia che s’incontrano lungo la salita ricordano le tappe dell’antico pellegrinaggio. Il sentiero interseca in più punti la strada asfaltata, consentendo di percorrere anche solo singoli segmenti del percorso. Le attrazioni del sentiero sono diverse. Il bosco si presenta prima nell’aspetto di pineta, con gli svettanti pini e i cedri superstiti del disastroso incendio del 1971; segue la lecceta, con gli alberi senescenti e morti e con i nuovi fusti generati dalle ceppaie delle piante distrutte; si può anche ammirare un esemplare monumentale di sughera. Vi sono poi le forme della pietra: il selciato dell’antica carrareccia, i massi di granito scolpiti dalle forze della natura in modo fantastico e zoomorfo, le tracce del lavoro di cava degli spaccapietre. Si toccano poi la sorgente dedicata a Sant’Emiliano e l’area di Solotti, dove un edificio un tempo destinato a colonia è oggi sede di un centro di educazione ambientale.

Il Redentore

Panorama dall’Ortobene

Giungiamo ora sul parco giardino del pianoro sommitale. Il punto più elevato è il Cuccuru Nigheddu, a 955 m di quota, ma il cuccuru è irto di tralicci, antenne e ripetitori. Il nostro obiettivo, segnalato da numerose indicazioni, è invece il sentiero diretto alle rocce della cresta ovest. Un viottolo lastricato di pietra e alcuni gradini nel bosco ci conducono a un magnifico belvedere sul Nuorese, dove si eleva la grande statua bronzea del Redentore.

La statua del Redentore

Il Cristo è raffigurato nei modi di un’ascensione ventosa; regge la sua croce con la mano sinistra e rivolge la destra alle genti sarde. Evoca la sua morte in croce e la sua resurrezione. Tanti salgono qui al Redentore, accarezzano il piede della statua, si fanno il segno della croce e pregano. La statua fu collocata sul Monte Ortobene per il Giubileo del 1900, insieme alle statue innalzate sui monti di tutte le regioni a protezione dei «popoli» d’Italia. L’opera fu realizzata dallo scultore Vincenzo Jerace che vi volle fondere anche il ricordo della giovane moglie Luisa.

Il volto del bimbo

Quest’amalgama di rocce, fronde, vento, spazio e silenzio, sotto la bronzea mano benedicente di Gesù, provoca un’intensa emozione dello spirito, simbolizzata dal volto gioioso del bimbo scolpito dietro il piede del Redentore. Il volto barbuto del Signore, battuto dal maestrale e illuminato dal sole, diventa memoria di quel volto trasfigurato che sconvolse Pietro, Giacomo e Giovanni sul monte Tabor (Mt 17,1-9).

Per approfondire

La Madonna della Solitudine (Eugenio Tavolara)

L’itinerario in auto che percorre l’anello dell’Ortobene da Nuoro ha uno sviluppo di circa 10 km con un dislivello di 400 m. Il sentiero n. 101 “La Solitudine – Il Redentore” è segnato con paline di legno e bandierine bianco-rosse, ha uno sviluppo complessivo di 3,7 km, un dislivello di 370 m e un tempo di salita di circa 2 ore. La visita al Redentore può essere completata dai brevi percorsi che conducono alla chiesa di Nostra Signora del Monte e alla cappella di San Giovanni Gualberto. Il sito istituzionale del Comune di Nuoro presenta la storia della città, i musei cittadini, i parchi e alcuni itinerari turistici consigliati per scoprire la città e i dintorni.

(L’escursione è stata effettuata nell’ottobre 2016)

Subiaco. L’Eremo della Rondinella alla Morra Ferogna

Bosco, roccia, eremitismo, storia medievale. Ecco il mélange di un’escursione che ha per obiettivo l’eremo di Santa Chelidonia alla Morra Ferogna, nel parco regionale dei Monti Simbruini. Lasciata Subiaco, con le sue memorie benedettine, si segue la provinciale 40b fino all’ingresso della frazione di Vignola. Esattamente al km 3,9 troviamo la segnaletica per l’eremo (sentiero 671). La stradina sulla destra e poi il sentiero vanno su, ripidi. Una salita priva di allegoria e di misericordia, ma per fortuna breve. Novanta minuti sono sufficienti per superare i meno di quattrocento metri di dislivello. Chi vuol risparmiare qualche metro e qualche minuto può partire dalla frazione Iegli, un po’ più in alto.

L'inizio dell'escursione

L’inizio dell’escursione

Si sale sulla verticale dell’evidente rupe della Morra Ferogna. Giunti alla base dello sperone roccioso ci si sposta sulla destra per intercettare il sentiero che segue la valle di Monte Calvo, antica via di transumanza pastorale tra la valle dell’Aniene e le praterie in quota dei Simbruini. L’abbondante segnaletica (bandierine, paline, frecce di legno, pannelli) ci fa compagnia fino ai mille metri di quota dell’eremo e degli sgrottamenti successivi.

Le rovine del monastero

Le rovine del monastero

Inaspettate sono le rovine di un antico monastero, di cui vediamo i resti dei muri portanti e due grandi archi gotici affacciati sulla china boscosa, da cui lo sguardo spazia sulla città di Subiaco e i monti Affilani.

L'eremo e il rifugio

L’eremo e il rifugio

La chiesetta dell’eremo rupestre è in parte scavata nella roccia e conserva i resti di un affresco della Majestas Domini. Appena al di là è il piccolo rifugio costruito per accogliere i pellegrini. Il recente restauro del 2013 ha messo in sicurezza il sentiero e restituito agibilità al complesso. Si può salire sino alla sorgente, percorrendo la base della parete rocciosa, nella quale si aprono ripari naturali e grotte carsiche.

La Maestà dipinta nella grotta

La Maestà dipinta nella grotta

Retrocedendo all’ingresso dell’area sacra, si può ora seguire il sentiero per la Morra Ferogna. Traversata una fascia di bosco, si approda alla base della grande roccia e a una grotta chiusa da lamiere.

La Morra Ferogna

La Morra Ferogna

Seguendo la segnaletica, ci s’inerpica tra le roccette (qualche passaggio richiede piede sicuro) e si raggiunge la terrazza sommitale, dov’è una grande croce. Il panorama si allarga alla media valle dell’Aniene e ai monti Ruffi e Prenestini. Il ritorno – a meno che non si voglia proseguire verso monte Calvo – segue il percorso dell’andata.

La croce della Morra

La croce della Morra

Resta da spiegare la presenza del cenobio in un luogo che sembra appetibile solo a un eremita. Questo monastero fu costruito nel 1161 dall’abate di Subiaco per ospitarvi una comunità religiosa femminile. Fu intestato inizialmente a Santa Maria Maddalena, facendo memoria della sua vita solitaria e penitente. Dotato di terre e restaurato a metà del Duecento, rimase attivo fino alla soppressione decretata agli inizi del Quattrocento. La natura impervia del luogo, la difficoltà dei rifornimenti e le scorribande della soldataglia consigliarono il trasferimento delle monache a Subiaco, in un luogo più sicuro.

Subiaco e la valle dell'Aniene

Subiaco e la valle dell’Aniene

L’eremo è tuttavia più noto per la sua successiva dedicazione duecentesca a Santa Chelidonia, nome che in greco significa «rondine». Chelidonia (ma il nome originario doveva essere Cleridona) è un’affascinante figura dell’eremitismo femminile, che fu seguace del carisma di San Benedetto e della sorella Scolastica. Pur se totalmente medievale nella cultura e nelle forme di vita, Chelidonia desiderava il ritorno della chiesa a uno stile evangelico e povero, in polemica contro le sue deviazioni secolari; aveva il coraggio di censurare con fermezza i comportamenti degli abati del tempo, attratti dal potere e dalla potenza delle armi e del denaro. I suoi peregrinaggi a piedi sui sentieri dei monti Simbruini ne fanno persino il prototipo di un’escursionista ante litteram, amante della vita selvaggia. Nata in una famiglia agiata e colta, proprietaria di terre e fabbricati nella valle del Salto, verso l’età dei vent’anni, si reca in viaggio a Roma per visitare i luoghi cristiani. Qui Cleridona (Chelidonia – Rondine) legge la biografia di San Benedetto nei “Dialoghi” di San Gregorio Magno e ne resta affascinata. Lascia la casa paterna per trasferirsi (a piedi) nell’insediamento benedettino di Subiaco.

Il ritratto di Santa Chelidonia nel Sacro Speco

Il ritratto di Santa Chelidonia nel Sacro Speco

Da laica, sceglie la vita solitaria e si ritira nelle grotte della Morra Ferogna. Dopo diciassette anni di riflessione penitenziale prende il velo di monaca benedettina, e torna al suo eremitaggio. Salvo qualche “spaziamento” per la partecipazione alle liturgie e a pellegrinaggi vi resterà fino alla morte, nel 1151. Ecco la confessione della sua vita, a mo’ di epigrafe: “Ho rinunciato ai beni di famiglia, nulla posseggo. Vivo accanto alla Morra, ho gli uccelli per compagni e poveri pastori al passo, vi con-divido il pane. Credo nel Cristo ucciso dai potenti, risorto dai morti, fondatore della Chiesa della pace, speranza dell’umanità, in cammino verso un regno dove i ricchi e i potenti non entreranno!”.

(L’escursione alla Morra Ferogna è stata effettuata il 10 dicembre 2016)

Toscana. La Badia a Conéo

Solitudine. È la sensazione del neo-pellegrino che scende sulla via Francigena da San Gimignano a Monteriggioni. Mentre percorre la solitaria campagna senese, giunto a Campiglia, di solito è attratto dalla variante francigena che lo porta ad ammirare Colle Val d’Elsa e i suoi tesori. Ma se decide di continuare sulla via canonica, quella che costeggia il torrente Foci verso Quartaia, scopre a sorpresa sul poggio il profilo della Badia a Conéo. Solitaria e abbandonata. E forse proprio per questo di una bellezza pura e severa che incanta con le forme del romanico senese. Fu abitata nel Mille dai monaci benedettini vallombrosani, i monaci “forestali” seguaci di San Giovanni Gualberto, particolarmente sensibili alla tutela della natura e dei boschi. Ma non ebbe fortuna storica. La chiesa, dedicata a Santa Maria Assunta, pur se chiusa, lascia ancora vedere la sua decorazione esterna. L’abitato dell’abbazia e le strutture di servizio versano invece in gravi condizioni di degrado e hanno i tetti sfondati. Il periplo del complesso consente di capirne la struttura costruita intorno alla corte centrale, con il forno, i depositi e le stalle, e le modifiche intervenute nei secoli.

La chiesa abbaziale

La chiesa abbaziale

La facciata della chiesa ha la tipica semplice struttura a capanna, con un portale e una finestra sovrapposta. Il portale è inserito in una decorazione di arcatelle cieche che poggiano su capitelli e semicolonne. I capitelli scolpiti mostrano volti umani stilizzati tra volute e foglie di pietra. Le tre colonne della facciata (due reggono l’arco laterale) hanno capitelli decorati con immagini umane (forse Adamo ed Eva) e uccelli simbolici.

Il transetto e il tiburio ottagonale

Il transetto e il tiburio ottagonale

Entrati nel recinto, si percorre la parete laterale sinistra della chiesa e si apprezza il bel tiburio ottagonale che sovrasta l’incrocio tra la navata e il transetto.

La zona absidale

La zona absidale

Giunti sul retro si osservano la curvatura dell’abside e il campanile a vela. Il sottotetto ha una decorazione continua di arcatelle cieche che diventano ben evidenti soprattutto nel transetto e nell’abside. Sotto il fregio, alla base delle colonnine e al centro degli archetti ricorre in continuazione il motivo dei volti umani stilizzati. Vanno pure notate le finestrelle allungate a tutto sesto, con l’arcata superiore semicircolare e la composizione cromatica alternata dei conci.

La decorazione del sottotetto

La decorazione del sottotetto

La Badia può essere raggiunta anche in auto, provenendo da Colle Val d’Elsa. Dalla città bassa s’imbocca la Via Volterrana toccando l’omonima porta della città alta e si prosegue fino alla località Le Grazie; si svolta sinistra seguendo le indicazioni per Casole d’Elsa; dopo circa un km, a un bivio, si va destra per Conéo e, seguendo fedelmente la segnaletica, si raggiunge l’abbazia. In tutto circa 6 km.

La Badia dall'alto

La Badia dall’alto

(Ho visitato la Badia l’11 settembre 2016)