Sardegna. Sul Monte Ortobene di Nuoro

Una grande statua di Cristo sul monte Ortobene domina da oriente l’altopiano di Nuoro e guarda i monti e le valli della Barbagia, del Supramonte e dell’Ogliastra. Da Nuoro saliamo le rocce e i boschi de Su Monte, tocchiamo i segni lasciati dalle antiche genti nuragiche e i segni più moderni della fede dei sardi. Grazia Deledda, scrittrice nuorese e premio Nobel per la letteratura nel 1926, esprime il sentimento popolare comune: «l’Ortobene è uno solo in tutto il mondo: è il nostro cuore, è l’anima nostra, il nostro carattere, tutto ciò che vi è di grande e di piccolo, di dolce e duro e aspro e doloroso in noi».

La strada

Nuoro. La chiesa della Solitudine

Il nostro punto di partenza da Nuoro è la chiesetta della Madonna della Solitudine, ai piedi del monte. Dal piazzale della chiesa una comoda strada panoramica risale il monte Ortobene. A un bivio la strada si divide in due e dà origine a un anello che può essere comodamente percorso in auto e che tocca tutte le principali località del monte. Il primo segno del paesaggio che ci colpisce sono le rocce granitiche. Erose dall’acqua e dal vento assumono le forme più curiose: sfere, pinnacoli, nidi d’ape, umanoidi, torri, animali. E si avvinghiano alla rigogliosa macchia spontanea dei lecci, delle sughere e dei lentischi, alternati a boschetti di conifere. L’Ortobene è anche il luogo di svago e di rifugio estivo dei nuoresi. I parchi offrono opportunità di passeggiate e scampagnate, ristoranti, risorse per lo sport, chiese e case per incontri e ritiri spirituali. A fine estate la Sagra del Redentore vede sfilare, tra canti e balli, i gruppi folcloristici dei paesi sardi nei tradizionali costumi colorati.

Domud de Janas di Borbore

Testimonianza archeologica dell’antica civiltà nuragica sono le domus de janas (letteralmente: case di fate). Se ne possono vedere alcune con una breve passeggiata. Al primo tornante della strada per l’Ortobene, s’imbocca in discesa la deviazione di circa un km per la fontana. Dalla fonte nel bosco un sentiero in pendenza porta in pochi minuti alle domus de janas di Borbore. Il nome letterario individua in realtà un’antica necropoli ipogea, composta da quattro celle di sepoltura scavate nel granito.

L’ovile Sa Conca

Molto curioso è anche l’ovile Sa Conca, situato sul ciglio della strada che porta al parco di Sedda Ortai. La casa del pastore è stata costruita scavando dentro una grande roccia isolata di granito a forma di fungo.

Il sentiero

L’attacco del sentiero del Redentore

Dalla chiesa della Solitudine, in alternativa alla strada, si può percorrere un sentiero pedonale che segue l’antica via che dava accesso alla parte alta del monte quando la strada asfaltata non era ancora stata realizzata. Le croci di ferro infisse sulla roccia che s’incontrano lungo la salita ricordano le tappe dell’antico pellegrinaggio. Il sentiero interseca in più punti la strada asfaltata, consentendo di percorrere anche solo singoli segmenti del percorso. Le attrazioni del sentiero sono diverse. Il bosco si presenta prima nell’aspetto di pineta, con gli svettanti pini e i cedri superstiti del disastroso incendio del 1971; segue la lecceta, con gli alberi senescenti e morti e con i nuovi fusti generati dalle ceppaie delle piante distrutte; si può anche ammirare un esemplare monumentale di sughera. Vi sono poi le forme della pietra: il selciato dell’antica carrareccia, i massi di granito scolpiti dalle forze della natura in modo fantastico e zoomorfo, le tracce del lavoro di cava degli spaccapietre. Si toccano poi la sorgente dedicata a Sant’Emiliano e l’area di Solotti, dove un edificio un tempo destinato a colonia è oggi sede di un centro di educazione ambientale.

Il Redentore

Panorama dall’Ortobene

Giungiamo ora sul parco giardino del pianoro sommitale. Il punto più elevato è il Cuccuru Nigheddu, a 955 m di quota, ma il cuccuru è irto di tralicci, antenne e ripetitori. Il nostro obiettivo, segnalato da numerose indicazioni, è invece il sentiero diretto alle rocce della cresta ovest. Un viottolo lastricato di pietra e alcuni gradini nel bosco ci conducono a un magnifico belvedere sul Nuorese, dove si eleva la grande statua bronzea del Redentore.

La statua del Redentore

Il Cristo è raffigurato nei modi di un’ascensione ventosa; regge la sua croce con la mano sinistra e rivolge la destra alle genti sarde. Evoca la sua morte in croce e la sua resurrezione. Tanti salgono qui al Redentore, accarezzano il piede della statua, si fanno il segno della croce e pregano. La statua fu collocata sul Monte Ortobene per il Giubileo del 1900, insieme alle statue innalzate sui monti di tutte le regioni a protezione dei «popoli» d’Italia. L’opera fu realizzata dallo scultore Vincenzo Jerace che vi volle fondere anche il ricordo della giovane moglie Luisa.

Il volto del bimbo

Quest’amalgama di rocce, fronde, vento, spazio e silenzio, sotto la bronzea mano benedicente di Gesù, provoca un’intensa emozione dello spirito, simbolizzata dal volto gioioso del bimbo scolpito dietro il piede del Redentore. Il volto barbuto del Signore, battuto dal maestrale e illuminato dal sole, diventa memoria di quel volto trasfigurato che sconvolse Pietro, Giacomo e Giovanni sul monte Tabor (Mt 17,1-9).

Per approfondire

La Madonna della Solitudine (Eugenio Tavolara)

L’itinerario in auto che percorre l’anello dell’Ortobene da Nuoro ha uno sviluppo di circa 10 km con un dislivello di 400 m. Il sentiero n. 101 “La Solitudine – Il Redentore” è segnato con paline di legno e bandierine bianco-rosse, ha uno sviluppo complessivo di 3,7 km, un dislivello di 370 m e un tempo di salita di circa 2 ore. La visita al Redentore può essere completata dai brevi percorsi che conducono alla chiesa di Nostra Signora del Monte e alla cappella di San Giovanni Gualberto. Il sito istituzionale del Comune di Nuoro presenta la storia della città, i musei cittadini, i parchi e alcuni itinerari turistici consigliati per scoprire la città e i dintorni.

(L’escursione è stata effettuata nell’ottobre 2016)

Subiaco. L’Eremo della Rondinella alla Morra Ferogna

Bosco, roccia, eremitismo, storia medievale. Ecco il mélange di un’escursione che ha per obiettivo l’eremo di Santa Chelidonia alla Morra Ferogna, nel parco regionale dei Monti Simbruini. Lasciata Subiaco, con le sue memorie benedettine, si segue la provinciale 40b fino all’ingresso della frazione di Vignola. Esattamente al km 3,9 troviamo la segnaletica per l’eremo (sentiero 671). La stradina sulla destra e poi il sentiero vanno su, ripidi. Una salita priva di allegoria e di misericordia, ma per fortuna breve. Novanta minuti sono sufficienti per superare i meno di quattrocento metri di dislivello. Chi vuol risparmiare qualche metro e qualche minuto può partire dalla frazione Iegli, un po’ più in alto.

L'inizio dell'escursione

L’inizio dell’escursione

Si sale sulla verticale dell’evidente rupe della Morra Ferogna. Giunti alla base dello sperone roccioso ci si sposta sulla destra per intercettare il sentiero che segue la valle di Monte Calvo, antica via di transumanza pastorale tra la valle dell’Aniene e le praterie in quota dei Simbruini. L’abbondante segnaletica (bandierine, paline, frecce di legno, pannelli) ci fa compagnia fino ai mille metri di quota dell’eremo e degli sgrottamenti successivi.

Le rovine del monastero

Le rovine del monastero

Inaspettate sono le rovine di un antico monastero, di cui vediamo i resti dei muri portanti e due grandi archi gotici affacciati sulla china boscosa, da cui lo sguardo spazia sulla città di Subiaco e i monti Affilani.

L'eremo e il rifugio

L’eremo e il rifugio

La chiesetta dell’eremo rupestre è in parte scavata nella roccia e conserva i resti di un affresco della Majestas Domini. Appena al di là è il piccolo rifugio costruito per accogliere i pellegrini. Il recente restauro del 2013 ha messo in sicurezza il sentiero e restituito agibilità al complesso. Si può salire sino alla sorgente, percorrendo la base della parete rocciosa, nella quale si aprono ripari naturali e grotte carsiche.

La Maestà dipinta nella grotta

La Maestà dipinta nella grotta

Retrocedendo all’ingresso dell’area sacra, si può ora seguire il sentiero per la Morra Ferogna. Traversata una fascia di bosco, si approda alla base della grande roccia e a una grotta chiusa da lamiere.

La Morra Ferogna

La Morra Ferogna

Seguendo la segnaletica, ci s’inerpica tra le roccette (qualche passaggio richiede piede sicuro) e si raggiunge la terrazza sommitale, dov’è una grande croce. Il panorama si allarga alla media valle dell’Aniene e ai monti Ruffi e Prenestini. Il ritorno – a meno che non si voglia proseguire verso monte Calvo – segue il percorso dell’andata.

La croce della Morra

La croce della Morra

Resta da spiegare la presenza del cenobio in un luogo che sembra appetibile solo a un eremita. Questo monastero fu costruito nel 1161 dall’abate di Subiaco per ospitarvi una comunità religiosa femminile. Fu intestato inizialmente a Santa Maria Maddalena, facendo memoria della sua vita solitaria e penitente. Dotato di terre e restaurato a metà del Duecento, rimase attivo fino alla soppressione decretata agli inizi del Quattrocento. La natura impervia del luogo, la difficoltà dei rifornimenti e le scorribande della soldataglia consigliarono il trasferimento delle monache a Subiaco, in un luogo più sicuro.

Subiaco e la valle dell'Aniene

Subiaco e la valle dell’Aniene

L’eremo è tuttavia più noto per la sua successiva dedicazione duecentesca a Santa Chelidonia, nome che in greco significa «rondine». Chelidonia (ma il nome originario doveva essere Cleridona) è un’affascinante figura dell’eremitismo femminile, che fu seguace del carisma di San Benedetto e della sorella Scolastica. Pur se totalmente medievale nella cultura e nelle forme di vita, Chelidonia desiderava il ritorno della chiesa a uno stile evangelico e povero, in polemica contro le sue deviazioni secolari; aveva il coraggio di censurare con fermezza i comportamenti degli abati del tempo, attratti dal potere e dalla potenza delle armi e del denaro. I suoi peregrinaggi a piedi sui sentieri dei monti Simbruini ne fanno persino il prototipo di un’escursionista ante litteram, amante della vita selvaggia. Nata in una famiglia agiata e colta, proprietaria di terre e fabbricati nella valle del Salto, verso l’età dei vent’anni, si reca in viaggio a Roma per visitare i luoghi cristiani. Qui Cleridona (Chelidonia – Rondine) legge la biografia di San Benedetto nei “Dialoghi” di San Gregorio Magno e ne resta affascinata. Lascia la casa paterna per trasferirsi (a piedi) nell’insediamento benedettino di Subiaco.

Il ritratto di Santa Chelidonia nel Sacro Speco

Il ritratto di Santa Chelidonia nel Sacro Speco

Da laica, sceglie la vita solitaria e si ritira nelle grotte della Morra Ferogna. Dopo diciassette anni di riflessione penitenziale prende il velo di monaca benedettina, e torna al suo eremitaggio. Salvo qualche “spaziamento” per la partecipazione alle liturgie e a pellegrinaggi vi resterà fino alla morte, nel 1151. Ecco la confessione della sua vita, a mo’ di epigrafe: “Ho rinunciato ai beni di famiglia, nulla posseggo. Vivo accanto alla Morra, ho gli uccelli per compagni e poveri pastori al passo, vi con-divido il pane. Credo nel Cristo ucciso dai potenti, risorto dai morti, fondatore della Chiesa della pace, speranza dell’umanità, in cammino verso un regno dove i ricchi e i potenti non entreranno!”.

(L’escursione alla Morra Ferogna è stata effettuata il 10 dicembre 2016)

Toscana. La Badia a Conéo

Solitudine. È la sensazione del neo-pellegrino che scende sulla via Francigena da San Gimignano a Monteriggioni. Mentre percorre la solitaria campagna senese, giunto a Campiglia, di solito è attratto dalla variante francigena che lo porta ad ammirare Colle Val d’Elsa e i suoi tesori. Ma se decide di continuare sulla via canonica, quella che costeggia il torrente Foci verso Quartaia, scopre a sorpresa sul poggio il profilo della Badia a Conéo. Solitaria e abbandonata. E forse proprio per questo di una bellezza pura e severa che incanta con le forme del romanico senese. Fu abitata nel Mille dai monaci benedettini vallombrosani, i monaci “forestali” seguaci di San Giovanni Gualberto, particolarmente sensibili alla tutela della natura e dei boschi. Ma non ebbe fortuna storica. La chiesa, dedicata a Santa Maria Assunta, pur se chiusa, lascia ancora vedere la sua decorazione esterna. L’abitato dell’abbazia e le strutture di servizio versano invece in gravi condizioni di degrado e hanno i tetti sfondati. Il periplo del complesso consente di capirne la struttura costruita intorno alla corte centrale, con il forno, i depositi e le stalle, e le modifiche intervenute nei secoli.

La chiesa abbaziale

La chiesa abbaziale

La facciata della chiesa ha la tipica semplice struttura a capanna, con un portale e una finestra sovrapposta. Il portale è inserito in una decorazione di arcatelle cieche che poggiano su capitelli e semicolonne. I capitelli scolpiti mostrano volti umani stilizzati tra volute e foglie di pietra. Le tre colonne della facciata (due reggono l’arco laterale) hanno capitelli decorati con immagini umane (forse Adamo ed Eva) e uccelli simbolici.

Il transetto e il tiburio ottagonale

Il transetto e il tiburio ottagonale

Entrati nel recinto, si percorre la parete laterale sinistra della chiesa e si apprezza il bel tiburio ottagonale che sovrasta l’incrocio tra la navata e il transetto.

La zona absidale

La zona absidale

Giunti sul retro si osservano la curvatura dell’abside e il campanile a vela. Il sottotetto ha una decorazione continua di arcatelle cieche che diventano ben evidenti soprattutto nel transetto e nell’abside. Sotto il fregio, alla base delle colonnine e al centro degli archetti ricorre in continuazione il motivo dei volti umani stilizzati. Vanno pure notate le finestrelle allungate a tutto sesto, con l’arcata superiore semicircolare e la composizione cromatica alternata dei conci.

La decorazione del sottotetto

La decorazione del sottotetto

La Badia può essere raggiunta anche in auto, provenendo da Colle Val d’Elsa. Dalla città bassa s’imbocca la Via Volterrana toccando l’omonima porta della città alta e si prosegue fino alla località Le Grazie; si svolta sinistra seguendo le indicazioni per Casole d’Elsa; dopo circa un km, a un bivio, si va destra per Conéo e, seguendo fedelmente la segnaletica, si raggiunge l’abbazia. In tutto circa 6 km.

La Badia dall'alto

La Badia dall’alto

(Ho visitato la Badia l’11 settembre 2016)

Terrasanta rupestre. Le grotte di Gesù

La vita in grotta e l’architettura rupestre sono una delle chiavi per comprendere la geografia e la storia delle terre d’Israele e Palestina. Le grotte del monte Carmelo, ad esempio, raccontano la storia fossile e l’evoluzione dell’uomo preistorico mediterraneo. Altro esempio sono i villaggi tradizionali che sorgono spesso su un reticolo di grotte (utilizzate come magazzino, stalla o laboratorio) su cui vengono sovrapposte le abitazioni costruite all’aperto. Nelle aree desertiche e steppose i beduini utilizzano le grotte come riparo notturno e come stalla per gli animali.

La grotta dei manoscritti a Qumran

La grotta dei manoscritti a Qumran

L’architettura scavata è protagonista nelle numerose realizzazioni idrauliche funzionali alla raccolta e alla distribuzione di una risorsa scarsa come l’acqua. Tunnel, cisterne, canalizzazioni e piscine assicurano il rifornimento idrico delle città e delle fortificazioni. Ne sono esempio i bagni rituali di Masada e Qumran oppure le vasche di Salomone per Gerusalemme. Di rilievo è anche l’architettura funeraria ipogea. Le tombe rupestri, le necropoli sotterranee e le catacombe sono elementi caratteristici di parecchi siti. Ricordiamo le grandi caverne a capanna sui fianchi di Marissa (Tel Maresha), abitazioni trogloditiche usate come tombe e cappelle funebri in età medievale. Ricordiamo anche le necropoli di Gerusalemme, come le Tombe dei Re o i sepolcreti scavati nella valle del Cedron. In questo quadro vogliamo inserire un percorso di visita alle grotte della Terrasanta care ai cristiani. Sono le grotte di Nazaret, Betlemme e Gerusalemme che hanno visto gli eventi centrali della vita di Gesù e della storia della salvezza.

La grotta della Natività a Betlemme

La grotta della nascita di Gesù

La grotta della nascita di Gesù

Una grande basilica sorge a Betlemme sopra la grotta che avrebbe accolto Gesù alla sua nascita. Per le famiglie povere di Betlemme era tradizione utilizzare gli anfratti rocciosi della regione come stalle o abitazioni. Si entra nella grotta scendendo la ripida scala posta sulla destra dell’iconostasi della basilica. Qui lo spazio è molto stretto e angusto e le mura, originariamente irregolari, formano un perimetro quasi rettangolare. Due colonne in pietra rossa e l’iscrizione «Gloria in excelsis Deo et in terra pax hominibus» sovrastano l’altare, sopra al quale sono rappresentati la Vergine e il Bambino in fasce, la scena del lavacro e quella della venuta dei pastori. Sotto l’altare è posta la stella con l’iscrizione latina: «Hic de Virgine Maria Iesus Christus natus est» in ricordo del luogo preciso della Natività. La sistemazione della grotta non è originale ma è il risultato di ritocchi derivati dalla continua usura del tempo e del passaggio dei pellegrini.

Il campo dei pastori di Betlemme

Il campo dei pastori di Betlemme

Il campo dei pastori di Betlemme

Il Campo dei Pastori si trova a est di Betlemme, nei pressi del villaggio di Beit Sahur. Qui, nelle grotte e nei campi di Booz, si trovavano i pastori nella notte gloriosa della Natività.

”L’angelo disse loro: Non temete! Ecco, vi porto una lieta novella che sarà di grande gioia per tutto il popolo: Oggi nella città di Davide è nato un salvatore che è il Cristo Signore” (Luca 2, 10-11).

La grotta dei pastori

La grotta dei pastori

Le tracce di vita nelle grotte, risalenti ai periodi erodiano e romano, i resti di frantoi antichissimi, lo scavo di una vasta installazione agricola monastica con torchi, vasche, silos e grotte, le vestigia militari di epoca erodiana, dimostrano che il luogo era abitato all’epoca della nascita di Gesù a Betlemme. Le grotte dei pastori sono distribuite ad anfiteatro intorno alla chiesa moderna.

 La grotta del Latte

La grotta del latte

La grotta del latte

La grotta del latte si trova a Betlemme, non distante dalla basilica della Natività. Secondo una leggenda diffusa nel sesto secolo la Madonna si nascose qui durante la strage degli Innocenti, per mettere al riparo il Bambino dagli sgherri mandati da Erode. San Giuseppe, avvertito da un angelo del pericolo che incombeva sul Bambino e della necessità di trasferirsi in Egitto, si mise subito a fare i preparativi per il viaggio e sollecitò la vergine che stava allattando. Alcune gocce, nella fretta, caddero a terra e la roccia da rosa divenne bianca. Sopra la grotta i Francescani hanno eretto una chiesa, sulle vestigia di una cappella di epoca paleocristiana.

 Le grotte sotterranee

Le grotte sotterranee di Betlemme

Le grotte sotterranee di Betlemme

Le grotte sotterranee attigue alla Grotta della Natività, sono molteplici e articolate. Questa zona, destinata già nell’antichità a uso funerario, ha mantenuto nel tempo questa vocazione. La grotta più ampia e vicina al luogo della Natività è quella detta di San Giuseppe, divisa in due spazi e comunicante con il Convento dei francescani. Si trovano poi due piccole grotte, una delle quali è dedicata ai Santi Innocenti. Sulla destra sta il passaggio per la grotta con il sepolcro delle sante matrone romane Paola ed Eustochio. L’ultima è la cella di San Girolamo, dove il santo continuò l’opera grandiosa, iniziata a Roma, della traduzione della Bibbia nel latino della Vulgata.

Il villaggio rupestre di Nazaret

La casa-grotta del villaggio

La casa-grotta del villaggio

Gli scavi hanno messo in luce i resti del villaggio agricolo dei tempi di Gesù, composto di semplici abitazioni che sfruttavano le grotte sotterranee, scavate nella tenera roccia calcarea. Esse erano parte delle case ed erano usate per i lavori domestici, come ricovero di animali o come piccoli forni. Mentre le abitazioni vere e proprie, in muratura, erano situate in superficie o addossate alle grotte. Il carattere agricolo del villaggio è testimoniato principalmente dai numerosi silos, buche a forma di pera con un’imboccatura circolare tappata da una pietra, scavati nel calcare e utilizzati per conservare le granaglie. Insieme con i silos furono ritrovate le cisterne che raccoglievano l’acqua piovana. Torchi per l’olio e per l’uva, affiancati da celle olearie e vinarie, facevano parte di un complesso produttivo di cui sono state trovate anche le macine di pietra. Un ottimo esempio di abitazione semi-rupestre è visitabile nell’area archeologica a fianco della Basilica. Si osserva una grotta con una cameretta antistante di cui resta il primo filare di pietre. Nella grotta si conserva ancora un forno ricavato nello spigolo di nord-ovest, e si possono vedere alcune bocche di silos nel pavimento. Maniglie ricavate nella roccia e una mangiatoia, rimandano all’utilizzo della grotta come stalla, almeno per un certo periodo.

 La grotta dell’Annunciazione a Nazaret

La grotta dell'Annunciazione

La grotta dell’Annunciazione

Una grotta del villaggio rupestre di Nazaret è tradizionalmente venerata come il luogo dell’Annunciazione ed è stata inglobata nell’attuale Santuario. Si presenta come uno spazio irregolare con una piccola abside, rivestita di qualche lacerto d’intonaco di età bizantina. L’annuncio dell’angelo a Maria è un episodio narrato nel Vangelo di Luca: l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: “Rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te”. A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: “Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù” (Lc 1, 26-28). La grotta dell’annunciazione è affiancata dalla grotta di Conone, più piccola e irregolare.

 La casa-grotta di San Giuseppe

i sotterranei della chiesa

i sotterranei della chiesa

Non lontano dalla basilica dell’Annunciazione è stata eretta la chiesa di San Giuseppe sul luogo che la tradizione vuole fosse la casa di Giuseppe e l’abitazione della Sacra Famiglia dopo il ritorno dall’Egitto. Negli ambienti sotterranei è stata ritrovata una grotta che conteneva una serie di silos a pera e una grande cisterna, collegata con l’esterno da una scala intagliata nella roccia. Si ipotizza che questo ambiente fungesse da battistero per i riti battesimali giudeo-cristiani. Ma non è esclusa l’ipotesi di una funzione agricola della vasca e delle grotte, da ascrivere dunque a un frantoio bizantino.

 La grotta del Getsemani

La grotta del Getsemani

La grotta del Getsemani

La grotta, detta comunemente del Getsemani, che in aramaico indicava il luogo del frantoio, si trova alla destra della Tomba della Vergine e si apre alla fine di un corridoio. La tradizione colloca qui il tradimento di Giuda. Dopo l’agonia avvenuta nell’orto degli Ulivi, Gesù andò incontro agli apostoli che sostavano nella grotta, e qui lo raggiunse Giuda accompagnato dalle guardie. La grotta ha sempre mantenuto un aspetto abbastanza naturale nonostante le varie trasformazioni. Inizialmente era un ambiente a vocazione agricola con cisterne e canaline dell’acqua e forse un frantoio; a partire dal quarto secolo divenne una chiesa rupestre a vocazione funeraria; in età crociata fu decorata con una volta dipinta di stelle e scene evangeliche. La volta rocciosa e intonacata, in parte naturale e in parte tagliata artificialmente, è sostenuta da pilastri rocciosi o di muratura.

La grotta-prigione di Gesù nel palazzo di Caifa

Il pozzo-prigione di Gesù

Il pozzo-prigione di Gesù

La chiesa di San Pietro in Gallicantu ricorda l’episodio evangelico delle negazioni di Pietro e sorge nei pressi della casa di Caifa, dove Gesù fu condotto subito dopo il suo arresto. Nella cripta della chiesa si può visitare un complesso di grotte che facevano parte di abitazioni del tempo di Cristo. Una di queste grotte ha la netta caratteristica di una prigione. Gli scopritori hanno voluto vedervi il luogo dove fu rinchiuso Gesù nella notte del suo arresto, dopo il sommario processo da Anna (Anania) e da Caifa, in attesa, il mattino successivo, di essere condotto da Pilato. Al tempo di Gesù, l’attuale Sion era il quartiere residenziale della città e il luogo dove sorge la chiesa, era appunto collegato con tale quartiere. Non è improbabile che qui vi fossero le dipendenze dei palazzi vicini. Questa supposizione dà attendibilità alla tradizione che localizza qui il pianto di Pietro presso una casa di Caifa, il cui palazzo sorgeva nella zona residenziale.

La grotta-cisterna del ritrovamento della Croce

Le incisioni dei pellegrini

Le incisioni dei pellegrini

Nella basilica del Santo Sepolcro una scala scende nella cavità dove i romani buttavano i legni dei suppliziati, onorata come il luogo del ritrovamento della Croce di Gesù. Le pareti della scala sono ricoperte dalle crocette, incise, nel corso dei secoli passati, dai pellegrini armeni a testimonianza della devozione di questo popolo per la Croce. Nel 327 l’imperatrice Elena, madre di Costantino, venne pellegrina a Gerusalemme e volle cercarvi la Santa Croce. Il resoconto narra del ritrovamento di tre croci in un’antica cisterna, insieme ai chiodi e al titulus, il cartiglio che riportava la condanna in tre lingue. Un miracolo permise di identificare la croce di Cristo.

 (Ho visitato i luoghi della Terrasanta nel mese di settembre 2016)

Il monte Tabor in Galilea

Salire in cima al monte Tabor rappresenta ben più di una normale ascensione. Niente di alpinistico, peraltro, visto che il Tabor è un bonario colle tondeggiante, alto appena 562 metri. É però la sua maestosità – che si staglia isolata sulla pianura circostante – a imporsi all’occhio del visitatore. Una maestà che si amalgama perfettamente con il suo carattere solenne di antica “montagna sacra”.

Memoria della Trasfigurazione

Memoria della Trasfigurazione

Il Tabor è infatti un monte sacro per gli Ebrei. Il re David, nel salmo 89, lo accosta all’Ermon per celebrare la lode di Dio: “Il Tabor e l’Hermon cantano il tuo nome”. E ricorda anche la vittoria che Barak, per consiglio della profetessa Debora, vi riportò contro l’esercito di Sisara (Giudici 4, 6-16). Montagna “sacra” il Tabor lo è anche per i cristiani, che, per antichissima tradizione, vi localizzano l’episodio della trasfigurazione di Gesù.

Il Vangelo della Trasfigurazione

La cupola della Trasfigurazione

La cupola della Trasfigurazione

Il racconto del Vangelo di Matteo sulla trasfigurazione di Gesù è la fonte essenziale per comprendere gli insediamenti sorti sulla cima del monte e il costante flusso di pellegrini. Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco, apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: “Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia”. Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: “Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo”. All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: “Alzatevi e non temete”. Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo. Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: “Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti”. (Matteo 17, 1-9)

La cappella di Mosè

La cappella di Mosè

La visita

La cappella di Elia

La cappella di Elia

Già nel 570 un pellegrino piacentino racconta nel suo diario di aver visto tre basiliche erette sul monte, in onore di Gesù, di Elia e di Mosè. Nel 1200 i crociati vi erigono un’abbazia benedettina che sarà poi distrutta dagli arabi. I francescani vi arrivano nel 1631 e vi costruiscono un luogo di culto. Oggi la sommità del monte è occupata dalla chiesa degli ortodossi greci e dall’ampia area della Custodia francescana di Terrasanta. Abitualmente i pellegrini giungono con i loro bus fino al parcheggio nella località di Shibli e proseguono poi sugli stretti tornanti con più agili pulmini. La strada serpeggia sui fianchi rocciosi del monte, coperti di elci, carrubi, lentischi, terebinti e pini. In alto, un viale costeggia la chiesa degli ortodossi e raggiunge la piazza, dove si affacciano gli edifici dei francescani.

La facciata della basilica

La facciata della basilica

L’imponente santuario della Trasfigurazione ha due cappelle laterali dedicate a Mosè ed Elia. L’ampio interno è sovrastato dal grande mosaico absidale con la scena della metamorfosi di Gesù. A servizio dei pellegrini vi sono una casa di accoglienza e un punto di ristoro – la tenda di Elia – gestiti dalla comunità di recupero Mondo X.

Il panorama della Galilea

Dalle terrazze laterali del santuario si ammira un grandioso panorama sulla verdeggiante pianura di Izre’el (o di Esdrelon) orlata a sud dai colli di Gelboe; a occidente s’intravede la catena del Carmelo che si getta nel Mediterraneo; più a nord si elevano le colline di Nazaret.

La piana di Esdrelon a sud

La piana di Esdrelon a sud

La vasta pianura coltivata è il frutto del lavoro degli immigrati ebrei alla fine dell’Ottocento. Qui sorsero i primi kibbutzim che s’impegnarono nella bonifica delle terre, nella loro irrigazione e fertilizzazione con le acque derivate dal lago di Tiberiade e nella loro valorizzazione agricola. Visti dall’alto i campi coltivati formano nel loro insieme un patchwork di singolare bellezza, una composizione astratta di forme geometriche dai diversi colori.

Il Parco nazionale

Il bosco del versante nord

Il bosco del versante nord

Il monte Tabor è dal 1991 protetto da una Riserva naturale e da un Parco nazionale gestiti dalla Israel Nature and Parks Authority. Una rete di sentieri percorre i fianchi del monte. In particolare il sentiero “verde” collega il parcheggio di Shibli alla sommità, traversando la foresta. I diversi sentieri sono cuciti insieme dall’Israel Trail, il sentiero nazionale israeliano che attraversa tutto il Paese.

Il cartello della riserva naturale

Il cartello della riserva naturale

(Ho visitato il monte Tabor il 27 settembre 2016)

Bibola, un borgo sulla Via Francigena

Sin dolor no hay gloria”. Il celebre aforisma del Cammino di Santiago esprime bene il rapporto tra la fatica del cammino e la gioia dell’arrivo. Medito in continuazione questa verità mentre arranco sudato sull’esile e scorbutico sentiero che da Aulla sale al borgo di Bibola. I trecento metri di dislivello si fanno sentire, come pure i “panigacci” con salumi e formaggi, la specialità lunigianese della cena di ieri sera. Per fortuna il percorso è breve e gli adesivi della Via Francigena abbandonano finalmente il percorso verticale nel bosco per una più misericordiosa e panoramica strada sterrata. Un’ultima deviazione nel bosco, in corrispondenza di un’edicola mariana e di un’area di sosta, e poi si apre la visione del borgo appollaiato sulla cima di un colle a forma di cono.

L'arrivo a Bibola

L’arrivo a Bibola

Ciò che oggi resta dell’antico castello, delle mura e del borgo risale al Quattrocento dei Malaspina. Fu allora che il borgo si andò espandendo in modo circolare, seguendo le curve di livello, con una strada a spirale che risaliva dalla porta di accesso fino alle torri del castello. Nel Cinquecento Bibola accentuò la sua trasformazione in borgo fortificato. La strada acquistò alcuni passaggi coperti “in galleria” che avevano un’evidente funzione difensiva. Ma possiamo ipotizzare che servissero a riparare i borghigiani dalle intemperie e a consentire in modo protetto anche nella cattiva stagione alcune lavorazioni agricole e artigiane.

Un angolo del borgo

Un angolo del borgo

Bibola ebbe anche un presidio imperiale nel 1706, ai tempi della guerra di successione spagnola. Vi transitarono pellegrini, drappelli di armigeri e carovane di muli dei mercanti in transito tra la pianura padana e il mare.

La galleria

La strada in galleria

La strada in galleria

La strada in galleria è oggi l’attrattiva peculiare del borgo di Bibola. Il percorso supera con una gradinata il dislivello con la sommità del colle ed è protetto da una copertura sostenuta da una successione di archi di pietra e da una copertura di travi di legno. Una serie di finestroni si apre con funzione difensiva sul percorso sottostante e con funzione di osservazione sui dintorni del borgo.

Un affaccio in galleria

Un affaccio in galleria

Sulla gradinata si affacciano i locali destinati ad abitazione, a laboratorio e a magazzino. Si può anche immaginare tra due archi ravvicinati l’esistenza di una saracinesca che sigillava l’ingresso al paese.

Il castello

Il castello di Bibola

Il castello di Bibola

Il castello occupa la sommità del colle ed è l’evoluzione di diversi corpi di fabbrica. Ne vediamo oggi la sua versione quattrocentesca, di forma quadrangolare, con due torri ogivali e un terzo torrione a sud-est, aggiunto successivamente.

Una torre del castello

Una torre del castello

La chiesa

La chiesa di san Bartolomeo

La chiesa di san Bartolomeo

La chiesa parrocchiale è dedicata a San Bartolomeo ed è frutto di successive ristrutturazioni avvenute nel tempo. Delizioso è il sagrato, il cortile davanti la chiesa, che è ingentilito da una pavimentazione a ciottoli di varie sfumature che formano una raffinata decorazione geometrica.

Particolare del sagrato

Particolare del sagrato

Secondo un’antica tradizione la chiesa conserverebbe le spoglie di Margherita dei Pannocchieschi, la moglie del conte Ugolino della Gherardesca, immortalato da Dante nella Divina Commedia.

Via Francigena: l'area di sosta di Bibola

Via Francigena: l’area di sosta di Bibola

(Ho visitato Bibola il 4 settembre 2016)

Nuoro. Passeggiata sui luoghi di Grazia Deledda

La pergamena del premio Nobel

La pergamena del premio Nobel

Grazia Deledda, scrittrice sarda, è premio Nobel per la Letteratura. Il 10 dicembre 1927, a Stoccolma, Henrik Schück le conferisce l’onorificenza con queste parole: Alfred Nobel volle che il premio di letteratura venisse dato a chi con le sue opere letterarie avesse donato all’umanità quel nettare che infonde salute ed energia di vita morale. Conformemente a questa volontà, l’Accademia Svedese ha aggiudicato a Grazia Deledda tale premio “per la sua potenza di scrittrice, sostenuta da un alto ideale, che ritrae in forme plastiche la vita quale è nella sua appartata isola natale, e che con profondità e con calore tratta problemi di generale interesse umano”.

Siamo a Nuoro, sua città natale, e le vogliamo dire grazie per i romanzi che ha scritto e le passioni che ci ha trasmesso con una breve passeggiata che tocca alcuni dei luoghi a lei familiari.

La statua

La statua di Grazia Deledda

La statua di Grazia Deledda

Il punto di partenza è su corso Garibaldi. Qui, nel 2016, è stato eretto il monumento che la città di Nuoro e il distretto culturale nuorese hanno voluto dedicare alla scrittrice. La statua in bronzo, realizzata dallo scultore nuorese Pietro Costa, raffigura una Grazia Deledda giovinetta, che indica la strada per arrivare al rione che le ha dato i natali e che ha ispirato tante storie dei suoi romanzi. «Grazia Deledda fu una donna forte e anticonformista, che non temeva i pregiudizi, autrice di una scrittura personale che affonda le sue radici nella conoscenza della tradizione e della cultura sarda». È il presidente della Repubblica Sergio Mattarella a ricordare con queste parole l’ottantesimo anno dalla morte della scrittrice nuorese e il novantesimo anno dal conferimento «dell’unico Premio Nobel femminile delle lettere italiane».

La casa-museo

La casa-museo

La casa-museo

Una serie di orme di piedi impresse sulla strada ci indica la strada da percorrere nello storico rione di San Pietro per raggiungere la casa in cui nacque la scrittrice, oggi trasformata in museo. La visita si snoda sui tre piani dell’abitazione, collegati dalla scala centrale, e continua nel cortile e nel giardino. La biografia, l’ambiente sociale culturale nuorese, la vita familiare e culturale del periodo romano, il conferimento del premio Nobel sono descritti attraverso fotografie, documenti e scritti autobiografici. La casa familiare conserva ancora intatti gli arredi delle camere, lo studio e la cucina con gli utensili di uso quotidiano, così come descritti nel romanzo autobiografico Cosima della scrittrice. Il giardino è oggi arredato con alcune panchine e con le rastrelliere che contengono tutti i libri scritti dalla Deledda: un invito a creare un’atmosfera di complicità tra i luoghi e la narrazione di essi.

La cucina di Casa Deledda

La cucina di Casa Deledda

«La casa era semplice, ma comoda. Del resto tutto era semplice e antico nella cucina abbastanza grande, alta, bene illuminata da una finestra che dava sull’orto e da uno sportello mobile dell’uscio sul cortile. Nell’angolo vicino alla finestra sorgeva il forno monumentale, col tubo in muratura e tre fornelli sull’orlo. Dalla finestra, munita d’inferriata, come tutte le altre del piano terreno, si vedeva il verde dell’orto; e fra questo verde il grigio e l’azzurro dei monti». (G. Deledda, Cosima)

Il monte Ortobene

I monti visibili dalla casa di Grazia Deledda sono le rupi dell’Ortobene, amatissime dalla scrittrice, che vi ambientò il romanzo Il vecchio della montagna. L’Ortobene si alza a est della città di Nuoro e raggiunge quasi i mille metri di altezza. Sulla sua cima si può ammirare la statua del Redentore innalzatavi in occasione del Giubileo del 1900.

Il monte Ortobene visto da Casa Deledda

Il monte Ortobene visto da Casa Deledda

«Le roccie accavalcate parevano enormi sfingi; alcuni blocchi servivano da piedestalli a strani colossi, a statue mostruose appena abbozzate da artisti giganti; altri davano l’idea di are, di idoli immani, di simulacri di tombe dove la fantasia popolare racchiude appunto quei ciclopi che in epoche ignote sovrapposero forse le roccie dell’Orthobene, traforandole nelle cime con nicchie ed occhi, attraverso cui ride il cielo…. Qualche roccia si slanciava sottile come un obelisco; altre giacevano su enormi piedistalli, come sarcofaghi coperti da drappi di musco verde. E tutte le cose, alberi, roccie, macchie, in quel luogo di solitudine, parevano immerse nella contemplazione dei solenni orizzonti». (G. Deledda, Il vecchio della montagna).

La chiesetta della Solitudine

La chiesetta della Solitudine

La chiesetta della Solitudine

Dalla casa-museo un percorso lineare di 750 metri ci conduce in dieci minuti alla chiesetta della Solitudine, ai piedi del monte Ortobene. Grazia Deledda le dedicò uno dei suoi ultimi romanzi e ce ne dà una malinconica descrizione notturna. La chiesa è stata ricostruita negli anni Cinquanta sul sito in cui ne sorgeva una più antica, su progetto dell’artista nuorese Giovanni Ciusa Romagna. L’edificio presenta le caratteristiche architettoniche tipiche delle chiese campestri. All’interno di un sarcofago di marmo riposano le spoglie di Grazia Deledda, morta nel 1936 a sessantacinque anni. Splendido è il portale scolpito da Eugenio Tavolara con l’immagine della Madonna della Solitudine circondata da figure ispirate alle storie bibliche e alle tradizioni della Sardegna.

Il portale della chiesa della Solitudine

Il portale della chiesa della Solitudine

«Ella andò nella chiesetta, passando per la piccola sagrestia che comunicava anch’essa con la cucina. Una finestruola alta s’apriva nella stanzetta, a nord: si vedeva il monte, come in un quadretto melanconico, senza sfondo di cielo, e la luce cruda delle rocce nude dava un senso profondo di solitudine glaciale. Anche la chiesetta, alla quale si entrava per mezzo di un usciuolo comunicante con la piccola sagrestia, sembrava scavata sotterra, tanto era fredda e umida; il barlume della lampadina accanto all’altare, e quello della lunetta polverosa sopra la porta, ne accrescevano la tristezza, ma, aperta la finestra, un chiarore cilestrino che veniva dall’orizzonte schiarito sopra le lontananze della valle, fece apparire meno gelido e desolato il povero santuario» (G. Deledda, La chiesa della solitudine).

Il conferimento del Nobel a Grazia Deledda

Il conferimento del Nobel a Grazia Deledda

(Ho visitato Nuoro l’11 ottobre 2016)