Sesto. Il sentiero di meditazione della Cappella nel bosco

Sesto, in Val Pusteria, propone ai suoi visitatori un sentiero di meditazione biblica che dal paese sale alla Cappella nel bosco. Il sentiero si alza dapprima tra i prati e i masi del paese alto ed entra poi nel bosco, varcando ruscelli, alternando esili tracce a larghi tratti sterrati, e superando in un’ora di cammino un dislivello di circa 250 metri.

La segnaletica del sentiero

Lungo il percorso si succedono stazioni di riflessione caratterizzate da sculture intagliate nel legno da Georg Lanzinger, corredate da riferimenti biblici in lingua tedesca. Il sentiero può essere percorso anche in discesa: dopo essere saliti a monte Elmo in funivia, si scende verso la Capanna del Cacciatore lungo il sentiero delle fiabe e si prosegue verso la Capanna nel bosco e la chiesa di Sesto.

“Anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male”

All’inizio del percorso l’immagine del Cristo rassicura il viandante con le parole del salmo 23: “Anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza”.

La creazione dell’uomo

Più avanti una stazione descrive la creazione divina del primo uomo con le parole del libro della Genesi (2,7): “Allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente”.

Scene della creazione del mondo

Una godibile scultura mostra le creature che vivono nell’acqua, sulla terra e nel cielo. Il testo cita le pagine del libro della Genesi sulla creazione del mondo: “Dio disse: Facciamo l’uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza: dòmini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutti gli animali selvatici e su tutti i rettili che strisciano sulla terra” (1,26). E ancora Dio disse: “Ecco, io vi do ogni erba che produce seme e che è su tutta la terra, e ogni albero fruttifero che produce seme: saranno il vostro cibo” (1,29).

San Francesco d’Assisi

Sul sentiero l’immagine di Francesco d’Assisi rievoca il suo Cantico delle creature dedicato alla contemplazione del creato. La scultura è accompagnata dal versetto del Cantico: “Lodato sii mio Signore, per nostra sorella madre terra, la quale ci dà nutrimento e ci mantiene: produce diversi frutti variopinti, con fiori ed erba”.

La Cappella nel bosco

Al termine del sentiero si raggiunge la Cappella nel bosco, costruita interamente in legno. Essa risale al periodo della prima guerra mondiale, quando Sesto si trovò sul fronte di guerra e la sua popolazione fu evacuata. Alla fine del giugno 1917 fu permesso ai contadini locali di ritornare ai loro masi e di coltivare i campi. Dato che la loro chiesa era gravemente danneggiata eressero questa Cappella improvvisata dove poteva comunque essere celebrata la Messa.

Beati gli operatori di pace

La cappella è stata restaurata nel 1974 e la sua manutenzione è stata affidata alla locale compagnia degli Schützen. Più recentemente è stata denominata “Cappella della Pace”. Dentro e intorno alla cappella sculture in legno e incisioni invocano la pace con le parole divine: “Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio” (Mt 5,9). Spiccano anche le parole del profeta Michea (4,3-4): “Egli sarà giudice fra molti popoli e arbitro fra genti potenti, fino alle più lontane. Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione, non impareranno più l’arte della guerra. Siederanno ognuno tranquillo sotto la vite e sotto il fico e più nessuno li spaventerà, perché la bocca del Signore degli eserciti ha parlato!”.

“Ecco tua madre”

(Ho percorso il sentiero il 15 agosto 2018)

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Dobbiaco. Il sentiero dello spirito a San Pietro al Monte

A Dobbiaco, in Val Pusteria, nell’Alto Adige, un “sentiero dello spirito” sale nel bosco dalla frazione di Santa Maria (1318 m) alla chiesetta di San Pietro al Monte, costruita su un panoramico sperone roccioso a 1450 metri di quota. Il percorso, segnato e protetto, segue un ripido sentiero all’ombra degli alberi che richiede circa tre quarti d’ora di salita. Il ritorno può essere effettuato lungo la sterrata nel bosco e poi sull’asfalto, componendo un piacevole anello. Inaugurato nel 1996, il sentiero di meditazione è ritmato da sette stazioni, costituite da blocchi di granito e da bei rilievi in bronzo ispirati alle vicende bibliche dell’apostolo Pietro. Un opuscolo disponibile in loco descrive il percorso e propone i testi di meditazione.

La partenza del sentiero

Il Santuario della Madre Dolorosa a Santa Maria

La chiesa di Santa Maria

La frazione Santa Maria di Dobbiaco è individuata dall’alto campanile del santuario dedicato alla Madre Dolorosa. L’immagine scolpita della Pietà, con la Madre che piange il figlio morto sulle sue ginocchia, sovrasta l’altare maggiore. L’attuale edificio in stile gotico è stato consacrato nel 1474 e restaurato nel 1982. Sulle pareti esterne campeggiano un gigantesco San Cristoforo affrescato da Simone da Tesido nel 1515 e le immagini di Maria Ausiliatrice con San Biagio e San Leonardo. Il sentiero di San Pietro inizia accanto alla chiesa e al piccolo cimitero.

Prima stazione: pregare

La prima stazione

Partiti dalla chiesa di Santa Maria, la prima stazione che s’incontra ricorda un episodio riportato negli Atti degli Apostoli (1,12-14): Allora ritornarono a Gerusalemme dal monte detto degli Ulivi, che è vicino a Gerusalemme quanto il cammino permesso in giorno di sabato. Entrati in città, salirono nella stanza al piano superiore, dove erano soliti riunirsi: vi erano Pietro e Giovanni, Giacomo e Andrea, Filippo e Tommaso, Bartolomeo e Matteo, Giacomo figlio di Alfeo, Simone lo Zelota e Giuda figlio di Giacomo. Tutti questi erano perseveranti e concordi nella preghiera, insieme ad alcune donne e a Maria, la madre di Gesù, e ai fratelli di lui.

Seconda stazione: chiamata

La seconda stazione

La seconda stazione ricorda la vocazione di Simon Pietro sulle rive del lago dopo l’episodio della pesca miracolosa (Luca 5,8-10): Al vedere questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: “Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore”. Lo stupore infatti aveva invaso lui e tutti quelli che erano con lui, per la pesca che avevano fatto; così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, che erano soci di Simone. Gesù disse a Simone: “Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini”.

Terza stazione: fidarsi

La terza stazione

La scena scolpita nel bronzo della terza stazione ricorda l’episodio di Gesù e Pietro che camminano sulle onde del lago percosse dal vento (Matteo 14,27-33): Sul finire della notte Gesù andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: “È un fantasma!” e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: “Coraggio, sono io, non abbiate paura!”. Pietro allora gli rispose: “Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque”. Ed egli disse: “Vieni!”. Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: “Signore, salvami!”. E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: “Uomo di poca fede, perché hai dubitato?”. Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: “Davvero tu sei Figlio di Dio!”.

Quarta stazione: perdonare

La quarta stazione

Allora Pietro gli si avvicinò e gli disse: “Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?”. E Gesù gli rispose: “Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette (Matteo 18,21-22).

Quinta stazione: rinnegare

La quinta stazione

Il rilievo bronzeo racconta il celebre episodio evangelico che vede Pietro rinnegare Gesù per tre volte (Marco 14,69-72): E la serva, vedendolo, ricominciò a dire ai presenti: “Costui è uno di loro”. Ma egli di nuovo negava. Poco dopo i presenti dicevano di nuovo a Pietro: “È vero, tu certo sei uno di loro; infatti sei Galileo”. Ma egli cominciò a imprecare e a giurare: “Non conosco quest’uomo di cui parlate”. E subito, per la seconda volta, un gallo cantò. E Pietro si ricordò della parola che Gesù gli aveva detto: “Prima che due volte il gallo canti, tre volte mi rinnegherai”. E scoppiò in pianto.

Sesta stazione: incarico

La sesta stazione

La sesta stazione ricorda Pietro e la missione che Gesù gli affida (Matteo 16,18-19): E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli”.

Settima stazione: trasfigurazione

La settima stazione

L’ultima stazione, sul piazzale della chiesa, descrive l’episodio della trasfigurazione di Gesù di fronte ai suoi apostoli (Luca 9,28-35): Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elia, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme. Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui. Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: “Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia”. Egli non sapeva quello che diceva. Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All’entrare nella nube, ebbero paura. E dalla nube uscì una voce, che diceva: “Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!”.

La chiesetta di San Pietro

La chiesa di San Pietro al Monte

San Pietro al Monte è una delle chiese più antiche dell’alta Val Pusteria, risalente a prima del 769. Ampliata nel Medioevo, cadde poi in rovina dopo la chiusura nel 1786; ma è stata restaurata e riaperta al culto nel 1987 grazie ai lavori di ripristino condotti da volontari del luogo. Una fontanella e delle panche consentono di ristorarsi dopo la salita. Dal retro della chiesa si ammira l’ampio panorama della val Pusteria e delle Dolomiti.

La guida al sentiero

(Percorso effettuato l’11 agosto 2018)

Bressanone. Il Sentiero dei Santi d’Europa

Una rete di sentieri dello spirito è stata immaginata e realizzata dalla diocesi di Bolzano-Bressanone. Dai diversi centri dell’Alto Adige si può salire a luoghi significativi della fede, lungo percorsi di meditazione, segnati da opere d’arte, nel paesaggio della montagna e del bosco. I sentieri spirituali non sono solo sentieri escursionistici. Sono proposti come vie alternative che portano all’interiorità e vanno percorsi non solo per raggiungere una meta, ma anche per scoprire il senso della nostra vita.

La segnaletica del sentiero dei Santi

Uno dei sentieri più interessanti e riusciti è dedicato ai Santi dell’Europa. Sale da Bressanone/Brixen alla chiesa di San Cirillo, lungo un comodo percorso nel bosco che supera un dislivello di duecento metri in circa un’ora. Propone una meditazione sulle radici cristiane dell’unità europea sintetizzate in sei temi-chiave: l’evangelizzazione, la giustizia, la pace, la salvaguardia del creato, la carità e la famiglia. Il percorso è ritmato da otto stazioni con le immagini scolpite di 23 santi rappresentativi di 18 paesi europei. Si può partire direttamente dalla Cattedrale di Bressanone e dal suo celebre chiostro, oppure (risparmiando qualche minuto), dal Kinderdorf di Via Castelliere. Un utile pieghevole con la descrizione del percorso è reperibile alla prima stazione; un volumetto illustrato sul sentiero è in vendita nella chiesa di San Cirillo.

La mappa del sentiero

La prima stazione: Maria

La prima stazione dedicata a Maria

La prima stazione sorge all’inizio del sentiero, dove si lascia la strada asfaltata. Il rilievo di bronzo mostra la Madonna che offre suo Figlio. Sotto il mantello mariano trovano rifugio gli abitanti della città e quelli della campagna. Sul fondo appare la sagoma dell’Europa nella cornice delle dodici stelle.

La seconda stazione: l’Europa

I santi Metodio, Benedetto da Norcia e Cirillo

La seconda edicola mostra le immagini dei santi patroni d’Europa: Benedetto da Norcia, gli evangelizzatori degli slavi Cirillo e Metodio, Brigida di Svezia, Edith Stein e Caterina da Siena. Un versetto del salmo 127, citato in lingua greca, latina e liturgico slava, ricorda che “Se il Signore non costruisce la casa, invano si affaticano i costruttori”.

Le sante Brigida di Svezia, Edith Stein e Caterina da Siena

La terza stazione: l’evangelizzazione

La terza stazione

La terza edicola propone le immagini di Teresa d’Avila in rappresentanza della Spagna, Pietro Canisio per i Paesi Bassi, il monaco Colombano evangelizzatore irlandese. Il versetto biblico in lingua spagnola, olandese e irlandese è una citazione del Vangelo di Matteo (28,19): “Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli”.

Quarta stazione: giustizia e pace

La quarta stazione

La quarta stazione propone la testimonianza dello svizzero Niklaus von Flüe, del russo Sergio di Radonež e di Santa Caterina da Siena. La frase biblica è riportata in lingua tedesca, italiana e russa ed è del profeta Isaia (32,17): “La giustizia opera la pace”.

Quinta stazione: la salvaguardia del creato

La quinta stazione

Vi compaiono le immagini di San Francesco d’Assisi, del ceco Giovanni Nepomuceno e dell’austriaco Floriano di Lorch. La citazione, riportata nelle lingue ceca, italiana e tedesca, è tratta dal libro della Genesi (1,31): “Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona”.

Sesta stazione: caritas

I santi della sesta stazione

“In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”: le parole di Gesù che Matteo cita nel suo Vangelo (25,40) sono qui leggibili in polacco, ungherese e francese. Testimoni di queste parole sono i santi Massimiliano Kolbe, polacco, Elisabetta d’Ungheria e Martino di Tours.

Settima stazione: la famiglia

La settima stazione dedicata alla famiglia

Al tema della famiglia è dedicato un verso del Salmo 48: “Dio nei suoi palazzi un baluardo si è dimostrato”. La traduzione in svedese, tedesco e inglese annuncia la testimonianza di Santa Brigida di Svezia, del tedesco Adolf Kolping e dell’inglese Tommaso Moro.

Ottava stazione: la diocesi di Bolzano-Bressanone

L’ottava stazione

L’edicola posta al termine del sentiero è dedicata alla chiesa locale, la diocesi Bolzano e Bressanone. Vi campeggia la raccomandazione che San Paolo dà a Timoteo: “Custodisci, mediante lo Spirito Santo che abita in noi, il bene prezioso che ti è stato affidato”. Il testo è reso nelle tre lingue usate in diocesi: l’italiano, il tedesco e il ladino. I santi proposti sono la tirolese Notburga di Eben, Cassiano e Vigilio, patroni rispettivamente di Bolzano e Trento, il missionario Josef Freinademetz di Oies.

La chiesa di San Cirillo

La chiesa di San Cirillo

L’antica chiesetta sul colle, raggiunta al termine del Sentiero dei Santi d’Europa, è dedicata a San Cirillo di Alessandria. Documentata già nel 1283 e poi caduta in rovina, è stata restaurata e riaperta ai fedeli nel 1992.

Gli affreschi sulla facciata

Sulla facciata campeggiano affreschi di un maestro brissinese quattrocentesco con un san Cristoforo, sant’Osvaldo, Maria Maddalena, una Madonna con bambino, san Lorenzo e san Cirillo. All’interno, sulla parete sinistra, sono altri affreschi dedicati alla barbuta santa Wilgefortis, alla crocifissione di Gesù e alla visita dei Magi. Sul piazzale antistante la chiesa è la statua dedicata a “Thomas Heinrichs des Vollen Knecht zu Brichsen”, ovvero Thomas, servo di Heinrich Voll di Bressanone, che nel 1334 dispose tramite lascito che annualmente, nel giorno di san Lorenzo (10 agosto), venissero distribuiti presso la chiesa di San Cirillo pane e formaggio ai poveri. Dal belvedere sul retro della chiesa si gode un ampio panorama su Bressanone.

Il monumento a Thomas Knecht

(Ho percorso il sentiero il 14 agosto 2018)

A piedi sulle rive del Danubio. L’Abbazia di Weltenburg

L’escursione all’Abbazia di Weltenburg, in Baviera, è un autentico camminare nella storia. Negli occhi del camminatore si fondono come in un caleidoscopio il fascino delle gole rocciose che stringono il Danubio, l’amenità della riserva naturale, il silenzio del bosco, le tracce archeologiche delle fortificazioni dei Celti, la prima abbazia benedettina costruita nel Land, il sacrario della liberazione della Baviera, la fabbrica di birra più antica al mondo, gli affreschi di Cosmas Damian Asam. E quando all’abbazia di Weltenburg ci si allontana dalla folla dei turisti e ci si dirige sui solitari colli circostanti si prova l’intensa emozione della bellezza e il godimento dello spirito.

Kelheim e il mausoleo della libertà

Il punto di partenza è la cittadina bavarese di Kelheim, che sorge dentro le sue mura medievali alla confluenza del fiume Altmühl nel Danubio. Un Museo e un Parco archeologico raccolgono le memorie celtiche e i ritrovamenti frutto degli scavi urbani. Dalla riva del Danubio partono i traghetti turistici che fanno la spola con l’abbazia di Weltenburgh. Il traghetto è ovviamente la scelta più comoda e rapida per ammirare le gole del Danubio e raggiungere l’abbazia.

La partenza da Kelheim

In alternativa è possibile percorrere a piedi alcuni larghi sentieri lungo le rive del fiume o sui colli boscosi che lo fiancheggiano. Il percorso che suggeriamo per l’andata è denominato Waldroute (la via del bosco) coincidente peraltro con la prima tappa dell’Archäologischer Wanderweg, il sentiero archeologico che fiancheggia l’antico vallo celtico. Questo percorso è lungo 5,4 km, ha un dislivello di 135 m e richiede un tempo di andata di circa un’ora e mezza. Si inizia con ripido percorso asfaltato che da Kelheim sale sull’altura del Michelsberg.

Il Mausoleo della libertà della Baviera

Lasciati in basso il monumento ai caduti e la chiesa, si raggiunge in alto la Befreiungshalle, un monumentale edificio circolare costruito per volere di re Ludwig I di Baviera per celebrare la fine delle guerre di liberazione contro Napoleone (1813-1815). Negli immediati dintorni sono il centro di visita e un terrazzo panoramico.

Il sentiero archeologico nel bosco

Il largo sentiero ben segnalato prosegue ora in piano nel bosco. Incontriamo alcuni pannelli informativi che invitano a visitare le parziali ricostruzioni delle mura difensive della citta celtica di Alkimoennis e dell’oppidumdi Artobriga, qui presuntivamente situati sulla base delle indicazioni della Geografia di Claudio Tolomeo.

La Waldroute nel bosco

I Celti fondevano il ferro in piccole fosse che fungevano da altoforni primitivi. L’altopiano è costellato di piccole fosse di fusione a forma di imbuto e cumuli di scorie. Le mura servivano a proteggere quest’area industriale e il vicino insediamento umano.

Pannello del sentiero archeologico

L’abbazia benedettina di Weltenburg

Una veloce discesa nel bosco conduce alla strada asfaltata e alle rive del fiume Danubio. Sulla pietrosa riva opposta si erge la mole dell’abbazia benedettina. Per guadare il braccio d’acqua che ci separa dall’abbazia arriva provvidenzialmente in nostro aiuto una barchetta adibita al collegamento tra le due sponde.

L’abbazia San Giorgio di Weltenburg e il guado sul Danubio

Qui, intorno al 600, giunsero alcuni monaci erranti iro-scozzesi e vi fondarono il primo monastero. Erano seguaci dell’irlandese Colombano e si chiamavano Eustasio e Agilo di Luxeuil. Quel che noi vediamo oggi è il rimaneggiamento settecentesco in stile barocco dell’intero complesso, comprensivo del monastero, della chiesa e degli edifici di servizio. Nel cortile della chiesa si trova uno dei “Biergärten” più belli della Baviera: è una birreria all’aperto, all’ombra di giganteschi castagni, dove si possono gustare le specialità locali accompagnate dalla famosa birra bruna prodotta dai monaci (Weltenburger Klosterbier) in quello che è forse il birrificio conventuale più antico del mondo, risalente al 1050.

La chiesa di Asam e i suoi affreschi

La chiesa abbaziale barocca, dedicata a San Giorgio,risale al 1716 ed è opera dei fratelli Cosmas Damian e Aegid Quirin Asam. Sulla volta del vestibolo (1751) compare un dipinto del giudizio universale di Franz Asam. Nell’aula i dipinti si moltiplicano.

Lo sbarco dei benedettini in America

A destra è la scena dell’arrivo in America dei benedettini, imbarcati sulla caravella Santa Maria, nel secondo viaggio di Cristoforo Colombo. Sulla parete di fronte San Benedetto domina l’abbazia di Montecassino e fa risuonare le prime parole della sua Regola “Ausculta o Fili”. Il dipinto della volta centrale, capolavoro della pittura barocca, è una luminosa visione del Paradiso. Dio Padre, il figlio Gesù e lo Spirito Santo accolgono Maria e le pongono sul capo la corona di dodici stelle.

San Benedetto e Santa Scolastica con l’abate Bächl

Intorno è schierata la “ecclesia triumphans”: gli apostoli Pietro (con la croce e le chiavi) e Andrea (con la rete da pescatore), Benedetto e la sorella Scolastica, San Giorgio che sconfigge il drago, Davide con l’arpa, la Maddalena penitente, Santa Cecilia con l’organo, Giuditta con la spada, San Martino e l’abate del tempo Maurus Bächl.

La Frauenbergkapelle nei dintorni di Weltenburg

La gola del Danubio e il monastero rupestre

Dopo la visita all’abbazia e ai suoi suggestivi dintorni, si riguadagna con la barca la sponda opposta del fiume e si prende la via del ritorno sul percorso rivierasco denominato “Donauroute”.

La Donauroute sulla riva del Danubio

Alcuni cartelli segnalano la distanza che ci separa dalla foce del Danubio nel Mar Nero, che qui è di 2417 km.

La gola rocciosa del Danubio

Il sentiero è un eccellente balcone sulla spettacolare gola rocciosa di “Donaudurchbruch”, scavata nella roccia calcarea circa duecentomila anni fa da un braccio secondario del Danubio che ha dato poi origine all’attuale percorso del fiume.

L’eremo rupestre

Le pareti della forra raggiungono gli 80 metri d’altezza e al loro interno si trovano numerose piccole caverne. Verso il termine del sentiero s’incrocia il monastero rupestre di San Nicola.

Il monastero rupestre di San Nicola

Qui, nel 1454, l’eremita Antonius de Septem Castris aveva eretto un semplice eremo scavato nella roccia e una cappella in onore del suo santo protettore. Negli anni successivi i terziari francescani abitarono il luogo e con il sostegno del Duca Albrecht III, poterono costruire la chiesa e un edificio più grande, dotandolo di un muro esterno di protezione.

La mappa dei percorsi per Weltenburg

(Ho effettuato l’escursione il 7 maggio 2018)

Assisi. Il Cantico delle creature

È uno degli itinerari francescani più poetici che Assisi possa proporre ai suoi visitatori. Un itinerario in compagnia di Francesco che vede declinati i versi del suo celebre “Cantico delle creature”. Il “Cantico” è l’inno di lode che il creato eleva a Dio, nel quale Francesco descrive poeticamente la natura come riflesso dell’immagine del suo creatore. I versi del Cantico sono originalmente commentati dalle sculture che l’artista contemporaneo Fiorenzo Bacci ha disseminato nei luoghi più appartati e suggestivi di Assisi.

 

San Damiano

L’itinerario ha inizio a San Damiano. La ragione è semplice. Fu qui che Francesco compose il “Cantico”. Questa è la chiesa che Francesco restaurò accogliendo l’invito del Crocifisso. Il luogo che fu abitato da Chiara e dalle sue prime sorelle.

Altissimu, onnipotente, bon Signore

La scrittura del Cantico

All’inizio del vialetto d’accesso a San Damiano, Fiorenzo Bacci ha scolpito la scena della composizione del Cantico, accompagnato da un mosaico che ne sintetizza tutti gli elementi.

Francesco detta il Cantico

Francesco, ormai cieco, malato e prossimo alla morte, ha in grembo le spighe di grano e detta i versi del Cantico.

Lo scriba

Lo scriba, seduto accanto a Francesco, trascrive le parole del maestro su un lungo rotolo.

Il creato e le creature

Il mosaico raffigura tutte le “creature” che nella visione onirica di Francesco compongono la lode della natura al Creatore. Vediamo il cielo, la terra e il mare; il sole, la luna e le stelle; gli uccelli e i pesci; i campi di grano, il tralcio d’uva, i “diversi fructi con coloriti flori et herba”, il fuoco, il vento, l’acqua e la terra.

I fiori e l’erba

 

Laudato si’, mi’ Signore, per frate vento

Frate Vento

Lungo il vialetto che scende a San Damiano troviamo la statua di Francesco in cammino con la sua bisaccia, che si stringe nell’abito per difendersi dal vento sferzante. La lode del Vento nel Cantico ha solide radici nella Bibbia dove il vento è spesso citato come manifestazione di Dio. Accade con il “respiro di Dio” in Ezechiele, con le “ali del vento” del Salmo, con il “vento leggero” di Elia, con il “vento che soffia dove vuole” di Nicodemo, con il “rombo di vento gagliardo” della Pentecoste. Il saio di Francesco, frustato dalle folate di vento, è allora metafora delle forze avverse, del tormento interiore ma insieme dinamismo ed energia divina per affrontare le avversità della vita.

 

Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre terra, la quale ne sustenta et governa, et produce diversi fructi con coloriti flori et herba

Francesco seminatore

Nel giardino della clausura di San Damiano, Francesco è rappresentato nelle vesti del buon seminatore della parabola evangelica. La terra, preparata per la semina, accoglie il seme gettato dal contadino. A suo tempo la terra produrrà i frutti coltivati dall’uomo e quelli spontanei voluti da Dio. Il rapporto tra l’uomo e il grembo fertile della terra è uno dei valori ancestrali che il francescanesimo coltiva e che ispira i moderni movimenti ecologisti.

 

Laudato sie, mi’ Signore, cum tucte le tue creature, spetialmente messer lo frate sole, lo qual è iorno, et allumini noi per lui. Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore,de te, Altissimo, porta significatione.

Francesco si rigenera al sole

Nel giardino che costeggia il vialetto all’uscita da San Damiano, Francesco siede per terra, con le gambe incrociate, le mani raccolte e aperte in grembo, lo sguardo rivolto verso la Porziuncola nella valle. È un Francesco contemplativo che si rigenera ai raggi del sole. Il sole è anche figura dello stesso Dio. E per questo il Cantico delle creature viene anche definito il Cantico di Frate Sole.

 

L’Eremo delle Carceri

Da San Damiano ci trasferiamo all’Eremo delle Carceri. Era il luogo dove Francesco e i suoi compagni cercavano la pace e la preghiera, si “carceravano” nella solitudine e nel silenzio alla ricerca di un più intenso dialogo con Dio. Un luogo isolato sul monte Subasio, a circa ottocento metri di quota, fuori dalle mura di Assisi, immerso nel cuore di una verde boscaglia, attraversato da un fosso e costellato di cavità rupestri. Intorno a quei “sassi di Maloloco” si è nel tempo aggrumato un insieme di cappelle affrescate, cenobi e chiostri.

 

Laudato si’, mi’ Signore, per sora luna e le stelle, in celu l’ai formate clarite et pretiose et belle

Francesco, Leone e Ginepro contemplano il cielo stellato

All’Eremo, il gruppo scultoreo realizzato dall’artista Fiorenzo Bacci si rivela particolarmente seducente La scena descrive Francesco, Leone e Ginepro che stanno ammirando il cielo stellato. Leone, l’erudito, traccia sul terreno il Grande e il Piccolo Carro e individua la posizione della Stella Polare. Ginepro, con la sorprendente intuizione che accompagna l’intelligenza dei semplici, scorge nel firmamento la medesima Stella e la segnala con ammirato stupore. Francesco, sdraiato a terra, a piedi scalzi e con le mani dietro la nuca, contempla estasiato la notte splendente.

Francesco contempla il cielo stellato

 

Il Vescovado

Lasciato l’Eremo scendiamo nel cuore della città. Raggiungiamo la chiesa di Santa Maria Maggiore e il Vescovado. Questo luogo è legato al ricordo della spoliazione di Francesco. Di fronte alla famiglia, al vescovo e alla gente di Assisi, Francesco si liberò dei suoi vestiti, li restituì al padre e scelse definitivamente di vivere in povertà.

 

Laudato si’, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo tuo amore

Il canto dei frati

Due rilievi di Fiorenzo Bacci sul fronte esterno del palazzo vescovile ricordano un altro episodio narrato nelle fonti francescane. Scoppiato un grave contrasto tra il podestà e il vescovo del tempo, Francesco, pur gravemente malato, volle riportare armonia nel governo di Assisi. Invitò il podestà in episcopio e inviò due frati che cantarono il versetto del Cantico sul perdono. L’invito ottenne successo. Podestà e vescovo si perdonarono a vicenda e “con molto affetto e trasporto si abbracciarono e si baciarono”.

Il perdono reciproco tra Vescovo e Podestà

 

Santa Maria degli Angeli

La grande basilica di Santa Maria degli Angeli fu costruita per custodire i luoghi che sono il cuore del francescanesimo: la cappella della Porziuncola, la cappella del Transito di Francesco, il Roseto e la cappella delle rose.

 

Laudato si’, mi’ Signore, per sor’aqua, la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta

Masseo e Francesco alla fonte

I giardini prossimi alla Basilica, antistanti la vicina Domus Pacis, ospitano due gruppi scultorei di Fiorenzo Bacci. Il primo gruppo è raccolto intorno a un fontanile e interpreta la lode del Cantico per Sorella Acqua. Racconta il ritorno da una questua che si è rivelata molto magra. Seduti accanto a una fonte, fra Masseo protesta: “Padre, come si può chiamare tesoro, dov’è tanta povertà e mancamento di quelle cose che bisognano? Qui non è tovaglia, né coltello, né taglieri, né scodella, né casa, né mensa, né fante, né fancella”. Ma Francesco in perfetta letizia, intinge i tozzi di pane secco nell’acqua, dice “io reputo grande tesoro ciò che ci viene apparecchiato dalla Provvidenza divina”.

 

Laudato si’, mi’ Signore, per frate focu, per lo quale ennallumini la nocte, et ello è bello et iocundo et robustoso et forte

Chiara e Francesco

Per commentare la lode del Cantico rivolta a Fratello Fuoco, l’artista ha modellato un déjeuner sur l’herbe di cui sono protagonisti Francesco e Chiara. Dopo un frugale desinare, alla lettura del Vangelo, i loro volti s’illuminano così tanto da allertare i contadini dei dintorni per l’insorgere di un incendio. L’episodio è narrato nei Fioretti. “E fatta l’ora di desinare, si pongono a seder insieme Santo Francesco e Santa Chiara. E per la prima vivanda Santo Francesco cominciò a parlare di Dio sì soavemente, sì altamente, sì maravigliosamente, che discendendo sopra di loro l’abbondanza della divina grazia, tutti furono in Dio rapiti. E stando così gli uomini della contrada dintorno vedeano che tutto il luogo e la chiesa e la selva di Santa Maria degli Angeli ardeano fortemente. Per la qual cosa con gran fretta corsono laggiù per ispegnere il fuoco. Ma giungendo al luogo e non trovando ardere nulla trovarono santo Francesco con santa Chiara con tutta la loro compagnia rapiti in Dio per contemplazione, seduti intorno a quella mensa umile. Compresono che quello era stato il fuoco divino il quale Iddio aveva fatto apparire miracolosamente a dimostrare il fuoco del divino amore”.

La pagina del Vangelo letta da Francesco

Da Assisi all’Eremo delle Carceri, col “cavallo di San Francesco”

Eremo delle carceri. Un nome non molto invitante, che evoca a prima vista manette e penitenziari, cela in realtà un mistico luogo dello spirito dal valore universale. Era il luogo dove Francesco e i suoi compagni cercavano la pace e la preghiera, si “carceravano” nella solitudine e nel silenzio alla ricerca di un più intenso dialogo con Dio. Un luogo isolato sul monte Subasio, a circa ottocento metri di quota, fuori dalle mura di Assisi, immerso nel cuore di una verde boscaglia, attraversato da un fosso e costellato di cavità rupestri. Intorno a quei “sassi di Maloloco” si è nel tempo aggrumato un insieme di cappelle affrescate, cenobi e chiostri. A distanza di otto secoli questo luogo continua ad attrarre in tutte le stagioni un flusso ininterrotto di visitatori. Il ripido sentiero o la sinuosa strada asfaltata che salgono all’Eremo, sono percorsi in continuazione da comitive di giovani, scolari in gita d’istruzione, gruppi di escursionisti, coppie di fidanzati e giovani sposi, lieti fraticelli, suore salmodianti, gruppi vocianti in tutte gli idiomi dell’universo, contemplativi e cercatori di solitudine. Si sale con il tradizionale “cavallo di san Francesco” (e cioè a piedi, col bastone del pellegrino) o con le più comode e veloci navette taxi.

La Porta Cappuccini di Assisi

Per la salita a piedi, il punto di partenza è la piazza Matteotti di Assisi, terminale dei bus urbani con parcheggio per le auto. Siamo nel punto più alto della città, in vista della Rocca. Pochi passi in salita, fiancheggiando il Convitto nazionale e l’Istituto professionale alberghiero, ci portano a varcare la porta Cappuccini (469 m). Si va ora a sinistra sulla strada sterrata che costeggia le mura urbane fino alla torre angolare della Rocchicciola.

La Rocchicciola di Assisi

La segnaletica per l’Eremo è abbondante e include le bandierine del Cai (sentiero 350), i pannelli del Parco del Subasio, il Tau giallo e le paline dei Cammini francescani. Il sentiero, scortato dai cipressi, dagli olivi e poi dalle querce, sale ripidamente nel bosco, con pendenza costante. Lascia a sinistra il sentiero 351 e una sterrata, entrambi diretti alla Costa di Trex. Raggiunge la località Montarone (797 m), dov’è il bivio con il sentiero 353. La pendenza scema e il sentiero prosegue in quota fino a incrociare un’area picnic e la strada asfaltata. Si va a destra in discesa.

L’Eremo delle Carceri

Dopo pochi passi ecco l’Eremo, incastonato nel verde della fitta selva di lecci. Superati l’incrocio con la strada per l’abbazia di San Benedetto e il parcheggio delle auto salite da Assisi, s’imbocca il viottolo che porta al cancello e al cuore del luogo sacro (791 m). Per superare i circa 400 m di dislivello avremo impiegato 1.30 ore.

La pianta dell’eremo

Il primo ambiente è il cortile triangolare con i pozzi. Dal parapetto si osserva la gola del Subasio e un bel panorama sulla Valle Umbra. Qui è un ambiente per l’accoglienza dei pellegrini, cui segue una cappella per la preghiera silenziosa. Si entra poi nella chiesa quattrocentesca, affrescata. Segue la minuscola chiesa primitiva dedicata a Santa Maria delle Carceri, una grotta adattata a cappella. Siamo nel cuore del santuario. Si entra nella grotta di Francesco che contiene il letto di pietra su cui il santo dormiva e il masso su cui sedeva a meditare. All’aperto, su un ponticello di pietra si varca il fosso asciutto, dove sopravvive ancora un leccio dell’epoca di Francesco. Da qui parte il viale che attraversa la selva e dal quale si diramano i sentierini che conducono alle grotte dei compagni di Francesco.

Gli edifici dell’eremo

Lungo i vialetti dell’eremo alcune sculture richiamano episodi di vita francescana. Un bronzo di Vincenzo Rosignoli mostra San Francesco che libera le tortorelle. All’ingresso è un bronzo di San Francesco incorniciato da una grande aureola con i simboli delle diverse religioni, testimonianza di unità nella diversità.

Il gruppo scultoreo di Fiorenzo Bacci

Particolarmente seducente è il gruppo scultoreo realizzato dall’artista Fiorenzo Bacci per il Parco letterario del Cantico delle creature. La scena commenta il versetto del Cantico “Laudato si’, mi’ Signore, per sora luna e le stelle, in celu l’ai formate clarite et pretiose et belle”. Francesco, Leone e Ginepro stanno ammirando il cielo stellato. Leone, l’erudito, traccia sul terreno il Grande e il Piccolo Carro e individua la posizione della Stella Polare. Ginepro, con la sorprendente intuizione che accompagna l’intelligenza dei semplici, scorge nel firmamento la medesima Stella e la segnala con ammirato stupore. Francesco supino, a piedi scalzi, contempla estasiato la notte splendente.

Francesco contempla il cielo stellato

(Ho effettuato l’escursione l’11 febbraio 2018)

Roma. La Torpignattara e le Catacombe dei due allori

Siamo a Roma, al numero 641 della Via Casilina. Un tempo quest’area, situata al terzo miglio dell’antica via Labicana, era di proprietà dell’imperatore Costantino ed era nota come “ad duas lauros”, cioè “ai due allori”, arbusti tradizionalmente presenti presso i palazzi imperiali. Oggi, molto meno nobilmente, si chiama Torpignattara.

 

La tomba di Elena

Il Mausoleo di Elena

Questo nome popolaresco fu dato dal volgo romano al torreggiante monumento funebre costruito dall’imperatore Costantino per essere utilizzato come sepoltura di sua madre Elena, morta nel 329. Gli abili ingegneri romani, per alleggerire il peso della cupola ed evitare possibili crolli, inserirono nella copertura numerose anfore (dette pignatte). Tale stratagemma ancora visibile ha indotto nei secoli passati il popolino a indicare il Mausoleo costantiniano come “la torre delle pignatte”; e da qui sarebbe derivato il nome stesso della zona, conosciuta come Torpignattara.

 

Le catacombe di Marcellino e Pietro

Le Catacombe ‘ad duas lauros’

Nel sottosuolo dell’antica basilica costantiniana fu scavata nel terzo secolo una necropoli dedicata ai santi martiri Marcellino e Pietro. I tre piani di scavo, i diciassette km di gallerie e le quindicimila sepolture ne fanno una delle catacombe più grandi di Roma. Dopo la caduta dell’impero e le invasioni barbariche, le catacombe furono gradualmente abbandonate e dimenticate. Oggi le Catacombe di Marcellino e Pietro (www.santimarcellinoepietro.it), di proprietà vaticana, sono state restaurate e riaperte al pubblico dalla Pontificia Commissione di Archeologia sacra e affidate in gestione ai religiosi dell’Istituto Cavanis.

 

L’arte cristiana

Agape

Il grande tesoro custodito nelle cappelle di questa catacomba è l’arte cristiana delle origini. I cubicoli e gli arcosoli delle famiglie cristiane più facoltose sono stati decorati nel terzo e nel quarto secolo da meravigliosi affreschi, oggi riportati al loro originario splendore attraverso la tecnica del laser. I dipinti delle cappelle funerarie rievocano le storie dell’antico e del nuovo testamento e sono una meditazione sulla storia della salvezza per i nuovi convertiti. Viene spesso rappresentato Giona salvato dal ventre della balena, dove il profeta era rimasto per tre giorni, con questo rievocando la resurrezione del Cristo. Ma sono anche rappresentati il peccato originale di Adamo ed Eva, Noè scampato al diluvio, Susanna salvata dalle insidie degli anziani, Daniele che rimane illeso nella fossa dei leoni, Mosè che fa sgorgare l’acqua nel deserto. Dal Nuovo Testamento provengono le immagini della visita dei Magi, dei miracoli della guarigione del paralitico e dell’emorroissa, della resurrezione di Lazzaro e della moltiplicazione dei pani. Magnifici sono l’affresco dei santi eponimi, la descrizione personificata delle quattro stagioni, i banchetti funebri e le agapi eucaristiche, il canto di Orfeo, i giardini paradisiaci. Passiamo in rassegna alcune di queste immagini, commentate dai passi biblici di riferimento.

 

Il lembo del mantello

L’emorroissa e Gesù

Ed ecco, una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni, gli si avvicinò alle spalle e toccò il lembo del suo mantello. Diceva infatti tra sé: “Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò salvata”. Gesù si voltò, la vide e disse: “Coraggio, figlia, la tua fede ti ha salvata”. E da quell’istante la donna fu salvata (Matteo 9, 20-22).

 

Il paralitico guarito

Il paralitico guarito

Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di perdonare i peccati, dico a te – disse al paralitico -: àlzati, prendi il tuo lettuccio e torna a casa tua”. Subito egli si alzò davanti a loro, prese il lettuccio su cui era disteso e andò a casa sua, glorificando Dio. Tutti furono colti da stupore e davano gloria a Dio; pieni di timore dicevano: “Oggi abbiamo visto cose prodigiose” (Luca 5, 24-26).

 

La risurrezione di Lazzaro

La risurrezione di Lazzaro

Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: “Togliete la pietra!”. Gli rispose Marta, la sorella del morto: “Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni”. Le disse Gesù: “Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?”. Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: “Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato”. Detto questo, gridò a gran voce: “Lazzaro, vieni fuori!”. Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: “Liberàtelo e lasciàtelo andare” (Giovanni 11, 39-43).

 

Giona e la balena

Giona gettato in mare

il mare infuriava sempre più. Giona disse loro: “Prendetemi e gettatemi in mare e si calmerà il mare che ora è contro di voi, perché io so che questa grande tempesta vi ha colto per causa mia”. Quegli uomini cercavano a forza di remi di raggiungere la spiaggia, ma non ci riuscivano, perché il mare andava sempre più infuriandosi contro di loro. Allora implorarono il Signore e dissero: “Signore, fa’ che noi non periamo a causa della vita di quest’uomo e non imputarci il sangue innocente, poiché tu, Signore, agisci secondo il tuo volere”. Presero Giona e lo gettarono in mare e il mare placò la sua furia. Quegli uomini ebbero un grande timore del Signore, offrirono sacrifici al Signore e gli fecero promesse. Ma il Signore dispose che un grosso pesce inghiottisse Giona; Giona restò nel ventre del pesce tre giorni e tre notti. Dal ventre del pesce Giona pregò il Signore, suo Dio. E il Signore parlò al pesce ed esso rigettò Giona sulla spiaggia (Giona, 1 e 2).

Giona rigettato dalla balena

 

La visita dei Magi

La visita dei Magi

La stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra (Matteo 2, 9-11).

 

Daniele nella fossa dei leoni

Daniele nella fossa dei leoni

Allora il re ordinò che si prendesse Daniele e lo si gettasse nella fossa dei leoni. Il re, rivolto a Daniele, gli disse: “Quel Dio, che tu servi con perseveranza, ti possa salvare!”. Poi fu portata una pietra e fu posta sopra la bocca della fossa: il re la sigillò con il suo anello e con l’anello dei suoi dignitari, perché niente fosse mutato riguardo a Daniele. Quindi il re ritornò al suo palazzo, passò la notte digiuno, non gli fu introdotta nessuna concubina e anche il sonno lo abbandonò. La mattina dopo il re si alzò di buon’ora e allo spuntare del giorno andò in fretta alla fossa dei leoni. Quando fu vicino, il re chiamò Daniele con voce mesta: “Daniele, servo del Dio vivente, il tuo Dio che tu servi con perseveranza ti ha potuto salvare dai leoni?”. Daniele rispose: “O re, vivi in eterno! Il mio Dio ha mandato il suo angelo che ha chiuso le fauci dei leoni ed essi non mi hanno fatto alcun male, perché sono stato trovato innocente davanti a lui; ma neppure contro di te, o re, ho commesso alcun male”. Il re fu pieno di gioia e comandò che Daniele fosse tirato fuori dalla fossa. Appena uscito, non si riscontrò in lui lesione alcuna, poiché egli aveva confidato nel suo Dio (Daniele 6, 17-24).

 

Mosè fa scaturire l’acqua nel deserto

Mosè

Nel deserto di Sin il popolo soffriva la sete per mancanza di acqua; il popolo mormorò contro Mosè e disse: “Perché ci hai fatto salire dall’Egitto per far morire di sete noi, i nostri figli e il nostro bestiame?”. Allora Mosè gridò al Signore, dicendo: “Che cosa farò io per questo popolo? Ancora un poco e mi lapideranno!”. Il Signore disse a Mosè: “Passa davanti al popolo e prendi con te alcuni anziani d’Israele. Prendi in mano il bastone con cui hai percosso il Nilo, e va’! Ecco, io starò davanti a te là sulla roccia, sull’Oreb; tu batterai sulla roccia: ne uscirà acqua e il popolo berrà”. Mosè fece così, sotto gli occhi degli anziani d’Israele (Esodo 17, 1-6).

 

La fine del diluvio

Noè

Noè poi fece uscire una colomba, per vedere se le acque si fossero ritirate dal suolo; ma la colomba, non trovando dove posare la pianta del piede, tornò a lui nell’arca, perché c’era ancora l’acqua su tutta la terra. Egli stese la mano, la prese e la fece rientrare presso di sé nell’arca. Attese altri sette giorni e di nuovo fece uscire la colomba dall’arca e la colomba tornò a lui sul far della sera; ecco, essa aveva nel becco una tenera foglia di ulivo. Noè comprese che le acque si erano ritirate dalla terra (Genesi 8, 8-11).

 

(Ho visitato le Catacombe il 23 dicembre 2017)