Georgia. Il Castello di Rabati

Il castello di Rabati domina la città moderna di Akhaltsikhe, nel sud-ovest della Georgia. In realtà, più che di una semplice fortezza o di un presidio militare, si tratta di una vasta cittadella, suddivisa in quartieri e circondata da mura.

Il Castello di Rabati

Era luogo di mercato e di scambi sulle vie carovaniere. Siamo del resto in una regione di frontiera, dove s’incontravano mercanti, regni e popoli e non mancavano invasioni ostili e scorrerie. La città è un crogiolo di etnie diverse che oggi convivono in pace e che esprimono le diverse fedi che le animano.

La zona commerciale del castello

Vi sono chiese dell’ortodossia georgiana, degli apostolici armeni, insieme con una sinagoga e una moschea. Ad Akhaltsikhe, nella vasta diocesi del Caucaso dei Latini, è insediata anche una piccola presenza cattolica, di testimonianza: un gruppo di monache benedettine italiane ha riaperto una chiesa-santuario sul colle e un nucleo di religiosi cappuccini anima una parrocchia in città.

Il santuario della Madonna del Rosario e il monastero delle Benedettine di Akhaltsikhe

Il castello di Rabati risale al Duecento e ha visto alternarsi le famiglie feudali locali, la conquista ottomana iniziata nel 1576 e l’occupazione russa durata fino al Novecento e alla dissoluzione dell’Unione Sovietica.

La scuola coranica

Dopo un accurato restauro il castello è oggi aperto al pubblico ed è diventato un buon attrattore turistico. Raccontano le cronache mondane che la sua riapertura è stata festeggiata con uno speciale concerto del  cantante francese Charles Aznavour, di origini armene, il cui padre era nato a Akhaltsikhe.

La moschea

All’interno del complesso del castello sono situati il museo storico della regione, una chiesa, una moschea, un minareto e una sinagoga. Interessante l’edificio che ospitava la madrasa, la scuola coranica, con le residenze degli studenti a piano terra e le aule d’insegnamento al piano superiore. La sezione amministrativa occupa la parte alta della cittadella. In basso sono l’albero, il ristorante e sala teatrale.

La mappa del Castello

(Ho visitato il castello di Rabati il 6 luglio 2018)

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La Pieve di Cellole

Un luogo appartato, dove c’è silenzio ma non solitudine. Siamo nel cuore della Toscana, sulle colline della Valdelsa. Vi arrivo da San Gimignano sotto il sole del primo pomeriggio. Il vicino boschetto e i cipressi rompono la sensazione d’afa. La frescura naturale del colle diventa refrigerio spirituale quando si entra nella pieve, se ne percorrono le navate e ci si ferma a meditare.

La pieve di Cellole

Il flusso di visitatori è continuo e discreto: una coppia è venuta in auto per un momento di preghiera; tre ragazze tedesche che percorrono la Francigena con i loro monumentali zaini sostano estasiate, scambiandosi emozioni; altri turisti arrivano in auto e si mettono a curiosare tra i mieli, le marmellate e i sacchetti di lavanda dell’esposizione o sfogliano le decine di libri delle edizioni Qiqajon. Sì, perché qui a Cellole vive una delle fraternità monastiche di Bose. Qiqajon è il nome ebraico dell’alberello che Dio fece crescere sopra la testa del profeta Giona per concedergli un momento di gratuito riposo e di frescura. La comunità accoglie a Cellole chi vuole condividere la vita dei monaci e cerca un luogo di confronto; e propone ai suoi ospiti la Lectio divina sui testi biblici o giornate di ritiro individuale e revisione di vita.

L’accoglienza nel Monastero

“Pieve” è un termine che deriva dal latino plebs (plebe) e individua abitualmente una chiesa di campagna, lontana dai centri abitati. Un fregio sulla facciata della chiesa di Cellole riporta l’iscrizione “a.d. mccxxxviii consumatio plebis” che ricorda il compimento della pieve nell’anno del Signore 1238. La chiesa fu iniziata dal pievano Ildebrando nel 1190 e divenne nel tempo un ospizio per malati di lebbra (mansio leprosorum) animato da Bartolo Buompedoni, il “Giobbe della Toscana”. Oggi accanto alla chiesa sorgono il monastero, la casa colonica, un fabbricato rurale e un minuscolo cimitero. Tutt’intorno sono i campi coltivati.

L’interno della pieve

La chiesa ha una facciata a capanna nella quale si apre il portale sormontato da una lunetta e da una bifora. L’interno conserva la semplicità del romanico, con tre navate separate da colonne, il presbiterio e il battistero. Le colonne e gli archetti absidali sono decorati da capitelli con motivi geometrici, floreali e zoomorfi. Sulle colonne sono visibili tre affreschi quattrocenteschi con le immagini di Sant’Antonio abate, Santa Caterina d’Alessandria e San Benedetto.

Il monastero

Una porta sul lato sinistro dà accesso a un locale adibito a chiesa feriale. Sul sagrato si alza una croce di ferro proveniente dal campanile di Bozzolo, la parrocchia di Don Primo Mazzolari. Tutt’attorno lo sguardo può spaziare dolcemente sulle colline senesi, nella quiete e nel silenzio meditativo.

La pieve vista dall’alto

(Ho visitato Cellole il 5 giugno 2018)

Il forte asburgico di Fortezza sull’Isarco

Singolare destino per questo imponente complesso di architettura militare costruito dagli Asburgo. Fu figlio della paura. Si aveva timore che la Francia di Napoleone potesse attaccare l’Austria da sud, lungo la valle dell’Isarco. Con sforzi immensi si costruirono casematte in durissimo granito, si alzarono mura poderose, si aprirono feritoie irte di artiglieria e fucileria per il controllo dei dintorni. Un gioiello di architettura bellica asburgica, a prova di bomba, che doveva rappresentare uno sbarramento invalicabile per qualunque esercito. Mai utilizzato, però. Nessun ‘nemico’ lo ha mai attaccato. I suoi cannoni non hanno mai sparato neanche un colpo. Per fortuna, certo. Ma proprio un destino bizzarro, se non farsesco, per un’opera di guerra.

La Fortezza nella stretta della valle dell’Isarco

Siamo a Fortezza (Franzensfeste), in Alto Adige, tra Vipiteno e Bressanone. Il forte, che ha trasmesso il nome anche al vicino borgo, sbarra come una diga il fiume Isarco, affiancato dalla statale, dall’autostrada del Brennero e da due linee ferroviarie. Alle guarnigioni austro-ungariche si sono succedute nel tempo le truppe tedesche della Wehrmacht e gli Alpini italiani. Poi nel 2005, cessate tutte le preoccupazioni militari legate alla Guerra fredda e alle minacce del Patto di Varsavia, ritiratisi i soldati, la Fortezza è stata pacificamente invasa dai turisti, che dall’alto delle mura possono rivivere le sensazioni letterarie del tenente Drogo, nel “Deserto dei Tartari” di Dino Buzzati. Divenuta luogo di eventi ed esposizioni, la Fortezza sta definendo una sua nuova identità, trasformando così un luogo inquietante e repulsivo in un’attrazione turistica internazionale.

Un pannello della mostra storica

L’ingresso

Il portone d’ingresso della Fortezza

Il monumentale portone d’ingresso è costruito con possenti blocchi di granito, ognuno dei quali pesa circa tredici tonnellate. La scritta latina sull’architrave ricorda gli imperatori austriaci Francesco e Ferdinando che decisero la costruzione della fortezza (“Franciscus I. Austr. Imp. inchoavit MDCCXXXIII – Ferdinandus I. Austr. Imp. Perfecit MDCCXXXVIII”).

La cappella

L’interno della cappella

Nel cortile della fortezza sorge la chiesetta a servizio della guarnigione. Costruita in stile neo-gotico, il suo profilo esterno contrasta nettamente con le masse squadrate delle fortificazioni. Anche l’interno, con le pareti e le volte a cassettoni, è dissonante rispetto al resto; a imitazione della volta del Pantheon romano, l’interno ha una buona resa acustica che consentiva alla voce del celebrante di diffondersi anche all’esterno. Più recentemente la cappella è stata arredata da pannelli con citazioni tratte dalla Bibbia e dalle encicliche degli ultimi Papi e anche con piccole opere d’arte.

Locus perennis: l’obelisco geodetico

L’obelisco locus perennis

Un piccolo obelisco sovrasta una scritta in latino che dice: luogo perenne di misurazione precisa dell’altitudine realizzato nel 1893 con un teodolite europeo in Austria e Ungheria. Si fa riferimento al problema scientifico della misurazione dell’altitudine. Nel 1871 i geografi europei avevano stabilito di creare in luoghi assolutamente stabili dal punto di vista geologico delle quote di riferimento precise al millimetro, che potessero fungere da base per ulteriori misurazioni. Nell’Impero austro-ungarico l’Istituto Geografico Militare di Vienna individuò, sette punti di riferimento altimetrico tarati sull’altezza media del mare nel porto di Trieste. Il più alto di questi riferimenti si trova proprio qui, nella Fortezza, a 736 metri: la placca di ottone con la misura è nascosta sotto l’obelisco di granito. Gli altri sei punti si trovano in Slovenia, Cechia, Ungheria e Romania.

Le architetture interne

Un arco interno

La Fortezza fu progettata come una struttura sobria e orientata unicamente alla funzionalità. Scalpellini e muratori la costruirono tuttavia con l’orgoglio artigianale di un tempo, ove ogni pezzo era unico e realizzato a mano. Pilastri, archi e volte in rossi mattoni pieni esibiscono curve perfette come si trattasse di architetture da mettere in mostra.

L’esposizione permanente

Un pannello della mostra permanente

Una mostra permanente, distribuita nelle sette grandi casematte, illustra le vicende di questa costruzione. I visitatori hanno la possibilità di informarsi sulla storia della ‘Cattedrale nel deserto’, dalla sua realizzazione fino ad oggi, attraverso racconti e aneddoti, in particolare sulla realizzazione di questa gigantesca struttura e degli effetti che questa ha avuto sulla zona circostante. Tramite diverse postazioni interattive è possibile scegliere oltre alla storia del Forte, anche la storia del traffico nel territorio e dell’oro della Banca d’Italia che una volta era custodito in questa fortezza. Alla mostra permanente si affiancano periodicamente mostre temporanee.

Un cortile del forte

(Ho visitato Fortezza il 16 agosto 2017)

Romania. Il museo all’aperto dei villaggi di Bran

La Romania è tradizionalmente un paese rurale. La varietà dei paesaggi collinari, la vastità del territorio montuoso, la bassa densità abitativa e la mancanza di strade hanno condizionato la vita dei villaggi e li hanno costretti all’autosufficienza autarchica. Gli abitanti dei borghi sparsi si sono dedicati all’agricoltura, all’allevamento del bestiame e allo sfruttamento del bosco. E hanno sviluppato tutte le attività della cultura contadina, dall’edilizia all’artigianato, dalla gestione dell’acqua e delle altre risorse energetiche all’alimentazione e all’abbigliamento. Queste forme di vita sono diffusamente raccontate dai musei etnografici e dagli skansen, i musei all’aperto della vita rurale.

Il Museo dei villaggi di Bucarest è ovviamente il modello di riferimento per l’estensione dello spazio espositivo e per la rappresentatività dei territori. Ma numerose località si sono dotate di musei all’aperto descrittivi delle tipicità edilizie locali. Un esempio è il Museo di Bran, in Transilvania, ai piedi del celebre “castello di Dracula”.

La croce d’ingresso al museo di Bran

Creato nel 1960, il museo open air descrive attraverso 16 edifici l’evoluzione dell’architettura tradizionale dei villaggi della zona di Bran. Sono così attualizzate le tradizionali attività di base, dall’allevamento del bestiame al lavoro nella foresta, dall’agricoltura, alla lavorazione della lana e all’artigianato del legno.

La casa di Sohodol

La casa di Sohodol

L’abitazione proviene dal villaggio sparso di Sohodol, alle pendici dei monti Bucegi. Comprende la tradizionale sala di soggiorno con il camino e una veranda a portico all’esterno.

La cucina di campagna

La cucina di campagna di Șimon

Questa classica cucina di campagna è un monolocale rettangolare fornito di tavola da pranzo a piano terra e dispensa interna nel vano superiore. Il forno per la cottura del pane e delle altre vivande è all’esterno, sul retro. Proviene dal villaggio di Șimon.

La fattoria di Poarta

La fattoria di Poarta

Poarta è un villaggio di valle, a case sparse. Le occupazioni principali degli abitanti sono l’allevamento e lo sfruttamento forestale; in misura minore si pratica l’agricoltura sui campi terrazzati. La fattoria risale alla fine del Settecento e si compone di due stabili paralleli, collegati da una stalla. Il primo stabile è l’abitazione di famiglia, dotato di camera da letto, soggiorno e veranda. Il secondo stabile era destinato alla battitura dei cereali, alla conservazione del fieno e al riparo degli attrezzi da lavoro.

L’ovile di Vladusca

Il mungitoio-caseificio di Vladusca

Quest’ovile di epoca ottocentesca è stato utilizzato durante la monticazione estiva dei pastori sul massiccio di Piatra Craiului. Si compone di due ambienti. Il primo è dedicato alla mungitura e al trattamento del latte. Il secondo è destinato alla caseificazione e quindi alla produzione di formaggi e alla loro stagionatura. Tra i due ambienti è un corridoio dove le pecore scorrono per essere munte e proseguire poi verso lo stazzo. All’esterno, sul lato stretto, c’è un casotto per la porcilaia.

La carcara Varnita

La carcara Varnita

Si tratta di una classica fornace per la produzione di calce viva. Ha struttura circolare ed è poggiata direttamente sul declivio del terreno. Serve a sciogliere le rocce e a produrre legante per l’edilizia.

La gualchiera di Cheia

La gualchiera di Cheia

La gualchiera proviene dal villaggio di Cheia ed è una macchina tessile degli inizi del Novecento messa in movimento dalla ruota di un mulino ad acqua che aziona due martelli che cardano la lana in modo alternato. Era un tempo utilizzata per rendere più duri e sodi i tessuti di lana battendoli e pressandoli.

La ruota del mulino ad acqua

(Ho visitato il Museo di Bran il 18 luglio 2017)

L’architettura spontanea dei villaggi rurali in Romania

Siamo a Bucarest, capitale della Romania, nel parco di Herăstrău, sulle rive dell’omonimo lago. Passeggiamo in un grande museo all’aperto che espone una magnifica collezione di 85 edifici tradizionali provenienti da tutte le regioni della Romania. Sono tutti monumenti autentici, risalenti agli ultimi tre secoli, smontati nei luoghi di provenienza e poi riassemblati nel parco.

Il Museo nazionale dei villaggi romeni

Il Museo dei villaggi rurali (Muzeul Satului) è stato fondato nel 1936 e raccoglie il frutto di anni di ricerche effettuate da Dimitrie Gusti, promotore della scuola di sociologia dell’Università di Bucarest. Vi troviamo costruzioni di pietra, di legno, di mattone, di argilla e terra cruda. I tetti sono di paglia e di canne, di scandole, di lose. Ci sono case rurali, fattorie, mulini ad acqua e mulini a vento, chiese di legno, croci stazionarie, opifici, forni, stalle, fienili, pozzi. Provengono dalla Moldavia, dalla Transilvania, dal Maramures, dalla Valacchia, dalla Bucovina. Un’architettura popolare autoctona ma anche ricca di influenze magiare, tedesche, turche, greche. Ne proponiamo una breve rassegna per gli appassionati di architettura spontanea.

La fattoria di legno del Maramures

L’ovile invernale

Questa fattoria del 1775 apparteneva di una famiglia di allevatori, agricoltori e boscaioli. Ne vediamo l’abitazione domestica, l’ovile invernale, il laboratorio artigianale e un deposito di fieno col tetto mobile.

Il fienile

Il mulino a vento della Dobrugia

 

Il mulino a vento

Il mulino a vento risale al 1967 e proviene dal villaggio lacuale di Sarichioi-Istria nel distretto di Tulcea in Dobrugia. Le sei pale azionano il meccanismo per macinare il grano, costruito nella parte superiore dell’edificio chiuso. La parte inferiore del locale è destinata a magazzino e contiene i sacchi di grano e di farina oltre agli strumenti di lavoro del mugnaio.

La casa sotterranea dell’Oltenia

La casa sotterranea

Quest’abitazione sotterranea risale al primo Ottocento e proviene dal sud dell’Oltenia. Solitamente solo monolocale, in questo caso l’abitazione è articolata in tre camere. Scavata la fossa nel terreno, essa viene rivestita da pareti di legno. All’esterno essa appare come una grotta, con una copertura di legno, rivestita di paglia ed erbe. All’interno le pareti sono fasciate con travi di quercia che sporgono circa un metro dal terreno. Essa assicura condizioni climatiche costanti anche in presenza di forti variazioni esterne.

La casa a piramide dei monti Apuseni

Le case a piramide

La casa è stata costruita nel 1815 in un villaggio dei monti Apuseni per una famiglia di pastori e agricoltori. Sia l’abitazione che la vicina dispensa hanno struttura quadrangolare, con pareti di legno alzate su una base di pietra. La caratteristica copertura a piramide ha spioventi tre volte più lunghi delle pareti, rivestiti di fascine di saggina.

La chiesa di Dragomirești

La chiesa di legno

Capolavoro dell’architettura del legno è la chiesa di Dragomirești, nella regione del Maramures. Costruita nel 1722, ha una svettante struttura verticale, con tetto di scandole e pareti interne ancora rivestite di affreschi.

La chiesa affrescata di Timișeni

La chiesa di Timișeni

Questa chiesa proviene da Timișeni, un centro della regione dell’Oltenia ed è stata costruita nel 1773. Ha la struttura di legno e un tetto a spiovente rivestito di scandole. Presenta una zona absidata posteriore e un campanile quadrato alto sulla facciata. Impressionanti per lo stato della conservazione sono i dipinti molto naif sulla facciata esterna (Giudizio finale) e sui fianchi.

Il dipinto sulla facciata

(Ho visitato il Museo Gusti il 24 luglio 2017)

Romania. Una “terapia” per le coppie in crisi

Biertan è un pittoresco villaggio al centro di una verdissima vallata della Transilvania. Per secoli è stato abitato da famiglie sassoni di fede luterana, provenienti dalla Germania. La sua splendida chiesa fortificata è stata iscritta dall’Unesco nel Patrimonio dell’Umanità.

La casa-prigione di Biertan

Nel recinto della chiesa scopriamo un piccolo edificio eretto lungo le mura fortificate. Una targa lo definisce genericamente come un museo della storia locale di Biertan (Birthälmer Heimatmuseum). Ma per almeno tre secoli, per decisione del vescovo locale, qui vennero rinchiuse a chiave le coppie in crisi, in una convivenza forzata che poteva durare anche molte settimane, perché facessero un ultimo tentativo per risolvere i loro contrasti.

L’interno ricostituito

L’obiettivo esplicito era evitare un doloroso divorzio. Marito e moglie dovevano trovare da soli un rimedio ai loro matrimoni ormai in pezzi e recuperare l’armonia coniugale perduta. Quella terapia detentiva che oggi assomiglia a un incubo ha però dimostrato che la ‘prigione coniugale’ era piuttosto efficace. “La prigione era uno strumento per mantenere la società nell’antico ordine cristiano. Grazie a questo edificio benedetto, nei 300 anni che Biertan è stata la sede del vescovo, abbiamo registrato un solo divorzio!” ha dichiarato con una certa soddisfazione il prete di Biertan.

Il letto tradizionale sassone

Questa originale forma di psicoterapia risulta più evidente durante la visita della casa-museo. La piccola prigione scura ha soffitti bassi e massicce pareti. L’arredo è assolutamente spartano. La camera degli sposi ha un solo tavolo, una sola sedia, un ripostiglio e un tradizionale letto sassone a una sola piazza, un solo cuscino e una sola coperta. Tutto doveva essere condiviso in modo strettissimo, senza alcuna privacy. Resta da immaginare se la convivenza forzosa riuscisse a rinfocolare l’amore originario o se sui motivi di disunione prevalessero le ragioni dei figli o se a prevalere fossero interessi più materiali legati al lavoro e alla proprietà dei campi. Chissà.

I Bunker in Albania

Il paesaggio albanese è costellato da una miriade di bunker militari che spuntano simili a funghi, lungo la costa, sulle montagne e intorno alle città. Sono uno dei frutti, velenosi e ingombranti, che la guerra fredda e il regime comunista hanno lasciato in eredità all’Albania.

Nel periodo del suo governo, avviato nel dopoguerra e caduto solo nel 1991, il dittatore Enver Hoxha credette il suo Paese a rischio di un’invasione esterna e decise così di metterlo in sicurezza dotandolo di una rete difensiva diffusa e capillare. Le sue ondivaghe alleanze internazionali, prima con la Jugoslavia di Tito, poi con l’Unione Sovietica di Stalin, quindi con la Cina di Mao Zedong e infine con l’orgoglioso isolamento autarchico, portarono Hoxha a vedere nemici dappertutto, dai paesi comunisti “fratelli” del Patto di Varsavia, all’Italia e alla Grecia del Patto Atlantico. Fu l’invasione della Cecoslavacchia il fattore scatenante che convinse Hoxha ad avviare il programma di bunkerizzazione dell’Albania. Inizialmente le fortificazioni furono costruite solo al confine settentrionale con la Jugoslavia, a quello meridionale con la Grecia e sulla costa che guardava l’Italia. I piccoli bunker furono affiancati da tunnel nei porti, depositi sotterranei di armi, polveriere, postazioni antiaeree. Ma a cavallo tra gli anni Settanta e gli Ottanta, il programma fu intensificato e la produzione di bunker divenne frenetica, grazie anche al diffondersi di fabbriche specializzate.

Il bunker sul passo di Llogara (1035 m)

Le cupole corazzate, le mura laterali, i tunnel di accesso furono costruiti separatamente e in serie. Si provvedeva poi a trasportarli nei luoghi designati e ad assemblarli in loco. Fu così che l’Albania venne letteralmente ricoperta da un manto di bunker. Quanti siano è impossibile saperlo a causa della distruzione degli archivi. Le cifre che si leggono oscillano da un minimo realistico di 36 mila a cifre incontrollabili di centinaia di migliaia. Quel che però è certo è che la produzione massiccia di bunker, che utilizzava necessariamente ferro e cemento armato, assorbì una parte consistente delle risorse finanziarie statali. Le spese militari misero all’angolo gli investimenti in un Paese che mancava di tutto e in particolare delle infrastrutture per l’energia, i trasporti, l’istruzione e la sanità.

L’accesso posteriore del bunker

Dopo la caduta del regime, la produzione cessò e i bunker – mai utilizzati – rimasero come un ingombrante relitto del passato. Una parte è stata distrutta da bande di zingari o da piccole ditte specializzate, alimentando una micro-economia locale: fatti esplodere e pazientemente picconati, hanno liberato il prezioso metallo, venduto poi alle fonderie. Un’altra parte è stata riutilizzata nelle forme più diverse e fantasiose. Nelle campagne i bunker sono diventati depositi di attrezzi agricoli, magazzini di prodotti alimentari, porcilaie, stalle per gli animali domestici, basi per i filari di viti, distillerie di raki, forni e cucine da campo. Sulle spiagge sono stati creativamente dipinti e sono diventati beach bar, distributori di bevande, cabine spogliatoio, pizzerie e piccoli ristoranti, discoteche, bed and breakfast.

Bunk’Art 2, il museo dell’ex bunker antiatomico di Tirana

Esemplare è il destino del rifugio antiatomico sotterraneo costruito nel centro della capitale albanese. La struttura si trova sotto il ministero dell’Interno su una superficie di oltre mille metri quadrati, e ospita ventiquattro stanze e una sala riunioni. Il rifugio era nato per proteggere la nomenklatura in caso di attacchi chimici o atomici. Oggi il rifugio, la cui entrata è rappresentata da un bunker, è un museo dedicato alla storia delle forze dell’ordine albanesi, dal 1913. Un grande spazio occupa l’esposizione di documenti e materiali relativi a uno dei periodi più bui della storia del paese, quella della Sigurimi, la polizia segreta del comunismo.