Il forte asburgico di Fortezza sull’Isarco

Singolare destino per questo imponente complesso di architettura militare costruito dagli Asburgo. Fu figlio della paura. Si aveva timore che la Francia di Napoleone potesse attaccare l’Austria da sud, lungo la valle dell’Isarco. Con sforzi immensi si costruirono casematte in durissimo granito, si alzarono mura poderose, si aprirono feritoie irte di artiglieria e fucileria per il controllo dei dintorni. Un gioiello di architettura bellica asburgica, a prova di bomba, che doveva rappresentare uno sbarramento invalicabile per qualunque esercito. Mai utilizzato, però. Nessun ‘nemico’ lo ha mai attaccato. I suoi cannoni non hanno mai sparato neanche un colpo. Per fortuna, certo. Ma proprio un destino bizzarro, se non farsesco, per un’opera di guerra.

La Fortezza nella stretta della valle dell’Isarco

Siamo a Fortezza (Franzensfeste), in Alto Adige, tra Vipiteno e Bressanone. Il forte, che ha trasmesso il nome anche al vicino borgo, sbarra come una diga il fiume Isarco, affiancato dalla statale, dall’autostrada del Brennero e da due linee ferroviarie. Alle guarnigioni austro-ungariche si sono succedute nel tempo le truppe tedesche della Wehrmacht e gli Alpini italiani. Poi nel 2005, cessate tutte le preoccupazioni militari legate alla Guerra fredda e alle minacce del Patto di Varsavia, ritiratisi i soldati, la Fortezza è stata pacificamente invasa dai turisti, che dall’alto delle mura possono rivivere le sensazioni letterarie del tenente Drogo, nel “Deserto dei Tartari” di Dino Buzzati. Divenuta luogo di eventi ed esposizioni, la Fortezza sta definendo una sua nuova identità, trasformando così un luogo inquietante e repulsivo in un’attrazione turistica internazionale.

Un pannello della mostra storica

L’ingresso

Il portone d’ingresso della Fortezza

Il monumentale portone d’ingresso è costruito con possenti blocchi di granito, ognuno dei quali pesa circa tredici tonnellate. La scritta latina sull’architrave ricorda gli imperatori austriaci Francesco e Ferdinando che decisero la costruzione della fortezza (“Franciscus I. Austr. Imp. inchoavit MDCCXXXIII – Ferdinandus I. Austr. Imp. Perfecit MDCCXXXVIII”).

La cappella

L’interno della cappella

Nel cortile della fortezza sorge la chiesetta a servizio della guarnigione. Costruita in stile neo-gotico, il suo profilo esterno contrasta nettamente con le masse squadrate delle fortificazioni. Anche l’interno, con le pareti e le volte a cassettoni, è dissonante rispetto al resto; a imitazione della volta del Pantheon romano, l’interno ha una buona resa acustica che consentiva alla voce del celebrante di diffondersi anche all’esterno. Più recentemente la cappella è stata arredata da pannelli con citazioni tratte dalla Bibbia e dalle encicliche degli ultimi Papi e anche con piccole opere d’arte.

Locus perennis: l’obelisco geodetico

L’obelisco locus perennis

Un piccolo obelisco sovrasta una scritta in latino che dice: luogo perenne di misurazione precisa dell’altitudine realizzato nel 1893 con un teodolite europeo in Austria e Ungheria. Si fa riferimento al problema scientifico della misurazione dell’altitudine. Nel 1871 i geografi europei avevano stabilito di creare in luoghi assolutamente stabili dal punto di vista geologico delle quote di riferimento precise al millimetro, che potessero fungere da base per ulteriori misurazioni. Nell’Impero austro-ungarico l’Istituto Geografico Militare di Vienna individuò, sette punti di riferimento altimetrico tarati sull’altezza media del mare nel porto di Trieste. Il più alto di questi riferimenti si trova proprio qui, nella Fortezza, a 736 metri: la placca di ottone con la misura è nascosta sotto l’obelisco di granito. Gli altri sei punti si trovano in Slovenia, Cechia, Ungheria e Romania.

Le architetture interne

Un arco interno

La Fortezza fu progettata come una struttura sobria e orientata unicamente alla funzionalità. Scalpellini e muratori la costruirono tuttavia con l’orgoglio artigianale di un tempo, ove ogni pezzo era unico e realizzato a mano. Pilastri, archi e volte in rossi mattoni pieni esibiscono curve perfette come si trattasse di architetture da mettere in mostra.

L’esposizione permanente

Un pannello della mostra permanente

Una mostra permanente, distribuita nelle sette grandi casematte, illustra le vicende di questa costruzione. I visitatori hanno la possibilità di informarsi sulla storia della ‘Cattedrale nel deserto’, dalla sua realizzazione fino ad oggi, attraverso racconti e aneddoti, in particolare sulla realizzazione di questa gigantesca struttura e degli effetti che questa ha avuto sulla zona circostante. Tramite diverse postazioni interattive è possibile scegliere oltre alla storia del Forte, anche la storia del traffico nel territorio e dell’oro della Banca d’Italia che una volta era custodito in questa fortezza. Alla mostra permanente si affiancano periodicamente mostre temporanee.

Un cortile del forte

(Ho visitato Fortezza il 16 agosto 2017)

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Romania. Il museo all’aperto dei villaggi di Bran

La Romania è tradizionalmente un paese rurale. La varietà dei paesaggi collinari, la vastità del territorio montuoso, la bassa densità abitativa e la mancanza di strade hanno condizionato la vita dei villaggi e li hanno costretti all’autosufficienza autarchica. Gli abitanti dei borghi sparsi si sono dedicati all’agricoltura, all’allevamento del bestiame e allo sfruttamento del bosco. E hanno sviluppato tutte le attività della cultura contadina, dall’edilizia all’artigianato, dalla gestione dell’acqua e delle altre risorse energetiche all’alimentazione e all’abbigliamento. Queste forme di vita sono diffusamente raccontate dai musei etnografici e dagli skansen, i musei all’aperto della vita rurale.

Il Museo dei villaggi di Bucarest è ovviamente il modello di riferimento per l’estensione dello spazio espositivo e per la rappresentatività dei territori. Ma numerose località si sono dotate di musei all’aperto descrittivi delle tipicità edilizie locali. Un esempio è il Museo di Bran, in Transilvania, ai piedi del celebre “castello di Dracula”.

La croce d’ingresso al museo di Bran

Creato nel 1960, il museo open air descrive attraverso 16 edifici l’evoluzione dell’architettura tradizionale dei villaggi della zona di Bran. Sono così attualizzate le tradizionali attività di base, dall’allevamento del bestiame al lavoro nella foresta, dall’agricoltura, alla lavorazione della lana e all’artigianato del legno.

La casa di Sohodol

La casa di Sohodol

L’abitazione proviene dal villaggio sparso di Sohodol, alle pendici dei monti Bucegi. Comprende la tradizionale sala di soggiorno con il camino e una veranda a portico all’esterno.

La cucina di campagna

La cucina di campagna di Șimon

Questa classica cucina di campagna è un monolocale rettangolare fornito di tavola da pranzo a piano terra e dispensa interna nel vano superiore. Il forno per la cottura del pane e delle altre vivande è all’esterno, sul retro. Proviene dal villaggio di Șimon.

La fattoria di Poarta

La fattoria di Poarta

Poarta è un villaggio di valle, a case sparse. Le occupazioni principali degli abitanti sono l’allevamento e lo sfruttamento forestale; in misura minore si pratica l’agricoltura sui campi terrazzati. La fattoria risale alla fine del Settecento e si compone di due stabili paralleli, collegati da una stalla. Il primo stabile è l’abitazione di famiglia, dotato di camera da letto, soggiorno e veranda. Il secondo stabile era destinato alla battitura dei cereali, alla conservazione del fieno e al riparo degli attrezzi da lavoro.

L’ovile di Vladusca

Il mungitoio-caseificio di Vladusca

Quest’ovile di epoca ottocentesca è stato utilizzato durante la monticazione estiva dei pastori sul massiccio di Piatra Craiului. Si compone di due ambienti. Il primo è dedicato alla mungitura e al trattamento del latte. Il secondo è destinato alla caseificazione e quindi alla produzione di formaggi e alla loro stagionatura. Tra i due ambienti è un corridoio dove le pecore scorrono per essere munte e proseguire poi verso lo stazzo. All’esterno, sul lato stretto, c’è un casotto per la porcilaia.

La carcara Varnita

La carcara Varnita

Si tratta di una classica fornace per la produzione di calce viva. Ha struttura circolare ed è poggiata direttamente sul declivio del terreno. Serve a sciogliere le rocce e a produrre legante per l’edilizia.

La gualchiera di Cheia

La gualchiera di Cheia

La gualchiera proviene dal villaggio di Cheia ed è una macchina tessile degli inizi del Novecento messa in movimento dalla ruota di un mulino ad acqua che aziona due martelli che cardano la lana in modo alternato. Era un tempo utilizzata per rendere più duri e sodi i tessuti di lana battendoli e pressandoli.

La ruota del mulino ad acqua

(Ho visitato il Museo di Bran il 18 luglio 2017)

L’architettura spontanea dei villaggi rurali in Romania

Siamo a Bucarest, capitale della Romania, nel parco di Herăstrău, sulle rive dell’omonimo lago. Passeggiamo in un grande museo all’aperto che espone una magnifica collezione di 85 edifici tradizionali provenienti da tutte le regioni della Romania. Sono tutti monumenti autentici, risalenti agli ultimi tre secoli, smontati nei luoghi di provenienza e poi riassemblati nel parco.

Il Museo nazionale dei villaggi romeni

Il Museo dei villaggi rurali (Muzeul Satului) è stato fondato nel 1936 e raccoglie il frutto di anni di ricerche effettuate da Dimitrie Gusti, promotore della scuola di sociologia dell’Università di Bucarest. Vi troviamo costruzioni di pietra, di legno, di mattone, di argilla e terra cruda. I tetti sono di paglia e di canne, di scandole, di lose. Ci sono case rurali, fattorie, mulini ad acqua e mulini a vento, chiese di legno, croci stazionarie, opifici, forni, stalle, fienili, pozzi. Provengono dalla Moldavia, dalla Transilvania, dal Maramures, dalla Valacchia, dalla Bucovina. Un’architettura popolare autoctona ma anche ricca di influenze magiare, tedesche, turche, greche. Ne proponiamo una breve rassegna per gli appassionati di architettura spontanea.

La fattoria di legno del Maramures

L’ovile invernale

Questa fattoria del 1775 apparteneva di una famiglia di allevatori, agricoltori e boscaioli. Ne vediamo l’abitazione domestica, l’ovile invernale, il laboratorio artigianale e un deposito di fieno col tetto mobile.

Il fienile

Il mulino a vento della Dobrugia

 

Il mulino a vento

Il mulino a vento risale al 1967 e proviene dal villaggio lacuale di Sarichioi-Istria nel distretto di Tulcea in Dobrugia. Le sei pale azionano il meccanismo per macinare il grano, costruito nella parte superiore dell’edificio chiuso. La parte inferiore del locale è destinata a magazzino e contiene i sacchi di grano e di farina oltre agli strumenti di lavoro del mugnaio.

La casa sotterranea dell’Oltenia

La casa sotterranea

Quest’abitazione sotterranea risale al primo Ottocento e proviene dal sud dell’Oltenia. Solitamente solo monolocale, in questo caso l’abitazione è articolata in tre camere. Scavata la fossa nel terreno, essa viene rivestita da pareti di legno. All’esterno essa appare come una grotta, con una copertura di legno, rivestita di paglia ed erbe. All’interno le pareti sono fasciate con travi di quercia che sporgono circa un metro dal terreno. Essa assicura condizioni climatiche costanti anche in presenza di forti variazioni esterne.

La casa a piramide dei monti Apuseni

Le case a piramide

La casa è stata costruita nel 1815 in un villaggio dei monti Apuseni per una famiglia di pastori e agricoltori. Sia l’abitazione che la vicina dispensa hanno struttura quadrangolare, con pareti di legno alzate su una base di pietra. La caratteristica copertura a piramide ha spioventi tre volte più lunghi delle pareti, rivestiti di fascine di saggina.

La chiesa di Dragomirești

La chiesa di legno

Capolavoro dell’architettura del legno è la chiesa di Dragomirești, nella regione del Maramures. Costruita nel 1722, ha una svettante struttura verticale, con tetto di scandole e pareti interne ancora rivestite di affreschi.

La chiesa affrescata di Timișeni

La chiesa di Timișeni

Questa chiesa proviene da Timișeni, un centro della regione dell’Oltenia ed è stata costruita nel 1773. Ha la struttura di legno e un tetto a spiovente rivestito di scandole. Presenta una zona absidata posteriore e un campanile quadrato alto sulla facciata. Impressionanti per lo stato della conservazione sono i dipinti molto naif sulla facciata esterna (Giudizio finale) e sui fianchi.

Il dipinto sulla facciata

(Ho visitato il Museo Gusti il 24 luglio 2017)

Romania. Una “terapia” per le coppie in crisi

Biertan è un pittoresco villaggio al centro di una verdissima vallata della Transilvania. Per secoli è stato abitato da famiglie sassoni di fede luterana, provenienti dalla Germania. La sua splendida chiesa fortificata è stata iscritta dall’Unesco nel Patrimonio dell’Umanità.

La casa-prigione di Biertan

Nel recinto della chiesa scopriamo un piccolo edificio eretto lungo le mura fortificate. Una targa lo definisce genericamente come un museo della storia locale di Biertan (Birthälmer Heimatmuseum). Ma per almeno tre secoli, per decisione del vescovo locale, qui vennero rinchiuse a chiave le coppie in crisi, in una convivenza forzata che poteva durare anche molte settimane, perché facessero un ultimo tentativo per risolvere i loro contrasti.

L’interno ricostituito

L’obiettivo esplicito era evitare un doloroso divorzio. Marito e moglie dovevano trovare da soli un rimedio ai loro matrimoni ormai in pezzi e recuperare l’armonia coniugale perduta. Quella terapia detentiva che oggi assomiglia a un incubo ha però dimostrato che la ‘prigione coniugale’ era piuttosto efficace. “La prigione era uno strumento per mantenere la società nell’antico ordine cristiano. Grazie a questo edificio benedetto, nei 300 anni che Biertan è stata la sede del vescovo, abbiamo registrato un solo divorzio!” ha dichiarato con una certa soddisfazione il prete di Biertan.

Il letto tradizionale sassone

Questa originale forma di psicoterapia risulta più evidente durante la visita della casa-museo. La piccola prigione scura ha soffitti bassi e massicce pareti. L’arredo è assolutamente spartano. La camera degli sposi ha un solo tavolo, una sola sedia, un ripostiglio e un tradizionale letto sassone a una sola piazza, un solo cuscino e una sola coperta. Tutto doveva essere condiviso in modo strettissimo, senza alcuna privacy. Resta da immaginare se la convivenza forzosa riuscisse a rinfocolare l’amore originario o se sui motivi di disunione prevalessero le ragioni dei figli o se a prevalere fossero interessi più materiali legati al lavoro e alla proprietà dei campi. Chissà.

I Bunker in Albania

Il paesaggio albanese è costellato da una miriade di bunker militari che spuntano simili a funghi, lungo la costa, sulle montagne e intorno alle città. Sono uno dei frutti, velenosi e ingombranti, che la guerra fredda e il regime comunista hanno lasciato in eredità all’Albania.

Nel periodo del suo governo, avviato nel dopoguerra e caduto solo nel 1991, il dittatore Enver Hoxha credette il suo Paese a rischio di un’invasione esterna e decise così di metterlo in sicurezza dotandolo di una rete difensiva diffusa e capillare. Le sue ondivaghe alleanze internazionali, prima con la Jugoslavia di Tito, poi con l’Unione Sovietica di Stalin, quindi con la Cina di Mao Zedong e infine con l’orgoglioso isolamento autarchico, portarono Hoxha a vedere nemici dappertutto, dai paesi comunisti “fratelli” del Patto di Varsavia, all’Italia e alla Grecia del Patto Atlantico. Fu l’invasione della Cecoslavacchia il fattore scatenante che convinse Hoxha ad avviare il programma di bunkerizzazione dell’Albania. Inizialmente le fortificazioni furono costruite solo al confine settentrionale con la Jugoslavia, a quello meridionale con la Grecia e sulla costa che guardava l’Italia. I piccoli bunker furono affiancati da tunnel nei porti, depositi sotterranei di armi, polveriere, postazioni antiaeree. Ma a cavallo tra gli anni Settanta e gli Ottanta, il programma fu intensificato e la produzione di bunker divenne frenetica, grazie anche al diffondersi di fabbriche specializzate.

Il bunker sul passo di Llogara (1035 m)

Le cupole corazzate, le mura laterali, i tunnel di accesso furono costruiti separatamente e in serie. Si provvedeva poi a trasportarli nei luoghi designati e ad assemblarli in loco. Fu così che l’Albania venne letteralmente ricoperta da un manto di bunker. Quanti siano è impossibile saperlo a causa della distruzione degli archivi. Le cifre che si leggono oscillano da un minimo realistico di 36 mila a cifre incontrollabili di centinaia di migliaia. Quel che però è certo è che la produzione massiccia di bunker, che utilizzava necessariamente ferro e cemento armato, assorbì una parte consistente delle risorse finanziarie statali. Le spese militari misero all’angolo gli investimenti in un Paese che mancava di tutto e in particolare delle infrastrutture per l’energia, i trasporti, l’istruzione e la sanità.

L’accesso posteriore del bunker

Dopo la caduta del regime, la produzione cessò e i bunker – mai utilizzati – rimasero come un ingombrante relitto del passato. Una parte è stata distrutta da bande di zingari o da piccole ditte specializzate, alimentando una micro-economia locale: fatti esplodere e pazientemente picconati, hanno liberato il prezioso metallo, venduto poi alle fonderie. Un’altra parte è stata riutilizzata nelle forme più diverse e fantasiose. Nelle campagne i bunker sono diventati depositi di attrezzi agricoli, magazzini di prodotti alimentari, porcilaie, stalle per gli animali domestici, basi per i filari di viti, distillerie di raki, forni e cucine da campo. Sulle spiagge sono stati creativamente dipinti e sono diventati beach bar, distributori di bevande, cabine spogliatoio, pizzerie e piccoli ristoranti, discoteche, bed and breakfast.

Bunk’Art 2, il museo dell’ex bunker antiatomico di Tirana

Esemplare è il destino del rifugio antiatomico sotterraneo costruito nel centro della capitale albanese. La struttura si trova sotto il ministero dell’Interno su una superficie di oltre mille metri quadrati, e ospita ventiquattro stanze e una sala riunioni. Il rifugio era nato per proteggere la nomenklatura in caso di attacchi chimici o atomici. Oggi il rifugio, la cui entrata è rappresentata da un bunker, è un museo dedicato alla storia delle forze dell’ordine albanesi, dal 1913. Un grande spazio occupa l’esposizione di documenti e materiali relativi a uno dei periodi più bui della storia del paese, quella della Sigurimi, la polizia segreta del comunismo.

Albania. Il Castello di Rozafa a Scutari

Scutari (Shkodër) è la più importante città nel nord dell’Albania. Il lago omonimo segna il confine con il Montenegro. Le montagne che la circondano, protette dai parchi naturali di Thethi e Valbona, disegnano il confine albanese con il Kosovo. Tito Livio e la storia ne ricordano il ruolo di capitale degli Illiri sotto il re Gentius (ante currum ducti Gentius rex cum conjuge et liberis, et caravantius frater regis, et aliquot nobiles Illyrii…). Città di frontiera, l’antica Scodrinon fu soggetta alle influenze e alle dominazioni veneziane, slave e ottomane, e conserva quindi radici culturali e tracce di architettura islamica e cattolica, italiana e turca.

Il castello di Scutari

Il castello di Rozafa è il suo monumento-simbolo e il miglior punto di osservazione sulla città e i suoi dintorni. Un luogo che aiuta a capire come la geografia ne abbia condizionato la storia.

I merli del castello sullo sfondo del lago

La leggenda di Rozafa

Il nome del castello è legato alla leggenda di Rozafa, la giovane sposa di un ragazzo, il minore di tre fratelli. Da pochi giorni le era nato un bimbo, il primo figlio. Una donna felice. Ma la leggenda la vuole vittima sacrificale di una tragedia. I tre fratelli erano impegnati nella costruzione del castello di Scutari. Ma come per la tela di Penelope, il muro costruito di giorno si disfaceva misteriosamente nel corso della notte. Il maligno sortilegio fu svelato da un vecchio mago che rivelò che per mantenere forti e solide le mura era necessario il sacrificio di una delle mogli dei tre fratelli. La scelta della moglie doveva avvenire casualmente. Colei che l’indomani sarebbe giunta per prima, portando il pranzo, sarebbe stata immolata per il bene della comunità. I tre giurarono di mantenere il silenzio, ma i due fratelli più grandi non resistettero allo stress e rivelarono tutto alle loro mogli. Fu così che toccò a Rozafa, la moglie del più giovane, portare il pranzo l’indomani. La rivelazione del destino che l’attendeva fu sconvolgente. La giovane donna accettò tuttavia di farsi murare viva all’interno delle mura, ma volle rendere il suo sacrificio più dolce, chiedendo di lasciare nel muro un varco per i suoi occhi, per il seno, il braccio e una gamba, per poter almeno vedere, allattare, abbracciare e cullare il figlioletto amato. E così fu. Una statua dello scultore Skender Kraja ricorda oggi quel crudele sacrificio.

La giovane Rozafa murata viva con il suo bimbo

La visita

La rocca sorge sulla cima di un promontorio incuneato tra i tre fiumi di Scutari. Le mura seguono fedelmente il profilo dell’altura. Una stradina selciata sale dalla base del colle verso la monumentale porta d’ingresso, protetta dal barbacane.

La porta d’ingresso del Castello

Le mura e le strutture interne risalgono per lo più al periodo veneziano, anche se conservano tracce delle remote fortificazioni di epoca illirica.

Il primo cortile

L’interno è suddiviso in tre cortili e ha ospitato fino al 1985 un reparto dell’esercito albanese.

La chiesa di Santo Stefano trasformata in moschea

Un monumento assai singolare è la chiesa cristiana duecentesca dedicata a Santo Stefano che nel periodo ottomano fu trasformata in moschea. Gli archi e i timpani originari sono ormai inestricabilmente fusi con l’architettura islamica, simbolizzata dai resti del minareto, tanto da rendere ardua la riattribuzione del luogo all’una o all’altra fede.

Un arco della chiesa-moschea

Il secondo cortile contiene i baraccamenti, gli empori e le prigioni. Ma l’elemento di maggiore interesse è costituito dalle quattro grandi cisterne sotterranee che raccoglievano l’acqua meteorica e la distribuivano agli abitanti attraverso i pozzi.

Una delle cisterne

Il terzo cortile contiene la fortezza vera e propria, che fu costruita dai veneziani come residenza del governatore.

Pozzo scolpito

Il panorama

Scutari vista dal Castello

Cinque terrazze sulle mura, poste ai punti cardinali, consentono di affacciarsi sul paesaggio circostante. La città di Scutari si distende a oriente con i suoi grandi edifici moderni.

Il fiume Boiana, emissario del lago di Scutari

A nord si allunga il lago di Scutari, il più grande dei Balcani, per due terzi compreso nel territorio del Montenegro. L’emissario, il fiume Boiana, scorre ai piedi della rupe di Rozafa, la aggira, riceve le acque di due altri fiumi, il Drin e il Kir, e procede placidamente verso il doppio estuario nel mar Adriatico.

La rupe del Castello Rozafa alla confluenza dei fiumi Kir, Drin e Boiana

(Ho visitato Scutari il 20 giugno 2017)

Raimondo Lullo, viaggiatore medievale e uomo del dialogo tra cristianesimo e islam

Nel Medioevo, il mar Mediterraneo, lungi dall’essere un ostacolo alla comunicazione tra i popoli, era un ambiente ideale per gli scambi. La navigazione rappresentava una via di comunicazione più rapida, e spesso più sicura, delle rotte terrestri. La penisola iberica e le isole Baleari occupavano una posizione intermedia tra il Magreb musulmano e l’Occidente cristiano e, dal X secolo, costituivano uno spazio in cui avevano convissuto, non senza difficoltà, cristiani, musulmani ed ebrei.

Il viaggio di Lullo

Raimondo Lullo (Ramon Llull, in catalano), nato a Maiorca nel 1232, è un caso emblematico dell’incontro di culture che si verifica nel Medioevo nello spazio del Mediterraneo. Lullo sviluppa un personalissimo progetto di carattere religioso, intellettuale e politico, di straordinaria portata. La sua vita fu intensa e appassionata come poche altre. Fu al tempo stesso un intellettuale e uno scrittore, ma anche un attivista capace di recarsi in missione nel vicino Oriente o nel Magreb, entrando in contatto e disputando con i saggi e i pensatori musulmani del momento. Apparteneva a una famiglia di ricchi coloni barcellonesi che partecipò alla conquista di Maiorca. Era sposato e aveva dei figli. Verso i trent’anni si sentì chiamato da Dio a cambiare vita e, senza entrare mai in alcun ordine religioso né diventare chierico, si dedicò alla causa della fede cristiana e della conversione dei non cristiani. La novità della strategia missionaria di Raimondo sta nell’abbandono del principio di autorità e nella ricerca di vie di dimostrazione razionale della fede. Lullo trova un terreno comune, in cui rendere possibile una discussione tra cristiani e non-cristiani, nella concezione dell’universo e di Dio che le tre religioni condividevano. Non si trattava, quindi, di discutere dei testi, bensì di una realtà sulla quale, in termini generali, non c’era disaccordo. Il “Libro del gentile e dei tre savi” è una dimostrazione di questa nuova strategia.

I viaggi di Lullo nel Mediterraneo

Se c’è un tratto che caratterizza in modo particolare la personalità e la vita di Raimondo Lullo è il suo dinamismo traboccante e infaticabile. Subito dopo la sua conversione, Lullo intraprende il pellegrinaggio a Santiago di Compostela dal santuario occitano di Santa Maria di Rocamador, nella valle della Dordogna. In seguito si sposta principalmente tra Palma, Montpellier e Genova, ma viaggia continuamente a Perpignano, Parigi, Lione, Marsiglia, Pisa, Roma, Napoli o Messina. Ha colloqui con sovrani e papi. Ha relazioni con le repubbliche di Genova, Pisa e Venezia e con ordini religiosi come i Francescani, i Domenicani, i Templari o i Certosini. Compie quattro viaggi missionari: due a Tunisi, uno a Bugia, e un altro a Cipro e in Armenia minore e probabilmente in Terrasanta. In questi viaggi subì un imprigionamento (a Bugia), un naufragio (presso Pisa) e un tentativo di avvelenamento (a Cipro).

La guerra della Verità alla Falsità

Una miniatura allegorica commenta l’opera lulliana interpretandola come un assedio ideale che le truppe di Aristotele, di Averroè e di Raimondo Lullo, armate delle “dignità divine”, portano alla Torre della Falsità, occupata dai demoni della malizia, della negligenza, della debolezza, dell’ignoranza, della confusione, della frustrazione.

La Torre della Verità

Un’altra miniatura allegorica raffigura nove filosofi che pongono una serie di domande. A loro Lullo risponde indicando i principi del suo pensiero, gerarchizzati sui gradini di una scala che consente di salire sulla Torre della Verità.

Le disavventure di Lullo

Una terza miniatura racconta una delle disavventure di viaggio di Lullo. Giunto via nave in terra berbera, iniziò a predicare pubblicamente la fede cattolica, suscitando reazioni violente tra i musulmani. Si salvò dal linciaggio e dalla condanna a morte grazie all’intervento del muftì della città, il quale però non riuscì a evitargli una prigionia durissima. L’intercessione dei catalani e dei genovesi presenti in quel luogo fece sì che migliorassero considerevolmente le condizioni della detenzione.

Ramon Llull, christianus arabicus

(Dalla mostra “Raimondo Lullo e l’incontro fra Culture”)

I demoni della falsità