I Bunker in Albania

Il paesaggio albanese è costellato da una miriade di bunker militari che spuntano simili a funghi, lungo la costa, sulle montagne e intorno alle città. Sono uno dei frutti, velenosi e ingombranti, che la guerra fredda e il regime comunista hanno lasciato in eredità all’Albania.

Nel periodo del suo governo, avviato nel dopoguerra e caduto solo nel 1991, il dittatore Enver Hoxha credette il suo Paese a rischio di un’invasione esterna e decise così di metterlo in sicurezza dotandolo di una rete difensiva diffusa e capillare. Le sue ondivaghe alleanze internazionali, prima con la Jugoslavia di Tito, poi con l’Unione Sovietica di Stalin, quindi con la Cina di Mao Zedong e infine con l’orgoglioso isolamento autarchico, portarono Hoxha a vedere nemici dappertutto, dai paesi comunisti “fratelli” del Patto di Varsavia, all’Italia e alla Grecia del Patto Atlantico. Fu l’invasione della Cecoslavacchia il fattore scatenante che convinse Hoxha ad avviare il programma di bunkerizzazione dell’Albania. Inizialmente le fortificazioni furono costruite solo al confine settentrionale con la Jugoslavia, a quello meridionale con la Grecia e sulla costa che guardava l’Italia. I piccoli bunker furono affiancati da tunnel nei porti, depositi sotterranei di armi, polveriere, postazioni antiaeree. Ma a cavallo tra gli anni Settanta e gli Ottanta, il programma fu intensificato e la produzione di bunker divenne frenetica, grazie anche al diffondersi di fabbriche specializzate.

Il bunker sul passo di Llogara (1035 m)

Le cupole corazzate, le mura laterali, i tunnel di accesso furono costruiti separatamente e in serie. Si provvedeva poi a trasportarli nei luoghi designati e ad assemblarli in loco. Fu così che l’Albania venne letteralmente ricoperta da un manto di bunker. Quanti siano è impossibile saperlo a causa della distruzione degli archivi. Le cifre che si leggono oscillano da un minimo realistico di 36 mila a cifre incontrollabili di centinaia di migliaia. Quel che però è certo è che la produzione massiccia di bunker, che utilizzava necessariamente ferro e cemento armato, assorbì una parte consistente delle risorse finanziarie statali. Le spese militari misero all’angolo gli investimenti in un Paese che mancava di tutto e in particolare delle infrastrutture per l’energia, i trasporti, l’istruzione e la sanità.

L’accesso posteriore del bunker

Dopo la caduta del regime, la produzione cessò e i bunker – mai utilizzati – rimasero come un ingombrante relitto del passato. Una parte è stata distrutta da bande di zingari o da piccole ditte specializzate, alimentando una micro-economia locale: fatti esplodere e pazientemente picconati, hanno liberato il prezioso metallo, venduto poi alle fonderie. Un’altra parte è stata riutilizzata nelle forme più diverse e fantasiose. Nelle campagne i bunker sono diventati depositi di attrezzi agricoli, magazzini di prodotti alimentari, porcilaie, stalle per gli animali domestici, basi per i filari di viti, distillerie di raki, forni e cucine da campo. Sulle spiagge sono stati creativamente dipinti e sono diventati beach bar, distributori di bevande, cabine spogliatoio, pizzerie e piccoli ristoranti, discoteche, bed and breakfast.

Bunk’Art 2, il museo dell’ex bunker antiatomico di Tirana

Esemplare è il destino del rifugio antiatomico sotterraneo costruito nel centro della capitale albanese. La struttura si trova sotto il ministero dell’Interno su una superficie di oltre mille metri quadrati, e ospita ventiquattro stanze e una sala riunioni. Il rifugio era nato per proteggere la nomenklatura in caso di attacchi chimici o atomici. Oggi il rifugio, la cui entrata è rappresentata da un bunker, è un museo dedicato alla storia delle forze dell’ordine albanesi, dal 1913. Un grande spazio occupa l’esposizione di documenti e materiali relativi a uno dei periodi più bui della storia del paese, quella della Sigurimi, la polizia segreta del comunismo.

Albania. Il Castello di Rozafa a Scutari

Scutari (Shkodër) è la più importante città nel nord dell’Albania. Il lago omonimo segna il confine con il Montenegro. Le montagne che la circondano, protette dai parchi naturali di Thethi e Valbona, disegnano il confine albanese con il Kosovo. Tito Livio e la storia ne ricordano il ruolo di capitale degli Illiri sotto il re Gentius (ante currum ducti Gentius rex cum conjuge et liberis, et caravantius frater regis, et aliquot nobiles Illyrii…). Città di frontiera, l’antica Scodrinon fu soggetta alle influenze e alle dominazioni veneziane, slave e ottomane, e conserva quindi radici culturali e tracce di architettura islamica e cattolica, italiana e turca.

Il castello di Scutari

Il castello di Rozafa è il suo monumento-simbolo e il miglior punto di osservazione sulla città e i suoi dintorni. Un luogo che aiuta a capire come la geografia ne abbia condizionato la storia.

I merli del castello sullo sfondo del lago

La leggenda di Rozafa

Il nome del castello è legato alla leggenda di Rozafa, la giovane sposa di un ragazzo, il minore di tre fratelli. Da pochi giorni le era nato un bimbo, il primo figlio. Una donna felice. Ma la leggenda la vuole vittima sacrificale di una tragedia. I tre fratelli erano impegnati nella costruzione del castello di Scutari. Ma come per la tela di Penelope, il muro costruito di giorno si disfaceva misteriosamente nel corso della notte. Il maligno sortilegio fu svelato da un vecchio mago che rivelò che per mantenere forti e solide le mura era necessario il sacrificio di una delle mogli dei tre fratelli. La scelta della moglie doveva avvenire casualmente. Colei che l’indomani sarebbe giunta per prima, portando il pranzo, sarebbe stata immolata per il bene della comunità. I tre giurarono di mantenere il silenzio, ma i due fratelli più grandi non resistettero allo stress e rivelarono tutto alle loro mogli. Fu così che toccò a Rozafa, la moglie del più giovane, portare il pranzo l’indomani. La rivelazione del destino che l’attendeva fu sconvolgente. La giovane donna accettò tuttavia di farsi murare viva all’interno delle mura, ma volle rendere il suo sacrificio più dolce, chiedendo di lasciare nel muro un varco per i suoi occhi, per il seno, il braccio e una gamba, per poter almeno vedere, allattare, abbracciare e cullare il figlioletto amato. E così fu. Una statua dello scultore Skender Kraja ricorda oggi quel crudele sacrificio.

La giovane Rozafa murata viva con il suo bimbo

La visita

La rocca sorge sulla cima di un promontorio incuneato tra i tre fiumi di Scutari. Le mura seguono fedelmente il profilo dell’altura. Una stradina selciata sale dalla base del colle verso la monumentale porta d’ingresso, protetta dal barbacane.

La porta d’ingresso del Castello

Le mura e le strutture interne risalgono per lo più al periodo veneziano, anche se conservano tracce delle remote fortificazioni di epoca illirica.

Il primo cortile

L’interno è suddiviso in tre cortili e ha ospitato fino al 1985 un reparto dell’esercito albanese.

La chiesa di Santo Stefano trasformata in moschea

Un monumento assai singolare è la chiesa cristiana duecentesca dedicata a Santo Stefano che nel periodo ottomano fu trasformata in moschea. Gli archi e i timpani originari sono ormai inestricabilmente fusi con l’architettura islamica, simbolizzata dai resti del minareto, tanto da rendere ardua la riattribuzione del luogo all’una o all’altra fede.

Un arco della chiesa-moschea

Il secondo cortile contiene i baraccamenti, gli empori e le prigioni. Ma l’elemento di maggiore interesse è costituito dalle quattro grandi cisterne sotterranee che raccoglievano l’acqua meteorica e la distribuivano agli abitanti attraverso i pozzi.

Una delle cisterne

Il terzo cortile contiene la fortezza vera e propria, che fu costruita dai veneziani come residenza del governatore.

Pozzo scolpito

Il panorama

Scutari vista dal Castello

Cinque terrazze sulle mura, poste ai punti cardinali, consentono di affacciarsi sul paesaggio circostante. La città di Scutari si distende a oriente con i suoi grandi edifici moderni.

Il fiume Boiana, emissario del lago di Scutari

A nord si allunga il lago di Scutari, il più grande dei Balcani, per due terzi compreso nel territorio del Montenegro. L’emissario, il fiume Boiana, scorre ai piedi della rupe di Rozafa, la aggira, riceve le acque di due altri fiumi, il Drin e il Kir, e procede placidamente verso il doppio estuario nel mar Adriatico.

La rupe del Castello Rozafa alla confluenza dei fiumi Kir, Drin e Boiana

(Ho visitato Scutari il 20 giugno 2017)

Raimondo Lullo, viaggiatore medievale e uomo del dialogo tra cristianesimo e islam

Nel Medioevo, il mar Mediterraneo, lungi dall’essere un ostacolo alla comunicazione tra i popoli, era un ambiente ideale per gli scambi. La navigazione rappresentava una via di comunicazione più rapida, e spesso più sicura, delle rotte terrestri. La penisola iberica e le isole Baleari occupavano una posizione intermedia tra il Magreb musulmano e l’Occidente cristiano e, dal X secolo, costituivano uno spazio in cui avevano convissuto, non senza difficoltà, cristiani, musulmani ed ebrei.

Il viaggio di Lullo

Raimondo Lullo (Ramon Llull, in catalano), nato a Maiorca nel 1232, è un caso emblematico dell’incontro di culture che si verifica nel Medioevo nello spazio del Mediterraneo. Lullo sviluppa un personalissimo progetto di carattere religioso, intellettuale e politico, di straordinaria portata. La sua vita fu intensa e appassionata come poche altre. Fu al tempo stesso un intellettuale e uno scrittore, ma anche un attivista capace di recarsi in missione nel vicino Oriente o nel Magreb, entrando in contatto e disputando con i saggi e i pensatori musulmani del momento. Apparteneva a una famiglia di ricchi coloni barcellonesi che partecipò alla conquista di Maiorca. Era sposato e aveva dei figli. Verso i trent’anni si sentì chiamato da Dio a cambiare vita e, senza entrare mai in alcun ordine religioso né diventare chierico, si dedicò alla causa della fede cristiana e della conversione dei non cristiani. La novità della strategia missionaria di Raimondo sta nell’abbandono del principio di autorità e nella ricerca di vie di dimostrazione razionale della fede. Lullo trova un terreno comune, in cui rendere possibile una discussione tra cristiani e non-cristiani, nella concezione dell’universo e di Dio che le tre religioni condividevano. Non si trattava, quindi, di discutere dei testi, bensì di una realtà sulla quale, in termini generali, non c’era disaccordo. Il “Libro del gentile e dei tre savi” è una dimostrazione di questa nuova strategia.

I viaggi di Lullo nel Mediterraneo

Se c’è un tratto che caratterizza in modo particolare la personalità e la vita di Raimondo Lullo è il suo dinamismo traboccante e infaticabile. Subito dopo la sua conversione, Lullo intraprende il pellegrinaggio a Santiago di Compostela dal santuario occitano di Santa Maria di Rocamador, nella valle della Dordogna. In seguito si sposta principalmente tra Palma, Montpellier e Genova, ma viaggia continuamente a Perpignano, Parigi, Lione, Marsiglia, Pisa, Roma, Napoli o Messina. Ha colloqui con sovrani e papi. Ha relazioni con le repubbliche di Genova, Pisa e Venezia e con ordini religiosi come i Francescani, i Domenicani, i Templari o i Certosini. Compie quattro viaggi missionari: due a Tunisi, uno a Bugia, e un altro a Cipro e in Armenia minore e probabilmente in Terrasanta. In questi viaggi subì un imprigionamento (a Bugia), un naufragio (presso Pisa) e un tentativo di avvelenamento (a Cipro).

La guerra della Verità alla Falsità

Una miniatura allegorica commenta l’opera lulliana interpretandola come un assedio ideale che le truppe di Aristotele, di Averroè e di Raimondo Lullo, armate delle “dignità divine”, portano alla Torre della Falsità, occupata dai demoni della malizia, della negligenza, della debolezza, dell’ignoranza, della confusione, della frustrazione.

La Torre della Verità

Un’altra miniatura allegorica raffigura nove filosofi che pongono una serie di domande. A loro Lullo risponde indicando i principi del suo pensiero, gerarchizzati sui gradini di una scala che consente di salire sulla Torre della Verità.

Le disavventure di Lullo

Una terza miniatura racconta una delle disavventure di viaggio di Lullo. Giunto via nave in terra berbera, iniziò a predicare pubblicamente la fede cattolica, suscitando reazioni violente tra i musulmani. Si salvò dal linciaggio e dalla condanna a morte grazie all’intervento del muftì della città, il quale però non riuscì a evitargli una prigionia durissima. L’intercessione dei catalani e dei genovesi presenti in quel luogo fece sì che migliorassero considerevolmente le condizioni della detenzione.

Ramon Llull, christianus arabicus

(Dalla mostra “Raimondo Lullo e l’incontro fra Culture”)

I demoni della falsità

Asiago. Il Sentiero delle Cappelle

Asiago è il centro principale dell’altopiano dei Sette Comuni. Una piacevole e tranquilla passeggiata per famiglie, con un dislivello minimo, ci porta a conoscere i dintorni della cittadina, a traversare i pascoli e i boschi dell’altopiano, a sostare nelle contrade e presso le cappelle ai bordi dei campi. Il percorso ad anello lascia Asiago alla cappella di San Carlo, raggiunge la contrada Ave, entra nel bosco e tocca il Lazzaretto; sottopassa la strada statale per Bassano e sosta alla baita Prunno; su sterrata si traversa la contrada Clama e si torna sull’asfalto alla cappella della Maddalena, ormai in vista di Asiago. La lunghezza è di circa sei chilometri, percorribili senza affanni in tre ore.

La Cappella di San Carlo

La Cappella di San Carlo

Il punto di partenza è la cappella di San Carlo, nei pressi del Museo delle Carceri e della strada per Bassano/Ospedale. La cappella fa memoria del cardinale arcivescovo di Milano che nel Cinquecento fu protagonista della riforma della chiesa cattolica e dell’istituzione dei seminari per la formazione del clero. Imboccata via Don Viero, si lasciano le ultime case di Asiago, costeggiando l’alveo del torrente Ghelpack e si prosegue in leggera salita verso la contrada delle Ave. A tratti la stradina è protetta dalle stoan platten, la recinzione di lastre di pietra infisse nel terreno.

Verso il bosco

Verso il bosco

Il sentiero scollina leggermente, traversa una fascia di pascoli, lascia a sinistra il bivio per Cesuna, s’inerpica leggermente verso un bosco lussureggiante di abeti dal fitto sottobosco e oltrepassa sulla sinistra un muraglione di pietra rossa di Asiago (resto di un’antica cava, attività storica del territorio).

Il Prato del Lazzaretto

Il Prato del Lazzaretto

Si raggiunge il prato del Lazzaretto, presidiato da una croce di ferro e da una chiesetta che risale al 1655. Quando la peste del Seicento mieté centinaia di vittime, proprio qui venivano trasportati i malati per evitare il contagio. Il Lazzaretto è la tappa principale della tradizionale Rogazione (dal latino rogare = pregare), la processione che ha luogo a maggio, quale voto per la cessata epidemia, rito di ringraziamento e di fatica attorno al comune di Asiago (oltre 30 Km!), che si rinnova da 400 anni, quale momento di raccoglimento ma anche di gioia.

La Cappella del Lazzaretto

La Cappella del Lazzaretto

Il percorso continua in leggera discesa, evita la statale per Bassano grazie a un sottopasso e scende alla radura della baita Prunno, luogo di ristoro e di giochi per i bambini, ma anche di memorie belliche.

Memorie di guerra al Prunno

Memorie di guerra al Prunno

Dopo la sosta si prende la via di ritorno che segue la recinzione dell’allevamento di animali selvatici – cervi, caprioli – e incrocia a destra il capitello (1893), dedicato a S. Peter. Si costeggiano alcune case contadine, con stalle, bestiame, orti.

Il capitello di San Peter

Il capitello di San Peter

Attraversato il ponticello di accesso a Contrà Clama si prosegue lungo il budello erboso sommerso dalla vegetazione. Qualche panchina consente una sosta prima di raggiungere la chiesetta di Santa Maria Maddalena, ritratta come penitente in preghiera. Il centro cittadino è ormai prossimo. Un tratto di marciapiede riporta verso il Museo delle Carceri e al punto di partenza, chiudendo degnamente l’itinerario ad anello.

La Cappella della Maddalena

La Cappella della Maddalena

Il sentiero è descritto tra le passeggiate proposte dal sito turistico dell’altopiano (www.asiago.it) e nel volume Passeggiate sulle Alpi pubblicato nel 2016 dal Corriere della Sera e dal Club Alpino Italiano.

(La passeggiata è stata effettuata il 18 agosto 2016)

Cittadella. Il cammino di ronda sulle mura medievali

Lo sguardo ‘corto’ sulle persone e la visione ‘orizzontale’ dei luoghi nella normale vita urbana subiscono un repentino cambio di prospettiva quando si sale sulle mura della città. Lo sguardo ‘si allunga’. Se ci si affaccia sulla città, le persone vengono ricalibrate nella prospettiva dell’ambiente urbano. Se invece si volta lo sguardo verso l’esterno è il paesaggio, fino allora appiattito e invisibile, che prende forma e rivela le sue geometrie.

Cittadella vista dall'alto

Cittadella vista dall’alto

Salire sulle mura aiuta molto a capire la relazione tra città e campagna, tra lo spazio urbanizzato e il paesaggio naturale. Come quando si osservano gli affreschi di Lorenzetti dedicati al rapporto città/campagna e agli effetti del buono e del cattivo governo nel Palazzo Pubblico di Siena.

Questa percezione nuova dello spazio è accentuata nel caso di Cittadella, città murata di origine medievale che si trova a pochi chilometri da importanti centri artistici quali Padova, Vicenza e Treviso, e inserita nell’ampio circuito delle altre città murate del Veneto, quali Bassano, Marostica, Asolo, Castelfranco e Montagnana.

Cittadella, vista dal Belvedere

Cittadella, vista dal Belvedere

Quando si sale sulle mura di Cittadella e si percorre il giro di ronda, il reticolo delle strade e dei palazzi urbani diventa visibile nella sua armonia, nella razionalità di una ‘città ideale’. Gli spazi pubblici e le piazze s’intrecciano con le residenze private sugli assi cartesiani delle strade che collegano le quattro porte. Si osservano dall’alto le architetture moderne del municipio, con la galleria e lo spazio degli spettacoli, il Duomo e il palazzo Pretorio, il Teatro sociale. Affacciandosi dai merli all’esterno delle mura, si osserva a nord il paesaggio montano ricco di particolari sui monti della Grande Guerra, il Grappa, l’Altopiano di Asiago, il Pasubio. A sud si apre invece lo spazio lungo della pianura veneta, punteggiato di cittadine e traversato dalle vie di comunicazione.

La Porta Vicenza

La Porta Vicenza

Lo snodo città/campagna avviene alle quattro porte urbane, orientate ai quattro punti cardinali e alle vicine città di Bassano a nord, di Treviso a est, di Padova a sud e di Vicenza a ovest.

La cinta muraria

Le mura occidentali

Le mura occidentali

Le mura di Cittadella hanno un’altezza media di quattordici metri, che salgono a trenta nei torrioni posti a vedetta delle porte. La cinta muraria ha forma ellittica con uno sviluppo complessivo di 1461 metri. La muraglia si alterna a trentadue torri, intervallate da segmenti lineari di quaranta metri, modulati da merli guelfi. Un tratto collassato delle mura è oggi sostituito da passerelle. Attorno alle mura corre un ampio fossato che aveva anch’esso una funzione difensiva. Gli spazi esterni accanto ai fossati e compresi tra le quattro porte hanno assunto il nome di “rive”. In senso orario si succedono la Riva del Grappa, la Riva dell’Ospedale, la Riva 4 novembre e la Riva Pasubio.

Modellino di macchina d'assedio

Modellino di macchina d’assedio

Il cammino di ronda

La passeggiata sulle mura

La passeggiata sulle mura

Il cammino di ronda all’altezza dei merli era un tempo percorso dalle sentinelle della guarnigione e costituiva la piattaforma di guardia e di difesa in caso di assedio. Un intelligente restauro ha consentito l’apertura del percorso integrale del camminamento e la sua percorribilità da parte dei turisti.

Il cammino di ronda

Il cammino di ronda

La passeggiata inizia con la visita della Casa del Capitano. Nelle stanze si visitano allestimenti che rievocano le attività familiari, le armature e le macchina da guerra e un plastico della porta come doveva apparire nel Trecento. A metà del percorso si fa tappa alla Torre di Malta, costruita nel 1251 da Ezzelino III da Romano, dispotico dominatore della zona, come prigione per i suoi nemici. Oggi ospita un centro servizi per i turisti, i laboratori didattici per i ragazzi, un piccolo museo archeologico, una sala per riunioni, un museo dell’assedio con armi e costumi rievocativi della vita delle comunità medievali. Sulla cima della torre è attrezzato un panoramico Belvedere.

Costumi medievali nella Torre di Malta

Costumi medievali nella Torre di Malta

(Ho visitato Cittadella il 27 dicembre 2016)

Gargano rupestre. Gli insediamenti del Lago di Varano

La grotta di San Michele a Cagnano Varano

La grotta di San Michele a Cagnano Varano

La natura calcarea del promontorio del Gargano – lo Sperone d’Italia – favorisce la diffusione di grotte naturali o d’ipogei scavati dall’uomo sia lungo la costa marina sia lungo i costoni rocciosi delle valli d’accesso. Paradigmatica è la celebre Grotta di Monte Sant’Angelo, fulcro del culto micaelico. Accanto alle grotte e alle cripte sacralizzate, esistono però anche necropoli e catacombe rupestri, eremi e romitori, ricoveri legati al lavoro nei campi, alla pastorizia e alla pesca di lago. Alcune brevi passeggiate ci permettono di visitare alcuni insediamenti distribuiti intorno al Lago di Varano.

L’Ipogeo micaelico di Cagnano Varano

L'accesso alla Grotta di Cagnano

L’accesso alla Grotta di Cagnano

In località Valle Sant’Angelo, a meno di tre km a ovest di Cagnano Varano, è visitabile la chiesa rupestre della Grotta di San Michele. Secondo la tradizione in questa grotta di origine carsica San Michele arcangelo si sarebbe fermato per rinfrescarsi e abbeverare il suo cavallo sulla via per il Gargano lasciando nel luogo i segni del suo passaggio: l’impronta dell’ala e quella dello zoccolo del suo cavallo.

Il pozzillo con l'acqua di Santa Lucia

Il pozzillo con l’acqua di Santa Lucia

Sul fondo un pozzillo raccoglie l’acqua che stilla dalle rocce. Dalla volta pendono stalattiti cui corrispondono piccoli rigonfiamenti sul pavimento viscido.

L'altare di San Michele

L’altare di San Michele

All’interno sono presenti tre altari con la statua dell’Arcangelo e frammenti di affreschi piuttosto rovinati raffiguranti un Cristo in croce con ai piedi Maria e Maddalena, quattro evangelisti, tre figure di santi e una Madonna con Bambino.

L'affresco dei tre santi

L’affresco dei tre santi

Particolarmente interessanti sono i numerosi graffiti incisi dai pellegrini sui basoli della pavimentazione.

Incisione votiva

Incisione votiva

All’esterno, si trovano un pozzo e un campanile a vela, in un piccolo giardino. Accanto alla spelonca – di solito aperta e vigilata da un anziano custode – è stato costruito un moderno anfiteatro a servizio delle celebrazioni dei pellegrinaggi.

Le grotte di Minutillo a Carpino

Le grotte di Minutillo

Le grotte di Minutillo

Il complesso rupestre di Minutillo è situato sul versante orientale del Poggio Pastromele, il rilievo su cui è edificato il centro urbano di Carpino. Per visitarlo occorre uscire dall’abitato in direzione del cimitero. In corrispondenza dei segnali stradali d’ingresso e uscita dal paese, immediatamente a ridosso dell’unico edificio situato sul bordo sinistro della strada, una piccola rampa di scale introduce a un sentierino che sale ripidamente nella fitta macchia.

Uno dei pozzi

Uno dei pozzi

Si raggiunge prima una cengia di calcare, sulla quale sono costruiti due pozzi, e poi una parete rocciosa con una serie di cavità scavate nel banco di calcarenite. Il sito più interessante è la cavità visibile in fondo alla cengia rocciosa.

Abitazione rupestre

Abitazione rupestre

Una porta e una finestrella introducono all’interno scavato (le tracce dei picconi sono ancora ben visibili sulle pareti). La sala centrale, utilizzata un tempo come abitazione temporanea, è sostenuta da un massiccio pilastro centrale. Intorno alla sala si rinvengono la cisterna/deposito, la mangiatoia, la stalla del mulo e un locale derivato probabile sede di un pollaio o porcilaia.

Vano rupestre

Vano rupestre

Raggiunto l’anfiteatro roccioso superiore è possibile perlustrare con molta precauzione le grotte, in alcuni casi molto ampie e strutturate su due piani. Il sito è interessato da coltivazioni arboree e versa in stato di abbandono. La fitta vegetazione e il rischio di crolli sconsigliano al momento gli accessi ai vani interni.

La nostra guida di Carpino: Francesco Paolo Calmieri, poeta contadino

La nostra guida di Carpino: Francesco Paolo Calmieri, poeta contadino

Il villaggio rupestre dei Pannoni a Bagno di Varano

Veduta del lago di Varano

Veduta del lago di Varano

Il “Museo del Territorio e della Cultura lagunare” ospitato presso l’ex pesa di Bagno di Varano è il punto di partenza per visitare l’antico villaggio dei pescatori ricavato all’interno delle colline di tufo in località Pannoni, affacciato sulla laguna di Varano. Il Villaggio rupestre dei “Pannoni” è costituito da una serie di cavità scavate nella falesia calcarenitica a ridosso della laguna. Le grotte, su più livelli, presentano sia esempi planimetrici ad unico ambiente approssimativamente quadrangolare, sia casi costituiti da più grotte adiacenti e dunque in stretta relazione funzionale, comunicanti mediante uno spazio di disimpegno esterno, ricavato nella roccia in posizione sopraelevata, o sulla fascia di terreno antistante gli ipogei stessi. Gli interni hanno il soffitto a cielo piano e le pareti dal profilo generalmente dritto; numerosi sono i fori sulle pareti per l’alloggiamento di pali orizzontali, funzionali per dimensioni e posizione, alla realizzazione di strutture accessorie quali porta-oggetti, o in alcuni casi lettiere. Il villaggio frequentato fino a pochi decenni or sono, risulta ben inserito nel reticolo di sentieri e mulattiere del Gargano medievale, e con molta probabilità era adibito a punto di supporto logistico per le attività di pesca effettuate nella laguna. Si ritiene, che parte delle grotte è stata scavata in età medievale, forse proprio per rispondere alle esigenze dei pescatori che lavoravano per conto dei grandi monasteri medievali, quali Montecassino, San Vincenzo al Volturno, Cava dei Tirreni, Pulsano e Santa Maria di Tremiti, che possedevano peschiere e detenevano diritti di pesca sulle acque del lago.

Per approfondire

Il Parco nazionale del Gargano (www.parcogargano.it), insieme con la tutela dell’habitat naturale, ha promosso azioni di valorizzazione delle risorse archeologiche, storiche e monumentali garganiche (borghi rurali, trabucchi, torri costiere, castelli, architetture rurali, poste e masserie, chiese ed eremi).

Il Comune di Cagnano Varano si è dotato di un Museo del Territorio e della Cultura Lagunare (www.museocagnanovarano.it) ospitato presso l’ex pesa di Bagno che ospita una collezione di reperti, documenti, fotografie e oggetti sul territorio. Si possono così approfondire l’ecosistema della laguna (sorgenti, paludi e fantine), i sistemi e gli attrezzi di pesca, la molluschicoltura. Dal Museo partono inoltre escursioni verso l’antico villaggio dei pescatori ricavato all’interno delle colline di tufo in località Pannoni affacciata sulla laguna di Varano, l’insediamento di epoca preistorica e tardoantica di Bagno, la grotta di San Michele di Cagnano Varano, l’Isola di Varano e i sentieri che ripercorrono gli antichi tratturi intorno al lago.

Nel quadro del Piano territoriale di coordinamento (PTCP di Foggia) è stato realizzato un capillare Censimento dei beni culturali della Provincia di Foggia che comprende le masserie, le poste, gli sciali, i casini, le vile, i poderi, le taverne, l’archeologia produttiva (mulini, fornaci, cantine, frantoi, palmenti), i trabucchi, le torri e le fortificazioni, i castelli, i complessi civili e religiosi, le edicole, i beni archeologici e storici. Il Censimento è scaricabile dallo Sportello telematico (sportellotelematico.provincia.foggia.it).

Affresco nella grotta di Cagnano Varano

Affresco nella grotta di Cagnano Varano

Visita la sezione del sito dedicata alla civiltà rupestre: http://www.camminarenellastoria.it/index/ITALIA_RUPESTRE.html

Verona. La Ruota della fortuna

La ruota della fortuna

La ruota della fortuna

Il Museo di Castelvecchio a Verona espone una scultura su pietra con una curiosa immagine della Ruota della fortuna. L’opera è dovuta a uno scultore veronese della fine del Trecento e proviene dal castello di san Pietro. Il rilievo mostra una ruota con otto raggi, alla quale la Fortuna (la figura femminile raffigurata al suo interno) imprime un moto vorticoso, alla maniera di un moderno croupier. Sul bordo esterno della ruota sono attaccate quattro piccole figure: la prima figura sulla destra è in atto di salire e si tiene ben stretta alla ruota con gambe e braccia; la seconda è giunta all’apice ed è seduta in alto (ma è andata perduta); la terza, a sinistra, è seduta a cavalcioni della ruota e rischia di precipitare all’indietro; in basso la quarta si aggrappa disperatamente al cerchio con le braccia. Il piccolo rilievo, testimonianza di un’iconografia molto diffusa nel Medioevo, rappresenta la volubile Fortuna che con il suo continuo moto innalza o precipita le sorti degli uomini. A Verona, l’esempio più noto di questo soggetto è la ruota che si apre nella facciata della basilica di San Zeno, scolpita da Brioloto nei primi anni del Duecento.

Vedi anche in questo Blog: la ruota della vita nell’arte della Bulgaria