L’architettura spontanea dei villaggi rurali in Romania

Siamo a Bucarest, capitale della Romania, nel parco di Herăstrău, sulle rive dell’omonimo lago. Passeggiamo in un grande museo all’aperto che espone una magnifica collezione di 85 edifici tradizionali provenienti da tutte le regioni della Romania. Sono tutti monumenti autentici, risalenti agli ultimi tre secoli, smontati nei luoghi di provenienza e poi riassemblati nel parco.

Il Museo nazionale dei villaggi romeni

Il Museo dei villaggi rurali (Muzeul Satului) è stato fondato nel 1936 e raccoglie il frutto di anni di ricerche effettuate da Dimitrie Gusti, promotore della scuola di sociologia dell’Università di Bucarest. Vi troviamo costruzioni di pietra, di legno, di mattone, di argilla e terra cruda. I tetti sono di paglia e di canne, di scandole, di lose. Ci sono case rurali, fattorie, mulini ad acqua e mulini a vento, chiese di legno, croci stazionarie, opifici, forni, stalle, fienili, pozzi. Provengono dalla Moldavia, dalla Transilvania, dal Maramures, dalla Valacchia, dalla Bucovina. Un’architettura popolare autoctona ma anche ricca di influenze magiare, tedesche, turche, greche. Ne proponiamo una breve rassegna per gli appassionati di architettura spontanea.

La fattoria di legno del Maramures

L’ovile invernale

Questa fattoria del 1775 apparteneva di una famiglia di allevatori, agricoltori e boscaioli. Ne vediamo l’abitazione domestica, l’ovile invernale, il laboratorio artigianale e un deposito di fieno col tetto mobile.

Il fienile

Il mulino a vento della Dobrugia

 

Il mulino a vento

Il mulino a vento risale al 1967 e proviene dal villaggio lacuale di Sarichioi-Istria nel distretto di Tulcea in Dobrugia. Le sei pale azionano il meccanismo per macinare il grano, costruito nella parte superiore dell’edificio chiuso. La parte inferiore del locale è destinata a magazzino e contiene i sacchi di grano e di farina oltre agli strumenti di lavoro del mugnaio.

La casa sotterranea dell’Oltenia

La casa sotterranea

Quest’abitazione sotterranea risale al primo Ottocento e proviene dal sud dell’Oltenia. Solitamente solo monolocale, in questo caso l’abitazione è articolata in tre camere. Scavata la fossa nel terreno, essa viene rivestita da pareti di legno. All’esterno essa appare come una grotta, con una copertura di legno, rivestita di paglia ed erbe. All’interno le pareti sono fasciate con travi di quercia che sporgono circa un metro dal terreno. Essa assicura condizioni climatiche costanti anche in presenza di forti variazioni esterne.

La casa a piramide dei monti Apuseni

Le case a piramide

La casa è stata costruita nel 1815 in un villaggio dei monti Apuseni per una famiglia di pastori e agricoltori. Sia l’abitazione che la vicina dispensa hanno struttura quadrangolare, con pareti di legno alzate su una base di pietra. La caratteristica copertura a piramide ha spioventi tre volte più lunghi delle pareti, rivestiti di fascine di saggina.

La chiesa di Dragomirești

La chiesa di legno

Capolavoro dell’architettura del legno è la chiesa di Dragomirești, nella regione del Maramures. Costruita nel 1722, ha una svettante struttura verticale, con tetto di scandole e pareti interne ancora rivestite di affreschi.

La chiesa affrescata di Timișeni

La chiesa di Timișeni

Questa chiesa proviene da Timișeni, un centro della regione dell’Oltenia ed è stata costruita nel 1773. Ha la struttura di legno e un tetto a spiovente rivestito di scandole. Presenta una zona absidata posteriore e un campanile quadrato alto sulla facciata. Impressionanti per lo stato della conservazione sono i dipinti molto naif sulla facciata esterna (Giudizio finale) e sui fianchi.

Il dipinto sulla facciata

(Ho visitato il Museo Gusti il 24 luglio 2017)

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Romania. Una “terapia” per le coppie in crisi

Biertan è un pittoresco villaggio al centro di una verdissima vallata della Transilvania. Per secoli è stato abitato da famiglie sassoni di fede luterana, provenienti dalla Germania. La sua splendida chiesa fortificata è stata iscritta dall’Unesco nel Patrimonio dell’Umanità.

La casa-prigione di Biertan

Nel recinto della chiesa scopriamo un piccolo edificio eretto lungo le mura fortificate. Una targa lo definisce genericamente come un museo della storia locale di Biertan (Birthälmer Heimatmuseum). Ma per almeno tre secoli, per decisione del vescovo locale, qui vennero rinchiuse a chiave le coppie in crisi, in una convivenza forzata che poteva durare anche molte settimane, perché facessero un ultimo tentativo per risolvere i loro contrasti.

L’interno ricostituito

L’obiettivo esplicito era evitare un doloroso divorzio. Marito e moglie dovevano trovare da soli un rimedio ai loro matrimoni ormai in pezzi e recuperare l’armonia coniugale perduta. Quella terapia detentiva che oggi assomiglia a un incubo ha però dimostrato che la ‘prigione coniugale’ era piuttosto efficace. “La prigione era uno strumento per mantenere la società nell’antico ordine cristiano. Grazie a questo edificio benedetto, nei 300 anni che Biertan è stata la sede del vescovo, abbiamo registrato un solo divorzio!” ha dichiarato con una certa soddisfazione il prete di Biertan.

Il letto tradizionale sassone

Questa originale forma di psicoterapia risulta più evidente durante la visita della casa-museo. La piccola prigione scura ha soffitti bassi e massicce pareti. L’arredo è assolutamente spartano. La camera degli sposi ha un solo tavolo, una sola sedia, un ripostiglio e un tradizionale letto sassone a una sola piazza, un solo cuscino e una sola coperta. Tutto doveva essere condiviso in modo strettissimo, senza alcuna privacy. Resta da immaginare se la convivenza forzosa riuscisse a rinfocolare l’amore originario o se sui motivi di disunione prevalessero le ragioni dei figli o se a prevalere fossero interessi più materiali legati al lavoro e alla proprietà dei campi. Chissà.

I Bunker in Albania

Il paesaggio albanese è costellato da una miriade di bunker militari che spuntano simili a funghi, lungo la costa, sulle montagne e intorno alle città. Sono uno dei frutti, velenosi e ingombranti, che la guerra fredda e il regime comunista hanno lasciato in eredità all’Albania.

Nel periodo del suo governo, avviato nel dopoguerra e caduto solo nel 1991, il dittatore Enver Hoxha credette il suo Paese a rischio di un’invasione esterna e decise così di metterlo in sicurezza dotandolo di una rete difensiva diffusa e capillare. Le sue ondivaghe alleanze internazionali, prima con la Jugoslavia di Tito, poi con l’Unione Sovietica di Stalin, quindi con la Cina di Mao Zedong e infine con l’orgoglioso isolamento autarchico, portarono Hoxha a vedere nemici dappertutto, dai paesi comunisti “fratelli” del Patto di Varsavia, all’Italia e alla Grecia del Patto Atlantico. Fu l’invasione della Cecoslavacchia il fattore scatenante che convinse Hoxha ad avviare il programma di bunkerizzazione dell’Albania. Inizialmente le fortificazioni furono costruite solo al confine settentrionale con la Jugoslavia, a quello meridionale con la Grecia e sulla costa che guardava l’Italia. I piccoli bunker furono affiancati da tunnel nei porti, depositi sotterranei di armi, polveriere, postazioni antiaeree. Ma a cavallo tra gli anni Settanta e gli Ottanta, il programma fu intensificato e la produzione di bunker divenne frenetica, grazie anche al diffondersi di fabbriche specializzate.

Il bunker sul passo di Llogara (1035 m)

Le cupole corazzate, le mura laterali, i tunnel di accesso furono costruiti separatamente e in serie. Si provvedeva poi a trasportarli nei luoghi designati e ad assemblarli in loco. Fu così che l’Albania venne letteralmente ricoperta da un manto di bunker. Quanti siano è impossibile saperlo a causa della distruzione degli archivi. Le cifre che si leggono oscillano da un minimo realistico di 36 mila a cifre incontrollabili di centinaia di migliaia. Quel che però è certo è che la produzione massiccia di bunker, che utilizzava necessariamente ferro e cemento armato, assorbì una parte consistente delle risorse finanziarie statali. Le spese militari misero all’angolo gli investimenti in un Paese che mancava di tutto e in particolare delle infrastrutture per l’energia, i trasporti, l’istruzione e la sanità.

L’accesso posteriore del bunker

Dopo la caduta del regime, la produzione cessò e i bunker – mai utilizzati – rimasero come un ingombrante relitto del passato. Una parte è stata distrutta da bande di zingari o da piccole ditte specializzate, alimentando una micro-economia locale: fatti esplodere e pazientemente picconati, hanno liberato il prezioso metallo, venduto poi alle fonderie. Un’altra parte è stata riutilizzata nelle forme più diverse e fantasiose. Nelle campagne i bunker sono diventati depositi di attrezzi agricoli, magazzini di prodotti alimentari, porcilaie, stalle per gli animali domestici, basi per i filari di viti, distillerie di raki, forni e cucine da campo. Sulle spiagge sono stati creativamente dipinti e sono diventati beach bar, distributori di bevande, cabine spogliatoio, pizzerie e piccoli ristoranti, discoteche, bed and breakfast.

Bunk’Art 2, il museo dell’ex bunker antiatomico di Tirana

Esemplare è il destino del rifugio antiatomico sotterraneo costruito nel centro della capitale albanese. La struttura si trova sotto il ministero dell’Interno su una superficie di oltre mille metri quadrati, e ospita ventiquattro stanze e una sala riunioni. Il rifugio era nato per proteggere la nomenklatura in caso di attacchi chimici o atomici. Oggi il rifugio, la cui entrata è rappresentata da un bunker, è un museo dedicato alla storia delle forze dell’ordine albanesi, dal 1913. Un grande spazio occupa l’esposizione di documenti e materiali relativi a uno dei periodi più bui della storia del paese, quella della Sigurimi, la polizia segreta del comunismo.

Albania. Il Castello di Rozafa a Scutari

Scutari (Shkodër) è la più importante città nel nord dell’Albania. Il lago omonimo segna il confine con il Montenegro. Le montagne che la circondano, protette dai parchi naturali di Thethi e Valbona, disegnano il confine albanese con il Kosovo. Tito Livio e la storia ne ricordano il ruolo di capitale degli Illiri sotto il re Gentius (ante currum ducti Gentius rex cum conjuge et liberis, et caravantius frater regis, et aliquot nobiles Illyrii…). Città di frontiera, l’antica Scodrinon fu soggetta alle influenze e alle dominazioni veneziane, slave e ottomane, e conserva quindi radici culturali e tracce di architettura islamica e cattolica, italiana e turca.

Il castello di Scutari

Il castello di Rozafa è il suo monumento-simbolo e il miglior punto di osservazione sulla città e i suoi dintorni. Un luogo che aiuta a capire come la geografia ne abbia condizionato la storia.

I merli del castello sullo sfondo del lago

La leggenda di Rozafa

Il nome del castello è legato alla leggenda di Rozafa, la giovane sposa di un ragazzo, il minore di tre fratelli. Da pochi giorni le era nato un bimbo, il primo figlio. Una donna felice. Ma la leggenda la vuole vittima sacrificale di una tragedia. I tre fratelli erano impegnati nella costruzione del castello di Scutari. Ma come per la tela di Penelope, il muro costruito di giorno si disfaceva misteriosamente nel corso della notte. Il maligno sortilegio fu svelato da un vecchio mago che rivelò che per mantenere forti e solide le mura era necessario il sacrificio di una delle mogli dei tre fratelli. La scelta della moglie doveva avvenire casualmente. Colei che l’indomani sarebbe giunta per prima, portando il pranzo, sarebbe stata immolata per il bene della comunità. I tre giurarono di mantenere il silenzio, ma i due fratelli più grandi non resistettero allo stress e rivelarono tutto alle loro mogli. Fu così che toccò a Rozafa, la moglie del più giovane, portare il pranzo l’indomani. La rivelazione del destino che l’attendeva fu sconvolgente. La giovane donna accettò tuttavia di farsi murare viva all’interno delle mura, ma volle rendere il suo sacrificio più dolce, chiedendo di lasciare nel muro un varco per i suoi occhi, per il seno, il braccio e una gamba, per poter almeno vedere, allattare, abbracciare e cullare il figlioletto amato. E così fu. Una statua dello scultore Skender Kraja ricorda oggi quel crudele sacrificio.

La giovane Rozafa murata viva con il suo bimbo

La visita

La rocca sorge sulla cima di un promontorio incuneato tra i tre fiumi di Scutari. Le mura seguono fedelmente il profilo dell’altura. Una stradina selciata sale dalla base del colle verso la monumentale porta d’ingresso, protetta dal barbacane.

La porta d’ingresso del Castello

Le mura e le strutture interne risalgono per lo più al periodo veneziano, anche se conservano tracce delle remote fortificazioni di epoca illirica.

Il primo cortile

L’interno è suddiviso in tre cortili e ha ospitato fino al 1985 un reparto dell’esercito albanese.

La chiesa di Santo Stefano trasformata in moschea

Un monumento assai singolare è la chiesa cristiana duecentesca dedicata a Santo Stefano che nel periodo ottomano fu trasformata in moschea. Gli archi e i timpani originari sono ormai inestricabilmente fusi con l’architettura islamica, simbolizzata dai resti del minareto, tanto da rendere ardua la riattribuzione del luogo all’una o all’altra fede.

Un arco della chiesa-moschea

Il secondo cortile contiene i baraccamenti, gli empori e le prigioni. Ma l’elemento di maggiore interesse è costituito dalle quattro grandi cisterne sotterranee che raccoglievano l’acqua meteorica e la distribuivano agli abitanti attraverso i pozzi.

Una delle cisterne

Il terzo cortile contiene la fortezza vera e propria, che fu costruita dai veneziani come residenza del governatore.

Pozzo scolpito

Il panorama

Scutari vista dal Castello

Cinque terrazze sulle mura, poste ai punti cardinali, consentono di affacciarsi sul paesaggio circostante. La città di Scutari si distende a oriente con i suoi grandi edifici moderni.

Il fiume Boiana, emissario del lago di Scutari

A nord si allunga il lago di Scutari, il più grande dei Balcani, per due terzi compreso nel territorio del Montenegro. L’emissario, il fiume Boiana, scorre ai piedi della rupe di Rozafa, la aggira, riceve le acque di due altri fiumi, il Drin e il Kir, e procede placidamente verso il doppio estuario nel mar Adriatico.

La rupe del Castello Rozafa alla confluenza dei fiumi Kir, Drin e Boiana

(Ho visitato Scutari il 20 giugno 2017)

Raimondo Lullo, viaggiatore medievale e uomo del dialogo tra cristianesimo e islam

Nel Medioevo, il mar Mediterraneo, lungi dall’essere un ostacolo alla comunicazione tra i popoli, era un ambiente ideale per gli scambi. La navigazione rappresentava una via di comunicazione più rapida, e spesso più sicura, delle rotte terrestri. La penisola iberica e le isole Baleari occupavano una posizione intermedia tra il Magreb musulmano e l’Occidente cristiano e, dal X secolo, costituivano uno spazio in cui avevano convissuto, non senza difficoltà, cristiani, musulmani ed ebrei.

Il viaggio di Lullo

Raimondo Lullo (Ramon Llull, in catalano), nato a Maiorca nel 1232, è un caso emblematico dell’incontro di culture che si verifica nel Medioevo nello spazio del Mediterraneo. Lullo sviluppa un personalissimo progetto di carattere religioso, intellettuale e politico, di straordinaria portata. La sua vita fu intensa e appassionata come poche altre. Fu al tempo stesso un intellettuale e uno scrittore, ma anche un attivista capace di recarsi in missione nel vicino Oriente o nel Magreb, entrando in contatto e disputando con i saggi e i pensatori musulmani del momento. Apparteneva a una famiglia di ricchi coloni barcellonesi che partecipò alla conquista di Maiorca. Era sposato e aveva dei figli. Verso i trent’anni si sentì chiamato da Dio a cambiare vita e, senza entrare mai in alcun ordine religioso né diventare chierico, si dedicò alla causa della fede cristiana e della conversione dei non cristiani. La novità della strategia missionaria di Raimondo sta nell’abbandono del principio di autorità e nella ricerca di vie di dimostrazione razionale della fede. Lullo trova un terreno comune, in cui rendere possibile una discussione tra cristiani e non-cristiani, nella concezione dell’universo e di Dio che le tre religioni condividevano. Non si trattava, quindi, di discutere dei testi, bensì di una realtà sulla quale, in termini generali, non c’era disaccordo. Il “Libro del gentile e dei tre savi” è una dimostrazione di questa nuova strategia.

I viaggi di Lullo nel Mediterraneo

Se c’è un tratto che caratterizza in modo particolare la personalità e la vita di Raimondo Lullo è il suo dinamismo traboccante e infaticabile. Subito dopo la sua conversione, Lullo intraprende il pellegrinaggio a Santiago di Compostela dal santuario occitano di Santa Maria di Rocamador, nella valle della Dordogna. In seguito si sposta principalmente tra Palma, Montpellier e Genova, ma viaggia continuamente a Perpignano, Parigi, Lione, Marsiglia, Pisa, Roma, Napoli o Messina. Ha colloqui con sovrani e papi. Ha relazioni con le repubbliche di Genova, Pisa e Venezia e con ordini religiosi come i Francescani, i Domenicani, i Templari o i Certosini. Compie quattro viaggi missionari: due a Tunisi, uno a Bugia, e un altro a Cipro e in Armenia minore e probabilmente in Terrasanta. In questi viaggi subì un imprigionamento (a Bugia), un naufragio (presso Pisa) e un tentativo di avvelenamento (a Cipro).

La guerra della Verità alla Falsità

Una miniatura allegorica commenta l’opera lulliana interpretandola come un assedio ideale che le truppe di Aristotele, di Averroè e di Raimondo Lullo, armate delle “dignità divine”, portano alla Torre della Falsità, occupata dai demoni della malizia, della negligenza, della debolezza, dell’ignoranza, della confusione, della frustrazione.

La Torre della Verità

Un’altra miniatura allegorica raffigura nove filosofi che pongono una serie di domande. A loro Lullo risponde indicando i principi del suo pensiero, gerarchizzati sui gradini di una scala che consente di salire sulla Torre della Verità.

Le disavventure di Lullo

Una terza miniatura racconta una delle disavventure di viaggio di Lullo. Giunto via nave in terra berbera, iniziò a predicare pubblicamente la fede cattolica, suscitando reazioni violente tra i musulmani. Si salvò dal linciaggio e dalla condanna a morte grazie all’intervento del muftì della città, il quale però non riuscì a evitargli una prigionia durissima. L’intercessione dei catalani e dei genovesi presenti in quel luogo fece sì che migliorassero considerevolmente le condizioni della detenzione.

Ramon Llull, christianus arabicus

(Dalla mostra “Raimondo Lullo e l’incontro fra Culture”)

I demoni della falsità

Asiago. Il Sentiero delle Cappelle

Asiago è il centro principale dell’altopiano dei Sette Comuni. Una piacevole e tranquilla passeggiata per famiglie, con un dislivello minimo, ci porta a conoscere i dintorni della cittadina, a traversare i pascoli e i boschi dell’altopiano, a sostare nelle contrade e presso le cappelle ai bordi dei campi. Il percorso ad anello lascia Asiago alla cappella di San Carlo, raggiunge la contrada Ave, entra nel bosco e tocca il Lazzaretto; sottopassa la strada statale per Bassano e sosta alla baita Prunno; su sterrata si traversa la contrada Clama e si torna sull’asfalto alla cappella della Maddalena, ormai in vista di Asiago. La lunghezza è di circa sei chilometri, percorribili senza affanni in tre ore.

La Cappella di San Carlo

La Cappella di San Carlo

Il punto di partenza è la cappella di San Carlo, nei pressi del Museo delle Carceri e della strada per Bassano/Ospedale. La cappella fa memoria del cardinale arcivescovo di Milano che nel Cinquecento fu protagonista della riforma della chiesa cattolica e dell’istituzione dei seminari per la formazione del clero. Imboccata via Don Viero, si lasciano le ultime case di Asiago, costeggiando l’alveo del torrente Ghelpack e si prosegue in leggera salita verso la contrada delle Ave. A tratti la stradina è protetta dalle stoan platten, la recinzione di lastre di pietra infisse nel terreno.

Verso il bosco

Verso il bosco

Il sentiero scollina leggermente, traversa una fascia di pascoli, lascia a sinistra il bivio per Cesuna, s’inerpica leggermente verso un bosco lussureggiante di abeti dal fitto sottobosco e oltrepassa sulla sinistra un muraglione di pietra rossa di Asiago (resto di un’antica cava, attività storica del territorio).

Il Prato del Lazzaretto

Il Prato del Lazzaretto

Si raggiunge il prato del Lazzaretto, presidiato da una croce di ferro e da una chiesetta che risale al 1655. Quando la peste del Seicento mieté centinaia di vittime, proprio qui venivano trasportati i malati per evitare il contagio. Il Lazzaretto è la tappa principale della tradizionale Rogazione (dal latino rogare = pregare), la processione che ha luogo a maggio, quale voto per la cessata epidemia, rito di ringraziamento e di fatica attorno al comune di Asiago (oltre 30 Km!), che si rinnova da 400 anni, quale momento di raccoglimento ma anche di gioia.

La Cappella del Lazzaretto

La Cappella del Lazzaretto

Il percorso continua in leggera discesa, evita la statale per Bassano grazie a un sottopasso e scende alla radura della baita Prunno, luogo di ristoro e di giochi per i bambini, ma anche di memorie belliche.

Memorie di guerra al Prunno

Memorie di guerra al Prunno

Dopo la sosta si prende la via di ritorno che segue la recinzione dell’allevamento di animali selvatici – cervi, caprioli – e incrocia a destra il capitello (1893), dedicato a S. Peter. Si costeggiano alcune case contadine, con stalle, bestiame, orti.

Il capitello di San Peter

Il capitello di San Peter

Attraversato il ponticello di accesso a Contrà Clama si prosegue lungo il budello erboso sommerso dalla vegetazione. Qualche panchina consente una sosta prima di raggiungere la chiesetta di Santa Maria Maddalena, ritratta come penitente in preghiera. Il centro cittadino è ormai prossimo. Un tratto di marciapiede riporta verso il Museo delle Carceri e al punto di partenza, chiudendo degnamente l’itinerario ad anello.

La Cappella della Maddalena

La Cappella della Maddalena

Il sentiero è descritto tra le passeggiate proposte dal sito turistico dell’altopiano (www.asiago.it) e nel volume Passeggiate sulle Alpi pubblicato nel 2016 dal Corriere della Sera e dal Club Alpino Italiano.

(La passeggiata è stata effettuata il 18 agosto 2016)

Cittadella. Il cammino di ronda sulle mura medievali

Lo sguardo ‘corto’ sulle persone e la visione ‘orizzontale’ dei luoghi nella normale vita urbana subiscono un repentino cambio di prospettiva quando si sale sulle mura della città. Lo sguardo ‘si allunga’. Se ci si affaccia sulla città, le persone vengono ricalibrate nella prospettiva dell’ambiente urbano. Se invece si volta lo sguardo verso l’esterno è il paesaggio, fino allora appiattito e invisibile, che prende forma e rivela le sue geometrie.

Cittadella vista dall'alto

Cittadella vista dall’alto

Salire sulle mura aiuta molto a capire la relazione tra città e campagna, tra lo spazio urbanizzato e il paesaggio naturale. Come quando si osservano gli affreschi di Lorenzetti dedicati al rapporto città/campagna e agli effetti del buono e del cattivo governo nel Palazzo Pubblico di Siena.

Questa percezione nuova dello spazio è accentuata nel caso di Cittadella, città murata di origine medievale che si trova a pochi chilometri da importanti centri artistici quali Padova, Vicenza e Treviso, e inserita nell’ampio circuito delle altre città murate del Veneto, quali Bassano, Marostica, Asolo, Castelfranco e Montagnana.

Cittadella, vista dal Belvedere

Cittadella, vista dal Belvedere

Quando si sale sulle mura di Cittadella e si percorre il giro di ronda, il reticolo delle strade e dei palazzi urbani diventa visibile nella sua armonia, nella razionalità di una ‘città ideale’. Gli spazi pubblici e le piazze s’intrecciano con le residenze private sugli assi cartesiani delle strade che collegano le quattro porte. Si osservano dall’alto le architetture moderne del municipio, con la galleria e lo spazio degli spettacoli, il Duomo e il palazzo Pretorio, il Teatro sociale. Affacciandosi dai merli all’esterno delle mura, si osserva a nord il paesaggio montano ricco di particolari sui monti della Grande Guerra, il Grappa, l’Altopiano di Asiago, il Pasubio. A sud si apre invece lo spazio lungo della pianura veneta, punteggiato di cittadine e traversato dalle vie di comunicazione.

La Porta Vicenza

La Porta Vicenza

Lo snodo città/campagna avviene alle quattro porte urbane, orientate ai quattro punti cardinali e alle vicine città di Bassano a nord, di Treviso a est, di Padova a sud e di Vicenza a ovest.

La cinta muraria

Le mura occidentali

Le mura occidentali

Le mura di Cittadella hanno un’altezza media di quattordici metri, che salgono a trenta nei torrioni posti a vedetta delle porte. La cinta muraria ha forma ellittica con uno sviluppo complessivo di 1461 metri. La muraglia si alterna a trentadue torri, intervallate da segmenti lineari di quaranta metri, modulati da merli guelfi. Un tratto collassato delle mura è oggi sostituito da passerelle. Attorno alle mura corre un ampio fossato che aveva anch’esso una funzione difensiva. Gli spazi esterni accanto ai fossati e compresi tra le quattro porte hanno assunto il nome di “rive”. In senso orario si succedono la Riva del Grappa, la Riva dell’Ospedale, la Riva 4 novembre e la Riva Pasubio.

Modellino di macchina d'assedio

Modellino di macchina d’assedio

Il cammino di ronda

La passeggiata sulle mura

La passeggiata sulle mura

Il cammino di ronda all’altezza dei merli era un tempo percorso dalle sentinelle della guarnigione e costituiva la piattaforma di guardia e di difesa in caso di assedio. Un intelligente restauro ha consentito l’apertura del percorso integrale del camminamento e la sua percorribilità da parte dei turisti.

Il cammino di ronda

Il cammino di ronda

La passeggiata inizia con la visita della Casa del Capitano. Nelle stanze si visitano allestimenti che rievocano le attività familiari, le armature e le macchina da guerra e un plastico della porta come doveva apparire nel Trecento. A metà del percorso si fa tappa alla Torre di Malta, costruita nel 1251 da Ezzelino III da Romano, dispotico dominatore della zona, come prigione per i suoi nemici. Oggi ospita un centro servizi per i turisti, i laboratori didattici per i ragazzi, un piccolo museo archeologico, una sala per riunioni, un museo dell’assedio con armi e costumi rievocativi della vita delle comunità medievali. Sulla cima della torre è attrezzato un panoramico Belvedere.

Costumi medievali nella Torre di Malta

Costumi medievali nella Torre di Malta

(Ho visitato Cittadella il 27 dicembre 2016)