Abruzzo. I segni del paesaggio agro-pastorale di Collepietro

Collepietro è il paese che chiude a sud-est il lungo altopiano di Navelli, nell’Aquilano. L’antico Collis Petri, con le case del centro storico aggrumate sulla cima rotonda del colle, era un paese-sentinella sulle due storiche strade che lo attraversavano: in alto la via degli armenti, il regio tratturo Centurelle-Montesecco, bretella del Tratturo Magno; in basso la romana via Claudia Nova, diventata poi la statale 17 dell’Appennino abruzzese. Oggi però gli armenti non percorrono più da tempo lo storico tratturo e il traffico della statale 17 è stato dirottato sulla veloce fondovalle del Tirino. Con il risultato che Collepietro rischia di diventare un borgo marginale, tagliato fuori dai traffici, sconosciuto ai più. Malinconica fine per un villaggio che un tempo aveva fatto parte del castaldato valvense e che aveva dignitosamente partecipato alla fondazione della città dell’Aquila. E poiché i guai non vengono mai soli, si sono aggiunti in tempi recenti il furioso incendio del 2007 che ha sconvolto il paesaggio vegetale e il terremoto aquilano del 2009 che ha scosso gli edifici di pietra.

Capanna di pietra

Collepietro merita dunque almeno il risarcimento di una visita affettuosa. Si può andare alla scoperta dei segni del paesaggio agro-pastorale: il tratturo, i cippi, le capanne di pietra, gli ovili e gli stazzi, i recinti dei fondi, i pagliai, i muretti dei terrazzamenti, le macère. Collepietro gioca un suo ruolo rilevante in quest’archeologia del paesaggio. I suoi abitanti hanno guardato al monte e al piano. Giù nella valle ci sono i campi coltivati, la terra, l’acqua, le case rurali, le vie lineari, le stalle e i fienili. In alto ci sono le pietre, i ginepri, i recinti di pietra, i muretti, i campicelli d’altura, le tortuose mulattiere, i fossi, le capanne pastorali; e oggi anche la bonifica ambientale e il rimboschimento. Quel che proponiamo è un vagabondaggio tra questi molteplici punti d’interesse, uno scouting del territorio, più che una classica escursione in montagna.

La mappa dei sentieri di Collepietro

L’asse di riferimento della passeggiata è il percorso del Regio Tratturo. Partendo dalla chiesa dedicata alla Madonna del Buon Consiglio che sorveglia Collepietro, si segue il tratturo fino alla Serra di Navelli. Il percorso è facile e panoramico, pur se in salita, e segue all’inizio una strada asfaltata che diventa poi una larga sterrata. La cresta della Serra va percorsa invece sull’evidente sentiero del tratturo. L’esplorazione si svolge senza un itinerario rigidamente prefissato, all’interno comunque dell’anello che una sterrata disegna intorno alle gobbe delle Tredici Rane, di Saline, di Falgiaro e di Collalto; la sterrata si dirama a destra del tratturo e vi ritorna con un percorso circolare. Siamo sul sistema di colli che separa la piana di Navelli dalla valle Tritana, dove sono le sorgenti del Tirino e Capestrano.

La chiesa del Buon Consiglio

La chiesa del Buon Consiglio

La chiesa si trova in posizione isolata fuori del paese, su un ‘riposo’ del tratturo. All’esterno è rinforzata da tre contrafforti per ciascun lato. Una breve scalinata sale al bel portale romanico, sormontato da una lunetta. Sul retro vi sono alcuni edifici di pertinenza, in parte in rovina. Ampio il panorama sulla valle di Sulmona e sulla piana di Navelli.

Il tratturo e il cippo

A Collepietro fa tappa il Regio Tratturo che proviene da Navelli e scende poi a Bussi sul Tirino. Dalla chiesa del Buon Consiglio, seguendo anche le segnalazioni, risaliamo i tornanti della stradina prima asfaltata e poi sterrata a nord del paese e seguiamo la cresta dei colli che fasciano a est l’altopiano. In questo tratto il percorso coincide con l’ippovia diretta a Capestrano. Giunti a un incrocio, lasciamo a destra sia la sterrata dell’anello (che seguiremo al ritorno), sia il percorso per Capestrano e imbocchiamo a sinistra (nord-ovest) il sentiero tratturale che risale la cresta della Serra. A quota 883 incontriamo il cippo che porta incisi la sigla RT (Regio Tratturo) e il numero progressivo (il 43). Con agevole salita raggiungiamo la piramide di pietre sul punto più alto, a quota 965. Il panorama comprende le due catene montuose maggiori del Gran Sasso e della Maiella.

In cima alla Serra, col Gran Sasso sullo sfondo

Lo stazzo del pastore 

Esattamente sulla vetta della Serra di Navelli possiamo osservare i muretti di pietra che circondano un antico stazzo. Questo spazio aperto era il ricovero notturno del gregge, dove le pecore pernottavano all’aperto, vigilate dai cani-pastore. All’estremità orientale è ancora visibile il recinto trapezoidale del mungituro, dove le pecore venivano canalizzate e munte dei pastori prima di entrare nello stazzo.

Lo stazzo della Serra

La struttura dello stazzo risulta più evidente dalla foto zenitale. Nei pressi, a quota 930, è ancora visibile la capanna di pietra a secco che costituiva probabilmente il ricovero del pastore. La volta è crollata, ma la struttura è ancora evidente.

La capanna del pastore

Le capanne di pietra

La capanna in località Tredici Rane

Scesi dalla Serra alla selletta dov’è l’incrocio di strade, imbocchiamo la sterrata diretta a est che aggira i colli di Tredici Rane, Falgiaro, Saline e Collalto. Queste alture mostrano un particolare addensamento di capanne in pietra a secco, poste a margine di piccoli fondi recintati. Le capanne sono subito visibili a destra della strada e poi sulle aree sommitali, raggiungibili grazie a una rete di stradelli e sentieri.

Capanna invasa dai rovi

Sono interamente costruite senza leganti, con pietre a secco sovrapposte e rastremate in alto. Sono generalmente di piccola e media dimensione, utilizzate come magazzino e rimessa degli attrezzi da lavoro. Le troviamo costruite su aree pianeggianti, ma anche aggrappate ai pendii. Purtroppo il loro stato di conservazione è cattivo: l’ingresso è assediato dai rovi e il terremoto ha causato il collasso soprattutto della cupola e dei portali.

Capanna crollata

I muretti di pietra

Campo terrazzato

Nelle stesse aree sono stati costruiti numerosi muretti di pietra. Ne vediamo alcuni di fattura molto semplice e grossolana. Ma spesso s’impongono alla vista muri di media altezza, alzati con grande abilità geometrica, combinando a secco pietre di varie dimensioni. La funzione di questi muretti è ovviamente quella di segnalare i confini dei fondi agricoli, delle aree di pascolo e degli stazzi. Ma i più ammirevoli sono quelli costruiti sui terreni in pendio a sostegno di terrazze di terreno coltivato. La gradinatura del declivio evita il dilavamento del terreno e il suo scorrere a valle e crea un paesaggio di ‘giardini pensili’.

Capanna sottofascia

Le macère

Una macèra

Questo termine indica i numerosi accumuli di pietre visibili ai margini degli appezzamenti agricoli e delle radure. Su questi colli le macère hanno spesso la base costruita con regolarità geometrica e con pietre più grandi. All’interno vi è il pietrame gettato disordinatamente dai contadini, frutto del loro metodico spietramento operato nelle particelle coltivate e nelle aree di pascolo.

I pagliai

A Collepietro sono visibili alcuni pagliai, edifici monocellulari a carattere elementare, col tetto a spiovente, destinati alla conservazione del fieno. Spesso sono costruiti sul pendio e sono allora articolati su due piani, fienile e stalla, con un doppio accesso, posteriore a monte e anteriore a valle.

I fontanili

Il fontanile

Sono vasche per l’abbeverata degli animali, dotate di acqua sorgiva, distribuite capillarmente lungo le vie armentizie, i pascoli, i riposi e nelle vicinanze delle masserie e degli stazzi. Nel piano sottostante Collepietro si può vedere un lungo fontanile a vasca, costruito accanto a un minuscolo lago.

La cisterna

Molto interessante è anche il rudere dell’antico pozzo-cisterna a servizio dell’irrigazione e degli allevamenti diffusi nella zona. Due pietre murate sul fronte dell’edificio riportano un’iscrizione e una data.

La taverna

La taverna di Collepietro

A lato della statale 17, al km 72, nei pressi del bivio per Collepietro, sono ancora ben visibili i ruderi dell’omonima taverna. La taverna è una presenza costante sul fianco delle strade, dove svolgeva la funzione di luogo di sosta e di ristoro e stazione per il cambio dei cavalli. Le taverne sono presenti con regolarità anche lungo i tratturi: sono osterie attrezzate con sale da pranzo a piano terra e camere da letto al piano superiore. Ma la caratteristica più tipica delle taverne tratturali è il cortile interno con le stalle per gli animali, cui si accede attraverso porte o archi dedicati e la disponibilità di acqua nei dintorni.

Per approfondire

L’escursione può essere preparata dalla lettura della ricerca condotta nel 2007 dalla cattedra di Archeologia medievale dell’Università dell’Aquila, curata da Fabio Redi e Lorella Di Blasio, dal titolo “Segni del paesaggio agro-pastorale. Il territorio del Gran Sasso – Monti della Laga e dell’Altopiano di Navelli” (Edizioni L’Una, L’Aquila, 2010). Le edizioni Exorma hanno pubblicato nel 2015 un magnifico volume collettivo, con un ricco corredo fotografico, dal titolo Abruzzo sul Tratturo Magno, curato da Letizia Ermini Pani. Il sottotitolo “ Borghi Archeologia Paesaggio Architettura Tradizioni Arte Transumanza” esplicita la varietà dei contributi raccolti e le declinazioni disciplinari degli specialisti coinvolti. Si può aggiungere la guida “Le vie della transumanza – Guida ai tratturi aquilani fra Gran Sasso e Sirente”, corredata da un’ottima carta in scala 1:40.000, scaricabile anche dal sito Tratturi e Cammini.

Letture consigliate

(Itinerario percorso il 24 marzo 2017)

Abruzzo. Sul Tratturo Magno, dalla chiesa di Cintorelli al Colle della Cava

Grandiose vedute e povere pietre. I grandi panorami dominati dalle creste del Velino, del Gran Sasso e della Maiella. Le umili opere del lavoro umano: le capanne di pietra, i campi aperti, i muretti di confine, le macere dello spietramento, i cippi del tratturo. E tutto il fascino dell’Abruzzo interno. Siamo sul Tratturo Magno, la via armentizia della transumanza che collega L’Aquila e Foggia. Giunti alla chiesa pastorale di Santa Maria dei Cintorelli, il tratturo si biforca e procede su due rami paralleli distanti alcuni chilometri.

La chiesa della Madonna di Cintorelli vista dal tratturo

Seguiamo il ramo principale che dalla valle dell’Aterno scavalca una linea di colli, traversa la valle del Tirino, valica le ultime propaggini del Gran Sasso e scende nella Val Pescara. La passeggiata che proponiamo muove dalla chiesa di Cintorelli e sale al Monte della Cava, il balcone sulla conca di Capestrano. Il percorso è a saliscendi, con un dislivello modesto e richiede un tempo minimo di tre ore tra andata e ritorno.

Santa Maria di Cintorelli

Il bivio per Cintorelli si trova sulla statale 17, alla rotonda del km 62,6. La chiesa sorge isolata alla base del monte Castellone.

La chiesa tratturale celestiniana di Santa Maria di Cintorelli

Restaurata dopo i ruvidi scossoni del sisma aquilano, tornano a farsi ammirare la struttura tardorinascimentale a navata unica, la profonda zona absidale, le cappelle, l’ostello, la struttura porticata laterale di servizio alla transumanza, il pozzo, la croce celestiniana. Il cippo tratturale numero 101 si trova a pochi passi, al vertice della vicina rete di recinzione.

Il cippo 101 del Regio Tratturo

Il monumento a Vanzetti

A fianco della chiesa è stato collocato il monumento all’emigrante, realizzato nel 2006 dal maestro aquilano Augusto Pelliccione. Una lapide riporta una frase di Bartolomeo Vanzetti, l’anarchico italiano emigrato e ucciso in America: «Vorrei un tetto per ogni famiglia, un pane per ogni bocca, un insegnamento per ogni cuore, le luci per ogni intelletto». La sacca da viaggio e il bastone da cammino fanno dell’emigrante un personaggio intercambiabile con altri tipici frequentatori dell’altopiano come il pastore e il pellegrino.

Il monumento a Vanzetti

I campi di pietra

Sul retro della chiesa si segue ora il sentiero tratturale, ripulito e molto ben segnalato, che risale a mezza costa tra le rocce e i cespugli in direzione est, al valico del Monte Castellone in località Vernone. La traversata del valico ci fa incontrare le recinzioni con i muretti a secco degli antichi fondi coltivati e degli stazzi. A margine dei campicelli d’altura si scorgono le capanne di pietra costruite dagli agricoltori-pastori per custodire gli attrezzi di lavoro. Questi modesti ricoveri sono ormai rovinati ma in qualche caso si mostrano ancora intatti facendosi ammirare per la loro tecnica costruttiva.

La capanna in pietra a secco

Il piano d’Asèno

Si spalanca ora davanti a noi la conca che ospita l’ampio piano di Asèno. La marcatura del sentiero s’interrompe, ma la sterrata che traversa il pianoro è del tutto evidente.

Il Piano d’Asèno

In bell’evidenza sono i suoi “campi aperti”. L’intero pianoro è suddiviso in strisce di terra che scendono regolari e parallele dai fianchi dei colli verso la strada di fondovalle. Le strisce di terra erano un tempo coltivate a rotazione con le tipiche colture di montagna: i legumi, i cereali, le patate, gli erbaggi. Oggi le incursioni dei cinghiali rendono vana quest’agricoltura e consigliano solo la produzione di erba medica, foraggere, lupinella e crocetta. Ai nostri occhi, comunque, ogni striscia di terra assume un colore diverso da quelle vicine, creando così una straordinaria tavolozza colorata che è diventata il paesaggio agrario tipico del Gran Sasso.

Il Piano d’Asèno visto dall’alto

Il Colle della Cava

Traversato il piano, per proseguire serve un po’ di attenzione all’orientamento. I segni di vernice sul terreno sono scomparsi, sostituiti da rari fiocchetti di plastica annodati ai ginepri. Occorre procedere in direzione nord-est, su una sterrata che risale i colli tenendo sulla destra la recinzione della zona di rimboscamento. S’incontrano altri piccoli pianori coltivati e le opere dell’acquedotto realizzato dalla Cassa per il Mezzogiorno. A un incrocio di sterrate spicca isolato il cippo numero 113 del tratturo.

Il cippo tratturale 113

Giunti di fronte a un piano coltivato di forma allungata, lo si aggira sulla destra senza scendervi e si sale l’altura di fronte lungo un canalino. Siamo al Colle della Cava, a quota 911, obiettivo della passeggiata. Un moderno totem del tratturo si affianca all’antico cippo tratturale numero 117, sotto le chiome di un pino, all’inizio della ripida discesa verso Santa Pelagia.

Il cippo tratturale 117

Il panorama

Il colpo d’occhio dal colle ripaga la modesta fatica compiuta. In basso si distende l’ampia conca di Capestrano percorsa dal tratturo e dalla moderna strada di scorrimento. Il lago di Capodacqua segnala le sorgenti del fiume Tirino. A destra spicca Capestrano sul colle, col vicino convento di San Giovanni. Di fronte è Ofena, con le sue Pagliare e i vigneti che producono vini famosi come il Montepulciano, il Pecorino e il Trebbiano. Sopra Ofena è Villa Santa Lucia. A sinistra si alzano Castelvecchio, Calascio e la Rocca e il suo famoso Castello. E poi la skyline delle grandi montagne dell’Appennino, le creste e le vette delle catene del Gran Sasso e della Maiella, disegnate sulla ‘linea del cielo’. A sinistra il Corno Grande, il Prena e il Camicia. A destra il Blockhaus, l’Acquaviva, Pescofalcone, monte Amaro e il Porrara.

La conca di Capestrano

Di fronte a noi, seguendo il percorso del tratturo, individuiamo il valico di Forca Penne. A destra del valico è la piramide di monte Picca; alla sua sinistra la cresta con le gobbe della Cannatina e della Cappucciata, che prosegue poi verso i monti di Campo Imperatore.

Per approfondire

Le edizioni Exorma hanno pubblicato nel 2015 un magnifico volume collettivo, con un ricco corredo fotografico, dal titolo Abruzzo sul Tratturo Magno, curato da Letizia Ermini Pani. Il sottotitolo “ Borghi Archeologia Paesaggio Architettura Tradizioni Arte Transumanza” esplicita la varietà dei contributi raccolti e le declinazioni disciplinari degli specialisti coinvolti.

Abruzzo sul Tratturo Magno

Ma volumi e convegni produrrebbero effetti limitati senza un lavoro concreto di ricerca sul campo, di riapertura e di marcatura degli antichi tratturi. Questo lavoro è stato meritevolmente svolto dal Gal Gran Sasso Velino grazie a un progetto europeo. I frutti sono ben documentati nella guida “Le vie della transumanza – Guida ai tratturi aquilani fra Gran Sasso e Sirente”, corredata da un’ottima carta in scala 1:40.000, scaricabile anche dal sito Tratturi e Cammini.

Le vie della transumanza

(Ho percorso il tratturo il 17 marzo 2017)

Abruzzo. Le capanne di pietra di Villa Santa Lucia

Villa Santa Lucia degli Abruzzi. Bisogna voler molto bene a questo paese per decidere di salire quassù. E bisogna prima scovarlo sulle mappe. Remoto. Isolato. Raggiunto da strade tortuose, a novecento metri di quota, proprio sotto le ultime creste della catena del Gran Sasso. Certo, il panorama ripaga la lunghezza del viaggio. Ma il paese è un deserto umano e commerciale. Verso le ultime case una loquace vecchina, molto curiosa, esce di casa e prende a raccontarmi della notte del terremoto e poi della nevicata record di quest’inverno e di altre interminabili storie del passato. Alla fine della passeggiata incontrerò un altro abitante, anche lui loquace: ce l’ha con il mondo intero e con la desolazione di un paese da cui tutti sono andati via. In Canada, innanzitutto e poi verso i paesi della costa o della pianura. A Villa siamo rimasti in trentadue – racconta – e un’altra decina nella frazione di Carrufo; da noi il medico sale una volta alla settimana e così il furgone ambulante degli alimentari. Racconta dell’azienda agro-pastorale del paese e della coltivazione del tartufo. Mi mostra il segno lasciato nel bosco dalla slavina invernale che è piombata giù fermandosi a pochi metri dal paese.

La segnaletica

Se il futuro di questo paese è perlomeno incerto, andiamo a scoprirne almeno il passato. Visto che – come afferma Antonella Tarpino – la memoria è la sola garanzia di esistenza per le culture agro-pastorali. E così seguiamo i sentieri che si dipartono a sud-est del paese e che si dirigono verso il colle della Madonna e il colle di San Nicola. Questi due rilievi interrompono come una risacca le ripide pareti discendenti dei monti Cappucciata e Cannatina e vi creano una valletta, che ospita campicelli d’altura, pascoli e un insediamento pastorale diffuso in pietra a secco, erede di un villaggio romano e poi longobardo. La ricerca condotta dall’università dell’Aquila vi ha censito una ventina di capanne di pietra a tholos. Siamo sul braccio di tratturo nel quale confluivano le greggi della Baronia di Carapelle che lasciavano i pascoli estivi di Campo Imperatore: da Calascio e Castel del Monte i pastori scendevano a Villa Santa Lucia per proseguire in quota e intercettare il Tratturo Magno a Forca Penne.

L’edicola dello Spirito santo

Dal Municipio di Villa (880 m) imbocchiamo la via Battisti, superiamo le ultime case di Randino e raggiungiamo un bivio presidiato da un’antica edicola di pietra, a forma di condola, un tempo affrescata e dedicata allo Spirito Santo. Qui deviamo sul percorso di destra, seguendo la segnaletica dell’ippovia del Gran Sasso e la freccia di legno con l’indicazione ‘capanna in pietra’. Dopo una ventina di minuti, due frecce con l’indicazione ‘tholos’ ci fanno scoprire sulla scarpata di sinistra una elaborata capanna di pietra con un gradone a spirale e il muretto che ne protegge la porta d’ingresso, sormontata dall’architrave. Tutta l’area è cosparsa di macere e capanne dirute, ma la loro esplorazione è resa molto difficoltosa dall’intricata vegetazione di arbusti.

La capanna di pietra di Colle della Madonna

Continuiamo a percorrere il sentiero (noto localmente come la via di Forca), autentico balcone sull’aquilano. La conca del Tirino è incorniciata dalle creste e dalle cime del Sirente e del Velino. A destra (nord-ovest) spiccano la rocca di Calascio e la piramide di roccia di Monte Bolza che domina Castel del Monte. A tratti invaso dalla vegetazione, il sentiero prosegue tra muretti di pietra e campi recintati coltivati a tartufo fino a incrociare un pianoro e una sterrata. Questo incrocio è indicato dalla segnaletica come Colle San Nicola. Abbandoniamo la sterrata per risalire un po’ faticosamente il pendio a sinistra (nord); i sentierini nella macchia salgono alla selletta che separa le due gobbe del Colle di San Nicola.

La capanna di pietra a quota 930

Per cresta saliamo sulla destra alla cima più alta. Impressionano i bastioni terrazzati che cingono l’acropoli e i muretti di pietra che delimitano la piana sommitale. Ai margini del corridoio a pascolo sotto la vetta, a quota 930, si svela una capanna a secco, con un avancorpo nel quale si apre la porta architravata a sezione rettangolare.

Il villaggio di pietra

Ridiscesi alla selletta, scopriamo davanti a noi un mondo dove i campicelli d’altura sono coronati da stazzi recintati, resti di antiche abitazioni di pietra, muretti e un reticolo di sentieri. Conviene salire sull’altura di fronte, sia per avere un quadro d’insieme all’insediamento medievale del Castelluccio, sia per scoprire proprio sulla vetta (quota 965) una nuova ampia capanna di pietra, caratterizzata da un dromos d’accesso, da una porta architravata rastremata in basso e da tre gradoni di pietra interni, utilizzabili sia come panche che come giacigli.

La capanna di pietra sul Colle di San Nicola

Esplorata l’area, prendiamo la via del ritorno verso Villa. La direzione è nord-ovest. Possiamo seguire il sentiero che traversa il pianoro delle Vicenne alla base il Colle della Madonna, dove sono una struttura campeggistica e la chiesa rurale di Santa Maria delle Vicenne. In alternativa possiamo seguire più in alto la strada bianca parallela che taglia le pendici del monte Cappucciata e che traversa l’impressionante traccia lasciata dalla slavina del gennaio 2017. La durata minima dell’escursione è di circa tre ore, con un dislivello molto limitato.

Villa Santa Lucia degli Abruzzi e i colli dell’escursione

(Ho effettuato l’escursione il 29 marzo 2017)

Abruzzo. Il mondo agro-pastorale di Scanno

Scanno è uno dei “borghi più belli d’Italia”, amato per il suo centro storico, per il celebre lago e per i vicini parchi nazionali d’Abruzzo e della Majella. Lo slogan turistico più efficace, che ben ne sintetizza i valori, è quello di “borgo più fotografato d’Italia”. La ragione storica della sua bellezza urbana è la floridezza economica che raggiunse nel Seicento e nel secolo successivo grazie allo sviluppo della pastorizia e dei suoi derivati: i panni di lana, la produzione casearia e la concia delle pelli. I palazzi padronali e le chiese urbane e rurali che abbelliscono il paese, testimoniano il benessere raggiunto dagli Scannesi. Lo stesso turismo di oggi ha origini antiche che risalgono alla Taverna per forestieri e viaggiatori e ai due ospizi per pellegrini e infermi allora esistenti in paese. Queste ragioni sono sufficienti per motivarci a un’escursione nei dintorni di Scanno, alla scoperta di ciò che resta di quel mondo agro-pastorale che l’ha portato al successo. Proponiamo due facili passeggiate intorno alla Serra Sparvera che ci condurranno a scoprire masserie, stazzi pastorali e un villaggio d’altura.

Il vallone delle masserie

Il vallone delle masserie

 

Il Museo della lana

Il punto di partenza del nostro itinerario può essere il Museo della lana, che fornisce una rapida sintesi delle forme tradizionali dell’attività pastorale. Ha sede in un piccolo edificio ottagonale che ricorda un delizioso oratorio rinascimentale ma che è, molto più prosaicamente, un ex mattatoio. Approfondisce i diversi aspetti della vita agreste e pastorale, come la preparazione di formaggi, la tessitura e la tintura della lana, il lavoro dei campi e gli antichi mestieri. Vi sono anche oggetti della vita domestica e delle attività casearie e commerciali.

Il museo di Scanno

Il museo di Scanno

 

Da Scanno a Jovana

La prima passeggiata parte da Scanno e raggiunge in 1,45 h il villaggio di Jovana. Percorre il Vallone delle Masserie, alla base occidentale della Serra Sparvera, lungo il percorso n. 29 dei sentieri di Scanno. Dalla Piazza centrale si sale alla Porta della Croce e si scende ripidamente alla piccola Centrale elettrica del paese e al ponte delle Scalelle che immette nell’incassato fosso di Jovana. La strada bianca segue il fondovalle svoltando progressivamente a destra fino alla masseria del Collafrino. Di qui si può proseguire fedelmente sulla sterrata che sale a sinistra con alcuni tornanti o sul sentiero di destra nel bosco. Raggiunto in entrambi i casi il valico della Masseria di Cristo si scende nell’ampia vallata che raggiunge il villaggio di Jovana e la chiesa di san Lorenzo. Il dislivello complessivo è di circa 350 m.

Il vallone di Jovana

Il vallone di Jovana

 

La Masseria Collafrino

Collafrino è la prima masseria che incontriamo, a quota 1115. Ha un nucleo centrale articolato su due piani che sfruttano la scarpata, con due accessi per il fienile in alto e la stalla in basso. Intorno si distribuiscono un orto coltivato, un recinto per gli animali, un deposito per gli attrezzi e la legnaia. D’estate le praterie intorno sono falciate per raccogliere il fieno destinato all’allevamento.

La masseria Collafrino

La masseria Collafrino

 

La Masseria di Cristo

Questa piccola masseria sorge sulla sommità del colle che sembra interrompere il vallone, a 1323 m di quota. Ha un fontanile di servizio sulla strada. È interessante l’architettura della condola di pietra, con il tetto arcuato, utilizzata come stalla e dotata all’interno di due mangiatoie. L’edificio principale funge da pagliaro.

La masseria di Cristo

La masseria di Cristo

 

La Via Glareata

La strada che dalla masseria di Cristo scende al villaggio di Jovana mostra dei tratti selciati in pietra che gli archeologi hanno interpretato come tracce di un antico percorso. Si tratta presumibilmente della direttrice – in questo caso una “via glareata”, cioè fatta di ciottoli e piccole pietre – che, risalendo in direzione di Castrovalva dalla valle di Sulmona, si dirigeva verso il valico di Godi, attraversando la valle di Jovana.

Il colle di Jovana vecchia

Il colle di Jovana vecchia

 

Il villaggio di Jovana

La chiesa di San Lorenzo

La chiesa di San Lorenzo

Il villaggio di Jovana è un tipico esempio delle “pagliare” abruzzesi, quei villaggi d’altura abitati e frequentati nel periodo estivo da agricoltori e allevatori che provengono dai paesi della zona. La sua importanza è segnalata dalla presenza di una chiesa dedicata a San Lorenzo e dai resti di un castello medievale che sorge sulla sommità del colle di Jovana vecchia a presidio della sottostante valle fluviale (la fucicchia).

L'Agriturismo Jovana

L’Agriturismo Jovana

Il villaggio comprende diversi fienili, alcuni edifici a due piani utilizzati anche come abitazioni temporanee, stalle antiche e moderne, un grande fontanile. Uno di questi edifici è stato restaurato e proposto come un ospitale agriturismo. Sono allevati cavalli, ovini, caprini e bufali che utilizzano i pascoli dei dintorni. Il villaggio è un incrocio di percorsi e sentieri; è anche collegato da una strada forestale alla cantoniera di Mimola sulla strada che da Scanno sale al passo di Godi.

Il fontanile di Jovana

Il fontanile di Jovana

 

Dalla Montagna Spaccata alla Sella Sparvera

La seconda passeggiata – alla scoperta di due importanti stazzi pastorali scannesi – collega l’area attrezzata dell’Imposto alla Sella Sparvera in meno di due ore. Utilizza una buona strada (asfaltata nel primo tratto e poi sterrata) che una sbarra chiude al traffico veicolare. L’area picnic dell’Imposto (1481 m), più nota come la Montagna spaccata, accogliente e ben tenuta, si raggiunge in circa 4 km dal piano delle Cinquemiglia, su una strada sterrata che si dirama al km 128,4 della Statale 17. La Sella Sparvera, oltre che sulla sterrata, può essere raggiunta con il sentiero 12 traversando per cresta la Serra Sparvera (1998 m) o con il sentiero 28a dal passo delle Croci attraverso il bosco.

I pascoli verso la Serra Sparvera

I pascoli verso la Serra Sparvera

 

Lo stazzo La Ria

Dalla baita-ristoro dell’Imposto, superata la sbarra, si segue la strada che sale con larghe svolte e si lascia a sinistra il percorso per il lago Pantaniello. A una curva è possibile lasciare la strada e seguire il sentiero segnato che sale al passo delle Croci e alla Serra Sparvera. Se invece si continua più comodamente sulla strada si costeggia sulla destra lo stazzo La Ria a quota 1554. Lo stazzo risale al 1933 e comprende una casetta formata di due ambienti (dormitorio e cucina), un piccolo edificio (porcilaia), il mungitoio in muratura con quattro varchi e il recinto per le pecore con quattro vani e apertura a cancello. Nei pressi si trova un fontanile.

Lo stazzo La Ria

Lo stazzo La Ria

 

Lo stazzo Sparvera

Proseguendo ancora sulla strada al margine del bosco, si raggiunge un bivio: una pista sulla sinistra conduce allo stazzo Sparvera a quota 1699. Si può anche risparmiare tempo utilizzando il sentiero-scorciatoia in salita nel bosco, all’altezza di una precedente curva a gomito della strada. Dallo stazzo con una breve salita si raggiunge la Sella Sparvera (1755 m). Al di là si scende verso la vicina fonte e al Fosso Malpasso in direzione di Scanno. Dal valico si può salire a sud sulla panoramica Serra Sparvera (1998 m) o a nord verso la groppa erbosa delle Toppe Vurgo (1917 m). Al valico arriva anche il sentiero 28/a. Lo stazzo risale al 1938 ed è la ristrutturazione di ambienti più antichi. Sono ancora visibili il vecchio ricovero diruto e, di fronte, il recinto articolato in cinque settori separati da muretti di pietra a secco. A fianco sorgono la casetta moderna e il nuovo recinto realizzato con blocchi di cemento.

12-lo-stazzo-sparvera

Lo stazzo Sparvera

 

Per approfondire

Molto ben documentata è la ricerca condotta da Edoardo Micati e Domenico Spagnuolo, pubblicata nel 2015 col titolo “Siti pastorali – Censimento, schedatura e studio dei siti pastorali degli Altipiani Maggiori d’Abruzzo e della Foresta Demaniale Regionale Chiarano-Sparvera” (2 volumi in formato e-book). Istruttive e gradevoli per il loro corredo fotografico sono la “Guida agli Altipiani Maggiori d’Abruzzo”, a cura di Stefano Ardito, e Scanno – Guida storico-artistica alla città e dintorni, di Raffaele Giannantonio, entrambe pubblicate da Carsa edizioni. Per la cartografia si consigliano “Altipiani Maggiori d’Abruzzo” e “Monte Genzana – Monte Rotella”, le due carte sentieristiche pubblicate in scala 1:25.000 dalle Edizioni Il Lupo. I sentieri del comprensorio di Scanno sono analiticamente descritti nel sito web del Comune. Ricco d’immagini è il sito dell’agriturismo Jovana.

La foresta demaniale Sparvera

La foresta demaniale Sparvera

 

Visita la sezione del nostro sito dedicata ai tratturi.

(La ricognizione dei percorsi è stata effettuata l’11 e il 13 luglio 2016)

Sila. Il Sentiero della Transumanza

Vacca podalica sui pascoli di Macchialonga

Vacca podolica sui pascoli di Macchialonga

Il Parco nazionale della Sila propone agli escursionisti il “Sentiero della Transumanza” (n. 11 del PNS e Cai 410), un tracciato che collega alcuni luoghi privilegiati di pascolo montano delle mandrie di vacche podoliche. È il più lungo di tutta la rete sentieristica ufficiale e ha come terminali da un lato i pascoli di vetta di Monte Botte Donato e dall’altro il vivaio della Fossiata. I pascoli della Sila, talvolta frutto di larghi disboscamenti effettuati nel corso dei decenni, esercitano un richiamo irresistibile e appetitoso per le mandrie transumanti che salgono in estate dagli allevamenti situati lungo la costa del Crotonese e del Marchesato. Con alcuni giorni di cammino le mandrie e le greggi risalgono gli antichi tratturi che fiancheggiano i fiumi e raggiungono le sponde dei grandi laghi silani e i pascoli più famosi come quelli dell’alta valle del Tàcina o quelli di Macchialonga. I permessi dell’Azienda regionale per lo sviluppo dell’agricoltura, i controlli di polizia veterinaria del Corpo forestale, gli incentivi agli allevatori, i caseifici di montagna, sono tutte misure che concorrono a migliorare le filiere del latte e della carne e la loro tracciabilità, dal produttore al consumatore.

Il vivaio forestale

Il vivaio forestale

Il percorso qui proposto ha inizio dall’Arboreto Sbanditi della Fossiata, sale nella foresta fino al valico di Macchialonga, traversa i magnifici pianori omonimi e sale infine alla panoramica vetta della Serra Ripollata. L’escursione è semplice e agevole, interamente su strada sterrata; ha un dislivello di circa 400 metri e si compie in quattro ore, tra andata e ritorno. Il punto di partenza è l’Arboreto Sbanditi, lungo la strada della Fossiata che s’imbocca sulla destra provenendo da Camigliatello Silano, dopo aver percorso la strada del lago Cecita e aver superato il centro di visita “Cupone”. I possibili ingressi, preclusi alle auto, sono tre e si trovano rispettivamente ai km 5,8 o 7,2 o 7,6. Il sentiero 410 inizia dalla località Santa Barbara (a quota 1325 m) e si raccorda nei pressi del vivaio forestale con i percorsi (410a) provenienti dagli altri due ingressi.

L’Arboreto

La mappa dell'Arboreto

La mappa dell’Arboreto

L’Arboreto del Parco è stato inaugurato nel 2015 ed è il frutto del recupero storico e paesaggistico della foresta demaniale della Fossiata, una foresta caratterizzata da una significativa antichità, posizione strategica e notorietà, sia a livello regionale che nazionale. L’Arboreto è divenuto così, grazie all’Ente Parco e al contributo dei centri di ricerca delle università calabresi, un Centro di esperienze a contatto con la natura. É un luogo di grande suggestione che accoglie esemplari secolari della flora locale (pinete, alnete, abetine) e anche esemplari tipici delle Alpi (abete rosso, larice, pino silvestre). Al centro è un’area attrezzata (chioschi, vialetti didattici, pannelli descrittivi), da cui si diramano brevi sentieri tematici.

La foresta

La prateria e il bosco

La prateria e il bosco

Lasciata l’area del vivaio, la strada s’immerge nella foresta di pini, salendo di quota con una serie di tornanti. Si percorre spesso un’autentica galleria vegetale, formata da alberi colonnari e coperta dalle larghe chiome ravvicinate. Da notare è la particolare forma della corteccia, segnata da sottili scaglie rossastre o grigie. Il contrasto tra la luce del sole e il colore verde cupo delle fronde, genera suggestivi giochi di luce. Il pino laricio, conifera endemica dell’altopiano silano, è la specie dominante della foresta. Anticamente era conosciuto per la resina che si estraeva dalla sua corteccia, la ‘pece bruzia’ dai molteplici usi (impermeabilizzazione delle barche, illuminazione, medicina). La presenza di numerosi alberi privi di corteccia e con le incisioni esterne per la colatura della resina attesta che l’attività è stata praticata almeno fino agli anni Cinquanta.

La Macchialonga

La Macchialonga

La Macchialonga

Raggiunto il valico a quota 1560, la foresta cessa per incanto e la vista si apre sull’immenso spazio dei pascoli della Macchialonga. Siamo su un altopiano ondulato, dove le praterie erbose e fiorite si alternano a fitte macchie di bosco. La strada contorna le praterie seguendone il margine destro e incontra alcuni rifugi in muratura utilizzati come stalle. Giunti al bivio del laghetto di Macchialonga (1545 m) si possono osservare le mandrie distribuite sui prati tutt’intorno e il richiamo esercitato dall’abbeverata. Un cartello segnala che è in corso un progetto Life per il ripristino della catena alimentare che fa capo al lupo attraverso il recupero di prati erbosi naturali degradati che andranno a favorire un aumento delle popolazioni di cervo e di capriolo, sue prede privilegiate.

Il laghetto di Macchialonga

Il laghetto di Macchialonga

La Serra Ripollata

La vetta della Serra Ripollata

La vetta della Serra Ripollata

La strada riprende a salire nel bosco, che torna a farsi fitto, e raggiunge il valico della Serra Ripollata a quota 1674. Siamo a uno snodo di sentieri. Il suggerimento è quello di varcare la recinzione e salire il cocuzzolo scoperto a sinistra, dov’è il segnale trigonometrico Igm. L’altimetro segnala che superiamo di pochissimo la quota 1700. Ma più che l’alpinistico è il valore paesaggistico a imporsi con un panorama sconfinato sui pascoli della Macchialonga, sul lago Cecita e sulle ondulazioni montane settentrionali della Sila Grande.

Il ritorno si effettua sul percorso dell’andata.

I pascoli di Macchialonga

I pascoli di Macchialonga

Mappa del sentiero: http://www.parcosila.it/images/sentieri/pdf/11_410.pdf

(Il percorso è stato testato il 29 giugno 2016)

Panorama verso il lago Cecita

Panorama verso il lago Cecita

 

Visita la sezione del sito dedicata ai tratturi e alla transumanza:

www.camminarenellastoria.it/index/PASSEGGIATE_TRATTURI.html

 

 

Abruzzo. Il Tratturo di Collarmele

Collarmele

Collarmele

Il tratturo Celano-Foggia, dopo aver calcato le rive dell’antico Lago Fucino, inizia la lenta risalita che lo porterà a valicare Forca Caruso, a 1100 metri di quota. Qui lascerà definitivamente la Marsica Fucense per traversare la valle Subequana e scendere nella conca Peligna. La transumanza sul tratturo è in realtà una memoria del passato; oggi gli allevamenti sono stanziali e al massimo si pratica la transumanza verticale tra il piano e il monte.

Gregge in riposo

Gregge in riposo

Gli allevatori di ovini che incontriamo sul percorso superano in cinque minuti la diffidenza verso l’escursionista e diventano un pentolone ribollente di lamenti, recriminazioni, rimpianti, invettive. Ne hanno per tutti: l’insensibilità dei politici, l’eccesso di controlli con le relative multe e sanzioni, il prezzo ridicolo della carne e della lana, il costo della tosatura, i controlli sanitari dei veterinari, la burocrazia delle ristrutturazioni, i furti di pecore e i danni di lupi e orsi. Eppure. Eppure nel 2016 si è celebrato a L’Aquila il primo “Pecora Day”. Sembra che si sia invertita la tendenza: dopo decenni le pecore tornano ad aumentare in Italia; si può contare su un patrimonio di 7,2 milioni di capi, quasi 200 mila in più rispetto a cinque anni fa secondo le ultime stime della Commissione europea.

Manifestazione promozionale

Manifestazione promozionale

Le pecore, dopo essere state a lungo dimenticate, stanno vivendo un momento di riscossa. Si segnalano uno storico aumento delle greggi, l’arrivo di giovani pastori, la scelta dell’innovazione, la domanda crescente di formaggi di qualità, nuovi marchi e politiche di marketing. E – si parva licet – anche sui tratturi si è ridestato un po’ d’interesse.

La passeggiata sul tratturo di Collarmele

La facile passeggiata che proponiamo ha inizio al parcheggio della Taverna di Cerchio, storica ‘stazione di servizio’ dei transumanti e, ancora oggi, frequentatissimo punto di sosta per camionisti, agricoltori, agenti e rappresentanti, pendolari e viaggiatori.

La Taverna di Cerchio

La Taverna di Cerchio

Siamo al km 130 della ex statale n. 5 “Tiburtina-Valeria”, al bivio d’inizio della strada statale n. 83 “Marsicana” per Pescina e Pescasseroli, nei pressi della stazione d’uscita “Aielli-Celano” dell’autostrada dei parchi. I moderni edifici degli esercizi commerciali si alternano alle vetuste architetture dell’edilizia rurale, marcando la continuità storica dell’antica taverna. Tra il bivio di Cerchio e la Tiburtina è ben visibile una strada bianca: è il tratturo che proviene da Celano e che prosegue verso Collarmele. Lo imbocchiamo in direzione nord-est, immergendoci immediatamente in un ambiente solitario e bucolico.

Il nastro erboso del tratturo

Il nastro erboso del tratturo

Il nastro del tratturo è visibilissimo, in leggera pendenza sul fianco del pendio, definito da una cornice continua di siepi alberate. La sterrata centrale passa sotto il viadotto dell’autostrada, affianca un tratto della Tiburtina e risale verso Collarmele, varcando anche un sottopasso della linea ferroviaria Avezzano-Sulmona. Una breve deviazione sulla sinistra conduce alla Fonte Nuova, storico fontanile in uso alle greggi transumanti.

La Fonte Nuova di Collarmele

La Fonte Nuova di Collarmele

Ripresa la salita si raggiungono le prime case di Collarmele. Si traversa il paese sul Viale Tratturo, al margine settentrionale del paese, oppure direttamente sulla centrale Via Tiburtina.

Collarmele

Per la visita di Collarmele vorrei suggerire tre motivi d’interesse legati agli eventi dell’ultimo secolo. Il primo è il terremoto del 1915 che distrusse il paese e tutti gli altri borghi del Fucino.

La Piazza 13 gennaio 1915

La Piazza 13 gennaio 1915

L’edilizia del paese risale tutta alla ricostruzione post-sisma e mostra le caratteristiche case basse a due piani distribuite nel reticolo delle strade che si diramano dal decumano della Tiburtina e dal cardo della Stazione ferroviaria. In occasione del centenario del terremoto della Marsica è stata inaugurata la piazza 13 gennaio 1915 con un suggestivo allestimento che comprende una porta in rovina, una scultura di Diego Sandro Mostacci e una grande foto d’epoca.

"La speranza in grembo" (scultura di Diego Sandro Mostacci)

“La speranza in grembo” (scultura di Diego Sandro Mostacci)

Il secondo è la riforma agraria del 1951 che espropriò ai Torlonia le terre prosciugate e le distribuì ai coltivatori. Delle opere della Riforma realizzate su iniziativa dell’Ente Fucino, Collarmele conserva l’interessante edificio della scuola dell’infanzia, progettato dall’urbanista Marcello Vittorini.

L'edificio scolastico progettato da Marcello Vittorini

L’edificio scolastico progettato da Marcello Vittorini

Il terzo motivo è legato all’ultimo terremoto del 2009 che ha gravemente danneggiato la città dell’Aquila. Anche Collarmele ha riportato danni, esemplati dalle impalcature che sostengono l’abside della chiesa delle Grazie. Nella parte alta del paese sono state costruite alcune casette utilizzate dalle famiglie rimaste senzatetto.

Le casette post-sisma del 2009

Le casette post-sisma del 2009

Di fronte alla chiesa, con i fondi raccolti grazie alla solidarietà del gruppo Montepaschi, è stato allestito il Parco Tratturo, punto di ritrovo per il paese.

La Chiesa della Madonna delle Grazie

La chiesa della Madonna delle Grazie è situata al margine del paese, lungo il Regio tratturo, e ha funzionato storicamente un punto di sosta apprezzato dai pastori transumanti. Caratteristica la facciata cinquecentesca con le pregevoli maioliche policrome che ne rivestono la parte superiore e che fanno corona alle statue di San Pietro e San Paolo.

La chiesa di Santa Maria delle Grazie

La chiesa di Santa Maria delle Grazie

Sul tratturo

Dalla chiesa, lasciando a sinistra la Tiburtina, si segue ora la strada bianca del tratturo (frecce rosse con la sigla RT) che compie un ampio semicerchio alla base dei colli che ospitano una pineta e un impianto di pannelli solari. Dopo 2 km, a un incrocio di sterrate, dove ci si riaccosta alla ferrovia e all’autostrada, il tratturo devia a sinistra e s’infila in un valloncello che risale il colle di Maggiano, segnato dalla presenza di una cava, e prosegue sul Piano di san Nicola. Se si vuole mantenere il carattere di passeggiata, possiamo fermarci a questo bivio e tornare a Collarmele e alla Taverna di Cerchio: avremo impiegato fin qui un’ora e un quarto, che si raddoppiano con il ritorno. Si può anche prolungare la passeggiata, evitando di risalire il vallone, sulla sterrata che continua parallela all’autostrada e alla ferrovia e che raggiunge alcune aziende agricole e di allevamento o, ancora più in là, la stazione ferroviaria di Pescina.

Fioritura sul tratturo

Fioritura sul tratturo

Per approfondire

Segnalo tre pubblicazioni specifiche sul tratturo marsicano. Giancarlo Sociali ha scritto un volume dal titolo Il tratturo delle fate – Storia della pastorizia e della transumanza nella Marsica – Il Regio tratturo Celano-Foggia (Ianieri editore, 2013), articolato su quaranta brevi capitoli ricchi di notizie, curiosità e note storiche. Un’ottima guida dal titolo Regio Tratturo Celano-Foggia – Il trekking – 12 giorni sulle antiche tracce dei pastori, è il frutto della ricognizione sul campo effettuata da Sarah Gregg e Bruno Petriccione, pubblicata in un maneggevole volume (Edizioni Ser, 2013). Il lavoro concreto di ricerca sul campo, di riapertura e di marcatura dei tre antichi tratturi dell’Aquilano (Tratturo Magno, Cinturelli-Montesecco, Celano-Foggia) è stato meritevolmente svolto dal Gal Gran Sasso Velino grazie a un progetto europeo; i frutti sono documentati nel sito Tratturi e Cammini (www.tratturiecammini.galgransassovelino.it) e pubblicati nel volumetto, corredato di cartografia, dal titolo Le vie della transumanza – Guida ai tratturi aquilani fra Gran Sasso e Sirente (Terre di Mezzo editore, 2015).

Le guide

Le guide

Visita la sezione del sito dedicata ai tratturi: http://www.camminarenellastoria.it/index/PASSEGGIATE_TRATTURI.html

(La ricognizione del percorso è stata effettuata il 6 giugno 2016)

 

Abruzzo. Il Tratturo del Fucino

Celano, il lago del Fucino e il tratturo in una mappa del 1720

Celano, il lago del Fucino e il tratturo in una mappa del 1720

Il tratturo Celano-Foggia nasceva all’ombra del castello Piccolomini, sulla riva del grande lago abruzzese del Fucino, il terzo d’Italia per estensione. Per la verità l’imperatore romano Claudio aveva provato a prosciugarlo già nel 41 dopo Cristo. Furono necessari undici anni di lavoro per costruire una galleria di 5650 metri sotto il monte Salviano e scaricare nel Liri le acque lacustri. Ma poi la galleria si otturò e il lago, tornato alle sue dimensioni normali, riprese a fare dispetti ai paesi rivieraschi inondandoli con le sue piene.

La carta geografica cinquecentesca del Fucino (Musei Vaticani)

La carta geografica cinquecentesca del Fucino (Musei Vaticani)

Fu solo a metà Ottocento che un lungimirante capitalista dal cognome importante, Alessandro Torlonia, riprese il progetto di svuotamento del lago. I lavori durarono ventidue anni e impegnarono fino a quattromila operai. Nel 1875 il lago era svuotato. Gli anni successivi furono impegnati per le opere di bonifica. L’immensa conca liberata dalle acque divenne un’area agricola che ripagò con i suoi utili l’investimento dei Torlonia. Furono i cafoni dei romanzi di Ignazio Silone a sostituirsi ai pescatori e a mettere a frutto le terre emerse.

Il Fucino oggi (Google Maps)

Il Fucino oggi (Google Maps)

Nel secondo dopoguerra ci furono epiche lotte contadine per il possesso della terra. E con la riforma agraria del 1951 l’anacronistico latifondo dei Torlonia fu espropriato e il nuovo Ente Fucino divise e assegnò le terre ai coltivatori del territorio.

Il Museo preistorico delle Paludi di Celano

La giornata dedicata al tratturo Celano-Foggia può cominciare degnamente con la visita al Musè, il rinnovato Museo della preistoria situato sulle rive dell’ex lago del Fucino.

Il Museo Paludi

Il Museo Paludi

La visita del Museo è utile per tre ragioni. La prima è il contesto: siamo nella località denominata Paludi, dove il lago interagiva con la terraferma e formava una zona paludosa, ricca di laghetti e di vegetazione lacustre; la passerella sopraelevata del Museo permette di osservare dall’alto l’area acquitrinosa e i diversi ambienti naturali. La seconda ragione è ovviamente il materiale esposto. Il museo sorge là dove fu rinvenuto un insediamento su palafitte dell’età del bronzo, con l’approdo lacuale e la vicina necropoli; tombe e palafitte sono state ricoperte per ragioni di conservazione, ma i materiali scavati dagli archeologi sono ora esposti nelle sale del museo. La terza ragione è l’architettura a basso impatto ambientale: il museo simula un tumulo preistorico, ben mimetizzato nell’area palustre circostante.

Sepolture della necropoli

Sepolture della necropoli

Il tratturo

La visita al Musè ha rinfrescato le nostre memorie storiche del Fucino e ci introduce ora al cammino sul Regio Tratturo che ha il suo incipit a pochi passi dal Museo, in località Pratovecchio. Il Celano-Foggia – il terzo per lunghezza tra i Regi Tratturi – raccoglieva i flussi di armenti marsicani che provenivano dai Piani Palentini e dall’Altopiano delle Rocche e li canalizzava sul percorso diretto alle poste del Tavoliere foggiano. La sua funzione si è da tempo esaurita ma la sua configurazione e il suo percorso sono rimasti tuttora nitidissimi come può osservarsi dall’alto grazie a Google Maps. In territorio marsicano prende avvio al confine tra Paterno e Celano, affianca sulla destra la statale 5 Tiburtina, la traversa a Cerchio per poi salire attraverso Collarmele al valico di Forca Caruso. È possibile percorrerlo integralmente e in modo filologico. Personalmente suggerisco però un percorso più breve che ne fa apprezzare il suo tratto più bello e solitario. Chi esce dall’autostrada al casello Aielli-Celano, imbocca la Tiburtina in direzione di Avezzano fino alla vicina rotonda stradale del km 127,4; qui seguendo il segnale per Fucino s’innesta su Via della Stanga. Percorsi 800 metri dalla rotonda si è già sul tratturo e si parcheggia. Un’evidente strada sterrata percorre fedelmente il margine del tratturo.

L'aviopista sul tratturo

L’aviopista sul tratturo

Conviene seguire inizialmente il ramo di destra della sterrata che fiancheggia per tutta la sua lunghezza una pista di volo aereo per ultraleggeri, ormai abbandonata. L’assenza di protezioni consente di percorrere con un pizzico di emozione la pista, ancora dotata di hangar e manica a vento, che è stata costruita esattamente sul tratturo. Giunti al termine della pista, è opportuno fermarsi e tornare indietro: la prosecuzione verso il guado sul Torrente Foce è possibile ma è resa sgradevole da un’incivile discarica. Tornati all’incrocio si percorre ora l’altro ramo della sterrata in direzione est, rassicurati dai numerosi segnali RT (Regio Tratturo) tracciati su pali e alberi con vernice rossa.

La vegetazione sul tratturo

La vegetazione sul tratturo

Il tratturo scorre placidamente alla nostra sinistra in tutta la sua canonica larghezza, libero da costruzioni e occupazioni. All’orizzonte lo vediamo sollevarsi sui primi colli. In questo tratto possiamo ancora renderci di conto di come il tratturo transitasse sulla riva del lago, sfruttandone il margine rialzato. Oggi, al posto del lago, vediamo aziende agricole, campi coltivati e opifici industriali. Più avanti la sterrata si riduce a sentiero e raggiunge il ponte sul Rio di Aielli. Un breve tratto di strada bianca a sinistra ci conduce sulla statale Tiburtina all’altezza del segnale stradale del km 130. Al di là troviamo il bivio per Aielli e per Cerchio e i segnali di prosecuzione del tratturo. Ci fermiamo qui e torniamo indietro sul percorso già noto. Ne approfittiamo per osservare con attenzione il rosario dei borghi circumlacuali e la cerchia di monti che circonda il Fucino; alla nostra destra (nord) si alzano il Velino e il Sirente con i loro contrafforti più prossimi (il Mallevona, la serra di Celano e il monte Ventrino); a sinistra (sud) le antenne di Telespazio anticipano i monti del Parco nazionale d’Abruzzo e le valli che li risalgono.

Il tratturo in vista di Aielli e Cerchio

Il tratturo in vista di Aielli e Cerchio

Il percorso qui descritto è tutto in piano, ha una lunghezza complessiva di meno di 7 km tra andata e ritorno e si compie agevolmente in circa due ore.

Per approfondire

Segnalo tre pubblicazioni specifiche sul tratturo marsicano. Giancarlo Sociali ha scritto un volume dal titolo Il tratturo delle fate – Storia della pastorizia e della transumanza nella Marsica – Il Regio tratturo Celano-Foggia (Ianieri editore, 2013), articolato su quaranta brevi capitoli ricchi di notizie, curiosità e note storiche. Un’ottima guida dal titolo Regio Tratturo Celano-Foggia – Il trekking – 12 giorni sulle antiche tracce dei pastori, è il frutto della ricognizione sul campo effettuata da Sarah Gregg e Bruno Petriccione, pubblicata in un maneggevole volume (Edizioni Ser, 2013). Il lavoro concreto di ricerca sul campo, di riapertura e di marcatura dei tre antichi tratturi dell’Aquilano (Tratturo Magno, Cinturelli-Montesecco, Celano-Foggia) è stato meritevolmente svolto dal Gal Gran Sasso Velino grazie a un progetto europeo; i frutti sono documentati nel sito Tratturi e Cammini (www.tratturiecammini.galgransassovelino.it) e pubblicati nel volumetto, corredato di cartografia, dal titolo Le vie della transumanza – Guida ai tratturi aquilani fra Gran Sasso e Sirente (Terre di Mezzo editore, 2015).

Scena pastorale (sarcofago del Museo nazionale romano)

Scena pastorale (sarcofago del Museo nazionale romano)

Visita la sezione del sito dedicata ai tratturi: http://www.camminarenellastoria.it/index/PASSEGGIATE_TRATTURI.html

(La ricognizione del percorso è stata effettuata il 31 maggio 2016)