Il Tratturo della Zittola

La passeggiata sul segmento iniziale del tratturo Castel di Sangro-Lucera inizia dal Ponte sulla Zittola, appena fuori da Castel di Sangro. La Zittola è un fiume dal corso breve: ha la sorgente sui Colli Campanari presso Montenero Valcocchiara, traversa la torbiera del Pantano e confluisce nel Sangro presso il Convento della Maddalena.

La confluenza della Zittola nel Sangro

Il ponte sulla Zittola (quota 820 m) è un incrocio importante di strade statali, fiancheggiato dal passaggio a livello sui binari della storica linea ferroviaria Sulmona-Napoli. Un tempo questo ponte era il passaggio obbligato anche del tratturo che collegava gli stazzi dei monti di Pescasseroli ai pascoli invernali di Candela e della Capitanata meridionale. I prati nei dintorni e la vicina Taverna erano così un luogo obbligato d’incontro, di concentrazione e di passaggio.

La lapide della Zittola

Una lapide inserita nel muretto laterale della Taverna ricorda i lavori promossi da Maffei nel 1744: l’allora Procuratore della Confraternita del Santissimo Sacramento di Castel di Sangro, provvide infatti alla manutenzione e al restauro del ponte che da tempo esisteva sulla Zittola “per la comodità dei viaggiatori” (tum et viator comodi hunc pontem curavit). Effettivamente, in quello stesso anno, l’attivismo della benemerita confraternita in campo architettonico aveva convinto Carlo III di Borbone a concedere a Castel di Sangro il titolo di “città”.

L’Istituto professionale per l’agricoltura

Dopo il ponte, all’altezza del km 151,300 della strada statale 17, una sterrata sulla sinistra raggiunge l’Istituto professionale per l’agricoltura e l’ambiente. La sterrata a margine del tratturo aggira gli edifici scolastici, traversa una zona di prati e di masserie e raggiunge in meno di un km la Taverna della Zittola.

La taverna della Zittola

L’antica Taverna era nota anche come la Taverna del Vescovo, ma sulle carte moderne ha il nome di Casone di Vallesalice. L’edificio a due piani è piuttosto malandato. L’interno mostra i segni della successiva trasformazione in stalla, con le mangiatoie, le vasche di abbeverata e il camino per la cottura del latte. All’esterno sono evidenti le addizioni moderne di locali di servizio ormai in rovina. Mantiene tuttavia un suo aspetto di decorosa dignità, al centro di un’ampia zona di sosta.

La Taverna della Zittola

Alla Taverna il tratturo si biforca. Il Pescasseroli-Candela prosegue a destra (sud) lungo il percorso che coincide oggi con la strada statale 17. Un secondo tratturo, il Castel di Sangro-Lucera, ha inizio qui e si dirige a sinistra (est) verso i colli di Montalto. La biforcazione a Y e le tracce regolari dei due tratturi sono ancora perfettamente distinguibili sul terreno grazie alle immagini zenitali di Google Maps.

L’incrocio dei tratturi alla Taverna della Zittola

Seguiamo ora la larga mulattiera del tratturo, individuato da qualche bandierina bianco-rossa, che alle spalle della Taverna risale il colle. Il terreno, fangoso in qualche punto, ha le tracce evidenti del passaggio delle mandrie di bovini al pascolo. Incrociamo in alto il nastro della moderna superstrada. La superiamo con una breve deviazione sulla destra, transitando sotto il viadotto di Valle Salice e riprendendo subito a sinistra il percorso in salita.

La valle del Sangro e i monti di Roccaraso

Alle spalle ammiriamo lo spettacolo della valle del Sangro con i suoi paesini, la catena delle Mainarde, il Greco e i monti di Roccaraso, gli spuntoni rocciosi dei monti Pizzi. Il tratturo traversa i boschetti alla base della Montagnola, tocca il fontanile del Sambuco e raggiunge una strada asfaltata alla Bocca di Forlì (del Sannio), il valico spartiacque tra il bacino fluviale del Sangro, tributario del mare Adriatico, e il bacino del Volturno, tributario del Tirreno.

La fonte del Sambuco

Si segue la strada a sinistra fino alla vicina discarica di Alto Sangro Ambiente. Aggirando l’impianto s’imbocca una sterrata che traversa il bosco in direzione sud-est e ritrova più avanti la strada vicinale precedente. Lasciato l’Abruzzo, entriamo in Molise e raggiungiamo sull’asfalto le case di Montalto, frazione di Rionero Sannitico in provincia di Isernia.

L’arrivo a Montalto

Il borgo a 950 m di quota è un esempio limpido di centro urbano cresciuto lungo il tratturo, del quale riproduce la struttura allungata, con le case costruite sui due margini.

Dal ponte sulla Zittola avremo percorso sin qui circa sette km, impiegando due ore e mezza, su un dislivello di 150 metri. Il tratturo prosegue oltre su strade sterrate in direzione del torrente Vandra, Roccasicura e Pescolanciano.

Il fontanile di Montalto

(Ho percorso il tratturo il 10 giugno 2018)

Visita la sezione del sito camminarenellastoria.it dedicata ai tratturi

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Il Tratturo Magno dal fiume Fortore a San Paolo di Civitate

Il Tratturo Regio L’Aquila-Foggia, detto anche “Magno” per la sua rilevanza, è in alcuni suoi tratti un autentico museo all’aperto. Le testimonianze storiche della transumanza s’intrecciano con i segni della fede, con i luoghi della natura protetta, con i borghi e i centri urbani di antica fondazione. Ad esempio nel primo tratto del suo percorso pugliese il Tratturo Magno è un museo open air. Il nastro del tratturo è ancora nitido e perfettamente visibile. Percorrerlo tra il guado sul fiume Fortore e la cittadina di San Paolo di Civitate è un’emozionante esperienza di camminare nella storia.

Il Tratturo al ponte di Civitate

Lungo il fiume Fortore

Il fiume Fortore al ponte di Civitate

Il punto di partenza dell’escursione è il Ponte di Civitate sul fiume Fortore. Questo fiume è uno dei maggiori dell’Italia meridionale. Nasce dal monte Altieri in località Grotta di Valfortore, attraversa da sud a nord la Campania, il Molise e la Puglia, forma il lago di Occhito e sfocia nel mar Adriatico presso il lago di Lesina, in località Ripalta. Il Tratturo Magno traversa il fiume al guado di Civitate, dov’è oggi il ponte stradale della ex statale 16, nel tratto tra Serracapriola e San Paolo di Civitate.

Pannello informativo

Sotto il ponte moderno sono ancora visibili, tra la vegetazione riparia, i contrafforti dell’antico ponte romano. Intorno alla Madonna del Ponte è stato realizzato un percorso naturalistico-didattico che percorre le rive de fiume e traversa il bosco ripariale di San Marzano.

Cippo tratturale al ponte di Civitate

Numerosi cippi tratturali fanno memoria dei passaggi delle associazioni escursionistiche e dei gruppi di appassionati.

La Taverna di Civitate

La Taverna di Civitate

Sulla riva destra del Fortore il tratturo ha un importante punto-tappa alla Taverna di Civitate. Alfonso d’Aragona fece costruire l’edificio con la funzione di caserma. Qui alloggiavano le guardie che svolgevano attività di vigilanza e riscuotevano la ‘fida’ dai pastori. In seguito fu trasformata in Posta, luogo di riposo e di ristoro per i viandanti, e infine utilizzata come Stazione della Dogana della Mena delle Pecore durante la transumanza. Le condizioni precarie di conservazione non ne consentono l’accesso all’interno, in attesa di un opportuno restauro conservativo.

Le tariffe di pedaggio

La pandetta con le tariffe dei pedaggi

Accanto al portale è murata un’iscrizione del 1731 su tre pannelli sovrapposti di pietra arenaria che riporta i pedaggi da esigere per i pastori e gli armenti in transito. Sono richiesti, ad esempio, tre carlini per il passaggio di ogni centinaio di castrati, pecore, cani e porci; la cifra sale a cinque carlini per ogni centinaio di animali vaccini, come vacche e bufale. Un tornese è richiesto per ogni ‘salma di fiche, cetrangole e cipolle’ e per ogni carro carico di pane, grano e olio. La pandetta precisa comunque che ‘per qualsivoglia meretrice non si esigga cosa alcuna’.

Le cappelle tratturali mariane

La chiesetta tratturale della Madonna del Carmine

Accanto alla Taverna, il punto di sosta sul tratturo offre anche luoghi di culto e di preghiera. La chiesetta della Madonna del Carmine (o del Carmelo) appare oggi spaccata a metà da una grande crepa ma ricorda con la sua lapide la devozione dei viandanti e le cure dei benefattori.

La cappella della Madonna del Ponte

Poco lontano una cappella più moderna è dedicata alla Madonna del Ponte e porta sulla facciata una lapide dei devoti custodi.

Il percorso del Tratturo

Sul Tratturo, verso il Fortore

Lasciata la Madonna del Ponte, il tratturo scorre parallelo alla strada statale in direzione di una visibile casa cantoniera isolata. Prima di raggiungerla, il tratturo svolta a sinistra, costeggia un fosso e inizia sul fondo di un valloncello la salita verso i colli Liburni. Sul declivio si stendono campi coltivati, boschetti e case rurali. Il tratturo è in parte cementato e si restringe progressivamente, assediato dalla vegetazione e ingobbito dai movimenti franosi del pendio. La salita diventa ripida e faticosa, disturbata da piccole discariche, ma è comunque breve. In alto il percorso sembra interdetto da un muro di fitta vegetazione. Un esile passaggio conduce sull’altopiano, dove il tratturo riprende la sua ampiezza normale.

La Torre di Civitate

La torre di Civitate

Al termine della ripida salita del colle, vediamo stagliarsi sulla destra la Torre di Civitate. La raggiungiamo con un percorso a margine dei campi coltivati. La sua posizione elevata su uno spalto dei colli Liburni, a dominio della valle del fiume Fortore e del tratturo, racconta una storia interessante. Nella solitudine dell’altopiano questa torre diruta è l’ultima testimonianza della città fortificata medievale di Civitate, costruita nel Mille dai Bizantini e attiva fino alla fine del Trecento. Fu un periodo florido, che le consentì di divenire sede di contea e di diocesi. La torre fu incorporata nella cattedrale delle città, divenendone il campanile, mentre la parte inferiore divenne cripta funeraria, collegata alla necropoli esterna alle mura. In seguito la città fu abbandonata, e la popolazione si spostò verso il casale che si era formato presso il vicino monastero, l’attuale San Paolo di Civitate. Le terre abbandonate inghiottirono i resti urbani di Civitate e divennero praterie utilizzate per il pascolo delle greggi transumanti.

Gregge sul tratturo di Civitate

La Tiati dei Dauni e la Teanum Appulum romana

Il territorio dell’antica Daunia

Il tratturo che percorre l’altopiano di Civitate tocca i resti di Tiati, il villaggio fondato da una tribù italica dei Dauni e poi occupato dalle genti dei Sanniti. Sulla Tiati italiaca, dopo la guerra sociale, Roma insediò il municipiumdi Teanum Appulum. E’ però frustrante cercare sul terreno le vestigia e i monumenti di questi antichi centri. Molto più redditizio è visitare il Museo archeologico realizzato al centro di San Paolo di Civitate, nel chiostro del Monastero di Sant’Antonio da Padova.

Il Museo archeologico di San Paolo di Civitate

Tra gli archi del chiostro e nelle antiche celle dei monaci si sviluppano le sette sezioni del museo, godibili in molti punti: il territorio di Tiati-Teanum Appulum nella Daunia antica; l’indagine topografica e la fotointerpretazione aerea; il territorio in età preistorica e protostorica; la civiltà daunia; l’età della romanizzazione; il periodo del municipium; l’età medievale.

La Cappella tratturale di Belmonte

La cappella della Madonna di Belmonte

Proseguendo lungo il tratturo, a lato di questo e all’altezza del paese, sorge la cappella dedicata alla Madonna di Belmonte. Il culto dell’immagine mariana qui venerata collega due paesi del tratturo, il molisano Belmonte del Sannio e il pugliese San Paolo. Secondo la tradizione, i pastori che provenivano dall’Abruzzo e si dirigevano in Puglia per la Transumanza delle loro greggi, portavano un quadro della Madonna per garantirsi protezione nel periodo di permanenza pugliese. Venerata a Belmonte, questa Madonna è diventata compatrona di San Paolo di Civitate. Nella memoria dei pastori transumanti, la sua festa è oggi ancora occasione d’incontro e di scambio tra le due comunità, gemellate dal tratturo e dalla fede mariana. Dopo la cappella di Belmonte, il Tratturo Regio prosegue in direzione di San Severo.

Il nastro bianco del Tratturo Magno lascia il colle di Serracapriola, traversa la Valle del Fortore e sale verso il colle di Civitate

(Il tratturo è stato percorso il 13 aprile 2018)

Il paesaggio pastorale della Tuscia

Gli spazi immensi della Tuscia recano ancora i segni di antiche presenze pastorali e della transumanza invernale delle greggi dall’Appennino o dai monti della Sardegna. Disseminate lungo il territorio si trovano le tracce di questo mondo decaduto ma ancora vivo. Vediamo le masserie isolate, gli ampi stazzi, gli storici tratturi di lunga percorrenza, i tratturelli locali, le vie della dogana, i ricoveri in grotta, i luoghi di culto, i moderni caseifici.

Il paesaggio dei pascoli

Il Pian Gagliardo, nei dintorni di Blera

L’escursionista che percorre in solitudine il desolato paesaggio della maremma laziale resta colpito dalla sterminata estensione del pascolo, eredità di antichi latifondi. La sistematica tosatura operata nei secoli dalle greggi di ovini, dai bovini allo stato semibrado, dalle mandrie di cavalli, ha ridotto la vegetazione alle sue forme più primitive.

La vegetazione dell’acropoli di Tarquinia

Altrove, quando gli allevamenti si sono rarefatti e il loro impatto è diminuito, il bosco ha ripreso a colonizzare il paesaggio. E il mosaico composto dalla boscaglia, dai pascoli arborati, dai radi cespuglieti, dai prati irti di cardi è divenuto un secondo stigma del paesaggio dell’Etruria meridionale. Interessante è il progetto realizzato sull’Acropoli di Tarquinia, che è uno dei Siti di importanza comunitaria (SIC). Qui c’è stato un intervento di controllo dei pascoli con l’obiettivo prioritario di conservare l’habitat steppico tramite la riduzione dell’eccessivo carico di pascolamento e il conseguente incremento della ricchezza floristica.

Recinto con muretti a secco

Sono state realizzate “aree saggio” di monitoraggio della vegetazione, consistenti in recinti edificati con la tecnica tradizionale dei muretti a secco e dei cancelli in legno. Sono anche state alzate piccole piramidi di pietra per favorire la colonizzazione delle piante e la nidificazione degli insetti. Si tratta di piccoli e semplici interventi naturalistici per contrastare il degrado e favorire la biodiversità.

Il progetto di controllo del pascolo

Le masserie del Procoio

Masseria al Pian della Regina

Procoio è un termine diffuso nella Maremma laziale e nella Campagna Romana. In senso stretto definisce il recinto per il bestiame. In senso lato richiama il paesaggio pastorale, il mondo dei pastori e dei butteri, le scuderie dei cavalli, le stalle dei bovini, gli stazzi degli ovini, le cascine, i casolari rustici destinati alla caseificazione. Fino alla metà del secolo scorso, quando si avviò la riforma agraria, la Maremma laziale era caratterizzata dal latifondo, cioè tenute di migliaia di ettari, di proprietà di famiglie nobili romane o di enti ecclesiastici. I latifondisti davano le loro tenute in locazione ai cosiddetti mercanti di campagna, che le prendevano in affitto per periodi medio-lunghi, impiantandovi le proprie aziende. Queste si suddividevano in tre categorie: le aziende di campo, in cui l’attività principale era l’agricoltura, le aziende della masseria, in cui si allevavano ovini, e le aziende del procoio, in cui si allevavano bovini ed equini.

Un recinto per il ricovero degli ovini

Nella Maremma laziale, dove l’agricoltura era molto limitata, i mercanti di campagna si occupavano in genere sia dell’allevamento di ovini che di quello di bovini ed equini, trovandosi quindi a gestire sia aziende della masseria che aziende del procoio. In media, un mercante di campagna possedeva un gregge di almeno tremila pecore e una mandria di quattro-cinquecento fra bovini ed equini.

Le capanne pastorali

La capanna maremmana

I pastori transumanti che scendevano nei pascoli della Tuscia si costruivano una capanna che servisse loro da ricovero temporaneo. Capanne simili erano costruite dai butteri (dal greco butoros “pungolatore di bovi”) impegnati a condurre le mandrie lungo i tracciati delle più limitate transumanze bovine. La capanna, costruita con materiali vegetali reperibili sul posto, era solitamente costituita da un’armatura di legno sormontata da un tetto conico ricoperto da ginestre impermeabili.

L’interno della capanna

L’interno era un unico ambiente circolare che conteneva le rapazzole, giacigli per dormire, e la fornacetta, focolare in pietra dove si cucinavano i pasti. Sul somaro, struttura in legno girevole, era appesa la callara, la caldaia con la quale si preparavano il formaggio e la ricotta.

La struttura della capanna

Le grotte pastorali

Allevamento di asini in grotta a Corchiano

In tutta l’area delle necropoli rupestri, in epoca medievale e moderna, le antiche tombe etrusche sono state riutilizzate dagli abitanti dei paesi vicini. Cessato l’uso funerario, le tombe sono diventate depositi e magazzini, stalle per gli animali domestici, laboratori artigiani, frantoi e cantine, e all’occasione anche abitazioni e rifugi temporanei.

Ovile in grotta

Numerose cavità sepolcrali conservano evidenti tracce del riuso pastorale: la trasformazione dei letti funebri in mangiatoie, l’incisione di canalette di spurgo, lo scavo di vasche di abbeverata, i recinti interni, le cavità dei focolari per le caldaie, i fori di sfogo dei fumi. La facilità di scavo del tufo anche con strumenti non particolarmente sofisticati ha favorito l’ampliamento e il riadattamento delle cavità preesistenti che sono state così dotate di infissi, porte di legno, tettoie,  recupero delle acque di scolo, ripostigli, attaccaglie, mensole e soppalchi.

Tomba etrusca trasformata in stalla a Blera

I paesi di Barbarano e Blera dispongono di un intero quartiere rupestre distribuito lungo le piagge, i pendii rocciosi che scendono verso il letto dei torrenti. Un intrico di cavità utilizzate come stalle e cantine disposte su cenge rocciose digradanti, sistemi di drenaggio dell’acqua piovana, e una serie di terrazzamenti che ospitano ingegnosi orti pensili.

Grotta riutilizzate alle Piagge di Blera, lungo la via Clodia

Il Museo di Blera

Gli strumenti di lavoro (museo di Blera)

Merita certamente una visita l’originale Museo civico di Blera dedicato al rapporto tra l’uomo e il cavallo e al mondo dei butteri della Maremma e della Campagna Romana. Sono documentati gli aspetti economici dell’allevamento in questo territorio (transumanze ovine e bovine, trasporto delle mandrie al mattatoio di Roma). Si descrivono le conoscenze zootecniche e le abilità artigianali nate e cresciute nel mondo delle grandi aziende agricole di un tempo, lo svolgersi delle particolari attività lavorative del buttero, gli aspetti ricreativi e festivi e le tradizioni orali (racconti, proverbi e canti) in cui il cavallo è protagonista. I temi espositivi sono il rapporto uomo-cavallo-territorio; la fabbricazione delle selle e dei finimenti; il lavoro e le abitudini di vita del buttero; la doma e la “merca” (marcatura del bestiame); il cavallo nelle feste popolari. Lo spazio esterno alla struttura ospita la ricostruzione fedele di ambienti legati al rapporto uomo-cavallo: la stalla, l’abbeveratoio, la bottega del maniscalco, il tondino per la doma, la capanna maremmana.

Un diorama del Museo di Blera

Molise. Il Tratturo di Guglionesi

Il Tratturo Magno L’Aquila-Foggia arriva a Guglionesi da San Giacomo degli Schiavoni. Varcato il fiume Trigno, il tratturo lascia l’Abruzzo ed entra nel Molise. A Petacciato si lascia definitivamente alle spalle il mare Adriatico e punta verso i colli dell’interno. Ai piedi di San Giacomo degli Schiavoni la fascia del tratturo è ancora integra e perfettamente visibile in tutta la sua larghezza. Dopo Guglionesi il tratturo scende nella valle del Biferno.

Il tratturo proveniente dal mare Adriatico

La nostra passeggiata inizia tre km prima di Guglionesi, dove il tratturo incrocia l’ex strada statale 483 proveniente da Termoli. Siamo a 173 m di quota. L’incrocio è segnalato dagli abituali cartelli indicatori del tratturo.

La segnaletica del tratturo

La fascia tratturale è qui una sterrata (Strada del Colle di Ruta), percorribile anche dalle auto e frequentata dai trattori che lavorano i terreni coltivati dei dintorni. Un filare di eucalipti sulla destra e una fila di bottini segnalano il passaggio dell’Acquedotto molisano. Sulla sinistra domina l’altura del monte Coccia, con le sue file regolari di ulivi. Nulla ricorda ormai che settantacinque anni fa su quei pendii si combattè una battaglia tra i tedeschi dell’interno e gli inglesi sbarcati di sorpresa nel porto di Termoli. Più avanti il tratturo costeggia il vigneto e l’uliveto della vicina masseria, protetti da un filare di pini marittimi.

Verso il Colle di Ruta

Al colle Adamo segue sulla destra il più pronunciato e pittoresco colle di Ruta, presidiato sulla sommità dalla masseria Zarlenga. A sinistra spicca la masseria Corvo, circondata dagli alberi.

Il profilo di Guglionesi sul colle

Ad attirare lo sguardo è però ormai il profilo di Guglionesi, allungato sul colle di destra. Il tratturo inizia la sua discesa nella valle percorsa dal fiume Biferno. Verso il mare si osservano i viadotti di Termoli e l’area industriale. Sul colle dietro il Biferno appare il profilo di San Martino in Pensilis.

Scendendo nella valle del fiume Biferno

Il tratturo sfocia sulla strada provinciale 126 che scende da Guglionesi verso lo svincolo della Fondovalle “Bifernina”. Siamo a 40 metri di quota. Abbiamo percorso a piedi circa 3 km, avendo impiegato meno di un’ora. Proseguire al di là non è molto invitante a causa dell’ingorgo di strade percorse dal traffico pesante. Se non si dispone di due macchine è preferibile rientrare al punto di partenza sul percorso dell’andata, godendosi a pieni polmoni il paesaggio e l’ambiente rilassante del Molise collinare.

Il tratturo di Guglionesi

Prima o dopo l’escursione è certamente consigliabile una visita a Guglionesi, il più grande dei comuni molisani per estensione territoriale. Raccomandata è la passeggiata esterna lungo le vecchie mura, sulla parte più alta del colle (quota 370 m). Si ammira un panorama vastissimo che spazia dall’Appennino abruzzese al Gargano, al Lago di Lesina, alle Isole Tremiti, e che è ricco di particolari sulla valle del Biferno e sui colli molisani. La storia del paese, raccontata dai nomi delle sue strade, vede il passaggio in successione del longobardo Galterio, del normanno Roberto il Guiscardo, degli angioini Roberto d’Angiò e Antonio Caldora, cui succedono diverse famiglie feudali. Nel Cinquecento arrivano dall’altra sponda dell’Adriatico le famiglie albanesi in fuga dall’oppressione turca. Gli albanesi si stanziano nella zona più alta del paese, presso la cinta muraria del Portello, e si organizzano in forma autonoma, sia dal punto di vista urbanistico, sia religioso, essendo cattolici di rito greco–bizantino.

La lunetta della chiesa di San Nicola di Bari

Almeno due chiese meritano una visita accurata. La prima è dedicata a San Nicola di Bari e ha una bella facciata romanica, con una lunetta a rilievo dove si affrontano un leone e un grifone. La seconda è Santa Maria Maggiore, ricca di ancòne e pale d’altare dipinte. Da non mancare è la visita della magnifica cripta di epoca normanna, affrescata con le storie dell’antico testamento.

Il diluvio universale (Guglionesi, cripta di Santa Maria Maggiore)

(Il percorso è stato testato il 26 gennaio 2018)

Abruzzo. Sul tratturo, da Collarmele a Forca Caruso

Partiamo da Collarmele. La chiesetta di Santa Maria delle Grazie, a margine del paese, accanto al Parco Tratturo e al Cimitero, è un buon punto d’inizio. Malinconiche stampelle di legno rimediano agli acciacchi dell’abside, lasciati in eredità dal terremoto del 2009. Ma la facciata è sempre splendida, luminosa, abbagliante. Le maioliche multicolori formano un arazzo intessuto dai simboli dei maggiori casati del tempo con una corona di frutti intorno al simbolo del sole. Il portale classico, le due finestrelle quadrate, l’occhio in alto e le nicchie con le statue di Pietro e Paolo, completano gradevolmente il prospetto rinascimentale.

La facciata di Santa Maria delle Grazie a Collarmele

Dalla chiesa si lascia a sinistra la Tiburtina-Valeria e si segue ora la strada bianca del tratturo (frecce rosse con la sigla RT) che compie un ampio semicerchio alla base dei colli che ospitano una pineta e un campo di pannelli solari. Dopo due km, a un incrocio di sterrate, dove ci si riaccosta alla ferrovia e all’autostrada, il tratturo svolta decisamente a sinistra (nord-est) e s’infila in un valloncello sassoso che risale il colle di Magliano. La natura demaniale del tratturo ha favorito il passaggio dei vettori di energia, come il metanodotto (i cippi e le paline della Snam ci accompagneranno per tutto il percorso) e i cavi interrati dell’elettricità a media tensione. Sui colli si alzano le grandi pale del parco eolico. Al termine della salita troviamo una cava, che aggiriamo sulla sinistra. Proprio di fronte alla cava, sul punto di valico, a mille metri di quota, il cippo del tratturo si mette in mostra e ci rassicura sul percorso.

Il cippo a quota mille

Proseguiamo ora in piano nell’incassato valloncello che affianca la statale, seguendo la pista del metanodotto, fino a sbucare in campo aperto. Davanti a noi si apre il grande spazio del Piano di San Nicola. Superata la strada bianca che scende dall’impianto eolico, mentre la strada statale compie una larga curva, seguiamo l’andamento lineare del tratturo al centro della conca.

Il tratturo sul piano di San Nicola

A sorpresa calchiamo esattamente il sedime dell’antica via romana Valeria che da Cerfennia (l’odierna Collarmele) raggiungeva Corfinio e le gole di Popoli. Si osserva la sua lieve sopraelevazione sul terreno circostante e si apprezza il lavoro sugli argini, mirato a difendere la strada dall’impaludamento. Gli ingegneri stradali dell’antica Roma ci sapevano fare…

I ruderi delle Case Mascioli

Un percorso parallelo (che si può seguire al ritorno) costeggia la base del colle della Forchetta e consente di osservare le depressioni della località Pantano (una di queste ospita un laghetto abbeveratoio per gli animali) e poi di curiosare tra le rovine delle Case Mascioli, testimonianza di antichi insediamenti legati a monasteri ormai scomparsi.

Gregge sul tratturo

Una strozzatura segna il confine tra il piano di San Nicola e il successivo piano di San Rufino. Poco prima, sulla destra è un caratteristico “stazzo”, il recinto di riposo notturno del gregge, affiancato da un ricovero. Superato il piccolo valico, si traversa il pianoro scegliendo se tenersi in alto (sul sentiero che affianca la statale o direttamente sull’asfalto) o seguire la pista che scende sul fondo del pianoro.

Il piano di San Rufino

Non lontano è una fattoria, che è ancora oggi esempio della tradizionale integrazione tra agricoltura di montagna e allevamento. Sul colle dietro la fattoria è ancora evidente il taglio a mezza costa dell’antica strada romana che lasciava qui la Via Valeria, costeggiava il pianoro e scendeva in direzione sud verso Pescina e la valle del Giovenco.

Il valico di Forca Caruso

L’escursione sul tratturo termina a Forca Caruso, al km 143,300 della strada statale n. 5  “Tiburtina Valeria”. Siamo alla quota di 1107 metri, sul ventoso valico che separa la conca del Fucino dalla Valle Subequana. Forca Caruso è oggi un luogo semi-sconosciuto agli stessi abruzzesi. Chi viaggia tra i due mari percorre veloce i viadotti e le gallerie delle nuove autostrade. E il vecchio negletto valico è stato accantonato ed è diventato un luogo remoto e nascosto. Ieri non era così. La consolare Tiburtina Valeria, che transitava sul valico, era il collegamento obbligato per le auto in viaggio tra l’Abruzzo e Roma. L’altroieri era un addirittura un affollato passaggio per le tribù italiche dei Marsi e dei Peligni, per le legioni romane che marciavano da Cerfennia a Corfinium, per le greggi transumanti che salutavano il lago del Fucino e scendevano in valle Subequana, per le diligenze postali e anche per i briganti. Un valico temutissimo per le sue tempeste di vento e per la neve che vi stazionava tutto l’inverno.

Il cippo del tratturo a Forca Caruso

Proprio sul valico, dov’era una casa cantoniera di cui restano solo le fondamenta, saliti pochi metri sul pendio di Monte Ventrino, troviamo un altro cippo che segnala il passaggio del R(egio) T(ratturo). Dopo esserci affacciati sul versante della valle subequana, possiamo riprendere la via del ritorno. Per i tempi di percorrenza occorre prevedere almeno due ore e mezza per l’andata e due ore per il ritorno a Collarmele

Sul piano di San Nicola

(Percorso effettuato il 31 marzo 2017)

Abruzzo. L’Eremo di San Michele e la festa della transumanza

Giorno di festa all’eremo. Va in scena la transumanza. Ci sono i pastori e gli allevatori per l’escursione con pecore e buoi. E poi gli stand gastronomici, le donne in costume che raccontano i mestieri tradizionali, il caseificio didattico, il mercatino, la musica. Arrivano a frotte gli ospiti scesi a Pescocostanzo dal treno speciale partito da Sulmona. Li accoglie un po’ di pioggia, ma poco male. Presto tornerà il sole.

Il Vallone delle Masserie

Siamo sugli Altopiani Maggiori d’Abruzzo, nel Quarto Grande, compreso tra i monti Rotella e Pizzalto. La strada del Vallone delle Masserie si stacca dalla Statale 84, nel tratto che collega Pescocostanzo e la Stazione di Palena, all’altezza del caratteristico Pizzo di Coda, estrema propaggine meridionale del monte Pizzalto. Con direzione nord-ovest la strada segue la base del Pizzalto, sfiora l’eremo di San Michele e confluisce dopo 4 km nella strada per il Bosco e l’Eremo di Sant’Antonio. Sulla destra sfila la successione delle masserie del Quarto Grande, talvolta trasformate in agriturismi, che testimoniano la storica vocazione di questa valle per il pascolo e per l’allevamento dei bovini e degli ovini, grazie anche alla ricchezza di fonti.

Pescocostanzo e il Quarto Grande

Le antiche regole del pascolo

L’intera valle è percorsa dal Fosso La Vera e da un fitto reticolo di strade, sterrate e tratturi che collegano le masserie di valle, gli stazzi in quota e i recinti dei campicelli d’altura. Il Liber Jurium conservato dal Comune di Pescocostanzo riporta le regole stabilite nel 1699 con la mediazione dell’Abate Penna di Montecassino sulle ‘poste’ pascolative. Nella posta di Roberto, quella di Pizzo di Coda, è stabilito, “secondo il solito, di far riposare le pecore, che passano per una notte solamente alla faccia della montagna verso questa terra, e la mattina dette pecore farle passare pedicagna pedicagna, cioè vera vera, da dove vi sia la strada pubblica, conforme ci è stata anticamente per comodità di chi passa tanto da cittadini, quanto de forestieri con animali grossi, e minuti, e che non si possa impedire li bovi, che arano li territori, che ivi vi sono secondo il solito; verum che senza altri animali vi possano andare a pascolare, fuorché quelli, che vorrà il compratore; e che non possa impedire il legnare ed estraere legna con animali di chi vorrà. E salva la giurisdizione in beneficio dell’Università delli danni dati; e che li poveri possano secondo il solito andare per herbe camparole dove a loro parerà. E che non si possa dare impedimento alcuno quando bisognerà a qualsivoglia cittadino cavare, e pigliare sassi di pietra per lavorare, e cavare pietre per fare calcare, e fossi per fare e tenere detta calce; come anche non si possono impedire li porci che vi anderanno a pascolare per le maesi, come al solito”.

I siti pastorali degli Altipiani Maggiori

I mestieri tradizionali

La lavorazione della lana

Sulla piazza le donne in costume mostrano gli oggetti che raccontano la vita delle famiglie dei pastori, la caseificazione, l’allestimento delle case, il lavoro dei campi, la tessitura e la tintura della lana e il costume popolare. Il paiolo sul fuoco richiama l’attenzione sulla dimostrazione didattica della lavorazione dei formaggi. Il ciclo della lana è raccontato dalla tosatura delle pecore per proseguire con la lavatura, la cardatura, la filatura, la tessitura e la tintura.

I costumi tradizionali e gli antichi mestieri

L’eremo rupestre dedicato all’angelo dei bifolchi

L’eremo rupestre di San Michele Arcangelo

L’eremo del vallone utilizza una grotta naturale scavata in una prominenza rocciosa alla base del Pizzalto. All’esterno della grotta è stato costruito il fronte della chiesa e, ad angolo, un’abitazione a due piani. La chiesa rupestre è dedicata all’arcangelo Michele, protettore dei pastori e funziona anche come santuario di grande richiamo in occasione delle due feste di maggio e di settembre che segnavano l’inizio e la fine della stagione estiva di pascolo e della transumanza sul tratturo Celano-Foggia.

La balaustra e il presbiterio

Fu la “società dei bifolchi” di Pescocostanzo che nel 1598 volle realizzare la chiesa rupestre, a imitazione del santuario di Monte Sant’Angelo sul Gargano; a proprie spese i bifolchi ristrutturarono la grotta, la dotarono di un altare di marmo e di una balaustra scolpita nella pietra, costruirono una casetta per l’eremita custode. Per lasciare un ricordo di quell’opera, i locali “bifolchi” (in latino bubulci o bibulci) fecero scolpire sull’architrave della porta della chiesa l’iscrizione seguente, dettata dal rettore della Collegiata di Pescocostanzo: “Sumptibus has propriis portas postesque, bibulci erectas dicant, Angele Dive, tibi. A.D. MDXCVIII”. I recenti restauri (promossi e diretti dall’Associazione Pensionati Pescolani) hanno ripulito i locali facendo risaltare il candore della pietra e la finezza del lavoro artistico della balaustra che chiude l’area presbiteriale. Interessanti sono anche le scritte incise sulla facciata e dedicate all’arcangelo e quelle della cappella funeraria di Giosafatte Ricciardelli.

Le scritte sull’architrave

Per approfondire

La guida Casa agli Altipiani Maggiori

Si segnalano i volumetti delle Edizioni Carsa dedicati agli “Eremi d’Abruzzo – Guida ai luoghi di culto rupestri” di Edoardo Micati e “Guida agli Altipiani Maggiori d’Abruzzo” a cura di Stefano Ardito. Molto interessanti anche gli ebook curati da Edoardo Micati e Domenico Spagnuolo sui “Siti pastorali” degli Altipiani Maggiori.

La locandina della manifestazione

Visita la sezione del sito dedicata alle Passeggiate sui tratturi, alla scoperta delle storiche vie della transumanza

Schiavi d’Abruzzo. Passeggiate nella storia

Dall’alto del suo colle, a 1172 metri di quota, Schiavi d’Abruzzo fa da cerniera tra l’Abruzzo e il Molise. Ce ne accorgiamo in paese, percorrendo la Rotonda dedicata a Salvo D’Acquisto che è il miglior punto di osservazione su un panorama sterminato. Il mare Adriatico si staglia invitante allo sbocco della valle del Trigno. A sud l’ondulata linea dei colli molisani è solcata da un fascio di storici tratturi e vie armentizie. A nord i monti di Capracotta e i Frentani anticipano le grandi montagne dell’Abruzzo. Questo panorama solenne fu apprezzato dalle popolazioni italiche che insediarono qui i santuari dei Sanniti Pentri. Poi ci furono le migrazioni dei popoli dall’altra sponda dell’Adriatico, quei croati e albanesi in fuga dai turchi invasori, chiamati Schiavoni, origine del nome del paese. Per secoli ci fu il movimento pendolare degli armenti transumanti lungo il regio tratturo Celano-Foggia e il fascio di tratturelli suoi tributari.

Il monumento all’Alpino

Più traumatico il passaggio della seconda guerra mondiale con la lenta transizione tra le truppe canadesi e quelle tedesche, e di cui resta testimonianza la trincea-osservatorio della Rotonda. E poi il dopoguerra, con lo stillicidio migratorio dei paesani verso Roma, dove formeranno il nerbo dei garagisti e dei tassisti, o verso le grandi destinazioni all’estero. Per apprezzare e amare Schiavi, dopo la passeggiata in paese, è consigliabile percorrerne le strade e i sentieri nei dintorni. Eccovi allora qualche idea.

I tempietti italici

La base del tempio maggiore

La fama di Schiavi è soprattutto legata all’area archeologica dei templi italici. La visita di questi tempietti è appagante sia perché se ne può così ammirare la caratteristica architettura sia perché se ne può apprezzare la loro particolare posizione panoramica, a dominio del tratturo e della valle del Trigno, di fronte al grande santuario federale di Pietrabbondante. I tempietti si trovano lungo la strada provinciale che da Schiavi scende alla fondovalle Trigno, a quattro km dal paese, su una terrazza accessibile da due ingressi.

Il secondo tempio

Il Tempio Maggiore (del secondo secolo avanti Cristo) e il Tempio Minore (degli inizi del primo secolo), sorgono affiancati e paralleli su un terrazzamento, contenuto da un lungo muro in opera poligonale e quadrata. Recenti esplorazioni hanno riportato alla luce un altare monumentale, di fronte al Tempio Minore, una necropoli utilizzata fino alla piena età romana, e un altro edificio sacro, abbandonato poco dopo la Guerra Sociale (91-89 a.C). Oggi è visibile anche la torre medievale a due livelli, eretta dietro al muro in opera poligonale del santuario: a questa struttura si deve il toponimo della zona, Colle della Torre. La visita ai templi può essere completata dalla visita al Museo archeologico allestito in paese.

Sui tratturi dei pastori

Il percorso del tratturo Castel del Giudice – Spondrasino

Il colle di Schiavi si pone a cavallo tra due antichi tratturi che collegavano la valle del Sangro alle valli del Trigno e del Biferno. A sud era il tratturello Castel del Giudice – Spondrasino che attraversava Capracotta, Agnone e Poggio Sannita, scendeva lungo il fiume Verrino fino ad attraversare il Trigno in località Terra Vecchia di Bagnoli. Il percorso del tratturo, ancora praticabile, è ben visibile per un lungo tratto affacciandosi al Belvedere della Rotonda di Schiavi. A nord il tratturo Ateleta – Biferno aveva uno sviluppo orizzontale e traversava l’agro di Castiglione e Torrebruna prima di scendere sul Trigno all’altezza di Montemitro. Una passeggiata non lunga può scavalcare il Monte Castel Fraiano (segnato dalla presenza delle gigantesche pale di una centrale eolica) e collegare la Madonna del Monte al lago della Croce. Intorno al lago il tratturo è ancora ben marcato e riconoscibile. E il santuario della Madonna del Monte alla Lupara è legato al mondo della transumanza e al culto della Madonna dei tratturi.

La passeggiata panoramica sul monte Pizzuto

Il monte Pizzuto visto da Schiavi

Il Colle Pizzuto, con la sua panoramica cima a 1290 metri di quota, è la meta di una bella passeggiata panoramica. Si può iniziare direttamente da Schiavi ma è più semplice lasciare l’auto al bivio sulla strada per Torrebruna, dove sono alcune case e spazio per il parcheggio. Una stretta strada prima asfaltata e poi lastricata sale a svolte nel bosco e raggiunge la cima dov’è una grande croce. Ampio panorama, in particolare sui vicini monti Frentani.

Il passaggio di Uys Krige

I monti di Capracotta e i paesi di Agnone e Belmonte visti da Schiavi

Uys Krige è un ufficiale sudafricano che fuggì dal campo di prigionia di Fonte d’Amore a Sulmona dopo l’8 settembre del 1943. Appassionato di poesia e scrittura, conosceva un po’ d’italiano e racconterà la sua rocambolesca fuga e il percorso a piedi verso la libertà in un libro famoso, “The way out”, tradotto in italiano come “Libertà sulla Maiella”. Alcune sue pagine sono dedicate al passaggio nella zona di Schiavi. Lungo il tratturo Krige attraversa le zone di Capracotta e Agnone giunge a Belmonte, dove è ospitato da un contadino. “Andate presto a dormire”, disse il vecchio, “domattina presto vi chiamerò e partirete. Sulla sinistra troverete un paese, Schiavi, in cima ad una collina. Dovete evitarlo, scendendo nel burrone sotto di esso. Poi uscirete dal burrone, attraverserete il villaggio di Taverna, che riconoscerete dalla chiesa rotonda e raggiungerete le case di Cupello. Qui vi dovete fermare, perché sarete vicini al Trigno. La gente di Cupello vi dirà dove sono le mitragliatrici”. I fuggitivi si dirigono verso Schiavi, attraversano il Sente, e raggiungono la contrada di Cupello. Qui conoscono Pasquale Tucci, una guida che accetta di accompagnare loro e un altro folto gruppo di italiani al di là delle linee. La marcia di Uys e dei suoi compagni termina ai primi di novembre. Traversato il Trigno ai piedi della collina di Cupello, il gruppo risale il pendio che porta a Salcito. Il giorno precedente i tedeschi hanno abbandonato le loro postazioni sul fiume e la prima pattuglia canadese è già in paese.

Il colle di Schiavi d’Abruzzo

(Ho visitato Schiavi d’Abruzzo il 28 luglio 2017)