Barcellona. Angeli e diavoli nel Museo d’arte della Catalogna

Il Museu Nacional d’Art de Catalunya è uno dei grandi attrattori turistici di Barcellona. Noto soprattutto per la sua collezione di affreschi medievali staccati dalle chiese dei Pirenei catalani, il Museo documenta in modo esemplare l’epoca del Romanico e quella del Gotico. Vi sono comunque presenti numerose opere dei secoli che vanno dal Cinquecento al Novecento. Selezioniamo qui alcuni dipinti dedicati alle battaglie apocalittiche dell’arcangelo Michele contro il demonio e al ruolo degli angeli quali tramite tra l’aldiquà e l’aldilà.

Il retablo dell’arcangelo Michele

Il retablo con le storie dell’arcangelo Michele

Questo grande retablo è stato dipinto nel 1430 dai pittori Bernat Despuig e Jaume Cirera. I sedici pannelli che compongono la pala d’altare descrivono episodi della vita di Maria (l’annunciazione, la nascita di Gesù, la crocifissione, la pentecoste e la dormizione) e della vita di Pietro (il cammino sull’acqua, la liberazione dal carcere, il quo vadis e la crocifissione a testa in giù). Sono poi descritte le apparizioni dell’arcangelo Michele come tramite dell’Aldilà cristiano.

La guerra contro gli angeli ribelli

La prima immagine vede Dio Padre che benedice Michele a capo delle milizie celesti rimastegli fedeli. In Cielo è scoppiata la guerra contro Lucifero e gli angeli che si sono ribellati a Dio. Michele guida i suoi angeli guerrieri contro i ribelli, li rovescia dai loro troni e li precipita nella bocca del Leviatano infernale, dove assumono sembianze diaboliche. La seconda immagine descrive Michele che indossa la sua armatura e combatte contro il drago infilzandolo con la sua lancia crucigera.

Le storie dell’arcangelo Michele

I quattro pannelli più piccoli descrivono l’apparizione di Michele in forma di toro sul monte Gargano; segue la psicostasia ovvero la pesatura delle anime con l’immagine del buono che ha superato la prova e che l’angelo conduce a Pietro, all’ingresso del Paradiso; l’apparizione a papa Gregorio e la liberazione delle anime del Purgatorio.

 

Il San Michele del maestro di Soriguerola

La tavola del maestro di Soriguerola

La tavola del maestro di Soriguerola risale all’ultimo quarto del Duecento e proviene dalla chiesa di Sant Miquel di Soriguerola, nei pressi di Puigcerdà (Lérida). Si tratta di uno dei dipinti più belli dei primi tempi del Gotico, realizzato da una bottega attiva nella regione pirenaica della Cerdagna.

La pesatura delle anime

Vi vediamo San Michele che appare nella forma di toro sul monte Gargano e, in successione, nel suo ruolo di ponderator mentre pesa le anime. In basso è raffigurato l’Inferno. Lucifero dà ordini ai suoi diavoli di buttare le anime incatenate dei dannati all’interno del pentolone bollente e di attizzare il fuoco con il soffio dei mantici.

L’Inferno

 

L’altare degli Arcangeli

La pala degli arcangeli

Una pala d’altare del secondo quarto del Trecento, dipinta a tempera, descrive il ruolo degli arcangeli come intermediari tra l’uomo e Dio, e tra il Cielo e la terra. Il primo riquadro mostra i due arcangeli Raffaele e Gabriele che accolgono in un lenzuolo l’anima beata del povero Lazzaro, morto sulla porta del ricco Epulone, per condurla in Paradiso, nel seno di Abramo. Gli altri tre riquadri sono dedicati all’arcangelo Michele. Vediamo Michele prima impegnato nel combattimento contro il drago infernale e poi mentre pesa le anime sulla bilancia a doppio piatto, invano contrastato dal demonio. L’ultima scena è quella della sua apparizione sotto forma di toro in una caverna del promontorio del Gargano.

 

Gli angeli lottano contro il drago

Gli angeli in lotta con i diavoli

L’affresco, staccato e trasferito su tela, proviene dalla chiesa di San Michele del comune di Tubilla del Agua, nella regione di Castiglia e Leon. Risale al primo terzo del Duecento e declina chiaramente lo stile romanico. La scena vede due angeli che combattono contro draghi alati e li infilzano nella bocca con le loro lance. Il primo angelo è probabilmente Michele, accompagnato da un secondo angelo munito di scudo. Il riferimento è probabilmente al capitolo 12 dell’Apocalisse dove è scritto: “Scoppiò quindi una guerra nel cielo: Michele e i suoi angeli combattevano contro il drago. Il drago combatteva insieme ai suoi angeli, ma non prevalse e non vi fu più posto per loro in cielo. E il grande drago, il serpente antico, colui che è chiamato diavolo e il Satana e che seduce tutta la terra abitata, fu precipitato sulla terra e con lui anche i suoi angeli”.

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L’Apocalisse del Beato di Girona

Si chiamava Beatus un monaco del monastero spagnolo di Liébana. Nel decennio tra il 776 e il 786 scrisse un suo commento in latino al libro biblico dell’Apocalisse. Il testo del suo commentario piacque ai lettori e nei secoli successivi fu copiato innumerevoli volte nei monasteri di Spagna e arricchito da illustrazioni miniate.

L’arca di Noè e gli effetti dei diluvio (f. 102v-103r)

Una preziosa copia miniata del Commentario del Beatus di Liébana è oggi esposta ai visitatori nel Museo della Cattedrale di Girona/Gerona, in Catalogna. L’opera risale al 975 e fu realizzata nello scriptoriumdel monastero di Tábara, nella provincia di Zamora, retta allora dall’abate Dominicus. Passò poi nel 1078 alla cattedrale di Girona. Il copista fu il monaco Sénior. A illustrarla fu però una donna, di nome Ende, forse una monaca, affiancata da un secondo miniaturista di nome Emeterius.

La discesa di Cristo agli inferi (f. 17v)

Le colorate immagini che arricchiscono il Commentario del Beatus sono state opportunamente riprodotte e scorrono in un video che la direzione del Museo ha affiancato al volume custodito in una teca di vetro. Gli specialisti osservano in queste miniature l’evoluzione verso l’arte romanica della precedente arte mozarabica, nata dall’incontro nella penisola iberica della tradizione cristiana e di quella musulmana.

Le due bestie (f. 176v)

Tra le tante, osserviamo la miniatura che illustra le due bestie che escono dalla terra e dal mare e che sono adorate dagli uomini. Fonte dell’immagine è il passo dell’Apocalisse che recita: “Vidi salire dal mare una bestia che aveva dieci corna e sette teste, sulle corna dieci diademi e su ciascuna testa un titolo blasfemo. La bestia che io vidi era simile a una pantera, con le zampe come quelle di un orso e la bocca come quella di un leone. Il drago le diede la sua forza, il suo trono e il suo grande potere. (…) E vidi salire dalla terra un’altra bestia che aveva due corna, simili a quelle di un agnello, ma parlava come un drago. Essa esercita tutto il potere della prima bestia in sua presenza e costringe la terra e i suoi abitanti ad adorare la prima bestia” (Ap 13).

La donna e il drago (f. 171v-172r)

Un’altra miniatura occupa due pagine e descrive con precisione filologica la visione apocalittica della donna e del drago. “Un segno grandioso apparve nel cielo: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e, sul capo, una corona di dodici stelle. Era incinta, e gridava per le doglie e il travaglio del parto. Allora apparve un altro segno nel cielo: un enorme drago rosso, con sette teste e dieci corna e sulle teste sette diademi; la sua coda trascinava un terzo delle stelle del cielo e le precipitava sulla terra. Il drago si pose davanti alla donna, che stava per partorire, in modo da divorare il bambino appena lo avesse partorito. Essa partorì un figlio maschio, destinato a governare tutte le nazioni con scettro di ferro, e suo figlio fu rapito verso Dio e verso il suo trono. La donna invece fuggì nel deserto, dove Dio le aveva preparato un rifugio perché vi fosse nutrita per milleduecentosessanta giorni. Scoppiò quindi una guerra nel cielo: Michele e i suoi angeli combattevano contro il drago. Il drago combatteva insieme ai suoi angeli, ma non prevalse e non vi fu più posto per loro in cielo. E il grande drago, il serpente antico, colui che è chiamato diavolo e il Satana e che seduce tutta la terra abitata, fu precipitato sulla terra e con lui anche i suoi angeli” (Ap 12).

Il Cielo (f. 3v-4r)

(Ho visitato Girona il 14 ottobre 2018)

I giudici di Monsaraz. Il giusto, il buono e il cattivo

Monsaraz è un piccolo centro di origine medievale situato nel distretto di Évora, in Portogallo. Il borgo, chiuso nelle sue mura e sovrastato dal castello costruito su uno sperone roccioso, è rimasto sostanzialmente integro nel corso dei secoli. Perla del turismo dell’Alentejo, Monsaraz, tra le sue numerose attrazioni, propone ai suoi visitatori il Museu do Fresco, un minuscolo museo che protegge un solo affresco, scoperto casualmente nel 1958 durante alcuni lavori di riparazione e ampliamento della sala delle udienze nel palazzo comunale. L’affresco risale alla fine del Quattrocento o agli inizi del Cinquecento e descrive la Giustizia di Dio e la Giustizia degli uomini. Sotto l’immagine del giudice divino sono messi a confronto il giudice buono e il giudice iniquo e prevaricatore.

L’affresco di Monsaraz

La sezione superiore del dipinto mostra il Cristo nella tradizionale immagine del Giudice che presiede il giudizio universale. Egli è rivestito del mantello rosso, colore del martirio, e mostra sulle mani e sul costato le ferite ancora sanguinanti della sua crocifissione; siede sull’arcobaleno della nuova alleanza e poggia i piedi sul globo terrestre, dove compare la parola “(E)uropa”, simbolo della sua signoria sul mondo.

Cristo mostra le piaghe della passione

Il Giudice è affiancato da due angeli tubicini in volo. Il suono delle loro trombe chiama i morti a risorgere e a presentarsi davanti al giudice per conoscere il giudizio finale di salvezza o di condanna. In basso compaiono due profeti che hanno predetto il giudizio finale.

Cristo giudice dell’umanità

La sezione inferiore del dipinto mette a confronto il giudice buono e il giudice cattivo.

Il giudice buono e il giudice cattivo

Il giudice buono, a sinistra, è incoronato da due angeli con la corona della giustizia (“Ora mi resta soltanto la corona di giustizia che il Signore, il giudice giusto, mi consegnerà in quel giorno; non solo a me, ma anche a tutti coloro che hanno atteso con amore la sua manifestazione” – II Tim 4,8).

Il giudice, il cancelliere e l’imputato assolto

Seduto in cattedra, ha un’espressione e una postura che traducono l’idea della serenità, della trasparenza e della dignità. Ha sul capo un berretto scuro e indossa una toga chiara su una tunica con colletto e maniche guarnite di pelliccia. Con la mano destra regge la verga rossa della magistratura municipale. A lato vediamo il cancelliere che assiste il giudice e verbalizza il procedimento. Davanti è l’imputato convenuto a giudizio e che è stato dichiarato innocente dal giudice.

Il giudice corrotto

A destra è la complessa scena del giudice corrotto. Siede anch’egli sulla cattedra e indossa toga, tunica e berretta. Ha però una doppia faccia che denota l’ambivalenza della sua coscienza e del suo comportamento: la prima faccia è rivolta all’imputato; la seconda è rivolta verso il demonio (la dantesca “sozza imagine di froda”) che gli suggerisce nell’orecchio la soluzione fraudolenta. Sotto lo sguardo del cancelliere vediamo a destra un uomo ricco che corrompe il giudice versandogli in mano una manciata di monete d’oro estratte dalla scarsella; a sinistra vediamo l’imputato, un contadino, che consegna sottobanco due pernici nella mano aperta del giudice per garantirsi l’assoluzione.

La doppia faccia del giudice

L’affresco di Monsaraz si inserisce in una lunga tradizione che vede la presenza di immagini del Giudizio universale nelle aule di giustizia dei tribunali. Tradizione che vuole richiamare i giudici ordinari a ispirare la loro pratica giudiziaria alla Giustizia divina. Nel caso di Monsaraz la collocazione dell’affresco nella sala di giudizio del palazzo pubblico comunale potrebbe forse trasmettere un messaggio più ampio, di ispirazione rinascimentale, in base al quale, per contrastare la corruzione e l’ingiustizia, la virtù dei giudici deve estendersi  ai comportamenti virtuosi degli amministratori pubblici.

Santiago de Compostela. Il Portico della Gloria

Santiago de Compostela, capoluogo della regione della Galizia, nel nord-ovest della Spagna, è la meta del celebre Cammino di Santiago, uno dei pellegrinaggi più noti e frequentati. Tutta la città vecchia, con i suoi edifici romanici, gotici e barocchi, è iscritta dall’Unesco tra i Patrimoni mondiali dell’Umanità. I monumenti più antichi sono distribuiti intorno alla tomba di San Giacomo e alla Cattedrale romanica, valutata come un capolavoro dell’arte universale. La Cattedrale fu progettata dal genio del Maestro Mateo che vi lavorò dal 1168, anno in cui ottenne una rendita vitalizia da Fernando II di Galizia e Leon, fino al 21 aprile 1211, quando ebbe luogo la solenne consacrazione del tempio.

Santiago (San Giacomo)

L’accesso occidentale alla Cattedrale fu completato nell’anno 1188 con l’opera più significativa della scultura romanica: il Portico della Gloria. Questo imponente insieme di tre archi, scolpito dal Maestro Matteo in venti anni, dota l’atrio del tempio di un complesso programma iconografico dai contenuti apocalittici, incentrato sulla visione del regno di Dio, culmine della storia della salvezza dell’umanità. Vi compaiono più di duecento figure scolpite nella pietra, cui il colore conferisce una grande vividezza ed espressività.

I profeti Ezechiele, Abacuc, Giona e Daniele

Se vent’anni sono stati necessari per la realizzazione del Portico, dieci anni, dal 2008 al 2018, sono serviti per il suo profondo e complesso restauro. Sono state eliminate le infiltrazioni d’acqua e le incrostazioni di polvere e di sporcizia; ma soprattutto ed è stata recuperata l’originale policromia, restituendo così all’opera tutto lo splendore del colore.

Gli apostoli Paolo, Giacomo e Giovanni

Schiacciati alla base delle colonne figurano gli animali reali e fantastici del bestiario medievale, ognuno con il suo significato; sarebbero i simboli del male oppresso dalla Gloria di Dio. Sulle colonne sono raffigurati i profeti della prima alleanza e gli apostoli, testimoni della nuova alleanza. Sul pilastro centrale la figura di San Giacomo accoglie i pellegrini che entrano in chiesa. Nell’arco centrale e nel timpano è rappresentata la Gloria di Dio, presieduta dal Cristo in Maestà, circondato dai quattro evangelisti, dai beati, dagli angeli con le arma Christi e dai ventiquattro anziani dell’Apocalisse. Gli archi laterali sono privi del timpano; nell’arco di sinistra è raffigurata la salvezza del popolo di Israele, mentre nell’arco di destra è rappresentata la separazione dei beati dai dannati per effetto del giudizio universale.

 

L’arco centrale

L’arco centrale del Portico della Gloria

Nel timpano è descritta la visione apocalittica del Cielo. Il riferimento è il quarto capitolo del libro dell’Apocalisse. Cristo ha la corona regale sul capo e siede nella sua maestà sulla sella curulis del giudice. Mostra nelle mani, nei piedi e sul costato le ferite ancora sanguinanti della crocifissione, a significare che il suo sacrificio realizza una nuova alleanza con l’umanità ed è un’opportunità di salvezza per tutti. Con le parole della Lettera agli Ebrei, “lo vediamo coronato di gloria e di onore a causa della morte che ha sofferto, perché per la grazia di Dio egli provasse la morte a vantaggio di tutti”. Due angeli alle sue spalle gli rendono omaggio con il profumo dell’incenso che proviene dai loro turiboli. Intorno a lui sono i quattro evangelisti con i simboli del tetramorfo: Luca scrive il suo Vangelo sul toro, Giovanni sull’aquila, Marco sul leone, Matteo sul suo cofanetto di esattore delle tasse. In basso otto angeli mostrano gli strumenti della passione di Gesù: la colonna della flagellazione, la grande croce, la corona di spine, i chiodi, la lancia di Longino, la brocca di Pilato, il cartello dell’Inri, la frusta con i flagelli, la canna con la spugna dell’aceto.

Il Cristo in gloria

Sopra la sfilata degli angeli si affolla il popolo dei beati. Un angelo pone sul loro capo la corona di giustizia. A sinistra sono i diciannove eletti dell’antica alleanza, gli ebrei che mostrano le pergamene dei loro scritti. A destra vediamo altre diciannove santi, provenienti dai gentili della nuova alleanza, dotati anche loro di pergamene, libri chiusi e volumi aperti. Sull’arco appaiono seduti i ventiquattro anziani dell’Apocalisse (“Attorno al trono c’erano ventiquattro seggi e sui seggi stavano seduti ventiquattro anziani avvolti in candide vesti con corone d’oro sul capo” – Ap 4,4). Hanno in mano gli strumenti musicali (un organetto, quattordici cetre, quattro salteri e due arpe) che accordano in preparazione al concerto in onore di Dio. Due anziani hanno in mano le fiale, “le coppe d’oro colme di profumi, che sono le preghiere dei santi” (Ap 5,8). Nei raccordi che uniscono l’arco centrale agli archi laterali, gli angeli portano in cielo le animulae dei salvati.

L’arco di sinistra

I giusti d’Israele

L’arco di sinistra raffigura i giusti, protagonisti dell’antica alleanza tra Dio e il popolo ebreo, che il Cristo ha liberato dagli inferi e ha condotto in cielo. Nel risvolto basso dell’arco, tra la vegetazione lussureggiante del paradiso terrestre, vediamo al centro Dio benedicente, con il libro della sua parola, affiancato dai progenitori Adamo ed Eva. Gli altri personaggi sono i patriarchi biblici: a sinistra Abramo, Noè, Isacco e Giacobbe; a destra Mosè, Aronne, Davide e Salomone. Nel fregio superiore, dieci piccole figure potrebbero rappresentare le tribù di Israele o la personificazione dei dieci comandamenti: il lungo cilindro che li schiaccia potrebbe simbolizzare l’antica legge mosaica, superata dal “comandamento nuovo” di Gesù.

 

L’arco di destra

Beati e dannati

L’arco di destra descrive gli esiti del giudizio universale con la separazione degli eletti dai dannati. A lato è il grande angelo tubicino che suona la tromba per far risorgere i morti. La chiave di volta centrale è il Cristo giudice, con la corona e il nimbo crociato, che riporta su due cartigli le sentenze di salvezza (venite, benedicti patris mei) e di condanna (ite, maledicti in ignem aeternum). Sotto il Cristo giudice è l’immagine dell’arcangelo Michele che apre i libri del bene e del male, nei quali sono descritte le opere buone e quelle cattive compiute dai risorti. Sui risvolti di sinistra vediamo gli angeli che raccolgono le anime dei salvati, le prendono tra le braccia e le accompagnano in cielo.

L’Inferno

Sui risvolti di destra è rappresentato l’inferno, dove demoni mostruosi trascinano, torturano e divorano le anime dei dannati. Le scene alludono alla punizione dei vizi capitali. Vediamo così puniti per il loro peccato di gola un uomo attaccato alla botte del vino e sua moglie che morde una empanada gallega. Di lato vediamo i superbi ingoiati e risputati da Lucifero. Un altro diavolo morde la mano destra degli avari, degli usurai e dei ladri. Un quarto diavolo tormenta i corpi di persone impiccate o legate alle parti del corpo con le quali hanno peccato. Nel risvolto superiore si prolungano le scene del paradiso e dell’inferno. A sinistra sono raffigurati cinque personaggi, ritratti nel gesto della preghiera. A destra, altrettanti personaggi sono insidiati e oppressi dal loro peccato, che assume forme di animali repellenti: due serpenti mordono i seni della donna lussuriosa; un rettile morde la lingua del bestemmiatore; altri rettili attaccano al petto, alla gola o alla testa le loro vittime.

Martel. Il timpano del Giudizio universale

Martel, nel dipartimento del Lot, è una gradevole cittadina medievale con un ricco patrimonio architettonico. Le torri, i caratteristici palazzi nobiliari, le antiche abitazioni, la chiesa gotica, il mercato coperto nella piazza principale e i deliziosi vicoli ne fanno un’apprezzata tappa turistica.

Il timpano policromo della chiesa di Saint-Maur

Il principale monumento di Martel è la chiesa dedicata a Saint-Maur. Della primitiva costruzione romanica, fondata dall’abate del monastero di Souillac, resta oggi soltanto il portale con il timpano scolpito. La chiesa gotica che l’ha sostituita risale alla prima metà del Trecento. Nei secoli successivi conobbe ampliamenti e ristrutturazioni che le diedero l’aspetto di una fortezza, particolarmente evidente nel campanile, autentica torre di difesa.

Il Cristo giudice

Il timpano romanico della seconda metà del dodicesimo secolo raffigura il giudizio finale. Il Cristo domina la scena, seduto sul trono della Gerusalemme celeste. Egli ha un nimbo crociato sul capo e allarga le braccia nel gesto dell’accoglienza dei risorti. Le mani aperte mostrano ancora i fori trafitti dai chiodi della crocifissione. Ai lati due angeli dall’elegante postura suonano la tromba del giudizio e indicano ai risorgenti la presenza del giudice. Alle spalle di Gesù altri due angeli mostrano gli strumenti del suo supplizio: la punta della lancia, i chiodi, la corona di spine. In basso vediamo la scena della risurrezione dei morti con i risorgenti che si risvegliano e sollevano il coperchio dei loro sepolcri. Il timpano conserva qualche traccia dell’antica policromia, riscoperta dal restauro del 2017.

L’angelo tubicino risveglia i morti

(Ho visitato Martel il 3 settembre 2018)

L’Apocalisse di Moissac

L’importanza di Moissac è legata alla sua chiesa abbaziale dedicata a San Pietro. Consacrata nel dodicesimo secolo e modificata nel quindicesimo, ha sul fianco destro un prezioso portale, eseguito tra il 1100 e il 1130, capolavoro della scultura romanica. Celebre è anche il chiostro con i capitelli istoriati e figurati. Il grande timpano che sovrasta il portale descrive una visione teofanica, ovvero la venuta di Gesù alla fine dei tempi per instaurare il Regno di Dio. La fonte che ha ispirato l’opera è la visione di San Giovanni tratta dal quarto capitolo dell’Apocalisse.

Poi vidi: ecco, una porta era aperta nel cielo. La voce, che prima avevo udito parlarmi come una tromba, diceva: “Sali quassù, ti mostrerò le cose che devono accadere in seguito”. Subito fui preso dallo Spirito. Ed ecco, c’era un trono nel cielo, e sul trono Uno stava seduto. Colui che stava seduto era simile nell’aspetto a diaspro e cornalina. Un arcobaleno simile nell’aspetto a smeraldo avvolgeva il trono. Attorno al trono c’erano ventiquattro seggi e sui seggi stavano seduti ventiquattro anziani avvolti in candide vesti con corone d’oro sul capo. Dal trono uscivano lampi, voci e tuoni; ardevano davanti al trono sette fiaccole accese, che sono i sette spiriti di Dio. Davanti al trono vi era come un mare trasparente simile a cristallo. In mezzo al trono e attorno al trono vi erano quattro esseri viventi, pieni d’occhi davanti e dietro. Il primo vivente era simile a un leone; il secondo vivente era simile a un vitello; il terzo vivente aveva l’aspetto come di uomo; il quarto vivente era simile a un’aquila che vola. I quattro esseri viventi hanno ciascuno sei ali, intorno e dentro sono costellati di occhi; giorno e notte non cessano di ripetere: “Santo, santo, santo il Signore Dio, l’Onnipotente, Colui che era, che è e che viene!”. E ogni volta che questi esseri viventi rendono gloria, onore e grazie a Colui che è seduto sul trono e che vive nei secoli dei secoli, i ventiquattro anziani si prostrano davanti a Colui che siede sul trono e adorano Colui che vive nei secoli dei secoli e gettano le loro corone davanti al trono, dicendo: “Tu sei degno, o Signore e Dio nostro, di ricevere la gloria, l’onore e la potenza, perché tu hai creato tutte le cose, per la tua volontà esistevano e furono create”. Di questa visione mancano nel timpano soltanto alcuni particolari come le fiaccole accese, gli occhi innumerevoli e le sei ali dei viventi. Compare invece un particolare tratto dal versetto 8 del successivo capitolo dell’Apocalisse, che dice che: i ventiquattro anziani si prostrarono davanti all’Agnello, avendo ciascuno una cetra e coppe d’oro colme di profumi, che sono le preghiere dei santi.

Al centro del timpano è il Cristo seduto sul trono all’interno della mandorla stellata sopra un mare di nuvole. Ha la corona regale sul capo e un nimbo crociato. Con la mano sinistra regge il libro della sua Parola posato sul ginocchio e con la destra benedice gli astanti. Intorno a lui sono dislocati i quattro Viventi, simboli degli evangelisti: l’angelo, il leone, il toro e l’aquila. Ai lati due grandi angeli portano in mano i rotoli che simboleggiano il vecchio e il nuovo Testamento. Intorno siedono sui troni i ventiquattro Anziani, anch’essi coronati. Hanno tutti la testa rivolta al Signore parusiaco e reggono nelle mani la coppa d’oro dei profumi e la ribeca, lo strumento musicale a corda.

Uno dei ventiquattro anziani dell’Apocalisse

Ci trasferiamo ora nel chiostro abbaziale, altro capolavoro della scultura romanica. Veniamo ad osservare due capitelli che descrivono altre scene famose, sempre tratte dal libro dell’Apocalisse.

L’angelo e Giovanni a Patmos

Nel primo capitello una faccia mostra l’incipit del libro sacro, con l’angelo che scende dal cielo e si rivolge a Giovanni chiamandolo a trascrivere su un libro le visioni che seguiranno: “mi trovavo nell’isola chiamata Patmos a causa della parola di Dio e della testimonianza di Gesù. Fui preso dallo Spirito nel giorno del Signore e udii dietro di me una voce potente, come di tromba, che diceva: “Quello che vedi, scrivilo in un libro” (Ap 1,9-11).

L’angelo con la falce

La faccia opposta mostra l’angelo del giudizio con la falce, nell’episodio tratto dal capitolo 14: “un altro angelo uscì dal tempio che è nel cielo, tenendo anch’egli una falce affilata. Un altro angelo, che ha potere sul fuoco, venne dall’altare e gridò a gran voce a quello che aveva la falce affilata: “Getta la tua falce affilata e vendemmia i grappoli della vigna della terra, perché le sue uve sono mature“.

L’angelo a cavallo

Le altre facce del capitello mostrano due scene simili tra loro, con due angeli che montano un cavallo. Il richiamo è al capitolo 19: “Poi vidi il cielo aperto, ed ecco un cavallo bianco; colui che lo cavalcava si chiamava Fedele e Veritiero: egli giudica e combatte con giustizia. Gli eserciti del cielo lo seguono su cavalli bianchi, vestiti di lino bianco e puro”.

L’angelo trascina il diavolo in catene verso l’Abisso

Il secondo capitello descrive l’episodio della Bestia apocalittica come è riferito nel capitolo 20. Una faccia descrive l’angelo che trascina il diavolo incatenato per buttarlo nell’Abisso (puteus abissi): “E vidi un angelo che scendeva dal cielo con in mano la chiave dell’Abisso e una grande catena. Afferrò il drago, il serpente antico, che è diavolo e il Satana, e lo incatenò per mille anni; lo gettò nell’Abisso, lo rinchiuse e pose il sigillo sopra di lui”.

Il diavolo incatenato

La scena contigua mostra il drago alato incatenato e denominato Golias, citazione del combattimento biblico tra Davide e il gigante filisteo. La scritta precisa trattarsi del serpes anticus qui est diabolus.

I popoli di Gog e Magog diretti verso la Bestia

Sulla faccia opposta si osservano i popoli di Gog e Magog che si oppongono al Messia e preferiscono rivolgersi alla Bestia fuoriuscita dalla sua prigione: “Quando i mille anni saranno compiuti, Satana verrà liberato dal suo carcere e uscirà per sedurre le nazioni che stanno ai quattro angoli della terra, Gog e Magòg, e radunarle per la guerra: il loro numero è come la sabbia del mare”.

Il chiostro di Moissac

Moissac. Il povero in paradiso e il ricco all’inferno

Moissac, antica cittadina della regione dell’Occitania (dipartimento di Tarn e Garonna), è soprattutto famosa per la sua chiesa abbaziale di Saint-Pierre, tra i principali monumenti del Cammino di Santiago lungo la strada da Tolosa a Bordeaux. Consacrata nel dodicesimo secolo e modificata nel quindicesimo, ha sul fianco destro un prezioso portale, eseguito tra il 1100 e il 1130, capolavoro della scultura romanica. Celebre è anche il chiostro con i capitelli istoriati e figurati e i rilievi bizantineggianti sui pilastri.

Le scene laterali del portale

Il piedritto sinistro del portale racconta una delle parabole più note del Vangelo di Luca (16,19-31), quella del povero Lazzaro e dell’uomo ricco, fonte biblica di numerose rappresentazioni artistiche del paradiso e dell’inferno: C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”. Ma Abramo rispose: “Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”. E quello replicò: “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”.

La parabola di Luca

Nel pannello scolpito in alto, letto da destra a sinistra, vediamo il Ricco seduto a tavola che mangia in compagnia di sua moglie, servito da un cameriere che armeggia tra piatti e anfore di bevande. Il povero Lazzaro, respinto sulla porta di casa, steso a terra, muore a seguito delle sue sofferenze, mentre due cani leccano le sue piaghe. Un angelo scende a raccoglierne l’animula che esce dalla bocca, per portarla in cielo. Il Paradiso è ambientato nel giardino edenico, dove cresce un simbolico albero, fiorito e ricco di frutti. Abramo, seduto sul trono del patriarca, riceve l’anima di Lazzaro e se la pone in grembo avvolgendola amorosamente nel mantello. La figura a sinistra rappresenta il profeta che, nella parabola, annuncia le scritture.

La morte dell’uomo ricco

Nel pannello sottostante si vede l’uomo ricco disteso sul letto di morte. Una donna è in ginocchio al suo fianco, in lacrime. Un angelo piomba dall’alto, ma giunge troppo tardi per evitare che i demoni, già in attesa da tempo, si impadroniscano dell’anima del ricco, quasi strappandola dalla sua bocca.

Il ricco all’inferno tra i diavoli

Il pannello a fianco descrive la punizione del ricco tra le fiamme dell’inferno. Lo vediamo schiantato a terra, con il sacco delle monete stretto al collo, artigliato dai diavoli.

Il demonio e la lussuria

In basso due pannelli descrivono le punizioni infernali dei vizi capitali. L’avaro che ha rifiutato l’elemosina a un povero mendicante che si regge su un bastone, viene cavalcato sulle spalle da un diavolo che lo acceca. La donna che personifica la lussuria ha due serpenti che le succhiano i seni e un rospo che le morde il sesso. Ne riportiamo la descrizione fattane da Umberto Eco – con gli occhi di Adso – nel suo “Il nome della rosa”. Vidi a lato del portale, e sotto le arcate profonde, talora istoriati sui contrafforti nello spazio tra le esili colonne che li sostenevano e adornavano, e ancora sulla folta vegetazione dei capitelli di ciascuna colonna, e di lì ramificandosi verso la volta silvestre delle multiple arcate, altre visioni orribili a vedersi, e giustificate in quel luogo solo per la loro forza parabolica e allegorica o per l’insegnamento morale che trasmettevano: e vidi una femmina lussuriosa nuda e scarnificata, rosa da rospi immondi, succhiata da serpenti, accoppiata a un satiro dal ventre rigonfio e dalle gambe di grifo coperte di ispidi peli, la gola oscena, che urlava la propria dannazione, e vidi un avaro, rigido della rigidità della morte sul suo letto sontuosamente colonnato, ormai preda imbelle di una coorte di demoni di cui uno gli strappava dalla bocca rantolante l’anima in forma di infante (ahimè mai più nascituro alla vita eterna), e vidi un orgoglioso cui un demone s’installava sulle spalle ficcandogli gli artigli negli occhi, mentre altri due golosi si straziavano in un corpo a corpo ripugnante, e altre creature ancora, testa di capro, pelo di leone, fauci di pantera, prigionieri in una selva di fiamme di cui quasi potevi sentire l’alito ardente.

La punizione dell’avaro

La parabola del ricco e del povero ha una replica sulle quattro facce di uno dei capitelli scolpiti del chiostro dell’abbaziale.

Il pranzo del ricco con Lazzaro alla porta

La prima scena vede il ricco (Dives) e sua moglie (Mulier), riccamente abbigliati, sedere alla tavola del banchetto, simbolizzata da un coltello e quattro pani. Il povero Lazzaro (Lazarus) giace fuori della porta del palazzo, con i cani che leccano le sue piaghe.

Gli angeli accolgono l’anima di Lazzaro

La seconda scena vede un angelo con le grandi ali spiegate inginocchiato davanti al corpo di Lazzaro, in attesa che egli esali l’ultimo respiro; un secondo angelo allunga il braccio per raccoglierne l’anima.

Lazzaro in Paradiso e il ricco all’inferno

La terza scena vede Lazzaro in Paradiso, seduto come un bambino sulle ginocchia del patriarca Abramo assiso sul trono. La scritta dice Abraham tenet animam. A destra un diavolo porta l’anima del ricco tra le fiamme dell’inferno.

Il ricco tormentato dai diavoli

La quarta scena, molto danneggiata, vede il ricco all’Inferno tormentato dai diavoli. Un demonio ne abbranca la testa e porta la mano alla bocca per indicare la sete ardente e la richiesta di refrigerio. Il secondo demonio, robusto e con la coda del maiale, simboleggia il peccato di gola.