Francia. I tre vivi e i tre morti di Carennac

A Carennac (Lot), in un edificio conventuale prossimo al chiostro abbaziale, attualmente di proprietà privata, è stato scoperto nel 1977 un dipinto murale con una versione quattrocentesca della leggenda medievale dei tre vivi e dei tre morti. Nella tradizione letteraria di genere, tre nobiluomini a cavallo, impegnati in una battuta di caccia, incontrano sulla strada dei revenant, tre cadaveri ‘viventi’ di orribile fattezza. La visione è ammonitrice e il messaggio trasmesso dai tre morti (“siete come noi eravamo; sarete come noi siamo”) vuole convincere gli spensierati a condurre una vita virtuosa.

Le dit des trois morts et de trois vifs à Carennac

Nel dipinto la scena è ambientata a un incrocio di strade, nei pressi di una croce stazionaria (o un calvario). Il paesaggio è invernale, segnato da alberi spogli sullo sfondo di città fortificate, torri e mulini. I tre revenant occupano lo spazio di destra. Il primo ha i tipici connotati della morte: uno scheletro, con la corona di regina, che scocca dardi mortali dal suo arco. Il secondo indossa un sudario a brandelli e impugna la falce livellatrice. Il terzo, dal colore scuro di mummia, è un cadavere in putrefazione che mostra le sue viscere divorate dai vermi.

A sinistra sono ritratti i tre cavalieri. Hanno copricapi, mantelli e abiti eleganti. Cavalcano animali di colore scuro, forniti di gualdrappe ricamate e finimenti di lusso. L’apparizione dei morti viventi crea in loro reazioni psicologiche e comportamenti differenti. Il primo cavaliere a sinistra ha una reazione inorridita e fa scartare il cavallo verso una rapida fuga. Il secondo cavaliere è molto spaventato e resta bloccato sulla sua cavalcatura; ritrae lo sguardo dall’apparizione e con la mano compie una benedizione o uno scongiuro. Il terzo cavaliere resta calmo, volta il suo cavallo e sembra sostenere orgogliosamente impassibile la provocazione che di fronte.

Francia. Il portale di Beaulieu-sur-Dordogne

Beaulieu-sur-Dordogne è un piccolo centro della Corrèze (regione del Limosino), posto sulla riva destra della Dordogna e noto per l’abbazia di Saint-Pierre, fondata nel nono secolo. L’abbazia deve la sua celebrità soprattutto al portale meridionale.

Il portale di Beaulieu

Nel timpano è rappresentata la seconda Parusía del Cristo, descritta nel vangelo di Matteo: “Allora comparirà in cielo il segno del Figlio dell’uomo e allora si batteranno il petto tutte le tribù della terra, e vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi del cielo con grande potenza e gloria. Egli manderà i suoi angeli, con una grande tromba, ed essi raduneranno i suoi eletti dai quattro venti, da un estremo all’altro dei cieli” (Mt 24, 30-31).

Il timpano del portale

Vediamo Gesù che siede sul trono, con i piedi poggiati sulle nuvole e con le braccia allargate; ha un nimbo crociato dietro al capo e mostra le cinque piaghe della crocifissione. Dietro di lui gli angeli mostrano gli strumenti della passione: una grande croce tra le nubi, con la corona di spine e i quattro chiodi. Un altro angelo scende in volo dall’empireo e porta a Gesù, posandogliela sul capo, la corona regale, segno della sua signoria sul creato. Ai lati del trono due angeli tubicini fanno squillare i corni della risurrezione universale.

La parusia del Signore

Il personaggio a sinistra con la barba bifida e il berretto frigio rappresenta il profeta Isaia o forse Mosè. Risvegliati dal suono delle trombe, cinque defunti si rianimano, sollevano il coperchio dei loro sarcofaghi ed escono allo scoperto. Ai lati di Cristo siede il tribunale celeste dei dodici apostoli, preceduto da Pietro, ritratto con le chiavi in mano; gli apostoli conversano tra di loro, indicano col dito il Cristo ai risorti e portano in mano i libri di cui sono autori. Tre figurine umane rappresentano gli ebrei: essi sono sorpresi dall’arrivo del Messia e sollevano le loro vesti per mostrare il sesso circonciso e ricordare così la loro appartenenza al popolo eletto.

Le scene a sinistra

Le altre quattro figurine umane sulla destra, curiosamente abbigliate, rappresentano simbolicamente i pagani e tutti i popoli del mondo. Sul doppio architrave sette bestie infernali raffigurano le forze del male vinte dal Cristo.

Le scene a destra

Nel registro superiore quattro mostri ibridi, vomitati dalla gola del Leviatano a sinistra, divorano i corpi dei dannati: si riconoscono un leone, un grifone e due chimere dotate del corpo di leone, di ali e una testa al termine della coda. Nel registro inferiore un orso segue un mostro dalle sette teste e un drago simile a un lungo serpente attorcigliato, forse icona delle bestie salite dal mare nel capitolo tredici dell’Apocalisse.

Il bestiario infernale

Il pilastro centrale del portale è decorato sui tre lati con figure di atlanti che sostengono l’architrave. A sinistra vediamo un bambino sulle spalle di un uomo; al centro un giovane; a destra un anziano. Il significato più evidente è quello della raffigurazione delle tre età della vita.

Il pilastro con le tre età dell’uomo

Sui piedritti a lato del portale compaiono le figure di San Pietro con le chiavi e di San Paolo con il volume delle sue lettere.

I vizi capitali: la Gola, l’Avarizia e la Lussuria

Sulla facciata della chiesa, a sinistra del portale, sono state collocate tre sculture che rappresentano i vizi capitali. Il primo personaggio, ritratto con una scodella vuota, simboleggia il peccato di Gola. Il secondo personaggio che stringe una scarsella di monete ed è cavalcato da un diavolo, simboleggia il peccato di Avarizia. Il terzo personaggio è una donna nuda, cui un rospo morde il sesso e due serpenti succhiano i seni: simboleggia la Lussuria.

La storia del profeta Daniele

L’ala sinistra del portico racconta la storia veterotestamentaria del profeta Daniele. Nel primo episodio in alto a destra Daniele prepara focacce avvelenate per il grande drago adorato dai babilonesi e lo uccide. A sinistra, sullo sfondo di Babilonia, aizzato dai babilonesi, il re fa gettare Daniele nella fossa dei leoni. Un angelo raggiunge il profeta Abacuc e lo convince a portare la sua scodella di cibo a Daniele nella fossa. La scena di destra mostra Daniele che siede tra i leoni, resi inoffensivi dal Dio d’Israele. “Il settimo giorno il re andò per piangere Daniele e, giunto alla fossa, guardò e vide Daniele seduto. Allora esclamò ad alta voce: “Grande tu sei, Signore, Dio di Daniele, e non c’è altro dio all’infuori di te!”. Poi fece uscire Daniele dalla fossa e vi fece gettare coloro che volevano la sua rovina, ed essi furono subito divorati sotto i suoi occhi” (Dn 14,40-42).

Le tentazioni di Gesù

L’ala destra del portico è dedicata alle tentazioni di Cristo nel deserto. Nella prima scena Satana raccoglie un mucchio di sassi e invita Gesù a trasformarle in pani. Nella seconda scena Satana promette a Gesù tutti i regni della terra, distesi ai suoi piedi. Nella terza scena, Satana conduce Gesù sulla torre del Tempio e lo invita a buttarsi giù, sicuro che gli angeli scenderanno a salvarlo. La risposta di Gesù è: “non tenterai il Signore Dio tuo”. Sullo spigolo la grande statua di Cristo raffigura la conclusione del vangelo delle tentazioni. “Allora il diavolo lo lasciò ed ecco angeli gli si accostarono e lo servivano” (Mt 4,11).

Gesù servito dagli angeli

(Ho visitato Beaulieu il 1° luglio 2017)

Francia. Il borgo monastico di Carennac

Ad accoglierci a Carennac è un fiorito monumento a Fénelon che qui fu doyen dal 1681 al 1695 e che sempre qui scrisse “Le avventure di Telemaco, figlio di Ulisse”. Siamo sotto l’austera facciata del castello rinascimentale, sulle rive della Dordogna, di fronte alla boscosa isola di Calipso.

Il monumento allo scrittore Fénelon

Seguiamo la cinta delle mura e dopo un’arcigna torretta angolare entriamo nel borgo per una massiccia porta fortificata. Quel che vediamo ci fa sussultare. Inondato dalla luce del sole pomeridiano, il timpano della chiesa di San Pietro splende di calda luce dorata.

Il portale di Saint-Pierre

Il portale della chiesa di Saint-Pierre

Al centro grandeggia la figura del Cristo parusiaco, che scende dal cielo nel varco della mandorla e siede nella città apocalittica della Gerusalemme celeste: E Colui che sedeva sul trono disse: “Ecco, faccio nuove tutte le cose” (Ap 21,5). Con la mano destra benedice l’umanità e con la sinistra regge il libro della sua Parola, quella parola trasmessa nei vangeli dei quattro evangelisti che gli fanno corona, in forma di tetramorfo: l’angelo di Matteo, l’aquila di Giovanni, il leone di Marco e il bue di Luca. Ai lati di Gesù siedono sui troni i primi ascoltatori della sua Parola, i dodici apostoli seduti sui troni: “Voi che mi avete seguito, quando, nella rigenerazione, il figlio dell’uomo siederà sul trono della sua maestà, siederete anche voi sopra dodici troni” (Lc 22,30).

Il timpano

Nell’armonioso insieme di linee curve e rette che s’intersecano nel timpano vi è ancora spazio per due angeli adoranti e due figurine di santi nimbati o di angeli con i libri aperti: “e i libri furono aperti, e fu aperto un altro libro, quello della vita; e furono giudicati i morti dalle cose scritte nei libri, secondo le opere loro (Ap 20,12).

Sull’architrave compaiono le figurine scolpite di alcuni animali del bestiario domestico, come l’anatra, il cane, la donnola, il gatto, il pavone, il maiale, il pesce. Degli altri animali scolpiti sull’archivolto esterno del portale sono rimasti solo un leone, un orso e la volpe.

La firma dello scultore

Il portale si prolunga nel porticato interno del nartece. Tra i capitelli decorati a palmette e uccelli, spicca, accanto a una leonessa, la firma dello scultore Girberto: Girbertus cementarius fecit istum portanum, benedicta sit anima ejus (lo scultore Girberto ha fatto questo portale; benedetta sia la sua anima).

Il compianto sul Cristo morto

Il compianto

Carennac è uno dei “borghi più belli di Francia”. Il visitatore ne apprezza la selva di tetti a punta, il giro delle mura, gli interni del palazzo nobiliare, la navata della chiesa con i suoi capitelli, le stradine interne, il chiostro a due piani. Ma a noi piace segnalare un gioiello di rara perfezione custodito nella sala capitolare del chiostro abbaziale: è il compianto sul Cristo morto, un gruppo scultoreo della fine del Quattrocento. Nicodemo e Giuseppe d’Arimatea hanno staccato dalla croce il corpo di Gesù e lo hanno disteso nel sudario della sepoltura. Gesù ha ancora la corona di spine sul capo e sanguina copiosamente dalla ferita sul costato. Dietro di lui la Madre Maria, sfinita dall’attesa e dal dolore, viene sorretta dall’apostolo prediletto Giovanni e da Maria di Cleofa.

L’apostolo Giovanni, la Madre Maria e Maria di Cleofa

Accanto a loro Maria Salomé prega a mani giunte mentre la Maddalena, con le lunghe trecce bionde che escono dal velo, ha in mano il vaso dell’unguento e si asciuga le lacrime con un fazzoletto. Giuseppe d’Arimatea, a sinistra, e Nicodemo, a destra, hanno l’aria compunta e si fanno notare per l’abbigliamento gentilizio e ricercato.

L’ingresso a Carennac

(Ho visitato Carennac il 3 luglio 2017)

Francia. Il Giudizio universale di Conques

Conques è un bel villaggio della valle del Dourdou (comune di Conques-en-Rouergue, dipartimento dell’Aveyron, regione Occitania). Fu in antico sede di un’abbazia benedettina di cui oggi non rimane che la chiesa di Santa Fede (Sainte-Foy), imponente edificio romanico del secolo undicesimo, tappa lungo la via di pellegrinaggio per Santiago di Compostella. Santa Fede era una ragazza che, secondo la tradizione, subì il martirio nel 303, quando aveva solo dodici anni.

Il timpano del portale ovest è decorato da un celebre rilievo del Giudizio universale, datato al 1130 e affollato da ben 124 personaggi (umani, divini e infernali) e 17 angioletti curiosi.

Il Giudizio universale di Conques

L’ampiezza della composizione, la ricchezza e la varietà iconografiche, il realismo della rappresentazione ne fanno una delle opere più significative della scultura romanica.

Il Cielo

Il registro superiore del timpano, a forma di lunetta, è popolato di angeli impegnati in attività di servizio al giudizio finale. Lateralmente, due angeli scendono in volo dalle nuvole e suonano due corni. Il suono dei fiati è finalizzato a risvegliare i morti e a farli risorgere per essere giudicati.

Le Arma Christi

Al centro, due angeli sostengono il legno della croce e gli strumenti della passione (la punta della lancia di Longino e il chiodo della crocifissione). Appaiono anche i simboli personificati dei grandi astri che saranno oscurati nell’ultimo giorno dell’umanità.

L’angelo trombettiere

Le scritte incise sulla croce descrivono i diversi segni: “oc signum crucis erit in celo cum” (citazione abbreviata dal Vangelo di Matteo 24,30 “Allora apparirà in cielo il segno del figlio dell’uomo”); “Iesus Nazarenus Rex Iudeorum” (la tavola del titulus crucis); “sol”; “lancea”; “clavi”; “luna”.

Gli angeli curiosi

Nel risvolto del portale sono scolpite figurine di angeli che raccolgono e avvolgono il cielo e osservano, curiosi, gli eventi.

Il Giudice

Il registro mediano del timpano vede al centro, in grande evidenza, la parusia del Cristo giudice che scende tra le nuvole aprendosi un varco, la mandorla, e lasciandosi alle spalle le stelle dell’empireo.

Il Cristo giudice

Gesù siede sul cuscino del trono e poggia i piedi su una predella sbilenca; veste la tunica e il pallio; ha sul nimbo la doppia scritta incrociata “Rex” e “Iudex”; emette la sentenza con la gestualità delle mani (la destra, alzata in segno di accoglienza per i beati, indica il regno celeste; la sinistra, stesa a respingere i dannati, indica loro l’inferno). Gli angeli espongono i cartigli della duplice sentenza: “venite, benedetti del Padre mio” e “andate lontano da me, maledetti”. Gli angeli ceroferari e turiferari accompagnano l’apparizione divina. Un angelo apre il libro della vita (“signatur liber vitae”).

La psicostasia e la separazione

Sull’asse centrale del timpano, sotto la figura del Cristo giudice, è rappresentata la pesatura delle anime, la separazione dei buoni dai cattivi e la loro introduzione rispettivamente nei vestiboli del Paradiso e dell’Inferno.

La pesatura e i vestiboli del Paradiso e dell’Inferno

L’angelo solleva il coperchio del sepolcro e conduce il risorto alla prova di valutazione individuale. Il giudizio avviene attraverso la pesatura su una bilancia a doppio piatto. L’arcangelo Michele effettua la pesatura e contemporaneamente tiene a bada l’intraprendenza di un demonio che vuole condizionare a suo favore l’esito della psicostasia. I giusti scendono al piano inferiore, condotti per mano da un angelo accompagnatore; qui si apre per loro la porta del Paradiso; l’angelo guardiano li afferra affettuosamente per i polsi e li incoraggia a entrare. I dannati precipitano anch’essi attraverso una botola nel piano inferiore; qui trovano ad accoglierli un nerboruto demonio armato di mazza e due buttadentro che li infilano nella bocca del Leviatano, la porta dell’ingresso all’Inferno.

Il corteo degli eletti

La sezione di sinistra del registro centrale è dedicata all’incedere degli eletti, come specifica l’incisione sovrastante: “Sanctorum coetus stat Christo iudice laetus”.

Il corteo degli eletti

Alla testa del corteo è Maria, la madre di Gesù, che ha le mani giunte nella preghiera d’intercessione. Il secondo personaggio è Pietro, che ha nelle mani il bastone di pastore della Chiesa e la chiave del regno dei cieli. Il terzo personaggio, con il bastone a forma di tau, è l’abate eremita Dadon, fondatore dell’abbazia. Il gruppo successivo è preceduto dall’abate Odolrico che conduce per mano il re Carlo Magno (con due famigli ai lati), benefattore dell’abbazia; seguono due chierici che reggono in mano i vangeli e le tavole della legge. Il terzo gruppo si apre con San Girolamo (che ha in mano il rotolo della Vulgata), cui seguono Sant’Antonio abate, Santa Fede (con la palma del martirio) e la Maddalena. La processione dei beati è scortata dagli angeli: il primo pone sul capo dei beati la corona della gloria; i successivi quattro espongono i cartigli delle virtù che ispirano la vita buona dei beati: la fede, la speranza, la carità, la costanza, la temperanza, l’umiltà.

La Gerusalemme celeste

Nel registro basso, a sinistra, il Paradiso è immaginato nella forma urbana del tempio di Gerusalemme e dell’apocalittica nuova Gerusalemme.

La Gerusalemme celeste

L’edificio ha la forma di una cattedrale romanica, sormontata dal pinnacolo, da due torri e dalle croci; le cappelle interne sono illuminate da lampade appese e ospitano i giusti dell’antico testamento. La nicchia centrale è occupata dal padre Abramo che accoglie le anime dei giusti nel suo grembo: i due fanciulli muniti di scettro potrebbero essere il figlio Isacco e il nipote Giacobbe. Le quattro figure femminili che occupano le due ultime nicchie a sinistra sono interpretabili polisemicamente: le quattro matriarche bibliche Sara, Lia, Rachele e Rebecca; le vergini prudenti con le lampade accese; Ester, regina di Persia e la regina di Saba; le mirofore al sepolcro; Maria e la Maddalena con il libro del vangelo. A sinistra di Abramo siedono Melchisedec e Zaccaria, figure sacerdotali, che reggono insieme lo stesso calice, prefigurazione dell’eucarestia. La nicchia a destra di Abramo ospita Mosè che pone la mano in segno d’investitura sulla spalla del fratello Aronne. L’ultima nicchia a destra ospita Geremia ed Ezechiele, due dei profeti maggiori.

Santa Fede e la mano di Dio

Sul tetto del tempio gerosolimitano sono incastonate due scene. A sinistra Santa Fede, nell’atrio della chiesa a lei dedicata (i ceppi appesi ricordano il suo carisma di liberatrice dei prigionieri), si prostra davanti alla mano di Dio. A destra i morti risorgono dai loro sarcofaghi. La visione del paradiso è accompagnata da scritte che promettono ai giusti la felicità eterna e la gioia priva di preoccupazioni: “sic datur electis ad caeli gaudia vectis”, “gloria pax requies perpetuusque dies”, “casti pacifici mites pietates amici” e “sic stant gaudentes securi nul metuentis”.

L’Inferno

I luoghi infernali sono introdotti dalla scritta “Omnes perversi sic sunt in tartara mersi” e sono vigilati da due angeli armati di spada e di lancia. Sullo scudo dell’angelo in alto si legge la scritta “exibunt angeli et separa[bunt malos de medio iustorum et mittent eos in caminum ignis; ibi erit fletus et stridor dentium]”, ovvero “Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti quelli che commettono iniquità e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti”; il versetto è tratto dal capitolo 13 del vangelo di Matteo.

L’Inferno

Nella sezione alta del Tartaro osserviamo la punizione inflitta a diversi peccatori, espressione delle gerarchie e dei poteri del tempo. Nella rete tesa dai diavoli sono caduti dei monaci, un abate e un vescovo simoniaco, costretto a prostrarsi di fronte a Lucifero. Seguono gli eretici, che hanno in mano i libri in cui sono riportate le loro tesi erronee: i diavoli li atterrano e chiudono loro la bocca.

Il mercante e l’usuraio

Nell’angolo un falsario, che ha in mano il calco delle monete ed è davanti al crogiolo di fusione, è costretto da un diavolo a bere l’oro fuso. Nella fascia sottostante un diavolo addenta la corona di un re, ritratto nudo mentre protesta per l’indebita presenza in paradiso di Carlo Magno. Un secondo diavolo trafigge un antipapa e gli fa cadere il triregno dal capo; la punta della lancia infilza la bocca e fuoriesce dalla nuca. Un terzo diavolo fa un ironico inchino a un sovrano. Un disonesto mercante di tessuti è punito da un demonio che lo strangola con il suo stesso drappo; il panno è addentato a sua volta da un altro demonio. Un usuraio con il suo sacchetto di monete è impiccato a testa in giù. Un gruppo di diavoli veste le armature della soldataglia violenta e imbraccia armi proibite come la balestra e la mazza ferrata.

La punizione dei vizi capitali

Più in basso, in simmetria con la Gerusalemme celeste, è la città di Dite, la Babilonia infernale. Le scritte che indicano i loca poenarum sono molto esplicite sui vizi puniti e sull’intreccio delle pene del fuoco con i gemiti di pianto e il terrore: “penis iniusti cruciantur in ignibus usti”, “demones atque tremunt perpetuoque gemunt”, “fures mendaces falsi cupidique rapaces” e “sic sunt damnati simul et scelerati”.

Lucifero e i dannati

Il primo vizio che supera la porta d’ingresso è la superbia, nelle vesti di un cavaliere rivestito della sua armatura, che viene disarcionato dal cavallo, trafitto con un forcone e precipitato a testa in giù. La lussuria è rappresentata da un prete con la sua concubina, legati al collo dalla stessa corda: un demonio li introduce al re dell’Inferno, sussurrandone i nomi all’orecchio. Lucifero – in posizione simmetrica ad Abramo – siede sul trono infero, avvolto da serpenti, e punisce un accidioso, utilizzandolo come suppedaneo. Alla sua sinistra è punita l’avarizia, nelle vesti di un usuraio con la scarsella al collo e appeso a una forca. Un diavolo strappa la lingua all’invidia, che sconta tra le fiamme i suoi peccati di lingua (invidia, maldicenza, spergiuro, bestemmia).

La moglie cavalca il marito e il goloso nella caldaia

Il vizio della gola è rappresentato da un obeso dalla pancia prominente, punito con la cottura nel calderone infernale. Piuttosto curiosa è l’immagine della donna, armata di un serpente a mo’ di scettro, che cavalca un uomo: inversione del precetto paolino della sottomissione della moglie al marito. Sul tetto della casa di Lucifero sono descritte altre pene: un iracondo disperato, che arriva all’estremo autolesionismo di suicidarsi infilzandosi una spada nel collo, è sbranato da un diavolo; un musicista che ha cantato canzoni licenziose, ha una corda al collo e la lingua strappata; un altro peccatore è legato a uno spiedo e arrostito sul fuoco.

Il guerriero

Il significato complessivo della visione dell’aldilà è riassunto nella scritta ammonitrice incisa sull’architrave: “o peccatores transmutetis nisi mores iudicium durum vobis scitote futurum”, e cioè: “o peccatori, se non modificate il vostro comportamento, sappiate che il futuro giudizio sarà duro per voi”.

 

(Ho visitato Conques il 6 luglio 2017. Le foto sono di Piero Pisarra)

Albania. Il borgo antico di Berat, la città delle mille finestre

Berat è una città-museo del periodo ottomano tutelata dall’Unesco come Patrimonio dell’Umanità. Ma pensando a una città-museo non si creda di visitare un monumento mummificato. Il centro storico e la cittadella sono un insieme vitale di chiese e antiche case di pietra abitato da centinaia di persone e pulsante di vita quotidiana.

Berat, Patrimonio dell’umanità

Ebbe la stessa impressione Indro Montanelli, giovane inviato del Corriere della Sera, che nel 1939 la descrisse come un museo vivente costruito sulle superfici irregolari della vetta rocciosa; attraversato l’arco della Cittadella – scriveva – vi sembrerà di esservi persi all’improvviso in maniera naturale in cinquecento anni di storia e di aver passeggiato nel bel mezzo del quindicesimo secolo. Oggi Berat è un esempio di coesistenza pacifica tra religioni differenti e comunità etniche, cristiani, islamici, sunniti e bektashi sufi.

I resti del Palazzo del Pascià

Coesistenza non significa comunque irenismo. I contrasti della storia restano ben visibili. Si osservi, ad esempio, la Casa del Pascià: l’antico ed elegante palazzo nobiliare fu vittima delle vendette post belliche e fu semidistrutto per lasciar posto a una scuola popolare.

L’immagine di Istanbul sulla Moschea degli Scapoli

Miglior sorte è toccata alla Moschea degli Scapoli, sul lungofiume, che mostra ancora i suoi affreschi sui muri perimetrali esterni. Spicca tra questi l’immagine di Istambul con il suo porto, le mura, la grande moschea blu e il palazzo Topkapi.

Le case bianche e le mille finestre del quartiere di Mangalem

La definizione turistica di Berat è quella di città bianca dalle mille finestre. Ed è vero. Le finestre sono affiancate a schiera sulle facciate delle case bianche. E le case sono arroccate una sopra l’altra sul pendio del colle, formando i due quartieri opposti e simmetrici di Gorica e Mangalem sulle due rive del fiume Osum.

La porta d’ingresso alla Cittadella

La Cittadella con il quartiere urbano di Kala è situata in cima al colle ed è circondata da un giro di mura, con un unico accesso a oriente. Sulla porta d’ingresso è il monogramma del costruttore, il despota sovrano dell’Epiro Michele Angelo Comneno. Le mura risalgono al Duecento e sono state restaurate dai Veneziani.

La chiesa ortodossa della Trinità

All’interno della cinta muraria sorgono tra le case alcune moschee e una decina di piccole chiese ortodosse. La più interessante è la chiesa della Trinità, costruita su terreno scosceso in eccellente posizione panoramica.

L’ex Cattedrale ortodossa, oggi sede del Museo Onufri

Tra le case sorge anche la chiesa dedicata all’Assunzione di Maria, ricostruita nel 1797, che un tempo svolgeva la funzione di cattedrale del vescovo metropolita. La chiesa è il monumento più rappresentativo dell’architettura bizantina della città. Ha tre navate, separate da colonne, ed è arricchita da archi e cupole affrescate.

L’iconostasi dipinta da Onufri

La ex cattedrale è sede oggi del Museo dedicato al celebre pittore di icone Onufri, autore dell’iconostasi del 1806. Le icone di cui Onufri è autore e quelle della scuola post bizantina sono esposte in una navata e nel nartece.

Il Giudizio finale

Il muro angolare del nartece è decorato da un affresco ottocentesco del Giudizio finale di autore anonimo. Il Cristo giudice, scende sulla terra all’interno della mandorla, seduto sul trono della visione di Ezechiele, sostenuto dalle misteriose quattro ruote e spinto dalle ali dei cherubini. Al suo fianco è la madre Maria e l’angelo tubicino. Un altro angelo dichiara la fine del tempo e riavvolge il firmamento. La mano di Dio sostiene la bilancia a doppio piatto della psicostasia, mentre l’arcangelo Michele contrasta il demonio che cerca di falsare l’esito della pesatura. Il corteo dei beati si allontana verso il Paradiso (purtroppo mutilato). Ricco di dettagli è invece l’Inferno, alimentato dal fiume di fuoco che sgorga ai piedi del giudice. I dannati, spinti dai diavoli, finiscono nella bocca del mostruoso Leviatano, sul quale siede Lucifero col traditore Giuda tra le braccia.

L’Inferno

(Ho visitato Berat il 22 giugno 2017)

 

 

Albania. Il Monastero bizantino ortodosso di Ardenica

Il monastero bizantino ortodosso di Ardènica è uno splendido monumento artistico che si propone anche come una sorprendente sintesi della storia dell’Albania. Oggi è animato da tre monaci della chiesa autocefala ortodossa nazionale. Ma ha sofferto la chiusura e l’abbandono durante il regime comunista che aveva proclamato l’Albania uno Stato ateo. Eppure è soprattutto famoso tra gli albanesi perché nella sua chiesetta della Trinità fu celebrato nel 1451 il matrimonio tra l’eroe nazionale Giorgio Castriota Scanderbeg e Andronika Arianiti. Era stato fondato nel 1282 lungo la via Egnazia dall’imperatore bizantino del tempo. Nel corso dei secoli è stato seminario per la formazione dei pope ortodossi, liceo con annessa casa dello studente, luogo d’insegnamento e di conservazione della lingua albanese letteraria, sede di una grande biblioteca ricca di trentaduemila volumi, pinacoteca del rinascimento settecentesco.

Il monastero albanese di Ardenica

Il monastero occupa la sommità di un colle boscoso che si solleva isolato nella pianura attraversata dalla strada statale 4 che collega Lushnjë e Fier. A forma a punta di freccia, è difeso da alte mura e custodisce all’interno la chiesa dedicata a Maria Theotòkos (Madre di Dio), la cappella della Trinità e le strutture di servizio su due livelli, addossate alle mura.

L’abside della chiesa del monastero

La cappella incorpora nel muro esterno pietre tombali e frammenti architettonici provenienti dalla vicina area archeologica di Apollonia. La chiesa ha un loggiato esterno sotto il quale c’è la scalinata con l’accesso laterale all’interno a tre navate. Secondo la tradizione la navata ospita il pulpito di forma ovale, il trono di legno del despota e la grande iconostasi che chiude l’area presbiteriale e absidale. Le pareti sono tutte rivestite di affreschi realizzati nel 1744 dai fratelli Kostandin e Athanas Zografi che descrivono le scene dell’antico e del nuovo Testamento. Spiccano sulla controfacciata le scene della Dormizione di Maria e dell’arcangelo Michele in lotta col drago demoniaco.

La Cappella della Trinità

Il nartece, ovvero l’atrio coperto che precede la facciata della chiesa e che era destinato ai catecumeni, è decorato da un vasto affresco del giudizio universale. L’ultimo giorno dell’umanità vede gli angeli riavvolgere il firmamento con le stelle e gli astri maggiori oscurati, dichiarando così la fine del tempo e l’inizio dell’eternità.

Il Giudice, il Battista, la fine del tempo

Gesù scende sulle ali degli angeli nella mandorla iridata per prendere possesso del trono preparato per lui e per giudicare il mondo. Lo affiancano gli intercessori (la madre Maria e Giovanni Battista) e gli apostoli seduti sui troni. I morti risorgono dalle loro sepolture, in cielo, in terra e in mare, restituiti alla vita dagli animali feroci che li avevano divorati, dagli uccelli rapaci che ne avevano fatto scempio, dai predatori marini che li avevano ingoiati dopo i naufragi. Gli eletti salgono al cielo guidati da Mosè.

Il fiume di fuoco, l’inferno e la risurrezione dei morti

Un fiume di fuoco sgorga dai piedi del giudice e va a inabissarsi nella gola del Leviatano: sul fondo, tra le bestie apocalittiche, il ricco Epulone implora una stilla d’acqua per la sua lingua riarsa. Più in basso, condizionate da una balaustra di legno, sono descritte le punizioni infernali che attendono i dannati. Il paradiso terrestre mostra la frescura di un giardino circondato da mura, e ospita Maria, il buon ladrone e il patriarca Abramo che accoglie nel suo seno le animulae dei giusti.

(Ho visitato il monastero di Ardenica il 20 giugno 2017)

Gubbio. Il Giudizio finale e i regni dell’aldilà

Ottaviano Nelli, pittore attivo con la sua bottega nella prima metà del Quattrocento, ha dipinto un grande affresco del Giudizio universale sull’arco trionfale della chiesa di Sant’Agostino a Gubbio. Il tema completa il ciclo absidale dedicato alla vita di Sant’Agostino. La data è probabilmente a cavallo tra la fine del secondo decennio e l’inizio del terzo.

Il Giudizio finale di Gubbio

Nel fregio vediamo i tondi con i profeti che hanno annunciato il giorno di Jahve. In alto è la scena di Cristo che scende dal cielo per giudicare l’umanità e appare nella “mandorla”, seduto sopra l’iride, l’arcobaleno che simboleggia la nuova alleanza tra Dio e il suo popolo. La mandorla è sostenuta da un coro di serafini color rosso fuoco. Gesù è abbigliato con un mantello che lascia visibili la ferita del costato e i fori dei chiodi sulle mani e sui piedi. La pronuncia del giudizio è simbolizzata dalla posizione delle mani: il palmo della mano destra è aperto nel gesto dell’accoglienza dei beati e il dorso della mano sinistra esprime la volontà di allontanare gli empi. Intorno ai serafini si muove una seconda corolla di angeli: sono i cherubini dal diafano colore azzurro. Un gruppo di angeli mostra ai risorti gli strumenti della Passione di Gesù (la croce, i tre chiodi, la colonna della flagellazione, la spugna imbevuta d’aceto sulla canna, la lancia). Due angeli vestiti di bianco suonano le lunghe trombe chiamando i morti al giudizio. Schierato ai due lati del giudice troviamo il tribunale celeste, composto dagli Apostoli, i cui nomi sono trascritti sui cartigli; gli apostoli indossano tunica e mantello e siedono sui troni, con i piedi poggiati sulle predelle.  Due cortei di beati procedono sulle nubi e s’inginocchiano di fronte al Giudice. A sinistra il primo posto è occupato da Maria, la madre di Gesù; dietro di lei ci sono Santa Caterina d’Alessandria, riconoscibile dalla sua corona di regina e Maria Maddalena, dai lunghi capelli biondi; il gruppo è chiuso dai progenitori Adamo ed Eva. Il corteo di destra è aperto dall’altro intercessore, San Giovanni Battista; al suo seguito sono i dottori della Chiesa, che accompagnano Agostino (Papa Gregorio, San Girolamo con la berretta cardinalizia, Sant’Ambrogio con la tiara vescovile).

La risurrezione dei morti e la corte celeste

Sotto le nuvole, che segnano il confine tra la Terra e il Cielo, la scena cambia. I morti risorgono dalla nuda terra, spuntando dalle fosse e dagli avelli. Un risorto, che espone al pubblico le sue terga, scoperchia un sarcofago di marmo. Il cadavere in esso contenuto si rianima e si appresta a uscirne. Una donna risorta scavalca le pareti di un secondo sarcofago. Molti alzano gli occhi al cielo nell’attesa di conoscere il proprio destino.

Il Purgatorio

Alcuni risorti sono addentati da serpenti velenosi e sono costretti a un periodo di purificazione nel Purgatorio. Il regno intermedio dell’espiazione è rappresentato da una fornace infuocata nelle cui fiamme i purganti sprofondano e si sollevano secondo la gravità della loro pena, fino all’intervento liberatore dell’angelo.

Il Paradiso

I beati sono accompagnati dagli angeli sino alla porta del paradiso, dipinto nella forma urbana della città medievale. San Pietro e San Paolo accolgono i beati e li introducono nella Gerusalemme celeste. Lo stato lacunoso del dipinto non consente di individuare i personaggi che affollano l’agorà interna. Più chiara la scena dei seniori che cantano le lodi di Dio accompagnati dalle trombe e dall’organo suonati dagli angeli.

L’Inferno

Sull’altro versante gli angeli minacciano i peccatori con la spada e li spingono verso l’inferno. Dalle caverne infernali spuntano mostruosi diavoli macrocefali che accolgono irridenti i condannati, li arpionano con forconi e runcigli e li sottopongono alle pene del contrappasso e a fantasiose torture. Agli avari viene versato oro fuso in bocca. Gli iracondi sono accoltellati. I lussuriosi sono infilzati da un’unica lancia e i sodomiti sono impalati a uno spiedo. Il commerciante fraudolento che ha truccato la bilancia e il sarto artigiano con le forbici sono puniti dai diavoli con i loro stessi strumenti di lavoro. La ruffiana è cavalcata sul dorso da un diavolo che la percuote, mentre un secondo demonio la strazia con un forcone. Un diavolo prende a calci i reprobi per precipitarli nella caverna di Lucifero, dove sono attesi da grandi rospi e dal mostruoso Leviatano. Il sovrano infero, dalle grandi corna di stambecco, siede su una graticola il cui fuoco è alimentato dai corpi dei dannati. Egli afferra con le mani e con le zampe unghiute i corpi dei peggiori peccatori e li porta alla bocca stritolandoli con i denti.