Terni. Risurrezione e Giudizio finale in Cattedrale

Dal 2007 un grande dipinto decora la controfacciata della Cattedrale di Terni. L’artista argentino Ricardo Cinalli vi ha reinterpretato il tema classico del Giudizio universale, che è visto come un’ascensione di Gesù Risorto che porta in Cielo due grandi reti con i corpi dei risorti nell’ultimo giorno. Le tradizionali immagini del paradiso e dell’inferno, dei salvati e dei dannati, degli angeli del giudizio, restano presenti ma in secondo piano, quasi dissimulate dal cambiamento di prospettiva.

Il dipinto di Cinalli nella cattedrale di Terni

Siamo di fronte a una potente visione, carica di speranza per l’uomo contemporaneo, che pone al centro del dipinto la salvezza che il Cristo risorto offre a tutti. La rete che Gesù, divino pescatore di uomini, lancia a tutta l’umanità, trattiene tutti coloro che riconoscono i propri limiti, la propria solitudine e i propri peccati, e si aprono alla prospettiva di risorgere dalla propria morte. Questa salvezza è offerta a tutti, senza distinzione di chiesa, di razza, di genere, di cultura.

La mano di Dio

La mano di Dio

La scena è introdotta in alto da una mano aperta a rilievo che sporge dalle nubi. Questa mano che scende dall’empireo e fora le nubi del cielo è la mano di Dio. La mano è una teofania, il più antico simbolo di Dio Padre diffuso nell’arte cristiana. La mano che si apre nel gesto dell’accoglienza è quella del Padre che accoglie il Figlio. Nel momento terribile della morte sulla croce Gesù aveva gridato a gran voce “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito (Lc 23, 46). Ora che la morte è stata sconfitta, il Figlio risorto ascende al cielo ed è accolto dalla mano amorevole del Padre.

Gli angeli e il velo del tempo

L’angelo e il velo del tempo

Due grandi angeli arrotolano il sipario, lo accostano ai margini e svelano teatralmente la scena centrale. La radice scritturistica di questa immagine va rintracciata in un bel versetto di Isaia che profetizza la fine del tempo, quando il Signore “strapperà il velo che copriva la faccia di tutti i popoli e la coltre distesa su tutte le nazioni ed eliminerà la morte per sempre” (Is 25, 7-8). Se il Velo del Tempio, squarciandosi in due da cima a fondo, aveva annunciato la morte di Gesù, ora il Velo del Tempo, avvolto e ritirato dagli angeli quasi come un sipario, lascia apparire la scena della vittoria sulla morte, la salvezza finale dell’umanità e il ritorno del Figlio al Padre, preludio dell’Eternità.

Il Cristo pescatore di uomini

Il Cristo pescatore di uomini

Gesù, morto e risorto, sale verso il Cielo. Ascende gli invisibili gradini della virtuale scala del tempo, quel tempo che è stato offerto a tutti per la redenzione. Sui piedi, sui polsi e sul costato sanguinano ancora le piaghe della sua crocifissione. Con le mani solleva coloro che hanno risposto positivamente al suo invito alla salvezza e ora sono aggrappati alla rete delle misericordia. L’immagine del pescatore di uomini è squisitamente evangelica. Qui si caratterizza nel suo significato di giudizio ultimo, secondo la lezione di Matteo: “il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti” (Mt 13, 47-50).

Gerusalemme celeste e Babilonia infernale

La città celeste

In alto, sulle nubi, è raffigurata, nella forma urbana della città ideale, la Gerusalemme celeste dell’Apocalisse: “E vidi un cielo nuovo e una terra nuova: il cielo e la terra di prima infatti erano scomparsi e il mare non c’era più. E vidi anche la città santa, la Gerusalemme nuova, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii allora una voce potente, che veniva dal trono e diceva: Ecco la tenda di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro ed essi saranno suoi popoli ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio. E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno, perché le cose di prima sono passate” (Ap 21, 1-4). Alla fine dei tempi l’interminabile corteo dei salvati si reca in pellegrinaggio alla città santa sul monte: qui è il centro del mondo, poiché solo qui a Gerusalemme abita il Signore (Sal 135,21).

La città infernale

Sotto la città ideale è raffigurata la città contemporanea con tutti i suoi problemi, una megalopoli con al centro grandi e svettanti grattacieli irti di antenne, circondata da ciminiere che producono fumi inquinanti e assediata da una povera baraccopoli. Alla Gerusalemme celeste si contrappone la terrena Babilonia infernale. Nell’Apocalisse Babilonia appare come la sede del potere terreno dell’Anticristo, il simbolo dell’inclinazione al peccato, della superbia e della lontananza da Dio. É la città da cui mette in guardia la voce dal cielo: “Uscite, popolo mio, da Babilonia, per non associarvi ai suoi peccati” (Ap 18,4).

La risurrezione dei morti

La risurrezione dei morti

La parte bassa del dipinto descrive la scena della risurrezione dei morti nell’ultimo giorno. Della tradizionale iconografia restano gli avelli tombali aperti sul terreno e i corpi risorgenti. Ma la scena è reinterpretata dall’artista per descrivere le povertà esistenziali, tutta la disperazione, la solitudine e il dolore del mondo. Il male principale che tormenta la società moderna è la solitudine che imprigiona l’uomo contemporaneo che solo apparentemente sembra essere felice nella società del mercato e del mercimonio; in realtà è incapace a tessere relazioni solidali, affettive e d’amore disinteressato. Gli avelli, con i vortici in cui sprofondano gli individui, rappresentano la solitudine e l’egoismo che possono isolare l’uomo di oggi dai suoi simili. Ma vediamo anche persone che aiutano gli altri a uscire dal proprio guscio e a sollevarsi, in una bella testimonianza di solidarietà. Altri tendono le braccia e il corpo verso la rete d’amore che viene loro offerta. Altri ancora rifiutano ogni salvezza e si rituffano nell’inferno del loro male.

La tomba vuota

La tomba vuota

In basso compare una tomba vuota, un sepolcro scoperchiato, l’ultimo luogo attraversato da Gesù: la tomba in cui viene sigillato il suo cadavere e da cui il suo corpo riemerge il terzo giorno risorto e vivo. La tomba vuota è il simbolo della vittoria sulla morte. Il pittore arricchisce la tomba vuota di un altro simbolo: la ninfea, un fiore bellissimo che ha le sue radici nella melma. L’orrore della morte è simboleggiato dal serpente che esce dal sepolcro, icona del peccato e del male. Il fiore che apre i suoi petali è il simbolo della vita che risorge.

I corpi e i volti

I personaggi che affollano il dipinto di Cinalli formano una galleria di corpi e di volti talvolta non convenzionale ma sempre ortodossa. Vanno segnalate le citazioni: i due angeli e i fregi del velo riproducono nitidamente la tenda del celebre dipinto della Madonna del Parto di Piero della Francesca; il salvato appeso alla corona del rosario riprende un particolare del celebre Giudizio di Michelangelo nella Cappella Sistina.

I salvati

Tra i salvati nella rete sono poi raffigurati i committenti dell’affresco: l’allora arcivescovo di Terni Vincenzo Paglia con il suo zucchetto e Don Fabio Leonardis, con un cuore tatuato sul braccio. Anche l’autore ha voluto lasciare il suo autoritratto tra i risorti e la sua firma su una pietra. L’universalità della salvezza, offerta a tutti, senza differenze di età, genere e razza è testimoniata dalla presenza di uomini e donne, di adulti e ragazzi, di una donna con il burqa, di un orientale con il codino, di tanti neri, di coppie gay, di un transessuale, di prostitute e prostituti con i corpi tatuati. Queste presenze ricordano la parola di Gesù: “In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio” (Mt 21, 31).

La rete dei salvati

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Monastero di Cozia. Il Giudizio universale

In Romania, la valle che accoglie il medio corso del fiume Olt ospita una serie di monasteri espressione della migliore arte valacca. Il Monastero di Cozia, in particolare, fu fondato nel 1386 dal voivoda della Valacchia, Mircea il Vecchio, ed è ancor oggi molto visitato e animato da una comunità di monaci ortodossi. Il monastero racchiude una splendida chiesa che conserva forme e stili propri dell’architettura religiosa dell’Oltenia dal Trecento al Settecento. Alla chiesa originaria fu aggiunto nel 1706 un elegante nartece a logge con un ampio affresco che descrive il Giudizio universale.

Il nartece della chiesa di Cozia

La composizione dell’affresco ripete il modello consueto dei Giudizi bizantini, fissato nel canone che ha reso celebre Voroneţ, ma presenta anche alcuni particolari originali, frutto di un’ampia conoscenza delle fonti scritturistiche.

Il trono del giudice

La preparazione del trono

Il Cristo scende dall’empireo sulle ruote alate della visione di Ezechiele e si apre un varco nel firmamento che gli angeli stanno già arrotolando a significare la fine del tempo. Sotto di lui è pronto il trono, con la colomba dello spirito e le arma Christi, dove egli siederà per giudicare l’umanità. Al trono fanno corona i nove cori degli angeli, i progenitori Adamo ed Eva in ginocchio e i dodici apostoli seduti sugli scranni del tribunale celeste. Spicca poi la presenza originale di due gruppi di pellegrini e di invalidi che procedono verso il trono con l’ausilio di bastoni e stampelle. Viene qui richiamata la pagina del vangelo di Matteo: “i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo. (…) Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro” (Mt 11).

La cattura dell’Anticristo

L’Anticristo e i suoi seguaci

Sul versante “infernale” dell’affresco spicca evidente l’originale inserzione della scena dei due diavoli che catturano un personaggio di rango, venerato da seguaci in ginocchio. Si tratta dell’Anticristo la cui apparizione negli ultimi giorni è profetizzata più volte nelle Scritture e in particolare nel Vangelo di Matteo.   «Al monte degli Ulivi poi, sedutosi, i discepoli gli si avvicinarono e, in disparte, gli dissero: “Di’ a noi quando accadranno queste cose e quale sarà il segno della tua venuta e della fine del mondo”. Gesù rispose loro: “Badate che nessuno vi inganni! Molti infatti verranno nel mio nome, dicendo: “Io sono il Cristo”, e trarranno molti in inganno. E sentirete di guerre e di rumori di guerre. Guardate di non allarmarvi, perché deve avvenire, ma non è ancora la fine. Si solleverà infatti nazione contro nazione e regno contro regno; vi saranno carestie e terremoti in vari luoghi: 8ma tutto questo è solo l’inizio dei dolori. Allora vi abbandoneranno alla tribolazione e vi uccideranno, e sarete odiati da tutti i popoli a causa del mio nome. Molti ne resteranno scandalizzati, e si tradiranno e odieranno a vicenda. Sorgeranno molti falsi profeti e inganneranno molti; per il dilagare dell’iniquità, si raffredderà l’amore di molti. Ma chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato» (Mt 24, 3-13). Questa immagine dell’Anticristo richiama un’altra pagina delle scritture, tratta dalla seconda lettera di Paolo ai Tessalonicesi: «Nessuno vi inganni in alcun modo! Prima infatti verrà l’apostasia e si rivelerà l’uomo dell’iniquità, il figlio della perdizione, l’avversario, colui che s’innalza sopra ogni essere chiamato e adorato come Dio, fino a insediarsi nel tempio di Dio, pretendendo di essere Dio» (2Ts 2,3-4).

I dannati

Il fiume di fuoco

L’Inferno è raffigurato come un fiume di fuoco che nasce ai piedi del Cristo e si riversa nella gola del Leviatano infernale. L’immagine del fiume riproduce una citazione del profeta Daniele (7,10): Un fiume di fuoco sgorgava e colava davanti al trono. Anche l’immagine del lago di fuoco nella gola del drago ha radici bibliche ed è una visualizzazione di un versetto dell’Apocalisse (12,16): E la terra aprì la sua bocca e assorbì il fiume che il dragone aveva gettato dalla sua bocca. Nella parte alta del fiume vediamo un reprobo che chiede ardentemente una stilla d’acqua per la sua lingua riarsa: è il ricco Epulone della parabola lucana che espia la sua mancanza di carità verso il povero Lazzaro.

L’Inferno

Sul fondo Lucifero troneggia seduto sui grandi peccatori: ha in mano la coppa d’oro “degli orrori e delle immondezze della prostituzione di Babilonia” e in grembo Giuda, parodia del paradisiaco seno di Abramo. Tra i gruppi di dannati trascinati dalla corrente del fiume di fuoco, accanto agli abituali farisei e ai re tiranni, il pittore ha inserito i commercianti e gli artigiani disonesti: vediamo il falsario con la sua bilancia, l’oste con la botte del vino annacquato, il mugnaio con la macina appesa al collo.

Il giardino del Paradiso

Il giardino del Paradiso

Il Paradiso è descritto come un giardino edenico racchiuso nelle mura della città celeste. In attesa che Pietro ne apra le porte, introducendovi gli eletti, il giardino è già abitato da alcune presenze significative. Vediamo Maria, la madre di Gesù, seduta su un trono e servita dagli angeli. Segue poi il buon ladrone Disma, cui Gesù in punto di morte ha promesso il paradiso. Vediamo poi il patriarca Abramo che ha in grembo l’anima del povero Lazzaro, come attestato dal Vangelo di Luca (16,22): Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Il patriarca è affiancato da Isacco e Giacobbe. Originale ma non sorprendente è la presenza del gruppo delle cinque vergini con le lampade accese, allusione alla parabola inserita dall’evangelista Matteo nel discorso escatologico di Gesù: Giunse lo sposo. Quelle che erano pronte entrarono con lui nella sala del festino, e fu chiusa la porta. Più tardi, giunsero anche le altre vergini dicendo: ‘Signore, signore, aprici!’. Ma egli rispose: ‘In verità vi dico: Non vi conosco’. Vegliate, dunque, perché voi non sapete né il giorno né l’ora (Mt 25, 1-13). Il giardino recintato del Paradiso mostra un ricco parco botanico, nel quale le piante assumono anche un ruolo di simbolo. Il più evidente tra questi è Cristo Albero della Vita: si tratta dell’albero tripartito al centro del giardino nella cui radice compare il volto del Salvatore.

La chiesa del monastero di Cozia

(Ho visitato Cozia il 23 luglio 2017)

Romania. L’Apocalisse a fumetti di Suceviţa

Il Monastero di Suceviţa è un gioiello artistico nato sulle rive dell’omonimo fiume e incastonato in uno scenario montano di grande bellezza. All’interno di una cinta di mura, scandita da torri, sorgono la chiesa affrescata e gli ambienti del monastero. Suceviţa fu anche l’ultimo a essere costruito e affrescato nella serie storica dei grandi monasteri della Bucovina. La costruzione risale infatti al 1584, quando i tre fratelli Gheorghe, Ieremia e Simion Moviļa, membri della nuova dinastia voivodale della Moldavia, raggiunta la prosperità economica, vollero emulare il mecenatismo dei loro predecessori. Gli affreschi esterni, eseguiti nel 1595-96, sono opera di un gruppo di artisti diretti dai fratelli Sofronie e Ioan di Pângărați, pittori di icone e miniaturisti.

La chiesa del monastero di Sucevita

La loggia che copre la scalinata di accesso alla chiesa sul lato meridionale è rivestita interamente d’immagini tratte dall’Apocalisse di Giovanni. L’effetto complessivo che se ne percepisce è quello di un lungo fumetto che si srotola sulle facciate delle colonne, sugli archi, le volte e la facciata d’ingresso. Le parti più basse della decorazione sono usurate dal tempo e martoriate dalle firme che nel corso dei secoli i visitatori hanno graffiato con i chiodi. Resta tuttavia rimarcabile lo sforzo di visualizzare un testo visionario e ‘liquido’ come l’Apocalisse. Ne riproduciamo le immagini seguendo l’ordine dei capitoli del libro sacro.

La spada, le stelle e i candelabri

I sette candelabri

All’angelo della Chiesa che è a Èfeso scrivi: “Così parla Colui che tiene le sette stelle nella sua destra e cammina in mezzo ai sette candelabri d’oro. Conosco le tue opere, la tua fatica e la tua perseveranza, per cui non puoi sopportare i cattivi. Hai messo alla prova quelli che si dicono apostoli e non lo sono, e li hai trovati bugiardi. Sei perseverante e hai molto sopportato per il mio nome, senza stancarti”. All’angelo della Chiesa che è a Pèrgamo scrivi: “Così parla Colui che ha la spada affilata a due tagli. So che abiti dove Satana ha il suo trono; tuttavia tu tieni saldo il mio nome e non hai rinnegato la mia fede neppure al tempo in cui Antìpa, il mio fedele testimone, fu messo a morte nella vostra città, dimora di Satana” (Ap 2, 1-7; 12-17).

La liturgia celeste

Il canto degli Anziani

Poi vidi, in mezzo al trono, circondato dai quattro esseri viventi e dagli anziani, un Agnello, in piedi, come immolato; aveva sette corna e sette occhi, i quali sono i sette spiriti di Dio mandati su tutta la terra. Giunse e prese il libro dalla destra di Colui che sedeva sul trono. E quando l’ebbe preso, i quattro esseri viventi e i ventiquattro anziani si prostrarono davanti all’Agnello, avendo ciascuno una cetra e coppe d’oro colme di profumi, che sono le preghiere dei santi, e cantavano un canto nuovo (Ap 5, 6-10).

I quattro cavalieri

I quattro cavalieri dell’Apocalisse

E vidi, quando l’Agnello sciolse il primo dei sette sigilli, e udii il primo dei quattro esseri viventi che diceva come con voce di tuono: “Vieni”. E vidi: ecco, un cavallo bianco. Colui che lo cavalcava aveva un arco; gli fu data una corona ed egli uscì vittorioso per vincere ancora. Quando l’Agnello aprì il secondo sigillo, udii il secondo essere vivente che diceva: “Vieni”. Allora uscì un altro cavallo, rosso fuoco. A colui che lo cavalcava fu dato potere di togliere la pace dalla terra e di far sì che si sgozzassero a vicenda, e gli fu consegnata una grande spada. Quando l’Agnello aprì il terzo sigillo, udii il terzo essere vivente che diceva: “Vieni”. E vidi: ecco, un cavallo nero. Colui che lo cavalcava aveva una bilancia in mano. Quando l’Agnello aprì il quarto sigillo, udii la voce del quarto essere vivente che diceva: “Vieni”. E vidi: ecco, un cavallo verde. Colui che lo cavalcava si chiamava Morte e gli inferi lo seguivano. Fu dato loro potere sopra un quarto della terra, per sterminare con la spada, con la fame, con la peste e con le fiere della terra (Ap 6, 1-8).

Il quinto sigillo e i martiri innocenti

I martiri innocenti

Quando l’Agnello aprì il quinto sigillo, vidi sotto l’altare le anime di coloro che furono immolati a causa della parola di Dio e della testimonianza che gli avevano reso. E gridarono a gran voce: “Fino a quando, Sovrano, tu che sei santo e veritiero, non farai giustizia e non vendicherai il nostro sangue contro gli abitanti della terra?”. Allora venne data a ciascuno di loro una veste candida e fu detto loro di pazientare ancora un poco, finché fosse completo il numero dei loro compagni di servizio e dei loro fratelli, che dovevano essere uccisi come loro (Ap 6, 9-11).

Il sesto sigillo, il terremoto e la grandine

Il terremoto e la grandine

E vidi, quando l’Agnello aprì il sesto sigillo, e vi fu un violento terremoto. Il sole divenne nero come un sacco di crine, la luna diventò tutta simile a sangue, le stelle del cielo si abbatterono sopra la terra, come un albero di fichi, sbattuto dalla bufera, lascia cadere i frutti non ancora maturi. Il cielo si ritirò come un rotolo che si avvolge, e tutti i monti e le isole furono smossi dal loro posto (Ap 6, 12-15).

La quarta tromba

La quarta tromba

Il quarto angelo suonò la tromba: un terzo del sole, un terzo della luna e un terzo degli astri fu colpito e così si oscurò un terzo degli astri; il giorno perse un terzo della sua luce e la notte ugualmente (Ap 8, 12).

Il flagello delle cavallette

Le cavallette

Il quinto angelo suonò la tromba: vidi un astro caduto dal cielo sulla terra. Gli fu data la chiave del pozzo dell’Abisso; egli aprì il pozzo dell’Abisso e dal pozzo salì un fumo come il fumo di una grande fornace, e oscurò il sole e l’atmosfera. Dal fumo uscirono cavallette, che si sparsero sulla terra, e fu dato loro un potere pari a quello degli scorpioni della terra. E fu detto loro di non danneggiare l’erba della terra, né gli arbusti né gli alberi, ma soltanto gli uomini che non avessero il sigillo di Dio sulla fronte. E fu concesso loro non di ucciderli, ma di tormentarli per cinque mesi, e il loro tormento è come il tormento provocato dallo scorpione quando punge un uomo. In quei giorni gli uomini cercheranno la morte, ma non la troveranno; brameranno morire, ma la morte fuggirà da loro. Queste cavallette avevano l’aspetto di cavalli pronti per la guerra. Sulla testa avevano corone che sembravano d’oro e il loro aspetto era come quello degli uomini (Ap 9, 1-10).

La sesta tromba

La sesta tromba

Diceva al sesto angelo, che aveva la tromba: “Libera i quattro angeli incatenati sul grande fiume Eufrate”. Furono liberati i quattro angeli, pronti per l’ora, il giorno, il mese e l’anno, al fine di sterminare un terzo dell’umanità. Il numero delle truppe di cavalleria era duecento milioni; ne intesi il numero. E così vidi nella visione i cavalli e i loro cavalieri: questi avevano corazze di fuoco, di giacinto, di zolfo; le teste dei cavalli erano come teste di leoni e dalla loro bocca uscivano fuoco, fumo e zolfo. Da questo triplice flagello, dal fuoco, dal fumo e dallo zolfo che uscivano dalla loro bocca, fu ucciso un terzo dell’umanità. La potenza dei cavalli infatti sta nella loro bocca e nelle loro code, perché le loro code sono simili a serpenti, hanno teste e con esse fanno del male (Ap 9, 14-19).

L’angelo del libro

L’angelo del libro

E vidi un altro angelo, possente, discendere dal cielo, avvolto in una nube; l’arcobaleno era sul suo capo e il suo volto era come il sole e le sue gambe come colonne di fuoco. Nella mano teneva un piccolo libro aperto. Avendo posto il piede destro sul mare e il sinistro sulla terra, gridò a gran voce come leone che ruggisce. Poi la voce che avevo udito dal cielo mi parlò di nuovo: “Va’, prendi il libro aperto dalla mano dell’angelo che sta in piedi sul mare e sulla terra”. Allora mi avvicinai all’angelo e lo pregai di darmi il piccolo libro. Ed egli mi disse: “Prendilo e divoralo; ti riempirà di amarezza le viscere, ma in bocca ti sarà dolce come il miele”. Presi quel piccolo libro dalla mano dell’angelo e lo divorai; in bocca lo sentii dolce come il miele, ma come l’ebbi inghiottito ne sentii nelle viscere tutta l’amarezza (Ap 10, 1-10).

La donna e il dragone

La donna e il drago

Un segno grandioso apparve nel cielo: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e, sul capo, una corona di dodici stelle. Era incinta, e gridava per le doglie e il travaglio del parto. Allora apparve un altro segno nel cielo: un enorme drago rosso, con sette teste e dieci corna e sulle teste sette diademi; la sua coda trascinava un terzo delle stelle del cielo e le precipitava sulla terra. Il drago si pose davanti alla donna, che stava per partorire, in modo da divorare il bambino appena lo avesse partorito. Essa partorì un figlio maschio, destinato a governare tutte le nazioni con scettro di ferro, e suo figlio fu rapito verso Dio e verso il suo trono. La donna invece fuggì nel deserto, dove Dio le aveva preparato un rifugio perché vi fosse nutrita per milleduecentosessanta giorni (Ap 12, 1-6).

Il drago e la bestia venuta dal mare

Il drago e la bestia

Allora il drago si infuriò contro la donna e se ne andò a fare guerra contro il resto della sua discendenza, contro quelli che custodiscono i comandamenti di Dio e sono in possesso della testimonianza di Gesù. E si appostò sulla spiaggia del mare. E vidi salire dal mare una bestia che aveva dieci corna e sette teste, sulle corna dieci diademi e su ciascuna testa un titolo blasfemo. La bestia che io vidi era simile a una pantera, con le zampe come quelle di un orso e la bocca come quella di un leone. Il drago le diede la sua forza, il suo trono e il suo grande potere. Una delle sue teste sembrò colpita a morte, ma la sua piaga mortale fu guarita. Allora la terra intera, presa d’ammirazione, andò dietro alla bestia e gli uomini adorarono il drago perché aveva dato il potere alla bestia, e adorarono la bestia dicendo: “Chi è simile alla bestia e chi può combattere con essa?” (Ap 12, 17-18; 13, 1-4).

La mietitura e la vendemmia dell’ira di Dio

La mietitura e la vendemmia

E vidi: ecco una nube bianca, e sulla nube stava seduto uno simile a un Figlio d’uomo: aveva sul capo una corona d’oro e in mano una falce affilata. Un altro angelo uscì dal tempio, gridando a gran voce a colui che era seduto sulla nube: “Getta la tua falce e mieti; è giunta l’ora di mietere, perché la messe della terra è matura”. Allora colui che era seduto sulla nube lanciò la sua falce sulla terra e la terra fu mietuta. Allora un altro angelo uscì dal tempio che è nel cielo, tenendo anch’egli una falce affilata. Un altro angelo, che ha potere sul fuoco, venne dall’altare e gridò a gran voce a quello che aveva la falce affilata: “Getta la tua falce affilata e vendemmia i grappoli della vigna della terra, perché le sue uve sono mature”. L’angelo lanciò la sua falce sulla terra, vendemmiò la vigna della terra e rovesciò l’uva nel grande tino dell’ira di Dio. Il tino fu pigiato fuori della città e dal tino uscì sangue fino al morso dei cavalli, per una distanza di milleseicento stadi (Ap 14, 14-20).

Le sette coppe dell’ira di Dio

Le coppe dell’ira di Dio

E vidi aprirsi nel cielo il tempio che contiene la tenda della Testimonianza; dal tempio uscirono i sette angeli che avevano i sette flagelli, vestiti di lino puro, splendente, e cinti al petto con fasce d’oro. Uno dei quattro esseri viventi diede ai sette angeli sette coppe d’oro, colme dell’ira di Dio, che vive nei secoli dei secoli. E udii dal tempio una voce potente che diceva ai sette angeli: “Andate e versate sulla terra le sette coppe dell’ira di Dio” (Ap 15, 5-7; 16).

La grande prostituta

La grande prostituta

E uno dei sette angeli, che hanno le sette coppe, venne e parlò con me: “Vieni, ti mostrerò la condanna della grande prostituta, che siede presso le grandi acque. Con lei si sono prostituiti i re della terra, e gli abitanti della terra si sono inebriati del vino della sua prostituzione”. L’angelo mi trasportò in spirito nel deserto. Là vidi una donna seduta sopra una bestia scarlatta, che era coperta di nomi blasfemi, aveva sette teste e dieci corna. La donna era vestita di porpora e di scarlatto, adorna d’oro, di pietre preziose e di perle; teneva in mano una coppa d’oro, colma degli orrori e delle immondezze della sua prostituzione. Sulla sua fronte stava scritto un nome misterioso: “Babilonia la grande, la madre delle prostitute e degli orrori della terra”. E vidi quella donna, ubriaca del sangue dei santi e del sangue dei martiri di Gesù (Ap 17, 1-6).

La caduta di Babilonia

La caduta di Babilonia

Per questo, in un solo giorno, verranno i suoi flagelli: morte, lutto e fame. Sarà bruciata dal fuoco, perché potente Signore è Dio che l’ha condannata. Un angelo possente prese allora una pietra, grande come una màcina, e la gettò nel mare esclamando: “Con questa violenza sarà distrutta Babilonia, la grande città, e nessuno più la troverà. Il suono dei musicisti, dei suonatori di cetra, di flauto e di tromba, non si udrà più in te; ogni artigiano di qualsiasi mestiere non si troverà più in te; il rumore della màcina non si udrà più in te; la luce della lampada non brillerà più in te; la voce dello sposo e della sposa non si udrà più in te. Perché i tuoi mercanti erano i grandi della terra e tutte le nazioni dalle tue droghe furono sedotte. In essa fu trovato il sangue di profeti e di santi e di quanti furono uccisi sulla terra” (Ap 18, 8;21-24).

La città santa

La Gerusalemme celeste

L’angelo mi trasportò in spirito su di un monte grande e alto, e mi mostrò la città santa, Gerusalemme, che scende dal cielo, da Dio, risplendente della gloria di Dio. Il suo splendore è simile a quello di una gemma preziosissima, come pietra di diaspro cristallino. È cinta da grandi e alte mura con dodici porte: sopra queste porte stanno dodici angeli e nomi scritti, i nomi delle dodici tribù dei figli d’Israele. A oriente tre porte, a settentrione tre porte, a mezzogiorno tre porte e a occidente tre porte. Le mura della città poggiano su dodici basamenti, sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici apostoli dell’Agnello. Colui che mi parlava aveva come misura una canna d’oro per misurare la città, le sue porte e le sue mura. La città è a forma di quadrato: la sua lunghezza è uguale alla larghezza. L’angelo misurò la città con la canna: sono dodicimila stadi; la lunghezza, la larghezza e l’altezza sono uguali. Ne misurò anche le mura: sono alte centoquarantaquattro braccia, secondo la misura in uso tra gli uomini adoperata dall’angelo (Ap 21, 10-17).

Romania. La scala delle virtù a Suceviţa

Il Monastero di Suceviţa è uno scrigno d’arte nato sulle rive dell’omonimo fiume e incastonato in uno scenario montano di grande bellezza. All’interno di una cinta di mura, scandita da torri, sorgono la chiesa affrescata e gli ambienti del monastero. Suceviţa fu anche l’ultimo a essere costruito e affrescato nella serie storica dei grandi monasteri della Bucovina. La costruzione risale infatti al 1584, quando i tre fratelli Gheorghe, Ieremia e Simion Moviļa, membri della nuova dinastia voivodale della Moldavia, raggiunta la prosperità economica, vollero emulare il mecenatismo dei loro predecessori. Gli affreschi esterni, eseguiti nel 1595-96, sono opera di un gruppo di artisti diretti dai fratelli Sofronie e Ioan di Pângărați, pittori di icone e miniaturisti.

La scala delle virtù

Il fianco settentrionale della chiesa è decorato da un vasto affresco della Scala del Paradiso. Una scala composta da trenta gradini sale dalla terra fino al cielo. I monaci vi si arrampicano in preghiera. Ciascun gradino rappresenta simbolicamente una delle trenta virtù che il monaco deve coltivare per raggiungere la perfezione spirituale. La salita ascetica è difficile e faticosa: gli angeli accompagnano la progressione virtuosa ponendo la corona della gloria sul capo del monaco vittorioso; Gesù li accoglie nel Cielo e li premia aprendo loro le porte della Gerusalemme celeste. Ma il rischio della caduta è sempre presente, accentuato dalle tentazioni suggerite da una legione di diavoli. Vediamo così monaci strattonati dai diavoli che scivolano e si aggrappano alla scala; altri loro colleghi più deboli non riescono a resistere e precipitano in caduta libera nella gola di Lucifero e degli altri mostri infernali, tra la gioia dei demoni.

Il monaco arriva in cielo

L’affresco è la traduzione iconografica di una celebre opera di Giovanni il Sinaita, detto «Climaco», risalente al settimo secolo. Eletto igumeno del monastero del Sinai quando aveva sessant’anni, egli compose per i suoi discepoli una delle più celebri opere della spiritualità cristiana: la Scala del paradiso, che gli varrà lo pseudonimo di Climaco (da klîmax, «scala»). In essa, Giovanni descrive i gradini che il monaco deve ascendere per giungere all’incontro con Dio, aggiungendo via via, secondo le sue stesse parole, «giorno dopo giorno, fuoco al fuoco e desiderio al desiderio». Il monaco, per il grande maestro sinaita, è un uomo che deve tendere all’hesychía, alla quiete dell’anima, mediante la lotta contro i pensieri malvagi, che si combattono praticando le virtù a essi contrarie.

La caduta

La scala è un itinerario di purificazione che inizia sulla terra (con la rinuncia al mondo, apotagé) e giunge fino al cielo (la carità, agape). I primi sette scalini simboleggiano la rinuncia, il distacco e la xeniteia, seguite dall’obbedienza, la metanoia, il ricordo della morte e il penthos. I sedici gradini centrali rappresentano la lotta del monaco contro i vizi della parte irascibile (collera e dolcezza, rancore, maldicenza, multiloquio e silenzio, menzogna, acedia), i vizi della parte concupiscibile (gola, lussuria, avarizia) e i vizi della parte razionale (povertà, insensibilità, eccesso di sonno e veglia, pusillanimità, vanagloria, orgoglio, bestemmia). Verso l’alto si succedono i gradini della perfezione cristiana, frutto della vita pratica (mitezza e semplicità, umiltà, discernimento e sensibilità spirituale) e dell’unione con Dio (esichia, preghiera, impassibilità, fede, speranza e carità).

L’inferno

(Ho visitato Suceviţa il 20 luglio 2017)

Romania. Il Giudizio universale di Voroneţ

Il monastero e la chiesa di Voroneţ furono costruiti nel 1488 per iniziativa di Stefano il Grande, voivoda di Moldavia, come ringraziamento per i preziosi consigli ricevuti dall’eremita Daniele. Voroneţ fu un’autentica culla della vita monastica romena. La celebre decorazione pittorica – esterna e interna – della chiesa di San Giorgio è il frutto della ricerca di questa comunità di monaci e della loro abilità pittorica, ispirata da Gregorio Roşca, teologo e studioso delle sacre scritture, metropolita di Suceava e cugino del voivoda Pietro Rareş.

Il monastero di Voronet

Il Giudizio universale affrescato nel 1547 sulla parete esterna occidentale dell’esonartece è un’immensa composizione che si colloca certamente tra i capolavori dell’arte mondiale, come conferma del resto l’iscrizione del monastero nella lista dei Patrimoni dell’Umanità dell’Unesco.

Il Giudizio universale di Voronet

Il motivato stupore iniziale di fronte alla vastità della scena, alla tavolozza dei colori, all’azzurro dei lapislazzuli, deve poi pazientemente declinarsi nella lettura analitica dell’identità della folla di personaggi che si muove su questo teatro dell’ultimo giorno dell’umanità e nel decifrare la selva dei simboli e delle fonti scritturistiche sottese alle immagini.

Passiamo dunque a scansionare i cinque registri sovrapposti dell’affresco, partendo dagli eventi che si visualizzano in cielo (la seconda parusia del Signore, il Giudice e la corte di giustizia, la preparazione del trono, le schiere dei santi, i popoli a giudizio) per scendere poi sulla terra a visitare i luoghi e a individuarne i protagonisti (la risurrezione dei morti, la pesatura delle anime, il corteo dei beati, il paradiso terrestre, il fiume dell’inferno).

L’Antico di Giorni

L’Antico di Giorni

Nel primo registro in alto compare al centro la raffigurazione dell’Antico di Giorni, ovvero Gesù Cristo il Vecchio, ritratto come un vegliardo con la barba e i capelli completamente bianchi. Il riferimento è la visione del profeta Daniele (7,9): Io continuavo a guardare, quand’ecco furono collocati troni e un vegliardo si assise. La sua veste era candida come la neve e i capelli del suo capo erano candidi come la lana. Anche Giovanni ha una visione simile nell’Apocalisse (1,14): I capelli del suo capo erano candidi, simili a lana candida come neve.

La fine del tempo

Gli angeli arrotolano il cielo

L’apparizione dell’Antico di Giorni è accompagnata da uno stuolo di angeli che arrotolano la carta del cielo. Nel firmamento sono raffigurati i sette cieli, il sole, la luna, le stelle e le costellazioni dei segni zodiacali. Il tempo, con i suoi segni astronomici, è finito. Ha inizio l’eternità. Dietro il velo del Tempo si aprono le porte che svelano l’immagine dell’Eterno.

Il sole, le stelle e i segni zodiacali

Le fonti bibliche di queste immagini sono diverse: Apocalisse 20,11 (Scomparvero dalla sua presenza la terra e il cielo senza lasciare traccia di sé); Gioele 2,10 (Davanti a lui trema la terra e il cielo si scuote, il sole e la luna si oscurano, le stelle celano il loro splendore); Isaia 13,10 (Le stelle del cielo e le loro costellazioni non daranno più la loro luce; il sole si oscurerà al suo sorgere e la luna non diffonderà la sua luce) e 34,4 (I cieli si arrotolano come un libro).

Il giudice e la sua corte

Il giudice e la corte celeste

Nel secondo registro la figura centrale è quella del Giudice. Gesù si manifesta in un varco del Cielo, sprizzante di raggi luminosi, seduto sull’arcobaleno della nuova alleanza. La rapidità della sua seconda venuta è rafforzata dall’immagine delle quattro ruote sotto i suoi piedi, tratta dalle visioni dei profeti Ezechiele (1,15-21) e Daniele (7,9): il suo trono era come vampe di fuoco con le ruote come fuoco ardente. La duplice sentenza di assoluzione e condanna è simbolizzata dalla mano destra che benedice e dalla mano sinistra che respinge. L’immagine della potenza del giudice è sottolineata dalla presenza delle legioni armate degli angeli.

Il giudice, Maria advocata nostra, gli apostoli e i cori degli angeli

Ai lati del giudice, riverenti e in piedi, sono raffigurati i due avvocati difensori – la madre Maria e il precursore Giovanni Battista – che intercedono per la salvezza dell’umanità risorta. I dodici apostoli siedono su due lunghe panche, fornite di schienale e suppedaneo; il loro compito di giudici a latere è stato prefigurato direttamente da Gesù: Voi che mi avete seguito, quando, nella rigenerazione, il figlio dell’uomo siederà sul trono della sua maestà, siederete anche voi sopra dodici troni per giudicare le dodici tribù d’Israele (Matteo 19,28).

La preparazione del trono del giudice

Il trono preparato per il giudice

Nel terzo registro, l’immagine del trono vuoto sta a simboleggiare l’attesa del Cristo giudice. La preparazione (etimasia) del trono è dunque attesa attiva del giudizio. Sul cuscino del trono sono visibili la croce e la tunica di Cristo, la colomba dello Spirito santo e il libro dei Vangeli. Sulla predella è appoggiato il calice che contiene i quattro chiodi della crocifissione. Ai lati del trono vediamo inginocchiati i nostri progenitori, Adamo ed Eva. Puniti per aver trasgredito il comando del Signore e rotta l’alleanza, sono anche i primi a essere perdonati grazie alla nuova alleanza generata dal sacrificio di Cristo. Tra le fonti di quest’immagine va ricordato il Salmo 9 (Ma il Signore siede in eterno, ha preparato il suo trono per il giudizio: governerà il mondo con giustizia, giudicherà i popoli con rettitudine). Nel libro dell’Apocalisse, Giovanni ha la visione del trono del giudizio nelle teofanie dei capitoli 4 e 20 (“Ed ecco, c’era un trono nel cielo, e sul trono Uno stava seduto”. “E vidi un grande trono bianco e Colui che vi sedeva”).

I santi e i beati

Il corteo dei beati

La grande immagine della comunione dei santi si sviluppa a sinistra su tre registri sovrapposti. Il lungo corteo di beati che incede verso il Cielo è guidato dall’apostolo Pietro che apre con le sue chiavi la porta del Paradiso e v’introduce l’apostolo Paolo seguito dagli altri apostoli e dai patriarchi biblici. Tra questi si riconoscono Mosè e i re David e Salomone.

I gruppi di beati

I santi sono raggruppati nei diversi ordini della tradizione bizantina: i profeti, gli alti prelati e i teologi, i martiri, gli asceti, i re giusti, le donne martiri e sante.

I beati

Spiccano alcune figure care alla devozione ortodossa: la regina Elena con il figlio, l’imperatore Costantino, Basilio Magno, Gregorio Nazianzeno, il vescovo Spiridione, l’anacoreta Onofrio.

Mosè e gli Ebrei

Mosè presenta Cristo agli Ebrei

Al giudizio divino si presentano gli Scribi, i Farisei e tutto il popolo ebreo. Mosè – che ha consegnato loro le tavole della legge antica – li precede e indica loro col dito il Cristo giudice. Il cartiglio che ha in mano ricorda un versetto tratto dal libro del Deuteronomio: Il Signore, tuo Dio, susciterà per te, in mezzo a te, tra i tuoi fratelli, un profeta pari a me. A lui darete ascolto (Dt 18,15). L’annuncio mosaico del Messia provoca scompiglio tra gli Ebrei: alcuni si tirano la barba, altri urlano e reagiscono scompostamente.

Il giudizio dei popoli

I popoli a giudizio

Presenza originale nell’affresco di Voroneţ è il corteo dei popoli che attendono di essere giudicati e che sono raffigurati separatamente alle spalle del popolo ebreo. Questi popoli sono ben riconoscibili poiché raffigurano volti stranieri, talvolta ostili ma comunque noti alla popolazione moldava e fedi diverse da quella ortodossa. Il primo gruppo è quello dei Turchi, seguito da quello dei Tartari; in successione si vedono gli Armeni, guidati da una figura monastica; chiudono il corteo gli “Arabi”, popolazioni africane dalla pelle nera. Il senso di queste presenze va ricercato nell’universalità del giudizio, al quale saranno chiamate tutte le genti, gli ebrei e i pagani. La fonte è il vangelo di Matteo (24,30): Allora comparirà in cielo il segno del Figlio dell’uomo e allora si batteranno il petto tutte le tribù della terra, e vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi del cielo con grande potenza e gloria.

La morte del giusto e del peccatore

La morte – il primo dei quattro Novissimi (morte, giudizio, inferno, paradiso) – è ricordata a Voroneţ con la duplice scena della morte del giusto e di quella del peccatore, intervallate dalla figura del re David. L’uomo giusto, vestito di bianco, spira disteso per terra, con le braccia incrociate sul petto; dalla sua bocca esce l’anima, una figurina bianca che viene raccolta dall’angelo custode che assiste al trapasso. Il peccatore giace invece sul suo lussuoso letto di morte, fornito di coltri e di cuscino; tre diavoli lo attorniano, lo trapassano con la spada e cercano di trascinarne via il corpo avvolto nella coperta; il suo angelo non può che confermare il verdetto negativo sulla sua vita e lo infilza con un forcone. Al centro spicca la figura del re Davide, rappresentato nell’atto di suonare la cobza, uno strumento musicale moldavo simile al mandolino. La fonte scritturistica di queste immagini è il Salmo 36, opera del re Davide, nel quale la sorte dei giusti è contrapposta a quella degli empi: “Oracolo del peccato nel cuore del malvagio: non c’è paura di Dio davanti ai suoi occhi; perché egli s’illude con se stesso, davanti ai suoi occhi, nel non trovare la sua colpa e odiarla. Le sue parole sono cattiveria e inganno, rifiuta di capire, di compiere il bene. Trama cattiveria nel suo letto, si ostina su vie non buone, non respinge il male. (…) Riversa il tuo amore su chi ti riconosce, la tua giustizia sui retti di cuore”.

La risurrezione dei morti

La risurrezione dei morti

Al suono della tromba i morti si rianimano; risorgono dalle loro tombe e sono restituiti dalla terra, dal mare, dalle fiere terrestri e marine. La specificazione dei morti sulla terra e degli annegati in mare ha la sua fonte nell’Apocalisse (20,13): Il mare restituì i morti che esso custodiva, la Morte e gli inferi resero i morti da loro custoditi e ciascuno venne giudicato secondo le sue opere. La Terra è personalizzata da una figura femminile che ha sul capo l’abete di un bosco e regge in mano un sepolcro con un risorgente. Dai sarcofaghi i morti si sollevano ancora rivestiti dai sudari bianchi e si rivolgono a mani giunte verso il giudice. Le bestie carnivore restituiscono i poveri resti degli uomini divorati. Nel bestiario spiccano due draghi alati, un elefante, un leone, un lupo, un orso, un’anatra e un lungo serpente. Ma spicca anche il cervo, biblica figura dell’innocenza e simbolo cristiano.

La risurrezione dei morti in mare

Il mare, raffigurato come un grande lago, ricorda il Mar Nero. Esso è personificato in una donna che ha una banderuola e un veliero tra le mani ed è seduta sul dorso di un cetaceo. Tra le acque si riconoscono i profili delle balene, di una piovra e di un serpente marino, oltre alle sagome di pesci più diffusi e familiari. L’ombra di un annegato riemerge tra le onde. Altri resti umani sono vomitati dai grandi predatori marini. Curiosa la scena degli uccelli schierati sulle rive marine e pronti a catturare pesci con i loro lunghi becchi.

La pesatura delle anime

La psicostasia

Sotto il trono dell’Etimasia spunta la mano di Dio che regge una bilancia a doppio piatto. Un uomo nudo simbolizza l’anima che si sottopone al giudizio individuale. Il suo angelo custode riempie il piatto della bilancia con le opere buone compiute in vita. Una piccola folla di diavoletti neri si affanna a porre sull’altro piatto della bilancia l’elenco delle opere cattive. Altri tentano di frodare con l’uncino l’esito della pesatura, favorevole al giudicato. I condannati sono scortati dai diavoli e sono condotti in catene verso l’Inferno. Il contrasto tra il Bene e il Male è plasticamente reso dal combattimento tra l’arcangelo Michele e il diabolico Satana.

Il giardino del Paradiso

Il Paradiso

Il Paradiso è descritto come un giardino edenico racchiuso nelle mura della città celeste. La porta è ancora chiusa e vigilata da un cherubino armato, eco della Genesi (3,24): Scacciò l’uomo e pose a oriente del giardino di Eden i cherubini e la fiamma della spada guizzante, per custodire la via all’albero della vita. In attesa che Pietro ne riapra le porte, il giardino è già abitato da alcune presenze significative. Vediamo Maria, la madre di Gesù, seduta su un trono e servita dagli angeli. Segue poi il buon ladrone Disma, cui Gesù in punto di morte ha promesso di portarlo seco in paradiso. Vediamo poi il patriarca Abramo che ha in grembo l’anima del povero Lazzaro, come attestato dal Vangelo di Luca (16,22): Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Il patriarca è affiancato da Isacco e Giacobbe, entrambi con le anime dei giusti nel grembo. Il giardino recintato del Paradiso mostra un ricco parco botanico, nel quale le piante assumono anche un ruolo di simbolo. Il più evidente tra questi è Cristo Albero della Vita: si tratta dell’albero al centro del giardino nella cui chioma compare il mezzobusto di una figura imberbe vestita di bianco. Tra gli alberi del Paradiso oltre all’albero della conoscenza del bene e del male, ci sono il fico, la vite, il cedro, il cipresso, la palma, l’ulivo.

Il fuoco dell’Inferno

Il fiume infernale

L’Inferno è raffigurato come un fiume di fuoco che nasce ai piedi del Cristo, citazione del profeta Daniele (7,10): Un fiume di fuoco sgorgava e colava davanti al trono. Il grande lago di fuoco alimentato dal fiume scompare nell’abisso aperto sulla crosta terrestre. Anche questa immagine ha radici bibliche ed è una visualizzazione di un versetto dell’Apocalisse (12,16): E la terra aprì la sua bocca e assorbì il fiume che il dragone aveva gettato dalla sua bocca. Nella parte alta del fiume vediamo un angelo che trascina per la barba un dannato: si tratta dell’eretico Ario. Lo stesso angelo infilza un reprobo che chiede ardentemente una stilla d’acqua per la sua lingua riarsa: è il ricco Epulone della parabola lucana che espia la sua mancanza di carità verso il povero Lazzaro.

Lucifero e i dannati

Sul fondo del lago Lucifero troneggia seduto su un drago multiteste. Intorno a lui ruotano i grandi peccatori: Maometto II, il sultano ottomano che assediò e distrusse Costantinopoli; gli imperatori iconoclasti; Giuda, l’apostolo traditore; Caifa, il fariseo ingiusto giudice di Gesù; Erodiade che chiese e ottenne la testa di Giovanni Battista.

Francia. I tre vivi e i tre morti di Carennac

A Carennac (Lot), in un edificio conventuale prossimo al chiostro abbaziale, attualmente di proprietà privata, è stato scoperto nel 1977 un dipinto murale con una versione quattrocentesca della leggenda medievale dei tre vivi e dei tre morti. Nella tradizione letteraria di genere, tre nobiluomini a cavallo, impegnati in una battuta di caccia, incontrano sulla strada dei revenant, tre cadaveri ‘viventi’ di orribile fattezza. La visione è ammonitrice e il messaggio trasmesso dai tre morti (“siete come noi eravamo; sarete come noi siamo”) vuole convincere gli spensierati a condurre una vita virtuosa.

Le dit des trois morts et de trois vifs à Carennac

Nel dipinto la scena è ambientata a un incrocio di strade, nei pressi di una croce stazionaria (o un calvario). Il paesaggio è invernale, segnato da alberi spogli sullo sfondo di città fortificate, torri e mulini. I tre revenant occupano lo spazio di destra. Il primo ha i tipici connotati della morte: uno scheletro, con la corona di regina, che scocca dardi mortali dal suo arco. Il secondo indossa un sudario a brandelli e impugna la falce livellatrice. Il terzo, dal colore scuro di mummia, è un cadavere in putrefazione che mostra le sue viscere divorate dai vermi.

A sinistra sono ritratti i tre cavalieri. Hanno copricapi, mantelli e abiti eleganti. Cavalcano animali di colore scuro, forniti di gualdrappe ricamate e finimenti di lusso. L’apparizione dei morti viventi crea in loro reazioni psicologiche e comportamenti differenti. Il primo cavaliere a sinistra ha una reazione inorridita e fa scartare il cavallo verso una rapida fuga. Il secondo cavaliere è molto spaventato e resta bloccato sulla sua cavalcatura; ritrae lo sguardo dall’apparizione e con la mano compie una benedizione o uno scongiuro. Il terzo cavaliere resta calmo, volta il suo cavallo e sembra sostenere orgogliosamente impassibile la provocazione che di fronte.

Francia. Il portale di Beaulieu-sur-Dordogne

Beaulieu-sur-Dordogne è un piccolo centro della Corrèze (regione del Limosino), posto sulla riva destra della Dordogna e noto per l’abbazia di Saint-Pierre, fondata nel nono secolo. L’abbazia deve la sua celebrità soprattutto al portale meridionale.

Il portale di Beaulieu

Nel timpano è rappresentata la seconda Parusía del Cristo, descritta nel vangelo di Matteo: “Allora comparirà in cielo il segno del Figlio dell’uomo e allora si batteranno il petto tutte le tribù della terra, e vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi del cielo con grande potenza e gloria. Egli manderà i suoi angeli, con una grande tromba, ed essi raduneranno i suoi eletti dai quattro venti, da un estremo all’altro dei cieli” (Mt 24, 30-31).

Il timpano del portale

Vediamo Gesù che siede sul trono, con i piedi poggiati sulle nuvole e con le braccia allargate; ha un nimbo crociato dietro al capo e mostra le cinque piaghe della crocifissione. Dietro di lui gli angeli mostrano gli strumenti della passione: una grande croce tra le nubi, con la corona di spine e i quattro chiodi. Un altro angelo scende in volo dall’empireo e porta a Gesù, posandogliela sul capo, la corona regale, segno della sua signoria sul creato. Ai lati del trono due angeli tubicini fanno squillare i corni della risurrezione universale.

La parusia del Signore

Il personaggio a sinistra con la barba bifida e il berretto frigio rappresenta il profeta Isaia o forse Mosè. Risvegliati dal suono delle trombe, cinque defunti si rianimano, sollevano il coperchio dei loro sarcofaghi ed escono allo scoperto. Ai lati di Cristo siede il tribunale celeste dei dodici apostoli, preceduto da Pietro, ritratto con le chiavi in mano; gli apostoli conversano tra di loro, indicano col dito il Cristo ai risorti e portano in mano i libri di cui sono autori. Tre figurine umane rappresentano gli ebrei: essi sono sorpresi dall’arrivo del Messia e sollevano le loro vesti per mostrare il sesso circonciso e ricordare così la loro appartenenza al popolo eletto.

Le scene a sinistra

Le altre quattro figurine umane sulla destra, curiosamente abbigliate, rappresentano simbolicamente i pagani e tutti i popoli del mondo. Sul doppio architrave sette bestie infernali raffigurano le forze del male vinte dal Cristo.

Le scene a destra

Nel registro superiore quattro mostri ibridi, vomitati dalla gola del Leviatano a sinistra, divorano i corpi dei dannati: si riconoscono un leone, un grifone e due chimere dotate del corpo di leone, di ali e una testa al termine della coda. Nel registro inferiore un orso segue un mostro dalle sette teste e un drago simile a un lungo serpente attorcigliato, forse icona delle bestie salite dal mare nel capitolo tredici dell’Apocalisse.

Il bestiario infernale

Il pilastro centrale del portale è decorato sui tre lati con figure di atlanti che sostengono l’architrave. A sinistra vediamo un bambino sulle spalle di un uomo; al centro un giovane; a destra un anziano. Il significato più evidente è quello della raffigurazione delle tre età della vita.

Il pilastro con le tre età dell’uomo

Sui piedritti a lato del portale compaiono le figure di San Pietro con le chiavi e di San Paolo con il volume delle sue lettere.

I vizi capitali: la Gola, l’Avarizia e la Lussuria

Sulla facciata della chiesa, a sinistra del portale, sono state collocate tre sculture che rappresentano i vizi capitali. Il primo personaggio, ritratto con una scodella vuota, simboleggia il peccato di Gola. Il secondo personaggio che stringe una scarsella di monete ed è cavalcato da un diavolo, simboleggia il peccato di Avarizia. Il terzo personaggio è una donna nuda, cui un rospo morde il sesso e due serpenti succhiano i seni: simboleggia la Lussuria.

La storia del profeta Daniele

L’ala sinistra del portico racconta la storia veterotestamentaria del profeta Daniele. Nel primo episodio in alto a destra Daniele prepara focacce avvelenate per il grande drago adorato dai babilonesi e lo uccide. A sinistra, sullo sfondo di Babilonia, aizzato dai babilonesi, il re fa gettare Daniele nella fossa dei leoni. Un angelo raggiunge il profeta Abacuc e lo convince a portare la sua scodella di cibo a Daniele nella fossa. La scena di destra mostra Daniele che siede tra i leoni, resi inoffensivi dal Dio d’Israele. “Il settimo giorno il re andò per piangere Daniele e, giunto alla fossa, guardò e vide Daniele seduto. Allora esclamò ad alta voce: “Grande tu sei, Signore, Dio di Daniele, e non c’è altro dio all’infuori di te!”. Poi fece uscire Daniele dalla fossa e vi fece gettare coloro che volevano la sua rovina, ed essi furono subito divorati sotto i suoi occhi” (Dn 14,40-42).

Le tentazioni di Gesù

L’ala destra del portico è dedicata alle tentazioni di Cristo nel deserto. Nella prima scena Satana raccoglie un mucchio di sassi e invita Gesù a trasformarle in pani. Nella seconda scena Satana promette a Gesù tutti i regni della terra, distesi ai suoi piedi. Nella terza scena, Satana conduce Gesù sulla torre del Tempio e lo invita a buttarsi giù, sicuro che gli angeli scenderanno a salvarlo. La risposta di Gesù è: “non tenterai il Signore Dio tuo”. Sullo spigolo la grande statua di Cristo raffigura la conclusione del vangelo delle tentazioni. “Allora il diavolo lo lasciò ed ecco angeli gli si accostarono e lo servivano” (Mt 4,11).

Gesù servito dagli angeli

(Ho visitato Beaulieu il 1° luglio 2017)