L’Apocalisse di Moissac

L’importanza di Moissac è legata alla sua chiesa abbaziale dedicata a San Pietro. Consacrata nel dodicesimo secolo e modificata nel quindicesimo, ha sul fianco destro un prezioso portale, eseguito tra il 1100 e il 1130, capolavoro della scultura romanica. Celebre è anche il chiostro con i capitelli istoriati e figurati. Il grande timpano che sovrasta il portale descrive una visione teofanica, ovvero la venuta di Gesù alla fine dei tempi per instaurare il Regno di Dio. La fonte che ha ispirato l’opera è la visione di San Giovanni tratta dal quarto capitolo dell’Apocalisse.

Poi vidi: ecco, una porta era aperta nel cielo. La voce, che prima avevo udito parlarmi come una tromba, diceva: “Sali quassù, ti mostrerò le cose che devono accadere in seguito”. Subito fui preso dallo Spirito. Ed ecco, c’era un trono nel cielo, e sul trono Uno stava seduto. Colui che stava seduto era simile nell’aspetto a diaspro e cornalina. Un arcobaleno simile nell’aspetto a smeraldo avvolgeva il trono. Attorno al trono c’erano ventiquattro seggi e sui seggi stavano seduti ventiquattro anziani avvolti in candide vesti con corone d’oro sul capo. Dal trono uscivano lampi, voci e tuoni; ardevano davanti al trono sette fiaccole accese, che sono i sette spiriti di Dio. Davanti al trono vi era come un mare trasparente simile a cristallo. In mezzo al trono e attorno al trono vi erano quattro esseri viventi, pieni d’occhi davanti e dietro. Il primo vivente era simile a un leone; il secondo vivente era simile a un vitello; il terzo vivente aveva l’aspetto come di uomo; il quarto vivente era simile a un’aquila che vola. I quattro esseri viventi hanno ciascuno sei ali, intorno e dentro sono costellati di occhi; giorno e notte non cessano di ripetere: “Santo, santo, santo il Signore Dio, l’Onnipotente, Colui che era, che è e che viene!”. E ogni volta che questi esseri viventi rendono gloria, onore e grazie a Colui che è seduto sul trono e che vive nei secoli dei secoli, i ventiquattro anziani si prostrano davanti a Colui che siede sul trono e adorano Colui che vive nei secoli dei secoli e gettano le loro corone davanti al trono, dicendo: “Tu sei degno, o Signore e Dio nostro, di ricevere la gloria, l’onore e la potenza, perché tu hai creato tutte le cose, per la tua volontà esistevano e furono create”. Di questa visione mancano nel timpano soltanto alcuni particolari come le fiaccole accese, gli occhi innumerevoli e le sei ali dei viventi. Compare invece un particolare tratto dal versetto 8 del successivo capitolo dell’Apocalisse, che dice che: i ventiquattro anziani si prostrarono davanti all’Agnello, avendo ciascuno una cetra e coppe d’oro colme di profumi, che sono le preghiere dei santi.

Al centro del timpano è il Cristo seduto sul trono all’interno della mandorla stellata sopra un mare di nuvole. Ha la corona regale sul capo e un nimbo crociato. Con la mano sinistra regge il libro della sua Parola posato sul ginocchio e con la destra benedice gli astanti. Intorno a lui sono dislocati i quattro Viventi, simboli degli evangelisti: l’angelo, il leone, il toro e l’aquila. Ai lati due grandi angeli portano in mano i rotoli che simboleggiano il vecchio e il nuovo Testamento. Intorno siedono sui troni i ventiquattro Anziani, anch’essi coronati. Hanno tutti la testa rivolta al Signore parusiaco e reggono nelle mani la coppa d’oro dei profumi e la ribeca, lo strumento musicale a corda.

Uno dei ventiquattro anziani dell’Apocalisse

Ci trasferiamo ora nel chiostro abbaziale, altro capolavoro della scultura romanica. Veniamo ad osservare due capitelli che descrivono altre scene famose, sempre tratte dal libro dell’Apocalisse.

L’angelo e Giovanni a Patmos

Nel primo capitello una faccia mostra l’incipit del libro sacro, con l’angelo che scende dal cielo e si rivolge a Giovanni chiamandolo a trascrivere su un libro le visioni che seguiranno: “mi trovavo nell’isola chiamata Patmos a causa della parola di Dio e della testimonianza di Gesù. Fui preso dallo Spirito nel giorno del Signore e udii dietro di me una voce potente, come di tromba, che diceva: “Quello che vedi, scrivilo in un libro” (Ap 1,9-11).

L’angelo con la falce

La faccia opposta mostra l’angelo del giudizio con la falce, nell’episodio tratto dal capitolo 14: “un altro angelo uscì dal tempio che è nel cielo, tenendo anch’egli una falce affilata. Un altro angelo, che ha potere sul fuoco, venne dall’altare e gridò a gran voce a quello che aveva la falce affilata: “Getta la tua falce affilata e vendemmia i grappoli della vigna della terra, perché le sue uve sono mature“.

L’angelo a cavallo

Le altre facce del capitello mostrano due scene simili tra loro, con due angeli che montano un cavallo. Il richiamo è al capitolo 19: “Poi vidi il cielo aperto, ed ecco un cavallo bianco; colui che lo cavalcava si chiamava Fedele e Veritiero: egli giudica e combatte con giustizia. Gli eserciti del cielo lo seguono su cavalli bianchi, vestiti di lino bianco e puro”.

L’angelo trascina il diavolo in catene verso l’Abisso

Il secondo capitello descrive l’episodio della Bestia apocalittica come è riferito nel capitolo 20. Una faccia descrive l’angelo che trascina il diavolo incatenato per buttarlo nell’Abisso (puteus abissi): “E vidi un angelo che scendeva dal cielo con in mano la chiave dell’Abisso e una grande catena. Afferrò il drago, il serpente antico, che è diavolo e il Satana, e lo incatenò per mille anni; lo gettò nell’Abisso, lo rinchiuse e pose il sigillo sopra di lui”.

Il diavolo incatenato

La scena contigua mostra il drago alato incatenato e denominato Golias, citazione del combattimento biblico tra Davide e il gigante filisteo. La scritta precisa trattarsi del serpes anticus qui est diabolus.

I popoli di Gog e Magog diretti verso la Bestia

Sulla faccia opposta si osservano i popoli di Gog e Magog che si oppongono al Messia e preferiscono rivolgersi alla Bestia fuoriuscita dalla sua prigione: “Quando i mille anni saranno compiuti, Satana verrà liberato dal suo carcere e uscirà per sedurre le nazioni che stanno ai quattro angoli della terra, Gog e Magòg, e radunarle per la guerra: il loro numero è come la sabbia del mare”.

Il chiostro di Moissac

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Moissac. Il povero in paradiso e il ricco all’inferno

Moissac, antica cittadina della regione dell’Occitania (dipartimento di Tarn e Garonna), è soprattutto famosa per la sua chiesa abbaziale di Saint-Pierre, tra i principali monumenti del Cammino di Santiago lungo la strada da Tolosa a Bordeaux. Consacrata nel dodicesimo secolo e modificata nel quindicesimo, ha sul fianco destro un prezioso portale, eseguito tra il 1100 e il 1130, capolavoro della scultura romanica. Celebre è anche il chiostro con i capitelli istoriati e figurati e i rilievi bizantineggianti sui pilastri.

Le scene laterali del portale

Il piedritto sinistro del portale racconta una delle parabole più note del Vangelo di Luca (16,19-31), quella del povero Lazzaro e dell’uomo ricco, fonte biblica di numerose rappresentazioni artistiche del paradiso e dell’inferno: C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”. Ma Abramo rispose: “Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”. E quello replicò: “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”.

La parabola di Luca

Nel pannello scolpito in alto, letto da destra a sinistra, vediamo il Ricco seduto a tavola che mangia in compagnia di sua moglie, servito da un cameriere che armeggia tra piatti e anfore di bevande. Il povero Lazzaro, respinto sulla porta di casa, steso a terra, muore a seguito delle sue sofferenze, mentre due cani leccano le sue piaghe. Un angelo scende a raccoglierne l’animula che esce dalla bocca, per portarla in cielo. Il Paradiso è ambientato nel giardino edenico, dove cresce un simbolico albero, fiorito e ricco di frutti. Abramo, seduto sul trono del patriarca, riceve l’anima di Lazzaro e se la pone in grembo avvolgendola amorosamente nel mantello. La figura a sinistra rappresenta il profeta che, nella parabola, annuncia le scritture.

La morte dell’uomo ricco

Nel pannello sottostante si vede l’uomo ricco disteso sul letto di morte. Una donna è in ginocchio al suo fianco, in lacrime. Un angelo piomba dall’alto, ma giunge troppo tardi per evitare che i demoni, già in attesa da tempo, si impadroniscano dell’anima del ricco, quasi strappandola dalla sua bocca.

Il ricco all’inferno tra i diavoli

Il pannello a fianco descrive la punizione del ricco tra le fiamme dell’inferno. Lo vediamo schiantato a terra, con il sacco delle monete stretto al collo, artigliato dai diavoli.

Il demonio e la lussuria

In basso due pannelli descrivono le punizioni infernali dei vizi capitali. L’avaro che ha rifiutato l’elemosina a un povero mendicante che si regge su un bastone, viene cavalcato sulle spalle da un diavolo che lo acceca. La donna che personifica la lussuria ha due serpenti che le succhiano i seni e un rospo che le morde il sesso. Ne riportiamo la descrizione fattane da Umberto Eco – con gli occhi di Adso – nel suo “Il nome della rosa”. Vidi a lato del portale, e sotto le arcate profonde, talora istoriati sui contrafforti nello spazio tra le esili colonne che li sostenevano e adornavano, e ancora sulla folta vegetazione dei capitelli di ciascuna colonna, e di lì ramificandosi verso la volta silvestre delle multiple arcate, altre visioni orribili a vedersi, e giustificate in quel luogo solo per la loro forza parabolica e allegorica o per l’insegnamento morale che trasmettevano: e vidi una femmina lussuriosa nuda e scarnificata, rosa da rospi immondi, succhiata da serpenti, accoppiata a un satiro dal ventre rigonfio e dalle gambe di grifo coperte di ispidi peli, la gola oscena, che urlava la propria dannazione, e vidi un avaro, rigido della rigidità della morte sul suo letto sontuosamente colonnato, ormai preda imbelle di una coorte di demoni di cui uno gli strappava dalla bocca rantolante l’anima in forma di infante (ahimè mai più nascituro alla vita eterna), e vidi un orgoglioso cui un demone s’installava sulle spalle ficcandogli gli artigli negli occhi, mentre altri due golosi si straziavano in un corpo a corpo ripugnante, e altre creature ancora, testa di capro, pelo di leone, fauci di pantera, prigionieri in una selva di fiamme di cui quasi potevi sentire l’alito ardente.

La punizione dell’avaro

La parabola del ricco e del povero ha una replica sulle quattro facce di uno dei capitelli scolpiti del chiostro dell’abbaziale.

Il pranzo del ricco con Lazzaro alla porta

La prima scena vede il ricco (Dives) e sua moglie (Mulier), riccamente abbigliati, sedere alla tavola del banchetto, simbolizzata da un coltello e quattro pani. Il povero Lazzaro (Lazarus) giace fuori della porta del palazzo, con i cani che leccano le sue piaghe.

Gli angeli accolgono l’anima di Lazzaro

La seconda scena vede un angelo con le grandi ali spiegate inginocchiato davanti al corpo di Lazzaro, in attesa che egli esali l’ultimo respiro; un secondo angelo allunga il braccio per raccoglierne l’anima.

Lazzaro in Paradiso e il ricco all’inferno

La terza scena vede Lazzaro in Paradiso, seduto come un bambino sulle ginocchia del patriarca Abramo assiso sul trono. La scritta dice Abraham tenet animam. A destra un diavolo porta l’anima del ricco tra le fiamme dell’inferno.

Il ricco tormentato dai diavoli

La quarta scena, molto danneggiata, vede il ricco all’Inferno tormentato dai diavoli. Un demonio ne abbranca la testa e porta la mano alla bocca per indicare la sete ardente e la richiesta di refrigerio. Il secondo demonio, robusto e con la coda del maiale, simboleggia il peccato di gola.

 

Le noci e i Magi di Saillac

Le noci del Périgord sono una rinomata specialità territoriale francese. Ed eccoci allora sulla “Strada della Noce”, un sinuoso itinerario tra i campi della Corrèze e del Lot coperti da boschetti di alberi di noce. Giungiamo così al villaggio di Saillac. Ci accolgono le “quatre demoiselles” del Museo della Noce.

Il logo del Museo della Noce

Un popolare indovinello del Limosino si chiede «Quatre demoiselles dans un couvent qui ne voient ni pluie ni vent… Qui sont-elles?”. Chi sono le quattro signorine rinchiuse in un convento che non vedono né pioggia né vento? Ma sono, ovviamente, le quattro parti del seme della noce!

Il Museo della Noce di Saillac

Il Museo di Saillac è un originale tributo versato a questo popolarissimo e gustoso frutto che compare talvolta sulle nostre tavole. Volgiamo ora le spalle al museo per scoprire la chiesa del villaggio, dedicata a San Giovanni Battista. L’aspetto è quello di un maniero fortificato, con un impianto difensivo basato su due torri e un piccolo ingresso a portico.

La chiesa di San Giovanni Battista

Il possente guscio protettivo, eredità dei secoli e delle guerre di religione, custodisce tuttavia un grazioso timpano scolpito, che conserva l’originale policromia.

Il timpano del portale

La scena rappresentata nella lunetta è quella dell’adorazione dei Magi. I tre re – due anziani barbuti e un terzo giovane e imberbe – si lasciano alle spalle le loro cavalcature e avanzano in piedi portando i loro doni tra le mani. Gesù bambino, seduto sulle ginocchia di sua madre, mostra di gradire molto questi regali. Maria ha la corona della regalità sul capo ed è affiancata dallo sposo Giuseppe.

L’arcangelo Michele contro il drago

Il fregio sottostante descrive una scena infernale. A sinistra un leone alato sbrana con i suoi denti aguzzi un ragazzo che tenta invano di difendersi. A destra interviene l’arcangelo Michele che incatena il drago e lo infilza nella bocca con la sua spada aguzza. La scena evoca un passo dell’Apocalisse di Giovanni (20,1-2): “E vidi un angelo che scendeva dal cielo con in mano la chiave dell’Abisso e una grande catena. Afferrò il drago, il serpente antico, che è diavolo e il Satana, e lo incatenò per mille anni”.

Scena di caccia

Il pilastro centrale del portale è decorato da una scultura a spirale avvolgente che descrive una scena di caccia. In basso un battitore suona il corno e lancia i cani sulle tracce di un cervo che termina la sua fuga nella rete di un cacciatore.

Il cane battitore

(Ho visitato Saillac il 29 agosto 2018)

Gaeta. Il giudizio finale sul candelabro della Cattedrale

In uno dei più bei golfi del Tirreno, ai piedi del parco naturale di Monte Orlando, Gaeta costituisce un’eccellente meta per chi ama passeggiare nella storia. Tappa di questo itinerario è la sua Cattedrale. Ci attira in particolare il magnifico candelabro del cero pasquale, risalente al Duecento, conosciuto anche come “colonna istoriata”.  Il candelabro, collocato sul presbiterio rialzato, è composto di quarantotto riquadri scolpiti, dedicati per metà a illustrare scene della vita di Cristo e per metà scene della vita di Sant’Erasmo, modulata secondo la Passio Sancti Erasmi. I quadri scolpiti sono distribuiti secondo l’ordine cronologico degli avvenimenti della vita del Cristo e di Erasmo.

I morti risorgono al suono della tromba

Osserviamo i pannelli relativi al giudizio finale. La prima scena è quella della risurrezione dei morti. Vediamo a destra l’angelo tubicino che fa squillare la sua tromba. A sinistra i corpi umani sono ritratti nelle diverse fasi del loro risveglio: dapprima i corpi sono ancora distesi a terra; si passa poi alla posizione seduta e a quella levata. Si noti il risorto in piedi che aiuta il suo vicino al alzarsi. Si notino anche le mani che coprono il sesso. I volti sono rivolti verso l’alto, mentre osservano la parusia in atto.

La risurrezione dei morti

La risurrezione dei morti inumati in terra si completa con la restaurazione dei corpi che erano stati dilaniati e divorati dalle bestie feroci. Nel secondo pannello vediamo i sepolcri aperti e osserviamo un leone e altre fiere che vomitano dalla bocca i poveri resti delle loro prede umane. I corpi si ricompongono al suono della tromba angelica.

L’apparizione del Giudice

Nel terzo pannello vediamo i risorti schierati in ginocchio con le braccia conserte in segno di sottomissione. Davanti a loro si manifesta il Signore, in piedi, con la mano destra levata e i fori dei chiodi in evidenza. In cielo gli angeli esibiscono gli strumenti della passione di Gesù: la croce, la canna con la spugna, la lancia, la corona di spine.

I beati e i dannati

La scena del giudizio finale è tripartita. Nella parte superiore Cristo giudice appare in cielo seduto su un trono, sorretto da due angeli che scendono ad ali spiegate. Gesù siede con le gambe incrociate, simbolo di ponderatezza. In basso a sinistra è il gruppo dei beati, tra i quali si riconosce forse il buon ladrone con la croce. Di fronte è il gruppo dei dannati, dall’espressione desolata. Un diavolo, con le sembianze d’un silvestre e peloso Pan dal volto di satiro demoniaco, strattona i dannati incatenati verso l’inferno, aiutato da un secondo demone nano che porta in spalla uno strumento di tortura. Si può osservare il netto contrasto tra le gambe snelle ed eleganti della donna dannata e gli sgraziati polpacci del caprone demoniaco.

Fermo. I quattro Novissimi sul portale della Cattedrale

La città di Fermo, eretta al rango di capoluogo di provincia nel 2004, è la capitale del distretto calzaturiero, che costituisce l’ambito produttivo più importante del Fermano. La sua Cattedrale sorge sul colle del Girfalco, una bella terrazza panoramica che domina il tipico paesaggio marchigiano, caratterizzato dai borghi turriti e dalla distesa dei colli che scendono dai monti Sibillini fino al mare Adriatico. Il portale laterale della Cattedrale, la porta santa giubilare, ha due battenti bronzei fusi nel 1995 in occasione della chiusura del Sinodo diocesano e dell’anniversario dell’ordinazione episcopale del vescovo Cleto Bellucci. L’iniziativa fu della Chiesa Fermana e dell’Associazione Amici di Fermo che vollero realizzare l’opera in onore della patrona Maria Assunta in Cielo. I bozzetti del portale sono opera di Aldo Sergiacomi, uno scultore di Offida (1912-1994), insignito del premio Pericle Fazzini per l’arte liturgica. Nella parte alta dei battenti della porta sono inseriti quattro pannelli scolpiti con le scene dei Novissimi: la morte, il giudizio, l’inferno e il paradiso. La scritta sottostante reca un versetto del libro dell’Ecclesiastico nel latino della Volgata: “[In omnibus operibus tuis] memorare novissima tua et in aeternum non peccabis“. Il testo è reso in italiano nel libro del Siracide: “In tutte le tue opere ricòrdati della tua fine e non cadrai mai nel peccato” (Sir 7,36).

La Morte e il Giudizio

La Morte è raffigurata nell’immagine tradizionale dello scheletro armato della falce livellatrice. Mentre un uomo precipita nel nulla, la lama ricurva della falce spegne la vita di una persona distesa. Il secondo pannello vede la figura del Cristo giudice sul monte che sovrasta la folla dei corpi risorti. La sua mano destra è aperta nel gesto dell’accoglienza dei buoni, mentre il dorso steso della sinistra respinge i cattivi. Il duplice destino di salvezza e dannazione è simbolizzato dalle creature angeliche e dai volti demoniaci che si apprestano a tradurre i risorti al loro destino eterno. Il giudizio favorevole spinge gli eletti a gesti di ringraziamento e di preghiera. La condanna è invece accolta col gesto di raccapriccio del dannato che si copre il volto.

L’Inferno e il Paradiso

Il terzo pannello è dedicato all’inferno. Due diavoli armati di forconi spingono i corpi dei dannati verso l’abisso infernale. Ormai annichiliti essi precipitano nel baratro dell’eterna condanna. L’ultimo pannello descrive l’ascesa dei beati verso il paradiso. Un angelo in volo afferra la mano degli eletti per condurli in Cielo. I beati respirano a pieni polmoni l’aria edenica e assumono le pose della preghiera e dell’estasi. In Paradiso li accoglie un Dio barbuto, circondato da un coro di angioletti, che ha in mano il libro della vita con le lettere dell’alfa e dell’omega, simboli dell’inizio e della fine del mondo.

Il Paradiso

Armenia. Le chiese del lago

Il lago Sevan è immenso. È un lago di montagna, a quasi duemila metri di quota ed è il più grande del Caucaso, con i suoi 80 km di lunghezza. Ben ventotto tra fiumi e torrenti lo alimentano come immissari, mentre uno solo ne è l’emissario, il fiume Hrazdan. Ha una storia tormentata, vissuta nel continuo conflitto tra le esigenze della protezione ambientale e le tentazioni di sfruttamento industriale. La spiaggia settentrionale si trasforma d’estate in una riviera turistica affollata e rumorosa. Ma proprio qui, sulla cresta di un’esile penisoletta che si allunga tra le acque, sorge un magnifico complesso di chiese armene, che dal nome del lago è denominato Sevanavank.

Il lago Sevan

Al termine della lunga scalinata che dalla riva turistica risale alla punta della penisola, una bella terrazza panoramica si affaccia sul lago. Alle spalle si alza la prima chiesa, dedicata agli Apostoli (Surp Arakelots).

La chiesa dei Santi Apostoli

È una piccola costruzione in basalto grezzo e tufo levigato del nono secolo. Ha la pianta a croce, un’alta cupola centrale, tre absidi “a trifoglio” e una sagrestia. A fianco sono le basi dell’antico monastero, oggi distrutto, con le celle dei monaci. Risalendo il pendio troviamo le tracce del gavit, il nartece andato distrutto.

La chiesa della Madre di Dio

Subito dopo si alza la grande chiesa dedicata alla Madre di Dio (Surp Astvatsatsin), con le sue tre absidi e la sagrestia.

La mappa di Sevanavank

Salendo ancora sin sulla sommità della collina diventano visibili le fondamenta delle tre navate della chiesa più antica, dedicata a San Harutiun. Questa chiesa sarebbe stata costruita da San Gregorio Illuminatore nel 305 sulle basi di un preesistente tempio pagano.

La lastra scolpita con la vita di Gesù

Nel recinto del complesso monastico si trovano numerose lastre tombali e croci intagliate nella pietra (khachkar). Una di queste khachkar è conservata nella chiesa della Madre di Dio e propone un compendio della vita di Cristo in immagini scolpite nella pietra. La scena più rilevante è quella centrale con la crocifissione di Gesù: le croci armene sono diffusissime ma in questo caso si tratta di una delle rarissime khachkar che propone la figura di Gesù inchiodato sulla croce. Il registro verticale di destra dedica tre immagini alla Madonna con il bambino in braccio, alla mangiatoia della natività con il bue e l’asino e ai tre re magi in visita al bambino. Il riquadro sotto la crocifissione descrive l’anastasis, ovvero la discesa di Gesù agli inferi e la liberazione dei giusti dell’antico testamento.

Cristo in maestà

I quadri delle fascia orizzontale superiore e del registro verticale di sinistra descrivono la seconda parusia e il giudizio universale. Vediamo la scena della maestà del Cristo, seduto sul trono e benedicente, affiancato dai simboli dei quattro evangelisti (l’aquila, il bue, il leone e l’angelo). Segue il volto del giudice tra gli astri che si spengono, mentre gli angeli tubicini suonano la tromba del giudizio. La scena successiva è la psicostasia, ovvero la pesatura sulla bilancia a doppio piatto delle opere buone e cattive dei risorti, con il demonio che tenta di falsare l’esito agganciando il piatto con un rampino. L’ultima scena vede i dannati rinchiusi nella prigione dell’inferno. Particolare curioso e ripetuto è quello delle lunghe trecce che scendono dal capo di Gesù in croce, agli inferi e in maestà.

Sevanavank

(Ho visitato Sevanavank il 2 luglio 2018)

Georgia. Il Giudizio universale di Vardzia

Vardzia fu scavata nel millecento, su iniziativa del re georgiano del tempo, con l’idea di mimetizzare nella roccia un presidio di soldati a controllo della vicina frontiera. Quando la frontiera si allontanò e vennero meno le ragioni di sicurezza, la figlia del re, l’amatissima regina Tamar, ne allontanò i soldati e la trasformò in una ‘città sacra’, popolata da centinaia di monaci. Nell’epoca d’oro della Georgia Vardzia divenne così un bastione della spiritualità georgiana alla frontiera orientale del mondo cristiano. Il cuore della città dei monaci è la chiesa dell’Assunzione (o della Dormizione) di Maria.

La chiesa di Vardzia

L’interno della chiesa stupisce per la precisione e la regolarità dello scavo che riproduce il modello delle chiese costruite. Gli affreschi che rivestono le pareti interne e la facciata esterna raccontano la storia della salvezza. Il vestibolo esterno addossato alla facciata (esonartece) è una galleria aperta sulla valle. Notevole è il dipinto che riveste interamente la facciata esterna, comprese le sue propaggini laterali e la volta. Un grande Giudizio universale è stato ingegnosamente adattato a tutti gli spazi disponibili. Il tempo e l’esposizione ne hanno ridotto la leggibilità, ma l’impianto generale resta evidente e mostra le sue radici bizantine.

Il signum crucis compare in cielo

Sulla volta sono descritte le scene celesti. La croce, segno di salvezza per l’umanità, compare in cielo, trasportata dagli angeli in volo.

Gli angeli arrotolano il firmamento

Il tempo è concluso e gli angeli riavvolgono il firmamento stellato.

Il tribunale celeste degli apostoli

Il tribunale celeste degli apostoli e i cori degli angeli affiancano il giudice che presiede il giudizio universale.

L’etimasia e la psicostasia

L’etimasia, ovvero la scena del trono vuoto e degli intercessori, costituisce la ‘figura’ del giudice. Sotto il trono c’è la bilancia a doppio piatto che pesa le opere buone e quelle cattive compiute dagli uomini. Attorno alla pesatura si scatena il contrasto tra gli angeli e i diavoli per il possesso delle anime.

Gli angeli trombettieri

Gli angeli trombettieri risvegliano i morti e li chiamano al giudizio.

I risorti davanti al giudice

Al giudizio finale sono anche chiamati tutti i popoli della terra e i diversi gruppi di fedeli, individuati dalle rispettive insegne. I risorti attendono il verdetto del giudice in merito alla loro salvezza o dannazione.

Le belve e i mostri marini restituiscono i corpi divorati

Insieme con i risorti che erano stati inumati nella terra, tornano in vita i morti di terra e di mare. I predatori terrestri e i mostri marini restituiscono alla vita i poveri resti umani che avevano divorato.

I dannati avvolti nelle spire dei serpenti

Il destino dei dannati si compie. Essi vengono reclusi all’inferno dove diventano preda di viscidi serpenti.

Il corteo dei beati

Sull’altro versante, i beati s’incolonnano in corteo verso i luoghi del refrigerio e della gloria.

Il Paradiso

Il paradiso terrestre, vigilato dal cherubino armato di spada, riapre i suoi battenti al popolo dei beati. All’ombra dell’albero della vita il patriarca Abramo accoglie nel suo grembo Lazzaro e i beati.