Moldoviţa. L’affresco del Giudizio universale

Il monastero e la chiesa di Moldoviţa furono costruiti nel 1532 per iniziativa del principe moldavo Pietro Rareş, figlio di Stefano il Grande, e furono poi affrescati nel 1537. Il sito si trova isolato tra i monti e le foreste della Bucovina, nella parte settentrionale della Moldavia, in Romania. Come gli altri monasteri della regione, Moldoviţa si presenta come una fortezza quadrata, dotata di alte mura di difesa e torri di guardia. La chiesa del monastero sorge al centro del campo interno, mentre i locali del monastero sono addossati alle mura. L’antica casa dell’abate è stata trasformata in un museo, ottimamente allestito. Il monastero è oggi affidato a un’attiva comunità di monache ortodosse.

La chiesa del monastero di Moldoviţa

Assieme alle architetture è soprattutto la decorazione pittorica interna ed esterna a rendere celebre questo monastero. Ci soffermiamo qui sull’affresco del Giudizio universale che riveste la parete d’ingresso della chiesa nell’esonartece, il caratteristico atrio porticato. A colpire il turista di oggi è il gran numero di graffiti che i visitatori hanno vergato sul dipinto nei secoli passati. I restauratori devono confrontarsi con questo problema: i graffiti non sono tutti deturpanti e costituiscono in molti casi un documento storico, una sorta di registro di firme apposte da sovrani e personalità illustri; in alcuni casi è stato deciso di non cancellare il graffito.

La fine del tempo

Il cielo riavvolto dagli angeli

La fine del tempo e l’inizio dell’eternità sono simbolizzati nelle lunette degli archi della volta. Gli angeli staccano il firmamento e lo riavvolgono come un rotolo, oscurando così il sole, la luna e le costellazioni dello zodiaco.

Il sole e le costellazioni dello zodiaco

La parusia del “giusto giudice”

Cristo giusto giudice

L’Antico di Giorni, raffigurato al centro del firmamento, abbandona l’empireo e scende sulla terra, sostenuto dalle ali degli angeli. Il “giusto giudice” viene a giudicare l’universo dei risorti. La sua mano destra mostra la ferita dei chiodi e si apre nel gesto dell’accoglienza dei buoni; la mano sinistra si allunga a respingere i cattivi. Il giudice è affiancato dai due avvocati difensori dell’umanità. Sono la madre Maria e il precursore Giovanni Battista, ritratti in piedi su pedane decorate, impegnati nella preghiera d’intercessione.

Il trono e la psicostasia

Il trono

Gli angeli preparano il trono destinato al giudice ponendovi la croce, la tunica e gli strumenti della passione di Gesù (le arma Christi), insieme con il libro della sua Parola e la colomba divina. Sotto il trono spunta la mano di Dio che regge la bilancia a doppio piatto. Nella mano di Dio sono accolti i santi innocenti, i neonati in fasce uccisi da Erode. Un risorto, nudo, è chiamato al giudizio individuale: i diavoli si affannano a porre sul piatto le pagine del libro del male con la trascrizione delle sue opere cattive, ma l’esito della pesatura è favorevole all’imputato.

La risurrezione dei morti

L’angelo tubicino e la risurrezione dei morti

Al suono delle trombe degli angeli tubicini i morti risorgono dai loro sepolcri, ancora avvolti nei loro sudari. La terra, personificata da una donna che regge in mano il sarcofago di un risorgente, restituisce i suoi morti. Gli uccelli rapaci e le fiere vomitano i poveri resti dei morti da loro divorati. Si noti la presenza di un orso, del leone, dell’aquila e di un leopardo maculato. Tra gli animali terrestri compare anche un cervo, simbolo cristiano dell’innocenza.

La terra restituisce i suoi morti

Anche il mare restituisce i suoi morti. Lo vediamo personificato in una donna a cavallo di due delfini che regge uno scettro e sostiene un vascello naufragato. I predatori marini rilasciano dalla bocca i corpi degli annegati.

Il mare restituisce i suoi morti

I popoli a giudizio

Il giudizio dei popoli

Mosè introduce al giudizio divino il popolo ebreo e il corteo dei popoli che attendono di essere valutati. Questi popoli sono riconoscibili grazie al loro abbigliamento e alle scritte che li identificano. Il primo gruppo è quello dei Turchi, seguito da quello dei Tartari; in successione si vedono gli Armeni, guidati da una figura monastica. Il senso di queste presenze va ricercato nell’universalità del giudizio, al quale saranno chiamate tutte le genti, gli ebrei e i pagani.

L’inferno dei dannati

I dannati incatenati e trascinati dai diavoli

L’inferno è simbolizzato dal fiume di fuoco che si origina ai piedi del giudice e scende diagonalmente ad alimentare come immissario il grande lago infernale. Un diavolo poco riguardoso della corona e dell’abito regale, afferra per la barba il re Erode, autore della strage degli innocenti, e lo trascina nel fuoco divino. I dannati sono sinteticamente raffigurati in due coppie incatenate al collo e ai polsi. Un diavolo le trascina verso l’inferno mentre un secondo diavolo le bastona alle spalle. Sul fondo rosso dell’inferno staziona il drago apocalittico dalle sette teste, cavalcato da Satana che regge una coppa.

Satana cavalca il drago infernale

L’immagine cita una pagina dell’Apocalisse, dove “Babilonia la grande, la madre delle prostitute e degli orrori della terra” regge in mano “una coppa d’oro, colma degli orrori e delle immondezze della sua prostituzione”.

I beati in Paradiso

I gruppi dei beati

La visione degli eletti si sviluppa su due registri sovrapposti. I santi sono raggruppati nei diversi ordini della tradizione bizantina: i patriarchi, gli alti prelati e i teologi, i martiri, gli asceti, i re giusti, le donne martiri e sante.

Pietro introduce gli eletti in paradiso

Il corteo di beati che incede verso il Cielo è guidato dall’apostolo Pietro che apre con le sue chiavi la porta del Paradiso terrestre, chiusa con un catenaccio ai tempi del peccato originale e vigilata da un cherubino di fuoco. Pietro v’introduce l’apostolo Paolo seguito in processione dagli altri apostoli e dai patriarchi biblici.

Il giardino del Paradiso

Il giardino paradisiaco è ricco di vegetazione e di alberi simbolici. All’interno siedono il patriarca Abramo con l’anima di Lazzaro in seno, oltre a Isacco e Giacobbe che accolgono in grembo le anime dei giusti. Accanto a loro sono il buon ladrone Disma e la madre di Dio.

(Ho visitato Moldoviţa il 20 luglio 2017)

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San Candido. Dalla Creazione del mondo all’Apocalisse

San Candido (Innichen, in tedesco) è un delizioso centro dell’Alto Adige, tra i più noti e frequentati della Val Pusteria. Tra i tanti spunti di visita che il paese offre, proponiamo un tour con lo sguardo all’insù. L’obiettivo sono gli affreschi che decorano la volta della Collegiata romanica e della Parrocchiale di San Giorgio. Ne emerge un originale viaggio biblico tra la Genesi e l’Apocalisse, tra l’inizio e la fine del mondo.

L’affresco della Creazione nella Collegiata

La Collegiata di San Candido nasce nel Mille da un antico convento benedettino e raggiunge il suo aspetto attuale nel Duecento. Ha le austere sembianze di una cittadella fortificata, una sorta di “fortezza di Dio”. L’affresco che riveste la cupola racconta tutto il ciclo della Creazione del mondo: una sequenza d’immagini che seguono il filo del racconto della Genesi, illustrato nello stile romanico del 1280.

La Creazione

L’affresco è strutturato in tre zone concentriche: al centro è il firmamento notturno, con le stelle e gli astri maggiori; lo circonda il cielo diurno e, sotto le nuvole, la superficie della terra. I sei giorni della creazione sono evocati da altrettante immagini del Dio creatore. Il ciclo inizia con il “fiat coelum”: Dio colloca gli astri nel cielo e separa la luce dalle tenebre, genialmente umanizzate. Segue il “fiat firmamentum”: il Creatore separa le acque sopra e sotto la volta celeste e fa così apparire la terra rocciosa e alberata, traversata dai fiumi. Nella terza scena, quella del “Fiant volatilia”, avviene il popolamento dell’acqua e dell’aria con le diverse specie di pesci e di uccelli. La quarta raffigurazione – “Fiant animalia” – propone un giardino zoologico di animali piccoli e grandi, reali e fantastici; l’uomo con il cappuccio che cavalca il cavallo è forse l’autoritratto del pittore. Con il “Fiat Adam” ecco la quinta scena in cui Dio, alla maniera di un vasaio, crea il suo capolavoro, l’uomo. Dio pone le mani sul capo e sul mento dell’uomo, mentre Adamo mette le mani sul cuore. Nella sesta scena – “Fiat Eva ex Adam” – le mani di Dio estraggono Eva dal fianco di Adamo e la benedicono accarezzandole la fronte. Il ciclo termina con la scena della cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso terrestre. Un cherubino dalle ali spiegate con la destra impugna la spada e con la sinistra spinge i progenitori fuori dalla torre di guardia all’ingresso. Adamo ed Eva coprono le loro nudità con una foglia di fico, e andandosene, guardano tristi verso l’albero della conoscenza del bene e del male e il paradiso perduto.

Le immagini apocalittiche dell’arcangelo Michele

La vicina chiesa di San Michele Arcangelo si fa ammirare per le forme eleganti del barocco tirolese e per i suoi richiami al rococò, frutto della trasformazione avvenuta nel 1735. La nostra attenzione si concentra comunque all’interno della chiesa sul ciclo di dipinti che il pittore barocco Christoph Anton Mayr realizzò nel 1760 sulla volta della navata. Il ciclo è dedicato all’arcangelo Michele, patrono della chiesa, e alle sue apocalittiche battaglie contro il demonio in qualità di capo delle milizie celesti, difensore della chiesa, giudice delle anime.

Il giudizio individuale

Il dipinto all’inizio della navata descrive una scena di “giudizio particolare”. Un morente spira nel suo letto, circondato dai suoi familiari e da un sacerdote che lo assiste. In cielo appare Gesù Cristo, nel suo ruolo di giudice supremo, mentre esibisce la croce della sua passione, segno di salvezza per l’umanità. Inginocchiata ai suoi piedi, la madre Maria intercede per la salvezza del defunto. Il suo angelo custode avvia l’anima all’immediato giudizio individuale sui piatti della bilancia del ponderator. L’arcangelo Michele, in abiti militari, regge la bilancia a doppio piatto e con la spada sguainata tiene a distanza il serpente diabolico. Intorno ai piatti della bilancia si sviluppa una simbolica battaglia tra il bene e il male. Un demonio cerca di far pendere il piatto della bilancia dalla propria parte, collocandovi sopra i simboli dei peccati capitali che estrae da una cornucopia: nel caso specifico poggia sul piatto un sacchetto di monete, simbolo del vizio capitale dell’avarizia.

San Michele, la Donna e il dragone

La seconda scena dipinta sulla volta è la visione della donna e del drago, il celebre dramma dell’Apocalisse che si svolge tra cielo e terra. Si tratta di un’immagine tripolare, giocata sulla donna, l’angelo e il drago a sette teste, affiancata dalle immagini dei progenitori ai tempi dell’innocenza e dalle conseguenze del peccato originale. In alto è la madre di Gesù, vestita di bianco e di blu: «un segno grandioso apparve nel cielo: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e, sul capo, una corona di dodici stelle. Era incinta, e gridava per le doglie e il travaglio del parto» (Ap 12,1-2). Il secondo polo è concentrato nella plastica immagine dell’arcangelo Michele, vestito di una leggera armatura e protetto da uno scudo, con la spada sguainata e fiammeggiante e con un mantello svolazzante di vivido colore rosso. Il terzo polo è costituito dal drago furente a sette teste, respinto dalle nuvole verso il basso.

La caduta degli angeli ribelli

La terza scena dipinta sopra l’altare descrive la battaglia tra gli angeli fedeli, guidati da Michele, e gli angeli ribelli a Dio, guidati da Lucifero. La caduta degli angeli ribelli richiama le parole apocalittiche: «scoppiò quindi una guerra nel cielo: Michele e i suoi angeli combattevano contro il drago. Il drago combatteva insieme ai suoi angeli, ma non prevalse e non vi fu più posto per loro in cielo. E il grande drago, il serpente antico, colui che è chiamato diavolo e il Satana e che seduce tutta la terra abitata, fu precipitato sulla terra e con lui anche i suoi angeli» (Ap 12,7-9).

La Collegiata di San Candido

(Ho visitato San Candido il 15 agosto 2017)

L’uomo con la borsa al collo

L’uomo con la borsa al collo è un’immagine medievale che esprime la condanna sociale e religiosa per l’uso peccaminoso del denaro. La borsa al collo è piena di monete: una ricchezza ‘male acquisita o illecitamente tesaurizzata’, un pesante fardello del quale il peccatore non riesce a liberarsi e che lo appesantisce precipitandolo all’inferno. La borsa al collo contraddistingue numerose figure detestate nella società medievale: l’avaro, l’avido usuraio, il falsario di monete, il mercante disonesto, il ricco cattivo, il traditore Giuda.

L’uomo con la borsa al collo tra i dannati (Autun)

La preoccupazione dell’idolatria di Mammona è una costante nella vita della chiesa. Gesù mette in guardia dalle ‘borse’ e ammonisce: “Vendete ciò che possedete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro sicuro nei cieli, dove ladro non arriva e tarlo non consuma. Perché, dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore” (Lc 12, 33-34). La tensione tra ricchezza e povertà attraversa la chiesa medievale: i movimenti pauperisti, per i quali la povertà voleva dire essenzialmente assenza di possesso, trovarono come obiettivo polemico della loro predicazione mercanti, usurai, vescovi e abati disinvolti nella gestione dei beni. Tensioni analoghe si sviluppano nella società medievale, sconvolta dalla nascente economia di mercato, dal prestito a interesse, dall’affermazione delle banche e dei banchieri.

Il dannato con i fardelli delle sue ricchezze (Fornovo di Taro)

L’immagine dell’uomo con la borsa al collo compare in diversi contesti, a cominciare dai giudizi universali per poi proseguire nelle raffigurazioni dell’inferno, nei combattimenti tra i vizi e le virtù, nelle cavalcate dei vizi, nella pittura infamante urbana, nei cicli delle parabole di Lazzaro e del tradimento di Giuda.

Propongo una breve rassegna tipologica di personaggi nei quali la borsa al collo identifica i tanti peccati legati all’uso del denaro.

L’usuraio di Ennezat

Il capitello di Ennezat

L’uomo è afferrato ai polsi da due diavoli alati e ha una borsa tondeggiante che gli pende dal collo. Il diavolo ha scritto sul cartiglio “Cando usuram acepisti opera mea fecisti” (Quando prendesti l’usura compisti l’opera mia). Al di sotto è un recipiente che reca le parole “munera” e “dives”. Il capitello è nella Collégiale Saint-Victor et Saint-Couronne di Ennezat fondata dal duca di Aquitania tra il 1061 e il 1073 per la vita comune di dodici canonici. L’usura è il prestito di denaro da restituire gravato da interessi onerosi. L’usuraio era considerato un peccatore tra i più infami.

L’avaro di Conques

Il capitello di Conques

Su un capitello del transetto di Conques vediamo l’avaro finire nelle mani dei diavoli che lo prendono in consegna con visibile soddisfazione. L’avaro ha la scarsella dei soldi appesa al collo e la soppesa con la mano, proteggendola dalle mire diaboliche. La scritta sul cartiglio dice “Tu pro malum, accipe meritum”, ovvero “ricevi la ricompensa che meriti per il tuo peccato”. Conques, nell’Aveyron, fu in antico sede di un’abbazia benedettina di cui oggi non rimane che la chiesa di Santa Fede (Sainte-Foy), imponente edificio romanico del secolo undicesimo, tappa lungo la via di pellegrinaggio per Santiago di Compostella.

Il ricco Epulone di Moissac

Il portale di Moissac

Il portale dl Moissac racconta una delle parabole più note del Vangelo di Luca (16,19-31), quella del povero Lazzaro e dell’uomo ricco. Questi, nel corso della sua vita fortunata, vestiva elegantemente e banchettava con i suoi amici mentre alla sua porta il povero Lazzaro mendicava il cibo. Dopo la morte il povero Lazzaro era stato accolto in cielo, nel seno di Abramo, mentre il ricco si era ritrovato tormentato nell’Ade. La scultura descrive la punizione del ricco tra le fiamme dell’inferno, schiantato a terra, con il sacco delle monete stretto al collo, artigliato dai diavoli. Moissac è soprattutto famosa per la sua chiesa abbaziale di Saint-Pierre, tra i principali monumenti del Cammino di Santiago lungo la strada da Tolosa a Bordeaux. Consacrata nel dodicesimo secolo ha sul fianco destro un prezioso portale, eseguito tra il 1100 e il 1130, capolavoro della scultura romanica.

Fol Dives: il ricco stolto di Orcival

Il capitello di Orcival

Un capitello nella chiesa di Notre-Dame di Orcival, scolpito nella prima metà del dodicesimo secolo, mostra un personaggio che stringe la borsa appesa al collo mentre due diavoli lo tormentano con i forconi. L’incisione sovrastante lo definisce “Fol Dives”, un “ricco folle”. Si tratta della figura immortalata nella parabola di Luca (Lc 12, 16-21): “La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. Egli ragionava tra sé: ‘Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti? Farò così – disse -: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti!’. Ma Dio gli disse: ‘Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?’. Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio”.

I trenta denari di Giuda

Giuda impiccato all’inferno con la borsa dei trenta denari (Conques)

Nel giudizio universale di Conques, a fianco di Lucifero, compare un uomo impiccato, con il corpo avvolto nelle spire dei serpenti e con la borsa di monete appesa al collo. Si tratta di Giuda, l’apostolo che tradì Gesù per trenta denari. La storia è nota dal vangelo di Matteo: “Allora Giuda – colui che lo tradì -, vedendo che Gesù era stato condannato, preso dal rimorso, riportò le trenta monete d’argento ai capi dei sacerdoti e agli anziani, dicendo: “Ho peccato, perché ho tradito sangue innocente”. Ma quelli dissero: “A noi che importa? Pensaci tu!”. Egli allora, gettate le monete d’argento nel tempio, si allontanò e andò a impiccarsi” (Mt 27, 3-5). L’ignobile mercato della vita di Gesù venduta per denaro fece di ‘Judas mercator pessimus’ un soggetto esecrato nella mentalità popolare e nell’iconografia.

Il Simon Mago di Chartres

Simon Mago con la borsa al collo calpestato da San Pietro (Chartres)

Il portale sud della cattedrale di Chartes è rivestito dalle lunghe statue dei dodici apostoli. In posizione d’onore, l’apostolo Pietro schiaccia sotto i piedi un omino barbuto che stringe la borsa appesa al collo. Quell’omino è Simon Mago, il samaritano che ‘praticava la magia e faceva strabiliare gli abitanti della Samaria, spacciandosi per un grande personaggio’. Nel racconto degli Atti degli apostoli egli chiese a Pietro e Giovanni – in cambio di denaro – il privilegio di conferire lo Spirito Santo: “Simone, vedendo che lo Spirito veniva dato con l’imposizione delle mani degli apostoli, offrì loro del denaro dicendo: “Date anche a me questo potere perché, a chiunque io imponga le mani, egli riceva lo Spirito Santo”. Ma Pietro gli rispose: ‘Possa andare in rovina, tu e il tuo denaro, perché hai pensato di comprare con i soldi il dono di Dio! Non hai nulla da spartire né da guadagnare in questa cosa, perché il tuo cuore non è retto davanti a Dio. Convèrtiti dunque da questa tua iniquità e prega il Signore che ti sia perdonata l’intenzione del tuo cuore. Ti vedo infatti pieno di fiele amaro e preso nei lacci dell’iniquità” (At 8, 18-23).

Il vescovo simoniaco di Giotto

Il vescovo simoniaco (Padova)

Il giudizio universale dipinto da Giotto nella cappella degli Scrovegni di Padova dedica un ampio spazio ai peccatori che si sono macchiati delle colpe legate al cattivo uso del denaro. Tra questi vediamo un vescovo simoniaco, portato sulle spalle da un diavolo, che dà l’assoluzione a un fedele inginocchiato in cambio della borsa di denaro che ha appesa al collo. La simonia è l’uso peccaminoso delle risorse sacre e la compravendita di beni sacri spirituali, come le assoluzioni e le indulgenze. Nel medioevo furono definiti simoniaci coloro che compravano il titolo di vescovo e abate al solo scopo di entrare in possesso dei feudi, dei fondi e degli immobili che nelle campagne e nelle città erano legati alla carica. Le spese di gestione, tra l’altro, gravavano spesso sui sudditi. Ciò spiega le ribellioni del basso clero e del popolo insieme con la diffusione di movimenti pauperistici ed ereticali contro la corruzione del clero simoniaco.

L’avarizia a cavallo

L’avarizia e la superbia nella Cavalcata dei vizi

La Cavalcata dei Vizi è un soggetto iconografico diffuso nelle regioni frontaliere delle Alpi occidentali. I sette vizi capitali sono simbolizzati da altrettanti personaggi maschili e femminili che cavalcano animali anch’essi simbolici; il corteo dei personaggi a cavallo, legati tra loro da una lunga catena, è trascinato da un diavolo nella gola del Leviatano infernale. Un ciclo della cavalcata è stato affrescato da Aimone Duce nella cappella di Santa Maria di Missione a Villafranca Piemonte. Qui l’Avarizia è raffigurata nei panni di una vecchia tirchia, a cavallo di una scimmia cleptomane, che pur di accrescere il suo tesoretto di monete si costringe a una vita di privazioni, percepibile nel corpo macilento, nell’abito misero e strappato, nello straccio usato come copricapo, nella mancanza di calzature.

La carità schiaccia l’avarizia

Largitas vs Avaricia a Aulnay

Il portale della chiesa di Saint-Pierre di Aulnay è decorato negli archivolti da scene di combattimento tra le virtù e i vizi. Il contrasto tra la generosità e l’avarizia è rappresentato dalla donna guerriera della Largitas, armata di elmo, corazza e scudo, che calpesta Avaricia, visualizzata come un uomo con la borsa al collo. Fu il poema allegorico della Psychomachia a sviluppare la rappresentazione dei vizi e delle virtù. Prudenzio vi descrive, in scene vive e variate, i combattimenti epici che impegnano le personificazioni femminili: la Fede contro l’Idolatria, la Pudicizia contro la Libidine, la Pazienza contro la Collera, l’Umiltà contro la Superbia, la Sobrietà contro l’Abbondanza, la Generosità contro l’Avarizia, la Concordia contro la Discordia.

Per approfondire

Il libro di Giuliano Milani

Il mare. Una tragedia, il finimondo…

Oggi il mare è sinonimo di piacere e di villeggiatura. Il 48% degli italiani che va in vacanza sceglie le località marine. Ma non è sempre stato così. Nell’antichità e nel medioevo il mare è stato associato nella sensibilità collettiva alle peggiori immagini di sciagura. Esso era collegato alla morte, alla notte, all’abisso, alle tempeste, ai naufragi, ai cicloni, alle malattie infettive, alla sete ardente, ai mostri. Sancho Pancia sintetizzava così il sapere popolare sul mare: “Se vuoi imparare a pregare, vai per mare”. E allora, ecco una rassegna d’immagini d’arte nelle quali il mare non è più un sogno ma un terribile incubo.

Il maremoto

Il maremoto è un cataclisma generato da movimenti tellurici sottomarini che determinano l’insorgere e il propagarsi nei mari e negli oceani di onde, talora molto alte, con effetti in qualche caso disastrosi, di flusso e di riflusso, specie sulle coste. Nella letteratura e nell’arte cristiana il maremoto è addirittura un evento apocalittico, uno dei segni che accompagneranno la fine del mondo. Un esempio lo troviamo a Lanciano, in Abruzzo, dove la Cappella di San Legonziano è decorata di affreschi del 1515 che descrivono i cataclismi che precederanno la fine del mondo e il giudizio universale. Le prime quattro catastrofi saranno quelle del mare.

Il mare si solleva…

Primo giorno: il mare si alzerà al di sopra delle montagne (el primo dì salzera el mare quaranta braza sopra ciascadun monte). Una gigantesca onda anomala, frutto del maremoto, si solleva sulla spiaggia popolata da persone atterrite e raggiunge le nuvole in cielo. Il mare ospita grandi pesci, imbarcazioni di diversa taglia e una vistosa sirena dalla coda bifida.

Il mare si ritira…

Secondo giorno: il mare si ritirerà (el secondo dì  andarà tanto igiuso che a mala pena si potrà vedere. Per questo el populo starà tanto pensoso). Un’eccezionale bassa marea rivela il letto asciutto del fiume sotto i ponti e il fondo del mare con la fauna marina a secco. Di fronte al borgo, sulla riva, la gente indica i segni del prodigio naturale.

I pesci saltano fuori dall’acqua…

Terzo giorno: i pesci salteranno fuori dall’acqua (el terzo dì i pesci monteranno sopra de l’aqua con gran furore tanto le voci e gridi che vi saranno insino al cielo andarà quelo romore). I pesci, le sirene e i serpenti marini si avventano fuori dall’acqua schiumante, aggredendo gli umani e combattendo una selvaggia battaglia ittica.

Il mare si prosciuga…

Quarto giorno: il mare si essiccherà (el quarto dì si die secare con tute le altre aque similmente). È l’ultimo cataclisma marino. Sotto gli sguardi turbati della gente, l’acqua del mare evapora totalmente e lascia a secco le imbarcazioni a vela.

Il diluvio universale

Il diluvio universale

Nell’immaginario popolare una delle grandi paure è quella dell’alluvione. Da Firenze al Polesine, per effetto dei cicloni, delle “bombe d’acqua”, delle esondazioni, le alluvioni sconvolgono i campi e distruggono le case. L’archetipo di questi cataclismi è il diluvio universale. La biblica storia di Noè e dell’arca è raccontata nelle immagini di tanti artisti. Proponiamo l’immagine dipinta da Aurelio Luini nel 1556 a Milano, nella chiesa di San Maurizio, accompagnata dal testo del libro della Genesi.

Il diluvio durò sulla terra quaranta giorni: le acque crebbero e sollevarono l’arca, che s’innalzò sulla terra. Le acque furono travolgenti e crebbero molto sopra la terra e l’arca galleggiava sulle acque. Le acque furono sempre più travolgenti sopra la terra e coprirono tutti i monti più alti che sono sotto tutto il cielo. Le acque superarono in altezza di quindici cubiti i monti che avevano ricoperto. Perì ogni essere vivente che si muove sulla terra, uccelli, bestiame e fiere e tutti gli esseri che brulicano sulla terra e tutti gli uomini. Ogni essere che ha un alito di vita nelle narici, cioè quanto era sulla terra asciutta, morì. Così fu cancellato ogni essere che era sulla terra: dagli uomini agli animali domestici, ai rettili e agli uccelli del cielo; essi furono cancellati dalla terra e rimase solo Noè e chi stava con lui nell’arca. Le acque furono travolgenti sopra la terra centocinquanta giorni (Genesi 7, 17-24).

I morti in mare

La risurrezione dei morti in mare

Una tragedia che ha provocato storicamente una grande angoscia è il morire in mare. L’idea di non avere una sepoltura, una croce sulla quale potesse confluire il pianto e il ricordo delle persone care, era intollerabile. Forse per questa ragione la speranza nella risurrezione dei morti nel giorno del giudizio universale ha trovato riflessi nelle raffigurazioni artistiche dell’ultimo giorno e ha voluto ricordare i morti in mare. In particolar modo nell’arte bizantina, al suono della tromba del giudizio i morti si rianimano, risorgono dalle loro tombe e sono restituiti dalla terra, dal mare, dalle fiere terrestri e marine. La specificazione dei morti sulla terra e degli annegati in mare ha la sua fonte nell’Apocalisse (20,13): Il mare restituì i morti che esso custodiva, la Morte e gli inferi resero i morti da loro custoditi e ciascuno venne giudicato secondo le sue opere. Nel Giudizio universale di Voroneţ, in Romania, il mare è personificato in una donna che ha una banderuola, una fontana sul capo, un veliero tra le mani ed è seduta sul dorso di due cetacei. Tra le acque si riconoscono i profili delle balene, di una piovra e di un serpente marino, oltre alle sagome di pesci più diffusi e familiari. L’ombra di un annegato riemerge tra le onde. Altri resti umani sono vomitati dai grandi predatori marini. Gli scomparsi in mare avranno la loro giustizia.

Il Canto della Sibilla

Il “Canto della Sibilla” è un testo liturgico di genere apocalittico che descrive i segni della fine del mondo e il giudizio universale. La sua versione cantata si è diffusa nell’Italia centro-meridionale (per esempio ad Alghero) e nella penisola iberica (Castiglia, Catalogna e Baleari). L’Unesco ha voluto dichiararla, con una decisione del 2010, uno dei Capolavori del Patrimonio Orale e Immateriale dell’Umanità. La versione premiata dall’Unesco è quella diffusa nell’isola di Maiorca, dove la popolarità del Canto è immensa: si può dire che ogni parrocchia lo canti in forma teatrale nella celebrazione della notte di Natale, per annunciare la venuta del Salvatore e il suo ritorno nel Giorno del Giudizio.

El Cant de la Sibilla

Il testo del canto è tratto dagli Oracoli Sibillini ed è stato utilizzato in un sermone dell’africano Quodvultdeus. Venerato come santo dalla Chiesa cattolica, Quodvultdeus (letteralmente “quello che Dio vuole”), è stato un vescovo berbero di Cartagine al tempo dell’invasione dei Vandali di Genserico e poi profugo a Napoli, dove è morto verso il 453. Ma è stato soprattutto il suo maestro e amico Agostino che ha reso celebre il testo inserendolo nella sua opera De Civitate Dei (La città di Dio), con il famoso incipit “Judicii signum tellus sudore madescet”.

L’Oracolo della Sibilla Eritrea (Michelangelo, Cappella Sistina)

La prefigurazione del Giorno del giudizio è contenuta nei testi di molti Profeti. Ma saranno anche le Sibille che proporranno questo genere di profezie. Le Sibille erano profetesse e sacerdotesse dotate di poteri divinatori e capaci di predire il futuro su ispirazione di divinità pagane. Le più conosciute erano l’Eritrea, la Cumana e la Delfica. Il mondo cristiano, basandosi sulle concordanze tra profezie bibliche e vaticini pagani, assimilerà progressivamente le Sibille e le porrà sullo stesso livello dei Profeti. Fino ad arrivare alla consacrazione finale in Vaticano, dove, nell’Appartamento Borgia, dodici Sibille sono affrescate in coppia con altrettanti Profeti.

La Sibilla eritrea, David e i profeti spiegano i segni del Finimondo (Luca Signorelli, Orvieto)

Il Canto della Sibilla trova analogie con il Dies Irae, altro testo che ha avuto grande fortuna liturgica e musicale. Anche Tommaso da Celano si appoggia all’autorità della Sibilla: “Giorno dell’ira, quel giorno / che dissolverà il mondo terreno in cenere, / come annunciato da Davide e dalla Sibilla”. Luca Signorelli fa spiegare dalla Sibilla Eritrea e dal profeta David i segni del “Finimondo” affrescati nella Cappella di San Brizio del Duomo di Orvieto. Andrea Milanesi ha scritto che il Canto della Sibilla continua a rinnovare la sua straordinaria impronta di teatrale drammaticità, esaltata dagli sconvolgenti riferimenti al giudizio finale e al caos degli elementi (fuoco celeste, tremore della terra, eclissi lunare e solare): Il portato drammatico e trascendentale evocato da queste straordinarie melodie e la vertigine apocalittica risvegliata dalle profezie e dagli oracoli pronunciati da queste misteriose figure sfociano nelle domande esistenziali e nelle riflessioni sul destino dell’uomo, che trovano risposta ultima nella speranza della nuova prospettiva di salvezza eterna inaugurata con la nascita di Gesù Cristo.

I segni della fine del mondo (Lanciano, San Legonziano)

Leggiamo l’Oracolo sibillino citato da Sant’Agostino in una traduzione italiana: “Come segno del Giudizio la terra si bagnerà di sudore. / Dal cielo verrà il re che sarà nei secoli, certamente per giudicare con la sua presenza la carne e il mondo. / Perciò l’infedele e il fedele vedranno Dio in alto con i santi proprio alla fine del mondo. / Così appariranno con la carne le anime, che egli stesso giudica, quando la terra giace incolta tra densi roveti. / Gli uomini getteranno via gli idoli e ogni ricchezza; il fuoco brucerà la terra, il mare e il cielo e diffondendosi infrangerà le porte del tetro Averno. / Ma i corpi di tutti i santi saranno illuminati dalla luce della libertà, e una fiamma eterna brucerà i peccatori. / Allora, svelando le proprie azioni nascoste, ognuno manifesterà i suoi segreti, e Dio dischiuderà i cuori alla luce. / Allora vi sarà lutto e tutti faranno stridere i denti. / Si oscura lo splendore del sole e cessa la danza delle stelle. / Rotolerà il cielo e il chiarore lunare si spegnerà. / Abbasserà i colli, innalzerà dalla loro profondità le valli. / Tra le cose degli uomini non vi sarà più nulla di sublime o di alto. / Già i monti sono abbassati al livello dei campi e tutte le cerulee distese del mare scompariranno, / la terra ridotta in frantumi perirà: così parimenti fonti e fiumi sono seccati dal fuoco. / Ma allora dall’alto del cielo la tromba farà venir giù un suono lugubre, piangendo la miserabile catastrofe e i vari travagli, la terra spaccandosi farà vedere il caos infernale. / E qui dinanzi al Signore compariranno insieme i re e dal cielo ricadrà un fiume di fuoco e di zolfo”.

Amalfi. Il rapimento di Proserpina

Amalfi è stata nel Medioevo una delle quattro potenti repubbliche marinare italiane. Tra l’839 e il 1135 intrecciò rapporti fecondi con l’Oriente e il Maghreb. Testimone di quel suo glorioso passato è oggi il complesso monumentale del Duomo. Nel Chiostro del Paradiso, ritmato da candidi archi intrecciati a centoventi colonnine di marmo, sono esposti i sarcofagi dell’antico cimitero dei nobili. Un sarcofago databile al secondo secolo racconta con le sue sculture il rapimento di Proserpina.

Il Chiostro del Paradiso

Il mito

Il mito di Proserpina e Plutone offre uno spaccato dell’Oltretomba greco e romano. Nella versione greca i protagonisti sono Demetra, Persefone e Ade. Nel mondo romano si chiamano invece Cerere, Proserpina e Plutone. Cerere era la dea dell’agricoltura, della fertilità e delle messi. Dalla sua unione con Giove nacque l’affascinante Proserpina. La bellezza di Proserpina fu notata da Plutone, il re degli Inferi, che, invaghitosi di lei, la rapì mentre raccoglieva fiori intorno al lago di Pergusa, in Sicilia, presso Enna. La madre Cerere, per il dolore, abbandonò i campi, causando una gravissima carestia. Giove, quindi, intervenne trovando un accordo tra Plutone e Cerere: Proserpina avrebbe trascorso sei mesi con la madre favorendo l’abbondanza dei raccolti mentre, per i restanti mesi dell’anno, quelli invernali, sarebbe rimasta con Plutone nell’Ade.

Il sarcofago di Amalfi

Le scene del sarcofago

Sul sarcofago di Amalfi scorrono in successione i diversi episodi del rapimento di Proserpina. Si comincia sul lato corto a sinistra, dove sono raffigurate le Naiadi che accompagnano Proserpina nella passeggiata tra i campi sulle rive del lago.

Le Naiadi e il fiume

Le Naiadi sono le ninfe delle acque siciliane. La sorgente che fluisce dal vaso della ninfa diventa un fiume che è personificato nell’uomo barbuto con il remo, allusione al mito di Aretusa e Alfeo.

Il carro di Cerere

Segue la splendida scena di Cerere armata di fiaccola che guida il suo carro trainato da serpenti. Leggiamo nei versi di Claudiano che Cerere lascia la figlia in Sicilia e parte per la Frigia “guidando i draghi dal flessuoso corpo che aprono le nubi con un aereo solco e bagnano il morso d’inoffensivi succhi; ora con le spire fendono gli Zèfiri, ora con volo basso sfiorano i campi. La ruota, scorrendo sulla grigia polvere, segna la terra e la feconda. Biondeggia di spighe la traccia e messi crescenti la ricoprono”. Sotto il carro vediamo una donna sdraiata con una spiga in braccio, personificazione del potere fecondante di Cerere.

Plutone rapisce Proserpina

Sul frontale, a destra, il dramma violento si compie. Plutone arriva sul suo carro, affida i cavalli a un demone e nello scompiglio generale rapisce Proserpina, la stringe con le sue possenti braccia e la conduce nell’oltretomba. Per la sorpresa e la veemenza del rapimento, la fanciulla lascia cadere a terra il cesto colmo dei fiori appena raccolti.

I cavalli infernali

I versi di Claudiano enfatizzano le emozioni dei cavalli infernali nel passaggio dal buio dell’Erebo alla luce del sole: “Il mondo atterrì i cavalli nati a pascersi in eterna caligine: mordendo il freno s’arrestano attoniti in quel mondo più bello e girando l’asse tentano di tornare al tremendo Caos. Poi quando ai fianchi avvertirono la frusta e appresero a tollerare il sole, piombano più veementi di un fiume dopo la bufera; di sangue è caldo il morso, il pestifero alito guasta l’aria, corrotto dalla bava s’infetta il suolo. Fuggono le Ninfe. Sul cocchio è rapita Proserpina”.

La reazione delle Ninfe e di Minerva

Le ninfe che accompagnano Proserpina reagiscono atterrite e sconvolte. Solo Minerva, armata di elmo e scudo, rimprovera Plutone per l’oltraggio compiuto e prova a fermarne l’azione. Ma la volontà di Giove è superiore all’ira di Minerva e lascia compiersi la promessa di dare una moglie a suo fratello Plutone.

Proserpina, Plutone e il cane Cerbero

L’ultima scena del sarcofago, sul lato corto di destra, è ambientata nell’Orco. Plutone e sua moglie Proserpina siedono sul trono delle divinità infere. Al loro fianco si alza l’albero che il re dedica alla sua regina: “In un bosco opaco c’è anche un albero prezioso che piega i rami fulgenti di verde metallo: l’albero sarà consacrato a te, sarai signora del dovizioso autunno e sempre ricca di rossi pomi”. Accucciato sotto il trono, a guardia della soglia dell’Averno, vediamo Cerbero, il cane a tre teste.

Il cesto caduto dei fiori di Proserpina

(Ho visitato il chiostro di Amalfi l’8 ottobre 2017. I versi citati nel testo sono di Claudio Claudiano, tratti dall’originale latino dell’opera “De raptu Proserpinae”)

Terni. Risurrezione e Giudizio finale in Cattedrale

Dal 2007 un grande dipinto decora la controfacciata della Cattedrale di Terni. L’artista argentino Ricardo Cinalli vi ha reinterpretato il tema classico del Giudizio universale, che è visto come un’ascensione di Gesù Risorto che porta in Cielo due grandi reti con i corpi dei risorti nell’ultimo giorno. Le tradizionali immagini del paradiso e dell’inferno, dei salvati e dei dannati, degli angeli del giudizio, restano presenti ma in secondo piano, quasi dissimulate dal cambiamento di prospettiva.

Il dipinto di Cinalli nella cattedrale di Terni

Siamo di fronte a una potente visione, carica di speranza per l’uomo contemporaneo, che pone al centro del dipinto la salvezza che il Cristo risorto offre a tutti. La rete che Gesù, divino pescatore di uomini, lancia a tutta l’umanità, trattiene tutti coloro che riconoscono i propri limiti, la propria solitudine e i propri peccati, e si aprono alla prospettiva di risorgere dalla propria morte. Questa salvezza è offerta a tutti, senza distinzione di chiesa, di razza, di genere, di cultura.

La mano di Dio

La mano di Dio

La scena è introdotta in alto da una mano aperta a rilievo che sporge dalle nubi. Questa mano che scende dall’empireo e fora le nubi del cielo è la mano di Dio. La mano è una teofania, il più antico simbolo di Dio Padre diffuso nell’arte cristiana. La mano che si apre nel gesto dell’accoglienza è quella del Padre che accoglie il Figlio. Nel momento terribile della morte sulla croce Gesù aveva gridato a gran voce “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito (Lc 23, 46). Ora che la morte è stata sconfitta, il Figlio risorto ascende al cielo ed è accolto dalla mano amorevole del Padre.

Gli angeli e il velo del tempo

L’angelo e il velo del tempo

Due grandi angeli arrotolano il sipario, lo accostano ai margini e svelano teatralmente la scena centrale. La radice scritturistica di questa immagine va rintracciata in un bel versetto di Isaia che profetizza la fine del tempo, quando il Signore “strapperà il velo che copriva la faccia di tutti i popoli e la coltre distesa su tutte le nazioni ed eliminerà la morte per sempre” (Is 25, 7-8). Se il Velo del Tempio, squarciandosi in due da cima a fondo, aveva annunciato la morte di Gesù, ora il Velo del Tempo, avvolto e ritirato dagli angeli quasi come un sipario, lascia apparire la scena della vittoria sulla morte, la salvezza finale dell’umanità e il ritorno del Figlio al Padre, preludio dell’Eternità.

Il Cristo pescatore di uomini

Il Cristo pescatore di uomini

Gesù, morto e risorto, sale verso il Cielo. Ascende gli invisibili gradini della virtuale scala del tempo, quel tempo che è stato offerto a tutti per la redenzione. Sui piedi, sui polsi e sul costato sanguinano ancora le piaghe della sua crocifissione. Con le mani solleva coloro che hanno risposto positivamente al suo invito alla salvezza e ora sono aggrappati alla rete delle misericordia. L’immagine del pescatore di uomini è squisitamente evangelica. Qui si caratterizza nel suo significato di giudizio ultimo, secondo la lezione di Matteo: “il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti” (Mt 13, 47-50).

Gerusalemme celeste e Babilonia infernale

La città celeste

In alto, sulle nubi, è raffigurata, nella forma urbana della città ideale, la Gerusalemme celeste dell’Apocalisse: “E vidi un cielo nuovo e una terra nuova: il cielo e la terra di prima infatti erano scomparsi e il mare non c’era più. E vidi anche la città santa, la Gerusalemme nuova, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii allora una voce potente, che veniva dal trono e diceva: Ecco la tenda di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro ed essi saranno suoi popoli ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio. E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno, perché le cose di prima sono passate” (Ap 21, 1-4). Alla fine dei tempi l’interminabile corteo dei salvati si reca in pellegrinaggio alla città santa sul monte: qui è il centro del mondo, poiché solo qui a Gerusalemme abita il Signore (Sal 135,21).

La città infernale

Sotto la città ideale è raffigurata la città contemporanea con tutti i suoi problemi, una megalopoli con al centro grandi e svettanti grattacieli irti di antenne, circondata da ciminiere che producono fumi inquinanti e assediata da una povera baraccopoli. Alla Gerusalemme celeste si contrappone la terrena Babilonia infernale. Nell’Apocalisse Babilonia appare come la sede del potere terreno dell’Anticristo, il simbolo dell’inclinazione al peccato, della superbia e della lontananza da Dio. É la città da cui mette in guardia la voce dal cielo: “Uscite, popolo mio, da Babilonia, per non associarvi ai suoi peccati” (Ap 18,4).

La risurrezione dei morti

La risurrezione dei morti

La parte bassa del dipinto descrive la scena della risurrezione dei morti nell’ultimo giorno. Della tradizionale iconografia restano gli avelli tombali aperti sul terreno e i corpi risorgenti. Ma la scena è reinterpretata dall’artista per descrivere le povertà esistenziali, tutta la disperazione, la solitudine e il dolore del mondo. Il male principale che tormenta la società moderna è la solitudine che imprigiona l’uomo contemporaneo che solo apparentemente sembra essere felice nella società del mercato e del mercimonio; in realtà è incapace a tessere relazioni solidali, affettive e d’amore disinteressato. Gli avelli, con i vortici in cui sprofondano gli individui, rappresentano la solitudine e l’egoismo che possono isolare l’uomo di oggi dai suoi simili. Ma vediamo anche persone che aiutano gli altri a uscire dal proprio guscio e a sollevarsi, in una bella testimonianza di solidarietà. Altri tendono le braccia e il corpo verso la rete d’amore che viene loro offerta. Altri ancora rifiutano ogni salvezza e si rituffano nell’inferno del loro male.

La tomba vuota

La tomba vuota

In basso compare una tomba vuota, un sepolcro scoperchiato, l’ultimo luogo attraversato da Gesù: la tomba in cui viene sigillato il suo cadavere e da cui il suo corpo riemerge il terzo giorno risorto e vivo. La tomba vuota è il simbolo della vittoria sulla morte. Il pittore arricchisce la tomba vuota di un altro simbolo: la ninfea, un fiore bellissimo che ha le sue radici nella melma. L’orrore della morte è simboleggiato dal serpente che esce dal sepolcro, icona del peccato e del male. Il fiore che apre i suoi petali è il simbolo della vita che risorge.

I corpi e i volti

I personaggi che affollano il dipinto di Cinalli formano una galleria di corpi e di volti talvolta non convenzionale ma sempre ortodossa. Vanno segnalate le citazioni: i due angeli e i fregi del velo riproducono nitidamente la tenda del celebre dipinto della Madonna del Parto di Piero della Francesca; il salvato appeso alla corona del rosario riprende un particolare del celebre Giudizio di Michelangelo nella Cappella Sistina.

I salvati

Tra i salvati nella rete sono poi raffigurati i committenti dell’affresco: l’allora arcivescovo di Terni Vincenzo Paglia con il suo zucchetto e Don Fabio Leonardis, con un cuore tatuato sul braccio. Anche l’autore ha voluto lasciare il suo autoritratto tra i risorti e la sua firma su una pietra. L’universalità della salvezza, offerta a tutti, senza differenze di età, genere e razza è testimoniata dalla presenza di uomini e donne, di adulti e ragazzi, di una donna con il burqa, di un orientale con il codino, di tanti neri, di coppie gay, di un transessuale, di prostitute e prostituti con i corpi tatuati. Queste presenze ricordano la parola di Gesù: “In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio” (Mt 21, 31).

La rete dei salvati