Montpellier. Il Cielo e l’Inferno di Octave Tassaert

Il Museo Fabre di Montpellier apre le sale della sua Pinacoteca con una tela intitolata Ciel et Enfer, datata 1850. Ne è l’autore Octave Tassaert (1800-1874), un artista francese di origini fiamminghe, formatosi nella Scuola di Belle Arti di Parigi.

Ciel et Enfer (Octave Tassaert, 1850)

La scena è ambientata su una lunga scalinata che – come nel sogno di Giacobbe – congiunge la terra al cielo. La scala è percorsa dagli angeli che respingono i dannati verso il baratro infernale e portano in cielo gli innocenti. Questo doppio moto ascendente e discendente replica molti dipinti classici (da Michelangelo a Rubens) dedicati all’ascensione dei giusti e alla caduta dei reprobi. Il dipinto può anche essere definito un Giudizio finale, orfano però della figura del Cristo giudice, la cui presenza s’intuisce nell’empireo.

L’ascesa dei beati

Dal cielo scendono gli angeli, preceduti dall’arcangelo Michele che salva o condanna le anime con la sua bilancia a doppio piatto e con il libro della vita. Le creature alate applicano il verdetto divino. I beati sono amorevolmente accolti tra le braccia degli angeli e da loro sostenuti nell’ascesa verso la beatitudine celeste. L’artista ha voluto però soprattutto esprimere un giudizio morale di condanna nei confronti dei vizi sociali e della corruzione dei costumi del tempo.

I poveri in cerca di giustizia

Ed ecco il fluire verso il basso una serie di figure di donne che interpretano i sette vizi capitali, declinati al femminile: la superbia, l’avarizia, la lussuria, l’ira, la gola, l’invidia e l’accidia.

La caduta dei dannati

Tra le donne viziose s’infilano gli angeli ribelli a Dio, personificazione dell’orgoglio, con i colori e gli attributi demoniaci. In basso, schiacciato sotto il peso del male, vediamo Lucifero, il capo degli angeli ribelli, raffigurato con le tre teste allusive anche al mostruoso cane Cerbero.

La Lussuria

Nei pressi è la fossa che dà accesso alla caverna infernale, illuminata dal riverbero delle fiamme. La critica sociale di Tassaert, puntata verso le classi dirigenti, esalta, di converso, le figure dei poveri e dei sofferenti.

La Gola

Vediamo sulla destra una famiglia di lavoratori schiantati dalla fatica, con il figlio malato, gli attrezzi di lavoro e il simbolico fardello dei pesi della vita, che risale faticosamente l’erta del Paradiso, invocando a braccia alzate la giustizia divina.

Le tre facce di Lucifero

Roma antica. La morte e la vita ultraterrena

Le antiche terme di Diocleziano, di fronte alla stazione Termini di Roma, dopo secoli di traversie e trasformazioni, sono diventate una delle prestigiose sedi del Museo Nazionale Romano.

Gnothi Sautòn

Il lungo e suggestivo tour tra le sale e i chiostri sosta in un luogo particolarmente impressionante. È l’aula X delle Terme, un luogo particolarmente frappant per la sua capacità di testimoniare la grandiosità delle superstiti strutture originarie e per il suo corredo espositivo a carattere funerario. Grazie a una sbalorditiva impresa d’ingegneria e di logistica, due colombari e un intero sepolcro sono stati estirpati dai luoghi originari, trasportati qui nelle Terme ed esposti ai visitatori dell’Aula.

La tomba dei dipinti

La tomba dei dipinti

Questa tomba proviene dalla vasta necropoli che si sviluppò sulla Via Portuense nei primi secoli dopo Cristo. Ricavata in un banco di tufo e tornata alla luce nel 1951 durante i lavori in Via Quirino Majorana, fu staccata e trasportata in blocco qui al Museo delle Terme.

L’interno dipinto del colombario

Ha le dimensioni di una cappella funeraria familiare, nata come colombario (vi sono presenti le nicchiette con i vasi contenenti le ceneri della cremazione) e poi utilizzata anche per l’inumazione (con le fosse scavate nel pavimento e la collocazione di sarcofagi).

Il dipinto sulla parete

Insieme a immagini e simboli legati ai temi della morte e della vita ultraterrena, sulla parete destra sono raffigurati un ragazzo che gioca con una specie di monopattino e un gruppo di tredici personaggi che giocano e conversano in un ambiente sereno e rilassato.

La tomba degli stucchi

L’interno della tomba degli stucchi

Anche questa tomba proviene dalla necropoli di Via Ostiense. Lungo le pareti interne completamente intonacate di bianco, sono ricavate le nicchiette dove erano contenute le olle con le ceneri dei defunti. La volta è coperta da trenta cerchi tangenti di stucco con figure geometriche, decorazioni floreali e personaggi mitologici.

Gli stucchi della volta

I Dioscuri a cavallo e l’Eros alato che conduce una biga hanno carattere allegorico perché alludono all’immortalità dell’anima e al viaggio che questa dovrà compiere per giungere al soggiorno dei beati.

Il sepolcro dei Platorini

Il sepolcro dei Platorini

La tomba fu scoperta nel 1880 sulla riva destra del Tevere tra Ponte Sisto e via della Lungara. Fu demolita, trasferita alle Terme e qui ricomposta secondo il modello originario.

Le urne sepolcrali

All’interno il sepolcro mostra su ogni parete nicchie semicircolari e quadrate nelle quali sono collocate le urne cinerarie. L’iscrizione all’ingresso contiene il nome di due personaggi della Gens Sulpicia, probabilmente padre e figlia.

Minatia Polla

Le due statue di Sulpicius Platorinus e di sua figlia Sulpicia Platorina, ritrovate nella cella sepolcrale, sono esposte insieme con la bellissima testa di Minatia Polla, databile in età giulio-claudia.

Il fanciullo a cavallo

Il ragazzo a cavallo

Una statua funeraria in marmo lunense e alabastro raffigura un fanciullo in groppa a un cavallo. Il giovinetto è seduto su una pelle di leone che funge da sella e con la mano destra sta sferzando il cavallo imbizzarrito. Il corpo dell’animale è cavo, probabilmente per contenere le ceneri del giovane defunto. La statua del terzo secolo proviene da Acilia sulla Via Ostiense.

Conosci te stesso

Il mosaico dello scheletro

Il mosaico del terzo secolo, proveniente da un’area sepolcrale della Via Appia, raffigura uno scheletro umano, disteso forse su un letto da banchetto, che indica il motto dell’oracolo di Delfi Gnothi sautòn, “conosci te stesso”, qui inteso come esortazione a conoscere i limiti della natura umana e la caducità della vita. Piccoli modelli di scheletri umani, le cosiddette larvae conviviales, erano spesso presenti sulle tavole dei banchetti come monito a godere delle gioie della vita.

 

(Visita effettuata il 24 aprile 2016)

Roma. L’aldilà di Dante illustrato dai Nazareni

Il Casino Giustiniani Massimo al Laterano, in Via Boiardo a Roma, è una villa seicentesca fatta erigere dal marchese Vincenzo Giustiniani come suo “ritiro di campagna” dove cercare svago e riposo. Passata alla famiglia Massimo, tra il 1817 e il 1829 le sale al pianterreno furono interamente decorate dai pittori Nazareni, che diedero vita a una sintesi sublime della grande civiltà letteraria italiana attraverso rappresentazioni tratte dalle sue opere più emblematiche: la Commedia di Dante, l’Orlando Furioso di Ariosto e la Gerusalemme Liberata di Tasso. Dal 1948 il Casino è di proprietà della Custodia di Terrasanta, provincia religiosa dell’Ordine dei Frati Minori francescani. Grazie ai Nazareni, e in particolare a Philipp Veit e Joseph Anton Koch, oggi possiamo ripercorrere il viaggio che portò Dante nei tre regni dell’aldilà – l’inferno, il purgatorio e il paradiso – semplicemente aggirandoci in una stanza.

La selva oscura

La selva oscura

Dante sogna di smarrirsi in una foresta fitta e spaventosa e sul far dell’alba di ritrovarsi ai piedi di un colle illuminato dai primi raggi del sole nascente. L’ascesa al colle gli è impedita da tre belve, una lonza, un leone e una lupa, fino a che non viene soccorso da Virgilio. Le tre belve rappresentano allegoricamente i tre peccati bestiali che secondo Dante sarebbero la causa della corruzione della società dei suoi tempi (la lussuria, la superbia e l’avidità).

L'Inferno

L’Inferno

La vasta scena dell’Inferno è di grande impatto visivo. Al centro “stavvi Minòs orribilmente, e ringhia: essamina le colpe ne l’intrata; giudica e manda secondo ch’avvinghia”. Ai piedi di Minosse, giudice infernale, stanno in ginocchio le anime dei dannati. Flagellati dai demoni, essi ascoltano la sentenza e si disperano.

Dante e Virgilio su Gerione

Dante e Virgilio su Gerione

Dante e Virgilio sono trasportati in volo da Gerione, “la fiera con la coda aguzza, che passa i monti, e rompe i muri e l’armi! Ecco colei che tutto ’l mondo appuzza! (…) La faccia sua era faccia d’uom giusto, tanto benigna avea di fuor la pelle, e d’un serpente tutto l’altro fusto”.

Il serpente Cianfa e il ladro Agnolo

Il serpente Cianfa e il ladro Agnolo

Nel canto venticinquesimo un ramarro si lancia contro un dannato, gli si aggrappa al ventre con la coppia di zampe centrali (“Co’ piè di mezzo li avvinse la pancia” – v. 52), con quelle anteriori alle braccia (“e con li anterïor le braccia prese;”, v. 53) e con il muso gli morde la faccia (“poi li addentò e l’una e l’altra guancia;” – v. 54).

Il Conte Ugolino

Il Conte Ugolino

Nell’angolo in basso a sinistra assistiamo al gesto disperato del conte Ugolino che morde l’arcivescovo Ruggieri (“La bocca sollevò dal fiero pasto / quel peccator, forbendola a’ capelli / del capo ch’elli avea di retro guasto” – XXXIII, 1-3).

Cerbero e i golosi

Cerbero e i golosi

Tra gli altri demoni vediamo ancora Caronte con la sua barca e Cerbero, il cane dalle tre teste. Cerbero, fiera crudele e mostruosa – aveva gli occhi iniettati di sangue, la barba unta e lercia, il ventre dilatato e le mani artigliate -, latrava con tre gole sopra le anime dei golosi sommerse dalla pioggia e le graffiava, le scuoiava, le squartava.

Gli scismatici

Gli scismatici

Vediamo poi quelli che, da vivi, seminarono discordie e scismi; per la legge del contrappasso sono divisi in due e fatti a pezzi a colpi di spada. Il dannato con la testa spaccata è Alì, cugino di Maometto e fondatore della setta degli sciiti.

L'arrivo al Purgatorio

L’arrivo al Purgatorio

Si passa poi al Purgatorio, vigilato dall’angelo guardiano, seduto sul trono, con la spada e con le chiavi. Ai lati vediamo il serpente messo in fuga dagli ‘astori celestiali’ nella valletta dei principi e la contesa tra l’angelo e il demonio per l’anima di Buonconte. L’angelo nocchiero – al canto del salmo centotredici “In exitu Israel de Aegypto” – trasporta le anime su una navicella fino alla spiaggia dell’Antipurgatorio: “Poi, come più e più verso noi venne l’uccel divino, più chiaro appariva: per che l’occhio da presso nol sostenne, ma chinail giuso; e quei sen venne a riva con un vasello snelletto e leggero, tanto che l’acqua nulla ne ‘nghiottiva. Da poppa stava il celestial nocchiero, tal che faria beato pur descripto; e più di cento spirti entro sediero”.

L'espiazione delle pene in Purgatorio

L’espiazione delle pene in Purgatorio

Sono quindi descritte le punizioni cui sono sottoposti coloro che si macchiarono nella vita dei sette peccati capitali: superbia, invidia, ira, accidia, avarizia, gola, lussuria. Il superbo Omberto Aldobrandeschi sconta il suo peccato sotto un pesante macigno su cui appare la scritta “Te Deum laudamus”. Al termine delle sofferenze di espiazione, i purganti sperano di salire al Cielo, come annunciato dall’angelo in alto: “Venite benedicti Patris mei”.

Il Paradiso

Il Paradiso

La volta descrive l’empireo dantesco. Tutt’intorno si individuano i personaggi che Dante incontra nella sua ascensione. Al centro è la visione trinitaria del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Maria in trono, tra gli angeli, ascolta la celebre preghiera che Bernardo, nel suo candido abito cistercense, le rivolge: “Vergine Madre, figlia del tuo figlio, umile e alta più che creatura, termine fisso d’etterno consiglio, tu se’ colei che l’umana natura nobilitasti sì, che ‘l suo fattore non disdegnò di farsi sua fattura”.

Roubion. La cavalcata dei vizi e la sfilata delle virtù

Roubion è un piccolo comune francese situato nel dipartimento delle Alpi Marittime (regione Provenza-Alpi-Costa Azzurra). La Cappella di San Sebastiano, sita a margine del villaggio, fu costruita per proteggere gli abitanti dalla peste e dalle epidemie L’interno fu affrescato nel 1513, da un ignoto pittore itinerante, in uno stile molto popolaresco e naïf. Seguendo la volontà del cappellano, il pittore ha dipinto la cavalcata dei vizi e la sfilata delle virtù per proporre ai parrocchiani un modo di vita e comportamenti ispirati alla virtù e lontani dal vizio.

La cavalcata dei vizi

La cavalcata dei vizi

La cavalcata dei vizi

La Cavalcata dei vizi segue un modello iconografico diffuso nelle regioni frontaliere delle Alpi Marittime. I sette vizi capitali sono simbolizzati da altrettanti personaggi maschili e femminili che cavalcano animali anch’essi simbolici; il corteo dei personaggi a cavallo, legati tra loro da una lunga catena, è trascinato da due diavoli nella gola del Leviatano infernale. A Roubion la cavalcata è diretta da destra a sinistra. Davanti alla bocca spalancata del drago, un diavolo dal volto caprino tira la catena dei vizi, mentre un secondo diavolo, più somigliante allo scheletro della morte, dà il tempo alla cavalcata con il rullo del tamburo.

La Superbia è un nobile con la berretta piumata sul capo, che cavalca un leone.

L’Avarizia è un mercante di fattezze orientali che stringe nelle mani il sacchetto delle monete e cavalca un cane.

La lussuria e l'ira

La lussuria e l’ira

La Lussuria è una fanciulla bionda con gli stivali che si guarda vanitosamente allo specchio e mostra maliziosamente la coscia nuda; cavalca un caprone scuro.

L’Ira è un cavaliere che, con due pugnali, si trafigge autolesionisticamente il petto e il collo; cavalca un drago.

La Gola è un personaggio obeso che tracanna un fiasco di vino, ha un coscio arrosto infilato sullo spiedo e cavalca un vorace cinghiale.

L’Invidia è un cortigiano che si accusa dei peccati compiuti con l’occhio e la spada e cavalca una volpe.

L’Accidia è una donna in pantofole, spettinata, trasandata e indolente, che cavalca un asino con la corda appesa, privo di guida.

La gola, l'invidia e l'accidia

La gola, l’invidia e l’accidia

La sfilata delle virtù

La sfilata delle virtù

La sfilata delle virtù

Sulla parete opposta, le virtù sono in numero di sette, come i vizi, ma tutte personificate da donne nobili e borghesi, ritratte in piedi, su sfondi di diverso colore e abbigliate secondo la moda del tempo. Donne virtuose, certo, ma non necessariamente sobrie e modeste. I ricchi e originali copricapi ne sono la prova. La sfilata inizia dopo il ritratto del committente, il cappellano inginocchiato verso l’altare. La prima virtù è la Diligenza, che veste un sontuoso abito dalle larghe maniche, sul quale indossa un grembiule domestico: è impegnata nella filatura della lana e gioca con un cagnolino.

La Carità, vestita di rosso, allatta al seno due bambini che regge in braccio e assiste un mendicante.

La Temperanza indossa un turbante tempestato di pietre e un mantello dorato che somigliano alle vesti liturgiche della mitria e del piviale: modera l’ardore di una coppa di vino allungandolo con l’acqua versata da una brocca.

La Diligenza, la Carità e la Temperanza

La Diligenza, la Carità e la Temperanza

La Pazienza ha un magnifico abito rosso con le maniche svasate e una salopette da lavoro: a mani giunte manifesta la sua rassegnata disponibilità.

La Castità è una monaca che indossa un mantello scuro su una tunica ocra e regge nelle mani il libro delle preghiere e il cilicio per mortificare la carne.

Le ultime due virtù non sono leggibili: dovrebbe comunque trattarsi della Generosità e dell’Umiltà.

Colle Val d’Elsa. La Cripta della Morte

La visita richiede uno stomaco forte. L’Oratorio della Misericordia, nella Cripta del Duomo di Colle, è la quintessenza di quel compiacimento nel macabro, tipico di una certa spiritualità del Seicento. L’ambiente è repulsivo, funereo, lugubre, opprimente. Bare, catafalchi, panni funebri, cappucci neri, ceri, statue del compianto. E un rivestimento di affreschi, sulle pareti e sulle volte, ispirato ai temi escatologici.

L'ingresso della cripta

L’ingresso della cripta

In realtà, al di là delle forme, l’Oratorio della cripta è lo storico luogo di riunione della Confraternita della Misericordia, la più antica forma di volontariato sorta nel mondo e ancora oggi estremamente vitale. Molto attive in Toscana, le Misericordie furono fondate nel 1244 a Firenze, aggregando semplici cittadini di ogni ceto ed età, impegnati a “onorare Dio con opere di misericordia verso il prossimo”, il tutto nel più assoluto anonimato e in totale gratuità. La Confraternita di Colle fu particolarmente impegnata nella settima opera di misericordia: seppellire i morti e le vittime di epidemie e pestilenze.

L'angelo della morte

L’angelo della morte

Guardiamo ora gli affreschi alle pareti del presbiterio. A destra e a sinistra sono dipinti gli scheletri di due angeli della morte. Essi hanno nelle mani scritte ammonitrici, mentre ai loro piedi giacciono alla rinfusa i simboli della vanità umana. Il cartiglio dello scheletro di destra riporta la locuzione latina “memento homo quia pulvis est” (ricordati uomo che sei polvere), citazione del libro della Genesi (3,19). In basso giacciono due volumi rilegati, un elmo piumato, un libro di musica e un sacco di monete d’oro, allusione alla vanità della ricchezza, dell’arte, della cultura e della forza.

La morte e la vanità del potere

La morte e la vanità del potere

L’angelo a sinistra calpesta invece un triregno papale, scettro, corone e ornamenti regali, una berretta cardinalizia e una mitra vescovile, allusione al potere e alle gerarchie della chiesa e del regno. Tra le mani esibisce la scritta “statutum est omnibus hominibus semel mori” che cita un versetto della lettera agli Ebrei: E come per gli uomini è stabilito che muoiano una sola volta, dopo di che viene il giudizio, così Cristo, dopo essersi offerto una sola volta per togliere il peccato di molti, apparirà una seconda volta, senza alcuna relazione con il peccato, a coloro che l’aspettano per la loro salvezza (Eb 9,27-28).

Il Paradiso di Dio

Il Paradiso di Dio

L’evocazione scritturistica del nesso tra morte e giudizio introduce idealmente gli affreschi che decorano la volta e che rappresentano i regni dell’aldilà. Il Paradiso è sintetizzato nell’immagine di Dio Padre che vola nell’empireo accompagnato da uno stormo di angeli. Un angelo solleva il globo terrestre sormontato da una croce d’oro e l’offre a Dio a simboleggiare la sua signoria sul creato.

Il purgatorio

Il purgatorio

Il Purgatorio è rappresentato come un tempestoso mare di fiamme: vi affiorano i corpi di anziani canuti, di giovani barbuti e di donne che espiano i loro peccati. I loro volti non sono però straziati dalla pena ma esprimono una fiduciosa speranza nella misericordia divina. Misericordia che si manifesta con la discesa di un angelo che afferra per il polso una donna ormai redenta e la solleva per portarla in Cielo.

L'Inferno

L’Inferno

Ovviamente diversi sono i sentimenti vissuti dai dannati all’Inferno. La coppia di lussuriosi osserva atterrita lo spettacolo offerto dai peccatori. Un gruppo di dannati fugge davanti all’assalto di un drago alato. L’iracondo reagisce con l’autolesionismo al demonio che lo avvinghia. Un altro dannato è morsicato da aspidi velenosi e abbracciato da un demone cattivo, armato di forcone. Indimenticabile è infine il demonietto dalle mani grifagne che soffia dalla bocca una vampa di fuoco sui dannati come un mangiafuoco nello spettacolo di strada.

(Il sopralluogo è stato effettuato l’11 settembre 2016)

La morte e l’aldilà a Paestum

Il tempio di Hera (la Basilica)

Il tempio di Hera (la Basilica)

Il parco archeologico di Paestum si trova sulla costa meridionale del golfo di Salerno, nella piana bonificata del fiume Sele, ai piedi delle estreme propaggini dei monti Alburni. I celeberrimi templi dorici suscitano profonda emozione per la loro grandiosità e per la loro maestosa solitudine nel verde. E dopo aver ammirato il tempio di Cerere, la Basilica e il tempio di Nettuno, è molto consigliato visitare il Museo archeologico per approfondire la storia del sito e per avere un quadro dei reperti ritrovati. Un percorso possibile è quello che segue il fil rouge dei costumi funerari, della concezione della morte, dell’evoluzione verso le credenze escatologiche e di un possibile aldilà. Proviamo a tracciare un breve excursus.

Il rito funebre

L'esposizione della defunta

L’esposizione della defunta

Il rituale funebre descritto nei dipinti delle tombe di Paestum prevede l’esposizione del cadavere (próthesis) e il compianto delle donne (góos). Le donne lavavano il corpo del defunto e lo cospargevano di essenze. Rivestito e avvolto in un sudario, il corpo veniva esposto su un letto, con i piedi rivolti verso la porta; su di esso si ponevano corone e bende. La casa era addobbata con corone di mirto e di alloro.

Il pianto rituale

Il pianto rituale

Il pianto rituale

L’esposizione del defunto era accompagnata da scene di disperazione dei presenti. Era diffuso l’uso di percuotersi la testa e il petto, di graffiarsi il volto o strapparsi i capelli. Erano anche invitate lamentatrici di professione che intonavano canti funebri. L’immagine proviene dalla tomba X di Laghetto e risale al 350 avanti Cristo.

Il tuffatore

La tomba del tuffatore

La tomba del tuffatore

La tomba del tuffatore, scavata a sud di Paestum e risalente al 480 avanti Cristo, è interamente affrescata all’interno. La lastra di copertura raffigura un giovane che si lancia dall’alto nell’acqua. L’immagine del tuffatore è probabilmente da interpretare come una metafora del passaggio dalla vita all’aldilà.

Il simposio

Gli amanti nel simposio funebre

Gli amanti nel simposio funebre

La deposizione del defunto era accompagnata da banchetti funebri. La tomba del tuffatore mostra i personaggi impegnati nel banchetto, presentati con grande vivacità e in diverse posizioni: mentre giocano al cottabo, suonano la cetra o il dìaulos, allungati o seduti sui letti in amabile conversazione.

Lo sciamano

Il volto dello sciamano

Il volto dello sciamano

Una tomba nella necropoli del Gaudo, situata nei dintorni di Paestum e risalente al 400 avanti Cristo, ha un volto scolpito sulla parte interna della lastra di copertura, in corrispondenza del viso del morto. É un volto triangolare, con orecchie appuntite e barba appena accennata. La posizione marginale di questa sepoltura all’interno della necropoli, la composizione del corredo e il singolare trattamento dell’interno del coperchio sono indizi della particolarità del personaggio sepolto, in cui è stato proposto di riconoscere uno sciamano, figura di mago, guaritore e mediatore tra il mondo dei vivi e quello dei morti.

Il viaggio verso l’Oltretomba

L'imbarco della defunta

L’imbarco della defunta

Una tomba della necropoli di Andriuolo, risalente al 350 avanti Cristo, mostra in successione le scene dell’esposizione della defunta, del corteo funebre e del viaggio in barca verso l’Oltretomba. Vediamo la defunta che si appresta a salire sulla barca infernale, guidata da un genio alato. Questa figura ibrida, che mescola i tratti del Caronte greco a quelli della Vanth etrusca, appartiene al pantheon locale di Paestum e assume la funzione di nocchiero degli Inferi.

Le tombe: la morte senza solitudine

La tomba a grotticella

La tomba a grotticella

Le tombe di Paestum sono grotte scavate nel banco del tenero calcare con semplici strumenti di legno e di selce. Un lastrone di travertino sigillava l’ingresso delle camere mortuarie. Nelle celle giacevano più individui, deposti in tempi diversi. Esse venivano quindi periodicamente riaperte e le offerte cerimoniali ai morti erano ogni volta rinnovate. Le tombe si addensano ai margini dell’abitato e disegnano nello spazio una sorta di villaggio dei morti.

Il supplizio di Sisifo

La pena di Sisifo

La pena di Sisifo

La pena di Sisifo è raccontata in una metopa custodita nel museo archeologico di Paestum. Si tratta di un bassorilievo scolpito nell’arenaria, proveniente dal santuario di Hera alla foce del fiume Sele. Si vede Sisifo impegnato allo spasimo nel sollevare il grande masso sul pendio del colle. L’artista della metà del sesto secolo avanti Cristo gli ha anche caricato sulle spalle un demonietto che lo tormenta per aumentarne la fatica. É il supplizio che Zeus ha comminato per l’eternità a chi ha osato sfidare gli dei.

L’Heroon

L'Heroon nell'Agora di Paestum

L’Heroon nell’Agora di Paestum

L’heroon di Paestum è un piccolo edificio sotterraneo certamente destinato a scopi cultuali: probabilmente dedicato a qualche divinità ctonia che predisponesse la città all’abbondanza e alla fertilità. Altra destinazione del sacello poteva essere la sepoltura di un importante personaggio, come il fondatore della città; per questo è stato definito come “heroon“, termine che indica il monumento sepolcrale di un antico uomo illustre in seguito divinizzato o eroizzato.

Il tempio di Athena, detto di Cerere

Il tempio di Athena, detto di Cerere

(Ho visitato Paestum il 28 ottobre 2016)

Cademario. I mestieri dei dannati

La chiesa di Sant'Ambrogio

La chiesa di Sant’Ambrogio

Cademario è un comune svizzero del Canton Ticino, situato nella regione del Malcantone. Il suo cimitero accoglie i defunti in un ambiente di valore, su un balcone affacciato sul lago di Lugano e sulla piana d’Agno. L’ultimo saluto al defunto viene officiato nella chiesa cimiteriale, rivestita di affreschi escatologici che evocano la seconda parusia del Signore, il giudizio universale, le gioie del paradiso e le punizioni infernali. La chiesa è dedicata al Santo Vescovo milanese Ambrogio, ritratto con il flagello in mano per le sue posizioni contro gli eretici.

Gli affreschi di Cademario

Gli affreschi di Cademario

La scena del Giudizio universale vede al centro, in alto, il Cristo giudice seduto sul trono e con la corona d’oro sul capo, segni della sua regalità sul creato. L’immagine è mutuata dall’affresco della Madonna dei Ghirli nella non lontana Campione d’Italia. Le due figurine di Adamo ed Eva, collocate sul tetto del trono ricordano la storia della salvezza, iniziata col peccato originale dei progenitori e risolta con la nuova alleanza generata dal sacrificio e della risurrezione di Gesù.

Il giudizio finale

Il giudizio finale

Il messaggio è rafforzato dalla sottostante visione apocalittica: l’agnello sgozzato, con il nimbo crucifero sul capo e il vessillo della vittoria sulla morte, è adagiato sul libro chiuso dai sette sigilli. Le prime due sezioni orizzontali dell’affresco sono occupate dagli angeli. In alto sono i cori celesti che cantano le lodi di Dio. Sotto sono schierate le milizie angeliche guidate dall’arcangelo Michele, armate di corazza, elmo e scudo. A fianco del giudice sono gli angeli che suonano le trombe della risurrezione, aprono i libri del giudizio e ostendono gli strumenti della passione (la canna con la spugna dell’aceto, la colonna della flagellazione, la lancia di Longino).

Il Paradiso

Il Paradiso

Sotto gli angeli si posizionano, ordinati sue due sezioni, i beati del Paradiso. Vediamo innanzitutto i due intercessori, inginocchiati ai piedi di Gesù: sono la madre Maria, che prega con le braccia incrociate sul petto, e Giovanni Battista il precursore, che offre al giudice la testa mozzata del suo martirio. Dietro di loro potrebbero essere schierati i dodici apostoli che compongono il tribunale celeste. Più in basso sono i beati, con gli uomini a sinistra e le donne a destra. Tra queste ultime si riconoscono la Maddalena dai lunghi capelli biondi, Caterina d’Alessandria con la corona sul capo, Cecilia con l’organo, Chiara con l’abito monacale. Tra gli uomini dovrebbero esserci i dottori della chiesa (con Ambrogio) e i santi fondatori degli ordini religiosi. La parte inferiore dell’affresco è largamente mutilata. Vi si leggono tuttavia tre scene. Al centro, dov’era probabilmente descritta la risurrezione dei morti, un angelo scende in volo ad accogliere le anime dei salvati, contrastando con la spada sguainata le manovre dei diavoli. A destra e a sinistra sono le due scene che descrivono – in positivo e in negativo – il criterio che ispira il giudizio finale, così come è espresso nel vangelo di Matteo.

L'Inferno

L’Inferno

A destra un gruppo di dannati è rappresentato tra le fiamme, nella bocca aperta del Leviatano biblico: il cartiglio spiega che questi dannati sono finiti nel fuoco eterno perché non esercitarono la carità verso il prossimo. A sinistra è descritta una donna che dà l’elemosina ai poveri: in forma elementare è spiegato il concetto delle opere di carità; il gruppo dei salvati (nel quale compaiono uomini e donne, laici e religiosi, ricchi e popolani) guarda lieto verso il Cristo giudice.

Il dannato sulla graticola

Il dannato sulla graticola

Nella parete a destra del Giudizio universale è dipinta la scena del giudizio individuale: l’arcangelo Michele, in abiti guerrieri, pesa sulla bilancia a doppio piatto i meriti di un risorto. Un diavolo cerca di condizionare l’esito del giudizio facendo pendere verso di sé il piatto della bilancia.

L'albero del male

L’albero del male

Sulla parete opposta è descritta un’ampia scena dell’Inferno e delle punizioni dei dannati. Simmetricamente al Cristo del Giudizio, è l’immagine di Lucifero a dominare la scena infernale. Il suo volto demoniaco è fornito di lunghe zanne, corna e tre bocche. Come un pavone, simbolo di superbia, allarga a ruota dietro di sé le ali membranacee fornite di occhi. Divora con le bocche laterali due superbi. In basso ha una replica in un diavolo in forma di rapace grifagno, che afferra i dannati per i polsi o per il collo e li divora. A destra in alto i diavoli avvinghiano i dannati, se li caricano come sacchi sulle spalle e li trascinano verso le loro punizioni. Un cartiglio indica i colpevoli del peccato capitale dell’accidia. Al centro, a sinistra, vediamo un dannato, forse un lussurioso, costretto sulla graticola, abbracciato lubricamente alle spalle da un diavolo e morso sul polpaccio da un drago. Le scene più caratteristiche sono quelle dipinte in basso. A destra vediamo un grande arbor mali con i suoi frutti marci: è l’albero del male sui cui rami sono infilzati i dannati fatti a pezzi e le parti del corpo responsabili del peccato commesso. A differenza di altri affreschi simili, l’albero non ha i rami secchi e spinosi ma è rigoglioso di fogliame.

I mestieri dei dannati

I mestieri dei dannati

A sinistra è il grande calderone nel quale sono lessati i peccatori. Tutti i dannati sono puntigliosamente individuati dall’attributo della loro condizione sociale e del mestiere che esercitano. Si riconoscono così, in una sorta di gioco del who’s who, i dadi del giocatore d’osteria, la cazzuola del muratore, le forbici del sarto, il rastrello del contadino, la mazza ferrata del soldato, la bilancia del commerciante, l’alambicco del farmacista, la mannaia del macellaio, lo specchio e i profumi della cortigiana, la cornamusa del musicante.

(Il sopralluogo è stato effettuato il 6 aprile 2012)