Francia. Il borgo monastico di Carennac

Ad accoglierci a Carennac è un fiorito monumento a Fénelon che qui fu doyen dal 1681 al 1695 e che sempre qui scrisse “Le avventure di Telemaco, figlio di Ulisse”. Siamo sotto l’austera facciata del castello rinascimentale, sulle rive della Dordogna, di fronte alla boscosa isola di Calipso.

Il monumento allo scrittore Fénelon

Seguiamo la cinta delle mura e dopo un’arcigna torretta angolare entriamo nel borgo per una massiccia porta fortificata. Quel che vediamo ci fa sussultare. Inondato dalla luce del sole pomeridiano, il timpano della chiesa di San Pietro splende di calda luce dorata.

Il portale di Saint-Pierre

Il portale della chiesa di Saint-Pierre

Al centro grandeggia la figura del Cristo parusiaco, che scende dal cielo nel varco della mandorla e siede nella città apocalittica della Gerusalemme celeste: E Colui che sedeva sul trono disse: “Ecco, faccio nuove tutte le cose” (Ap 21,5). Con la mano destra benedice l’umanità e con la sinistra regge il libro della sua Parola, quella parola trasmessa nei vangeli dei quattro evangelisti che gli fanno corona, in forma di tetramorfo: l’angelo di Matteo, l’aquila di Giovanni, il leone di Marco e il bue di Luca. Ai lati di Gesù siedono sui troni i primi ascoltatori della sua Parola, i dodici apostoli seduti sui troni: “Voi che mi avete seguito, quando, nella rigenerazione, il figlio dell’uomo siederà sul trono della sua maestà, siederete anche voi sopra dodici troni” (Lc 22,30).

Il timpano

Nell’armonioso insieme di linee curve e rette che s’intersecano nel timpano vi è ancora spazio per due angeli adoranti e due figurine di santi nimbati o di angeli con i libri aperti: “e i libri furono aperti, e fu aperto un altro libro, quello della vita; e furono giudicati i morti dalle cose scritte nei libri, secondo le opere loro (Ap 20,12).

Sull’architrave compaiono le figurine scolpite di alcuni animali del bestiario domestico, come l’anatra, il cane, la donnola, il gatto, il pavone, il maiale, il pesce. Degli altri animali scolpiti sull’archivolto esterno del portale sono rimasti solo un leone, un orso e la volpe.

La firma dello scultore

Il portale si prolunga nel porticato interno del nartece. Tra i capitelli decorati a palmette e uccelli, spicca, accanto a una leonessa, la firma dello scultore Girberto: Girbertus cementarius fecit istum portanum, benedicta sit anima ejus (lo scultore Girberto ha fatto questo portale; benedetta sia la sua anima).

Il compianto sul Cristo morto

Il compianto

Carennac è uno dei “borghi più belli di Francia”. Il visitatore ne apprezza la selva di tetti a punta, il giro delle mura, gli interni del palazzo nobiliare, la navata della chiesa con i suoi capitelli, le stradine interne, il chiostro a due piani. Ma a noi piace segnalare un gioiello di rara perfezione custodito nella sala capitolare del chiostro abbaziale: è il compianto sul Cristo morto, un gruppo scultoreo della fine del Quattrocento. Nicodemo e Giuseppe d’Arimatea hanno staccato dalla croce il corpo di Gesù e lo hanno disteso nel sudario della sepoltura. Gesù ha ancora la corona di spine sul capo e sanguina copiosamente dalla ferita sul costato. Dietro di lui la Madre Maria, sfinita dall’attesa e dal dolore, viene sorretta dall’apostolo prediletto Giovanni e da Maria di Cleofa.

L’apostolo Giovanni, la Madre Maria e Maria di Cleofa

Accanto a loro Maria Salomé prega a mani giunte mentre la Maddalena, con le lunghe trecce bionde che escono dal velo, ha in mano il vaso dell’unguento e si asciuga le lacrime con un fazzoletto. Giuseppe d’Arimatea, a sinistra, e Nicodemo, a destra, hanno l’aria compunta e si fanno notare per l’abbigliamento gentilizio e ricercato.

L’ingresso a Carennac

(Ho visitato Carennac il 3 luglio 2017)

Francia. I capitelli dell’abbazia di Conques

A chi sa sollevare il suo sguardo verso l’alto la chiesa abbaziale di Conques propone una lunga serie di ben 250 capitelli, scalpellati da diversi scultori nel periodo di costruzione della chiesa, a partire dal 1041 e fino al 1107. I capitelli di stile romanico mostrano alcune scene di vita sacra e profana, il bestiario medievale, i volti deformi degli atlanti e le volute vegetali della botanica sacra. Posti sulla cima delle colonne, i capitelli possono essere meglio apprezzati con un giro delle tribune. Presentiamo una breve rassegna di questi capolavori dell’arte romanica.

L’avaro all’inferno

La punizione dell’avarizia

L’avarizia è uno dei vizi capitali. E su un capitello del transetto vediamo l’avaro finire nelle mani dei diavoli che lo prendono in consegna con visibile soddisfazione. L’avaro ha la scarsella dei soldi appesa al collo e la soppesa con la mano, proteggendola dalle mire diaboliche. La scritta sul cartiglio dice “Tu pro malum, accipe meritum”, ovvero “ricevi la ricompensa che meriti per il tuo peccato”: chiarissimo il suo significato ammonitore per i fedeli dell’abbazia.

Il volo di Alessandro Magno

Il volo di Alessandro Magno

Il giovane Alessandro Magno, re di Macedonia, giunto agli estremi confini dell’Asia in cerca dell’immortalità, si fa trasportare in cielo legato a due grandi uccelli dall’aspetto di aquile. Il suo volo è metafora della resurrezione e dell’ascensione di Cristo verso la Gerusalemme celeste. L’ascensione di Alessandro è dunque una sorta di imitatio Christi prefigurata nella mitologia classica e nel “Romanzo di Alessandro” (II, 41).

Il sacrificio di Isacco

Il sacrificio di Isacco

Il piccolo Isacco è seduto sull’altare del sacrificio. Il padre Abramo lo tiene stretto per la mano e impugna la spada che sta per colpire suo figlio. L’angelo di Dio interviene provvidenzialmente a liberare Isacco dal suo destino di morte. L’ariete che ne prenderà il posto compare dietro Abramo. L’episodio è narrato nel libro XXII della Genesi. Il capitello è collocato nei pressi dell’altare e con il sacrificio di Isacco prefigura il sacrificio di Cristo rievocato nella Messa.

I musicisti del re David

I musici del re David

Un contorsionista separa due musicisti che suonano rispettivamente una viola e un ‘serpente’ (una sorta di tromba in cuoio bollito che termina con la testa di un rettile). Sopra il fregio degli uccellini sono riportati il nome del re David e quelli dei musicisti che lo aiutavano nel cantare i salmi: Idithum, Eman e Asaph.

L’arresto di santa Fede

L’arresto di Santa Fede

La chiesa di Conques, posta sul Cammino di Santiago, è dedicata a Santa Fede. Le reliquie della santa furono meta costante dei pellegrini che si recavano a San Giacomo di Compostella. Fede era una fanciulla di dodici anni, nata da nobili genitori. Durante la persecuzione di Diocleziano nel 303 il prefetto Daciano la fece arrestare e non riuscendo a indurla a sacrificare agli idoli, la fece dapprima porre sopra una graticola di ferro arroventata e poi decapitare. Il capitello mostra la giovane Fede arrestata e trascinata da due guardie davanti al prefetto per essere giudicata.

La missione di Pietro

La missione di Pietro

Il capitello mostra la scena centrale della vita di San Pietro con la missione affidatagli da Gesù: “E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli” (Mt 16,18-19). Gesù, che ha il nimbo crociato ed è seguito da un angelo, benedice con la mano destra Simone/Pietro. Questi è atteso dal monarca Erode, che lo fa arrestare e gli indica il carcere.

I due calici di Cristo

L’ultima Cena

In questo capitello lo scultore ha voluto rappresentare l’ultima Cena. Gesù alza verso il cielo i due calici che contengono simbolicamente il pane e il vino e invita i discepoli suoi commensali alla comunione con il suo corpo e il suo sangue.

 

(Ho visitato Conques il 6 luglio 2017. Le foto sono di Piero Pisarra)

Francia. Il Giudizio universale di Conques

Conques è un bel villaggio della valle del Dourdou (comune di Conques-en-Rouergue, dipartimento dell’Aveyron, regione Occitania). Fu in antico sede di un’abbazia benedettina di cui oggi non rimane che la chiesa di Santa Fede (Sainte-Foy), imponente edificio romanico del secolo undicesimo, tappa lungo la via di pellegrinaggio per Santiago di Compostella. Santa Fede era una ragazza che, secondo la tradizione, subì il martirio nel 303, quando aveva solo dodici anni.

Il timpano del portale ovest è decorato da un celebre rilievo del Giudizio universale, datato al 1130 e affollato da ben 124 personaggi (umani, divini e infernali) e 17 angioletti curiosi.

Il Giudizio universale di Conques

L’ampiezza della composizione, la ricchezza e la varietà iconografiche, il realismo della rappresentazione ne fanno una delle opere più significative della scultura romanica.

Il Cielo

Il registro superiore del timpano, a forma di lunetta, è popolato di angeli impegnati in attività di servizio al giudizio finale. Lateralmente, due angeli scendono in volo dalle nuvole e suonano due corni. Il suono dei fiati è finalizzato a risvegliare i morti e a farli risorgere per essere giudicati.

Le Arma Christi

Al centro, due angeli sostengono il legno della croce e gli strumenti della passione (la punta della lancia di Longino e il chiodo della crocifissione). Appaiono anche i simboli personificati dei grandi astri che saranno oscurati nell’ultimo giorno dell’umanità.

L’angelo trombettiere

Le scritte incise sulla croce descrivono i diversi segni: “oc signum crucis erit in celo cum” (citazione abbreviata dal Vangelo di Matteo 24,30 “Allora apparirà in cielo il segno del figlio dell’uomo”); “Iesus Nazarenus Rex Iudeorum” (la tavola del titulus crucis); “sol”; “lancea”; “clavi”; “luna”.

Gli angeli curiosi

Nel risvolto del portale sono scolpite figurine di angeli che raccolgono e avvolgono il cielo e osservano, curiosi, gli eventi.

Il Giudice

Il registro mediano del timpano vede al centro, in grande evidenza, la parusia del Cristo giudice che scende tra le nuvole aprendosi un varco, la mandorla, e lasciandosi alle spalle le stelle dell’empireo.

Il Cristo giudice

Gesù siede sul cuscino del trono e poggia i piedi su una predella sbilenca; veste la tunica e il pallio; ha sul nimbo la doppia scritta incrociata “Rex” e “Iudex”; emette la sentenza con la gestualità delle mani (la destra, alzata in segno di accoglienza per i beati, indica il regno celeste; la sinistra, stesa a respingere i dannati, indica loro l’inferno). Gli angeli espongono i cartigli della duplice sentenza: “venite, benedetti del Padre mio” e “andate lontano da me, maledetti”. Gli angeli ceroferari e turiferari accompagnano l’apparizione divina. Un angelo apre il libro della vita (“signatur liber vitae”).

La psicostasia e la separazione

Sull’asse centrale del timpano, sotto la figura del Cristo giudice, è rappresentata la pesatura delle anime, la separazione dei buoni dai cattivi e la loro introduzione rispettivamente nei vestiboli del Paradiso e dell’Inferno.

La pesatura e i vestiboli del Paradiso e dell’Inferno

L’angelo solleva il coperchio del sepolcro e conduce il risorto alla prova di valutazione individuale. Il giudizio avviene attraverso la pesatura su una bilancia a doppio piatto. L’arcangelo Michele effettua la pesatura e contemporaneamente tiene a bada l’intraprendenza di un demonio che vuole condizionare a suo favore l’esito della psicostasia. I giusti scendono al piano inferiore, condotti per mano da un angelo accompagnatore; qui si apre per loro la porta del Paradiso; l’angelo guardiano li afferra affettuosamente per i polsi e li incoraggia a entrare. I dannati precipitano anch’essi attraverso una botola nel piano inferiore; qui trovano ad accoglierli un nerboruto demonio armato di mazza e due buttadentro che li infilano nella bocca del Leviatano, la porta dell’ingresso all’Inferno.

Il corteo degli eletti

La sezione di sinistra del registro centrale è dedicata all’incedere degli eletti, come specifica l’incisione sovrastante: “Sanctorum coetus stat Christo iudice laetus”.

Il corteo degli eletti

Alla testa del corteo è Maria, la madre di Gesù, che ha le mani giunte nella preghiera d’intercessione. Il secondo personaggio è Pietro, che ha nelle mani il bastone di pastore della Chiesa e la chiave del regno dei cieli. Il terzo personaggio, con il bastone a forma di tau, è l’abate eremita Dadon, fondatore dell’abbazia. Il gruppo successivo è preceduto dall’abate Odolrico che conduce per mano il re Carlo Magno (con due famigli ai lati), benefattore dell’abbazia; seguono due chierici che reggono in mano i vangeli e le tavole della legge. Il terzo gruppo si apre con San Girolamo (che ha in mano il rotolo della Vulgata), cui seguono Sant’Antonio abate, Santa Fede (con la palma del martirio) e la Maddalena. La processione dei beati è scortata dagli angeli: il primo pone sul capo dei beati la corona della gloria; i successivi quattro espongono i cartigli delle virtù che ispirano la vita buona dei beati: la fede, la speranza, la carità, la costanza, la temperanza, l’umiltà.

La Gerusalemme celeste

Nel registro basso, a sinistra, il Paradiso è immaginato nella forma urbana del tempio di Gerusalemme e dell’apocalittica nuova Gerusalemme.

La Gerusalemme celeste

L’edificio ha la forma di una cattedrale romanica, sormontata dal pinnacolo, da due torri e dalle croci; le cappelle interne sono illuminate da lampade appese e ospitano i giusti dell’antico testamento. La nicchia centrale è occupata dal padre Abramo che accoglie le anime dei giusti nel suo grembo: i due fanciulli muniti di scettro potrebbero essere il figlio Isacco e il nipote Giacobbe. Le quattro figure femminili che occupano le due ultime nicchie a sinistra sono interpretabili polisemicamente: le quattro matriarche bibliche Sara, Lia, Rachele e Rebecca; le vergini prudenti con le lampade accese; Ester, regina di Persia e la regina di Saba; le mirofore al sepolcro; Maria e la Maddalena con il libro del vangelo. A sinistra di Abramo siedono Melchisedec e Zaccaria, figure sacerdotali, che reggono insieme lo stesso calice, prefigurazione dell’eucarestia. La nicchia a destra di Abramo ospita Mosè che pone la mano in segno d’investitura sulla spalla del fratello Aronne. L’ultima nicchia a destra ospita Geremia ed Ezechiele, due dei profeti maggiori.

Santa Fede e la mano di Dio

Sul tetto del tempio gerosolimitano sono incastonate due scene. A sinistra Santa Fede, nell’atrio della chiesa a lei dedicata (i ceppi appesi ricordano il suo carisma di liberatrice dei prigionieri), si prostra davanti alla mano di Dio. A destra i morti risorgono dai loro sarcofaghi. La visione del paradiso è accompagnata da scritte che promettono ai giusti la felicità eterna e la gioia priva di preoccupazioni: “sic datur electis ad caeli gaudia vectis”, “gloria pax requies perpetuusque dies”, “casti pacifici mites pietates amici” e “sic stant gaudentes securi nul metuentis”.

L’Inferno

I luoghi infernali sono introdotti dalla scritta “Omnes perversi sic sunt in tartara mersi” e sono vigilati da due angeli armati di spada e di lancia. Sullo scudo dell’angelo in alto si legge la scritta “exibunt angeli et separa[bunt malos de medio iustorum et mittent eos in caminum ignis; ibi erit fletus et stridor dentium]”, ovvero “Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti quelli che commettono iniquità e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti”; il versetto è tratto dal capitolo 13 del vangelo di Matteo.

L’Inferno

Nella sezione alta del Tartaro osserviamo la punizione inflitta a diversi peccatori, espressione delle gerarchie e dei poteri del tempo. Nella rete tesa dai diavoli sono caduti dei monaci, un abate e un vescovo simoniaco, costretto a prostrarsi di fronte a Lucifero. Seguono gli eretici, che hanno in mano i libri in cui sono riportate le loro tesi erronee: i diavoli li atterrano e chiudono loro la bocca.

Il mercante e l’usuraio

Nell’angolo un falsario, che ha in mano il calco delle monete ed è davanti al crogiolo di fusione, è costretto da un diavolo a bere l’oro fuso. Nella fascia sottostante un diavolo addenta la corona di un re, ritratto nudo mentre protesta per l’indebita presenza in paradiso di Carlo Magno. Un secondo diavolo trafigge un antipapa e gli fa cadere il triregno dal capo; la punta della lancia infilza la bocca e fuoriesce dalla nuca. Un terzo diavolo fa un ironico inchino a un sovrano. Un disonesto mercante di tessuti è punito da un demonio che lo strangola con il suo stesso drappo; il panno è addentato a sua volta da un altro demonio. Un usuraio con il suo sacchetto di monete è impiccato a testa in giù. Un gruppo di diavoli veste le armature della soldataglia violenta e imbraccia armi proibite come la balestra e la mazza ferrata.

La punizione dei vizi capitali

Più in basso, in simmetria con la Gerusalemme celeste, è la città di Dite, la Babilonia infernale. Le scritte che indicano i loca poenarum sono molto esplicite sui vizi puniti e sull’intreccio delle pene del fuoco con i gemiti di pianto e il terrore: “penis iniusti cruciantur in ignibus usti”, “demones atque tremunt perpetuoque gemunt”, “fures mendaces falsi cupidique rapaces” e “sic sunt damnati simul et scelerati”.

Lucifero e i dannati

Il primo vizio che supera la porta d’ingresso è la superbia, nelle vesti di un cavaliere rivestito della sua armatura, che viene disarcionato dal cavallo, trafitto con un forcone e precipitato a testa in giù. La lussuria è rappresentata da un prete con la sua concubina, legati al collo dalla stessa corda: un demonio li introduce al re dell’Inferno, sussurrandone i nomi all’orecchio. Lucifero – in posizione simmetrica ad Abramo – siede sul trono infero, avvolto da serpenti, e punisce un accidioso, utilizzandolo come suppedaneo. Alla sua sinistra è punita l’avarizia, nelle vesti di un usuraio con la scarsella al collo e appeso a una forca. Un diavolo strappa la lingua all’invidia, che sconta tra le fiamme i suoi peccati di lingua (invidia, maldicenza, spergiuro, bestemmia).

La moglie cavalca il marito e il goloso nella caldaia

Il vizio della gola è rappresentato da un obeso dalla pancia prominente, punito con la cottura nel calderone infernale. Piuttosto curiosa è l’immagine della donna, armata di un serpente a mo’ di scettro, che cavalca un uomo: inversione del precetto paolino della sottomissione della moglie al marito. Sul tetto della casa di Lucifero sono descritte altre pene: un iracondo disperato, che arriva all’estremo autolesionismo di suicidarsi infilzandosi una spada nel collo, è sbranato da un diavolo; un musicista che ha cantato canzoni licenziose, ha una corda al collo e la lingua strappata; un altro peccatore è legato a uno spiedo e arrostito sul fuoco.

Il guerriero

Il significato complessivo della visione dell’aldilà è riassunto nella scritta ammonitrice incisa sull’architrave: “o peccatores transmutetis nisi mores iudicium durum vobis scitote futurum”, e cioè: “o peccatori, se non modificate il vostro comportamento, sappiate che il futuro giudizio sarà duro per voi”.

 

(Ho visitato Conques il 6 luglio 2017. Le foto sono di Piero Pisarra)

I Bunker in Albania

Il paesaggio albanese è costellato da una miriade di bunker militari che spuntano simili a funghi, lungo la costa, sulle montagne e intorno alle città. Sono uno dei frutti, velenosi e ingombranti, che la guerra fredda e il regime comunista hanno lasciato in eredità all’Albania.

Nel periodo del suo governo, avviato nel dopoguerra e caduto solo nel 1991, il dittatore Enver Hoxha credette il suo Paese a rischio di un’invasione esterna e decise così di metterlo in sicurezza dotandolo di una rete difensiva diffusa e capillare. Le sue ondivaghe alleanze internazionali, prima con la Jugoslavia di Tito, poi con l’Unione Sovietica di Stalin, quindi con la Cina di Mao Zedong e infine con l’orgoglioso isolamento autarchico, portarono Hoxha a vedere nemici dappertutto, dai paesi comunisti “fratelli” del Patto di Varsavia, all’Italia e alla Grecia del Patto Atlantico. Fu l’invasione della Cecoslavacchia il fattore scatenante che convinse Hoxha ad avviare il programma di bunkerizzazione dell’Albania. Inizialmente le fortificazioni furono costruite solo al confine settentrionale con la Jugoslavia, a quello meridionale con la Grecia e sulla costa che guardava l’Italia. I piccoli bunker furono affiancati da tunnel nei porti, depositi sotterranei di armi, polveriere, postazioni antiaeree. Ma a cavallo tra gli anni Settanta e gli Ottanta, il programma fu intensificato e la produzione di bunker divenne frenetica, grazie anche al diffondersi di fabbriche specializzate.

Il bunker sul passo di Llogara (1035 m)

Le cupole corazzate, le mura laterali, i tunnel di accesso furono costruiti separatamente e in serie. Si provvedeva poi a trasportarli nei luoghi designati e ad assemblarli in loco. Fu così che l’Albania venne letteralmente ricoperta da un manto di bunker. Quanti siano è impossibile saperlo a causa della distruzione degli archivi. Le cifre che si leggono oscillano da un minimo realistico di 36 mila a cifre incontrollabili di centinaia di migliaia. Quel che però è certo è che la produzione massiccia di bunker, che utilizzava necessariamente ferro e cemento armato, assorbì una parte consistente delle risorse finanziarie statali. Le spese militari misero all’angolo gli investimenti in un Paese che mancava di tutto e in particolare delle infrastrutture per l’energia, i trasporti, l’istruzione e la sanità.

L’accesso posteriore del bunker

Dopo la caduta del regime, la produzione cessò e i bunker – mai utilizzati – rimasero come un ingombrante relitto del passato. Una parte è stata distrutta da bande di zingari o da piccole ditte specializzate, alimentando una micro-economia locale: fatti esplodere e pazientemente picconati, hanno liberato il prezioso metallo, venduto poi alle fonderie. Un’altra parte è stata riutilizzata nelle forme più diverse e fantasiose. Nelle campagne i bunker sono diventati depositi di attrezzi agricoli, magazzini di prodotti alimentari, porcilaie, stalle per gli animali domestici, basi per i filari di viti, distillerie di raki, forni e cucine da campo. Sulle spiagge sono stati creativamente dipinti e sono diventati beach bar, distributori di bevande, cabine spogliatoio, pizzerie e piccoli ristoranti, discoteche, bed and breakfast.

Bunk’Art 2, il museo dell’ex bunker antiatomico di Tirana

Esemplare è il destino del rifugio antiatomico sotterraneo costruito nel centro della capitale albanese. La struttura si trova sotto il ministero dell’Interno su una superficie di oltre mille metri quadrati, e ospita ventiquattro stanze e una sala riunioni. Il rifugio era nato per proteggere la nomenklatura in caso di attacchi chimici o atomici. Oggi il rifugio, la cui entrata è rappresentata da un bunker, è un museo dedicato alla storia delle forze dell’ordine albanesi, dal 1913. Un grande spazio occupa l’esposizione di documenti e materiali relativi a uno dei periodi più bui della storia del paese, quella della Sigurimi, la polizia segreta del comunismo.

Albania. Il volo dell’Icona di Scutari

Il Santuario dedicato alla Madonna del Buon Consiglio sorge su un lembo di terra stretto tra la strada, il fiume e la rupe del Castello di Scutari. Una storia travagliata la sua. Edificato nel sesto secolo, fu distrutto la prima volta dalle orde ottomane. Riedificato, fu nuovamente raso al suolo dal regime comunista di Enver Hoxha che aveva proclamato l’Albania “primo stato ateo del mondo”. Dopo la caduta del regime, il papa Giovanni Paolo II venne qui a benedirne la prima pietra della ricostruzione. Oggi è un luogo di serenità e di pace per i pellegrini che lo visitano. Una lapide fa memoria della storia e ricorda che “qui si entra per amare Dio; da qui si esce per amare il prossimo”.

Il Santuario della Madonna del buon consiglio a Scutari

Il santuario custodiva una venerata icona della Madonna del Buon Consiglio, dove Maria è raffigurata con espressione dolce e malinconica mentre il bambino accosta il capo alla guancia della Madre, con il braccio le cinge il collo e con la mano si aggrappa all’orlo del suo vestito.

L’icona della Madre e del Bimbo

Durante l’assedio dei musulmani a Scutari nel 1467 la tradizione vuole che l’icona si sia staccata miracolosamente dal muro della chiesa e sia stata portata in volo da un gruppo di angeli al di là del mare Adriatico, in Italia. Due soldati di Skanderbeg a lei devoti, Giorgi e De Sclavis, videro la sacra immagine volare sorretta dagli angeli e si fecero pellegrini per seguirla, traversando il mare Adriatico a piedi.

L’affresco del volo dell’icona nella cattedrale di Scutari

L’episodio del volo dell’Icona è attestato in numerose opere d’arte albanesi e italiane. Un affresco nella calotta dell’abside della cattedrale cattolica di Scutari riproduce la città con il ponte medievale sul fiume, la rupe del castello di Rozafa e il profilo del santuario: i due pellegrini salutano l’icona portata dagli angeli e la seguono con un lungo viaggio via mare.

La vetrata della cattedrale di Tirana

Il volo dell’Icona è anche il soggetto di una bella vetrata della moderna Cattedrale cattolica di San Paolo a Tirana, inaugurata nel 2002.

I pellegrini traversano il mare Adriatico

Giunti in Italia, gli angeli deposero la preziosa icona a Genazzano, una cittadina del Lazio sulle propaggini dei monti Prenestini, distante 45 km da Roma. Durante il vespro del 25 aprile 1467 l’immagine sacra andò a posarsi su un muro della chiesa che in quel tempo la Beata Petruccia, vedova e terziaria agostiniana vissuta nella seconda metà del 400, aveva iniziato a costruire fra mille difficoltà e che venne concluso in poco tempo grazie alle elemosine dei pellegrini.

L’arrivo dell’icona a Genazzano (Prospero Piatti)

Da quel momento la piccola chiesa divenne santuario. La prodigiosa apparizione viene ricordata in diverse opere d’arte e in particolare nel bassorilievo del timpano del portale e nei dipinti ottocenteschi di Prospero Piatti. L’icona si trova nella cappella all’interno della chiesa, protetta da una cancellata in ferro battuto.

Il timpano del portale del santuario di Genazzano

Ancora oggi questa tradizione, che si tramanda di generazione in generazione, è vivissima presso gli albanesi che, venendo pellegrini al Santuario di Genazzano, invocano Maria con l’antico titolo di “Signora d’Albania”.

Genazzano

Albania. Il borgo antico di Berat, la città delle mille finestre

Berat è una città-museo del periodo ottomano tutelata dall’Unesco come Patrimonio dell’Umanità. Ma pensando a una città-museo non si creda di visitare un monumento mummificato. Il centro storico e la cittadella sono un insieme vitale di chiese e antiche case di pietra abitato da centinaia di persone e pulsante di vita quotidiana.

Berat, Patrimonio dell’umanità

Ebbe la stessa impressione Indro Montanelli, giovane inviato del Corriere della Sera, che nel 1939 la descrisse come un museo vivente costruito sulle superfici irregolari della vetta rocciosa; attraversato l’arco della Cittadella – scriveva – vi sembrerà di esservi persi all’improvviso in maniera naturale in cinquecento anni di storia e di aver passeggiato nel bel mezzo del quindicesimo secolo. Oggi Berat è un esempio di coesistenza pacifica tra religioni differenti e comunità etniche, cristiani, islamici, sunniti e bektashi sufi.

I resti del Palazzo del Pascià

Coesistenza non significa comunque irenismo. I contrasti della storia restano ben visibili. Si osservi, ad esempio, la Casa del Pascià: l’antico ed elegante palazzo nobiliare fu vittima delle vendette post belliche e fu semidistrutto per lasciar posto a una scuola popolare.

L’immagine di Istanbul sulla Moschea degli Scapoli

Miglior sorte è toccata alla Moschea degli Scapoli, sul lungofiume, che mostra ancora i suoi affreschi sui muri perimetrali esterni. Spicca tra questi l’immagine di Istambul con il suo porto, le mura, la grande moschea blu e il palazzo Topkapi.

Le case bianche e le mille finestre del quartiere di Mangalem

La definizione turistica di Berat è quella di città bianca dalle mille finestre. Ed è vero. Le finestre sono affiancate a schiera sulle facciate delle case bianche. E le case sono arroccate una sopra l’altra sul pendio del colle, formando i due quartieri opposti e simmetrici di Gorica e Mangalem sulle due rive del fiume Osum.

La porta d’ingresso alla Cittadella

La Cittadella con il quartiere urbano di Kala è situata in cima al colle ed è circondata da un giro di mura, con un unico accesso a oriente. Sulla porta d’ingresso è il monogramma del costruttore, il despota sovrano dell’Epiro Michele Angelo Comneno. Le mura risalgono al Duecento e sono state restaurate dai Veneziani.

La chiesa ortodossa della Trinità

All’interno della cinta muraria sorgono tra le case alcune moschee e una decina di piccole chiese ortodosse. La più interessante è la chiesa della Trinità, costruita su terreno scosceso in eccellente posizione panoramica.

L’ex Cattedrale ortodossa, oggi sede del Museo Onufri

Tra le case sorge anche la chiesa dedicata all’Assunzione di Maria, ricostruita nel 1797, che un tempo svolgeva la funzione di cattedrale del vescovo metropolita. La chiesa è il monumento più rappresentativo dell’architettura bizantina della città. Ha tre navate, separate da colonne, ed è arricchita da archi e cupole affrescate.

L’iconostasi dipinta da Onufri

La ex cattedrale è sede oggi del Museo dedicato al celebre pittore di icone Onufri, autore dell’iconostasi del 1806. Le icone di cui Onufri è autore e quelle della scuola post bizantina sono esposte in una navata e nel nartece.

Il Giudizio finale

Il muro angolare del nartece è decorato da un affresco ottocentesco del Giudizio finale di autore anonimo. Il Cristo giudice, scende sulla terra all’interno della mandorla, seduto sul trono della visione di Ezechiele, sostenuto dalle misteriose quattro ruote e spinto dalle ali dei cherubini. Al suo fianco è la madre Maria e l’angelo tubicino. Un altro angelo dichiara la fine del tempo e riavvolge il firmamento. La mano di Dio sostiene la bilancia a doppio piatto della psicostasia, mentre l’arcangelo Michele contrasta il demonio che cerca di falsare l’esito della pesatura. Il corteo dei beati si allontana verso il Paradiso (purtroppo mutilato). Ricco di dettagli è invece l’Inferno, alimentato dal fiume di fuoco che sgorga ai piedi del giudice. I dannati, spinti dai diavoli, finiscono nella bocca del mostruoso Leviatano, sul quale siede Lucifero col traditore Giuda tra le braccia.

L’Inferno

(Ho visitato Berat il 22 giugno 2017)

 

 

Albania. Il Castello di Rozafa a Scutari

Scutari (Shkodër) è la più importante città nel nord dell’Albania. Il lago omonimo segna il confine con il Montenegro. Le montagne che la circondano, protette dai parchi naturali di Thethi e Valbona, disegnano il confine albanese con il Kosovo. Tito Livio e la storia ne ricordano il ruolo di capitale degli Illiri sotto il re Gentius (ante currum ducti Gentius rex cum conjuge et liberis, et caravantius frater regis, et aliquot nobiles Illyrii…). Città di frontiera, l’antica Scodrinon fu soggetta alle influenze e alle dominazioni veneziane, slave e ottomane, e conserva quindi radici culturali e tracce di architettura islamica e cattolica, italiana e turca.

Il castello di Scutari

Il castello di Rozafa è il suo monumento-simbolo e il miglior punto di osservazione sulla città e i suoi dintorni. Un luogo che aiuta a capire come la geografia ne abbia condizionato la storia.

I merli del castello sullo sfondo del lago

La leggenda di Rozafa

Il nome del castello è legato alla leggenda di Rozafa, la giovane sposa di un ragazzo, il minore di tre fratelli. Da pochi giorni le era nato un bimbo, il primo figlio. Una donna felice. Ma la leggenda la vuole vittima sacrificale di una tragedia. I tre fratelli erano impegnati nella costruzione del castello di Scutari. Ma come per la tela di Penelope, il muro costruito di giorno si disfaceva misteriosamente nel corso della notte. Il maligno sortilegio fu svelato da un vecchio mago che rivelò che per mantenere forti e solide le mura era necessario il sacrificio di una delle mogli dei tre fratelli. La scelta della moglie doveva avvenire casualmente. Colei che l’indomani sarebbe giunta per prima, portando il pranzo, sarebbe stata immolata per il bene della comunità. I tre giurarono di mantenere il silenzio, ma i due fratelli più grandi non resistettero allo stress e rivelarono tutto alle loro mogli. Fu così che toccò a Rozafa, la moglie del più giovane, portare il pranzo l’indomani. La rivelazione del destino che l’attendeva fu sconvolgente. La giovane donna accettò tuttavia di farsi murare viva all’interno delle mura, ma volle rendere il suo sacrificio più dolce, chiedendo di lasciare nel muro un varco per i suoi occhi, per il seno, il braccio e una gamba, per poter almeno vedere, allattare, abbracciare e cullare il figlioletto amato. E così fu. Una statua dello scultore Skender Kraja ricorda oggi quel crudele sacrificio.

La giovane Rozafa murata viva con il suo bimbo

La visita

La rocca sorge sulla cima di un promontorio incuneato tra i tre fiumi di Scutari. Le mura seguono fedelmente il profilo dell’altura. Una stradina selciata sale dalla base del colle verso la monumentale porta d’ingresso, protetta dal barbacane.

La porta d’ingresso del Castello

Le mura e le strutture interne risalgono per lo più al periodo veneziano, anche se conservano tracce delle remote fortificazioni di epoca illirica.

Il primo cortile

L’interno è suddiviso in tre cortili e ha ospitato fino al 1985 un reparto dell’esercito albanese.

La chiesa di Santo Stefano trasformata in moschea

Un monumento assai singolare è la chiesa cristiana duecentesca dedicata a Santo Stefano che nel periodo ottomano fu trasformata in moschea. Gli archi e i timpani originari sono ormai inestricabilmente fusi con l’architettura islamica, simbolizzata dai resti del minareto, tanto da rendere ardua la riattribuzione del luogo all’una o all’altra fede.

Un arco della chiesa-moschea

Il secondo cortile contiene i baraccamenti, gli empori e le prigioni. Ma l’elemento di maggiore interesse è costituito dalle quattro grandi cisterne sotterranee che raccoglievano l’acqua meteorica e la distribuivano agli abitanti attraverso i pozzi.

Una delle cisterne

Il terzo cortile contiene la fortezza vera e propria, che fu costruita dai veneziani come residenza del governatore.

Pozzo scolpito

Il panorama

Scutari vista dal Castello

Cinque terrazze sulle mura, poste ai punti cardinali, consentono di affacciarsi sul paesaggio circostante. La città di Scutari si distende a oriente con i suoi grandi edifici moderni.

Il fiume Boiana, emissario del lago di Scutari

A nord si allunga il lago di Scutari, il più grande dei Balcani, per due terzi compreso nel territorio del Montenegro. L’emissario, il fiume Boiana, scorre ai piedi della rupe di Rozafa, la aggira, riceve le acque di due altri fiumi, il Drin e il Kir, e procede placidamente verso il doppio estuario nel mar Adriatico.

La rupe del Castello Rozafa alla confluenza dei fiumi Kir, Drin e Boiana

(Ho visitato Scutari il 20 giugno 2017)