Grande Guerra. Il Museo storico all’aperto del Monte Piana di Misurina

Monte Piana è un perfetto ossimoro, l’accostamento di due concetti contrari, il ‘monte’ e il ‘piano’. Il nome definisce bene, comunque, l’altopiano sommitale di questo monte sgraziato e insignificante, quasi schernito dalla corona di vette dolomitiche che lo circonda, cime magnifiche ed eleganti che si chiamano Tre Cime di Lavaredo, Paterno, Cristallo, Cadini di Misurina… A questa malasorte naturale monte Piana contrappone però sia la sua straordinaria terrazza panoramica sulle Dolomiti, sia la particolare rilevanza storica, attestata dal Museo storico all’aperto della Grande guerra, distribuito su tutta l’area sommitale. Proprio sulla Forcella e il Vallone dei Castrati, che dividono in due l’altopiano (con il monte Piana a sud e il monte Piano a nord), passava il confine tra Italia e Austria. Lo aveva deciso la commissione italo-austriaca riunitasi a Rovereto dopo la terza guerra d’indipendenza del 1866, che ripristinò così la vecchia linea confinaria stabilita nel 1753 tra La Serenissima Repubblica di Venezia e la Contea del Tirolo. Fu così che all’inizio della Grande Guerra gli Alpini italiani occuparono le posizioni del Piana e gli austriaci si fortificarono sull’altura a nord. Si dovettero costruire strade militari, ardite teleferiche e ricoveri per un gran numero di soldati, in luoghi desolati dove al massimo potevano arrivare solo le greggi al pascolo (come il toponimo dei Castrati ricorda).

Il tavolato sommitale del monte Piana

Le vicende di guerra si possono condensare così: alcuni attacchi contrapposti senza alcun esito; la guerra di mine, nel tentativo di far saltare in aria le munite difese avversarie; un terribile inverno (il 13 dicembre del 1916 il Comando italiano segnalò: “Altezza della neve: metri 7; temperatura: 42 gradi sotto lo zero”) che provocò slavine micidiali sui soldati rintanati nei ricoveri. Dopo Caporetto gli italiani si ritirarono e lasciarono il monte agli austriaci fino al termine della guerra.

Residuati bellici sul monte Piana

Nel 1977 fu avviato un progetto di recupero del devastato campo di battaglia, ridotto a un cumulo di rovine. Anima del progetto fu il colonello austriaco Walter Schaumann, ex ufficiale di carriera, affiancato dai suoi “Amici delle Dolomiti”, con la collaborazione della Fondazione Opere di Monte Piana e del Comune di Dobbiaco. Il Comando del Quarto Corpo d’Armata Alpino mise a disposizione il battaglione “Bassano”. Molti giovani volontari italiani e austriaci si misero a disposizione per i lavori di restauro ambientale, con il sostegno dell’Alpenverein tirolese, del Club alpino italiano e dell’Associazione nazionale alpini di Trento. Ancora oggi i lavori di restauro proseguono grazie ai campi estivi del Gruppo volontari amici del Piana e al supporto del Sesto Alpini. Frutto di questo lavoro è il Museo storico all’aperto percorso da una “grande escursione storica” e da una rete di sentieri che collegano le opposte linee del fronte.

Il campo estivo degli Amici del Monte Piana

L’accesso più comodo al campo di battaglia è l’ex strada militare di 5 km che parte da Misurina a 1756 m e raggiunge il Rifugio Bosi a 2205 m. Il punto di partenza dei fuoristrada del Servizio di navetta è nei pressi del ristorante Genzianella, sulla strada per il Rifugio Auronzo e le Tre Cime di Lavaredo. La jeep risale la strada in quindici minuti circa. Dal Rifugio parte il percorso principale su sentiero facile che conduce alle trincee e ai siti storici del Museo all’aperto della prima guerra mondiale. La cima sud a 2325 m è raggiungibile dal Rifugio Bosi in circa venti minuti di lieve salita. L’itinerario in quota attraverso l’altopiano dura dalle due alle quattro ore. Vi è anche un percorso attrezzato in cengia consigliato solamente ad alpinisti esperti adeguatamente attrezzati. L’area è consacrata alla memoria di oltre 14.000 soldati italiani e austriaci che persero la vita nei duri combattimenti di cui questo luogo fu teatro. Il turista e l’escursionista di monte Piana possono ripercorrere camminamenti e trincee, gallerie e postazioni di bombarda accuratamente ripristinate, e al contempo godere di una spettacolare vista contemplativa sulle Dolomiti.

Il campo trincerato italiano

Il Rifugio “Bosi” e la Cappella Alpina

Il Rifugio Bosi

Le navette lasciano i visitatori al Rifugio Bosi. Il Rifugio è dedicato al Maggiore Angelo Bosi, caduto sul monte Piana il 17 luglio 1915 durante il primo attacco italiano contro le posizioni austriache sul monte. Sorge nel luogo dov’era situato il comando militare italiano. L’ultima ricostruzione è opera della famiglia De Francesch. Il Rifugio mantiene il suo valore storico e commemorativo custodendo all’interno un piccolo ma significativo museo e all’esterno le targhe delle unità combattenti italiane impegnate sul monte Piana. A fianco del Rifugio è stata costruita una cappella votiva, dedicata alla Madonna della Fiducia, in memoria dei soldati caduti di entrambi gli schieramenti.

La cappella votiva

Le opere in caverna

Postazione in caverna

Lungo il sentiero storico sono ancora visibili le gallerie scavate nella roccia che raggiungevano gli osservatori sulle linee nemiche. Esse erano utilizzate anche per raggiungere le batterie di artiglieria e bombarde o i nidi di mitragliatrici a controllo dei sentieri e delle strade di avvicinamento. Una particolare forma di galleria è quella scavata da entrambi i contendenti per raggiungere le posizioni avversarie e farvi brillare potenti mine distruttive.

Il punto terminale della galleria di mina italiana

Le trincee e i ricoveri per la truppa

Trincea italiana

Il percorso delle trincee e dei relativi camminamenti incrociava le baracche e i ricoveri sotto roccia. Che fossero semplici ripari per la truppa o dessero alloggio agli ufficiali e ai comandi, le baracche al fronte rappresentavano quanto di più somigliante a una casa. Per questo furono arredate con ogni cura e rese il più possibile confortevoli. La guerra di posizione esigeva di costruire ricoveri, allestire magazzini di vettovagliamento e armamento, organizzare ospedali da campo e posti di medicazione, senza dimenticare i piccoli cimiteri e le latrine.

Ricovero

La memoria

Cippo del Sentiero storico

Il Museo all’aperto è segnato da monumenti, simboli e memoriali. I più evidenti sono le grandi croci che sovrastano rispettivamente il settore italiano e quello austriaco. Vi sono poi numerosi cippi, da quelli che segnavano l’antico confine a quelli collocati sui luoghi dove caddero i protagonisti. Una piccola piramide ricorda la visita del poeta Giosuè Carducci. Una “campana dell’amicizia” è stata issata sulla prima linea. Vi sono poi le targhe apposte dai volontari che hanno curato il restauro dei luoghi. La segnaletica è stata allestita dall’ufficio Parchi naturali della Provincia autonoma di Bolzano.

La segnaletica

La mappa del Museo all’aperto

La mappa

(Ho visitato il Monte Piana il 14 agosto 2017)

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Il Museo storico di Piana delle Orme. La battaglia di Cassino e lo sbarco di Anzio

La passione di un geniale collezionista, un impressionante numero di attrezzature agricole e di mezzi bellici, l’intuizione di voler parlare con il grande pubblico, l’accuratezza della ricostruzione storica di eventi non lontani nel tempo, la capacità evocativa degli allestimenti, sono i fattori che hanno decretato il successo dell’originale Museo di Piana delle Orme. Questo museo ‘periferico’ è situato nel territorio comunale di Borgo Fàiti ed è allestito nei padiglioni di un ex allevamento avicolo della piana pontina, in provincia di Latina. Il museo si presenta oggi come un parco storico all’interno dell’omonima azienda agrituristica. Le sue collezioni dedicate al Novecento ripercorrono cinquant’anni di storia italiana e raccontano le tradizioni e la cultura della civiltà contadina, le grandi opere di bonifica delle paludi pontine, le battaglie della seconda guerra mondiale.

La battaglia di Cassino

Il padiglione che racconta la battaglia di Cassino è fortemente evocativo e coinvolgente per la quantità e la qualità dei mezzi militari esposti, tutti originali e restaurati, e per la scenografiche ricostruzioni dei combattimenti della seconda guerra mondiale tra le truppe tedesche attestate in difesa sulla linea Gustav e le truppe alleate che risalivano la penisola.

L’avvicinamento a Cassino

La prima sezione descrive l’avvicinamento alleato al fronte di Cassino. Si osservano i mezzi militari alleati (autocarri, cannoni, camionette, gigantesche gru, mitragliatrici, impantanati nella melma del fiume Volturno in piena.

Postazione tedesca

Un lungo e stretto corridoio semibuio mostra le difese tedesche attrezzate nelle grotte, tra le rovine e nelle trincee protette, dove erano insediati i ‘diavoli verdi’ della divisione paracadutisti Goering.

Il bombardamento dell’Abbazia

Nel vasto salone successivo è ricostruito il bombardamento dell’abbazia di Montecassino. Sullo sfondo è la montagna con il monastero bombardato dagli aerei alleati. In primo piano sono i carri armati e le artiglierie che sparano verso il monte. Suoni e luci riproducono il crepitio dei colpi, i tonfi delle bombe e i bagliori delle esplosioni.

Soldati marocchini consumano il vitto

La scena successiva, al buio, riproduce l’accampamento dei soldati algerini, tunisini e marocchini del contingente francese. I soldati coloniali, divenuti tristemente famosi per gli stupri di massa, sono intenti a consumare il vitto, contornati da sagome di pecore, a ricordare la loro consuetudine di portare appresso animali vivi per poter consumare sempre carne fresca.

Ospedale da campo

Segue un ambiente con la ricostruzione di un ospedale da campo alleato, con personale medico, barelle, feriti e attrezzature sanitarie.

Stazione mobile ricetrasmittente

La sala adiacente è allestita con la stazione radio canadese, con le attrezzature di trasmissione del tempo e un furgone radiomobile.

La resa tedesca nell’abbazia distrutta

L’ultima sala racconta l’arrivo a Montecassino delle truppe polacche e la resa degli ultimi difensori tedeschi nello scenario delle rovine dell’abbazia ridotta in frantumi dal bombardamento alleato. La statua decapitata di San Benedetto, una campana, una croce spezzata, brandelli di affreschi e bassorilievi ricordano la storia artistica del monumento.

Inverno di guerra sull’Appennino

Lo sbarco di Anzio

Un altro padiglione di Piana delle Orme è interamente dedicato alla ricostruzione dello sbarco delle truppe alleate sulla costa di Anzio e alla battaglia per la conquista delle terre interne, quando la capacità di contrasto delle truppe tedesche, dopo l’iniziale sorpresa, aumentò progressivamente e bloccò la testa di ponte. Winston Churchill espresse tutta la delusione con una celebre frase pronunciata alla Camera dei Comuni: Avevo sperato di lanciare sulla spiaggia un gatto selvatico capace di strappare le budella ai crucchi, mentre invece ci troviamo sulla riva con una enorme balena arenata.

Lo sbarco dei mezzi anfibi

La prima delle sei sezioni del padiglione racconta lo sbarco dei mezzi militari e dei soldati alleati sulla spiaggia sabbiosa del litorale tirrenico.

Scena di battaglia a Campo di Carne

L’ambiente dedicato alla battaglia rappresenta la cruenta battaglia tra i soldati americani che cercarono di occupare il territorio compreso tra Anzio, Nettuno, Aprilia e Cisterna e i soldati tedeschi che si sforzarono di ributtarli a mare.

L’esodo dei civili

La terza sezione racconta le sofferenze della popolazione civile a causa della guerra. Una casa-podere semidistrutta ha nel vano interrato un rifugio buio e disadorno, ricavato da una grotta di tufo. Una famiglia carica su un carro le poche masserizie, costretta a fuggire dalla zona dei combattimenti.

Il Caccia americano recuperato in mare

Una sala contiene un aereo caccia americano costretto a un ammaraggio di fortuna e poi recuperato dalle acque del mare di Capoportiere. Restaurato ed esposto al pubblico è una delle attrazioni del museo.

Auto tedesca con ufficiali a bordo

Percorrendo un corridoio s’incontra l’ufficio comando americano con le sue dotazioni, tra cui un apparecchio radio ricetrasmittente e altri reperti bellici. In successione sono documentate con foto e pannelli la campagna per debellare la malaria, la storia dei grandi cannoni tedeschi, la liberazione di Roma e il cimitero militare americano.

Il dépliant del Museo

(Ho visitato il museo il 29 maggio 2017)

Pannello informativo

Visita la sezione del sito dedicata agli itinerari sulla Linea Gustav

 

Schiavi d’Abruzzo. Passeggiate nella storia

Dall’alto del suo colle, a 1172 metri di quota, Schiavi d’Abruzzo fa da cerniera tra l’Abruzzo e il Molise. Ce ne accorgiamo in paese, percorrendo la Rotonda dedicata a Salvo D’Acquisto che è il miglior punto di osservazione su un panorama sterminato. Il mare Adriatico si staglia invitante allo sbocco della valle del Trigno. A sud l’ondulata linea dei colli molisani è solcata da un fascio di storici tratturi e vie armentizie. A nord i monti di Capracotta e i Frentani anticipano le grandi montagne dell’Abruzzo. Questo panorama solenne fu apprezzato dalle popolazioni italiche che insediarono qui i santuari dei Sanniti Pentri. Poi ci furono le migrazioni dei popoli dall’altra sponda dell’Adriatico, quei croati e albanesi in fuga dai turchi invasori, chiamati Schiavoni, origine del nome del paese. Per secoli ci fu il movimento pendolare degli armenti transumanti lungo il regio tratturo Celano-Foggia e il fascio di tratturelli suoi tributari.

Il monumento all’Alpino

Più traumatico il passaggio della seconda guerra mondiale con la lenta transizione tra le truppe canadesi e quelle tedesche, e di cui resta testimonianza la trincea-osservatorio della Rotonda. E poi il dopoguerra, con lo stillicidio migratorio dei paesani verso Roma, dove formeranno il nerbo dei garagisti e dei tassisti, o verso le grandi destinazioni all’estero. Per apprezzare e amare Schiavi, dopo la passeggiata in paese, è consigliabile percorrerne le strade e i sentieri nei dintorni. Eccovi allora qualche idea.

I tempietti italici

La base del tempio maggiore

La fama di Schiavi è soprattutto legata all’area archeologica dei templi italici. La visita di questi tempietti è appagante sia perché se ne può così ammirare la caratteristica architettura sia perché se ne può apprezzare la loro particolare posizione panoramica, a dominio del tratturo e della valle del Trigno, di fronte al grande santuario federale di Pietrabbondante. I tempietti si trovano lungo la strada provinciale che da Schiavi scende alla fondovalle Trigno, a quattro km dal paese, su una terrazza accessibile da due ingressi.

Il secondo tempio

Il Tempio Maggiore (del secondo secolo avanti Cristo) e il Tempio Minore (degli inizi del primo secolo), sorgono affiancati e paralleli su un terrazzamento, contenuto da un lungo muro in opera poligonale e quadrata. Recenti esplorazioni hanno riportato alla luce un altare monumentale, di fronte al Tempio Minore, una necropoli utilizzata fino alla piena età romana, e un altro edificio sacro, abbandonato poco dopo la Guerra Sociale (91-89 a.C). Oggi è visibile anche la torre medievale a due livelli, eretta dietro al muro in opera poligonale del santuario: a questa struttura si deve il toponimo della zona, Colle della Torre. La visita ai templi può essere completata dalla visita al Museo archeologico allestito in paese.

Sui tratturi dei pastori

Il percorso del tratturo Castel del Giudice – Spondrasino

Il colle di Schiavi si pone a cavallo tra due antichi tratturi che collegavano la valle del Sangro alle valli del Trigno e del Biferno. A sud era il tratturello Castel del Giudice – Spondrasino che attraversava Capracotta, Agnone e Poggio Sannita, scendeva lungo il fiume Verrino fino ad attraversare il Trigno in località Terra Vecchia di Bagnoli. Il percorso del tratturo, ancora praticabile, è ben visibile per un lungo tratto affacciandosi al Belvedere della Rotonda di Schiavi. A nord il tratturo Ateleta – Biferno aveva uno sviluppo orizzontale e traversava l’agro di Castiglione e Torrebruna prima di scendere sul Trigno all’altezza di Montemitro. Una passeggiata non lunga può scavalcare il Monte Castel Fraiano (segnato dalla presenza delle gigantesche pale di una centrale eolica) e collegare la Madonna del Monte al lago della Croce. Intorno al lago il tratturo è ancora ben marcato e riconoscibile. E il santuario della Madonna del Monte alla Lupara è legato al mondo della transumanza e al culto della Madonna dei tratturi.

La passeggiata panoramica sul monte Pizzuto

Il monte Pizzuto visto da Schiavi

Il Colle Pizzuto, con la sua panoramica cima a 1290 metri di quota, è la meta di una bella passeggiata panoramica. Si può iniziare direttamente da Schiavi ma è più semplice lasciare l’auto al bivio sulla strada per Torrebruna, dove sono alcune case e spazio per il parcheggio. Una stretta strada prima asfaltata e poi lastricata sale a svolte nel bosco e raggiunge la cima dov’è una grande croce. Ampio panorama, in particolare sui vicini monti Frentani.

Il passaggio di Uys Krige

I monti di Capracotta e i paesi di Agnone e Belmonte visti da Schiavi

Uys Krige è un ufficiale sudafricano che fuggì dal campo di prigionia di Fonte d’Amore a Sulmona dopo l’8 settembre del 1943. Appassionato di poesia e scrittura, conosceva un po’ d’italiano e racconterà la sua rocambolesca fuga e il percorso a piedi verso la libertà in un libro famoso, “The way out”, tradotto in italiano come “Libertà sulla Maiella”. Alcune sue pagine sono dedicate al passaggio nella zona di Schiavi. Lungo il tratturo Krige attraversa le zone di Capracotta e Agnone giunge a Belmonte, dove è ospitato da un contadino. “Andate presto a dormire”, disse il vecchio, “domattina presto vi chiamerò e partirete. Sulla sinistra troverete un paese, Schiavi, in cima ad una collina. Dovete evitarlo, scendendo nel burrone sotto di esso. Poi uscirete dal burrone, attraverserete il villaggio di Taverna, che riconoscerete dalla chiesa rotonda e raggiungerete le case di Cupello. Qui vi dovete fermare, perché sarete vicini al Trigno. La gente di Cupello vi dirà dove sono le mitragliatrici”. I fuggitivi si dirigono verso Schiavi, attraversano il Sente, e raggiungono la contrada di Cupello. Qui conoscono Pasquale Tucci, una guida che accetta di accompagnare loro e un altro folto gruppo di italiani al di là delle linee. La marcia di Uys e dei suoi compagni termina ai primi di novembre. Traversato il Trigno ai piedi della collina di Cupello, il gruppo risale il pendio che porta a Salcito. Il giorno precedente i tedeschi hanno abbandonato le loro postazioni sul fiume e la prima pattuglia canadese è già in paese.

Il colle di Schiavi d’Abruzzo

(Ho visitato Schiavi d’Abruzzo il 28 luglio 2017)

L’architettura spontanea dei villaggi rurali in Romania

Siamo a Bucarest, capitale della Romania, nel parco di Herăstrău, sulle rive dell’omonimo lago. Passeggiamo in un grande museo all’aperto che espone una magnifica collezione di 85 edifici tradizionali provenienti da tutte le regioni della Romania. Sono tutti monumenti autentici, risalenti agli ultimi tre secoli, smontati nei luoghi di provenienza e poi riassemblati nel parco.

Il Museo nazionale dei villaggi romeni

Il Museo dei villaggi rurali (Muzeul Satului) è stato fondato nel 1936 e raccoglie il frutto di anni di ricerche effettuate da Dimitrie Gusti, promotore della scuola di sociologia dell’Università di Bucarest. Vi troviamo costruzioni di pietra, di legno, di mattone, di argilla e terra cruda. I tetti sono di paglia e di canne, di scandole, di lose. Ci sono case rurali, fattorie, mulini ad acqua e mulini a vento, chiese di legno, croci stazionarie, opifici, forni, stalle, fienili, pozzi. Provengono dalla Moldavia, dalla Transilvania, dal Maramures, dalla Valacchia, dalla Bucovina. Un’architettura popolare autoctona ma anche ricca di influenze magiare, tedesche, turche, greche. Ne proponiamo una breve rassegna per gli appassionati di architettura spontanea.

La fattoria di legno del Maramures

L’ovile invernale

Questa fattoria del 1775 apparteneva di una famiglia di allevatori, agricoltori e boscaioli. Ne vediamo l’abitazione domestica, l’ovile invernale, il laboratorio artigianale e un deposito di fieno col tetto mobile.

Il fienile

Il mulino a vento della Dobrugia

 

Il mulino a vento

Il mulino a vento risale al 1967 e proviene dal villaggio lacuale di Sarichioi-Istria nel distretto di Tulcea in Dobrugia. Le sei pale azionano il meccanismo per macinare il grano, costruito nella parte superiore dell’edificio chiuso. La parte inferiore del locale è destinata a magazzino e contiene i sacchi di grano e di farina oltre agli strumenti di lavoro del mugnaio.

La casa sotterranea dell’Oltenia

La casa sotterranea

Quest’abitazione sotterranea risale al primo Ottocento e proviene dal sud dell’Oltenia. Solitamente solo monolocale, in questo caso l’abitazione è articolata in tre camere. Scavata la fossa nel terreno, essa viene rivestita da pareti di legno. All’esterno essa appare come una grotta, con una copertura di legno, rivestita di paglia ed erbe. All’interno le pareti sono fasciate con travi di quercia che sporgono circa un metro dal terreno. Essa assicura condizioni climatiche costanti anche in presenza di forti variazioni esterne.

La casa a piramide dei monti Apuseni

Le case a piramide

La casa è stata costruita nel 1815 in un villaggio dei monti Apuseni per una famiglia di pastori e agricoltori. Sia l’abitazione che la vicina dispensa hanno struttura quadrangolare, con pareti di legno alzate su una base di pietra. La caratteristica copertura a piramide ha spioventi tre volte più lunghi delle pareti, rivestiti di fascine di saggina.

La chiesa di Dragomirești

La chiesa di legno

Capolavoro dell’architettura del legno è la chiesa di Dragomirești, nella regione del Maramures. Costruita nel 1722, ha una svettante struttura verticale, con tetto di scandole e pareti interne ancora rivestite di affreschi.

La chiesa affrescata di Timișeni

La chiesa di Timișeni

Questa chiesa proviene da Timișeni, un centro della regione dell’Oltenia ed è stata costruita nel 1773. Ha la struttura di legno e un tetto a spiovente rivestito di scandole. Presenta una zona absidata posteriore e un campanile quadrato alto sulla facciata. Impressionanti per lo stato della conservazione sono i dipinti molto naif sulla facciata esterna (Giudizio finale) e sui fianchi.

Il dipinto sulla facciata

(Ho visitato il Museo Gusti il 24 luglio 2017)

Romania. Una “terapia” per le coppie in crisi

Biertan è un pittoresco villaggio al centro di una verdissima vallata della Transilvania. Per secoli è stato abitato da famiglie sassoni di fede luterana, provenienti dalla Germania. La sua splendida chiesa fortificata è stata iscritta dall’Unesco nel Patrimonio dell’Umanità.

La casa-prigione di Biertan

Nel recinto della chiesa scopriamo un piccolo edificio eretto lungo le mura fortificate. Una targa lo definisce genericamente come un museo della storia locale di Biertan (Birthälmer Heimatmuseum). Ma per almeno tre secoli, per decisione del vescovo locale, qui vennero rinchiuse a chiave le coppie in crisi, in una convivenza forzata che poteva durare anche molte settimane, perché facessero un ultimo tentativo per risolvere i loro contrasti.

L’interno ricostituito

L’obiettivo esplicito era evitare un doloroso divorzio. Marito e moglie dovevano trovare da soli un rimedio ai loro matrimoni ormai in pezzi e recuperare l’armonia coniugale perduta. Quella terapia detentiva che oggi assomiglia a un incubo ha però dimostrato che la ‘prigione coniugale’ era piuttosto efficace. “La prigione era uno strumento per mantenere la società nell’antico ordine cristiano. Grazie a questo edificio benedetto, nei 300 anni che Biertan è stata la sede del vescovo, abbiamo registrato un solo divorzio!” ha dichiarato con una certa soddisfazione il prete di Biertan.

Il letto tradizionale sassone

Questa originale forma di psicoterapia risulta più evidente durante la visita della casa-museo. La piccola prigione scura ha soffitti bassi e massicce pareti. L’arredo è assolutamente spartano. La camera degli sposi ha un solo tavolo, una sola sedia, un ripostiglio e un tradizionale letto sassone a una sola piazza, un solo cuscino e una sola coperta. Tutto doveva essere condiviso in modo strettissimo, senza alcuna privacy. Resta da immaginare se la convivenza forzosa riuscisse a rinfocolare l’amore originario o se sui motivi di disunione prevalessero le ragioni dei figli o se a prevalere fossero interessi più materiali legati al lavoro e alla proprietà dei campi. Chissà.

Moldoviţa. La scena dell’assedio di Costantinopoli

Il monastero e la chiesa di Moldoviţa furono costruiti nel 1532 per iniziativa del principe moldavo Pietro Rareş, figlio di Stefano il Grande. Il sito si trova isolato tra i monti e le foreste della Bucovina, nella parte settentrionale della Moldavia. Come gli altri monasteri della regione, Moldoviţa si presenta come una fortezza quadrata, dotata di alte mura di difesa e torri di guardia. La chiesa del monastero sorge al centro del campo interno, mentre i locali del monastero sono addossati alle mura. Assieme alle architetture è soprattutto la decorazione pittorica interna ed esterna, realizzata nel 1537, a rendere celebre questo monastero.

Il fianco meridionale della chiesa con l’affresco dell’assedio

Un tema caro alla tradizione moldava è la raffigurazione dell’assedio di Costantinopoli, visibile sul fianco meridionale esterno. L’artista moldavo riesce a descrivere la scena della città assediata da terra e dal mare, con ampio dispiego di particolari.

Costantinopoli assediata

Dalle colline scende l’esercito turco con la sua cavalleria, la fanteria e la batteria di artiglierie di grosso calibro. Lo guida il sultano vestito di rosso su un cavallo giallo. Ai piedi della collina un cavaliere moldavo, uscito dalla città, combatte con il capo della cavalleria turca e riesce ad atterrarlo con un colpo di lancia. Sul mare la flotta turca è vittima di una violenta tempesta: le navi sono squassate dalla violenza delle onde e da una pioggia di fuoco che scende dal cielo.

L’artiglieria turca bombarda la città

Dalle mura della città cristiana le artiglierie e gli arcieri ribattono colpo su colpo gli assalitori turchi. All’interno della città assediata una lunga processione si snoda lungo le sue strade sotto le insegne del velo della Veronica e dell’icona della Vergine con il Bimbo. Per impetrare la protezione divina sulla città assediata sfilano nell’ordine i diaconi, il clero, l’imperatore, il corteo dei nobili, l’imperatrice con il suo seguito e tutto il popolo.

L’esercito turco

Per capire l’affresco occorre ricordare che il mondo cristiano subiva ancora lo shock causato dalla caduta di Costantinopoli e dell’impero romano d’oriente, avvenute nel 1453 per mano dell’esercito turco ottomano guidato da Maometto II. Questa terribile catastrofe fu percepita con particolare angoscia dai cristiani ortodossi moldavi a causa della loro vicinanza geografica alla capitale bizantina e al timore di una sottomissione distruttiva della loro libertà religiosa. Le chiese fortificate della Bucovina furono così una delle risposte elaborate dai principi moldavi e dalle autorità religiose per resistere a una possibile invasione turca. E l’affresco di Moldoviţa assume un complesso di significati – storici, religiosi, politici e sociali – che esprimono il desiderio moldavo di liberarsi dal giogo ottomano.

La cavalleria turca

L’affresco dell’assedio di Costantinopoli sublima questo duplice stato d’animo moldavo, di timore per una possibile schiavitù e di speranza per una rivincita cristiana. L’immagine affrescata è così un falso storico clamoroso, realizzato però in modo assolutamente consapevole. L’immagine legge la caduta di Costantinopoli del 1453 alla luce di una vicenda di tutt’altro segno avvenuta invece nel 626. Allora un’orda di Àvari, una popolazione turco-mongola, si era accampata dinanzi alle formidabili mura della capitale bizantina, sostenuta anche da una flotta sul mare. Il basileus Eraclio, imperatore del tempo, seppe però respingere quel grave pericolo e sbaragliò gli àvari, costringendoli alla ritirata.

Romania. L’Apocalisse a fumetti di Suceviţa

Il Monastero di Suceviţa è un gioiello artistico nato sulle rive dell’omonimo fiume e incastonato in uno scenario montano di grande bellezza. All’interno di una cinta di mura, scandita da torri, sorgono la chiesa affrescata e gli ambienti del monastero. Suceviţa fu anche l’ultimo a essere costruito e affrescato nella serie storica dei grandi monasteri della Bucovina. La costruzione risale infatti al 1584, quando i tre fratelli Gheorghe, Ieremia e Simion Moviļa, membri della nuova dinastia voivodale della Moldavia, raggiunta la prosperità economica, vollero emulare il mecenatismo dei loro predecessori. Gli affreschi esterni, eseguiti nel 1595-96, sono opera di un gruppo di artisti diretti dai fratelli Sofronie e Ioan di Pângărați, pittori di icone e miniaturisti.

La chiesa del monastero di Sucevita

La loggia che copre la scalinata di accesso alla chiesa sul lato meridionale è rivestita interamente d’immagini tratte dall’Apocalisse di Giovanni. L’effetto complessivo che se ne percepisce è quello di un lungo fumetto che si srotola sulle facciate delle colonne, sugli archi, le volte e la facciata d’ingresso. Le parti più basse della decorazione sono usurate dal tempo e martoriate dalle firme che nel corso dei secoli i visitatori hanno graffiato con i chiodi. Resta tuttavia rimarcabile lo sforzo di visualizzare un testo visionario e ‘liquido’ come l’Apocalisse. Ne riproduciamo le immagini seguendo l’ordine dei capitoli del libro sacro.

La spada, le stelle e i candelabri

I sette candelabri

All’angelo della Chiesa che è a Èfeso scrivi: “Così parla Colui che tiene le sette stelle nella sua destra e cammina in mezzo ai sette candelabri d’oro. Conosco le tue opere, la tua fatica e la tua perseveranza, per cui non puoi sopportare i cattivi. Hai messo alla prova quelli che si dicono apostoli e non lo sono, e li hai trovati bugiardi. Sei perseverante e hai molto sopportato per il mio nome, senza stancarti”. All’angelo della Chiesa che è a Pèrgamo scrivi: “Così parla Colui che ha la spada affilata a due tagli. So che abiti dove Satana ha il suo trono; tuttavia tu tieni saldo il mio nome e non hai rinnegato la mia fede neppure al tempo in cui Antìpa, il mio fedele testimone, fu messo a morte nella vostra città, dimora di Satana” (Ap 2, 1-7; 12-17).

La liturgia celeste

Il canto degli Anziani

Poi vidi, in mezzo al trono, circondato dai quattro esseri viventi e dagli anziani, un Agnello, in piedi, come immolato; aveva sette corna e sette occhi, i quali sono i sette spiriti di Dio mandati su tutta la terra. Giunse e prese il libro dalla destra di Colui che sedeva sul trono. E quando l’ebbe preso, i quattro esseri viventi e i ventiquattro anziani si prostrarono davanti all’Agnello, avendo ciascuno una cetra e coppe d’oro colme di profumi, che sono le preghiere dei santi, e cantavano un canto nuovo (Ap 5, 6-10).

I quattro cavalieri

I quattro cavalieri dell’Apocalisse

E vidi, quando l’Agnello sciolse il primo dei sette sigilli, e udii il primo dei quattro esseri viventi che diceva come con voce di tuono: “Vieni”. E vidi: ecco, un cavallo bianco. Colui che lo cavalcava aveva un arco; gli fu data una corona ed egli uscì vittorioso per vincere ancora. Quando l’Agnello aprì il secondo sigillo, udii il secondo essere vivente che diceva: “Vieni”. Allora uscì un altro cavallo, rosso fuoco. A colui che lo cavalcava fu dato potere di togliere la pace dalla terra e di far sì che si sgozzassero a vicenda, e gli fu consegnata una grande spada. Quando l’Agnello aprì il terzo sigillo, udii il terzo essere vivente che diceva: “Vieni”. E vidi: ecco, un cavallo nero. Colui che lo cavalcava aveva una bilancia in mano. Quando l’Agnello aprì il quarto sigillo, udii la voce del quarto essere vivente che diceva: “Vieni”. E vidi: ecco, un cavallo verde. Colui che lo cavalcava si chiamava Morte e gli inferi lo seguivano. Fu dato loro potere sopra un quarto della terra, per sterminare con la spada, con la fame, con la peste e con le fiere della terra (Ap 6, 1-8).

Il quinto sigillo e i martiri innocenti

I martiri innocenti

Quando l’Agnello aprì il quinto sigillo, vidi sotto l’altare le anime di coloro che furono immolati a causa della parola di Dio e della testimonianza che gli avevano reso. E gridarono a gran voce: “Fino a quando, Sovrano, tu che sei santo e veritiero, non farai giustizia e non vendicherai il nostro sangue contro gli abitanti della terra?”. Allora venne data a ciascuno di loro una veste candida e fu detto loro di pazientare ancora un poco, finché fosse completo il numero dei loro compagni di servizio e dei loro fratelli, che dovevano essere uccisi come loro (Ap 6, 9-11).

Il sesto sigillo, il terremoto e la grandine

Il terremoto e la grandine

E vidi, quando l’Agnello aprì il sesto sigillo, e vi fu un violento terremoto. Il sole divenne nero come un sacco di crine, la luna diventò tutta simile a sangue, le stelle del cielo si abbatterono sopra la terra, come un albero di fichi, sbattuto dalla bufera, lascia cadere i frutti non ancora maturi. Il cielo si ritirò come un rotolo che si avvolge, e tutti i monti e le isole furono smossi dal loro posto (Ap 6, 12-15).

La quarta tromba

La quarta tromba

Il quarto angelo suonò la tromba: un terzo del sole, un terzo della luna e un terzo degli astri fu colpito e così si oscurò un terzo degli astri; il giorno perse un terzo della sua luce e la notte ugualmente (Ap 8, 12).

Il flagello delle cavallette

Le cavallette

Il quinto angelo suonò la tromba: vidi un astro caduto dal cielo sulla terra. Gli fu data la chiave del pozzo dell’Abisso; egli aprì il pozzo dell’Abisso e dal pozzo salì un fumo come il fumo di una grande fornace, e oscurò il sole e l’atmosfera. Dal fumo uscirono cavallette, che si sparsero sulla terra, e fu dato loro un potere pari a quello degli scorpioni della terra. E fu detto loro di non danneggiare l’erba della terra, né gli arbusti né gli alberi, ma soltanto gli uomini che non avessero il sigillo di Dio sulla fronte. E fu concesso loro non di ucciderli, ma di tormentarli per cinque mesi, e il loro tormento è come il tormento provocato dallo scorpione quando punge un uomo. In quei giorni gli uomini cercheranno la morte, ma non la troveranno; brameranno morire, ma la morte fuggirà da loro. Queste cavallette avevano l’aspetto di cavalli pronti per la guerra. Sulla testa avevano corone che sembravano d’oro e il loro aspetto era come quello degli uomini (Ap 9, 1-10).

La sesta tromba

La sesta tromba

Diceva al sesto angelo, che aveva la tromba: “Libera i quattro angeli incatenati sul grande fiume Eufrate”. Furono liberati i quattro angeli, pronti per l’ora, il giorno, il mese e l’anno, al fine di sterminare un terzo dell’umanità. Il numero delle truppe di cavalleria era duecento milioni; ne intesi il numero. E così vidi nella visione i cavalli e i loro cavalieri: questi avevano corazze di fuoco, di giacinto, di zolfo; le teste dei cavalli erano come teste di leoni e dalla loro bocca uscivano fuoco, fumo e zolfo. Da questo triplice flagello, dal fuoco, dal fumo e dallo zolfo che uscivano dalla loro bocca, fu ucciso un terzo dell’umanità. La potenza dei cavalli infatti sta nella loro bocca e nelle loro code, perché le loro code sono simili a serpenti, hanno teste e con esse fanno del male (Ap 9, 14-19).

L’angelo del libro

L’angelo del libro

E vidi un altro angelo, possente, discendere dal cielo, avvolto in una nube; l’arcobaleno era sul suo capo e il suo volto era come il sole e le sue gambe come colonne di fuoco. Nella mano teneva un piccolo libro aperto. Avendo posto il piede destro sul mare e il sinistro sulla terra, gridò a gran voce come leone che ruggisce. Poi la voce che avevo udito dal cielo mi parlò di nuovo: “Va’, prendi il libro aperto dalla mano dell’angelo che sta in piedi sul mare e sulla terra”. Allora mi avvicinai all’angelo e lo pregai di darmi il piccolo libro. Ed egli mi disse: “Prendilo e divoralo; ti riempirà di amarezza le viscere, ma in bocca ti sarà dolce come il miele”. Presi quel piccolo libro dalla mano dell’angelo e lo divorai; in bocca lo sentii dolce come il miele, ma come l’ebbi inghiottito ne sentii nelle viscere tutta l’amarezza (Ap 10, 1-10).

La donna e il dragone

La donna e il drago

Un segno grandioso apparve nel cielo: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e, sul capo, una corona di dodici stelle. Era incinta, e gridava per le doglie e il travaglio del parto. Allora apparve un altro segno nel cielo: un enorme drago rosso, con sette teste e dieci corna e sulle teste sette diademi; la sua coda trascinava un terzo delle stelle del cielo e le precipitava sulla terra. Il drago si pose davanti alla donna, che stava per partorire, in modo da divorare il bambino appena lo avesse partorito. Essa partorì un figlio maschio, destinato a governare tutte le nazioni con scettro di ferro, e suo figlio fu rapito verso Dio e verso il suo trono. La donna invece fuggì nel deserto, dove Dio le aveva preparato un rifugio perché vi fosse nutrita per milleduecentosessanta giorni (Ap 12, 1-6).

Il drago e la bestia venuta dal mare

Il drago e la bestia

Allora il drago si infuriò contro la donna e se ne andò a fare guerra contro il resto della sua discendenza, contro quelli che custodiscono i comandamenti di Dio e sono in possesso della testimonianza di Gesù. E si appostò sulla spiaggia del mare. E vidi salire dal mare una bestia che aveva dieci corna e sette teste, sulle corna dieci diademi e su ciascuna testa un titolo blasfemo. La bestia che io vidi era simile a una pantera, con le zampe come quelle di un orso e la bocca come quella di un leone. Il drago le diede la sua forza, il suo trono e il suo grande potere. Una delle sue teste sembrò colpita a morte, ma la sua piaga mortale fu guarita. Allora la terra intera, presa d’ammirazione, andò dietro alla bestia e gli uomini adorarono il drago perché aveva dato il potere alla bestia, e adorarono la bestia dicendo: “Chi è simile alla bestia e chi può combattere con essa?” (Ap 12, 17-18; 13, 1-4).

La mietitura e la vendemmia dell’ira di Dio

La mietitura e la vendemmia

E vidi: ecco una nube bianca, e sulla nube stava seduto uno simile a un Figlio d’uomo: aveva sul capo una corona d’oro e in mano una falce affilata. Un altro angelo uscì dal tempio, gridando a gran voce a colui che era seduto sulla nube: “Getta la tua falce e mieti; è giunta l’ora di mietere, perché la messe della terra è matura”. Allora colui che era seduto sulla nube lanciò la sua falce sulla terra e la terra fu mietuta. Allora un altro angelo uscì dal tempio che è nel cielo, tenendo anch’egli una falce affilata. Un altro angelo, che ha potere sul fuoco, venne dall’altare e gridò a gran voce a quello che aveva la falce affilata: “Getta la tua falce affilata e vendemmia i grappoli della vigna della terra, perché le sue uve sono mature”. L’angelo lanciò la sua falce sulla terra, vendemmiò la vigna della terra e rovesciò l’uva nel grande tino dell’ira di Dio. Il tino fu pigiato fuori della città e dal tino uscì sangue fino al morso dei cavalli, per una distanza di milleseicento stadi (Ap 14, 14-20).

Le sette coppe dell’ira di Dio

Le coppe dell’ira di Dio

E vidi aprirsi nel cielo il tempio che contiene la tenda della Testimonianza; dal tempio uscirono i sette angeli che avevano i sette flagelli, vestiti di lino puro, splendente, e cinti al petto con fasce d’oro. Uno dei quattro esseri viventi diede ai sette angeli sette coppe d’oro, colme dell’ira di Dio, che vive nei secoli dei secoli. E udii dal tempio una voce potente che diceva ai sette angeli: “Andate e versate sulla terra le sette coppe dell’ira di Dio” (Ap 15, 5-7; 16).

La grande prostituta

La grande prostituta

E uno dei sette angeli, che hanno le sette coppe, venne e parlò con me: “Vieni, ti mostrerò la condanna della grande prostituta, che siede presso le grandi acque. Con lei si sono prostituiti i re della terra, e gli abitanti della terra si sono inebriati del vino della sua prostituzione”. L’angelo mi trasportò in spirito nel deserto. Là vidi una donna seduta sopra una bestia scarlatta, che era coperta di nomi blasfemi, aveva sette teste e dieci corna. La donna era vestita di porpora e di scarlatto, adorna d’oro, di pietre preziose e di perle; teneva in mano una coppa d’oro, colma degli orrori e delle immondezze della sua prostituzione. Sulla sua fronte stava scritto un nome misterioso: “Babilonia la grande, la madre delle prostitute e degli orrori della terra”. E vidi quella donna, ubriaca del sangue dei santi e del sangue dei martiri di Gesù (Ap 17, 1-6).

La caduta di Babilonia

La caduta di Babilonia

Per questo, in un solo giorno, verranno i suoi flagelli: morte, lutto e fame. Sarà bruciata dal fuoco, perché potente Signore è Dio che l’ha condannata. Un angelo possente prese allora una pietra, grande come una màcina, e la gettò nel mare esclamando: “Con questa violenza sarà distrutta Babilonia, la grande città, e nessuno più la troverà. Il suono dei musicisti, dei suonatori di cetra, di flauto e di tromba, non si udrà più in te; ogni artigiano di qualsiasi mestiere non si troverà più in te; il rumore della màcina non si udrà più in te; la luce della lampada non brillerà più in te; la voce dello sposo e della sposa non si udrà più in te. Perché i tuoi mercanti erano i grandi della terra e tutte le nazioni dalle tue droghe furono sedotte. In essa fu trovato il sangue di profeti e di santi e di quanti furono uccisi sulla terra” (Ap 18, 8;21-24).

La città santa

La Gerusalemme celeste

L’angelo mi trasportò in spirito su di un monte grande e alto, e mi mostrò la città santa, Gerusalemme, che scende dal cielo, da Dio, risplendente della gloria di Dio. Il suo splendore è simile a quello di una gemma preziosissima, come pietra di diaspro cristallino. È cinta da grandi e alte mura con dodici porte: sopra queste porte stanno dodici angeli e nomi scritti, i nomi delle dodici tribù dei figli d’Israele. A oriente tre porte, a settentrione tre porte, a mezzogiorno tre porte e a occidente tre porte. Le mura della città poggiano su dodici basamenti, sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici apostoli dell’Agnello. Colui che mi parlava aveva come misura una canna d’oro per misurare la città, le sue porte e le sue mura. La città è a forma di quadrato: la sua lunghezza è uguale alla larghezza. L’angelo misurò la città con la canna: sono dodicimila stadi; la lunghezza, la larghezza e l’altezza sono uguali. Ne misurò anche le mura: sono alte centoquarantaquattro braccia, secondo la misura in uso tra gli uomini adoperata dall’angelo (Ap 21, 10-17).