San Gimignano. La visione dell’Aldilà nella chiesa di San Lorenzo in Ponte

La chiesa di San Lorenzo in Ponte a San Gimignano non è certo appariscente nel suo modesto e dignitoso aspetto romanico. Ma come tanti scrigni dall’involucro anonimo nasconde un interno sfolgorante di affreschi. A realizzarli fu Cenni di Francesco di Ser Cenni, pittore fiorentino della scuola dell’Orcagna. L’incarico gli venne nel 1413 dal Rettore della chiesa Niccolò Salvucci. Poi la chiesa conobbe un lungo tempo di umiliazione e di degrado. Fu prima trasformata in cantina con frantoio e tinaia. Subì poi l’onta del rimessaggio, riducendosi a magazzino di calce e laterizi, di cereali e di legname. Fino alla rinascita del 1929 e alla riapertura al pubblico nel 2018.

L’interno di San Lorenzo in Ponte

Il restauro nulla ha potuto contro le offese causate dall’uso improprio e la perdita di intere parti degli affreschi, ma ci ha restituito la freschezza e la vivacità delle immagini di Cenni. Gli affreschi rivestono, sia pure con larghe lacune, la parete sinistra e quella di fondo (Inferno, Purgatorio, Paradiso, Giudizio); sulla parete di destra resta il ciclo dedicato a San Benedetto e alcuni frammenti di ispirazione dantesca. Meglio conservate sono le immagini che decorano il portico (Crocifissione, Santi, Madonna con Bambino, Trionfo della morte).

Il Giudizio finale

Il Giudizio finale

La scena del Giudizio finale si dispiega sulla parete absidale e si articola su due registri. In alto vediamo Cristo che varca i cieli e siede in giudizio sull’arco dell’iride. Lo affianca la madre Maria, nel ruolo di interceditrice. Dalla mandorla, sostenuta da un duplice cerchio di ardenti Serafini e di Cherubini a sei ali, traspare la luce sfolgorante dell’empireo.

L’orchestra celeste

Il cerchio si allarga agli angeli delle diverse gerarchie. Si riconoscono i Troni con gli specchi e le Potestà con gli scudi. Due angeli della fanfara celeste suonano le lunghe trombe che chiamano i morti a risorgere nell’ultimo giorno. E vi è poi l’orchestra celeste, composta dagli strumentisti e dai coristi, che intona gli inni paradisiaci sulle note dell’arpa, dei flauti, del violino, della chitarra e dell’organo.

Gli apostoli Giacomo, Pietro, Giovanni e Andrea

Nel registro basso vediamo il Tribunale celeste, formato dai dodici apostoli seduti su una lunga panca. Gli apostoli sono identificati da alcuni loro attributi come le chiavi per Pietro, il bastone da pellegrino per Giacomo il maggiore, il coltello per Bartolomeo, la croce per Andrea o la penna per San Giovanni evangelista.

Il Paradiso

Il Paradiso

Quel che resta della visione del Paradiso occupa la parete sinistra del presbiterio. Il Paradiso ha la forma urbana di una torre della Gerusalemme celeste, da cui promana una calda luce dorata. Le anime degli eletti ne salgono le scale, saltando persino i gradini per l’impazienza, puntando alle terrazze e alle logge abitate dagli angeli. All’ingresso vediamo San Pietro, nel suo tradizionale ruolo di portinaio, che ha in mano le chiavi ricevute da Gesù per aprire il regno dei cieli: egli accoglie le anime dei beati che hanno sul capo le corone di fiori distribuite dagli angeli. Vediamo anche l’arcangelo Michele, con le sue insegne della spada e del globus cruciger, ritratto in un rigoglioso giardino, accanto a un alto giglio; le lacune del dipinto non consentono di precisarne la funzione, che potrebbe tuttavia essere quella di accogliere le due anime provenienti dal Purgatorio. In alto vediamo un gruppo di santi: il primo è San Girolamo, con l’abito cardinalizio, la penna e il libro della Vulgata; il secondo ha la dalmatica da diacono e potrebbe essere il protomartire Stefano; il terzo, pur privo del capo, è certamente San Giovanni Battista, il precursore, ritratto col dito indice puntato verso Gesù e il cartiglio con la scritta “Ecce Agnus Dei”.

L’Inferno

L’Inferno

La descrizione dei luoghi di punizione dei dannati occupa tutta la parete sinistra della chiesa. L’Inferno ha l’aspetto di un baratro sotterraneo che comunica in alto con l’esterno grazie a un’apertura circolare. Sette pozzi verticali mostrano una griglia alveolare di vani rupestri e di cubicula scavati nella roccia, formicolanti di dannati e di diavoli torturatori. I pozzi verticali sono destinati alla punizione dei peccatori schiavi dei sette vizi capitali. Questi ultimi sono individuati dai cartigli in alto e sono disposti nell’ordine fissato dall’acronimo “saligia”: superbia, avarizia, lussuria, ira, gola, invidia e accidia. Il pozzo della Superbia, primo a sinistra, è andato completamente perduto; resta solo un diavoletto, dal viso cattivo, appollaiato in agguato su uno spalto roccioso.

La punizione dell’Avarizia

Ben conservato è il pozzo dell’Avarizia, strutturato in tre scenette sovrapposte. Nella prima, un demonio costringe gli avari a inginocchiarsi e si accanisce su un cardinale togliendogli la berretta e strappandogli il sacchetto delle monete appeso al collo. Nella seconda scena due diavoli puniscono un usuraio: questi è tormentato dal morso sanguinoso dei serpenti ed è costretto a ingurgitare un mestolo di oro fuso. Nella scena in basso un diavolo frusta un gruppo di avari con un flagello formato dalle scarselle loro sottratte e li avvia al loro triste destino tra le fiamme. Si riconoscono donne velate, cardinali, vescovi, mercanti e religiosi tonsurati.

Il demone-gallo

Alla punizione della Lussuria sono dedicate due scene. In alto vediamo un demonio con il volto di un gallo, con cresta, becco e bargigli, facile sinonimo dell’alterigia e della frenesia copulatoria. Insieme con un suo collega artiglia una coppia lussuriosa e con una torcia fiammeggiante brucia loro i genitali.

La punizione della Lussuria

In basso vediamo diavoli e serpenti accanirsi contro un gruppo di quattro donne. Alla prima un diavolo morde il seno. L’anziana ruffiana dai seni cadenti è morsa dalle serpi. Un lungo serpente avvolge nelle sue spire una mondana che si ammira nello specchio. E un diavolo attira a sè una bella dama tirandola per la lunga treccia bionda, suo strumento di seduzione.

La punizione dell’Ira

Nel quarto pozzo sono tormentati i peccatori dell’Ira. Le scene superstiti mostrano una rissa tra un iracondo dai capelli ritti e un diavolo che lo graffia e lo prende a pugni, cui segue un drago che azzanna il capo di una ragazza. In basso vediamo il corteo dei dannati che si avvia verso il fondo dell’inferno.

La punizione della Gola

I peccatori della Gola, nel quinto pozzo, sono puniti con la classica pena del contrappasso. Gli amanti smodati del cibo e gli ingordi ghiottoni di succulenti arrosti sono infilzati dai diavoli su uno spiedone e arrostiti sul fuoco come porchette. I bevitori intemperanti e gli alcolisti beoni sono allettati dai diavoli con un bicchiere di vino rosso ma finiscono stritolati sotto il peso di una grande botte e costretti, con un imbuto in gola, a trangugiare quantità indesiderate di vino versato da una botticella.

La punizione dell’Invidia

Nel sesto pozzo è punito il vizio capitale dell’Invidia. Agli invidiosi vengono mostrati quei tesori che sono stati oggetto del loro desiderio e che avrebbero voluto per sé pur non avendone diritto. I diavoli puniscono poi l’occhio concupiscente, la gelosia malevola, la bocca maldicente e velenosa.

Nel settimo pozzo è punito il peccato di Accidia. Le immagini residue non consentono di osservare le pene degli accidiosi e mostrano solo qualche brandello di diavolo e di corpi umani.

Il Purgatorio

La liberazione delle anime del Purgatorio

Nel cuore dell’Inferno il pittore ha inserito una scena con l’immagine del Purgatorio e della liberazione delle anime purificate. Vediamo due personaggi aureolati che scendono dal cielo su una nuvola e si aprono un varco nella caverna infernale. I due messi celesti entrano in una grotta, dove si vedono fiammelle ma non ci sono diavoli, e afferrano per il polso due anime liberandole dal fuoco purgatorio. Alcuni angeli sono pronti a ricevere le anime su un candido velo per condurle in cielo. Un’interpretazione possibile, sulla base di una leggenda assai diffusa nel Medioevo e legittimata da Dante nel suo Purgatorio (X,73-93), vede nei due personaggi aureolati San Lorenzo, titolare della chiesa, e Papa Gregorio Magno col triregno. I personaggi liberati sarebbero l’imperatore Traiano e una donna. Nella leggenda Papa Gregorio era venuto a conoscenza di un atto di umiltà e giustizia compiuto dall’imperatore pagano che, pur in procinto di partire per una spedizione, ascoltò la preghiera di una vedova in lacrime cui era stato ucciso il figlio e che chiedeva un atto di giustizia. Commosso da questo gesto, Gregorio pregò intensamente per la salvezza di Traiano fino a ottenerla.

L’Inferno dantesco

L’Inferno dantesco

Gli affreschi che coprivano la parete destra della chiesa sono andati perduti. I pochi frammenti rimasti farebbero ipotizzare una descrizione dell’Inferno di Dante Alighieri, sulla base delle assonanze con l’analogo dipinto di Nardo di Cione nella cappella Strozzi di Santa Maria Novella a Firenze. Nella scena tratta dal settimo cerchio dell’Inferno dantesco Cenni dipinge i tiranni violenti che affogano in un lago di sangue circondato e vigilato da centauri armati che scoccano frecce dai loro archi. Un frammento di affresco in alto cita gli eresiarchi del sesto cerchio e mostra il vasto incendio che avvampa di fiamme le tombe scoperchiate da cui si sollevano gli eretici. Un altro frammento mostra un cardinale e un religioso che spingono macigni.  Si tratta di una scena del quarto cerchio dantesco con la punizione degli avari e dei prodighi: sorvegliati dal demone Pluto, divisi in due schiere contrapposte, essi rotolano enormi macigni, spingendoli con il petto e scontrandosi tra di loro. Le mura merlate che difendono la città di Dite sono un’altra chiara citazione dell’Inferno dantesco.

Il trionfo della morte

Particolare del Trionfo della morte.

Cenni completa la visione dei quattro Novissimi con la descrizione del Trionfo della morte su una parete laterale del portico. Di questa scena molto popolare nella cultura medievale ci è rimasta solo la sezione di destra. Un gruppo di giovani nobili spensierati è in lieta conversazione in un ameno boschetto. I cagnolini giocano ai loro piedi. I musici accompagnano i conversari con le note di una chitarra e di un salterio. Il giovane con un falcone in pugno richiama una scena di caccia. Delle scene macabre che si svolgerebbero nella scomparsa sezione di sinistra restano solo le punte dei piedi dei cadaveri.

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Ischia. L’architettura spontanea e rupestre

Ischia, la più grande delle isole del golfo di Napoli, è uno dei più importanti attrattori turistici italiani. Chi vi torna periodicamente a distanza di anni ne registra i cambiamenti. Osserva come i suoi abitanti abbandonino progressivamente le attività tradizionali di un passato antichissimo (agricoltura, pesca, produzione e commercio del vino, artigianato ceramico) per dedicarsi ai più redditizi mestieri del turismo termale, balneare e da diporto. Osserva lo sviluppo edilizio rapido e disordinato e lo sfruttamento intensivo delle risorse naturali. Pure però continua a restarne ammaliato. Quest’isola ha una vita nascosta nelle sue viscere che erompe nei vulcani, nelle fumarole, nelle grotte naturali, nei crateri, nelle acque termali. Un’isola che continua a esibire il verde dei suoi vigneti, dei castagneti montani, dei campi terrazzati, delle limonaie, delle pinete costiere, dei giardini di charme.

Sul Castello Aragonese d’Ischia

Un’isola che è un caleidoscopio di paesaggi, dove si alternano spiagge nascoste, ville in collina, valloni scoscesi, borghi urbani, balconi panoramici; un’isola sorvegliata dalla vetta rocciosa dell’Epomeo a ottocento metri di quota. Vorrei qui proporre un itinerario meno frequentato che va alla scoperta dei manufatti dell’antica architettura spontanea e del multiforme mondo rupestre. La pietra a secco e i massi di tufo scavati testimoniano, forse ancora per poco, la straordinaria capacità di adattamento della gente locale a un territorio roccioso e difficile e la ricerca di un equilibrio con la natura.

Le chiese rupestri

La cappella rupestre di San Nicola sulla vetta del monte Epomeo

Sulla vetta del monte Epomeo è scavato il complesso rupestre di San Nicola. Esso era articolato in una in una cappella di epoca quattrocentesca dedicata al santo di Mira e in una laura cenobitica cinquecentesca frequentata dapprima da una piccola comunità da monache e poi da monaci che alternavano l’eremitaggio al cenobio. Oggi le cellette dell’eremo, scavate su una cengia dell’Epomeo, sono state ristrutturate e inglobate nella struttura di un ristorante turistico. Una piccola terrazza sotto la vetta, munita di pozzo, dà accesso alla cappella interamente scavata nel tufo; la facciata è appoggiata alla grotta ed è dotata di un minuscolo campanile a vela.

La chiesa di Santa Maria al Monte

Sull’isola si trovano altri eremi, cappelle e chiese rurali. Un esempio che si segnala per la sua posizione panoramica è la chiesa di Santa Maria al Monte, alta sopra Forio. La terrazza antistante accoglie i numerosi visitatori con delle comode panchine di pietra e una cisterna scavata nel tufo al di sotto della chiesa, dalla quale si attingeva l’acqua con una pompa manuale.

Cappella rupestre

Percorrendo la strada che da Santa Maria al Monte scende verso Forio, in località Pellacchio, si può sostare presso una cappella scavata alla base di un masso erratico fermatosi sul pendio.

Le case di pietra

La casa di pietra sopra la Madonna del Monte

Sono ancora visibili nell’isola le case di pietra ricavate dallo scavo dei grossi massi di tufo verde franati dal monte Epomeo. Le abitazioni “scavate” riproducono, in forma adattata, la medesima struttura delle case rurali “costruite”. Hanno generalmente due piani, collegati da una scala esterna. Il piano basso era adibito a magazzino, cantina e stalla. Il piano superiore era occupato dalla famiglia che si riuniva nell’ambiente centrale dov’era la sala da pranzo (con la cucina, i magazzini, il lavabo, il forno e la macina).

Il piano basso della casa della Madonna del Monte

Gli studiosi di architettura spontanea sostengono che le case di pietra furono scavate dalle comunità contadine autoctone in cerca di nuovi insediamenti e di nuovi terreni per la coltivazione della vite. Tale processo di migrazione interna, di trasformazione sistematica dei massi e del territorio circostante tramite la costruzione di terrazzamenti e di sentieri, si intensificò nel Cinquecento a seguito dell’incremento demografico dell’isola, dell’abolizione dei pascoli e delle incursioni piratesche che suggerivano aree coltivabili meno esposte e abitazioni lontano dalle coste e mimetizzate nella natura.

I rifugi rupestri

Rifugio rupestre nel bosco della Falanga

Nella parte occidentale dell’isola enormi massi erratici si sono capricciosamente depositati sui pendii e sulla costa. Sono il frutto di un’esplosione dell’antico vulcano o, più probabilmente, la conseguenza della frantumazione di un’intera parete rocciosa a seguito di uno sprofondamento tettonico. Una fitta concentrazione di queste rocce si trova nel bosco della Falanga, una conca naturale al riparo della vetta del monte Epomeo. La lontananza dai centri abitati e il fitto castagneto hanno salvaguardato l’area dallo sfruttamento turistico e ne hanno preservato l’isolamento. Diversi massi sono stati scavati e svuotati all’interno per ricavarne rifugi a servizio di attività stagionali come la vendemmia, la raccolta della neve e il taglio del bosco.

 

Impianto per la raccolta dell’acqua

Data la loro natura temporanea, l’interno dei rifugi è semplicissimo: un ambiente unico, un camino, piccole finestre per il ricambio dell’aria e la dispersione del fumo, un arredo essenziale, brancature in legno per il giaciglio, vasca per l’acqua, ripiani scavati sulle pareti. In uno di questi rifugi si può ancora osservare una canaletta sulla parete che raccoglie l’acqua esterna e la convoglia verso una piccola cisterna scavata nel tufo.

La “parracina”

La trama di pietra di una parracina

Nel gergo isolano le parracine identificano i muretti costruiti a secco, senza malta, con pietre di lava e di tufo verde. Questi muretti avevano una funzione di confine: separavano le proprietà e delimitavano i fondi coltivati rispetto alle strade e ai sentieri. Avevano anche la funzione di sostenere i campi terrazzati ricavati sui terreni in pendenza e coltivati a vite, evitandone il dilavamento e garantendo comunque il drenaggio dell’acqua. In qualche caso avevano la funzione di prevenire le frane e le improvvise inondazioni oppure fungevano da frangivento a protezione delle colture. Alcune di queste poderose muraglie si fanno ammirare per l’abilità costruttiva delle maestranze ischitane e per la sapienza nella scelta delle pietre e nella tessitura dell’ordito. Possono definirsi un’opera a metà tra scultura, edilizia e agricoltura.

Il “palmento”

Il palmento del Castello Aragonese

Nelle case rurali ischitane il “palmento” è il locale scavato nel tufo e utilizzato per la produzione del vino. Nel modello più semplice il palmento consiste in due vasche di pietra sovrapposte e collegate da una canaletta. La vasca superiore è utilizzata per la pigiatura dell’uva. Il succo d’uva cola attraverso il condotto e viene raccolto nella vasca inferiore. Segue un periodo di decantazione per consentire il deposito delle impurità sul fondo. Il mosto viene poi opportunamente travasato per la fermentazione. Le vasche più grandi erano dotate di una scaletta interna di pietra che consentiva di scendere sul fondo ed effettuare le operazioni di pulizia.

Il “cellaio”

Il cellaio del Castello Aragonese

Il cellaio è un locale scavato nel tufo alla base delle abitazioni di pietra e utilizzato come cantina e deposito per la conservazione del vino, degli alimenti e degli attrezzi di lavoro. La ventilazione era assicurata da alcune bocche di aereazione sapientemente aperte nella roccia e direzionate all’interno. Lo spessore del tufo garantiva l’isolamento termico e la temperatura interna costante. Talora il cellaio era dotato anche di cisterna per la raccolta dell’acqua piovana, di vani aperti nelle pareti per lo stivaggio dei prodotti e di ganci scolpiti sulla volta per appendere il lume o i sostegni per la stagionatura dei salumi.

La “neviera”

Una neviera nel bosco della Falanga

Quando gli impianti di refrigerazione non esistevano ancora era la neve dell’inverno, opportunamente conservata e pressata nelle “neviere”, a fornire il “freddo” per raffreddare il vino e le bevande estive, o per confezionare i sorbetti e i gelati. Nel bosco della Falanga, a circa seicento metri di quota, gli isolani scavavano fosse profonde e le rivestivano di pietre. La neve caduta nel periodo invernale veniva raccolta e pressata nelle neviere. Le fosse venivano poi ricoperte e sigillate con teli, foglie e rami secchi. La neve si conservava così fino alla successiva stagione estiva, quando veniva prelevata e portata nei locali di ristoro. A questa attività tipicamente stagionale provvedevano i “nevaioli” dei paesi e dei villaggi in quota.

Il sentiero del tufo verde

Il sentiero del tufo verde dell’Epomeo

Un buon modo per conoscere il mondo di pietra di Ischia è percorrerne il sentiero 501 tracciato dalla locale sezione del Cai. Si tratta di un sentiero-traversata che inizia dal paese di Fontana, sale alla vetta del monte Epomeo e scende lungamente il versante occidentale fino a raggiungere Forio. Il sentiero è molto vario ed è un eccezionale balcone panoramico; invita a sostare nei punti più interessanti (la vetta, l’eremo, le chiese, il bosco, il tratturo, le case di pietra, i paesi) e consente di scoprire le formazioni geologiche del tufo verde dell’Epomeo, con i grandi depositi di frana e i massi dispersi.

La segnaletica sul sentiero

(Ho percorso il sentiero il 25 maggio 2018)

Walhalla

Nell’antica mitologia germanica il Walhalla era l’oltretomba degli eroi, un paradiso che accoglieva gli spiriti degli eroi caduti in battaglia. Oggi il Walhalla identifica un celebre tempio neoclassico costruito su un’altura lungo il fiume Danubio a Donaustauf, non lontano da Ratisbona (Regensburg).

Il Walhalla

Questo monumento bianchissimo fu voluto da Ludwig I, il re della Baviera, per celebrare la liberazione della sua terra dalle truppe napoleoniche e per onorare le grandi personalità della storia tedesca. Il monumento ha la forma di un tempio dorico circondato da un portico a colonne. Fu progettato dall’architetto preferito di Ludwig, quel Leo van Klenze che aveva costruito anche l’altro tempio della libertà della Baviera (Befreiungshalle), nella località poco distante di Kelheim. La selezione delle personalità tedesche da onorare nel Pantheon bavarese fu operata dallo storico Johannes von Müller. Ma una periodica revisione consente di aggiungere altri nomi e memorie. E così accanto a Goethe, Mozart, Bach, Beethoven, Wagner, Kant, Bismarck, Einstein e Martin Lutero, compare oggi, ad esempio, una martire della resistenza al nazismo come Sophie Scholl del gruppo della Rosa Bianca.

L’interno

Claudio Magris (in Danubio, 1986) ricorda che Ludwig era un sovrano innamorato romanticamente dell’Ellade e delle sue lotte d’indipendenza. Il bianco tempio ellenico dal mitico nome nordico simboleggerebbe così per Ludwig la sognata simbiosi fra Grecia e Germania; i germani, discendenti dagli antichi dori, dovevano essere i greci della nuova Europa, dare a quest’ultima una nuova cultura universalmente umana, come l’Ellade l’aveva data al mondo antico. Per Hölderlin questo era stato un sogno libertario e rivoluzionario, un’utopia di libertà e di riscatto aperta al mondo intero. Ma l’irriverente Magris commenta causticamente che il Walhalla sta a questo sogno come i film sulle fatiche di Ercole, con Steve Reeves e Sylva Koscina, stanno al mito greco. In effetti il visitatore italiano che ha negli occhi i templi dorici di Segesta, Paestum e Agrigento, resta sconcertato di fronte al Walhalla. Ciò non toglie comunque nulla alle ragioni del turismo di massa, sia nazionale che estero, per le quali il Walhalla è ormai uno dei luoghi simbolo della Germania.

La vista sul Danubio

(Visita effettuata l’8 aprile 2007)

Un campo fortificato romano sul Limes germanico

Scoprire una traccia dell’Impero Romano in Germania può essere sorprendente solo per chi ha dimenticato i libri di storia antica. Ma resta tuttavia una curiosa esperienza archeologica. Come nel caso del Castra Vetoniana, la fortezza che i romani costruirono in Baviera, nella valle del fiume Altmühl, sopra il paese di Pfünz, a guardia del Limes. Il campo fortificato fu costruito in legno all’epoca dell’imperatore Domiziano (87 – 96 dopo Cristo) e fu in seguito ampliato e rinforzato in pietra. Intorno alla metà del terzo secolo il forte fu distrutto durante un’incursione delle genti alemanne.

Il Limes in Germania è l’antico confine tracciato dai romani all’epoca degli imperatori Domiziano, Antonino Pio e Caracalla per difendersi dalle tribù germaniche. È una combinazione di barriere naturali (fiumi e montagne), di opere di difesa (torri di avvistamento, fossati, palizzate e terrapieni) e di resti murari (scavi, tratti di mura, edifici termali), collegati da strade e campi militari un tempo presidiati dai legionari romani.

Il Limes romano in Germania

Il Limes si estende per 548 km fra il Reno e il Danubio, dai Castra Bonnensia (oggi Bonn) ai Castra Regia (l’odierna Ratisbona), ovvero dalla regione della Renania-Palatinato, attraverso l’Assia e il Baden-Württemberg, fino alla Baviera. La valorizzazione del Limes tedesco in chiave turistica ed economica si è sviluppata in più tappe. Le località di maggior interesse lungo il Limes si sono associate costituendo la Strada del Limes (Limes-Strasse), un itinerario turistico vario e interessante. Sono state realizzate prospezioni e indagini archeologiche. In diversi casi le fortificazioni sono state ricostruite. Numerose città tedesche hanno voluto creare musei dedicati. Sono stati anche tracciati percorsi escursionistici a piedi o in bici. L’Unesco ha infine deciso nel 2005 di inserire il Limes nel “Patrimonio dell’umanità”.

il plastico dei Castra Vetoniana al Museo di Eichstätt

Nel Museo storico della città di Eichstätt, ospitato nel castello di Willibaldsburg, si trova un plastico che ricostruisce la struttura del campo fortificato dei Castra Vetoniana. Esso ha la forma di un rettangolo, chiuso da mura fortificate e torri angolari (14). Le quattro le porte del complesso (10-11-12-13) sono fiancheggiate da due torri. Una torre isolata ha funzione di segnalazione (9). Intorno alle mura girano le trincee con fossato e terrapieno (15). La sede del comando (1) era costruita vicino alla residenza del comandante del campo (2). Vi erano poi le scuderie dei cavalli (4) e gli alloggi destinati ai cavalieri (5) e ai fanti (8). I servizi di campo comprendevano gli horrea per il grano (7), la cisterna dell’acqua (3), i laboratori artigianali (3), l’ospedale (6), il fienile (18), le latrine (19) e il villaggio esterno al campo (16).

Ricostruzione del Castra Vetoniana

(La visita è stata effettuata il 4 maggio 2018)

Eichstätt. Le scene del Giudizio sulle pareti del Mortuarium

Eichstätt è una piacevole città della Baviera. I numerosi turisti che la visitano e gli studenti che ne frequentano l’Università Cattolica apprezzano particolarmente le belle passeggiate sul colle e sulle rive dell’Altmühl, il simpatico trenino-navetta, la fortezza di Willibald sullo sperone roccioso del Giura, i musei e il giardino dell’Hortus Eystettensis, la settecentesca piazza barocca progettata da Gabriel Gabrieli, la grande Cattedrale con il chiostro, l’Abbazia di santa Walburga. Alla ricerca di immagini dell’Aldilà noi ci rechiamo invece in un luogo segreto e raccolto, che trasmette le memorie mortali degli ecclesiastici del passato e che è quindi luogo di storia aristocratica, storia della chiesa e storia della fede. Il Mortuarium è una delle creazioni spaziali più belle e suggestive dell’architettura tardo gotica della Baviera. Questa sala a due navate, dove lo spazio è equilibrato e solenne, fu inaugurata nel 1498 come luogo di sepoltura dei canonici della cattedrale. Le lastre tombali sul pavimento e gli epitaffi sulle pareti raccontano secoli di storia.

La vetrata del Giudizio di Holbein

La vetrata di Holbein

L’opera d’arte più nota del Mortuarium è la vetrata del Giudizio universale, realizzata nel 1505 nell’officina di Gumpolt Giltlinger su disegno di Hans Holbein il Vecchio. I colori vivacissimi, lo stile a cavallo tra il tardo gotico e il rinascimento, il contrasto tra le drammatiche scene infernali e la visione eterea del Cielo, sono le sue note caratteristiche. Gesù, seduto sull’arcobaleno, pronuncia la duplice sentenza di salvezza e di dannazione. Il giudizio favorevole è simbolizzato dalla sua mano benedicente e dal giglio che esce dalla sua bocca; il giudizio di condanna è invece simbolizzato dalla mano che respinge e dalla spada a doppio taglio. Gli angeli trombettieri chiamano i morti alla risurrezione e i due intercessori, la madre Maria e Giovanni Battista, si appellano alla misericordia del Giudice. Particolare curioso sono i due angeli che si sono caricati dei pesanti strumenti della passione di Gesù, tra cui la croce e la colonna della flagellazione.

Il Paradiso e l’Inferno

Una guerra si scatena in cielo tra gli angeli e i diavoli per disputarsi il possesso delle anime dei risorgenti. A sinistra i risorti destinati alla beatitudine formano un lungo corteo dietro al vessillo di Cristo e si dirigono verso la porta d’ingresso della Gerusalemme celeste. Il corteo dei dannati si dirige invece verso la bocca di un grottesco Leviatano infernale, guidato da parodico diavolo alfiere e da un panciuto demonio trombettiere. Tra i costernati dannati si notano un papa, un re, un cardinale, un vescovo, una dama scollacciata e un usuraio che stringe gelosamente il sacchetto delle sue monete.

L’Epitaffio dell’Abate

L’Epittaffio dell’Abate Truchsess

Sulla parete meridionale spicca una lastra sepolcrale con un’immagine scolpita del Giudizio universale. Si tratta dell’Epitaffio realizzato nel 1536 per l’Abate Georg Truchsess von Wetzhausen. La descrizione del Giudizio finale non presenta particolare originalità. Più interessanti sono invece le numerose iscrizioni latine che la arricchiscono. La scritta esterna invita i visitatori superstiti a un comportamento saggio e a prevedere quanto terribile possa essere la venuta del giudice e quanto terribile la sua sentenza; chiede misericordia per tutti, buoni e cattivi, ricordando ai superbi che essi sono destinati a finire in polvere. La scritta centrale invita a pensare al suono della tromba del giudizio che annuncerà il giorno dell’ira. La conclusione è moraleggiante sul destino dell’uomo: quid valet hic mundus, quid gloria, quidve triumphus, post miserum funus, pulvis et umbra sumus (a che vale questo mondo, la gloria e il trionfo; dopo la misera fine saremo polvere e ombra).

La lunetta del Giudizio

La lunetta del Giudizio finale

Sulla parete all’ingresso del Mortuarium è murata una lunetta con una descrizione a rilievo di un affollato Giudizio finale. Al centro il Giudice siede sull’arcobaleno e pronuncia la sua sentenza mostrando le ferite della crocifissione. Una folla di angeli sorregge la mandorla, suona le trombe del giudizio ed esibisce gli strumenti della Passione. I due intercessori in ginocchio si appellano alla misericordia del giudice. In basso è la scena della risurrezione dei morti. A sinistra vediamo i risorgenti accolti dagli angeli incamminarsi verso le architetture della città celeste. Qui San Pietro apre loro la porta del Paradiso.

L’Inferno

A destra sono descritte le pene dell’Inferno. I diavoli scaraventano i dannati nella caldaia arroventata dal fuoco. Un avaro con la borsa dei denari appesa al collo è legato su una panca e costretto a trangugiare un mestolo di metallo fuso. Un diavolo dal becco adunco azzanna un dannato e agguanta da un lato un accidioso e dall’altro un iracondo autolesionista che si pugnala sul petto. Gli altri dannati finiscono nella bocca del Leviatano infernale, insieme con un re coronato (Erode?) e Giuda impiccato. Appollaiato sul muso del drago, un demonio accoglie i dannati col suono della sua tromba.

Ulm. Immagini del Giudizio finale e degli angeli ribelli

Il Duomo di Ulm, iniziato nel 1377, deve la sua notorietà soprattutto alla torre campanaria alta 161 metri, pubblicizzata come il campanile più alto del mondo. Chi ha fiato e gambe per salirne i 768 gradini che conducono in cima viene ricompensato da un eccezionale panorama sulla città attraversata dal Danubio. Visitandone l’interno si percepisce come essa nasca dal contributo dell’intera comunità urbana e delle sue famiglie più facoltose. Si possono valutare le trasformazioni esito della Riforma del 1530. Si possono ammirarne le opere d’arte con un certo sollievo, pensando che la chiesa fu miracolosamente risparmiata dalle bombe alleate dell’ultima guerra mondiale. Il percorso che proponiamo in Duomo seleziona tre scene del giudizio universale (un dipinto, una scultura e una vetrata) e due immagini della caduta degli angeli ribelli.

L’arco del Giudizio universale

 

L’arco del Giudizio universale

Una maestosa rappresentazione del Giudizio universale riveste l’arco trionfale che separa la navata dalla zona presbiteriale del coro e dell’abside. L’opera fu commissionata dal Consiglio comunale di Ulm, ebbe come mecenate i Rottengatter, una famiglia di agiati mercanti, e fu realizzata nel 1471 da Hans Schüchlin, un pittore locale. Una superficie dipinta di 145 mq e una folla di 130 personaggi collocano questo dipinto tra quelli di maggiore estensione in Germania.

In alto, al centro della raffigurazione, 42 metri sopra l’osservatore, Cristo si mostra come giudice universale; è seduto sull’arcobaleno, all’interno della mandorla, e poggia i piedi sul globo terrestre; mostrando le piaghe della passione benedice con la mano destra gli eletti e respinge col palmo aperto della mano sinistra i dannati. Il cartiglio riproduce la sentenza “venite benedicti patris mei”.

Il primo registro orizzontale dell’affresco raffigura gli intercessori, il tribunale celeste, i patriarchi e i profeti. La madre di Gesù e il precursore Giovanni Battista sono inginocchiati ai piedi del Giudice e ne invocano un giudizio di misericordia.

Il Paradiso

Gli apostoli siedono sui troni della corte di giustizia. Nell’ordine, da sinistra a destra, si riconoscono Giacomo il Maggiore (con la spada), Tommaso (con la lancia), Filippo (con la croce a T), Simone (con la sega), Matteo (con la spada, il libro e la borsa), Pietro (con le chiavi e il cartiglio “iudicia tua manifesta”), Andrea (con la croce, il libro e il cartiglio “salus deo nostro”), Giovanni (con il calice), Paolo (con la spada), Bartolomeo (con il coltello), Giacomo il minore (con il bastone) e Mattia (con l’alabarda). Dietro gli apostoli si affollano i profeti e i patriarchi: tra questi è ben riconoscibile Mosè, con i corni di luce sul capo.

Il secondo registro orizzontale accoglie i santi e le sante di Dio. Al centro è il gruppo delle donne sante: vi si riconoscono Caterina (con la corona di regina), Dorotea (con il cesto di fiori e frutti), Agnese (con l’agnello), Barbara (con il calice e l’ostia) e Orsola (con la freccia). Tra i santi, accanto ai papi, ai vescovi, ai cardinali e ai monaci, si riconoscono Sebastiano (con la freccia), Giorgio (con le armi), Stefano (con le pietre), Nicola di Mira (con le tre palle). La scena successiva, separata in due parti dall’apice dell’arco, descrive la risurrezione dei morti al suono delle trombe degli angeli tubicini. I cartigli del gruppo di angeli a sinistra contengono le scritte “Ecce dominus venit”, “filius venit” e “omnes sancti angeli cum eo”. I cartigli degli angeli di destra, sul versante dei dannati, recitano “iustum iudicium”, “surgite mortui”, “separate vos impii” e “tempus amplius non erit”. I risorgenti di sinistra, ancora rivestiti dai sudari mortali, manifestano con la preghiera la loro riconoscenza per la salvezza; a destra, invece, i risorti dannati manifestano la loro contrarietà e costernazione, mentre sono già artigliati dai diavoli.

I dannati

Lo scorcio dell’arco a sinistra descrive il Paradiso. I risorti destinati alla beatitudine si incolonnano nel corteo guidato dagli angeli che si dirige alla porta della città celeste; risalgono poi le scale della torre e affollano le terrazze, allietati dalla musica angelica. Sul fronte opposto il corteo dei dannati è sospinto dai forconi dei diavoli e precipitato nella bocca del Leviatano infernale. Alcuni dannati mostrano i segni del loro vizio: la bilancia falsificata del commerciante, il sacchetto delle monete dell’usuraio, i dadi e le carte da gioco dei bari, i libri degli eretici. Un gigantesco Lucifero accoglie tra le sue grinfie le gerarchie terrene (re, principi, papi, cardinali e vescovi), i lussuriosi e i due gruppi etnici dei musulmani e dei giudei. I demoni hanno aspetto teratologico, deformazioni fisiche e occhi allucinati, e sono accompagnati da aggressivi serpenti.

Il portale del Giudizio

Il portale del Giudizio

Sul fianco destro del Duomo si apre il portale del giudizio. Nel timpano è scolpita una scena del Giudizio universale, risalente al 1360 e proveniente dalla primitiva chiesa parrocchiale extramoenia di Ulm.

Il timpano del portale del Giudizio

Il Giudizio è descritto in due registri sovrapposti. In alto appare il Giudice seduto su un doppio arcobaleno: ha un nimbo dorato; mostra la ferita del costato; benedice i beati con il gesto della mano destra e respinge i dannati con il palmo aperto della mano sinistra; pronuncia il giudizio simbolizzato dalla spada che gli esce dalla bocca. Intorno a lui quattro angeli mostrano gli strumenti della passione: la croce, i chiodi, la corona di spine e la colonna della flagellazione. Sono poi ritratti in ginocchio i due intercessori oranti: Maria, la madre di Gesù e Giovanni Battista che indossa un vistoso mantello eremitico. Il registro basso è articolato in tre scene. Al centro quattro angeli suonano le loro lunghe trombe e chiamano i morti alla risurrezione: i teschi e i cadaveri riprendono vita e si sollevano dai loro sepolcri. A sinistra i risorti esprimono la loro gioia e si incolonnano, guidati da un angelo, verso la Gerusalemme celeste. Pietro apre con le chiavi la città turrita del Paradiso e vi introduce gli eletti (i primi sono un papa e un re), accolti dalla musica degli angeli. A destra vediamo i dannati, sgomenti, costretti a incolonnarsi in catene, spinti da un angelo con la spada sguainata e trascinati da un diavolo: li attende la gola del Leviatano infernale.

Le cinque vergini prudenti

Il portale è incorniciato da un fregio dipinto che raffigura le cinque vergini prudenti, con le lampade accese, e le cinque vergini stolte con le lampade rovesciate.

La vetrata della Cappella Besserer

La vetrata del Giudizio nella Cappella Besserer

Nella zona absidale, attraverso un varco del coro, si entra nella cappella privata fatta costruire dalla famiglia Besserer. Qui si ammira un gruppo di vetrate di ottima fattura, risalenti al 1430 e opera di Hans Acker, che descrive gli avvenimenti della storia della salvezza. L’ultima vetrata, isolata rispetto alle precedenti, prefigura gli eventi del Giudizio finale. Il registro superiore mostra il Giudice seduto in trono, all’interno della mandorla sostenuta dagli angeli, che pronuncia la sentenza simbolizzata dalla doppia spada che esce dalla sua bocca. Fanno corona a Gesù gli angeli che ostendono i simboli della passione: la croce, la corona di spine, la lancia, la canna, il flagello e la colonna. Il registro centrale mostra i due intercessori e il gruppo degli apostoli; in posizione subordinata sono i santi e le sante, appartenenti a tutte le condizioni sociali. I tre riquadri del registro basso descrivono la risurrezione dei morti al suono della tromba degli angeli tubicini e il duplice corteo dei beati, diretti in Cielo, e dei dannati, incatenati e condotti nella gola del Leviatano infernale.

Lucifero e gli angeli ribelli

Nella prima vetrata della Cappella Besserer, dedicata alla creazione del mondo, un riquadro descrive la guerra intestina che scoppia in cielo tra gli angeli rimasti fedeli a Dio e quelli che si sono ribellati alla sua autorità. Gli angeli fedeli incalzano i ribelli con spade e lance. Il personaggio centrale, vestito di rosso, che ha assunto già le sembianze demoniache è il superbo Lucifero: viene scalzato dal suo trono e precipitato nella gola del Leviatano infernale.

La cacciata di Lucifero

La scena della vetrata (1430) replica un particolare del timpano scolpito del portale centrale (1380).

Il timpano è diviso in tre fasce orizzontali e racconta le storie della Creazione. La fascia in alto inquadra Dio nell’atto di creare la sfera terrestre. Ai lati del rettangolo sono tre piccole scene che mostrano la caduta degli angeli ribelli al cospetto di Dio e i draghi infernali che li attendono.

La cacciata degli angeli ribelli e la creazione del mondo

Bamberga. Fürstenportal, il Portale dei Prìncipi

Bamberga sa essere città molto seducente. I visitatori amano particolarmente le sue atmosfere, il fiume, l’isola, le strade che salgono verso i monumenti più noti. Il suo centro storico è stato inserito dall’Unesco nel Patrimonio mondiale dell’Umanità.

Il Portale dei Principi (Fürstenportal)

Una delle opere più ammirate è il Portale dei Principi (Fürstenportal) sul fianco della Cattedrale. Il portale era aperto nel Medioevo solo per le celebrazioni più prestigiose e per accogliervi visitatori eccellenti. Coevo alla Cattedrale, risale al 1237, ed è stato realizzato in stile romanico-gotico da maestranze di diverse scuole. Molte statue, erose dall’inquinamento, sono state sostituite da copie. Gli originali sono in chiesa o nel vicino Museo diocesano.

Il Giudizio universale

Il Giudizio universale di Bamberga

Il timpano del portale contiene una scena del Giudizio universale, celebre per le espressioni sui volti dei suoi protagonisti. Al centro, in una mandorla ovale, Gesù siede sul trono del giudice e mostra le ferite della passione. Le stimmate dei piedi sono amorevolmente curate da sua madre Maria e da un Giovanni Battista che ha la barba e i capelli incolti per la lunga permanenza nel deserto. I due intercessori sono in ginocchio e supplicano la misericordia del giudice.

Il Giudice

Tre angeli mostrano le arma Christi – la croce, la corona di spine e la lancia di Longino –  strumenti della crocifissione di Gesù. Un angelo accompagna al cospetto del giudice due figure regali, probabilmente Enrico II e sua moglie Cunegonda, beatificati e sepolti nella cattedrale. Due figure di risorti si sollevano dalle tombe scoperchiate: la felicità sui visi e le mani giunte in preghiera indicano per loro un destino di beatitudine.

I beati

La stessa espressione di compunta felicità caratterizza i volti del gruppo di beati; uno di loro mostra una contentezza persino euforica e una gioia incontenibile. Del tutto diverse sono le emozioni sul fronte opposto, quello dei dannati. L’animatore della scena è un grottesco diavolo, con lunghe orecchie, uno sberleffo sulla bocca e coppie di ali sui polpacci: ha incatenato un gruppo di sei dannati e li trascina all’Inferno. Vediamo tra loro un re e un vescovo, forse un papa, un usuraio con una sacca piena di monete. I loro volti mostrano la smorfia della disperazione, la costernazione per un destino inaspettato, lo strazio del pianto incontrollato.

I dannati

Appollaiate sugli archivolti, in posizione eccentrica e originale, vediamo due figure. La prima è un angelo tubicino che suona la tromba per svegliare i morti e annunciare il giudizio. La seconda è il patriarca Abramo che accoglie nel suo grembo il povero Lazzaro e le anime dei buoni.

L’angelo trombettiere e il patriarca Abramo

Gli Apostoli e i Profeti

Gli Apostoli e i Profeti (sinistra)

Sulle pareti laterali del portale sono scolpite le figure dei dodici Apostoli che formano il tribunale celeste e fiancheggiano il giudice. Il primo apostolo a sinistra, il più vicino al Cristo, è San Pietro che ha le chiavi del Regno appese al polso e la sua Lettera in mano. Il particolare più sorprendente è tuttavia la posizione degli apostoli che poggiano i piedi sulle spalle dei sottostanti dodici profeti. La gerarchia dei personaggi vuole probabilmente significare che il Nuovo Testamento è comunque fondato sull’Antico.

Gli Apostoli e i Profeti (destra)

L’Ecclesia e la Sinagoga

Ecclesia e Sinagoga

Due colonne ai lati del portale sostengono le statue dell’Ecclesia e della Sinagoga. Queste due immagini simboliche hanno una pluralità di significati (la sposa incoronata e la sposa ripudiata, l’antica e la nuova alleanza di Dio con il suo popolo), ma nel contesto di un Giudizio universale raffigurano rispettivamente i salvati e i dannati. L’Ecclesia rappresenta la Chiesa di Dio riunita intorno alla Parola e all’Eucarestia, il popolo di Dio salvato dal sacrificio di Gesù sulla croce e dalla sua resurrezione. A Bamberga l’Ecclesia è una figura femminile nobile ed elegante, che veste un ampio mantello su di una tunica cinta ai fianchi. Ha sul capo la corona regale e reggeva nelle mani (ora purtroppo mutilate) la croce di Gesù e il calice dell’Eucarestia. Sul suo capo è un baldacchino scolpito con le mura e le torri della Gerusalemme celeste. Alla base della colonna sono scolpiti i simboli dei quattro evangelisti (l’aquila e l’angelo in alto, il leone e il bue al centro) e, in basso, la statua del profeta Ezechiele, nella cui visione compare il Tetramorfo.

A destra c’è la Sinagoga, la personificazione femminile del culto ebraico. La donna ha perduto la corona e il mantello, simboli della regalità, ma pur vestendo ora solo una semplice tunica legata ai fianchi, mostra una postura flessuosa ed elegante che lascia in evidenza la punta dei seni e la forma delle cosce. Il bastone di Mosè che regge nella mano destra è spezzato. Dalla mano sinistra le scivolano via le tavole della vecchia legge mosaica. Ha gli occhi bendati poiché non ha voluto riconoscere Cristo quale Messia. Sul suo capo è un baldacchino con la riproduzione del Tempio. Nella colonna sottostante si vede un diavolo a testa in giù che mette una benda sugli occhi dell’ebreo, volendo così rappresentare la cecità del popolo dell’antica alleanza che non riconosce la legge nuova portata da Gesù.

(Ho visitato Bamberga il 6 maggio 2018)