Abruzzo. I segni del paesaggio agro-pastorale di Collepietro

Collepietro è il paese che chiude a sud-est il lungo altopiano di Navelli, nell’Aquilano. L’antico Collis Petri, con le case del centro storico aggrumate sulla cima rotonda del colle, era un paese-sentinella sulle due storiche strade che lo attraversavano: in alto la via degli armenti, il regio tratturo Centurelle-Montesecco, bretella del Tratturo Magno; in basso la romana via Claudia Nova, diventata poi la statale 17 dell’Appennino abruzzese. Oggi però gli armenti non percorrono più da tempo lo storico tratturo e il traffico della statale 17 è stato dirottato sulla veloce fondovalle del Tirino. Con il risultato che Collepietro rischia di diventare un borgo marginale, tagliato fuori dai traffici, sconosciuto ai più. Malinconica fine per un villaggio che un tempo aveva fatto parte del castaldato valvense e che aveva dignitosamente partecipato alla fondazione della città dell’Aquila. E poiché i guai non vengono mai soli, si sono aggiunti in tempi recenti il furioso incendio del 2007 che ha sconvolto il paesaggio vegetale e il terremoto aquilano del 2009 che ha scosso gli edifici di pietra.

Capanna di pietra

Collepietro merita dunque almeno il risarcimento di una visita affettuosa. Si può andare alla scoperta dei segni del paesaggio agro-pastorale: il tratturo, i cippi, le capanne di pietra, gli ovili e gli stazzi, i recinti dei fondi, i pagliai, i muretti dei terrazzamenti, le macère. Collepietro gioca un suo ruolo rilevante in quest’archeologia del paesaggio. I suoi abitanti hanno guardato al monte e al piano. Giù nella valle ci sono i campi coltivati, la terra, l’acqua, le case rurali, le vie lineari, le stalle e i fienili. In alto ci sono le pietre, i ginepri, i recinti di pietra, i muretti, i campicelli d’altura, le tortuose mulattiere, i fossi, le capanne pastorali; e oggi anche la bonifica ambientale e il rimboschimento. Quel che proponiamo è un vagabondaggio tra questi molteplici punti d’interesse, uno scouting del territorio, più che una classica escursione in montagna.

La mappa dei sentieri di Collepietro

L’asse di riferimento della passeggiata è il percorso del Regio Tratturo. Partendo dalla chiesa dedicata alla Madonna del Buon Consiglio che sorveglia Collepietro, si segue il tratturo fino alla Serra di Navelli. Il percorso è facile e panoramico, pur se in salita, e segue all’inizio una strada asfaltata che diventa poi una larga sterrata. La cresta della Serra va percorsa invece sull’evidente sentiero del tratturo. L’esplorazione si svolge senza un itinerario rigidamente prefissato, all’interno comunque dell’anello che una sterrata disegna intorno alle gobbe delle Tredici Rane, di Saline, di Falgiaro e di Collalto; la sterrata si dirama a destra del tratturo e vi ritorna con un percorso circolare. Siamo sul sistema di colli che separa la piana di Navelli dalla valle Tritana, dove sono le sorgenti del Tirino e Capestrano.

La chiesa del Buon Consiglio

La chiesa del Buon Consiglio

La chiesa si trova in posizione isolata fuori del paese, su un ‘riposo’ del tratturo. All’esterno è rinforzata da tre contrafforti per ciascun lato. Una breve scalinata sale al bel portale romanico, sormontato da una lunetta. Sul retro vi sono alcuni edifici di pertinenza, in parte in rovina. Ampio il panorama sulla valle di Sulmona e sulla piana di Navelli.

Il tratturo e il cippo

A Collepietro fa tappa il Regio Tratturo che proviene da Navelli e scende poi a Bussi sul Tirino. Dalla chiesa del Buon Consiglio, seguendo anche le segnalazioni, risaliamo i tornanti della stradina prima asfaltata e poi sterrata a nord del paese e seguiamo la cresta dei colli che fasciano a est l’altopiano. In questo tratto il percorso coincide con l’ippovia diretta a Capestrano. Giunti a un incrocio, lasciamo a destra sia la sterrata dell’anello (che seguiremo al ritorno), sia il percorso per Capestrano e imbocchiamo a sinistra (nord-ovest) il sentiero tratturale che risale la cresta della Serra. A quota 883 incontriamo il cippo che porta incisi la sigla RT (Regio Tratturo) e il numero progressivo (il 43). Con agevole salita raggiungiamo la piramide di pietre sul punto più alto, a quota 965. Il panorama comprende le due catene montuose maggiori del Gran Sasso e della Maiella.

In cima alla Serra, col Gran Sasso sullo sfondo

Lo stazzo del pastore 

Esattamente sulla vetta della Serra di Navelli possiamo osservare i muretti di pietra che circondano un antico stazzo. Questo spazio aperto era il ricovero notturno del gregge, dove le pecore pernottavano all’aperto, vigilate dai cani-pastore. All’estremità orientale è ancora visibile il recinto trapezoidale del mungituro, dove le pecore venivano canalizzate e munte dei pastori prima di entrare nello stazzo.

Lo stazzo della Serra

La struttura dello stazzo risulta più evidente dalla foto zenitale. Nei pressi, a quota 930, è ancora visibile la capanna di pietra a secco che costituiva probabilmente il ricovero del pastore. La volta è crollata, ma la struttura è ancora evidente.

La capanna del pastore

Le capanne di pietra

La capanna in località Tredici Rane

Scesi dalla Serra alla selletta dov’è l’incrocio di strade, imbocchiamo la sterrata diretta a est che aggira i colli di Tredici Rane, Falgiaro, Saline e Collalto. Queste alture mostrano un particolare addensamento di capanne in pietra a secco, poste a margine di piccoli fondi recintati. Le capanne sono subito visibili a destra della strada e poi sulle aree sommitali, raggiungibili grazie a una rete di stradelli e sentieri.

Capanna invasa dai rovi

Sono interamente costruite senza leganti, con pietre a secco sovrapposte e rastremate in alto. Sono generalmente di piccola e media dimensione, utilizzate come magazzino e rimessa degli attrezzi da lavoro. Le troviamo costruite su aree pianeggianti, ma anche aggrappate ai pendii. Purtroppo il loro stato di conservazione è cattivo: l’ingresso è assediato dai rovi e il terremoto ha causato il collasso soprattutto della cupola e dei portali.

Capanna crollata

I muretti di pietra

Campo terrazzato

Nelle stesse aree sono stati costruiti numerosi muretti di pietra. Ne vediamo alcuni di fattura molto semplice e grossolana. Ma spesso s’impongono alla vista muri di media altezza, alzati con grande abilità geometrica, combinando a secco pietre di varie dimensioni. La funzione di questi muretti è ovviamente quella di segnalare i confini dei fondi agricoli, delle aree di pascolo e degli stazzi. Ma i più ammirevoli sono quelli costruiti sui terreni in pendio a sostegno di terrazze di terreno coltivato. La gradinatura del declivio evita il dilavamento del terreno e il suo scorrere a valle e crea un paesaggio di ‘giardini pensili’.

Capanna sottofascia

Le macère

Una macèra

Questo termine indica i numerosi accumuli di pietre visibili ai margini degli appezzamenti agricoli e delle radure. Su questi colli le macère hanno spesso la base costruita con regolarità geometrica e con pietre più grandi. All’interno vi è il pietrame gettato disordinatamente dai contadini, frutto del loro metodico spietramento operato nelle particelle coltivate e nelle aree di pascolo.

I pagliai

A Collepietro sono visibili alcuni pagliai, edifici monocellulari a carattere elementare, col tetto a spiovente, destinati alla conservazione del fieno. Spesso sono costruiti sul pendio e sono allora articolati su due piani, fienile e stalla, con un doppio accesso, posteriore a monte e anteriore a valle.

I fontanili

Il fontanile

Sono vasche per l’abbeverata degli animali, dotate di acqua sorgiva, distribuite capillarmente lungo le vie armentizie, i pascoli, i riposi e nelle vicinanze delle masserie e degli stazzi. Nel piano sottostante Collepietro si può vedere un lungo fontanile a vasca, costruito accanto a un minuscolo lago.

La cisterna

Molto interessante è anche il rudere dell’antico pozzo-cisterna a servizio dell’irrigazione e degli allevamenti diffusi nella zona. Due pietre murate sul fronte dell’edificio riportano un’iscrizione e una data.

La taverna

La taverna di Collepietro

A lato della statale 17, al km 72, nei pressi del bivio per Collepietro, sono ancora ben visibili i ruderi dell’omonima taverna. La taverna è una presenza costante sul fianco delle strade, dove svolgeva la funzione di luogo di sosta e di ristoro e stazione per il cambio dei cavalli. Le taverne sono presenti con regolarità anche lungo i tratturi: sono osterie attrezzate con sale da pranzo a piano terra e camere da letto al piano superiore. Ma la caratteristica più tipica delle taverne tratturali è il cortile interno con le stalle per gli animali, cui si accede attraverso porte o archi dedicati e la disponibilità di acqua nei dintorni.

Per approfondire

L’escursione può essere preparata dalla lettura della ricerca condotta nel 2007 dalla cattedra di Archeologia medievale dell’Università dell’Aquila, curata da Fabio Redi e Lorella Di Blasio, dal titolo “Segni del paesaggio agro-pastorale. Il territorio del Gran Sasso – Monti della Laga e dell’Altopiano di Navelli” (Edizioni L’Una, L’Aquila, 2010). Le edizioni Exorma hanno pubblicato nel 2015 un magnifico volume collettivo, con un ricco corredo fotografico, dal titolo Abruzzo sul Tratturo Magno, curato da Letizia Ermini Pani. Il sottotitolo “ Borghi Archeologia Paesaggio Architettura Tradizioni Arte Transumanza” esplicita la varietà dei contributi raccolti e le declinazioni disciplinari degli specialisti coinvolti. Si può aggiungere la guida “Le vie della transumanza – Guida ai tratturi aquilani fra Gran Sasso e Sirente”, corredata da un’ottima carta in scala 1:40.000, scaricabile anche dal sito Tratturi e Cammini.

Letture consigliate

(Itinerario percorso il 24 marzo 2017)

Abruzzo. Sul Tratturo Magno, dalla chiesa di Cintorelli al Colle della Cava

Grandiose vedute e povere pietre. I grandi panorami dominati dalle creste del Velino, del Gran Sasso e della Maiella. Le umili opere del lavoro umano: le capanne di pietra, i campi aperti, i muretti di confine, le macere dello spietramento, i cippi del tratturo. E tutto il fascino dell’Abruzzo interno. Siamo sul Tratturo Magno, la via armentizia della transumanza che collega L’Aquila e Foggia. Giunti alla chiesa pastorale di Santa Maria dei Cintorelli, il tratturo si biforca e procede su due rami paralleli distanti alcuni chilometri.

La chiesa della Madonna di Cintorelli vista dal tratturo

Seguiamo il ramo principale che dalla valle dell’Aterno scavalca una linea di colli, traversa la valle del Tirino, valica le ultime propaggini del Gran Sasso e scende nella Val Pescara. La passeggiata che proponiamo muove dalla chiesa di Cintorelli e sale al Monte della Cava, il balcone sulla conca di Capestrano. Il percorso è a saliscendi, con un dislivello modesto e richiede un tempo minimo di tre ore tra andata e ritorno.

Santa Maria di Cintorelli

Il bivio per Cintorelli si trova sulla statale 17, alla rotonda del km 62,6. La chiesa sorge isolata alla base del monte Castellone.

La chiesa tratturale celestiniana di Santa Maria di Cintorelli

Restaurata dopo i ruvidi scossoni del sisma aquilano, tornano a farsi ammirare la struttura tardorinascimentale a navata unica, la profonda zona absidale, le cappelle, l’ostello, la struttura porticata laterale di servizio alla transumanza, il pozzo, la croce celestiniana. Il cippo tratturale numero 101 si trova a pochi passi, al vertice della vicina rete di recinzione.

Il cippo 101 del Regio Tratturo

Il monumento a Vanzetti

A fianco della chiesa è stato collocato il monumento all’emigrante, realizzato nel 2006 dal maestro aquilano Augusto Pelliccione. Una lapide riporta una frase di Bartolomeo Vanzetti, l’anarchico italiano emigrato e ucciso in America: «Vorrei un tetto per ogni famiglia, un pane per ogni bocca, un insegnamento per ogni cuore, le luci per ogni intelletto». La sacca da viaggio e il bastone da cammino fanno dell’emigrante un personaggio intercambiabile con altri tipici frequentatori dell’altopiano come il pastore e il pellegrino.

Il monumento a Vanzetti

I campi di pietra

Sul retro della chiesa si segue ora il sentiero tratturale, ripulito e molto ben segnalato, che risale a mezza costa tra le rocce e i cespugli in direzione est, al valico del Monte Castellone in località Vernone. La traversata del valico ci fa incontrare le recinzioni con i muretti a secco degli antichi fondi coltivati e degli stazzi. A margine dei campicelli d’altura si scorgono le capanne di pietra costruite dagli agricoltori-pastori per custodire gli attrezzi di lavoro. Questi modesti ricoveri sono ormai rovinati ma in qualche caso si mostrano ancora intatti facendosi ammirare per la loro tecnica costruttiva.

La capanna in pietra a secco

Il piano d’Asèno

Si spalanca ora davanti a noi la conca che ospita l’ampio piano di Asèno. La marcatura del sentiero s’interrompe, ma la sterrata che traversa il pianoro è del tutto evidente.

Il Piano d’Asèno

In bell’evidenza sono i suoi “campi aperti”. L’intero pianoro è suddiviso in strisce di terra che scendono regolari e parallele dai fianchi dei colli verso la strada di fondovalle. Le strisce di terra erano un tempo coltivate a rotazione con le tipiche colture di montagna: i legumi, i cereali, le patate, gli erbaggi. Oggi le incursioni dei cinghiali rendono vana quest’agricoltura e consigliano solo la produzione di erba medica, foraggere, lupinella e crocetta. Ai nostri occhi, comunque, ogni striscia di terra assume un colore diverso da quelle vicine, creando così una straordinaria tavolozza colorata che è diventata il paesaggio agrario tipico del Gran Sasso.

Il Piano d’Asèno visto dall’alto

Il Colle della Cava

Traversato il piano, per proseguire serve un po’ di attenzione all’orientamento. I segni di vernice sul terreno sono scomparsi, sostituiti da rari fiocchetti di plastica annodati ai ginepri. Occorre procedere in direzione nord-est, su una sterrata che risale i colli tenendo sulla destra la recinzione della zona di rimboscamento. S’incontrano altri piccoli pianori coltivati e le opere dell’acquedotto realizzato dalla Cassa per il Mezzogiorno. A un incrocio di sterrate spicca isolato il cippo numero 113 del tratturo.

Il cippo tratturale 113

Giunti di fronte a un piano coltivato di forma allungata, lo si aggira sulla destra senza scendervi e si sale l’altura di fronte lungo un canalino. Siamo al Colle della Cava, a quota 911, obiettivo della passeggiata. Un moderno totem del tratturo si affianca all’antico cippo tratturale numero 117, sotto le chiome di un pino, all’inizio della ripida discesa verso Santa Pelagia.

Il cippo tratturale 117

Il panorama

Il colpo d’occhio dal colle ripaga la modesta fatica compiuta. In basso si distende l’ampia conca di Capestrano percorsa dal tratturo e dalla moderna strada di scorrimento. Il lago di Capodacqua segnala le sorgenti del fiume Tirino. A destra spicca Capestrano sul colle, col vicino convento di San Giovanni. Di fronte è Ofena, con le sue Pagliare e i vigneti che producono vini famosi come il Montepulciano, il Pecorino e il Trebbiano. Sopra Ofena è Villa Santa Lucia. A sinistra si alzano Castelvecchio, Calascio e la Rocca e il suo famoso Castello. E poi la skyline delle grandi montagne dell’Appennino, le creste e le vette delle catene del Gran Sasso e della Maiella, disegnate sulla ‘linea del cielo’. A sinistra il Corno Grande, il Prena e il Camicia. A destra il Blockhaus, l’Acquaviva, Pescofalcone, monte Amaro e il Porrara.

La conca di Capestrano

Di fronte a noi, seguendo il percorso del tratturo, individuiamo il valico di Forca Penne. A destra del valico è la piramide di monte Picca; alla sua sinistra la cresta con le gobbe della Cannatina e della Cappucciata, che prosegue poi verso i monti di Campo Imperatore.

Per approfondire

Le edizioni Exorma hanno pubblicato nel 2015 un magnifico volume collettivo, con un ricco corredo fotografico, dal titolo Abruzzo sul Tratturo Magno, curato da Letizia Ermini Pani. Il sottotitolo “ Borghi Archeologia Paesaggio Architettura Tradizioni Arte Transumanza” esplicita la varietà dei contributi raccolti e le declinazioni disciplinari degli specialisti coinvolti.

Abruzzo sul Tratturo Magno

Ma volumi e convegni produrrebbero effetti limitati senza un lavoro concreto di ricerca sul campo, di riapertura e di marcatura degli antichi tratturi. Questo lavoro è stato meritevolmente svolto dal Gal Gran Sasso Velino grazie a un progetto europeo. I frutti sono ben documentati nella guida “Le vie della transumanza – Guida ai tratturi aquilani fra Gran Sasso e Sirente”, corredata da un’ottima carta in scala 1:40.000, scaricabile anche dal sito Tratturi e Cammini.

Le vie della transumanza

(Ho percorso il tratturo il 17 marzo 2017)

Abruzzo. Le capanne di pietra di Villa Santa Lucia

Villa Santa Lucia degli Abruzzi. Bisogna voler molto bene a questo paese per decidere di salire quassù. E bisogna prima scovarlo sulle mappe. Remoto. Isolato. Raggiunto da strade tortuose, a novecento metri di quota, proprio sotto le ultime creste della catena del Gran Sasso. Certo, il panorama ripaga la lunghezza del viaggio. Ma il paese è un deserto umano e commerciale. Verso le ultime case una loquace vecchina, molto curiosa, esce di casa e prende a raccontarmi della notte del terremoto e poi della nevicata record di quest’inverno e di altre interminabili storie del passato. Alla fine della passeggiata incontrerò un altro abitante, anche lui loquace: ce l’ha con il mondo intero e con la desolazione di un paese da cui tutti sono andati via. In Canada, innanzitutto e poi verso i paesi della costa o della pianura. A Villa siamo rimasti in trentadue – racconta – e un’altra decina nella frazione di Carrufo; da noi il medico sale una volta alla settimana e così il furgone ambulante degli alimentari. Racconta dell’azienda agro-pastorale del paese e della coltivazione del tartufo. Mi mostra il segno lasciato nel bosco dalla slavina invernale che è piombata giù fermandosi a pochi metri dal paese.

La segnaletica

Se il futuro di questo paese è perlomeno incerto, andiamo a scoprirne almeno il passato. Visto che – come afferma Antonella Tarpino – la memoria è la sola garanzia di esistenza per le culture agro-pastorali. E così seguiamo i sentieri che si dipartono a sud-est del paese e che si dirigono verso il colle della Madonna e il colle di San Nicola. Questi due rilievi interrompono come una risacca le ripide pareti discendenti dei monti Cappucciata e Cannatina e vi creano una valletta, che ospita campicelli d’altura, pascoli e un insediamento pastorale diffuso in pietra a secco, erede di un villaggio romano e poi longobardo. La ricerca condotta dall’università dell’Aquila vi ha censito una ventina di capanne di pietra a tholos. Siamo sul braccio di tratturo nel quale confluivano le greggi della Baronia di Carapelle che lasciavano i pascoli estivi di Campo Imperatore: da Calascio e Castel del Monte i pastori scendevano a Villa Santa Lucia per proseguire in quota e intercettare il Tratturo Magno a Forca Penne.

L’edicola dello Spirito santo

Dal Municipio di Villa (880 m) imbocchiamo la via Battisti, superiamo le ultime case di Randino e raggiungiamo un bivio presidiato da un’antica edicola di pietra, a forma di condola, un tempo affrescata e dedicata allo Spirito Santo. Qui deviamo sul percorso di destra, seguendo la segnaletica dell’ippovia del Gran Sasso e la freccia di legno con l’indicazione ‘capanna in pietra’. Dopo una ventina di minuti, due frecce con l’indicazione ‘tholos’ ci fanno scoprire sulla scarpata di sinistra una elaborata capanna di pietra con un gradone a spirale e il muretto che ne protegge la porta d’ingresso, sormontata dall’architrave. Tutta l’area è cosparsa di macere e capanne dirute, ma la loro esplorazione è resa molto difficoltosa dall’intricata vegetazione di arbusti.

La capanna di pietra di Colle della Madonna

Continuiamo a percorrere il sentiero (noto localmente come la via di Forca), autentico balcone sull’aquilano. La conca del Tirino è incorniciata dalle creste e dalle cime del Sirente e del Velino. A destra (nord-ovest) spiccano la rocca di Calascio e la piramide di roccia di Monte Bolza che domina Castel del Monte. A tratti invaso dalla vegetazione, il sentiero prosegue tra muretti di pietra e campi recintati coltivati a tartufo fino a incrociare un pianoro e una sterrata. Questo incrocio è indicato dalla segnaletica come Colle San Nicola. Abbandoniamo la sterrata per risalire un po’ faticosamente il pendio a sinistra (nord); i sentierini nella macchia salgono alla selletta che separa le due gobbe del Colle di San Nicola.

La capanna di pietra a quota 930

Per cresta saliamo sulla destra alla cima più alta. Impressionano i bastioni terrazzati che cingono l’acropoli e i muretti di pietra che delimitano la piana sommitale. Ai margini del corridoio a pascolo sotto la vetta, a quota 930, si svela una capanna a secco, con un avancorpo nel quale si apre la porta architravata a sezione rettangolare.

Il villaggio di pietra

Ridiscesi alla selletta, scopriamo davanti a noi un mondo dove i campicelli d’altura sono coronati da stazzi recintati, resti di antiche abitazioni di pietra, muretti e un reticolo di sentieri. Conviene salire sull’altura di fronte, sia per avere un quadro d’insieme all’insediamento medievale del Castelluccio, sia per scoprire proprio sulla vetta (quota 965) una nuova ampia capanna di pietra, caratterizzata da un dromos d’accesso, da una porta architravata rastremata in basso e da tre gradoni di pietra interni, utilizzabili sia come panche che come giacigli.

La capanna di pietra sul Colle di San Nicola

Esplorata l’area, prendiamo la via del ritorno verso Villa. La direzione è nord-ovest. Possiamo seguire il sentiero che traversa il pianoro delle Vicenne alla base il Colle della Madonna, dove sono una struttura campeggistica e la chiesa rurale di Santa Maria delle Vicenne. In alternativa possiamo seguire più in alto la strada bianca parallela che taglia le pendici del monte Cappucciata e che traversa l’impressionante traccia lasciata dalla slavina del gennaio 2017. La durata minima dell’escursione è di circa tre ore, con un dislivello molto limitato.

Villa Santa Lucia degli Abruzzi e i colli dell’escursione

(Ho effettuato l’escursione il 29 marzo 2017)

Abruzzo. La via dei ruderi (e della rinascita) di Albe

Escursione affascinante, istruttiva. Autentico camminare nella storia. Osserviamo solo dei ruderi ma viviamo il presente come storia. Più di cento anni sono trascorsi dal terremoto della Marsica del 1915, e le macerie dei paesi marsicani si sono ormai trasformate in rovine da visitare. E ci sono poi le vestigia di due millenni fa, dissepolte dagli scavi di Alba Fucens. I ruderi dei monumenti della città romana sono ormai una delle principali attrattive archeologiche dell’Abruzzo. Non solo. Tutte queste rovine danno ancora segni di vita e di rinascita. Sulle macerie della storia si sono aperti dei cantieri. E insieme ad essi – direbbe Marc Augé – una possibilità di costruire qualche altra cosa, di ritrovare il senso del tempo e, al di là di esso, forse, la coscienza storica.

Antrosano. I ruderi del paese vecchio

Obiettivo della nostra passeggiata marsicana sono i colli che circondano gli scavi archeologici della città romana di Alba Fucens. Si parte da Antrosano, dalle antiche case distrutte dal terremoto del Fucino nel 1915; si raggiunge il paese nuovo di Albe, edificato dopo il sisma; si sale al colle San Pietro con la sua bella chiesa e il convento restaurati dopo l’apocalisse; si visitano i ruderi di Alba romana, tuttora in corso di scavo; si sale al colle di San Nicola, dove sono i ruderi di Albe vecchia e del castello degli Orsini, abbattuti dal terremoto e ora in via di lenta rinascita.

Da Antrosano ad Albe

Punto di partenza è Antrosano, raggiungibile in breve dall’uscita di Avezzano dell’autostrada A25. Si sale nella parte alta del paese e si parcheggia nei dintorni della Chiesa Nuova. Alcune case diroccate ricordano ancora gli effetti del terremoto del 1915: il borgo fu pesantemente danneggiato e ci furono una sessantina di vittime. Si osservi il palazzotto oscenamente denudato che apparteneva al notabile del luogo: tre piani, con le cantine e le stalle in basso, una sfilata di archi e le camere in alto.

Antrosano. La casa degli archi

Dalle ultime case ci s’incammina su una strada sterrata, che sale in direzione nord tra un muro di cinta e le siepi. Se ne segue il percorso principale, accompagnati fedelmente dai pali di una linea telefonica, trascurando tutte le deviazioni laterali. Dopo un lungo tratto allo scoperto, la strada entra in un boschetto, diventa sentiero e raggiunge il fontanile di Santa Maria, alla base di una muraglia di recinzione. Il sentiero segue ora per un breve tratto la cinta murata dell’antica città romana e raggiunge bruscamente le prime case di Albe. Il paese è stato ricostruito non lontano dal vecchio centro distrutto: case basse, urbanistica semplice, impianto a ferro di cavallo. Ma non perdetevi la facciata della chiesa con il suo bellissimo rosone quattrocentesco a dodici raggi e l’Agnus Dei in alto: è il volto esterno della vecchia chiesa, salvato dalle macerie, rimontato e trapiantato sulla nuova chiesa. Un commuovente legame di memoria.

Il rosone della chiesa di Albe

L’ufficio turistico, a fianco della chiesa, offre informazioni, visite guidate e un interessante bookshop; propone anche un museo fotografico del passato di Albe e un grande plastico didattico della città romana.

L’ufficio turistico di Albe

Il colle di San Pietro

Una croce di ferro segnala ora l’inizio del suggestivo percorso che sulle bianche pietre della strada romana ascende all’antico tempio di Apollo, sui cui ruderi s’innalza oggi la chiesa romanica di San Pietro, con la sua singolare torre che si eleva al centro della facciata e la bella abside.

Il convento e la chiesa di San Pietro d’Albe

Anche questo edificio fu gravemente danneggiato dal terremoto. Crollarono le coperture, le volte, le capriate, alcuni tratti di facciata con la torre insieme a metà dell’abside. Rialzata e restaurata, propone ai visitatori un bel ciborio, l’iconostasi e le colonne scanalate che separano le tre navate. Il vicino convento francescano è in corso di restauro e ospiterà il Museo di Albe.

La decorazione esterna dell’abside di San Pietro

La terrazza che circonda la chiesa è un balcone panoramico sul grandioso panorama della Marsica. A nord si staglia il gruppo del Velino con le cime gemelle del Velino e del Cafornia alte su Massa d’Alba, il Vallone di Majelama, la Magnola, la Serra di Celano e il Sirente. Segue, in senso antiorario, la regione dei Piani Palentini: s’individuano chiaramente Magliano e la frazione di Rosciolo, la Valle dell’Imele con l’autostrada, Scurcola e la cresta dei colli, l’alta valle del Liri. A sud sono ben visibili le creste del Monte Arunzo e del Monte Cimarani, la città di Avezzano, il Monte Salviano e la Valle Roveto, sullo sfondo dei monti Simbruini. E infine, a est, si apre l’immensa piana del Fucino coronata dai monti del parco nazionale d’Abruzzo. Da questa terrazza Carlo d’Angiò seguì nel 1268 l’andamento della battaglia nei sottostanti Piani Palentini contro gli Svevi di Corradino che aveva il suo stato maggiore sul colle di fronte, il San Nicola. Nel 1943 i colli di Alba furono sede della contraerea tedesca che proteggeva il comando militare della Linea Gustav situato a Massa d’Albe e che non valsero comunque a impedire il pesante bombardamento aereo da parte alleata.

Gli scavi di Alba Fucens

Dal colle di San Pietro si scende nella conca che ospita i resti della città di Alba Fucens, colonia romana fondata nel 303 avanti Cristo.

Alba Fucens

Ben conservata è la parte pubblica, con il reticolo regolare delle strade lastricate, il foro, la basilica, le terme e le tabernae. Ma il gioiello di Alba è lo splendido ovale dell’anfiteatro, con le sue due porte e le gradinate ancora in parte visibili. La città è racchiusa da un’imponente cinta fortificata in opera poligonale, con quattro porte d’ingresso. Il “percorso delle mura”, segnato e lungo circa tre km, consente di compierne l’intero periplo e di avere un nuovo punto di vista dell’antica città. La distruzione e il successivo abbandono nell’alto Medioevo si possono attribuire forse alle scorrerie dei Saraceni e a un diffuso dissesto geologico. Fu nella seconda metà del Novecento che gli scavi intrapresi da una missione archeologica belga riportarono alla luce i monumenti dell’antico municipium romano.

L’anfiteatro di Alba Fucens

La visita di Albe Vecchia

Lasciati gli scavi, si risale per l’uno o l’altro dei diversi percorsi segnati al colle dove sorgeva il vecchio paese di Albe. Il percorso di visita è semplicissimo. Si segue il tratto lineare di strada che segue la cresta del colle e che collega il castello alla chiesa. La presenza più visibile è quella del Castello degli Orsini, che ha mantenuto la sua imponenza nonostante i crolli causati dal terremoto. Dopo averlo osservato dall’esterno, con precauzione, aggirando i rovi, si può penetrare all’interno e studiarne la struttura.

Albe Vecchia. Il Castello Orsini tra le rovine

All’altro estremo della via centrale, su una terrazza panoramica sormontata da una croce di ferro, sono i resti della chiesa di San Nicola, di cui è ancora visibile la gradinata del presbiterio. Una pietra di cemento (con la scritta Pax, la croce e la data) ha sigillato l’antico ossario della cripta. Tra i due monumenti si distendono i brandelli delle vecchie abitazioni, con gli accessi, il disegno delle stanze e malinconici mozziconi delle scalinate che salivano ai piani superiori collassati.

Ruderi di Albe Vecchia

A nord del Castello si osservi la porzione del paese che è stata interessata a una rinascita, grazie a un progetto di recupero finanziato da fondi europei. Le mura delle vecchie case sono state integrate nelle nuove costruzioni, con una felice convivenza tra vecchio e nuovo.

Albe Vecchia in una stampa d’epoca

L’intera escursione richiede dalle tre alle quattro ore di visita e può essere naturalmente molto abbreviata raggiungendo in auto la zona archeologica. La quota sale dai 780 metri di Antrosano ai 1022 del colle di San Nicola. Una “carta dei percorsi a piedi, in bici e a cavallo”, realizzata dai comuni di Magliano de’ Marsi e di Massa d’Alba, è disponibile presso l’ufficio turistico.

La mappa dei sentieri

(La ricognizione del percorso è stata realizzata il 3 marzo 2017)

Abruzzo. Il mondo agro-pastorale di Scanno

Scanno è uno dei “borghi più belli d’Italia”, amato per il suo centro storico, per il celebre lago e per i vicini parchi nazionali d’Abruzzo e della Majella. Lo slogan turistico più efficace, che ben ne sintetizza i valori, è quello di “borgo più fotografato d’Italia”. La ragione storica della sua bellezza urbana è la floridezza economica che raggiunse nel Seicento e nel secolo successivo grazie allo sviluppo della pastorizia e dei suoi derivati: i panni di lana, la produzione casearia e la concia delle pelli. I palazzi padronali e le chiese urbane e rurali che abbelliscono il paese, testimoniano il benessere raggiunto dagli Scannesi. Lo stesso turismo di oggi ha origini antiche che risalgono alla Taverna per forestieri e viaggiatori e ai due ospizi per pellegrini e infermi allora esistenti in paese. Queste ragioni sono sufficienti per motivarci a un’escursione nei dintorni di Scanno, alla scoperta di ciò che resta di quel mondo agro-pastorale che l’ha portato al successo. Proponiamo due facili passeggiate intorno alla Serra Sparvera che ci condurranno a scoprire masserie, stazzi pastorali e un villaggio d’altura.

Il vallone delle masserie

Il vallone delle masserie

 

Il Museo della lana

Il punto di partenza del nostro itinerario può essere il Museo della lana, che fornisce una rapida sintesi delle forme tradizionali dell’attività pastorale. Ha sede in un piccolo edificio ottagonale che ricorda un delizioso oratorio rinascimentale ma che è, molto più prosaicamente, un ex mattatoio. Approfondisce i diversi aspetti della vita agreste e pastorale, come la preparazione di formaggi, la tessitura e la tintura della lana, il lavoro dei campi e gli antichi mestieri. Vi sono anche oggetti della vita domestica e delle attività casearie e commerciali.

Il museo di Scanno

Il museo di Scanno

 

Da Scanno a Jovana

La prima passeggiata parte da Scanno e raggiunge in 1,45 h il villaggio di Jovana. Percorre il Vallone delle Masserie, alla base occidentale della Serra Sparvera, lungo il percorso n. 29 dei sentieri di Scanno. Dalla Piazza centrale si sale alla Porta della Croce e si scende ripidamente alla piccola Centrale elettrica del paese e al ponte delle Scalelle che immette nell’incassato fosso di Jovana. La strada bianca segue il fondovalle svoltando progressivamente a destra fino alla masseria del Collafrino. Di qui si può proseguire fedelmente sulla sterrata che sale a sinistra con alcuni tornanti o sul sentiero di destra nel bosco. Raggiunto in entrambi i casi il valico della Masseria di Cristo si scende nell’ampia vallata che raggiunge il villaggio di Jovana e la chiesa di san Lorenzo. Il dislivello complessivo è di circa 350 m.

Il vallone di Jovana

Il vallone di Jovana

 

La Masseria Collafrino

Collafrino è la prima masseria che incontriamo, a quota 1115. Ha un nucleo centrale articolato su due piani che sfruttano la scarpata, con due accessi per il fienile in alto e la stalla in basso. Intorno si distribuiscono un orto coltivato, un recinto per gli animali, un deposito per gli attrezzi e la legnaia. D’estate le praterie intorno sono falciate per raccogliere il fieno destinato all’allevamento.

La masseria Collafrino

La masseria Collafrino

 

La Masseria di Cristo

Questa piccola masseria sorge sulla sommità del colle che sembra interrompere il vallone, a 1323 m di quota. Ha un fontanile di servizio sulla strada. È interessante l’architettura della condola di pietra, con il tetto arcuato, utilizzata come stalla e dotata all’interno di due mangiatoie. L’edificio principale funge da pagliaro.

La masseria di Cristo

La masseria di Cristo

 

La Via Glareata

La strada che dalla masseria di Cristo scende al villaggio di Jovana mostra dei tratti selciati in pietra che gli archeologi hanno interpretato come tracce di un antico percorso. Si tratta presumibilmente della direttrice – in questo caso una “via glareata”, cioè fatta di ciottoli e piccole pietre – che, risalendo in direzione di Castrovalva dalla valle di Sulmona, si dirigeva verso il valico di Godi, attraversando la valle di Jovana.

Il colle di Jovana vecchia

Il colle di Jovana vecchia

 

Il villaggio di Jovana

La chiesa di San Lorenzo

La chiesa di San Lorenzo

Il villaggio di Jovana è un tipico esempio delle “pagliare” abruzzesi, quei villaggi d’altura abitati e frequentati nel periodo estivo da agricoltori e allevatori che provengono dai paesi della zona. La sua importanza è segnalata dalla presenza di una chiesa dedicata a San Lorenzo e dai resti di un castello medievale che sorge sulla sommità del colle di Jovana vecchia a presidio della sottostante valle fluviale (la fucicchia).

L'Agriturismo Jovana

L’Agriturismo Jovana

Il villaggio comprende diversi fienili, alcuni edifici a due piani utilizzati anche come abitazioni temporanee, stalle antiche e moderne, un grande fontanile. Uno di questi edifici è stato restaurato e proposto come un ospitale agriturismo. Sono allevati cavalli, ovini, caprini e bufali che utilizzano i pascoli dei dintorni. Il villaggio è un incrocio di percorsi e sentieri; è anche collegato da una strada forestale alla cantoniera di Mimola sulla strada che da Scanno sale al passo di Godi.

Il fontanile di Jovana

Il fontanile di Jovana

 

Dalla Montagna Spaccata alla Sella Sparvera

La seconda passeggiata – alla scoperta di due importanti stazzi pastorali scannesi – collega l’area attrezzata dell’Imposto alla Sella Sparvera in meno di due ore. Utilizza una buona strada (asfaltata nel primo tratto e poi sterrata) che una sbarra chiude al traffico veicolare. L’area picnic dell’Imposto (1481 m), più nota come la Montagna spaccata, accogliente e ben tenuta, si raggiunge in circa 4 km dal piano delle Cinquemiglia, su una strada sterrata che si dirama al km 128,4 della Statale 17. La Sella Sparvera, oltre che sulla sterrata, può essere raggiunta con il sentiero 12 traversando per cresta la Serra Sparvera (1998 m) o con il sentiero 28a dal passo delle Croci attraverso il bosco.

I pascoli verso la Serra Sparvera

I pascoli verso la Serra Sparvera

 

Lo stazzo La Ria

Dalla baita-ristoro dell’Imposto, superata la sbarra, si segue la strada che sale con larghe svolte e si lascia a sinistra il percorso per il lago Pantaniello. A una curva è possibile lasciare la strada e seguire il sentiero segnato che sale al passo delle Croci e alla Serra Sparvera. Se invece si continua più comodamente sulla strada si costeggia sulla destra lo stazzo La Ria a quota 1554. Lo stazzo risale al 1933 e comprende una casetta formata di due ambienti (dormitorio e cucina), un piccolo edificio (porcilaia), il mungitoio in muratura con quattro varchi e il recinto per le pecore con quattro vani e apertura a cancello. Nei pressi si trova un fontanile.

Lo stazzo La Ria

Lo stazzo La Ria

 

Lo stazzo Sparvera

Proseguendo ancora sulla strada al margine del bosco, si raggiunge un bivio: una pista sulla sinistra conduce allo stazzo Sparvera a quota 1699. Si può anche risparmiare tempo utilizzando il sentiero-scorciatoia in salita nel bosco, all’altezza di una precedente curva a gomito della strada. Dallo stazzo con una breve salita si raggiunge la Sella Sparvera (1755 m). Al di là si scende verso la vicina fonte e al Fosso Malpasso in direzione di Scanno. Dal valico si può salire a sud sulla panoramica Serra Sparvera (1998 m) o a nord verso la groppa erbosa delle Toppe Vurgo (1917 m). Al valico arriva anche il sentiero 28/a. Lo stazzo risale al 1938 ed è la ristrutturazione di ambienti più antichi. Sono ancora visibili il vecchio ricovero diruto e, di fronte, il recinto articolato in cinque settori separati da muretti di pietra a secco. A fianco sorgono la casetta moderna e il nuovo recinto realizzato con blocchi di cemento.

12-lo-stazzo-sparvera

Lo stazzo Sparvera

 

Per approfondire

Molto ben documentata è la ricerca condotta da Edoardo Micati e Domenico Spagnuolo, pubblicata nel 2015 col titolo “Siti pastorali – Censimento, schedatura e studio dei siti pastorali degli Altipiani Maggiori d’Abruzzo e della Foresta Demaniale Regionale Chiarano-Sparvera” (2 volumi in formato e-book). Istruttive e gradevoli per il loro corredo fotografico sono la “Guida agli Altipiani Maggiori d’Abruzzo”, a cura di Stefano Ardito, e Scanno – Guida storico-artistica alla città e dintorni, di Raffaele Giannantonio, entrambe pubblicate da Carsa edizioni. Per la cartografia si consigliano “Altipiani Maggiori d’Abruzzo” e “Monte Genzana – Monte Rotella”, le due carte sentieristiche pubblicate in scala 1:25.000 dalle Edizioni Il Lupo. I sentieri del comprensorio di Scanno sono analiticamente descritti nel sito web del Comune. Ricco d’immagini è il sito dell’agriturismo Jovana.

La foresta demaniale Sparvera

La foresta demaniale Sparvera

 

Visita la sezione del nostro sito dedicata ai tratturi.

(La ricognizione dei percorsi è stata effettuata l’11 e il 13 luglio 2016)

Linea Gustav. Il fronte di Gamberale

Due strade raggiungono Gamberale, entrambe lunghe, tortuose e soggette a frane: la prima proviene dalla Forchetta di Palena e attraversa i boschi della Val di Terra; la seconda si dirama dalla Fondovalle Sangro e risale lungamente il pendio in direzione dei monti Pizzi.

La casa Pollice

La casa Pollice

Gamberale ricambia i pazienti automobilisti con la grazia di un borgo appollaiato tra le rocce, a 1319 metri, in un contesto naturale di valore, protetto dal parco nazionale della Majella. Un braccio stradale lo collega alla vicina Pizzoferrato, altro nido d’aquila tra le rocce, e alla moderna zona turistica di Valle del Sole. Anche i tedeschi se ne accorsero nell’ottobre del 1943 quando insediarono a Gamberale un presidio, collegato direttamente al comando di compagnia nella vicina Pizzoferrato. La bella Casa Pollice, di origini cinquecentesche e posta di fronte alla chiesa al centro del paese, risparmiata almeno in parte dai cannoneggiamenti inglesi, ospitò signorilmente gli occupanti.

La chiesa di San Lorenzo

La chiesa di San Lorenzo

La chiesa di Gamberale è dedicata a San Lorenzo. Ha un tipico impianto settecentesco con la facciata a capanna, l’interno a una navata decorato da affreschi e il campanile affiancato sulla sinistra. Al culmine del borgo sorge il cosiddetto Castello, frutto dei restauri successivi alla guerra e al terremoto del 1984, con la caratteristica torre merlata.

Pannello informativo all'ingresso di Gamberale

Pannello informativo all’ingresso di Gamberale

L’escursione sulla linea del fronte

L’escursione che proponiamo segue la linea alta di combattimento tracciata dai tedeschi sui monti Pizzi ed è la combinazione tra una delle più piacevoli passeggiate possibili nel Parco della Majella e la conoscenza del territorio della Linea Gustav.

Particolare della Carta escursionistica 2016 del Parco della Majella

Particolare della Carta escursionistica 2016 del Parco della Majella

L’itinerario attraversa la foresta demaniale regionale di Monte Sécine, con partenza dalla chiesetta di Sant’Antonio nei dintorni di Gamberale e conclusione al laghetto di montagna di Pietra Cernaia sul versante di Pescocostanzo. Segue i sentieri del Parco M1 e M2 e richiede, tra andata e ritorno, circa quattro ore di cammino, con un dislivello limitato a 200 metri.

La chiesetta di Sant'Antonio

La chiesetta di Sant’Antonio

Si esce da Gamberale e si percorre per 2 km la strada per Palena. Raggiunto il valico (1443 m), all’altezza del monumento all’Alpino, si devia a sinistra sulla strada asfaltata che conduce in 1,7 km alla chiesetta di Sant’Antonio e all’area faunistica del cervo (1497 m).

L'ingresso della foresta

L’ingresso della foresta

Lasciata l’auto, si prosegue a piedi superando due sbarre che limitano il traffico motorizzato nella foresta di Monte Secine. Una buona strada sale dolcemente alternando lo sterrato a tratti pavimentati in pietra. Superata la fonte Basilio, si raggiunge a 1620 metri di quota il panoramico stazzo di Monte Secine.

Lo stazzo di monte Secine

Lo stazzo di monte Secine

Nel tratto successivo, intervallate alle opere di captazione dell’acquedotto, si trovano le tracce delle zone trincerate di guerra, con le cavità per i mortai e i punti di osservazione sulla valle del Sangro.

Impianto di captazione

Impianto di captazione

I tratti sottobosco e le radure sono percorsi da rigagnoli che generano pascoli acquitrinosi. Una breve ma ripida discesa raggiunge un fontanile. Qui termina il sentiero M1 e s’imbocca il sentiero M2 che proviene dal Colle della Castagna.

Il fontanile all'incrocio dei sentieri M1 e M2

Il fontanile all’incrocio dei sentieri M1 e M2

Si va a destra traversando in direzione del Passo della Paura e si prosegue ancora gradualmente su praterie, radure e una zona boscosa fino a un piccolo valico (1725 m), di fronte alle pareti verticali della Pietra Cernaia.

Il valico di Pietra Cernaia

Il valico di Pietra Cernaia

Scendendo a sinistra sul sentiero a margine del bosco, si arriva al delizioso laghetto della Pietra Cernaia (1645 m).

Il laghetto della Pietra Cernaia

Il laghetto della Pietra Cernaia

Gamberale in guerra

I tedeschi attrezzarono, a difesa degli altopiani, la linea principale di combattimento che in quest’area collegava Pietransieri a Pizzoferrato, a 1400 metri di quota circa, lungo la fascia delle masserie, passando per monte dell’Ellera e Gamberale. Avamposti erano comunque distribuiti nelle località di fondovalle a sinistra del Sangro (Castel di Sangro, Ateleta, Quadri).

Campo trincerato tedesco

Campo trincerato tedesco

Lungo tutto il pendio, nei punti naturalmente dominanti e panoramici, erano state scavate postazioni per mitraglieri e mortaisti che avrebbero consentito, secondo la tipica tattica tedesca, una difesa elastica e il fuoco incrociato delle postazioni in alto a protezione dei singoli punti di fuoco in basso. Alle spalle della linea difensiva principale erano previste ulteriori linee di arresto su cui le truppe potevano spostarsi velocemente, attraversare i valichi in caso di ritirata e raggiungere le vie di comunicazione degli altopiani (la via Frentana e la ferrovia). Durante l’escursione vediamo esattamente queste linee di arresto, poste in alto, alla base delle rocce del gruppo del Secine, a ridosso dei sentieri di valico.

Postazione di mortaio

Postazione di mortaio

Tutta l’area è in realtà difesa naturalmente dagli attacchi dal basso e non aveva opere fortificate o bunker. I presìdi tedeschi occupavano le località in alto (Roccacinquemiglia, Pietransieri, Gamberale, Pizzoferrato) che, pur soggette al cannoneggiamento alleato, offrivano un minimo di comfort. Da qui partivano i pattugliamenti per il controllo del territorio e il contrasto delle infiltrazioni nemiche. Lo sfollamento degli abitanti riduceva i problemi organizzativi e le esigenze di approvvigionamento. Il rigido inverno ‘43-44 rese di fatto inutilizzabili le opere costruite dal genio tedesco nel mese di ottobre. Da parte tedesca si aggiunga l’alternarsi dei reparti (prima il genio, poi i paracadutisti, e in successione le truppe alpine e i panzergrenadieren). La guerra a Gamberale si limitò così a singoli episodi. Dopo la sfortunata spedizione della Wigforce e la liberazione di Pizzoferrato, il maggiore D’Aloisio ricorda nel suo diario un evento altrettanto sfortunato. «L’alba del giorno 6 febbraio illumina sulla via nevosa che porta a S. Domenico una nostra pattuglia in ricognizione: più tardi, rassicurati dalle informazioni di un vecchio, devia verso Gamberale. A pochi metri dalle case del villaggio alcune raffiche di fuoco incrociato di armi automatiche tedesche abbattono i nostri baldi volontari. Sono salvi dei tredici componenti il Capitano Gay (ferito) e il suo attendente: sulla neve arrossata di sangue i corpi agonizzanti di nove paracadutisti e dei patrioti Saraceno e Dragone di Pizzoferrato. Il ritorno in paese dei superstiti è triste». Il 21 febbraio si registra un assalto delle truppe polacche alle posizioni di Colle Bucci, vicino Gamberale, che si conclude con l’uccisione di quattro tedeschi e la cattura di altri tre. Altro episodio è quello del 6 e 7 aprile, quando un battaglione polacco da ricognizione esegue un’azione oltre il Sangro: ventiquattro fanti e quattro osservatori di artiglieria, avanzando nella neve e tra i campi minati, sorprendono e annientano un avamposto germanico nella zona di monte dell’Ellera.

 Eduard Kastner

Eduard Kastner, soldato alpino della Wehrmacht, riceve l’ordine di raggiungere Gamberale il 26 dicembre del 1943. Il suo reparto aveva dato il cambio ai paracadutisti tedeschi e aveva il comando a Pizzoferrato. Leggiamo una pagina del suo diario di corrispondente di guerra. «Gamberale dista tre chilometri da Pizzoferrato ed è situato sulla cima di una montagna che è stata completamente bombardata. Lungo la strada ci siamo coperti con asciugamani di lino e abbiamo fatto lo stesso con i nostri muli in modo da mimetizzarci con la neve. Arrivammo incolumi alla meta. Una delle abitazioni era ancora vivibile e ci avevano vissuto i paracadutisti tanto che aveva un aspetto spaventoso. Questa situazione durò solo fino al giorno dopo quando decidemmo di riordinarla. Io assieme a Schneider Fritz dormivamo in un bellissimo letto matrimoniale e costruimmo in un angolo un comodo cantuccio. Quanto una tovaglia può rendere tutto più gradevole! Nell’angolo avevamo anche un albero di Natale e oggi è il secondo giorno di festa. Ma la felicità non durò a lungo. Avevamo girato per Gamberale ma non avevamo trovato niente. Il paese si trovava a 1340 metri di altezza, proprio su una montagna e sarebbe stato un luogo romantico se non ci fosse stata la guerra. Avevamo trovato sistemazione in mezzo a un ammasso di macerie. I paracadutisti ci dicevano che alla vigilia di Natale gli inglesi avevano sparato su Gamberale 470 colpi di artiglieria. Ogni mattina e ogni sera sparavano quasi regolarmente per due ore di seguito su Gamberale. Nel frattempo avevamo anche scoperto che la nostra rovina si trovava in un angolo morto e che non poteva quasi mai essere colpita. Al contrario il castello sopra noi aveva ricevuto così tanti colpi da essere soltanto un ammasso di macerie. I paracadutisti utilizzarono una chiesa come stalla, come mattatoio e deposito di munizioni. Questa è la guerra. Il 30 dicembre 1943 la fanteria ci diede il cambio e tornammo a Pizzoferrato. A Gamberale non era successo niente di particolare, la Compagnia non aveva subito perdite e non si era dovuta difendere da attacchi. Coperti dagli asciugamani di lino facemmo ritorno a Pizzoferrato».

I pascoli di monte Secine

I pascoli di monte Secine

Uys Krige

Uys Krige era un ufficiale sudafricano appassionato di poesia e scrittura, che conosceva anche un po’ d’italiano. Raccontò la sua rocambolesca fuga dal campo di prigionia di Fonte d’Amore, dopo l’otto settembre, l’attraversamento della linea del fronte e il percorso a piedi verso la libertà in un libro famoso, “The way out”, tradotto in italiano come “Libertà sulla Maiella”. Salito sul monte Morrone, si unì ai pastori transumanti e raggiunse Campo di Giove.

Il Piazzato, il Porrara e la sommità della Maiella, visti da Pietra Cernaia

Il Piazzato, il Porrara e la sommità della Maiella, visti da Pietra Cernaia

Di lì con i suoi compagni di fuga scavalcò il Porrara, costeggiò l’eremo della Madonna dell’Altare, scese nella valle dell’Aventino, attraversò la strada Frentana percorsa dai veicoli tedeschi, e seguì un sentiero nei boschi della Val di Terra, in direzione del valico di Gamberale. Aggirata Gamberale, presidiata dai tedeschi, scese nella zona di Ateleta dove, seguendo le indicazioni di civili del posto, traversò il fiume Sangro. Risalirà a Capracotta, attraverserà e il Trigno e si ricongiungerà infine ai canadesi nel paese molisano di Salcito. Ecco il racconto del suo passaggio nella zona. «Entrammo nella foresta di faggi che avremmo dovuto attraversare prima di superare la strada di montagna che portava da Palena a Gamberale e oltre. Mentre le foreste della Maiella erano dominate dal verde, qui abbondavano anche il rosso, il bruno e l’oro in ogni possibile tono e sfumatura. E ogni sfumatura era splendida come se solo nella sua decadenza la foresta raggiungesse l’estrema perfezione. Camminando su un tappeto di foglie arancione e scarlatte alto a volte sino a sessanta centimetri, la foresta mi appariva come un’immensa pira accesa. Il sentiero proseguiva di curva in curva. ‘Buon Dio’ disse Sherk, ‘è una foresta incantata’. (…) Uscimmo dalla foresta attraverso una serie di prati erbosi con qualche albero isolato. Di fronte a noi si stendeva il nastro bianco della strada, che si torceva contro il fianco del monte, scomparendo infine in un valico tra due vette. Di là scendeva fino alla valle di Gamberale, il villaggio che dovevamo evitare piegando a destra per calare velocemente verso il Sangro. (…) Uscimmo dagli alberi e ci trovammo sulla strada, oltre il valico; il nastro bianco calava in una bella valle verdeggiante, dove non si vedevano boschi, ma solo qualche ciuffo di abeti, di olmi e di querce. Come una lunga freccia bianca la strada puntava sul villaggio di Gamberale, a tre quarti di miglio, posto sopra un leggero pendio nel centro della valle. Gamberale ci sembrò singolarmente immobile e come in attesa di qualcosa, tutto avvolto nella calma, calda luce del sole. Eravamo scoperti e Sam si trovava a una certa distanza per scrutare a sinistra verso il villaggio, quando una mitragliatrice cominciò improvvisamente a sparare. (…) Il sole era tramontato quando cominciammo a scendere il pendio alla nostra sinistra. Passo passo giungemmo in vista del fiume o meglio della sottile nebbia che si sollevava da esso. Lontano, alla nostra destra, sulla riva del fiume c’era il paese di Ateleta; e una strada, fiancheggiata dalla linea tranviaria, correva lungo l’argine settentrionale. Leggermente a destra oltre il fiume c’era il villaggio di Castel del Giudice in cima a una collina alta e isolata. Una strada si dirigeva verso di esso, e poi ne usciva continuando lungo l’argine meridionale in direzione dell’Adriatico; sulla vetta più alta del crinale davanti a noi si vedevano le chiazze bianche delle case di Capracotta, il nostro obiettivo di quella tappa».

I colli di Gamberale

I colli di Gamberale

Medaglia d’argento al merito civile

L’occupazione tedesca del 1943-44 e le vicende successive hanno valso a Gamberale la concessione della Medaglia d’argento al merito civile, con la seguente motivazione: «Centro strategicamente importante, occupato dalle truppe tedesche impegnate a bloccare l’avanzata alleata sulla linea Gustav, subiva la perdita di numerosi suoi concittadini, vittime delle mine anti-uomo sparse sul territorio, di violenti cannoneggiamenti e fucilazioni. Ammirevole esempio di spirito di sacrificio e di amor patrio».

Il laghetto di Sant'Antonio

Il laghetto di Sant’Antonio

Visita la sezione del sito dedicata alle passeggiate sulla Linea Gustav: http://www.camminarenellastoria.it/index/LINEA_GUSTAV.html

 (L’escursione è stata effettuata il 27 maggio 2016)