Il Tratturo della Zittola

La passeggiata sul segmento iniziale del tratturo Castel di Sangro-Lucera inizia dal Ponte sulla Zittola, appena fuori da Castel di Sangro. La Zittola è un fiume dal corso breve: ha la sorgente sui Colli Campanari presso Montenero Valcocchiara, traversa la torbiera del Pantano e confluisce nel Sangro presso il Convento della Maddalena.

La confluenza della Zittola nel Sangro

Il ponte sulla Zittola (quota 820 m) è un incrocio importante di strade statali, fiancheggiato dal passaggio a livello sui binari della storica linea ferroviaria Sulmona-Napoli. Un tempo questo ponte era il passaggio obbligato anche del tratturo che collegava gli stazzi dei monti di Pescasseroli ai pascoli invernali di Candela e della Capitanata meridionale. I prati nei dintorni e la vicina Taverna erano così un luogo obbligato d’incontro, di concentrazione e di passaggio.

La lapide della Zittola

Una lapide inserita nel muretto laterale della Taverna ricorda i lavori promossi da Maffei nel 1744: l’allora Procuratore della Confraternita del Santissimo Sacramento di Castel di Sangro, provvide infatti alla manutenzione e al restauro del ponte che da tempo esisteva sulla Zittola “per la comodità dei viaggiatori” (tum et viator comodi hunc pontem curavit). Effettivamente, in quello stesso anno, l’attivismo della benemerita confraternita in campo architettonico aveva convinto Carlo III di Borbone a concedere a Castel di Sangro il titolo di “città”.

L’Istituto professionale per l’agricoltura

Dopo il ponte, all’altezza del km 151,300 della strada statale 17, una sterrata sulla sinistra raggiunge l’Istituto professionale per l’agricoltura e l’ambiente. La sterrata a margine del tratturo aggira gli edifici scolastici, traversa una zona di prati e di masserie e raggiunge in meno di un km la Taverna della Zittola.

La taverna della Zittola

L’antica Taverna era nota anche come la Taverna del Vescovo, ma sulle carte moderne ha il nome di Casone di Vallesalice. L’edificio a due piani è piuttosto malandato. L’interno mostra i segni della successiva trasformazione in stalla, con le mangiatoie, le vasche di abbeverata e il camino per la cottura del latte. All’esterno sono evidenti le addizioni moderne di locali di servizio ormai in rovina. Mantiene tuttavia un suo aspetto di decorosa dignità, al centro di un’ampia zona di sosta.

La Taverna della Zittola

Alla Taverna il tratturo si biforca. Il Pescasseroli-Candela prosegue a destra (sud) lungo il percorso che coincide oggi con la strada statale 17. Un secondo tratturo, il Castel di Sangro-Lucera, ha inizio qui e si dirige a sinistra (est) verso i colli di Montalto. La biforcazione a Y e le tracce regolari dei due tratturi sono ancora perfettamente distinguibili sul terreno grazie alle immagini zenitali di Google Maps.

L’incrocio dei tratturi alla Taverna della Zittola

Seguiamo ora la larga mulattiera del tratturo, individuato da qualche bandierina bianco-rossa, che alle spalle della Taverna risale il colle. Il terreno, fangoso in qualche punto, ha le tracce evidenti del passaggio delle mandrie di bovini al pascolo. Incrociamo in alto il nastro della moderna superstrada. La superiamo con una breve deviazione sulla destra, transitando sotto il viadotto di Valle Salice e riprendendo subito a sinistra il percorso in salita.

La valle del Sangro e i monti di Roccaraso

Alle spalle ammiriamo lo spettacolo della valle del Sangro con i suoi paesini, la catena delle Mainarde, il Greco e i monti di Roccaraso, gli spuntoni rocciosi dei monti Pizzi. Il tratturo traversa i boschetti alla base della Montagnola, tocca il fontanile del Sambuco e raggiunge una strada asfaltata alla Bocca di Forlì (del Sannio), il valico spartiacque tra il bacino fluviale del Sangro, tributario del mare Adriatico, e il bacino del Volturno, tributario del Tirreno.

La fonte del Sambuco

Si segue la strada a sinistra fino alla vicina discarica di Alto Sangro Ambiente. Aggirando l’impianto s’imbocca una sterrata che traversa il bosco in direzione sud-est e ritrova più avanti la strada vicinale precedente. Lasciato l’Abruzzo, entriamo in Molise e raggiungiamo sull’asfalto le case di Montalto, frazione di Rionero Sannitico in provincia di Isernia.

L’arrivo a Montalto

Il borgo a 950 m di quota è un esempio limpido di centro urbano cresciuto lungo il tratturo, del quale riproduce la struttura allungata, con le case costruite sui due margini.

Dal ponte sulla Zittola avremo percorso sin qui circa sette km, impiegando due ore e mezza, su un dislivello di 150 metri. Il tratturo prosegue oltre su strade sterrate in direzione del torrente Vandra, Roccasicura e Pescolanciano.

Il fontanile di Montalto

(Ho percorso il tratturo il 10 giugno 2018)

Visita la sezione del sito camminarenellastoria.it dedicata ai tratturi

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Abruzzo. Paradiso e Inferno alla Madonna dei Bisognosi

Saliamo sui monti Carseolani alla ricerca di un affresco della fine del Quattrocento conservato nella chiesa della Madonna dei Bisognosi (Mater indigentium), un santuario collocato in posizione mirabile su uno spalto del monte Vallevona, tra i comuni di Pereto e Rocca di Botte, a dominio della verde Piana del Cavaliere, sul confine tra Lazio e Abruzzo. Il pittore ha dipinto la sua visione del Paradiso e dell’Inferno, inserita nell’immagine più ampia del Giudizio universale.

Il giudizio universale

Gesù, nella mandorla di luce, mostra le piaghe ancora sanguinanti della sua crocifissione. Un giglio e una spada spuntano dalla sua bocca a simboleggiare la sentenza che premia gli eletti e condanna i reprobi.

Il giudice

Al giudizio presenziano l’arcangelo Michele (con la spada sguainata e la bilancia a doppio piatto per pesare le anime), due angeli che mostrano gli strumenti della passione (la croce e la colonna della flagellazione), Maria e Giovanni, i due intercessori in preghiera.

Il paradiso dei beati

Ai lati di Gesù si dispiega il Paradiso dei beati. Vi sono i dottori della chiesa (papa Gregorio col triregno, Girolamo con la berretta da cardinale, i due vescovi Ambrogio e Agostino), i quattro evangelisti e gli apostoli (preceduti da Pietro con le chiavi del regno e da Paolo con la spada del martirio). Enoc ed Elia, i due profeti giunti vivi in paradiso, indicano il giudice. Nel settore di sinistra compaiono i gruppi dei patriarchi biblici, dei profeti, delle donne sante (l’ordine delle vedove e quello delle vergini con la corona sul capo). Nel settore di destra siedono i due gruppi degli uomini e delle donne martiri, i religiosi (i monaci, i frati e i santi fondatori di ordini) e i sacerdoti (le gerarchie ecclesiastiche dei papi, cardinali, vescovi e abati).

Il paradiso e l’inferno

Più in basso, al centro, è visibile la scena della risurrezione dei morti, con i corpi che escono dai loro avelli tombali. A sinistra sono visibili le mura che circondano la Gerusalemme celeste. San Pietro, affiancato dall’angelo di guardia, riapre con le chiavi consegnategli da Gesù le porte del paradiso che erano state chiuse dopo il peccato originale. Gli eletti, in preghiera a mani giunte, si apprestano a entrarvi.

Lucifero

A destra è descritta in grande evidenza la cavità sotterranea dell’inferno. A fronte del Cristo giudice nell’alto dei cieli, al centro dell’inferno domina la grande figura diabolica di Lucifero incatenato. Intorno a lui, alle sue tre teste e alle due gole divoratrici compaiono quattro diversi gruppi di peccatori. Pensiamo che la fantasia dell’artista, ispirata dalla consulenza colta della committenza ecclesiastica, abbia collocato all’inferno l’incarnazione di tutte le maggiori paure dei buoni cristiani del tempo. Le punizioni infernali colpiscono con sadismo fisico o psicologico i colpevoli dei peccati più gravi per la mentalità del tempo.

L’inferno

Il primo gruppo di dannati è composto da animulae individuate dai cartigli che definiscono i sette vizi capitali: lussuriagolaavariziasuperbiairaacidia(i)nvidia. Questi peccatori si contorcono tra le grinfie di Lucifero, sono ingoiati dalle sue bocche, masticati, deglutiti, ruminati nelle sue viscere e infine defecati. L’intimo legame col principe del male ha un significato evidente: i sette peccati capitali sono all’origine di tutti i mali del mondo.

Un secondo gruppo di peccatori è costituito dai popoli votati alla dannazione a causa del loro credo religioso: turchitartariiodeimaccabei. Questi popoli evocano la minaccia interna ed esterna al mondo cristiano; costituiscono i feroci aggressori dei confini esterni, orientali e meridionali dell’Europa e i sabotatori occulti della finanza e della prosperità economica delle comunità nazionali e locali. A questi gruppi nazionali si sommano i soldati, i mercatati, il traditore e cioè le quinte colonne, le compagnie di ventura, le truppe mercenarie, le bande irregolari della soldataglia, i protagonisti delle scorrerie, delle ruberie, dei saccheggi che assillano la tranquillità dei borghi di provincia.

Il terzo gruppo di dannati è costituito dai peccatori individuali che hanno contravvenuto alla morale comune, al diritto naturale e ai dieci comandamenti, puniti dai diavoli in base alla pena del contrappasso. Si tratta degli ipocriti, del miciaro (contrazione del micidiaro, l’omicida) pugnalato allo stomaco, del biastematore con la lingua strappata, del desperato impiccato per un piede e accoltellato alla nuca, della meretrice cavalcata da un demone.

Il quarto gruppo è quello dei mestieri, composto dai tipici personaggi di paese, dagli artigiani esosi e dai commercianti disonesti che assillano la povera gente e rovinano il sonno ai debitori. Si riconoscono il macellaro (il macellaio squartato sul bancone), il sartore (il sarto infilzato da un paio di forbici), il carpentero (il falegname colpito da un’ascia), il ferraro (il fabbro cui un demone infila un chiodo in fronte), il calsolaro (il calzolaio torturato da un trincetto), il tabernaro (l’oste annegato in una botte). Anche l’oste. I locandieri medievali non erano benvoluti. L’osteria era a un tempo bordello, ritrovo di ubriaconi, luogo di giochi proibiti, di litigi e risse. Con i suoi servizi luridi e i cibi adulterati, l’osteria era nei villaggi il ritrovo alternativo alla chiesa. E allora: oste della malora, va’ all’inferno!

Particolare dell’inferno

Si può dire che le popolazioni rurali nei secoli passati trascorressero una parte della loro vita fuori da questo mondo, nel cielo, nel purgatorio o all’inferno. Era la loro immaginazione a portarveli durante il lavoro, nei momenti di svago o durante un pellegrinaggio devozionale (come quello al santuario della Madonna dei Bisognosi). Tra “quaggiù” e “aldilà” si creava una sorta di scambio permanente, un flusso di relazioni a doppio senso. Le immagini dell’aldilà, i grandi affreschi sui regni escatologici collocati nelle chiese e nei monasteri, facilitavano questo transfert. Osservando gli inferni dipinti, la gente di paese elaborava le sue paure, collocava idealmente all’inferno i suoi incubi e affidava alle mani di Lucifero i suoi nemici.

Abruzzo. Sul tratturo, da Collarmele a Forca Caruso

Partiamo da Collarmele. La chiesetta di Santa Maria delle Grazie, a margine del paese, accanto al Parco Tratturo e al Cimitero, è un buon punto d’inizio. Malinconiche stampelle di legno rimediano agli acciacchi dell’abside, lasciati in eredità dal terremoto del 2009. Ma la facciata è sempre splendida, luminosa, abbagliante. Le maioliche multicolori formano un arazzo intessuto dai simboli dei maggiori casati del tempo con una corona di frutti intorno al simbolo del sole. Il portale classico, le due finestrelle quadrate, l’occhio in alto e le nicchie con le statue di Pietro e Paolo, completano gradevolmente il prospetto rinascimentale.

La facciata di Santa Maria delle Grazie a Collarmele

Dalla chiesa si lascia a sinistra la Tiburtina-Valeria e si segue ora la strada bianca del tratturo (frecce rosse con la sigla RT) che compie un ampio semicerchio alla base dei colli che ospitano una pineta e un campo di pannelli solari. Dopo due km, a un incrocio di sterrate, dove ci si riaccosta alla ferrovia e all’autostrada, il tratturo svolta decisamente a sinistra (nord-est) e s’infila in un valloncello sassoso che risale il colle di Magliano. La natura demaniale del tratturo ha favorito il passaggio dei vettori di energia, come il metanodotto (i cippi e le paline della Snam ci accompagneranno per tutto il percorso) e i cavi interrati dell’elettricità a media tensione. Sui colli si alzano le grandi pale del parco eolico. Al termine della salita troviamo una cava, che aggiriamo sulla sinistra. Proprio di fronte alla cava, sul punto di valico, a mille metri di quota, il cippo del tratturo si mette in mostra e ci rassicura sul percorso.

Il cippo a quota mille

Proseguiamo ora in piano nell’incassato valloncello che affianca la statale, seguendo la pista del metanodotto, fino a sbucare in campo aperto. Davanti a noi si apre il grande spazio del Piano di San Nicola. Superata la strada bianca che scende dall’impianto eolico, mentre la strada statale compie una larga curva, seguiamo l’andamento lineare del tratturo al centro della conca.

Il tratturo sul piano di San Nicola

A sorpresa calchiamo esattamente il sedime dell’antica via romana Valeria che da Cerfennia (l’odierna Collarmele) raggiungeva Corfinio e le gole di Popoli. Si osserva la sua lieve sopraelevazione sul terreno circostante e si apprezza il lavoro sugli argini, mirato a difendere la strada dall’impaludamento. Gli ingegneri stradali dell’antica Roma ci sapevano fare…

I ruderi delle Case Mascioli

Un percorso parallelo (che si può seguire al ritorno) costeggia la base del colle della Forchetta e consente di osservare le depressioni della località Pantano (una di queste ospita un laghetto abbeveratoio per gli animali) e poi di curiosare tra le rovine delle Case Mascioli, testimonianza di antichi insediamenti legati a monasteri ormai scomparsi.

Gregge sul tratturo

Una strozzatura segna il confine tra il piano di San Nicola e il successivo piano di San Rufino. Poco prima, sulla destra è un caratteristico “stazzo”, il recinto di riposo notturno del gregge, affiancato da un ricovero. Superato il piccolo valico, si traversa il pianoro scegliendo se tenersi in alto (sul sentiero che affianca la statale o direttamente sull’asfalto) o seguire la pista che scende sul fondo del pianoro.

Il piano di San Rufino

Non lontano è una fattoria, che è ancora oggi esempio della tradizionale integrazione tra agricoltura di montagna e allevamento. Sul colle dietro la fattoria è ancora evidente il taglio a mezza costa dell’antica strada romana che lasciava qui la Via Valeria, costeggiava il pianoro e scendeva in direzione sud verso Pescina e la valle del Giovenco.

Il valico di Forca Caruso

L’escursione sul tratturo termina a Forca Caruso, al km 143,300 della strada statale n. 5  “Tiburtina Valeria”. Siamo alla quota di 1107 metri, sul ventoso valico che separa la conca del Fucino dalla Valle Subequana. Forca Caruso è oggi un luogo semi-sconosciuto agli stessi abruzzesi. Chi viaggia tra i due mari percorre veloce i viadotti e le gallerie delle nuove autostrade. E il vecchio negletto valico è stato accantonato ed è diventato un luogo remoto e nascosto. Ieri non era così. La consolare Tiburtina Valeria, che transitava sul valico, era il collegamento obbligato per le auto in viaggio tra l’Abruzzo e Roma. L’altroieri era un addirittura un affollato passaggio per le tribù italiche dei Marsi e dei Peligni, per le legioni romane che marciavano da Cerfennia a Corfinium, per le greggi transumanti che salutavano il lago del Fucino e scendevano in valle Subequana, per le diligenze postali e anche per i briganti. Un valico temutissimo per le sue tempeste di vento e per la neve che vi stazionava tutto l’inverno.

Il cippo del tratturo a Forca Caruso

Proprio sul valico, dov’era una casa cantoniera di cui restano solo le fondamenta, saliti pochi metri sul pendio di Monte Ventrino, troviamo un altro cippo che segnala il passaggio del R(egio) T(ratturo). Dopo esserci affacciati sul versante della valle subequana, possiamo riprendere la via del ritorno. Per i tempi di percorrenza occorre prevedere almeno due ore e mezza per l’andata e due ore per il ritorno a Collarmele

Sul piano di San Nicola

(Percorso effettuato il 31 marzo 2017)

Abruzzo. L’Eremo di San Michele e la festa della transumanza

Giorno di festa all’eremo. Va in scena la transumanza. Ci sono i pastori e gli allevatori per l’escursione con pecore e buoi. E poi gli stand gastronomici, le donne in costume che raccontano i mestieri tradizionali, il caseificio didattico, il mercatino, la musica. Arrivano a frotte gli ospiti scesi a Pescocostanzo dal treno speciale partito da Sulmona. Li accoglie un po’ di pioggia, ma poco male. Presto tornerà il sole.

Il Vallone delle Masserie

Siamo sugli Altopiani Maggiori d’Abruzzo, nel Quarto Grande, compreso tra i monti Rotella e Pizzalto. La strada del Vallone delle Masserie si stacca dalla Statale 84, nel tratto che collega Pescocostanzo e la Stazione di Palena, all’altezza del caratteristico Pizzo di Coda, estrema propaggine meridionale del monte Pizzalto. Con direzione nord-ovest la strada segue la base del Pizzalto, sfiora l’eremo di San Michele e confluisce dopo 4 km nella strada per il Bosco e l’Eremo di Sant’Antonio. Sulla destra sfila la successione delle masserie del Quarto Grande, talvolta trasformate in agriturismi, che testimoniano la storica vocazione di questa valle per il pascolo e per l’allevamento dei bovini e degli ovini, grazie anche alla ricchezza di fonti.

Pescocostanzo e il Quarto Grande

Le antiche regole del pascolo

L’intera valle è percorsa dal Fosso La Vera e da un fitto reticolo di strade, sterrate e tratturi che collegano le masserie di valle, gli stazzi in quota e i recinti dei campicelli d’altura. Il Liber Jurium conservato dal Comune di Pescocostanzo riporta le regole stabilite nel 1699 con la mediazione dell’Abate Penna di Montecassino sulle ‘poste’ pascolative. Nella posta di Roberto, quella di Pizzo di Coda, è stabilito, “secondo il solito, di far riposare le pecore, che passano per una notte solamente alla faccia della montagna verso questa terra, e la mattina dette pecore farle passare pedicagna pedicagna, cioè vera vera, da dove vi sia la strada pubblica, conforme ci è stata anticamente per comodità di chi passa tanto da cittadini, quanto de forestieri con animali grossi, e minuti, e che non si possa impedire li bovi, che arano li territori, che ivi vi sono secondo il solito; verum che senza altri animali vi possano andare a pascolare, fuorché quelli, che vorrà il compratore; e che non possa impedire il legnare ed estraere legna con animali di chi vorrà. E salva la giurisdizione in beneficio dell’Università delli danni dati; e che li poveri possano secondo il solito andare per herbe camparole dove a loro parerà. E che non si possa dare impedimento alcuno quando bisognerà a qualsivoglia cittadino cavare, e pigliare sassi di pietra per lavorare, e cavare pietre per fare calcare, e fossi per fare e tenere detta calce; come anche non si possono impedire li porci che vi anderanno a pascolare per le maesi, come al solito”.

I siti pastorali degli Altipiani Maggiori

I mestieri tradizionali

La lavorazione della lana

Sulla piazza le donne in costume mostrano gli oggetti che raccontano la vita delle famiglie dei pastori, la caseificazione, l’allestimento delle case, il lavoro dei campi, la tessitura e la tintura della lana e il costume popolare. Il paiolo sul fuoco richiama l’attenzione sulla dimostrazione didattica della lavorazione dei formaggi. Il ciclo della lana è raccontato dalla tosatura delle pecore per proseguire con la lavatura, la cardatura, la filatura, la tessitura e la tintura.

I costumi tradizionali e gli antichi mestieri

L’eremo rupestre dedicato all’angelo dei bifolchi

L’eremo rupestre di San Michele Arcangelo

L’eremo del vallone utilizza una grotta naturale scavata in una prominenza rocciosa alla base del Pizzalto. All’esterno della grotta è stato costruito il fronte della chiesa e, ad angolo, un’abitazione a due piani. La chiesa rupestre è dedicata all’arcangelo Michele, protettore dei pastori e funziona anche come santuario di grande richiamo in occasione delle due feste di maggio e di settembre che segnavano l’inizio e la fine della stagione estiva di pascolo e della transumanza sul tratturo Celano-Foggia.

La balaustra e il presbiterio

Fu la “società dei bifolchi” di Pescocostanzo che nel 1598 volle realizzare la chiesa rupestre, a imitazione del santuario di Monte Sant’Angelo sul Gargano; a proprie spese i bifolchi ristrutturarono la grotta, la dotarono di un altare di marmo e di una balaustra scolpita nella pietra, costruirono una casetta per l’eremita custode. Per lasciare un ricordo di quell’opera, i locali “bifolchi” (in latino bubulci o bibulci) fecero scolpire sull’architrave della porta della chiesa l’iscrizione seguente, dettata dal rettore della Collegiata di Pescocostanzo: “Sumptibus has propriis portas postesque, bibulci erectas dicant, Angele Dive, tibi. A.D. MDXCVIII”. I recenti restauri (promossi e diretti dall’Associazione Pensionati Pescolani) hanno ripulito i locali facendo risaltare il candore della pietra e la finezza del lavoro artistico della balaustra che chiude l’area presbiteriale. Interessanti sono anche le scritte incise sulla facciata e dedicate all’arcangelo e quelle della cappella funeraria di Giosafatte Ricciardelli.

Le scritte sull’architrave

Per approfondire

La guida Casa agli Altipiani Maggiori

Si segnalano i volumetti delle Edizioni Carsa dedicati agli “Eremi d’Abruzzo – Guida ai luoghi di culto rupestri” di Edoardo Micati e “Guida agli Altipiani Maggiori d’Abruzzo” a cura di Stefano Ardito. Molto interessanti anche gli ebook curati da Edoardo Micati e Domenico Spagnuolo sui “Siti pastorali” degli Altipiani Maggiori.

La locandina della manifestazione

Visita la sezione del sito dedicata alle Passeggiate sui tratturi, alla scoperta delle storiche vie della transumanza

Schiavi d’Abruzzo. Passeggiate nella storia

Dall’alto del suo colle, a 1172 metri di quota, Schiavi d’Abruzzo fa da cerniera tra l’Abruzzo e il Molise. Ce ne accorgiamo in paese, percorrendo la Rotonda dedicata a Salvo D’Acquisto che è il miglior punto di osservazione su un panorama sterminato. Il mare Adriatico si staglia invitante allo sbocco della valle del Trigno. A sud l’ondulata linea dei colli molisani è solcata da un fascio di storici tratturi e vie armentizie. A nord i monti di Capracotta e i Frentani anticipano le grandi montagne dell’Abruzzo. Questo panorama solenne fu apprezzato dalle popolazioni italiche che insediarono qui i santuari dei Sanniti Pentri. Poi ci furono le migrazioni dei popoli dall’altra sponda dell’Adriatico, quei croati e albanesi in fuga dai turchi invasori, chiamati Schiavoni, origine del nome del paese. Per secoli ci fu il movimento pendolare degli armenti transumanti lungo il regio tratturo Celano-Foggia e il fascio di tratturelli suoi tributari.

Il monumento all’Alpino

Più traumatico il passaggio della seconda guerra mondiale con la lenta transizione tra le truppe canadesi e quelle tedesche, e di cui resta testimonianza la trincea-osservatorio della Rotonda. E poi il dopoguerra, con lo stillicidio migratorio dei paesani verso Roma, dove formeranno il nerbo dei garagisti e dei tassisti, o verso le grandi destinazioni all’estero. Per apprezzare e amare Schiavi, dopo la passeggiata in paese, è consigliabile percorrerne le strade e i sentieri nei dintorni. Eccovi allora qualche idea.

I tempietti italici

La base del tempio maggiore

La fama di Schiavi è soprattutto legata all’area archeologica dei templi italici. La visita di questi tempietti è appagante sia perché se ne può così ammirare la caratteristica architettura sia perché se ne può apprezzare la loro particolare posizione panoramica, a dominio del tratturo e della valle del Trigno, di fronte al grande santuario federale di Pietrabbondante. I tempietti si trovano lungo la strada provinciale che da Schiavi scende alla fondovalle Trigno, a quattro km dal paese, su una terrazza accessibile da due ingressi.

Il secondo tempio

Il Tempio Maggiore (del secondo secolo avanti Cristo) e il Tempio Minore (degli inizi del primo secolo), sorgono affiancati e paralleli su un terrazzamento, contenuto da un lungo muro in opera poligonale e quadrata. Recenti esplorazioni hanno riportato alla luce un altare monumentale, di fronte al Tempio Minore, una necropoli utilizzata fino alla piena età romana, e un altro edificio sacro, abbandonato poco dopo la Guerra Sociale (91-89 a.C). Oggi è visibile anche la torre medievale a due livelli, eretta dietro al muro in opera poligonale del santuario: a questa struttura si deve il toponimo della zona, Colle della Torre. La visita ai templi può essere completata dalla visita al Museo archeologico allestito in paese.

Sui tratturi dei pastori

Il percorso del tratturo Castel del Giudice – Spondrasino

Il colle di Schiavi si pone a cavallo tra due antichi tratturi che collegavano la valle del Sangro alle valli del Trigno e del Biferno. A sud era il tratturello Castel del Giudice – Spondrasino che attraversava Capracotta, Agnone e Poggio Sannita, scendeva lungo il fiume Verrino fino ad attraversare il Trigno in località Terra Vecchia di Bagnoli. Il percorso del tratturo, ancora praticabile, è ben visibile per un lungo tratto affacciandosi al Belvedere della Rotonda di Schiavi. A nord il tratturo Ateleta – Biferno aveva uno sviluppo orizzontale e traversava l’agro di Castiglione e Torrebruna prima di scendere sul Trigno all’altezza di Montemitro. Una passeggiata non lunga può scavalcare il Monte Castel Fraiano (segnato dalla presenza delle gigantesche pale di una centrale eolica) e collegare la Madonna del Monte al lago della Croce. Intorno al lago il tratturo è ancora ben marcato e riconoscibile. E il santuario della Madonna del Monte alla Lupara è legato al mondo della transumanza e al culto della Madonna dei tratturi.

La passeggiata panoramica sul monte Pizzuto

Il monte Pizzuto visto da Schiavi

Il Colle Pizzuto, con la sua panoramica cima a 1290 metri di quota, è la meta di una bella passeggiata panoramica. Si può iniziare direttamente da Schiavi ma è più semplice lasciare l’auto al bivio sulla strada per Torrebruna, dove sono alcune case e spazio per il parcheggio. Una stretta strada prima asfaltata e poi lastricata sale a svolte nel bosco e raggiunge la cima dov’è una grande croce. Ampio panorama, in particolare sui vicini monti Frentani.

Il passaggio di Uys Krige

I monti di Capracotta e i paesi di Agnone e Belmonte visti da Schiavi

Uys Krige è un ufficiale sudafricano che fuggì dal campo di prigionia di Fonte d’Amore a Sulmona dopo l’8 settembre del 1943. Appassionato di poesia e scrittura, conosceva un po’ d’italiano e racconterà la sua rocambolesca fuga e il percorso a piedi verso la libertà in un libro famoso, “The way out”, tradotto in italiano come “Libertà sulla Maiella”. Alcune sue pagine sono dedicate al passaggio nella zona di Schiavi. Lungo il tratturo Krige attraversa le zone di Capracotta e Agnone giunge a Belmonte, dove è ospitato da un contadino. “Andate presto a dormire”, disse il vecchio, “domattina presto vi chiamerò e partirete. Sulla sinistra troverete un paese, Schiavi, in cima ad una collina. Dovete evitarlo, scendendo nel burrone sotto di esso. Poi uscirete dal burrone, attraverserete il villaggio di Taverna, che riconoscerete dalla chiesa rotonda e raggiungerete le case di Cupello. Qui vi dovete fermare, perché sarete vicini al Trigno. La gente di Cupello vi dirà dove sono le mitragliatrici”. I fuggitivi si dirigono verso Schiavi, attraversano il Sente, e raggiungono la contrada di Cupello. Qui conoscono Pasquale Tucci, una guida che accetta di accompagnare loro e un altro folto gruppo di italiani al di là delle linee. La marcia di Uys e dei suoi compagni termina ai primi di novembre. Traversato il Trigno ai piedi della collina di Cupello, il gruppo risale il pendio che porta a Salcito. Il giorno precedente i tedeschi hanno abbandonato le loro postazioni sul fiume e la prima pattuglia canadese è già in paese.

Il colle di Schiavi d’Abruzzo

(Ho visitato Schiavi d’Abruzzo il 28 luglio 2017)

Abruzzo. La cascata e le antiche pietre di Borrello

Siamo nella media valle del fiume Sangro. Si traversa più volte il confine tra l’Abruzzo e il Molise, saltellando tra un paese e l’altro e varcando i limiti amministrativi delle province di Aquila, Chieti e Isernia. Il confine creato cinquant’anni fa non divide, ma semmai unisce territori omogenei e storicamente legati. Dal fondovalle risaliamo le curve che ci portano agli ottocento metri di quota del pianoro di Borrello. Come tanti altri paesi nei dintorni, Borrello è aggrappato a uno spuntone roccioso, che da queste parti chiamano ‘pesco’.

Panorama di Borrello

La principale attrattiva di Borrello sono le Cascate del Verde, protette da una Riserva naturale regionale gestita dal WWF. Sono le Cascate naturali più alte d’Italia, frutto del triplice salto delle acque del fiume Verde, un affluente di destra del Sangro. Si possono ammirare nella loro forma e nella loro bellezza durante tutto l’arco dell’anno, ma la portata massima delle acque è tipica dei mesi primaverili. Da Borrello si segue la strada per Rosello e dopo circa un km si devia a sinistra per raggiungere l’ingresso, con l’infopoint, la biglietteria e i servizi dell’Oasi. Percorsi i primi cento metri, ci si trova a un bivio.

La cascata del Verde

Se si segue il ramo di sinistra ci si trova su un percorso protetto che raggiunge tre distinti punti di osservazione sulle cascate. Il punto migliore di osservazione è il terzo, il più basso, che si raggiunge scendendo una rampa di oltre duecento gradini all’ombra di un bosco di aceri, lecci, roverelle e abeti bianchi. Il posto è di grande suggestione. La risalita è ovviamente più prosaica e faticosa. Tornati al bivio, si segue il ramo di destra e in meno di un km si giunge all’Osservatorio, una terrazza panoramica dalla quale si domina la valle del Sangro e la corona di monti Frentani con i paesi vicini.

La media valle del Sangro

Altro motivo d’interesse di Borrello sono le casitte, le capanne in pietra a secco che si rintracciano nel bosco del Montalto e nelle radure dei dintorni. Questa forma di architettura spontanea, combinata con i muretti a secco e i terrazzamenti alle pendici del Montalto, potrebbe avere anche una storia importante come attesta una ricerca archeologica in corso. La ricerca ipotizza che le strutture presenti sul Montalto siano riferibili a un complesso posto a difesa e a controllo della via che provenendo da Trebula (l’attuale Quadri) risaliva la valle del Sangro e si dirigeva verso sud dividendosi nei due rami alla base del Montalto; l’insediamento antico godeva di una posizione strategica di rilievo, con una comunità stanziale ricordata da una necropoli monumentale.

Muraglione di pietra nel bosco del Montalto

Il primo nucleo di casitte si trova alle pendici del Montalto a 620 m di quota. Si suggerisce di chiedere in paese l’aiuto di persone esperte dei luoghi, non tanto per il rischio di perdersi, quanto per evitare la frustrazione di ricerche infruttuose nel fitto bosco. Nel mio caso ho trovato persone molto disponibili e prodighe d’informazioni. Utilissima è anche la “passeggiata al Bosco di Montalto” raccontata sul web da Angelo Ferrari. Usciti da Borrello sulla via di Rosello, dopo le ultime case, si devia a destra all’altezza di un fontanile; superato il campo sportivo, presso il cartello della cooperativa Leoreadi, la strada devia a destra passando davanti alla Casa del pastore.

La Capanna del Pastore

Più avanti, superato un cancello, occorre fare attenzione a una stradina che entra a sinistra nel bosco, tra due muretti di pietra (1,1 km dal fontanile). Si sale a piedi sul largo e ombroso stradello, tra muraglioni e macere di pietre, fino a una sbarra verde che chiude un fondo sulla sinistra.

Casitta nel bosco

Lasciato lo stradello si sale a destra nel bosco seguendo i recinti di pietra che terrazzano gli antichi fondi. Un muraglione più alto che segue la cresta del monte può farci da riferimento. Scopriamo qui un nucleo di capanne di pietra, isolate o addossate ai muretti, ancora integre, pur se interrate o parzialmente franate. Tornati alla stradina e percorso un breve tratto si osserva più in basso sul pendio a sinistra una casitta isolata, di dimensioni più ampie e ancora integra pur se pericolante.

La Capanna Simonetta, oggi Nelli

All’interno, su una roccia del pavimento, è inciso l’anno di probabile costruzione (1908) e l’iniziale del proprietario del tempo (Simonetti). Il manufatto e il fondo sono oggi di proprietà della famiglia Nelli. Gli anziani raccontano che in questi ripari, durante la seconda guerra mondiale, trovarono rifugio gli abitanti del paese per sfuggire ai bombardamenti, alle requisizioni e ai pattugliamenti armati lungo la linea Gustav.

La sigla del proprietario e l’anno di costruzione

Un altro esemplare molto interessante di capanna di pietra è il Casino di Pampino. Occorre proseguire in macchina (o a piedi) sulla strada asfaltata che aggira il Montalto, incrocia sulla sinistra un’altra strada che riporta a Borrello e raggiunge un’ampia rotonda dove si parcheggia.

L’interno del Casino Pampino

Pochi metri sulla strada che si dirige a est lungo la linea del confine regionale, tra il bosco di Vallazzuna e il piano Ciavarrello, portano a individuare sulla destra la capanna di pietra, la cui copertura a tholos è caduta. Le dimensioni della capanna sono notevoli, tali da ospitare un nucleo familiare, come effettivamente accadde durante la guerra. Si osservano le aperture esterne e i piccoli vani interni ricavati tra le pietre e destinati a riporvi gli oggetti di uso domestico.

La capanna della radura

Altre capanne di pietra sono distribuite nei dintorni. Pur se crollata, è interessante visitare la capanna che sorge al margine di un’ampia radura un tempo coltivata. Sulla via di Quadri, cinquecento metri dopo il cimitero, una ripida stradina scende verso la radura, guada il fosso e risale brevemente; la casitta è nascosta tra i primi alberi del bosco e attesta la sua antica funzione di servizio al pascolo e all’agricoltura di montagna.

Edificio rurale ristrutturato

(L’escursione è stata effettuata il 9 giugno 2017)