Linea Gustav. Il Museo di Castel di Sangro

La guerra investe Castel di Sangro nell’ottobre del 1943. Si comincia con un treno carico di profughi e il trenino della Sangritana che sono mitragliati dagli aerei alleati. Si passa poi ai rastrellamenti tedeschi di uomini destinati ai lavori di scavo delle trincee. Sulla corona dei monti che circondano Castel di Sangro si apprestano le difese della Linea Gustav che i tedeschi costruiscono per bloccare la risalita dell’Italia da parte degli alleati. Il 31 ottobre i castellani sono totalmente evacuati. Una settimana dopo le mine tedesche abbattono quasi totalmente le abitazioni e creano quella fascia di “terra bruciata” che precede la linea del fronte. A fine novembre gli assalti dei canadesi liberano il castello dalla guarnigione tedesca che vi era insediata. Seguono i mesi invernali, con il fronte fermo, il freddo e la neve, le requisizioni, scaramucce e scontri di pattuglie, manovre diversive, bombardamenti aerei, scambi di colpi di artiglierie. La guerra si allontanerà solo nel maggio del 1944. Gli abitanti potranno così rientrare tra le case distrutte e i campi minati. E potrà iniziare la ricostruzione.

Il Museo di Castel di Sangro

Oggi un piccolo museo ricorda quegli avvenimenti. Il “War Museum”, inaugurato nel 2017, è una sezione del Museo Civico Aufidenate, che occupa i chiostri e le celle dell’ex Convento della Maddalena, appena fuori Castel di Sangro, accanto alla confluenza della Zittola nel fiume Sangro.

Mappe militari

L’esposizione è frutto delle ricerche degli storici locali, delle collezioni di famiglia e delle donazioni degli appassionati. I cimeli esposti sono stati raccolti in città e nei dintorni. Si osservano alcune divise militari, berretti ed elmetti, baionette, una mina antiuomo, borracce, un thermos porta rancio, una maschera antigas di fabbricazione tedesca, granate da mortaio, proietti di artiglieria, una mitragliatrice tedesca mg42. Sulle pareti sono le cartine delle postazioni militari e delle operazioni di guerra. Un pannello ricorda lo Spitfire abbattuto sul Quarto del Barone. Altre foto ricordano personaggi locali e i volti di quei soldati che stazionarono per mesi sul Sangro.

Cimeli bellici

Il Museo è un viaggio nel tempo, un racconto degli eventi bellici, pieno di curiosità e di oggetti evocativi. Ma è anche uno stimolo ad approfondirne i temi sulle pagine dei numerosi volumi di storia locale, dalle prime cronache dell’arciprete Francesco Catullo, alle rassegne di Terzio Di Carlo, Cosimo Savastano e Ugo Del Castello, alle ricerche di Giovanni Artese e Costantino Felice, fino alla più recente antologia di Alessandro Teti.

Castel di Sangro 1943-45

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I sentieri dei Peligni. Da Ocriticum a Colle Mitra

Una passeggiata archeologica nel cuore dell’Abruzzo. Siamo sulle ultime propaggini del monte Rotella che si allungano verso Sulmona e la conca peligna. Si parte dagli scavi di Ocriticum, l’antica mansio romana dedicata a Giove Lareno. Si sale al recinto fortificato italico di Colle Mitra. L’interesse archeologico si somma al piacere di contemplare un panorama amplissimo su tutti i monti d’Abruzzo. Si aggiunga che l’escursione è breve, facile e non eccessivamente faticosa. Colle Mitra supera di poco i mille metri e il dislivello da superare si limita a circa 220 metri. Punto di riferimento è il paese di Cansano, sede di un punto d’informazione del Parco nazionale della Majella e del Centro di documentazione del Parco archeologico naturalistico di “Ocriticum”.

L’arrivo a Ocriticum

Usciti da Cansano sulla strada per Sulmona, s’imbocca una stradina asfaltata che si dirama a sinistra della curva a gomito sottostante le ultime case, segnalata da un pannello di orientamento del parco di Ocriticum. La stradina prosegue asfaltata per due km fino alla fonte di Grascito e al vicino casolare. Pochi metri prima della sua conclusione, seguendo la segnaletica del parco, si va a sinistra su una strada bianca che dopo cinquecento metri raggiunge l’ingresso della zona archeologica a 840 metri di quota. Qui si parcheggia.

 

Ocriticum

Il santuario

Ocriticum presidiava una strada che collegava la conca Peligna all’alta valle del Sangro. Si ipotizza che possa corrispondere alla Mansio Iovis Larene, un importante punto di sosta citato nella carta geografica della Tabula Peutingeriana. Gli scavi hanno rivelato un sito che sembra iniziare dall’età arcaica, e che si è successivamente sviluppato a partire dal sesto secolo avanti Cristo fino al Medioevo. La disponibilità d’acqua era garantita dalle vicine fonti di Grascito e Sulmontina, mentre la via Nova garantiva l’approvvigionamento, i trasporti di materiale e le comunicazioni.

Il secondo tempio

Un terremoto nel secondo secolo dopo Cristo distrusse buona parte degli edifici e segnò la decadenza e il progressivo abbandono dell’area. Il percorso pedonale guidato raggiunge i basamenti dei diversi edifici sacri risalenti all’età repubblicana e imperiale, posti su terrazze di diverso livello.

Un pannello descrittivo

Il tempio più antico si trova sul terrazzo superiore e si affianca a un secondo tempio di età posteriore, entrambi ricompresi in un temenos, recinto della zona dedicata alle divinità.

 

La salita a Colle Mitra

La foresteria del Parco

Lasciata l’auto nel parcheggio dell’area archeologica si prosegue sulla strada bianca che si dirige verso i colli (sud). Si incrociano gli impianti del metanodotto Snam e la breve deviazione che conduce ai binari della ferrovia Sulmona-Roccaraso: il casello ferroviario è stato riutilizzato come foresteria a servizio dell’area archeologica. Scavalcata la ferrovia su un tratto in galleria si raggiunge la fontana Sulmontina e ci s’innesta subito dopo sul Sentiero della Libertà.

La fonte Sulmontina

La strada compie un’ampia curva e ora con direzione nord-ovest affronta la salita in diagonale a mezza costa che risale il colle. Raggiunto il valico, si lascia sulla sinistra il Sentiero della Libertà (che aggira il dosso e scende nella conca di Pacile) e si segue in direzione nord il sentiero di cresta che si dirige verso la visibile croce di ferro sulla sommità del Colle Mitra (1067 metri di quota, 1,15 ore da Ocriticum).

La croce di Colle Mitra

Dalla vetta si ammira un grandioso panorama circolare. Di fronte si stende la conca Peligna, con la città di Sulmona e la catena del Gran Sasso sullo sfondo. A destra (est) si osserva tutta la cresta del Morrone fino al guado di San Leonardo e di qui la cresta della Maiella, con il monte Amaro, il Guado di Coccia e il Porrara. Alle spalle (sud) è la lunga cresta del monte Rotella. A sinistra (ovest) s’impone il complesso del monte Genzana. L’area di Colle Mitra è compresa nel Parco nazionale della Majella ed è un crocevia di sentieri tabellati che si diramano sui diversi versanti, intorno agli assi del Sentiero della Libertà (segnato con la lettera L) e della cresta del monte Rotella (sentiero T). La zona è ancora frequentata da greggi al pascolo.

La segnaletica del Sentiero della Libertà

Conviene dare un’occhiata ai dintorni del Colle. Il ritorno sulla via dell’andata richiede comunque circa un’ora.

 

La cinta fortificata di Colle Mitra

Sulmona e la conca peligna

Dalle rocce sotto la croce si diramano verso sud, a forma di V, due muraglioni costruiti con massi e grosse pietre sbozzate. Il recinto delle mura proteggeva tutta l’area sommitale, dove sorgeva inizialmente un oppidume più tardi l’insediamento abitato più stabile localizzato nella conca di Pacile. Il centro fortificato era un ottimo punto di osservazione e controllo sui percorsi che da Sulmona risalivano alla regione degli altopiani: il tratturo di Pettorano e la strada di Ocriticum. In età preromana queste aree intorno a colle Mitra erano frequentate da comunità pastorali che avevano dato vita a un insediamento stabile perdurato fino all’età romana. Recinti fortificati simili facevano corona alla conca peligna, come si può osservare sul Colle delle Fate e sul monte Urano.

La cinta muraria di colle Mitra

(Il percorso è stato verificato il 24 ottobre 2018)

Il Tratturo peligno, da Raiano a Sulmona

Siamo a Raiano, cittadina abruzzese attraversata dal Regio Tratturo Celano-Foggia. La storica via della transumanza vi giungeva dopo aver costeggiato le rive dell’antico Lago Fucino, aver valicato la Forca Caruso ed essere discesa nella Valle Subequana. Ci troviamo sul margine settentrionale della conca peligna, allo sbocco della gola di San Venanzio, protetta da una riserva naturale regionale. L’obiettivo della nostra passeggiata è la città di Sulmona, distante una decina di chilometri e 3-4 ore di cammino in piano. Le due città sono collegate direttamente dalla linea ferroviaria Sulmona-L’Aquila: il breve percorso in treno agevola il rientro al termine dell’escursione. E la stazione intermedia di Pratola Peligna Superiore offre una buona soluzione a chi desidera una passeggiata più breve.

L’ingresso a Raiano

La valle peligna non è certo un’area marginale e solitaria. Un’agricoltura ancora viva e favorita dalla ricchezza d’acqua, i numerosi insediamenti industriali, il fascio delle vie di comunicazione (le strade statali, le linee ferroviarie, l’autostrada) fanno di questa valle una realtà vivace e dinamica. Non potremo così pretendere che l’antico tratturo costituisca ancora un romantico “erbal fiume silente”. Cammineremo prevalentemente sull’asfalto, che ha ormai coperto il tratturo e su qualche tratto sterrato, costantemente avvolti dal paesaggio dei monti abruzzesi.

Il tratturo di Raiano

Usciamo da Raiano lungo la Via del Tratturo. Si chiama proprio così questo bel viale alberato che mantiene la memoria dell’antico tracciato, con la sua larghezza canonica, le case schierate ai margini e il fontanile. Camminiamo sulla pista ciclo-pedonale che raggiunge il cimitero. Appena fuori dal paese si apprezza nella sua ampiezza tutta la corona dei monti che ci circonda: a sinistra la lunga cresta del Morrone che sfuma nel tratto finale della cresta della Maiella, del Guado di Coccia e del Porrara; di fronte si allungano le creste del Pizzalto, della Rotella e della Genzana; a destra il monte Prezza e le Serre, segnate dalla presenza delle pale eoliche; alle spalle è la gola di San Venanzio stretta tra il monte Urano e il Mentino.

I campi sullo sfondo del Morrone

Il percorso è del tutto evidente. Alla rotonda che s’incontra dopo il primo km si va a destra seguendo la provinciale 10, diretti verso il monte San Cosimo che si alza al centro della conca peligna. Superiamo una prima area artigianale, seguita da un tratto aperto. La residenza di campagna e la vicina masseria che incontriamo al bivio per Pratola, sulla sinistra, sono le eredi dell’antica Taverna della Chitarra, luogo di sosta lungo il tratturo. Dopo una seconda area artigianale si raggiunge l’aereo viadotto dell’autostrada. Questo tratto lineare di circa tre km che va dal cimitero di Raiano (dove termina la ciclabile) fino al viadotto autostradale, segue tuttavia una strada piuttosto trafficata e priva di protezione per i pedoni. Lo si può evitare, riducendo lo stress e il rischio, seguendo un percorso alternativo appena più lungo ma sicuramente più tranquillo. Questo tracciato compare opportunamente sulla cartina ufficiale del tratturo.

La mappa del percorso (tratturiecammini.galgransassovelino.it)

Il percorso alternativo prevede di svoltare a destra sulla stradina che s’incontra prima di giungere alla rotonda, all’altezza del lago della Quaglia. Si prosegue sulla stradina per 1,5 km, trascurando ogni traversa, fino ad arrivare a un incrocio a T. Qui si va a sinistra. Dopo 800 metri, superato il cippo stradale del km 14, si gira a sinistra lungo una stradina asfaltata. Si passa in mezzo a una grande varietà di colture e di allevamenti, su cui si alzano alberi imponenti di castagno, noce e quercia. Continuando sempre dritti per 2,5 km, senza mai cambiare direzione e senza mai considerare le diverse strade che s’incrociano, si arriva al sottopasso della ferrovia Sulmona-L’Aquila e al successivo viadotto dell’autostrada. Si raggiunge così la strada provinciale che scende da Prezza. Se proveniamo dal percorso alternativo dovremo seguirla a sinistra per circa 300 metri, dove ritroveremo la provinciale 10 e il tratturo. La stazione di Pratola Peligna Superiore è poco lontana. Uno stradello sulla destra porta al muro di cinta e ai due ingressi di una “area militare” che occupa le falde del Monte San Cosimo.

L’area militare di Monte San Cosimo che ingloba il tratturo

Il sito, conosciuto localmente come la “polveriera”, è oggi un deposito di munizioni utilizzate per l’addestramento dei soldati dell’Esercito. Fu costruito durante la guerra per ospitarvi la fabbrica di esplosivo della Montecatini Nobel e fu ripetutamente bombardato dall’aviazione alleata. La base militare ha qui incorporato integralmente il tratturo. Guardando l’interno dal cancello di servizio, dove è ancora visibile un tratto dei binari che collegavano il deposito alla vicina stazione ferroviaria di Pratola, è possibile osservare la lunga fascia tratturale verde e apprezzare la larghezza originaria del tratturo (i sessanta passi napoletani, pari a circa 111 metri). Girato l’angolo, si segue per due km la strada sterrata compresa tra il muro di cinta della base e i campi coltivati di fronte. Giunti al termine, dov’è l’ingresso principale della base, si scende sulla strada provinciale e si va a destra fino al primo bivio sulla sinistra.

La segnaletica del tratturo

Di qui si scende a un laghetto e si traversa il fiume Sagittario. Si risale al di là, ritrovando la strada e il tratturo. Di nuovo denominata Via del Tratturo, la strada procede verso Sulmona, distante ormai 2,5 km. Facendo attenzione alle auto, si procede osservando le case rurali dei dintorni costruite fedelmente al margine del nastro tratturale.

Sulmona: la Porta Romana

Dopo il Poligono di tiro e lo stretto sottopasso della ferrovia, la strada risale verso Sulmona e raggiunge l’ingresso della Porta Romana sulla circonvallazione occidentale. Qui era un’area di sosta per i pastori e le greggi, evocata dall’attuale parcheggio per le auto.

Il portale di Santa Maria delle Grazie

La chiesetta rurale di Santa Maria, un tempo frequentata dai pastori, è assai malconcia: il tetto sfondato, le profonde crepe, la vegetazione infestante e le malinconiche stampelle di legno che la sorreggono lasciano almeno visibile la colorata lunetta del portale con l’immagine della Madonna col bambino tra due Santi.

Il fontanile delle quattro teste

Di fronte alla chiesa si trova il fontanile dove le greggi potevano sostare e dissetarsi. I caratteristici mascheroni di pietra da cui sgorgano i getti d’acqua che riforniscono le vasche di abbeverata le hanno dato il nome popolare di Fonte delle Quattro Teste. Dalla Porta Romana si sale ripidamente al centro della città e al suo cuore monumentale.

Scena pastorale (Sulmona, Museo civico)

 (Ho percorso il tratturo il 29 settembre 2018)

Il Tratturo della Zittola

La passeggiata sul segmento iniziale del tratturo Castel di Sangro-Lucera inizia dal Ponte sulla Zittola, appena fuori da Castel di Sangro. La Zittola è un fiume dal corso breve: ha la sorgente sui Colli Campanari presso Montenero Valcocchiara, traversa la torbiera del Pantano e confluisce nel Sangro presso il Convento della Maddalena.

La confluenza della Zittola nel Sangro

Il ponte sulla Zittola (quota 820 m) è un incrocio importante di strade statali, fiancheggiato dal passaggio a livello sui binari della storica linea ferroviaria Sulmona-Napoli. Un tempo questo ponte era il passaggio obbligato anche del tratturo che collegava gli stazzi dei monti di Pescasseroli ai pascoli invernali di Candela e della Capitanata meridionale. I prati nei dintorni e la vicina Taverna erano così un luogo obbligato d’incontro, di concentrazione e di passaggio.

La lapide della Zittola

Una lapide inserita nel muretto laterale della Taverna ricorda i lavori promossi da Maffei nel 1744: l’allora Procuratore della Confraternita del Santissimo Sacramento di Castel di Sangro, provvide infatti alla manutenzione e al restauro del ponte che da tempo esisteva sulla Zittola “per la comodità dei viaggiatori” (tum et viator comodi hunc pontem curavit). Effettivamente, in quello stesso anno, l’attivismo della benemerita confraternita in campo architettonico aveva convinto Carlo III di Borbone a concedere a Castel di Sangro il titolo di “città”.

L’Istituto professionale per l’agricoltura

Dopo il ponte, all’altezza del km 151,300 della strada statale 17, una sterrata sulla sinistra raggiunge l’Istituto professionale per l’agricoltura e l’ambiente. La sterrata a margine del tratturo aggira gli edifici scolastici, traversa una zona di prati e di masserie e raggiunge in meno di un km la Taverna della Zittola.

La taverna della Zittola

L’antica Taverna era nota anche come la Taverna del Vescovo, ma sulle carte moderne ha il nome di Casone di Vallesalice. L’edificio a due piani è piuttosto malandato. L’interno mostra i segni della successiva trasformazione in stalla, con le mangiatoie, le vasche di abbeverata e il camino per la cottura del latte. All’esterno sono evidenti le addizioni moderne di locali di servizio ormai in rovina. Mantiene tuttavia un suo aspetto di decorosa dignità, al centro di un’ampia zona di sosta.

La Taverna della Zittola

Alla Taverna il tratturo si biforca. Il Pescasseroli-Candela prosegue a destra (sud) lungo il percorso che coincide oggi con la strada statale 17. Un secondo tratturo, il Castel di Sangro-Lucera, ha inizio qui e si dirige a sinistra (est) verso i colli di Montalto. La biforcazione a Y e le tracce regolari dei due tratturi sono ancora perfettamente distinguibili sul terreno grazie alle immagini zenitali di Google Maps.

L’incrocio dei tratturi alla Taverna della Zittola

Seguiamo ora la larga mulattiera del tratturo, individuato da qualche bandierina bianco-rossa, che alle spalle della Taverna risale il colle. Il terreno, fangoso in qualche punto, ha le tracce evidenti del passaggio delle mandrie di bovini al pascolo. Incrociamo in alto il nastro della moderna superstrada. La superiamo con una breve deviazione sulla destra, transitando sotto il viadotto di Valle Salice e riprendendo subito a sinistra il percorso in salita.

La valle del Sangro e i monti di Roccaraso

Alle spalle ammiriamo lo spettacolo della valle del Sangro con i suoi paesini, la catena delle Mainarde, il Greco e i monti di Roccaraso, gli spuntoni rocciosi dei monti Pizzi. Il tratturo traversa i boschetti alla base della Montagnola, tocca il fontanile del Sambuco e raggiunge una strada asfaltata alla Bocca di Forlì (del Sannio), il valico spartiacque tra il bacino fluviale del Sangro, tributario del mare Adriatico, e il bacino del Volturno, tributario del Tirreno.

La fonte del Sambuco

Si segue la strada a sinistra fino alla vicina discarica di Alto Sangro Ambiente. Aggirando l’impianto s’imbocca una sterrata che traversa il bosco in direzione sud-est e ritrova più avanti la strada vicinale precedente. Lasciato l’Abruzzo, entriamo in Molise e raggiungiamo sull’asfalto le case di Montalto, frazione di Rionero Sannitico in provincia di Isernia.

L’arrivo a Montalto

Il borgo a 950 m di quota è un esempio limpido di centro urbano cresciuto lungo il tratturo, del quale riproduce la struttura allungata, con le case costruite sui due margini.

Dal ponte sulla Zittola avremo percorso sin qui circa sette km, impiegando due ore e mezza, su un dislivello di 150 metri. Il tratturo prosegue oltre su strade sterrate in direzione del torrente Vandra, Roccasicura e Pescolanciano.

Il fontanile di Montalto

(Ho percorso il tratturo il 10 giugno 2018)

Visita la sezione del sito camminarenellastoria.it dedicata ai tratturi

Abruzzo. Paradiso e Inferno alla Madonna dei Bisognosi

Saliamo sui monti Carseolani alla ricerca di un affresco della fine del Quattrocento conservato nella chiesa della Madonna dei Bisognosi (Mater indigentium), un santuario collocato in posizione mirabile su uno spalto del monte Vallevona, tra i comuni di Pereto e Rocca di Botte, a dominio della verde Piana del Cavaliere, sul confine tra Lazio e Abruzzo. Il pittore ha dipinto la sua visione del Paradiso e dell’Inferno, inserita nell’immagine più ampia del Giudizio universale.

Il giudizio universale

Gesù, nella mandorla di luce, mostra le piaghe ancora sanguinanti della sua crocifissione. Un giglio e una spada spuntano dalla sua bocca a simboleggiare la sentenza che premia gli eletti e condanna i reprobi.

Il giudice

Al giudizio presenziano l’arcangelo Michele (con la spada sguainata e la bilancia a doppio piatto per pesare le anime), due angeli che mostrano gli strumenti della passione (la croce e la colonna della flagellazione), Maria e Giovanni, i due intercessori in preghiera.

Il paradiso dei beati

Ai lati di Gesù si dispiega il Paradiso dei beati. Vi sono i dottori della chiesa (papa Gregorio col triregno, Girolamo con la berretta da cardinale, i due vescovi Ambrogio e Agostino), i quattro evangelisti e gli apostoli (preceduti da Pietro con le chiavi del regno e da Paolo con la spada del martirio). Enoc ed Elia, i due profeti giunti vivi in paradiso, indicano il giudice. Nel settore di sinistra compaiono i gruppi dei patriarchi biblici, dei profeti, delle donne sante (l’ordine delle vedove e quello delle vergini con la corona sul capo). Nel settore di destra siedono i due gruppi degli uomini e delle donne martiri, i religiosi (i monaci, i frati e i santi fondatori di ordini) e i sacerdoti (le gerarchie ecclesiastiche dei papi, cardinali, vescovi e abati).

Il paradiso e l’inferno

Più in basso, al centro, è visibile la scena della risurrezione dei morti, con i corpi che escono dai loro avelli tombali. A sinistra sono visibili le mura che circondano la Gerusalemme celeste. San Pietro, affiancato dall’angelo di guardia, riapre con le chiavi consegnategli da Gesù le porte del paradiso che erano state chiuse dopo il peccato originale. Gli eletti, in preghiera a mani giunte, si apprestano a entrarvi.

Lucifero

A destra è descritta in grande evidenza la cavità sotterranea dell’inferno. A fronte del Cristo giudice nell’alto dei cieli, al centro dell’inferno domina la grande figura diabolica di Lucifero incatenato. Intorno a lui, alle sue tre teste e alle due gole divoratrici compaiono quattro diversi gruppi di peccatori. Pensiamo che la fantasia dell’artista, ispirata dalla consulenza colta della committenza ecclesiastica, abbia collocato all’inferno l’incarnazione di tutte le maggiori paure dei buoni cristiani del tempo. Le punizioni infernali colpiscono con sadismo fisico o psicologico i colpevoli dei peccati più gravi per la mentalità del tempo.

L’inferno

Il primo gruppo di dannati è composto da animulae individuate dai cartigli che definiscono i sette vizi capitali: lussuriagolaavariziasuperbiairaacidia(i)nvidia. Questi peccatori si contorcono tra le grinfie di Lucifero, sono ingoiati dalle sue bocche, masticati, deglutiti, ruminati nelle sue viscere e infine defecati. L’intimo legame col principe del male ha un significato evidente: i sette peccati capitali sono all’origine di tutti i mali del mondo.

Un secondo gruppo di peccatori è costituito dai popoli votati alla dannazione a causa del loro credo religioso: turchitartariiodeimaccabei. Questi popoli evocano la minaccia interna ed esterna al mondo cristiano; costituiscono i feroci aggressori dei confini esterni, orientali e meridionali dell’Europa e i sabotatori occulti della finanza e della prosperità economica delle comunità nazionali e locali. A questi gruppi nazionali si sommano i soldati, i mercatati, il traditore e cioè le quinte colonne, le compagnie di ventura, le truppe mercenarie, le bande irregolari della soldataglia, i protagonisti delle scorrerie, delle ruberie, dei saccheggi che assillano la tranquillità dei borghi di provincia.

Il terzo gruppo di dannati è costituito dai peccatori individuali che hanno contravvenuto alla morale comune, al diritto naturale e ai dieci comandamenti, puniti dai diavoli in base alla pena del contrappasso. Si tratta degli ipocriti, del miciaro (contrazione del micidiaro, l’omicida) pugnalato allo stomaco, del biastematore con la lingua strappata, del desperato impiccato per un piede e accoltellato alla nuca, della meretrice cavalcata da un demone.

Il quarto gruppo è quello dei mestieri, composto dai tipici personaggi di paese, dagli artigiani esosi e dai commercianti disonesti che assillano la povera gente e rovinano il sonno ai debitori. Si riconoscono il macellaro (il macellaio squartato sul bancone), il sartore (il sarto infilzato da un paio di forbici), il carpentero (il falegname colpito da un’ascia), il ferraro (il fabbro cui un demone infila un chiodo in fronte), il calsolaro (il calzolaio torturato da un trincetto), il tabernaro (l’oste annegato in una botte). Anche l’oste. I locandieri medievali non erano benvoluti. L’osteria era a un tempo bordello, ritrovo di ubriaconi, luogo di giochi proibiti, di litigi e risse. Con i suoi servizi luridi e i cibi adulterati, l’osteria era nei villaggi il ritrovo alternativo alla chiesa. E allora: oste della malora, va’ all’inferno!

Particolare dell’inferno

Si può dire che le popolazioni rurali nei secoli passati trascorressero una parte della loro vita fuori da questo mondo, nel cielo, nel purgatorio o all’inferno. Era la loro immaginazione a portarveli durante il lavoro, nei momenti di svago o durante un pellegrinaggio devozionale (come quello al santuario della Madonna dei Bisognosi). Tra “quaggiù” e “aldilà” si creava una sorta di scambio permanente, un flusso di relazioni a doppio senso. Le immagini dell’aldilà, i grandi affreschi sui regni escatologici collocati nelle chiese e nei monasteri, facilitavano questo transfert. Osservando gli inferni dipinti, la gente di paese elaborava le sue paure, collocava idealmente all’inferno i suoi incubi e affidava alle mani di Lucifero i suoi nemici.

Abruzzo. Sul tratturo, da Collarmele a Forca Caruso

Partiamo da Collarmele. La chiesetta di Santa Maria delle Grazie, a margine del paese, accanto al Parco Tratturo e al Cimitero, è un buon punto d’inizio. Malinconiche stampelle di legno rimediano agli acciacchi dell’abside, lasciati in eredità dal terremoto del 2009. Ma la facciata è sempre splendida, luminosa, abbagliante. Le maioliche multicolori formano un arazzo intessuto dai simboli dei maggiori casati del tempo con una corona di frutti intorno al simbolo del sole. Il portale classico, le due finestrelle quadrate, l’occhio in alto e le nicchie con le statue di Pietro e Paolo, completano gradevolmente il prospetto rinascimentale.

La facciata di Santa Maria delle Grazie a Collarmele

Dalla chiesa si lascia a sinistra la Tiburtina-Valeria e si segue ora la strada bianca del tratturo (frecce rosse con la sigla RT) che compie un ampio semicerchio alla base dei colli che ospitano una pineta e un campo di pannelli solari. Dopo due km, a un incrocio di sterrate, dove ci si riaccosta alla ferrovia e all’autostrada, il tratturo svolta decisamente a sinistra (nord-est) e s’infila in un valloncello sassoso che risale il colle di Magliano. La natura demaniale del tratturo ha favorito il passaggio dei vettori di energia, come il metanodotto (i cippi e le paline della Snam ci accompagneranno per tutto il percorso) e i cavi interrati dell’elettricità a media tensione. Sui colli si alzano le grandi pale del parco eolico. Al termine della salita troviamo una cava, che aggiriamo sulla sinistra. Proprio di fronte alla cava, sul punto di valico, a mille metri di quota, il cippo del tratturo si mette in mostra e ci rassicura sul percorso.

Il cippo a quota mille

Proseguiamo ora in piano nell’incassato valloncello che affianca la statale, seguendo la pista del metanodotto, fino a sbucare in campo aperto. Davanti a noi si apre il grande spazio del Piano di San Nicola. Superata la strada bianca che scende dall’impianto eolico, mentre la strada statale compie una larga curva, seguiamo l’andamento lineare del tratturo al centro della conca.

Il tratturo sul piano di San Nicola

A sorpresa calchiamo esattamente il sedime dell’antica via romana Valeria che da Cerfennia (l’odierna Collarmele) raggiungeva Corfinio e le gole di Popoli. Si osserva la sua lieve sopraelevazione sul terreno circostante e si apprezza il lavoro sugli argini, mirato a difendere la strada dall’impaludamento. Gli ingegneri stradali dell’antica Roma ci sapevano fare…

I ruderi delle Case Mascioli

Un percorso parallelo (che si può seguire al ritorno) costeggia la base del colle della Forchetta e consente di osservare le depressioni della località Pantano (una di queste ospita un laghetto abbeveratoio per gli animali) e poi di curiosare tra le rovine delle Case Mascioli, testimonianza di antichi insediamenti legati a monasteri ormai scomparsi.

Gregge sul tratturo

Una strozzatura segna il confine tra il piano di San Nicola e il successivo piano di San Rufino. Poco prima, sulla destra è un caratteristico “stazzo”, il recinto di riposo notturno del gregge, affiancato da un ricovero. Superato il piccolo valico, si traversa il pianoro scegliendo se tenersi in alto (sul sentiero che affianca la statale o direttamente sull’asfalto) o seguire la pista che scende sul fondo del pianoro.

Il piano di San Rufino

Non lontano è una fattoria, che è ancora oggi esempio della tradizionale integrazione tra agricoltura di montagna e allevamento. Sul colle dietro la fattoria è ancora evidente il taglio a mezza costa dell’antica strada romana che lasciava qui la Via Valeria, costeggiava il pianoro e scendeva in direzione sud verso Pescina e la valle del Giovenco.

Il valico di Forca Caruso

L’escursione sul tratturo termina a Forca Caruso, al km 143,300 della strada statale n. 5  “Tiburtina Valeria”. Siamo alla quota di 1107 metri, sul ventoso valico che separa la conca del Fucino dalla Valle Subequana. Forca Caruso è oggi un luogo semi-sconosciuto agli stessi abruzzesi. Chi viaggia tra i due mari percorre veloce i viadotti e le gallerie delle nuove autostrade. E il vecchio negletto valico è stato accantonato ed è diventato un luogo remoto e nascosto. Ieri non era così. La consolare Tiburtina Valeria, che transitava sul valico, era il collegamento obbligato per le auto in viaggio tra l’Abruzzo e Roma. L’altroieri era un addirittura un affollato passaggio per le tribù italiche dei Marsi e dei Peligni, per le legioni romane che marciavano da Cerfennia a Corfinium, per le greggi transumanti che salutavano il lago del Fucino e scendevano in valle Subequana, per le diligenze postali e anche per i briganti. Un valico temutissimo per le sue tempeste di vento e per la neve che vi stazionava tutto l’inverno.

Il cippo del tratturo a Forca Caruso

Proprio sul valico, dov’era una casa cantoniera di cui restano solo le fondamenta, saliti pochi metri sul pendio di Monte Ventrino, troviamo un altro cippo che segnala il passaggio del R(egio) T(ratturo). Dopo esserci affacciati sul versante della valle subequana, possiamo riprendere la via del ritorno. Per i tempi di percorrenza occorre prevedere almeno due ore e mezza per l’andata e due ore per il ritorno a Collarmele

Sul piano di San Nicola

(Percorso effettuato il 31 marzo 2017)

Abruzzo. L’Eremo di San Michele e la festa della transumanza

Giorno di festa all’eremo. Va in scena la transumanza. Ci sono i pastori e gli allevatori per l’escursione con pecore e buoi. E poi gli stand gastronomici, le donne in costume che raccontano i mestieri tradizionali, il caseificio didattico, il mercatino, la musica. Arrivano a frotte gli ospiti scesi a Pescocostanzo dal treno speciale partito da Sulmona. Li accoglie un po’ di pioggia, ma poco male. Presto tornerà il sole.

Il Vallone delle Masserie

Siamo sugli Altopiani Maggiori d’Abruzzo, nel Quarto Grande, compreso tra i monti Rotella e Pizzalto. La strada del Vallone delle Masserie si stacca dalla Statale 84, nel tratto che collega Pescocostanzo e la Stazione di Palena, all’altezza del caratteristico Pizzo di Coda, estrema propaggine meridionale del monte Pizzalto. Con direzione nord-ovest la strada segue la base del Pizzalto, sfiora l’eremo di San Michele e confluisce dopo 4 km nella strada per il Bosco e l’Eremo di Sant’Antonio. Sulla destra sfila la successione delle masserie del Quarto Grande, talvolta trasformate in agriturismi, che testimoniano la storica vocazione di questa valle per il pascolo e per l’allevamento dei bovini e degli ovini, grazie anche alla ricchezza di fonti.

Pescocostanzo e il Quarto Grande

Le antiche regole del pascolo

L’intera valle è percorsa dal Fosso La Vera e da un fitto reticolo di strade, sterrate e tratturi che collegano le masserie di valle, gli stazzi in quota e i recinti dei campicelli d’altura. Il Liber Jurium conservato dal Comune di Pescocostanzo riporta le regole stabilite nel 1699 con la mediazione dell’Abate Penna di Montecassino sulle ‘poste’ pascolative. Nella posta di Roberto, quella di Pizzo di Coda, è stabilito, “secondo il solito, di far riposare le pecore, che passano per una notte solamente alla faccia della montagna verso questa terra, e la mattina dette pecore farle passare pedicagna pedicagna, cioè vera vera, da dove vi sia la strada pubblica, conforme ci è stata anticamente per comodità di chi passa tanto da cittadini, quanto de forestieri con animali grossi, e minuti, e che non si possa impedire li bovi, che arano li territori, che ivi vi sono secondo il solito; verum che senza altri animali vi possano andare a pascolare, fuorché quelli, che vorrà il compratore; e che non possa impedire il legnare ed estraere legna con animali di chi vorrà. E salva la giurisdizione in beneficio dell’Università delli danni dati; e che li poveri possano secondo il solito andare per herbe camparole dove a loro parerà. E che non si possa dare impedimento alcuno quando bisognerà a qualsivoglia cittadino cavare, e pigliare sassi di pietra per lavorare, e cavare pietre per fare calcare, e fossi per fare e tenere detta calce; come anche non si possono impedire li porci che vi anderanno a pascolare per le maesi, come al solito”.

I siti pastorali degli Altipiani Maggiori

I mestieri tradizionali

La lavorazione della lana

Sulla piazza le donne in costume mostrano gli oggetti che raccontano la vita delle famiglie dei pastori, la caseificazione, l’allestimento delle case, il lavoro dei campi, la tessitura e la tintura della lana e il costume popolare. Il paiolo sul fuoco richiama l’attenzione sulla dimostrazione didattica della lavorazione dei formaggi. Il ciclo della lana è raccontato dalla tosatura delle pecore per proseguire con la lavatura, la cardatura, la filatura, la tessitura e la tintura.

I costumi tradizionali e gli antichi mestieri

L’eremo rupestre dedicato all’angelo dei bifolchi

L’eremo rupestre di San Michele Arcangelo

L’eremo del vallone utilizza una grotta naturale scavata in una prominenza rocciosa alla base del Pizzalto. All’esterno della grotta è stato costruito il fronte della chiesa e, ad angolo, un’abitazione a due piani. La chiesa rupestre è dedicata all’arcangelo Michele, protettore dei pastori e funziona anche come santuario di grande richiamo in occasione delle due feste di maggio e di settembre che segnavano l’inizio e la fine della stagione estiva di pascolo e della transumanza sul tratturo Celano-Foggia.

La balaustra e il presbiterio

Fu la “società dei bifolchi” di Pescocostanzo che nel 1598 volle realizzare la chiesa rupestre, a imitazione del santuario di Monte Sant’Angelo sul Gargano; a proprie spese i bifolchi ristrutturarono la grotta, la dotarono di un altare di marmo e di una balaustra scolpita nella pietra, costruirono una casetta per l’eremita custode. Per lasciare un ricordo di quell’opera, i locali “bifolchi” (in latino bubulci o bibulci) fecero scolpire sull’architrave della porta della chiesa l’iscrizione seguente, dettata dal rettore della Collegiata di Pescocostanzo: “Sumptibus has propriis portas postesque, bibulci erectas dicant, Angele Dive, tibi. A.D. MDXCVIII”. I recenti restauri (promossi e diretti dall’Associazione Pensionati Pescolani) hanno ripulito i locali facendo risaltare il candore della pietra e la finezza del lavoro artistico della balaustra che chiude l’area presbiteriale. Interessanti sono anche le scritte incise sulla facciata e dedicate all’arcangelo e quelle della cappella funeraria di Giosafatte Ricciardelli.

Le scritte sull’architrave

Per approfondire

La guida Casa agli Altipiani Maggiori

Si segnalano i volumetti delle Edizioni Carsa dedicati agli “Eremi d’Abruzzo – Guida ai luoghi di culto rupestri” di Edoardo Micati e “Guida agli Altipiani Maggiori d’Abruzzo” a cura di Stefano Ardito. Molto interessanti anche gli ebook curati da Edoardo Micati e Domenico Spagnuolo sui “Siti pastorali” degli Altipiani Maggiori.

La locandina della manifestazione

Visita la sezione del sito dedicata alle Passeggiate sui tratturi, alla scoperta delle storiche vie della transumanza