Abruzzo. L’Eremo di San Michele e la festa della transumanza

Giorno di festa all’eremo. Va in scena la transumanza. Ci sono i pastori e gli allevatori per l’escursione con pecore e buoi. E poi gli stand gastronomici, le donne in costume che raccontano i mestieri tradizionali, il caseificio didattico, il mercatino, la musica. Arrivano a frotte gli ospiti scesi a Pescocostanzo dal treno speciale partito da Sulmona. Li accoglie un po’ di pioggia, ma poco male. Presto tornerà il sole.

Il Vallone delle Masserie

Siamo sugli Altopiani Maggiori d’Abruzzo, nel Quarto Grande, compreso tra i monti Rotella e Pizzalto. La strada del Vallone delle Masserie si stacca dalla Statale 84, nel tratto che collega Pescocostanzo e la Stazione di Palena, all’altezza del caratteristico Pizzo di Coda, estrema propaggine meridionale del monte Pizzalto. Con direzione nord-ovest la strada segue la base del Pizzalto, sfiora l’eremo di San Michele e confluisce dopo 4 km nella strada per il Bosco e l’Eremo di Sant’Antonio. Sulla destra sfila la successione delle masserie del Quarto Grande, talvolta trasformate in agriturismi, che testimoniano la storica vocazione di questa valle per il pascolo e per l’allevamento dei bovini e degli ovini, grazie anche alla ricchezza di fonti.

Pescocostanzo e il Quarto Grande

Le antiche regole del pascolo

L’intera valle è percorsa dal Fosso La Vera e da un fitto reticolo di strade, sterrate e tratturi che collegano le masserie di valle, gli stazzi in quota e i recinti dei campicelli d’altura. Il Liber Jurium conservato dal Comune di Pescocostanzo riporta le regole stabilite nel 1699 con la mediazione dell’Abate Penna di Montecassino sulle ‘poste’ pascolative. Nella posta di Roberto, quella di Pizzo di Coda, è stabilito, “secondo il solito, di far riposare le pecore, che passano per una notte solamente alla faccia della montagna verso questa terra, e la mattina dette pecore farle passare pedicagna pedicagna, cioè vera vera, da dove vi sia la strada pubblica, conforme ci è stata anticamente per comodità di chi passa tanto da cittadini, quanto de forestieri con animali grossi, e minuti, e che non si possa impedire li bovi, che arano li territori, che ivi vi sono secondo il solito; verum che senza altri animali vi possano andare a pascolare, fuorché quelli, che vorrà il compratore; e che non possa impedire il legnare ed estraere legna con animali di chi vorrà. E salva la giurisdizione in beneficio dell’Università delli danni dati; e che li poveri possano secondo il solito andare per herbe camparole dove a loro parerà. E che non si possa dare impedimento alcuno quando bisognerà a qualsivoglia cittadino cavare, e pigliare sassi di pietra per lavorare, e cavare pietre per fare calcare, e fossi per fare e tenere detta calce; come anche non si possono impedire li porci che vi anderanno a pascolare per le maesi, come al solito”.

I siti pastorali degli Altipiani Maggiori

I mestieri tradizionali

La lavorazione della lana

Sulla piazza le donne in costume mostrano gli oggetti che raccontano la vita delle famiglie dei pastori, la caseificazione, l’allestimento delle case, il lavoro dei campi, la tessitura e la tintura della lana e il costume popolare. Il paiolo sul fuoco richiama l’attenzione sulla dimostrazione didattica della lavorazione dei formaggi. Il ciclo della lana è raccontato dalla tosatura delle pecore per proseguire con la lavatura, la cardatura, la filatura, la tessitura e la tintura.

I costumi tradizionali e gli antichi mestieri

L’eremo rupestre dedicato all’angelo dei bifolchi

L’eremo rupestre di San Michele Arcangelo

L’eremo del vallone utilizza una grotta naturale scavata in una prominenza rocciosa alla base del Pizzalto. All’esterno della grotta è stato costruito il fronte della chiesa e, ad angolo, un’abitazione a due piani. La chiesa rupestre è dedicata all’arcangelo Michele, protettore dei pastori e funziona anche come santuario di grande richiamo in occasione delle due feste di maggio e di settembre che segnavano l’inizio e la fine della stagione estiva di pascolo e della transumanza sul tratturo Celano-Foggia.

La balaustra e il presbiterio

Fu la “società dei bifolchi” di Pescocostanzo che nel 1598 volle realizzare la chiesa rupestre, a imitazione del santuario di Monte Sant’Angelo sul Gargano; a proprie spese i bifolchi ristrutturarono la grotta, la dotarono di un altare di marmo e di una balaustra scolpita nella pietra, costruirono una casetta per l’eremita custode. Per lasciare un ricordo di quell’opera, i locali “bifolchi” (in latino bubulci o bibulci) fecero scolpire sull’architrave della porta della chiesa l’iscrizione seguente, dettata dal rettore della Collegiata di Pescocostanzo: “Sumptibus has propriis portas postesque, bibulci erectas dicant, Angele Dive, tibi. A.D. MDXCVIII”. I recenti restauri (promossi e diretti dall’Associazione Pensionati Pescolani) hanno ripulito i locali facendo risaltare il candore della pietra e la finezza del lavoro artistico della balaustra che chiude l’area presbiteriale. Interessanti sono anche le scritte incise sulla facciata e dedicate all’arcangelo e quelle della cappella funeraria di Giosafatte Ricciardelli.

Le scritte sull’architrave

Per approfondire

La guida Casa agli Altipiani Maggiori

Si segnalano i volumetti delle Edizioni Carsa dedicati agli “Eremi d’Abruzzo – Guida ai luoghi di culto rupestri” di Edoardo Micati e “Guida agli Altipiani Maggiori d’Abruzzo” a cura di Stefano Ardito. Molto interessanti anche gli ebook curati da Edoardo Micati e Domenico Spagnuolo sui “Siti pastorali” degli Altipiani Maggiori.

La locandina della manifestazione

Visita la sezione del sito dedicata alle Passeggiate sui tratturi, alla scoperta delle storiche vie della transumanza

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Schiavi d’Abruzzo. Passeggiate nella storia

Dall’alto del suo colle, a 1172 metri di quota, Schiavi d’Abruzzo fa da cerniera tra l’Abruzzo e il Molise. Ce ne accorgiamo in paese, percorrendo la Rotonda dedicata a Salvo D’Acquisto che è il miglior punto di osservazione su un panorama sterminato. Il mare Adriatico si staglia invitante allo sbocco della valle del Trigno. A sud l’ondulata linea dei colli molisani è solcata da un fascio di storici tratturi e vie armentizie. A nord i monti di Capracotta e i Frentani anticipano le grandi montagne dell’Abruzzo. Questo panorama solenne fu apprezzato dalle popolazioni italiche che insediarono qui i santuari dei Sanniti Pentri. Poi ci furono le migrazioni dei popoli dall’altra sponda dell’Adriatico, quei croati e albanesi in fuga dai turchi invasori, chiamati Schiavoni, origine del nome del paese. Per secoli ci fu il movimento pendolare degli armenti transumanti lungo il regio tratturo Celano-Foggia e il fascio di tratturelli suoi tributari.

Il monumento all’Alpino

Più traumatico il passaggio della seconda guerra mondiale con la lenta transizione tra le truppe canadesi e quelle tedesche, e di cui resta testimonianza la trincea-osservatorio della Rotonda. E poi il dopoguerra, con lo stillicidio migratorio dei paesani verso Roma, dove formeranno il nerbo dei garagisti e dei tassisti, o verso le grandi destinazioni all’estero. Per apprezzare e amare Schiavi, dopo la passeggiata in paese, è consigliabile percorrerne le strade e i sentieri nei dintorni. Eccovi allora qualche idea.

I tempietti italici

La base del tempio maggiore

La fama di Schiavi è soprattutto legata all’area archeologica dei templi italici. La visita di questi tempietti è appagante sia perché se ne può così ammirare la caratteristica architettura sia perché se ne può apprezzare la loro particolare posizione panoramica, a dominio del tratturo e della valle del Trigno, di fronte al grande santuario federale di Pietrabbondante. I tempietti si trovano lungo la strada provinciale che da Schiavi scende alla fondovalle Trigno, a quattro km dal paese, su una terrazza accessibile da due ingressi.

Il secondo tempio

Il Tempio Maggiore (del secondo secolo avanti Cristo) e il Tempio Minore (degli inizi del primo secolo), sorgono affiancati e paralleli su un terrazzamento, contenuto da un lungo muro in opera poligonale e quadrata. Recenti esplorazioni hanno riportato alla luce un altare monumentale, di fronte al Tempio Minore, una necropoli utilizzata fino alla piena età romana, e un altro edificio sacro, abbandonato poco dopo la Guerra Sociale (91-89 a.C). Oggi è visibile anche la torre medievale a due livelli, eretta dietro al muro in opera poligonale del santuario: a questa struttura si deve il toponimo della zona, Colle della Torre. La visita ai templi può essere completata dalla visita al Museo archeologico allestito in paese.

Sui tratturi dei pastori

Il percorso del tratturo Castel del Giudice – Spondrasino

Il colle di Schiavi si pone a cavallo tra due antichi tratturi che collegavano la valle del Sangro alle valli del Trigno e del Biferno. A sud era il tratturello Castel del Giudice – Spondrasino che attraversava Capracotta, Agnone e Poggio Sannita, scendeva lungo il fiume Verrino fino ad attraversare il Trigno in località Terra Vecchia di Bagnoli. Il percorso del tratturo, ancora praticabile, è ben visibile per un lungo tratto affacciandosi al Belvedere della Rotonda di Schiavi. A nord il tratturo Ateleta – Biferno aveva uno sviluppo orizzontale e traversava l’agro di Castiglione e Torrebruna prima di scendere sul Trigno all’altezza di Montemitro. Una passeggiata non lunga può scavalcare il Monte Castel Fraiano (segnato dalla presenza delle gigantesche pale di una centrale eolica) e collegare la Madonna del Monte al lago della Croce. Intorno al lago il tratturo è ancora ben marcato e riconoscibile. E il santuario della Madonna del Monte alla Lupara è legato al mondo della transumanza e al culto della Madonna dei tratturi.

La passeggiata panoramica sul monte Pizzuto

Il monte Pizzuto visto da Schiavi

Il Colle Pizzuto, con la sua panoramica cima a 1290 metri di quota, è la meta di una bella passeggiata panoramica. Si può iniziare direttamente da Schiavi ma è più semplice lasciare l’auto al bivio sulla strada per Torrebruna, dove sono alcune case e spazio per il parcheggio. Una stretta strada prima asfaltata e poi lastricata sale a svolte nel bosco e raggiunge la cima dov’è una grande croce. Ampio panorama, in particolare sui vicini monti Frentani.

Il passaggio di Uys Krige

I monti di Capracotta e i paesi di Agnone e Belmonte visti da Schiavi

Uys Krige è un ufficiale sudafricano che fuggì dal campo di prigionia di Fonte d’Amore a Sulmona dopo l’8 settembre del 1943. Appassionato di poesia e scrittura, conosceva un po’ d’italiano e racconterà la sua rocambolesca fuga e il percorso a piedi verso la libertà in un libro famoso, “The way out”, tradotto in italiano come “Libertà sulla Maiella”. Alcune sue pagine sono dedicate al passaggio nella zona di Schiavi. Lungo il tratturo Krige attraversa le zone di Capracotta e Agnone giunge a Belmonte, dove è ospitato da un contadino. “Andate presto a dormire”, disse il vecchio, “domattina presto vi chiamerò e partirete. Sulla sinistra troverete un paese, Schiavi, in cima ad una collina. Dovete evitarlo, scendendo nel burrone sotto di esso. Poi uscirete dal burrone, attraverserete il villaggio di Taverna, che riconoscerete dalla chiesa rotonda e raggiungerete le case di Cupello. Qui vi dovete fermare, perché sarete vicini al Trigno. La gente di Cupello vi dirà dove sono le mitragliatrici”. I fuggitivi si dirigono verso Schiavi, attraversano il Sente, e raggiungono la contrada di Cupello. Qui conoscono Pasquale Tucci, una guida che accetta di accompagnare loro e un altro folto gruppo di italiani al di là delle linee. La marcia di Uys e dei suoi compagni termina ai primi di novembre. Traversato il Trigno ai piedi della collina di Cupello, il gruppo risale il pendio che porta a Salcito. Il giorno precedente i tedeschi hanno abbandonato le loro postazioni sul fiume e la prima pattuglia canadese è già in paese.

Il colle di Schiavi d’Abruzzo

(Ho visitato Schiavi d’Abruzzo il 28 luglio 2017)

Abruzzo. La cascata e le antiche pietre di Borrello

Siamo nella media valle del fiume Sangro. Si traversa più volte il confine tra l’Abruzzo e il Molise, saltellando tra un paese e l’altro e varcando i limiti amministrativi delle province di Aquila, Chieti e Isernia. Il confine creato cinquant’anni fa non divide, ma semmai unisce territori omogenei e storicamente legati. Dal fondovalle risaliamo le curve che ci portano agli ottocento metri di quota del pianoro di Borrello. Come tanti altri paesi nei dintorni, Borrello è aggrappato a uno spuntone roccioso, che da queste parti chiamano ‘pesco’.

Panorama di Borrello

La principale attrattiva di Borrello sono le Cascate del Verde, protette da una Riserva naturale regionale gestita dal WWF. Sono le Cascate naturali più alte d’Italia, frutto del triplice salto delle acque del fiume Verde, un affluente di destra del Sangro. Si possono ammirare nella loro forma e nella loro bellezza durante tutto l’arco dell’anno, ma la portata massima delle acque è tipica dei mesi primaverili. Da Borrello si segue la strada per Rosello e dopo circa un km si devia a sinistra per raggiungere l’ingresso, con l’infopoint, la biglietteria e i servizi dell’Oasi. Percorsi i primi cento metri, ci si trova a un bivio.

La cascata del Verde

Se si segue il ramo di sinistra ci si trova su un percorso protetto che raggiunge tre distinti punti di osservazione sulle cascate. Il punto migliore di osservazione è il terzo, il più basso, che si raggiunge scendendo una rampa di oltre duecento gradini all’ombra di un bosco di aceri, lecci, roverelle e abeti bianchi. Il posto è di grande suggestione. La risalita è ovviamente più prosaica e faticosa. Tornati al bivio, si segue il ramo di destra e in meno di un km si giunge all’Osservatorio, una terrazza panoramica dalla quale si domina la valle del Sangro e la corona di monti Frentani con i paesi vicini.

La media valle del Sangro

Altro motivo d’interesse di Borrello sono le casitte, le capanne in pietra a secco che si rintracciano nel bosco del Montalto e nelle radure dei dintorni. Questa forma di architettura spontanea, combinata con i muretti a secco e i terrazzamenti alle pendici del Montalto, potrebbe avere anche una storia importante come attesta una ricerca archeologica in corso. La ricerca ipotizza che le strutture presenti sul Montalto siano riferibili a un complesso posto a difesa e a controllo della via che provenendo da Trebula (l’attuale Quadri) risaliva la valle del Sangro e si dirigeva verso sud dividendosi nei due rami alla base del Montalto; l’insediamento antico godeva di una posizione strategica di rilievo, con una comunità stanziale ricordata da una necropoli monumentale.

Muraglione di pietra nel bosco del Montalto

Il primo nucleo di casitte si trova alle pendici del Montalto a 620 m di quota. Si suggerisce di chiedere in paese l’aiuto di persone esperte dei luoghi, non tanto per il rischio di perdersi, quanto per evitare la frustrazione di ricerche infruttuose nel fitto bosco. Nel mio caso ho trovato persone molto disponibili e prodighe d’informazioni. Utilissima è anche la “passeggiata al Bosco di Montalto” raccontata sul web da Angelo Ferrari. Usciti da Borrello sulla via di Rosello, dopo le ultime case, si devia a destra all’altezza di un fontanile; superato il campo sportivo, presso il cartello della cooperativa Leoreadi, la strada devia a destra passando davanti alla Casa del pastore.

La Capanna del Pastore

Più avanti, superato un cancello, occorre fare attenzione a una stradina che entra a sinistra nel bosco, tra due muretti di pietra (1,1 km dal fontanile). Si sale a piedi sul largo e ombroso stradello, tra muraglioni e macere di pietre, fino a una sbarra verde che chiude un fondo sulla sinistra.

Casitta nel bosco

Lasciato lo stradello si sale a destra nel bosco seguendo i recinti di pietra che terrazzano gli antichi fondi. Un muraglione più alto che segue la cresta del monte può farci da riferimento. Scopriamo qui un nucleo di capanne di pietra, isolate o addossate ai muretti, ancora integre, pur se interrate o parzialmente franate. Tornati alla stradina e percorso un breve tratto si osserva più in basso sul pendio a sinistra una casitta isolata, di dimensioni più ampie e ancora integra pur se pericolante.

La Capanna Simonetta, oggi Nelli

All’interno, su una roccia del pavimento, è inciso l’anno di probabile costruzione (1908) e l’iniziale del proprietario del tempo (Simonetti). Il manufatto e il fondo sono oggi di proprietà della famiglia Nelli. Gli anziani raccontano che in questi ripari, durante la seconda guerra mondiale, trovarono rifugio gli abitanti del paese per sfuggire ai bombardamenti, alle requisizioni e ai pattugliamenti armati lungo la linea Gustav.

La sigla del proprietario e l’anno di costruzione

Un altro esemplare molto interessante di capanna di pietra è il Casino di Pampino. Occorre proseguire in macchina (o a piedi) sulla strada asfaltata che aggira il Montalto, incrocia sulla sinistra un’altra strada che riporta a Borrello e raggiunge un’ampia rotonda dove si parcheggia.

L’interno del Casino Pampino

Pochi metri sulla strada che si dirige a est lungo la linea del confine regionale, tra il bosco di Vallazzuna e il piano Ciavarrello, portano a individuare sulla destra la capanna di pietra, la cui copertura a tholos è caduta. Le dimensioni della capanna sono notevoli, tali da ospitare un nucleo familiare, come effettivamente accadde durante la guerra. Si osservano le aperture esterne e i piccoli vani interni ricavati tra le pietre e destinati a riporvi gli oggetti di uso domestico.

La capanna della radura

Altre capanne di pietra sono distribuite nei dintorni. Pur se crollata, è interessante visitare la capanna che sorge al margine di un’ampia radura un tempo coltivata. Sulla via di Quadri, cinquecento metri dopo il cimitero, una ripida stradina scende verso la radura, guada il fosso e risale brevemente; la casitta è nascosta tra i primi alberi del bosco e attesta la sua antica funzione di servizio al pascolo e all’agricoltura di montagna.

Edificio rurale ristrutturato

(L’escursione è stata effettuata il 9 giugno 2017)

Abruzzo. I segni del paesaggio agro-pastorale di Collepietro

Collepietro è il paese che chiude a sud-est il lungo altopiano di Navelli, nell’Aquilano. L’antico Collis Petri, con le case del centro storico aggrumate sulla cima rotonda del colle, era un paese-sentinella sulle due storiche strade che lo attraversavano: in alto la via degli armenti, il regio tratturo Centurelle-Montesecco, bretella del Tratturo Magno; in basso la romana via Claudia Nova, diventata poi la statale 17 dell’Appennino abruzzese. Oggi però gli armenti non percorrono più da tempo lo storico tratturo e il traffico della statale 17 è stato dirottato sulla veloce fondovalle del Tirino. Con il risultato che Collepietro rischia di diventare un borgo marginale, tagliato fuori dai traffici, sconosciuto ai più. Malinconica fine per un villaggio che un tempo aveva fatto parte del castaldato valvense e che aveva dignitosamente partecipato alla fondazione della città dell’Aquila. E poiché i guai non vengono mai soli, si sono aggiunti in tempi recenti il furioso incendio del 2007 che ha sconvolto il paesaggio vegetale e il terremoto aquilano del 2009 che ha scosso gli edifici di pietra.

Capanna di pietra

Collepietro merita dunque almeno il risarcimento di una visita affettuosa. Si può andare alla scoperta dei segni del paesaggio agro-pastorale: il tratturo, i cippi, le capanne di pietra, gli ovili e gli stazzi, i recinti dei fondi, i pagliai, i muretti dei terrazzamenti, le macère. Collepietro gioca un suo ruolo rilevante in quest’archeologia del paesaggio. I suoi abitanti hanno guardato al monte e al piano. Giù nella valle ci sono i campi coltivati, la terra, l’acqua, le case rurali, le vie lineari, le stalle e i fienili. In alto ci sono le pietre, i ginepri, i recinti di pietra, i muretti, i campicelli d’altura, le tortuose mulattiere, i fossi, le capanne pastorali; e oggi anche la bonifica ambientale e il rimboschimento. Quel che proponiamo è un vagabondaggio tra questi molteplici punti d’interesse, uno scouting del territorio, più che una classica escursione in montagna.

La mappa dei sentieri di Collepietro

L’asse di riferimento della passeggiata è il percorso del Regio Tratturo. Partendo dalla chiesa dedicata alla Madonna del Buon Consiglio che sorveglia Collepietro, si segue il tratturo fino alla Serra di Navelli. Il percorso è facile e panoramico, pur se in salita, e segue all’inizio una strada asfaltata che diventa poi una larga sterrata. La cresta della Serra va percorsa invece sull’evidente sentiero del tratturo. L’esplorazione si svolge senza un itinerario rigidamente prefissato, all’interno comunque dell’anello che una sterrata disegna intorno alle gobbe delle Tredici Rane, di Saline, di Falgiaro e di Collalto; la sterrata si dirama a destra del tratturo e vi ritorna con un percorso circolare. Siamo sul sistema di colli che separa la piana di Navelli dalla valle Tritana, dove sono le sorgenti del Tirino e Capestrano.

La chiesa del Buon Consiglio

La chiesa del Buon Consiglio

La chiesa si trova in posizione isolata fuori del paese, su un ‘riposo’ del tratturo. All’esterno è rinforzata da tre contrafforti per ciascun lato. Una breve scalinata sale al bel portale romanico, sormontato da una lunetta. Sul retro vi sono alcuni edifici di pertinenza, in parte in rovina. Ampio il panorama sulla valle di Sulmona e sulla piana di Navelli.

Il tratturo e il cippo

A Collepietro fa tappa il Regio Tratturo che proviene da Navelli e scende poi a Bussi sul Tirino. Dalla chiesa del Buon Consiglio, seguendo anche le segnalazioni, risaliamo i tornanti della stradina prima asfaltata e poi sterrata a nord del paese e seguiamo la cresta dei colli che fasciano a est l’altopiano. In questo tratto il percorso coincide con l’ippovia diretta a Capestrano. Giunti a un incrocio, lasciamo a destra sia la sterrata dell’anello (che seguiremo al ritorno), sia il percorso per Capestrano e imbocchiamo a sinistra (nord-ovest) il sentiero tratturale che risale la cresta della Serra. A quota 883 incontriamo il cippo che porta incisi la sigla RT (Regio Tratturo) e il numero progressivo (il 43). Con agevole salita raggiungiamo la piramide di pietre sul punto più alto, a quota 965. Il panorama comprende le due catene montuose maggiori del Gran Sasso e della Maiella.

In cima alla Serra, col Gran Sasso sullo sfondo

Lo stazzo del pastore 

Esattamente sulla vetta della Serra di Navelli possiamo osservare i muretti di pietra che circondano un antico stazzo. Questo spazio aperto era il ricovero notturno del gregge, dove le pecore pernottavano all’aperto, vigilate dai cani-pastore. All’estremità orientale è ancora visibile il recinto trapezoidale del mungituro, dove le pecore venivano canalizzate e munte dei pastori prima di entrare nello stazzo.

Lo stazzo della Serra

La struttura dello stazzo risulta più evidente dalla foto zenitale. Nei pressi, a quota 930, è ancora visibile la capanna di pietra a secco che costituiva probabilmente il ricovero del pastore. La volta è crollata, ma la struttura è ancora evidente.

La capanna del pastore

Le capanne di pietra

La capanna in località Tredici Rane

Scesi dalla Serra alla selletta dov’è l’incrocio di strade, imbocchiamo la sterrata diretta a est che aggira i colli di Tredici Rane, Falgiaro, Saline e Collalto. Queste alture mostrano un particolare addensamento di capanne in pietra a secco, poste a margine di piccoli fondi recintati. Le capanne sono subito visibili a destra della strada e poi sulle aree sommitali, raggiungibili grazie a una rete di stradelli e sentieri.

Capanna invasa dai rovi

Sono interamente costruite senza leganti, con pietre a secco sovrapposte e rastremate in alto. Sono generalmente di piccola e media dimensione, utilizzate come magazzino e rimessa degli attrezzi da lavoro. Le troviamo costruite su aree pianeggianti, ma anche aggrappate ai pendii. Purtroppo il loro stato di conservazione è cattivo: l’ingresso è assediato dai rovi e il terremoto ha causato il collasso soprattutto della cupola e dei portali.

Capanna crollata

I muretti di pietra

Campo terrazzato

Nelle stesse aree sono stati costruiti numerosi muretti di pietra. Ne vediamo alcuni di fattura molto semplice e grossolana. Ma spesso s’impongono alla vista muri di media altezza, alzati con grande abilità geometrica, combinando a secco pietre di varie dimensioni. La funzione di questi muretti è ovviamente quella di segnalare i confini dei fondi agricoli, delle aree di pascolo e degli stazzi. Ma i più ammirevoli sono quelli costruiti sui terreni in pendio a sostegno di terrazze di terreno coltivato. La gradinatura del declivio evita il dilavamento del terreno e il suo scorrere a valle e crea un paesaggio di ‘giardini pensili’.

Capanna sottofascia

Le macère

Una macèra

Questo termine indica i numerosi accumuli di pietre visibili ai margini degli appezzamenti agricoli e delle radure. Su questi colli le macère hanno spesso la base costruita con regolarità geometrica e con pietre più grandi. All’interno vi è il pietrame gettato disordinatamente dai contadini, frutto del loro metodico spietramento operato nelle particelle coltivate e nelle aree di pascolo.

I pagliai

A Collepietro sono visibili alcuni pagliai, edifici monocellulari a carattere elementare, col tetto a spiovente, destinati alla conservazione del fieno. Spesso sono costruiti sul pendio e sono allora articolati su due piani, fienile e stalla, con un doppio accesso, posteriore a monte e anteriore a valle.

I fontanili

Il fontanile

Sono vasche per l’abbeverata degli animali, dotate di acqua sorgiva, distribuite capillarmente lungo le vie armentizie, i pascoli, i riposi e nelle vicinanze delle masserie e degli stazzi. Nel piano sottostante Collepietro si può vedere un lungo fontanile a vasca, costruito accanto a un minuscolo lago.

La cisterna

Molto interessante è anche il rudere dell’antico pozzo-cisterna a servizio dell’irrigazione e degli allevamenti diffusi nella zona. Due pietre murate sul fronte dell’edificio riportano un’iscrizione e una data.

La taverna

La taverna di Collepietro

A lato della statale 17, al km 72, nei pressi del bivio per Collepietro, sono ancora ben visibili i ruderi dell’omonima taverna. La taverna è una presenza costante sul fianco delle strade, dove svolgeva la funzione di luogo di sosta e di ristoro e stazione per il cambio dei cavalli. Le taverne sono presenti con regolarità anche lungo i tratturi: sono osterie attrezzate con sale da pranzo a piano terra e camere da letto al piano superiore. Ma la caratteristica più tipica delle taverne tratturali è il cortile interno con le stalle per gli animali, cui si accede attraverso porte o archi dedicati e la disponibilità di acqua nei dintorni.

Per approfondire

L’escursione può essere preparata dalla lettura della ricerca condotta nel 2007 dalla cattedra di Archeologia medievale dell’Università dell’Aquila, curata da Fabio Redi e Lorella Di Blasio, dal titolo “Segni del paesaggio agro-pastorale. Il territorio del Gran Sasso – Monti della Laga e dell’Altopiano di Navelli” (Edizioni L’Una, L’Aquila, 2010). Le edizioni Exorma hanno pubblicato nel 2015 un magnifico volume collettivo, con un ricco corredo fotografico, dal titolo Abruzzo sul Tratturo Magno, curato da Letizia Ermini Pani. Il sottotitolo “ Borghi Archeologia Paesaggio Architettura Tradizioni Arte Transumanza” esplicita la varietà dei contributi raccolti e le declinazioni disciplinari degli specialisti coinvolti. Si può aggiungere la guida “Le vie della transumanza – Guida ai tratturi aquilani fra Gran Sasso e Sirente”, corredata da un’ottima carta in scala 1:40.000, scaricabile anche dal sito Tratturi e Cammini.

Letture consigliate

(Itinerario percorso il 24 marzo 2017)

Abruzzo. Sul Tratturo Magno, dalla chiesa di Cintorelli al Colle della Cava

Grandiose vedute e povere pietre. I grandi panorami dominati dalle creste del Velino, del Gran Sasso e della Maiella. Le umili opere del lavoro umano: le capanne di pietra, i campi aperti, i muretti di confine, le macere dello spietramento, i cippi del tratturo. E tutto il fascino dell’Abruzzo interno. Siamo sul Tratturo Magno, la via armentizia della transumanza che collega L’Aquila e Foggia. Giunti alla chiesa pastorale di Santa Maria dei Cintorelli, il tratturo si biforca e procede su due rami paralleli distanti alcuni chilometri.

La chiesa della Madonna di Cintorelli vista dal tratturo

Seguiamo il ramo principale che dalla valle dell’Aterno scavalca una linea di colli, traversa la valle del Tirino, valica le ultime propaggini del Gran Sasso e scende nella Val Pescara. La passeggiata che proponiamo muove dalla chiesa di Cintorelli e sale al Monte della Cava, il balcone sulla conca di Capestrano. Il percorso è a saliscendi, con un dislivello modesto e richiede un tempo minimo di tre ore tra andata e ritorno.

Santa Maria di Cintorelli

Il bivio per Cintorelli si trova sulla statale 17, alla rotonda del km 62,6. La chiesa sorge isolata alla base del monte Castellone.

La chiesa tratturale celestiniana di Santa Maria di Cintorelli

Restaurata dopo i ruvidi scossoni del sisma aquilano, tornano a farsi ammirare la struttura tardorinascimentale a navata unica, la profonda zona absidale, le cappelle, l’ostello, la struttura porticata laterale di servizio alla transumanza, il pozzo, la croce celestiniana. Il cippo tratturale numero 101 si trova a pochi passi, al vertice della vicina rete di recinzione.

Il cippo 101 del Regio Tratturo

Il monumento a Vanzetti

A fianco della chiesa è stato collocato il monumento all’emigrante, realizzato nel 2006 dal maestro aquilano Augusto Pelliccione. Una lapide riporta una frase di Bartolomeo Vanzetti, l’anarchico italiano emigrato e ucciso in America: «Vorrei un tetto per ogni famiglia, un pane per ogni bocca, un insegnamento per ogni cuore, le luci per ogni intelletto». La sacca da viaggio e il bastone da cammino fanno dell’emigrante un personaggio intercambiabile con altri tipici frequentatori dell’altopiano come il pastore e il pellegrino.

Il monumento a Vanzetti

I campi di pietra

Sul retro della chiesa si segue ora il sentiero tratturale, ripulito e molto ben segnalato, che risale a mezza costa tra le rocce e i cespugli in direzione est, al valico del Monte Castellone in località Vernone. La traversata del valico ci fa incontrare le recinzioni con i muretti a secco degli antichi fondi coltivati e degli stazzi. A margine dei campicelli d’altura si scorgono le capanne di pietra costruite dagli agricoltori-pastori per custodire gli attrezzi di lavoro. Questi modesti ricoveri sono ormai rovinati ma in qualche caso si mostrano ancora intatti facendosi ammirare per la loro tecnica costruttiva.

La capanna in pietra a secco

Il piano d’Asèno

Si spalanca ora davanti a noi la conca che ospita l’ampio piano di Asèno. La marcatura del sentiero s’interrompe, ma la sterrata che traversa il pianoro è del tutto evidente.

Il Piano d’Asèno

In bell’evidenza sono i suoi “campi aperti”. L’intero pianoro è suddiviso in strisce di terra che scendono regolari e parallele dai fianchi dei colli verso la strada di fondovalle. Le strisce di terra erano un tempo coltivate a rotazione con le tipiche colture di montagna: i legumi, i cereali, le patate, gli erbaggi. Oggi le incursioni dei cinghiali rendono vana quest’agricoltura e consigliano solo la produzione di erba medica, foraggere, lupinella e crocetta. Ai nostri occhi, comunque, ogni striscia di terra assume un colore diverso da quelle vicine, creando così una straordinaria tavolozza colorata che è diventata il paesaggio agrario tipico del Gran Sasso.

Il Piano d’Asèno visto dall’alto

Il Colle della Cava

Traversato il piano, per proseguire serve un po’ di attenzione all’orientamento. I segni di vernice sul terreno sono scomparsi, sostituiti da rari fiocchetti di plastica annodati ai ginepri. Occorre procedere in direzione nord-est, su una sterrata che risale i colli tenendo sulla destra la recinzione della zona di rimboscamento. S’incontrano altri piccoli pianori coltivati e le opere dell’acquedotto realizzato dalla Cassa per il Mezzogiorno. A un incrocio di sterrate spicca isolato il cippo numero 113 del tratturo.

Il cippo tratturale 113

Giunti di fronte a un piano coltivato di forma allungata, lo si aggira sulla destra senza scendervi e si sale l’altura di fronte lungo un canalino. Siamo al Colle della Cava, a quota 911, obiettivo della passeggiata. Un moderno totem del tratturo si affianca all’antico cippo tratturale numero 117, sotto le chiome di un pino, all’inizio della ripida discesa verso Santa Pelagia.

Il cippo tratturale 117

Il panorama

Il colpo d’occhio dal colle ripaga la modesta fatica compiuta. In basso si distende l’ampia conca di Capestrano percorsa dal tratturo e dalla moderna strada di scorrimento. Il lago di Capodacqua segnala le sorgenti del fiume Tirino. A destra spicca Capestrano sul colle, col vicino convento di San Giovanni. Di fronte è Ofena, con le sue Pagliare e i vigneti che producono vini famosi come il Montepulciano, il Pecorino e il Trebbiano. Sopra Ofena è Villa Santa Lucia. A sinistra si alzano Castelvecchio, Calascio e la Rocca e il suo famoso Castello. E poi la skyline delle grandi montagne dell’Appennino, le creste e le vette delle catene del Gran Sasso e della Maiella, disegnate sulla ‘linea del cielo’. A sinistra il Corno Grande, il Prena e il Camicia. A destra il Blockhaus, l’Acquaviva, Pescofalcone, monte Amaro e il Porrara.

La conca di Capestrano

Di fronte a noi, seguendo il percorso del tratturo, individuiamo il valico di Forca Penne. A destra del valico è la piramide di monte Picca; alla sua sinistra la cresta con le gobbe della Cannatina e della Cappucciata, che prosegue poi verso i monti di Campo Imperatore.

Per approfondire

Le edizioni Exorma hanno pubblicato nel 2015 un magnifico volume collettivo, con un ricco corredo fotografico, dal titolo Abruzzo sul Tratturo Magno, curato da Letizia Ermini Pani. Il sottotitolo “ Borghi Archeologia Paesaggio Architettura Tradizioni Arte Transumanza” esplicita la varietà dei contributi raccolti e le declinazioni disciplinari degli specialisti coinvolti.

Abruzzo sul Tratturo Magno

Ma volumi e convegni produrrebbero effetti limitati senza un lavoro concreto di ricerca sul campo, di riapertura e di marcatura degli antichi tratturi. Questo lavoro è stato meritevolmente svolto dal Gal Gran Sasso Velino grazie a un progetto europeo. I frutti sono ben documentati nella guida “Le vie della transumanza – Guida ai tratturi aquilani fra Gran Sasso e Sirente”, corredata da un’ottima carta in scala 1:40.000, scaricabile anche dal sito Tratturi e Cammini.

Le vie della transumanza

(Ho percorso il tratturo il 17 marzo 2017)

Abruzzo. Le capanne di pietra di Villa Santa Lucia

Villa Santa Lucia degli Abruzzi. Bisogna voler molto bene a questo paese per decidere di salire quassù. E bisogna prima scovarlo sulle mappe. Remoto. Isolato. Raggiunto da strade tortuose, a novecento metri di quota, proprio sotto le ultime creste della catena del Gran Sasso. Certo, il panorama ripaga la lunghezza del viaggio. Ma il paese è un deserto umano e commerciale. Verso le ultime case una loquace vecchina, molto curiosa, esce di casa e prende a raccontarmi della notte del terremoto e poi della nevicata record di quest’inverno e di altre interminabili storie del passato. Alla fine della passeggiata incontrerò un altro abitante, anche lui loquace: ce l’ha con il mondo intero e con la desolazione di un paese da cui tutti sono andati via. In Canada, innanzitutto e poi verso i paesi della costa o della pianura. A Villa siamo rimasti in trentadue – racconta – e un’altra decina nella frazione di Carrufo; da noi il medico sale una volta alla settimana e così il furgone ambulante degli alimentari. Racconta dell’azienda agro-pastorale del paese e della coltivazione del tartufo. Mi mostra il segno lasciato nel bosco dalla slavina invernale che è piombata giù fermandosi a pochi metri dal paese.

La segnaletica

Se il futuro di questo paese è perlomeno incerto, andiamo a scoprirne almeno il passato. Visto che – come afferma Antonella Tarpino – la memoria è la sola garanzia di esistenza per le culture agro-pastorali. E così seguiamo i sentieri che si dipartono a sud-est del paese e che si dirigono verso il colle della Madonna e il colle di San Nicola. Questi due rilievi interrompono come una risacca le ripide pareti discendenti dei monti Cappucciata e Cannatina e vi creano una valletta, che ospita campicelli d’altura, pascoli e un insediamento pastorale diffuso in pietra a secco, erede di un villaggio romano e poi longobardo. La ricerca condotta dall’università dell’Aquila vi ha censito una ventina di capanne di pietra a tholos. Siamo sul braccio di tratturo nel quale confluivano le greggi della Baronia di Carapelle che lasciavano i pascoli estivi di Campo Imperatore: da Calascio e Castel del Monte i pastori scendevano a Villa Santa Lucia per proseguire in quota e intercettare il Tratturo Magno a Forca Penne.

L’edicola dello Spirito santo

Dal Municipio di Villa (880 m) imbocchiamo la via Battisti, superiamo le ultime case di Randino e raggiungiamo un bivio presidiato da un’antica edicola di pietra, a forma di condola, un tempo affrescata e dedicata allo Spirito Santo. Qui deviamo sul percorso di destra, seguendo la segnaletica dell’ippovia del Gran Sasso e la freccia di legno con l’indicazione ‘capanna in pietra’. Dopo una ventina di minuti, due frecce con l’indicazione ‘tholos’ ci fanno scoprire sulla scarpata di sinistra una elaborata capanna di pietra con un gradone a spirale e il muretto che ne protegge la porta d’ingresso, sormontata dall’architrave. Tutta l’area è cosparsa di macere e capanne dirute, ma la loro esplorazione è resa molto difficoltosa dall’intricata vegetazione di arbusti.

La capanna di pietra di Colle della Madonna

Continuiamo a percorrere il sentiero (noto localmente come la via di Forca), autentico balcone sull’aquilano. La conca del Tirino è incorniciata dalle creste e dalle cime del Sirente e del Velino. A destra (nord-ovest) spiccano la rocca di Calascio e la piramide di roccia di Monte Bolza che domina Castel del Monte. A tratti invaso dalla vegetazione, il sentiero prosegue tra muretti di pietra e campi recintati coltivati a tartufo fino a incrociare un pianoro e una sterrata. Questo incrocio è indicato dalla segnaletica come Colle San Nicola. Abbandoniamo la sterrata per risalire un po’ faticosamente il pendio a sinistra (nord); i sentierini nella macchia salgono alla selletta che separa le due gobbe del Colle di San Nicola.

La capanna di pietra a quota 930

Per cresta saliamo sulla destra alla cima più alta. Impressionano i bastioni terrazzati che cingono l’acropoli e i muretti di pietra che delimitano la piana sommitale. Ai margini del corridoio a pascolo sotto la vetta, a quota 930, si svela una capanna a secco, con un avancorpo nel quale si apre la porta architravata a sezione rettangolare.

Il villaggio di pietra

Ridiscesi alla selletta, scopriamo davanti a noi un mondo dove i campicelli d’altura sono coronati da stazzi recintati, resti di antiche abitazioni di pietra, muretti e un reticolo di sentieri. Conviene salire sull’altura di fronte, sia per avere un quadro d’insieme all’insediamento medievale del Castelluccio, sia per scoprire proprio sulla vetta (quota 965) una nuova ampia capanna di pietra, caratterizzata da un dromos d’accesso, da una porta architravata rastremata in basso e da tre gradoni di pietra interni, utilizzabili sia come panche che come giacigli.

La capanna di pietra sul Colle di San Nicola

Esplorata l’area, prendiamo la via del ritorno verso Villa. La direzione è nord-ovest. Possiamo seguire il sentiero che traversa il pianoro delle Vicenne alla base il Colle della Madonna, dove sono una struttura campeggistica e la chiesa rurale di Santa Maria delle Vicenne. In alternativa possiamo seguire più in alto la strada bianca parallela che taglia le pendici del monte Cappucciata e che traversa l’impressionante traccia lasciata dalla slavina del gennaio 2017. La durata minima dell’escursione è di circa tre ore, con un dislivello molto limitato.

Villa Santa Lucia degli Abruzzi e i colli dell’escursione

(Ho effettuato l’escursione il 29 marzo 2017)