Casnigo. Il vescovo e l’arciprete all’inferno

Il Santuario della Trinità di Casnigo: gli affreschi dell'abside

Il Santuario della Trinità di Casnigo: gli affreschi dell’abside

Casnigo è in provincia di Bergamo, nella media Val Seriana, su un altipiano formato dall’azione congiunta del fiume Serio e del torrente Romna. Una qualche notorietà gli deriva dall’essere il “paese del baghèt“, ovvero la tipica cornamusa bergamasca. A un’altitudine di poco superiore si trova il santuario della Trinità, scrigno d’arte in terra bergamasca. Particolarmente interessante è il ciclo di affreschi, opera dei Baschenis, dipinto tra la fine del Cinquecento e gli inizi del Seicento. Il ciclo si sviluppa sull’arco trionfale e il presbiterio, e raffigura il Giudizio universale, la vita e la passione di Gesù Cristo, profeti, apostoli e dottori della Chiesa.

Il Giudizio universale di Casnigo

Il Giudizio universale di Casnigo

L’affresco del Giudizio Universale sull’arco absidale è molto esteso e si sviluppa su circa quaranta metri quadri di superficie. Ma al di là delle imponenti dimensioni ciò che colpisce l’osservatore è la densità umana dei luoghi ultraterreni, l’autentica folla di personaggi che il pittore ritrae, le centinaia di protagonisti e comparse che si riversano sulla scena del giudizio. Sulla base dell’arco, a sinistra, è descritta la scena della risurrezione dei morti, del giudizio individuale e della formazione del doppio corteo dei beati e dei dannati. L’ambiente è quello della valle di Casnigo che si allunga sullo sfondo delle cime delle Orobie; la valle del Serio viene si trasfigura qui nella biblica valle di Giosafat ai piedi del monte di Gerusalemme, dove Gioele profetizza l’adunata di tutte le nazioni nel giorno del giudizio universale. Gli angeli tubicini hanno risvegliato i morti con il suono delle loro trombe. Il messaggio degli angeli è esplicitato sul cartiglio: surgite mortui, venite ad iudicium. L’arcangelo Michele, in abito guerriero da comandante delle schiere angeliche, pesa i risorti sulla bilancia a doppio piatto e tiene a distanza con la lancia un insidioso demonio che tenta di condizionare la pesatura. I risorti che sono stati giudicati positivamente sono accolti a braccia aperte dagli angeli. Spiccano il triregno di un papa, la mitria di un vescovo e il velo delle suore. Il corteo dei beati s’ingrossa e inizia l’ascensione verso il cielo, accolto festosamente da uno striscione con la scritta: Venite benedicti ad gloriam eternam. I risorti che al contrario sono stati giudicati negativamente diventano preda di grottesche figure diaboliche. A colpi di forcone e con modi spicci e brutali i diavoli spingono i dannati in un caotico corteo, dove la disperazione individuale si somma al panico collettivo.

Gli eletti

Gli eletti

Sulla base dell’arco a destra è ritratto l’Inferno. La catena di monti è illuminata dai colori del tramonto del cielo. Sullo sfondo si alza una muraglia di fiamme altissime, sovrastata da uno striscione che riporta l’anatema matteano della maledizione divina: ite maledicti in ignem eternum. I dannati sfilano tra due ali di sadici diavoli armati di forconi. Pianto, urla disperate, mani che coprono i volti, capelli strappati, sono i segni che esternano lo stato d’animo dei dannati. Uomini e donne sono nudi. Solo qualche copricapo ne indica lo status sociale: il triregno di un papa o la corona di un re. Maliziosamente la tradizione popolare locale ha individuato tra i dannati il vescovo di Bergamo (con la mitria) e l’arciprete di Casnigo (con il tricorno, la berretta a tre punte), persone con le quali la Confraternita proprietaria della chiesa non aveva in quel momento buoni rapporti. La massa dei dannati viene spinta tra le fauci del Leviatano infernale, un drago dai denti aguzzi che sputa fiamme dalle narici, dagli orecchi e dalla bocca. Ingoiati dalla bocca dell’Inferno, i dannati confluiscono nei locali sotterranei dove vengono stivati come balle di fieno dai forconi demoniaci. Sulla scena si staglia una scritta minacciosa: “mai”. Essa sintetizza il dantesco “lasciate ogni speranza voi ch’entrate”: la permanenza all’inferno non avrà mai fine.

L'Inferno

L’Inferno

In alto l’affresco si sviluppa sull’intera fascia dell’arco e descrive gli eventi localizzati in cielo, al di sopra delle nuvole. Una galleria di luce solare collega l’empireo allo spazio celeste. Scortato dai cori angelici, Gesù scende dall’alto dei cieli sulle ali dei cherubini, si siede sull’arcobaleno della nuova alleanza e si mostra all’umanità: è la sua seconda parusia. Indossa il mantello del colore rosso del martirio e mostra ai presenti le sue cinque piaghe. Un gruppo di angeli esibisce gli strumenti della passione: la croce, la corona di spine, la canna con la spugna dell’aceto, i chiodi, la colonna della flagellazione, la lancia di Longino. I due intercessori – la madre Maria e il precursore Giovanni Battista – pregano in ginocchio implorando la benevolenza del giudice nei confronti dei risorti. Una schiera di otto angeli tubicini fa squillare le trombe del giudizio per chiamare i morti alla risurrezione. Ai lati del giudice è schierato il Paradiso dei Beati, una folla di santi nella quale spiccano gli apostoli, gli evangelisti, i patriarchi, i martiri, i dottori della chiesa, i fondatori degli ordini, i santi e le sante più popolari del tempo. Gli Apostoli sono i più vicini a Gesù e interpretano il tradizionale ruolo di tribunale celeste. Li riconosciamo facilmente dai loro attributi: Pietro (con le chiavi), Giovanni (imberbe, col libro del Vangelo), Bartolomeo (con il coltello), Andrea (con la croce), Giacomo (con il bastone da pellegrino), Tommaso (con la squadra), Paolo (con la spada e il libro delle lettere), Giuda Taddeo (con la clava), Matteo (col libro del Vangelo). Il gruppo di donne sante alla destra del giudice comprende la Maddalena (con i lunghi capelli biondi e il vasetto dell’unguento), Caterina d’Alessandria (con la corona regale e la ruota dentata del martirio), Caterina da Siena (stigmatizzata e con il crocifisso), Orsola (con lo stendardo dell’armata delle sue compagne), Chiara d’Assisi (con l’ostensorio), Apollonia (con la tenaglia e il dente), Agata (con i seni tagliati sul piatto). Tra i santi si riconoscono il povero Lazzaro (con il corpo devastato dalle piaghe), il domenicano Pietro da Verona (con il giglio, il libro e la roncola sul capo) e Francesco d’Assisi (con il saio, la croce e le stimmate). Nel gruppo alla sinistra del giudice riconosciamo Longino (con la lancia), i dottori della chiesa Gregorio (con la tiara papale), Ambrogio e Agostino (in abiti vescovili), Lorenzo (con la graticola), Elena (con la croce), Alessandro di Bergamo (con l’armatura e il vessillo gigliato), Domenico di Guzman (con l’abito domenicano e il rosario).

Visita la sezione del sito dedicata alle visioni dell’aldilà: http://www.camminarenellastoria.it/index/VISIONI_ALDILA.html

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Pinzolo e Carisolo: al ballo dei morti in Val Rendena

Pinzolo: la morte, il crocifisso. il papa, il cardinale e il vescovo

Pinzolo: la morte, il crocifisso. il papa, il cardinale e il vescovo

Siamo ai piedi dei valloni dell’Adamello e delle guglie delle Dolomiti di Brenta, dove i due rami del Sarca si fondono e originano la Val Rendena. Qui ripercorriamo le orme lasciate da una famiglia di pittori itineranti del Cinquecento. Si chiamavano Baschenis e giravano a piedi valli e paesi del Trentino proponendo ad agiati mercanti, priori di confraternite e arcipreti i loro servigi di frescanti ambulanti. Partiamo da San Vigilio di Pinzolo raggiungiamo poi Santo Stefano di Carisolo per osservare due affreschi gemelli della Danza macabra.

Punto di partenza è la chiesa di San Vigilio, appena fuori Pinzolo, isolata e ben visibile dalla strada statale. La facciata medioevale è ricoperta da affreschi: il più singolare è sicuramente la Danza Macabra dipinta da Simone Baschenis nel 1539. Una lunga teoria di cadaveri mummificati e scheletriti invita ironicamente a danzare persone diverse e spaurite. La disco-music è suonata da un inquietante trio, un’orchestra di cornamusa e flauti. Il refrain ripete incessantemente che «la hora è fenita». I primi a ballare il tango dei morituri, allacciati agli scheletri, sono i prelati: il pontefice, il cardinale, il vescovo, il sacerdote e il fraticello. Incedono poi i nobili: l’imperatore, il re, la regina e il duca. Segue il corteo dei rappresentanti dei vari strati sociali: il medico, il guerriero, il ricco avaro, un giovane, un mendicante, la monaca, la gentildonna. Chiudono il trenino una vecchia e un bambino. A destra irrompe rapida e saettante la Morte, uno scheletro con la faretra piena di frecce, che cavalca un bianco cavallo alato e calpesta i cadaveri a terra e dice: «Fati bene tanto che seti in vita / Che come l’ombra la morte vi seguita / De li vostri delicti penitentia fati / La ve zonzerà pu presto che non pensati». Da ultimo l’Arcangelo Michele, con la bilancia e la spada sguainata, tiene a bada il Diavolo che mostra sul suo libro i nomi dei sette peccati capitali. Sono figure che impressionano. È una scena che compare sinistra e ammonitrice solo alla fine del medioevo e che riproduce l’impianto scenico tipico del teatro medievale e dei misteri. Lasciamo San Vigilio e puntiamo alla chiesetta di Santo Stefano. La distanza è breve, poco più di due km, da percorrere a passo rilassato. Traversando Via Fucine e Via Genova, andiamo a raggiungere il ponte sul Sarca. Imbocchiamo al di là la Via Trento, al margine di Carisolo, e ci dirigiamo verso lo sperone di roccia all’imbocco della Val Genova che regge la chiesa di Santo Stefano e il piccolo cimitero. Una salita porta al parcheggio e in breve alla chiesetta e alle rocce del Golgota. La passeggiata agita gli archivi della memoria. La danza macabra riunisce in un solo corteo i ricchi e i poveri, i potenti e gli umili La morte non fa differenze. Una prospettiva egualitaria che suona come una rivalsa sociale? Oppure un paradossale premio, un conforto dopo un’esistenza dura e travagliata e una vita di stenti? Le domande si affollano. Lo spauracchio della morte è una forma di pedagogia della paura? O è al contrario uno stimolo a una più intensa esistenza cristiana? Si vuole marcare il senso della fine o spingere a una completa adesione alla vita? Non è forse la danza macabra una sorta di allarme preventivo destinato a scongiurare la disperazione finale? E oggi? Chi pensa più alla morte? Una serenità epicurea, condita dal versamento dei premi della polizza assicurativa, oppure la negazione isterica sembrano i rimedi più diffusi e adeguati a questa coscienza agghiacciante della fine… O no? Un po’ di fiatone sul tratto finale in salita ci fa abbandonare le riflessioni. È tempo di ammirare il verde dei boschi della Val Genova e questo gioiello d’arte e architettura popolare. Santo Stefano è uno scrigno di affreschi: inaspettato è quello che ricorda il supposto passaggio di Carlo Magno. Deliziosa è la scena dell’Ultima cena: Gesù e gli apostoli siedono davanti la tavola imbandita: ci sono il pane e il vino; c’è naturalmente l’agnello pasquale; ma non mancano le trote e i gamberi di fiume del Sarca. E poi, all’esterno è la seconda Danza macabra, dipinta nel 1519, che si sviluppa in 20 quadri su 12 metri di lunghezza. La morte fa coppia con i prelati, irride un Vescovo (o episcopo mio giocondo / le gionto il tempo de abandonar el mondo!), danza con i potenti, sfida un giovane elegante (de vostra zoventù resplende el sole / però la morte chi lei vole, tole) e si fa beffe perfino di un mendicante storpio (non dimandar misericordia, o povereto zopo / a la morte, che pietà non ha, no ghe darà intopo!). Riesce ad essere perfino galante nell’invitare al ballo la bella gentildonna, ma con parole di un sarcasmo sferzante: Che giova a te vanagloria, pompa e beleze / la morte te farà pianzer e perder le treze!

Vedi anche nella sezione “Sentieri per lo spirito”: www.camminarenellastoria.it/index/spirito_6_Trentino.html

Il sacerdote, il frate, l'imperatore, il re, la regina e il duca

Il sacerdote, il frate, l’imperatore, il re, la regina e il duca

Il medico, il soldato, il ricco, il giovane, il mendicante, la monaca, la dama e la vecchia

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Il bambino, la morte a cavallo, l'arcangelo e il demonio

Il bambino, la morte a cavallo, l’arcangelo e il demonio

La danza macabra di Carisolo

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