Abruzzo. La cascata e le antiche pietre di Borrello

Siamo nella media valle del fiume Sangro. Si traversa più volte il confine tra l’Abruzzo e il Molise, saltellando tra un paese e l’altro e varcando i limiti amministrativi delle province di Aquila, Chieti e Isernia. Il confine creato cinquant’anni fa non divide, ma semmai unisce territori omogenei e storicamente legati. Dal fondovalle risaliamo le curve che ci portano agli ottocento metri di quota del pianoro di Borrello. Come tanti altri paesi nei dintorni, Borrello è aggrappato a uno spuntone roccioso, che da queste parti chiamano ‘pesco’.

Panorama di Borrello

La principale attrattiva di Borrello sono le Cascate del Verde, protette da una Riserva naturale regionale gestita dal WWF. Sono le Cascate naturali più alte d’Italia, frutto del triplice salto delle acque del fiume Verde, un affluente di destra del Sangro. Si possono ammirare nella loro forma e nella loro bellezza durante tutto l’arco dell’anno, ma la portata massima delle acque è tipica dei mesi primaverili. Da Borrello si segue la strada per Rosello e dopo circa un km si devia a sinistra per raggiungere l’ingresso, con l’infopoint, la biglietteria e i servizi dell’Oasi. Percorsi i primi cento metri, ci si trova a un bivio.

La cascata del Verde

Se si segue il ramo di sinistra ci si trova su un percorso protetto che raggiunge tre distinti punti di osservazione sulle cascate. Il punto migliore di osservazione è il terzo, il più basso, che si raggiunge scendendo una rampa di oltre duecento gradini all’ombra di un bosco di aceri, lecci, roverelle e abeti bianchi. Il posto è di grande suggestione. La risalita è ovviamente più prosaica e faticosa. Tornati al bivio, si segue il ramo di destra e in meno di un km si giunge all’Osservatorio, una terrazza panoramica dalla quale si domina la valle del Sangro e la corona di monti Frentani con i paesi vicini.

La media valle del Sangro

Altro motivo d’interesse di Borrello sono le casitte, le capanne in pietra a secco che si rintracciano nel bosco del Montalto e nelle radure dei dintorni. Questa forma di architettura spontanea, combinata con i muretti a secco e i terrazzamenti alle pendici del Montalto, potrebbe avere anche una storia importante come attesta una ricerca archeologica in corso. La ricerca ipotizza che le strutture presenti sul Montalto siano riferibili a un complesso posto a difesa e a controllo della via che provenendo da Trebula (l’attuale Quadri) risaliva la valle del Sangro e si dirigeva verso sud dividendosi nei due rami alla base del Montalto; l’insediamento antico godeva di una posizione strategica di rilievo, con una comunità stanziale ricordata da una necropoli monumentale.

Muraglione di pietra nel bosco del Montalto

Il primo nucleo di casitte si trova alle pendici del Montalto a 620 m di quota. Si suggerisce di chiedere in paese l’aiuto di persone esperte dei luoghi, non tanto per il rischio di perdersi, quanto per evitare la frustrazione di ricerche infruttuose nel fitto bosco. Nel mio caso ho trovato persone molto disponibili e prodighe d’informazioni. Utilissima è anche la “passeggiata al Bosco di Montalto” raccontata sul web da Angelo Ferrari. Usciti da Borrello sulla via di Rosello, dopo le ultime case, si devia a destra all’altezza di un fontanile; superato il campo sportivo, presso il cartello della cooperativa Leoreadi, la strada devia a destra passando davanti alla Casa del pastore.

La Capanna del Pastore

Più avanti, superato un cancello, occorre fare attenzione a una stradina che entra a sinistra nel bosco, tra due muretti di pietra (1,1 km dal fontanile). Si sale a piedi sul largo e ombroso stradello, tra muraglioni e macere di pietre, fino a una sbarra verde che chiude un fondo sulla sinistra.

Casitta nel bosco

Lasciato lo stradello si sale a destra nel bosco seguendo i recinti di pietra che terrazzano gli antichi fondi. Un muraglione più alto che segue la cresta del monte può farci da riferimento. Scopriamo qui un nucleo di capanne di pietra, isolate o addossate ai muretti, ancora integre, pur se interrate o parzialmente franate. Tornati alla stradina e percorso un breve tratto si osserva più in basso sul pendio a sinistra una casitta isolata, di dimensioni più ampie e ancora integra pur se pericolante.

La Capanna Simonetta, oggi Nelli

All’interno, su una roccia del pavimento, è inciso l’anno di probabile costruzione (1908) e l’iniziale del proprietario del tempo (Simonetti). Il manufatto e il fondo sono oggi di proprietà della famiglia Nelli. Gli anziani raccontano che in questi ripari, durante la seconda guerra mondiale, trovarono rifugio gli abitanti del paese per sfuggire ai bombardamenti, alle requisizioni e ai pattugliamenti armati lungo la linea Gustav.

La sigla del proprietario e l’anno di costruzione

Un altro esemplare molto interessante di capanna di pietra è il Casino di Pampino. Occorre proseguire in macchina (o a piedi) sulla strada asfaltata che aggira il Montalto, incrocia sulla sinistra un’altra strada che riporta a Borrello e raggiunge un’ampia rotonda dove si parcheggia.

L’interno del Casino Pampino

Pochi metri sulla strada che si dirige a est lungo la linea del confine regionale, tra il bosco di Vallazzuna e il piano Ciavarrello, portano a individuare sulla destra la capanna di pietra, la cui copertura a tholos è caduta. Le dimensioni della capanna sono notevoli, tali da ospitare un nucleo familiare, come effettivamente accadde durante la guerra. Si osservano le aperture esterne e i piccoli vani interni ricavati tra le pietre e destinati a riporvi gli oggetti di uso domestico.

La capanna della radura

Altre capanne di pietra sono distribuite nei dintorni. Pur se crollata, è interessante visitare la capanna che sorge al margine di un’ampia radura un tempo coltivata. Sulla via di Quadri, cinquecento metri dopo il cimitero, una ripida stradina scende verso la radura, guada il fosso e risale brevemente; la casitta è nascosta tra i primi alberi del bosco e attesta la sua antica funzione di servizio al pascolo e all’agricoltura di montagna.

Edificio rurale ristrutturato

(L’escursione è stata effettuata il 9 giugno 2017)

Abruzzo. I segni del paesaggio agro-pastorale di Collepietro

Collepietro è il paese che chiude a sud-est il lungo altopiano di Navelli, nell’Aquilano. L’antico Collis Petri, con le case del centro storico aggrumate sulla cima rotonda del colle, era un paese-sentinella sulle due storiche strade che lo attraversavano: in alto la via degli armenti, il regio tratturo Centurelle-Montesecco, bretella del Tratturo Magno; in basso la romana via Claudia Nova, diventata poi la statale 17 dell’Appennino abruzzese. Oggi però gli armenti non percorrono più da tempo lo storico tratturo e il traffico della statale 17 è stato dirottato sulla veloce fondovalle del Tirino. Con il risultato che Collepietro rischia di diventare un borgo marginale, tagliato fuori dai traffici, sconosciuto ai più. Malinconica fine per un villaggio che un tempo aveva fatto parte del castaldato valvense e che aveva dignitosamente partecipato alla fondazione della città dell’Aquila. E poiché i guai non vengono mai soli, si sono aggiunti in tempi recenti il furioso incendio del 2007 che ha sconvolto il paesaggio vegetale e il terremoto aquilano del 2009 che ha scosso gli edifici di pietra.

Capanna di pietra

Collepietro merita dunque almeno il risarcimento di una visita affettuosa. Si può andare alla scoperta dei segni del paesaggio agro-pastorale: il tratturo, i cippi, le capanne di pietra, gli ovili e gli stazzi, i recinti dei fondi, i pagliai, i muretti dei terrazzamenti, le macère. Collepietro gioca un suo ruolo rilevante in quest’archeologia del paesaggio. I suoi abitanti hanno guardato al monte e al piano. Giù nella valle ci sono i campi coltivati, la terra, l’acqua, le case rurali, le vie lineari, le stalle e i fienili. In alto ci sono le pietre, i ginepri, i recinti di pietra, i muretti, i campicelli d’altura, le tortuose mulattiere, i fossi, le capanne pastorali; e oggi anche la bonifica ambientale e il rimboschimento. Quel che proponiamo è un vagabondaggio tra questi molteplici punti d’interesse, uno scouting del territorio, più che una classica escursione in montagna.

La mappa dei sentieri di Collepietro

L’asse di riferimento della passeggiata è il percorso del Regio Tratturo. Partendo dalla chiesa dedicata alla Madonna del Buon Consiglio che sorveglia Collepietro, si segue il tratturo fino alla Serra di Navelli. Il percorso è facile e panoramico, pur se in salita, e segue all’inizio una strada asfaltata che diventa poi una larga sterrata. La cresta della Serra va percorsa invece sull’evidente sentiero del tratturo. L’esplorazione si svolge senza un itinerario rigidamente prefissato, all’interno comunque dell’anello che una sterrata disegna intorno alle gobbe delle Tredici Rane, di Saline, di Falgiaro e di Collalto; la sterrata si dirama a destra del tratturo e vi ritorna con un percorso circolare. Siamo sul sistema di colli che separa la piana di Navelli dalla valle Tritana, dove sono le sorgenti del Tirino e Capestrano.

La chiesa del Buon Consiglio

La chiesa del Buon Consiglio

La chiesa si trova in posizione isolata fuori del paese, su un ‘riposo’ del tratturo. All’esterno è rinforzata da tre contrafforti per ciascun lato. Una breve scalinata sale al bel portale romanico, sormontato da una lunetta. Sul retro vi sono alcuni edifici di pertinenza, in parte in rovina. Ampio il panorama sulla valle di Sulmona e sulla piana di Navelli.

Il tratturo e il cippo

A Collepietro fa tappa il Regio Tratturo che proviene da Navelli e scende poi a Bussi sul Tirino. Dalla chiesa del Buon Consiglio, seguendo anche le segnalazioni, risaliamo i tornanti della stradina prima asfaltata e poi sterrata a nord del paese e seguiamo la cresta dei colli che fasciano a est l’altopiano. In questo tratto il percorso coincide con l’ippovia diretta a Capestrano. Giunti a un incrocio, lasciamo a destra sia la sterrata dell’anello (che seguiremo al ritorno), sia il percorso per Capestrano e imbocchiamo a sinistra (nord-ovest) il sentiero tratturale che risale la cresta della Serra. A quota 883 incontriamo il cippo che porta incisi la sigla RT (Regio Tratturo) e il numero progressivo (il 43). Con agevole salita raggiungiamo la piramide di pietre sul punto più alto, a quota 965. Il panorama comprende le due catene montuose maggiori del Gran Sasso e della Maiella.

In cima alla Serra, col Gran Sasso sullo sfondo

Lo stazzo del pastore 

Esattamente sulla vetta della Serra di Navelli possiamo osservare i muretti di pietra che circondano un antico stazzo. Questo spazio aperto era il ricovero notturno del gregge, dove le pecore pernottavano all’aperto, vigilate dai cani-pastore. All’estremità orientale è ancora visibile il recinto trapezoidale del mungituro, dove le pecore venivano canalizzate e munte dei pastori prima di entrare nello stazzo.

Lo stazzo della Serra

La struttura dello stazzo risulta più evidente dalla foto zenitale. Nei pressi, a quota 930, è ancora visibile la capanna di pietra a secco che costituiva probabilmente il ricovero del pastore. La volta è crollata, ma la struttura è ancora evidente.

La capanna del pastore

Le capanne di pietra

La capanna in località Tredici Rane

Scesi dalla Serra alla selletta dov’è l’incrocio di strade, imbocchiamo la sterrata diretta a est che aggira i colli di Tredici Rane, Falgiaro, Saline e Collalto. Queste alture mostrano un particolare addensamento di capanne in pietra a secco, poste a margine di piccoli fondi recintati. Le capanne sono subito visibili a destra della strada e poi sulle aree sommitali, raggiungibili grazie a una rete di stradelli e sentieri.

Capanna invasa dai rovi

Sono interamente costruite senza leganti, con pietre a secco sovrapposte e rastremate in alto. Sono generalmente di piccola e media dimensione, utilizzate come magazzino e rimessa degli attrezzi da lavoro. Le troviamo costruite su aree pianeggianti, ma anche aggrappate ai pendii. Purtroppo il loro stato di conservazione è cattivo: l’ingresso è assediato dai rovi e il terremoto ha causato il collasso soprattutto della cupola e dei portali.

Capanna crollata

I muretti di pietra

Campo terrazzato

Nelle stesse aree sono stati costruiti numerosi muretti di pietra. Ne vediamo alcuni di fattura molto semplice e grossolana. Ma spesso s’impongono alla vista muri di media altezza, alzati con grande abilità geometrica, combinando a secco pietre di varie dimensioni. La funzione di questi muretti è ovviamente quella di segnalare i confini dei fondi agricoli, delle aree di pascolo e degli stazzi. Ma i più ammirevoli sono quelli costruiti sui terreni in pendio a sostegno di terrazze di terreno coltivato. La gradinatura del declivio evita il dilavamento del terreno e il suo scorrere a valle e crea un paesaggio di ‘giardini pensili’.

Capanna sottofascia

Le macère

Una macèra

Questo termine indica i numerosi accumuli di pietre visibili ai margini degli appezzamenti agricoli e delle radure. Su questi colli le macère hanno spesso la base costruita con regolarità geometrica e con pietre più grandi. All’interno vi è il pietrame gettato disordinatamente dai contadini, frutto del loro metodico spietramento operato nelle particelle coltivate e nelle aree di pascolo.

I pagliai

A Collepietro sono visibili alcuni pagliai, edifici monocellulari a carattere elementare, col tetto a spiovente, destinati alla conservazione del fieno. Spesso sono costruiti sul pendio e sono allora articolati su due piani, fienile e stalla, con un doppio accesso, posteriore a monte e anteriore a valle.

I fontanili

Il fontanile

Sono vasche per l’abbeverata degli animali, dotate di acqua sorgiva, distribuite capillarmente lungo le vie armentizie, i pascoli, i riposi e nelle vicinanze delle masserie e degli stazzi. Nel piano sottostante Collepietro si può vedere un lungo fontanile a vasca, costruito accanto a un minuscolo lago.

La cisterna

Molto interessante è anche il rudere dell’antico pozzo-cisterna a servizio dell’irrigazione e degli allevamenti diffusi nella zona. Due pietre murate sul fronte dell’edificio riportano un’iscrizione e una data.

La taverna

La taverna di Collepietro

A lato della statale 17, al km 72, nei pressi del bivio per Collepietro, sono ancora ben visibili i ruderi dell’omonima taverna. La taverna è una presenza costante sul fianco delle strade, dove svolgeva la funzione di luogo di sosta e di ristoro e stazione per il cambio dei cavalli. Le taverne sono presenti con regolarità anche lungo i tratturi: sono osterie attrezzate con sale da pranzo a piano terra e camere da letto al piano superiore. Ma la caratteristica più tipica delle taverne tratturali è il cortile interno con le stalle per gli animali, cui si accede attraverso porte o archi dedicati e la disponibilità di acqua nei dintorni.

Per approfondire

L’escursione può essere preparata dalla lettura della ricerca condotta nel 2007 dalla cattedra di Archeologia medievale dell’Università dell’Aquila, curata da Fabio Redi e Lorella Di Blasio, dal titolo “Segni del paesaggio agro-pastorale. Il territorio del Gran Sasso – Monti della Laga e dell’Altopiano di Navelli” (Edizioni L’Una, L’Aquila, 2010). Le edizioni Exorma hanno pubblicato nel 2015 un magnifico volume collettivo, con un ricco corredo fotografico, dal titolo Abruzzo sul Tratturo Magno, curato da Letizia Ermini Pani. Il sottotitolo “ Borghi Archeologia Paesaggio Architettura Tradizioni Arte Transumanza” esplicita la varietà dei contributi raccolti e le declinazioni disciplinari degli specialisti coinvolti. Si può aggiungere la guida “Le vie della transumanza – Guida ai tratturi aquilani fra Gran Sasso e Sirente”, corredata da un’ottima carta in scala 1:40.000, scaricabile anche dal sito Tratturi e Cammini.

Letture consigliate

(Itinerario percorso il 24 marzo 2017)

Marisa Gallo e il tholos dell’Acquafredda

Ciao, sono un’anziana signora di 76 anni; navigando per caso sul pc mi sono imbattuta nel vostro blog “Camminare nella storia”. Complimenti per le magnifiche parole  e per i sentimenti espressi durante le escursioni fatte lungo quei sentieri di Roccamorice. Voglio solo dire che il tholos di servizio, ristrutturato, annesso alla residenza di campagna vicino all’Acqua Fredda è della mia famiglia: io e mio marito vi abbiamo lavorato personalmente, insieme al muratore mastr’Antonio D’Ascanio nel 1993. E poiché io mi diletto di poesia, ne avevo scritta una proprio sul tholos. Ora noi non vi andiamo più tanto spesso perché siamo anziani, ma soprattutto non possiamo fare escursioni…però fatele voi per noi, e descrivetele,  cosicché anche noi ne godiamo. Di nuovo complimenti: sono contenta di aver avuto l’occasione di leggervi!

Marisa

Residenza di campagna con tholos

IL THOLOS

Arcaico rifugio del pastore

il tholos: muso contro muso il gregge

sceso in fretta dalla montagna scura

giace al sicuro.

Le grosse pietre da  mani operose

senza malta, con perizia e pazienza,

lavorando e con tenacia, sono

state composte.

Quieti or si scaldano il padrone e il cane:

fedele il padrone divide il pane

con lui e lo scarso companatico:

seduti accanto.

Fedele il cane gli lecca la mano.

Fuori infuria ancor forte  il temporale

e ogni cosa il vento strapazza:

ma caldo è il tholos.

Di tanto in tanto  il gregge  bela piano.

Non più rabbuiata è la montagna,

e fra le valli s’intravede un raggio

chiaro di luce.

Capanna di pietra alle Coste Cagne

Capanna di pietra alle Coste Cagne

La fonte dell'Acquafredda

La fonte dell’Acquafredda

 

Maiella. Le Pajare sul tratturo di Roccamorice

Il tratturo di Roccamorice

Il tratturo di Roccamorice

La Maiella è una montagna amata. Gli escursionisti tornano appagati dalle lunghe e panoramiche ascese al monte Amaro e alle altre cime del massiccio. Le passeggiate di bassa quota che partono dalla corona di paesi incastonati alle sue pendici sono una piacevole esperienza di scoperta dei gioielli della natura. Ma i motivi di maggiore attrazione della Maiella sono quelli nascosti nelle pieghe dei suoi valloni, nella ragnatela dei suoi eremi, nelle grotte e nei tholos che punteggiano i pendii che salgono dai paesi verso la fascia del bosco. Il percorso qui proposto corrisponde a un’antica via di monticazione. Segue un largo tratturo di transumanza verticale, percorso pendolarmente ancora oggi dalle greggi di pecore e capre che cercano i freschi pascoli in quota e ritornano poi agli ovili distribuiti sulla montagna. La partenza è il borgo di Roccamorice e il punto di arrivo è il Passo Lanciano. Sul tratturo di Roccamorice le risorse della pastorizia non transumante si sommano a uno straordinario rosario di capanne di pietra, tra le più “belle” della Maiella. La scoperta e l’esplorazione di queste perle di architettura spontanea rendono emozionante e istruttiva l’escursione.

1 - La segnaletica del sentiero

L’itinerario

L’itinerario è qui proposto in forma di traversata da Passo Lanciano a Roccamorice. È consigliabile percorrerlo in discesa per limitare la fatica e agevolare – grazie a tempi più generosi – l’esplorazione delle capanne a tholos. Idealmente conviene utilizzare due auto, una da lasciare a Roccamorice e l’altra per raggiungere il Passo. Il punto d’arrivo dell’itinerario, dove lasciare l’auto, è la località Acquafredda che si raggiunge da Roccamorice seguendo la strada per Santo Spirito e Fonte Tettone; al bivio del Km 6,3 (fontanile) si va a sinistra, si passa il ponte sul fosso Launelle, e al bivio successivo si va a destra; la strada sale a mezza costa sul colle e termina a un quadrivio (quota 800, 2,2 km dal fontanile, 4,7 km dal paese); qui si parcheggia. La località di Passo Lanciano (raggiungibile da Roccamorice via Lettomanoppello o via Fonte Tettone) è punto di riferimento sia per il turismo estivo sia per gli appassionati degli sport invernali e dei campi da sci della Maielletta. Si trova a 1300 metri di quota ed è crocevia delle strade che risalgono i versanti del massiccio. L’imbocco del sentiero del Parco CP (Capanne in Pietra a secco – Anello Colle Astoro) si trova a fianco del casotto del Corpo forestale dello Stato, nella valletta che scorre parallela sulla sinistra alla strada che scende a Lettomanoppello. Il sentiero, ben segnato, traversa una fascia di bosco in direzione ovest. Già in questo tratto di sottobosco sono visibili numerose capanne di pietra, ormai in condizioni malandate, che il rimboschimento del dopoguerra ha occultato sotto la sua galleria vegetale. Esse formano una sorta di villaggio, adagiato sul fianco del Fosso Sant’Angelo e dotato di capanne, recinti, muri di contenimento e sentieri di collegamento. Al bivio, si segue il ramo di destra del sentiero CP. Usciti dal bosco, il sentiero scende sinuosamente in una valletta invasa di felci e raggiunge, in località Arcarelli, il più bel monumento di pietra della Maiella, noto come la Valletta.

Il complesso La Valletta in località Arcarelli

Il complesso La Valletta in località Arcarelli

Le tre capanne sono raccordate da muretti di pietra. La prima dispone di un camino e di tre ripostigli ed è affiancata da una capanna mungitoio. La capanna in basso si sviluppa su due piani, un tempo separati da un tavolato, con accessi indipendenti: la porta superiore ha l’architrave orizzontale mentre l’accesso inferiore alla galleria di pietra ha l’architrave a sesto acuto.

Il muro di sostegno della capanna

Il muro di sostegno della capanna

Si continua sul sentiero segnato, tra boschetti, radure e fossi fino a raggiungere un secondo vasto complesso, noto come la Vasca per la caratteristica vasca trapezoidale di abbeverata, scolpita nella pietra.

La vasca scolpita nella pietra

La vasca scolpita nella pietra

Il recinto presenta due porte di accesso, munite di attaccaglie, pietre forate per attaccarvi le bestie da soma. Questa piccola masseria di montagna comprende quattro capanne destinate a dormitorio e a mungitoio. Molto caratteristica è la capanna con la facciata concava, l’architrave orizzontale e la finestra di scarico.

Capanna con l'ingresso concavo

Capanna con l’ingresso concavo

Il sentiero assume ora la forma caratteristica del tratturo pastorale, protetto da muretti di pietra; vira verso nord e costeggia i campi terrazzati, un tempo destinati a coltivi, vigilati da capanne isolate di servizio.

Capanna a margine dei campi terrazzati

Capanna a margine dei campi terrazzati

Usciti dal bosco si raggiunge il bordo della Valle Ardenga, verdeggiante di felci, di fronte al Colle dell’Astoro. Siamo nel cuore dell’itinerario. La quota è di poco superiore ai 1000 metri.

La capanna del complesso Colle Astoro

La capanna del complesso Colle Astoro

La visita agli insediamenti agro-pastorali della Valle Ardenga si concentra subito sul complesso Colle Astoro, con tre capanne comunicanti addossate a una fascia di rocce; un terrazzino domina dall’alto l’allungato recinto di pietra; un bordo scolpito nella pietra canalizza l’acqua piovana e ne impedisce il riversarsi nelle capanne.

Il terrazzino con la canalina per l'acqua piovana

Il terrazzino con la canalina per l’acqua piovana

Poco più avanti s’incontra un recinto dalla forma triangolare dotato di una capanna e di un mungitoio a doppia entrata. Più avanti si è al quadrivio dei sentieri della Valle Ardenga.

Il recinto triangolare nella Valle Ardenga

Il recinto triangolare nella Valle Ardenga

Il sentiero CP inverte il suo percorso e risale a sinistra (sud-est) per poi chiudere l’anello a Passo Lanciano. Il sentiero che dal quadrivio si dirige a sud-ovest conduce subito al complesso delle Tre Capanne (sulla sinistra) e più avanti sulla destra a una capanna recintata all’ombra di un faggio; volendo proseguire, il sentiero scende sul fondo del Fosso Capanna, dov’è una fonte e un interessante ricovero pastorale in grotta, e risale al di là verso il Colle della Civita e la strada.

Gregge sul tratturo

Gregge sul tratturo

Dal quadrivio seguiamo il tratturo principale C2 in direzione nord-ovest: scavalcato il colle il percorso in discesa si apre sul largo pendio di pascoli popolato di greggi di pecore e capre, di fronte all’ampio panorama dei paesi della Val Pescara e della catena del Gran Sasso. Si può seguire alternativamente sia il vecchio e caratteristico tratturo di monticazione, protetto sui lati da muretti di pietra e da piccole capanne, sia la più comoda sterrata.

La capanna del complesso La Cima

La capanna del complesso La Cima

Notevole è il complesso la Cima con doppio recinto, costruito in una magnifica posizione dominante. Più avanti troviamo il recinto triangolare con capanna aggrappato alla ripida costa.

I recinti di pietra

I recinti di pietra

A sinistra, numerosi boschetti ospitano altre capanne. Si raggiunge ora il bordo del pendio sostenuto da muri di pietre e ci si affaccia sulla destra con bella vista sul terrazzo sottostante e sulle grotte del Fosso Sant’Angelo.

Residenza di campagna con tholos

Residenza di campagna con tholos

In breve si raggiunge un fontanile, al margine di una residenza di campagna con un pozzo e un grande tholos di servizio, restaurato.

La Capanna delle Coste Cagne

La Capanna delle Coste Cagne

Di fronte è il complesso di capanne delle Coste Cagne che si visita. Qui arriva anche la sterrata proveniente dal Fosso Sant’Angelo. Un ultimo tratto sullo sterrato o sul sentiero portano alla strada asfaltata, al quadrivio di Acquafredda, a quota 800 (dove avremo lasciato l’auto). Entrambi i rami della strada asfaltata conducono a Roccamorice.

La pietra forata per legare il mulo

La pietra forata per legare il mulo

Visita la sezione del sito dedicata all’architettura spontanea e ai monumenti della pietra a secco: http://www.camminarenellastoria.it/index/PIETRA_SECCO.html

L’architettura agro-pastorale sulla Maiella: l’anello del Colle della Civita

Capanna di pietra sulla cresta del Colle della Civita

Capanna di pietra sulla cresta del Colle della Civita

Il villaggio pastorale del Colle della Civita è ormai diventato un’attrazione per i frequentatori della Maiella. Esso combina il pregio della sua facile accessibilità all’assoluta originalità del complesso. È un villaggio su più livelli, interamente costruito in pietra a secco nel 1940, appoggiato alla parete rocciosa del Colle della Civita, destinato ad accogliere i pastori durante la permanenza estiva sui pascoli montani. Una piccola cittadella di pietra nella quale ci si aggira in modo quasi labirintico tra corridoi, gallerie, varchi e ingressi a sesto acuto. Vi si riconoscono le abitazioni, i pavimenti lastricati, il camino e i ripostigli, l’ovile e i recinti per il bestiame, il mungitoio, i depositi degli attrezzi da lavoro. Un villaggio che è la memoria pietrificata di un’antica forma di vita. Bene ha fatto il Parco a segnare e promuovere un anello escursionistico che ha il suo fulcro nel villaggio e che consente altresì di esplorare nei dintorni altri complessi esiti pastorali di rilevante interesse.

L’itinerario

La mappa del Parco con l'anello del Colle della Civita

La mappa del Parco con l’anello del Colle della Civita

Uno dei diversi possibili punti di partenza dell’itinerario è la località Macchie di Coco, posta sulla strada che da Roccamorice sale verso la montagna in direzione di Fonte Tettone e del Block-Haus. Percorsi 4 km dal paese, poco oltre il segnale del km 8, si trova un bivio con le diramazioni sulla destra che portano a due degli eremi più noti della Maiella (Santo Spirito e San Bartolomeo in Legio) e alla Scuola di roccia. Dal bivio si raggiunge in pochi passi l’interessante masseria delle Macchie di Coco, ancora attiva: gli edifici tradizionali si integrano con un gruppo di capanne di pietra poste sull’aia di fronte e in un recinto al di là della strada.

Capanna di pietra alle Macchie di Coco

Capanna di pietra alle Macchie di Coco

L’insieme rende bene le funzioni di una fattoria che si occupava sia di agricoltura che di pastorizia a una quota di 800 metri, non lontana dal paese di riferimento.

Capanna di pietra alla Cavallara

Capanna di pietra alla Cavallara

Il sentiero delParco (CP) risale ora la costa della Cavallara, incrociando la strada per Fonte Tettone e la diramazione per un ovile sociale moderno. Gli occhi fotografano un paesaggio segnato dalla presenza di un brulli pascoli, mucchi di sassi frutto dello spietramento dei campi, recinti confinari e terrazzamenti, vallecole un tempo coltivate. In questo paesaggio lunare, ben mimetizzati tra i cumuli di pietre di pietra, occhieggiano gli ingressi di alcune capanne di pietra isolate o integrate a recinti, abbandonate da tempo a causa dal progressivo rarefarsi delle attività pastorali. Ritrovata la strada, da una curva a gomito (se in auto, a 2,3 km dal bivio di Santo Spirito) parte sulla sinistra una pista che raggiunge la sommità del colle e ne percorre la cresta fino al villaggio della Civita.

Capanna di pietra sui pascoli della Cavallara

Capanna di pietra sui pascoli della Cavallara

Sul versante del Fosso Capanna e delle alture di fronte, il paesaggio cambia. Le greggi al pascolo sono più numerose. I muretti di pietra cingono alcune particelle di terreno coltivate ancora oggi. Verso l’acropoli si addensano recinti e capanne che sono mute testimoni di una vita un tempo intensa. Tra le altre, nella parte alta, a quota 1169, si segnala un bell’esempio di capanna-ricovero di forma cilindro-conica.

Il villaggio del Colle della Civita

Il villaggio del Colle della Civita

Si giunge ora al villaggio della Civita, addossato alla parete rocciosa del colle. Vi si può anche giungere direttamente in auto, parcheggiando nel piazzale al km 11,500 della strada per fonte Tettone. In questo caso si raggiunge il villaggio di pietra risalendo la stradina in ripida pendenza diretta verso le rocce sommitali. Un sinuoso percorso di visita collega le cinque capanne di pietra e i tratti murari.

Il mungitoio all'ingresso del villaggio

Il mungitoio all’ingresso del villaggio

Colpiscono alcuni particolari: lo sviluppo su piani sovrapposti, il mungitoio coperto a doppio ingresso, la pavimentazione in pietra di un interno, la gestione degli spazi, l’appoggio alla parete di roccia, gli ingressi a sesto acuto.

Il complesso del Canile

Il complesso del Canile

Il sentiero segnato si dirige ora a nord, scende a traversare il Fosso Capanna e risale l’altura di fronte incrociando (e condividendo per un tratto) un altro sentiero segnato del Parco (CP – Anello del Colle Astoro).

Il canile

Il canile

Dall’incrocio dei sentieri è raccomandabile una breve risalita del sentiero di destra (est) per scoprire un complesso recintato con capanna, denominato “il canile”. I motivi d’interesse sono diversi, a partire dalla vasca scolpita nella roccia e dalla cuccia per il cane ricavata nella parte alta del muro interno; l’architrave della capanna di pietra reca incisa la data di costruzione (1938); il bell’ingresso è fornito anche di una pietra forata per legarvi la cavezza del mulo.

La vasca di pietra

La vasca di pietra

Si torna indietro, verso la Valle Ardenga e il Colle dell’Astoro. Trascurando il sentiero segnato, dal Canile si può seguire un sentierino più in quota che incrocia una piccola capanna dotata di finestra e poco dopo un bel recinto circolare, detto “il serpente”, con due capanne poste alle estremità.

Il complesso del Serpente

Il complesso del Serpente

Da qui, scendendo sulla verticale, si torna all’incrocio dei due sentieri e si va a destra verso i complessi della Valle Ardenga. Il primo incontro è con il recinto delle “tre capanne”.

Il complesso delle "tre capanne" al Colle Astoro

Il complesso delle “tre capanne” al Colle Astoro

Se si risale la valletta si trova il complesso del “triangolo”, seguito dal gruppo di capanne con cortile recintato denominato “colle dell’astoro”. Dall’incrocio di sentieri della Valle Ardenga si riprende ora il percorso segnato dell’anello del Colle della Civita. Dopo aver ammirato un recinto con una capanna all’ombra di un grande faggio si scende (sud) verso il Fosso Capanna. In questo tratto si osserva la Fonte detta “del Tasso” (frequentata, secondo la tradizione, dal poeta Torquato Tasso).

Il riparo pastorale sotto roccia all'Acqua del Tasso

Il riparo pastorale sotto roccia all’Acqua del Tasso

Negli anfratti rocciosi sono state ricavate alcune grotte pastorali chiuse da muretti; all’interno dei ripari si trovano ripostigli e mungitoi. Si risale il Colle della Civita, percorrendo spazi ancora messi a coltura e toccando altre belle capanne di pietra. Chiuso l’anello, si torna al punto di partenza.

Capanna addossata alla parete rocciosa della Civita

Capanna addossata alla parete rocciosa della Civita

Visita la sezione del sito dedicata all’architettura spontanea e ai monumenti della pietra a secco: http://www.camminarenellastoria.it/index/PIETRA_SECCO.html

Maiella. Le pietre antiche di Decontra

Case rurali a Decontra

Case rurali a Decontra

Decontra è un borgo appartato della Maiella, eccentrico rispetto alle vie di comunicazione più frequentate. Per visitarlo occorre infilarsi nella tortuosa strada asfaltata che sale da Caramanico Terme, comune del quale costituisce una frazione. Ma chi l’ha conosciuta una volta, torna a frequentarla sempre volentieri, grazie all’accoglienza che vi riceve e all’attrattività dei suoi dintorni. Gli amanti dell’escursionismo e gli appassionati di architettura spontanea troveranno in particolare una via di monticazione che sale verso i pascoli alti della Maiella, fiancheggiata da capanne in pietra a secco e dallo scrigno segreto di un eremo nascosto, intagliato tra le rocce. Sarà anche più interessante accompagnare i passi dell’escursione con i ricordi di Paolo Sanelli, pastore e agricoltore di Decontra. “Paolino” ha voluto raccogliere i ricordi della sua lunga vita in un gradevole libricino dal titolo “I miei sogni sono stati tutti sulla Maiella”. I capitoli del libro ripercorrono episodi dell’infanzia, i racconti della seconda guerra mondiale, gli anni del dopoguerra, le storie delle pecore e dei lupi, i lavori nei campi, i lavori delle donne, il corteggiamento e il matrimonio, l’emigrazione in Inghilterra, la religione e la frequentazione degli eremi, i rimedi della medicina popolare, l’alimentazione contadina.

L’itinerario

La chiesa di Decontra

La chiesa di Decontra

Percorrere le vie del borgo di Decontra è come sfogliare un’antologia dell’architettura rurale e montana abruzzese. Si osservano gli edifici di pietra a uno o più piani, in parte ristrutturati, destinati ad abitazione. A loro si affiancano i numerosi fienili di pietra dal tetto spiovente e i depositi di attrezzi con l’ingresso ad arco. Caratteristici sono anche i fontanili, i pozzi coperti da tetti di pietra, i muretti di recinzione delle aie, le lastre verticali di calcare utilizzate come barriere di separazione, i travagli per la ferratura dei quadrupedi. La chiesetta con il campanile a vela e le strutture di ospitalità completano il quadro.

Pozzo coperto a Decontra costruito nel 1932

Pozzo coperto a Decontra costruito nel 1932

Si esce dal paese e al primo quadrivio si va a destra sul vecchio sentiero, trascurando la strada bianca: qui si osserva subito una serie di pozzi chiusi da sportelli e coperti da cupola in pietra a secco. Al quadrivio successivo, prima di avviarsi sul vecchio tratturo pastorale (sentiero B1), si consiglia di percorrere per un tratto il sentiero per gli eremi di santo Spirito (CP – anello della Valle Giumentina). Nell’ordine si toccano una capanna di pietra a margine di un campo recintato, un fontanile con il beccuccio scolpito nella pietra, il sovrastante campo coltivato a farro con annessa capanna di pietra tra gli alberi dalla stretta apertura ogivale, il Fosso dei Valli protetto da muretti di pietra. Appena al di là del Fosso si scopre un vasto spazio di pascoli, punteggiato da innumerevoli cumuli di pietre e da recinti di confine dei vecchi fondi; si individua anche una capanna sottofascia dal piccolo ingresso a trabeazione orizzontale (quota 870).

Capanna di pietra (quota 875)

Capanna di pietra (quota 875)

Tornati al quadrivio precedente ci si avvia sul sentiero B1. Si tratta del vecchio tratturo di Pratedonica che i pastori di Decontra percorrevano per salire ai ricchi pascoli di Piana Grande della Maielletta. Paolino Sanelli lo ricorda in questi termini: «Quando avevo dodici anni, mio fratello Antonio partì per il militare e così mi mandarono a pascolare le pecore. Avevamo cinquanta pecore e io mi divertivo a portarle sulla montagna. C’erano tanti pastorelli e pastorelle e ci incontravamo in montagna. Siccome i terreni erano coltivati sino a mille e trecento metri, le pecore le portavamo alle quote alte sui pascoli di Piana Grande, dove tutti noi pastorelli facevamo baldoria e giocavamo. Da aprile a giugno stavamo in montagna, e poi Piana Grande veniva occupata dai greggi che tornavano dalla transumanza. Era proprio uno spettacolo quando tornavano le greggi dalla transumanza ed era una bella festa. A quel momento noi pastorelli ci ritiravamo più in basso, vicino al paese o vicino al fiume Orfento».

Capanna di pietra (quota 886)

Capanna di pietra (quota 886)

Il tratturo è protetto da muretti e transita tra campi terrazzati e recinti di pietra con ampia vista panoramica; è tuttavia sassoso e scomodo, tanto da invitare a preferirgli la strada sterrata (percorribile anche con mezzi fuoristrada), meno diretta ma più agevole. Seguendo la strada si fotografa d’infilata una bella serie di capanne di pietra. Alla prima netta curva a sinistra, inoltrandosi a sinistra tra i campi, si trova la capanna di quota 953, invasa dalla vegetazione ai margini di un boschetto.

Capanna di pietra a Pratedonica (quota 1001)

Capanna di pietra a Pratedonica (quota 1001)

Al successivo tornante, poco prima di un grande ovile sociale moderno, proprio sulla curva parte un sentierino in salita a fianco della macchia: pochi metri portano alla capanna più bella della zona (quota 1001), dalla forma cilindro-conica, inserita in un complesso diruto. Tornati alla sterrata e subito dopo la stalla moderna, si lascia nuovamente la strada per il sentiero segnato sulla sinistra; poco più in alto si raggiunge una capanna a lastre (quota 1037) in bella posizione.

Capanna di pietra a Pratedonica (quota 1026)

Capanna di pietra a Pratedonica (quota 1026)

Tornati sulla strada, al termine di un breve tratto rettilineo, si raggiunge la capanna di quota1026: splendido panorama su tutta la valle dell’Orfento da Caramanico alle cime della Maiella e sulla Valle dell’Orta fino al Guado di San Leonardo.

Capanna di pietra a Pratedonica (quota 1129)

Capanna di pietra a Pratedonica (quota 1129)

Si prosegue sulla strada che svolta a sinistra e arriva ad affacciarsi sull’altro versante: qui il panorama è ricco di particolari sul Vallone di Santo Spirito, gli eremi e la parete di roccia dell’Orso. A destra della strada, in alto, si raggiunge la capanna di quota 1129. Altre capanne sono più in alto, ai margini del bosco, alle quote 1283 e 1357. Si raggiunge infine il bivio per l’eremo di San Giovanni all’Orfento, il più nascosto dei luoghi di ritiro e di culto eretti da Celestino V nelle aspre valli della Maiella; è interamente scavato nella roccia e vi si accede strisciando un po’ avventurosamente in un angusto passaggio su una stretta cengia rocciosa. Per la visita dell’eremo è necessario comunque richiedere al centro di visita di Caramanico un permesso gratuito di accesso alla Riserva dell’Orfento.

L'eremo celestiniano di San Giovanni all'Orfento

L’eremo celestiniano di San Giovanni all’Orfento

Il commento finale a questa passeggiata lo affidiamo ancora una volta a Paolino Sanelli: «C’erano tante strade piccole, tutti percorsi dove ora non passa più nessuno, che non servono più: erano dei sentieri. Era bello camminare, in quei tempi, in un altro paese o in un altro posto, camminando a piedi, era come un viaggio e una bella avventura: non si pensava alla fatica, si camminava e si guardava la bella magia dei paesaggi. In questi percorsi, noi viaggiatori conoscevamo tutte le fontane, le sorgenti, gli alberi freschi con l’ombra buona, le chiesette ed i punti curiosi dove ci voleva tanta attenzione perché erano pericolosi. Ogni sentiero aveva una sua bella storia: li avevano tracciati i nostri nonni antichi».

Capanna di pietra sul Fosso delle Valli

Capanna di pietra sul Fosso delle Valli

Visita la sezione del sito dedicata ai monumenti della pietra a secco: http://www.camminarenellastoria.it/index/PIETRA_SECCO.html

Vastogirardi: architettura spontanea in pietra a secco

Casella sul Colle Cimosa

Casella sul Colle Cimosa

Vastogirardi è un paese della provincia di Isernia, nell’alto Molise. Dall’alto dei suoi 1200 metri di quota sorveglia lo scorrere del tratturo Celano-Foggia in uno dei suoi tratti più piacevoli e presidia la riserva naturale di Montedimezzo. Le sue attrattive monumentali si concentrano su un bel tempietto sannitico e sul complesso del castello fortificato. I segni della sua economia agricola e pastorale si leggono dappertutto: greggi al pascolo, stalle e pagliare, masserie diffuse, mulini, caseifici, tratturelli, pascoli e campi coltivati in quota. A questi segni si aggiungono le architetture in pietra a secco delle “caselle” che punteggiano i dintorni del borgo. Tra le tante ci concentriamo sulle caselle della Cimosa, un colle a oriente dell’abitato. Qui ogni appezzamento di terreno coltivato è fiancheggiato da una capanna in pietra a secco. Le capanne presidiano piccoli fondi ancora coltivati oppure recentemente abbandonati. I campi sono delimitati da muretti di recinzione e talvolta dai recinti degli stazzi pastorali per il ricovero notturno delle greggi. Macere e muretti sono il frutto dallo spietramento sistematico dei coltivi. Le caselle denunciano invece la loro funzione di magazzino per gli utensili e le attrezzature agricole, di primo stoccaggio dei prodotti e anche di riparo di emergenza in caso di maltempo.

Casella al margine di un campo coltivato

Casella al margine di un campo coltivato

Il Colle della Cimosa può essere raggiunto in due modi a partire dalla strada che lascia Vastogirardi in direzione di Capracotta. Dopo un km, superato un ponte, si trova una stradina che scende sulla destra costeggiando il fosso e raggiunge un interessante mulino e una stalla con fienile. All’inizio della stradina si sale il sentiero che risale il dosso soprastante e con un lungo percorso di cresta traversa il Colle Campolongo e scende al Colle della Cimosa. Questo percorso richiede circa un’ora e offre la suggestione di un ampio panorama su Vastogirardi e la lunga catena dei monti delle Mainarde. Un percorso molto più breve prevede di seguire in auto la strada per Capracotta per circa 3 km e di raggiungere sulla destra le strutture del Camping Cerritelli. Di qui si risale a piedi il Colle Cimosa in pochi minuti. I due percorsi possono essere collegati in un unico anello escursionistico.

 Casella in pietra a secco

Casella in pietra a secco

Il tempietto sannitico di Vastogirardi

Il tempietto sannitico di Vastogirardi

Suggerisco di visitare la nuova sezione del sito dedicata all’architettura spontanea e ai monumenti della pietra a secco: www.camminarenellastoria.it/index/PIETRA_SECCO.html