Le immagini del Limbo

Il Limbo definisce tradizionalmente il luogo e lo stato in cui si trovano dopo la vita terrena quelli che sono morti senza colpe e macchiati del solo peccato originale. Esso si aggiunge quindi agli altri tre luoghi classici dell’aldilà: il paradiso, il purgatorio e l’inferno. Nel Limbo sono confinati i bambini morti senza il battesimo, i giusti dell’antico testamento, i precursori di Cristo, i grandi spiriti pagani. La speranza di questi spiriti è la liberazione portata da Gesù.

Gesù scende agli inferi (Venezia, San Marco)

In effetti, quando recitiamo il Credo di Nicea che risale al quarto secolo, diciamo che Gesù “discese agli inferi”. Tra la sua morte in croce e la sua resurrezione, Gesù sarebbe dunque disceso nel mondo infernale. Di questo episodio, per la verità, non c’è traccia nei Vangeli. Ne dà però notizia Pietro nella sua prima lettera (3, 19-20): “E nello spirito andò a portare l’annuncio anche alle anime prigioniere, che un tempo avevano rifiutato di credere, quando Dio, nella sua magnanimità, pazientava nei giorni di Noè, mentre si fabbricava l’arca, nella quale poche persone, otto in tutto, furono salvate per mezzo dell’acqua”. Gesù sarebbe dunque sceso nello Sheol per portare la lieta novella della liberazione agli spiriti dei giusti e ai patriarchi biblici.

Il Limbo di Virgilio

Enea e la Sibilla incontrano gli “infantes”

Virgilio dà una malinconica descrizione del Limbo dei bimbi nel sesto libro dell’Eneide (vv, 426-9). Appena superato il fiume Stige, Enea, accompagnato dalla Sibilla, ascolta le voci, i vagiti e i pianti di quei neonati che una morte prematura ha strappato al seno delle loro madri e portato alla tomba.

Continuo auditae voces vagitus et ingens / infantumque animae flentes in limine primo, / quos dulcis vitae exsortis et ab ubere raptos / abstulit atra dies et funere mersit acerbo.

In questo testo virgiliano il “limine primo” può essere tradotto in una duplice valenza: nella prima interpretazione i bimbi sono collocati in una regione speciale dell’Oltretomba, il “limbus”, la prima soglia dell’Ade; nella seconda interpretazione il “limine” si riferisce invece alla dulcis vitae e fa dunque riferimento ai bambini che si affacciano alla prima soglia della vita.

Il Limbo di Dante

Dante incontra i poeti e gli “spiriti magni”

Dante Alighieri descrive il Limbo nelle tre cantiche della Divina Commedia. Nell’Inferno, il Limbo corrisponde al primo cerchio, quello che accoglie le anime dei pagani virtuosi e dei bambini morti senza battesimo, che non peccarono ma sono esclusi dalla salvezza. Lo troviamo descritto nel canto quarto, quando Dante e Virgilio iniziano la discesa nella voragine infernale e si avventurano nel primo cerchio. Qui l’aria trema di sospiri senza pianto dovuti al “duol sanza martìri, / ch’avean le turbe, ch’eran molte e grandi, / d’infanti e di femmine e di viri”. Virgilio spiega che si tratta di quelle anime che non peccarono, ma i cui meriti non bastarono “perché non ebber battesmo”. Dante è preso dal dolore di vedere persone di grande valore in quel limbo e chiede se qualcuno ne sia mai uscito. Virgilio racconta di aver assistito alla discesa di Cristo e alla liberazione dei patriarchi. Vengono quindi incontro a Virgilio e Dante le ombre dei quattro grandi poeti dell’antichità: Omero, Orazio, Ovidio e Lucano. Insieme si dirigono ai piedi di “un nobile castello, sette volte cerchiato d’alte mura”, al cui interno, “in prato di fresca verdura”, dimorano “li spiriti magni”, gli eroi e le eroine della storia di Troia e di Roma, i filosofi e gli altri sapienti. Il Limbo ritorna nel canto settimo del Purgatorio, quando Virgilio ricorda “il luogo non tristo di martìri, ma di tenebre solo, ove i lamenti non suonan come guai, ma son sospiri”. “Quivi – continua Virgilio – sto io coi pargoli innocenti, dai denti morsi de la morte avante che fosser da l’umana colpa essenti”. Il destino infernale dei bambini non battezzati è richiamato infine nel XXXII canto del Paradiso (“ma poi che ‘l tempo de la grazia venne, sanza battesmo perfetto di Cristo tale innocenza la giù si ritenne”), dove i bambini nati dopo l’avvento di Cristo e morti subito dopo il battesimo sono invece descritti nella rosa dei beati.

Il Vangelo di Nicodemo

La discesa di Gesù al Limbo (dintorni di Caramanico Terme, Chiesa di San Tommaso Becket)

Il racconto più dettagliato della discesa di Gesù agli inferi è riportato nel Vangelo di Nicodemo, un apocrifo che risalirebbe al secondo secolo. Eccone un estratto. “Aprite le porte! Ci fu una voce grande come un tuono, che diceva: “Alzate le vostre porte, o prìncipi, aprite le vostre porte eterne ed entrerà il re della gloria”. L’Ade udì e disse a Satana: “Esci e resistigli, se puoi!”. Satana dunque venne fuori, e l’Ade disse ai suoi demoni: “Rafforzate bene le porte bronzee, tirate le spranghe di ferro, osservate tutte le chiusure, vigilate tutti i punti. Se egli entra qui, guai a noi!”. Venne allora una voce che diceva: “Aprite le porte!”. Udita questa voce per la seconda volta, l’Ade rispose come se non lo conoscesse, dicendo: “Chi è questo re della gloria?”. Gli angeli del padrone gli risposero: “Un Signore forte e potente, un Signore potente in guerra!”. A queste parole, le porte bronzee furono subito infrante e ridotte a pezzi, le sbarre di ferro polverizzate, e tutti i morti, legati in catene, furono liberati e noi con essi. Ed entrò, come un uomo, il re della gloria e furono illuminate tutte le tenebre dell’Ade. Poi il re della gloria afferrò per il capo l’archisatrapo Satana e lo consegnò agli angeli, dicendo: “Con catene ferree legategli mani e piedi, collo e bocca! Poi datelo in potere dell’Ade dicendo: “Prendilo e tienilo fino alla mia seconda venuta!”. Il re della gloria stese la sua mano, afferrò e drizzò il primo padre Adamo; si rivolse poi a tutti gli altri e disse: “Dietro di me voi tutti che siete morti a causa del legno toccato da costui! Ecco, infatti, che io vi faccio risorgere tutti per mezzo del legno della croce”. Così dicendo li mandò tutti fuori, mentre il nostro primo padre Adamo fu visto pieno di gioia, e disse: “Ti ringrazio per la tua grandezza, o Signore, avendomi tratto fuori dal profondissimo Ade”. Così tutti i profeti e i santi, dissero: “Ti ringraziamo, o Cristo, salvatore del mondo, poiché hai tratto fuori la nostra vita dalla corruzione”. Dopo che si erano espressi così, il salvatore benedisse Adamo con il segno della croce sulla sua fronte, ed ugualmente fece per i patriarchi, i profeti, i martiri, i primi padri e, presili, salì dall’Ade. E mentre egli proseguiva il cammino, i padri lo seguivano salmodiando e dicendo: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Alleluia! A lui la gloria di tutti i santi”.

La Discesa al Limbo dei Padri

La discesa al Limbo (Firenze, Santa Maria Novella)

Questo episodio misterioso della vita Gesù, concentrato tra la sua morte e la risurrezione, è piaciuto agli artisti. Tanto che ne troviamo raffigurazioni in tutte le epoche della storia dell’arte, sia nella pittura occidentale che in quella bizantina. La scena ruota intorno a tre personaggi chiave: Cristo liberatore, Adamo il primo uomo, Satana re dell’Inferno. Gli artisti vi hanno poi aggiunto lo scenario paesaggistico, le architetture infere, la moltitudine dei patriarchi e dei profeti, il buon ladrone Disma, l’arcangelo Michele, le porte dell’inferno abbattute, i diavoli sorpresi e sconvolti. Un esempio molto noto è la Discesa al Limbo dei Padri affrescata nel Cappellone degli Spagnoli in Santa Maria Novella a Firenze. Gli affreschi furono realizzati a partire dal 1367 da Andrea di Buonaiuto da Firenze, su incarico del priore del tempo Fra’ Zanobi de’ Guasconi. Il Limbo è collocato nella grande caverna sotterranea di un’area rupestre. Il muro che lo chiude è stato abbattuto e giace sbriciolato a terra. Le porte della prigione sono rovinate addosso al Demonio che ne ha ancora in mano le chiavi. Cristo arriva luminoso, con il labaro in mano, calpestando da trionfatore le porte scardinate e il diavolo umiliato. Tende la mano ad Adamo, canuto. Gli sono intorno, in piedi o in ginocchio, Eva, la prima donna, il figlio Abele con l’agnello in braccio, Mosè con i corni di luce sul capo e le tavole della legge, Noè con l’arca, il re Davide, una moltitudine di donne sante, patriarchi, profeti, gran sacerdoti, re e guerrieri. Giovanni Battista, il precursore, è ritratto nel gesto di annunciare agli astanti la venuta del Salvatore. Indimenticabili sono i diavoli, umanoidi e colorati, raffigurati nelle pose e nei gesti della sorpresa e della curiosità, dell’annuncio affranto e sconsolato, dello sbigottimento, della fuga verso i nascondigli.

L’Anastasis bizantina

Anastasis (Cattedrale di Torcello)

La tradizione iconografica bizantina identifica la risurrezione di Gesù con la sua discesa vittoriosa nel Limbo per liberare gli antichi padri. Questa scena viene definita Anastasis, ovvero risurrezione. L’Anastasis è ad esempio rappresentata a Torcello, inserita tra la crocifissione e il giudizio universale. Torcello è un’isola della laguna di Venezia. La sua Cattedrale conserva sulla parete di fondo uno dei più celebri mosaici bizantini che ornano le antiche chiese dell’Adriatico. La composizione si articola su sei fasce: le prime due in alto sono le più recenti perché lavorate per ultime dai mosaicisti agli inizi del XIII secolo e raffigurano la crocifissione di Gesù e la discesa agli inferi. In alto è la scena della Crocifissione. Gesù è morente e perde sangue dalle ferite delle mani, dei piedi e del costato. Ai lati sono la madre Maria e il giovane apostolo Giovanni. La scena successiva, in grandi dimensioni, racconta la discesa di Gesù agli Inferi: è l’Anastasis nel significato orientale della Risurrezione. Nel tempo compreso tra la sua morte e la risurrezione Gesù scende al Limbo dei Padri per liberare le anime dei giusti del vecchio testamento. Con la croce in mano schianta le porte dell’Inferno, le riduce in frantumi in un mare di chiodi, chiavi e serrature, e schiaccia il diavolo annichilito che era di guardia. Prende poi per mano Adamo ed Eva, i progenitori. Li seguono i due re, Davide e Salomone. A destra vediamo Giovanni Battista, coperto da un mantello eremitico di peli di cammello, nel gesto del precursore che indica col dito il Salvatore. Lo seguono i profeti, i quattro maggiori (Isaia, Geremia, Ezechiele e Daniele) e i dodici minori. Dalle tombe si alzano gruppi di risorti. Sui lati si stagliano le gigantesche e solenni figure degli arcangeli Michele e Gabriele, che reggono nelle mani il globo crocesignato e il labaro con l’invocazione “atioc”, il santo. Le quattro fasce sottostanti, della seconda metà del secolo XII, descrivono il Giudizio universale.

Il Limbo dei pargoli

Il Limbo dei bimbi (Mandello del Lario, Chiesa di San Giorgio)

Il Limbo dei pargoli è raramente raffigurato in arte. Forse perché anche gli artisti condividono l’orrore dei genitori per questo inumano destino dei neonati. Una di queste rare immagini la troviamo salendo lungo il Sentiero del Viandante da Abbadia Lariana in direzione di Mandello del Lario. Mentre traversiamo a mezza costa la splendida sponda orientale del lago di Como incrociamo la chiesetta romanica di San Giorgio e vi sostiamo per ammirarvi il ciclo di affreschi tardo quattrocenteschi che riveste l’arco del presbiterio e le due pareti laterali. Il tema unitario è il Giudizio universale, declinato nei quattro regni dell’aldilà e nelle condizioni per ottenere la salvezza eterna. Il Limbo dei pargoli accoglie in una caverna i neonati morti prima di ricevere il Battesimo. Macchiati del peccato originale ma in uno stato d’innocenza, i piccoli, ancora infagottati in fasce e cuffiette, non soffrono ma guardano con gli occhi spalancati il giudice, sperando nella misericordia di Dio. Anche a Triora il limbo è confinato in una spaziosa caverna. Vi si affollano i bambini morti precocemente senza aver ricevuto il battesimo (sepulcrum puerorum sine baptismati vocatur limbulus), privi dunque di colpe personali ma ancora gravati dal peccato originale. I bimbi non soffrono alcuna pena ma mostrano la mestizia di chi è impedito di godere della beatitudine. Ad Albenga, nella chiesa di San Bernardino, il Limbo dei pargoli è un’ampia cavità, chiusa da una grande grata di ferro, vigilata da un diavolo armato di bastone e separata da un cippo confinario dal mondo infernale.

I bimbi nel Limbo (Triora, San Bernardino)

La fine del Limbo

A chiudere definitivamente la saracinesca sulla caverna del Limbo ha provveduto nel 2007 Papa Benedetto XVI, approvando un lungo documento di 103 paragrafi redatto dalla Commissione Teologica Internazionale dal titolo “La speranza della salvezza per i bambini che muoiono senza Battesimo”. Il documento rileva che nell’odierna stagione di relativismo culturale e di pluralismo religioso, il numero dei bambini non battezzati aumenta considerevolmente. E in tale situazione diventa urgente la riflessione sulla possibilità di salvezza anche per questi bambini. La Chiesa è consapevole che essa è unicamente raggiungibile in Cristo per mezzo dello Spirito. Ma non può rinunciare a riflettere, in quanto madre e maestra, sulla sorte di tutti gli esseri umani creati a immagine di Dio, e in modo particolare dei più deboli e di coloro che non sono ancora in possesso dell’uso della ragione e della libertà. È noto che l’insegnamento tradizionale ricorreva alla teoria del limbo, inteso come stato in cui le anime dei bambini che muoiono senza Battesimo non meritano il premio della visione beatifica, a causa del peccato originale, ma non subiscono nessuna punizione, poiché non hanno commesso peccati personali. Questa teoria, elaborata da teologi a partire dal Medioevo, non è mai entrata nelle definizioni dogmatiche del Magistero, anche se lo stesso Magistero l’ha menzionata nel suo insegnamento fino al Concilio Vaticano II. La conclusione dello studio è che vi sono ragioni teologiche e liturgiche per motivare la speranza che i bambini morti senza Battesimo possano essere salvati e introdotti nella beatitudine eterna. Vi sono cioè ragioni per sperare che Dio salverà questi bambini.

Per approfondire

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Roma. L’aldilà di Dante illustrato dai Nazareni

Il Casino Giustiniani Massimo al Laterano, in Via Boiardo a Roma, è una villa seicentesca fatta erigere dal marchese Vincenzo Giustiniani come suo “ritiro di campagna” dove cercare svago e riposo. Passata alla famiglia Massimo, tra il 1817 e il 1829 le sale al pianterreno furono interamente decorate dai pittori Nazareni, che diedero vita a una sintesi sublime della grande civiltà letteraria italiana attraverso rappresentazioni tratte dalle sue opere più emblematiche: la Commedia di Dante, l’Orlando Furioso di Ariosto e la Gerusalemme Liberata di Tasso. Dal 1948 il Casino è di proprietà della Custodia di Terrasanta, provincia religiosa dell’Ordine dei Frati Minori francescani. Grazie ai Nazareni, e in particolare a Philipp Veit e Joseph Anton Koch, oggi possiamo ripercorrere il viaggio che portò Dante nei tre regni dell’aldilà – l’inferno, il purgatorio e il paradiso – semplicemente aggirandoci in una stanza.

La selva oscura

La selva oscura

Dante sogna di smarrirsi in una foresta fitta e spaventosa e sul far dell’alba di ritrovarsi ai piedi di un colle illuminato dai primi raggi del sole nascente. L’ascesa al colle gli è impedita da tre belve, una lonza, un leone e una lupa, fino a che non viene soccorso da Virgilio. Le tre belve rappresentano allegoricamente i tre peccati bestiali che secondo Dante sarebbero la causa della corruzione della società dei suoi tempi (la lussuria, la superbia e l’avidità).

L'Inferno

L’Inferno

La vasta scena dell’Inferno è di grande impatto visivo. Al centro “stavvi Minòs orribilmente, e ringhia: essamina le colpe ne l’intrata; giudica e manda secondo ch’avvinghia”. Ai piedi di Minosse, giudice infernale, stanno in ginocchio le anime dei dannati. Flagellati dai demoni, essi ascoltano la sentenza e si disperano.

Dante e Virgilio su Gerione

Dante e Virgilio su Gerione

Dante e Virgilio sono trasportati in volo da Gerione, “la fiera con la coda aguzza, che passa i monti, e rompe i muri e l’armi! Ecco colei che tutto ’l mondo appuzza! (…) La faccia sua era faccia d’uom giusto, tanto benigna avea di fuor la pelle, e d’un serpente tutto l’altro fusto”.

Il serpente Cianfa e il ladro Agnolo

Il serpente Cianfa e il ladro Agnolo

Nel canto venticinquesimo un ramarro si lancia contro un dannato, gli si aggrappa al ventre con la coppia di zampe centrali (“Co’ piè di mezzo li avvinse la pancia” – v. 52), con quelle anteriori alle braccia (“e con li anterïor le braccia prese;”, v. 53) e con il muso gli morde la faccia (“poi li addentò e l’una e l’altra guancia;” – v. 54).

Il Conte Ugolino

Il Conte Ugolino

Nell’angolo in basso a sinistra assistiamo al gesto disperato del conte Ugolino che morde l’arcivescovo Ruggieri (“La bocca sollevò dal fiero pasto / quel peccator, forbendola a’ capelli / del capo ch’elli avea di retro guasto” – XXXIII, 1-3).

Cerbero e i golosi

Cerbero e i golosi

Tra gli altri demoni vediamo ancora Caronte con la sua barca e Cerbero, il cane dalle tre teste. Cerbero, fiera crudele e mostruosa – aveva gli occhi iniettati di sangue, la barba unta e lercia, il ventre dilatato e le mani artigliate -, latrava con tre gole sopra le anime dei golosi sommerse dalla pioggia e le graffiava, le scuoiava, le squartava.

Gli scismatici

Gli scismatici

Vediamo poi quelli che, da vivi, seminarono discordie e scismi; per la legge del contrappasso sono divisi in due e fatti a pezzi a colpi di spada. Il dannato con la testa spaccata è Alì, cugino di Maometto e fondatore della setta degli sciiti.

L'arrivo al Purgatorio

L’arrivo al Purgatorio

Si passa poi al Purgatorio, vigilato dall’angelo guardiano, seduto sul trono, con la spada e con le chiavi. Ai lati vediamo il serpente messo in fuga dagli ‘astori celestiali’ nella valletta dei principi e la contesa tra l’angelo e il demonio per l’anima di Buonconte. L’angelo nocchiero – al canto del salmo centotredici “In exitu Israel de Aegypto” – trasporta le anime su una navicella fino alla spiaggia dell’Antipurgatorio: “Poi, come più e più verso noi venne l’uccel divino, più chiaro appariva: per che l’occhio da presso nol sostenne, ma chinail giuso; e quei sen venne a riva con un vasello snelletto e leggero, tanto che l’acqua nulla ne ‘nghiottiva. Da poppa stava il celestial nocchiero, tal che faria beato pur descripto; e più di cento spirti entro sediero”.

L'espiazione delle pene in Purgatorio

L’espiazione delle pene in Purgatorio

Sono quindi descritte le punizioni cui sono sottoposti coloro che si macchiarono nella vita dei sette peccati capitali: superbia, invidia, ira, accidia, avarizia, gola, lussuria. Il superbo Omberto Aldobrandeschi sconta il suo peccato sotto un pesante macigno su cui appare la scritta “Te Deum laudamus”. Al termine delle sofferenze di espiazione, i purganti sperano di salire al Cielo, come annunciato dall’angelo in alto: “Venite benedicti Patris mei”.

Il Paradiso

Il Paradiso

La volta descrive l’empireo dantesco. Tutt’intorno si individuano i personaggi che Dante incontra nella sua ascensione. Al centro è la visione trinitaria del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Maria in trono, tra gli angeli, ascolta la celebre preghiera che Bernardo, nel suo candido abito cistercense, le rivolge: “Vergine Madre, figlia del tuo figlio, umile e alta più che creatura, termine fisso d’etterno consiglio, tu se’ colei che l’umana natura nobilitasti sì, che ‘l suo fattore non disdegnò di farsi sua fattura”.

Gli alberi dell’Inferno

L’Olmo nel vestibolo dell’Orco virgiliano

L'olmo negli inferi virgiliani

L’olmo negli inferi virgiliani

L’olmo è un albero grande e ombroso che cresce spontaneo in campagna. E forse per queste sue grandi dimensioni che Virgilio colloca proprio un olmo nel vestibolo dell’Orco. Siamo nel canto sesto dell’Eneide. La Sibilla guida Enea nell’Oltretomba (“oscuri andavano giù nella notte per l’ombra deserta alle vuote case di Dite, a’ regni di larve”), e qui “In medio ramos annosaque bracchia pandit / ulmus opaca ingens, quam sedem Somnia volgo / vana tenere ferunt foliisque sub omnibus haerent” (In mezzo al vestibolo spande i suoi rami e le sue braccia vetuste un olmo di opaca grandezza, dove si dice che i sogni vani si adunino insieme confusi e a tutte le foglie si appendano in aria). All’ombra dell’olmo hanno il loro giaciglio il Lutto e gli Affanni, abitano le pallide Malattie, la triste Vecchiaia, la Paura e la Fame, la turpe Miseria, la Morte e il Dolore, il Sonno, fratello della Morte, e i malvagi Piaceri dell’animo, la Guerra portatrice di morte, i letti di ferro delle Eumenidi, la pazza Discordia coi capelli di vipere.

Il bosco dei suicidi

La selva dei suicidi (Gustave Dorè)

La selva dei suicidi (Gustave Dorè)

Passiamo ora alla Divina Commedia. Dante e Virgilio attraversano il Flegetonte con l’aiuto del centauro Nesso e giungono al secondo girone dell’ottavo cerchio. Qui penetrano in un paesaggio di arbusti, in un bosco di alberi infernali, che già nella sua aridità preannuncia un orribile mistero. Il bosco tenebroso è privo di sentieri, non ha piante verdi ma solo sterpi di colore scuro e con rami nodosi e contorti. È la selva di coloro che furono violenti contro la propria persona, dei suicidi e degli scialacquatori. Dante coglie un ramoscello da un “gran pruno” e viene sorpreso dal grido “perché mi schiante?”, seguito dal fuoriuscire di sangue marrone dal punto reciso. Segue l’incontro con Pier delle Vigne e con gli uomini-alberi. “Non era ancor di là Nesso arrivato, / quando noi ci mettemmo per un bosco / che da neun sentiero era segnato. / Non fronda verde, ma di color fosco; / non rami schietti, ma nodosi e ’nvolti; / non pomi v’eran, ma stecchi con tòsco. / Allor porsi la mano un poco avante / e colsi un ramicel da un gran pruno; / e ’l tronco suo gridò: “Perché mi schiante?”. / Da che fatto fu poi di sangue bruno, / ricominciò a dir: “Perché mi scerpi? / non hai tu spirto di pietade alcuno? / Uomini fummo, e or siam fatti sterpi. (Dante Alighieri, Inferno, canto XIII, 1-7 e 31-37)

L’albero di Giuda

I diavoli impiccano Giuda sull'albero maledetto

I diavoli impiccano Giuda sull’albero maledetto

L’albero che Giuda, il traditore di Gesù, scelse per impiccarsi, è certamente il più famoso degli alberi infernali. Almeno secondo la tradizione, perché di quest’albero, in verità, non c’è traccia reale nel Vangelo di Matteo e negli Atti degli apostoli. Secondo Matteo (27,3-5), “Giuda, il traditore, vedendo che Gesù era stato condannato, si pentì e riportò le trenta monete d’argento ai sommi sacerdoti e agli anziani dicendo: «Ho peccato, perché ho tradito sangue innocente». Ma quelli dissero: «Che ci riguarda? Veditela tu!». Ed egli, gettate le monete d’argento nel tempio, si allontanò e andò ad impiccarsi”. Negli Atti di Luca (1,15-20) “Pietro si alzò in mezzo ai fratelli (il numero delle persone radunate era circa centoventi) e disse: «Giuda comprò un pezzo di terra con i proventi del suo delitto e poi precipitando in avanti si squarciò in mezzo e si sparsero fuori tutte le sue viscere. La cosa è divenuta così nota a tutti gli abitanti di Gerusalemme, che quel terreno è stato chiamato nella loro lingua Akeldamà, cioè Campo di sangue»”. Combinando le due fonti bibliche in una sola immagine, l’affresco di Notre-Dame-des-Fontaines a Briga mostra Giuda impiccato e con il ventre aperto. Altrettanto espressivo è il rilievo scolpito da Gisleberto in Saint-Lazare di Autun, dove vediamo due diavoli affaccendati a impiccare Giuda sul ramo di un albero.

Il fico maledetto

Il fico maledetto (icona)

Il fico maledetto (icona)

Un albero infernale è anche il fico sterile e maledetto da Gesù che Matteo e Luca citano nei loro Vangeli. “La mattina dopo, mentre rientrava in città, ebbe fame. Vedendo un albero di fichi lungo la strada, gli si avvicinò, ma non vi trovò altro che foglie, e gli disse: “Mai più in eterno nasca un frutto da te!”. E subito il fico seccò” (Matteo 21, 18-19). Il fico è stato anche associato al peccato originale: Adamo ed Eva coprirono le loro nudità con foglie di fico dopo aver trasgredito il comando di Dio. Nell’Antico Testamento, quando Jahve si adira con il suo popolo, colpisce i fichi e le vigne: “Ha fatto delle mie viti una desolazione e tronconi delle piante di fico; ha tutto scortecciato e abbandonato, i loro rami appaiono bianchi”. (Gioele 1,7). E ancora Matteo predice un destino infernale per i fichi sterili: “Guardatevi dai falsi profeti, che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro sono lupi rapaci! Dai loro frutti li riconoscerete. Si raccoglie forse uva dagli spini, o fichi dai rovi? Così ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi; un albero buono non può produrre frutti cattivi, né un albero cattivo produrre frutti buoni. Ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco. Dai loro frutti dunque li riconoscerete” (Matteo 7, 15-20).

L’albero cattivo e la scure del Battista

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Il trionfo della morte (Lucignano)

L’albero cattivo – dice Giovanni Battista – sarà tagliato con la scure e gettato nel fuoco. Stiamo ascoltando una delle incandescenti prediche di Precursore contro la “razza di vipere”, riportate dall’evangelista Luca: “Alle folle che andavano a farsi battezzare da lui, Giovanni diceva: “Razza di vipere, chi vi ha fatto credere di poter sfuggire all’ira imminente? Fate dunque frutti degni della conversione e non cominciate a dire fra voi: “Abbiamo Abramo per padre!”. Perché io vi dico che da queste pietre Dio può suscitare figli ad Abramo. Anzi, già la scure è posta alla radice degli alberi; perciò ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco” (Luca 3, 7-9).

La “scure posta alla radice degli alberi” compare in un affresco trecentesco nella chiesa di San Francesco di Lucignano in Val di Chiana. Il tema del dipinto è il trionfo della Morte, un classico della pittura medievale. Vediamo la vecchia signora ossuta, lanciata al galoppo sul suo cavallo nero, che fa strage di uomini. Un particolare distingue però quest’affresco di Lucignano dagli altri simili, ed è l’albero che il pittore ha collocato sulla destra del dipinto. L’albero reca un cartiglio inchiodato e un’ascia conficcata alla sua base. Si tratta di una citazione del Vangelo di Luca che esprime e sintetizza l’intenzione morale e il significato complessivo dell’affresco.

L’albero del male

L'albero del male (Sant'Agata dei Goti)

L’albero del male (Sant’Agata dei Goti)

Il supplizio fa rabbrividire. I corpi di uomini vivi e urlanti sono infilzati ai rami appuntiti di alberi spinosi, spogli e scheletrici. La scena è descritta con particolari atroci sia in un celebre Giudizio finale di Bosch, sia in un certo meno noto affresco nel santuario di Rezzo, ma poi in molti Inferni della tradizione pittorica medievale, come pure nella rievocazione del martirio di Sant’Acazio. Una fonte è la Visio Pauli, un’apocalisse apocrifa che ha influenzato le concezioni dell’aldilà e l’iconografia medievale. San Paolo – che nella sua lettera ai cristiani di Corinto accenna a un suo rapimento in cielo – è condotto da un angelo a visitare l’Inferno: “Vidit vero Paulus ante portas inferni arbores igneas et peccatores cruciatos et suspensos in eis. Alii pendebant pedibus, alii manibus, alii capillis, alii auribus, alii linguis, alii brachiis” (E in verità Paolo vide davanti alle porte dell’inferno alberi infuocati e peccatori tormentati sospesi su di essi. Alcuni pendevano per i piedi, altri per le mani, altri per i capelli, o per le orecchie, o per la lingua, o per le braccia). Nel grande Giudizio universale di Sant’Agata dei Goti, l’albero del male è un grande tronco suddiviso in quattro rami, spogli di foglie e di frutti. Diavoletti color carbone, armati di pugnali, saltano come scimmiette tra i rami e sottopongono varie tipologie di dannati alla pena della pendaison. L’omicida è impiccato per il collo; il bestemmiatore è impiccato per la lingua; il fornicatore è appeso per il sesso; il traditore è appeso a testa in giù per una caviglia; il ladro è appeso per una mano; il sacrilego è appeso per i fianchi; la ruffiana è appesa per i capelli; il falso testimone è impiccato per un occhio.

(Visita la sezione del sito dedicata alle visioni dell’Aldilà nell’arte: http://www.camminarenellastoria.it/index/VISIONI_ALDILA.html)