Roma. L’aldilà di Dante illustrato dai Nazareni

Il Casino Giustiniani Massimo al Laterano, in Via Boiardo a Roma, è una villa seicentesca fatta erigere dal marchese Vincenzo Giustiniani come suo “ritiro di campagna” dove cercare svago e riposo. Passata alla famiglia Massimo, tra il 1817 e il 1829 le sale al pianterreno furono interamente decorate dai pittori Nazareni, che diedero vita a una sintesi sublime della grande civiltà letteraria italiana attraverso rappresentazioni tratte dalle sue opere più emblematiche: la Commedia di Dante, l’Orlando Furioso di Ariosto e la Gerusalemme Liberata di Tasso. Dal 1948 il Casino è di proprietà della Custodia di Terrasanta, provincia religiosa dell’Ordine dei Frati Minori francescani. Grazie ai Nazareni, e in particolare a Philipp Veit e Joseph Anton Koch, oggi possiamo ripercorrere il viaggio che portò Dante nei tre regni dell’aldilà – l’inferno, il purgatorio e il paradiso – semplicemente aggirandoci in una stanza.

La selva oscura

La selva oscura

Dante sogna di smarrirsi in una foresta fitta e spaventosa e sul far dell’alba di ritrovarsi ai piedi di un colle illuminato dai primi raggi del sole nascente. L’ascesa al colle gli è impedita da tre belve, una lonza, un leone e una lupa, fino a che non viene soccorso da Virgilio. Le tre belve rappresentano allegoricamente i tre peccati bestiali che secondo Dante sarebbero la causa della corruzione della società dei suoi tempi (la lussuria, la superbia e l’avidità).

L'Inferno

L’Inferno

La vasta scena dell’Inferno è di grande impatto visivo. Al centro “stavvi Minòs orribilmente, e ringhia: essamina le colpe ne l’intrata; giudica e manda secondo ch’avvinghia”. Ai piedi di Minosse, giudice infernale, stanno in ginocchio le anime dei dannati. Flagellati dai demoni, essi ascoltano la sentenza e si disperano.

Dante e Virgilio su Gerione

Dante e Virgilio su Gerione

Dante e Virgilio sono trasportati in volo da Gerione, “la fiera con la coda aguzza, che passa i monti, e rompe i muri e l’armi! Ecco colei che tutto ’l mondo appuzza! (…) La faccia sua era faccia d’uom giusto, tanto benigna avea di fuor la pelle, e d’un serpente tutto l’altro fusto”.

Il serpente Cianfa e il ladro Agnolo

Il serpente Cianfa e il ladro Agnolo

Nel canto venticinquesimo un ramarro si lancia contro un dannato, gli si aggrappa al ventre con la coppia di zampe centrali (“Co’ piè di mezzo li avvinse la pancia” – v. 52), con quelle anteriori alle braccia (“e con li anterïor le braccia prese;”, v. 53) e con il muso gli morde la faccia (“poi li addentò e l’una e l’altra guancia;” – v. 54).

Il Conte Ugolino

Il Conte Ugolino

Nell’angolo in basso a sinistra assistiamo al gesto disperato del conte Ugolino che morde l’arcivescovo Ruggieri (“La bocca sollevò dal fiero pasto / quel peccator, forbendola a’ capelli / del capo ch’elli avea di retro guasto” – XXXIII, 1-3).

Cerbero e i golosi

Cerbero e i golosi

Tra gli altri demoni vediamo ancora Caronte con la sua barca e Cerbero, il cane dalle tre teste. Cerbero, fiera crudele e mostruosa – aveva gli occhi iniettati di sangue, la barba unta e lercia, il ventre dilatato e le mani artigliate -, latrava con tre gole sopra le anime dei golosi sommerse dalla pioggia e le graffiava, le scuoiava, le squartava.

Gli scismatici

Gli scismatici

Vediamo poi quelli che, da vivi, seminarono discordie e scismi; per la legge del contrappasso sono divisi in due e fatti a pezzi a colpi di spada. Il dannato con la testa spaccata è Alì, cugino di Maometto e fondatore della setta degli sciiti.

L'arrivo al Purgatorio

L’arrivo al Purgatorio

Si passa poi al Purgatorio, vigilato dall’angelo guardiano, seduto sul trono, con la spada e con le chiavi. Ai lati vediamo il serpente messo in fuga dagli ‘astori celestiali’ nella valletta dei principi e la contesa tra l’angelo e il demonio per l’anima di Buonconte. L’angelo nocchiero – al canto del salmo centotredici “In exitu Israel de Aegypto” – trasporta le anime su una navicella fino alla spiaggia dell’Antipurgatorio: “Poi, come più e più verso noi venne l’uccel divino, più chiaro appariva: per che l’occhio da presso nol sostenne, ma chinail giuso; e quei sen venne a riva con un vasello snelletto e leggero, tanto che l’acqua nulla ne ‘nghiottiva. Da poppa stava il celestial nocchiero, tal che faria beato pur descripto; e più di cento spirti entro sediero”.

L'espiazione delle pene in Purgatorio

L’espiazione delle pene in Purgatorio

Sono quindi descritte le punizioni cui sono sottoposti coloro che si macchiarono nella vita dei sette peccati capitali: superbia, invidia, ira, accidia, avarizia, gola, lussuria. Il superbo Omberto Aldobrandeschi sconta il suo peccato sotto un pesante macigno su cui appare la scritta “Te Deum laudamus”. Al termine delle sofferenze di espiazione, i purganti sperano di salire al Cielo, come annunciato dall’angelo in alto: “Venite benedicti Patris mei”.

Il Paradiso

Il Paradiso

La volta descrive l’empireo dantesco. Tutt’intorno si individuano i personaggi che Dante incontra nella sua ascensione. Al centro è la visione trinitaria del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Maria in trono, tra gli angeli, ascolta la celebre preghiera che Bernardo, nel suo candido abito cistercense, le rivolge: “Vergine Madre, figlia del tuo figlio, umile e alta più che creatura, termine fisso d’etterno consiglio, tu se’ colei che l’umana natura nobilitasti sì, che ‘l suo fattore non disdegnò di farsi sua fattura”.

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Gli alberi dell’Inferno

L’Olmo nel vestibolo dell’Orco virgiliano

L'olmo negli inferi virgiliani

L’olmo negli inferi virgiliani

L’olmo è un albero grande e ombroso che cresce spontaneo in campagna. E forse per queste sue grandi dimensioni che Virgilio colloca proprio un olmo nel vestibolo dell’Orco. Siamo nel canto sesto dell’Eneide. La Sibilla guida Enea nell’Oltretomba (“oscuri andavano giù nella notte per l’ombra deserta alle vuote case di Dite, a’ regni di larve”), e qui “In medio ramos annosaque bracchia pandit / ulmus opaca ingens, quam sedem Somnia volgo / vana tenere ferunt foliisque sub omnibus haerent” (In mezzo al vestibolo spande i suoi rami e le sue braccia vetuste un olmo di opaca grandezza, dove si dice che i sogni vani si adunino insieme confusi e a tutte le foglie si appendano in aria). All’ombra dell’olmo hanno il loro giaciglio il Lutto e gli Affanni, abitano le pallide Malattie, la triste Vecchiaia, la Paura e la Fame, la turpe Miseria, la Morte e il Dolore, il Sonno, fratello della Morte, e i malvagi Piaceri dell’animo, la Guerra portatrice di morte, i letti di ferro delle Eumenidi, la pazza Discordia coi capelli di vipere.

Il bosco dei suicidi

La selva dei suicidi (Gustave Dorè)

La selva dei suicidi (Gustave Dorè)

Passiamo ora alla Divina Commedia. Dante e Virgilio attraversano il Flegetonte con l’aiuto del centauro Nesso e giungono al secondo girone dell’ottavo cerchio. Qui penetrano in un paesaggio di arbusti, in un bosco di alberi infernali, che già nella sua aridità preannuncia un orribile mistero. Il bosco tenebroso è privo di sentieri, non ha piante verdi ma solo sterpi di colore scuro e con rami nodosi e contorti. È la selva di coloro che furono violenti contro la propria persona, dei suicidi e degli scialacquatori. Dante coglie un ramoscello da un “gran pruno” e viene sorpreso dal grido “perché mi schiante?”, seguito dal fuoriuscire di sangue marrone dal punto reciso. Segue l’incontro con Pier delle Vigne e con gli uomini-alberi. “Non era ancor di là Nesso arrivato, / quando noi ci mettemmo per un bosco / che da neun sentiero era segnato. / Non fronda verde, ma di color fosco; / non rami schietti, ma nodosi e ’nvolti; / non pomi v’eran, ma stecchi con tòsco. / Allor porsi la mano un poco avante / e colsi un ramicel da un gran pruno; / e ’l tronco suo gridò: “Perché mi schiante?”. / Da che fatto fu poi di sangue bruno, / ricominciò a dir: “Perché mi scerpi? / non hai tu spirto di pietade alcuno? / Uomini fummo, e or siam fatti sterpi. (Dante Alighieri, Inferno, canto XIII, 1-7 e 31-37)

L’albero di Giuda

I diavoli impiccano Giuda sull'albero maledetto

I diavoli impiccano Giuda sull’albero maledetto

L’albero che Giuda, il traditore di Gesù, scelse per impiccarsi, è certamente il più famoso degli alberi infernali. Almeno secondo la tradizione, perché di quest’albero, in verità, non c’è traccia reale nel Vangelo di Matteo e negli Atti degli apostoli. Secondo Matteo (27,3-5), “Giuda, il traditore, vedendo che Gesù era stato condannato, si pentì e riportò le trenta monete d’argento ai sommi sacerdoti e agli anziani dicendo: «Ho peccato, perché ho tradito sangue innocente». Ma quelli dissero: «Che ci riguarda? Veditela tu!». Ed egli, gettate le monete d’argento nel tempio, si allontanò e andò ad impiccarsi”. Negli Atti di Luca (1,15-20) “Pietro si alzò in mezzo ai fratelli (il numero delle persone radunate era circa centoventi) e disse: «Giuda comprò un pezzo di terra con i proventi del suo delitto e poi precipitando in avanti si squarciò in mezzo e si sparsero fuori tutte le sue viscere. La cosa è divenuta così nota a tutti gli abitanti di Gerusalemme, che quel terreno è stato chiamato nella loro lingua Akeldamà, cioè Campo di sangue»”. Combinando le due fonti bibliche in una sola immagine, l’affresco di Notre-Dame-des-Fontaines a Briga mostra Giuda impiccato e con il ventre aperto. Altrettanto espressivo è il rilievo scolpito da Gisleberto in Saint-Lazare di Autun, dove vediamo due diavoli affaccendati a impiccare Giuda sul ramo di un albero.

Il fico maledetto

Il fico maledetto (icona)

Il fico maledetto (icona)

Un albero infernale è anche il fico sterile e maledetto da Gesù che Matteo e Luca citano nei loro Vangeli. “La mattina dopo, mentre rientrava in città, ebbe fame. Vedendo un albero di fichi lungo la strada, gli si avvicinò, ma non vi trovò altro che foglie, e gli disse: “Mai più in eterno nasca un frutto da te!”. E subito il fico seccò” (Matteo 21, 18-19). Il fico è stato anche associato al peccato originale: Adamo ed Eva coprirono le loro nudità con foglie di fico dopo aver trasgredito il comando di Dio. Nell’Antico Testamento, quando Jahve si adira con il suo popolo, colpisce i fichi e le vigne: “Ha fatto delle mie viti una desolazione e tronconi delle piante di fico; ha tutto scortecciato e abbandonato, i loro rami appaiono bianchi”. (Gioele 1,7). E ancora Matteo predice un destino infernale per i fichi sterili: “Guardatevi dai falsi profeti, che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro sono lupi rapaci! Dai loro frutti li riconoscerete. Si raccoglie forse uva dagli spini, o fichi dai rovi? Così ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi; un albero buono non può produrre frutti cattivi, né un albero cattivo produrre frutti buoni. Ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco. Dai loro frutti dunque li riconoscerete” (Matteo 7, 15-20).

L’albero cattivo e la scure del Battista

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Il trionfo della morte (Lucignano)

L’albero cattivo – dice Giovanni Battista – sarà tagliato con la scure e gettato nel fuoco. Stiamo ascoltando una delle incandescenti prediche di Precursore contro la “razza di vipere”, riportate dall’evangelista Luca: “Alle folle che andavano a farsi battezzare da lui, Giovanni diceva: “Razza di vipere, chi vi ha fatto credere di poter sfuggire all’ira imminente? Fate dunque frutti degni della conversione e non cominciate a dire fra voi: “Abbiamo Abramo per padre!”. Perché io vi dico che da queste pietre Dio può suscitare figli ad Abramo. Anzi, già la scure è posta alla radice degli alberi; perciò ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco” (Luca 3, 7-9).

La “scure posta alla radice degli alberi” compare in un affresco trecentesco nella chiesa di San Francesco di Lucignano in Val di Chiana. Il tema del dipinto è il trionfo della Morte, un classico della pittura medievale. Vediamo la vecchia signora ossuta, lanciata al galoppo sul suo cavallo nero, che fa strage di uomini. Un particolare distingue però quest’affresco di Lucignano dagli altri simili, ed è l’albero che il pittore ha collocato sulla destra del dipinto. L’albero reca un cartiglio inchiodato e un’ascia conficcata alla sua base. Si tratta di una citazione del Vangelo di Luca che esprime e sintetizza l’intenzione morale e il significato complessivo dell’affresco.

L’albero del male

L'albero del male (Sant'Agata dei Goti)

L’albero del male (Sant’Agata dei Goti)

Il supplizio fa rabbrividire. I corpi di uomini vivi e urlanti sono infilzati ai rami appuntiti di alberi spinosi, spogli e scheletrici. La scena è descritta con particolari atroci sia in un celebre Giudizio finale di Bosch, sia in un certo meno noto affresco nel santuario di Rezzo, ma poi in molti Inferni della tradizione pittorica medievale, come pure nella rievocazione del martirio di Sant’Acazio. Una fonte è la Visio Pauli, un’apocalisse apocrifa che ha influenzato le concezioni dell’aldilà e l’iconografia medievale. San Paolo – che nella sua lettera ai cristiani di Corinto accenna a un suo rapimento in cielo – è condotto da un angelo a visitare l’Inferno: “Vidit vero Paulus ante portas inferni arbores igneas et peccatores cruciatos et suspensos in eis. Alii pendebant pedibus, alii manibus, alii capillis, alii auribus, alii linguis, alii brachiis” (E in verità Paolo vide davanti alle porte dell’inferno alberi infuocati e peccatori tormentati sospesi su di essi. Alcuni pendevano per i piedi, altri per le mani, altri per i capelli, o per le orecchie, o per la lingua, o per le braccia). Nel grande Giudizio universale di Sant’Agata dei Goti, l’albero del male è un grande tronco suddiviso in quattro rami, spogli di foglie e di frutti. Diavoletti color carbone, armati di pugnali, saltano come scimmiette tra i rami e sottopongono varie tipologie di dannati alla pena della pendaison. L’omicida è impiccato per il collo; il bestemmiatore è impiccato per la lingua; il fornicatore è appeso per il sesso; il traditore è appeso a testa in giù per una caviglia; il ladro è appeso per una mano; il sacrilego è appeso per i fianchi; la ruffiana è appesa per i capelli; il falso testimone è impiccato per un occhio.

(Visita la sezione del sito dedicata alle visioni dell’Aldilà nell’arte: http://www.camminarenellastoria.it/index/VISIONI_ALDILA.html)