Moldoviţa. L’affresco del Giudizio universale

Il monastero e la chiesa di Moldoviţa furono costruiti nel 1532 per iniziativa del principe moldavo Pietro Rareş, figlio di Stefano il Grande, e furono poi affrescati nel 1537. Il sito si trova isolato tra i monti e le foreste della Bucovina, nella parte settentrionale della Moldavia, in Romania. Come gli altri monasteri della regione, Moldoviţa si presenta come una fortezza quadrata, dotata di alte mura di difesa e torri di guardia. La chiesa del monastero sorge al centro del campo interno, mentre i locali del monastero sono addossati alle mura. L’antica casa dell’abate è stata trasformata in un museo, ottimamente allestito. Il monastero è oggi affidato a un’attiva comunità di monache ortodosse.

La chiesa del monastero di Moldoviţa

Assieme alle architetture è soprattutto la decorazione pittorica interna ed esterna a rendere celebre questo monastero. Ci soffermiamo qui sull’affresco del Giudizio universale che riveste la parete d’ingresso della chiesa nell’esonartece, il caratteristico atrio porticato. A colpire il turista di oggi è il gran numero di graffiti che i visitatori hanno vergato sul dipinto nei secoli passati. I restauratori devono confrontarsi con questo problema: i graffiti non sono tutti deturpanti e costituiscono in molti casi un documento storico, una sorta di registro di firme apposte da sovrani e personalità illustri; in alcuni casi è stato deciso di non cancellare il graffito.

La fine del tempo

Il cielo riavvolto dagli angeli

La fine del tempo e l’inizio dell’eternità sono simbolizzati nelle lunette degli archi della volta. Gli angeli staccano il firmamento e lo riavvolgono come un rotolo, oscurando così il sole, la luna e le costellazioni dello zodiaco.

Il sole e le costellazioni dello zodiaco

La parusia del “giusto giudice”

Cristo giusto giudice

L’Antico di Giorni, raffigurato al centro del firmamento, abbandona l’empireo e scende sulla terra, sostenuto dalle ali degli angeli. Il “giusto giudice” viene a giudicare l’universo dei risorti. La sua mano destra mostra la ferita dei chiodi e si apre nel gesto dell’accoglienza dei buoni; la mano sinistra si allunga a respingere i cattivi. Il giudice è affiancato dai due avvocati difensori dell’umanità. Sono la madre Maria e il precursore Giovanni Battista, ritratti in piedi su pedane decorate, impegnati nella preghiera d’intercessione.

Il trono e la psicostasia

Il trono

Gli angeli preparano il trono destinato al giudice ponendovi la croce, la tunica e gli strumenti della passione di Gesù (le arma Christi), insieme con il libro della sua Parola e la colomba divina. Sotto il trono spunta la mano di Dio che regge la bilancia a doppio piatto. Nella mano di Dio sono accolti i santi innocenti, i neonati in fasce uccisi da Erode. Un risorto, nudo, è chiamato al giudizio individuale: i diavoli si affannano a porre sul piatto le pagine del libro del male con la trascrizione delle sue opere cattive, ma l’esito della pesatura è favorevole all’imputato.

La risurrezione dei morti

L’angelo tubicino e la risurrezione dei morti

Al suono delle trombe degli angeli tubicini i morti risorgono dai loro sepolcri, ancora avvolti nei loro sudari. La terra, personificata da una donna che regge in mano il sarcofago di un risorgente, restituisce i suoi morti. Gli uccelli rapaci e le fiere vomitano i poveri resti dei morti da loro divorati. Si noti la presenza di un orso, del leone, dell’aquila e di un leopardo maculato. Tra gli animali terrestri compare anche un cervo, simbolo cristiano dell’innocenza.

La terra restituisce i suoi morti

Anche il mare restituisce i suoi morti. Lo vediamo personificato in una donna a cavallo di due delfini che regge uno scettro e sostiene un vascello naufragato. I predatori marini rilasciano dalla bocca i corpi degli annegati.

Il mare restituisce i suoi morti

I popoli a giudizio

Il giudizio dei popoli

Mosè introduce al giudizio divino il popolo ebreo e il corteo dei popoli che attendono di essere valutati. Questi popoli sono riconoscibili grazie al loro abbigliamento e alle scritte che li identificano. Il primo gruppo è quello dei Turchi, seguito da quello dei Tartari; in successione si vedono gli Armeni, guidati da una figura monastica. Il senso di queste presenze va ricercato nell’universalità del giudizio, al quale saranno chiamate tutte le genti, gli ebrei e i pagani.

L’inferno dei dannati

I dannati incatenati e trascinati dai diavoli

L’inferno è simbolizzato dal fiume di fuoco che si origina ai piedi del giudice e scende diagonalmente ad alimentare come immissario il grande lago infernale. Un diavolo poco riguardoso della corona e dell’abito regale, afferra per la barba il re Erode, autore della strage degli innocenti, e lo trascina nel fuoco divino. I dannati sono sinteticamente raffigurati in due coppie incatenate al collo e ai polsi. Un diavolo le trascina verso l’inferno mentre un secondo diavolo le bastona alle spalle. Sul fondo rosso dell’inferno staziona il drago apocalittico dalle sette teste, cavalcato da Satana che regge una coppa.

Satana cavalca il drago infernale

L’immagine cita una pagina dell’Apocalisse, dove “Babilonia la grande, la madre delle prostitute e degli orrori della terra” regge in mano “una coppa d’oro, colma degli orrori e delle immondezze della sua prostituzione”.

I beati in Paradiso

I gruppi dei beati

La visione degli eletti si sviluppa su due registri sovrapposti. I santi sono raggruppati nei diversi ordini della tradizione bizantina: i patriarchi, gli alti prelati e i teologi, i martiri, gli asceti, i re giusti, le donne martiri e sante.

Pietro introduce gli eletti in paradiso

Il corteo di beati che incede verso il Cielo è guidato dall’apostolo Pietro che apre con le sue chiavi la porta del Paradiso terrestre, chiusa con un catenaccio ai tempi del peccato originale e vigilata da un cherubino di fuoco. Pietro v’introduce l’apostolo Paolo seguito in processione dagli altri apostoli e dai patriarchi biblici.

Il giardino del Paradiso

Il giardino paradisiaco è ricco di vegetazione e di alberi simbolici. All’interno siedono il patriarca Abramo con l’anima di Lazzaro in seno, oltre a Isacco e Giacobbe che accolgono in grembo le anime dei giusti. Accanto a loro sono il buon ladrone Disma e la madre di Dio.

(Ho visitato Moldoviţa il 20 luglio 2017)

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Terni. Risurrezione e Giudizio finale in Cattedrale

Dal 2007 un grande dipinto decora la controfacciata della Cattedrale di Terni. L’artista argentino Ricardo Cinalli vi ha reinterpretato il tema classico del Giudizio universale, che è visto come un’ascensione di Gesù Risorto che porta in Cielo due grandi reti con i corpi dei risorti nell’ultimo giorno. Le tradizionali immagini del paradiso e dell’inferno, dei salvati e dei dannati, degli angeli del giudizio, restano presenti ma in secondo piano, quasi dissimulate dal cambiamento di prospettiva.

Il dipinto di Cinalli nella cattedrale di Terni

Siamo di fronte a una potente visione, carica di speranza per l’uomo contemporaneo, che pone al centro del dipinto la salvezza che il Cristo risorto offre a tutti. La rete che Gesù, divino pescatore di uomini, lancia a tutta l’umanità, trattiene tutti coloro che riconoscono i propri limiti, la propria solitudine e i propri peccati, e si aprono alla prospettiva di risorgere dalla propria morte. Questa salvezza è offerta a tutti, senza distinzione di chiesa, di razza, di genere, di cultura.

La mano di Dio

La mano di Dio

La scena è introdotta in alto da una mano aperta a rilievo che sporge dalle nubi. Questa mano che scende dall’empireo e fora le nubi del cielo è la mano di Dio. La mano è una teofania, il più antico simbolo di Dio Padre diffuso nell’arte cristiana. La mano che si apre nel gesto dell’accoglienza è quella del Padre che accoglie il Figlio. Nel momento terribile della morte sulla croce Gesù aveva gridato a gran voce “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito (Lc 23, 46). Ora che la morte è stata sconfitta, il Figlio risorto ascende al cielo ed è accolto dalla mano amorevole del Padre.

Gli angeli e il velo del tempo

L’angelo e il velo del tempo

Due grandi angeli arrotolano il sipario, lo accostano ai margini e svelano teatralmente la scena centrale. La radice scritturistica di questa immagine va rintracciata in un bel versetto di Isaia che profetizza la fine del tempo, quando il Signore “strapperà il velo che copriva la faccia di tutti i popoli e la coltre distesa su tutte le nazioni ed eliminerà la morte per sempre” (Is 25, 7-8). Se il Velo del Tempio, squarciandosi in due da cima a fondo, aveva annunciato la morte di Gesù, ora il Velo del Tempo, avvolto e ritirato dagli angeli quasi come un sipario, lascia apparire la scena della vittoria sulla morte, la salvezza finale dell’umanità e il ritorno del Figlio al Padre, preludio dell’Eternità.

Il Cristo pescatore di uomini

Il Cristo pescatore di uomini

Gesù, morto e risorto, sale verso il Cielo. Ascende gli invisibili gradini della virtuale scala del tempo, quel tempo che è stato offerto a tutti per la redenzione. Sui piedi, sui polsi e sul costato sanguinano ancora le piaghe della sua crocifissione. Con le mani solleva coloro che hanno risposto positivamente al suo invito alla salvezza e ora sono aggrappati alla rete delle misericordia. L’immagine del pescatore di uomini è squisitamente evangelica. Qui si caratterizza nel suo significato di giudizio ultimo, secondo la lezione di Matteo: “il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti” (Mt 13, 47-50).

Gerusalemme celeste e Babilonia infernale

La città celeste

In alto, sulle nubi, è raffigurata, nella forma urbana della città ideale, la Gerusalemme celeste dell’Apocalisse: “E vidi un cielo nuovo e una terra nuova: il cielo e la terra di prima infatti erano scomparsi e il mare non c’era più. E vidi anche la città santa, la Gerusalemme nuova, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii allora una voce potente, che veniva dal trono e diceva: Ecco la tenda di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro ed essi saranno suoi popoli ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio. E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno, perché le cose di prima sono passate” (Ap 21, 1-4). Alla fine dei tempi l’interminabile corteo dei salvati si reca in pellegrinaggio alla città santa sul monte: qui è il centro del mondo, poiché solo qui a Gerusalemme abita il Signore (Sal 135,21).

La città infernale

Sotto la città ideale è raffigurata la città contemporanea con tutti i suoi problemi, una megalopoli con al centro grandi e svettanti grattacieli irti di antenne, circondata da ciminiere che producono fumi inquinanti e assediata da una povera baraccopoli. Alla Gerusalemme celeste si contrappone la terrena Babilonia infernale. Nell’Apocalisse Babilonia appare come la sede del potere terreno dell’Anticristo, il simbolo dell’inclinazione al peccato, della superbia e della lontananza da Dio. É la città da cui mette in guardia la voce dal cielo: “Uscite, popolo mio, da Babilonia, per non associarvi ai suoi peccati” (Ap 18,4).

La risurrezione dei morti

La risurrezione dei morti

La parte bassa del dipinto descrive la scena della risurrezione dei morti nell’ultimo giorno. Della tradizionale iconografia restano gli avelli tombali aperti sul terreno e i corpi risorgenti. Ma la scena è reinterpretata dall’artista per descrivere le povertà esistenziali, tutta la disperazione, la solitudine e il dolore del mondo. Il male principale che tormenta la società moderna è la solitudine che imprigiona l’uomo contemporaneo che solo apparentemente sembra essere felice nella società del mercato e del mercimonio; in realtà è incapace a tessere relazioni solidali, affettive e d’amore disinteressato. Gli avelli, con i vortici in cui sprofondano gli individui, rappresentano la solitudine e l’egoismo che possono isolare l’uomo di oggi dai suoi simili. Ma vediamo anche persone che aiutano gli altri a uscire dal proprio guscio e a sollevarsi, in una bella testimonianza di solidarietà. Altri tendono le braccia e il corpo verso la rete d’amore che viene loro offerta. Altri ancora rifiutano ogni salvezza e si rituffano nell’inferno del loro male.

La tomba vuota

La tomba vuota

In basso compare una tomba vuota, un sepolcro scoperchiato, l’ultimo luogo attraversato da Gesù: la tomba in cui viene sigillato il suo cadavere e da cui il suo corpo riemerge il terzo giorno risorto e vivo. La tomba vuota è il simbolo della vittoria sulla morte. Il pittore arricchisce la tomba vuota di un altro simbolo: la ninfea, un fiore bellissimo che ha le sue radici nella melma. L’orrore della morte è simboleggiato dal serpente che esce dal sepolcro, icona del peccato e del male. Il fiore che apre i suoi petali è il simbolo della vita che risorge.

I corpi e i volti

I personaggi che affollano il dipinto di Cinalli formano una galleria di corpi e di volti talvolta non convenzionale ma sempre ortodossa. Vanno segnalate le citazioni: i due angeli e i fregi del velo riproducono nitidamente la tenda del celebre dipinto della Madonna del Parto di Piero della Francesca; il salvato appeso alla corona del rosario riprende un particolare del celebre Giudizio di Michelangelo nella Cappella Sistina.

I salvati

Tra i salvati nella rete sono poi raffigurati i committenti dell’affresco: l’allora arcivescovo di Terni Vincenzo Paglia con il suo zucchetto e Don Fabio Leonardis, con un cuore tatuato sul braccio. Anche l’autore ha voluto lasciare il suo autoritratto tra i risorti e la sua firma su una pietra. L’universalità della salvezza, offerta a tutti, senza differenze di età, genere e razza è testimoniata dalla presenza di uomini e donne, di adulti e ragazzi, di una donna con il burqa, di un orientale con il codino, di tanti neri, di coppie gay, di un transessuale, di prostitute e prostituti con i corpi tatuati. Queste presenze ricordano la parola di Gesù: “In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio” (Mt 21, 31).

La rete dei salvati

Monastero di Cozia. Il Giudizio universale

In Romania, la valle che accoglie il medio corso del fiume Olt ospita una serie di monasteri espressione della migliore arte valacca. Il Monastero di Cozia, in particolare, fu fondato nel 1386 dal voivoda della Valacchia, Mircea il Vecchio, ed è ancor oggi molto visitato e animato da una comunità di monaci ortodossi. Il monastero racchiude una splendida chiesa che conserva forme e stili propri dell’architettura religiosa dell’Oltenia dal Trecento al Settecento. Alla chiesa originaria fu aggiunto nel 1706 un elegante nartece a logge con un ampio affresco che descrive il Giudizio universale.

Il nartece della chiesa di Cozia

La composizione dell’affresco ripete il modello consueto dei Giudizi bizantini, fissato nel canone che ha reso celebre Voroneţ, ma presenta anche alcuni particolari originali, frutto di un’ampia conoscenza delle fonti scritturistiche.

Il trono del giudice

La preparazione del trono

Il Cristo scende dall’empireo sulle ruote alate della visione di Ezechiele e si apre un varco nel firmamento che gli angeli stanno già arrotolando a significare la fine del tempo. Sotto di lui è pronto il trono, con la colomba dello spirito e le arma Christi, dove egli siederà per giudicare l’umanità. Al trono fanno corona i nove cori degli angeli, i progenitori Adamo ed Eva in ginocchio e i dodici apostoli seduti sugli scranni del tribunale celeste. Spicca poi la presenza originale di due gruppi di pellegrini e di invalidi che procedono verso il trono con l’ausilio di bastoni e stampelle. Viene qui richiamata la pagina del vangelo di Matteo: “i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo. (…) Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro” (Mt 11).

La cattura dell’Anticristo

L’Anticristo e i suoi seguaci

Sul versante “infernale” dell’affresco spicca evidente l’originale inserzione della scena dei due diavoli che catturano un personaggio di rango, venerato da seguaci in ginocchio. Si tratta dell’Anticristo la cui apparizione negli ultimi giorni è profetizzata più volte nelle Scritture e in particolare nel Vangelo di Matteo.   «Al monte degli Ulivi poi, sedutosi, i discepoli gli si avvicinarono e, in disparte, gli dissero: “Di’ a noi quando accadranno queste cose e quale sarà il segno della tua venuta e della fine del mondo”. Gesù rispose loro: “Badate che nessuno vi inganni! Molti infatti verranno nel mio nome, dicendo: “Io sono il Cristo”, e trarranno molti in inganno. E sentirete di guerre e di rumori di guerre. Guardate di non allarmarvi, perché deve avvenire, ma non è ancora la fine. Si solleverà infatti nazione contro nazione e regno contro regno; vi saranno carestie e terremoti in vari luoghi: 8ma tutto questo è solo l’inizio dei dolori. Allora vi abbandoneranno alla tribolazione e vi uccideranno, e sarete odiati da tutti i popoli a causa del mio nome. Molti ne resteranno scandalizzati, e si tradiranno e odieranno a vicenda. Sorgeranno molti falsi profeti e inganneranno molti; per il dilagare dell’iniquità, si raffredderà l’amore di molti. Ma chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato» (Mt 24, 3-13). Questa immagine dell’Anticristo richiama un’altra pagina delle scritture, tratta dalla seconda lettera di Paolo ai Tessalonicesi: «Nessuno vi inganni in alcun modo! Prima infatti verrà l’apostasia e si rivelerà l’uomo dell’iniquità, il figlio della perdizione, l’avversario, colui che s’innalza sopra ogni essere chiamato e adorato come Dio, fino a insediarsi nel tempio di Dio, pretendendo di essere Dio» (2Ts 2,3-4).

I dannati

Il fiume di fuoco

L’Inferno è raffigurato come un fiume di fuoco che nasce ai piedi del Cristo e si riversa nella gola del Leviatano infernale. L’immagine del fiume riproduce una citazione del profeta Daniele (7,10): Un fiume di fuoco sgorgava e colava davanti al trono. Anche l’immagine del lago di fuoco nella gola del drago ha radici bibliche ed è una visualizzazione di un versetto dell’Apocalisse (12,16): E la terra aprì la sua bocca e assorbì il fiume che il dragone aveva gettato dalla sua bocca. Nella parte alta del fiume vediamo un reprobo che chiede ardentemente una stilla d’acqua per la sua lingua riarsa: è il ricco Epulone della parabola lucana che espia la sua mancanza di carità verso il povero Lazzaro.

L’Inferno

Sul fondo Lucifero troneggia seduto sui grandi peccatori: ha in mano la coppa d’oro “degli orrori e delle immondezze della prostituzione di Babilonia” e in grembo Giuda, parodia del paradisiaco seno di Abramo. Tra i gruppi di dannati trascinati dalla corrente del fiume di fuoco, accanto agli abituali farisei e ai re tiranni, il pittore ha inserito i commercianti e gli artigiani disonesti: vediamo il falsario con la sua bilancia, l’oste con la botte del vino annacquato, il mugnaio con la macina appesa al collo.

Il giardino del Paradiso

Il giardino del Paradiso

Il Paradiso è descritto come un giardino edenico racchiuso nelle mura della città celeste. In attesa che Pietro ne apra le porte, introducendovi gli eletti, il giardino è già abitato da alcune presenze significative. Vediamo Maria, la madre di Gesù, seduta su un trono e servita dagli angeli. Segue poi il buon ladrone Disma, cui Gesù in punto di morte ha promesso il paradiso. Vediamo poi il patriarca Abramo che ha in grembo l’anima del povero Lazzaro, come attestato dal Vangelo di Luca (16,22): Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Il patriarca è affiancato da Isacco e Giacobbe. Originale ma non sorprendente è la presenza del gruppo delle cinque vergini con le lampade accese, allusione alla parabola inserita dall’evangelista Matteo nel discorso escatologico di Gesù: Giunse lo sposo. Quelle che erano pronte entrarono con lui nella sala del festino, e fu chiusa la porta. Più tardi, giunsero anche le altre vergini dicendo: ‘Signore, signore, aprici!’. Ma egli rispose: ‘In verità vi dico: Non vi conosco’. Vegliate, dunque, perché voi non sapete né il giorno né l’ora (Mt 25, 1-13). Il giardino recintato del Paradiso mostra un ricco parco botanico, nel quale le piante assumono anche un ruolo di simbolo. Il più evidente tra questi è Cristo Albero della Vita: si tratta dell’albero tripartito al centro del giardino nella cui radice compare il volto del Salvatore.

La chiesa del monastero di Cozia

(Ho visitato Cozia il 23 luglio 2017)

Francia. Il Giudizio universale di Conques

Conques è un bel villaggio della valle del Dourdou (comune di Conques-en-Rouergue, dipartimento dell’Aveyron, regione Occitania). Fu in antico sede di un’abbazia benedettina di cui oggi non rimane che la chiesa di Santa Fede (Sainte-Foy), imponente edificio romanico del secolo undicesimo, tappa lungo la via di pellegrinaggio per Santiago di Compostella. Santa Fede era una ragazza che, secondo la tradizione, subì il martirio nel 303, quando aveva solo dodici anni.

Il timpano del portale ovest è decorato da un celebre rilievo del Giudizio universale, datato al 1130 e affollato da ben 124 personaggi (umani, divini e infernali) e 17 angioletti curiosi.

Il Giudizio universale di Conques

L’ampiezza della composizione, la ricchezza e la varietà iconografiche, il realismo della rappresentazione ne fanno una delle opere più significative della scultura romanica.

Il Cielo

Il registro superiore del timpano, a forma di lunetta, è popolato di angeli impegnati in attività di servizio al giudizio finale. Lateralmente, due angeli scendono in volo dalle nuvole e suonano due corni. Il suono dei fiati è finalizzato a risvegliare i morti e a farli risorgere per essere giudicati.

Le Arma Christi

Al centro, due angeli sostengono il legno della croce e gli strumenti della passione (la punta della lancia di Longino e il chiodo della crocifissione). Appaiono anche i simboli personificati dei grandi astri che saranno oscurati nell’ultimo giorno dell’umanità.

L’angelo trombettiere

Le scritte incise sulla croce descrivono i diversi segni: “oc signum crucis erit in celo cum” (citazione abbreviata dal Vangelo di Matteo 24,30 “Allora apparirà in cielo il segno del figlio dell’uomo”); “Iesus Nazarenus Rex Iudeorum” (la tavola del titulus crucis); “sol”; “lancea”; “clavi”; “luna”.

Gli angeli curiosi

Nel risvolto del portale sono scolpite figurine di angeli che raccolgono e avvolgono il cielo e osservano, curiosi, gli eventi.

Il Giudice

Il registro mediano del timpano vede al centro, in grande evidenza, la parusia del Cristo giudice che scende tra le nuvole aprendosi un varco, la mandorla, e lasciandosi alle spalle le stelle dell’empireo.

Il Cristo giudice

Gesù siede sul cuscino del trono e poggia i piedi su una predella sbilenca; veste la tunica e il pallio; ha sul nimbo la doppia scritta incrociata “Rex” e “Iudex”; emette la sentenza con la gestualità delle mani (la destra, alzata in segno di accoglienza per i beati, indica il regno celeste; la sinistra, stesa a respingere i dannati, indica loro l’inferno). Gli angeli espongono i cartigli della duplice sentenza: “venite, benedetti del Padre mio” e “andate lontano da me, maledetti”. Gli angeli ceroferari e turiferari accompagnano l’apparizione divina. Un angelo apre il libro della vita (“signatur liber vitae”).

La psicostasia e la separazione

Sull’asse centrale del timpano, sotto la figura del Cristo giudice, è rappresentata la pesatura delle anime, la separazione dei buoni dai cattivi e la loro introduzione rispettivamente nei vestiboli del Paradiso e dell’Inferno.

La pesatura e i vestiboli del Paradiso e dell’Inferno

L’angelo solleva il coperchio del sepolcro e conduce il risorto alla prova di valutazione individuale. Il giudizio avviene attraverso la pesatura su una bilancia a doppio piatto. L’arcangelo Michele effettua la pesatura e contemporaneamente tiene a bada l’intraprendenza di un demonio che vuole condizionare a suo favore l’esito della psicostasia. I giusti scendono al piano inferiore, condotti per mano da un angelo accompagnatore; qui si apre per loro la porta del Paradiso; l’angelo guardiano li afferra affettuosamente per i polsi e li incoraggia a entrare. I dannati precipitano anch’essi attraverso una botola nel piano inferiore; qui trovano ad accoglierli un nerboruto demonio armato di mazza e due buttadentro che li infilano nella bocca del Leviatano, la porta dell’ingresso all’Inferno.

Il corteo degli eletti

La sezione di sinistra del registro centrale è dedicata all’incedere degli eletti, come specifica l’incisione sovrastante: “Sanctorum coetus stat Christo iudice laetus”.

Il corteo degli eletti

Alla testa del corteo è Maria, la madre di Gesù, che ha le mani giunte nella preghiera d’intercessione. Il secondo personaggio è Pietro, che ha nelle mani il bastone di pastore della Chiesa e la chiave del regno dei cieli. Il terzo personaggio, con il bastone a forma di tau, è l’abate eremita Dadon, fondatore dell’abbazia. Il gruppo successivo è preceduto dall’abate Odolrico che conduce per mano il re Carlo Magno (con due famigli ai lati), benefattore dell’abbazia; seguono due chierici che reggono in mano i vangeli e le tavole della legge. Il terzo gruppo si apre con San Girolamo (che ha in mano il rotolo della Vulgata), cui seguono Sant’Antonio abate, Santa Fede (con la palma del martirio) e la Maddalena. La processione dei beati è scortata dagli angeli: il primo pone sul capo dei beati la corona della gloria; i successivi quattro espongono i cartigli delle virtù che ispirano la vita buona dei beati: la fede, la speranza, la carità, la costanza, la temperanza, l’umiltà.

La Gerusalemme celeste

Nel registro basso, a sinistra, il Paradiso è immaginato nella forma urbana del tempio di Gerusalemme e dell’apocalittica nuova Gerusalemme.

La Gerusalemme celeste

L’edificio ha la forma di una cattedrale romanica, sormontata dal pinnacolo, da due torri e dalle croci; le cappelle interne sono illuminate da lampade appese e ospitano i giusti dell’antico testamento. La nicchia centrale è occupata dal padre Abramo che accoglie le anime dei giusti nel suo grembo: i due fanciulli muniti di scettro potrebbero essere il figlio Isacco e il nipote Giacobbe. Le quattro figure femminili che occupano le due ultime nicchie a sinistra sono interpretabili polisemicamente: le quattro matriarche bibliche Sara, Lia, Rachele e Rebecca; le vergini prudenti con le lampade accese; Ester, regina di Persia e la regina di Saba; le mirofore al sepolcro; Maria e la Maddalena con il libro del vangelo. A sinistra di Abramo siedono Melchisedec e Zaccaria, figure sacerdotali, che reggono insieme lo stesso calice, prefigurazione dell’eucarestia. La nicchia a destra di Abramo ospita Mosè che pone la mano in segno d’investitura sulla spalla del fratello Aronne. L’ultima nicchia a destra ospita Geremia ed Ezechiele, due dei profeti maggiori.

Santa Fede e la mano di Dio

Sul tetto del tempio gerosolimitano sono incastonate due scene. A sinistra Santa Fede, nell’atrio della chiesa a lei dedicata (i ceppi appesi ricordano il suo carisma di liberatrice dei prigionieri), si prostra davanti alla mano di Dio. A destra i morti risorgono dai loro sarcofaghi. La visione del paradiso è accompagnata da scritte che promettono ai giusti la felicità eterna e la gioia priva di preoccupazioni: “sic datur electis ad caeli gaudia vectis”, “gloria pax requies perpetuusque dies”, “casti pacifici mites pietates amici” e “sic stant gaudentes securi nul metuentis”.

L’Inferno

I luoghi infernali sono introdotti dalla scritta “Omnes perversi sic sunt in tartara mersi” e sono vigilati da due angeli armati di spada e di lancia. Sullo scudo dell’angelo in alto si legge la scritta “exibunt angeli et separa[bunt malos de medio iustorum et mittent eos in caminum ignis; ibi erit fletus et stridor dentium]”, ovvero “Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti quelli che commettono iniquità e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti”; il versetto è tratto dal capitolo 13 del vangelo di Matteo.

L’Inferno

Nella sezione alta del Tartaro osserviamo la punizione inflitta a diversi peccatori, espressione delle gerarchie e dei poteri del tempo. Nella rete tesa dai diavoli sono caduti dei monaci, un abate e un vescovo simoniaco, costretto a prostrarsi di fronte a Lucifero. Seguono gli eretici, che hanno in mano i libri in cui sono riportate le loro tesi erronee: i diavoli li atterrano e chiudono loro la bocca.

Il mercante e l’usuraio

Nell’angolo un falsario, che ha in mano il calco delle monete ed è davanti al crogiolo di fusione, è costretto da un diavolo a bere l’oro fuso. Nella fascia sottostante un diavolo addenta la corona di un re, ritratto nudo mentre protesta per l’indebita presenza in paradiso di Carlo Magno. Un secondo diavolo trafigge un antipapa e gli fa cadere il triregno dal capo; la punta della lancia infilza la bocca e fuoriesce dalla nuca. Un terzo diavolo fa un ironico inchino a un sovrano. Un disonesto mercante di tessuti è punito da un demonio che lo strangola con il suo stesso drappo; il panno è addentato a sua volta da un altro demonio. Un usuraio con il suo sacchetto di monete è impiccato a testa in giù. Un gruppo di diavoli veste le armature della soldataglia violenta e imbraccia armi proibite come la balestra e la mazza ferrata.

La punizione dei vizi capitali

Più in basso, in simmetria con la Gerusalemme celeste, è la città di Dite, la Babilonia infernale. Le scritte che indicano i loca poenarum sono molto esplicite sui vizi puniti e sull’intreccio delle pene del fuoco con i gemiti di pianto e il terrore: “penis iniusti cruciantur in ignibus usti”, “demones atque tremunt perpetuoque gemunt”, “fures mendaces falsi cupidique rapaces” e “sic sunt damnati simul et scelerati”.

Lucifero e i dannati

Il primo vizio che supera la porta d’ingresso è la superbia, nelle vesti di un cavaliere rivestito della sua armatura, che viene disarcionato dal cavallo, trafitto con un forcone e precipitato a testa in giù. La lussuria è rappresentata da un prete con la sua concubina, legati al collo dalla stessa corda: un demonio li introduce al re dell’Inferno, sussurrandone i nomi all’orecchio. Lucifero – in posizione simmetrica ad Abramo – siede sul trono infero, avvolto da serpenti, e punisce un accidioso, utilizzandolo come suppedaneo. Alla sua sinistra è punita l’avarizia, nelle vesti di un usuraio con la scarsella al collo e appeso a una forca. Un diavolo strappa la lingua all’invidia, che sconta tra le fiamme i suoi peccati di lingua (invidia, maldicenza, spergiuro, bestemmia).

La moglie cavalca il marito e il goloso nella caldaia

Il vizio della gola è rappresentato da un obeso dalla pancia prominente, punito con la cottura nel calderone infernale. Piuttosto curiosa è l’immagine della donna, armata di un serpente a mo’ di scettro, che cavalca un uomo: inversione del precetto paolino della sottomissione della moglie al marito. Sul tetto della casa di Lucifero sono descritte altre pene: un iracondo disperato, che arriva all’estremo autolesionismo di suicidarsi infilzandosi una spada nel collo, è sbranato da un diavolo; un musicista che ha cantato canzoni licenziose, ha una corda al collo e la lingua strappata; un altro peccatore è legato a uno spiedo e arrostito sul fuoco.

Il guerriero

Il significato complessivo della visione dell’aldilà è riassunto nella scritta ammonitrice incisa sull’architrave: “o peccatores transmutetis nisi mores iudicium durum vobis scitote futurum”, e cioè: “o peccatori, se non modificate il vostro comportamento, sappiate che il futuro giudizio sarà duro per voi”.

 

(Ho visitato Conques il 6 luglio 2017. Le foto sono di Piero Pisarra)

Albania. Il Monastero bizantino ortodosso di Ardenica

Il monastero bizantino ortodosso di Ardènica è uno splendido monumento artistico che si propone anche come una sorprendente sintesi della storia dell’Albania. Oggi è animato da tre monaci della chiesa autocefala ortodossa nazionale. Ma ha sofferto la chiusura e l’abbandono durante il regime comunista che aveva proclamato l’Albania uno Stato ateo. Eppure è soprattutto famoso tra gli albanesi perché nella sua chiesetta della Trinità fu celebrato nel 1451 il matrimonio tra l’eroe nazionale Giorgio Castriota Scanderbeg e Andronika Arianiti. Era stato fondato nel 1282 lungo la via Egnazia dall’imperatore bizantino del tempo. Nel corso dei secoli è stato seminario per la formazione dei pope ortodossi, liceo con annessa casa dello studente, luogo d’insegnamento e di conservazione della lingua albanese letteraria, sede di una grande biblioteca ricca di trentaduemila volumi, pinacoteca del rinascimento settecentesco.

Il monastero albanese di Ardenica

Il monastero occupa la sommità di un colle boscoso che si solleva isolato nella pianura attraversata dalla strada statale 4 che collega Lushnjë e Fier. A forma a punta di freccia, è difeso da alte mura e custodisce all’interno la chiesa dedicata a Maria Theotòkos (Madre di Dio), la cappella della Trinità e le strutture di servizio su due livelli, addossate alle mura.

L’abside della chiesa del monastero

La cappella incorpora nel muro esterno pietre tombali e frammenti architettonici provenienti dalla vicina area archeologica di Apollonia. La chiesa ha un loggiato esterno sotto il quale c’è la scalinata con l’accesso laterale all’interno a tre navate. Secondo la tradizione la navata ospita il pulpito di forma ovale, il trono di legno del despota e la grande iconostasi che chiude l’area presbiteriale e absidale. Le pareti sono tutte rivestite di affreschi realizzati nel 1744 dai fratelli Kostandin e Athanas Zografi che descrivono le scene dell’antico e del nuovo Testamento. Spiccano sulla controfacciata le scene della Dormizione di Maria e dell’arcangelo Michele in lotta col drago demoniaco.

La Cappella della Trinità

Il nartece, ovvero l’atrio coperto che precede la facciata della chiesa e che era destinato ai catecumeni, è decorato da un vasto affresco del giudizio universale. L’ultimo giorno dell’umanità vede gli angeli riavvolgere il firmamento con le stelle e gli astri maggiori oscurati, dichiarando così la fine del tempo e l’inizio dell’eternità.

Il Giudice, il Battista, la fine del tempo

Gesù scende sulle ali degli angeli nella mandorla iridata per prendere possesso del trono preparato per lui e per giudicare il mondo. Lo affiancano gli intercessori (la madre Maria e Giovanni Battista) e gli apostoli seduti sui troni. I morti risorgono dalle loro sepolture, in cielo, in terra e in mare, restituiti alla vita dagli animali feroci che li avevano divorati, dagli uccelli rapaci che ne avevano fatto scempio, dai predatori marini che li avevano ingoiati dopo i naufragi. Gli eletti salgono al cielo guidati da Mosè.

Il fiume di fuoco, l’inferno e la risurrezione dei morti

Un fiume di fuoco sgorga dai piedi del giudice e va a inabissarsi nella gola del Leviatano: sul fondo, tra le bestie apocalittiche, il ricco Epulone implora una stilla d’acqua per la sua lingua riarsa. Più in basso, condizionate da una balaustra di legno, sono descritte le punizioni infernali che attendono i dannati. Il paradiso terrestre mostra la frescura di un giardino circondato da mura, e ospita Maria, il buon ladrone e il patriarca Abramo che accoglie nel suo seno le animulae dei giusti.

(Ho visitato il monastero di Ardenica il 20 giugno 2017)

Gubbio. Il Giudizio finale e i regni dell’aldilà

Ottaviano Nelli, pittore attivo con la sua bottega nella prima metà del Quattrocento, ha dipinto un grande affresco del Giudizio universale sull’arco trionfale della chiesa di Sant’Agostino a Gubbio. Il tema completa il ciclo absidale dedicato alla vita di Sant’Agostino. La data è probabilmente a cavallo tra la fine del secondo decennio e l’inizio del terzo.

Il Giudizio finale di Gubbio

Nel fregio vediamo i tondi con i profeti che hanno annunciato il giorno di Jahve. In alto è la scena di Cristo che scende dal cielo per giudicare l’umanità e appare nella “mandorla”, seduto sopra l’iride, l’arcobaleno che simboleggia la nuova alleanza tra Dio e il suo popolo. La mandorla è sostenuta da un coro di serafini color rosso fuoco. Gesù è abbigliato con un mantello che lascia visibili la ferita del costato e i fori dei chiodi sulle mani e sui piedi. La pronuncia del giudizio è simbolizzata dalla posizione delle mani: il palmo della mano destra è aperto nel gesto dell’accoglienza dei beati e il dorso della mano sinistra esprime la volontà di allontanare gli empi. Intorno ai serafini si muove una seconda corolla di angeli: sono i cherubini dal diafano colore azzurro. Un gruppo di angeli mostra ai risorti gli strumenti della Passione di Gesù (la croce, i tre chiodi, la colonna della flagellazione, la spugna imbevuta d’aceto sulla canna, la lancia). Due angeli vestiti di bianco suonano le lunghe trombe chiamando i morti al giudizio. Schierato ai due lati del giudice troviamo il tribunale celeste, composto dagli Apostoli, i cui nomi sono trascritti sui cartigli; gli apostoli indossano tunica e mantello e siedono sui troni, con i piedi poggiati sulle predelle.  Due cortei di beati procedono sulle nubi e s’inginocchiano di fronte al Giudice. A sinistra il primo posto è occupato da Maria, la madre di Gesù; dietro di lei ci sono Santa Caterina d’Alessandria, riconoscibile dalla sua corona di regina e Maria Maddalena, dai lunghi capelli biondi; il gruppo è chiuso dai progenitori Adamo ed Eva. Il corteo di destra è aperto dall’altro intercessore, San Giovanni Battista; al suo seguito sono i dottori della Chiesa, che accompagnano Agostino (Papa Gregorio, San Girolamo con la berretta cardinalizia, Sant’Ambrogio con la tiara vescovile).

La risurrezione dei morti e la corte celeste

Sotto le nuvole, che segnano il confine tra la Terra e il Cielo, la scena cambia. I morti risorgono dalla nuda terra, spuntando dalle fosse e dagli avelli. Un risorto, che espone al pubblico le sue terga, scoperchia un sarcofago di marmo. Il cadavere in esso contenuto si rianima e si appresta a uscirne. Una donna risorta scavalca le pareti di un secondo sarcofago. Molti alzano gli occhi al cielo nell’attesa di conoscere il proprio destino.

Il Purgatorio

Alcuni risorti sono addentati da serpenti velenosi e sono costretti a un periodo di purificazione nel Purgatorio. Il regno intermedio dell’espiazione è rappresentato da una fornace infuocata nelle cui fiamme i purganti sprofondano e si sollevano secondo la gravità della loro pena, fino all’intervento liberatore dell’angelo.

Il Paradiso

I beati sono accompagnati dagli angeli sino alla porta del paradiso, dipinto nella forma urbana della città medievale. San Pietro e San Paolo accolgono i beati e li introducono nella Gerusalemme celeste. Lo stato lacunoso del dipinto non consente di individuare i personaggi che affollano l’agorà interna. Più chiara la scena dei seniori che cantano le lodi di Dio accompagnati dalle trombe e dall’organo suonati dagli angeli.

L’Inferno

Sull’altro versante gli angeli minacciano i peccatori con la spada e li spingono verso l’inferno. Dalle caverne infernali spuntano mostruosi diavoli macrocefali che accolgono irridenti i condannati, li arpionano con forconi e runcigli e li sottopongono alle pene del contrappasso e a fantasiose torture. Agli avari viene versato oro fuso in bocca. Gli iracondi sono accoltellati. I lussuriosi sono infilzati da un’unica lancia e i sodomiti sono impalati a uno spiedo. Il commerciante fraudolento che ha truccato la bilancia e il sarto artigiano con le forbici sono puniti dai diavoli con i loro stessi strumenti di lavoro. La ruffiana è cavalcata sul dorso da un diavolo che la percuote, mentre un secondo demonio la strazia con un forcone. Un diavolo prende a calci i reprobi per precipitarli nella caverna di Lucifero, dove sono attesi da grandi rospi e dal mostruoso Leviatano. Il sovrano infero, dalle grandi corna di stambecco, siede su una graticola il cui fuoco è alimentato dai corpi dei dannati. Egli afferra con le mani e con le zampe unghiute i corpi dei peggiori peccatori e li porta alla bocca stritolandoli con i denti.

Todi. Il Giudizio finale di Ferraù Fenzoni

La Concattedrale di Santa Maria Assunta a Todi ha sulla controfacciata un grande affresco raffigurante il Giudizio universale realizzato nel 1596 da Ferraù Fenzoni da Faenza.

Il Giudizio finale nel Duomo di Todi

Sono numerose le citazioni del Giudizio di Michelangelo nella Cappella Sistina, a cominciare dalle immagini del Cristo giudice che leva imperiosamente il braccio e pronuncia la sentenza e della Madre di Gesù che prega a mani giunte in una supplica d’intercessione per l’umanità. Nell’arco in alto e nel risvolto del rosone è descritta l’apparizione in cielo dei segni della Passione di Gesù; la croce e la colonna della flagellazione risultano in grande evidenza; compaiono poi la canna con la spugna imbevuta d’aceto e la lancia di Longino, i chiodi e la corona di spine.

Il giudice e i beati

Gli angeli presentano al Signore i progenitori Adamo ed Eva, ora che la nuova alleanza ha superato il peccato originale e che il Limbo dei padri è stato aperto. Il cielo dei beati accoglie il buon ladrone Disma con la sua croce, l’apostolo Pietro con le chiavi, Caterina d’Alessandria con la ruota e la folla dei martiri che alzano le loro palme.

Le trombe del giudizio e i libri aperti

Al centro della composizione è un gruppo di angeli che suona le trombe per risvegliare i morti e chiamarli al giudizio, affiancato da altri due angeli che aprono i libri del giudizio, dove è annotato il curriculum vitae di tutti gli uomini, con l’elenco delle opere buone e di quelle cattive.

La risurrezione dei morti e l’ascesa degli eletti

Nello spazio inferiore a sinistra è descritta la scena della risurrezione dei morti. I corpi fuoriescono dalla nuda terra o spezzano i coperchi dei sarcofaghi, si rianimano e rivolgono gli occhi al cielo in attesa della sentenza del giudice. I corpi più pesanti sono amorevolmente aiutati a sollevarsi grazie all’intervento di altri risorti. Gli angeli abbracciano e conducono in cielo i beati.

I dannati

Nello spazio inferiore destro è invece rappresentato l’Inferno. Caronte traghetta i dannati sulla sua barca e li rovescia con violenza a colpi di remo tra le braccia dei diavoli nell’anticamera della fornace fiammeggiante. I demoni fanno da collettori dei reprobi: un demonio preleva un risorto direttamente dal sepolcro e se lo carica sulle spalle per portarlo all’Inferno; un secondo demonio sale addirittura in cielo a catturare una peccatrice; un terzo demonio placca una dannata che cerca nella fuga una via di scampo. La scena, per la sua collocazione a contatto diretto con i fedeli, trasmette con buona efficacia il suo carattere ammonitore.

(Visita la sezione del sito dedicata alle visioni dell’aldilà nell’arte)