Eichstätt. Le scene del Giudizio sulle pareti del Mortuarium

Eichstätt è una piacevole città della Baviera. I numerosi turisti che la visitano e gli studenti che ne frequentano l’Università Cattolica apprezzano particolarmente le belle passeggiate sul colle e sulle rive dell’Altmühl, il simpatico trenino-navetta, la fortezza di Willibald sullo sperone roccioso del Giura, i musei e il giardino dell’Hortus Eystettensis, la settecentesca piazza barocca progettata da Gabriel Gabrieli, la grande Cattedrale con il chiostro, l’Abbazia di santa Walburga. Alla ricerca di immagini dell’Aldilà noi ci rechiamo invece in un luogo segreto e raccolto, che trasmette le memorie mortali degli ecclesiastici del passato e che è quindi luogo di storia aristocratica, storia della chiesa e storia della fede. Il Mortuarium è una delle creazioni spaziali più belle e suggestive dell’architettura tardo gotica della Baviera. Questa sala a due navate, dove lo spazio è equilibrato e solenne, fu inaugurata nel 1498 come luogo di sepoltura dei canonici della cattedrale. Le lastre tombali sul pavimento e gli epitaffi sulle pareti raccontano secoli di storia.

La vetrata del Giudizio di Holbein

La vetrata di Holbein

L’opera d’arte più nota del Mortuarium è la vetrata del Giudizio universale, realizzata nel 1505 nell’officina di Gumpolt Giltlinger su disegno di Hans Holbein il Vecchio. I colori vivacissimi, lo stile a cavallo tra il tardo gotico e il rinascimento, il contrasto tra le drammatiche scene infernali e la visione eterea del Cielo, sono le sue note caratteristiche. Gesù, seduto sull’arcobaleno, pronuncia la duplice sentenza di salvezza e di dannazione. Il giudizio favorevole è simbolizzato dalla sua mano benedicente e dal giglio che esce dalla sua bocca; il giudizio di condanna è invece simbolizzato dalla mano che respinge e dalla spada a doppio taglio. Gli angeli trombettieri chiamano i morti alla risurrezione e i due intercessori, la madre Maria e Giovanni Battista, si appellano alla misericordia del Giudice. Particolare curioso sono i due angeli che si sono caricati dei pesanti strumenti della passione di Gesù, tra cui la croce e la colonna della flagellazione.

Il Paradiso e l’Inferno

Una guerra si scatena in cielo tra gli angeli e i diavoli per disputarsi il possesso delle anime dei risorgenti. A sinistra i risorti destinati alla beatitudine formano un lungo corteo dietro al vessillo di Cristo e si dirigono verso la porta d’ingresso della Gerusalemme celeste. Il corteo dei dannati si dirige invece verso la bocca di un grottesco Leviatano infernale, guidato da parodico diavolo alfiere e da un panciuto demonio trombettiere. Tra i costernati dannati si notano un papa, un re, un cardinale, un vescovo, una dama scollacciata e un usuraio che stringe gelosamente il sacchetto delle sue monete.

L’Epitaffio dell’Abate

L’Epittaffio dell’Abate Truchsess

Sulla parete meridionale spicca una lastra sepolcrale con un’immagine scolpita del Giudizio universale. Si tratta dell’Epitaffio realizzato nel 1536 per l’Abate Georg Truchsess von Wetzhausen. La descrizione del Giudizio finale non presenta particolare originalità. Più interessanti sono invece le numerose iscrizioni latine che la arricchiscono. La scritta esterna invita i visitatori superstiti a un comportamento saggio e a prevedere quanto terribile possa essere la venuta del giudice e quanto terribile la sua sentenza; chiede misericordia per tutti, buoni e cattivi, ricordando ai superbi che essi sono destinati a finire in polvere. La scritta centrale invita a pensare al suono della tromba del giudizio che annuncerà il giorno dell’ira. La conclusione è moraleggiante sul destino dell’uomo: quid valet hic mundus, quid gloria, quidve triumphus, post miserum funus, pulvis et umbra sumus (a che vale questo mondo, la gloria e il trionfo; dopo la misera fine saremo polvere e ombra).

La lunetta del Giudizio

La lunetta del Giudizio finale

Sulla parete all’ingresso del Mortuarium è murata una lunetta con una descrizione a rilievo di un affollato Giudizio finale. Al centro il Giudice siede sull’arcobaleno e pronuncia la sua sentenza mostrando le ferite della crocifissione. Una folla di angeli sorregge la mandorla, suona le trombe del giudizio ed esibisce gli strumenti della Passione. I due intercessori in ginocchio si appellano alla misericordia del giudice. In basso è la scena della risurrezione dei morti. A sinistra vediamo i risorgenti accolti dagli angeli incamminarsi verso le architetture della città celeste. Qui San Pietro apre loro la porta del Paradiso.

L’Inferno

A destra sono descritte le pene dell’Inferno. I diavoli scaraventano i dannati nella caldaia arroventata dal fuoco. Un avaro con la borsa dei denari appesa al collo è legato su una panca e costretto a trangugiare un mestolo di metallo fuso. Un diavolo dal becco adunco azzanna un dannato e agguanta da un lato un accidioso e dall’altro un iracondo autolesionista che si pugnala sul petto. Gli altri dannati finiscono nella bocca del Leviatano infernale, insieme con un re coronato (Erode?) e Giuda impiccato. Appollaiato sul muso del drago, un demonio accoglie i dannati col suono della sua tromba.

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Bamberga. Fürstenportal, il Portale dei Prìncipi

Bamberga sa essere città molto seducente. I visitatori amano particolarmente le sue atmosfere, il fiume, l’isola, le strade che salgono verso i monumenti più noti. Il suo centro storico è stato inserito dall’Unesco nel Patrimonio mondiale dell’Umanità.

Il Portale dei Principi (Fürstenportal)

Una delle opere più ammirate è il Portale dei Principi (Fürstenportal) sul fianco della Cattedrale. Il portale era aperto nel Medioevo solo per le celebrazioni più prestigiose e per accogliervi visitatori eccellenti. Coevo alla Cattedrale, risale al 1237, ed è stato realizzato in stile romanico-gotico da maestranze di diverse scuole. Molte statue, erose dall’inquinamento, sono state sostituite da copie. Gli originali sono in chiesa o nel vicino Museo diocesano.

Il Giudizio universale

Il Giudizio universale di Bamberga

Il timpano del portale contiene una scena del Giudizio universale, celebre per le espressioni sui volti dei suoi protagonisti. Al centro, in una mandorla ovale, Gesù siede sul trono del giudice e mostra le ferite della passione. Le stimmate dei piedi sono amorevolmente curate da sua madre Maria e da un Giovanni Battista che ha la barba e i capelli incolti per la lunga permanenza nel deserto. I due intercessori sono in ginocchio e supplicano la misericordia del giudice.

Il Giudice

Tre angeli mostrano le arma Christi – la croce, la corona di spine e la lancia di Longino –  strumenti della crocifissione di Gesù. Un angelo accompagna al cospetto del giudice due figure regali, probabilmente Enrico II e sua moglie Cunegonda, beatificati e sepolti nella cattedrale. Due figure di risorti si sollevano dalle tombe scoperchiate: la felicità sui visi e le mani giunte in preghiera indicano per loro un destino di beatitudine.

I beati

La stessa espressione di compunta felicità caratterizza i volti del gruppo di beati; uno di loro mostra una contentezza persino euforica e una gioia incontenibile. Del tutto diverse sono le emozioni sul fronte opposto, quello dei dannati. L’animatore della scena è un grottesco diavolo, con lunghe orecchie, uno sberleffo sulla bocca e coppie di ali sui polpacci: ha incatenato un gruppo di sei dannati e li trascina all’Inferno. Vediamo tra loro un re e un vescovo, forse un papa, un usuraio con una sacca piena di monete. I loro volti mostrano la smorfia della disperazione, la costernazione per un destino inaspettato, lo strazio del pianto incontrollato.

I dannati

Appollaiate sugli archivolti, in posizione eccentrica e originale, vediamo due figure. La prima è un angelo tubicino che suona la tromba per svegliare i morti e annunciare il giudizio. La seconda è il patriarca Abramo che accoglie nel suo grembo il povero Lazzaro e le anime dei buoni.

L’angelo trombettiere e il patriarca Abramo

Gli Apostoli e i Profeti

Gli Apostoli e i Profeti (sinistra)

Sulle pareti laterali del portale sono scolpite le figure dei dodici Apostoli che formano il tribunale celeste e fiancheggiano il giudice. Il primo apostolo a sinistra, il più vicino al Cristo, è San Pietro che ha le chiavi del Regno appese al polso e la sua Lettera in mano. Il particolare più sorprendente è tuttavia la posizione degli apostoli che poggiano i piedi sulle spalle dei sottostanti dodici profeti. La gerarchia dei personaggi vuole probabilmente significare che il Nuovo Testamento è comunque fondato sull’Antico.

Gli Apostoli e i Profeti (destra)

L’Ecclesia e la Sinagoga

Ecclesia e Sinagoga

Due colonne ai lati del portale sostengono le statue dell’Ecclesia e della Sinagoga. Queste due immagini simboliche hanno una pluralità di significati (la sposa incoronata e la sposa ripudiata, l’antica e la nuova alleanza di Dio con il suo popolo), ma nel contesto di un Giudizio universale raffigurano rispettivamente i salvati e i dannati. L’Ecclesia rappresenta la Chiesa di Dio riunita intorno alla Parola e all’Eucarestia, il popolo di Dio salvato dal sacrificio di Gesù sulla croce e dalla sua resurrezione. A Bamberga l’Ecclesia è una figura femminile nobile ed elegante, che veste un ampio mantello su di una tunica cinta ai fianchi. Ha sul capo la corona regale e reggeva nelle mani (ora purtroppo mutilate) la croce di Gesù e il calice dell’Eucarestia. Sul suo capo è un baldacchino scolpito con le mura e le torri della Gerusalemme celeste. Alla base della colonna sono scolpiti i simboli dei quattro evangelisti (l’aquila e l’angelo in alto, il leone e il bue al centro) e, in basso, la statua del profeta Ezechiele, nella cui visione compare il Tetramorfo.

A destra c’è la Sinagoga, la personificazione femminile del culto ebraico. La donna ha perduto la corona e il mantello, simboli della regalità, ma pur vestendo ora solo una semplice tunica legata ai fianchi, mostra una postura flessuosa ed elegante che lascia in evidenza la punta dei seni e la forma delle cosce. Il bastone di Mosè che regge nella mano destra è spezzato. Dalla mano sinistra le scivolano via le tavole della vecchia legge mosaica. Ha gli occhi bendati poiché non ha voluto riconoscere Cristo quale Messia. Sul suo capo è un baldacchino con la riproduzione del Tempio. Nella colonna sottostante si vede un diavolo a testa in giù che mette una benda sugli occhi dell’ebreo, volendo così rappresentare la cecità del popolo dell’antica alleanza che non riconosce la legge nuova portata da Gesù.

(Ho visitato Bamberga il 6 maggio 2018)

Reichenau. Visioni monastiche dell’Aldilà

L’isola di Reichenau sul lago di Costanza, in Germania, è una testimonianza del ruolo religioso e culturale di un grande monastero benedettino nel Medioevo. Dal nono all’undicesimo secolo il monastero di Reichenau concentra in sé la grande pittura carolingia, lo scriptorium di celebri codici miniati, un centro di ricerca scientifica, letteraria e poetica, il motore di sviluppo economico di un’area marginale. Possiamo aggiungere poi che Reichenau diventa il laboratorio delle visioni dell’Aldilà e un luogo genetico della nuova rappresentazione artistica del Giudizio universale. Questo cantiere produce innovazioni nella poesia (con la Visione di Wetti), nella miniatura (con l’Apocalisse di Bamberga e il libro delle Pericopi di Enrico II) e nella pittura (con il Giudizio di San Giorgio di Oberzell).

La visione del monaco Vetti

L’abate Valafrid Strabo al lavoro e la visione del monaco Vetti (tesoro del duomo di Reichenau)

Il monaco e poi abate di Reichenau Valafrid Strabo (“lo strabico”, a causa di un difetto oculare) fu il primo grande monaco-poeta del Medioevo europeo. La sua Visio Wettini, scritta in latino all’età di diciott’anni, nell’825/26, è la prima visione dell’Aldilà in versi, il capostipite di quel genere che troverà nella Commedia di Dante il suo trionfo. Valafrid riscrisse in 945 esametri la versione in prosa composta dal monaco Heito, che aveva a sua volta raccolto il racconto orale di Vetti, suo confratello nell’abbazia di Reichenau, relativo alla visione avuta in sogno nella notte dal 2 al 3 novembre 824. Vetti visita dapprima l’Inferno: “l’angelo prese il malato e lo guidò lungo una strada amena. Mentre camminavano vedono monti che toccano le stelle tinte di bei colori come marmo: un fiume di fuoco vi scorreva intorno a circondarle, attaccando fiamme inesauribili a chi vi entra. In quell’istante si presentò un’enorme folla di dannati e in ogni luogo riconobbe pene diverse per diverse azioni…”. Vetti visita poi il Purgatorio: “sempre là vide un edificio impressionante in legno e pietra senz’ordine costruito, e insediato come un fortilizio, pieno di fumo e nebbia. Da questo spaventato il confratello che chiedeva chi ne fosse l’ospite, sentì che era chiusa lì a purificarsi una massa di monaci di varie patrie e luoghi”. Raggiunge infine il Paradiso: “fu condotto alle mura di una splendida dimora, ch’egli diceva consistere di rocca naturale. L’edificio rifulgeva abbagliante di uno splendore immenso, rilucente d’archi e variegati ornamenti d’oro: costruito con argento abbondante, offriva alla vista, cesellate da rilievi a pascere la mente, mura di estensione così lunga e larga e di stabilità così mirabile, e fattura bella”. La visione di Vetti contiene numerosi elementi di critica sociale e reprimendadella corruzione dei conti, dei vizi dei monaci e del clero simoniaco e lussurioso.

La traduzione italiana della Visione di Vetti

L’Apocalisse di Bamberga

A Reichenau la miniatura raggiunge vertici di splendore intorno al Mille con il gruppo più prezioso e più ampio di manoscritti, detto di Liuthar. Il gruppo comprende l’Evangeliario di Ottone III, il Libro delle Pericopi di Enrico II, l’Apocalisse di Bamberga, il Codice di Egino. Per il loro valore questi codici sono stati inseriti nel patrimonio mondiale “Memory of the World” dell’Unesco. L’Apocalisse di Bamberga fu realizzata nello scriptorium di Reichenau intorno all’anno 1001 su incarico dell’imperatore Ottone III ed è oggi conservata nella Biblioteca di Bamberga. L’Apocalisse contiene un’affollata rappresentazione del Giudizio universale che influenzerà tutta la successiva elaborazione del tema nel mondo occidentale.

Il Giudizio dell’Apocalisse di Bamberga

Il Giudice è seduto sul trono e regge in mano la croce del suo sacrificio. Gli fanno corona i cori degli angeli, i trombettieri e il tribunale degli apostoli, con Pietro e Paolo in evidenza. In basso, in posizione centrale, i morti risorgono dalle loro tombe, con i corpi ancora cadaverici e verdastri. Due angeli mostrano loro i cartigli con la duplice sentenza di salvezza (venite benedicti patris mei) e di condanna (discedite a me maledicti in igne). A sinistra il gruppo dei salvati ringrazia alzando le mani verso il cielo. I dannati sono descritti invece con il volto attonito, che evolve verso l’angoscia e la disperazione. Nell’Inferno vediamo Lucifero imprigionato sul fondo e un demonio che incatena e strattona i dannati. Come riferimento al testo dell’Apocalisse il miniatore ha inserito la figura di Giovanni che assiste all’evento in basso a sinistra. La miniatura dell’Apocalisse di Bamberga trova corrispondenza nel Libro delle Pericopi di Enrico II (conservato nella Biblioteca statale di Monaco di Baviera) dove tuttavia la risurrezione dei morti è separata dal giudizio universale.

Il Giudizio universale nella cappella di San Michele

Il Giudizio universale nella Cappella di San Michele

Prima di accedere alla chiesa di San Giorgio a Oberzell si traversa un lungo atrio coperto. Al di sopra dell’atrio è nascosta una cappella dedicata all’arcangelo Michele, le cui bifore si affacciano sull’interno della navata centrale. Essa contiene un’immagine tardo-ottoniana del Giudizio universale. La cappella, cui si accede con una scala esterna,è oggi chiusa al pubblico per le esigenze di conservazione di un’opera molto delicata che risale agli anni 1050/1060. In confronto alla miniatura dell’Apocalisse di Bamberga, questo Giudizio enfatizza gli elementi della passione di Gesù. La sua crocifissione è infatti esplicitamente mostrata in basso nella lunetta sopra l’altare, a spiegare e giustificare gli avvenimenti descritti sopra. Il giudice mostra i fori dei chiodi sui piedi e sulle mani. Gli angeli che gli fanno corona esibiscono la croce e la lancia, strumenti della Passione. Alla sua destra è la madre Maria nel ruolo dell’intercessione. Compaiono anche i due angeli tubicini e il tribunale celeste degli Apostoli seduti sui troni. Ampio spazio è dato alla risurrezione dei morti. Non sono invece mostrati i gruppi degli eletti in Paradiso e dei dannati all’Inferno.

Il Giudizio universale nell’abside della chiesa di San Giorgio

Il Giudizio universale nella chiesa di San Giorgio a Oberzell

L’ingresso alla navata centrale della chiesa di San Giorgio ha forma absidale. Quasi a voler ricapitolare la storia della salvezza affrescata sull’arco del coro (l’Annunciazione) e sulle pareti della navata (i miracoli di Gesù), in epoca molto tarda, negli anni 1708/09, su quest’abside fu affrescato un grande Giudizio universale. In linea con l’iconografia del tempo, nella calotta compare l’immagine della Trinità.

Il Paradiso

Circondato dai cori angelici in volo, Dio Padre poggia i piedi sul globo terrestre in segno di signoria sul creato mentre nell’empireo volteggia la colomba dello Spirito Santo. Gesù presiede al giudizio avendo al fianco la madre Maria. Sotto di lui sono gli angeli che mostrano gli strumenti della passione con la grande croce al centro. Ai lati di Gesù si distribuiscono tre ordini sovrapposti di beati. Nel coro basso spiccano le figure della gerarchia ecclesiale e dei santi fondatori di Ordini, con San Benedetto in evidenza.

La risurrezione dei beati

Ai lati della porta d’ingresso compaiono due scheletri armati di lancia, le immagini tradizionali della Morte che il pittore integra nel dipinto a completare il ciclo dei quattro Novissimi. Il giudizio delle anime è contenuto nei due libri del bene e del male che vengono aperti dagli angeli e mostrati ai risorti. I morti che risorgono dalle loro sepolture e che sono destinati alla beatitudine del Cielo sono aiutati a sollevarsi da angeli vestiti di bianco. Sul lato opposto assistiamo alla caduta dei dannati nell’Inferno.

La caduta all’Inferno

Firenze. Il Giudizio finale nella cupola del Duomo

La cupola di Santa Maria del Fiore a Firenze fu eretta dal fiorentino Filippo Brunelleschi nel Quattrocento e ancora oggi si presenta come un saggio esemplare d’ingegneria innovativa. Per il visitatore essa è semplicemente immensa. L’interno della cupola, che originariamente doveva essere rivestito di mosaici, fu – per volere dei Medici – affidato all’aretino Giorgio Vasari perché vi dipingesse il più vasto Giudizio universale della cristianità. Vasari iniziò l’affresco nel 1572, completò la fascia più alta, ma morì nel 1574, lasciando l’opera incompiuta. Fu il marchigiano Federico Zuccari a terminare l’opera alcuni anni dopo. Il risultato suscitò entusiasmi ma anche feroci critiche per aver deturpato con le pitture la purezza rinascimentale dell’architettura brunelleschiana.

Il Giudizio universale di Vasari e Zuccari

I 3600 metri quadrati di superficie del dipinto sono distribuiti negli otto spicchi verticali della cupola. Ciascuno di questi è individuato da un numero, dall’orientamento verso i punti cardinali e verso i diversi ambienti del Duomo. Così, ad esempio, lo spicchio principale dedicato al Cristo giudice è orientato a est e alla tribuna del Corpus Domini. Scrive Borghini nella sua “Invenzione per la pittura della cupola”: «et perché gli spicchi sono otto, et così ne avanza uno: quello del mezzo, et principale, io l’atribuirei specialmente al Tribunale di Iesu Christo; et così tornerebbe bene che la Maiestà Divina fusse separata et distinta, et non venissi insieme compresa fra le sue creature: et insieme accomoderebbe noi di non havere a rompere il sito da quel che gli è, o crescere, o sminuire questi numeri della Chiesa, de’ Sacramenti, de’ Doni dello Spirito Santo, delle Virtù opposte a’ Peccati Mortali, Opere della Misericordia, et simile, che son di sette». La soluzione individuata da Borghini risolve brillantemente il problema degli otto spicchi, attribuendo le serie di sette (Doni dello Spirito, Virtù, Beatitudini, Vizi capitali) ai sette settori e riservando l’ottavo spicchio a Gesù Cristo e alla corte celeste. Ogni settore comprende tre Seniori dell’Apocalisse con cetre, gigli e corone; un coro angelico con gli strumenti della Passione di Gesù; una categoria di santi e di eletti; una triade personificante un dono dello Spirito santo, una virtù, una beatitudine, affiancata da due angeli tubicini; una regione infernale con la punizione di un peccato capitale. Le figure in alto sono collocate in cielo, su terrazze di nuvole; in basso le figure occupano un paesaggio terrestre caratterizzato da una pianura indistinta, dove avviene la risurrezione dei morti, e dagli accessi al sulfureo mondo infero.

Gli otto settori

Il giudice, la giustizia e la misericordia, gli intercessori, i progenitori, le virtù teologali

Il primo settore è orientato a est, sopra la cappella del Corpo di Cristo. Vi sono raffigurati gli angeli con l’Ecce Homo e l’Inri, i cherubini e i serafini, Gesù Cristo giudice con la spada della giustizia e il giglio della misericordia, gli intercessori Maria e Giovanni Battista, i progenitori Adamo ed Eva, l’angelo che inchioda il globo terrestre fermandone il moto, i santi fiorentini (Zanobi, Miniato, Reparata, Giovanni Gualberto, Antonino, Cosma e Damiano); le virtù teologali della fede, della speranza e della carità; la chiesa trionfante; il tempo e le stagioni; la sconfitta del dolore e della morte.

Il secondo settore è orientato a nord-est, sopra la sacrestia nuova. Vi sono raffigurati gli angeli che mostrano la croce, la gerarchia angelica dei troni, i libri aperti del bene e del male, gli apostoli e gli evangelisti. Il dono dello Spirito santo è la sapienza, la beatitudine è quella dei pacifici, la virtù è l’amore fraterno; gli angeli aiutano i pacifici a salire in cielo e mandano all’inferno gli invidiosi; il peccato capitale d’Invidia; l’animale è l’idra.

I settori 5, 4, 3 e 2

Il terzo settore è orientato al nord, verso il transetto di sinistra. Vi sono raffigurati gli angeli con la colonna della flagellazione, le potestà con le vesti bianche, i libri aperti del bene e del male, i pontefici, i vescovi e i sacerdoti, gli angeli tubicini. Il dono dello spirito è l’intelletto; la beatitudine è ‘beati i miti’; la virtù è la prudenza. Gli angeli accompagnano in cielo i beati e cacciano all’inferno gli accidiosi; il vizio capitale è l’Accidia; l’animale è l’asino.

Il quarto settore è orientato a nord-ovest, sopra la navata sinistra. Vi sono raffigurati gli angeli con i chiodi e la tenaglia, i libri aperti del bene e del male, i religiosi fondatori degli ordini e le sante vergini; il dono dello spirito è la pietà; la beatitudine è ‘beati i puri di cuore’; la virtù è la temperanza; gli angeli accompagnano in cielo i casti e cacciano all’inferno i lussuriosi; il vizio capitale è la Lussuria; l’animale è il porco selvatico.

I settori 7, 6 e 5

Il quinto settore è orientato a ovest, verso la navata centrale. Vi sono raffigurati gli angeli che mostrano i dadi e la veste di Gesù, i libri aperti del bene e del male, gli uomini e le donne del popolo cristiano con i ritratti dei familiari e degli amici dell’artista; il dono dello spirito è il timor di Dio; la beatitudine è ‘beati i poveri in spirito’; la virtù è l’umiltà; in basso vediamo la caduta degli angeli ribelli e Lucifero; il vizio capitale è la Superbia.

Il sesto settore è orientato a sud-ovest, in corrispondenza della navata destra. Vi sono raffigurati gli angeli con la corona di spine, i libri aperti del bene e del male, gli angeli trombettieri, gli imperatori, i re, i principi e le potestà secolari; il dono dello spirito è il consiglio; la beatitudine è ‘beati i misericordiosi’; la virtù è la giustizia; gli angeli accompagnano in cielo i misericordiosi e mandano all’inferno gli avari; il peccato capitale è l’Avarizia; l’animale è il rospo.

Il settimo settore è orientato a sud, in corrispondenza del transetto di destra. Vi sono raffigurati gli angeli che mostrano il secchio e la canna con la spugna dell’aceto, i libri aperti, i dottori della chiesa; il dono dello spirito è la scienza; la beatitudine è ‘beati quelli che hanno fame e sete di giustizia’; la virtù è la sobrietà; gli angeli accompagnano in cielo gli astinenti e mandano all’inferno i golosi. Il vizio capitale è la Gola; l’animale è Cerbero.

L’ottavo settore è orientato a sud-est, sopra la Sacrestia vecchia. Vi sono raffigurati gli angeli con il calice e la lancia, le virtù con elmo e croce rossa, i martiri; il dono è la fortezza; la beatitudine è ‘beati i perseguitati’; la virtù è la pazienza; gli angeli accompagnano in cielo i pazienti e mandano gl’iracondi all’inferno; il vizio capitale è l’Ira; l’animale è l’orso.

I seniori dell’apocalisse

Il tabernacolo dei Seniori

Nella parte più alta della cupola c’è il tabernacolo, che è il trono di Dio. Vi sono ritratti i ventiquattro seniori dell’Apocalisse, a gruppi di tre e in dimensioni gigantesche. Viene richiamata la visione dell’Apocalisse: «Attorno al trono c’erano ventiquattro seggi e sui seggi stavano seduti ventiquattro anziani avvolti in candide vesti con corone d’oro sul capo. I ventiquattro anziani si prostrarono davanti all’Agnello, avendo ciascuno una cetra e coppe d’oro colme di profumi, che sono le preghiere dei santi, e cantavano un canto nuovo» (4,4; 5,8). Sono altresì raffigurati i simboli degli evangelisti e degli apostoli.

Il giudice e il tribunale celeste

I simboli della fine del mondo

Gesù è il protagonista del giudizio finale; è assiso sulle nuvole, con le stimmate, sullo sfondo sfolgorante della gloria del paradiso; la mano destra è sollevata nel gesto dell’accoglienza per i beati; la mano sinistra, abbassata, respinge i dannati. Lo affiancano l’arcangelo Gabriele, con il giglio della misericordia, e l’arcangelo Michele, con lo scudo e la spada della giustizia pronta a eseguire la sentenza divina. La presenza di Adamo ed Eva, i due progenitori rivestiti di foglie di fico, richiama il peccato originale, la storia della salvezza e la redenzione portata da Gesù. A intercedere per l’umanità risorta sono i due avvocati difensori: Maria, la madre di Gesù, e Giovani Battista, con l’abito eremitico del deserto. La fine del mondo è simbolizzata dall’angioletto che inchioda il globo e blocca il flusso dei giorni e delle stagioni. Sono poi raffigurate le tre virtù teologali, con la carità in evidenza (mostra il cuore ed è attorniata da bambini), la speranza in preghiera e la fede con la croce. La fine del tempo è simbolizzata da un vecchio Saturno che spezza la clessidra; lo affiancano l’anziano Passato e il giovinetto Futuro mentre ai lati vediamo l’addormentarsi della Natura e delle Stagioni sue figlie. La Chiesa militante e terrena si spoglia delle armi e si muta nella chiesa trionfante. La Morte, definitivamente sconfitta, spezza la falce; cessano per sempre le guerre e le malattie.

Il Paradiso

Gli apostoli e gli evangelisti; la triade amore fraterno- pacifici – sapienza

Il gruppo degli Apostoli comprende San Pietro (con le chiavi), San Giovanni (con il vangelo) e San Paolo (con la spada). Al loro fianco siedono gli evangelisti Luca (con il bue) e Giovanni (con l’aquila). Tra i Martiri si riconoscono San Sebastiano (con la freccia), San Lorenzo (con la graticola) e Santo Stefano (con le pietre della lapidazione).

I dottori della Chiesa e le Gerarchie; la triade prudenza – miti – intelletto

Ci sono poi i Dottori della Chiesa (Gregorio, Agostino, Ambrogio e Girolamo), con l’immagine di Dante Alighieri, e le gerarchie ecclesiastiche (papi, cardinali, vescovi). Nel gruppo dei religiosi sono compresi San Benedetto, Francesco d’Assisi (con le stimmate), San Romualdo (con l’abito bianco, il pastorale, la corona del rosario e il modellino dell’eremo) e Sant’Antonio da Padova (con il libro e il giglio). Nel gruppo dei sovrani sono ritratti Cosimo e Francesco de’ Medici e Francesco I di Francia. Nel gruppo delle donne sante vediamo Santa Scolastica, la Maddalena (con il vasetto del profumo), Santa Lucia (privata della vista) e Santa Caterina da Siena (con il libro della dottrina e il giglio della purezza).

I martiri e la triade pazienza – fortezza – pianto

Tra il Popolo di Dio figurano molti amici e parenti di Federico Zuccari: accanto al suo autoritratto (con la tavolozza dei colori in mano), compaiono i genitori, il fratello Taddeo, il Vasari, il banchiere Simone Corsi, il teologo Vincenzo Borghini, le maestranze del cantiere; numerosi sono i bambini, a causa della particolare predilezione per loro da parte di Gesù.

Il popolo di Dio e la triade Timor di Dio – Poveri in spirito – Umili

Virtù, Doni e Beatitudini

Le gerarchie ecclesiastiche e la triade prudenza – miti – intelletto

Le sette Beatitudini sono inserite nel vangelo di Matteo e sono citate da Borghini nel latino della Vulgata: “Beati pauperes spiritu” (con la terra ai piedi e accolti in cielo); “Beati qui lugent” (una donna in pianto che si copre il volto); “Beati mites”; “Beati, qui esuriunt et sitiunt iustitiam”; “Beati misericordes” (una donna che allarga il mantello); “Beati pacifici” (una donna che depone le armi e alza il ramoscello d’ulivo); “Beati, qui persecutionem patiuntur propter iustitiam”.

I religiosi, le vergini e la triade Temperanza – Puri di cuore – Pietà

I sette doni dello Spirito Santo sono, nell’ordine, la Sapienza (che guarda a Dio), l’Intelletto (che distribuisce fiori), il Consiglio (un anziano che riceve il suggerimento di un angelo), la Fortezza (con l’armatura), la Scienza (con un libro, distribuisce tesori), la Pietà (col cuore in mano) e il Timor di Dio.

I sovrani secolari e la triade Consiglio – Beati i misericordiosi – Giustizia

Le virtù – escluse le tre virtù teologali di Fede, Speranza e Carità, collocate nello spicchio di Gesù giudice – sono la Generosità (con i bambini), la Pazienza (col giogo), la Prudenza (con lo specchio e il serpente), la Vigilanza, la Giustizia (con la spada), la Temperanza, l’Umiltà (con l’agnello).

L’Inferno dell’Avarizia

L’Inferno

L’Inferno della Lussuria

Le scene infernali – dovute al pennello dello Zuccari – sono inquadrate, in alto, dai libri delle opere cattive, sorretti da diavoletti mostruosi e, negli spigoli, da quattro candelieri (simboleggianti la salvezza dell’anima) e da quattro macabri cadaveri scarnificati (che alludono alla dannazione).

L’Inferno dell’Accidia

L’Inferno è reso nella forma di caverne fiammeggianti, presidiate da diavoli atletici e teratologici che scaricano anime di dannati e usano i forconi per precipitarle nel fondo. Nel punto più remoto della cupola, alla massima distanza da Gesù, Lucifero è conficcato sul fondo e con le sue tre bocche divora altrettanti superbi. Ogni settore è destinato alla punizione di un vizio capitale: i peccatori, insidiati da animali simbolici, subiscono la pena del contrappasso. I lussuriosi sono inseguiti da un porco selvatico e subiscono la bruciatura degli organi genitali.

L’Inferno dell’Invidia

Gli accidiosi subiscono l’assalto di un asino. Un rospo percuote e strangola gli avari con le scarselle di monete che pendono loro dal collo. Gli iracondi sono associati all’orso. Gli invidiosi sono assediati da serpentelli e spaventati da un’idra dalle sette teste. I golosi sono inseguiti dal cane Cerbero dalle tre teste.

L’Inferno dell’Ira

Abruzzo. Paradiso e Inferno alla Madonna dei Bisognosi

Saliamo sui monti Carseolani alla ricerca di un affresco della fine del Quattrocento conservato nella chiesa della Madonna dei Bisognosi (Mater indigentium), un santuario collocato in posizione mirabile su uno spalto del monte Vallevona, tra i comuni di Pereto e Rocca di Botte, a dominio della verde Piana del Cavaliere, sul confine tra Lazio e Abruzzo. Il pittore ha dipinto la sua visione del Paradiso e dell’Inferno, inserita nell’immagine più ampia del Giudizio universale.

Il giudizio universale

Gesù, nella mandorla di luce, mostra le piaghe ancora sanguinanti della sua crocifissione. Un giglio e una spada spuntano dalla sua bocca a simboleggiare la sentenza che premia gli eletti e condanna i reprobi.

Il giudice

Al giudizio presenziano l’arcangelo Michele (con la spada sguainata e la bilancia a doppio piatto per pesare le anime), due angeli che mostrano gli strumenti della passione (la croce e la colonna della flagellazione), Maria e Giovanni, i due intercessori in preghiera.

Il paradiso dei beati

Ai lati di Gesù si dispiega il Paradiso dei beati. Vi sono i dottori della chiesa (papa Gregorio col triregno, Girolamo con la berretta da cardinale, i due vescovi Ambrogio e Agostino), i quattro evangelisti e gli apostoli (preceduti da Pietro con le chiavi del regno e da Paolo con la spada del martirio). Enoc ed Elia, i due profeti giunti vivi in paradiso, indicano il giudice. Nel settore di sinistra compaiono i gruppi dei patriarchi biblici, dei profeti, delle donne sante (l’ordine delle vedove e quello delle vergini con la corona sul capo). Nel settore di destra siedono i due gruppi degli uomini e delle donne martiri, i religiosi (i monaci, i frati e i santi fondatori di ordini) e i sacerdoti (le gerarchie ecclesiastiche dei papi, cardinali, vescovi e abati).

Il paradiso e l’inferno

Più in basso, al centro, è visibile la scena della risurrezione dei morti, con i corpi che escono dai loro avelli tombali. A sinistra sono visibili le mura che circondano la Gerusalemme celeste. San Pietro, affiancato dall’angelo di guardia, riapre con le chiavi consegnategli da Gesù le porte del paradiso che erano state chiuse dopo il peccato originale. Gli eletti, in preghiera a mani giunte, si apprestano a entrarvi.

Lucifero

A destra è descritta in grande evidenza la cavità sotterranea dell’inferno. A fronte del Cristo giudice nell’alto dei cieli, al centro dell’inferno domina la grande figura diabolica di Lucifero incatenato. Intorno a lui, alle sue tre teste e alle due gole divoratrici compaiono quattro diversi gruppi di peccatori. Pensiamo che la fantasia dell’artista, ispirata dalla consulenza colta della committenza ecclesiastica, abbia collocato all’inferno l’incarnazione di tutte le maggiori paure dei buoni cristiani del tempo. Le punizioni infernali colpiscono con sadismo fisico o psicologico i colpevoli dei peccati più gravi per la mentalità del tempo.

L’inferno

Il primo gruppo di dannati è composto da animulae individuate dai cartigli che definiscono i sette vizi capitali: lussuriagolaavariziasuperbiairaacidia(i)nvidia. Questi peccatori si contorcono tra le grinfie di Lucifero, sono ingoiati dalle sue bocche, masticati, deglutiti, ruminati nelle sue viscere e infine defecati. L’intimo legame col principe del male ha un significato evidente: i sette peccati capitali sono all’origine di tutti i mali del mondo.

Un secondo gruppo di peccatori è costituito dai popoli votati alla dannazione a causa del loro credo religioso: turchitartariiodeimaccabei. Questi popoli evocano la minaccia interna ed esterna al mondo cristiano; costituiscono i feroci aggressori dei confini esterni, orientali e meridionali dell’Europa e i sabotatori occulti della finanza e della prosperità economica delle comunità nazionali e locali. A questi gruppi nazionali si sommano i soldati, i mercatati, il traditore e cioè le quinte colonne, le compagnie di ventura, le truppe mercenarie, le bande irregolari della soldataglia, i protagonisti delle scorrerie, delle ruberie, dei saccheggi che assillano la tranquillità dei borghi di provincia.

Il terzo gruppo di dannati è costituito dai peccatori individuali che hanno contravvenuto alla morale comune, al diritto naturale e ai dieci comandamenti, puniti dai diavoli in base alla pena del contrappasso. Si tratta degli ipocriti, del miciaro (contrazione del micidiaro, l’omicida) pugnalato allo stomaco, del biastematore con la lingua strappata, del desperato impiccato per un piede e accoltellato alla nuca, della meretrice cavalcata da un demone.

Il quarto gruppo è quello dei mestieri, composto dai tipici personaggi di paese, dagli artigiani esosi e dai commercianti disonesti che assillano la povera gente e rovinano il sonno ai debitori. Si riconoscono il macellaro (il macellaio squartato sul bancone), il sartore (il sarto infilzato da un paio di forbici), il carpentero (il falegname colpito da un’ascia), il ferraro (il fabbro cui un demone infila un chiodo in fronte), il calsolaro (il calzolaio torturato da un trincetto), il tabernaro (l’oste annegato in una botte). Anche l’oste. I locandieri medievali non erano benvoluti. L’osteria era a un tempo bordello, ritrovo di ubriaconi, luogo di giochi proibiti, di litigi e risse. Con i suoi servizi luridi e i cibi adulterati, l’osteria era nei villaggi il ritrovo alternativo alla chiesa. E allora: oste della malora, va’ all’inferno!

Particolare dell’inferno

Si può dire che le popolazioni rurali nei secoli passati trascorressero una parte della loro vita fuori da questo mondo, nel cielo, nel purgatorio o all’inferno. Era la loro immaginazione a portarveli durante il lavoro, nei momenti di svago o durante un pellegrinaggio devozionale (come quello al santuario della Madonna dei Bisognosi). Tra “quaggiù” e “aldilà” si creava una sorta di scambio permanente, un flusso di relazioni a doppio senso. Le immagini dell’aldilà, i grandi affreschi sui regni escatologici collocati nelle chiese e nei monasteri, facilitavano questo transfert. Osservando gli inferni dipinti, la gente di paese elaborava le sue paure, collocava idealmente all’inferno i suoi incubi e affidava alle mani di Lucifero i suoi nemici.

Moldoviţa. L’affresco del Giudizio universale

Il monastero e la chiesa di Moldoviţa furono costruiti nel 1532 per iniziativa del principe moldavo Pietro Rareş, figlio di Stefano il Grande, e furono poi affrescati nel 1537. Il sito si trova isolato tra i monti e le foreste della Bucovina, nella parte settentrionale della Moldavia, in Romania. Come gli altri monasteri della regione, Moldoviţa si presenta come una fortezza quadrata, dotata di alte mura di difesa e torri di guardia. La chiesa del monastero sorge al centro del campo interno, mentre i locali del monastero sono addossati alle mura. L’antica casa dell’abate è stata trasformata in un museo, ottimamente allestito. Il monastero è oggi affidato a un’attiva comunità di monache ortodosse.

La chiesa del monastero di Moldoviţa

Assieme alle architetture è soprattutto la decorazione pittorica interna ed esterna a rendere celebre questo monastero. Ci soffermiamo qui sull’affresco del Giudizio universale che riveste la parete d’ingresso della chiesa nell’esonartece, il caratteristico atrio porticato. A colpire il turista di oggi è il gran numero di graffiti che i visitatori hanno vergato sul dipinto nei secoli passati. I restauratori devono confrontarsi con questo problema: i graffiti non sono tutti deturpanti e costituiscono in molti casi un documento storico, una sorta di registro di firme apposte da sovrani e personalità illustri; in alcuni casi è stato deciso di non cancellare il graffito.

La fine del tempo

Il cielo riavvolto dagli angeli

La fine del tempo e l’inizio dell’eternità sono simbolizzati nelle lunette degli archi della volta. Gli angeli staccano il firmamento e lo riavvolgono come un rotolo, oscurando così il sole, la luna e le costellazioni dello zodiaco.

Il sole e le costellazioni dello zodiaco

La parusia del “giusto giudice”

Cristo giusto giudice

L’Antico di Giorni, raffigurato al centro del firmamento, abbandona l’empireo e scende sulla terra, sostenuto dalle ali degli angeli. Il “giusto giudice” viene a giudicare l’universo dei risorti. La sua mano destra mostra la ferita dei chiodi e si apre nel gesto dell’accoglienza dei buoni; la mano sinistra si allunga a respingere i cattivi. Il giudice è affiancato dai due avvocati difensori dell’umanità. Sono la madre Maria e il precursore Giovanni Battista, ritratti in piedi su pedane decorate, impegnati nella preghiera d’intercessione.

Il trono e la psicostasia

Il trono

Gli angeli preparano il trono destinato al giudice ponendovi la croce, la tunica e gli strumenti della passione di Gesù (le arma Christi), insieme con il libro della sua Parola e la colomba divina. Sotto il trono spunta la mano di Dio che regge la bilancia a doppio piatto. Nella mano di Dio sono accolti i santi innocenti, i neonati in fasce uccisi da Erode. Un risorto, nudo, è chiamato al giudizio individuale: i diavoli si affannano a porre sul piatto le pagine del libro del male con la trascrizione delle sue opere cattive, ma l’esito della pesatura è favorevole all’imputato.

La risurrezione dei morti

L’angelo tubicino e la risurrezione dei morti

Al suono delle trombe degli angeli tubicini i morti risorgono dai loro sepolcri, ancora avvolti nei loro sudari. La terra, personificata da una donna che regge in mano il sarcofago di un risorgente, restituisce i suoi morti. Gli uccelli rapaci e le fiere vomitano i poveri resti dei morti da loro divorati. Si noti la presenza di un orso, del leone, dell’aquila e di un leopardo maculato. Tra gli animali terrestri compare anche un cervo, simbolo cristiano dell’innocenza.

La terra restituisce i suoi morti

Anche il mare restituisce i suoi morti. Lo vediamo personificato in una donna a cavallo di due delfini che regge uno scettro e sostiene un vascello naufragato. I predatori marini rilasciano dalla bocca i corpi degli annegati.

Il mare restituisce i suoi morti

I popoli a giudizio

Il giudizio dei popoli

Mosè introduce al giudizio divino il popolo ebreo e il corteo dei popoli che attendono di essere valutati. Questi popoli sono riconoscibili grazie al loro abbigliamento e alle scritte che li identificano. Il primo gruppo è quello dei Turchi, seguito da quello dei Tartari; in successione si vedono gli Armeni, guidati da una figura monastica. Il senso di queste presenze va ricercato nell’universalità del giudizio, al quale saranno chiamate tutte le genti, gli ebrei e i pagani.

L’inferno dei dannati

I dannati incatenati e trascinati dai diavoli

L’inferno è simbolizzato dal fiume di fuoco che si origina ai piedi del giudice e scende diagonalmente ad alimentare come immissario il grande lago infernale. Un diavolo poco riguardoso della corona e dell’abito regale, afferra per la barba il re Erode, autore della strage degli innocenti, e lo trascina nel fuoco divino. I dannati sono sinteticamente raffigurati in due coppie incatenate al collo e ai polsi. Un diavolo le trascina verso l’inferno mentre un secondo diavolo le bastona alle spalle. Sul fondo rosso dell’inferno staziona il drago apocalittico dalle sette teste, cavalcato da Satana che regge una coppa.

Satana cavalca il drago infernale

L’immagine cita una pagina dell’Apocalisse, dove “Babilonia la grande, la madre delle prostitute e degli orrori della terra” regge in mano “una coppa d’oro, colma degli orrori e delle immondezze della sua prostituzione”.

I beati in Paradiso

I gruppi dei beati

La visione degli eletti si sviluppa su due registri sovrapposti. I santi sono raggruppati nei diversi ordini della tradizione bizantina: i patriarchi, gli alti prelati e i teologi, i martiri, gli asceti, i re giusti, le donne martiri e sante.

Pietro introduce gli eletti in paradiso

Il corteo di beati che incede verso il Cielo è guidato dall’apostolo Pietro che apre con le sue chiavi la porta del Paradiso terrestre, chiusa con un catenaccio ai tempi del peccato originale e vigilata da un cherubino di fuoco. Pietro v’introduce l’apostolo Paolo seguito in processione dagli altri apostoli e dai patriarchi biblici.

Il giardino del Paradiso

Il giardino paradisiaco è ricco di vegetazione e di alberi simbolici. All’interno siedono il patriarca Abramo con l’anima di Lazzaro in seno, oltre a Isacco e Giacobbe che accolgono in grembo le anime dei giusti. Accanto a loro sono il buon ladrone Disma e la madre di Dio.

(Ho visitato Moldoviţa il 20 luglio 2017)

Terni. Risurrezione e Giudizio finale in Cattedrale

Dal 2007 un grande dipinto decora la controfacciata della Cattedrale di Terni. L’artista argentino Ricardo Cinalli vi ha reinterpretato il tema classico del Giudizio universale, che è visto come un’ascensione di Gesù Risorto che porta in Cielo due grandi reti con i corpi dei risorti nell’ultimo giorno. Le tradizionali immagini del paradiso e dell’inferno, dei salvati e dei dannati, degli angeli del giudizio, restano presenti ma in secondo piano, quasi dissimulate dal cambiamento di prospettiva.

Il dipinto di Cinalli nella cattedrale di Terni

Siamo di fronte a una potente visione, carica di speranza per l’uomo contemporaneo, che pone al centro del dipinto la salvezza che il Cristo risorto offre a tutti. La rete che Gesù, divino pescatore di uomini, lancia a tutta l’umanità, trattiene tutti coloro che riconoscono i propri limiti, la propria solitudine e i propri peccati, e si aprono alla prospettiva di risorgere dalla propria morte. Questa salvezza è offerta a tutti, senza distinzione di chiesa, di razza, di genere, di cultura.

La mano di Dio

La mano di Dio

La scena è introdotta in alto da una mano aperta a rilievo che sporge dalle nubi. Questa mano che scende dall’empireo e fora le nubi del cielo è la mano di Dio. La mano è una teofania, il più antico simbolo di Dio Padre diffuso nell’arte cristiana. La mano che si apre nel gesto dell’accoglienza è quella del Padre che accoglie il Figlio. Nel momento terribile della morte sulla croce Gesù aveva gridato a gran voce “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito (Lc 23, 46). Ora che la morte è stata sconfitta, il Figlio risorto ascende al cielo ed è accolto dalla mano amorevole del Padre.

Gli angeli e il velo del tempo

L’angelo e il velo del tempo

Due grandi angeli arrotolano il sipario, lo accostano ai margini e svelano teatralmente la scena centrale. La radice scritturistica di questa immagine va rintracciata in un bel versetto di Isaia che profetizza la fine del tempo, quando il Signore “strapperà il velo che copriva la faccia di tutti i popoli e la coltre distesa su tutte le nazioni ed eliminerà la morte per sempre” (Is 25, 7-8). Se il Velo del Tempio, squarciandosi in due da cima a fondo, aveva annunciato la morte di Gesù, ora il Velo del Tempo, avvolto e ritirato dagli angeli quasi come un sipario, lascia apparire la scena della vittoria sulla morte, la salvezza finale dell’umanità e il ritorno del Figlio al Padre, preludio dell’Eternità.

Il Cristo pescatore di uomini

Il Cristo pescatore di uomini

Gesù, morto e risorto, sale verso il Cielo. Ascende gli invisibili gradini della virtuale scala del tempo, quel tempo che è stato offerto a tutti per la redenzione. Sui piedi, sui polsi e sul costato sanguinano ancora le piaghe della sua crocifissione. Con le mani solleva coloro che hanno risposto positivamente al suo invito alla salvezza e ora sono aggrappati alla rete delle misericordia. L’immagine del pescatore di uomini è squisitamente evangelica. Qui si caratterizza nel suo significato di giudizio ultimo, secondo la lezione di Matteo: “il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti” (Mt 13, 47-50).

Gerusalemme celeste e Babilonia infernale

La città celeste

In alto, sulle nubi, è raffigurata, nella forma urbana della città ideale, la Gerusalemme celeste dell’Apocalisse: “E vidi un cielo nuovo e una terra nuova: il cielo e la terra di prima infatti erano scomparsi e il mare non c’era più. E vidi anche la città santa, la Gerusalemme nuova, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii allora una voce potente, che veniva dal trono e diceva: Ecco la tenda di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro ed essi saranno suoi popoli ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio. E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno, perché le cose di prima sono passate” (Ap 21, 1-4). Alla fine dei tempi l’interminabile corteo dei salvati si reca in pellegrinaggio alla città santa sul monte: qui è il centro del mondo, poiché solo qui a Gerusalemme abita il Signore (Sal 135,21).

La città infernale

Sotto la città ideale è raffigurata la città contemporanea con tutti i suoi problemi, una megalopoli con al centro grandi e svettanti grattacieli irti di antenne, circondata da ciminiere che producono fumi inquinanti e assediata da una povera baraccopoli. Alla Gerusalemme celeste si contrappone la terrena Babilonia infernale. Nell’Apocalisse Babilonia appare come la sede del potere terreno dell’Anticristo, il simbolo dell’inclinazione al peccato, della superbia e della lontananza da Dio. É la città da cui mette in guardia la voce dal cielo: “Uscite, popolo mio, da Babilonia, per non associarvi ai suoi peccati” (Ap 18,4).

La risurrezione dei morti

La risurrezione dei morti

La parte bassa del dipinto descrive la scena della risurrezione dei morti nell’ultimo giorno. Della tradizionale iconografia restano gli avelli tombali aperti sul terreno e i corpi risorgenti. Ma la scena è reinterpretata dall’artista per descrivere le povertà esistenziali, tutta la disperazione, la solitudine e il dolore del mondo. Il male principale che tormenta la società moderna è la solitudine che imprigiona l’uomo contemporaneo che solo apparentemente sembra essere felice nella società del mercato e del mercimonio; in realtà è incapace a tessere relazioni solidali, affettive e d’amore disinteressato. Gli avelli, con i vortici in cui sprofondano gli individui, rappresentano la solitudine e l’egoismo che possono isolare l’uomo di oggi dai suoi simili. Ma vediamo anche persone che aiutano gli altri a uscire dal proprio guscio e a sollevarsi, in una bella testimonianza di solidarietà. Altri tendono le braccia e il corpo verso la rete d’amore che viene loro offerta. Altri ancora rifiutano ogni salvezza e si rituffano nell’inferno del loro male.

La tomba vuota

La tomba vuota

In basso compare una tomba vuota, un sepolcro scoperchiato, l’ultimo luogo attraversato da Gesù: la tomba in cui viene sigillato il suo cadavere e da cui il suo corpo riemerge il terzo giorno risorto e vivo. La tomba vuota è il simbolo della vittoria sulla morte. Il pittore arricchisce la tomba vuota di un altro simbolo: la ninfea, un fiore bellissimo che ha le sue radici nella melma. L’orrore della morte è simboleggiato dal serpente che esce dal sepolcro, icona del peccato e del male. Il fiore che apre i suoi petali è il simbolo della vita che risorge.

I corpi e i volti

I personaggi che affollano il dipinto di Cinalli formano una galleria di corpi e di volti talvolta non convenzionale ma sempre ortodossa. Vanno segnalate le citazioni: i due angeli e i fregi del velo riproducono nitidamente la tenda del celebre dipinto della Madonna del Parto di Piero della Francesca; il salvato appeso alla corona del rosario riprende un particolare del celebre Giudizio di Michelangelo nella Cappella Sistina.

I salvati

Tra i salvati nella rete sono poi raffigurati i committenti dell’affresco: l’allora arcivescovo di Terni Vincenzo Paglia con il suo zucchetto e Don Fabio Leonardis, con un cuore tatuato sul braccio. Anche l’autore ha voluto lasciare il suo autoritratto tra i risorti e la sua firma su una pietra. L’universalità della salvezza, offerta a tutti, senza differenze di età, genere e razza è testimoniata dalla presenza di uomini e donne, di adulti e ragazzi, di una donna con il burqa, di un orientale con il codino, di tanti neri, di coppie gay, di un transessuale, di prostitute e prostituti con i corpi tatuati. Queste presenze ricordano la parola di Gesù: “In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio” (Mt 21, 31).

La rete dei salvati