Monastero di Cozia. Il Giudizio universale

In Romania, la valle che accoglie il medio corso del fiume Olt ospita una serie di monasteri espressione della migliore arte valacca. Il Monastero di Cozia, in particolare, fu fondato nel 1386 dal voivoda della Valacchia, Mircea il Vecchio, ed è ancor oggi molto visitato e animato da una comunità di monaci ortodossi. Il monastero racchiude una splendida chiesa che conserva forme e stili propri dell’architettura religiosa dell’Oltenia dal Trecento al Settecento. Alla chiesa originaria fu aggiunto nel 1706 un elegante nartece a logge con un ampio affresco che descrive il Giudizio universale.

Il nartece della chiesa di Cozia

La composizione dell’affresco ripete il modello consueto dei Giudizi bizantini, fissato nel canone che ha reso celebre Voroneţ, ma presenta anche alcuni particolari originali, frutto di un’ampia conoscenza delle fonti scritturistiche.

Il trono del giudice

La preparazione del trono

Il Cristo scende dall’empireo sulle ruote alate della visione di Ezechiele e si apre un varco nel firmamento che gli angeli stanno già arrotolando a significare la fine del tempo. Sotto di lui è pronto il trono, con la colomba dello spirito e le arma Christi, dove egli siederà per giudicare l’umanità. Al trono fanno corona i nove cori degli angeli, i progenitori Adamo ed Eva in ginocchio e i dodici apostoli seduti sugli scranni del tribunale celeste. Spicca poi la presenza originale di due gruppi di pellegrini e di invalidi che procedono verso il trono con l’ausilio di bastoni e stampelle. Viene qui richiamata la pagina del vangelo di Matteo: “i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo. (…) Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro” (Mt 11).

La cattura dell’Anticristo

L’Anticristo e i suoi seguaci

Sul versante “infernale” dell’affresco spicca evidente l’originale inserzione della scena dei due diavoli che catturano un personaggio di rango, venerato da seguaci in ginocchio. Si tratta dell’Anticristo la cui apparizione negli ultimi giorni è profetizzata più volte nelle Scritture e in particolare nel Vangelo di Matteo.   «Al monte degli Ulivi poi, sedutosi, i discepoli gli si avvicinarono e, in disparte, gli dissero: “Di’ a noi quando accadranno queste cose e quale sarà il segno della tua venuta e della fine del mondo”. Gesù rispose loro: “Badate che nessuno vi inganni! Molti infatti verranno nel mio nome, dicendo: “Io sono il Cristo”, e trarranno molti in inganno. E sentirete di guerre e di rumori di guerre. Guardate di non allarmarvi, perché deve avvenire, ma non è ancora la fine. Si solleverà infatti nazione contro nazione e regno contro regno; vi saranno carestie e terremoti in vari luoghi: 8ma tutto questo è solo l’inizio dei dolori. Allora vi abbandoneranno alla tribolazione e vi uccideranno, e sarete odiati da tutti i popoli a causa del mio nome. Molti ne resteranno scandalizzati, e si tradiranno e odieranno a vicenda. Sorgeranno molti falsi profeti e inganneranno molti; per il dilagare dell’iniquità, si raffredderà l’amore di molti. Ma chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato» (Mt 24, 3-13). Questa immagine dell’Anticristo richiama un’altra pagina delle scritture, tratta dalla seconda lettera di Paolo ai Tessalonicesi: «Nessuno vi inganni in alcun modo! Prima infatti verrà l’apostasia e si rivelerà l’uomo dell’iniquità, il figlio della perdizione, l’avversario, colui che s’innalza sopra ogni essere chiamato e adorato come Dio, fino a insediarsi nel tempio di Dio, pretendendo di essere Dio» (2Ts 2,3-4).

I dannati

Il fiume di fuoco

L’Inferno è raffigurato come un fiume di fuoco che nasce ai piedi del Cristo e si riversa nella gola del Leviatano infernale. L’immagine del fiume riproduce una citazione del profeta Daniele (7,10): Un fiume di fuoco sgorgava e colava davanti al trono. Anche l’immagine del lago di fuoco nella gola del drago ha radici bibliche ed è una visualizzazione di un versetto dell’Apocalisse (12,16): E la terra aprì la sua bocca e assorbì il fiume che il dragone aveva gettato dalla sua bocca. Nella parte alta del fiume vediamo un reprobo che chiede ardentemente una stilla d’acqua per la sua lingua riarsa: è il ricco Epulone della parabola lucana che espia la sua mancanza di carità verso il povero Lazzaro.

L’Inferno

Sul fondo Lucifero troneggia seduto sui grandi peccatori: ha in mano la coppa d’oro “degli orrori e delle immondezze della prostituzione di Babilonia” e in grembo Giuda, parodia del paradisiaco seno di Abramo. Tra i gruppi di dannati trascinati dalla corrente del fiume di fuoco, accanto agli abituali farisei e ai re tiranni, il pittore ha inserito i commercianti e gli artigiani disonesti: vediamo il falsario con la sua bilancia, l’oste con la botte del vino annacquato, il mugnaio con la macina appesa al collo.

Il giardino del Paradiso

Il giardino del Paradiso

Il Paradiso è descritto come un giardino edenico racchiuso nelle mura della città celeste. In attesa che Pietro ne apra le porte, introducendovi gli eletti, il giardino è già abitato da alcune presenze significative. Vediamo Maria, la madre di Gesù, seduta su un trono e servita dagli angeli. Segue poi il buon ladrone Disma, cui Gesù in punto di morte ha promesso il paradiso. Vediamo poi il patriarca Abramo che ha in grembo l’anima del povero Lazzaro, come attestato dal Vangelo di Luca (16,22): Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Il patriarca è affiancato da Isacco e Giacobbe. Originale ma non sorprendente è la presenza del gruppo delle cinque vergini con le lampade accese, allusione alla parabola inserita dall’evangelista Matteo nel discorso escatologico di Gesù: Giunse lo sposo. Quelle che erano pronte entrarono con lui nella sala del festino, e fu chiusa la porta. Più tardi, giunsero anche le altre vergini dicendo: ‘Signore, signore, aprici!’. Ma egli rispose: ‘In verità vi dico: Non vi conosco’. Vegliate, dunque, perché voi non sapete né il giorno né l’ora (Mt 25, 1-13). Il giardino recintato del Paradiso mostra un ricco parco botanico, nel quale le piante assumono anche un ruolo di simbolo. Il più evidente tra questi è Cristo Albero della Vita: si tratta dell’albero tripartito al centro del giardino nella cui radice compare il volto del Salvatore.

La chiesa del monastero di Cozia

(Ho visitato Cozia il 23 luglio 2017)

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Terni. La visione ultraterrena della famiglia Paradisi

Terni ha fama di città industriale e operaia ma conserva anche piccoli tesori d’arte nascosti in scrigni pudichi. Uno di questi tesori è la Cappella Paradisi, vanto della chiesa di San Francesco, interamente rivestita dagli affreschi che Bartolomeo di Tommaso da Foligno dipinse intorno al 1450 su richiesta della famiglia Paradisi. La visione del mondo ultraterreno è declinata sulle tre pareti: la centrale reca le immagini del Giudizio universale e del Paradiso; la parete di destra è dedicata all’Inferno e la sinistra al Purgatorio e al Limbo.

Il Giudizio finale

Il Giudizio finale

Nella lunetta della parete centrale è descritta la seconda venuta del Signore. Il Cristo appare nella mandorla iridata con un nimbo crociato sul capo e siede sull’arcobaleno della nuova alleanza. Mostra le cinque piaghe del suo sacrificio, benedice con la mano destra gli eletti e con la sinistra allontana i dannati. Intorno a lui fanno corona le schiere degli angeli musicanti con trombe e liuti. Al giudizio divino partecipano gli intercessori: la Madonna, a sinistra, con le mani giunte in preghiera; Giovanni Battista, il precursore, a destra, che indica l’Agnus Dei. Sotto la mandorla sono i tre grandi arcangeli; al centro è Michele, in abiti militari, che comanda le schiere dell’armata celeste e sguaina la spada per l’esecuzione del giudizio divino; a sinistra è l’angelo della misericordia, che regge un giglio; a destra è l’angelo della giustizia che scaccia i dannati con la lancia. Nel cielo paradisiaco, intorno al giudice, sono anche presenti i patriarchi biblici, i giusti dell’antico testamento. Tra questi si riconoscono il patriarca Abramo che reca in grembo le anime dei beati, e il re David, con la corona e la cetra.

Il Paradiso

Il Paradiso

Sotto la lunetta, la folla di beati si accalca davanti alla porta del Paradiso. La porta è chiusa e vigilata da un angelo armato di spada, come ricorda il libro della Genesi: «Dio scacciò l’uomo e pose a oriente del giardino di Eden i cherubini e la fiamma della spada guizzante, per custodire la via all’albero della vita» (Gen 3,24). La guardia d’onore del Paradiso è costituita dagli Apostoli: un’innovazione rispetto alla tradizione iconografica che li vede abitualmente sedere sui troni del tribunale celeste ai lati del Giudice; come pure innovativo è il loro numero: sono infatti quattordici e non dodici, dato che comprendono anche Paolo, ritratto con la spada, e Barnaba. San Pietro apre la porta del cielo con le chiavi conferitegli da Gesù e invita i beati a entrare. A sinistra è il gruppo maschile, con i dottori della Chiesa e i santi fondatori di ordini, preceduti da San Francesco con le stimmate; tra tanti giganti della santità fanno capolino – ritratti in dimensioni molto più modeste – i membri della famiglia Paradisi (nomen omen!). A destra è il gruppo femminile che comprende le donne sante, le martiri e le fondatrici di ordini religiosi. Si riconoscono Chiara d’Assisi (col velo), la Maddalena (dai lunghi capelli biondi), Agata (con la ferita al seno).

L’Inferno

I castighi infernali

La parete di destra, molto danneggiata, è dedicata all’Inferno. Nelle due semilunette in alto, a sinistra e a destra del finestrone, gli angeli guerrieri, armati di spade e di lance, si avventano con violenza sulle anime che prendono progressivamente coscienza della loro condanna e se ne disperano, le raggruppano in un triste corteo e le cacciano violentemente entro le buche infuocate che mettono in comunicazione con l’inferno. La grande immagine in basso descrive la realtà che si cela sotto la crosta terrestre: un confuso percorso di cripte rocciose e di buie caverne che ha come terminale in basso l’antro destinato alla residenza di Lucifero, il re dell’inferno. Un gruppo di diavoli cornuti, con ali da chirottero, accoglie a suon di botte i dannati che precipitano dalle botole verso le quali erano stati spinti dagli angeli vendicatori. I reprobi vengono poi destinati alle celle punitorie. Un diavolo tiene con le molle una moneta arroventata e costringe un avaro a trangugiarla. Un sodomita è impalato su uno spiedo. I lussuriosi sono torturati da sadici diavoli. I golosi sono costretti a distogliere lo sguardo dalle leccornie svelate sul piatto. L’invidioso sputa dalla bocca un serpente velenoso. Gli accidiosi sono costretti all’autolesionismo mentre incassano bastonate dai diavoli. Non manca la pena della caldaia arroventata.

Lucifero

L’acme della ferocia si raggiunge nello spazio di Lucifero. Qui i superbi e i traditori, torturati da viscidi e intraprendenti serpenti, sono portati a spalla dai diavoli e sono buttati in pasto al famelico massacratore. Il grande Satana artiglia i peccatori con le sue mani e le zampe unghiute, li stritola, li divora con la bocca o con i rostri d’aquila che ha sui pettorali e dopo averli ruminati li defeca come supremo oltraggio. Un leone tra le gambe di Lucifero ingurgita altri dannati (in ore leonis).

Il Purgatorio

Il Purgatorio

La parete di sinistra descrive la visione del Purgatorio in modo speculare alla visione infernale visibile sull’opposta parete. Anche il Purgatorio è strutturato in un sistema ipogeo di caverne sovrapposte, brulicanti di peccatori. Si riconoscono dalle scritte le prigioni che ospitano gli accidiosi, i vanagloriosi, gli avari, gli iracondi e i lussuriosi. Ma è radicalmente diverso l’atteggiamento dei purganti rispetto ai dannati di fronte: non sono disperati, anche se qualche volta appaiono affranti per il protrarsi della pena; la maggioranza è in atteggiamento di attesa e di preghiera; e in molti di loro il volto brilla della speranza per una imminente liberazione. Al posto dei diavoli torturatori l’aere è popolato di angeli misericordiosi e premurosi che si lanciano in picchiata sulle anime ormai purificate per sollevarle dal fondo delle loro sofferenze, aiutarle a uscire dagli avelli del purgatorio, sostenerle nell’incerta ascesa verso il paradiso, traghettarle su nuvole a forma di vascello volante e addirittura spingerle con decisione a sfondare i sette cieli per raggiungere la beatitudine della visione di Dio.

Il Limbo

La risurrezione dei morti e il Limbo

Sul margine alto del Purgatorio vi è ancora un luogo ultraterreno, che il pittore ha voluto inserire nella sua visione dell’oltretomba. Questo luogo è il Limbo, che nella tradizione accoglie le anime dei giusti non cristiani. La bella figura del Cristo vittorioso impugna il vessillo reale, sfonda le porte infere e invita i carcerati a uscire per godere della loro meritata libertà. Il corteo dei progenitori Adamo ed Eva, dei patriarchi, dei re giusti, fino ad arrivare a Giovanni Battista, si avvia così a godere della visione beatifica di Dio.

Enoc, Elia e i profeti

I profeti Isaia, Giona ed Ezechiele

L’articolata iconografia dei luoghi dell’aldilà si completa con le immagini dipinte nel sottarco e sulla parete d’ingresso. Nel sottarco – quasi a introduzione dei temi descritti nella cappella – compaiono le immagini dei profeti che ci hanno trasmesso la descrizione del “giorno di Jahve”: Geremia, Daniele, Malachia, Isaia, Giona, Ezechiele. Sulla parete d’ingresso, sopra l’arco, il pittore ha voluto forse porre la rarissima immagine del patriarca Enoc e del profeta Elia. Secondo il racconto biblico Enoc ed Elia non sono morti ma sono stati trasportati vivi in cielo e posti a guardia del Paradiso terrestre. Ed è nell’Eden, serenamente distesi in ambiente bucolico, che oggi li vediamo attendere il giorno del giudizio universale.

(Visita la sezione del sito dedicata alle visioni dell’aldilà nell’arte)

Roma. L’aldilà di Dante illustrato dai Nazareni

Il Casino Giustiniani Massimo al Laterano, in Via Boiardo a Roma, è una villa seicentesca fatta erigere dal marchese Vincenzo Giustiniani come suo “ritiro di campagna” dove cercare svago e riposo. Passata alla famiglia Massimo, tra il 1817 e il 1829 le sale al pianterreno furono interamente decorate dai pittori Nazareni, che diedero vita a una sintesi sublime della grande civiltà letteraria italiana attraverso rappresentazioni tratte dalle sue opere più emblematiche: la Commedia di Dante, l’Orlando Furioso di Ariosto e la Gerusalemme Liberata di Tasso. Dal 1948 il Casino è di proprietà della Custodia di Terrasanta, provincia religiosa dell’Ordine dei Frati Minori francescani. Grazie ai Nazareni, e in particolare a Philipp Veit e Joseph Anton Koch, oggi possiamo ripercorrere il viaggio che portò Dante nei tre regni dell’aldilà – l’inferno, il purgatorio e il paradiso – semplicemente aggirandoci in una stanza.

La selva oscura

La selva oscura

Dante sogna di smarrirsi in una foresta fitta e spaventosa e sul far dell’alba di ritrovarsi ai piedi di un colle illuminato dai primi raggi del sole nascente. L’ascesa al colle gli è impedita da tre belve, una lonza, un leone e una lupa, fino a che non viene soccorso da Virgilio. Le tre belve rappresentano allegoricamente i tre peccati bestiali che secondo Dante sarebbero la causa della corruzione della società dei suoi tempi (la lussuria, la superbia e l’avidità).

L'Inferno

L’Inferno

La vasta scena dell’Inferno è di grande impatto visivo. Al centro “stavvi Minòs orribilmente, e ringhia: essamina le colpe ne l’intrata; giudica e manda secondo ch’avvinghia”. Ai piedi di Minosse, giudice infernale, stanno in ginocchio le anime dei dannati. Flagellati dai demoni, essi ascoltano la sentenza e si disperano.

Dante e Virgilio su Gerione

Dante e Virgilio su Gerione

Dante e Virgilio sono trasportati in volo da Gerione, “la fiera con la coda aguzza, che passa i monti, e rompe i muri e l’armi! Ecco colei che tutto ’l mondo appuzza! (…) La faccia sua era faccia d’uom giusto, tanto benigna avea di fuor la pelle, e d’un serpente tutto l’altro fusto”.

Il serpente Cianfa e il ladro Agnolo

Il serpente Cianfa e il ladro Agnolo

Nel canto venticinquesimo un ramarro si lancia contro un dannato, gli si aggrappa al ventre con la coppia di zampe centrali (“Co’ piè di mezzo li avvinse la pancia” – v. 52), con quelle anteriori alle braccia (“e con li anterïor le braccia prese;”, v. 53) e con il muso gli morde la faccia (“poi li addentò e l’una e l’altra guancia;” – v. 54).

Il Conte Ugolino

Il Conte Ugolino

Nell’angolo in basso a sinistra assistiamo al gesto disperato del conte Ugolino che morde l’arcivescovo Ruggieri (“La bocca sollevò dal fiero pasto / quel peccator, forbendola a’ capelli / del capo ch’elli avea di retro guasto” – XXXIII, 1-3).

Cerbero e i golosi

Cerbero e i golosi

Tra gli altri demoni vediamo ancora Caronte con la sua barca e Cerbero, il cane dalle tre teste. Cerbero, fiera crudele e mostruosa – aveva gli occhi iniettati di sangue, la barba unta e lercia, il ventre dilatato e le mani artigliate -, latrava con tre gole sopra le anime dei golosi sommerse dalla pioggia e le graffiava, le scuoiava, le squartava.

Gli scismatici

Gli scismatici

Vediamo poi quelli che, da vivi, seminarono discordie e scismi; per la legge del contrappasso sono divisi in due e fatti a pezzi a colpi di spada. Il dannato con la testa spaccata è Alì, cugino di Maometto e fondatore della setta degli sciiti.

L'arrivo al Purgatorio

L’arrivo al Purgatorio

Si passa poi al Purgatorio, vigilato dall’angelo guardiano, seduto sul trono, con la spada e con le chiavi. Ai lati vediamo il serpente messo in fuga dagli ‘astori celestiali’ nella valletta dei principi e la contesa tra l’angelo e il demonio per l’anima di Buonconte. L’angelo nocchiero – al canto del salmo centotredici “In exitu Israel de Aegypto” – trasporta le anime su una navicella fino alla spiaggia dell’Antipurgatorio: “Poi, come più e più verso noi venne l’uccel divino, più chiaro appariva: per che l’occhio da presso nol sostenne, ma chinail giuso; e quei sen venne a riva con un vasello snelletto e leggero, tanto che l’acqua nulla ne ‘nghiottiva. Da poppa stava il celestial nocchiero, tal che faria beato pur descripto; e più di cento spirti entro sediero”.

L'espiazione delle pene in Purgatorio

L’espiazione delle pene in Purgatorio

Sono quindi descritte le punizioni cui sono sottoposti coloro che si macchiarono nella vita dei sette peccati capitali: superbia, invidia, ira, accidia, avarizia, gola, lussuria. Il superbo Omberto Aldobrandeschi sconta il suo peccato sotto un pesante macigno su cui appare la scritta “Te Deum laudamus”. Al termine delle sofferenze di espiazione, i purganti sperano di salire al Cielo, come annunciato dall’angelo in alto: “Venite benedicti Patris mei”.

Il Paradiso

Il Paradiso

La volta descrive l’empireo dantesco. Tutt’intorno si individuano i personaggi che Dante incontra nella sua ascensione. Al centro è la visione trinitaria del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Maria in trono, tra gli angeli, ascolta la celebre preghiera che Bernardo, nel suo candido abito cistercense, le rivolge: “Vergine Madre, figlia del tuo figlio, umile e alta più che creatura, termine fisso d’etterno consiglio, tu se’ colei che l’umana natura nobilitasti sì, che ‘l suo fattore non disdegnò di farsi sua fattura”.

Cademario. I mestieri dei dannati

La chiesa di Sant'Ambrogio

La chiesa di Sant’Ambrogio

Cademario è un comune svizzero del Canton Ticino, situato nella regione del Malcantone. Il suo cimitero accoglie i defunti in un ambiente di valore, su un balcone affacciato sul lago di Lugano e sulla piana d’Agno. L’ultimo saluto al defunto viene officiato nella chiesa cimiteriale, rivestita di affreschi escatologici che evocano la seconda parusia del Signore, il giudizio universale, le gioie del paradiso e le punizioni infernali. La chiesa è dedicata al Santo Vescovo milanese Ambrogio, ritratto con il flagello in mano per le sue posizioni contro gli eretici.

Gli affreschi di Cademario

Gli affreschi di Cademario

La scena del Giudizio universale vede al centro, in alto, il Cristo giudice seduto sul trono e con la corona d’oro sul capo, segni della sua regalità sul creato. L’immagine è mutuata dall’affresco della Madonna dei Ghirli nella non lontana Campione d’Italia. Le due figurine di Adamo ed Eva, collocate sul tetto del trono ricordano la storia della salvezza, iniziata col peccato originale dei progenitori e risolta con la nuova alleanza generata dal sacrificio e della risurrezione di Gesù.

Il giudizio finale

Il giudizio finale

Il messaggio è rafforzato dalla sottostante visione apocalittica: l’agnello sgozzato, con il nimbo crucifero sul capo e il vessillo della vittoria sulla morte, è adagiato sul libro chiuso dai sette sigilli. Le prime due sezioni orizzontali dell’affresco sono occupate dagli angeli. In alto sono i cori celesti che cantano le lodi di Dio. Sotto sono schierate le milizie angeliche guidate dall’arcangelo Michele, armate di corazza, elmo e scudo. A fianco del giudice sono gli angeli che suonano le trombe della risurrezione, aprono i libri del giudizio e ostendono gli strumenti della passione (la canna con la spugna dell’aceto, la colonna della flagellazione, la lancia di Longino).

Il Paradiso

Il Paradiso

Sotto gli angeli si posizionano, ordinati sue due sezioni, i beati del Paradiso. Vediamo innanzitutto i due intercessori, inginocchiati ai piedi di Gesù: sono la madre Maria, che prega con le braccia incrociate sul petto, e Giovanni Battista il precursore, che offre al giudice la testa mozzata del suo martirio. Dietro di loro potrebbero essere schierati i dodici apostoli che compongono il tribunale celeste. Più in basso sono i beati, con gli uomini a sinistra e le donne a destra. Tra queste ultime si riconoscono la Maddalena dai lunghi capelli biondi, Caterina d’Alessandria con la corona sul capo, Cecilia con l’organo, Chiara con l’abito monacale. Tra gli uomini dovrebbero esserci i dottori della chiesa (con Ambrogio) e i santi fondatori degli ordini religiosi. La parte inferiore dell’affresco è largamente mutilata. Vi si leggono tuttavia tre scene. Al centro, dov’era probabilmente descritta la risurrezione dei morti, un angelo scende in volo ad accogliere le anime dei salvati, contrastando con la spada sguainata le manovre dei diavoli. A destra e a sinistra sono le due scene che descrivono – in positivo e in negativo – il criterio che ispira il giudizio finale, così come è espresso nel vangelo di Matteo.

L'Inferno

L’Inferno

A destra un gruppo di dannati è rappresentato tra le fiamme, nella bocca aperta del Leviatano biblico: il cartiglio spiega che questi dannati sono finiti nel fuoco eterno perché non esercitarono la carità verso il prossimo. A sinistra è descritta una donna che dà l’elemosina ai poveri: in forma elementare è spiegato il concetto delle opere di carità; il gruppo dei salvati (nel quale compaiono uomini e donne, laici e religiosi, ricchi e popolani) guarda lieto verso il Cristo giudice.

Il dannato sulla graticola

Il dannato sulla graticola

Nella parete a destra del Giudizio universale è dipinta la scena del giudizio individuale: l’arcangelo Michele, in abiti guerrieri, pesa sulla bilancia a doppio piatto i meriti di un risorto. Un diavolo cerca di condizionare l’esito del giudizio facendo pendere verso di sé il piatto della bilancia.

L'albero del male

L’albero del male

Sulla parete opposta è descritta un’ampia scena dell’Inferno e delle punizioni dei dannati. Simmetricamente al Cristo del Giudizio, è l’immagine di Lucifero a dominare la scena infernale. Il suo volto demoniaco è fornito di lunghe zanne, corna e tre bocche. Come un pavone, simbolo di superbia, allarga a ruota dietro di sé le ali membranacee fornite di occhi. Divora con le bocche laterali due superbi. In basso ha una replica in un diavolo in forma di rapace grifagno, che afferra i dannati per i polsi o per il collo e li divora. A destra in alto i diavoli avvinghiano i dannati, se li caricano come sacchi sulle spalle e li trascinano verso le loro punizioni. Un cartiglio indica i colpevoli del peccato capitale dell’accidia. Al centro, a sinistra, vediamo un dannato, forse un lussurioso, costretto sulla graticola, abbracciato lubricamente alle spalle da un diavolo e morso sul polpaccio da un drago. Le scene più caratteristiche sono quelle dipinte in basso. A destra vediamo un grande arbor mali con i suoi frutti marci: è l’albero del male sui cui rami sono infilzati i dannati fatti a pezzi e le parti del corpo responsabili del peccato commesso. A differenza di altri affreschi simili, l’albero non ha i rami secchi e spinosi ma è rigoglioso di fogliame.

I mestieri dei dannati

I mestieri dei dannati

A sinistra è il grande calderone nel quale sono lessati i peccatori. Tutti i dannati sono puntigliosamente individuati dall’attributo della loro condizione sociale e del mestiere che esercitano. Si riconoscono così, in una sorta di gioco del who’s who, i dadi del giocatore d’osteria, la cazzuola del muratore, le forbici del sarto, il rastrello del contadino, la mazza ferrata del soldato, la bilancia del commerciante, l’alambicco del farmacista, la mannaia del macellaio, lo specchio e i profumi della cortigiana, la cornamusa del musicante.

(Il sopralluogo è stato effettuato il 6 aprile 2012)

Inferno e Paradiso a Fonni

La risurrezione dei morti e l'inferno

La risurrezione dei morti e l’inferno

Fonni si fa amare dagli escursionisti per la sua prossimità a monti importanti come il Gennargentu e lo Spada e per i valori naturalistici della Barbagia. Le sue tradizioni, il museo della vita pastorale, i murales, i siti archeologici, ne costituiscono ulteriori attrattori culturali e turistici. Il suo santuario della Madonna dei martiri, all’interno della cittadella francescana dei Minori Osservanti, si propone anche come tappa interessante per lo studio delle immagini dell’aldilà. Nella cappella il pittore Gregorio Are ha dipinto nel 1757 le scene dei tre regni oltremondani: il Paradiso, il Purgatorio e l’Inferno.

Lucifero in trono

Lucifero in trono

La visione dell’Inferno, quasi fumettistica, denuncia un gusto popolaresco per il grottesco e per la deformazione caricaturale dei personaggi. La scena è ambientata in ore leonis, nella bocca spalancata del Leviatano biblico, una bocca armata da venti denti incisivi e da trentatre canini. Nell’ambiente arroventato dalle fiamme si muovono tre gruppi di personaggi: i dannati, i diavoli e il bestiario.

La punizione del superbo

La punizione del superbo

Gli animali collaborano strumentalmente con i diavoli alla punizione dei peccatori. Se ne distinguono tre tipi: gli alati draghetti sputafuoco che svolazzano nell’aere livido e irrogano pene soprattutto psicologiche, come quel richiamo all’eternità dell’espiazione (“in eternum…in eternum”); il secondo gruppo è costituito da viscidi rettili come i rospi e gli intraprendenti serpentelli che si divertono a morsicare e a strangolare i peccatori; il terzo gruppo è formato da draghi cinocefali che abbaiano rabbiosamente e azzannano agli arti i dannati.

La pena dell'avaro

La pena dell’avaro

I diavoli hanno fisionomie più grottesche che spaventose; i loro corpi hanno colori scuri come il marrone o il verde, le tradizionali corna sul capo, le zanne cinghialesche in bocca ed eruttano fuoco e vapori dalla gola e dalle orecchie; esemplare è la figura di Lucifero, dotato di zoccoli e unghie, che sovrintende all’inferno appollaiato su un seggiolone dotato di protomi di drago.

Il lussurioso

Il lussurioso

I dannati hanno tutti un aspetto terrorizzato e allucinato; hanno le bocche spalancate e la lingua penzoloni nella spasmodica ricerca d’aria per il deficit di ossigeno in un ambiente dal calore asfissiante; hanno gli occhi fuori dalle orbite e i capelli ritti per il terrore delle visioni e il dolore delle torture.

Il vizio dell'ira

Il vizio dell’ira

A ciascun dannato è associato uno dei sette vizi capitali. L’iracondo, con una freccia in fronte, compie gesti autolesionistici.

La pena del goloso

La pena del goloso

Il lussurioso è scarnificato da unghie diaboliche, assalito da rospi e costretto ad accarezzare il corpo del diavolo mentre ne subisce il bacio oltraggioso. L’avaro ha ancora in mano il sacchetto con il tesoro delle sue amate monete ed è azzannato da molteplici mostri.

L'invidia

L’invidia

Il goloso è imboccato da un diavolo con una forchetta e costretto a ingoiare un rospo repellente. Il superbo ha uno scorpione sul viso e la lingua strappata da un diavolo. L’invidioso è morso da un serpente sulla lingua. L’accidioso è stimolato dal forcone di un diavolo e morso da mostri.

L'accidioso

L’accidioso

La visione del Purgatorio è anch’essa ambientata tra le fiamme; tutt’altro è però l’atteggiamento dei purganti. Pur immersi nel fuoco, essi hanno tutti gli occhi rivolti al cielo ed esprimono la preghiera di veder ridotto il tempo di espiazione della pena.

Un re in purgatorio

Un re in purgatorio

Tra di essi si riconoscono preti tonsurati, vescovi con la mitria, sovrani con la corona, religiosi con la chierica. Un angelo scende dal cielo a raccogliere un’anima che ha terminato l’espiazione, per condurla in paradiso. Il pittore ha voluto descrivere tre interventi divini che i vivi possono intercedere a favore delle anime del Purgatorio. Il primo, al centro, è l’intervento della Madonna del Carmine: molti purganti portano lo Scapolare del Carmine per assicurarsi la protezione di Maria e la sua intercessione per una sollecita liberazione dal Purgatorio. Il secondo intervento, a sinistra, è quello di San Francesco d’Assisi, simbolizzato dal cordone con i tre nodi che viene allungato ai purganti per liberarli dalla pena. Il terzo intervento, a destra, è quello di papa Gregorio che allude al beneficio delle Messe gregoriane da celebrare a favore delle anime purganti.

Un vescovo tra le anime del purgatorio

Un vescovo tra le anime del purgatorio

La visione del Paradiso è introdotta dalla doppia scena della risurrezione dei morti. Quattro angeli fanno risuonare le loro trombe ai quattro angoli del mondo e chiamano i morti al giudizio divino, indicando loro col dito il giudice nell’alto dei cieli (“surgite mortui, venite ad iudicium”). I morti si sollevano dalle tombe dov’erano inumati e si rivolgono al cielo esprimendo nella postura delle braccia la preghiera e la speranza della salvezza eterna.

Il paradiso

Il paradiso

In alto, in un cerchio di nubi, siede la Trinità. L’immagine è quella convenzionale dell’anziano Padre, del giovane Figlio con la croce e della colomba dello Spirito Santo. Maria, la Madre di Gesù, e San Giovanni Battista intercedono a favore dell’umanità risorta. Coerentemente con la dedicazione della basilica il Paradiso dei beati è popolato dalla gran folla dei Martiri. Essi sventolano la palma della vittoria ed esibiscono gli strumenti del loro martirio.

La schiera dei santi

La schiera dei santi

Visita sul sito la sezione dedicata alle Visioni dell’Aldilà in Italia.

Gli alberi dell’Inferno

L’Olmo nel vestibolo dell’Orco virgiliano

L'olmo negli inferi virgiliani

L’olmo negli inferi virgiliani

L’olmo è un albero grande e ombroso che cresce spontaneo in campagna. E forse per queste sue grandi dimensioni che Virgilio colloca proprio un olmo nel vestibolo dell’Orco. Siamo nel canto sesto dell’Eneide. La Sibilla guida Enea nell’Oltretomba (“oscuri andavano giù nella notte per l’ombra deserta alle vuote case di Dite, a’ regni di larve”), e qui “In medio ramos annosaque bracchia pandit / ulmus opaca ingens, quam sedem Somnia volgo / vana tenere ferunt foliisque sub omnibus haerent” (In mezzo al vestibolo spande i suoi rami e le sue braccia vetuste un olmo di opaca grandezza, dove si dice che i sogni vani si adunino insieme confusi e a tutte le foglie si appendano in aria). All’ombra dell’olmo hanno il loro giaciglio il Lutto e gli Affanni, abitano le pallide Malattie, la triste Vecchiaia, la Paura e la Fame, la turpe Miseria, la Morte e il Dolore, il Sonno, fratello della Morte, e i malvagi Piaceri dell’animo, la Guerra portatrice di morte, i letti di ferro delle Eumenidi, la pazza Discordia coi capelli di vipere.

Il bosco dei suicidi

La selva dei suicidi (Gustave Dorè)

La selva dei suicidi (Gustave Dorè)

Passiamo ora alla Divina Commedia. Dante e Virgilio attraversano il Flegetonte con l’aiuto del centauro Nesso e giungono al secondo girone dell’ottavo cerchio. Qui penetrano in un paesaggio di arbusti, in un bosco di alberi infernali, che già nella sua aridità preannuncia un orribile mistero. Il bosco tenebroso è privo di sentieri, non ha piante verdi ma solo sterpi di colore scuro e con rami nodosi e contorti. È la selva di coloro che furono violenti contro la propria persona, dei suicidi e degli scialacquatori. Dante coglie un ramoscello da un “gran pruno” e viene sorpreso dal grido “perché mi schiante?”, seguito dal fuoriuscire di sangue marrone dal punto reciso. Segue l’incontro con Pier delle Vigne e con gli uomini-alberi. “Non era ancor di là Nesso arrivato, / quando noi ci mettemmo per un bosco / che da neun sentiero era segnato. / Non fronda verde, ma di color fosco; / non rami schietti, ma nodosi e ’nvolti; / non pomi v’eran, ma stecchi con tòsco. / Allor porsi la mano un poco avante / e colsi un ramicel da un gran pruno; / e ’l tronco suo gridò: “Perché mi schiante?”. / Da che fatto fu poi di sangue bruno, / ricominciò a dir: “Perché mi scerpi? / non hai tu spirto di pietade alcuno? / Uomini fummo, e or siam fatti sterpi. (Dante Alighieri, Inferno, canto XIII, 1-7 e 31-37)

L’albero di Giuda

I diavoli impiccano Giuda sull'albero maledetto

I diavoli impiccano Giuda sull’albero maledetto

L’albero che Giuda, il traditore di Gesù, scelse per impiccarsi, è certamente il più famoso degli alberi infernali. Almeno secondo la tradizione, perché di quest’albero, in verità, non c’è traccia reale nel Vangelo di Matteo e negli Atti degli apostoli. Secondo Matteo (27,3-5), “Giuda, il traditore, vedendo che Gesù era stato condannato, si pentì e riportò le trenta monete d’argento ai sommi sacerdoti e agli anziani dicendo: «Ho peccato, perché ho tradito sangue innocente». Ma quelli dissero: «Che ci riguarda? Veditela tu!». Ed egli, gettate le monete d’argento nel tempio, si allontanò e andò ad impiccarsi”. Negli Atti di Luca (1,15-20) “Pietro si alzò in mezzo ai fratelli (il numero delle persone radunate era circa centoventi) e disse: «Giuda comprò un pezzo di terra con i proventi del suo delitto e poi precipitando in avanti si squarciò in mezzo e si sparsero fuori tutte le sue viscere. La cosa è divenuta così nota a tutti gli abitanti di Gerusalemme, che quel terreno è stato chiamato nella loro lingua Akeldamà, cioè Campo di sangue»”. Combinando le due fonti bibliche in una sola immagine, l’affresco di Notre-Dame-des-Fontaines a Briga mostra Giuda impiccato e con il ventre aperto. Altrettanto espressivo è il rilievo scolpito da Gisleberto in Saint-Lazare di Autun, dove vediamo due diavoli affaccendati a impiccare Giuda sul ramo di un albero.

Il fico maledetto

Il fico maledetto (icona)

Il fico maledetto (icona)

Un albero infernale è anche il fico sterile e maledetto da Gesù che Matteo e Luca citano nei loro Vangeli. “La mattina dopo, mentre rientrava in città, ebbe fame. Vedendo un albero di fichi lungo la strada, gli si avvicinò, ma non vi trovò altro che foglie, e gli disse: “Mai più in eterno nasca un frutto da te!”. E subito il fico seccò” (Matteo 21, 18-19). Il fico è stato anche associato al peccato originale: Adamo ed Eva coprirono le loro nudità con foglie di fico dopo aver trasgredito il comando di Dio. Nell’Antico Testamento, quando Jahve si adira con il suo popolo, colpisce i fichi e le vigne: “Ha fatto delle mie viti una desolazione e tronconi delle piante di fico; ha tutto scortecciato e abbandonato, i loro rami appaiono bianchi”. (Gioele 1,7). E ancora Matteo predice un destino infernale per i fichi sterili: “Guardatevi dai falsi profeti, che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro sono lupi rapaci! Dai loro frutti li riconoscerete. Si raccoglie forse uva dagli spini, o fichi dai rovi? Così ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi; un albero buono non può produrre frutti cattivi, né un albero cattivo produrre frutti buoni. Ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco. Dai loro frutti dunque li riconoscerete” (Matteo 7, 15-20).

L’albero cattivo e la scure del Battista

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Il trionfo della morte (Lucignano)

L’albero cattivo – dice Giovanni Battista – sarà tagliato con la scure e gettato nel fuoco. Stiamo ascoltando una delle incandescenti prediche di Precursore contro la “razza di vipere”, riportate dall’evangelista Luca: “Alle folle che andavano a farsi battezzare da lui, Giovanni diceva: “Razza di vipere, chi vi ha fatto credere di poter sfuggire all’ira imminente? Fate dunque frutti degni della conversione e non cominciate a dire fra voi: “Abbiamo Abramo per padre!”. Perché io vi dico che da queste pietre Dio può suscitare figli ad Abramo. Anzi, già la scure è posta alla radice degli alberi; perciò ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco” (Luca 3, 7-9).

La “scure posta alla radice degli alberi” compare in un affresco trecentesco nella chiesa di San Francesco di Lucignano in Val di Chiana. Il tema del dipinto è il trionfo della Morte, un classico della pittura medievale. Vediamo la vecchia signora ossuta, lanciata al galoppo sul suo cavallo nero, che fa strage di uomini. Un particolare distingue però quest’affresco di Lucignano dagli altri simili, ed è l’albero che il pittore ha collocato sulla destra del dipinto. L’albero reca un cartiglio inchiodato e un’ascia conficcata alla sua base. Si tratta di una citazione del Vangelo di Luca che esprime e sintetizza l’intenzione morale e il significato complessivo dell’affresco.

L’albero del male

L'albero del male (Sant'Agata dei Goti)

L’albero del male (Sant’Agata dei Goti)

Il supplizio fa rabbrividire. I corpi di uomini vivi e urlanti sono infilzati ai rami appuntiti di alberi spinosi, spogli e scheletrici. La scena è descritta con particolari atroci sia in un celebre Giudizio finale di Bosch, sia in un certo meno noto affresco nel santuario di Rezzo, ma poi in molti Inferni della tradizione pittorica medievale, come pure nella rievocazione del martirio di Sant’Acazio. Una fonte è la Visio Pauli, un’apocalisse apocrifa che ha influenzato le concezioni dell’aldilà e l’iconografia medievale. San Paolo – che nella sua lettera ai cristiani di Corinto accenna a un suo rapimento in cielo – è condotto da un angelo a visitare l’Inferno: “Vidit vero Paulus ante portas inferni arbores igneas et peccatores cruciatos et suspensos in eis. Alii pendebant pedibus, alii manibus, alii capillis, alii auribus, alii linguis, alii brachiis” (E in verità Paolo vide davanti alle porte dell’inferno alberi infuocati e peccatori tormentati sospesi su di essi. Alcuni pendevano per i piedi, altri per le mani, altri per i capelli, o per le orecchie, o per la lingua, o per le braccia). Nel grande Giudizio universale di Sant’Agata dei Goti, l’albero del male è un grande tronco suddiviso in quattro rami, spogli di foglie e di frutti. Diavoletti color carbone, armati di pugnali, saltano come scimmiette tra i rami e sottopongono varie tipologie di dannati alla pena della pendaison. L’omicida è impiccato per il collo; il bestemmiatore è impiccato per la lingua; il fornicatore è appeso per il sesso; il traditore è appeso a testa in giù per una caviglia; il ladro è appeso per una mano; il sacrilego è appeso per i fianchi; la ruffiana è appesa per i capelli; il falso testimone è impiccato per un occhio.

(Visita la sezione del sito dedicata alle visioni dell’Aldilà nell’arte: http://www.camminarenellastoria.it/index/VISIONI_ALDILA.html)