Il viaggio di San Nilo (3). L’Abbazia di Grottaferrata

Nicola, un giovane calabrese di Rossano, diventa monaco col nome di Nilo (910-1004). Vive prima nella comunità ispirata alla regola di San Basilio, poi si fa eremita, con dedizione totale a preghiera e studio. Legge i Padri della Chiesa, compone inni, trascrive testi con grafia rapida ed elegante. È maestro di nuovi monaci a Rossano, con un metodo selettivo. Devono essere studiosi, eccellenti anche in calligrafia e canto. Quando si accorge di essere ormai un’autorità locale, fugge in territorio longobardo, verso il principato di Capua. Per quindici anni, dal 980 al 994, Nilo educa a Valleluce monaci di rito orientale, mantenendo amabili rapporti con i monaci benedettini di Montecassino. Trascorre poi dieci anni, dal 904 al 1004, a Gaeta dove vede finire il primo millennio. E da qui parte, novantenne, per fondare l’abbazia di Grottaferrata vicino Roma. Si spegne nel monastero greco di Sant’Agata.

La statua di San Nilo nell’abbazia di Grottaferrata

 

San Nilo e le colline tuscolane

“La vita di San Nilo Abate”, scritta dal suo discepolo Bartolomeo, si conclude con il racconto degli ultimi giorni del santo. Lasciato il monastero di Gaeta, Nilo si dirige verso Roma e si ferma sui colli Albani, a Tusculum, nel monastero di Sant’Agata. Qui muore nel settembre del 1004 e viene sepolto nella Crypta ferrata, donatagli dal conte di Tuscolo. Sulla sua tomba i confratelli costruiscono la chiesa e il monastero di Grottaferrata. Ecco il racconto. “Venuto dunque il nostro Padre Nilo nella decisione di abbandonare il monastero di Serperi, nel quale aveva esercitato vita monastica per un decennio circa, potendosi a stento per la vecchiaia reggersi a cavallo, partì per Roma. Diceva ai fratelli, addolorati per la sua partenza: ‘Non vi rattristate, o Padri e Fratelli miei, io vado infatti a trovare un luogo adatto per prepararvi un monastero, dove io raduni tutti i fratelli e i dispersi miei figli’. Pertanto conducendolo Dio al luogo predestinato della sua sepoltura (Grottaferrata), arrivò a una città chiamata Tuscolana, che era dodici miglia distante da Roma. Nei suoi dintorni v’era un monastero di pochi fratelli della nostra nazionalità, dedicato a Sant’Agata. Qui prese alloggio il santo Vegliardo, esclamando: ‘Qui io mi riposerò per tutti i secoli’”. Saputo dell’arrivo di San Nilo, il principe di Tusculum, di nome Gregorio, accorre ad accoglierlo e a mettergli a disposizione la sua casa, il castello e il territorio intorno. Il Beato lo ringrazia ma gli chiede: “soltanto concedici una piccola porzione nel tuo dominio, dove noi vivendo in santa quiete possiamo placare Dio per i nostri peccati e pregare per la salvezza tua”. E Gregorio concesse i ruderi di una grande villa romana sui colli di Tuscolo dov’era un oratorio cristiano denominato, “Crypta ferrata” (da qui Grottaferrata). “Intanto i fratelli che erano rimasti nel Monastero di Serperi, passati già due mesi, e appreso che il Padre non sarebbe più tornato da loro, prese seco le vesti di pelli, i mantelli e tutto il restante, raggiunsero il luogo che dal Principe era stato loro destinato per costruirvi il monastero”. San Nilo muore al tramonto del sole del 26 settembre 1004 (“col sole tramontò il Sole”). Il suo corpo viene traslato nella Crypta ferrata per la sepoltura. “Quivi presso il suo sepolcro rimase tutta la Comunità dei fratelli, insieme all’egumeno, intenti al lavoro faticoso per adattare quel luogo sprovvisto di tutto, faticando con tutta pazienza per guadagnarci il pane quotidiano, tanto quello spirituale che corporale”. La costruzione della chiesa e del monastero di Grottaferrata occupò i monaci per vent’anni. Nel 1024 il Santuario era completato.

Domenichino, La costruzione dell’Abbazia di Grottaferrata

 

Il monastero di Sant’Agata

La pianta della chiesa di sant’Agata al Tuscolo

Del monastero tuscolano di Sant’Agata, dove morì San Nilo, è rimasto ormai solo il ricordo. L’antica città di Tuscolo fu infatti radicalmente distrutta dai Romani nel 1191 e definitivamente abbandonata. Gli scavi archeologici stanno tuttavia progressivamente riportando alla luce le tracce dell’insediamento romano e medievale. Sul promontorio che si sviluppa lungo la parte meridionale della collina di Tuscolo sono così riaffiorati i resti di una chiesa a tre navate del dodicesimo secolo sorta come ampliamento di una precedente chiesa della seconda metà del decimo secolo. Sulla base delle fonti storiche disponibili si è proposta l’identificazione di questa chiesa extraurbana di Tuscolo con la chiesa di Sant’Agata in cui morì San Nilo. Questa nuova ipotesi supererebbe la tradizionale localizzazione di Sant’Agata nei pressi del Castello della Molara.

 

La Crypta ferrata

La Crypta ferrata

San Nilo fu sepolto nella nuda terra accanto alla Crypta ferrata. Questo ambiente era inserito nei ruderi della villa romana che Gregorio aveva donato a Nilo e di cui resta oggi visibile il criptoportico di sostegno. La Crypta era un piccolo edificio diviso a metà da un poderoso arco di pietra che cominciò ad essere usato come oratorio cristiano per la popolazione cristiana dei dintorni intorno al quinto secolo. Dovrebbe essere quindi il primo luogo d’insediamento dei monaci basiliani di San Nilo. Intorno a questa vetus aedicula, utilizzata come sacrestia, sarebbero stati edificati il monastero e la chiesa dedicata a Santa Maria. La Crypta ferrata è all’origine del nome di Grottaferrata, che designa oggi la cittadina sorta intorno all’abbazia di San Nilo.

 

La chiesa di Santa Maria

La chiesa abbaziale

La chiesa abbaziale fu costruita per iniziativa di Bartolomeo, il discepolo e successore di Nilo e fu consacrata nel 1024. La visita può partire dagli esterni, osservando il chiostro, le pareti laterali, il rosone della facciata e il bel campanile romanico a trifore. Al centro del piazzale antistante la basilica si trova la fontana utilizzata per la solenne liturgia della benedizione delle acque. Si entra quindi nell’atrio colonnato (il pronao) e, attraverso un portale con il mosaico della Vergine orante, nel nartece, il vestibolo che precede la chiesa. Qui sono il Battistero, la Porta ‘Speciosa’ (bella), il mosaico della Deesis e due affreschi con il Battesimo di Gesù e la Discesa agli inferi. All’interno si osservano le tre navate, il soffitto a cassettoni e il pavimento cosmatesco. Di grande interesse è la parete che sovrasta l’arcata absidale dove sono il mosaico della Pentecoste (con i due gruppi di apostoli guidati da Pietro e Andrea) e l’affresco della Trinità, circondata dagli angeli e dai profeti. La zona dell’altare è preceduta dall’iconostasi e introdotta dalla grande icona della Theotokos, la Madre con il bambino Gesù in braccio, cui la chiesa è dedicata.

 

La Cappella Farnesiana

Il miracolo del crocifisso (Domenichino)

Dalla navata destra si accede alla Cappella Farnesiana, voluta dal cardinale Odoardo Farnese e decorata dal pittore Domenico Zampieri, detto il Domenichino. La Cappella è considerata il capolavoro giovanile del pittore, che la realizzò negli anni 1608-1610. Vi sono affrescati alcuni episodi della vita di San Nilo e di San Bartolomeo. Sulla parete sinistra viene ricordato il Miracolo dell’ossesso, quando San Nilo guarisce un fanciullo indemoniato, figlio di un ufficiale dell’esercito bizantino. Segue al centro lo storico incontro tra San Nilo e l’imperatore Ottone III e, accanto all’ingresso, il Miracolo del Crocifisso, quando San Nilo in ginocchio prega di essere liberato da una tentazione e il Cristo stacca la mano dalla Croce per benedirlo. Sulla parete destra del presbiterio è ricordata l’Apparizione della Madonna ai Santi fondatori che chiede di fondare il monastero in suo onore. Al centro è raffigurata la costruzione dell’abbazia, con Bartolomeo che esamina il progetto e un monaco che ferma miracolosamente una colonna che sta per crollare. Segue il Miracolo delle messi, in cui san Bartolomeo, raccolto in preghiera, allontana un temporale che minaccia di distruggere il grano appena mietuto.

Il miracolo delle messi (Domenichino)

 

L’abbazia

Mosè e il prodigio dei serpenti

La storica abbazia dispone di alcune risorse di grande interesse e prestigio. Tra queste è la Biblioteca monastica, allestita alla fine del Settecento, il cui nucleo più antico è costituito dai codici manoscritti portati dalla Calabria dallo stesso San Nilo. Nel 1931 ha iniziato a operare il Laboratorio di Restauro del Libro antico, prosecuzione scientifica della tradizionale attività dei monaci criptensi nella cura e nella conservazione dei loro antichi testi. L’iniziativa più recente è il Museo dell’Abbazia, allestito nelle sale affrescate del Palazzo del Commendatario. Il Museo contiene gli affreschi staccati dalla chiesa abbaziale con le storie di Mosè e preziose sculture di epoca romana. Vi si osserva l’originale dell’Aghiasma, il cosiddetto fonte battesimale che si trova nel nartece della chiesa. Tra i ritrovamenti più recenti si segnalano i materiali dell’Ipogeo delle Ghirlande, una tomba romana di età imperiale scavata nel 2000 e qui ricostruita.

La morte dei primogeniti d’Egitto

 

La fortificazione

Le fortificazioni dell’abbazia

Il cardinale Giuliano della Rovere, abate commendatario dal 1472 al 1503, fortificò l’abbazia dotandola di un perimetro quadrangolare di mura e di quattro torrioni circolari angolari. L’abbazia assunse così l’attuale caratteristico aspetto di un castello, fornito di merlatura e cammino di ronda.

 

I monaci basiliani

A Grottaferrata vivono e operano ancora oggi i monaci seguaci di San Nilo e del suo successore San Bartolomeo il giovane. Essi sono cattolici di rito bizantino-greco e appartengono alla Congregazione d’Italia dei Monaci Basiliani, istituzione che nella Chiesa cattolica fu creata per riunire i monasteri italiani di rito bizantino. Attualmente quello di Grottaferrata è l’ultimo rimasto dei numerosi monasteri bizantini che nel Medioevo erano diffusi in Sicilia, nell’Italia meridionale e nella stessa Roma. Esso inoltre costituisce un unicum in quanto, fondato cinquanta anni prima dello Scisma che portò alla separazione tra cattolici e ortodossi, è stato sempre in comunione con la Chiesa di Roma, pur conservando il rito bizantino e la tradizione monastica delle origini.

La statua di San Bartolomeo a Grottaferrata

 

Annunci

Il viaggio di San Nilo (2). Gaeta e il Sérapo

Nicola, un giovane calabrese di Rossano, diventa monaco col nome di Nilo (910-1004). Vive prima nella comunità ispirata alla regola di San Basilio, poi si fa eremita, con dedizione totale a preghiera e studio. Legge i Padri della Chiesa, compone inni, trascrive testi con grafia rapida ed elegante. È maestro di nuovi monaci a Rossano, con un metodo selettivo. Devono essere studiosi, eccellenti anche in calligrafia e canto. Quando si accorge di essere ormai un’autorità locale, fugge in territorio longobardo, verso il principato di Capua. Per quindici anni, dal 980 al 994, Nilo educa a Valleluce monaci di rito orientale, mantenendo amabili rapporti con i monaci benedettini di Montecassino. Trascorre poi dieci anni, dal 904 al 1004, a Gaeta dove vede finire il primo millennio. E da qui parte, novantenne, per fondare l’abbazia di Grottaferrata vicino Roma. Si spegne nel monastero greco di Sant’Agata.

La statua di San Nilo, civis cajetanus nella chiesa di Gaeta a lui dedicata

 

Gaeta e il ritiro di Sérapo

La montagna spaccata

“La vita di San Nilo Abate”, scritta dal suo discepolo Bartolomeo, racconta la crisi della sua comunità di Valleluce, causata dall’insediamento del nuovo abate di Montecassino e dal progressivo rilassarsi degli austeri costumi in alcuni suoi monaci. “Nilo vedeva che i fratelli non erano troppo assidui agli spirituali esercizi di pietà, né cosi diligenti nel divino ufficio, secondo l’indirizzo ricevuto fin da principio. Per lo contrario piaceva loro di battere la strada larga, e nel dubbio contrastavano a chi fosse maggiore. Conferiva a ciò anche la leggerezza dell’abate Mansone, come colui che amava i doni, e odiava la pietà”. Nilo decide così di abbandonare il monastero di Valleluce e di cercare un nuovo romitaggio, “un luogo, quanto mai angusto, e che fornisse occasione di lavoro per l’occorrente alla vita; acciocché almeno pel bisogno delle cose più necessarie la più parte dei monaci fosse indotta a percorrere quasi imbrigliata l’ascetico stadio”. Partito così da Valleluce, Nilo con i suoi monaci si ritira presso “Serperi”, l’odierno Serapo di Gaeta. “Il beato Padre, in compagnia dei fratelli che lo seguirono, e del celebre Stefano, trovato nelle vicinanze di Gaeta un misero luogo, o per più vero dire, un deserto, compiacendosi egli di quella somma ristrettezza ed aridità quivi stabili la sua dimora. E se dapprima si trovò nel bisogno e nella mancanza di ogni cosa temporale, non andò guari che, aumentato il numero dei fratelli e questi tutti servi di Dio, ne seguì grande abbondanza di tutto. Assiduo era quivi il lavoro, e il coro non mai interrotto, e frequenti le recite dei salmi e le prostrazioni; l’astinenza volontaria e l’ubbidienza spontanea. Insomma tutto era colà in fiore ed in frutto mercé il mistico inaffiamento dei discorsi e delle incessanti istruzioni del divino nostro padre Nilo”.

 

Il Serapo di San Nilo

Il Serapeo di Gaeta oggi

Mettersi sulle tracce di San Nilo nel Serapo di oggi suona un po’ bizzarro. Quel “misero luogo”, quella “ristrettezza e aridità”, addirittura quel “deserto” che lui vi aveva trovato, risultano incredibili se si guarda all’affollamento turistico che caratterizza oggi il quartiere delle ville di Gaeta e una spiaggia di gran moda.

La chiesa parrocchiale e santuario di San Nilo

Pur nel gran cambiamento dei luoghi il filo della memoria non si è spezzato. Alcuni proprietari di ville del Serapo vollero costruire nel 1938 una Cappella che ricordasse la permanenza di San Nilo nella zona. Nel 1965 la Cappella si trasformò nella grande chiesa di san Nilo, a tre navate, illuminate da vetrate istoriate. Una grande statua del Santo introduce il presbiterio: proclamato “Civis Cajetanus”, San Nilo ha nelle mani le chiavi della città. La cappella dell’adorazione è decorata da due quadri, copia di affreschi seicenteschi del Domenichino dell’abbazia di Grottaferrata, che ricordano due episodi della vita del Santo a Serapo: l’incontro con l’Imperatore Ottone III e il crocifisso che si anima per benedire il Santo in preghiera. Nel clima delle celebrazioni del millenario niliano una grande lapide murata nel pavimento ricorda l’elevazione della chiesa parrocchiale a Santuario diocesano.

La cinta del santuario della montagna spaccata

L’insediamento monastico nel quale San Nilo visse il passaggio dell’anno Mille non ci è noto. Vi è memoria storica di alcuni insediamenti benedettini a Gaeta e nei suoi dintorni risalenti al decimo secolo. Queste celle legate all’abbazia di Montecassino e la stessa presenza a Gaeta di vescovi che erano stati in precedenza abati benedettini non furono probabilmente estranee alla decisione di San Nilo di lasciare Valleluce e di trasferirsi a Gaeta. Alla ricerca comunque di tracce visibili possiamo considerare come ipotetico luogo niliano l’attuale Santuario della Santissima Trinità alla Montagna Spaccata. Risalirebbe infatti al 930 e fu fondato dai padri benedettini sui ruderi di una villa romana.

Il Santuario della Trinità

I benedettini lo tennero per dieci secoli e furono poi sostituiti dai francescani alcantarini che, con l’aiuto del re di Napoli Ferdinando II, diedero grande sviluppo al santuario. Dopo una breve presenza dei Pallottini, dal 1926 il santuario è affidato ai missionari del Pontificio Istituto Missioni Estere (Pime). Il contesto naturale in cui sorge il santuario è di grande pregio. La montagna è spaccata da una fenditura che raggiunge la riva del mare. Una scalinata scende sinuosa tra le rocce e raggiunge la cappella circolare del Crocifisso, edificata su un masso caduto e rimasto incastrato tra le due pareti del monte. Il terrazzino panoramico è di grande suggestione. Il mix di memorie storiche e di attrazioni naturali rende il luogo molto frequentato.

La Via Crucis del santuario

 

L’incontro con l’Imperatore Ottone III

Domenichino, l’incontro tra San Nilo e Ottone III (Badia di Grottaferrata, 1610)

La biografia di San Nilo ricorda il suo incontro avvenuto a Gaeta con Ottone III di Sassonia.  L’imperatore del Sacro Romano Impero tornava a Roma da un pellegrinaggio penitenziale che l’aveva condotto alla grotta di San Michele sul Gargano. Deciso a incontrare San Nilo, “fattosi pertanto in un posto al di sopra del monastero, e contemplando i tuguri dei monaci aderenti d’intorno all’oratorio, esclamò: «Ecco le tende d’ Israele nel deserto: ecco i cittadini del regno dei cieli! Costoro non come abitatori dimorano colà, ma come pellegrini». Ed il Beato, ordinato si apprestasse l’incensiere, gli venne incontro con tutti i fratelli e con ogni umiltà e divozione l’ossequiò”. Durante il colloquio San Nilo rifiuta cortesemente l’offerta imperiale di un monastero e delle rendite connesse. Ottone insiste e ancora gli dice «domandami pure, come ti fossi figlio, se pur vuoi qualche cosa, e con ogni piacere lo farò». E Nilo chiude il colloquio dicendo «nient’altro chiedo da tua Maestà imperiale, se non che la salute dell’anima tua: perocché quantunque sii sovrano, nondimeno al pari di qualunque altro uomo tu hai da morire, e rendere conto di tutte le tue opere cattive e buone». Il presagio di San Nilo si avverò ben presto. Costretto da una sedizione a fuggire da Roma il giovane imperatore trovò la morte a Faleria. L’episodio è stato descritto dal pittore Domenico Zampieri, detto il Domenichino, nel grande dipinto del 1610 della Cappella farnesiana nell’Abbazia di Grottaferrata. L’abbraccio commosso tra Nilo e Ottone trasmette un messaggio di fraterna umanità. Nel dipinto si colgono anche elementi di contesto, come la rupe di Gaeta, il castello, il golfo e i monti sullo sfondo.

La copia del dipinto del Domenichino nella cappella della chiesa di San Nilo a Gaeta

Il viaggio di San Nilo (1). Montecassino e il monastero di Valleluce

L’Italia meridionale accoglie e impara a conoscere i monaci d’Oriente in epoca bizantina. In fuga dai Balcani a causa dell’espansione araba le comunità di monaci ispirate alla regola di san Basilio varcano il mare e popolano gli eremitaggi della Puglia e della Calabria. Qui attirano anche discepoli del posto. Nicola, un giovane calabrese di Rossano, diventa monaco col nome di Nilo (910-1004). Vive prima nella comunità ispirata alla regola di San Basilio, poi si fa eremita, con dedizione totale a preghiera e studio. Legge i Padri della Chiesa, compone inni, trascrive testi con grafia rapida ed elegante. È maestro di nuovi monaci a Rossano, con un metodo selettivo. Devono essere studiosi, eccellenti anche in calligrafia e canto. Quando si accorge di essere ormai un’autorità locale, fugge in territorio longobardo, verso il principato di Capua. Per quindici anni Nilo educa a Valleluce monaci di rito orientale, mantenendo amabili rapporti con i monaci benedettini di Montecassino. Trascorre poi dieci anni a Gaeta dove vede finire il primo millennio. E da qui parte, novantenne, per fondare l’abbazia di Grottaferrata vicino Roma. Si spegne nel monastero greco di Sant’Agata.

La statua di San Nilo a Valleluce

 

Capua, Montecassino e Valleluce

Le culle del percorso Niliano

“La vita di San Nilo Abate”, scritta dal suo discepolo Bartolomeo, racconta così l’arrivo del Santo nella terra di Sn Benedetto e il suo insediamento nel monastero di Valleluce. “E giunto a Capua, per tacere di altri fatti anteriori, vi fu accolto con grandissimo onore dal principe Pandolfo e dai nobili della città; cosicché si pensava d’intronizzarlo su quella sede vescovile. Il che si sarebbe avverato, se non l’avesse impedito la morte del Principe. Allora quei signori chiamato a sé l’Abate di S. Benedetto di Monte Cassino (era questi Aligerno uomo santissimo) gl’imposero di dare al Beato un monastero, quale egli avesse preferito tra le proprietà del nostro santo Padre Benedetto. Ed in questa recandosi il santo Padre a visitare il predetto insigne monastero, venne ad incontrarlo tutta la comunità religiosa sino a pie’ del monte, vestiti tutti e sacerdoti e diaconi degli abiti sacri, come nei dì festivi, con ceri e incensieri; e con questa pompa condussero il Beato fin su al loro monastero. Né a quei monaci pareva meno di udire o di vedere in lui altra persona che o il grand’Antonio venuto di Alessandria, o il gran Benedetto, il divino loro legislatore e maestro, risorto quivi da morte. (…) Adunque dopo averli con la sua personale presenza, quasi uomo spedito da Dio, confortati e ricolmati di spirituale allegrezza, e viceversa dopo aver egli stesso ammirata la regolarità e la ben compartita loro disciplina, approvandone le costumanze a preferenza delle nostre, venne novamente accompagnato dall’Abate e dai principali fratelli al monastero, ove egli doveva abitare co’ suoi figli, detto Vallelucio, dedicato all’arcangelo San Michele. (…) Il beato Nilo dimorava da circa quindici anni nel monastero detto di Vallelucio, ove i fratelli si erano aumentati, e provvisti di ogni bisognevole in abbondanza, e il monastero divenuto più ampio per opera sua riscuoteva un certo qual nome, dovechè tale invero non era dapprima”.

Valleluce vista dal Monte Cifalco

 

La Valleluce di San Nilo

La chiesa di San Michele arcangelo

Valleluce è oggi una frazione del comune di Sant’Elia Fiume Rapido, che dista circa cinque km dal capoluogo e occupa una conca alle falde del Monte Cifalco. Qui l’abate Gisolfo di Montecassino fondò nel 797 una “cella” monastica, struttura che ha una notevole importanza nella storia del monachesimo benedettino. La “cella” era un piccolo monastero, abitato da un gruppo di monaci distaccati dal monastero principale. Aveva una cappella aperta al culto e un’azienda per la valorizzazione agricola delle terre circostanti, dove lavoravano i monaci con i contadini dei dintorni, nello spirito dell’”ora et labora”.

Il plastico del Monastero di San Nilo a Valleluce

Se ci rechiamo oggi a Valleluce alla ricerca di tracce materiali dell’antica cella di San Nilo, rimarremo delusi. L’attuale chiesa dedicata a San Michele arcangelo custodisce nelle sue viscere alcune labili tracce del monastero niliano, tra cui i resti delle absidi e un cunicolo interrato di collegamento tra il monastero e la chiesa. Altri resti archeologici del Pagus Vallis Luci, di mura megalitiche e di un acquedotto di età romana sono stati rintracciati negli scavi effettuati nei dintorni. Colpiscono in compenso le forme in cui gli abitanti del paese tengono ancora viva la memoria della permanenza del santo monaco. All’ingresso della frazione un vistoso cartello enumera i sette comuni “culle del percorso Niliano” gemellati con Sant’Elia. Nella piazza centrale di Valleluce, dedicata al Santo, a lato della chiesa è stato collocato un plastico che riproduce la struttura presunta dell’antico monastero. Lapidi, targhe e pannelli ricordano i diversi momenti in cui Valleluce ha partecipato alle celebrazioni del Millenario di San Nilo.

Targa memoriale

 

L’eremo di Bartolomeo

La segnaletica del percorso per la vetta del Cifalco

Una traccia della permanenza di Nilo e dei suoi monaci a Valleluce è oggi ancora visibile sulla cresta sommitale del monte Cifalco. Si tratta dei resti di un romitorio frequentato da Bartolomeo, il fedele discepolo di san Nilo. Il luogo selvaggio, la solitudine, l’ampio panorama e la vista di Valleluce e dell’abbazia di Montecassino accompagnavano le ore di preghiera e di meditazione sui testi sacri trascorse nell’eremo.

Il Romitorio di San Bartolomeo sul monte Cifalco

In seguito il luogo fu valorizzato con l’edificazione di una chiesetta intitolata a Santa Maria di Pescluso. Pesclus nel latino tardo medievale era l’antico nome del monte Cifalco. La radice “pesco”, comunissima nell’area appenninica centrale, indica uno spuntone di roccia e rende bene le caratteristiche del Cifalco e della sua arcigna parete di roccia sovrastante Valleluce.

Memoriale sul monte Cifalco

Oggi la salita al monte Cifalco si arricchisce di un altro motivo d’interesse: la visita alle opere di guerra della Linea Gustav, costruite dai tedeschi durante la seconda guerra mondiale in un punto strategico di controllo del fronte. Da Valleluce, seguendo le frequenti indicazioni per il romitorio e i fortini tedeschi, si segue una stretta strada asfaltata a monte del paese che aggira il Cifalco, sottopassa una condotta idrica e perviene al cancello che chiude l’accesso al bacino di raccolta Enel. Ancora sull’asfalto e poi su sterrato si prosegue in salita, si aggira il laghetto e si raggiunge a saliscendi la vetta del Cifalco. Ai piedi di un’alta croce di ferro, è subito possibile affacciarsi dal balcone panoramico. Poco più avanti, in prossimità del palo della bandiera, si visitano i resti dell’antico romitorio. Impressionante è la visita dell’osservatorio tedesco, una caverna scavata nella roccia con un “occhio” aperto sull’intera valle del Rapido e del Liri. Tornando indietro di pochi passi, un ripido sentierino su pietraia entra nel bosco e raggiunge i resti restaurati di alcuni fortini trincerati tedeschi.

Un fortino tedesco della Linea Gustav sulla cresta del monte Cifalco

(Ho effettuato la ricognizione dei luoghi il 26 giugno 2018)

Gaeta. Il giudizio finale sul candelabro della Cattedrale

In uno dei più bei golfi del Tirreno, ai piedi del parco naturale di Monte Orlando, Gaeta costituisce un’eccellente meta per chi ama passeggiare nella storia. Tappa di questo itinerario è la sua Cattedrale. Ci attira in particolare il magnifico candelabro del cero pasquale, risalente al Duecento, conosciuto anche come “colonna istoriata”.  Il candelabro, collocato sul presbiterio rialzato, è composto di quarantotto riquadri scolpiti, dedicati per metà a illustrare scene della vita di Cristo e per metà scene della vita di Sant’Erasmo, modulata secondo la Passio Sancti Erasmi. I quadri scolpiti sono distribuiti secondo l’ordine cronologico degli avvenimenti della vita del Cristo e di Erasmo.

I morti risorgono al suono della tromba

Osserviamo i pannelli relativi al giudizio finale. La prima scena è quella della risurrezione dei morti. Vediamo a destra l’angelo tubicino che fa squillare la sua tromba. A sinistra i corpi umani sono ritratti nelle diverse fasi del loro risveglio: dapprima i corpi sono ancora distesi a terra; si passa poi alla posizione seduta e a quella levata. Si noti il risorto in piedi che aiuta il suo vicino al alzarsi. Si notino anche le mani che coprono il sesso. I volti sono rivolti verso l’alto, mentre osservano la parusia in atto.

La risurrezione dei morti

La risurrezione dei morti inumati in terra si completa con la restaurazione dei corpi che erano stati dilaniati e divorati dalle bestie feroci. Nel secondo pannello vediamo i sepolcri aperti e osserviamo un leone e altre fiere che vomitano dalla bocca i poveri resti delle loro prede umane. I corpi si ricompongono al suono della tromba angelica.

L’apparizione del Giudice

Nel terzo pannello vediamo i risorti schierati in ginocchio con le braccia conserte in segno di sottomissione. Davanti a loro si manifesta il Signore, in piedi, con la mano destra levata e i fori dei chiodi in evidenza. In cielo gli angeli esibiscono gli strumenti della passione di Gesù: la croce, la canna con la spugna, la lancia, la corona di spine.

I beati e i dannati

La scena del giudizio finale è tripartita. Nella parte superiore Cristo giudice appare in cielo seduto su un trono, sorretto da due angeli che scendono ad ali spiegate. Gesù siede con le gambe incrociate, simbolo di ponderatezza. In basso a sinistra è il gruppo dei beati, tra i quali si riconosce forse il buon ladrone con la croce. Di fronte è il gruppo dei dannati, dall’espressione desolata. Un diavolo, con le sembianze d’un silvestre e peloso Pan dal volto di satiro demoniaco, strattona i dannati incatenati verso l’inferno, aiutato da un secondo demone nano che porta in spalla uno strumento di tortura. Si può osservare il netto contrasto tra le gambe snelle ed eleganti della donna dannata e gli sgraziati polpacci del caprone demoniaco.

La Catacomba “Ad Decimum” sulla Via Latina

Sconosciuta. Sorprendente. Una catacomba cristiana a Roma, aperta e visitabile, ma pochissimo frequentata. Con caratteristiche di grande pregio. Riemersa intatta dal fango dei secoli, con le gallerie transitabili e i loculi ancora tutti sigillati. Espressione della piccola comunità del Vicus Angusculanus sorta nei primi secoli intorno a un santuario, ai casali rustici, alle ville d’otium e a una stazione di posta fornita d’impianto termale. Una comunità che parlava in greco e in latino e che dedicava ai suoi defunti iscrizioni tenerissime. E un corpus di pitture che ricordano quelle delle catacombe romane più note.

La Catacomba Ad decimum della Via Latina

La Catacomba si trova al km 6 dell’attuale Via Anagnina, sul confine tra il comune di Roma e quello di Grottaferrata. In epoca romana il luogo corrispondeva al decimo miglio della Via Latina, da cui deriva il nome Ad Decimum. Vi furono tumulati circa mille corpi nei secoli terzo, quarto e quinto. Fu poi abbandonata e dimenticata. Per essere riscoperta per puro caso nel 1903 nel corso di alcuni lavori agricoli. La notizia giunse ai monaci dell’abbazia di San Nilo di Grottaferrata, che acquistarono il terreno e intrapresero gli scavi, conclusi nel 1936. Oggi il sepolcreto è posto sotto la tutela della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra ed è aperto la domenica grazie agli entusiasti e competenti volontari del Gruppo Archeologico Latino – Colli Albani “Bruno Manfellotto”.

Il casotto d’ingresso della catacomba

Le prime iscrizioni, quelle più antiche, sono molto laconiche: formulari semplici e brevi composti dal nome del defunto, da addii augurali e talvolta da immagini simboliche cristiane (il pesce, l’ancora, la colomba). Più tardi, dopo la fine delle persecuzioni e la pacificazione religiosa di Costantino, le iscrizioni si allungano, compaiono aggettivi come benemerens, carissimuse dulcis, i simboli cristiani diventano più espliciti. Un esempio è l’epigrafe Ianuarius diaconus se vivo fecit sibi et costae suae Lupercillae et Martyriae filiae suae dolcissimae quae vixit annos III menses VI dies V in pace (“Il diacono Gennaro fece da vivo questo sepolcro per sé e per la sua costola Lupercilla e per la sua figlia dolcissima Martiria, che visse tre anni, sei mesi e cinque giorni, in pace”). Colpisce che Gennaro sostituisca il termine coniuge/moglie con quello di costae, con evidente riferimento all’immagine biblica di Eva, creata dalla costola di Adamo. Altro esempio è la scritta Marciano benemerenti Hilarus fratri carissimo in pace (“Ilaro [ha fatto questa sepoltura] al suo benemerito fratello Marciano carissimo che riposa in pace), corredata da immagini incise che raffigurano colombe, un buon pastore con un agnellino sulle spalle e una coppia di pecore. Molto curiosa è la presenza nelle iscrizioni di termini quali Coprion (Coprion coiugi Florentini benemerenti fecit) e Istercoria (Proficius lector et exorcista / Istercoriae coiugi benemerenti / se vivo fecit) dallo sgradevole significato di “sterco”. Se si aggiunge che un defunto è definito Dyscoli, ovvero fastidioso e intrattabile, sorge la curiosità per questi accostamenti tra persone amate e nomi repulsivi. Probabilmente la particolare diffusione in ambito cristiano di questi nomi dal significato infamante fa pensare che il loro uso fosse legato alla volontà dei fedeli di condurre forme di penitenza e di mortificazione, associate a “nomi di umiltà”.

Una galleria della catacomba

I soggetti dipinti sui cubicula della catacomba sono quelli tipici dell’iconografia paleocristiana. L’immagine del buon pastore compare in un ambiente paradisiaco, tra alberi stilizzati e coppie di pecore. Il profeta Daniele è ritratto in preghiera nella fossa dei leoni. Vediamo anche immagini di donne in preghiera con le braccia levate. Gesù è ritratto al centro di un collegio apostolico, affiancato da Pietro, Paolo e dagli altri apostoli.

Il buon pastore e Daniele nella fossa dei leoni

L’immagine di maggiore interesse è quella della Traditio legis, cioè la consegna della legge a San Pietro da parte di Gesù. Il Signore è sospeso sulle nubi e porge con la mano sinistra all’apostolo un rotolo su cui si legge Dominus legem dat, mentre San Paolo acclama. Nel registro inferiore si vede una piccola altura, il monte paradisiaco, sul quale è poggiato l’Agnus Dei, personificazione simbolica del Cristo; ai piedi del monte sgorgano i quattro fiumi edenici mentre ai lati si distribuiscono dodici agnelli, simboli degli apostoli. Sulla parete a fianco si osserva l’immagine di un ragazzo, fiancheggiato da Pietro e Paolo che lo accompagnano nel momento del trapasso dal mondo terreno a quello ultraterreno. Una scritta a lato della testa del ragazzo defunto ci rivela la sua età (fra i 17 e i 18 anni) e il suo nome: Viator, il viandante.

Il dipinto della Traditio Legis

(Visita effettuata il 29 luglio 2018)

Alvito. Il Castello, la Fossa Maiura e i borghi abbandonati

Siamo in Ciociaria, sui primi rilievi del Parco nazionale d’Abruzzo. Visitiamo Alvito, uno dei paesi della Val di Comino. L’urbanistica del paese è del più grande interesse, perché Alvito si sviluppa sui tre livelli del colle, seguendo il modello della città-fortezza: in alto il borgo medievale raccolto intorno al Castello pentagonale; sul declivio il Peschio, avamposto intermedio con i suoi imponenti palazzi e la chiesa della Trinità con la sua bella cupola tonda; alla base “la valle”, impreziosita da palazzi e chiese di gusto barocco.

La carta turistica di Alvito (visitalvito.it)

Alvito è anche il punto di partenza di una rete di sentieri, strade sterrate e percorsi escursionistici che coprono come una ragnatela il territorio circostante. La nostra visita si concentra sul Castello di Alvito e si allarga poi verso la Fossa Maiura e i borghi abbandonati di Cortignale e Capputina.

 

Il Castello medievale

La torre angolare del Castello

L’imponente fortezza risale al 1094 quando i conti d’Aquino la costruirono come avamposto a protezione delle terre dell’abbazia di Montecassino. Distrutto in seguito al terremoto del 1349, fu ricostruito abbinando la finalità militare alla funzione di palazzo signorile, dimora dei Cantelmo. Si può visitare la piazza d’armi, di forma triangolare, protetta dalle mura e da tre possenti torri cilindriche. Il palazzo ducale resta appena visibile con le sue mura segnate da monofore e oculi. La Porta del Lago dà accesso al borgo e alle due chiese di Santa Maria in Porta Coeli e dell’Assunta. La strada che cinge il borgo è un balcone panoramico sulla Val di Comino e la Valle del Liri. Dal Castello partono alcuni dei sentieri che vanno alla scoperta dei dintorni di Alvito.

La piazza d’armi del Castello

 

Fossa Maiura

Il cratere della Fossa Maiura

Da Alvito raggiungiamo la Via Piano di Macchialonga e la percorriamo sino al termine dell’asfalto. Utile sapere che la strada è stretta e non dispone di molte piazzole di sosta e che la sterrata successiva è in cattive condizioni. Lasciata l’auto si prosegue a piedi verso la vicina Fossa Maiura (815 m). Seguendo la sterrata che aggira la fossa sulla destra se ne raggiunge la sommità. Di qui il cratere è visibile in tutta la sua impressionante ampiezza. La gigantesca dolina è una sorta di cono rovesciato profondo circa cento metri. Le pareti interne sono friabili e percorse da canalini franosi. Sul fondo è una rigogliosa vegetazione.

 

Cortignale e Capputina

Cortignale

Retrocedendo di qualche passo fino al doppio tornante della sterrata, s’imbocca a sinistra (sud-est) una stradina a mezzacosta. Un cartello di legno indica il percorso A05 verso Cortignale. Dopo qualche centinaio di metri, a un nuovo bivio, si sale a sinistra verso le già visibili case di Cortignale. Siamo in un villaggio disabitato con le caratteristiche tipiche delle pagliare dell’Appennino, ovvero i piccoli borghi frequentati d’estate dagli abitanti della valle. I valligiani vi salivano con i loro animali, coltivavano i loro poderi e sfalciavano il fieno per l’inverno. Gli edifici sono tutti costruiti sul declivio e presentano generalmente la residenza di famiglia in alto e la stalla a piano terra, talvolta con accessi sfalsati o collegati da scalinate esterne. La prima abitazione è dotata di un locale esterno per la spremitura delle olive o dell’uva.

Il camino e il forno

Più avanti un edificio di maggior pregio, con il carattere di dimora estiva, mostra la corte esterna, la scalinata d’accesso al piano nobile, una stanza dotata di camino e di forno a legna e una serie di magazzini ad arco aperto, successivamente tamponati e modificati in stalle. Le costruzioni più piccole, con il tetto spiovente, sono destinate a immagazzinare il fieno. La fienagione è tuttora effettuata nel periodo estivo, lungo i pendii laterali della valle.

La valle di Comino

Procedendo sulla strada bianca (balcone panoramico sulla Valle di Comino) si raggiunge in breve un secondo villaggio in abbandono, denominato Capputina (o Cappudine), dalle caratteristiche simili al primo. Un edificio mostra il rifacimento del tetto e quindi un recente tentativo di riuso. Ma la generalità delle case mostra i segni dell’abbandono e del progressivo disfacimento, a partire dalla caduta del tetto.

Capputina

Si può ipotizzare che i villaggi siano stati abitati fino all’inizio del secolo scorso e che, successivamente, almeno fino agli anni Cinquanta, siano stati utilizzati solo come stalle e ricovero degli animali portati al pascolo d’altura. Se si percorrono i terreni sovrastanti si può osservare il mosaico delle particelle di terreno coltivato e degli stazzi recintati da muretti di pietre a secco.

I luoghi della visita

(Escursione effettuata il 23 giugno 2018)

Malborghetto sulla Via Flaminia. Il sogno dell’imperatore

I Romani alzarono sulla Via Flaminia un arco trionfale per celebrare la vittoria di Costantino su Massenzio. L’esercito romano si era accampato al tredicesimo miglio della consolare Flaminia quando nella notte l’imperatore ebbe il sogno miracoloso che determinò la sua vittoria. Lattanzio racconta che Costantino “durante il sonno viene avvertito di far segnare sugli scudi il celeste segno di Dio e di dar battaglia”.

La visione della Croce (Raffaello, Musei Vaticani)

La visione di Costantino con il famoso segno nel cielo “in hoc signo vinces” ha colpito l’immaginazione degli artisti. Raffaello e Piero della Francesca, per limitarsi a due soli nomi,  l’hanno immortalata nei loro dipinti. Ma alcuni studiosi curiosi non si sono accontentati dei sogni e hanno voluto ricostruire storicamente il cielo stellato della notte di Costantino con un normale programma di simulazione astronomica.

La costellazione del Cigno

Posizionandosi sulle coordinate corrispondenti a quelle di Malborghetto, alla data del 27 ottobre del 312 dopo Cristo (giorno precedente la battaglia di Ponte Milvio), in direzione ovest, all’altezza dell’attuale Sacrofano, alta sopra l’orizzonte celeste, apparve un’inconfondibile croce: si trattava della costellazione del Cigno.

Il basolato della Via Flaminia romana

Il monumento commemorativo romano – un arco quadrifonte – fu eretto agli inizi del quarto secolo all’incrocio tra la via consolare Flaminia e un percorso che collegava Veio a uno scalo fluviale sul Tevere. Quest’ultimo percorso è ancora riconoscibile con l’odierna strada per Sacrofano a ovest e con il sentiero che scende a est al Fosso del Drago, alla Via Tiberina e al fiume, dov’erano alcune cave di pietra.

Il cristogramma della cappella interna

Archiviati i fasti imperiali, durante il Medioevo l’arco trionfale fu murato all’esterno e trasformato in un casale fortificato a presidio di un borgo, in seguito detto Borghetto, Borghettaccio e Malborghetto. In una decadenza sempre più malinconica, nel corso del Seicento, il Casale divenne un’osteria di strada e, nel 1713, una stazione di posta. Infine, alterato e manomesso, fu adattato a semplice abitazione rurale. Dopo un lungo periodo di abbandono, venne però finalmente la rinascita. Acquisito dallo Stato nel 1982, è stato oggetto di lavori di consolidamento, restauro e sistemazione.

Malborghetto

Oggi è tornato visitabile dal pubblico. S’impone con la sua vistosa presenza al km 19,400 della Via Flaminia, circondato da un parco verde.  È anche sede di un piccolo museo che conserva vasi romani provenienti dalle fornaci presso La Celsa, ceramiche scoperte in un ambiente sotterraneo del casale, due statue acefale togate ritrovate a Grottarossa e un’ara funeraria da Tor di Quinto.

Il parco di Malborghetto

(Ho visitato Malborghetto il 23 marzo 2018)