Tuscia rupestre. I sentieri di Blera

Un’isola di tufo circondata da un mare di verde. Così è Blera, borgo della Tuscia rupestre, dove storia, architettura e natura si fondono in modo armonioso. La natura mostra il doppio volto della giungla selvaggia dei fossi e degli ordinati coltivi dei pianori. Le architetture raccontano una storia lunghissima, segnata dalla presenza etrusca, dall’espansione romana lungo la via Clodia, dagli evangelizzatori cristiani, dal passaggio di Goti, Bizantini e Longobardi, dalle signorie delle famiglie nobili medievali, fino alle addizioni urbanistiche dell’età moderna e contemporanea. Ma il fascino di Blera, l’attrattore turistico, è comunque il suo stigma rupestre. La civiltà rupestre si manifesta nelle forme più disparate: le grotte sui declivi delle piagge, le tagliate nel tufo e le vie cave, le tombe etrusche (a dado, a casetta, a camera), i loculi e gli arcosoli incisi nelle pareti, i tumuli circolari, le nicchiette delle colombaie, fino alle edicolette votive delle ‘madonnelle scacciadiavoli’. Blera merita una visita prolungata. I turisti e gli escursionisti saranno agevolati dalle mappe e dalle descrizioni dei Sentieri per Blera.

I sentieri di Blera

Sulla Via Clodia

La Via Clodia in trincea all’altezza del Petrolo

L’antica Via Clodia è ancora ben visibile e percorribile. È l’asse stradale dal quale si dipartono i diversi percorsi per le necropoli e i dintorni. Entra a Blera da sud scavalcando il torrente Biedano con un ponte a tre archi (il Ponte del Diavolo) e ne esce a nord con un secondo ponte sul Fosso Ricanale (o Rio Canale). Si poteva scegliere il percorso urbano che traversava interamente il centro abitato oppure seguire la più rapida ‘tangenziale’ tra l’abitato e il fosso del Biedano.

La Via Clodia al Ponte della Rocca

La via risale al terzo secolo avanti Cristo e fu costruita dopo la conquista romana da un magistrato della gens Claudia. Lasciava la Cassia all’altezza della Storta e si dirigeva verso il lago di Bracciano, toccando poi Manziana, Oriolo, Veiano e Barbarano. Dopo Blera, proseguiva per Grotta Porcina, Norchia e Tuscania. Da qui per terra incognita si dirigeva a Saturnia e piegava verso l’Aurelia che raggiungeva a Cosa, nei pressi di Orbetello.

La Via Clodia nel territorio di Blera

Gli orti e le rovine del Petrolo

Pannello informativo

Il Petrolo è il cuneo di tufo che prolunga a nord l’abitato di Blera e che s’insinua alto tra i due fossi del Biedano e del Ricanale (o Rio Canale) fino alla loro confluenza. Fu abitato già in antico ma fu distrutto dai Longobardi di re Desiderio nel 772. Gli abitanti decisero allora di non ricostruire gli edifici distrutti e di utilizzarli come riserva di pietre da costruzione (da cui il nome Petrolo). I conci squadrati delle rovine del Petrolo servirono a edificare le case del nuovo borgo medievale.

Tomba ad arcosolio sul Petrolo

Oggi una tranquilla sterrata che inizia alla Porta Marina lo percorre interamente, affacciandosi su orti, vigneti e oliveti. Le vecchie pietre, i muri a secco, l’antico acquedotto, le tombe rupestri ci fanno compagnia fino al belvedere, il balcone panoramico che si affaccia sulla valle del Biedano. Un sentierino nel bosco scende sulla via Clodia, all’altezza della tagliata nel tufo che precede il ponte della Rocca.

La tagliata della via Clodia alla base del Petrolo

La necropoli di Pian del Vescovo

La necropoli di Pian del Vescovo

Dopo il Ponte della Rocca ecco il suggestivo colpo d’occhio sulla necropoli di Pian del Vescovo. Una città dei morti, quasi un quartiere urbano, che si arrampica sulla rupe. In basso le tombe a dado, con le porte aperte sulle camere sepolcrali, sui letti di deposizione e sui soffitti a spiovente con la finta trave centrale, riproducono le architetture domestiche.

Una tomba a dado

Percorrendo i corridoi e salendo le gradinate che portavano alle terrazze dove si celebrava il ‘refrigerio’, si trovano le tombe a camera rasate e le tombe a fossa. Più in alto sono i tumuli e gli ‘occhi’ delle nicchie di sepoltura in parete.

L’interno della tomba a dado

Il Pian Gagliardo

La via tagliata nel tufo

Una passeggiata ad anello vale a farci un’idea del tipico paesaggio vulcanico della Tuscia rupestre, dove ampi pianori coltivati si alternano alle incisioni dei fossi rivestiti di vegetazione selvaggia e di tesori archeologici. Dal Ponte della Rocca, lasciandosi alle spalle i fossi e la necropoli sulla sinistra, si risale la Via Clodia in direzione nord. Si percorre in salita la bella tagliata nel tufo, affiancata da tombe e da un’edicoletta votiva.

Il Pian Gagliardo

Raggiunta la sommità, si svolta a sinistra sulla strada bianca che attraversa il Pian del Vescovo e il Pian Gagliardo. Su terreno aperto si alternano coltivi, boschetti, piccoli allevamenti e aziende agricole. Più avanti una nuova sterrata sulla sinistra riscende verso il Biedano e ne percorre la riva destra tornando al Ponte della Rocca.

Le cavità rupestri medievali e moderne

Abitazione rupestre

Il tufo è una roccia tenera che può essere facilmente incisa anche con attrezzi di scavo non particolarmente sofisticati. L’uso delle grotte non si è storicamente fermato agli ipogei etruschi e romani, ma è proseguito nei secoli fino ai tempi moderni. L’architettura ‘costruita’ di Blera è stata sempre affiancata dall’architettura ‘per sottrazione’. Le abitazione in paese avevano le loro appendici nelle cavità scavate lungo i pendii delle Piagge. Cessati gli usi funerari, le tombe etrusche sono state rimodellate e utilizzate per nuove finalità. Altre cavità sono state scavate ex-novo. I vani interni sono stati chiusi e protetti da porte di legno, cancelli di metallo, tettoie e grondaie.

Riparo per animali

Tutte sono state variamente utilizzate come depositi per gli attrezzi agricoli, cantine per la conservazione del vino e dell’olio, piccoli laboratori artigiani, magazzini domestici, stalle per gli animali domestici, colombaie e pollai per animali di piccola taglia. In qualche caso le grotte più grandi, quelle a due vani con pilastri interni, sono state utilizzate anche come abitazioni temporanee.

Laboratorio alle Piagge

La valle del Biedano

Il Ponte del Diavolo

Una passeggiata di grande interesse ci porta a visitare un nucleo di siti rupestri situati sui declivi al di là del torrente Biedano. Si scende lungo la Via Clodia sotto il moderno viadotto stradale e si scavalca il fosso sul caratteristico ponte del Diavolo, a schiena d’asino su tre arcate. Risalendo il pendio si raggiungono la fontana e la grotta di San Senzia, abitata nel quinto secolo da un santo eremita.

La grotta e la fonte di San Senzia

Proseguendo verso il moderno ponte in cemento armato e utilizzando un breve tratto di strada provinciale ci s’innesta a destra in una suggestiva strada etrusca tagliata nel tufo detta Cava Buia.

La Cava Buia

Nella sua parte bassa si osserva la necropoli della Lega, con i suoi cunicoli, le tombe a camera di età arcaica e una tomba a tumulo. Allo sbocco della via cava, un sentiero segnalato raggiunge un monumentale colombario, non facilmente accessibile. Nei pressi dell’area di sosta della Fontanella si conservano resti di età medioevale: la chiesetta, il ponte e la Torretta che domina il quadrivio.

Il Colombario

Attraversato il ponte, per i ripidi tornanti delle Piagge di Sopra, si risale a Blera. La passeggiata può essere prolungata sia a monte che a valle del Biedano. Nel primo caso si percorre la lunga gola del fiume che collega Blera a Barbarano e al parco Marturanum. Nel secondo caso si raggiungono la chiesa campestre della Madonna della Selva e il piano di Santa Barbara.

Le necropoli orientali

La tomba a dado della necropoli della Casetta

Le rupi che sovrastano il torrente Ricanale a oriente di Blera ospitano altre necropoli note con i nomi di Terrone, Grotta Penta e Casetta. Esse sono meta di una passeggiata che dal centro di Brera scende ripidamente su una stradina cementata fino al depuratore comunale e prosegue verso i costoni e i pianori prospicienti, disseminati di tombe etrusche rupestri e di tumuli circolari e a fossa. Limitandosi al percorso principale lungo il torrente, si visitano le tombe a dado e il grande tumulo circolare della parte bassa del Terrone.

Il mausoleo romano

Il fascino della zona invita a risalire il tortuoso sentiero che porta alla sommità del colle del Terrone. Qui si va alla scoperta di un nuovo tumulo circolare, di un colombario, della parte alta della necropoli con una serie di tombe allineate in parete e, più avanti, di un mausoleo di epoca romana. Conviene comunque concludere la visita con il complesso di Grotta Penta dove sono una magnifica tomba a dado con gradinata laterale e due tombe dipinte.

L’interno della Grotta Pinta

(Percorsi effettuati nel novembre 2017)

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Da Castel Gandolfo a Nemi, sulla Francigena del sud

Sulla Via Francigena del sud i pellegrini lasciavano Roma e scendevano verso i porti pugliesi per imbarcarsi alla volta della Terrasanta. Oggi è possibile calcare le orme dei ‘palmieri’ medievali incamminandosi su un percorso ‘ufficiale’ della Francigena del sud che non ignora comunque le numerose varianti e le possibili vie alternative. La prima tappa – bellissima! – percorre la via Appia antica e raggiunge i Colli Albani. La seconda tappa traversa i Castelli Romani di Castel Gandolfo, Albano, Nemi e scende nella piana pontina a Velletri.

La segnaletica sulla Francigena

Come la prima, anche questa seconda tappa è molto appagante per il camminatore. Lo è perché si propone come uno stimolante cocktail tra i monumenti degli storici centri cresciuti intorno ai Castelli delle grandi famiglie nobiliari romane, le celebrate vedute sui due laghi vulcanici di Albano e Nemi e un fresco percorso sottobosco nella natura del Parco regionale. La tappa può essere percorsa anche in modo isolato e autonomo rispetto al trekking francigeno. La fitta rete dei trasporti stradali e ferroviari agevola gli spostamenti logistici.

Castel Gandolfo

La Villa papale

Il nostro percorso ha inizio a Piazza della Libertà, al centro di Castel Gandolfo, sotto la Loggia delle benedizioni della Villa Papale. Il Palazzo pontificio fu costruito da Carlo Maderno nel 1629 sulle rovine del castello dei Savelli e, insieme alla Villa Cybo e alla Villa Barberini, costituisce il complesso extraterritoriale di proprietà della Santa Sede tradizionalmente utilizzato come residenza estiva dai Papi. Attrazioni del complesso sono anche l’osservatorio astronomico della Specola vaticana e il Parco delle ville pontificie che si estende sui resti archeologici della villa imperiale di Domiziano. Il Museo pontificio e il Giardino Barberini sono stati di recente aperti al pubblico e sono dunque visitabili.

Il Lago Albano

Castel Gandolfo e il lago Albano

Usciamo da Castel Gandolfo lungo la Via Pio XI e la percorriamo per circa due km. Per compensare il fastidio del traffico conviene affacciarsi, quando possibile, sullo spettacolo del lago Albano, di cui percorriamo l’orlo del cratere occidentale. Il lago occupa il fondo di uno dei vulcani laziali ed è contornato dal cratere boscoso che sul lato meridionale scende a picco sulle acque. L’occhio spazia sulle ville del bordo orientale, sul convento di Palazzolo, sulla riva settentrionale e sulle sue attrazioni turistiche e sportive.

Il Convento dei Cappuccini di Albano

La grotta del Convento dei Cappuccini

Giunti a un incrocio di strade, visitiamo il complesso dei Cappuccini di Albano. Un’ampia scalinata, immersa tra grandi querce, conduce alla Chiesa e al Convento, di epoca seicentesca. La semplicità dell’architettura conventuale francescana si salda a un’invidiabile posizione panoramica percepibile dal grande cortile affacciato sul lago. Un vialetto conduce a una cavità nella roccia vulcanica dove è stata allestita una suggestiva area per le celebrazioni all’aperto.

L’antico acquedotto

Il cunicolo dell’acquedotto imperiale

Di fronte al Convento dei Cappuccini il percorso francigeno abbandona l’asfalto e imbocca l’ampio e comodo itinerario ‘di mezzo’ del lago Albano, segnalato dalle bandierine bianco-rosse del sentiero 511 del Parco. Lungo il viottolo accostiamo in più punti i resti dell’acquedotto ‘delle Cento Bocche’, così chiamato perché raccoglieva acqua da numerose sorgenti sparse nella località di Palazzolo e la convogliava verso la villa imperiale di Domiziano a Castel Gandolfo. Quelli che vediamo sono tratti in disuso di un acquedotto più recente che seguiva comunque la traccia di quello antico. Ne osserviamo il cunicolo all’aperto e il traforo sotto roccia, scavato con i lucernari per l’aria e la rimozione del materiale di scavo.

Il basolato romano

Il basolato della strada romana

Giunti a una biforcazione si lascia il percorso principale, che prosegue verso Palazzolo, e si va destra, salendo di quota fino a raggiungere e superare la cresta del bacino. Si transita nel sottopasso della strada statale e si entra in un bosco di castagno frequentatissimo in autunno. Il sentiero affianca qui la trafficata Via dei laghi. Un’emozione del percorso è calpestare per alcune decine di metri un tratto di strada romana, lastricata con basoli di roccia vulcanica. Siamo su un antico percorso, prossimo alla Via Sacra che saliva dall’Appia al Mons Albanus (l’attuale Monte Cavo), verso il santuario di Giove Laziale.

La Fonte Tempesta

Fonte Tempesta

Raggiungiamo un incrocio di sentieri nella località di Fontan Tempesta, dove sono alcune grotte-galleria e le vasche del fontanile. Siamo di fronte a un sistema idraulico ormai in disuso. Le gallerie si presentano ad asse orizzontale, con varie ramificazioni che inseguono e captano le vene dell’acqua; riunite poi in un unico collettore si incanalano nel Vallone Tempesta e convogliano l’acqua verso l’acquedotto comunale di Genzano.

Nemi e il suo lago

Il cratere del lago di Nemi

Inizia ora la lunga discesa sul sentiero che traversa una fascia di rocce vulcaniche e sbocca sulla strada lastricata di sampietrini a ridosso dell’abitato di Nemi. Un cartello ci ricorda che abbiamo percorso la ‘via detta di Roma’. Si entra in città attraverso l’arco di Palazzo Ruspoli, lungo una passeggiata che offre un ampio panorama sul pittoresco lago vulcanico di Nemi. La visita si sviluppa lungo la strada principale di Nemi, dove si concentrano le architetture civili, le chiese e le botteghe con i loro irresistibili prodotti tipici. Scendendo verso il lago si visitano le aree archeologiche dell’emissario, del tempio di Diana Nemorense e del Museo delle navi romane.

La mappa del sentiero 511

(Percorso effettuato il 15 ottobre 2017)

Parco di Veio. L’insediamento medievale rupestre di Belmonte

Castelnuovo di Porto è uno dei tranquilli paesi a nord di Roma, cresciuti lungo la Via Flaminia. Le case del vecchio centro sul colle, i nuovi insediamenti nei dintorni, la linea ferroviaria e il vicino casello autostradale sono una risorsa appezzata dagli amanti della tranquillità e dai pendolari che fanno la spola con i luoghi di lavoro a Roma. Anche i camminatori e gli appassionati di storia vi trovano spunto per una passeggiata nel borgo medievale, o lungo i sentieri nei boschi del parco di Veio o per una escursione appena più impegnativa sul vicino colle di Belmonte, in cerca delle reliquie d’un inaspettato insediamento rupestre di epoca medievale.

La chiesa della Madonna delle Virtù

La piazza principale di Castelnuovo è presidiata come d’abitudine dai monumenti che sono i simboli del potere civile e religioso: da un lato il quattrocentesco Palazzo Ducale con le sue torri; di fronte la settecentesca Collegiata dedicata a Maria Assunta. Lungo la discesa si ammira l’elegante chiesetta seicentesca della Madonna delle Virtù, con il suo caratteristico portichetto esterno e il campanile a vela.

La stazione di posta

Scesi sulla Via Flaminia è d’obbligo una sosta all’antica stazione di posta, dirimpettaia della stazione ferroviaria. Se ne possono ancora osservare il passaggio coperto riservato alle carrozze, il sedile riservato ai passeggeri in attesa e la lapide sulla facciata dell’albergo che ricorda i lavori di ripristino della strada, fatti eseguire nel 1580 da Clarice Colonna Anguillara.

La lapide sull’Albergo di Posta

Ci spostiamo in auto lungo la Flaminia in direzione di Roma fino al km 27,7 e imbocchiamo sulla destra la Via di Pian Braccone, seguendo la segnaletica del lago di pesca sportiva; valicato il piccolo ponte sulla ferrovia, si svolta a destra e si scende a tornanti sulla strada che raggiunge l’area attrezzata di Monte Mariello e, poco oltre, il laghetto turistico. Qui si parcheggia. In tutto sono circa tre km dalla stazione di Castelnuovo.

La Grotta Pagana

Ci troviamo alla base del colle di Belmonte che si allunga a occidente, alto su un ripido fianco difeso da vegetazione impraticabile. A destra è una vecchia cava sulla quale occhieggia la Grotta Pagana, utilizzata come ricovero per gli ovini. Seguiamo a piedi la strada asfaltata in leggera salita che si dirige a nord, seguendo il corso del fosso. All’altezza di un pannello informativo dedicato ai rettili del Parco, un varco nella recinzione di legno ci invita a seguire il sentiero – segnato con bandierine bianco-rosse – che si dirige a sinistra. Varcato il fosso su un ponte di pietra privo di protezioni, il sentiero risale il bosco in diagonale, raggiunge la sella di Belmonte, incisa da una tagliata nel tufo, e prosegue in campo aperto sull’altopiano. Lasciato il sentiero segnato, prima o dopo la tagliata, si sale sulla cresta di Belmonte e la si segue fedelmente in direzione sud.

La tagliata di Belmonte

Dopo il primo tratto non agevole, percorso in una trincea rocciosa, la cresta diventa più aperta. Si incontrano in successione delle ‘tagliate’ nella roccia che mettono in comunicazione i due versanti, eredità forse di un abitato arcaico di ascendenza veiente. L’intrico della vegetazione non agevola l’esplorazione dei fianchi tufacei e si resta così nel campo delle supposizioni.

Passaggio in trincea

Più avanti si raggiunge l’area delle grotte. Si distribuiscono a schiera sui due versanti immediatamente a ridosso della cresta che qui si fa più ampia.

Il percorso di cresta

Le cavità hanno forme diverse. Sono numerose quelle con due vani separati da una parete interna. In altri casi l’elemento separatore è solo un pilastro centrale che sostiene la volta. Alcune grotte hanno ingressi distinti ma sono comunicanti all’interno grazie a pertugi o passaggi più ampi. Curioso è il caso della grotta in cui le radici dell’albero soprastante hanno forato il tetto, percorso in verticale la cavità e trovato fondamento nel pavimento. Lo spessore limitato della copertura di tufo ha causato numerosi crolli che ostacolano l’esplorazione degli interni. Difficile dire se si tratti di un’antica necropoli rupestre, come qualche indizio farebbe pensare. Molto più semplice è ipotizzare un loro utilizzo a servizio dell’abitato medievale, come stalle, cantine e magazzini.

Grotta con ingresso a dromos

Dopo le vie cave e le grotte, un terzo elemento interessante e originale è costituito dai fori circolari d’incasso nel terreno e sulle rocce laterali che sembrerebbero rinviare a palafitte fondative di abitazioni scomparse.

Le mura e la torre

Giunti al limite meridionale del colle, troviamo le suggestive rovine del borgo medievale, difese da tre larghi fossati. Alcuni brandelli delle mura castellane a protezione del borgo anticipano una torre duecentesca che svetta sul poggio più alto del pianoro. Il luogo è reso anche più piacevole dal panorama sulle terre di Veio. La prosecuzione verso il terrazzo che reggeva forse la chiesa e verso la confluenza dei fossi in basso prevederebbe una ripida discesa tra le rocce non molto attraente e resa comunque complicata dalla fitta vegetazione.

L’interno di una grotta a più vani

Più semplice è tornare indietro sulla strada percorsa all’andata. Il tempo di percorrenza complessivo è di circa due ore e mezzo. Gli appassionati potranno continuare l’esplorazione dei fossi alla ricerca degli antichi cunicoli scavati nella roccia, progenitori degli acquedotti, e di alcuni mulini alimentati ad acqua (cui si può accedere grazie a un sentiero che si dirama dall’area attrezzata di Monte Mariello). Si può anche prolungare la passeggiata sulla strada asfaltata, raggiungendo in un’ora la larga vetta del Monte Calvio, ottimo belvedere.

Grotta con interno parzialmente crollato

(Escursione effettuata il 22 maggio 2017)

Tagliata nel tufo

Visita la sezione del sito dedicata alla civiltà rupestre.

Tuscia. Il villaggio rupestre di San Lorenzo a Vignanello

Il sito delle grotte di San Lorenzo non è tra i più celebrati della Tuscia. Anzi, per la verità, è praticamente sconosciuto. Ignoto persino agli arboricoltori del luogo che curano con passione e impegno i noccioleti e gli oliveti dei dintorni. Tuttavia i ricercatori che lo hanno studiato definiscono questo villaggio rupestre come una “laura”, ovvero un piccolo insediamento monastico organizzato sul lavoro agricolo, una realtà autosufficiente, con disponibilità di acqua, prossima alle vie di comunicazione e tuttavia mimetizzata sulla parete di una valletta. Un nucleo abitato che comprende la necropoli, i depositi di derrate, gli ambienti residenziali domestici, la cappella, le stalle e gli ambienti rustici per il lavoro dei prodotti dei campi. Se aggiungete la presenza di affreschi, trovate più di un motivo per organizzare un’interessante passeggiata di archeologia medievale.

Passaggio in grotta

Il punto di partenza della visita è l’incrocio al km 5,7 della strada provinciale n. 26 “Vignanellese” che collega Fabrica di Roma e Vignanello, a pochi metri dall’ingresso di una centrale elettrica. A piedi, o anche in auto, si lascia la provinciale e si segue la stradina in direzione ovest (destra, per chi proviene da Vignanello; sinistra, per chi proviene da Fabrica). Dopo 450 metri si tocca una casa diroccata con un oculo in alto; si prosegue sulla sterrata per altri 150 metri, lungo il bordo del Fosso Fontana la Goccia, giungendo in vista di una casa rurale bianca con le porte verdi. Pochi metri prima di questa, un sentierino scende brevemente a sinistra, lungo la scarpata del fosso, e raggiunge un terrazzino erboso.

Le grotte di San Lorenzo

Siamo sulla parete settentrionale del fosso, esposta a meridione. La quota è di 362 metri. Qui troviamo la prima serie di grotte, scavate nella parete di tufo. Le grotte denunciano un utilizzo ancora recente e sono spesso ingombre di materiale. Una ha una mangiatoia scavata nel vano laterale.

Grotta con l’ingresso parzialmente tamponato

Una seconda, con l’ingresso tamponato da blocchetti di tufo, conserva ancora la porta di legno e ospita un piccolo forno in parete. Nell’intervallo tra due grotte troviamo una vasca scavata nella parete, utilizzata come lavatoio o abbeveratoio.

Vasca scavata nel tufo

Possiamo ipotizzare che questo primo nucleo di grotte costituisse una piccola fattoria rupestre a servizio dell’agricoltura e dell’allevamento di animali.

Il sentiero di collegamento

Un sentiero, recentemente sistemato e provvidenzialmente assicurato con una corda fissa, scende lungo la ripida scarpata sottostante e consente di entrare con l’aiuto di alcuni gradini in un lungo sotterraneo: un corridoio collega una successione di vani, divisi da sottili pareti di tufo, ciascuno dotato di un’ampia finestra o una porta aperta sul fosso.

L’ingresso gradinato

Il vano d’ingresso è collegato da una scala a un locale sotterraneo. Il vano successivo ha nel fondo due crogioli con una canaletta di spurgo sul pavimento. I locali che seguono mostrano i segni di geometrici recinti interni dello stabulario e un sistema di canalette di drenaggio dei liquami.

Le stalle

Abbondano le attaccaglie sui muri separatori, i fori predisposti per ospitare i pali orizzontali e i recinti divisori interni, le mangiatoie, le piccole nicchie sulle colonne di sostegno della volta e sui muri divisori. Si può ipotizzare che questo lungo sotterraneo fosse adibito a stalla e che fosse dotato di un deposito di fieno e biade e di un laboratorio artigiano.

La piazzetta

Il sentiero in discesa sfocia ora su una piazzetta sulla quale si aprono ad arco quattro cavità di diversa profondità. Un convicinio o un claustro rupestre, con locali residenziali, uno spazio comune e i servizi privati (nicchie, armadi a muro, panche, silos, cisterne, alcove). Si può ipotizzare che questo fosse il piccolo cenobio, con le celle disposte intorno al ‘chiostro’.

Volto aureolato

Il locale successivo è il più sorprendente, considerando la natura trogloditica e selvaggia del contesto. Sulle pareti affiorano nella penombra i resti di antichi affreschi. Un bel viso di santo con l’aureola dorata. Maria col bambino benedicente in grembo tra due angeli. E sulla parete di fianco l’intonaco steso sulla roccia con tracce di un altro dipinto. Siamo nel Sacro Speco dell’insediamento rupestre, il luogo della preghiera e della meditazione.

Il forno

Progredendo nella discesa, tra altri ambienti residenziali, troviamo un sito che doveva essere il forno della comunità. Saliti alcuni gradini, si trova infatti un ambiente semicircolare con l’intaglio che ospitava il ripiano per la lavorazione e la cottura, la stufa rupestre con il foro di eliminazione del fumo, la cella circolare foderata di malta.

I loculi del piccolo cimitero

Giunti sul fondo del fosso, a quota 332 metri, troviamo il piccolo cimitero rupestre, con una decina di loculi scavati orizzontalmente nel banco. Altre grotte, probabilmente ampliate e regolarizzate in tempi più recenti, sono utilizzate come deposito e ripostiglio. Accanto al rio che scorreva sul fondo, si trovano altri percorsi sterrati che risalgono longitudinalmente la valletta.

Il Fosso Fontana La Goccia e l’ambiente dell’escursione

(L’escursione è stata effettuata il 7 aprile 2017)

Via Appia. San Paolo alle Tre Taverne e al Foro Appio

San Paolo si era imbarcato a Cesarea per uno sfortunato viaggio in mare funestato da un naufragio sulle coste di Malta. Era detenuto in attesa di giudizio. Un centurione lo conduceva al tribunale dell’imperatore a Roma dove lo attendeva il processo per l’accusa di aver provocato gravi disordini a Gerusalemme. Con una seconda nave erano poi ripartiti da Malta, avevano sostato a Siracusa e Reggio ed erano sbarcati nel porto di Pozzuoli. Dopo una settimana di sosta si erano rimessi in viaggio, questa volta via terra. Avevano percorso la Via Campana fino a Capua e lì avevano imboccato la Via Appia. La comunità cristiana di Roma aveva saputo in anticipo dell’arrivo di Paolo e gli aveva mandato incontro una delegazione che lo accogliesse, gli desse il benvenuto e gli testimoniasse l’affetto che il grande apostolo meritava, anche se egli giungeva incatenato e scortato dai soldati. I christifideles romani si spinsero fino a cinquanta chilometri dalla città, alla stazione della Via Appia chiamata Tres Tabernae. Qualcuno arrivò anche più lontano, al Forum Appii. San Paolo ne fu commosso e confortato e si persuase che il messaggio cristiano aveva ormai in Roma radici profonde. Il suo amico Luca racconta l’arrivo di Paolo in Italia nel libro degli Atti degli Apostoli: Approdammo a Siracusa, dove rimanemmo tre giorni. Salpati di qui, giungemmo a Reggio. Il giorno seguente si levò lo scirocco e così l’indomani arrivammo a Pozzuoli. Qui trovammo alcuni fratelli, i quali ci invitarono a restare con loro una settimana. Quindi arrivammo a Roma. I fratelli di là, avendo avuto notizie di noi, ci vennero incontro fino al Foro di Appio e alle Tre Taverne. Paolo, al vederli, rese grazie a Dio e prese coraggio (Atti 28, 12-15).

La Via Appia

Se volessimo ripercorrere i passi di San Paolo e rivedere i luoghi dei suoi due incontri con i cristiani di Roma, cosa troveremmo oggi, trascorsi due millenni di storia?

Il diverticolo dell’Appia a Tre Taverne

Sorprendentemente la Via Appia è ancora al suo posto, perfettamente sovrapposta al tracciato dell’antica regina viarum. Certo, oggi l’asfalto sostituisce i basoli romani e due file di pini marittimi segnano a perdita d’occhio i margini della strada. Ma la “fettuccia” tra Cisterna e Terracina segue ancora il percorso perfettamente lineare che era stato progettato da Appio Claudio trecento anni prima della nascita di Cristo. Non solo. Il canale che raccoglie le acque della bonifica e costeggia fedelmente l’Appia odierna è ancora il canale Decennovium che i Romani avevano scavato per evitare l’impaludamento della strada e che correva parallelo all’Appia per una lunghezza di diciannove miglia, da Forum Appii a Terracina.

Intorno all’Appia, invece, è successo di tutto. Dopo il tramonto di Roma le acque si erano impadronite della pianura e si erano impaludate. La malaria rendeva la vita impossibile per molti periodi dell’anno. Successive bonifiche avevano restituito la terra a un’agricoltura redditizia. I borghi di fondazione sorti dopo la bonifica di Mussolini si erano popolati di coloni veneti. Un brandello del paesaggio delle paludi pontine è oggi protetto dal parco nazionale del Circeo. La ferrovia e nuove strade solcano la piana pontina. Sarà possibile ritrovare le reliquie paoline di duemila anni fa? C’è ancora traccia delle Tres Tabernae e del Forum Appii?

Le Tre Taverne

L’antica stazione di sosta di Tres Tabernae sulla via Appia sta progressivamente riemergendo dall’oblio che l’aveva avvolta, grazie a uno scavo archeologico in corso. Si trova, com’è logico, sul bordo dell’attuale strada statale, che qui semplicemente si sovrappone al vecchio basolato della regina viarum. Lo scavo, segnalato da un pannello, è localizzato all’altezza del km 58,1 dell’Appia, alla periferia sud di Cisterna di Latina, di fronte a una casa cantoniera. Se il cancello è chiuso, l’area resta comunque visibile percorrendone il recinto esterno.

L’area archeologica delle Tre Taverne

I romani vi avevano realizzato tutto quello di cui avevano ragionevolmente bisogno le persone affaticate e stanche per il viaggio: un confortevole luogo di sosta, i bagni, un ristoro, la stazione di cambio dei cavalli, il posteggio, un albergo per la notte. Mutatis mutandis, la mansio romana somigliava molto alle stazioni di servizio che oggi troviamo sulle nostre autostrade. Ed ecco, disseppellite dagli archeologi della Soprintendenza, le memorie delle Tre Taverne: una derivazione della strada, in basoli di calcare, fornita di marciapiede e di slargo utile per la manovra dei carri; un piccolo impianto termale; un pozzo e una cisterna per l’acqua; i locali di servizio.

L’impianto termale

L’originalità della scoperta è però il quartiere residenziale che si affiancò nel tempo alla statio. Lungo un corridoio si aprono alcuni ambienti residenziali dotati di raffinati pavimenti a mosaico, con motivi geometrici e vegetali. Nelle vicinanze spicca un grande edificio di prestigio della tarda età antonina (circa 180 dopo Cristo) con una sontuosa sala per i banchetti. Possiamo immaginare che San Paolo vi abbia trovato la gioia dell’amicizia dei suoi fratelli nella fede giunti da Roma ad accoglierlo, ma anche il conforto di una comoda sosta.

Un pavimento a mosaico

 

Il Foro Appio e il Borgo Fàiti

Su Forum Appii il tempo ha steso un velo di terra e di oblio. Ma l’antico villaggio dà talvolta qualche segnale della sua vita remota e si diverte a rilasciare indizi della sua storia. Dal sottosuolo fanno capolino frammenti di ceramica, ex-voto, tegole, coppi, mattoni, cocci d’anfora. E così il gradiometro e le prospezioni geofisiche degli archeologi hanno recentemente individuato nel sottosuolo la presenza di magazzini, di un porto fluviale, di una stazione di sosta, di un santuario, di un panificio, di laboratori per la produzione artigianale di ceramiche e metalli.

Le ricerche archeologiche a Foro Appio

Grazie a queste informazioni si può ragionevolmente affermare che l’insediamento sia stato fondato alla fine del quarto o all’inizio del terzo secolo avanti Cristo, contemporaneamente alla costruzione della Via Appia; è stato abitato fino alla fine del quinto o l’inizio del sesto secolo dopo Cristo e poi abbandonato a causa dell’impaludamento medievale. Forum Appii era così una delle varie stazioni di sosta (stationes) lungo il percorso dell’Appia, come Tres Tabernae (nei pressi di Cisterna di Latina), Tripontium (odierno Tor Tre Ponti), Ad Medias (attuale Mesa di Pontinia). Orazio vi aveva fatto tappa nel suo viaggio in compagnia del poeta greco Eliodoro e aveva notato – nella sua Satira quinta – come Forum Appii fosse brulicante di barcaioli e di osti malandrini (inde Forum Appi differtum nautis cauponibus atque malignis).

La lapide in memoria di San Paolo

In attesa che gli archeologi riscoprano quel che resta del Forum Appii, la memoria della sosta di San Paolo è oggi affidata al Borgo Fàiti, sorto a ridosso dei resti del villaggio romano. Il piccolo borgo rurale fu costruito dall’Opera Nazionale Combattenti durante l’appoderamento delle paludi pontine bonificate e fu inaugurato nel 1933. Vi s’insediarono coloni di provenienza veneta, friulana e ferrarese, ai quali vennero assegnati i poderi bonificati, dapprima coltivati in regime di “dipendenza” dall’Onc, e successivamente riscattati in proprietà dagli stessi coloni assegnatari. Siamo al km 72 dell’Appia, alla confluenza del fiume Cavata e all’incrocio con la statale dei Monti Lepini. Al borgo si accede grazie a due ponti sul Canale Linea Pio. Le abitazioni si distribuiscono intorno alla piazza, alla chiesa e alla scuola. Da apprezzare sono il monumento alle vittime del terrorismo, alcuni casali rurali d’interesse storico e una settecentesca stazione di posta (oggi hotel).

La rievocazione in costume

Una lapide sulla facciata della chiesa, collocata nel 1961, ricorda il passaggio dell’apostolo a diciannove secoli esatti dal suo incontro con la comunità cristiana di Roma. La gente del borgo organizza annualmente una rievocazione storico-religiosa dell’incontro tra San Paolo e i fedeli romani con ambientazioni, scenografie, costumi e sapori dei tempi antichi.

San Paolo nella rievocazione di Borgo Faiti

(La ricognizione è stata effettuata il 5 maggio 2017)

Tuscia. L’eremo rupestre di San Leonardo

Una testuggine che copre col suo guscio di tenera roccia un sacro speco intrecciato a più domestiche cavità. Un’aula ecclesiale scoperchiata, aperta a oriente, sulla prua di un promontorio roccioso incuneato tra due fossi. L’eremo rupestre di San Leonardo è il frutto dell’ora et labora di una piccola comunità di abili cavatori di tufo, sapienti interior designers, integratori delle forme economiche elementari, amanti dell’umbratilis vita dei boschi.

Siamo sul cratere del vulcano di Vico, tra i monti Cimini. La vista spazia a occidente sulla caldera vulcanica che ospita le acque del lago di Vico e una delle più belle riserve naturali del Lazio; a oriente il grande spazio della valle del Tevere, con le sue forre, i calanchi e i borghi della Tuscia rupestre. Dai monasteri di valle forse salivano quassù nuclei di monaci desiderosi di vivere periodi di vita solitaria e di ascesi a contatto con la natura del bosco.

L’eremo rupestre di San Leonardo

San Leonardo è nel territorio comunale di Vallerano. Diverse sono le strade rurali che salgono al poggio dal capoluogo, da Carbognano, dal santuario del Crocifisso e dai paesi del cratere. Una passeggiata a piedi può comunque iniziare direttamente dalla strada provinciale n. 1 “Cimina”. All’altezza del km 12,7 una breve deviazione conduce alla località di Poggio San Vito (quota 800) e a un trivio. Qui si parcheggia. A piedi si va in discesa sulla sterrata di destra (sud-est) che transita davanti ad alcune case ed entra nel bosco. Dopo circa un km, la carrareccia termina a T su una seconda sterrata; qui si va a sinistra (nord) in una zona di taglio del bosco. Cinquecento metri più avanti troviamo sulla destra la diramazione ci porta a San Leonardo; la stradina su fondo di cemento percorre in discesa per circa un km la cresta del colle, traversando un ampio castagneto e termina all’eremo. A piedi avremo impiegato circa quaranta minuti con un dislivello in discesa di 200 metri.

L’interno

Il complesso rupestre si articola su tre livelli sovrapposti.

Il livello più alto è all’aperto e consiste nella calotta sommitale tondeggiante che prosegue in modo sfalsato nell’aula della chiesa scavata nella roccia.

La calotta di roccia

La calotta presenta alcune cavità superficiali e delle canaline incise per il drenaggio dell’acqua piovana.

La chiesa

Alcuni gradini intagliati nella pietra scendono all’abside posteriore della chiesa. Accessibile anche dall’ingresso anteriore, la chiesa ha la navata unica protetta da due pareti di roccia e l’abside perfettamente curva, intagliata con cura nel banco roccioso della calotta. Cubi di pietra (forse un’iconostasi) e un gradino separano l’aula ecclesiale dal presbiterio. Nel naos è scavata una tomba rupestre di forma rettangolare che aveva un tempo una pietra di copertura. Una scalinata scende ai locali sottostanti.

L’ingresso

L’ingresso principale alla zona residenziale, che costituisce la parte più cospicua dell’insediamento rupestre, è sul versante meridionale. Due ampie stanze, separate da una parete di tufo risparmiata nello scavo, danno accesso mediante scalini agli altri vani distribuiti a raggiera sotto roccia.

Passaggio esterno

Visto dall’esterno l’insieme è molto pittoresco per il contrasto di colori tra la roccia e il bosco e per la presenza di ampi finestroni. Percorrendone l’interno si resta colpiti dalla qualità dello scavo: l’arco a tutto sesto, la cisterna circolare, il lucernario, le nicchie sulle pareti, il piccolo silos, le decorazioni della volta, il forno, la finestra trapezoidale, la cura nel taglio delle pareti, i passaggi gradinati sono i particolari più evidenti.

L’ingresso del vano inferiore

Un terzo livello, il più basso, è accessibile tramite un sentierino. La porta è architravata e si apre su un interno suddiviso in due da una sporgenza squadrata. Si trattava forse della stalla.

Le nicchie scavate all’interno

Sono in corso lavori di scavo a cura della cattedra di Archeologia medievale dell’Università della Tuscia e del gruppo archeologico di Vallerano. Il sito si presenta come un piacevole scrigno rupestre, splendidamente incastonato nel paesaggio. Disturbano soltanto alcune scritte vandaliche e qualche accenno di discarica. Un’elementare prudenza nei movimenti è richiesta per la prossimità delle pareti scoscese della rupe e delle aperture non protette.

Il lato meridionale

Il ritorno può effettuarsi sul percorso dell’andata. In alternativa, risalita la strada cementata, si può seguire la strada di destra, tenendosi a sinistra ai bivi e chiudendo così l’anello al Poggio di San Vito. In questo caso, la relativa maggiore lunghezza del percorso fa prevede circa un’ora di cammino.

Il livello superiore

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(Escursione effettuata il 7 aprile 2017)

Tuscia. Il villaggio rupestre di Santa Cecilia

I fossi sono ambienti repulsivi e talora anche repellenti. E anche quando le acque che scorrono sul fondo non ripugnano all’odorato, la vegetazione che vi cresce indisturbata è talmente intricata, spinosa, aggrovigliata, ostile, da sconsigliare ogni tentativo di progressione. Ci sono però delle eccezioni. Fossi che sorprendono per la loro topografia. E che nascondono inaspettati tesori. Una di queste piacevoli eccezioni è costituita dai fossi che circondano Bomarzo, nella Tuscia viterbese. Le incisioni vallive e i boschi che ne foderano le pareti celano meraviglie archeologiche, abitati rupestri, singolari monumenti scolpiti in epoche remote, vie cave, scalinate, altari, necropoli, templi, piramidi. Ed è allora qui, nei dintorni di Bomarzo, che proponiamo un’escursione, breve e interessante, al villaggio medievale rupestre di Santa Cecilia.

Il panorama della valle del Tevere

Scendiamo nel Fosso Castello (o Fosso del Rio), una valle segnata dalla presenza di un’imponente balaustra di rocce, che spezza il bosco e si affaccia sul fondo. La valle è cosparsa di massi erratici di peperino che si sono staccati dalla parete rocciosa sovrastante e sono franati sul ripido pendio, assumendo forme inconsuete, tali da stimolare la fantasia dei nostri antenati che vi hanno inciso tombe, pulpiti, abitazioni primitive. Bomarzo si raggiunge dall’uscita di Attigliano dell’Autostrada del Sole o dalla superstrada Orte-Viterbo. Il punto di partenza dell’escursione è il campo sportivo raggiunto da una breve diramazione al km 1,5 della provinciale Bomarzese, individuata anche da una torre-serbatoio ben visibile.

Segnale sul sentiero

Dal campo sportivo un cartello “Santa Cecilia” indica il percorso da seguire. In breve si scende a un’ampia radura sull’orlo del bastione roccioso, dov’è un’area picnic. Accanto a una piccola tomba antropomorfa inizia uno stretto sentiero intagliato nella pietra, con i gradini sagomati tra due rocce.

Il sentiero intagliato nella roccia

Questa piccola via cava scende ripidamente cercandosi prima un percorso nella parete rocciosa e poi costeggiando grandi massi, districandosi nella fitta vegetazione e tra gli alberi caduti. Un’opportuna segnaletica del sentiero rassicura sulla direzione da seguire. Dopo una ventina di minuti, quando il pendio rimpiana, si scorgono sparsi nel bosco i ruderi dell’antico villaggio di Santa Cecilia.

La casa-grotta

Un grande masso è stato scavato per ricavarvi una casa-grotta, fornita di due ingressi, di un canaletto di scolo dell’acqua piovana e di un’incisione per la tettoia, a protezione dell’ingresso.

Parete interna di un’abitazione

In un masso sono scavate nicchie, un focolare e fori per l’appoggio di travi di legno. Era forse la parete interna di un’abitazione prolungata all’esterno e coperta con strutture di legno.

L’abside della chiesetta medievale

Su una terrazza a forma di prua di nave sono i resti di una chiesetta del dodicesimo secolo, dedicata probabilmente a Santa Cecilia. Si notano ancora il pilastro che reggeva l’altare, la sagoma dell’abside, parti di mura e le decorazioni.

Una croce greca

Intorno alla chiesa è un cimitero costituito da una decina di sarcofaghi, interi o spezzati. Sui frammenti sono visibili le croci greche scolpite a rilievo.

La necropoli

La necropoli continua con le caratteristiche sepolture in alveoli trapezoidali scavati nella pietra, sagomati sulla figura umana, con o senza il cuscino interno di pietra che sosteneva il capo.

Resti di abitazione

Interessanti sono i resti di un’abitazione complessa, che ha il piano superiore accessibile con una scalinata, il pavimento, alcune pareti scavate nella roccia, il piano d’appoggio della copertura del tetto.

Vasche di spremitura

Si trovano alcune pestarole e vasche sovrapposte e comunicanti, scavate nella pietra, probabilmente utilizzate per la spremitura dell’uva e la lavorazione del mosto.

Il presbiterio della chiesa medievale

Questo villaggio rupestre mostra di essere stato frequentato dall’età etrusca fino al Medioevo. Per la necropoli altomedievale è stato ipotizzato l’intervento delle truppe africane dell’esercito bizantino, schierate a ridosso della linea del fronte con l’esercito longobardo (seconda metà del sesto secolo). Pure evidenti sono i segni del cristianesimo, sia nella chiesa medievale, sovrapposta forse a un edificio sacro preesistente, sia nella dislocazione delle tombe intorno alla chiesa. Per il resto è un ulteriore esempio di borgo rupestre, satellite dei paesi vicini (Bomarzo, Chia), ricco d’acqua, nel quale si svolgevano attività agricole, di produzione del vino e di pascolo degli animali

(La ricognizione è stata effettuata l’11 febbraio 2017)