Malborghetto sulla Via Flaminia. Il sogno dell’imperatore

I Romani alzarono sulla Via Flaminia un arco trionfale per celebrare la vittoria di Costantino su Massenzio. L’esercito romano si era accampato al tredicesimo miglio della consolare Flaminia quando nella notte l’imperatore ebbe il sogno miracoloso che determinò la sua vittoria. Lattanzio racconta che Costantino “durante il sonno viene avvertito di far segnare sugli scudi il celeste segno di Dio e di dar battaglia”.

La visione della Croce (Raffaello, Musei Vaticani)

La visione di Costantino con il famoso segno nel cielo “in hoc signo vinces” ha colpito l’immaginazione degli artisti. Raffaello e Piero della Francesca, per limitarsi a due soli nomi,  l’hanno immortalata nei loro dipinti. Ma alcuni studiosi curiosi non si sono accontentati dei sogni e hanno voluto ricostruire storicamente il cielo stellato della notte di Costantino con un normale programma di simulazione astronomica.

La costellazione del Cigno

Posizionandosi sulle coordinate corrispondenti a quelle di Malborghetto, alla data del 27 ottobre del 312 dopo Cristo (giorno precedente la battaglia di Ponte Milvio), in direzione ovest, all’altezza dell’attuale Sacrofano, alta sopra l’orizzonte celeste, apparve un’inconfondibile croce: si trattava della costellazione del Cigno.

Il basolato della Via Flaminia romana

Il monumento commemorativo romano – un arco quadrifonte – fu eretto agli inizi del quarto secolo all’incrocio tra la via consolare Flaminia e un percorso che collegava Veio a uno scalo fluviale sul Tevere. Quest’ultimo percorso è ancora riconoscibile con l’odierna strada per Sacrofano a ovest e con il sentiero che scende a est al Fosso del Drago, alla Via Tiberina e al fiume, dov’erano alcune cave di pietra.

Il cristogramma della cappella interna

Archiviati i fasti imperiali, durante il Medioevo l’arco trionfale fu murato all’esterno e trasformato in un casale fortificato a presidio di un borgo, in seguito detto Borghetto, Borghettaccio e Malborghetto. In una decadenza sempre più malinconica, nel corso del Seicento, il Casale divenne un’osteria di strada e, nel 1713, una stazione di posta. Infine, alterato e manomesso, fu adattato a semplice abitazione rurale. Dopo un lungo periodo di abbandono, venne però finalmente la rinascita. Acquisito dallo Stato nel 1982, è stato oggetto di lavori di consolidamento, restauro e sistemazione.

Malborghetto

Oggi è tornato visitabile dal pubblico. S’impone con la sua vistosa presenza al km 19,400 della Via Flaminia, circondato da un parco verde.  È anche sede di un piccolo museo che conserva vasi romani provenienti dalle fornaci presso La Celsa, ceramiche scoperte in un ambiente sotterraneo del casale, due statue acefale togate ritrovate a Grottarossa e un’ara funeraria da Tor di Quinto.

Il parco di Malborghetto

(Ho visitato Malborghetto il 23 marzo 2018)

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La rupe di Canino e le grotte di Castellardo.

La passeggiata “rupestre” da Canino alle rovine di Castellardo non deve spaventare. Sono meno di tre chilometri di strada asfaltata pochissimo trafficata. Tre quarti d’ora a piedi. Pochi minuti se si opta per l’auto. Chi arriva a Canino dall’Aurelia e lascia il mare a Montalto di Castro, attraversa l’ampia pianura della Maremma e sale poi verso il tavolato del tufo, dove il paesaggio collinare e vulcanico dell’alta Tuscia è inciso in profondità dai torrenti e alterna coltivazioni e boschi. La densità abitativa è molto bassa, ma nelle pieghe di questo paesaggio solitario si celano le reliquie delle antiche civiltà, i tesori archeologici della preistoria, degli etruschi, dei romani, gli insediamenti medievali. La fitta presenza di caseifici e di frantoi oleari attesta subito le dominanti economiche della zona e il ruolo della pastorizia e degli oliveti. Canino è un paese piacevole per il flâneur, grazie alla regolarità del suo impianto urbanistico, alla varietà di edifici e al suo museo nel chiostro del convento francescano. I monumenti che i caninesi hanno alzato a Papa Paolo III Farnese e a Luciano Bonaparte sintetizzano efficacemente la storia della città.

Finestra rupestre

La prima parte della passeggiata scende lungo la Via d’Ischia sul fondo del Fosso San Moro e segue la base della rupe di Canino e del colle che lo fronteggia. Le fondamenta dei monti di Canino sono rivestite da un’ininterrotta serie di cavità scavate nel tenero tufo. Grotte ampie e articolate all’interno, profonde spelonche buie, più modeste tane, aerei loggiati, una via cava in trincea, compongono il mosaico rupestre di un’appariscente cittadella sotterranea.

Insediamento in grotta

Alcuni siti sono chiaramente abbandonati al degrado, ma numerosi altri sono ancora pienamente attivi e utilizzati in molte forme dagli abitanti. Vi sono stalle per i cavalli, allevamenti di animali da cortile e colombaie nelle grotte d’altura. E poi vere e proprie fattorie con orti e allevamenti. Si osservano anche depositi di materiali, rimessaggio di attrezzi e veicoli agricoli, laboratori artigiani. Molte cavità sono abitabili e dotate di comfort. Reti, cancelli, sbarramenti e saracinesche attestano la continuità d’uso e la difesa delle proprietà.

Colombaia

Imboccata la strada per Pianiano, guidati dalle segnalazioni per Castellardo, si segue il corso del torrente Timone. Ormai riemersi dalla trincea del fosso, il cammino diventa piacevole e lo sguardo si allarga sui campi e i colli dei dintorni. Più avanti troviamo sulla destra la deviazione che su strada sterrata ci porta alla base del colle di Castellardo. Varcato il ponte sul fosso, la sterrata svolta a sinistra e con un tornante si alza verso il profilo delle rovine già evidenti.

Le mura del castello e il villaggio esterno

Castellardo era un villaggio appollaiato sulla sommità naturale del colle. Era difeso da un giro di mura, alzate anche sul ripido versante settentrionale. E aveva all’interno un nucleo fortificato che costituiva la residenza del dominus. Probabilmente il villaggio era cresciuto nel tempo e gli abitanti avevano realizzato abitazioni intorno al castello, scavando la roccia. La storia dell’insediamento s’interrompe bruscamente nel 1459. Una spedizione armata di abitanti di Canino distrugge l’abitato che era forse diventato un rifugio di banditi e di soldati di ventura. Da allora le rovine sono fatalmente andate incontro al disfacimento del tempo e sono state occultate da un mantello di bosco e di rovi. Fino a che, in anni recenti, un gruppo di archeologi ha iniziato un’opera di recupero e salvaguardia per mettere fine a secoli di abbandono.

Il villaggio rupestre

L’operazione di ripulitura e valorizzazione del sito, iniziata dal Gruppo Archeologico Romano nel 1998 e ancora in corso, ha permesso l’accessibilità alle rovine emergenti, la loro sistemazione, la preparazione di sentieri di visita, la cartellonistica e la documentazione grafica. Liberate dal groviglio della vegetazione spontanea, le rovine sono tornate progressivamente alla luce. E con loro, svuotate dall’interramento, sono riapparse le case-grotta e le cisterne. Un lavoro paziente e lungo, ancora da completare, ma che già caratterizza Castellardo come uno degli insediamenti rupestri più singolari della Tuscia. L’intreccio di architettura costruita e di scavi spontanei, le dimensioni ridotte e la bellezza del paesaggio circostante ne fanno un buon attrattore potenziale.

Tratto in frana della cinta muraria

Prima di esplorare l’interno può convenire fare il periplo delle mura per avere un’idea dell’ampiezza dell’insediamento e per comprenderne la struttura. Il percorso non è sempre agevole ma aiuta a studiare il rapporto con la rupe, l’orientamento, le tagliate nella roccia, il sistema delle vie d’accesso e delle porte. Le mura sono ancora conservate per ampi tratti e mostrano uno spessore superiore al metro; un tratto di muro in dissesto si è coricato lateralmente a causa di uno smottamento e del distacco dei conci dal terreno. La fortezza è ovviamente l’architettura che s’impone con maggiore evidenza grazie all’altezza delle sue pareti e ai resti delle torri.

Abitazione rupestre con cisterna

Una caratteristica che rende affascinante Castellardo (e la sua esplorazione) è la presenza di un corposo sito rupestre. Le grotte sono decine e di diversa tipologia. Alcune sono scavate al livello del terreno, mentre altre scendono in profondità. Sono presenti abitazioni umane e stalle per animali.

Grotte sovrapposte

L’interno delle grotte mostra nicchie parietali, vasche per l’abbeverata e vaschette per l’uso domestico, forni, parete e pilastri divisori, mangiatoie scavate lateralmente, fori per accogliere le strutture di legno a sostegno dei letti e dei ripiani di conservazione delle derrate. Originali di Castellardo sono le numerose cavità, geometricamente intagliate nella roccia, destinate a pozzi, cisterne per l’acqua, silos per lo stoccaggio dei cereali, “butti” per la spazzatura e i cocci.

Stalla

La presenza dei due corsi d’acqua laterali alla rupe agevolava il rifornimento d’acqua. I campi e i boschi dei dintorni fornivano le risorse alimentari necessarie. Il borgo controllava dall’alto una strada di una certa importanza, forse la stessa via Clodia o un suo diverticolo, e il passaggio di merci e di persone.

Cisterna

(Ho visitato Castellardo il 22 novembre 2017)

Le necropoli rupestri di Falerii Novi

Falerii Novi è la città romana che nel terzo secolo avanti Cristo prese il posto della falisca Falerii Veteres (l’odierna Civita Castellana). Se ne scoprono le mura percorrendo la strada tra Fabrica di Roma e Civita Castellana, nei pressi della frazione di Faleri. Imboccato il bivio per il Parco Falisco, si raggiunge l’accesso più noto, la Porta di Giove. Gli scavi archeologici hanno riportato alla luce le strade interne che delimitano le insulae, le aree residenziali, il Foro e il Teatro. Ma indubbiamente la presenza di maggiore evidenza è la grande chiesa romanica di Santa Maria di Falleri, di cui si ammirano soprattutto il portale e le cinque absidi.

Colombario sulla Via Amerina

Visitata la città romana, andiamo ora alla scoperta delle necropoli rupestri situate nei dintorni. Questi antichi cimiteri erano scavati nel tufo, una roccia tipica dell’area intorno al vulcano spento di Vico. La facilità dello scavo, anche con attrezzature molto semplici come un piccone, e la varietà delle forme prodotte da questa singolare architettura per sottrazione, sono le caratteristiche tipiche che ritroviamo in tutta la Tuscia, che è stata definita la regione delle necropoli rupestri.

Tombe rupestri sulla Via Amerina

 

La necropoli di Pian di Cava

La necropoli di Pian di Cava è molto vicina alla città romana. Uscendo dalla porta di Giove, si varca la Via Falerii Novi e si devia per pochi metri nella Via San Gratiliano. Sulla sinistra si dirama un sentiero che costeggia una recinzione e si dirige verso il Fosso Purgatorio. Per evitare l’intrico della vegetazione conviene tenersi sul margine del vicino campo coltivato fino a una ripida discesa, in corrispondenza di una palina del metanodotto.

L’ingresso di una tomba a Pian di Cava

La rupe sottostante a sinistra è traforata da una serie di tombe che si raggiungono solo dopo aver combattuto un paziente corpo a corpo con il viluppo di sterpi e di rovi che le difende. La fatica è ricompensata dall’interesse degli ipogei.

Tomba a camera a ferro di cavallo

In due casi, entrati attraverso la porta trapezoidale un tempo chiusa da una pietra sagomata, si trova un ambiente scavato a ferro di cavallo, con una rientranza centrale e due corridoi laterali; questa soluzione di scavo consente di disporre una più ampia superficie nella quale ricavare loculi orizzontali di sepoltura. Da notare che alcuni loculi non sono ancora stati scavati o lo sono stati solo in parte. In un caso la tomba è accessibile mediante due porte sui lati opposti della rupe.

I loculi all’interno della tomba a camera

Altre tombe hanno una semplice struttura a camera o sono crollate o sono scavate direttamente sulla parete rocciosa in forma di arcosoli. Ci sono indizi di un riuso delle tombe e della trasformazione in stalle: è il caso delle mangiatoie realizzate nei loculi bassi e delle attaccaglie per legare gli animali.

L’ingresso di una tomba a Pian di Cava

 

La necropoli di Cavo degli Zucchi

Cavo degli Zucchi è un luogo molto amato dagli escursionisti per la sua facilità dell’accesso, per la simbiosi con il percorso basolato dell’antica Via Amerina e per la densità impressionante di sepolture di ogni tipo.

La Via Amerina

La si può raggiungere a piedi direttamente dalle mura di Falerii, con un percorso un po’ avventuroso che guada il Rio Purgatorio accanto al ponte romano crollato. Il modo più semplice per giungervi è però quello di traversare in auto l’abitato del Parco Falisco sulla strada con l’aiuola spartitraffico centrale e giunti in fondo svoltare a sinistra sulla Via dei Falisci fino alla sbarra di accesso. I cartelli turistici sono numerosi. Dalla sbarra, fatti pochi passi, si trova il fondo naturale della Via Amerina e la si segue sulla destra, in ambiente solitario, tra grandi prati e filari di siepi. Sullo sfondo si alzano il monte Soratte a sinistra e il cratere del Lago di Vico a destra.

Tomba a Cavo degli Zucchi

Superati due sepolcri romani si arriva in breve al Cavo degli Zucchi, una trincea dove l’Amerina taglia alla base le pareti rocciose laterali e raggiunge il Fosso sul Rio Maggiore.

Complesso sul lato est

Si possono osservare tombe rupestri a portico, tombe a camera, loculi, arcosoli, nicchie, edicole pozzetti, fosse, colombari, monumenti ad ara, recinti, iscrizioni romane. Si cammina sulle lastre di basalto dell’antica pavimentazione o sui marciapiedi (crepidines). Un tratto della strada è parzialmente ostruito da un masso crollato dalla parete laterale.

Loculi e arcosoli

Raggiunto il Fosso del Rio Maggiore, dove sono i resti del ponte romano crollato, si trova sulla sinistra la tomba a portico più pittoresca. La complessità architettonica e le rifiniture di rango le hanno meritato l’appellativo di Tomba della Regina.

La Tomba della Regina

 

La necropoli Tre Ponti

Un sentierino scende sul fondo del Rio Maggiore, lo traversa su una passerella di ferro e risale sul fronte opposto, costeggiando gli imponenti basamenti del ponte romano. Ritrovato il percorso della Via Amerina costeggiamo una nuova necropoli, caratterizzata da sette monumenti funerari di rilievo scavati sui due lati della tagliata di roccia.

Necropoli Tre Ponti

Le tombe sono descritte negli accurati pannelli informativi. Procedendo sulla strada gli ipogei si diradano; conviene tuttavia raggiungere il terzo ponte (dopo quelli, crollati, sul Rio Purgatorio e sul Rio Maggiore) che mostra tutta la capacità ingegneristica delle maestranze romane.

Necropoli Tre Ponti

Il ponte è stato recentemente consolidato nel quadro di un restauro ambientale. Si osserva il grande fornice sul fosso scendendo sul sentierino laterale. Il tratto recuperato della Via Amerina continua ancora in direzione della strada Nepesina e prosegue al di là verso il Castrum di Torre dell’Isola.

Il ponte romano

(Sopralluogo effettuato il 15 marzo 2017)

Il Colle della Civita, sulle tracce dell’antica Tarquinia.

Andiamo alla scoperta della Tarquinia antica. La Tarquinia moderna, quella celebre per il profilo delle sue torri, è certamente più nota ma in realtà è nata solo nel Medioevo con il nome di Corneto. Merita tutta la sua fama. Il flusso continuo di turisti e studiosi rinverdisce i fasti che già la segnalavano nel Grand Tour. Gli straordinari rinvenimenti archeologici hanno trovato una degna esposizione nel Museo nazionale di Palazzo Vitelleschi. Le pitture parietali delle tombe nella necropoli ci hanno raccontato la vita quotidiana, gli usi funerari e il credo religioso degli etruschi. Ma l’antica Tarchuna non coincide con la città moderna. Tarchuna occupava il pianoro della Civita, quello che la valle di San Savino separa dal Colle dei Montarozzi dove oggi sorge Tarquinia.

L’antica Tarquinia sul colle della Civita

Tarchuna ebbe inizio tra l’età del Bronzo e l’età del Ferro. Acquistò nel tempo un tale prestigio tra le città-stato della Dodecapoli da riuscire a influenzare politicamente ed economicamente anche la nascente Roma, come dimostra la monarchia etrusca dei Tarquini a Roma nel VII-VI secolo.

L’acquedotto delle arcatelle

Ma ora mettiamoci in viaggio. Lasciamo l’autostrada tirrenica all’uscita di Monte Romano e ci inoltriamo nell’entroterra della Tuscia seguendo la strada statale 1 bis Aurelia. Lungo il percorso affianchiamo per un tratto l’acquedotto delle “arcatelle”, una presenza pittoresca nel paesaggio della Tuscia. Lo vediamo immergersi e scomparire nel ventre dei colli per poi fuoriuscirne con la successione di arcate che valicano le depressioni delle vallette. La costruzione risale al Settecento e forniva l’approvvigionamento idrico alla costa. Al km 6,4 lasciamo l’asfalto per una strada sterrata sulla sinistra che in 1,4 km ci conduce al parcheggio e all’area di sosta del Pian della Civita.

Il pianoro della Civita

Lasciata l’auto, ci inoltriamo nel pianoro. Siamo su un vasto tavolato che può essere suddiviso in tre settori: la Castellina a nord-est, il centrale Pian della Regina e il Pian di Civita che si restringe progressivamente e con l’appendice della Civitucola forma un cuneo puntato verso la valle del fiume Marta. Il pianoro è isolato, circondato da versanti che scendono ripidamente sui campi circostanti ed è difeso sui bordi da una cinta muraria ancora in parte visibile. Gli archeologi hanno riportato alla luce, attraverso successive campagne di scavo, singoli complessi monumentali. Sono ancora presenze isolate nella vastità del pianoro stremato dal pascolo, ma fanno intuire la possibile estensione e l’impianto urbanistico della città etrusca. Vanno poi considerate le necropoli parzialmente scavate nei dintorni del colle. E vanno ricordate anche le chiese rupestri di epoca medievale che i monaci hanno scavato alla base dei pendii. La città sopravvive alla conquista romana. Passano poi i Goti e i Longobardi. Inizia il graduale spopolamento dell’abitato etrusco-romano. In epoca medievale, mentre comincia a svilupparsi il nuovo abitato di Corneto sul vicino Colle dei Monterozzi, l’altopiano di Tarchuna/Tarquinii lentamente si desertifica; la città antica s’interra e viene dimenticata.

Le passeggiate nell’antica Tarquinia

La passeggiata sui due colli, separati da una sella, è oggi agevolata da sentieri, cancelli, percorsi protetti e soprattutto da una cartellonistica bilingue descrittiva delle emergenze archeologiche più importanti. Una tabella dei percorsi storico-naturalistici inquadra il territorio e indica le direzioni di visita. La lunga sterrata centrale che traversa tutto il piano, e che coincide probabilmente con il principale asse viario della città etrusca, è comunque l’elementare asse di riferimento dell’intera passeggiata.

Il tempio dell’Ara della Regina

Il monumento di maggior rilevanza è l’Ara della Regina, il più grande tempio etrusco finora noto. Protetto da una doppia recinzione è comunque accessibile. I resti oggi visibili sono il risultato di una ricostruzione del monumento sulle basi di un precedente santuario. Il tempio sorge su un terrapieno contenuto da muri a blocchi di calcare e fiancheggiato da due strade convergenti verso la fronte del monumento, dove era forse situato il foro cittadino. Il tempio è preceduto da una scenografica scalinata.

La fontana di Cossuzio

In età romana il tempio si popolò di statue e monumenti commemorativi come la cosiddetta “fontana di Cossuzio” un bacino di marmo con una scritta dedicatoria di Q. Cossutio, magistrato del municipio tarquiniese.

La cisterna romana

Sul pianoro si conserva anche una cisterna che garantiva la riserva d’acqua a una residenza privata. Si tratta di un vano rettangolare rivestito all’interno di uno strato impermeabile di cocciopesto.

L’arco etrusco

L’edificio etrusco prossimo all’Ara della Regina costruito con grandi blocchi di pietra e articolato in diversi ambienti, conserva un arco a tutto sesto rimasto integro.

La chiesa rupestre di Santa Restituta

Giunti al casale pastorale circondato dagli stazzi e dagli altri ricoveri notturni del gregge, si lascia il pianoro scendendo sul fianco meridionale lungo un sentiero in parte roccioso. Raggiunto il fosso (dov’è una vasca artificiale), lo si risale fino alla base della parete rocciosa dove si scopre la chiesa rupestre di Santa Restituta, risalente al XII secolo. Un vano ipogeo, con tre absidi scavate nella roccia, è preceduto da una parte costruita con decorazione architettonica e semicolonne. Lungo la parete rocciosa si trovano un sepolcreto e altri ambienti ipogei, che fanno ipotizzare un complesso monastico di celle raccolte intorno all’area sacra, probabile dipendenza del monastero del San Salvatore del monte Amiata.

La porta Romanelli

Risaliti sul pianoro e giunti alla sella che separa i due pianori, ci si affaccia sul versante opposto per scoprire un tratto delle mura che circondavano Tarquinia con una cinta lunga otto chilometri. C’è un abitato con le case separate da stretti vicoli e la strada di accesso che scende alla Porta Romanelli, di cui è visibile la base. Usciti dalla porta si percepisce la struttura delle mura, visibili per un tratto.

Il complesso monumentale dell’area sacra

Si percorre ora il Piano di Civita. Sulla destra si può osservare una zona recintata dove è stata scavata la più antica area sacro-istituzionale finora individuata in Etruria. Tarchuna è la città-madre della religione degli Etruschi. Cuore del complesso monumentale è una cavità naturale che costituisce il fulcro dei rituali. Accanto alla cavità naturale, c’è la tomba di un bambino. I resti dello scheletro sono stati studiati dai paleoantropologi che hanno stabilito trattarsi di un soggetto morto per cause naturali e affetto da epilessia, il male che nell’antichità era considerato “morbo sacro”, la condizione che permetteva il contatto con il mondo divino. Le fonti raccontano, che mentre Tarconte, il mitico fondatore di Tarquinia, proveniente dal Vicino Oriente e discendente dagli Eraclidi, arava la terra, da una zolla fuoriuscisse un fanciullo dai capelli canuti, quindi con la saggezza della vecchiaia, che gli insegnò “l’etrusca disciplina”, la religione etrusca, per poi scomparire. Il bambino epilettico corrisponderebbe al saggio Tagete, che per sua natura conosce gli dei e i loro segreti. La leggenda avvalora Tarquinia nel ruolo di madre della religione etrusca e nodo di contatto tra la cultura autoctona e la cultura orientale.

La valle del Marta

Percorso tutto il Piano di Civita e raggiunto lo strapiombo finale, lo sguardo spazia sul Mar Tirreno e l’Argentario, sulla foce del Marta, sul colle dei Monterozzi e sul profilo urbano di Tarquinia. Davanti a noi si stende la valle percorsa dal fiume Marta, che nasce come emissario del lago di Bolsena e attraversa la Tuscia sfiorando Tuscania, Monte Romano e Tarquinia, per poi sfociare in mare al Lido di Tarquinia.

Un’arcata dell’acquedotto settecentesco

(Ho visitato la Civita di Tarquinia il 27 novembre 2017)

Le torri della Campagna Romana

Roma è una grande città “verde”. Lo è al suo interno, grazie al sistema dei suoi parchi e delle celebri ville. E lo è anche alla sua periferia, dove, nonostante l’urbanizzazione, la Campagna romana ha spesso mantenuto intatte le sue caratteristiche. La passeggiata che proponiamo ci porta alla scoperta dei tratti tipici del paesaggio agrario romano: i vasti terreni seminativi, le estese e compatte colture specializzate, gli ampi panorami, l’arcadia delle greggi al pascolo, i nuclei fortificati turriti medievali, gli antichi casali rinascimentali, gli insediamenti della bonifica, i filari di pini marittimi, i boschetti.

La Vaccheria del Cerqueto

Visitiamo le tenute storiche del Cerqueto e di Torre Maggiore, comprese tra le vie Ardeatina e Laurentina, a cavallo dei comuni di Pomezia e Ardea. Qui la Campagna Romana fronteggia gli invadenti insediamenti industriali, le fabbriche, la logistica, i depositi di merci e carburanti, gli agglomerati industriali di Pomezia e Santa Palomba, il flusso continuo dei Tir e degli autofurgoni frigo, i treni dello scalo merci di Pomezia. Sono le due facce della cintura romana, quella della tradizione e quella dello sviluppo moderno. Il contrasto è marcato, perfino violento. Ma aggiunge interesse e riflessioni alla passeggiata.

Gregge al pascolo nel Parco degli acquedotti

Si può partire a piedi direttamente dalla stazione ferroviaria di Pomezia, servita dai frequenti treni regionali della linea Roma-Napoli. Usciti dalla stazione, s’imbocca a destra la via della Siderurgia, che costituisce l’asse della nostra passeggiata. Dopo un parcheggio di scambio, valichiamo il fascio dei binari su un cavalcavia pedonale. Il tratto successivo di strada è condizionato nei giorni lavorativi dal traffico diretto ai magazzini dell’area. Superato però l’insediamento industriale, il paesaggio si apre e diventa immediatamente tranquillo. Le tappe del percorso sono individuate da tre torri: la Torre Maggiore, la Torre Fausta e la Torre del Cerqueto. Lo sviluppo è di circa tre km. Tra andata e ritorno sono necessarie tre ore di camminata tranquilla.

La Torre Maggiore

La Torre Maggiore

Provenendo dalla stazione di Pomezia e varcato il cavalcavia ferroviario, la Via della Siderurgia traversa l’area industriale ed effettua una prima curva ad angolo retto sulla sinistra e poi una doppia curva sulla destra. Qui la si lascia per una temporanea deviazione e ci si infila su Via della Chimica, stretta tra le cisterne di carburante dell’Eni e il magazzino delle merci della Pam di Santa Palomba. In fondo alla via senza sbocco, troviamo la recinzione che protegge l’area vincolata. Il contrasto tra la modernità e il passato è macroscopico. La Torre Maggiore svetta su pochi ettari di verde residuo, assediata su tre lati dalle costruzioni moderne. Ferita da una lunga frattura verticale sul lato meridionale, forse agonizzante, difende faticosamente il prestigio che le deriva dall’altezza e dal suo ruolo di presidio e ‘porta’ dell’Agro romano. Ha pianta quadrata, è alta 34 m e si sviluppa su cinque piani, dotati di finestre. La torre è affiancata da una cinta muraria merlata. L’insieme è assolutamente pittoresco. La “turris cum claustro” è una tipologia costruttiva molto in auge nel Medioevo e in particolare nella Campagna Romana. La torre fortificata aveva una naturale funzione di presidio del territorio e di controllo sulla via Ardeatina antica. Ma aveva anche un ruolo nell’economia rurale del tempo. Già nel settimo secolo sorse qui la domusculta di sant’Edisto, una di quelle grandi aziende agricole del patrimonio di San Pietro, promosse dai pontefici per arginare la crisi degli approvvigionamenti della città di Roma e riattivare l’attività agricola dopo la crisi successiva alla caduta dell’impero. Nei secoli successivi si sviluppano le grandi aree agricole, abbinate alle “tenute di campagna” di proprietà delle famiglie nobiliari romane. La Torre Maggiore apparteneva in particolare alla famiglia dei Savelli, detentrice peraltro di numerosi altri castelli nella zona.

La Torre Fausta

La Torre Fausta

Rientrati sulla Via della Siderurgia, si prosegue in direzione della campagna, fino al termine dell’area dei magazzini. Qui svetta la Torre Fausta, edificata nel 1927 a presidio della riserva idrica per l’irrigazione dei campi. Si tratta infatti di una torre idraulica utilizzata per sollevare l’acqua del pozzo sottostante a una quota utile per essere immessa nel circuito idrico. La torre apparteneva al proprietario terriero conte Giovanni Ticca. Il blasone della famiglia spicca sulla parte alta del corpo murario.

Il borgo del Cerqueto

 

La torre medievale del Cerqueto

Si prosegue su via della Siderurgia. L’asfalto termina e si cammina ora su terra battuta. Il paesaggio industriale svanisce alle nostre spalle e sfumano anche i rumori provocati dal flusso continuo dei Tir. Dopo un breve tratto ancora parallelo alla linea ferroviaria, si volta a destra (sud-ovest). Si avvicina il piccolo borgo del Cerqueto, preceduto da edifici agricoli in rovina: la vaccheria con il fontanile a sinistra e i depositi del fieno sulla destra. Il Cerqueto è costituito dai resti di un antico castello medievale fortificato e munito di torre. Il nome ricorda la presenza di boschi di querce che diedero l’appellativo alla zona in età medievale. Il complesso si trova su una collinetta in posizione strategica, poiché il tracciato orientale della strada per Ardea passava in età antica proprio nei pressi del castello. Il moderno casale, anche se più volte restaurato, mostra chiaramente la sua origine medievale: all’interno è presente una torre (di circa 20 m. di altezza) quadrata e con la base rinforzata a sperone, costruita in blocchetti di tufo. Ha ancora le finestre originali con stipiti in peperino. La torre era circondata da un antemurale sul quale è stato in seguito costruito il recinto attuale composto da una serie di caseggiati.

Il Casale del Cerqueto

L’ultimo restauro del Cerqueto avvenne in età fascista quando l’antico castello fu convertito in un vasto casale agricolo munito di una serie di ambienti consoni all’attività agro pastorale, allor quando venne acquisito dal conte Giovanni Ticca. Il pastore che abita in loco aiuta cortesemente nella visita e spiega la funzione dei diversi locali: la residenza del fattore, gli appartamenti numerati dei dipendenti, il fontanile, i gabinetti e le docce con uso separato per uomini e donne, il magazzino dei cereali, la cappella, l’appartamento del prete, gli interni dotati di camino, le scalinate d’accesso al piano superiore. Il complesso è stato utilizzato fino alla seconda guerra mondiale ed è stato poi gradualmente abbandonato. Si trova oggi in un malinconico stato di degrado ma è ancora perfettamente leggibile.

Il paesaggio della Campagna Romana

Il Borgo del Cerqueto sullo sfondo dei Colli Albani

Conviene proseguire ancora per un tratto sulla strada sterrata che segue la linea ondulata dei colli. Si ha così la percezione delle continue variazioni del paesaggio agrario, delle lunghe alberate, dei boschetti, dei vasti terreni seminativi e dei loro rapporti con i casali costruiti sulla sommità di poggi e crinali. Sulla via del ritorno si vive l’emozione del panorama scenograficamente dominato dall’inconfondibile profilo dei Colli Albani e in lontananza dei monti Lepini. Scorrono le immagini del palazzo papale di Castelgandolfo, della città di Albano, di Rocca di Papa aggrappata al Monte Cavo, del ponte di Ariccia e del palazzo Chigi. Poi, più prosaicamente, si rientra nei confini dell’area di sviluppo industriale di Santa Palomba.

Il casale diruto

Per evitare il continuo passaggio di Tir e furgoni, si può traversare un campo e raggiungere il vialetto che costeggia la linea ferroviaria. Sorgono qui altri due casali agricoli in rovina e degradati a discarica. Essi mostrano tuttavia una certa loro originalità architettonica che fa ipotizzare l’antica destinazione a uffici e a officina dell’azienda agricola. Lo stradello termina nei pressi del cavalcavia pedonale. Varcato il fascio dei binari si ritorna rapidamente alla stazione ferroviaria di Pomezia.

La tutela

La dichiarazione d’interesse pubblico

La tutela di questa porzione di Campagna romana è stata attuata con il Decreto del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo del 27 ottobre 2017 dal titolo “Dichiarazione di notevole interesse pubblico dell’area «Tenute storiche di Torre Maggiore, Valle Caia e altre della Campagna Romana, nei comuni di Pomezia e Ardea» (Gazzetta Ufficiale n. 276 del 25 novembre 2017). L’area si pone in continuità con il Parco regionale dei Castelli Romani e con la Riserva naturale di Decima Malafede.

 

(Ho effettuato la ricognizione del percorso il 18 novembre 2017)

Roma archeologica. A piedi sull’antica Via Latina

La Via Latina collegava Roma a Capua, passando per le colonie latine di Cales, Fregellae e Interamna Lirenas. Utilizzava antichi percorsi del Lazio interno, lungo le valli dei fiumi Sacco e Liri-Garigliano e fu costruita dai Romani negli anni dal 328 al 312 avanti Cristo, pochi anni prima della Via Appia (che scendeva sempre a Capua ma più a ovest, al di là dei Monti Lepini). A Roma la via Latina lasciava le Mura Serviane a Porta Capena. Il primissimo tratto era comune alla Via Appia ma se ne staccava dopo le Terme di Caracalla. Varcava le Mura Aureliane sotto l’arco della Porta Latina e seguiva un percorso rettilineo in direzione sud-est.

La Via Latina

Proviamo a ripercorrerne a piedi le prima sei miglia. L’urbanizzazione intensa del quartiere Appio-Latino condiziona molto il percorso fuori delle mura e in diversi tratti lo cancella. Ma è proprio qui, nel caotico groviglio di palazzi, strade, auto, tra molta edilizia spontanea e insediamenti abusivi, che diventa emozionante ritrovare tracce e reliquie dell’età romana, le tombe e i monumenti che fiancheggiavano la strada. Lungo la Via Latina, comunque, non ci sono solo case. I nostri passi percorrono anche alcuni tra i parchi archeologici più suggestivi della periferia romana, come il parco delle Tombe Latine, il parco di Tor Fiscale e il parco degli Acquedotti romani.

San Giovanni trascinato in giudizio davanti all’imperatore Domiziano

Si parte dal Circo Massimo e dal palazzo della Fao. La Porta Capena delle Mura Serviane oggi non esiste più. Ne resta forse un mozzicone di muro nei giardini della “passeggiata archeologica”. Scorrono sulla destra le mura imponenti delle Terme di Caracalla e la chiesa dei santi Nereo e Achilleo, con i suoi truculenti affreschi sul martirio dei santi. Attraversato il piazzale Numa Pompilio, s’imbocca la Via di Porta Latina che scorre in trincea tra i muraglioni che chiudono gli Horti Galateae e il parco degli Scipioni. Dopo le sedi delle ambasciate del Canada, della Norvegia e del Giappone, si trovano il tempietto di San Giovanni in Oleo e la bellissima chiesa di San Giovanni a Porta Latina con i suoi affreschi medievali. Subito dopo è la Porta Latina, aperta nelle Mura Aureliane.

La Porta Latina nelle Mura Aureliane

Varcata la porta, si cammina lungamente lungo l’attuale Via Latina, che segue il percorso antico, attraversando il quartiere Appio-Latino. Al n. 22, nel cortile della casa generalizia dei Padri Marianisti, vi sono resti di tombe e colombari coperti da tettoie. In Piazza Galeria sono i resti di due sepolcri e di un canale dell’acquedotto Antoniniano. Al n. 55 si può ammirare, tra gli edifici incombenti, un sepolcro ben conservato, chiamato la Torre dell’Angelo.

Il sepolcro romano detto Torre dell’Angelo

Superato il cavalcavia sulla ferrovia, si procede fino all’incrocio con Via Baronio. Qui, protetta da una recinzione e da una tettoia, troviamo un’inaspettata piscina romana, utilizzata per l’allevamento dei pesci a servizio di una villa romana. Nel sottosuolo della zona è l’ipogeo di Via Dino Compagni, una catacomba celebre per i suoi affreschi.

Il corpo centrale della piscina di Via Cesare Baronio

All’incrocio con Via di Vigna Fabbri, il percorso della Via Latina segue per un breve tratto un’area a parco e mostra un tratto dell’antico basolato, affiancato dai resti di un sepolcro. In questa zona sorgevano le baracche del Borghetto Latino, una zona di degrado e di fango che fu liberata e spianata nel 1966. Più avanti, dopo la confluenza della Via dei Cessati Spiriti, la Via Latina raggiunge l’Appia Nuova. Traversata l’Appia al vicino semaforo, si raggiunge l’ingresso della necropoli del quarto miglio, protetta dal Parco delle Tombe della Via Latina.

La Via Latina nel Parco delle tombe latine

Il parco archeologico delle Tombe di Via Latina conserva ancora sostanzialmente intatto l’aspetto tradizionale dell’antica campagna romana. Nel sito si conservano un tratto dell’antica Via Latina con numerosi monumenti funebri e testimonianze storiche dall’età repubblicana all’alto medioevo. Vicino all’ingresso è il cosiddetto Sepolcro dei Corneli o Barberini, così chiamato dal nome della famiglia aristocratica ultima proprietaria dell’area. Il monumento funerario, databile al II secolo d.C., è costituito da due piani sopraterra e dalla camera sepolcrale sotterranea.

Il Sepolcro Barberini

Più avanti è il Sepolcro dei Valerii, circondato dai resti di una stazione di posta destinata alla sosta e al ristoro dei viaggiatori che percorrevano la Via Latina. Di fronte si trovano il sepolcro dei Pancrazi e i resti di una grande villa abitata sino agli inizi del quarto secolo, quando Demetriade, discendente della famiglia degli Anicii, fece erigere una basilica dedicata a Santo Stefano Protomartire, meta di pellegrinaggi ancora sino al XIII secolo.

Il Sepolcro dei Valeri

Per proseguire sul percorso della Via Latina, bisogna aggirare l’insediamento commerciale di fronte e imboccare la Via del Campo Barbarico, dove si trova un sepolcro romano a forma di tempietto. Il nome della via ricorda un episodio della Guerra Gotica del 539, quando i Goti di Vitige che assediavano Roma, allora difesa dalle truppe bizantine di Belisario, stabilirono qui un accampamento e un campo trincerato per bloccare i rifornimenti che giungevano a Roma sull’Appia e la Latina.

Il sepolcro del Campo Barbarico

In fondo a Via del Campo Barbarico si gira a sinistra e si raggiunge l’ingresso del Parco di Torre del Fiscale. Quest’area verde fa parte del parco dell’Appia antica e conserva il tipico aspetto della Campagna romana, con i suoi casali agricoli, gli orti e i frutteti, le cave ipogee e le fungaie.

L’Acquedotto Felice

Incontriamo qui gli archi dell’Acquedotto Felice, voluto da papa Sisto V nel 1585 per rifornire la zona collinare di Roma con le acque provenienti dalle fonti del Pantano Borghese sulla Via Prenestina. Il nome dell’acquedotto rendeva omaggio al papa, che al secolo si chiamava Felice Peretti.

La Torre del Fiscale

All’intersezione degli acquedotti Claudio e Marcio, cui si sovrappose l’acquedotto Felice, si alza una spettacolare torre medievale. L’attuale nome di Tor Fiscale deriva dal nome del proprietario del tempo, monsignor Filippo Foppi, tesoriere (“fiscale”) pontificio, che possedeva anche una vigna nei pressi.

Le arcate dell’Acquedotto Claudio

Paralleli all’acquedotto Felice si alzano gli imponenti archi dell’Acquedotto Claudio. Questo, insieme all’Anio Novus, portava a Roma le acque della valle dell’Aniene. Le arcate sparse, che diventano una lunga teoria continua più avanti, segnano un’inconfondibile traccia nel paesaggio di questa parte della Campagna romana.

Gregge al pascolo nel Parco

Lungo la pista ciclabile si lascia il Parco del Fiscale e si raggiunge la Via del Quadraro all’altezza del cavalcavia ferroviario. Al di là, superati i campi sportivi, la via Viviani e la Via Lemonia conducono al grande spazio aperto del Parco degli Acquedotti, residuo di un tratto di Campagna romana che originariamente raccordava i Colli Albani e le porte della città. Qui sorgevano ben sei degli undici acquedotti che rifornivano l’antica Roma.

La Villa delle Vignacce

Il primo monumento che incontriamo nel Parco è la Villa delle Vignacce. Ne restano alcuni ambienti a crociera, la terrazza rialzata, la nicchia absidata del ninfeo e una cisterna prossima all’acquedotto.

Il laghetto dell’Acqua Mariana

Si prosegue sui diversi sentieri paralleli agli acquedotti e si raggiunge il fosso dell’Acqua Mariana, creato nel Medioevo per alimentare i mulini e gli opifici della zona. Più avanti se ne osservano il laghetto di alimentazione e la derivazione dal vicino acquedotto.

Il Casale di Roma Vecchia

Un boschetto circonda il bel casale rurale di Roma Vecchia, di origini medievali, completo di cortile centrale, residenza, stalla e deposito di attrezzi agricoli.

Un tratto di basolato della Via Latina

Più avanti uno scavo in trincea ha riportato alla luce un tratto del basolato della Via Latina. Seguendone la direzione, si prosegue ora lungamente tra i campi. Ci fanno compagnia le arcate dell’acquedotto Claudio, i ruderi incespugliati dei sepolcri, i casali e gli stazzi pastorali, mentre ci sorvolano a bassa quota gli aerei in atterraggio nel vicino aeroporto di Ciampino; sullo sfondo si disegnano in modo sempre più preciso il profilo dei Colli Albani e le moderne architetture dell’Anagnina.

Nucleo satellite della Villa dei Sette Bassi

Raggiunta la Via delle Capannelle, la si segue a sinistra. Dietro la recinzione scorrono le immagini dei diversi nuclei della Villa dei Sette Bassi. Si tratta di una grandiosa villa del periodo imperiale, dotata di peristilio, ambulacro, ambienti residenziali, sale di rappresentanza, terme, ippodromo e cisterna.

La Villa dei Sette Bassi

Pochi passi ci separano ormai da Cinecittà e dalla stazione della metropolitana. Il nostro trekking archeologico sulla Via Latina può concludersi qui, ai confini della città di Roma. Abbiamo percorso le prime sei miglia della via romana, equivalenti a circa nove chilometri. L’intero percorso è fattibile in una gratificante giornata di cammino, comprensiva dei tempi di visita ai monumenti e delle soste di ristoro. Può naturalmente essere suddiviso in tratte più brevi e concentrate.

Le arcate dell’Acquedotto Claudio

(Percorso testato nel mese di dicembre 2017)

 

Tuscia. L’abitato rupestre di Castel di Salce

Un intero villaggio scavato e occultato nelle rughe del tufo. Decine di grotte dove una comunità umana viveva e lavorava. Un castello diruto e una solitaria torre di avvistamento. Tutto questo è Castel di Salce, sconosciuto borgo rupestre della Tuscia viterbese.

L’accesso è accanto al cartello del km 6 sulla strada che collega Vetralla a Tuscania, in perfetta corrispondenza dell’uscita per Tuscania dalla superstrada Orte-Viterbo-Civitavecchia. La torre di Salce è già ben visibile. Un cancello verde si apre sulla strada sterrata che percorre a saliscendi il Piano del Gentile e i campi di un’azienda agricola, tra coltivi curati e dimore rurali fatiscenti. Superato un vigneto si svolta a sinistra ad angolo retto e si raggiunge la torre di Salce.

La torre

La torre ha forma quadrata ed è sostenuta da blocchi di nenfro e di tufo. Una porta ad arco introduce in un piccolo ambiente con la volta a botte. Il secondo piano si è conservato solo in parte: se ne può osservare una finestra architravata e la pittoresca vegetazione che vi è cresciuta spontaneamente sulla sommità.

La Torre di Salce

Le rovine del Castello

Siamo su una lingua di tufo a 180 metri di quota che si allunga a nord in un’ansa del sottostante Fosso Rigomero. Le pareti scoscese della rupe, alte sul fosso, costituivano una sicura difesa naturale del sito. Osservando con attenzione i dintorni si riconoscono un tratto integro delle mura dell’antico castello fortificato e i fossati artificiali che lo proteggevano nel suo versante meridionale.

Le mura dirute del castello

Difese vane, a dir la verità, se è vero che il castello fu devastato più volte (o meglio, ‘scarcato’, come riferiscono le antiche cronache medievali) durante le scaramucce tra le truppe delle opposte fazioni.

L’insediamento rupestre

Accanto alle architetture ‘costruite’ convivono le architetture ‘per sottrazione’, quelle ottenute scavando le tenere pareti di tufo. Il pianoro ospita, nascoste nelle incisioni del terreno o occultate nelle pareti del fosso, alcune decine di grotte, suddivise in tre nuclei.

L’ingresso di un antro rupestre

Esse sono state scavate per finalità diverse. Erano magari solo delle tombe nel periodo etrusco e romano. Ma è soprattutto nel medioevo che l’insediamento rupestre viene pianificato e ampliato per ospitarvi famiglie e per gestire l’allevamento degli animali, la produzione agricola e alimentare, le attività artigiane e di trasformazione.

L’interno di una cavità

Il complesso occidentale

Il primo complesso di grotte è quello occidentale. Dalla torre, dirigendosi a ovest, si trova subito una trincea, percorsa da un sentiero scavato al centro, che scende progressivamente verso il vallone: le cavità aperte sulle due pareti di tufo sono numerose ma spesso interrate o crollate.

La trincea occidentale

L’ultima grotta è tuttavia di buon interesse: molto ampia, è accessibile da una porta dotata di scalini e da un secondo ingresso in parte crollato; ben due pilastri interni, risparmiati nello scavo, sostengono l’esile volta; è dotata di finestra, di fori nel muro per lo sfogo dei fumi, di una nicchietta sul pilastro per la lanterna e di fori nelle pareti per il sostegno delle brancate.

La grotta con doppio pilastro di sostegno

Il complesso settentrionale

Il sistema rupestre più ampio è quello che fascia sui due lati e su diversi livelli il promontorio roccioso proteso a nord verso l’ansa del Fosso Rigomero. Le grotte sono più di venti e si presentano in una certa varietà tipologica.

Grotta con porta e finestra

Troviamo cavità piccole, dove è possibile transitare solo curvi, affiancate a sale quadrangolari munite di porta, finestra e focolare, con pavimento e soffitto regolari e ben livellati; troviamo inoltre vani più ampi, sorretti da pilastri centrali o suddivisi in moduli da pareti di tufo appositamente risparmiate nello scavo. Ma colpisce soprattutto la presenza di autentiche suite trogloditiche, complessi multivano, aperti sulla ‘strada’ e con le stanze comunicanti tra loro tramite archi e varchi; i vani in cui si articolano questi ‘appartamenti’ hanno ciascuno una vocazione funzionale: l’alcova, il soggiorno con il focolare per la cucina, il locale per la caseificazione, la stalla, il pollaio e il deposito delle provviste.

Grotta multivano con pareti divisorie

Il complesso orientale

Vi è poi il terzo gruppo di grotte, già visibile sulla destra dallo stradello di accesso alla torre di Salce. Sono scavate all’interno di due pareti di tufo affrontate e si affacciano ciascuna su una propria strada di servizio.

Le grotte orientali

Il largo fossato intermedio è occupato al centro da un banco di tufo in rilievo, che mostra segni di scavo di strutture di servizio (pestarole, cisterne) e di altre cavità incompiute o crollate. Possiamo definire queste grotte come i ‘portici’ di Salce, non privi di qualche elemento di eleganza nel design. Le grotte costituiscono infatti un sistema porticato a sviluppo continuo, privo di suddivisioni interne.

La struttura porticata

In realtà, più che alla ricreazione e al passeggio pomeridiano, questi portici erano meno nobilmente destinati ad accogliere le scuderie del castello e le stalle sociali.

Un interno

I particolari

Una rassegna di particolari presenti nelle cavità, come quella che segue, riesce forse a dare un’idea più precisa di come si vivesse in grotta. Non sappiamo se queste permanenze fossero stabili o solo temporanee e si limitassero quindi alla sola stagione dei lavori agricoli. Certamente va riconosciuta la capacità di adattamento al contesto e l’ingegnosità di alcune soluzioni.

Una pestarola per la spremitura

Il vano caldaia per la lavorazione del latte

L’anello per legare gli animali da lavoro

Il sistema di drenaggio delle acque e dei liquami

La mangiatoia

La canna del camino

(Ho visitato Castel di Salce il 22 marzo 2017)

Il sito di Salce visto dall’alto