Gaeta. Il giudizio finale sul candelabro della Cattedrale

In uno dei più bei golfi del Tirreno, ai piedi del parco naturale di Monte Orlando, Gaeta costituisce un’eccellente meta per chi ama passeggiare nella storia. Tappa di questo itinerario è la sua Cattedrale. Ci attira in particolare il magnifico candelabro del cero pasquale, risalente al Duecento, conosciuto anche come “colonna istoriata”.  Il candelabro, collocato sul presbiterio rialzato, è composto di quarantotto riquadri scolpiti, dedicati per metà a illustrare scene della vita di Cristo e per metà scene della vita di Sant’Erasmo, modulata secondo la Passio Sancti Erasmi. I quadri scolpiti sono distribuiti secondo l’ordine cronologico degli avvenimenti della vita del Cristo e di Erasmo.

I morti risorgono al suono della tromba

Osserviamo i pannelli relativi al giudizio finale. La prima scena è quella della risurrezione dei morti. Vediamo a destra l’angelo tubicino che fa squillare la sua tromba. A sinistra i corpi umani sono ritratti nelle diverse fasi del loro risveglio: dapprima i corpi sono ancora distesi a terra; si passa poi alla posizione seduta e a quella levata. Si noti il risorto in piedi che aiuta il suo vicino al alzarsi. Si notino anche le mani che coprono il sesso. I volti sono rivolti verso l’alto, mentre osservano la parusia in atto.

La risurrezione dei morti

La risurrezione dei morti inumati in terra si completa con la restaurazione dei corpi che erano stati dilaniati e divorati dalle bestie feroci. Nel secondo pannello vediamo i sepolcri aperti e osserviamo un leone e altre fiere che vomitano dalla bocca i poveri resti delle loro prede umane. I corpi si ricompongono al suono della tromba angelica.

L’apparizione del Giudice

Nel terzo pannello vediamo i risorti schierati in ginocchio con le braccia conserte in segno di sottomissione. Davanti a loro si manifesta il Signore, in piedi, con la mano destra levata e i fori dei chiodi in evidenza. In cielo gli angeli esibiscono gli strumenti della passione di Gesù: la croce, la canna con la spugna, la lancia, la corona di spine.

I beati e i dannati

La scena del giudizio finale è tripartita. Nella parte superiore Cristo giudice appare in cielo seduto su un trono, sorretto da due angeli che scendono ad ali spiegate. Gesù siede con le gambe incrociate, simbolo di ponderatezza. In basso a sinistra è il gruppo dei beati, tra i quali si riconosce forse il buon ladrone con la croce. Di fronte è il gruppo dei dannati, dall’espressione desolata. Un diavolo, con le sembianze d’un silvestre e peloso Pan dal volto di satiro demoniaco, strattona i dannati incatenati verso l’inferno, aiutato da un secondo demone nano che porta in spalla uno strumento di tortura. Si può osservare il netto contrasto tra le gambe snelle ed eleganti della donna dannata e gli sgraziati polpacci del caprone demoniaco.

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La Catacomba “Ad Decimum” sulla Via Latina

Sconosciuta. Sorprendente. Una catacomba cristiana a Roma, aperta e visitabile, ma pochissimo frequentata. Con caratteristiche di grande pregio. Riemersa intatta dal fango dei secoli, con le gallerie transitabili e i loculi ancora tutti sigillati. Espressione della piccola comunità del Vicus Angusculanus sorta nei primi secoli intorno a un santuario, ai casali rustici, alle ville d’otium e a una stazione di posta fornita d’impianto termale. Una comunità che parlava in greco e in latino e che dedicava ai suoi defunti iscrizioni tenerissime. E un corpus di pitture che ricordano quelle delle catacombe romane più note.

La Catacomba Ad decimum della Via Latina

La Catacomba si trova al km 6 dell’attuale Via Anagnina, sul confine tra il comune di Roma e quello di Grottaferrata. In epoca romana il luogo corrispondeva al decimo miglio della Via Latina, da cui deriva il nome Ad Decimum. Vi furono tumulati circa mille corpi nei secoli terzo, quarto e quinto. Fu poi abbandonata e dimenticata. Per essere riscoperta per puro caso nel 1903 nel corso di alcuni lavori agricoli. La notizia giunse ai monaci dell’abbazia di San Nilo di Grottaferrata, che acquistarono il terreno e intrapresero gli scavi, conclusi nel 1936. Oggi il sepolcreto è posto sotto la tutela della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra ed è aperto la domenica grazie agli entusiasti e competenti volontari del Gruppo Archeologico Latino – Colli Albani “Bruno Manfellotto”.

Il casotto d’ingresso della catacomba

Le prime iscrizioni, quelle più antiche, sono molto laconiche: formulari semplici e brevi composti dal nome del defunto, da addii augurali e talvolta da immagini simboliche cristiane (il pesce, l’ancora, la colomba). Più tardi, dopo la fine delle persecuzioni e la pacificazione religiosa di Costantino, le iscrizioni si allungano, compaiono aggettivi come benemerens, carissimuse dulcis, i simboli cristiani diventano più espliciti. Un esempio è l’epigrafe Ianuarius diaconus se vivo fecit sibi et costae suae Lupercillae et Martyriae filiae suae dolcissimae quae vixit annos III menses VI dies V in pace (“Il diacono Gennaro fece da vivo questo sepolcro per sé e per la sua costola Lupercilla e per la sua figlia dolcissima Martiria, che visse tre anni, sei mesi e cinque giorni, in pace”). Colpisce che Gennaro sostituisca il termine coniuge/moglie con quello di costae, con evidente riferimento all’immagine biblica di Eva, creata dalla costola di Adamo. Altro esempio è la scritta Marciano benemerenti Hilarus fratri carissimo in pace (“Ilaro [ha fatto questa sepoltura] al suo benemerito fratello Marciano carissimo che riposa in pace), corredata da immagini incise che raffigurano colombe, un buon pastore con un agnellino sulle spalle e una coppia di pecore. Molto curiosa è la presenza nelle iscrizioni di termini quali Coprion (Coprion coiugi Florentini benemerenti fecit) e Istercoria (Proficius lector et exorcista / Istercoriae coiugi benemerenti / se vivo fecit) dallo sgradevole significato di “sterco”. Se si aggiunge che un defunto è definito Dyscoli, ovvero fastidioso e intrattabile, sorge la curiosità per questi accostamenti tra persone amate e nomi repulsivi. Probabilmente la particolare diffusione in ambito cristiano di questi nomi dal significato infamante fa pensare che il loro uso fosse legato alla volontà dei fedeli di condurre forme di penitenza e di mortificazione, associate a “nomi di umiltà”.

Una galleria della catacomba

I soggetti dipinti sui cubicula della catacomba sono quelli tipici dell’iconografia paleocristiana. L’immagine del buon pastore compare in un ambiente paradisiaco, tra alberi stilizzati e coppie di pecore. Il profeta Daniele è ritratto in preghiera nella fossa dei leoni. Vediamo anche immagini di donne in preghiera con le braccia levate. Gesù è ritratto al centro di un collegio apostolico, affiancato da Pietro, Paolo e dagli altri apostoli.

Il buon pastore e Daniele nella fossa dei leoni

L’immagine di maggiore interesse è quella della Traditio legis, cioè la consegna della legge a San Pietro da parte di Gesù. Il Signore è sospeso sulle nubi e porge con la mano sinistra all’apostolo un rotolo su cui si legge Dominus legem dat, mentre San Paolo acclama. Nel registro inferiore si vede una piccola altura, il monte paradisiaco, sul quale è poggiato l’Agnus Dei, personificazione simbolica del Cristo; ai piedi del monte sgorgano i quattro fiumi edenici mentre ai lati si distribuiscono dodici agnelli, simboli degli apostoli. Sulla parete a fianco si osserva l’immagine di un ragazzo, fiancheggiato da Pietro e Paolo che lo accompagnano nel momento del trapasso dal mondo terreno a quello ultraterreno. Una scritta a lato della testa del ragazzo defunto ci rivela la sua età (fra i 17 e i 18 anni) e il suo nome: Viator, il viandante.

Il dipinto della Traditio Legis

(Visita effettuata il 29 luglio 2018)

Alvito. Il Castello, la Fossa Maiura e i borghi abbandonati

Siamo in Ciociaria, sui primi rilievi del Parco nazionale d’Abruzzo. Visitiamo Alvito, uno dei paesi della Val di Comino. L’urbanistica del paese è del più grande interesse, perché Alvito si sviluppa sui tre livelli del colle, seguendo il modello della città-fortezza: in alto il borgo medievale raccolto intorno al Castello pentagonale; sul declivio il Peschio, avamposto intermedio con i suoi imponenti palazzi e la chiesa della Trinità con la sua bella cupola tonda; alla base “la valle”, impreziosita da palazzi e chiese di gusto barocco.

La carta turistica di Alvito (visitalvito.it)

Alvito è anche il punto di partenza di una rete di sentieri, strade sterrate e percorsi escursionistici che coprono come una ragnatela il territorio circostante. La nostra visita si concentra sul Castello di Alvito e si allarga poi verso la Fossa Maiura e i borghi abbandonati di Cortignale e Capputina.

 

Il Castello medievale

La torre angolare del Castello

L’imponente fortezza risale al 1094 quando i conti d’Aquino la costruirono come avamposto a protezione delle terre dell’abbazia di Montecassino. Distrutto in seguito al terremoto del 1349, fu ricostruito abbinando la finalità militare alla funzione di palazzo signorile, dimora dei Cantelmo. Si può visitare la piazza d’armi, di forma triangolare, protetta dalle mura e da tre possenti torri cilindriche. Il palazzo ducale resta appena visibile con le sue mura segnate da monofore e oculi. La Porta del Lago dà accesso al borgo e alle due chiese di Santa Maria in Porta Coeli e dell’Assunta. La strada che cinge il borgo è un balcone panoramico sulla Val di Comino e la Valle del Liri. Dal Castello partono alcuni dei sentieri che vanno alla scoperta dei dintorni di Alvito.

La piazza d’armi del Castello

 

Fossa Maiura

Il cratere della Fossa Maiura

Da Alvito raggiungiamo la Via Piano di Macchialonga e la percorriamo sino al termine dell’asfalto. Utile sapere che la strada è stretta e non dispone di molte piazzole di sosta e che la sterrata successiva è in cattive condizioni. Lasciata l’auto si prosegue a piedi verso la vicina Fossa Maiura (815 m). Seguendo la sterrata che aggira la fossa sulla destra se ne raggiunge la sommità. Di qui il cratere è visibile in tutta la sua impressionante ampiezza. La gigantesca dolina è una sorta di cono rovesciato profondo circa cento metri. Le pareti interne sono friabili e percorse da canalini franosi. Sul fondo è una rigogliosa vegetazione.

 

Cortignale e Capputina

Cortignale

Retrocedendo di qualche passo fino al doppio tornante della sterrata, s’imbocca a sinistra (sud-est) una stradina a mezzacosta. Un cartello di legno indica il percorso A05 verso Cortignale. Dopo qualche centinaio di metri, a un nuovo bivio, si sale a sinistra verso le già visibili case di Cortignale. Siamo in un villaggio disabitato con le caratteristiche tipiche delle pagliare dell’Appennino, ovvero i piccoli borghi frequentati d’estate dagli abitanti della valle. I valligiani vi salivano con i loro animali, coltivavano i loro poderi e sfalciavano il fieno per l’inverno. Gli edifici sono tutti costruiti sul declivio e presentano generalmente la residenza di famiglia in alto e la stalla a piano terra, talvolta con accessi sfalsati o collegati da scalinate esterne. La prima abitazione è dotata di un locale esterno per la spremitura delle olive o dell’uva.

Il camino e il forno

Più avanti un edificio di maggior pregio, con il carattere di dimora estiva, mostra la corte esterna, la scalinata d’accesso al piano nobile, una stanza dotata di camino e di forno a legna e una serie di magazzini ad arco aperto, successivamente tamponati e modificati in stalle. Le costruzioni più piccole, con il tetto spiovente, sono destinate a immagazzinare il fieno. La fienagione è tuttora effettuata nel periodo estivo, lungo i pendii laterali della valle.

La valle di Comino

Procedendo sulla strada bianca (balcone panoramico sulla Valle di Comino) si raggiunge in breve un secondo villaggio in abbandono, denominato Capputina (o Cappudine), dalle caratteristiche simili al primo. Un edificio mostra il rifacimento del tetto e quindi un recente tentativo di riuso. Ma la generalità delle case mostra i segni dell’abbandono e del progressivo disfacimento, a partire dalla caduta del tetto.

Capputina

Si può ipotizzare che i villaggi siano stati abitati fino all’inizio del secolo scorso e che, successivamente, almeno fino agli anni Cinquanta, siano stati utilizzati solo come stalle e ricovero degli animali portati al pascolo d’altura. Se si percorrono i terreni sovrastanti si può osservare il mosaico delle particelle di terreno coltivato e degli stazzi recintati da muretti di pietre a secco.

I luoghi della visita

(Escursione effettuata il 23 giugno 2018)

Malborghetto sulla Via Flaminia. Il sogno dell’imperatore

I Romani alzarono sulla Via Flaminia un arco trionfale per celebrare la vittoria di Costantino su Massenzio. L’esercito romano si era accampato al tredicesimo miglio della consolare Flaminia quando nella notte l’imperatore ebbe il sogno miracoloso che determinò la sua vittoria. Lattanzio racconta che Costantino “durante il sonno viene avvertito di far segnare sugli scudi il celeste segno di Dio e di dar battaglia”.

La visione della Croce (Raffaello, Musei Vaticani)

La visione di Costantino con il famoso segno nel cielo “in hoc signo vinces” ha colpito l’immaginazione degli artisti. Raffaello e Piero della Francesca, per limitarsi a due soli nomi,  l’hanno immortalata nei loro dipinti. Ma alcuni studiosi curiosi non si sono accontentati dei sogni e hanno voluto ricostruire storicamente il cielo stellato della notte di Costantino con un normale programma di simulazione astronomica.

La costellazione del Cigno

Posizionandosi sulle coordinate corrispondenti a quelle di Malborghetto, alla data del 27 ottobre del 312 dopo Cristo (giorno precedente la battaglia di Ponte Milvio), in direzione ovest, all’altezza dell’attuale Sacrofano, alta sopra l’orizzonte celeste, apparve un’inconfondibile croce: si trattava della costellazione del Cigno.

Il basolato della Via Flaminia romana

Il monumento commemorativo romano – un arco quadrifonte – fu eretto agli inizi del quarto secolo all’incrocio tra la via consolare Flaminia e un percorso che collegava Veio a uno scalo fluviale sul Tevere. Quest’ultimo percorso è ancora riconoscibile con l’odierna strada per Sacrofano a ovest e con il sentiero che scende a est al Fosso del Drago, alla Via Tiberina e al fiume, dov’erano alcune cave di pietra.

Il cristogramma della cappella interna

Archiviati i fasti imperiali, durante il Medioevo l’arco trionfale fu murato all’esterno e trasformato in un casale fortificato a presidio di un borgo, in seguito detto Borghetto, Borghettaccio e Malborghetto. In una decadenza sempre più malinconica, nel corso del Seicento, il Casale divenne un’osteria di strada e, nel 1713, una stazione di posta. Infine, alterato e manomesso, fu adattato a semplice abitazione rurale. Dopo un lungo periodo di abbandono, venne però finalmente la rinascita. Acquisito dallo Stato nel 1982, è stato oggetto di lavori di consolidamento, restauro e sistemazione.

Malborghetto

Oggi è tornato visitabile dal pubblico. S’impone con la sua vistosa presenza al km 19,400 della Via Flaminia, circondato da un parco verde.  È anche sede di un piccolo museo che conserva vasi romani provenienti dalle fornaci presso La Celsa, ceramiche scoperte in un ambiente sotterraneo del casale, due statue acefale togate ritrovate a Grottarossa e un’ara funeraria da Tor di Quinto.

Il parco di Malborghetto

(Ho visitato Malborghetto il 23 marzo 2018)

La rupe di Canino e le grotte di Castellardo.

La passeggiata “rupestre” da Canino alle rovine di Castellardo non deve spaventare. Sono meno di tre chilometri di strada asfaltata pochissimo trafficata. Tre quarti d’ora a piedi. Pochi minuti se si opta per l’auto. Chi arriva a Canino dall’Aurelia e lascia il mare a Montalto di Castro, attraversa l’ampia pianura della Maremma e sale poi verso il tavolato del tufo, dove il paesaggio collinare e vulcanico dell’alta Tuscia è inciso in profondità dai torrenti e alterna coltivazioni e boschi. La densità abitativa è molto bassa, ma nelle pieghe di questo paesaggio solitario si celano le reliquie delle antiche civiltà, i tesori archeologici della preistoria, degli etruschi, dei romani, gli insediamenti medievali. La fitta presenza di caseifici e di frantoi oleari attesta subito le dominanti economiche della zona e il ruolo della pastorizia e degli oliveti. Canino è un paese piacevole per il flâneur, grazie alla regolarità del suo impianto urbanistico, alla varietà di edifici e al suo museo nel chiostro del convento francescano. I monumenti che i caninesi hanno alzato a Papa Paolo III Farnese e a Luciano Bonaparte sintetizzano efficacemente la storia della città.

Finestra rupestre

La prima parte della passeggiata scende lungo la Via d’Ischia sul fondo del Fosso San Moro e segue la base della rupe di Canino e del colle che lo fronteggia. Le fondamenta dei monti di Canino sono rivestite da un’ininterrotta serie di cavità scavate nel tenero tufo. Grotte ampie e articolate all’interno, profonde spelonche buie, più modeste tane, aerei loggiati, una via cava in trincea, compongono il mosaico rupestre di un’appariscente cittadella sotterranea.

Insediamento in grotta

Alcuni siti sono chiaramente abbandonati al degrado, ma numerosi altri sono ancora pienamente attivi e utilizzati in molte forme dagli abitanti. Vi sono stalle per i cavalli, allevamenti di animali da cortile e colombaie nelle grotte d’altura. E poi vere e proprie fattorie con orti e allevamenti. Si osservano anche depositi di materiali, rimessaggio di attrezzi e veicoli agricoli, laboratori artigiani. Molte cavità sono abitabili e dotate di comfort. Reti, cancelli, sbarramenti e saracinesche attestano la continuità d’uso e la difesa delle proprietà.

Colombaia

Imboccata la strada per Pianiano, guidati dalle segnalazioni per Castellardo, si segue il corso del torrente Timone. Ormai riemersi dalla trincea del fosso, il cammino diventa piacevole e lo sguardo si allarga sui campi e i colli dei dintorni. Più avanti troviamo sulla destra la deviazione che su strada sterrata ci porta alla base del colle di Castellardo. Varcato il ponte sul fosso, la sterrata svolta a sinistra e con un tornante si alza verso il profilo delle rovine già evidenti.

Le mura del castello e il villaggio esterno

Castellardo era un villaggio appollaiato sulla sommità naturale del colle. Era difeso da un giro di mura, alzate anche sul ripido versante settentrionale. E aveva all’interno un nucleo fortificato che costituiva la residenza del dominus. Probabilmente il villaggio era cresciuto nel tempo e gli abitanti avevano realizzato abitazioni intorno al castello, scavando la roccia. La storia dell’insediamento s’interrompe bruscamente nel 1459. Una spedizione armata di abitanti di Canino distrugge l’abitato che era forse diventato un rifugio di banditi e di soldati di ventura. Da allora le rovine sono fatalmente andate incontro al disfacimento del tempo e sono state occultate da un mantello di bosco e di rovi. Fino a che, in anni recenti, un gruppo di archeologi ha iniziato un’opera di recupero e salvaguardia per mettere fine a secoli di abbandono.

Il villaggio rupestre

L’operazione di ripulitura e valorizzazione del sito, iniziata dal Gruppo Archeologico Romano nel 1998 e ancora in corso, ha permesso l’accessibilità alle rovine emergenti, la loro sistemazione, la preparazione di sentieri di visita, la cartellonistica e la documentazione grafica. Liberate dal groviglio della vegetazione spontanea, le rovine sono tornate progressivamente alla luce. E con loro, svuotate dall’interramento, sono riapparse le case-grotta e le cisterne. Un lavoro paziente e lungo, ancora da completare, ma che già caratterizza Castellardo come uno degli insediamenti rupestri più singolari della Tuscia. L’intreccio di architettura costruita e di scavi spontanei, le dimensioni ridotte e la bellezza del paesaggio circostante ne fanno un buon attrattore potenziale.

Tratto in frana della cinta muraria

Prima di esplorare l’interno può convenire fare il periplo delle mura per avere un’idea dell’ampiezza dell’insediamento e per comprenderne la struttura. Il percorso non è sempre agevole ma aiuta a studiare il rapporto con la rupe, l’orientamento, le tagliate nella roccia, il sistema delle vie d’accesso e delle porte. Le mura sono ancora conservate per ampi tratti e mostrano uno spessore superiore al metro; un tratto di muro in dissesto si è coricato lateralmente a causa di uno smottamento e del distacco dei conci dal terreno. La fortezza è ovviamente l’architettura che s’impone con maggiore evidenza grazie all’altezza delle sue pareti e ai resti delle torri.

Abitazione rupestre con cisterna

Una caratteristica che rende affascinante Castellardo (e la sua esplorazione) è la presenza di un corposo sito rupestre. Le grotte sono decine e di diversa tipologia. Alcune sono scavate al livello del terreno, mentre altre scendono in profondità. Sono presenti abitazioni umane e stalle per animali.

Grotte sovrapposte

L’interno delle grotte mostra nicchie parietali, vasche per l’abbeverata e vaschette per l’uso domestico, forni, parete e pilastri divisori, mangiatoie scavate lateralmente, fori per accogliere le strutture di legno a sostegno dei letti e dei ripiani di conservazione delle derrate. Originali di Castellardo sono le numerose cavità, geometricamente intagliate nella roccia, destinate a pozzi, cisterne per l’acqua, silos per lo stoccaggio dei cereali, “butti” per la spazzatura e i cocci.

Stalla

La presenza dei due corsi d’acqua laterali alla rupe agevolava il rifornimento d’acqua. I campi e i boschi dei dintorni fornivano le risorse alimentari necessarie. Il borgo controllava dall’alto una strada di una certa importanza, forse la stessa via Clodia o un suo diverticolo, e il passaggio di merci e di persone.

Cisterna

(Ho visitato Castellardo il 22 novembre 2017)

Le necropoli rupestri di Falerii Novi

Falerii Novi è la città romana che nel terzo secolo avanti Cristo prese il posto della falisca Falerii Veteres (l’odierna Civita Castellana). Se ne scoprono le mura percorrendo la strada tra Fabrica di Roma e Civita Castellana, nei pressi della frazione di Faleri. Imboccato il bivio per il Parco Falisco, si raggiunge l’accesso più noto, la Porta di Giove. Gli scavi archeologici hanno riportato alla luce le strade interne che delimitano le insulae, le aree residenziali, il Foro e il Teatro. Ma indubbiamente la presenza di maggiore evidenza è la grande chiesa romanica di Santa Maria di Falleri, di cui si ammirano soprattutto il portale e le cinque absidi.

Colombario sulla Via Amerina

Visitata la città romana, andiamo ora alla scoperta delle necropoli rupestri situate nei dintorni. Questi antichi cimiteri erano scavati nel tufo, una roccia tipica dell’area intorno al vulcano spento di Vico. La facilità dello scavo, anche con attrezzature molto semplici come un piccone, e la varietà delle forme prodotte da questa singolare architettura per sottrazione, sono le caratteristiche tipiche che ritroviamo in tutta la Tuscia, che è stata definita la regione delle necropoli rupestri.

Tombe rupestri sulla Via Amerina

 

La necropoli di Pian di Cava

La necropoli di Pian di Cava è molto vicina alla città romana. Uscendo dalla porta di Giove, si varca la Via Falerii Novi e si devia per pochi metri nella Via San Gratiliano. Sulla sinistra si dirama un sentiero che costeggia una recinzione e si dirige verso il Fosso Purgatorio. Per evitare l’intrico della vegetazione conviene tenersi sul margine del vicino campo coltivato fino a una ripida discesa, in corrispondenza di una palina del metanodotto.

L’ingresso di una tomba a Pian di Cava

La rupe sottostante a sinistra è traforata da una serie di tombe che si raggiungono solo dopo aver combattuto un paziente corpo a corpo con il viluppo di sterpi e di rovi che le difende. La fatica è ricompensata dall’interesse degli ipogei.

Tomba a camera a ferro di cavallo

In due casi, entrati attraverso la porta trapezoidale un tempo chiusa da una pietra sagomata, si trova un ambiente scavato a ferro di cavallo, con una rientranza centrale e due corridoi laterali; questa soluzione di scavo consente di disporre una più ampia superficie nella quale ricavare loculi orizzontali di sepoltura. Da notare che alcuni loculi non sono ancora stati scavati o lo sono stati solo in parte. In un caso la tomba è accessibile mediante due porte sui lati opposti della rupe.

I loculi all’interno della tomba a camera

Altre tombe hanno una semplice struttura a camera o sono crollate o sono scavate direttamente sulla parete rocciosa in forma di arcosoli. Ci sono indizi di un riuso delle tombe e della trasformazione in stalle: è il caso delle mangiatoie realizzate nei loculi bassi e delle attaccaglie per legare gli animali.

L’ingresso di una tomba a Pian di Cava

 

La necropoli di Cavo degli Zucchi

Cavo degli Zucchi è un luogo molto amato dagli escursionisti per la sua facilità dell’accesso, per la simbiosi con il percorso basolato dell’antica Via Amerina e per la densità impressionante di sepolture di ogni tipo.

La Via Amerina

La si può raggiungere a piedi direttamente dalle mura di Falerii, con un percorso un po’ avventuroso che guada il Rio Purgatorio accanto al ponte romano crollato. Il modo più semplice per giungervi è però quello di traversare in auto l’abitato del Parco Falisco sulla strada con l’aiuola spartitraffico centrale e giunti in fondo svoltare a sinistra sulla Via dei Falisci fino alla sbarra di accesso. I cartelli turistici sono numerosi. Dalla sbarra, fatti pochi passi, si trova il fondo naturale della Via Amerina e la si segue sulla destra, in ambiente solitario, tra grandi prati e filari di siepi. Sullo sfondo si alzano il monte Soratte a sinistra e il cratere del Lago di Vico a destra.

Tomba a Cavo degli Zucchi

Superati due sepolcri romani si arriva in breve al Cavo degli Zucchi, una trincea dove l’Amerina taglia alla base le pareti rocciose laterali e raggiunge il Fosso sul Rio Maggiore.

Complesso sul lato est

Si possono osservare tombe rupestri a portico, tombe a camera, loculi, arcosoli, nicchie, edicole pozzetti, fosse, colombari, monumenti ad ara, recinti, iscrizioni romane. Si cammina sulle lastre di basalto dell’antica pavimentazione o sui marciapiedi (crepidines). Un tratto della strada è parzialmente ostruito da un masso crollato dalla parete laterale.

Loculi e arcosoli

Raggiunto il Fosso del Rio Maggiore, dove sono i resti del ponte romano crollato, si trova sulla sinistra la tomba a portico più pittoresca. La complessità architettonica e le rifiniture di rango le hanno meritato l’appellativo di Tomba della Regina.

La Tomba della Regina

 

La necropoli Tre Ponti

Un sentierino scende sul fondo del Rio Maggiore, lo traversa su una passerella di ferro e risale sul fronte opposto, costeggiando gli imponenti basamenti del ponte romano. Ritrovato il percorso della Via Amerina costeggiamo una nuova necropoli, caratterizzata da sette monumenti funerari di rilievo scavati sui due lati della tagliata di roccia.

Necropoli Tre Ponti

Le tombe sono descritte negli accurati pannelli informativi. Procedendo sulla strada gli ipogei si diradano; conviene tuttavia raggiungere il terzo ponte (dopo quelli, crollati, sul Rio Purgatorio e sul Rio Maggiore) che mostra tutta la capacità ingegneristica delle maestranze romane.

Necropoli Tre Ponti

Il ponte è stato recentemente consolidato nel quadro di un restauro ambientale. Si osserva il grande fornice sul fosso scendendo sul sentierino laterale. Il tratto recuperato della Via Amerina continua ancora in direzione della strada Nepesina e prosegue al di là verso il Castrum di Torre dell’Isola.

Il ponte romano

(Sopralluogo effettuato il 15 marzo 2017)

Il Colle della Civita, sulle tracce dell’antica Tarquinia.

Andiamo alla scoperta della Tarquinia antica. La Tarquinia moderna, quella celebre per il profilo delle sue torri, è certamente più nota ma in realtà è nata solo nel Medioevo con il nome di Corneto. Merita tutta la sua fama. Il flusso continuo di turisti e studiosi rinverdisce i fasti che già la segnalavano nel Grand Tour. Gli straordinari rinvenimenti archeologici hanno trovato una degna esposizione nel Museo nazionale di Palazzo Vitelleschi. Le pitture parietali delle tombe nella necropoli ci hanno raccontato la vita quotidiana, gli usi funerari e il credo religioso degli etruschi. Ma l’antica Tarchuna non coincide con la città moderna. Tarchuna occupava il pianoro della Civita, quello che la valle di San Savino separa dal Colle dei Montarozzi dove oggi sorge Tarquinia.

L’antica Tarquinia sul colle della Civita

Tarchuna ebbe inizio tra l’età del Bronzo e l’età del Ferro. Acquistò nel tempo un tale prestigio tra le città-stato della Dodecapoli da riuscire a influenzare politicamente ed economicamente anche la nascente Roma, come dimostra la monarchia etrusca dei Tarquini a Roma nel VII-VI secolo.

L’acquedotto delle arcatelle

Ma ora mettiamoci in viaggio. Lasciamo l’autostrada tirrenica all’uscita di Monte Romano e ci inoltriamo nell’entroterra della Tuscia seguendo la strada statale 1 bis Aurelia. Lungo il percorso affianchiamo per un tratto l’acquedotto delle “arcatelle”, una presenza pittoresca nel paesaggio della Tuscia. Lo vediamo immergersi e scomparire nel ventre dei colli per poi fuoriuscirne con la successione di arcate che valicano le depressioni delle vallette. La costruzione risale al Settecento e forniva l’approvvigionamento idrico alla costa. Al km 6,4 lasciamo l’asfalto per una strada sterrata sulla sinistra che in 1,4 km ci conduce al parcheggio e all’area di sosta del Pian della Civita.

Il pianoro della Civita

Lasciata l’auto, ci inoltriamo nel pianoro. Siamo su un vasto tavolato che può essere suddiviso in tre settori: la Castellina a nord-est, il centrale Pian della Regina e il Pian di Civita che si restringe progressivamente e con l’appendice della Civitucola forma un cuneo puntato verso la valle del fiume Marta. Il pianoro è isolato, circondato da versanti che scendono ripidamente sui campi circostanti ed è difeso sui bordi da una cinta muraria ancora in parte visibile. Gli archeologi hanno riportato alla luce, attraverso successive campagne di scavo, singoli complessi monumentali. Sono ancora presenze isolate nella vastità del pianoro stremato dal pascolo, ma fanno intuire la possibile estensione e l’impianto urbanistico della città etrusca. Vanno poi considerate le necropoli parzialmente scavate nei dintorni del colle. E vanno ricordate anche le chiese rupestri di epoca medievale che i monaci hanno scavato alla base dei pendii. La città sopravvive alla conquista romana. Passano poi i Goti e i Longobardi. Inizia il graduale spopolamento dell’abitato etrusco-romano. In epoca medievale, mentre comincia a svilupparsi il nuovo abitato di Corneto sul vicino Colle dei Monterozzi, l’altopiano di Tarchuna/Tarquinii lentamente si desertifica; la città antica s’interra e viene dimenticata.

Le passeggiate nell’antica Tarquinia

La passeggiata sui due colli, separati da una sella, è oggi agevolata da sentieri, cancelli, percorsi protetti e soprattutto da una cartellonistica bilingue descrittiva delle emergenze archeologiche più importanti. Una tabella dei percorsi storico-naturalistici inquadra il territorio e indica le direzioni di visita. La lunga sterrata centrale che traversa tutto il piano, e che coincide probabilmente con il principale asse viario della città etrusca, è comunque l’elementare asse di riferimento dell’intera passeggiata.

Il tempio dell’Ara della Regina

Il monumento di maggior rilevanza è l’Ara della Regina, il più grande tempio etrusco finora noto. Protetto da una doppia recinzione è comunque accessibile. I resti oggi visibili sono il risultato di una ricostruzione del monumento sulle basi di un precedente santuario. Il tempio sorge su un terrapieno contenuto da muri a blocchi di calcare e fiancheggiato da due strade convergenti verso la fronte del monumento, dove era forse situato il foro cittadino. Il tempio è preceduto da una scenografica scalinata.

La fontana di Cossuzio

In età romana il tempio si popolò di statue e monumenti commemorativi come la cosiddetta “fontana di Cossuzio” un bacino di marmo con una scritta dedicatoria di Q. Cossutio, magistrato del municipio tarquiniese.

La cisterna romana

Sul pianoro si conserva anche una cisterna che garantiva la riserva d’acqua a una residenza privata. Si tratta di un vano rettangolare rivestito all’interno di uno strato impermeabile di cocciopesto.

L’arco etrusco

L’edificio etrusco prossimo all’Ara della Regina costruito con grandi blocchi di pietra e articolato in diversi ambienti, conserva un arco a tutto sesto rimasto integro.

La chiesa rupestre di Santa Restituta

Giunti al casale pastorale circondato dagli stazzi e dagli altri ricoveri notturni del gregge, si lascia il pianoro scendendo sul fianco meridionale lungo un sentiero in parte roccioso. Raggiunto il fosso (dov’è una vasca artificiale), lo si risale fino alla base della parete rocciosa dove si scopre la chiesa rupestre di Santa Restituta, risalente al XII secolo. Un vano ipogeo, con tre absidi scavate nella roccia, è preceduto da una parte costruita con decorazione architettonica e semicolonne. Lungo la parete rocciosa si trovano un sepolcreto e altri ambienti ipogei, che fanno ipotizzare un complesso monastico di celle raccolte intorno all’area sacra, probabile dipendenza del monastero del San Salvatore del monte Amiata.

La porta Romanelli

Risaliti sul pianoro e giunti alla sella che separa i due pianori, ci si affaccia sul versante opposto per scoprire un tratto delle mura che circondavano Tarquinia con una cinta lunga otto chilometri. C’è un abitato con le case separate da stretti vicoli e la strada di accesso che scende alla Porta Romanelli, di cui è visibile la base. Usciti dalla porta si percepisce la struttura delle mura, visibili per un tratto.

Il complesso monumentale dell’area sacra

Si percorre ora il Piano di Civita. Sulla destra si può osservare una zona recintata dove è stata scavata la più antica area sacro-istituzionale finora individuata in Etruria. Tarchuna è la città-madre della religione degli Etruschi. Cuore del complesso monumentale è una cavità naturale che costituisce il fulcro dei rituali. Accanto alla cavità naturale, c’è la tomba di un bambino. I resti dello scheletro sono stati studiati dai paleoantropologi che hanno stabilito trattarsi di un soggetto morto per cause naturali e affetto da epilessia, il male che nell’antichità era considerato “morbo sacro”, la condizione che permetteva il contatto con il mondo divino. Le fonti raccontano, che mentre Tarconte, il mitico fondatore di Tarquinia, proveniente dal Vicino Oriente e discendente dagli Eraclidi, arava la terra, da una zolla fuoriuscisse un fanciullo dai capelli canuti, quindi con la saggezza della vecchiaia, che gli insegnò “l’etrusca disciplina”, la religione etrusca, per poi scomparire. Il bambino epilettico corrisponderebbe al saggio Tagete, che per sua natura conosce gli dei e i loro segreti. La leggenda avvalora Tarquinia nel ruolo di madre della religione etrusca e nodo di contatto tra la cultura autoctona e la cultura orientale.

La valle del Marta

Percorso tutto il Piano di Civita e raggiunto lo strapiombo finale, lo sguardo spazia sul Mar Tirreno e l’Argentario, sulla foce del Marta, sul colle dei Monterozzi e sul profilo urbano di Tarquinia. Davanti a noi si stende la valle percorsa dal fiume Marta, che nasce come emissario del lago di Bolsena e attraversa la Tuscia sfiorando Tuscania, Monte Romano e Tarquinia, per poi sfociare in mare al Lido di Tarquinia.

Un’arcata dell’acquedotto settecentesco

(Ho visitato la Civita di Tarquinia il 27 novembre 2017)