Tuscia. Il villaggio rupestre di Santa Cecilia

I fossi sono ambienti repulsivi e talora anche repellenti. E anche quando le acque che scorrono sul fondo non ripugnano all’odorato, la vegetazione che vi cresce indisturbata è talmente intricata, spinosa, aggrovigliata, ostile, da sconsigliare ogni tentativo di progressione. Ci sono però delle eccezioni. Fossi che sorprendono per la loro topografia. E che nascondono inaspettati tesori. Una di queste piacevoli eccezioni è costituita dai fossi che circondano Bomarzo, nella Tuscia viterbese. Le incisioni vallive e i boschi che ne foderano le pareti celano meraviglie archeologiche, abitati rupestri, singolari monumenti scolpiti in epoche remote, vie cave, scalinate, altari, necropoli, templi, piramidi. Ed è allora qui, nei dintorni di Bomarzo, che proponiamo un’escursione, breve e interessante, al villaggio medievale rupestre di Santa Cecilia.

Il panorama della valle del Tevere

Scendiamo nel Fosso Castello (o Fosso del Rio), una valle segnata dalla presenza di un’imponente balaustra di rocce, che spezza il bosco e si affaccia sul fondo. La valle è cosparsa di massi erratici di peperino che si sono staccati dalla parete rocciosa sovrastante e sono franati sul ripido pendio, assumendo forme inconsuete, tali da stimolare la fantasia dei nostri antenati che vi hanno inciso tombe, pulpiti, abitazioni primitive. Bomarzo si raggiunge dall’uscita di Attigliano dell’Autostrada del Sole o dalla superstrada Orte-Viterbo. Il punto di partenza dell’escursione è il campo sportivo raggiunto da una breve diramazione al km 1,5 della provinciale Bomarzese, individuata anche da una torre-serbatoio ben visibile.

Segnale sul sentiero

Dal campo sportivo un cartello “Santa Cecilia” indica il percorso da seguire. In breve si scende a un’ampia radura sull’orlo del bastione roccioso, dov’è un’area picnic. Accanto a una piccola tomba antropomorfa inizia uno stretto sentiero intagliato nella pietra, con i gradini sagomati tra due rocce.

Il sentiero intagliato nella roccia

Questa piccola via cava scende ripidamente cercandosi prima un percorso nella parete rocciosa e poi costeggiando grandi massi, districandosi nella fitta vegetazione e tra gli alberi caduti. Un’opportuna segnaletica del sentiero rassicura sulla direzione da seguire. Dopo una ventina di minuti, quando il pendio rimpiana, si scorgono sparsi nel bosco i ruderi dell’antico villaggio di Santa Cecilia.

La casa-grotta

Un grande masso è stato scavato per ricavarvi una casa-grotta, fornita di due ingressi, di un canaletto di scolo dell’acqua piovana e di un’incisione per la tettoia, a protezione dell’ingresso.

Parete interna di un’abitazione

In un masso sono scavate nicchie, un focolare e fori per l’appoggio di travi di legno. Era forse la parete interna di un’abitazione prolungata all’esterno e coperta con strutture di legno.

L’abside della chiesetta medievale

Su una terrazza a forma di prua di nave sono i resti di una chiesetta del dodicesimo secolo, dedicata probabilmente a Santa Cecilia. Si notano ancora il pilastro che reggeva l’altare, la sagoma dell’abside, parti di mura e le decorazioni.

Una croce greca

Intorno alla chiesa è un cimitero costituito da una decina di sarcofaghi, interi o spezzati. Sui frammenti sono visibili le croci greche scolpite a rilievo.

La necropoli

La necropoli continua con le caratteristiche sepolture in alveoli trapezoidali scavati nella pietra, sagomati sulla figura umana, con o senza il cuscino interno di pietra che sosteneva il capo.

Resti di abitazione

Interessanti sono i resti di un’abitazione complessa, che ha il piano superiore accessibile con una scalinata, il pavimento, alcune pareti scavate nella roccia, il piano d’appoggio della copertura del tetto.

Vasche di spremitura

Si trovano alcune pestarole e vasche sovrapposte e comunicanti, scavate nella pietra, probabilmente utilizzate per la spremitura dell’uva e la lavorazione del mosto.

Il presbiterio della chiesa medievale

Questo villaggio rupestre mostra di essere stato frequentato dall’età etrusca fino al Medioevo. Per la necropoli altomedievale è stato ipotizzato l’intervento delle truppe africane dell’esercito bizantino, schierate a ridosso della linea del fronte con l’esercito longobardo (seconda metà del sesto secolo). Pure evidenti sono i segni del cristianesimo, sia nella chiesa medievale, sovrapposta forse a un edificio sacro preesistente, sia nella dislocazione delle tombe intorno alla chiesa. Per il resto è un ulteriore esempio di borgo rupestre, satellite dei paesi vicini (Bomarzo, Chia), ricco d’acqua, nel quale si svolgevano attività agricole, di produzione del vino e di pascolo degli animali

(La ricognizione è stata effettuata l’11 febbraio 2017)

Rieti. Trekking urbano nella capitale dei Sabini

Nel passato remoto Rieti fu l’antica capitale delle popolazioni sabine e fu poi municipio romano. Oggi è una piacevole città attraversata dalla via Salaria, con un centro punteggiato di nobili dimore e racchiuso nella cerchia delle mura, accarezzata dal fiume Velino. Secondo la tradizione Varroniana è addirittura il centro geografico dell’Italia, l’umbilicus Italiae. Il Comune propone da molti anni ai visitatori della città un percorso di trekking urbano. L’itinerario si snoda tra monumenti, palazzi, chiese ed edifici storici; costeggia poi lungamente il Velino, un fiume amato dai reatini, e propone una sintesi originale tra la città e la campagna, tra storia e natura.

Il palazzo Vicentini

 

Il ponte romano

Il punto di partenza più logico è il ponte romano, grazie al quale la via Salaria superava il fiume Velino e penetrava in città. Di questo ponte restano oggi visibili alcune arcate e altre strutture fondative vicine al ponte moderno.

Il fiume e la città visti dal ponte romano

 

Il quartiere medievale

Valicato il ponte, da Largo Fiordeponti ci si apre davanti la Via Roma, ricca di bei negozi, che risale l’antica acropoli in direzione delle piazze centrali. Può essere tuttavia preferibile percorrere la parallela Via del Porto, una stretta stradina che ricorda l’esistenza di un antico scalo fluviale e che traversa il vecchio quartiere medievale con le sue scalinate e l’arco di Santa Lucia. Svoltando a sinistra su Via San Pietro Martire si raggiunge la Biblioteca Paroniana, vanto della città, e la sezione archeologica del Museo civico, ospitata nell’ex monastero di Santa Lucia. Tra i reperti conservati spicca il rilievo scolpito con la scena di Venatio (il combattimento tra le belve e i gladiatori).

Il rilievo della Venatio al Museo archeologico

 

San Domenico

Giunti a Largo Santa Barbara, il percorso prosegue con un anello sghembo nelle vie del centro storico che si chiude poi nelle piazze centrali. I monumenti di maggior rilievo in quest’area sono la chiesa di San Domenico, costruita nella classica architettura degli ordini mendicanti, a navata unica, e l’oratorio di San Pietro Martire, uno scrigno che contiene il ciclo di affreschi del Giudizio universale dei fratelli Lorenzo e Bartolomeo Torresani.

La chiesa di San Domenico

Attualmente [2016] i due monumenti sono chiusi per le verifiche successive al terremoto di Amatrice. Più avanti, tra Via Varrone e Via Sant’Agnese, è localizzata la chiesa sconsacrata di Santa Scolastica, trasformata in Auditorium Varrone, sede di eventi culturali.

 

L’area della Cattedrale

Provenendo da Via Severi s’imbocca la centrale Via Cintia per sostare a Piazza Vittori, dove s’innalza il monumento dedicato a Francesco d’Assisi e ai monasteri francescani della Valle Santa reatina.

Il monumento a San Francesco d’Assisi

Si ammirano le architetture schiettamente medievali del Palazzo Papale, con le Volte del Vescovado, un grandioso portico a due navate, divise da poderosi pilastri che sorreggono arcate gotiche. A fianco si alza il complesso della Cattedrale di Santa Maria Assunta, preceduta da un portico e dall’imponente torre campanaria e articolata nella chiesa superiore, la cripta, il battistero. Il battistero è anche il nucleo storico centrale del Museo diocesano.

Le Volte del Vescovado

 

Il Museo civico e i giardini del Vignola

Le due piazze comunicanti, dedicate a Vittorio Emanuele e a Cesare Battisti, sono segnate dalla presenza dei palazzi istituzionali del Comune, della Prefettura e dell’Università. Il trekker urbano apprezzerà però soprattutto il parco del Vignola, un delizioso giardino pensile all’italiana, affacciato sui quartieri meridionali, e il giro nelle undici sale della sezione storico-artistica del Museo civico, introdotte dalla statua del Canova che raffigura una bellissima Ebe.

La morte del pastore (A. Calcagnadoro, 1928, Museo civico)

 

L’Ombelico d’Italia

Ci si sposta nella piazzetta medievale San Rufo, appartata e gradevole, dov’è l’omonima chiesa, ma dove la tradizione classica romana individua il centro geografico della penisola italiana. Su questo umbilicus Italiae è stato costruito un monumento circolare (ribattezzato popolarmente “la caciotta”) e apposta una lapide.

L’ombelico d’Italia

 

Il quartiere orientale

Il trekking segue ora l’asse della Via Garibaldi, l’antico decumano romano, alternandosi nei reticoli di strade che lo affiancano. Molto consigliato è il tranquillo percorso, caratterizzato da archi e gallerie, del vicolo dei Pozzi, affacciato sui prati urbani prospicienti al fiume.

La via dei Pozzi

 

Le mura medievali

Si giunge ora nella piazza dominata dalla monumentale Porta d’Arci, all’estremità orientale della città. Qui è possibile osservare uno dei tratti meglio conservati delle mura medievali. La fuga delle mura merlate è ritmata dalla presenza delle torri semicilindriche e quadrate.

Le mura medievali

 

Il fiume Velino

Usciti dalla Porta d’Arci, si va a destra, percorrendo con precauzione il margine della Via Salaria e il ponte sul fiume. Subito dopo si scende sul percorso della pista pedonale e ciclabile del Lungovelino. E’ il tratto più solitario e piacevole del trekking urbano.

L’ansa del Velino

Sulla destra scorrono veloci le acque del fiume, mentre a sinistra si aprono i campi coltivati, bordati dal percorso della Via Salaria; alle spalle è il panorama del monte Terminillo, con la cresta dei Sassatelli e le appendici del Terminilluccio e del Terminilletto che si alzano sul Pian dei Valli. Di fronte è il paesaggio urbano della città, che occupa l’antico colle dell’acropoli della romana Reate. Il Velino nasce dalle sorgenti del Monte Pizzuto, a 1667 metri di quota, traversa la conca reatina con un percorso di novanta km e precipita nelle acque della Nera formando la famosa cascata delle Marmore. Giunti al Ponte Romano, si torna al punto di partenza e il percorso si chiude. Avremo impiegato circa tre ore per una distanza di circa otto km.

La mappa del trekking urbano di Rieti

(Ho visitato Rieti il 21 dicembre 2016)

Tuscania. La Necropoli della Madonna dell’Olivo

Il dromos di accesso alla necropoli

Il dromos di accesso alla necropoli

La rupe di Tuscania è un vasto ripiano tufaceo che si eleva su profondi burroni. Piacque agli etruschi la sua posizione al margine dei monti Volsini, naturalmente protetta dal vallone dove il fiume Marta scorre tra alte pareti rocciose e dai fossi Capecchio e Machiolo. Anche i romani apprezzarono il sito, tanto che lo collegarono alla capitale con la Via Clodia e ne fecero un crocevia con la valle del Marta, valorizzando così il fiume come corridoio di comunicazione, commercio e transumanza. Nel tormentato Medioevo toccò l’apice della vitalità economica e divenne una piccola capitale del Romanico con i monumenti che ancor’oggi visitiamo e ammiriamo. Sopportò con dignità la degradazione del suo nome: Bonifacio VIII le impose il nome irridente di Toscanella, per punire una sua ribellione. Neppure il violento terremoto del 1971 è riuscito a fiaccarne il carattere. I lavori di ricostruzione e restauro ce l’hanno restituita in tutta la sua orgogliosa bellezza.

La chiesa della Madonna dell'Olivo

La chiesa della Madonna dell’Olivo

Tuscania è circondata da una fitta corona di tombe etrusche. Tuttavia l’unica visitabile in forma regolamentata e guidata è la necropoli della Madonna dell’Olivo. Gli altri sepolcreti sono generalmente in aree private, non accessibili o visitabili solo in modo avventuroso. La Madonna dell’Olivo è una chiesetta rinascimentale che sorge sul margine dell’omonima strada a 1,4 km di distanza dal centro città. A fianco della chiesa un recinto e un cancello proteggono la necropoli, che si articola su tre gradoni del costone orientale della rupe.

Tuscania vista dalla terrazza della necropoli

Tuscania vista dalla terrazza della necropoli

Una terrazza panoramica ci regala la visione delle torri di Tuscania, dell’acropoli monumentale e della valle del Marta. Poi c’immergiamo decisamente nelle viscere del costone di tufo. Il buio è malamente contrastato da un impianto elettrico che combatte un’impari guerriglia con l’umidità. Le torce fornite dalla guida si rivelano preziose. Il ripido corridoio di accesso (dromos) ci porta nel ventre della Tomba della Regina.

La Tomba della Regina

La Tomba della Regina

È un’ampia camera funeraria, con due robuste colonne che sostengono la volta di tufo. I successivi ampliamenti della tomba hanno causato il crollo della volta e così una struttura di ferro, opera dei lavori di restauro e conservazione statica, rassicura oggi il visitatore. I resti dei sarcofagi e un dedalo di cunicoli rendono misteriosa l’atmosfera che si respira e che allucinò probabilmente un archeologo che vide effigiato su una parete il volto di una regina.

L'interno di una tomba

L’interno di una tomba

La via di fuga di un cunicolo buio conclude l’incursione/intrusione nella tomba reale. Ci ritroviamo all’aperto su un terrazzino intermedio dal quale si accede a diverse tombe rupestri piuttosto malconce. Il crollo dei portali ha però l’involontario merito di mostrare nitidamente l’articolazione interna degli spazi funebri delle tombe di famiglia. La successione degli scavi per il progressivo ampliamento delle cavità ha creato un intreccio gordiano, gremito di letti di tufo dove erano collocati i sarcofaghi, accessibile da uno stretto corridoio centrale.

L'interno di una tomba

L’interno di una tomba

Scendiamo ora a un livello ancora inferiore e ci muoviamo su una cengia allungata che dà accesso al ‘condominio’ familiare dei Curunas. Una successione di tombe rupestri ‘a schiera’ ha ospitato i defunti dei diversi rami di questa famiglia egemone. La prima tomba è stata destinata al capostipite Vel Curunas, a sua moglie e alle tre generazioni dei suoi discendenti. La seconda tomba sono state ritrovate ben ventisette deposizioni di discendenti della stessa famiglia.

L'accesso all'ultima tomba

L’accesso all’ultima tomba

Terminato il descensus ad inferos nella necropoli rupestre è tuttavia consigliabile completare il quadro con la visita al Museo archeologico etrusco, ospitato nel chiostro del convento francescano di Santa Maria del Riposo. Il Museo espone i sarcofaghi e i reperti provenienti dalla necropoli della Regina e dalle altre necropoli di Tuscania.

L'amazzonomachia

L’amazzonomachia

Segnalo – uno per tutti – il sarcofago delle Amazzoni, decorato con la scena della strage delle mitiche donne guerriere a opera degli eroi greci. Sul fronte opposto del sarcofago è una scena di lotta tra animali con un’antilope preda di un leone e di una leonessa.

Il sarcofago dei Curunas

Il sarcofago dei Curunas

 

 Visita la sezione del sito dedicata alle passeggiate nei siti della civiltà rupestre: www.camminarenellastoria.it/index/ITALIA_RUPESTRE.html

 (L’escursione a Tuscania è stata effettuata il 26 maggio 2016)

Il borgo di Ceri

Ceri è un pittoresco borgo medievale cinto da mura merlate costruito su uno spuntone di roccia. Siamo nel Lazio, non lontani da Cerveteri, in terra etrusca. Ennio Flaiano vi giunge in gita da Fregene il 6 settembre 1957. E descrive l’impatto con Ceri in poche rapidissime pennellate. Si gira al 32 km dell’Aurelia al Fosso della Statua. Rovine di un castello del XII secolo. Nessun cartello indicatore. Bella pineta con due colonne – Alessandro Torlonia, anno 1855 – Strada pessima che si inoltra per 6 chilometri – sino agli acrocori di tufo. Altra pineta, un casale, poi Ceri. Vista stupefacente. Vecchia stampa o illustrazione dell’Orlando Furioso. Paese chiuso in una cinta merlata. Su uno spuntone di tufo – Palazzo dei Torlonia in rovina – Piazzetta, a cui si arriva per una strada scavata nel tufo. Osteria, alimentari, macelleria. Chiesa restaurata. Statua della Madonna in ghisa nella piazza. Pane appena sfornato. Padrona del negozio che invita a entrare e a sedersi. Niente luce elettrica. Casa acquistata per 400 mila lire, 15 vani. Prete in motoretta, molto giovane, che va a prendersi l’acqua alla fonte. È certo un luogo da non mancare per chi ama l’Italia “borghigiana” dei piccoli centri.

La Rocca di Ceri

La Rocca di Ceri

Il castello (palazzo Torlonia)

Le mura di Ceri

Le mura di Ceri

Etimologicamente la parola ‘borgo’ – termine presente peraltro in tutte le moderne lingue occidentali – indica un abitato sorto intorno a un castello. Anche Ceri ha la stessa genesi: un grumo di case e una chiesa intorno a un castello. Costruita dagli Orsini da Anguillara, la Rocca di Ceri passò più volte di mano tra le casate nobili dei Borromeo, dei Serra, degli Odescalchi. Nel 1833 arrivano i Torlonia. Come ci appare oggi il castello di Ceri è in gran parte l’esito dei radicali lavori di trasformazione effettuati da Don Alessandro Torlonia: il borgo e l’antico palazzo vennero radicalmente rimaneggiati; molte case demolite per creare la grande piazza al centro del borgo e per dare spazio al nuovo giardino annesso al Palazzo; fu costruita la nuova cinta muraria merlata, insieme con i magazzini e gli alloggi. Nel rinnovato borgo trovarono alloggio i dipendenti del Principe: il fattore, l’amministratore, il casaro, il fagocchio. La grande lapide che sovrasta la porta d’accesso al borgo ricorda le vicende del borgo e l’opera di Alexander Torlonia Princeps.

La porta d'ingresso al borgo

La porta d’ingresso al borgo

Le storie dell’antico testamento

La chiesa parrocchiale, dedicata all’Immacolata Concezione, esibisce un bel ciclo di affreschi del dodicesimo secolo che illustra episodi dell’antico testamento, dalla creazione del mondo al passaggio del mar Rosso.

Abramo e Isacco. Il passaggio del Mar Rosso

Abramo e Isacco. Il passaggio del Mar Rosso

Colpisce che in un luogo minuscolo e marginale come Ceri si trovi un ciclo di affreschi di altissima qualità, simile a quelli di san Clemente a Roma. Vediamo raccontati come nelle tavole di un fumetto i libri biblici della Genesi e dell’Esodo: le storie dell’inizio del mondo (la creazione, Adamo ed Eva, il peccato originale, la cacciata dal paradiso, Caino e Abele), i patriarchi (l’arca di Noè, la vicenda di Abramo, Isacco e Giacobbe, Giuseppe venduto dai fratelli e tentato dalla moglie di Putifar) e la vicenda di Mosè (L’Oreb, il Faraone, le piaghe d’Egitto, la traversata del Mar Rosso). Il restauro ne ha anche eliminato le velature ed esaltato i colori.

L'arca di Noè

L’arca di Noè

Il giudizio finale

C’era una volta anche il giudizio finale, affrescato sulla parete di fondo della chiesa. Ma un solo brandello, un’esigua striscia quadripartita, è scampata alle vicende della storia, alle offese dei Borgia e ai crolli.

Il Giudizio finale

Il Giudizio finale

In alto s’individuano tre angeli, probabili accompagnatori del Cristo giudice. La seconda fascia mostra due apostoli seduti sui troni del tribunale celeste. La terza fascia mostra scene delle opere di misericordia, secondo la formula matteana del giudizio universale, con un richiamo evidente alla tavola vaticana di Giovanni e Nicolò. Il buon cristiano riveste con una tunica bianca un miserabile completamente nudo. Altri bisognosi sono nutriti e dissetati. Nell’ultima scena in basso s’individua la Gerusalemme celeste, con le mura tempestate di gemme. All’ombra di una torre sono i beati del paradiso: due donne e un uomo nimbati che indossano abiti sontuosi.

La Gerusalemme celeste

La Gerusalemme celeste

Il paesaggio

Il Piano territoriale paesistico della Regione Lazio definisce Ceri e la Valle Sanguinara “un insieme di alto valore paesaggistico”. Il piccolo caratteristico borgo medioevale è posto su un acrocoro sorgente dalla valle ed è dominato dalla monumentale rocca degli Anguillara. Con le vicine folte alberature forma tutto un complesso di cose immobili aventi un eccezionale valore estetico e tradizionale. Tale complesso, inoltre, colle caratteristiche piccole alture che lo circondano, ricoperte di verde, con la sottostante valle boscosa del Sanguinara costituisce un panorama e un paesaggio di singolare bellezza con pittoreschi quadri naturali e con punti pubblici di visuale che permettono di godere tale paesaggio e di altre zone circostanti. Nella località, infine, si trova la bella pineta del Prociglio, che forma una suggestiva nota paesistica, inquadrata nella circostante campagna.

Il borgo di Ceri

Il borgo di Ceri

A Lavinium, sulle tracce di Enea

La porta dell'Heroon di Enea

La porta dell’Heroon di Enea

Ecco una proposta per “camminare nella storia” nei dintorni di Roma. Si tratta di una breve passeggiata – tra storia e mitologia – a Lavinium, sulle tracce di Enea.

Il lungo viaggio di Enea

Memoria del bimillenario virgiliano

Memoria del bimillenario virgiliano

Virgilio compose il poema epico Eneide nel primo secolo avanti Cristo rielaborando antiche tradizioni letterarie e “riscrivendo” la storia di Roma. L’eroe Enea fugge da Troia, fonda una nuova città, Lavinium, considerata “metropoli” (città madre) dei Latini, dove custodisce gli déi portati da Troia e la memoria di nobili antenati da cui discendono la stirpe albana e la stessa Roma (non è casuale che anche la Storia di Roma di Tito Livio abbia inizio con lo sbarco di Enea nel territorio laziale). Il viaggio che porterà Enea da Troia al Lazio durerà ben sette anni. La prima tappa è in Tracia. Poi nell’isola di Delo a consultar l’oracolo del dio Apollo. Successivamente nell’isola di Creta, dove scoppia una pestilenza; nelle isole Strofadi (Mar Ionio); ad Azio e a Butroto nell’Epiro (Albania), dove Enea incontra Andromaca, moglie di Ettore, divenuta schiava di Pirro, figlio di Achille. Dall’Epiro alla Sicilia, dove muore Anchise. Di qui una tempesta, scatenata da Giunone, che odia i Troiani, spinge Enea e i suoi compagni in Africa. Dopo un lungo soggiorno a Cartagine, il viaggio riprende con una nuova tappa in Sicilia per onorare la memoria di Anchise, poi una sosta a Cuma per consultare la Sibilla e infine l’arrivo sulle coste del Lazio.

L’arrivo a Lavinium

I luoghi dello sbarco di Enea

I luoghi dello sbarco di Enea

Nel settimo libro dell’Eneide, Virgilio descrive così l’arrivo di Enea sulla costa di Roma: “Già sotto i raggi il mare arrossava quando i venti si posarono e all’improvviso ogni alito cadde… E qui Enea grande, dal mare, un bosco divino avvista. Nel mezzo, il Tevere con l’amena corrente, a mulinelli rapidi, biondo di mota arena, prorompe in mare. E sopra e all’intorno, variopinti, gli uccelli avvezzi alle rive e al greto dei fiumi con canto accarezzavano l’aria e per il bosco volavano. Quando col primo raggio le terre imbiancava, sorgendo, il giorno nuovo, città, lidi e terre del popolo esplorano per vie diverse: questi gli stagni del fonte Numico, e questo fiume è il Tevere, i forti Latini qui vivono”. Lo sbarco sarebbe avvenuto in una laguna interna, separata dal mare dalla duna costiera, grazie a un’apertura che avrebbe permesso l’attracco di una nave di basso pescaggio come erano quelle dell’età del Bronzo. Lì sarebbero apparse le due sorgenti che dissetarono Enea e i compagni. Nella laguna sfociava il fiume Numicus: risalendone il corso era facile trovare acqua e viveri nella Silva Laurentina. Lì sarebbe stata fondata Lavinium.

L’antica Lavinium

Il borgo di Pratica di Mare

Il borgo di Pratica di Mare

La città di Lavinium era situata al diciottesimo miglio dell’antica Via Laurentina (a circa 28 km da Roma e a 4 km dal mare). L’acropoli risale all’età del Bronzo e alla prima età del Ferro. Nel sesto secolo raggiunse la massima espansione sia urbanistica che economica. Si svilupparono i contatti commerciali, soprattutto con l’ambiente greco coloniale. Questi contatti sono testimoniati dalla forma dei monumenti, dai culti provenienti dalla Magna Grecia e dalla ceramica d’importazione. La Via Laurentina, la Via per Ardea e la via che dai Colli Albani si dirigeva verso il porto costituivano i principali assi viari di riferimento. I monumenti più famosi sono il Santuario dei tredici altari, l’Heroon di Enea e il Tempio di Sol Indiges. La fine della città si può stabilire intorno al quinto secolo, probabilmente a seguito di un terremoto.

Il Borgo di Pratica di Mare

Il palazzo baronale di Pratica di Mare

Il palazzo baronale di Pratica di Mare

La passeggiata può iniziare dal Borgo di Pratica di Mare, frazione del Comune di Pomezia, nei pressi dell’aeroporto militare. Pratica di Mare è costruita esattamente sull’acropoli dell’antica Lavinium. Il borgo è appartenuto ai monaci benedettini fino al Trecento, per poi passare alle proprietà delle grandi famiglie baronali: i Colonna, i Capranica, i Massimi e, dal 1617, i Borghese, attuali proprietari. La conformazione attuale del borgo è riferibile alla ristrutturazione operata nel Seicento dall’architetto Rainaldi su disegni di Antonio da San Gallo il Giovane. Il monumento di rilievo è il Castello, nelle forme di un palazzo baronale.

 Il Museo archeologico Lavinium

Il Museo archeologico Lavinium

Il Museo archeologico Lavinium

Usciti dal Borgo di Pratica di Mare e percorso un centinaio di metri si raggiunge la villa che ospita il Museo archeologico Lavinium. Modernamente concepito, il Museo è affascinante e propone una visita molto appagante. Il viale d’ingresso è fiancheggiato dai pannelli che riportano i brani dell’Eneide e risuona degli stessi versi diffusi in quadrifonia con l’accompagnamento di una colonna sonora. Le sale dispongono di videoinstallazioni che raccontano con grande efficacia il viaggio di Enea, fanno parlare le statue delle offerte votive ci fanno incontrare un sacerdote virtuale nel tempio delle tredici are. Cinque sale sono dedicate rispettivamente alla straordinaria statua di Minerva, la Tritonia Virgo, alla bellezza femminile del Mundus Muliebris, alla nave del viaggio di Enea per mare, alla Civitas religiosa, con i culti dei vivi e le sepolture dei morti, e all’Heroon di Enea.

 L’area archeologica

I tredici altari di Lavinium

I tredici altari di Lavinium

La vicina area archeologica, normalmente chiusa, è comunque visitabile in alcune occasioni. Tra i monumenti di maggiore interesse c’è il Santuario delle Tredici Are che trae il nome dal numero degli altari rinvenuti (anche se recentemente se n’è aggiunto un quattordicesimo). Vi è poi la cosiddetta tomba di Enea (Heroon), una tomba a tumulo del VII sec. a. C., che in epoca successiva, nel IV sec. a.C. venne significativamente ristrutturata con l’aggiunta di una cella quadrangolare chiusa da una porta a finto battente in tufo.

8 - Museo di Lavinium

Sulle Vie Francigene del Sud. L’anello urbano di Ferentino

10 - Santa Maria Maggiore

Tra i diversi possibili percorsi delle vie Francigene del Sud, che collegavano Roma ai porti d’imbarco pugliesi per la Terrasanta, la Via Latina fu nel Medioevo un itinerario di collegamento con la Campania alternativo alla Via Appia. Traversava i Castelli Romani, lambiva le colline sui cui sorgevano Anagni e Ferentino, a San Pietro Infine voltava verso Venafro, da qui a Caianello e quindi a Capua, dove si immetteva nell’Appia. Dal IX secolo venne chiamata Casilina, dall’antico nome di Capua. Nel Medio Evo fu molto utilizzata dai pellegrini, che la preferivano all’Appia per la maggiore presenza di ospitali e soprattutto perché transitava in prossimità dell’abbazia Benedettina di Montecassino, importante meta religiosa. Tra il 1151 e il 1154 un abate benedettino islandese, Nikula di Munkathvera, del monastero di Thingor, intraprese un lungo e faticoso pellegrinaggio: partito dalla lontana Islanda in barca, approdato in Danimarca, intraprese la propaggine europea della Via Francigena, che lo condusse, valicate le Alpi e traghettato il fiume Po, fino a Roma; ma da qui volle ripartire, riprendendo la via del mare a Brindisi, alla volta di Gerusalemme per visitare anche il Santo Sepolcro. Oltre Roma usò il tracciato della via Casilina, come si evince dalle località di cui fa menzione : “(T)usculum” (Tuscolo), “Florenciusborg” (Ferentino), “Separansborg” (Ceprano), “Akvinaborg” (Aquino), “Germanusborg” (San Germano), “Kapa” (Capua). Seguendo idealmente questo itinerario di pellegrinaggio francigeno proponiamo una traversata urbana a Ferentino.

La segnaletica della Via Francigena a Ferentino

La segnaletica della Via Francigena a Ferentino

Usciti dal nuovo casello dell’autostrada del Sole e dalla via Casilina sud si sale verso il poggio di Ferentino. A piedi s’imbocca la salita di via di Porta Maggiore, storico ingresso alla città. Poco prima della Porta si consigliano due interessanti deviazioni. A sinistra un sentiero attrezzato percorre la base delle mura poligonali, costruite a partire dal quarto secolo avanti Cristo con enormi blocchi calcarei sovrapposti a secco; se ne apprezzano da vicino le fondamenta murarie più antiche, le integrazioni successive, le torri medievali e le curiose superfetazioni edilizie moderne che ne coronano la sommità.

Le mura poligonali

Le mura poligonali

Tornati alla Porta, a destra, nei pressi di una croce di ferro, si scende lungo un sentiero attrezzato e una scalinata al singolare “testamento” di Aulo Quintilio Prisco scolpito nella viva roccia del colle, di fronte alla veduta della valle Latina; è un monumento sepolcrale rupestre con una lunga iscrizione onoraria che ricorda le cariche pubbliche del “Patrono” del municipio ferentinate e i benefici che egli procurò alla popolazione locale.

Il testamento di Aulo Quintilio Prisco

Il testamento di Aulo Quintilio Prisco

Dopo la doppia deviazione si entra in città passando sotto gli archi della Porta Maggiore. La porta è costituita da un cortile quadrangolare fiancheggiato da due archi a tutto sesto. L’asfalto non riesce a nascondere del tutto l’antico basolato romano. La porta è detta anche “di Casamari” perché da essa parte la strada per Veroli e l’abbazia di Casamari.

La Porta Maggiore

La Porta Maggiore

Seguendo il cartello della Via Francigena si sale a destra e ci s’innesta sul viale di circonvallazione Alberto Lolli Ghetti. Lo si percorre lungamente, osservando e studiando l’arco panoramico di fronte: i monti Lepini a sud, la valle del fiume Sacco densa di insediamenti industriali, il colle di Frosinone, le alture ciociare tra le quali si adagiano Casamari, Veroli, Fumone, Alatri e i monti Ernici a nord. A fianco del viale alcuni gradini scendono alla Porta Santa Croce a un solo fornice con arco a tutto sesto. L’antica via extraurbana che usciva dalla porta è oggi ridotta a un esiguo sentiero. La circonvallazione termina nella piazza antistante la Porta Montana. Un tempo gli allevatori provenienti dai centri montani di Alatri, Guarcino, Trevi ed Arcinazzo conducevano qui il bestiame per la macellazione e la vendita. La Porta medievale, ristrutturata nel Settecento, è chiamata Montana perché apriva la strada per le montagne della Ciociaria.

Il Palazzo dei Cavalieri Gaudenti

Il Palazzo dei Cavalieri Gaudenti

Dalla porta ha inizio in salita il percorso urbano che traversa il suggestivo centro medievale del borgo. Lungo la via Morosini si ammira il palazzo trecentesco dei Cavalieri Gaudenti, con la sua caratteristica bifora, seguito dal Palazzo Montelongo (o di Innocenzo III) con il suo portale gotico.

L'arco gotico dell'ingresso al Palazzo di Innocenzo III

L’arco gotico dell’ingresso al Palazzo di Innocenzo III

Lungo le antiche mura repubblicane, sotto un voltone, si visita il Mercato romano con la sua aula fiancheggiata dalle botteghe. E si raggiunge così il ‘tetto’ di Ferentino, il grandioso terrazzamento dell’Acropoli, con il suo avancorpo retto da possenti massi parallelepipedi.

L'Acropoli di Ferentino

L’Acropoli di Ferentino

Il Duomo romanico, dedicato ai santi Giovanni e Paolo, propone i suoi tesori (il ciborio, la cattedra, il candelabro) e soprattutto il magnifico pavimento realizzato dalla famiglia dei Cosmati. Sulla piazza un monumento bianco ci ricorda che Ferentino è città celestiniana, grazie alle reliquie e ai numerosi legami storici con Pietro da Morrone, più noto come Papa Celestino V. Un terrazzo, decorato dai cipressi e da una colonna con una croce di ferro, si affaccia su un parco pubblico e sulla Valle Latina. Iniziamo ora la discesa.

Il presbiterio della Cattedrale

Il presbiterio della Cattedrale

Scendiamo sotto un passaggio voltato e seguiamo a destra la via Antica Acropoli e la successiva scalinata che ci portano alla chiesa di San Francesco con il suo bel rosone. Un ampio piazzale a fianco della chiesa fa da balcone sulla valle del Sacco, su Anagni e sui colli di Fiuggi. Lungo la Via XX Settembre si scende ora alla centrale Piazza del Municipio e si prosegue per la Via Consolare sul fianco della Chiesa di San Valentino, apprezzandone così la caratteristica abside pensile. Una stretta scalinata ci conduce rapidamente ai resti del Teatro Romano, alla vicina chiesetta di Santa Lucia e all’importante Porta Sanguinaria (così chiamata perché forse luogo delle esecuzioni capitali). Una breve risalita ci porta a fare il periplo della bella Chiesa di Santa Maria Maggiore, eretta in forme gotico-cistercensi e sovrastata da un tiburio ottagonale. La discesa lungo la via di Porta Maggiore e gli archi della Porta omonima chiudono l’itinerario ad anello e ci riportano al punto di partenza.

Il pavimento cosmatesco della Cattedrale

Il pavimento cosmatesco della Cattedrale

Mainarde laziali. Il giro del lago Selva

Veduta del lago da est

Veduta del lago Selva da est

Il lago Selva (o di Cardito) si trova nel Lazio meridionale, alle falde delle Mainarde, tra i Comuni di Vallerotonda e di San Biagio Saracinisco. Il nome gli deriva dalla vicinanza con La Selva e Cardito, frazioni di Vallerotonda. Se ne possono raggiungere le rive con brevi deviazioni della strada 627 della Vandra. Il lago ha origine artificiale, grazie alla diga costruita negli anni sessanta a servizio delle centrali idroelettriche dell’Enel. La valorizzazione turistica ha dotato l’area di locali di ristoro, parcheggi, aree picnic. Particolarmente apprezzato è il sentiero pedonale protetto – che funziona anche da pista ciclabile – e che costeggia integralmente il lago. È così possibile (oltre che raccomandabile) effettuare una tranquilla passeggiata che si sviluppa ad anello tutt’intorno al lago in circa 40 minuti.

Gli alberi "barbuti"

Gli alberi “barbuti”

Si può così transitare sulla sommità della diga, affacciarsi sui pascoli sottostanti, studiare i sistemi di deflusso delle acque, attraversare boschetti, ammirare gli arberi “barbuti” che hanno le loro radici sott’acqua, valicare i numerosi torrenti immissari, isolarsi nelle insenature nascoste, fotografare i riflessi delle limpide acque alle diverse ore del giorno, fermarsi in contemplazione della natura, praticare il birdwatching e la pesca sportiva, utilizzare le risorse per i turisti, seguire le vie d’uscita verso i campeggi e i ristoranti della zona. E infine partire per più impegnativi sentieri verso le Mainarde.

La riva a monte

La riva a monte