Francia. I tre vivi e i tre morti di Carennac

A Carennac (Lot), in un edificio conventuale prossimo al chiostro abbaziale, attualmente di proprietà privata, è stato scoperto nel 1977 un dipinto murale con una versione quattrocentesca della leggenda medievale dei tre vivi e dei tre morti. Nella tradizione letteraria di genere, tre nobiluomini a cavallo, impegnati in una battuta di caccia, incontrano sulla strada dei revenant, tre cadaveri ‘viventi’ di orribile fattezza. La visione è ammonitrice e il messaggio trasmesso dai tre morti (“siete come noi eravamo; sarete come noi siamo”) vuole convincere gli spensierati a condurre una vita virtuosa.

Le dit des trois morts et de trois vifs à Carennac

Nel dipinto la scena è ambientata a un incrocio di strade, nei pressi di una croce stazionaria (o un calvario). Il paesaggio è invernale, segnato da alberi spogli sullo sfondo di città fortificate, torri e mulini. I tre revenant occupano lo spazio di destra. Il primo ha i tipici connotati della morte: uno scheletro, con la corona di regina, che scocca dardi mortali dal suo arco. Il secondo indossa un sudario a brandelli e impugna la falce livellatrice. Il terzo, dal colore scuro di mummia, è un cadavere in putrefazione che mostra le sue viscere divorate dai vermi.

A sinistra sono ritratti i tre cavalieri. Hanno copricapi, mantelli e abiti eleganti. Cavalcano animali di colore scuro, forniti di gualdrappe ricamate e finimenti di lusso. L’apparizione dei morti viventi crea in loro reazioni psicologiche e comportamenti differenti. Il primo cavaliere a sinistra ha una reazione inorridita e fa scartare il cavallo verso una rapida fuga. Il secondo cavaliere è molto spaventato e resta bloccato sulla sua cavalcatura; ritrae lo sguardo dall’apparizione e con la mano compie una benedizione o uno scongiuro. Il terzo cavaliere resta calmo, volta il suo cavallo e sembra sostenere orgogliosamente impassibile la provocazione che di fronte.

Francia. Il sentiero-balcone tra Loubressac e Autoire nel Lot

Questa bella escursione sui colli tra Loubressac e Autoire ci aiuta a scoprire tutti i valori caratteristici del Lot, il dipartimento francese nella regione del Midi-Pyrénées. Il percorso scopre in successione due borghi di charme, premiati dal marchio “les plus beaux villages de France”; un paesaggio di boschi e pascoli che ospita razze bovine e ovine di pregio; una falesia percorsa da un’ardita cengia che ospita una rocca del tutto inaspettata; la freschezza di una spettacolare cascata.

L’area dell’escursione

Ci muoviamo nella fascia di territorio compresa tra il fiume Dordogna e il parco naturale Les Causses du Quercy.

Il castello di Loubressac

Il punto di partenza è Loubressac, arroccato su un promontorio dal cui belvedere si può godere l’ampio panorama della valle della Dordogna e di tutti i castelli nei dintorni. Loubressac offre ai visitatori il fascino del castello, delle sue case medievali di pietra ocra e con i caratteristici tetti appuntiti e delle sue dimore signorili.

Il portale della chiesa di San Giovanni Battista

La chiesa di San Giovanni Battista ha un portale scolpito che fu preso a martellate dai protestanti nel 1572. Il timpano mostra ancora una crocifissione, affiancata dal giudizio di Pilato e dal volto di Giuda che ha la scarsella dei trenta denari appesa al collo. Sui piedritti spiccano le conchiglie del Cammino di Santiago.

Gregge in riposo

Lasciamo Loubressac seguendo strade secondarie, sentieri protetti da muretti di pietre a secco, stradine di campagna, che alternano tratti di bosco ad ampie radure a pascolo, popolate da greggi di ovini e tranquille mandrie di bovini dalla pelle marrone.

Un’azienda agro-pastorale

Giungiamo al villaggio di Siran. Un’azienda agropastorale, che offre anche un punto di sosta e ristoro, ci ricorda che dalle capre d’angora allevate in questa zona si ricava la pregiata lana detta mohair.

Belvedere su Autoire

L’escursione diventa qui un autentico sentiero-balcone, molto frequentato dal popolo dei randonneur. Ne viviamo i suoi momenti più emozionanti. Dal belvedere sulla valle che ha Autoire al suo sbocco, si percorre una stretta cengia che traversa tutta la falesia e supera le rampe più scoscese con l’aiuto di scale di ferro.

La discesa nella falesia

Si scopre la visione dall’alto della cascata alla testata della valle, generata dalle acque del torrente che dà il nome al villaggio.

La cascata del torrente Autoire

La cengia trova la sua sorprendente conclusione nel Castello degli Inglesi, una rocca costruita a picco sulla parete. Il fortino risale al tredicesimo secolo e servì da riparo alle compagnie armate inglesi durante la guerra dei Cento Anni.

Il Castello degli Inglesi

Un sentiero scende ora nel solco della valle e raggiunge la strada sul fondo. Si può così raggiungere la cascata e goderne lo spettacolo dal basso. Il paesaggio è dominato dalla parete rocciosa che abbiamo appena percorso.

La falesia vista da Autoire

Giungiamo infine a Autoire, piccolo centro gode anch’esso del marchio di Les Plus Beaux Villages de France. L’amenità del sito convinse le agiate famiglie di Saint-Céré a costruirvi le loro residenze estive e case di vacanza. Si spiega così l’addensamento di “châteaux”, “manoirs”, “gentilhommières” e “belles maisons paysannes”, con i tetti di lose e le colombaie sulla sommità delle torri.

Il Castello di Autoire

Una citazione merita almeno il turrito Château del Limargue, dimora del “sieur” Lafon, fatto cavaliere da Carlo VIII.

Un antico tetto di lose

(Ho percorso il sentiero il 3 luglio 2017)

 

 

Francia. Il villaggio abbandonato di Barrières

L’hameau di Barrières è un autentico monumento della pietra a secco. Dopo il suo progressivo abbandono nel corso del secolo scorso non ha subito modifiche significative pur cadendo inevitabilmente in rovina. Costituisce dunque un unicum nel Quercy perché è una testimonianza integra della vita agro-pastorale del passato. La sua esistenza e le sue attività sono in parte legate al Priorato Saint-Jean des Fieux (1297-1624), localizzato a meno di un km dal villaggio. Collocato all’incrocio di tre strade, la frazione di Barrières comprende una dozzina di abitazioni interfacciate con le loro dipendenze agricole (cantine, porcilaie, fienili, ovili). Le ragioni del suo abbandono risalgono allo spopolamento delle campagne provocato dalla crisi dell’agricoltura di fine Ottocento e poi dalla Grande Guerra (1914-1918). Nel 1911 gli abitanti del villaggio erano ancora una cinquantina, in maggioranza coltivatori e allevatori. Nel 1946 essi si erano ormai ridotti a due. L’ultima nascita, quella di René Pouzalgues, risale all’agosto del 1926. E la sua ultima abitante, morta nel 2001, si chiamava Victoria Treil.

Veduta dall’alto

Il villaggio è una delle frazioni di Miers, comune del dipartimento del Lot, nella regione del Midi-Pyrénées. La visita permette di apprezzare la solidità e l’integrità degli scheletri degli edifici, costruiti a secco con le pietre del calcare del Quercy. Sono invece crollate le coperture dei tetti, sostenute da travi di legno che non hanno retto all’usura del tempo.

La strada basolata

La passeggiata tra le rovine può seguire l’asse della strada principale del villaggio, i cui basoli di pietra sono ancora visibili. Con brevi deviazioni si possono osservare le reliquie della vita quotidiana del tempo. La casa di Pierre Grimal, ad esempio, mostra ancora la grande cucina con le pareti del camino e il lavabo dell’acqua.

La casa Grimal

Casa Grimal ha alle spalle la stalla di famiglia ed è affiancata da una grande aia lastricata, dove giocavano i ragazzi, si batteva il grano e si seccavano al sole gli ortaggi e la frutta.

L’aia lastricata e la grangia con la porta architravata e la finestra di aerazione

Due edifici più piccoli, accanto all’aia, erano le grange con i depositi di fieno di Jean Brel e Armand Pouzaigues.

Il locale del forno

Il forno del villaggio è quasi completamente in rovina, ma sull’unica parete rimasta ancora in piedi, pur se interrata, è ancora visibile la cella di cottura del pane.

La scala di accesso al fienile

Le stalle dei bovini e gli ovili erano sul fondo del villaggio, addossati ai muretti di confine. Si può ancora osservare un edificio diruto a due piani, munito di scala esterna per l’accesso al fienile superiore; l’ambiente al piano terra era una stalla o un ovile.

Un orto recintato

I campi erano adibiti prevalentemente a pascolo degli animali. Si riconoscono ancora le parcelle di campi a seminativo, qualche orto e giardino.

La grangia a due piani

L’edificio più spettacolare perché ancora integro e con il tetto a spiovente è la lunga grangia a due piani, costruita sfruttando con intelligenza il naturale dislivello del terreno. L’accesso anteriore apre lo spazio del piano alto, destinato a pagliaio. La porta laterale dà invece accesso al locale basso, utilizzato probabilmente come ovile.

Il pozzo del villaggio

Il villaggio disponeva dell’acqua necessaria alla vita degli abitanti grazie a tre pozzi distribuiti tra le case.

L’abbeveratoio

Gli animali utilizzavano le vasche per l’abbeverata, con l’accesso a scivolo, costruite negli immediati dintorni del villaggio. Le vasche sfruttavano piccole sorgenti naturali che alimentavano le piscine d’acqua.

La ricostruzione didattica di una capanna circolare

Oggi il villaggio di Barrières è di proprietà pubblica. L’associazione culturale Racines, con il concorso del Parco naturale Causses du Quercy e degli enti locali, ne cura la manutenzione, la valorizzazione e l’animazione a favore delle scuole e dei turisti. Sono stati attivati alcuni cantieri-scuola per la ricostruzione didattica dei muretti e di una capanna circolare. La visita di Barrières può combinarsi al percorso dei Dolmen e alla visita dell’Archeosito dei Fieux.

La mappa del villaggio

(Ho visitato Barrières il 4 luglio 2017)

Francia. Il sentiero dei Dolmen di Fieux

Il Quercy francese è una regione cerniera tra il mondo atlantico e il mondo mediterraneo e ospita un impressionante addensamento di tombe megalitiche. Nel solo dipartimento del Lot sono stati censiti almeno seicento Dolmen e una ventina di Menhir tutti risalenti all’epoca preistorica, 5500 anni fa. Mentre i menhir sono pietre allungate, signacoli piantati nel terreno e puntati verso l’alto, i dolmen sono camere collettive destinate ai morti. Dolmen è un termine composto, derivante dal bretone dol (tavola) e men (pietra). Indica un monumento funerario a tumulo strutturato in una camera sepolcrale protetta lateralmente da lastre di pietra alzata e coperta da un’ampia tavola di pietra.

Pannello informativo

Un sentiero ben segnalato e dotato di pannelli informativi a cura del Parco naturale regionale Causses du Quercy collega tra loro alcuni Dolmen e va alla scoperta di questi impressionanti monumenti dispersi nei campi, sotto gli alberi e ai margini del bosco. L’itinerario è lungo 6,7 km, con un dislivello molto limitato e un tempo di percorrenza di circa due ore e mezza.

Il Dolmen Barrières n. 1

I primi Dolmen che incontriamo sul percorso hanno perduto la copertura di pietra, riutilizzata nei vicini villaggi, e conservano solo gli ortostati di sostegno, ovvero le lastre laterali di pietra infisse nel terreno.

La Pierre Levée

Ben più impressionante è il Dolmen della “Pierre Levée”, uno dei più maestosi di tutto il Lot, con un tumulo di 25 metri di diametro. La tavola di pietra che copre il tumulo ha forma rettangolare e pesa all’incirca venti tonnellate.

Il Dolmen Barrières n. 2

Ma il Dolmen più ‘bello’ è certamente il Barrières n. 2, somigliante a un altare preistorico, che ha la lastra di copertura sorretta soltanto da due ortostati. I Dolmen sono oggetto di suggestive leggende: sono stati considerati di volta in volta come tombe di giganti e are per cruenti sacrifici umani; oppure sono additati come un luogo notturno di apparizione di fantasmi e revenants, di fate e di streghe, di gemiti e luci crepuscolari, di sabba danzanti nelle notti di tempesta. Più scientificamente, sono monumenti che continuano ad appassionare gli archeologi e gli antropologi grazie anche ai nuovi strumenti di ricerca scientifica come la ricostruzione tridimensionale e le prospezioni geofisiche.

La mappa del sentiero dei Dolmen

Il percorso dei Dolmen può essere abbinato alla visita del villaggio abbandonato di Barrières e dell’Archeosito dei Fieux, nato su una struttura ipogea preistorica affrescata, e funzionante come parco didattico.

(Ho percorso il Sentiero dei Dolmen il 4 luglio 2017)

Francia. Le sculture di Souillac

Souillac è una cittadina della Francia sudoccidentale (dipartimento del Lot; regione Midi-Pyrénées), cresciuta intorno a un’abbazia che era stata fondata da san Geraldo di Aurillac nel decimo secolo. La decorazione scultorea dell’abbaziale di Sainte-Marie, testimonianza dell’arte romanica del dodicesimo secolo, è un forte richiamo per studiosi e turisti. Le sculture sono collocate irritualmente nella controfacciata della chiesa. La ragione è probabilmente legata alla lunghissima durata dei lavori di costruzione della chiesa e all’esaurirsi delle risorse economiche. Gli elementi già pronti di quello che doveva essere il sontuoso portale occidentale furono un po’ sbrigativamente assemblati nel tessuto architettonico della facciata durante la fase finale del cantiere.

La storia di Teofilo

La leggenda di Teofilo

Il pannello scolpito al centro della facciata racconta la storia di Teofilo, secondo un’antica e popolare leggenda di origine orientale. Teofilo era un vidame, una sorta di amministratore della chiesa di Adana, in Cilicia (regione dell’attuale Turchia). Con l’arrivo di un nuovo vescovo Teofilo fu destituito dalle sue funzioni e si trovò a vivere un profondo dramma esistenziale.

Teofilo firma il patto con il demonio

Pensò di uscirne evocando il diavolo e proponendogli un patto scritto, firmato col sangue, in base al quale egli si sarebbe sottomesso al demonio per l’eternità, in cambio della sua riabilitazione sociale. In effetti Teofilo fu reintegrato con tutti gli onori nel suo ruolo di vidame e riacquistò la visibilità sociale perduta. Presto però cominciò a essere attanagliato dall’angoscia della fine e dal rimorso per quel patto che lo avrebbe inevitabilmente condotto all’Inferno. Prese così a fare penitenza, a digiunare e a invocare Maria chiedendone l’aiuto salvifico. La Santa Vergine rispose all’appello. Grazie ai suoi poteri recuperò il documento sottoscritto con Satana e lo restituì a Teofilo, liberandolo così dal vincolo del patto. Teofilo condusse da allora in poi una vita esemplare e morì in odore di santità.

Maria restituisce a Teofilo il patto firmato con il demonio

A Souillac la leggenda è raccontata in tre scene. Nella prima vediamo Teofilo e Satana che si accordano sullo scambio e firmano il patto. Nella scena successiva Satana afferra Teofilo e lo sottomette al suo potere. Nela terza scena, sovrapposta alle prime due, si vede Maria accompagnata dagli angeli che appare in sonno a Teofilo e gli restituisce il patto, revocandone così gli effetti. Superando i limiti di una lettura puramente moralistica della salvazione attraverso Maria, Meyer Schapiro ha rintracciato in modo penetrante i nessi storici dell’opera con la cultura del dodicesimo secolo: l’interesse secolare alla posizione e alla ricchezza, l’apostasia nel contesto delle eresie del tempo, l’acquisizione di rango con un contratto scritto di scambio, la percezione del contratto feudale come trappola mortale, il ruolo femminile nelle attività di protezione e soccorso.

Isaia danzante

Isaia danzante

Il rilievo del profeta Isaia è un capolavoro dell’arte romanica. Focillon osserva che il profeta di Souillac sembra muoversi al ritmo della danza. E a dispetto dell’immobilità della pietra e della sacralità del personaggio, Isaia è qui una forma viva, un’immagine in movimento. Lo testimoniano il movimento asimmetrico della testa del profeta, le braccia alzate a dispiegare il rotolo con l’annuncio dell’incarnazione (Is 7,14), il passo della gamba sinistra assecondato dal bordo diagonale della tunica, il dispiegarsi a ruota dell’elegante mantello.

Uomini e bestie

Il trumeau

Il terzo elemento del portale è il pilastro (trumeau) scolpito su tre facce. Esso mostra un intreccio selvaggio di figure umane e di mostri del bestiario medievale. La scena frontale è un susseguirsi di mostri che si combattono, si addentano e di divorano.

Il bestiario

Dietro l’apparente confusione di questa caccia selvaggia, si può osservare il motivo ripetuto di coppie di bestie, incrociate tra di loro, che con rapace energia aggrediscono una vittima sacrificale. I corpi delle bestie divergono ma le loro teste si fronteggiano. Ad aggrovigliarsi sono mostruosi quadrupedi con ali e becco d’aquila alternati a classici leoni romanici. Le vittime sono, di volta in volta, un cane, una gazzella, una colomba e un uomo che sembra richiamare la figura di Prometeo.

Le coppie

Sul fianco destro del pilastro sono raffigurate tre coppie sovrapposte. L’uomo e la donna hanno il torso nudo e sono affettuosamente abbracciati tra di loro. La differenza tra le coppie è la diversa età: in basso è la coppia più giovane; al centro quella più matura, con una corda arrotolata al collo; la coppia in alto vede un personaggio appoggiare pesantemente le mani sulla testa dell’altro, costringendolo a una postura di sottomissione e umiliazione.

Il sacrificio di Isacco

Il lato sinistro del portale descrive l’episodio biblico del sacrificio di Isacco. Il giovinetto è in piedi sull’altare dell’immolazione, mentre già i servi si apprestano a dar fuoco alle fascine di legno. Isacco ha il capo chino sotto la presa del padre, le mani legate, gli occhi chiusi, in un atteggiamento di abbandono alla volontà divina. Mentre Abramo sta per vibrare il colpo un angelo scende a precipizio dal cielo, gli ferma la mano omicida e trascina l’ariete che andrà a sostituire Isacco nel ruolo di vittima sacrificale.

L’ariete vittima delle belve

Il significato complessivo e il messaggio che il trumeau vuole trasmettere è forse quello del Male presente nel creato che può essere redento grazie al sacrificio dell’innocente. Il male assume le forme della violenza contro i deboli e s’incarna anche nei vizi capitali della superbia e della concupiscenza. Saranno l’incarnazione di Gesù e il suo sacrificio, prefigurati biblicamente dal sacrificio di Isacco, a rappresentare la speranza di salvezza per l’umanità.

 

(Ho visitato Souillac il 5 luglio 2017)

Francia. Il borgo monastico di Carennac

Ad accoglierci a Carennac è un fiorito monumento a Fénelon che qui fu doyen dal 1681 al 1695 e che sempre qui scrisse “Le avventure di Telemaco, figlio di Ulisse”. Siamo sotto l’austera facciata del castello rinascimentale, sulle rive della Dordogna, di fronte alla boscosa isola di Calipso.

Il monumento allo scrittore Fénelon

Seguiamo la cinta delle mura e dopo un’arcigna torretta angolare entriamo nel borgo per una massiccia porta fortificata. Quel che vediamo ci fa sussultare. Inondato dalla luce del sole pomeridiano, il timpano della chiesa di San Pietro splende di calda luce dorata.

Il portale di Saint-Pierre

Il portale della chiesa di Saint-Pierre

Al centro grandeggia la figura del Cristo parusiaco, che scende dal cielo nel varco della mandorla e siede nella città apocalittica della Gerusalemme celeste: E Colui che sedeva sul trono disse: “Ecco, faccio nuove tutte le cose” (Ap 21,5). Con la mano destra benedice l’umanità e con la sinistra regge il libro della sua Parola, quella parola trasmessa nei vangeli dei quattro evangelisti che gli fanno corona, in forma di tetramorfo: l’angelo di Matteo, l’aquila di Giovanni, il leone di Marco e il bue di Luca. Ai lati di Gesù siedono sui troni i primi ascoltatori della sua Parola, i dodici apostoli seduti sui troni: “Voi che mi avete seguito, quando, nella rigenerazione, il figlio dell’uomo siederà sul trono della sua maestà, siederete anche voi sopra dodici troni” (Lc 22,30).

Il timpano

Nell’armonioso insieme di linee curve e rette che s’intersecano nel timpano vi è ancora spazio per due angeli adoranti e due figurine di santi nimbati o di angeli con i libri aperti: “e i libri furono aperti, e fu aperto un altro libro, quello della vita; e furono giudicati i morti dalle cose scritte nei libri, secondo le opere loro (Ap 20,12).

Sull’architrave compaiono le figurine scolpite di alcuni animali del bestiario domestico, come l’anatra, il cane, la donnola, il gatto, il pavone, il maiale, il pesce. Degli altri animali scolpiti sull’archivolto esterno del portale sono rimasti solo un leone, un orso e la volpe.

La firma dello scultore

Il portale si prolunga nel porticato interno del nartece. Tra i capitelli decorati a palmette e uccelli, spicca, accanto a una leonessa, la firma dello scultore Girberto: Girbertus cementarius fecit istum portanum, benedicta sit anima ejus (lo scultore Girberto ha fatto questo portale; benedetta sia la sua anima).

Il compianto sul Cristo morto

Il compianto

Carennac è uno dei “borghi più belli di Francia”. Il visitatore ne apprezza la selva di tetti a punta, il giro delle mura, gli interni del palazzo nobiliare, la navata della chiesa con i suoi capitelli, le stradine interne, il chiostro a due piani. Ma a noi piace segnalare un gioiello di rara perfezione custodito nella sala capitolare del chiostro abbaziale: è il compianto sul Cristo morto, un gruppo scultoreo della fine del Quattrocento. Nicodemo e Giuseppe d’Arimatea hanno staccato dalla croce il corpo di Gesù e lo hanno disteso nel sudario della sepoltura. Gesù ha ancora la corona di spine sul capo e sanguina copiosamente dalla ferita sul costato. Dietro di lui la Madre Maria, sfinita dall’attesa e dal dolore, viene sorretta dall’apostolo prediletto Giovanni e da Maria di Cleofa.

L’apostolo Giovanni, la Madre Maria e Maria di Cleofa

Accanto a loro Maria Salomé prega a mani giunte mentre la Maddalena, con le lunghe trecce bionde che escono dal velo, ha in mano il vaso dell’unguento e si asciuga le lacrime con un fazzoletto. Giuseppe d’Arimatea, a sinistra, e Nicodemo, a destra, hanno l’aria compunta e si fanno notare per l’abbigliamento gentilizio e ricercato.

L’ingresso a Carennac

(Ho visitato Carennac il 3 luglio 2017)

3. Sodoma e Gomorra

John Martin, Distruzione di Sodoma e Gomorra

John Martin, Distruzione di Sodoma e Gomorra

Una grandiosa e spettacolare descrizione della città infernale distrutta dal fuoco per la malvagità dei suoi abitanti è proposta dalla Genesi. Sodoma e Gomorra sono due città della florida valle della Pentàpoli, situate nella Palestina meridionale, a sud del Mar Morto. Abramo conduce i suoi ospiti, i tre angeli che lo visitano alla quercia di Mambre, ad ammirarle dall’alto, dalle alture di Ebron, con una panoramica visione aerea: gli uomini si alzarono di là e andarono a contemplare dall’alto il panorama di Sodoma (Genesi, 18,16). Gli abitanti di Sodoma e Gomorra erano famosi per le loro perversioni sessuali, l’omosessualità maschile e femminile. La Bibbia ne dà un’esplicita descrizione narrando l’assedio dei Sodomiti ai giovani angeli ospiti nella casa di Lot. Il peccato dei Sodomiti attira sulla città la punizione divina: il sole spuntava sulla terra e Lot era arrivato a Zoar, quand’ecco il Signore fece piovere dal cielo sopra Sodoma e sopra Gomorra zolfo e fuoco proveniente dal Signore. Distrusse questa città e tutta la valle con tutti gli abitanti della città e la vegetazione del suolo. Ora la moglie di Lot guardò indietro e divenne una statua di sale. Abramo andò di buon mattino al luogo dove si era fermato davanti al Signore; contemplò dall’alto Sodoma e Gomorra e tutta la distesa della valle e vide che un fumo saliva dalla terra, come il fumo di una fornace (Genesi 19,23-28). Da allora le due città della Pentapoli sono rimaste per l’eternità simbolo del peccato e spauracchio per gli uomini viziosi. La loro immagine ha trovato e continua a trovare eco nella cultura a noi contemporanea, caratterizzandosi per una grande forza di persistenza.

Un esempio è Sodoma e Berlino di Ivan Goll. Questo protagonista dell’avanguardia europea evoca la città biblica per raccontare la Berlino degli anni Trenta del Novecento, la città degli spartachisti, della grande inflazione, degli artisti alla moda, degli inventori folli, la città “che crepava di freddo e di fame”, la città “pallida”, dei “lividi cementi”, degli “inverni giacciati”, delle “notti di paura”, che covava il germe del nazismo.

Un esempio certamente più noto è Sodoma e Gomorra di Marcel Proust, che occupa il quarto posto nella celebre serie della  Ricerca del tempo perduto, lungo sguardo sulla Francia che dagli ultimi decenni dell’Ottocento sta raggiungendo la Grande Guerra. L’epigrafe che Proust colloca in apertura all’opera, tratta da Alfred De Vigny, è quanto mai esplicita: «La femme aura Gomorrhe et l’homme aura Sodome».