Campi Flegrei. Il Cratere degli Astroni

Gli Astroni sono un magnifico esempio di vulcano ben conservato nella regione dei Campi Flegrei, compresa tra la città di Napoli e il golfo di Pozzuoli. L’interno del cratere ospita un bosco lussureggiante, un paradiso naturalistico, un’inaspettata oasi di pace in un’area densamente popolata. Piacque tanto che già dal Quattrocento divenne la riserva di caccia reale degli Aragonesi, quando il re Alfonso la popolò di cinghiali, cervi, caprioli e uccelli. Vi praticarono la caccia anche i Borboni e i Savoia. Dopo la Grande Guerra il cratere fu affidato in gestione all’Opera Nazionale Combattenti e sottoposta ad sfruttamento agricolo e forestale. Durante la seconda guerra mondiale fu deposito di armi e campo di prigionia. Nel 1969 iniziò il lungo percorso istituzionale che portò alla nascita della Riserva naturale statale del Cratere degli Astroni, al suo affidamento in gestione al WWF e all’apertura dell’Oasi al pubblico nel 1992.

Il cratere degli Astroni

Salendo da Agnano si raggiunge l’ingresso sul bordo del cratere e si accede alla Riserva percorrendo l’antico “sentiero borbonico”, lungo 360 m e costituito da circa 160 scalini, che scende sul fondo del cratere, nel cuore del bosco, con un dislivello di 80 metri. Qui si incrocia lo “stradone di caccia”, un percorso circolare sul fondo del cratere di 3,7 km che collega tutti i sentieri percorribili.

Il Lago Grande

Se si percorre lo Stradone di Caccia in senso orario si raggiunge presto il lago Grande. Sul lago si è formata un’isola galleggiante di vegetazione lacustre, che si sposta a seconda della direzione del vento. Le sponde del lago sono ricoperte dalla ninfea bianca. L’osservatorio ornitologico è un capanno dotato di feritoie disposte a diversa altezza per osservare gli uccelli acquatici che, soprattutto nei periodi delle migrazioni, popolano il lago.

Il giardino degli insetti

Il Giardino delle farfalle è stato realizzato allestendo aiole con piante erbacee e cespugliose, la cui fioritura scalare, dalla primavera all’estate, attira le numerose specie di farfalle e di altri insetti della Riserva. Nei periodi estivi di maggiore siccità vengono posizionate delle “mangiatoie”, piccoli recipienti con frutta matura, acqua e zucchero, che rappresentano un attrazione irresistibile per le specie di farfalle che proprio in quel periodo raggiungono il picco della presenza. Nelle aiole sono presenti anche tronchi d’albero marcescenti che ospitano alcune specie di insetti saproxilici (si nutrono di legno morto) e insetti predatori.

Un esempio di attività della Riserva

A metà del periplo del cratere lo stradone di caccia valica con lieve salita il Colle dell’Imperatrice, un rilievo di scorie laviche alto 72 metri, formatosi nel corso dell’ultima eruzione del vulcano Astroni. Man mano che si sale, è possibile apprezzare il cambiamento della vegetazione, che passa dal bosco alla macchia mediterranea, con prevalenza di leccio, erica, corbezzolo e cisto.

La grande Farnia

La tappa successiva è la radura che ospita la Vecchia Farnia, un esemplare monumentale di quercia di oltre 400 anni, appartenente a una specie che un tempo formava in Italia estese foreste planiziali. Affettuosamente chiamata Gennarino, nel 2008 la quercia ha patito per il crollo di una delle due branche principali, che ha evidenziato un massiccio attacco di insetti xilofagi. Dopo un intervento di potatura conservativa per riequilibrare la chioma, la quercia viene tenuta costantemente sotto controllo. Al di sotto della chioma è stata circoscritta un’area con dei tronchi, all’interno del quale è vietato entrare per il pericolo di caduta rami. In questo modo, inoltre, limitando il calpestio e la costipazione del suolo, si riducono i danni alle radici assorbenti che sono molto superficiali. La radura circostante l’esemplare di farnia evidenzia un abbondante affioramento di pomici, testimonianza dell’ultima attività eruttiva.

La mostra dei dinosauri in corso nel 2017

Tra gli altri punti d’interesse della Riserva si segnalano la cava trachitica, la vaccheria e il campo italiano. La cava è stata utilizzata per estrarvi la trachite, un materiale utilizzato per la realizzazione di strade. La Vaccheria è l’edificio settecentesco, oggi in rovina, che fungeva da luogo di sosta e riposo per i sovrani borbonici e la loro corte. Il Campo italiano è una porzione di bosco pianeggiante che, dopo l’armistizio del 1943, divenne sede dell’accampamento delle truppe italiane rimaste fedeli alla monarchia sabauda.

La Riserva propone alcuni itinerari tematici dedicati alle zone umide, alla conoscenza del bosco, agli uccelli acquatici, alla geologia del cratere ed è percorsa da una rete di sentieri di varia lunghezza e durata. Il lungo sentiero di cresta segue interamente il bordo del cratere, mentre sentieri più brevi sul fondo conducono ai principali punti d’interesse. Lo Stradone di mezzo è una buona proposta escursionistica, una soluzione intermedia che ha il pregio di essere interamente nel cratere e per gran parte sotto bosco. Per apprezzare i diversi ambienti, il suggerimento è di dedicare alla visita un tempo minimo di almeno tre ore.

(Escursione effettuata il 28 maggio 2017)

Napoli. Le catacombe di San Gaudioso

L'allegoria della morte

L’allegoria della morte

Dopo quelle di San Gennaro, le catacombe di San Gaudioso sono il secondo cimitero paleocristiano più importante di Napoli. L’ingresso è all’interno della Basilica di Santa Maria della Sanità, centro nevralgico del popolare Rione Sanità. La chiesa è nota per il culto tributato alla Madonna della Sanità, raffigurata in un dipinto che è probabilmente la più antica raffigurazione mariana di Napoli. Ma è anche nota per la devozione a San Vincenzo Ferreri (Vicent Ferrer di Valencia), il focoso e apocalittico predicatore domenicano, la cui statua – detta ‘O Munacone – è portata in processione nel quartiere. Guidati dai giovani della cooperativa La Paranza scendiamo nelle catacombe per visitarne le due principali sezioni, molto diverse tra loro. Il primo nucleo risale al quarto e al quinto secolo ed è il più vicino alla tradizionale fisionomia delle catacombe cristiane (loculi, arcosoli, cubicoli, cappelle). Il secondo nucleo risale invece al Seicento. Le catacombe riprendono la loro funzione di sito sepolcrale e diventano il cimitero sotterraneo della buona società e della nobiltà napoletane, nel quale si esprimono tutta la fastosità e il gusto barocco del macabro partenopeo. Tra queste due fasi di sepolture c’è un lungo periodo di abbandono a causa delle frane che sommergevano la zona: colate di fango e detriti detti Lave dei Vergini che scaturivano dall’erosione delle colline circostanti. La visita si conclude con l’attraversamento su passerella di un’antica cisterna, riutilizzata come cimitero dai domenicani e infine come antiquarium nell’Ottocento e nel Novecento.

Il cimitero paleocristiano

Il mosaico

Il mosaico

Il centro ideale della catacomba è il sepolcro di San Gaudioso, individuato dal titulus a mosaico “hic requiescit in pace sanctus Gaudiosus episcopus qui vixit annis LXX”. L’arcosolio del santo è lo sfondo di un cubicolo interamente rivestito di loculi, secondo l’antico uso tradizionale di addensare le sepolture a scopo propiziatorio intorno alla tomba di un martire o di un santo pilota. Gaudioso ‘l’Africano’ fu vescovo di Abitine, in Tunisia. Dopo l’invasione dei Vandali non volle convertirsi all’arianesimo. Il re Genserico lo imbarcò su una nave senza vele né remi insieme ad altri esuli cristiani, tra cui Quodvultdeus vescovo di Cartagine. Grazie alla protezione divina la barca arrivò miracolosamente a Napoli. Gaudioso si stabilì sulla collina di Capodimonte e vi costruì un monastero. Alla sua morte, fu sepolto tra il 451 e il 453 dopo Cristo nella valle della Sanità, l’area cimiteriale extra moenia di Napoli, e il luogo della sua sepoltura diventò ben presto oggetto di culto.

Il sepolcro di San Gaudioso

Il sepolcro di San Gaudioso

Da lì cominciò a espandersi il cimitero ipogeo paleocristiano poi diventato Catacombe di San Gaudioso. Intorno alle tombe dei santi Gaudioso, Nostriano, Agnello, Pascenzio e Sossio sono ancora visibili e affreschi e mosaici con i simboli della prima età cristiana, come il pesce, l’agnello, la vite con i tralci. Una sintesi efficace di questi simboli è l’arcosolio con il mosaico dei due agnelli. Al centro, racchiusa da un clipeo dal fondo rosso, sono visibili i resti di una decorazione raffigurante una croce latina di colore bianco. Il medaglione è sostenuto da una colomba, che ha una corona tra le ali aperte, a rappresentare l’allegoria del Cristo trionfatore. Ai lati della composizione sono raffigurati due robusti agnelli bianchi dalla lunga coda, circondati dalle viti e dalle larghe volute di tralci di grappoli d’uva.

L’ambulacro seicentesco

L'ambulacro

L’ambulacro

Nella seconda sezione si distende l’ampio ambulacro sotterraneo, il corridoio lungo trenta metri, scandito da cappelle e cubicoli laterali con l’esposizione di una galleria di teschi e di scheletri di aristocratici ed ecclesiastici. All’inizio c’è una grande immagine moraleggiante della morte, uno scheletro ai cui piedi giacciono una clessidra, un libro, uno scettro e una corona, i simboli del tempo, della cultura e del potere. Al termine del corridoio c’è un altare sul quale è deposta una statua del Cristo morto, sovrastata da un affresco che mostra le anime dei purganti nelle fiamme del Purgatorio, salvate dagli angeli grazie alla croce, strumento di salvezza. Lungo i fianchi è la galleria mortuaria creata dai domenicani, con le sepolture dei defunti.

Il magistrato

Il magistrato

Gli scheletri sono incassati nelle pareti dell’ambulacro mentre i crani sono in evidenza; la figura veniva completata ad affresco e accompagnata da contrassegni didascalici e cronologici indicanti lo status sociale del defunto o le opere compiute in vita. Sono esposti, tra gli altri, donna Sveva Gesualdo, principessa di Montesarchio, con la gonna a larghe pieghe, un domenicano in preghiera, i magistrati Diego Longobardo e Marco Antonio d’Aponte con la toga, il militare Scipione Brancaccio con la spada, il pittore fiorentino Giovanni Balducci, con tavolozza e pennello.

L'altare

L’altare

Le ‘cantarelle’

Un ambiente aperto nel Seicento fu destinato al rito della scolatura e alla realizzazione dei cosiddetti “seditoi”, volgarmente chiamati “cantarelle” o “scolatoi”, ovvero sedili scavati nel tufo con un vaso nel fondo, su cui i defunti venivano disposti a disseccare prima di essere deposti in un ossario comune o in una tomba privata. La scolatura era il procedimento per cui si ponevano i cadaveri nelle nicchie allo scopo di far perdere loro i liquidi. Questo processo avveniva in piccole cavità dette seditoi, scolatoi o in napoletano cantarelle, dal greco cantarus, per il vaso posto al di sotto del defunto, che aveva la funzione di raccogliere i fluidi cadaverici. Una volta concluso il processo di scolatura, le ossa venivano lavate e deposte nella loro sepoltura definitiva. Dal rito deriva una celebre imprecazione napoletana “Puozze sculà!”, cioè “Che tu possa scolare”, morire. Questo compito macabro era assolto da una figura chiamata schiattamuorto. Lo schiattamuorto aveva il compito di porre i cadaveri a scolare, avendo cura di praticare dei fori sui corpi in modo da favorirne il processo di disseccamento, e di spezzarne le ossa per l’inumazione nei loculi.

Il seditoio di scolatura

Il seditoio di scolatura

 

Il pastore di Erma

La terza visione

La terza visione

L’incontro con il Pastore di Erma è una delle sorprese più emozionanti che le Catacombe di San Gennaro a Napoli riservano ai loro visitatori. Siamo nel vestibolo superiore. La decorazione ad affresco propone sia soggetti pagani, come la Nike alata simbolo della vittoria, che soggetti biblici come Davide con la fionda, i progenitori Adamo ed Eva, il Cristo Pantocratore con i quattro fiumi del Paradiso. Ma ecco la sorpresa. Un affresco incorniciato descrive tre donne intente alla costruzione di una torre. Le donne raccolgono le pietre che lavano nel fiume e con esse costruiscono la torre. L’immagine – rarissima, se non unica – è tratta di peso dalla terza visione del pastore di Erma. Il pastore d’Erma è un testo ritenuto ispirato scritto nel secondo secolo in Grecia e largamente diffuso sia in oriente che in occidente. L’opera è articolata in cinque visioni, dodici precetti e dieci allegorie o similitudini. La prima parte tratta della Chiesa, presentata sotto le sembianze di una matrona, la quale si mostra e parla ad Erma. Nella seconda parte è invece protagonista l’Angelo della penitenza che appare sotto le spoglie di un pastore. Il fine ultimo dell’opera è quello d’in­durre i fedeli alla penitenza, nell’imminenza di una grande persecuzione che, secondo Erma, preannuncia la fine del mondo.

Le tre donne che costruiscono la torre personificano le virtù della Fede, della Speranza e della Carità. Raccolgono le pietre che lavano nel fiume – allegoria dei cristiani che ricevono il battesimo – e con esse costruiscono la torre – simbolo della Chiesa, formata dalla comunità dei credenti.

La terza visione del pastore di Erma (estratto)

Ascolta, dunque, i simboli della torre. La torre, che vedi costruire, sono io, la Chiesa, che ti sono apparsa ora e prima. Domandami ciò che vuoi riguardo alla torre e te lo farò sapere, perché tu gioisca con i santi”. Le dico: “Signora, poiché mi hai stimato degno che tutto mi si riveli, rivelamelo”. Essa mi dice: “Quello che sarà necessario ti sia rivelato, ti sarà rivelato. Solo che il tuo cuore sia rivolto al Signore e non dubitare di ciò che vedi”. Le domandai: “Signora, per qual motivo la torre viene innalzata sulle acque?”. Essa mi rispose: “Te lo dissi già che sei curioso e sollecitato dalla ricerca. Ricercando, dunque, trovi il vero. Ascolta perché la torre viene costruita sulle acque: la nostra vita fu salva e sarà salva mediante l’acqua. La torre è stata innalzata con la parola del nome onnipotente e glorioso ed è retta dalla potenza invisibile e infinita”.

  (…)

Ascolta ora quanto concerne le pietre che entrano nella costruzione. Le pietre quadrate, bianche e che combaciano con le loro congiunture sono gli apostoli, i vescovi, i maestri e i diaconi, che camminando nella santità di Dio hanno governato, insegnato e servito con purezza e santità gli eletti di Dio, quelli che sono morti e quelli che sono ancora vivi. Vissero sempre in armonia tra loro, stando in pace e l’uno ascoltando l’altro. Per questo nella costruzione della torre le loro congiunture sono giuste”. “E quelle tratte dal fondo e poste nella costruzione, che combaciano con le connessure delle altre pietre già ordinate, chi sono?”. “Sono quelli che hanno patito per il nome del Signore”. “Le altre pietre che vengono portate dalla superficie della terra vorrei sapere chi sono, signora”. Disse: “Quelle che si mettono nella costruzione, senza essere tagliate, le ha valutate il Signore perché camminarono nella sua rettitudine e ubbidirono ai suoi comandi”. “E quelle trasportate e messe in opera chi sono?”. “I novizi della fede e i credenti. Sono esortati dagli angeli a fare il bene e non ci fu in loro malizia”. “Quelle che venivano scartate e gettate, chi sono?”. “Sono coloro che hanno peccato e vogliono pentirsi; non furono gettati lontano dalla torre, poiché saranno utili alla costruzione se si pentiranno. Quelli che stanno per pentirsi, se faranno penitenza, saranno forti nella fede, purché facciano penitenza, ora che la torre è in costruzione. Quando la costruzione è finita, non avranno più posto e resteranno tagliati fuori. Ottengono soltanto di rimanere vicino alla torre”.

(…)

Quando ebbi terminato di interrogarla su tutte queste cose, mi chiede: “Vuoi sapere altro?”. Essendo desideroso di conoscere ne fui contento. Mi guardò e sorridendo mi disse: “Vedi sette donne intorno al perimetro della torre?”. “Sì, signora”. “La torre è da loro sostenuta per ordine del Signore. Ascolta ora le loro mansioni. La prima, che ha molta forza nelle mani, si chiama Fede; per mezzo suo gli eletti di Dio si salvano. La seconda, che si cinge le vesti ed ha aspetto virile, si chiama Continenza; essa è figlia della fede. Chi la segue è felice nella sua vita, perché si asterrà da ogni opera malvagia nella fiducia che, lungi da ogni insano desiderio, conseguirà la vita eterna”. “Le altre, signora, chi sono?”. “Sono figlie l’una dell’altra e si chiamano Semplicità, Scienza, Innocenza, Castità e Carità. Quando tu compirai tutte le opere della madre, potrai vivere”. “Vorrei sapere, signora, la capacità di ognuna”. “Ascolta, dice, le virtù che hanno. Le virtù sono subordinate l’una all’altra e l’una segue l’altra come sono generate. Dalla Fede nasce la Continenza, dalla Continenza la Semplicità, dalla Semplicità l’Innocenza, dall’Innocenza la Castità, dalla Castità la Scienza, dalla Scienza la Carità. Le loro opere sono sante, pure e divine. Chi servirà loro ed avrà la forza di possedere le loro opere, abiterà nella torre con i santi di Dio”. Interrogandola sui tempi, se fossero compiuti, essa a gran voce mi gridò: “Stolto, non vedi che la torre è ancora in costruzione? Quando la torre sarà terminata, si avrà la fine. Ma presto sarà compiuta. Non chiedermi più nulla.

Napoli. Le catacombe di San Gennaro

La storia della riapertura al pubblico delle catacombe di Napoli è un capitolo del racconto “Noi del Rione Sanità” scritto da Don Antonio Loffredo come “la scommessa di un parroco e dei suoi ragazzi”. Una bella storia italiana. Il 20 luglio 2009 – ricorda Don Loffredo – è una data storica. La Pontificia commissione di archeologia sacra affida la gestione di tutte le catacombe di Napoli direttamente all’arcidiocesi che pochi giorni dopo, il 27 luglio, sigla una convenzione con la cooperativa del Rione Sanità, La Paranza, affidandole la gestione per cinque anni. Il cuore sembra esplodermi nel petto quando consegno le chiavi delle catacombe di San Gennaro nelle mani dei miei ragazzi. Quel gesto li rende una volta di più responsabili e degni di fiducia, li eleva al rango di chi è padrone del proprio destino.

San Gennaro

Il primo ritratto di San Gennaro martire

Il primo ritratto di San Gennaro martire

Le origini di San Gennaro sono ancora incerte. Nato probabilmente nel 272 dopo Cristo, fu vescovo di Benevento. Nel quarto secolo fu arrestato per aver professato la sua fede cristiana e fu decapitato a Pozzuoli nel 305. Parte del sangue del martire fu conservata in due ampolle e i resti sepolti nell’Agro Marciano. Nel quinto secolo fu portato a Napoli dal vescovo Giovanni I e sepolto all’interno delle Catacombe, che divennero luogo di pellegrinaggio. Le spoglie furono trafugate nell’831 dal duca longobardo Sicone e portate a Benevento. Furono successivamente spostate nel santuario di Montevergine, dove restarono quasi dimenticate per oltre due secoli. Dopo molti anni di trattative con i monaci di Montevergine, le ossa furono restituite alla città di Napoli nel 1497. Oggi sono venerate nella Cappella del Succorpo del Duomo.

La struttura delle catacombe

La basilica rupestre

La basilica rupestre

Il nucleo originario delle Catacombe di San Gennaro risale al secondo secolo dopo Cristo. Si tratta, probabilmente, del sepolcro di una famiglia gentilizia poi donato alla comunità cristiana. L’ampliamento iniziò nel quarto secolo in seguito alla deposizione delle spoglie di Sant’Agrippino, primo patrono di Napoli, nella basilica ipogea a lui dedicata. Un’unica navata scavata nel tufo, che conserva ancora una sedia vescovile ricavata nella roccia e l’altare con un’apertura, in cui i fedeli potevano vedere e toccare la tomba del santo. La catacomba inferiore si è sviluppata attorno alla Basilica di Sant’Agrippino, secondo una struttura a reticolato. L’ampiezza degli spazi e la regolarità delle forme accolgono silenziosamente il visitatore in un luogo senza tempo. L’imponente vestibolo inferiore, con soffitti alti fino a sei metri, ospita una grande vasca battesimale voluta dal vescovo Paolo II, che nell’ottavo secolo si rifugiò nelle Catacombe di San Gennaro a causa delle lotte iconoclaste. La catacomba superiore ha origine da un antico sepolcro, databile al terzo secolo, che conserva alcune delle prime pitture cristiane dell’Italia meridionale. La sua espansione è iniziata con la traslazione nel quinto secolo delle spoglie di San Gennaro. La presenza del martire fece sì che la catacomba superiore diventasse meta di pellegrinaggio e luogo ambito per la sepoltura. Due esempi dell’espansione della Catacomba sono la Cripta dei Vescovi, dove erano sepolti i vescovi della città e la maestosa basilica adjecta, una basilica sotterranea a tre navate, realizzata dopo la traslazione dei resti di San Gennaro in un cubiculum, identificato in quello al di sotto della basilica dei vescovi.

Le immagini dei cristiani defunti

Gli arcosoli e i cubicoli delle catacombe sono decorati da immagini dipinte riferite ai defunti, ai santi protettori e a storie bibliche. Alcune di queste vetuste immagini sono ancora emozionanti.

La famiglia di Theotecnus

La famiglia di Theotecnus

La famiglia Theotecnus è la protagonista dell’affresco del sesto secolo in un cubicolo della catacomba superiore. La bimba Nonnosa è raffigurata al centro, tra la madre Ilaritas e il padre Theotecnus, a figura intera con le braccia aperte nell’atto di pregare e con una corona d’alloro sul capo, simbolo del premio per la verginità, essendo morta a soli 2 anni e 10 mesi, come dice l’iscrizione accanto a lei. Nonnosa, vestita come una principessa bizantina, indossa un lungo abito rosso ricco di ornamenti e di perle poste sul collare, sul petto e sulle maniche. Un diadema di gemme bianche le cinge i capelli. Il padre e la madre, raffigurati a mezzo busto, sono in preghiera con le braccia aperte.

La piccola Nicatiola

La piccola Nicatiola

Sempre nella catacomba superiore emoziona l’arcosolio di Cominia e Nicatiola, madre e figlia. L’affresco le ritrae intorno a San Gennaro in un ideale habitat paradisiaco sottolineato da due grandi ceri ardenti. La piccola Nicatiola (hic requiescit benemerens in pace Nicatiola infans) è raffigurata con una tunica bianca e i capelli raccolti. La madre Cominia indossa una tunica matronale bianca e ha i capelli coperti dal velo. San Gennaro è individuato da un’iscrizione posta sul capo che recita Sancto Martyri Ianuario: è il suo primo ritratto che ci è stato tramandato.

L'arcosolio di Cerula

L’arcosolio di Cerula

L’arcosolio di Cerula (Cerula in pace) testimonia il ruolo preminente di una donna protagonista della chiesa napoletana delle origini. La donna è ritratta con le braccia sollevate e aperte, in atteggiamento di orante. La sua figura è al centro di una serie di simboli cristiani: in alto la croce monogrammatica con le lettere apocalittiche e ai lati due volumina recanti ognuno i nomi di due degli evangelisti: sul volumen sinistro si leggono chiaramente i nomi Marcus e Ioannis e su quello destro Lucanus e Matteus. La lunetta centrale è incorniciata dalle raffigurazioni dei Santi Paolo (a sinistra) e Pietro (a destra, ma la figura è quasi illeggibile) su uno sfondo architettonico chiaro e un cielo luminoso.

Napoli. In cammino sul Miglio Sacro

San Gennaro ferma l'eruzione del Vesuvio

San Gennaro ferma l’eruzione del Vesuvio

Napoli dei vivi e dei morti. Un percorso imperdibile nel Rione Sanità, un quartiere ad alta densità umana, brulicante di vita vera. Siamo nell’antica Valle dei Morti, sede delle necropoli scavate fuori le mura, del cimitero delle Fontanelle e delle celebri catacombe di San Gennaro, San Gaudioso e San Severo. Aggiungete che il percorso è animato dai giovani della ‘Paranza’ e della altre cooperative nate dal lavoro pastorale di don Loffredo, una delle esperienze più straordinarie di animazione civile dei quartieri urbani più ‘difficili’, e completate il cocktail di una giornata memorabile. L’opuscolo dedicato al trekking urbano lo presenta così. Il Miglio Sacro è un itinerario restituito alla città e ai napoletani, prima ancora che ai visitatori e ai turisti, un itinerario lungo un miglio, dalla tomba di San Gennaro al suo Tesoro. Percorrere il miglio sacro significa scegliere di attraversare il Rione Sanità, dove hanno abitato i popoli a sud e a est di Napoli, dagli africani ai cinesi, dove un tempo transitavano in carrozza papi, re e cardinali, dove oggi le chiese non sono soltanto prodigiose gallerie ma case di accoglienza, di pace e di progettazione. Vivere questo cammino significa sostenere il riscatto di questo quartiere valorizzando la sua storia millenaria, ma è soprattutto incontrare un Rione dove l’umanesimo o diventa umanità o muore.

Il percorso

La Basilica dell'Incoronata Madre del Buon Consiglio

La Basilica dell’Incoronata Madre del Buon Consiglio

Si parte da Capodimonte, uno dei colli che circondano Napoli. Il punto di riferimento è la Basilica dell’Incoronata Madre del Buon Consiglio. La chiesa è di recente costruzione (1920-60) e ripete le linee di San Pietro in Vaticano; all’interno custodisce opere provenienti da chiese distrutte o in abbandono. Per un viale a sinistra della chiesa si accede, con visita guidata, alle Catacombe di San Gennaro.

Catacombe di San Gennaro: l'arcosolio di Cerula

Catacombe di San Gennaro: l’arcosolio di Cerula

Il nucleo originario risale al secondo secolo, con una decorazione che mostra la transizione dalla cultura classica a quella cristiana. Lo sviluppo attuale risale però al quarto secolo, con due livelli di gallerie, basiliche ipogee ed eccezionali mosaici e affreschi sulle volte, nei cubicoli e negli arcosoli.

La Chiesa di San Gennaro extra moenia

La Chiesa di San Gennaro extra moenia

Si attraversa la vasta aula della recuperata Basilica di San Gennaro extra moenia che raccoglie opere di arte antica e moderna e il social store della cooperativa Iron Angels, e si scende per una loggia affrescata nel cortile dell’Ospedale di San Gennaro dei Poveri. Quest’istituzione assistenziale – peraltro ancora attiva – fu realizzata dai viceré spagnoli dopo la peste del 1656 per liberare la città dagli accattoni, riutilizzando l’antico monastero benedettino, trasformato in ospedale già nel Quattrocento. Si scende ora sulla Via San Gennaro dei Poveri e sulla Via San Vincenzo fino alla Piazza della Sanità, sorvolata dal ponte costruito all’inizio dell’Ottocento da Murat per collegare celermente la Reggia di Capodimonte alla città. A destra la Via della Sanità prosegue ben presto nella Via delle Fontanelle.

Il Cimitero delle Fontanelle

Il Cimitero delle Fontanelle

Al termine si raggiunge il Cimitero delle Fontanelle spettacolarmente ubicato in un’antica cava di tufo. L’ossario della città propone un intreccio di gusto del macabro e di culto dei morti ed è un luogo in cui la venerazione popolare dei defunti e delle anime ‘pezzentelle’ è ancora viva e aneddotica. Tornati a Piazza della Sanità si visita la grande Chiesa di Santa Maria della Sanità, dove è custodita l’immagine mariana che ha originato il nome del rione. La chiesa è conosciuta anche come San Vincenzo, per il culto di cui è oggetto la statua di San Vincenzo Ferrer, detto ‘O Munacone’. Dall’interno, con visita guidata, si scende nell’ecclesia cimiteriale e nelle Catacombe di San Gaudioso. Gli affreschi e i mosaici sono datati al V-VI secolo e recano scene e simboli tipici dell’arte paleocristiana.

Catacombe di San Gaudioso: allegoria della morte

Catacombe di San Gaudioso: allegoria della morte

L’ambulacro con i cubicoli laterali e l’area delle ‘cantarelle’ (o ‘scolatoi’) si propongono come una caratteristica galleria del macabro napoletano. Scendiamo di nuovo verso il cuore del Rione lungo la Via della Sanità, fermandoci a visitare i cortili interno del Palazzo Sanfelice e del Palazzo dello Spagnuolo, con le loro scalinate interne ad ali di falco, dal grande effetto scenografico. Sbocchiamo ora su Piazza Cavour ed entriamo attraverso la Porta San Gennaro nel vecchio centro urbano.

La Porta San Gennaro

La Porta San Gennaro

La Porta si apriva nelle vecchie mura urbane e riporta in alto un affresco-ex voto di Mattia Preti che raffigura San Gennaro, Santa Rosalia e San Francesco Saverio che implorano la fine della peste del 1656. Un breve tratto di Via Luigi Settembrini ci immette sul rettilineo della Via del Duomo. Siamo qui – al termine dell’itinerario del Miglio sacro – nel cuore religioso monumentale di Napoli. Si visitano il Duomo, la cripta con le spoglie del santo, la basilica di Santa Restituta, il battistero di San Giovanni in Fonte, la Real Cappella e il Tesoro di San Gennaro. Nei pressi è il complesso di Santa Maria Donnaregina che ospita il Museo Diocesano.

Duomo di Napoli: la cripta di San Gennaro

Duomo di Napoli: la cripta di San Gennaro

 

Noi del Rione Sanità – La scommessa di un parroco e dei suoi ragazzi

10 - La copertina del libro 

La Sanità non è solo un quartiere di Napoli, ne è il cuore autentico. Qui è nato Totò, qui si è ispirato Eduardo De Filippo per tante commedie. Nei suoi vicoli convivono chiese barocche e case fatiscenti, palazzi nobiliari e bassi scavati nel tufo. E il suo parroco, don Antonio Loffredo, è molto più di un semplice prete. È un uomo di chiesa, ma anche d’azione, coraggioso e ostinato come pochi. Che intorno a sé sa vedere non solo povertà, ma una ricchezza nascosta: il quartiere è colmo di tesori d’arte e di cultura, lasciati però nell’abbandono. Nasce così una straordinaria sfida: risvegliare le coscienze dei giovani che crescono in quelle strade per trasformare il ghetto in un polo d’attrazione per tutta la città, anzi, in una zona capace di richiamare, grazie alle sue bellezze architettoniche, migliaia di turisti dando in tal modo ai suoi abitanti un lavoro e un futuro. Con un entusiasmo contagioso «don Antò» sprona i suoi ragazzi a organizzarsi in cooperative e, nonostante infiniti ostacoli e lotte epiche contro la burocrazia, ottiene successi importanti e insperati. Come recuperare l’antica basilica di San Gennaro Fuori le Mura, ricca di inestimabili opere d’arte ma diventata negli anni deposito della Asl; far rinascere il cosiddetto «miglio sacro», l’antico itinerario dedicato al santo patrono; inaugurare in un ex convento uno splendido bed breakfast; aprire al pubblico le magnifiche catacombe di San Gennaro e San Gaudioso, in parte ora restaurate. Così, da facile preda del degrado sociale e della camorra, in pochi anni il Rione è diventato un raro modello di imprenditoria sana, solidale e sostenibile. E oggi nel quartiere dove fino a ieri l’abbandono scolastico era la norma e gli espedienti una regola di sopravvivenza, i bambini crescono con una nuova consapevolezza: studiano, fanno teatro, suonano in un’orchestra, la Sanitansamble, che si è esibita anche davanti al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Il recupero della bellezza diventa quindi il «restauro» dell’intero Rione, l’occasione di creare una vita comunitaria, produttiva, che coinvolge tutti i residenti. Una rinascita nel segno della fede, dell’arte e di una cultura millenaria, alimentata dalle sue energie più vitali: i ragazzi della Sanità, che insieme a don Antonio hanno riconquistato il proprio quartiere, riscrivendo finalmente il proprio futuro.

Antonio, la giovane guida delle Catacombe

Antonio, la giovane guida delle Catacombe

Le necropoli rupestri

Matera: tomba neolitica a grotticella

Matera: tomba neolitica a grotticella

Urne cinerarie a Tarquinia

Urne cinerarie a Tarquinia

La necropoli del Tufo a Orvieto

La necropoli del Tufo a Orvieto

La necropoli monumentale di Sutri

La necropoli monumentale di Sutri

La necropoli rupestre di Vaste

La necropoli rupestre di Vaste

La tomba etrusca Golini a Orvieto

La tomba etrusca Golini a Orvieto

La tomba Orioli a Castel d'Asso

La tomba Orioli a Castel d’Asso

Catacomba cristiana a Palazzolo Acreide

Catacomba cristiana a Palazzolo Acreide

Tombe antropomorfe ai Morticelli di Palazzolo

Tombe antropomorfe ai Morticelli di Palazzolo

Il cimitero delle Fontanelle a Napoli

Il cimitero delle Fontanelle a Napoli

Colombario a Cavo degli Zucchi

Colombario a Cavo degli Zucchi

Il giro del Lago d’Averno, con Enea e la Sibilla

Il Lago d'Averno con Enea e la Sibilla Cumana (William Turner, 1798)

Il Lago d’Averno con Enea e la Sibilla Cumana (William Turner, 1798)

‘Camminare nella storia’ diventa ancora più intrigante quando i fili della storia s’intrecciano con quelli del mito. É quel che succede, ad esempio, quando ci proponiamo di seguire le orme di Enea dopo il suo sbarco a Cuma, con il periplo del lago d’Averno, un lago che esiste davvero e che non è solo un topos della fantasia mitologica di Virgilio. Una tranquilla passeggiata a piedi, che diventa ancor più piacevole se alternata alla lettura del sesto libro dell’Eneide (in latino, per chi è capace di leggerlo, o in una buona traduzione italiana).

Il Lago d'Averno (visto da ovest)

Il Lago d’Averno (visto da ovest)

Il Lago d’Averno nei Campi Flegrei

Le rovine delle Terme (c.d. Tempio di Apollo)

Le rovine delle Terme (c.d. Tempio di Apollo)

Il Parco regionale dei Campi Flegrei (i campi ‘ardenti’) tenta dal 2003 di arginare la straripante pressione urbanistica di una delle zone più densamente popolate d’Italia, per tutelare una fascinosa regione vulcanica a occidente del golfo di Napoli e promuovere un’immensa area archeologica nella quale si mescolano mito, storia e natura. Scendendo dalla collina di Posillipo s’incontrano – solo per fare qualche esempio – la Solfatara di Pozzuoli, le sorgenti di Agnano, gli scavi e il parco sommerso di Baia, l’antro della Sibilla, le isole di Nisida, Procida e Vivara, il capo Miseno, il cratere degli Astroni, il Monte Nuovo, la Piscina Mirabile di Bacoli. Alcuni crateri vulcanici sono divenuti i laghi di Averno, Lucrino, Fusaro e Miseno. Il lago d’Averno, in particolare, è uno specchio di acque immote e cupe, cinto da ripide pareti boscose coltivate a vigneti e frutteti. La severità del paesaggio, il silenzioso raccoglimento, le forme singolarmente regolari delle sponde, i vapori sulfurei delle fumarole termali indussero gli antichi a considerarlo come l’entrata agli Inferi.

Scorcio del lago

Scorcio del lago

L’itinerario

Vigneto storico

Vigneto storico

L’accesso consigliato per chi usa i mezzi pubblici è la stazione “Lucrino” della Ferrovia Cumana che collega Napoli Montesanto a Torregàveta. Usciti dalla stazione (che dà direttamente sulla spiaggia), sulla rotonda stradale s’imbocca il viale di fronte (Via Italia) che sfiora il lago Lucrino e conduce direttamente sulle sponde del lago Averno (850 m, 10 minuti). Una lapide riporta i versi di Virgilio del libro sesto dell’Eneide: “Spelunca alta fuit vastoque immanis hiatu, 
scrupea, tuta lacu nigro nemorumque tenebris…”. Si va ora a destra (est) seguendo la sponda del lago che si allontana dalle auto e si fa subito tranquilla. Sulla terra battuta i pazienti pescatori si alternano ai runner e ai ciclisti. Ammiriamo le grandiose rovine del cosiddetto Tempio di Apollo, monumentale edificio termale che sfruttava le fumarole del lago e di cui resta una sala ottagonale. La passeggiata diventa piacevolissima tra la vegetazione riparia che regala ameni scorci del lago e le storiche vigne del cratere. Le aziende agricole e agrituristiche si alternano ai capanni di legno del parco per l’osservazione degli uccelli lacuali. A circa metà percorso, nei pressi di un edificio, troviamo l’ingresso alla Grotta di Cocceio: opera dell’ingegneria civile romana, era il tunnel che traforava il monte e collegava il lago al mare aperto di Cuma. Da qui in poi la strada torna lastricata e percorsa dalle auto dirette ai ristoranti della sponda occidentale. Una breve deviazione ci porta alla Grotta del Bagno della Sibilla, invasa dalle acque e atrio d’accesso alla galleria di collegamento con il lago Lucrino. Pochi passi ci riconducono al punto di partenza e chiudono l’anello circumlacuale (il perimetro è di 2,86 km, percorribili in 50 minuti).

Il lago d'Averno (visto da nord)

Il lago d’Averno (visto da nord)

Enea nell’aldilà virgiliano

La grotta della Sibilla

La grotta della Sibilla

Virgilio e altri autori classici hanno trasfigurato il lago d’Averno e il cunicolo della Sibilla nell’ingresso dell’Oltretomba e hanno immaginato che qui iniziasse la descensio ad inferos di Enea e degli eroi della mitologia. Il lago costituiva quindi il punto di contatto tra l’aldiquà e l’aldilà della geografia infernale romana, mentre i bui cunicoli prospicienti fungevano da budelli di transito. Rinfreschiamo allora le memorie scolastiche e ricordiamo come Virgilio descrive il lago e la spelonca del vestibolo dell’oltretomba e come narri l’ingresso di Enea e della Sibilla nell’aldilà (la traduzione è di Giuseppe Bonghi).

L'Oltretomba di Virgilio

L’Oltretomba di Virgilio

«C’era una grotta profonda e immensa per la sua vasta apertura, rocciosa, protetta da un lago nero e dalle tenebre dei boschi, sulla quale nessun volatile impunemente poteva dirigere il proprio volo con le ali, tali erano le esalazioni che, effondendosi dalla nera apertura, si levavano alla volta del cielo. (Per questo i Greci chiamarono il luogo col nome di Aorno). Quand’ecco ai primi chiarori del sorgere del sole mugghiare la terra sotto i piedi e le cime delle selve cominciare a tremare e le cagne sembrano ululare attraverso l’oscurità all’avvicinarsi della dea. – Lontani, state lontani, o profani, – grida la veggente, – e allontanatevi da tutto il bosco; e tu intraprendi la via e strappa la spada dal fodero: ora, o Enea, ci vuole coraggio, ora ci vuole un animo risoluto. Detto questo entrò furente nell’antro aperto; ed egli con passo sicuro eguaglia la guida che avanza. O dei che avete il dominio sulle anime, ombre silenziose e Caos e Flegetonte, vasti luoghi silenziosi nella notte, concedetemi di raccontare quel che udii e col vostro consenso rivelare le cose sepolte nella terra profonda e nell’oscurità. Andavano oscuri nella notte solitaria attraverso le tenebre e le vuote case di Dite e i regni delle ombre vane come è il cammino nelle selve al debole lume dell’incerta luna quando Giove nasconde il cielo nell’ombra e la nera notte toglie il colore alle cose. Proprio davanti al vestibolo e sul primo ingresso dell’Orco, hanno il loro giaciglio il Lutto e gli Affanni vendicatori e vi abitano le pallide Malattie, la triste Vecchiaia, la Paura e la Fame cattiva consigliera, la turpe Miseria, fantasmi terribili a vedersi, la Morte e il Dolore; quindi il Sonno, fratello della Morte, e i malvagi Piaceri dell’animo e sull’opposta soglia la Guerra portatrice di morte, i letti di ferro delle Eumenidi, la pazza Discordia coi capelli di vipere cinti con bende sanguinanti. In mezzo un ombroso immenso olmo stende i rami e le sue vecchie braccia, dimora che, dicono, i Sogni fallaci occupano a frotte e restano attaccati sotto ogni foglia. E inoltre numerose figure mostruose di diverse fiere hanno dimora sulle porte: i Centauri e le Scille biformi, Briàreo dalle cento braccia e l’idra di Lerna, che stride orribilmente e la Chimera  armata di fiamme, le Gòrgoni e le Arpie e il fantasma dell’ombra dai tre corpi. Qui Enea, tremante per un improvviso terrore, afferra la spada e presenta la punta aguzza alle ombre che avanzano e se non l’avvisasse l’esperta compagna, che si tratta di vite leggere senza corpo che volteggiano sotto una vuota immagine di forme, si sarebbe precipitato e invano col ferro avrebbe squarciato le ombre. Di qui comincia la via che porta alle onde del Tartareo Acheronte, qui un gorgo torbido di fango ribolle in una vasta voragine ed erutta tutta la sua melma nel Cocito».

Enea scende all'Averno (Nicolò dell'Abate, 1543)

Enea scende all’Averno (Nicolò dell’Abate, 1543)

Visita la sezione del sito dedicata alle Visioni dell’Aldilà: http://www.camminarenellastoria.it/index/VISIONI_ALDILA.html