Francia. Il villaggio abbandonato di Barrières

L’hameau di Barrières è un autentico monumento della pietra a secco. Dopo il suo progressivo abbandono nel corso del secolo scorso non ha subito modifiche significative pur cadendo inevitabilmente in rovina. Costituisce dunque un unicum nel Quercy perché è una testimonianza integra della vita agro-pastorale del passato. La sua esistenza e le sue attività sono in parte legate al Priorato Saint-Jean des Fieux (1297-1624), localizzato a meno di un km dal villaggio. Collocato all’incrocio di tre strade, la frazione di Barrières comprende una dozzina di abitazioni interfacciate con le loro dipendenze agricole (cantine, porcilaie, fienili, ovili). Le ragioni del suo abbandono risalgono allo spopolamento delle campagne provocato dalla crisi dell’agricoltura di fine Ottocento e poi dalla Grande Guerra (1914-1918). Nel 1911 gli abitanti del villaggio erano ancora una cinquantina, in maggioranza coltivatori e allevatori. Nel 1946 essi si erano ormai ridotti a due. L’ultima nascita, quella di René Pouzalgues, risale all’agosto del 1926. E la sua ultima abitante, morta nel 2001, si chiamava Victoria Treil.

Veduta dall’alto

Il villaggio è una delle frazioni di Miers, comune del dipartimento del Lot, nella regione del Midi-Pyrénées. La visita permette di apprezzare la solidità e l’integrità degli scheletri degli edifici, costruiti a secco con le pietre del calcare del Quercy. Sono invece crollate le coperture dei tetti, sostenute da travi di legno che non hanno retto all’usura del tempo.

La strada basolata

La passeggiata tra le rovine può seguire l’asse della strada principale del villaggio, i cui basoli di pietra sono ancora visibili. Con brevi deviazioni si possono osservare le reliquie della vita quotidiana del tempo. La casa di Pierre Grimal, ad esempio, mostra ancora la grande cucina con le pareti del camino e il lavabo dell’acqua.

La casa Grimal

Casa Grimal ha alle spalle la stalla di famiglia ed è affiancata da una grande aia lastricata, dove giocavano i ragazzi, si batteva il grano e si seccavano al sole gli ortaggi e la frutta.

L’aia lastricata e la grangia con la porta architravata e la finestra di aerazione

Due edifici più piccoli, accanto all’aia, erano le grange con i depositi di fieno di Jean Brel e Armand Pouzaigues.

Il locale del forno

Il forno del villaggio è quasi completamente in rovina, ma sull’unica parete rimasta ancora in piedi, pur se interrata, è ancora visibile la cella di cottura del pane.

La scala di accesso al fienile

Le stalle dei bovini e gli ovili erano sul fondo del villaggio, addossati ai muretti di confine. Si può ancora osservare un edificio diruto a due piani, munito di scala esterna per l’accesso al fienile superiore; l’ambiente al piano terra era una stalla o un ovile.

Un orto recintato

I campi erano adibiti prevalentemente a pascolo degli animali. Si riconoscono ancora le parcelle di campi a seminativo, qualche orto e giardino.

La grangia a due piani

L’edificio più spettacolare perché ancora integro e con il tetto a spiovente è la lunga grangia a due piani, costruita sfruttando con intelligenza il naturale dislivello del terreno. L’accesso anteriore apre lo spazio del piano alto, destinato a pagliaio. La porta laterale dà invece accesso al locale basso, utilizzato probabilmente come ovile.

Il pozzo del villaggio

Il villaggio disponeva dell’acqua necessaria alla vita degli abitanti grazie a tre pozzi distribuiti tra le case.

L’abbeveratoio

Gli animali utilizzavano le vasche per l’abbeverata, con l’accesso a scivolo, costruite negli immediati dintorni del villaggio. Le vasche sfruttavano piccole sorgenti naturali che alimentavano le piscine d’acqua.

La ricostruzione didattica di una capanna circolare

Oggi il villaggio di Barrières è di proprietà pubblica. L’associazione culturale Racines, con il concorso del Parco naturale Causses du Quercy e degli enti locali, ne cura la manutenzione, la valorizzazione e l’animazione a favore delle scuole e dei turisti. Sono stati attivati alcuni cantieri-scuola per la ricostruzione didattica dei muretti e di una capanna circolare. La visita di Barrières può combinarsi al percorso dei Dolmen e alla visita dell’Archeosito dei Fieux.

La mappa del villaggio

(Ho visitato Barrières il 4 luglio 2017)

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Francia. Il paesaggio della pietra a secco nei Causses du Quercy

Siamo nel Midi francese. Qui, nel parco naturale regionale dei Causses du Quercy, il paesaggio della pietra a secco è stato modellato dalle antiche pratiche agricole di scasso dei terreni, di dissodamento delle aree incolte, di spietramento dei seminativi, di recinzione delle parcelle, di costruzione di capanne o edifici rurali di servizio.

I muretti

Un muretto di confine

Onnipresenti nel territorio sono i muretti di pietra a secco (murets, murailles) che definiscono il confine dei fondi. La densità del reticolo dei muretti testimonia ancora oggi l’evoluzione che nel tempo hanno avuto la gestione fondiaria, la trasmissione delle eredità familiari e la varietà stessa dei terreni e delle colture. L’espansione demografica della prima metà dell’Ottocento e l’irradiarsi delle colture sui terreni ancora liberi favorirono la costruzione dei muretti di pietra con diverse finalità: per accompagnare, ad esempio, il percorso dei tratturi, collegare i villaggi, delimitare gli spazi delle grange e delle fattorie, individuare le sorgenti e i fontanili.

I cayrous

Un cayrou evoluto nei campi dei Fieux

Associati ai muretti sono i cayrous, ovvero i mucchi di pietre o le macere, frutto dell’ossessivo lavoro di spietramento dei campi da arare. Si tratta spesso solo di mucchi di pietre posti a margine dei campi, ma in altri casi sono organizzati in forme elementari, gradinati con pietre sporgenti oppure dotati di nicchie e vani interni usati per il canile. L’abbandono dei campi ha comportato il deteriorarsi di queste pierriers, la colonizzazione delle coperture da parte della vegetazione e il loro smembramento per nuove costruzioni.

Bories, caselles, gariotes, cabanes

Una capanna in pietra a secco nel Lot

Conosciute con una pluralità di denominazioni, le capanne costruite con la pietra a secco, senza legante, sono una presenza diffusa nel Midi francese e in particolare nel Parco e nei paesi della Dordogna. Queste testimonianze di architettura spontanea possono alzarsi su una base quadrangolare o rotonda, avere il tetto a forma di cono o di campana, misurare altezza e diametro più o meno significativi, ma in ogni caso hanno pareti costruite con pietre sbozzate e hanno tetti di lauzes (le lose, piccole lastre di ardesia).

Una cazelle del Lot

Le capanne erano frequenti negli antichi vigneti, dove fornivano un riparo temporaneo ai vignaioli (e in questo caso erano dotate all’interno di banco e sedili di pietra sporgente) o servivano da rimessa degli attrezzi da lavoro o, ancora, fungevano da cantina, custodendo i tini, le botti e le attrezzature per la viticoltura e l’enologia.

Una cazelle à Saint-Martin-Labouval, sulla Dordogna

Altri usi diffusi erano quelli di stalla per gli animali domestici (i polli, il maiale, l’asino, la capra e le pecore) o di vera e propria abitazione, sia temporanea che permanente. In questi casi la capanna era più ampia, dotata di almeno una finestra e di un lucernaio in alto, oltre che di giaciglio e nicchie per gli alimenti e gli oggetti domestici.

La capanna di Nouel

La Caselle di Nouel

La capanna di Nouel è una delle più belle del Quercy. Costruita nel 1850, ha una superficie di quindici metri quadri, un diametro di cinque, la circonferenza esterna di ventidue. I suoi 5,45 metri di altezza ne fanno la più alta della regione. Assai caratteristica e rara è la forma appuntita del tetto.

La colombaia

Pigeonnier a Rocamadour

Le colombaie (o piccionaie) sono una presenza costante sia nei borghi che nelle campagne. L’allevamento di piccioni era altamente redditizio perché forniva le uova per l’alimentazione, le piume per i giacigli, la carne per la cucina, il guano per concimare i campi. Le colombaie occupano solitamente la parte superiore delle caselle di pietra; hanno una finestrella d’accesso riservata ai soli piccioni e l’interno strutturato a nicchiette sovrapposte per ospitare i nidi. Si cercava con queste soluzioni di proteggere una risorsa preziosa dagli appetiti degli animali predatori e dalle incursioni dei ladri.

La casa del pastore

Casa, ovile e colombaia a Loubressac

Una caratteristica architettura della zona è la bergerie, costituita da due parallelepipedi accostati, di cui uno, il più ampio, fungeva da abitazione e laboratorio caseario del pastore, e il secondo, più basso, da ovile.

Il villaggio di Breuil

Le Cabanes du Breuil

Un bell’esempio di villaggio in pietra è costituito dalle “Cabanes du Breuil”. Queste erano edifici rurali a servizio di una fattoria agricola di Saint-André-d’Allas, situata nella frazione di Calpalmas. Costruite in pietra a secco su base circolare con i caratteristici tetti conici a punta, rivestiti di lose, le bories formano un agglomerato di pregio e costituiscono un curioso e affascinante museo privato.

Sardegna. Il nuraghe San Pietro

Il nuraghe San Pietro sta di vedetta su un’altura a margine della piana alluvionale del fiume Posada. Torpè è a un passo, al di là del fiume. E non siamo lontani dal castello di Posada e dagli altri rinomati centri della costa a sud di Olbia. Dalla superstrada 131 Olbia-Nuoro l’uscita utile è quella di Posada; dalla statale 125 “Orientale Sarda” il bivio giusto si trova al km 269. Quattro km sulla provinciale 24 bis e siamo al cancello d’ingresso e al box-biglietteria del nuraghe. È piacevole scoprirvi la competenza e la passione della guida, come pure la cura con cui il sito è tenuto.

Il nuraghe San Pietro

Pochi passi sul sentiero ed eccolo il nuraghe, illuminato dal sole del tramonto. Si sottopassano le forche caudine che introducono al cortile e si ammira la torre centrale, con il suo possente architrave di trachite rossa e la nicchia che funge da garitta di guardia.

L’ingresso della torre

Dopo il vano con la scala che sale al piano superiore, si entra nella camera circolare, in origine coperta a tholos, nella quale si aprono tre nicchie ben conservate. Il nuraghe è quadrilobato, ovvero circondato da quattro torri laterali a forma di “petali” irregolari, dotate di accessi indipendenti. A breve distanza dal complesso nuragico è in corso di scavo un villaggio che risale all’età romana. Si chiarisce così l’originalità di questo complesso nuragico, che risulta essere stato utilizzato dall’età del bronzo fino al secondo secolo dopo Cristo.

Il cortile e il pozzo

In una delle torri del nuraghe, sotto un’enorme quantità di pietre da crollo, gli archeologi hanno rinvenuto i vasi e le anfore di un granaio, con una cospicua quantità di grano e fave provenienti da coltivazioni locali ma anche orientali, qui giunte con le navi onerarie che solcavano il Mediterraneo. Il granaio fu distrutto dal crollo della volta della torre e le rovine furono utilizzate come tombe per la sepoltura degli abitanti del villaggio.

I ritrovamenti

Gli oggetti ritrovati dagli archeologi (ex voto, oggetti rituali, figurine umane, verghe di ferro) sono descritti in un cartello all’ingresso del sito.

La mappa del sito

(Ho visitato il nuraghe l’8 ottobre 2016)

La trama di pietra del nuraghe

Puglia. Un monumento di pietra: il Pagliarone di Bagnoli

Il Pagliarone di Bagnoli

Il Pagliarone di Bagnoli

Se Castel del Monte è il monumento del genio imperiale di Federico II di Svevia, pure all’ombra della prepotente bellezza di questo maniero va segnalato un altro monumento di pari rilievo, sia pure nelle forme dell’umile architettura spontanea di campagna. È il Pagliarone localizzato a Bagnoli, una frazione rurale dell’agro di Andria. Nel paesaggio agrario che circonda il castello un fitto reticolo di masserie, jazzi, trulli e cisterne è la didascalia visiva delle interrelazioni economiche tra il contado e il centro del potere. Il Pagliarone è la probabile residenza di campagna di un massaro, il fattore che per delega del proprietario presiede all’amministrazione e coltivazione del podere e dirige un’azienda pastorale. Antonio Sigismondi, che ha scritto la Guida ufficiale del Parco nazionale dell’Alta Murgia, ritiene che il Pagliarone di Bagnoli sia “indubbiamente unico e il più straordinario trovato sulla Murgia”, un monumento che dovrebbe essere integralmente protetto per la sua unicità e il valore documentale di una tecnica costruttiva straordinaria. Ce n’è abbastanza per andarne alla scoperta grazie a una panoramica passeggiata.

Il primo ingresso

Il primo ingresso

L’itinerario

La cupola a tholos

La cupola a tholos

Il punto di partenza della breve passeggiata (15 minuti) si trova al km 14,6 della strada provinciale 234 di Castel del Monte (la ex strada statale 170), nel tratto che percorre il paesaggio ondulato di colli nei dintorni del castello federiciano, in contrada Bagnoli. Un largo sentiero sale allo scoperto su un panoramico dosso, tra la bassa vegetazione murgica. Raggiunta una pista a servizio dei fondi coltivati di fronte, si va a destra per pochi passi per poi virare a sinistra su un tratturo incassato tra i muretti di pietra che limitano i campi. Questa stradina è segnata dai cippi confinari e dalla segnaletica di un percorso ciclabile. Il Pagliaro è già ben visibile sulla destra, a immediato ridosso della stradina.

Il secondo ingresso

Il secondo ingresso

È inserito in un complesso rurale che comprende anche un bel trullo e un edificio di servizio. È consigliabile compiere un giro intorno al complesso per comprenderne le funzioni e percepirne le forme. La casèdda ha una struttura monumentale di forma ellissoidale che si presenta all’esterno come una carena di nave rovesciata. È lungo 35 metri e alto 8. Ha un’unica copertura di chiancarelle, con una scaletta che sale fino alla cima della costruzione, due porte di accesso dotate di mensola sopra l’architrave, un finestrino di aereazione dei locali interni e un forno all’esterno. L’interno è articolato in tre vani quadrangolari non comunicanti, sovrastati dalle abituali finte cupole a tholos.

L'interno con il pavimento di chianche

L’interno con il pavimento di chianche

L’ambiente centrale, dotato di mangiatoia, è adibito a stalla per gli animali da soma ed è suddiviso in due da un muro a secco che ha così creato due settori separati e simmetrici. L’appartamento di destra è dotato di un pavimento di chianche e di un pollaio interno. La vivibilità è favorita dalla presenza di sedili di pietra, nicchie e ripostigli, appoggi, attaccapanni e appendioggetti di legno inseriti nelle pareti e nella cupola. La presenza del trullo e della stalla intorno all’aia centrale, a servizio del fondo, fanno pensare a un’abitazione semi-permanente adoperata dal massaro e dalla sua famiglia allargata, in un contesto di economia mista agro-pastorale.

Il forno

Il forno

Per approfondire

Veduta posteriore

Veduta posteriore

Il pagliaro di Bagnoli è descritto nel volume Tholoi d’Italia – Trulli e capanne in pietra a secco con copertura a tholos, scritto da Marco Miosi (Edizioni di Pagina, Bari, 2012). Il Parco nazionale dell’Alta Murgia (www.parcoaltamurgia.gov.it/) dispone di mappe, pubblicazioni e di un ampio numero di itinerari pedonali e in bici. Gianni Pofi ha curato per le edizioni Adda una selezione di itinerari escursionistici nel Parco dell’Alta Murgia, estratto dalla più ampia Guida escursionistica della Puglia (www.addaeditore.it/). La ciclovia che traversa l’itinerario è descritta nella sezione del sito del Parco: ciclovie.parcoaltamurgia.it/

Il trullo

Il trullo

Visita l’ampia sezione del sito dedicata all’architettura spontanea in pietra a secco: http://www.camminarenellastoria.it/index/PIETRA_SECCO.html

Gargano. Le pietre dei pastori su Monte Calvo

Capanna in pietra a secco su Monte Calvo del Gargano

Capanna in pietra a secco su Monte Calvo del Gargano

La natura del Gargano ha molte facce. C’è l’area più interna, coperta dai boschi di faggi e pini della Foresta Umbra, residuo della primigenia selva del promontorio. C’è il Gargano costiero, ammantato di pini e di lecci, alternati alle coltivazioni di mandorli, aranci e ulivi. C’è poi il volto che ammalia i turisti, quello dei laghi costieri, delle isole Tremiti, delle falesie e delle calette di sabbia finissima. Mancano i fiumi, è vero, ma il mare Adriatico circonda il promontorio su tre lati. Non stupisce dunque che un Parco nazionale sia venuto a proteggere questa “grande bellezza”.

L'inizio del sentiero per Monte Calvo

L’inizio del sentiero per Monte Calvo

Ma c’è anche un altro Gargano. Fatto di calcare e dolomie. Una natura di pietra. Pietre lavorate da generazioni di pastori e contadini che hanno scavato grotte, terrazzato pendii, alzato muretti di recinzione, costruito pagliari e capanne a tholos. Questo mondo di pietra si manifesta in spettacolare evidenza sulla lunga bastionata rocciosa che scende con i suoi ripidi costoni sul mare del golfo di Manfredonia. Qui andiamo alla ricerca di reliquie del mondo pastorale sul monte Calvo, che con i suoi 1065 metri sul livello del mare è la cima più elevata del promontorio del Gargano.

Dolmen

Dolmen

L’itinerario

La traccia del sentiero

La traccia del sentiero

Il Monte Calvo è localizzato nell’immediato entroterra a nordest di San Giovanni Rotondo. Usciti dalla città in direzione di Monte Sant’Angelo, all’altezza del Tribunale, s’imbocca sulla sinistra una stretta strada asfaltata che aggira il cimitero e una cava di pietra e risale a tornanti verso l’evidente gobba del monte. Tenendosi a destra a un bivio, si segue la strada che costeggia la base del monte fino a raggiungere una diramazione sterrata sulla destra, presidiata da un pannello informativo sul sentiero (circa 6 km dal paese). A piedi, si segue per un breve tratto la sterrata per poi deviare sulla destra e risalire il versante settentrionale lungo un sentiero ben segnalato. Si attraversa un boschetto e ci si alza progressivamente con salita dolce e panoramica. Al bivio successivo si va ancora a destra e si raggiunge la cresta del monte su terreno aperto e ventoso.

Il portale di una capanna diruta

Il portale di una capanna diruta

Il sentiero è segnato in modo vistoso da due cornici di pietre e più in alto da paline su ometti. Toccata la sommità, coronata da una capanna di pietra, si può godere del panorama circolare nel quale spiccano il golfo di Manfredonia, il lago di Varano e la fuga prospettica del promontorio. L’andata e il ritorno si coprono in meno di due ore. Il dislivello è di 250 metri. Il Monte Calvo può essere raggiunto anche in altri modi. Un percorso più lungo inizia direttamente dal Cimitero di san Giovanni Rotondo e segue il Tratturo del Carmine (3 ore per la sola andata).

Le doline di Monte Calvo

Le doline di Monte Calvo

L’insediamento in pietra a secco

Il villaggio pastorale

Il villaggio pastorale

Il territorio che sovrasta San Giovanni Rotondo è segnato dalla presenza di masserie, di stalle per l’allevamento e di campi coltivati che sfruttano le particelle di terreno più adatte. Ma è soprattutto il pascolo a dominare il paesaggio. I segni dell’antica presenza dei pastori si alternano ai recinti di pietra che separavano le proprietà e ai muretti che proteggevano gli orti e i frutteti.

Capanna agricola

Capanna agricola

A margine dei coltivi resistono al tempo le belle capanne in pietra a secco, utilizzate per riporvi gli attrezzi di lavoro. Salendo di quota, lungo i sentieri della monticazione, le capanne pastorali sostituiscono progressivamente le capanne agricole. Un insediamento molto interessante è localizzato nell’area sommitale di Monte Calvo, dove la natura calcarea del monte è enfatizzata dalle cicatrici carsiche di grandi doline circolari. In queste depressioni verdi, meno esposte al vento, i pastori hanno costruito i loro piccoli villaggi. I recinti degli stazzi accolgono le pecore per il riposo notturno. Hanno varia ampiezza e forme modellate sull’andamento del terreno. I varchi tra due recinti vicini fungevano da passaggio obbligato per la mungitura serale. Spazi più ridotti erano destinati agli animali gravidi o malati. Le cavità sotto fascia erano il riparo per i cani. Sul bordo della dolina si osservano i manufatti più caratteristici: le capanne di pietra utilizzate dal pastore per dormire, mangiare e per tutte le attività domestiche.

Capanna diruta

Capanna diruta

Le coperture vegetali e i tetti di legno sono scomparsi, ma gli spessi muri di pietra che ne costituiscono le basi sono ancora ottimamente conservati. In una capanna di forma allungata, restano ben visibili il giaciglio di pietra del pastore, le nicchie-ripostiglio nei muri, le lastre sporgenti dove venivano riposti gli oggetti d’uso quotidiano, l’olio e il vino, la lanterna e il cibo. Più difficile valutare il ruolo della capanna vicina. I crolli non consentono di verificare la presenza del focolare per la lavorazione del latte; la ridotta dimensione fa ritenere più probabile la funzione di magazzino e deposito.

L'area dell'escursione

L’area dell’escursione

Visita la sezione del sito dedicata all’architettura spontanea e alla pietra a secco: http://www.camminarenellastoria.it/index/PIETRA_SECCO.html

Abruzzo. Le terre di Abbateggio: eremi, tholos e un ecomuseo all’aperto

L'eremo di Santo Spirito a Maiella

L’eremo di Santo Spirito a Maiella

A chi corre veloce sull’autostrada della Val Pescara la montagna della Maiella mostra il suo lato più bonario: lunghi pendii brulli che si sollevano pigramente verso la fascia del bosco, incisi da profondi valloni. E a chi, incuriosito, decida di dare un’occhiata da vicino a questo versante, la Maiella riserba un mondo di sorprese. Nelle pieghe della roccia si celano gli eremi cari a papa Celestino, i romitori dei monaci e le grotte recintate dei pastori. Fuori dei paesi sorgono le grandi abbazie romaniche e i castelli. Risalendo poi i campi terrazzati e i pascoli alti, seguendo il ciclo della monticazione, si entra nel regno dei ricoveri pastorali, nel mondo dei tholos, delle capanne di pietra a secco, versione abruzzese dei trulli pugliesi e dei nuraghi sardi. Agli escursionisti incuriositi proponiamo allora un itinerario alle falde della Maiella, nelle terre di Abbateggio. Un percorso vario, che collega il pianoro dei Valli, il vallone di Santo Spirito e la macchia di Abbateggio. Un percorso alla scoperta dell’eremo di San Bartolomeo, di due bei complessi di capanne di pietra, di un originale museo del paleolitico e dell’area archeologica di valle Giumentina.

L’itinerario

La capanna a due piani di valle Giumentina

La capanna a due piani di valle Giumentina

Fonte Cugnoli e Valle Giumentina si raggiungono dalla Val Pescara, imboccando all’altezza di Scafa la strada turistica 487 che sale a Caramanico Terme e alle altre località della Valle dell’Orta, tra la Maiella e il Morrone. Superato il paese di San Valentino in Abruzzo Citeriore, al bivio del km 9 si va a sinistra in direzione di Abbateggio e al bivio successivo a destra in direzione di Roccamorice. Poco dopo s’imbocca sulla destra la strada con le segnalazioni per la Valle Giumentina. In poco meno di 4 km, tra il verde della macchia e il giallo delle ginestre, sullo sfondo delle creste e dei valloni della Maiella, si raggiunge la fonte Cugnoli con la sua area picnic. Si parcheggia dove l’asfalto diventa sterrata nei pressi di un’edicola dedicata alla Madonna degli Scout.

La caciara

La caciara

La prima meta è il villaggio delle Case Catalano, il complesso agro-pastorale a monte di Fonte Cugnoli. Si tratta di una sorta di vicus, un piccolo villaggio ai bordi di un boschetto, un aggregato di casolari rurali, capanne di pietra, alberi e terreni coltivati. Ospitava d’estate un gruppo familiare che basava la sua economia domestica sull’allevamento, sulla coltivazione dei campi e degli alberi da frutto, sulla raccolta del foraggio. La ragione della particolare attrattività del sito sta nell’ospitare la più grande capanna in pietra a secco costruita in Abruzzo. Un capolavoro di architettura spontanea, alta otto metri, dalla struttura a gradoni elicoidali, con doppio ingresso e articolata all’interno su due piani. Al suo fianco è un’altra capanna di pietra, originale per la sua rara forma quadrata, destinata alla lavorazione del latte. Nei pressi sono alcuni edifici rurali. Si riconoscono le stalle per le vacche, la mangiatoia e il deposito del fieno. Ancora ben conservato è il recinto di pietra per gli ovini. Un altro edificio, più grande, è articolato su più piani e svolgeva funzioni di residenza estiva. Gli edifici del villaggio sono stati recentemente restaurati e trasformati in residenza rurale, la country house Case Catalano.

Il Piano dei Valli

Il Piano dei Valli

La seconda meta è la Valle Giumentina, la cui testata è distante pochi passi sulla strada bianca. Si osservi nel frattempo l’ampio e ondulato Piano dei Valli, verdeggiante di coltivi. La valletta scende nel Fosso di Santo Spirito e mostra sul versante sinistro i segni delle campagne di scavo archeologico intraprese nel tempo. La Valle Giumentina ha un suo rilievo storico e archeologico legato ad un lago preistorico scomparso e ad alcuni insediamenti umani del paleolitico.

L'Ecomuseo della Valle Giumentina

L’Ecomuseo della Valle Giumentina

Proprio qui è stato costruito un originale Ecomuseo del Paleolitico. È un museo all’aperto che propone sei capanne ricostruite in pietra a secco, architetture povere tipiche dell’ambiente agro-pastorale abruzzese. Il visitatore è guidato in un percorso didattico e conoscitivo, alla lettura del paesaggio naturale, archeologico e storico derivato da un affascinante e secolare rapporto tra uomo e ambiente. Nelle capanne sono illustrate, mediante pannelli, le tematiche inerenti le testimonianze ed attività dell’uomo primitivo a Valle Giumentina, il contesto archeologico dalla protostoria al medioevo nel territorio di Abbateggio, le funzioni e geometrie delle strutture in pietra a secco, insieme alla dura vita dei pastori transumanti, ed ancora i caratteri della flora e della fauna.

L'ovile sociale di valle Giumentina

L’ovile sociale di valle Giumentina

Si riprende la strada bianca che procede in lieve salita accostandosi progressivamente al bordo del Fosso di Santo Spirito. Sulla destra una breve diramazione consente di dare un’occhiata a un interessante ovile sociale moderno, dalla caratteristica forma a ferro di cavallo, dotato di un edificio a due piani destinato a residenza del pastore e alla lavorazione del latte.

L'eremo di San Bartolomeo

L’eremo di San Bartolomeo

Tornati sulla strada bianca troviamo subito sulla sinistra il bivio ampiamente segnalato per l’eremo di San Bartolomeo. Il sentiero costeggia capanne di pietra ormai dirute e si affaccia a balcone sul ciglio del Fosso, scoprendo sul fondo della parete opposta l’emozionante visione dell’eremo, dissimulato tra le rocce. Lo si raggiunge scendendo per un ripido sentierino sul fondo del fosso, passando su un ponte naturale e risalendo una bella scalinata di pietra. L’eremo è incastonato sotto un enorme tetto di roccia lungo circa 50 metri. Delle quattro scalinate che vi conducono va ricordata soprattutto la “scala santa” che un tempo veniva salita da devoti e pellegrini in ginocchio e pregando. L’eremo fu ricostruito nel XIII secolo da Pietro da Morrone, divenuto poi Papa con il nome di Celestino V e ricordato come il “Papa del gran rifiuto”.

Capanna di pietra sottofascia

Capanna di pietra sottofascia

Risaliti alla sterrata, le cui condizioni peggiorano progressivamente, si traversa una fascia di transizione tra il pascolo e il bosco. Sulla destra è ben visibile un’allungata capanna di pietra, isolata tra maceri di spietramento. Al bivio successivo si va a sinistra, lasciando sulla destra un piccolo edificio e il sentiero per Decontra. Dopo una sbarra di ferro che chiude il passaggio alle auto, si va a traversare un fosso. Sul versante di sinistra del fosso si scopre il complesso di capanne pastorali detto “le grotte”. La visita è resa difficoltosa dalla vegetazione infestante, ma permette comunque di inquadrare il recinto e di comprendere la funzione delle tre capanne di pietra di diversa taglia. La più grande è dotata di un focolare centrale e di un ripostiglio e contiene ancora i materassi del giaciglio dei pastori.

La capanna del complesso "le grotte" nella macchia di Abbateggio

La capanna del complesso “le grotte” nella macchia di Abbateggio

La strada si inoltra ora progressivamente nella fitta macchia di Abbateggio, con i segnavia P (sentiero del Parco) e S (Sentiero dello Spirito). I più volenterosi potranno seguirne il lungo percorso segnato da radure e attraversamento di fossi, ed essere premiati dalla visita al grande eremo di Santo Spirito a Maiella. In alternativa si può tornare a Fonte Cugnoli e all’auto.

Le capanne di pietra dell'ecomuseo

Le capanne di pietra dell’ecomuseo

Visita la sezione del sito dedicata ai monumenti della pietra a secco: http://www.camminarenellastoria.it/index/PIETRA_SECCO.html

Maiella. Le pietre antiche di Decontra

Case rurali a Decontra

Case rurali a Decontra

Decontra è un borgo appartato della Maiella, eccentrico rispetto alle vie di comunicazione più frequentate. Per visitarlo occorre infilarsi nella tortuosa strada asfaltata che sale da Caramanico Terme, comune del quale costituisce una frazione. Ma chi l’ha conosciuta una volta, torna a frequentarla sempre volentieri, grazie all’accoglienza che vi riceve e all’attrattività dei suoi dintorni. Gli amanti dell’escursionismo e gli appassionati di architettura spontanea troveranno in particolare una via di monticazione che sale verso i pascoli alti della Maiella, fiancheggiata da capanne in pietra a secco e dallo scrigno segreto di un eremo nascosto, intagliato tra le rocce. Sarà anche più interessante accompagnare i passi dell’escursione con i ricordi di Paolo Sanelli, pastore e agricoltore di Decontra. “Paolino” ha voluto raccogliere i ricordi della sua lunga vita in un gradevole libricino dal titolo “I miei sogni sono stati tutti sulla Maiella”. I capitoli del libro ripercorrono episodi dell’infanzia, i racconti della seconda guerra mondiale, gli anni del dopoguerra, le storie delle pecore e dei lupi, i lavori nei campi, i lavori delle donne, il corteggiamento e il matrimonio, l’emigrazione in Inghilterra, la religione e la frequentazione degli eremi, i rimedi della medicina popolare, l’alimentazione contadina.

L’itinerario

La chiesa di Decontra

La chiesa di Decontra

Percorrere le vie del borgo di Decontra è come sfogliare un’antologia dell’architettura rurale e montana abruzzese. Si osservano gli edifici di pietra a uno o più piani, in parte ristrutturati, destinati ad abitazione. A loro si affiancano i numerosi fienili di pietra dal tetto spiovente e i depositi di attrezzi con l’ingresso ad arco. Caratteristici sono anche i fontanili, i pozzi coperti da tetti di pietra, i muretti di recinzione delle aie, le lastre verticali di calcare utilizzate come barriere di separazione, i travagli per la ferratura dei quadrupedi. La chiesetta con il campanile a vela e le strutture di ospitalità completano il quadro.

Pozzo coperto a Decontra costruito nel 1932

Pozzo coperto a Decontra costruito nel 1932

Si esce dal paese e al primo quadrivio si va a destra sul vecchio sentiero, trascurando la strada bianca: qui si osserva subito una serie di pozzi chiusi da sportelli e coperti da cupola in pietra a secco. Al quadrivio successivo, prima di avviarsi sul vecchio tratturo pastorale (sentiero B1), si consiglia di percorrere per un tratto il sentiero per gli eremi di santo Spirito (CP – anello della Valle Giumentina). Nell’ordine si toccano una capanna di pietra a margine di un campo recintato, un fontanile con il beccuccio scolpito nella pietra, il sovrastante campo coltivato a farro con annessa capanna di pietra tra gli alberi dalla stretta apertura ogivale, il Fosso dei Valli protetto da muretti di pietra. Appena al di là del Fosso si scopre un vasto spazio di pascoli, punteggiato da innumerevoli cumuli di pietre e da recinti di confine dei vecchi fondi; si individua anche una capanna sottofascia dal piccolo ingresso a trabeazione orizzontale (quota 870).

Capanna di pietra (quota 875)

Capanna di pietra (quota 875)

Tornati al quadrivio precedente ci si avvia sul sentiero B1. Si tratta del vecchio tratturo di Pratedonica che i pastori di Decontra percorrevano per salire ai ricchi pascoli di Piana Grande della Maielletta. Paolino Sanelli lo ricorda in questi termini: «Quando avevo dodici anni, mio fratello Antonio partì per il militare e così mi mandarono a pascolare le pecore. Avevamo cinquanta pecore e io mi divertivo a portarle sulla montagna. C’erano tanti pastorelli e pastorelle e ci incontravamo in montagna. Siccome i terreni erano coltivati sino a mille e trecento metri, le pecore le portavamo alle quote alte sui pascoli di Piana Grande, dove tutti noi pastorelli facevamo baldoria e giocavamo. Da aprile a giugno stavamo in montagna, e poi Piana Grande veniva occupata dai greggi che tornavano dalla transumanza. Era proprio uno spettacolo quando tornavano le greggi dalla transumanza ed era una bella festa. A quel momento noi pastorelli ci ritiravamo più in basso, vicino al paese o vicino al fiume Orfento».

Capanna di pietra (quota 886)

Capanna di pietra (quota 886)

Il tratturo è protetto da muretti e transita tra campi terrazzati e recinti di pietra con ampia vista panoramica; è tuttavia sassoso e scomodo, tanto da invitare a preferirgli la strada sterrata (percorribile anche con mezzi fuoristrada), meno diretta ma più agevole. Seguendo la strada si fotografa d’infilata una bella serie di capanne di pietra. Alla prima netta curva a sinistra, inoltrandosi a sinistra tra i campi, si trova la capanna di quota 953, invasa dalla vegetazione ai margini di un boschetto.

Capanna di pietra a Pratedonica (quota 1001)

Capanna di pietra a Pratedonica (quota 1001)

Al successivo tornante, poco prima di un grande ovile sociale moderno, proprio sulla curva parte un sentierino in salita a fianco della macchia: pochi metri portano alla capanna più bella della zona (quota 1001), dalla forma cilindro-conica, inserita in un complesso diruto. Tornati alla sterrata e subito dopo la stalla moderna, si lascia nuovamente la strada per il sentiero segnato sulla sinistra; poco più in alto si raggiunge una capanna a lastre (quota 1037) in bella posizione.

Capanna di pietra a Pratedonica (quota 1026)

Capanna di pietra a Pratedonica (quota 1026)

Tornati sulla strada, al termine di un breve tratto rettilineo, si raggiunge la capanna di quota1026: splendido panorama su tutta la valle dell’Orfento da Caramanico alle cime della Maiella e sulla Valle dell’Orta fino al Guado di San Leonardo.

Capanna di pietra a Pratedonica (quota 1129)

Capanna di pietra a Pratedonica (quota 1129)

Si prosegue sulla strada che svolta a sinistra e arriva ad affacciarsi sull’altro versante: qui il panorama è ricco di particolari sul Vallone di Santo Spirito, gli eremi e la parete di roccia dell’Orso. A destra della strada, in alto, si raggiunge la capanna di quota 1129. Altre capanne sono più in alto, ai margini del bosco, alle quote 1283 e 1357. Si raggiunge infine il bivio per l’eremo di San Giovanni all’Orfento, il più nascosto dei luoghi di ritiro e di culto eretti da Celestino V nelle aspre valli della Maiella; è interamente scavato nella roccia e vi si accede strisciando un po’ avventurosamente in un angusto passaggio su una stretta cengia rocciosa. Per la visita dell’eremo è necessario comunque richiedere al centro di visita di Caramanico un permesso gratuito di accesso alla Riserva dell’Orfento.

L'eremo celestiniano di San Giovanni all'Orfento

L’eremo celestiniano di San Giovanni all’Orfento

Il commento finale a questa passeggiata lo affidiamo ancora una volta a Paolino Sanelli: «C’erano tante strade piccole, tutti percorsi dove ora non passa più nessuno, che non servono più: erano dei sentieri. Era bello camminare, in quei tempi, in un altro paese o in un altro posto, camminando a piedi, era come un viaggio e una bella avventura: non si pensava alla fatica, si camminava e si guardava la bella magia dei paesaggi. In questi percorsi, noi viaggiatori conoscevamo tutte le fontane, le sorgenti, gli alberi freschi con l’ombra buona, le chiesette ed i punti curiosi dove ci voleva tanta attenzione perché erano pericolosi. Ogni sentiero aveva una sua bella storia: li avevano tracciati i nostri nonni antichi».

Capanna di pietra sul Fosso delle Valli

Capanna di pietra sul Fosso delle Valli

Visita la sezione del sito dedicata ai monumenti della pietra a secco: http://www.camminarenellastoria.it/index/PIETRA_SECCO.html