Campi Flegrei. Il Cratere degli Astroni

Gli Astroni sono un magnifico esempio di vulcano ben conservato nella regione dei Campi Flegrei, compresa tra la città di Napoli e il golfo di Pozzuoli. L’interno del cratere ospita un bosco lussureggiante, un paradiso naturalistico, un’inaspettata oasi di pace in un’area densamente popolata. Piacque tanto che già dal Quattrocento divenne la riserva di caccia reale degli Aragonesi, quando il re Alfonso la popolò di cinghiali, cervi, caprioli e uccelli. Vi praticarono la caccia anche i Borboni e i Savoia. Dopo la Grande Guerra il cratere fu affidato in gestione all’Opera Nazionale Combattenti e sottoposta ad sfruttamento agricolo e forestale. Durante la seconda guerra mondiale fu deposito di armi e campo di prigionia. Nel 1969 iniziò il lungo percorso istituzionale che portò alla nascita della Riserva naturale statale del Cratere degli Astroni, al suo affidamento in gestione al WWF e all’apertura dell’Oasi al pubblico nel 1992.

Il cratere degli Astroni

Salendo da Agnano si raggiunge l’ingresso sul bordo del cratere e si accede alla Riserva percorrendo l’antico “sentiero borbonico”, lungo 360 m e costituito da circa 160 scalini, che scende sul fondo del cratere, nel cuore del bosco, con un dislivello di 80 metri. Qui si incrocia lo “stradone di caccia”, un percorso circolare sul fondo del cratere di 3,7 km che collega tutti i sentieri percorribili.

Il Lago Grande

Se si percorre lo Stradone di Caccia in senso orario si raggiunge presto il lago Grande. Sul lago si è formata un’isola galleggiante di vegetazione lacustre, che si sposta a seconda della direzione del vento. Le sponde del lago sono ricoperte dalla ninfea bianca. L’osservatorio ornitologico è un capanno dotato di feritoie disposte a diversa altezza per osservare gli uccelli acquatici che, soprattutto nei periodi delle migrazioni, popolano il lago.

Il giardino degli insetti

Il Giardino delle farfalle è stato realizzato allestendo aiole con piante erbacee e cespugliose, la cui fioritura scalare, dalla primavera all’estate, attira le numerose specie di farfalle e di altri insetti della Riserva. Nei periodi estivi di maggiore siccità vengono posizionate delle “mangiatoie”, piccoli recipienti con frutta matura, acqua e zucchero, che rappresentano un attrazione irresistibile per le specie di farfalle che proprio in quel periodo raggiungono il picco della presenza. Nelle aiole sono presenti anche tronchi d’albero marcescenti che ospitano alcune specie di insetti saproxilici (si nutrono di legno morto) e insetti predatori.

Un esempio di attività della Riserva

A metà del periplo del cratere lo stradone di caccia valica con lieve salita il Colle dell’Imperatrice, un rilievo di scorie laviche alto 72 metri, formatosi nel corso dell’ultima eruzione del vulcano Astroni. Man mano che si sale, è possibile apprezzare il cambiamento della vegetazione, che passa dal bosco alla macchia mediterranea, con prevalenza di leccio, erica, corbezzolo e cisto.

La grande Farnia

La tappa successiva è la radura che ospita la Vecchia Farnia, un esemplare monumentale di quercia di oltre 400 anni, appartenente a una specie che un tempo formava in Italia estese foreste planiziali. Affettuosamente chiamata Gennarino, nel 2008 la quercia ha patito per il crollo di una delle due branche principali, che ha evidenziato un massiccio attacco di insetti xilofagi. Dopo un intervento di potatura conservativa per riequilibrare la chioma, la quercia viene tenuta costantemente sotto controllo. Al di sotto della chioma è stata circoscritta un’area con dei tronchi, all’interno del quale è vietato entrare per il pericolo di caduta rami. In questo modo, inoltre, limitando il calpestio e la costipazione del suolo, si riducono i danni alle radici assorbenti che sono molto superficiali. La radura circostante l’esemplare di farnia evidenzia un abbondante affioramento di pomici, testimonianza dell’ultima attività eruttiva.

La mostra dei dinosauri in corso nel 2017

Tra gli altri punti d’interesse della Riserva si segnalano la cava trachitica, la vaccheria e il campo italiano. La cava è stata utilizzata per estrarvi la trachite, un materiale utilizzato per la realizzazione di strade. La Vaccheria è l’edificio settecentesco, oggi in rovina, che fungeva da luogo di sosta e riposo per i sovrani borbonici e la loro corte. Il Campo italiano è una porzione di bosco pianeggiante che, dopo l’armistizio del 1943, divenne sede dell’accampamento delle truppe italiane rimaste fedeli alla monarchia sabauda.

La Riserva propone alcuni itinerari tematici dedicati alle zone umide, alla conoscenza del bosco, agli uccelli acquatici, alla geologia del cratere ed è percorsa da una rete di sentieri di varia lunghezza e durata. Il lungo sentiero di cresta segue interamente il bordo del cratere, mentre sentieri più brevi sul fondo conducono ai principali punti d’interesse. Lo Stradone di mezzo è una buona proposta escursionistica, una soluzione intermedia che ha il pregio di essere interamente nel cratere e per gran parte sotto bosco. Per apprezzare i diversi ambienti, il suggerimento è di dedicare alla visita un tempo minimo di almeno tre ore.

(Escursione effettuata il 28 maggio 2017)

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Pozzuoli. Sui passi di San Paolo

Paolo di Tarso sbarca a Pozzuoli nell’anno 61. È nella condizione di detenuto in attesa di giudizio. Il centurione Giulio della coorte Augusta lo sta accompagnando al tribunale dell’imperatore a Roma. La navigazione iniziata nel porto di Cesarea in Palestina è stata tormentata. La nave ha fatto naufragio all’isola di Malta. Le persone a bordo si sono salvate tutte, ma Paolo è stato morso da una vipera. L’essere sopravvissuto al veleno è un miracolo agli occhi dei maltesi.

Paolo morso da una vipera dopo il naufragio a Malta (Roma, Basilica di San Paolo)

Il gruppo ha dovuto attendere tre mesi l’imbarco su una nuova nave. D’inverno la navigazione s’interrompeva in tutto il Mediterraneo, per riprendere solo a primavera. Lasciata Malta, il veliero fa una prima sosta a Siracusa e una seconda a Reggio Calabria. Col vento favorevole, dopo due giorni di navigazione sul mar Tirreno, la nave approda infine a Pozzuoli che era allora il porto più importante dell’impero romano. Qui il viaggio per mare termina. Paolo è ospite per una settimana dei suoi fratelli nella fede. Proseguirà poi per Roma via terra, percorrendo la via Campana e l’Appia.

Il golfo di Pozzuoli e i Campi Flegrei

L’episodio è narrato da Luca negli Atti degli Apostoli. “Dopo tre mesi salpammo [da Malta] con una nave di Alessandria, recante l’insegna dei Diòscuri, che aveva svernato nell’isola. Approdammo a Siracusa, dove rimanemmo tre giorni. Salpati da qui, giungemmo a Reggio. Il giorno seguente si levò lo scirocco e così l’indomani arrivammo a Pozzuoli. Qui trovammo alcuni fratelli, i quali ci invitarono a restare con loro una settimana. Quindi arrivammo a Roma” (28,11-14).

Lo sbarco di San Paolo a Pozzuoli (Giovanni Lanfranco)

Lo sbarco di San Paolo a Pozzuoli è stato immaginato da Giovanni Lanfranco in una tela firmata ed eseguita tra il 1636 e il 1640. Attualizzata all’epoca del pittore, la scena vede la nave in rada, con i portelloni aperti e i marinai che ammainano le vele. Paolo è raffigurato con una lunga barba, avvolto in un mantello rosso, con la spada del martirio e i volumi delle lettere, suoi tradizionali attributi iconografici. Sul molo lo accolgono il vescovo locale, un religioso e un piccolo gruppo di fedeli, tra cui un’anziana donna, una famiglia col bimbo e due giovani. La tela è oggi visibile nel coro della restaurata cattedrale di Pozzuoli.

L’arrivo di San Paolo a Pozzuoli (Giuseppe La Mura)

L’arrivo di San Paolo sul molo del porto di Pozzuoli è stato descritto anche dall’artista puteolano Giuseppe La Mura su una terracotta policroma collocata nel 1991 sulla parte esterna dell’abside della chiesa di Santa Maria delle Grazie. Vi vediamo il profilo del promontorio di Pozzuoli che domina l’arco del golfo e le banchine del porto. Paolo scavalca il bordo della barca reggendo il baculum pastorale, mentre i marinai sono impegnati nelle operazioni di sbarco. Sulla banchina Paolo trova ad accoglierlo la comunità cristiana di Pozzuoli, che gli offre del cibo e una cavalcatura per proseguire il viaggio. In cielo vola la colomba dello Spirito santo.

L’arrivo della nave in porto (Necropoli di Portus)

Il porto di Pozzuoli era diventato importante in epoca romana. Storicamente la città era stata fondata nell’insenatura occidentale del golfo di Napoli e nel cuore della regione flegrea, da profughi greci di Samo, sfuggiti alla tirannide di Policrate, che le diedero il nome politicamente augurale di Dikaiarchia (luogo ove regna la giustizia). Ma furono soprattutto i Romani che, dopo la loro espansione in Oriente, sentirono la necessità di avere un porto aperto ai traffici con i maggiori scali della Grecia, della costa anatolica, della Siria e dell’Egitto. Fu così che Puteoli divenne l’approdo più importante e il porto mediterraneo di Roma. E ciò spiega anche perché sbarchi qui la nave di San Paolo. Per la città verrà poi la crisi, causata dal bradisisma che fa sprofondare il litorale. La nascita dei nuovi porti di Roma alla foce del Tevere si ripercuoterà sull’economia di Puteoli che si ridurrà a un piccolo villaggio di pescatori.

Il criptoportico di Puteoli/Pozzuoli

Per capire la vita della Puteoli romana e come essa si presentasse agli occhi dell’apostolo, è utile visitare il Rione Terra. Questo quartiere fu soggetto a un forte bradisismo che ne danneggiò molto la struttura urbanistica e ne provocò la totale evacuazione nel 1970. I successivi lavori di messa in sicurezza e di restauro urbano hanno riportato alla luce il cuore dell’acropoli romana, ambienti un tempo sub divo e poi coperti dall’edilizia medievale. Grazie alle visite guidate, si seguono i basoli di roccia vulcanica del decumanus maximus sotto il palazzo De Fraja, s’incrocia ad angolo retto uno dei cardines minori, rinvenuto al di sotto del Vescovado e di Via San Procolo, si cammina sotto i criptoportici e si osserva ai lati della strada la successione delle tabernae risalenti ad età augustea.

Ricostruzione del panificio di Aulus Pistor

A Puteoli, come in tutto mondo romano, l’attività del commercio al dettaglio e delle piccole attività artigianali si concentrava nell’estesissima rete di botteghe (tabernae) i cui allineamenti regolari, fronteggianti per lunghi tratti tutte le vie principali, rappresentano una delle caratteristiche dell’urbanistica antica. Gran parte di esse erano adibite alla ristorazione. Le osterie, le mescite, i ristoranti (cauponae, thermopolia) erano diffusissime in un centro a vocazione commerciale come Puteoli, frequentato per secoli da uomini di razze diverse. Oltre alla consumazione di zuppe di cereali, di pasti caldi e di vino al dettaglio, i clienti potevano intrattenersi giocando ai dadi, assistendo a spettacoli di musici e ballerine o scendendo nei lupanari. Uno dei locali meglio conservati è il pistrinum di Aulus Pistor, una panetteria a ciclo completo.

Il Macellum di Puteoli

Il Macellum Magnum dell’antica Puteoli, noto comunemente come Tempio di Serapide, è il più tipico esempio del mercato d’una città antica. Sorge sul luogo ove avevano sede i precedenti mercati, come il forum holitorium, dove si vendevano i legumi, il forum boarium dove affluiva il bestiame grande e piccolo e il macellum, dove si vendevano prodotti di ogni sorta. Costruito negli anni immediatamente successivi all’arrivo del Santo, il Macellum Magnum testimonia il continuo flusso dei rifornimenti portato dalle navi annonarie provenienti da tutto il Mediterraneo. L’edificio a pianta quadrata, con il suo ingresso principale aperto dal lato della banchina del porto, racchiude una corte centrale porticata intorno alla quale è disposta una fila eguale di tabernae sui lati lunghi. Gli ambienti più profondi ai lati dell’emiciclo erano destinati alla vendita di carni e di pesce, mentre le due spaziose sale alle opposte estremità, bene arieggiate e munite di banchi marmorei forati da canali di scolo e di un vestibolo d’ingresso che ne occultava la vista dall’esterno, erano sontuose e igieniche latrine.

Le colonne del tempio di Augusto

San Paolo ha anche ammirato sul promontorio di Pozzuoli il tempio eretto dal ricco mercante Calpurnio in onore dell’imperatore Augusto, nel quadro della generale ristrutturazione del Capitolium dovuta a Lucio Cocceio Aucto, geniale architetto e ingegnere romano, originario di Cuma. Il tempio fu poi inglobato nella cattedrale cristiana eretta in onore del protettore di Pozzuoli San Procolo. Ma tornò sorprendentemente alla luce dopo l’incendio del 1964 che devastò la navata del duomo. I lavori di restauro, iniziati nel 2006 a seguito di un concorso internazionale di progettazione, e conclusi nel 2014, fanno oggi del duomo di Pozzuoli un unicum nel mondo dell’arte e dell’archeologia. Fonde infatti l’arte cristiana, rappresentata dalla chiesa barocca progettata da Bartolomeo Picchiatti, con l’antico tempio romano su cui poggia (e in parte ingloba), costruito nel primo secolo dopo Cristo, di cui si ammirano le maestose colonne corinzie della facciata e le pareti in marmo e cristallo.

I sotterranei dell’anfiteatro romano

L’Anfiteatro Flavio è il monumento romano più famoso di Pozzuoli. Costruito nel primo secolo, sorge là dove confluivano le principali vie della regione, la Via Domitiana e la via per Napoli, in sostituzione dell’antico edificio per spettacoli di età romana repubblicana divenuto insufficiente a causa dell’enorme crescita demografica di Puteoli. L’anfiteatro, in quanto a capienza, era inferiore in Italia solo al Colosseo e a quello di Capua. Dal portico esterno partivano venti rampe di scale che permettevano di raggiungere il settore più alto delle gradinate. Corridoi anulari interni permettevano, altresì, l’ordinato afflusso degli spettatori alla cavea attraverso i vomitoria (varchi di accesso aperti lungo le gradinate). Analoghi corridoi servivano anche gli impressionanti sotterranei.

La Solfatara di Pozzuoli

Il nome latino di Puteoli richiamava i ‘piccoli pozzi’ e alludeva alla grande quantità d’impianti termali alimentati dalle acque del sottosuolo dei Campi Flegrei. Il più celebre di questi affioramenti nei campi ‘ardenti’ è la Solfatara di Pozzuoli. Qualcuno ha suggerito, un po’ per celia ma con un fondo di realismo, che le giornate trascorse da San Paolo a Pozzuoli siano anche servite a curarsi con le acque termali i reumatismi provocati dai suoi naufragi e dalla lunghe permanenze in mare.

La statua di Kore-Persefone rinvenuta nel criptoportico di Puteoli

A Puteoli una moltitudine varia e poliglotta affollava il quartiere dell’emporio marittimo, vi stabiliva aziende (stationes) di commercio e di trasporto; vi formava corporazioni professionali di arti e mestieri e associazioni religiose professanti i culti della loro patria d’origine e della loro fede: Greci delle isole e della costa d’Asia, Tiri ed Eliopolitani, Ebrei e Cristiani, Nabatei ed Etiopi. A Puteoli si veneravano tutte le divinità, a cominciare dal culto imperiale nell’Augusteum. A Vulcano era sacra la Solfatara. Apollo era evocato dai vaticini della vicina Sibilla di Cuma. Altre divinità greche molto venerate erano Poseidone, dio del mare, Demetra, dea delle messi, Esculapio, divinità guaritrice con le acque flegree. Gli egiziani avevano alzato le statue di Serapide e di Anubis dentro al Macellum. Gli asiatici veneravano Cibele, Mitra e Giove Dolicheno. I commercianti siriani evocavano i Baal delle loro città di origine.

San Paolo scrive a Filemone (Pozzuoli, Museo diocesano)

La storia della comunità cristiana di Pozzuoli, anche nei suoi rapporti con gli Ebrei convertiti, è raccontata nel Museo Diocesano, aperto nel 2016 nei locali del palazzo vescovile attiguo alla cattedrale. Sotto gli occhi del visitatore sfilano pezzi di archeologia, dipinti, statue, arredi liturgici, oreficerie, un frammento scolpito del candelabro duecentesco per il cero pasquale fino alle arti minori come la presepistica. Nella pinacoteca si segnala un dipinto del Seicento napoletano dovuto al pittore Cesare Fracanzano. Raffigura San Paolo che, durante la prigionia, scrive la lettera a Filemone e la firma “ego Paulus scripsi mea manu”. Pur nella sua brevità questa lettera paolina a Filemone, cristiano molto in vista nella comunità di Colosse, è importante perché afferma che nella comunità cristiana gli schiavi hanno pari dignità con i loro padroni e gli altri fratelli nella fede, superando la concezione antica della schiavitù.

La Via Campana Vecchia all’uscita da Pozzuoli

Terminata la settimana trascorsa a Pozzuoli, Paolo con il suo carceriere prende la strada di Roma. La rete stradale extraurbana di Puteoli seguiva la naturale conformazione dei luoghi e le particolari esigenze del traffico marittimo: la via Herculea litoranea, oggi completamente sommersa nel tratto fra Baia e Pozzuoli, che ebbe il suo diretto collegamento con Napoli con la perforazione della collina di Posillipo (crypta neapolitana); la via Antiniana sboccante lungo la cornice superiore dei colli sul versante del Golfo di Napoli; e al quadrivio superiore tra l’anfiteatro flavio e lo stadio (quadrivio dell’Annunziata), ove sembra funzionasse un ufficio di controllo per le merci di transito (pondera), l’incrocio di quelle che furono le vere arterie del traffico marittimo con il retroterra: la via Consularis Puteolis Capuam che traversava la conca di Quarto e conduceva a Capua (Vetere) e da Capua per l’Appia a Roma, e la via Domitiana, aperta nell’anno 95 che, per la Campania marittima (Cuma, Liternum) e la foce del Volturno, incontrava più direttamente l’Appia a Sinuessa (presso Mondragone). È realistico ipotizzare che Paolo abbia seguito la via di Capua – detta Campana – che all’epoca era regolarmente funzionante. L’altra strada, la Domiziana, era ancora troppo degradata e sarebbe stata resa agibile solo una trentina di anni dopo.

La necropoli di Via Celle

Uscito da Pozzuoli e seguendo il percorso della Via Campana, Paolo incontra le necropoli e i mausolei che si allineano ai lati della strada fino a Quarto. La prima necropoli è quella romana di Via Celle, databile tra il primo e il secondo secolo. Oggi la Via Celle si diparte dalla piazza Capomazza, mentre la necropoli diventa visibile subito dopo il sottopasso della ferrovia. Dell’area sepolcrale è stato individuato un gruppo di quattordici mausolei funerari, cosiddetti colombari, attualmente recintati. A questi monumenti si aggiunge un edificio interpretato come collegium funeraticium, (associazione i cui membri di modesta condizione, aggregandosi, potevano assicurarsi con poca spesa una sepoltura decorosa) caratterizzato da una pianta rettangolare sviluppata attorno a un cortile, al centro del quale fu eretto un mausoleo.

La necropoli di Via San Vito

Dalla necropoli di Via Celle si prosegue sull’antico basolato della Via Campana Vecchia. La strada non ha protezioni per i pedoni ma è poco trafficata. Dopo aver superato il viadotto della Tangenziale prende il nome di Via San Vito e conduce alla cappella dedicata al santo e alla vasta necropoli omonima, visibile sulla destra. Sono stati scavati gli ultimi sei edifici, di cui erano in vista le sole facciate, del tutto occultati dal materiale colluviale disceso dalla collina del cratere di Cigliano. Tutti comprendono una camera ipogea, sulle cui pareti si dispongono più file di nicchie destinate ad accogliere le olle per contenere le ceneri dei defunti, con banconi laterali spesso riutilizzati per più tarde formae (sepolture a fossa per inumazioni), ed un piano superiore dotato di un recinto retrostante provvisto talora di una camera funeraria avente le stesse caratteristiche degli ambienti sotterranei. Il successivo incrocio è presidiato da un imponente mausoleo della seconda metà del primo secolo in opus latericium, a basamento quadrato con sovrapposto tamburo cilindrico; le pareti esterne sono decorate da partiti architettonici.

Il mausoleo di Via San Vito

(Il sopralluogo è stato effettuato il 29 aprile 2017)