Carpignano Salentino. La cripta bizantina rupestre di Santa Cristina

Gente, luminarie, musica, bancarelle. A Carpignano Salentino oggi impazza la “Festa te lu Mieru”, la festa del vino novello, una delle sagre più famose e frequentate dell’estate salentina. Ma per l’occasione apre anche la cripta rupestre di Santa Cristina. Con un gruppo di amici scendiamo a visitare questo prezioso scrigno di affreschi bizantini tra i più antichi.

L’interno della chiesa rupestre

Due ampie scalinate scendono nella chiesa sotterranea, scavata nella roccia tufacea. Si riconoscono due navate e tre absidi; come pure s’individuano il nartece, dove si raccoglievano i catecumeni; il naos, destinato ai fedeli battezzati; il bema, il luogo dov’era officiata la celebrazione liturgica. La presenza di sepolture nella grotta e all’esterno della cripta, ipotizzerebbero una destinazione funeraria del luogo di culto.

L’arcangelo Gabriele

Gli affreschi rivestono tutte le pareti e sono accompagnati da iscrizioni in greco che citano i committenti e gli artisti. Le date sono quelle degli anni della dominazione bizantina in Italia meridionale: dal 959 alla seconda metà del Mille.

Santa Cristina

La doppia immagine di Santa Cristina

L’immagine più diffusa è quella di Santa Cristina. Si tratta forse della giovinetta martirizzata nel terzo secolo, durante la persecuzione dell’imperatore Diocleziano. Fu il suo stesso genitore, di nome Urbano, ufficiale dell’imperatore, che volle costringere la figlia ad abiurare la fede cristiana che aveva abbracciato. Alla morte del padre – che già aveva fatto più volte torturare la figlia, pur di farla ritornare agli antichi culti – le autorità si accanirono ancora di più su di lei, mettendola a morte.

L’Annunciazione

L’Annunciazione

Nell’abside è affrescata la scena dell’Annunciazione. Un bellissimo arcangelo Gabriele giunge con il braccio destro alzato e la mano benedicente. Maria con la mano sinistra regge il fuso, simbolo di verginità (in allusione alle Vergini del Vecchio Testamento che filavano le tende per il tempio).

La Vergine annunziata dipinta da Teofilatto nel 959

Al centro della scena è l’immagine del Cristo pantocratore, in trono. L’iscrizione laterale cita i donatori: il prete Leone (esponente del basso clero e quindi libero di sposarsi) e sua moglie Crisolea. Cita anche l’autore del dipinto, il pittore Teofilatto, e una data: l’anno del mondo 6467 cioè il 959 dopo Cristo.

Cristo Pantocratore (Teofilatto, 959)

La tomba del piccolo Stratigoulés

La tomba ad arcosolio

Nel nartece si apre la tomba ad arcosolio del piccolo Stratigoulés, accompagnata da una lunga iscrizione metrica in greco, dipinta tra 1055 e 1075, che ci informa che la tomba era stata scavata per un notabile del posto e che fu poi usata per accogliere le spoglie del figlio morto in giovane età. Il padre del giovane Stratigoulès (letteralmente “generalino”, non si tratta quindi del nome ma del vezzeggiativo con cui l’ufficiale chiamava il giovane figlio) era uno spatario di Carpignano cioè un ufficiale dell’esercito bizantino di rango intermedio. Al centro dell’arcosolio compare l’immagine di santa Cristina; nel sottarco sono effigiati la Vergine con il Bambino e san Nicola benedicente alla greca: sono i santi cui il padre affida l’anima del figlio.

L’arcosolio con le immagini dei santi e la scritta dedicatoria

La Madre di Dio

La Vergine col Bambino (Theòtokos) del pittore Eustazio (1020)

La Madre di Dio dipinta dal pittore Eustazio nel 1020 rappresenta il dogma della Theotòkos definito dal concilio di Efeso. Maria è vista come madre di Dio e non come genitrice di un uomo. La vergine è in piedi; il bambino, dai lineamenti del volto ambigui, confusi con quelli di un uomo adulto, sembra quasi levitare tra le mani della madre che tentano di sorreggerlo ma che in realtà non lo toccano direttamente.

La Theòtokos (particolare)

(La visita è stata effettuata il 1° settembre 2012)

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Salento. L’Abbazia di Santa Maria di Cerrate

Siamo a nord di Lecce. Usciamo dalla superstrada per Brindisi al km 24 e percorriamo 4 km della strada provinciale 100 in direzione del mare di Casalabate. L’Abbazia di Cerrate si rivela all’improvviso, come un’isola in un mare di ulivi. Ci sono lavori in corso, ma la visita è consentita e gradita. Le ragazze del Fai si prodigano pazientemente in spiegazioni ai tanti turisti italiani e stranieri, adulti e bambini, di tutti i livelli sociali e culturali.

La chiesa abbaziale

La chiesa abbaziale

Per apprezzare, e poi amare, quest’abbazia, occorre prima comprenderne l’insieme e poi esaminarne i particolari. La combinazione del ‘tutto’ e del ‘frammento’ produce un effetto di godimento culturale che rende Cerrate indimenticabile. Scolpita nell’undicesimo secolo nella bianca pietra leccese, pregevole testimonianza del romanico pugliese, impreziosita da raffinati affreschi, la chiesa di Santa Maria di Cerrate sorge al centro di una tipica masseria del Salento, un tempo monastero di rito greco ortodosso, poi centro di produzione agricola specializzato nella lavorazione delle olive, che erano spremute nei tradizionali frantoi ipogei.

La chiesa

L'ascensione di Gesù

L’ascensione di Gesù

La Chiesa di Santa Maria ha la facciata decorata da archetti pensili, finestre monofore e da un rosone istoriato in corrispondenza della navata centrale. Il portale è sormontato da un’arcata con altorilievi di eccezionale qualità che riproducono scene del Nuovo Testamento. Elemento originale della chiesa è il porticato addossato sul fianco sinistro, sostenuto da ventiquattro colonne con capitelli raffiguranti il bestiario romanico e figure umane. L’interno, a tre navate con absidi, era completamente decorato con affreschi. Oggi si possono ancora ammirare importanti decorazioni databili al XII-XIII secolo, di ambito bizantino, probabilmente opera di maestri greci. Altri affreschi staccati sono visibili nel vicino museo.

La masseria

La casa del massaro

La casa del massaro

Edifici di epoche diverse si distribuiscono intorno alla Chiesa: la Casa monastica, un edificio ottocentesco (la Casa del massaro) e un fabbricato impiegato come stalla. L’edificio d’ingresso, a due piani, era l’antica residenza dei monaci e ospitava lo scriptorium e la biblioteca del monastero.

Le macine del mulino

Le macine del mulino

Di fronte è l’edifico ottocentesco dove vivevano i fattori, la Casa del massaro. Dopo il restauro tornerà ad accogliere il Museo della cultura materiale tradizionale salentina e la ricostruzione di alcuni ambienti domestici con attrezzi e utensili tradizionali, tra cui due grandi mulini con macine.

Il frantoio ipogeo

Il frantoio ipogeo

Sul lato orientale del complesso è collocato un edificio a pianta rettangolare ad aula unica con volte a stella, risalente ai primi decenni del XVI secolo, utilizzato come stalla. Si trovano infine tracce dell’attività agricola, che qui si svolgeva fino agli anni Sessanta, nel piano sotterraneo della Casa monastica e della Casa del massaro, dove furono scavati e realizzati due frantoi ipogei (detti “trappiti”) con macine, torchi e pozzi di raccolta dell’olio.

Le stalle

Le stalle

Gli affreschi

La decorazione pittorica risale a epoche e scuole diverse. Nel catino dell’abside centrale è una bella Ascensione di Gesù, portato in cielo dagli angeli e salutato in basso dagli apostoli e da sua madre. Sulle pareti e nei sottarchi spiccano alcuni santi bizantini a figura intera. Compare anche il gruppo della Sacra Famiglia.

La morte di Maria

La morte di Maria

Il Museo espone i grandi dipinti dell’Annunciazione, rinascimentale, e della Morte della Vergine, di un pittore neo-bizantino della metà del Cinquecento. Da ammirare sono le scene dei cavalieri osservati da un gruppo di spettatori affacciati dalla terrazza di un castello sulla vicina collina: a destra è San Giorgio che libera la principessa e uccide il drago che la insediava; a sinistra è Sant’Eustachio impegnato in una scena di caccia; quando sta per raggiungere e uccidere il cervo in fuga, nel palco delle corna dell’animale gli appare il volto di Cristo in un nimbo crociato.

I castellani assistono alla scena di caccia

I castellani assistono alla scena di caccia

Il portale

Il bagnato del Bambino e il sogno di Giuseppe

Il bagnato del Bambino e il sogno di Giuseppe

L’archivolto del portale della chiesa è decorato dalle scene ad altorilievo che raccontano i vangeli della nascita di Gesù. Sui conci in basso è scolpita l’Annunciazione con le immagini di Maria, a sinistra, e dell’arcangelo Gabriele, a destra. Nella progressione dei conci vediamo poi la visita di Maria alla cugina Elisabetta, la processione dei Magi che portano i doni, guidati dalla stella, la natività con il bue e l’asino e la scena del primo bagnetto del Bambino.

I capitelli

Il capitello del monaco

Il capitello del monaco

Un gioco di enigmistica sacra è la lettura dei capitelli sulle colonne del portico laterale. Il rebus più avvincente è quello del monaco piegato a terra che combatte contro due draghi che vogliono addentarlo; un’aquila bicipite interviene a salvarlo, artigliando a sua volta coi rostri le teste dei varani. Il monaco combattuto tra la chiesa latina e l’ortodossia? Una scena di tentazione? Un po’ più semplice è la declinazione del bestiario medievale. Sui capitelli appaiono la sirena e un centauro con l’arco. Entrambe sono creature ibride, per metà umane (il busto e la testa) e per metà animali (il cavallo nel centauro e il pesce nella sirena). Sono dunque simboli di un’umanità distorta e corrotta. E poi il gruppo dei monaci con l’abate: il monastero come arca di salvezza nel mondo del vizio? I lavori in corso di ripulitura e restauro aiuteranno certamente a rendere più leggibili questi capitelli.

Il capitello del centauro

Il capitello del centauro

Il ruolo del Fai

Grazie a un bando pubblico promosso nel 2012 dalla provincia di Lecce, proprietaria dell’abbazia, il monumento è stato affidato al Fai (Fondo Ambiente Italiano). Sono attualmente in corso (2016) i complessi interventi di restauro, secondo un progetto pluriennale. Il Fai promette che, al termine dei lavori, l’Abbazia di Cerrate non avrà i caratteri di un semplice museo, ma rivelerà, attraverso la conservazione della stratificazione delle diverse fasi costruttive, la duplice anima di questi luoghi: da un lato verrà raccontata la storia religiosa di un importante centro di monaci basiliani e di un celebre scriptorium, che vede nella mirabile chiesa romanica la sua massima espressione; dall’altro la storia contadina di una masseria pugliese, la cui più importante testimonianza è rappresentata dai frantoi per le spremitura delle olive, ricavati in affascinanti grotte sotterranee scavate nel tufo.

La natività e la visita dei re magi

La natività e la visita dei re magi

(La visita è stata effettuata il 18 luglio 2016)

Gargano. L’architettura agropastorale di Monte Sant’Angelo

Monte Sant’Angelo è città garganica del più grande interesse. Lo è per la sua geografia di città appollaiata su uno spalto roccioso del promontorio del Gargano che guarda verso il mare dall’alto di profondi e inospitali valloni. Lo è per il suo inserimento nel Parco nazionale del Gargano e nel Patrimonio mondiale dell’umanità dell’Unesco. Lo è per la sua storia religiosa originata nella grotta dell’apparizione dell’arcangelo, divenuta attrattore di pellegrini di tutte le epoche. Lo è per la sua urbanistica, giocata sulla combinazione tra edifici religiosi, palazzi delle famiglie agiate e case popolari a schiera. Lo è per la sua natura rupestre scolpita nei sentieri gradinati, nelle cripte affrescate, negli eremi di Pulsano, nelle abitazioni e ovili in roccia, nei monumenti megalitici dei dolmen. Lo è per la sua tipica architettura rurale, frutto dell’integrazione tra l’attività agricola sui campi terrazzati e il pascolo dei caprini e dei bovini. Quella che proponiamo è una facile passeggiata che ha il merito di svelarci il mondo della pietra a secco e dell’architettura spontanea. Con poca fatica sfoglieremo un’antologia delle più caratteristiche tipologie edilizie del mondo agropastorale garganico.

L’itinerario

La passeggiata ha inizio dal piazzale del grande parcheggio situato a pochi passi dal Castello e dal Santuario dell’Angelo. Si esce dalla città percorrendo la stradina piastrellata che si dirama a destra della strada statale per Foggia e che costeggia il muro esterno del Palace Hotel San Michele. Superato l’hotel, la stradina diventa subito sterrata e si allunga assolutamente evidente e rettilinea sulla cresta del Monte.

Il sentiero di Monte Sant'Angelo

Il sentiero di Monte Sant’Angelo

Troveremo sul percorso alcuni cancelletti di paletti e filo spinato anti evasione del bestiame che andranno aperti e accuratamente richiusi dopo il nostro passaggio. I numerosi segnali di vernice gialla sul terreno ci ricordano che ci troviamo sul tratto finale della Via Micaelica, uno dei percorsi della Via Francigena nel Sud. A sinistra si apre lo spettacolo del golfo di Manfredonia e del mare Adriatico.

L’acqua

Il fontanile e l'abbeveratoio

Il fontanile e l’abbeveratoio

Appena sotto il sentiero, notiamo un caratteristico fontanile per l’abbeverata del bestiame. Due vasche di pietra sono alimentate dal vicino pozzo. Lungo tutto il percorso troveremo i cippi con la sigla AP e i tombini di ghisa che ci avvertono che stiamo percorrendo un tratto dell’Acquedotto Pugliese.

Il cippo dell'Acquedotto Pugliese

Il cippo dell’Acquedotto Pugliese

 

La chiesa campestre

Una breve deviazione sulla destra ci consente di risalire alla chiesetta campestre di Santa Maria degli Angeli.

Santa Maria degli Angeli

Santa Maria degli Angeli

L’edificio ha forma rettangolare ed è abbellito da un portale del tredicesimo secolo che ha in lunetta l’immagine scolpita di Maria in una mandorla sostenuta dagli angeli. La chiesa è costruita in posizione spettacolare lungo la panoramica cresta, a cavallo tra il versante marino del golfo di Manfredonia e il versante della Valle Carbonara e della Foresta Umbra.

Le macére

Macèra di confine

Macéra di confine

Tutto il versante della montagna che stiamo attraversando è caratterizzato dal reticolo delle macére. La macéra è un lungo e grosso muro a secco che serve da sostegno al terreno per la formazione delle ‘terrazze’ o per delimitare i poderi. Il territorio di Monte Sant’Angelo è caratterizzato da queste costruzioni a secco che s’inerpicano parallelamente lungo il costone della montagna, facendo da sostegno ai campi terrazzati un tempo coltivati e oggi prevalentemente adibiti a pascolo.

Muraglione di contenimento

Muraglione di contenimento

I pascoli

Una masseria sulla sinistra ci introduce all’osservazione degli animali pascolanti sul pendio del monte. Vediamo un gregge di pecore, che effettua la transumanza verticale tra la pianura e la montagna.

Gregge di capre al pascolo

Gregge di capre al pascolo

Notiamo un allevamento di capre nere di razza Garganica: il folto gregge di capre è disperso tra gli arbusti del declivio e arrampicato sui cespugli per strappare le tenere foglie degli alberelli. Numerose sono le vacche di razza podolica allevate allo stato brado: dal loro latte si ricavano ottimi prodotti caseari come il celebre caciocavallo podolico; sono animali capaci di adattarsi a condizioni ambientali anche molto difficili come i pascoli su suoli poveri e gli arbusteti. Vediamo anche un cavallo al pascolo, accompagnato dal suo puledro.

Lu pagghiére

Il pagliaio (lu pagghiére) è la tipica capanna in pietra a secco con copertura a tholos. Ne osserviamo diverse lungo il nostro itinerario, in maggioranza ormai dirute o col tetto crollato.

Capanna di pietra

Capanna di pietra

Si trovano a margine dei mandorleti, degli uliveti e dei terreni adibiti alle colture di ceci, fave e lenticchie. Presiedono i campi terrazzati, creati dalla pazienza del lavoro contadino per accumulare la terra e preservarla dal dilavamento dei pendii. Fungevano da ricovero d’emergenza per le persone ma soprattutto da deposito degli attrezzi e da luoghi di conservazione del fieno.

Capanna di pietra con copertura di terra

Capanna di pietra con copertura di terra

Hanno forma grossolanamente circolare, con un massiccio basamento di pietre a secco senza malta, una scala laterale e la copertura di lastre di pietra (le chiancarelle), ricoperte di terra per aumentare l’impermeabilità e la coibentazione della capanna.

Il portale architravato e la scala laterale

Il portale architravato e la scala laterale

La casetta

Nella zona è diffusa una variante della capanna in pietra a secco, a forma di casetta rettangolare, mono o bicellulare, con il tetto a due spioventi. Si tratta dell’evoluzione della capanna tonda, verso un modello di ricovero notturno del pastore dotato di un agio maggiore, di un punto-cucina, di un focolare per la caseificazione, di un forno e di un piccolo orto esterno. La casetta diventa così una rustica abitazione temporanea e un rifugio di campagna.

Casetta in pietra

Casetta in pietra

I recinti e gli jazzi

A partire dalle macére di confine, lo spazio del fondo è suddiviso in recinti di pietre a secco, dove gli animali trovano ricovero notturno. Gli stazzi (jazzi) sono situati in discesa nella parte alta del fondo, in modo da consentire il deflusso dei liquami. Recinti particolari, di dimensioni più piccole, sono destinati agli agnelli e ai capretti, oppure agli ovini malati e alle femmine gravide. Sono naturalmente presenti i varchi di accesso, talvolta con muri rastremati, per canalizzare gli animali e sottoporli alla mungitura del pastore.

Recinto rettangolare

Recinto rettangolare

La conclusione dell’itinerario

Dopo circa un’ora di cammino a saliscendi sul sentiero rettilineo si raggiungono le opere recintate dell’Acquedotto Pugliese e le torri dei ripetitori e delle antenne telefoniche. Possiamo fermarci qui e tornare indietro sul percorso dell’andata. È anche possibile, per variare l’itinerario, scendere a sinistra sul ripido stradello verticale di servizio agli impianti e raggiungere la vicina strada asfaltata. Si tratta della strada che collega Monte Sant’Angelo all’abbazia di Pulsano, pochissimo trafficata e amata per il passeggio. In diversa prospettiva vedremo altre capanne di pietra e il paesaggio agropastorale traversato all’andata.

L'area dell'escursione

L’area dell’escursione

A ritroso rientriamo in città percorrendo i tre chilometri scarsi che ci separano dal parcheggio di partenza. Avremo impiegato circa 2-2,30 ore, con un dislivello modesto.

(L’escursione è stata effettuata l’8 giugno 2016)

Vedi anche:

Monte Sant’Angelo rupestre

Gargano. Le grotte di Siponto

Gargano rupestre. Gli insediamenti del lago di Varano

Gargano. Le pietre dei pastori su Monte Calvo

 

Salento. La cripta rupestre di Giurdignano

La Madonna odegitria

La Madonna odegitria

Frequentata nel Medioevo. Apprezzata per gli affreschi resi scintillanti dalle pietruzze di madreperla. Poi il declino. Trasformata in cisterna, usata come cimitero e abbandonata. Alla fine del Settecento addirittura le costruiscono sopra una nuova chiesa moderna. Occultata e dimenticata. Ma arriva la rivincita. Il pavimento della chiesa sovrapposta sprofonda. Al di sotto emerge un ambiente buio, una cantina, che si rivela in progress come una stupefacente cripta sotterranea, capolavoro di architettura scavata, un’ostensione di affreschi sacri.

Il presbiterio

Il presbiterio

Per ammirare oggi la Cripta rupestre del Salvatore, grazie alle visite guidate della Pro Loco, occorre scendere sotto il livello della strada. Una scala di restauro immette nell’ambiente ipogeo, scavato nel banco tufaceo.

La navata destra

La navata destra

L’ambiente non è grande e si misura in pochi passi. Ma agli occhi dei visitatori mostra ben tre navate, tre altari, tre absidi circolari. Un’iconostasi a muretto separa il bema, la zona sacra riservata ai sacerdoti celebranti, dal naos, l’aula riservata ai fedeli che sedevano sul sedile di pietra ricavato lungo tutto il perimetro della cripta e intorno alla base delle colonne.

La zona centrale

La zona centrale

Quattro pilastri centrali dividono la cripta in nove settori. Ciascun settore ha la volta scolpita in modo diverso dagli altri: cupole a croce greca, a cassettoni, a capanna, a crociera, a costoloni, a vela, a scala.

La volta a croce greca

La volta a croce greca

Degli affreschi che un tempo decoravano buona parte della struttura solo alcuni sono sopravvissuti, come una Madonna con il Bambino tra due arcangeli, tre apostoli e, forse, i committenti della costruzione: tre figure tra le quali si può riconoscere un vescovo bizantino. La Madonna è odegitria, colei che mostra il figlio indicandolo come meta del cammino da percorrere; è anche un’icona della tenerezza, con il bimbo che abbraccia teneramente la madre, guancia a guancia.

L'affresco laterale

L’affresco laterale

(Il sopralluogo è stata effettuato il 22 luglio 2016 durante una visita guidata a cura della Pro Loco di Giurdignano)

Vedi anche l’itinerario Salento megalitico. I Dolmen e i Menhir di Giurdignano e la sezione del sito dedicata alla Civiltà rupestre.

La Masseria di Monte Sant’Elia nelle Murge. Sulle tracce di Gandhi

L'ambiente di Monte Sant'Elia

L’ambiente di Monte Sant’Elia

Un’oasi di pace. Un orizzonte rasserenante. Un anfiteatro verde di lecci e pini d’aleppo. La sapiente architettura spontanea della masseria e dei trulli. Siamo nella Masseria di Monte Sant’Elia, sul versante meridionale delle Murge orientali, nel comprensorio delle gravine tarantine. La fatica d’arrivarvi, l’estrema sobrietà della segnaletica, la rarefazione umana, sono remunerate da un paesaggio mitologico e dalla cortesia empatica di Rosanna e Franco, anime dell’oasi. Da questo terrazzo a 450 metri di quota si domina il mar Jonio. Lo sguardo scorre sulle località del golfo di Taranto e si allunga fino ai monti del Pollino e della Sila. A Giovanni Tammaro, che vi arrivò con la comunità dell’Arca nel 1979, la masseria apparve una terra brulla, sassosa, sitibonda, ma bella e ospitale, adagiata sul costone della Murgia che digrada verso il golfo di Taranto, uno scenario naturale rude, battuto dal vento e accecato dal sole, circondato da boschi di pino e di querce, ricco di storia e di magie naturali, a undici km dal paese più vicino, aperto verso orizzonti lontani che dilatano la mente e il cuore.

L'aia della masseria sullo sfondo del mar Jonio

L’aia della masseria sullo sfondo del mar Jonio

 

La Masseria

Il trullo-caseificio

Il trullo-caseificio

La masseria, nella sua parte residenziale, è costituita da nuclei abitativi autonomi, utilizzati dalle famiglie e dai membri delle comunità che si sono alternate nel tempo. Alcune soluzioni adottate per migliorare l’abitabilità del sito si rivelano ingegnose per la capacità di sfruttare gli spazi senza stravolgere il modello edilizio tradizionale. Il corpo centrale comprende anche una sala attrezzata a centro visite e una grande aula utilizzata per la vita comune, le riunioni, le proiezioni e i laboratori didattici.

Il trullo-forno

Il trullo-forno

Nei campi antistanti sono state edificate strutture a servizio del lavoro agricolo e dell’allevamento: la cisterna per la raccolta dell’acqua piovana, l’abbeveratoio, il pozzo, le stalle, la serra per le erbe officinali e l’orticoltura. Spicca un caratteristico ‘casino’ a due piani, dotato di un alto fumaiolo. L’uso della pietra a secco è diffuso largamente nei recinti dei campi e negli ‘jazzi’ per il ricovero notturno degli animali; ma raggiunge anche elevati livelli di qualità, e persino di eleganza, negli alzati e nei portali d’ingresso. La presenza più caratteristica è comunque quella di ‘trulli’, che sembrano risalire anche al Settecento. Sono numerosi, una quindicina, e sono edificati sia nella modalità ‘a schiera’ sia in forma isolata a servizio dei coltivi. Un trullo mostra ancora chiaramente il suo utilizzo come forno a legna. Un altro trullo è stato utilizzato come caseificio domestico per la produzione di formaggi e latticini. Non hanno dunque destinazione abitativa, ma solo di deposito di attrezzi, di ricovero animali e di servizio alle attività produttive della masseria.

Il casino di campagna

Il casino di campagna

L’intero complesso mostra purtroppo i segni, talvolta preoccupanti, dell’abbandono, del degrado, dei furti vandalici e della mancata manutenzione. Si tratta invero di una struttura di pregio che potrà essere probabilmente restaurata grazie a finanziamenti europei richiesti dal Wvf.

Il portale in pietra a secco

Il portale in pietra a secco

 

La Comunità dell’Arca

Dal 1979 al 1991 la masseria ha ospitato un gruppo di seguaci delle dottrine non violente d’ispirazione gandhiana, formulate da Lanza Del Vasto, maestro di spiritualità e fondatore dell’ Ordine laborioso dell’ Arca; i componenti della comunità scelsero la masseria di Monte Sant’ Elia come punto di riferimento per la ricerca e la sperimentazione di un nuovo modello di educazione alla pace, alla lotta per la giustizia, alla ricerca religiosa, alla salvaguardia del creato, secondo uno stile di vita semplice, privo di discriminazioni e improntato sull’ accoglienza del prossimo.

La sala comune

La sala comune

La sintesi di questa esperienza è così riassunta da Giovanni Tammaro: Lavoro su se stessi, preghiera, vita quotidiana nonviolenta, educazione alla pace, lotta per la giustizia, ricerca religiosa, interreligiosa ed ecumenica, salvaguardia del creato, ricerca e sperimentazione di energie rinnovabili, lavoro dei campi e allevamento del bestiame fatti con metodi biologici e tradizionali, scelta di una alimentazione vegetariana, educazione nonviolenta dei figli, accoglienza, diventano i punti cardine di un impegno quotidiano. Il lavoro di ognuno si svolge all’interno della Comunità, teso a realizzare un’economia di sussistenza, liberi dalla schiavitù di un lavoro dipendente e salariato. Si tengono campi sull’insegnamento dell’Arca, sull’Azione nonviolenta, sulla Difesa popolare nonviolenta, sulle erbe officinali, sull’agricoltura biologica, sullo yoga, sull’alimentazione naturale, sul canto gregoriano, sulla calligrafia; furono l’occasione di incontri e amicizie.

Un angolo residenziale

Un angolo residenziale

Con il concludersi dell’esperienza comunitaria l’intera tenuta fu donata al Wwf, con l’impegno che fosse utilizzata come struttura di servizio per il territorio.

 

Lanza del Vasto

Lanza del Vasto

Lanza del Vasto

La Masseria vide anche la presenza di Lanza del Vasto, unico discepolo occidentale di Gandhi, il quale lo chiamò Shantidas (servitore di pace). Questa influente figura di viaggiatore, filosofo e poeta (San Vito dei Normanni 1901 – Murcia 1981) fu segnata da una lunga permanenza in India al fianco di Gandhi e dal ritorno in Europa finalizzato a fondare comunità gandhiane e diffondere la nonviolenza in Occidente, accanto ad altri testimoni come Tolstoj e Capitini. Una biografia di Lanza del Vasto è stata scritta da Anne Fougère e Claude-Henry Roquet (Lanza del Vasto. Pellegrino della non violenza, patriarca, poeta) per le edizioni Paoline. Le sue opere in italiano (Pellegrinaggio alle sorgenti; Introduzione alla vita interiore; Che cos’è la non violenza; L’arca aveva una vigna per vela; Giuda) sono pubblicate da Jaca Book. La storia della Comunità di Monte Sant’Elia, scritta da Giovanni Tammaro, può essere letta nel volume collettivo Il pensiero di Lanza del Vasto – Una risposta al XX secolo, curato da Antonino Drago.

Una raccolta di studi sul pensiero di Lanza del Vasto

Una raccolta di studi sul pensiero di Lanza del Vasto

 

L’Oasi Wwf di Monte Sant’Elia

Il logo del Wwf nella masseria

Il logo del Wwf nella masseria

Con l’istituzione dell’Oasi il Wwf si propone di valorizzare le specificità ambientali di Monte Sant’Elia. Il bosco di leccio – circa 70 ettari – e la macchia mediterranea ospitano numerose specie di piante di notevole interesse fitogeografico in quanto di origine balcanica o perché rare, localizzate, o addirittura esclusive come l’orchidea selvatica Ophrys tarentina. La fauna comprende rapaci, sia diurni che notturni, come il lanario, il falco grillaio, il biancone e il gufo reale. L’area delle gravine è interessata in primavera da un notevole flusso di rapaci in migrazione che, risalendo la costa ionica, attraversano e superano le Murge per spingersi sul versante adriatico della regione e continuare il viaggio verso nord.

 

Il Parco regionale Terra delle gravine

La gravina di Massafra

La gravina di Massafra

L’oasi è anche integrata nel Parco naturale regionale “Terra delle Gravine”. Istituito nel 2005, il Parco protegge un’estesa area della provincia di Taranto che presenta importanti valori storici, antropologici, culturali, paesaggistici e naturalistici: gli agroecosistemi a colture estensive come gli uliveti secolari, i seminativi, i pascoli, gli habitat steppici, le foreste a fragno, roverella e leccio, la macchia mediterranea, la gariga, gli ambienti rupicoli, le aree umide. Tra gli elementi naturali più significativi e spettacolari sono da segnalare le “gravine” che danno il nome all’area protetta e che caratterizzano l’anfiteatro tarantino: si tratta di imponenti incisioni carsiche nei terrazzamenti calcarei e calcarenitici dell’altopiano delle Murge.

 

Informazioni

La masseria di Monte Sant'Elia

La masseria di Monte Sant’Elia

La Masseria si trova nel comune di Massafra, in provincia di Taranto. La si raggiunge abitualmente provenendo dalla statale 100 Bari-Taranto, utilizzando l’uscita di Mottola; di qui ci si dirige verso Noci e percorsi 4 km si devia a destra sulla provinciale 53 per Martina Franca; dopo 5 km si trova a destra il bivio segnalato per l’oasi; si percorrono altri 3,5 km per giungere al piazzale della masseria. Normalmente l’oasi non è presidiata; una sbarra sulla strada ne preclude l’accesso. La visita va quindi previamente concordata con i responsabili del Wwf “trulli e gravine” di Martina Franca (tel. 320 6067922; mail: martinafranca@wwf.it).

 

(Ho visitato la Masseria il 19 luglio 2016)

Esplora la sezione del sito dedicata all’architettura spontanea e alla pietra a secco

Massafra. La gravina della Madonna della Scala

Ambienti rupestri nella gravina di Massafra

Ambienti rupestri nella gravina di Massafra

Osservata dal piazzale in alto, la gravina di Massafra offre il suo consueto spettacolo. Il candore del santuario della Madonna della Scala contrasta col verde della rigogliosa vegetazione sul fondo, con il colore scuro delle pareti del canyon e con la moltitudine degli occhi neri delle grotte. Ma la nostra guida richiama l’attenzione sui crolli avvenuti sulla cornice rocciosa della gravina e ci racconta i devastanti effetti dell’ultima alluvione che ha spazzato via tutta la vegetazione, denudato le pareti, cancellato il sentiero sul fondo e riempito l’alveo di detriti trascinati dall’onda distruttiva. Come sempre, però, c’è stata la rinascita. Un nuovo manto verde ha avvolto misericordiosamente la gravina e nascosto le brutture. E così la visita può partire. La scalinata. Il santuario settecentesco. L’immagine della Madonna Odigitria. I cervi scolpiti della leggenda. Il vecchio sentiero è ormai scomparso. Lo sostituisce una nuova traccia, scomoda e tortuosa. La guida batte continuamente le mani, nella speranza di intimorire e mettere in fuga la fauna più sgradita. Ma infine si va. E la gravina mette finalmente in mostra i suoi tesori.

Il santuario della Madonna della Scala

Il santuario della Madonna della Scala

 Il villaggio rupestre

La parte centrale del grande burrone è sede di un villaggio trogloditico che, nonostante i crolli e le alluvioni, conserva ancora oggi le strutture originarie che sono poi tipiche anche dei modi di vita dei villaggi costruiti.

L'ingresso di un'abitazione rupestre con le canalette per la raccolta dell'acqua

L’ingresso di un’abitazione rupestre con le canalette per la raccolta dell’acqua

Lungo il percorso si visitano grotte utilizzate come abitazioni, articolate in due o tre vani destinati a camera da letto, soggiorno e cucina. Si notano la posizione del fuoco vicina all’ingresso, le nicchie sulle pareti per gli oggetti e l’illuminazione, i pozzetti per lo stivaggio dei cereali e dei legumi, la cisterna esterna per la raccolta dell’acqua.

Deposito di derrate

Deposito di derrate

Altre cavità, talvolta dotate di mangiatoia e vasca di abbeverata, sono destinate agli animali domestici: sono stalle, pollai, conigliere, ovili e alveari. Alcune grotte ospitano i laboratori artigiani per la vinificazione, la spremitura delle olive, la panificazione. L’espansione urbanistica del villaggio è avvenuta dal basso verso l’alto: in alcuni punti si scorgono i diversi livelli sovrapposti di abitazioni, collegati da scale e cenge aeree.

Trappeto o palmento

Trappeto o palmento

 La grotta del Ciclope

La grotta del Ciclope

La grotta del Ciclope

L’ampio sgrottamento che si apre alla base della parete della gravina è stato suggestivamente interpretato come l’antro del Ciclope, rievocando il celebre episodio di Ulisse e Polifemo nell’Odissea.

La fornace

La fornace

Più prosaicamente la grotta, per le sue grandi dimensioni e l’ampia platea, può essere interpretata come una sorta di agorà e luogo di riunione della comunità del villaggio. La presenza di una fornace ne fa anche ipotizzare una destinazione artigiana e commerciale.

 La farmacia del Mago Greguro

Le grotte in serie

Le grotte in serie

Il nome è sicuramente efficace sul piano della comunicazione turistica. Ed è comprensibile che la “farmacia di Mago Greguro” sia diventata l’attrazione principale della gravina. Si aggiunga che questo condominio di “grotte in serie” – dodici cavità intercomunicanti – con le finestre aperte sul vuoto, è scavato in alto, sullo spalto del costone tufaceo della gravina ed è irraggiungibile perché senza vie di accesso. Ce n’è abbastanza per scatenare la fantasia dei favolisti e la ridda d’interpretazioni degli studiosi.

L'accesso alla grotta

L’accesso alla grotta

Molti anni fa riuscii a salire aggrappandomi a una robusta corda e sfruttando le tacche di una “pedagna” incisa sulla parete. Questa volta la salita è facilitata da una scala esterna appoggiata alla parete e da una seconda scala interna. Ma resta la necessità di qualche acrobazia contorsionistica per divincolarsi tra le architetture interne e l’obbligo di strisciare attraverso i pertugi di collegamento per accedere le stanze. Le stanze di maggiore impatto sono quelle rivestite da una fitta rete di nicchiette scavate nelle pareti.

La colombaia

La colombaia

È facile riconoscervi la tradizionale colombaia per l’allevamento dei piccioni. Ma è certamente più intrigante interpretarla come la gigantesca scaffalatura della farmacia nella quale il mago Greguro e sua figlia Margheritella riponevano le erbe e gli arbusti medicinali che raccoglievano in gravina.

Interno con cisterna

Interno con cisterna

Per interpretare l’evoluzione e le funzioni della “farmacia” (monastero, laboratorio artigiano, santuario ipogeo, rifugio di sicurezza) è più opportuno affidarsi ai numerosi e seri studiosi della civiltà rupestre.

I vani interni

I vani interni

La chiesa rupestre

La chiesa della Madonna della Buona Nuova era uno dei centri cultuali della popolosa comunità di villaggio della gravina. Pur martoriata dai lavori di costruzione del santuario essa mostra ancora ai visitatori un bel repertorio di affreschi rupestri. Si osserva una monumentale Deesis trecentesca, con Cristo Pantocratore al centro tra la Vergine e San Giovanni Battista.

Santa Caterina d'Alessandria

Santa Caterina d’Alessandria

É facile interpretare le immagini dei santi: Lucia ha gli occhi nella patena; Caterina d’Alessandria ha la corona di regina e la ruota dentata del martirio; Vito ha i cani al guinzaglio. Spicca soprattutto l’immagine della Madonna della Buona Nuova, sintesi di sensibilità bizantina rinnovata dalla scuola pittorica toscana.

La Madonna della Buona Nuova

La Madonna della Buona Nuova

 

(La visita è stata effettuata il 19 luglio 2016)

Mottola. La chiesa rupestre di Santa Margherita

Il sito della cripta di Santa Margherita, sullo sfondo del mar Jonio

Il sito della cripta di Santa Margherita, sullo sfondo del mar Jonio

Certo, doveva essere proprio eroica la fede delle donne partorienti della gravina di Mottola. Provate oggi a raggiungere la chiesa rupestre di Santa Margherita. Dopo aver traversato i campi coltivati, zigzagando tra le cave di pietra, si deve percorrere una strapiombante cengia rocciosa sul bordo della gravina e con un passo un po’ aereo calcare la soglia della cripta, affacciata sul vuoto, e penetrare nel rassicurante interno.

La cengia rocciosa di accesso alla cripta rupestre

La cengia rocciosa di accesso alla cripta rupestre

Un secondo percorso risale alla cripta dall’impraticabile fondo della gravinella, traversando un sottostante antro ipogeo a destinazione funeraria. È vero che le indicazioni di una guida appassionata e affabulatrice come Maria Grottola e le protezioni di sicurezza realizzate in loco agevolano oggi il percorso, ma resta tutto lo stupore per una fede orante che si riuniva in luoghi così inaccessibili e tuttavia rivestiti del manto colorato dei ritratti delle donne sante, del santorale popolare e della bibbia in immagini.

La parete rocciosa con la cripta

La parete rocciosa con la cripta

 

La chiesa rupestre

 

La realtà rupestre di Mottola si differenzia dalle altre perché è policentrica e periferica rispetto al centro abitato posto sulla sommità della collina che domina la piana traversata dalla Via Appia e digradante verso lo Jonio. Le cripte e i villaggi rupestri occupano i solchi e le lame di Casalrotto, dei Casali di San Vito, di Petruscio, di San Sabino, di San Giorgio, della Madonna delle sette lampade. La chiesa di Santa Margherita occupa uno spalto alle pendici dell’altura di Mottola, a poca distanza dal casale benedettino di Sant’Angelo a Casalrotto.

L'interno della grotta

L’interno della grotta

La pianta è complessa, frutto dei successivi ampliamenti di una chiesa primitiva. Sono presenti tutti gli elementi tipici dei luoghi di culto in grotta: le navate, l’abside, gli altari, i pilastri, gli archi, l’atrio, il portico, il sedile in pietra, il naos e il bema. Ma è soprattutto il complesso degli affreschi – policromi e monocromi – a imporsi alla curiosità, alla lettura e all’ammirazione del visitatore.

L'interno della grotta

L’interno della grotta

Senza nulla togliere alla forza espressiva del volto del Cristo pantocratore, dell’arcangelo Michele, dei santi Antonio, Giorgio, Demetrio, Stefano, Marco e Lorenzo, mi hanno particolarmente emozionato quattro soggetti: la figura di Margherita, la storia a fumetti della sua passione e morte, il miracolo di San Nicola di Mira e una tenerissima Madre col Bambino.

 

Margherita

Santa Margherita

Santa Margherita

La figura intera di Santa Margherita accoglie il visitatore sul pilastro che fronteggia l’ingresso. Ha sul capo una corona gemmata e indossa una veste sfarzosa, tipicamente bizantina. La mano destra regge la croce alzata, simbolo del martirio, mentre la mano sinistra è poggiata sul petto a palma aperta. Margherita è il nome latino di questa santa orientale, protettrice delle gestanti, che si chiamava in realtà Marina e che visse nella città di Antiochia, in Pisidia, regione dell’attuale Turchia.

 

Il martirio di Margherita

Margherita nella fornace

Margherita nella fornace

Un dipinto sulla parete della cripta racconta in dieci quadri la passione e la morte della santa, seguendo il testo della celebre Legenda aurea, scritta nel Duecento da Iacopo da Varazze: “Margherita, originaria di Antiochia, era figlia di Teodosio, patriarca dei gentili. Fu affidata alla nutrice, e quando era già grande fu battezzata: per questa ragione era odiosa al padre. Un giorno, quando aveva ormai quindici anni, mentre con altre vergini stava guardando il gregge della nutrice, passò di lì il prefetto Olibrio. Vide quanto era bella, e subito si accese in lui l’amore. Irritato dalla decisa volontà di Margherita di conservare la sua fede in Dio, il prefetto la fece legare al cavalletto, poi la fece dilaniare prima a colpi di bastone, poi con striglie di ferro, fino alle ossa, mentre il sangue sgorgava come da una fonte purissima. Il prefetto si copriva gli occhi con la veste, perché non resisteva alla vista di tanto sangue. La fece togliere dal cavalletto e chiudere nel carcere, ove prodigiosamente brillò la luce. Il giorno seguente, sotto gli occhi della folla radunata, fu condotta dal giudice.

La decapitazione di Margherita

La decapitazione di Margherita

Apparve un grande drago che le si slanciò contro per divorarla. Margherita si armò del segno di croce, e in grazia della croce il drago si squarciò e la vergine uscì illesa.

Non volle sacrificare, e allora fu spogliata e le infersero bruciature su tutto il corpo con legni accesi, tanto che tutti si meravigliarono di come potesse una così tenera ragazza sopportare dolori così forti. Poi la legarono e la gettarono in una vasca tutta piena d’acqua perché con il mutamento di supplizio si accrescesse l’efficacia della tortura: ma ecco che d’improvviso la terra si scosse e sotto lo sguardo di tutti la vergine ne uscì illesa. Allora per questo cinquemila uomini credettero, e andarono incontro alla pena capitale per la gloria del nome di Cristo. Il prefetto, però, per evitare che altri si convertissero, fece rapidamente decapitare Margherita”.

 

I regali di San Nicola

Il dono di San Nicola al padre delle tre fanciulle

Il dono di San Nicola al padre delle tre fanciulle

Nicola, vescovo di Mira, è notissimo a noi italiani come San Nicola di Bari. Un episodio della sua vita, narrato nella Legenda aurea e affrescato nella chiesa rupestre di Santa Margherita, ha ispirato persino il mito di Santa Claus e i doni di Babbo Natale. Racconta la Legenda che “un vicino di San Nicola, che aveva tre figlie ancor giovani, aveva deciso, a causa dell’estrema povertà e nonostante la nobiltà del casato, di spingerle alla prostituzione, per ricavare di che vivere da quello sconcio commercio. Il santo seppe la cosa, ne ebbe orrore e, avvolto dell’oro in un panno, di notte, attraverso una finestra, lo gettò in casa del vicino, e fuggì. La mattina, svegliandosi, il vicino trovò l’oro, rese grazie a Dio e con quella cifra maritò la primogenita. Non molto tempo dopo il servo di Dio rifece la stessa cosa. L’uomo trovò di nuovo l’oro e scoppiando di gioia e di gratitudine decise di far di tutto per riuscire a sapere chi era che rimediava in quel modo alla sua povertà. Dopo pochi giorni, raddoppiata la somma, Nicola gettò di nuovo il sacchetto dentro la casa; l’uomo, svegliato dal rumore, si mise a inseguire Nicola che fuggiva, gridandogli: ‘fermati, fatti conoscere!’. E, riuscito a raggiungerlo, riconobbe Nicola; subito si gettò a terra e cercò di baciargli i piedi, ma Nicola non volle e anzi gli fece promettere che non avrebbe mai rivelato la cosa a nessuno, per tutta la vita”.

 

La Madonna della tenerezza

Una dolcissima Madonna con bambino

Una dolcissima Madonna con bambino

Molto bella nell’iconografia della grotta è l’immagine della Madre che regge in braccio il suo Bambino. Il bimbo si aggrappa alla mamma e si stringe a lei guancia a guancia. Una lieve malinconia pervade il viso materno e le restituisce un’umanità che il nimbo sul capo e il trono regale su cui è insediata non riescono a nascondere. É una delicata rappresentazione della Vergine Glykophilousa o della Tenerezza.

 

Per approfondire

 

Si suggerisce di visitare il bel sito web visitmottola.com/, realizzato dalla guida turistica Maria Grottola (tel. 349 3269302; mail: info@visitmottola.com) e dedicato alle quattro principali chiese rupestri della città: San Nicola, Santa Margherita, San Gregorio e Sant’Angelo. Le chiese sono chiuse e protette. Di conseguenza le visite con le guide autorizzate e l’apertura vanno concordate con l’Ufficio turistico di Mottola (tel. 099 8867640; mail: info@mottolaturismo.it). La bibliografia scientifica è molto ampia e coinvolge i maggiori studiosi dell’habitat rupestre pugliese. Tra i più recenti si segnala il penetrante studio sulla chiesa di santa Margherita curato da Domenico Caragnano e Franco Dell’Aquila e pubblicato nella rivista Umanesimo della pietra (www.archeofriuli.it/files/Umanesmo_della_pietra.pdf).

Si visiti anche la sezione del sito dedicata alla civiltà rupestre: www.camminarenellastoria.it/index/ITALIA_RUPESTRE.html/

Legenda aurea

Legenda aurea

(La visita è stata effettuata il 20 luglio 2016)