Il Tratturo Magno dal fiume Fortore a San Paolo di Civitate

Il Tratturo Regio L’Aquila-Foggia, detto anche “Magno” per la sua rilevanza, è in alcuni suoi tratti un autentico museo all’aperto. Le testimonianze storiche della transumanza s’intrecciano con i segni della fede, con i luoghi della natura protetta, con i borghi e i centri urbani di antica fondazione. Ad esempio nel primo tratto del suo percorso pugliese il Tratturo Magno è un museo open air. Il nastro del tratturo è ancora nitido e perfettamente visibile. Percorrerlo tra il guado sul fiume Fortore e la cittadina di San Paolo di Civitate è un’emozionante esperienza di camminare nella storia.

Il Tratturo al ponte di Civitate

Lungo il fiume Fortore

Il fiume Fortore al ponte di Civitate

Il punto di partenza dell’escursione è il Ponte di Civitate sul fiume Fortore. Questo fiume è uno dei maggiori dell’Italia meridionale. Nasce dal monte Altieri in località Grotta di Valfortore, attraversa da sud a nord la Campania, il Molise e la Puglia, forma il lago di Occhito e sfocia nel mar Adriatico presso il lago di Lesina, in località Ripalta. Il Tratturo Magno traversa il fiume al guado di Civitate, dov’è oggi il ponte stradale della ex statale 16, nel tratto tra Serracapriola e San Paolo di Civitate.

Pannello informativo

Sotto il ponte moderno sono ancora visibili, tra la vegetazione riparia, i contrafforti dell’antico ponte romano. Intorno alla Madonna del Ponte è stato realizzato un percorso naturalistico-didattico che percorre le rive de fiume e traversa il bosco ripariale di San Marzano.

Cippo tratturale al ponte di Civitate

Numerosi cippi tratturali fanno memoria dei passaggi delle associazioni escursionistiche e dei gruppi di appassionati.

La Taverna di Civitate

La Taverna di Civitate

Sulla riva destra del Fortore il tratturo ha un importante punto-tappa alla Taverna di Civitate. Alfonso d’Aragona fece costruire l’edificio con la funzione di caserma. Qui alloggiavano le guardie che svolgevano attività di vigilanza e riscuotevano la ‘fida’ dai pastori. In seguito fu trasformata in Posta, luogo di riposo e di ristoro per i viandanti, e infine utilizzata come Stazione della Dogana della Mena delle Pecore durante la transumanza. Le condizioni precarie di conservazione non ne consentono l’accesso all’interno, in attesa di un opportuno restauro conservativo.

Le tariffe di pedaggio

La pandetta con le tariffe dei pedaggi

Accanto al portale è murata un’iscrizione del 1731 su tre pannelli sovrapposti di pietra arenaria che riporta i pedaggi da esigere per i pastori e gli armenti in transito. Sono richiesti, ad esempio, tre carlini per il passaggio di ogni centinaio di castrati, pecore, cani e porci; la cifra sale a cinque carlini per ogni centinaio di animali vaccini, come vacche e bufale. Un tornese è richiesto per ogni ‘salma di fiche, cetrangole e cipolle’ e per ogni carro carico di pane, grano e olio. La pandetta precisa comunque che ‘per qualsivoglia meretrice non si esigga cosa alcuna’.

Le cappelle tratturali mariane

La chiesetta tratturale della Madonna del Carmine

Accanto alla Taverna, il punto di sosta sul tratturo offre anche luoghi di culto e di preghiera. La chiesetta della Madonna del Carmine (o del Carmelo) appare oggi spaccata a metà da una grande crepa ma ricorda con la sua lapide la devozione dei viandanti e le cure dei benefattori.

La cappella della Madonna del Ponte

Poco lontano una cappella più moderna è dedicata alla Madonna del Ponte e porta sulla facciata una lapide dei devoti custodi.

Il percorso del Tratturo

Sul Tratturo, verso il Fortore

Lasciata la Madonna del Ponte, il tratturo scorre parallelo alla strada statale in direzione di una visibile casa cantoniera isolata. Prima di raggiungerla, il tratturo svolta a sinistra, costeggia un fosso e inizia sul fondo di un valloncello la salita verso i colli Liburni. Sul declivio si stendono campi coltivati, boschetti e case rurali. Il tratturo è in parte cementato e si restringe progressivamente, assediato dalla vegetazione e ingobbito dai movimenti franosi del pendio. La salita diventa ripida e faticosa, disturbata da piccole discariche, ma è comunque breve. In alto il percorso sembra interdetto da un muro di fitta vegetazione. Un esile passaggio conduce sull’altopiano, dove il tratturo riprende la sua ampiezza normale.

La Torre di Civitate

La torre di Civitate

Al termine della ripida salita del colle, vediamo stagliarsi sulla destra la Torre di Civitate. La raggiungiamo con un percorso a margine dei campi coltivati. La sua posizione elevata su uno spalto dei colli Liburni, a dominio della valle del fiume Fortore e del tratturo, racconta una storia interessante. Nella solitudine dell’altopiano questa torre diruta è l’ultima testimonianza della città fortificata medievale di Civitate, costruita nel Mille dai Bizantini e attiva fino alla fine del Trecento. Fu un periodo florido, che le consentì di divenire sede di contea e di diocesi. La torre fu incorporata nella cattedrale delle città, divenendone il campanile, mentre la parte inferiore divenne cripta funeraria, collegata alla necropoli esterna alle mura. In seguito la città fu abbandonata, e la popolazione si spostò verso il casale che si era formato presso il vicino monastero, l’attuale San Paolo di Civitate. Le terre abbandonate inghiottirono i resti urbani di Civitate e divennero praterie utilizzate per il pascolo delle greggi transumanti.

Gregge sul tratturo di Civitate

La Tiati dei Dauni e la Teanum Appulum romana

Il territorio dell’antica Daunia

Il tratturo che percorre l’altopiano di Civitate tocca i resti di Tiati, il villaggio fondato da una tribù italica dei Dauni e poi occupato dalle genti dei Sanniti. Sulla Tiati italiaca, dopo la guerra sociale, Roma insediò il municipiumdi Teanum Appulum. E’ però frustrante cercare sul terreno le vestigia e i monumenti di questi antichi centri. Molto più redditizio è visitare il Museo archeologico realizzato al centro di San Paolo di Civitate, nel chiostro del Monastero di Sant’Antonio da Padova.

Il Museo archeologico di San Paolo di Civitate

Tra gli archi del chiostro e nelle antiche celle dei monaci si sviluppano le sette sezioni del museo, godibili in molti punti: il territorio di Tiati-Teanum Appulum nella Daunia antica; l’indagine topografica e la fotointerpretazione aerea; il territorio in età preistorica e protostorica; la civiltà daunia; l’età della romanizzazione; il periodo del municipium; l’età medievale.

La Cappella tratturale di Belmonte

La cappella della Madonna di Belmonte

Proseguendo lungo il tratturo, a lato di questo e all’altezza del paese, sorge la cappella dedicata alla Madonna di Belmonte. Il culto dell’immagine mariana qui venerata collega due paesi del tratturo, il molisano Belmonte del Sannio e il pugliese San Paolo. Secondo la tradizione, i pastori che provenivano dall’Abruzzo e si dirigevano in Puglia per la Transumanza delle loro greggi, portavano un quadro della Madonna per garantirsi protezione nel periodo di permanenza pugliese. Venerata a Belmonte, questa Madonna è diventata compatrona di San Paolo di Civitate. Nella memoria dei pastori transumanti, la sua festa è oggi ancora occasione d’incontro e di scambio tra le due comunità, gemellate dal tratturo e dalla fede mariana. Dopo la cappella di Belmonte, il Tratturo Regio prosegue in direzione di San Severo.

Il nastro bianco del Tratturo Magno lascia il colle di Serracapriola, traversa la Valle del Fortore e sale verso il colle di Civitate

(Il tratturo è stato percorso il 13 aprile 2018)

Annunci

Brindisi. Il Bestiario medievale di pietra

L’intreccio di storia e geografia ha plasmato la città di Brindisi. Le colonne terminali della Via Appia sul porto più orientale d’Italia raccontano emblematicamente come Brindisi fosse il terminale della regina viarum degli antichi romani e la porta verso l’Oriente, la Via Egnazia, le terre del Mediterraneo orientale, le conquiste militari, gli scambi commerciali. Nel Medioevo Brindisi torna a identificarsi con il suo porto che diventa crocevia dei cavalieri crociati e dei pellegrini diretti al Santo Sepolcro. I frammenti di questa storia remota sono ancora leggibili nel tessuto della città moderna a chi percorra le strade che conducono alle fortificazioni militari, ai palazzi dei cavalieri, al museo archeologico e alle antiche chiese. Un itinerario molto curioso tra le testimonianze della cultura artistica brindisina collega le immagini del Bestiario medievale di tre chiese: la Cattedrale, San Giovanni al Sepolcro e San Benedetto. Gli animali e i mostri immaginari che popolano i portali scolpiti, i mosaici e gli affreschi di epoca soprattutto romanica sono simboli che rimandano alla fede cristiana, al contrasto tra il bene e il male, alla tensione tra i vizi e le virtù.

L’aquila

Partiamo dalla Cattedrale, dove sono ancora visibili i frammenti di un pavimento a mosaico del 1178 coevo a quelli delle cattedrali di Otranto, Taranto, Trani e del Patirion di Rossano. Il presbiterio si popola di uno zoo di animali fantastici e reali. Due tondi contengono l’immagine dell’aquila, la regina degli uccelli, signora dei cieli e messaggera della divinità.

Il cane

Altri animali sono privi di cornice. Un cane dalle lunghe orecchie, con la zampa alzata cerca di mordersi la coda sfilacciata. Un altro cane assale un cervo. Il cane è figura ambivalente, che può essere simbolo di fedeltà domestica ma anche creatura randagia, violenta e impura.

Lo struzzo

Uno struzzo dal collo allungato e dalle lunghe zampe ha una coda incongrua che si prolunga in forma di serpente annodato su se stesso che morde un virgulto, simile al ricino di Giona. Due uccelli sono appaiati e hanno i colli intrecciati. Al loro fianco è un pavone, simbolo di vanità e alterigia, ma anche evocatore dell’immortalità dell’anima.

Scene di caccia

Ci spostiamo verso la chiesa di San Benedetto, un complesso monastico femminile eretto sui resti della chiesa di Santa Maria Veterana che risale alla fine del Mille, di cui restano oggi la chiesa, il campanile e il chiostro. Sul fianco della chiesa è il portale romanico, incorniciato da una fascia intagliata a intrecci viminei tra i quali sono inseriti piccoli animali, e sormontato da un architrave scolpito. Tre pannelli di figure in bassorilievo descrivono altrettante scene di caccia. Le scene laterali vedono cacciatori vestiti alla moda orientale che afferrano per la zampa un leone e lo trafiggono con le loro lance; li aiutano due animali simbolici, il cane e il gallo, che addentano la lunga coda leonina. Il pannello centrale vede un cacciatore che afferra un drago alato per la coda e lo infilza con una corta lancia. Le scene riassumono la lotta cruenta tra il Bene e il Male. Il leone e il drago assumono qui la simbolica del demonio. La porta della chiesa simbolizza il passaggio dal vizio alla vita virtuosa.

I leoni alati nel chiostro

Altre figure animali compaiono sui capitelli delle colonne della chiesa, dove buoi, leoni e arieti sono raffigurati a teste unite. Similmente accade nel chiostro, dove alcuni capitelli raffigurano animali addossati o incrociati, con bonari leoni alati, arieti e buoi.

La personificazione della Terra

La terza tappa è la chiesa di San Giovanni al Sepolcro, a pianta circolare, sul modello del Santo Sepolcro di Gerusalemme. Fu eretta in epoca normanna dai canonici regolari del Santo Sepolcro. Il portale principale è inquadrato da un protiro a cuspide, retto da due leoni in marmo. Nel capitello di destra vediamo l’immagine curiosa di due uccelli dal collo lungo e scaglioso che afferrano col becco le orecchie di un viso umano.

La personificazione del Mare

Gli stipiti recano un affascinante intreccio di scene scolpite che raccontano la storia simbolica della salvezza e il contrasto tra il bene e il male. Tale storia trae origine dalle figure scolpite in basso, il cervo e l’elefante, entrambi simboli di Cristo. Vediamo poi a sinistra le personificazioni della terra e del mare (una nereide a cavallo di un mostro marino e la grande madre seduta sul leone), un guerriero che combatte contro il drago, un leone che abbatte il toro, un grifo che estrae un serpe dalla bocca di un cervo e un’aquila che scruta la gola di un serpente, sotto lo sguardo del suo aquilotto.

Sansone in lotta con il leone

A sinistra vediamo Sansone in lotta con il leone, due centauri, maschio e femmina, che bevono a coppe insidiate da serpenti, un cacciatore a cavallo con la preda infilzata al bastone, due atleti che combattono ad armi pari, un cavaliere che combatte con il rivale, due pavoni affrontati.

I due centauri

Il secondo portale della chiesa è anch’esso una didascalica esposizione di animali simbolici della tradizione cristiana. Sui due stipiti compaiono il cervo, il leone alato, il capro, il cinghiale, la sfinge, la pistrice, il vitello, il toro, l’ippogrifo, l’agnello, il rinoceronte, l’aquila, un bue a coda con la testa umana e il mito del minotauro.

Il secondo portale

Puglia. L’Abbazia di San Leonardo di Siponto

L’Abbazia di San Leonardo di Siponto è un gioiello architettonico che brilla sotto il riverbero del sole nella grande pianura del Tavoliere. Un gioiello di storia e architettura, ritornato luccicante dopo un lungo restauro. Una pianura che appare deserta ma che è in realtà una fitta rete di strade antiche e moderne, percorse da viaggiatori di ogni tipo. L’Abbazia occupa il bordo della Lama Volara, la vallecola che scende dal Gargano e si dirige verso il mare Adriatico. Le sfreccia accanto il traffico che corre veloce sulla strada statale 89 che collega Foggia ai paesi e alle spiagge del Gargano. Siamo al km 175,800 della “Garganica”. Il luogo è stato un importante punto di sosta dei pellegrini che nei secoli hanno voluto raggiungere la grotta dell’Angelo sulla «montagna sacra».

La sacra famiglia

A fianco della chiesa sorgono il monastero e l’antico ostello, la domus hospitalis che fungeva anche da ospedale per i pellegrini. Fondata probabilmente come cella dipendente dall’abbazia benedettina piemontese di S. Michele della Chiusa, divenuta poi collegiata canonicale, nel 1260 fu affidata ai cavalieri-monaci dell’Ordine Teutonico che la portarono a una nuova fioritura. L’Ordine Teutonico, oltre ad essere impegnato nella difesa militare della Cristianità in Terrasanta e nel Baltico, ha svolto in Puglia, un’intensa attività imprenditoriale di carattere agro-pastorale e un’efficace assistenza religiosa, sociale e sanitaria alle popolazioni. Nel Settecento a San Leonardo s’insediarono i Frati Minori che si dedicarono all’apostolato tra i pastori abruzzesi transumanti che nei mesi invernali si stabilivano nella zona con le loro greggi. L’Abbazia ha però conosciuto anche lunghi periodi di crisi e di abbandono. Le cronache raccontano che nel 1821 furono portate a Foggia ben venticinque carrette cariche di porte, finestre, tegole e tavole divelte dall’edificio di san Leonardo per servire al nuovo ospedale. Oggi, tuttavia, la ricostruzione degli ambienti diruti e un restauro generale hanno fatto risorgere la cittadella monastica. La comunità religiosa dei “Ricostruttori” ne ha fatto un centro di spiritualità.

La lotta tra il bene e il male

Turisti, pellegrini, viaggiatori e cercatori di bellezza son tornati a sostare davanti allo splendido portale della chiesa, con un Cristo in gloria nella lunetta. I capitelli raccontano due storie di pellegrinaggio. La prima storia è il viaggio del profeta Balaam sulla sua asina, un episodio narrato nel libro dei Numeri nel vecchio testamento. La seconda storia, narrata nei Vangeli, è il lungo viaggio dall’Oriente intrapreso dai Magi, al seguito della stella, per trovare il neonato re dei Giudei e portargli dei doni.

Il viaggio del profeta Balaam

L’asina di Balaam

Il viaggio di Balaam a dorso della sua asina non è facile. Tre volte il quadrupede è costretto a deviare dalla strada, sbarrata dall’angelo di Dio. La prima volta “l’asina deviò dalla strada e cominciò ad andare per i campi”. La seconda volta, in un sentiero infossato tra le vigne, “l’asina si serrò al muro e strinse il piede di Balaam contro il muro”. E infine “in un luogo stretto, tanto stretto che non vi era modo di deviare né a destra né a sinistra, l’asina si accovacciò sotto Balaam”. Solo quando accoglie la parola di Dio il cammino di Balaam riacquista senso e diventa agevole.

Il pellegrinaggio dei Re Magi

I Re Magi

Il Vangelo di Matteo racconta che “nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: ‘Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo’. All’udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, s’informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. Gli risposero: “A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta. Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra”.

L’Arcangelo Michele

L’arcangelo Michele trafigge il drago

Sullo stipite del portale figura l’arcangelo Michele che con la spada colpisce il drago demoniaco. La presenza dell’arcangelo ci ricorda che l’abbazia era ubicata iuxta stratam peregrinorum, vale a dire lungo la strada che portava i pellegrini al santuario di San Michele sul Monte Gargano. Fin dal quinto secolo moltitudini di pellegrini furono attratte da una grotta dove si sarebbe manifestato Michele, l’arcangelo guerriero. Monte Sant’Angelo divenne meta di una delle più importanti arterie del pellegrinaggio medievale.

Gesù in gloria sull’arcobaleno

Il Cristo in gloria

Nella lunetta sorretta da un architrave ornato, il Cristo benedicente scende dall’empireo e campeggia al centro di una mandorla retta da angeli. Egli siede sull’arcobaleno, segno della nuova alleanza. Il libro della sua Parola sulle ginocchia ricorda a tutti i viandanti che “Io sono la via”. Tutto attorno gira un’alta fascia scolpita percorsa da un tralcio in cui si riconoscono i simboli degli Evangelisti (il leone di Marco, l’angelo di Matteo, il toro di Luca e aquila di Giovanni). Le altre figure simboleggiano rispettivamente il Bene (il centauro musicante e la cerva) e il Male (il demone che suona il corno e il dragone alato).

San Leonardo

San Leonardo davanti a Cristo

I Canonici Regolari di Sant’Agostino portarono in Italia il culto di San Leonardo. Essi replicarono nella nuova realtà pugliese quello che già svolgevano sia nel monastero di Limoges, sia al Passo di San Bernardo: accudire i pellegrini di passaggio. Il culto per San Leonardo di Noblac, amico e discepolo di San Remigio, venerato come liberatore dei prigionieri e degli schiavi, raffigurato con ceppi e catene nelle mani, approdato in Capitanata, si diffuse in tutto il Meridione, soprattutto durante i secoli delle Crociate. Molti combattenti e pellegrini, infatti, finiti prigionieri dei Saraceni, ricorrevano con fede al santo.

Il portale dell’abbazia

(Ho visitato l’Abbazia il 25 gennaio 2018)

Gargano. L’Abbazia della Trinità al Monte Sacro

Si arriva solo a piedi. La salita non è lunga ma lo strappo finale è da fiatone. E quando le siamo davanti, lo sconcerto si sovrappone allo stupore. Le antiche mura affondano nel bosco. Le pietre cadute sono preda della macchia invadente. I brandelli di affreschi e i capitelli scolpiti resistono eroicamente all’assedio della boscaglia. Una tragedia di tanti secoli fa. Un terremoto sconvolse queste architetture e frantumò gli sforzi secolari di uomini spirituali che avevano costruito una cittadella monastica, uno spazio di preghiera e di lavoro ispirato all’ora et labora. La spiritualità benedettina, tesa verso l’alto, cedette in un attimo alle forze della natura brutale. E tuttavia, a distanza di secoli, architettura e natura non si sono reciprocamente sopraffatte. Per dirla con Simmel le rovine del Monte Sacro indicano che nelle parti scomparse o distrutte dell’opera d’arte sono ricresciute altre forze e altre forme, quelle della natura; così che dalle forze ancora vive dell’arte e da quelle già vive della natura è venuta fuori una nuova totalità, un’unità caratteristica.

Le absidi della chiesa abbaziale

Ma andiamo con ordine. Visitiamo la cittadella monastica della Santissima Trinità, situata nel territorio di Mattinata, sulla terrazza sommitale del Monte Sacro, che con i suoi 874 metri di quota è una delle cime più alte del promontorio del Gargano. Una stretta striscia d’asfalto (Strada Contrada Stinco), ben segnalata, sale da Mattinata verso la montagna, con bellissime vedute verso il mare e la conca tappezzata dagli uliveti. Nei pressi di un agriturismo, in corrispondenza di un visibile cartello segnalatore, a quota 660, si lascia l’auto e si segue il percorso a piedi (Sentiero Natura). Si traversa dapprima una zona aperta, presidiata da antichi stazzi pastorali; si entra poi nel bosco e, con salita più vivida, si raggiunge l’area archeologica a quota 850 circa. La distanza è di 1400 metri e i tempi di percorrenza sono di un’ora e mezza tra andata e ritorno.

L’inizio del sentiero per il Monte Sacro

La storia

La scarsità delle fonti e la distruzione dell’archivio abbaziale per mano turca provocano ai visitatori più grattacapi che certezze. E anche gli studiosi navigano tra enigmi e ipotesi che i primi scavi archeologici aiutano a chiarire. Nel Mille nasce una cella, un piccolo cenobio, dipendente dal monastero di Calena presso Peschici. Nel secolo successivo diventa un’abbazia indipendente e nella prima metà del Duecento vive la maggiore fioritura economica e culturale. La vicinanza del santuario di San Michele di Monte Sant’Angelo e il flusso dei pellegrini rendevano questo luogo meno solitario di oggi e giustificavano l’esistenza dei vasti magazzini sotterranei, delle cisterne e dei depositi di approvvigionamenti tuttora visibili.

Feritoia della torre di difesa

L’abbazia perde importanza nei secoli successivi fino alla grande crisi del Quattrocento. Il terremoto del 1443 provoca l’esodo dei monaci e l’abbandono dell’intero complesso. Tra le rovine s’insediano gli allevatori della zona che riutilizzano gli edifici ancora agibili come stalle, ovili, recinti pastorali e laboratori caseari. Negli ultimi anni del Novecento sono stati realizzati lavori di disboscamento, consolidamento strutturale, scavo archeologico e restauro. Con la nascita del Parco nazionale del Gargano, le ricerche dell’Università di Bari e dell’Università Tecnica di Norimberga, il successo ottenuto nel censimento dei ‘luoghi del cuore’ promosso da Fai, i primi finanziamenti, si è acceso l’interesse dei turisti e degli escursionisti per questo luogo solitario e affascinante.

La chiesa abbaziale

La torre, il nartece e il portale

Un nartece a portico, una sorta di atrio o pronao a tre campate, in parte ancora coperto, dà accesso ai portali della chiesa. Ad attirare l’attenzione è la lunetta del portale centrale, impreziosita da una decorazione a graticcio, un bassorilievo con due nastri viminei, disposti su tre registri.

Il portale centrale

Una delle semicolonne addossate alla parete presenta un capitello raffigurante tre aquile ad ali spiegate, i cui artigli trattengono due serpenti dalle teste di drago con le fauci aperte, che tentano di addentare della colombe: si tratta forse di un’immagine della Trinità che difende le anime buone dall’aggressione demoniaca. Sulla parete del nartece vi sono ancora tracce di affresco raffiguranti una Madonna con Bambino e due santi benedettini.

Il capitello delle tre aquile

L’aula della chiesa è divisa in tre navate a cinque campate, con archi sorretti da pilastri. Sul fondo sono visibili le absidi, con qualche traccia di affresco.

La navata laterale

L’abbazia

Il muro esterno

Il campanile affianca la navata destra della chiesa. Ancora in piedi ai primi del Novecento, conserva oggi solo la base e la cella d’ingresso. Dietro la chiesa si distribuiscono i locali dell’abbazia, con il dormitorio dei monaci a nord, il refettorio e la cucina, una cisterna, il magazzino e la dispensa.

L’interno del battistero

Vi troviamo anche una seconda cappella, utilizzata come oratorio dei monaci e un locale che fungeva probabilmente da battistero: ha una struttura quadrangolare, con nicchie nelle pareti, archetti angolari di sostegno e cupola a tronco di cono con pseudo-cupola.

Panorama dall’Abbazia

Il complesso occidentale

L’ambiente con le arcate ogivali

A oriente della chiesa è ancora visibile il muro di difesa che cinge in un quadrilatero la cittadella abbaziale. Sulle pareti del muro di cinta sono addossate lunghe camerate, utilizzate forse come residenze dei conversi e del personale a servizio dell’abbazia e come scuderie. Le mura sovrastano i profondi fossati e le scarpate che costituiscono già una protezione naturale dell’abbazia. Si attraversa ora la bella radura che nasconde depositi e cisterne sotterranee e le tombe del piccolo cimitero. Si risale la scarpata che porta alla boscosa e poco pronunciata vetta del Monte Sacro, segnalata da un ometto di pietre.

La cappella occidentale

Sul declivio si scopre un quartiere satellite della città dei monaci. La struttura più appariscente è la lunga cella dotata sulla parete di una sequenza di arcate ogivali. Accanto è una piccola cappella, ancora relativamente integra, con la facciata a casetta e il portale ad arco, coperta da una volta a botte, a una sola navata che si chiude con una pronunciata abside semicircolare. Sul pendio è una condola parzialmente interrata e scavata nella roccia, con il tetto caduto e le pareti intonacate.

La condola sul declivio

Il mondo agro-pastorale

L’area pascoliva

La discesa del Monte Sacro è l’occasione per osservare da vicino il mondo agro-pastorale del Gargano. Al di sotto della fascia del bosco si distende l’area dei pascoli e dei coltivi. Un fontanile a vasche ricorda quanto fosse preziosa l’acqua a quella quota. I muretti costruiti a secco con le pietre di cui è ricca la zona separano le proprietà e circondano gli stazzi un tempo destinati allo stazionamento notturno del gregge.

Rifugio in abbandono

Una spettacolare aia terrazzata racconta ancora le pratiche di trattamento dei raccolti di cereali e la tecnica di seccare sotto il sole gli ortaggi e la frutta. Piccoli edifici agricoli, talora ricostruiti su basi preesistenti e infine abbandonati, raccontano con i loro comignoli la vita estiva dei pastori-agricoltori: la lavorazione del latte e la caseificazione, il forno per la cottura del pane e delle vivande, la dispensa per i beni di prima necessità, il calore serale del camino, i giacigli per la notte. Si osserva anche una capanna in pietra a secco che serviva da deposito per gli attrezzi del lavoro sui campi.

La capanna in pietra a secco

(Ho visitato l’Abbazia del Monte Sacro il 25 gennaio 2018)

Carpignano Salentino. La cripta bizantina rupestre di Santa Cristina

Gente, luminarie, musica, bancarelle. A Carpignano Salentino oggi impazza la “Festa te lu Mieru”, la festa del vino novello, una delle sagre più famose e frequentate dell’estate salentina. Ma per l’occasione apre anche la cripta rupestre di Santa Cristina. Con un gruppo di amici scendiamo a visitare questo prezioso scrigno di affreschi bizantini tra i più antichi.

L’interno della chiesa rupestre

Due ampie scalinate scendono nella chiesa sotterranea, scavata nella roccia tufacea. Si riconoscono due navate e tre absidi; come pure s’individuano il nartece, dove si raccoglievano i catecumeni; il naos, destinato ai fedeli battezzati; il bema, il luogo dov’era officiata la celebrazione liturgica. La presenza di sepolture nella grotta e all’esterno della cripta, ipotizzerebbero una destinazione funeraria del luogo di culto.

L’arcangelo Gabriele

Gli affreschi rivestono tutte le pareti e sono accompagnati da iscrizioni in greco che citano i committenti e gli artisti. Le date sono quelle degli anni della dominazione bizantina in Italia meridionale: dal 959 alla seconda metà del Mille.

Santa Cristina

La doppia immagine di Santa Cristina

L’immagine più diffusa è quella di Santa Cristina. Si tratta forse della giovinetta martirizzata nel terzo secolo, durante la persecuzione dell’imperatore Diocleziano. Fu il suo stesso genitore, di nome Urbano, ufficiale dell’imperatore, che volle costringere la figlia ad abiurare la fede cristiana che aveva abbracciato. Alla morte del padre – che già aveva fatto più volte torturare la figlia, pur di farla ritornare agli antichi culti – le autorità si accanirono ancora di più su di lei, mettendola a morte.

L’Annunciazione

L’Annunciazione

Nell’abside è affrescata la scena dell’Annunciazione. Un bellissimo arcangelo Gabriele giunge con il braccio destro alzato e la mano benedicente. Maria con la mano sinistra regge il fuso, simbolo di verginità (in allusione alle Vergini del Vecchio Testamento che filavano le tende per il tempio).

La Vergine annunziata dipinta da Teofilatto nel 959

Al centro della scena è l’immagine del Cristo pantocratore, in trono. L’iscrizione laterale cita i donatori: il prete Leone (esponente del basso clero e quindi libero di sposarsi) e sua moglie Crisolea. Cita anche l’autore del dipinto, il pittore Teofilatto, e una data: l’anno del mondo 6467 cioè il 959 dopo Cristo.

Cristo Pantocratore (Teofilatto, 959)

La tomba del piccolo Stratigoulés

La tomba ad arcosolio

Nel nartece si apre la tomba ad arcosolio del piccolo Stratigoulés, accompagnata da una lunga iscrizione metrica in greco, dipinta tra 1055 e 1075, che ci informa che la tomba era stata scavata per un notabile del posto e che fu poi usata per accogliere le spoglie del figlio morto in giovane età. Il padre del giovane Stratigoulès (letteralmente “generalino”, non si tratta quindi del nome ma del vezzeggiativo con cui l’ufficiale chiamava il giovane figlio) era uno spatario di Carpignano cioè un ufficiale dell’esercito bizantino di rango intermedio. Al centro dell’arcosolio compare l’immagine di santa Cristina; nel sottarco sono effigiati la Vergine con il Bambino e san Nicola benedicente alla greca: sono i santi cui il padre affida l’anima del figlio.

L’arcosolio con le immagini dei santi e la scritta dedicatoria

La Madre di Dio

La Vergine col Bambino (Theòtokos) del pittore Eustazio (1020)

La Madre di Dio dipinta dal pittore Eustazio nel 1020 rappresenta il dogma della Theotòkos definito dal concilio di Efeso. Maria è vista come madre di Dio e non come genitrice di un uomo. La vergine è in piedi; il bambino, dai lineamenti del volto ambigui, confusi con quelli di un uomo adulto, sembra quasi levitare tra le mani della madre che tentano di sorreggerlo ma che in realtà non lo toccano direttamente.

La Theòtokos (particolare)

(La visita è stata effettuata il 1° settembre 2012)

Salento. L’Abbazia di Santa Maria di Cerrate

Siamo a nord di Lecce. Usciamo dalla superstrada per Brindisi al km 24 e percorriamo 4 km della strada provinciale 100 in direzione del mare di Casalabate. L’Abbazia di Cerrate si rivela all’improvviso, come un’isola in un mare di ulivi. Ci sono lavori in corso, ma la visita è consentita e gradita. Le ragazze del Fai si prodigano pazientemente in spiegazioni ai tanti turisti italiani e stranieri, adulti e bambini, di tutti i livelli sociali e culturali.

La chiesa abbaziale

La chiesa abbaziale

Per apprezzare, e poi amare, quest’abbazia, occorre prima comprenderne l’insieme e poi esaminarne i particolari. La combinazione del ‘tutto’ e del ‘frammento’ produce un effetto di godimento culturale che rende Cerrate indimenticabile. Scolpita nell’undicesimo secolo nella bianca pietra leccese, pregevole testimonianza del romanico pugliese, impreziosita da raffinati affreschi, la chiesa di Santa Maria di Cerrate sorge al centro di una tipica masseria del Salento, un tempo monastero di rito greco ortodosso, poi centro di produzione agricola specializzato nella lavorazione delle olive, che erano spremute nei tradizionali frantoi ipogei.

La chiesa

L'ascensione di Gesù

L’ascensione di Gesù

La Chiesa di Santa Maria ha la facciata decorata da archetti pensili, finestre monofore e da un rosone istoriato in corrispondenza della navata centrale. Il portale è sormontato da un’arcata con altorilievi di eccezionale qualità che riproducono scene del Nuovo Testamento. Elemento originale della chiesa è il porticato addossato sul fianco sinistro, sostenuto da ventiquattro colonne con capitelli raffiguranti il bestiario romanico e figure umane. L’interno, a tre navate con absidi, era completamente decorato con affreschi. Oggi si possono ancora ammirare importanti decorazioni databili al XII-XIII secolo, di ambito bizantino, probabilmente opera di maestri greci. Altri affreschi staccati sono visibili nel vicino museo.

La masseria

La casa del massaro

La casa del massaro

Edifici di epoche diverse si distribuiscono intorno alla Chiesa: la Casa monastica, un edificio ottocentesco (la Casa del massaro) e un fabbricato impiegato come stalla. L’edificio d’ingresso, a due piani, era l’antica residenza dei monaci e ospitava lo scriptorium e la biblioteca del monastero.

Le macine del mulino

Le macine del mulino

Di fronte è l’edifico ottocentesco dove vivevano i fattori, la Casa del massaro. Dopo il restauro tornerà ad accogliere il Museo della cultura materiale tradizionale salentina e la ricostruzione di alcuni ambienti domestici con attrezzi e utensili tradizionali, tra cui due grandi mulini con macine.

Il frantoio ipogeo

Il frantoio ipogeo

Sul lato orientale del complesso è collocato un edificio a pianta rettangolare ad aula unica con volte a stella, risalente ai primi decenni del XVI secolo, utilizzato come stalla. Si trovano infine tracce dell’attività agricola, che qui si svolgeva fino agli anni Sessanta, nel piano sotterraneo della Casa monastica e della Casa del massaro, dove furono scavati e realizzati due frantoi ipogei (detti “trappiti”) con macine, torchi e pozzi di raccolta dell’olio.

Le stalle

Le stalle

Gli affreschi

La decorazione pittorica risale a epoche e scuole diverse. Nel catino dell’abside centrale è una bella Ascensione di Gesù, portato in cielo dagli angeli e salutato in basso dagli apostoli e da sua madre. Sulle pareti e nei sottarchi spiccano alcuni santi bizantini a figura intera. Compare anche il gruppo della Sacra Famiglia.

La morte di Maria

La morte di Maria

Il Museo espone i grandi dipinti dell’Annunciazione, rinascimentale, e della Morte della Vergine, di un pittore neo-bizantino della metà del Cinquecento. Da ammirare sono le scene dei cavalieri osservati da un gruppo di spettatori affacciati dalla terrazza di un castello sulla vicina collina: a destra è San Giorgio che libera la principessa e uccide il drago che la insediava; a sinistra è Sant’Eustachio impegnato in una scena di caccia; quando sta per raggiungere e uccidere il cervo in fuga, nel palco delle corna dell’animale gli appare il volto di Cristo in un nimbo crociato.

I castellani assistono alla scena di caccia

I castellani assistono alla scena di caccia

Il portale

Il bagnato del Bambino e il sogno di Giuseppe

Il bagnato del Bambino e il sogno di Giuseppe

L’archivolto del portale della chiesa è decorato dalle scene ad altorilievo che raccontano i vangeli della nascita di Gesù. Sui conci in basso è scolpita l’Annunciazione con le immagini di Maria, a sinistra, e dell’arcangelo Gabriele, a destra. Nella progressione dei conci vediamo poi la visita di Maria alla cugina Elisabetta, la processione dei Magi che portano i doni, guidati dalla stella, la natività con il bue e l’asino e la scena del primo bagnetto del Bambino.

I capitelli

Il capitello del monaco

Il capitello del monaco

Un gioco di enigmistica sacra è la lettura dei capitelli sulle colonne del portico laterale. Il rebus più avvincente è quello del monaco piegato a terra che combatte contro due draghi che vogliono addentarlo; un’aquila bicipite interviene a salvarlo, artigliando a sua volta coi rostri le teste dei varani. Il monaco combattuto tra la chiesa latina e l’ortodossia? Una scena di tentazione? Un po’ più semplice è la declinazione del bestiario medievale. Sui capitelli appaiono la sirena e un centauro con l’arco. Entrambe sono creature ibride, per metà umane (il busto e la testa) e per metà animali (il cavallo nel centauro e il pesce nella sirena). Sono dunque simboli di un’umanità distorta e corrotta. E poi il gruppo dei monaci con l’abate: il monastero come arca di salvezza nel mondo del vizio? I lavori in corso di ripulitura e restauro aiuteranno certamente a rendere più leggibili questi capitelli.

Il capitello del centauro

Il capitello del centauro

Il ruolo del Fai

Grazie a un bando pubblico promosso nel 2012 dalla provincia di Lecce, proprietaria dell’abbazia, il monumento è stato affidato al Fai (Fondo Ambiente Italiano). Sono attualmente in corso (2016) i complessi interventi di restauro, secondo un progetto pluriennale. Il Fai promette che, al termine dei lavori, l’Abbazia di Cerrate non avrà i caratteri di un semplice museo, ma rivelerà, attraverso la conservazione della stratificazione delle diverse fasi costruttive, la duplice anima di questi luoghi: da un lato verrà raccontata la storia religiosa di un importante centro di monaci basiliani e di un celebre scriptorium, che vede nella mirabile chiesa romanica la sua massima espressione; dall’altro la storia contadina di una masseria pugliese, la cui più importante testimonianza è rappresentata dai frantoi per le spremitura delle olive, ricavati in affascinanti grotte sotterranee scavate nel tufo.

La natività e la visita dei re magi

La natività e la visita dei re magi

(La visita è stata effettuata il 18 luglio 2016)

Gargano. L’architettura agropastorale di Monte Sant’Angelo

Monte Sant’Angelo è città garganica del più grande interesse. Lo è per la sua geografia di città appollaiata su uno spalto roccioso del promontorio del Gargano che guarda verso il mare dall’alto di profondi e inospitali valloni. Lo è per il suo inserimento nel Parco nazionale del Gargano e nel Patrimonio mondiale dell’umanità dell’Unesco. Lo è per la sua storia religiosa originata nella grotta dell’apparizione dell’arcangelo, divenuta attrattore di pellegrini di tutte le epoche. Lo è per la sua urbanistica, giocata sulla combinazione tra edifici religiosi, palazzi delle famiglie agiate e case popolari a schiera. Lo è per la sua natura rupestre scolpita nei sentieri gradinati, nelle cripte affrescate, negli eremi di Pulsano, nelle abitazioni e ovili in roccia, nei monumenti megalitici dei dolmen. Lo è per la sua tipica architettura rurale, frutto dell’integrazione tra l’attività agricola sui campi terrazzati e il pascolo dei caprini e dei bovini. Quella che proponiamo è una facile passeggiata che ha il merito di svelarci il mondo della pietra a secco e dell’architettura spontanea. Con poca fatica sfoglieremo un’antologia delle più caratteristiche tipologie edilizie del mondo agropastorale garganico.

L’itinerario

La passeggiata ha inizio dal piazzale del grande parcheggio situato a pochi passi dal Castello e dal Santuario dell’Angelo. Si esce dalla città percorrendo la stradina piastrellata che si dirama a destra della strada statale per Foggia e che costeggia il muro esterno del Palace Hotel San Michele. Superato l’hotel, la stradina diventa subito sterrata e si allunga assolutamente evidente e rettilinea sulla cresta del Monte.

Il sentiero di Monte Sant'Angelo

Il sentiero di Monte Sant’Angelo

Troveremo sul percorso alcuni cancelletti di paletti e filo spinato anti evasione del bestiame che andranno aperti e accuratamente richiusi dopo il nostro passaggio. I numerosi segnali di vernice gialla sul terreno ci ricordano che ci troviamo sul tratto finale della Via Micaelica, uno dei percorsi della Via Francigena nel Sud. A sinistra si apre lo spettacolo del golfo di Manfredonia e del mare Adriatico.

L’acqua

Il fontanile e l'abbeveratoio

Il fontanile e l’abbeveratoio

Appena sotto il sentiero, notiamo un caratteristico fontanile per l’abbeverata del bestiame. Due vasche di pietra sono alimentate dal vicino pozzo. Lungo tutto il percorso troveremo i cippi con la sigla AP e i tombini di ghisa che ci avvertono che stiamo percorrendo un tratto dell’Acquedotto Pugliese.

Il cippo dell'Acquedotto Pugliese

Il cippo dell’Acquedotto Pugliese

 

La chiesa campestre

Una breve deviazione sulla destra ci consente di risalire alla chiesetta campestre di Santa Maria degli Angeli.

Santa Maria degli Angeli

Santa Maria degli Angeli

L’edificio ha forma rettangolare ed è abbellito da un portale del tredicesimo secolo che ha in lunetta l’immagine scolpita di Maria in una mandorla sostenuta dagli angeli. La chiesa è costruita in posizione spettacolare lungo la panoramica cresta, a cavallo tra il versante marino del golfo di Manfredonia e il versante della Valle Carbonara e della Foresta Umbra.

Le macére

Macèra di confine

Macéra di confine

Tutto il versante della montagna che stiamo attraversando è caratterizzato dal reticolo delle macére. La macéra è un lungo e grosso muro a secco che serve da sostegno al terreno per la formazione delle ‘terrazze’ o per delimitare i poderi. Il territorio di Monte Sant’Angelo è caratterizzato da queste costruzioni a secco che s’inerpicano parallelamente lungo il costone della montagna, facendo da sostegno ai campi terrazzati un tempo coltivati e oggi prevalentemente adibiti a pascolo.

Muraglione di contenimento

Muraglione di contenimento

I pascoli

Una masseria sulla sinistra ci introduce all’osservazione degli animali pascolanti sul pendio del monte. Vediamo un gregge di pecore, che effettua la transumanza verticale tra la pianura e la montagna.

Gregge di capre al pascolo

Gregge di capre al pascolo

Notiamo un allevamento di capre nere di razza Garganica: il folto gregge di capre è disperso tra gli arbusti del declivio e arrampicato sui cespugli per strappare le tenere foglie degli alberelli. Numerose sono le vacche di razza podolica allevate allo stato brado: dal loro latte si ricavano ottimi prodotti caseari come il celebre caciocavallo podolico; sono animali capaci di adattarsi a condizioni ambientali anche molto difficili come i pascoli su suoli poveri e gli arbusteti. Vediamo anche un cavallo al pascolo, accompagnato dal suo puledro.

Lu pagghiére

Il pagliaio (lu pagghiére) è la tipica capanna in pietra a secco con copertura a tholos. Ne osserviamo diverse lungo il nostro itinerario, in maggioranza ormai dirute o col tetto crollato.

Capanna di pietra

Capanna di pietra

Si trovano a margine dei mandorleti, degli uliveti e dei terreni adibiti alle colture di ceci, fave e lenticchie. Presiedono i campi terrazzati, creati dalla pazienza del lavoro contadino per accumulare la terra e preservarla dal dilavamento dei pendii. Fungevano da ricovero d’emergenza per le persone ma soprattutto da deposito degli attrezzi e da luoghi di conservazione del fieno.

Capanna di pietra con copertura di terra

Capanna di pietra con copertura di terra

Hanno forma grossolanamente circolare, con un massiccio basamento di pietre a secco senza malta, una scala laterale e la copertura di lastre di pietra (le chiancarelle), ricoperte di terra per aumentare l’impermeabilità e la coibentazione della capanna.

Il portale architravato e la scala laterale

Il portale architravato e la scala laterale

La casetta

Nella zona è diffusa una variante della capanna in pietra a secco, a forma di casetta rettangolare, mono o bicellulare, con il tetto a due spioventi. Si tratta dell’evoluzione della capanna tonda, verso un modello di ricovero notturno del pastore dotato di un agio maggiore, di un punto-cucina, di un focolare per la caseificazione, di un forno e di un piccolo orto esterno. La casetta diventa così una rustica abitazione temporanea e un rifugio di campagna.

Casetta in pietra

Casetta in pietra

I recinti e gli jazzi

A partire dalle macére di confine, lo spazio del fondo è suddiviso in recinti di pietre a secco, dove gli animali trovano ricovero notturno. Gli stazzi (jazzi) sono situati in discesa nella parte alta del fondo, in modo da consentire il deflusso dei liquami. Recinti particolari, di dimensioni più piccole, sono destinati agli agnelli e ai capretti, oppure agli ovini malati e alle femmine gravide. Sono naturalmente presenti i varchi di accesso, talvolta con muri rastremati, per canalizzare gli animali e sottoporli alla mungitura del pastore.

Recinto rettangolare

Recinto rettangolare

La conclusione dell’itinerario

Dopo circa un’ora di cammino a saliscendi sul sentiero rettilineo si raggiungono le opere recintate dell’Acquedotto Pugliese e le torri dei ripetitori e delle antenne telefoniche. Possiamo fermarci qui e tornare indietro sul percorso dell’andata. È anche possibile, per variare l’itinerario, scendere a sinistra sul ripido stradello verticale di servizio agli impianti e raggiungere la vicina strada asfaltata. Si tratta della strada che collega Monte Sant’Angelo all’abbazia di Pulsano, pochissimo trafficata e amata per il passeggio. In diversa prospettiva vedremo altre capanne di pietra e il paesaggio agropastorale traversato all’andata.

L'area dell'escursione

L’area dell’escursione

A ritroso rientriamo in città percorrendo i tre chilometri scarsi che ci separano dal parcheggio di partenza. Avremo impiegato circa 2-2,30 ore, con un dislivello modesto.

(L’escursione è stata effettuata l’8 giugno 2016)

Vedi anche:

Monte Sant’Angelo rupestre

Gargano. Le grotte di Siponto

Gargano rupestre. Gli insediamenti del lago di Varano

Gargano. Le pietre dei pastori su Monte Calvo