Terni. La visione ultraterrena della famiglia Paradisi

Terni ha fama di città industriale e operaia ma conserva anche piccoli tesori d’arte nascosti in scrigni pudichi. Uno di questi tesori è la Cappella Paradisi, vanto della chiesa di San Francesco, interamente rivestita dagli affreschi che Bartolomeo di Tommaso da Foligno dipinse intorno al 1450 su richiesta della famiglia Paradisi. La visione del mondo ultraterreno è declinata sulle tre pareti: la centrale reca le immagini del Giudizio universale e del Paradiso; la parete di destra è dedicata all’Inferno e la sinistra al Purgatorio e al Limbo.

Il Giudizio finale

Il Giudizio finale

Nella lunetta della parete centrale è descritta la seconda venuta del Signore. Il Cristo appare nella mandorla iridata con un nimbo crociato sul capo e siede sull’arcobaleno della nuova alleanza. Mostra le cinque piaghe del suo sacrificio, benedice con la mano destra gli eletti e con la sinistra allontana i dannati. Intorno a lui fanno corona le schiere degli angeli musicanti con trombe e liuti. Al giudizio divino partecipano gli intercessori: la Madonna, a sinistra, con le mani giunte in preghiera; Giovanni Battista, il precursore, a destra, che indica l’Agnus Dei. Sotto la mandorla sono i tre grandi arcangeli; al centro è Michele, in abiti militari, che comanda le schiere dell’armata celeste e sguaina la spada per l’esecuzione del giudizio divino; a sinistra è l’angelo della misericordia, che regge un giglio; a destra è l’angelo della giustizia che scaccia i dannati con la lancia. Nel cielo paradisiaco, intorno al giudice, sono anche presenti i patriarchi biblici, i giusti dell’antico testamento. Tra questi si riconoscono il patriarca Abramo che reca in grembo le anime dei beati, e il re David, con la corona e la cetra.

Il Paradiso

Il Paradiso

Sotto la lunetta, la folla di beati si accalca davanti alla porta del Paradiso. La porta è chiusa e vigilata da un angelo armato di spada, come ricorda il libro della Genesi: «Dio scacciò l’uomo e pose a oriente del giardino di Eden i cherubini e la fiamma della spada guizzante, per custodire la via all’albero della vita» (Gen 3,24). La guardia d’onore del Paradiso è costituita dagli Apostoli: un’innovazione rispetto alla tradizione iconografica che li vede abitualmente sedere sui troni del tribunale celeste ai lati del Giudice; come pure innovativo è il loro numero: sono infatti quattordici e non dodici, dato che comprendono anche Paolo, ritratto con la spada, e Barnaba. San Pietro apre la porta del cielo con le chiavi conferitegli da Gesù e invita i beati a entrare. A sinistra è il gruppo maschile, con i dottori della Chiesa e i santi fondatori di ordini, preceduti da San Francesco con le stimmate; tra tanti giganti della santità fanno capolino – ritratti in dimensioni molto più modeste – i membri della famiglia Paradisi (nomen omen!). A destra è il gruppo femminile che comprende le donne sante, le martiri e le fondatrici di ordini religiosi. Si riconoscono Chiara d’Assisi (col velo), la Maddalena (dai lunghi capelli biondi), Agata (con la ferita al seno).

L’Inferno

I castighi infernali

La parete di destra, molto danneggiata, è dedicata all’Inferno. Nelle due semilunette in alto, a sinistra e a destra del finestrone, gli angeli guerrieri, armati di spade e di lance, si avventano con violenza sulle anime che prendono progressivamente coscienza della loro condanna e se ne disperano, le raggruppano in un triste corteo e le cacciano violentemente entro le buche infuocate che mettono in comunicazione con l’inferno. La grande immagine in basso descrive la realtà che si cela sotto la crosta terrestre: un confuso percorso di cripte rocciose e di buie caverne che ha come terminale in basso l’antro destinato alla residenza di Lucifero, il re dell’inferno. Un gruppo di diavoli cornuti, con ali da chirottero, accoglie a suon di botte i dannati che precipitano dalle botole verso le quali erano stati spinti dagli angeli vendicatori. I reprobi vengono poi destinati alle celle punitorie. Un diavolo tiene con le molle una moneta arroventata e costringe un avaro a trangugiarla. Un sodomita è impalato su uno spiedo. I lussuriosi sono torturati da sadici diavoli. I golosi sono costretti a distogliere lo sguardo dalle leccornie svelate sul piatto. L’invidioso sputa dalla bocca un serpente velenoso. Gli accidiosi sono costretti all’autolesionismo mentre incassano bastonate dai diavoli. Non manca la pena della caldaia arroventata.

Lucifero

L’acme della ferocia si raggiunge nello spazio di Lucifero. Qui i superbi e i traditori, torturati da viscidi e intraprendenti serpenti, sono portati a spalla dai diavoli e sono buttati in pasto al famelico massacratore. Il grande Satana artiglia i peccatori con le sue mani e le zampe unghiute, li stritola, li divora con la bocca o con i rostri d’aquila che ha sui pettorali e dopo averli ruminati li defeca come supremo oltraggio. Un leone tra le gambe di Lucifero ingurgita altri dannati (in ore leonis).

Il Purgatorio

Il Purgatorio

La parete di sinistra descrive la visione del Purgatorio in modo speculare alla visione infernale visibile sull’opposta parete. Anche il Purgatorio è strutturato in un sistema ipogeo di caverne sovrapposte, brulicanti di peccatori. Si riconoscono dalle scritte le prigioni che ospitano gli accidiosi, i vanagloriosi, gli avari, gli iracondi e i lussuriosi. Ma è radicalmente diverso l’atteggiamento dei purganti rispetto ai dannati di fronte: non sono disperati, anche se qualche volta appaiono affranti per il protrarsi della pena; la maggioranza è in atteggiamento di attesa e di preghiera; e in molti di loro il volto brilla della speranza per una imminente liberazione. Al posto dei diavoli torturatori l’aere è popolato di angeli misericordiosi e premurosi che si lanciano in picchiata sulle anime ormai purificate per sollevarle dal fondo delle loro sofferenze, aiutarle a uscire dagli avelli del purgatorio, sostenerle nell’incerta ascesa verso il paradiso, traghettarle su nuvole a forma di vascello volante e addirittura spingerle con decisione a sfondare i sette cieli per raggiungere la beatitudine della visione di Dio.

Il Limbo

La risurrezione dei morti e il Limbo

Sul margine alto del Purgatorio vi è ancora un luogo ultraterreno, che il pittore ha voluto inserire nella sua visione dell’oltretomba. Questo luogo è il Limbo, che nella tradizione accoglie le anime dei giusti non cristiani. La bella figura del Cristo vittorioso impugna il vessillo reale, sfonda le porte infere e invita i carcerati a uscire per godere della loro meritata libertà. Il corteo dei progenitori Adamo ed Eva, dei patriarchi, dei re giusti, fino ad arrivare a Giovanni Battista, si avvia così a godere della visione beatifica di Dio.

Enoc, Elia e i profeti

I profeti Isaia, Giona ed Ezechiele

L’articolata iconografia dei luoghi dell’aldilà si completa con le immagini dipinte nel sottarco e sulla parete d’ingresso. Nel sottarco – quasi a introduzione dei temi descritti nella cappella – compaiono le immagini dei profeti che ci hanno trasmesso la descrizione del “giorno di Jahve”: Geremia, Daniele, Malachia, Isaia, Giona, Ezechiele. Sulla parete d’ingresso, sopra l’arco, il pittore ha voluto forse porre la rarissima immagine del patriarca Enoc e del profeta Elia. Secondo il racconto biblico Enoc ed Elia non sono morti ma sono stati trasportati vivi in cielo e posti a guardia del Paradiso terrestre. Ed è nell’Eden, serenamente distesi in ambiente bucolico, che oggi li vediamo attendere il giorno del giudizio universale.

(Visita la sezione del sito dedicata alle visioni dell’aldilà nell’arte)

Roma. L’aldilà di Dante illustrato dai Nazareni

Il Casino Giustiniani Massimo al Laterano, in Via Boiardo a Roma, è una villa seicentesca fatta erigere dal marchese Vincenzo Giustiniani come suo “ritiro di campagna” dove cercare svago e riposo. Passata alla famiglia Massimo, tra il 1817 e il 1829 le sale al pianterreno furono interamente decorate dai pittori Nazareni, che diedero vita a una sintesi sublime della grande civiltà letteraria italiana attraverso rappresentazioni tratte dalle sue opere più emblematiche: la Commedia di Dante, l’Orlando Furioso di Ariosto e la Gerusalemme Liberata di Tasso. Dal 1948 il Casino è di proprietà della Custodia di Terrasanta, provincia religiosa dell’Ordine dei Frati Minori francescani. Grazie ai Nazareni, e in particolare a Philipp Veit e Joseph Anton Koch, oggi possiamo ripercorrere il viaggio che portò Dante nei tre regni dell’aldilà – l’inferno, il purgatorio e il paradiso – semplicemente aggirandoci in una stanza.

La selva oscura

La selva oscura

Dante sogna di smarrirsi in una foresta fitta e spaventosa e sul far dell’alba di ritrovarsi ai piedi di un colle illuminato dai primi raggi del sole nascente. L’ascesa al colle gli è impedita da tre belve, una lonza, un leone e una lupa, fino a che non viene soccorso da Virgilio. Le tre belve rappresentano allegoricamente i tre peccati bestiali che secondo Dante sarebbero la causa della corruzione della società dei suoi tempi (la lussuria, la superbia e l’avidità).

L'Inferno

L’Inferno

La vasta scena dell’Inferno è di grande impatto visivo. Al centro “stavvi Minòs orribilmente, e ringhia: essamina le colpe ne l’intrata; giudica e manda secondo ch’avvinghia”. Ai piedi di Minosse, giudice infernale, stanno in ginocchio le anime dei dannati. Flagellati dai demoni, essi ascoltano la sentenza e si disperano.

Dante e Virgilio su Gerione

Dante e Virgilio su Gerione

Dante e Virgilio sono trasportati in volo da Gerione, “la fiera con la coda aguzza, che passa i monti, e rompe i muri e l’armi! Ecco colei che tutto ’l mondo appuzza! (…) La faccia sua era faccia d’uom giusto, tanto benigna avea di fuor la pelle, e d’un serpente tutto l’altro fusto”.

Il serpente Cianfa e il ladro Agnolo

Il serpente Cianfa e il ladro Agnolo

Nel canto venticinquesimo un ramarro si lancia contro un dannato, gli si aggrappa al ventre con la coppia di zampe centrali (“Co’ piè di mezzo li avvinse la pancia” – v. 52), con quelle anteriori alle braccia (“e con li anterïor le braccia prese;”, v. 53) e con il muso gli morde la faccia (“poi li addentò e l’una e l’altra guancia;” – v. 54).

Il Conte Ugolino

Il Conte Ugolino

Nell’angolo in basso a sinistra assistiamo al gesto disperato del conte Ugolino che morde l’arcivescovo Ruggieri (“La bocca sollevò dal fiero pasto / quel peccator, forbendola a’ capelli / del capo ch’elli avea di retro guasto” – XXXIII, 1-3).

Cerbero e i golosi

Cerbero e i golosi

Tra gli altri demoni vediamo ancora Caronte con la sua barca e Cerbero, il cane dalle tre teste. Cerbero, fiera crudele e mostruosa – aveva gli occhi iniettati di sangue, la barba unta e lercia, il ventre dilatato e le mani artigliate -, latrava con tre gole sopra le anime dei golosi sommerse dalla pioggia e le graffiava, le scuoiava, le squartava.

Gli scismatici

Gli scismatici

Vediamo poi quelli che, da vivi, seminarono discordie e scismi; per la legge del contrappasso sono divisi in due e fatti a pezzi a colpi di spada. Il dannato con la testa spaccata è Alì, cugino di Maometto e fondatore della setta degli sciiti.

L'arrivo al Purgatorio

L’arrivo al Purgatorio

Si passa poi al Purgatorio, vigilato dall’angelo guardiano, seduto sul trono, con la spada e con le chiavi. Ai lati vediamo il serpente messo in fuga dagli ‘astori celestiali’ nella valletta dei principi e la contesa tra l’angelo e il demonio per l’anima di Buonconte. L’angelo nocchiero – al canto del salmo centotredici “In exitu Israel de Aegypto” – trasporta le anime su una navicella fino alla spiaggia dell’Antipurgatorio: “Poi, come più e più verso noi venne l’uccel divino, più chiaro appariva: per che l’occhio da presso nol sostenne, ma chinail giuso; e quei sen venne a riva con un vasello snelletto e leggero, tanto che l’acqua nulla ne ‘nghiottiva. Da poppa stava il celestial nocchiero, tal che faria beato pur descripto; e più di cento spirti entro sediero”.

L'espiazione delle pene in Purgatorio

L’espiazione delle pene in Purgatorio

Sono quindi descritte le punizioni cui sono sottoposti coloro che si macchiarono nella vita dei sette peccati capitali: superbia, invidia, ira, accidia, avarizia, gola, lussuria. Il superbo Omberto Aldobrandeschi sconta il suo peccato sotto un pesante macigno su cui appare la scritta “Te Deum laudamus”. Al termine delle sofferenze di espiazione, i purganti sperano di salire al Cielo, come annunciato dall’angelo in alto: “Venite benedicti Patris mei”.

Il Paradiso

Il Paradiso

La volta descrive l’empireo dantesco. Tutt’intorno si individuano i personaggi che Dante incontra nella sua ascensione. Al centro è la visione trinitaria del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Maria in trono, tra gli angeli, ascolta la celebre preghiera che Bernardo, nel suo candido abito cistercense, le rivolge: “Vergine Madre, figlia del tuo figlio, umile e alta più che creatura, termine fisso d’etterno consiglio, tu se’ colei che l’umana natura nobilitasti sì, che ‘l suo fattore non disdegnò di farsi sua fattura”.

Inferno e Paradiso a Fonni

La risurrezione dei morti e l'inferno

La risurrezione dei morti e l’inferno

Fonni si fa amare dagli escursionisti per la sua prossimità a monti importanti come il Gennargentu e lo Spada e per i valori naturalistici della Barbagia. Le sue tradizioni, il museo della vita pastorale, i murales, i siti archeologici, ne costituiscono ulteriori attrattori culturali e turistici. Il suo santuario della Madonna dei martiri, all’interno della cittadella francescana dei Minori Osservanti, si propone anche come tappa interessante per lo studio delle immagini dell’aldilà. Nella cappella il pittore Gregorio Are ha dipinto nel 1757 le scene dei tre regni oltremondani: il Paradiso, il Purgatorio e l’Inferno.

Lucifero in trono

Lucifero in trono

La visione dell’Inferno, quasi fumettistica, denuncia un gusto popolaresco per il grottesco e per la deformazione caricaturale dei personaggi. La scena è ambientata in ore leonis, nella bocca spalancata del Leviatano biblico, una bocca armata da venti denti incisivi e da trentatre canini. Nell’ambiente arroventato dalle fiamme si muovono tre gruppi di personaggi: i dannati, i diavoli e il bestiario.

La punizione del superbo

La punizione del superbo

Gli animali collaborano strumentalmente con i diavoli alla punizione dei peccatori. Se ne distinguono tre tipi: gli alati draghetti sputafuoco che svolazzano nell’aere livido e irrogano pene soprattutto psicologiche, come quel richiamo all’eternità dell’espiazione (“in eternum…in eternum”); il secondo gruppo è costituito da viscidi rettili come i rospi e gli intraprendenti serpentelli che si divertono a morsicare e a strangolare i peccatori; il terzo gruppo è formato da draghi cinocefali che abbaiano rabbiosamente e azzannano agli arti i dannati.

La pena dell'avaro

La pena dell’avaro

I diavoli hanno fisionomie più grottesche che spaventose; i loro corpi hanno colori scuri come il marrone o il verde, le tradizionali corna sul capo, le zanne cinghialesche in bocca ed eruttano fuoco e vapori dalla gola e dalle orecchie; esemplare è la figura di Lucifero, dotato di zoccoli e unghie, che sovrintende all’inferno appollaiato su un seggiolone dotato di protomi di drago.

Il lussurioso

Il lussurioso

I dannati hanno tutti un aspetto terrorizzato e allucinato; hanno le bocche spalancate e la lingua penzoloni nella spasmodica ricerca d’aria per il deficit di ossigeno in un ambiente dal calore asfissiante; hanno gli occhi fuori dalle orbite e i capelli ritti per il terrore delle visioni e il dolore delle torture.

Il vizio dell'ira

Il vizio dell’ira

A ciascun dannato è associato uno dei sette vizi capitali. L’iracondo, con una freccia in fronte, compie gesti autolesionistici.

La pena del goloso

La pena del goloso

Il lussurioso è scarnificato da unghie diaboliche, assalito da rospi e costretto ad accarezzare il corpo del diavolo mentre ne subisce il bacio oltraggioso. L’avaro ha ancora in mano il sacchetto con il tesoro delle sue amate monete ed è azzannato da molteplici mostri.

L'invidia

L’invidia

Il goloso è imboccato da un diavolo con una forchetta e costretto a ingoiare un rospo repellente. Il superbo ha uno scorpione sul viso e la lingua strappata da un diavolo. L’invidioso è morso da un serpente sulla lingua. L’accidioso è stimolato dal forcone di un diavolo e morso da mostri.

L'accidioso

L’accidioso

La visione del Purgatorio è anch’essa ambientata tra le fiamme; tutt’altro è però l’atteggiamento dei purganti. Pur immersi nel fuoco, essi hanno tutti gli occhi rivolti al cielo ed esprimono la preghiera di veder ridotto il tempo di espiazione della pena.

Un re in purgatorio

Un re in purgatorio

Tra di essi si riconoscono preti tonsurati, vescovi con la mitria, sovrani con la corona, religiosi con la chierica. Un angelo scende dal cielo a raccogliere un’anima che ha terminato l’espiazione, per condurla in paradiso. Il pittore ha voluto descrivere tre interventi divini che i vivi possono intercedere a favore delle anime del Purgatorio. Il primo, al centro, è l’intervento della Madonna del Carmine: molti purganti portano lo Scapolare del Carmine per assicurarsi la protezione di Maria e la sua intercessione per una sollecita liberazione dal Purgatorio. Il secondo intervento, a sinistra, è quello di San Francesco d’Assisi, simbolizzato dal cordone con i tre nodi che viene allungato ai purganti per liberarli dalla pena. Il terzo intervento, a destra, è quello di papa Gregorio che allude al beneficio delle Messe gregoriane da celebrare a favore delle anime purganti.

Un vescovo tra le anime del purgatorio

Un vescovo tra le anime del purgatorio

La visione del Paradiso è introdotta dalla doppia scena della risurrezione dei morti. Quattro angeli fanno risuonare le loro trombe ai quattro angoli del mondo e chiamano i morti al giudizio divino, indicando loro col dito il giudice nell’alto dei cieli (“surgite mortui, venite ad iudicium”). I morti si sollevano dalle tombe dov’erano inumati e si rivolgono al cielo esprimendo nella postura delle braccia la preghiera e la speranza della salvezza eterna.

Il paradiso

Il paradiso

In alto, in un cerchio di nubi, siede la Trinità. L’immagine è quella convenzionale dell’anziano Padre, del giovane Figlio con la croce e della colomba dello Spirito Santo. Maria, la Madre di Gesù, e San Giovanni Battista intercedono a favore dell’umanità risorta. Coerentemente con la dedicazione della basilica il Paradiso dei beati è popolato dalla gran folla dei Martiri. Essi sventolano la palma della vittoria ed esibiscono gli strumenti del loro martirio.

La schiera dei santi

La schiera dei santi

Visita sul sito la sezione dedicata alle Visioni dell’Aldilà in Italia.

Cremona. Apoteosi e incubo al Museo civico

Il Giudizio universale nella Pinacoteca di Cremona

Il Giudizio universale nella Pinacoteca di Cremona

Magari non sarà un capolavoro. E non v’è neanche certezza su quale pittore cremonese ne sia l’autore. Ma questa tela seicentesca del Giudizio universale esposta al Museo civico Ala Ponzone di Cremona si fa ricordare come un’eccezionale stimolatrice di curiosità, un panoramico volo d’uccello sullo straordinario affollamento dei luoghi dell’aldilà, lo spaccato di un formicaio ultraterreno da osservare con la lente dell’entomologo, un verminaio di mostruosità diaboliche, un paziente esercizio di who’s who della santità.

La geografia dei luoghi è articolata su tre livelli: il cielo, la terra e l’underworld. Questi tre luoghi comunicano tra loro in vario modo, grazie a cavità, varchi e creature vettoriali. Vi sono descritti fenomeni fisici e atmosferici complessi: dalla luce più incandescente al buio completo, addensamenti nuvolosi, spettri iridati, correnti ascensionali e discendenti, un planetario, estesi campi flegrei, vulcanismo.

Il Cristo giudice e il Paradiso

Il Cristo giudice e il Paradiso

Il primo zoom si concentra sul Cielo e sui personaggi che stazionano al di sopra delle nuvole. Sullo sfondo è la struttura concentrica dei sette cieli. La luce solare dell’empireo investe la fascia nuvolosa e crea l’arcobaleno. Sull’arco iridato scende a sedersi Gesù. È la sua seconda venuta sulla terra. Viene a pronunciarvi il giudizio finale sull’umanità. La sfera terrestre gli fa da suppedaneo, a simbolizzare la signoria divina sul creato. L’ampia fascia di rispetto intorno alla sua figura è violata solo da Maria, sua madre, in ginocchio ai suoi piedi, che impetra la misericordia giudiziale del figlio. Poco lontano è il secondo intercessore, Giovanni il Battista il precursore, col mantello rosso simbolo del martirio e la tunica eremitica di pelle di cammello. Fa da corona al giudice una sorta d’avanguardia della moltitudine dei cori celesti. Sono gli angeli che mostrano al pubblico planetario gli strumenti della passione di Gesù (la croce, la corona di spine, la lancia, la canna con la spugna, la scala, la colonna, i flagelli), a significare che il suo estremo sacrificio ha portato la salvezza agli uomini. Sotto il giudice è insediato il tribunale celeste formato dagli apostoli; ciascuno di loro è riconoscibile dal suo tradizionale attributo: la croce di Andrea, il bastone da pellegrino di Giacomo, la spada di Paolo, l’alabarda di Mattia, il bastone di Giuda Taddeo. Tutt’intorno si distende concentricamente il Paradiso dei santi. Le nuvole offrono nicchie e spalti, sui quali si affollano i beati. I patriarchi biblici sono rappresentati da Mosè (a sinistra, con le tavole della legge in mano e i corni di luce sul capo) e dai progenitori Adamo, Eva e il piccolo Abele (a destra, dietro il Battista, con la cintura di foglie di fico). I rami di palma identificano lo stuolo dei martiri: si riconosce la figura di Lorenzo, con la graticola. Di rilievo è la presenza dei santi fondatori di Ordini religiosi: a sinistra si concentrano Benedetto e la sorella Scolastica, Domenico di Guzman, Ignazio di Loyola e Francesco Saverio, Francesco d’Assisi. Due popolari santi sono in particolare evidenza: dietro Francesco vediamo Luigi IX, che ha deposto la corona di re di Francia e indossa l’abito da penitente con la cenere sul capo; a destra vediamo Chiara da Montefalco con l’abito da monaca agostiniana, il giglio e la bilancia nelle mani.

Gli angeli trombettieri

Gli angeli trombettieri

Cambiamo ora scenario e dal cielo scendiamo sulla terra. Gli angeli squillano le trombe, offrono palme e corone di fiori e stendono un lungo cartiglio che annuncia una giustizia retributiva meritocratica, basata su ricompense legate ai comportamenti più o meno virtuosi (diversa meritorum stipendia).

La risurrezione dei morti

La risurrezione dei morti

Al suono delle buccine, come d’incanto, si risvegliano i morti, si aprono le tombe, gli scheletri si rianimano, splendidi corpi nudi si sollevano. Nell’immensa e luminosa valle di Giosafat, i morti risorti si raccolgono in un lungo corteo.

L'ascensione dei beati

L’ascensione dei beati

Guidati da angeli luminosi i beati levitano da terra e ascendono progressivamente verso il cielo. Sul fronte opposto vediamo la caduta dei dannati. Angeli sterminatori brandiscono minacciosamente spade fiammeggianti e scacciano i dannati dentro un geyser di fuoco che rifluisce nelle cavità infernali.

Il Purgatorio

Il Purgatorio

Sul margine sinistro è situato il Purgatorio. La sua è una posizione geografica simbolica: le fiamme sono quelle sotterranee dell’Inferno ma il tetto è aperto verso l’alto, a sottolinearne il carattere di pena temporanea, la finalità della purificazione, la speranza della gioia futura. I volti dei purganti non esprimono disperazione; pur nella sofferenza c’è preghiera, speranza, attesa fiduciosa. E la fine della pena arriva con l’atterraggio misericordioso di due angeli, inviati dall’alto a liberare chi ha espiato la pena e a portarlo in cielo.

I dannati

I dannati

Scendiamo ora sotto la crosta terrestre, nell’Inferno sotterraneo, dove sono allestiti i campi di sterminio dei dannati. Le scene che vediamo sono un continuo pugno nello stomaco.

Le pene infernali

Le pene infernali

L’incubo prende la forma dei mostri: il mostruoso mascherone dalla bocca aperta e dagli occhi ruotanti, sorta di Bocca alla Verità alla rovescia; la bocca irta di denti e la gola spalancata del Leviatano ingoiatore; l’immensa testa di anaconda che sbuca dalla melma e risucchia un dannato; il ghigno cattivo del tirannosauro; il drago cornuto volante che sputa fiamme e fetore; la gigantesca tarantola avvelenatrice che scende silenziosa dall’alto.

Il diavolo con la tromba

Il diavolo con la tromba

Ai mostri si accompagna la manovalanza dei diavoli: l’indimenticabile demone dagli occhi incandescenti che suona un corno assordante che erutta fuoco, parodia dell’angelo tubicino; la diavolessa, megera dalle orbite cave e priva di denti, orrida Arpia dai seni flaccidi e dalle lunghe unghie rapaci; i demoni cinocefali che latrano la loro rabbia azzannatrice; i demoni cornuti, dalle ali da chirottero e dal becco ricurvo, teratologici, prognatici, deformi, vampireschi.

Il superbo e l'arpia

Il superbo e l’arpia

E poi le pene del contrappasso, le esecuzioni, una rassegna di strumenti di tortura e di forme di accanimento penale: le catene, le mazze chiodate, i lanciafiamme, i serpenti velenosi, l’impalamento, l’evirazione, la ruota dentata che scarnifica i corpi, il forcone che spappola l’occhio, l’eviscerazione addominale, i corpi lessati nell’immenso pentolone sul fuoco.

La pena della ruota dentata

La pena della ruota dentata

E infine loro, i dannati. Catatonici, smarriti, spaventati, inerti, annichiliti, umiliati. Molti indossano i simboli del loro vizio capitale: la corona regale dell’orgoglio e della superbia, i gioielli della vanità e della lussuria, il turbante dello scisma e della persecuzione. Non hanno avuto pietà in vita, ora fanno veramente pietà.

Il calderone infernale

Il calderone infernale

Visita la sezione del sito dedicata alle visioni dell’Aldilà: http://www.camminarenellastoria.it/index/VISIONI_ALDILA.html

La gola del Leviatano

La gola del Leviatano

Mantova. I quattro regni dell’Aldilà in Sant’Andrea

Dannato condotto all'inferno

Dannato condotto all’inferno

La basilica mantovana di Sant’Andrea fu progettata al tempo dei Gonzaga da Leon Battista Alberti, e fu poi realizzata da Luca Fancelli e completata da Filippo Juvara, che costruì la cupola. Con la sua navata unica, dilatata da profonde cappelle laterali e con la maestosa volta a botte, servì da modello per numerose chiese posteriori. Custodisce la reliquia di alcune gocce del sangue di Cristo, che la tradizione vuole portate da Longino, il soldato romano che trafisse con la propria lancia il costato di Gesù per accertarsi che fosse morto. Il nostro interesse si concentra su due cappelle che si fronteggiano all’inizio della navata e sulla cupola, che propongono immagini dei regni dell’aldilà secondo la visione controriformista dominante nel tardo Cinquecento. La cappella di sant’Antonio, seconda di destra, ha sulle pareti la rappresentazione del Paradiso, del Purgatorio e dell’Inferno, opera di Benedetto Pagni nel 1570. La cappella di San Silvestro ha sulla parete sinistra una rappresentazione del Limbo dei Padri, opera di Fabrizio Perla nel 1575. La cupola è affrescata con un Paradiso, opera di Giorgio Anselmi.

L'Inferno

L’Inferno

La traduzione iconografica che Pagni propone dell’Inferno ha una sua originalità. L’Inferno è una città circondata da alte mura megalitiche, alzate senza legante sovrapponendo blocchi di pietra squadrati. Oltre agli accessi dall’alto, le mura hanno due ingressi a forma trapezoidale, di diversa altezza. L’urbanizzazione dell’inferno non è una novità se si pensa alle immagini classiche della Babilonia infernale o della città di Dite, ma le mura poligonali costruite con enormi blocchi calcarei sovrapposti a secco sono indubbiamente una scelta iconografica originale.

Le mura della città infernale

Le mura della città infernale

Le pietre megalitiche della città infernale hanno anche un significato allegorico: esse recano infatti scolpito il nome dei peccati mortali puniti. La lista dei peccati è interessante perché costituisce una spia delle concezioni morali del tempo. Sono indicati solo tre dei classici vizi capitali: la superbia, l’avarizia e la lussuria; seguono le contravvenzioni ai comandamenti più noti del Decalogo: l’adulterio, la blasfemia, l’omicidio. Si aggiungono i cauchemar dell’epoca: l’eresia, l’infedeltà, il falso giuramento, l’usura e il sacrilegio. Per tutti i peccatori dannati vale l’avvertimento dantesco inciso sull’architrave della porta centrale: lasciate ogni speranza o’ voi ch’entrate.

La caduta dei dannati

La caduta dei dannati

L’ingresso dei dannati all’inferno non avviene certo spontaneamente ma solo al termine di una lotta selvaggia con i diavoli. I dannati sono strattonati, trascinati, caricati sulle spalle, avvinti e cinturati sulle diverse parti del corpo, arpionati con i rampini, infilzati don i forconi, bastonati, lapidati, fino al cessare di ogni resistenza ormai vinti dalle fiamme infernali. Alla base del dipinto una lunga scritta in versi funge da didascalia all’immagine: mortal contempla qui l’oscuro inferno / da le cui pene mai si ha riscatto / d’atroce foco e pien d’horror eterno / sol per affliger corpi et alme fatto. / Pianti stridi tormenti e duol interno / la prova sempre uguale al suo misfatto / in mezzo a spirti rei quel peccatore / che qui mal opra e nel peccato more.

Il Paradiso e il Purgatorio

Il Paradiso e il Purgatorio

Pagni combina in un unico affresco il Purgatorio e il Paradiso. In una logica bottom-up, il legame tra i due regni dell’aldilà è rappresentato dalle anime che hanno completato il loro periodo di purificazione e che salgono al Cielo. Pagni privilegia quindi un’idea del Purgatorio inteso come anticamera e sala d’aspetto del Paradiso, piuttosto che accentuarne il carattere di succursale a tempo determinato dell’Inferno. La didascalia scritta sul fondo del dipinto esprime tutta l’ambivalenza del focus purgatorius; essa recita: Questi son gli ampii e tenebrosi regni / che nel centro stan chiusi della terra. / Eguali in pene a Dite ma con sdegni / non s’arman contra a Dio d’eterna guerra. / Né questi come quei al tutto indegni / son, di goder quel ben che mai non erra. / Ma quando havran patito in gelo e in fuoco / mutaran miglior stato, e miglior luoco.

Il Purgatorio

Il Purgatorio

Il Purgatorio mantovano è immaginato come un’ampia fossa, con altissime fiamme tra le quali staziona una gran folla di uomini e donne. Molti volti esprimono il disagio e la sofferenza, ma la maggioranza dei purganti alza gli occhi al cielo in attesa di un liberatorio intervento divino. La liberazione dei prigionieri è opera degli angeli scesi dal cielo. Ne vediamo le diverse fasi: un primo angelo porge la mano a un uomo ancora tra le fiamme; un secondo angelo fa salire un anziano sul velo; altri due angeli sostengono in volo una donna inginocchiata; più in alto una coppia di angeli ha ormai raggiunto il cielo con una nuova beata; una piccola folla di angeli staziona sulle nuvole in attesa delle disposizioni divine sui prigionieri da liberare.

Il Paradiso

Il Paradiso

Il Paradiso è rappresentato in modo convenzionale. Gesù giudice, avvolto in un ampio mantello, siede sulle nuvole del Cielo alla destra del Padre, sullo sfondo dell’empireo luminoso e dei sette cieli. In segno di signoria sul creato Dio Padre poggia la mano sul globo terrestre dal quale si leva la croce della salvezza. Il Figlio porge la mano all’accoglienza dei beati, circondato da uno stuolo di angeli che esibisce gli strumenti della Passione: i tre chiodi, la croce, la corona di spine, il flagello, la colonna, la canna con la spugna. Più in basso, seduti su due tribune di nuvole, i santi affollano il Paradiso celeste. In prima fila sulla tribuna sinistra vediamo Maria, la madre di Gesù, seguita dall’apostolo Pietro (con le chiavi), dal re Davide (con l’arpa) e da San Paolo (con la spada del martirio). Sulla tribuna opposta siedono San Lorenzo (con la graticola) e Mosè (con le tavole del Decalogo).

Il Limbo dei Padri

Il Limbo dei Padri

La rappresentazione dei regni dell’Oltretomba si completa con la visione del Limbo nella cappella di San Silvestro. Il pittore Fabrizio Perla ha descritto la discesa di Cristo agli inferi, evento che il Credo colloca nel tempo compreso tra la morte e la risurrezione. Secondo la tradizione Gesù sarebbe sceso al Limbo per liberare le anime dei Giusti dell’antico testamento. Il Limbo non è un luogo sotterraneo ma un paesaggio di rovine di un’antica città decaduta. Abbattute le porte del confine, Gesù pianta il vessillo della vittoria sulla morte. Lo circondano vecchie barbe sapienziali. Si riconosce il buon ladrone Disma con la sua croce, cui Gesù ha promesso di portarlo con sé in Paradiso. Le figure in maggiore evidenza sono tuttavia quelle dei progenitori: Adamo ed Eva, che hanno i fianchi cinti da un serto di foglie, e il figlioletto Abele, che si aggrappa teneramente alle gambe della madre.

Adamo, Eva e il piccolo Abele

Adamo, Eva e il piccolo Abele

Ci spostiamo ora sotto la grande cupola dello Juvarra. Alzando gli occhi possiamo ammirarvi l’immensa Gloria del Paradiso affrescata in forme tardobarocche da Giorgio Anselmi alla fine del Settecento.

La cupola di Sant'Andrea

La cupola di Sant’Andrea

La visione è altrettanto convenzionale ma certamente molto più potente di quella un po’ scialba e piatta di Pagni. La divina Trinità presiede la comunione dei santi e la risurrezione dei morti. Il Padre e il Figlio allargano le braccia per accogliere la moltitudine dei beati. La Madre di Gesù siede vicina. Appena più in basso vediamo San Longino che indica la città di Man­tova, personificata in una nobildonna, con una co­rona tur­rita sul capo, seduta ac­canto alle ampolle del san­gue di Gesù. Si riconoscono alcune figure di Apostoli (Pietro, Giovanni e Andrea) e di patriarchi biblici (Adamo ed Eva, Noè con l’arca e i tre figli, Mosè con le tavole della legge, il re Davide con la cetra). Colpisce la moltitudine di angeli, presenti dappertutto. Alcuni di loro circondano la Trinità e mostrano ai risorti gli strumenti della passione di Gesù. Un girotondo di angeli compone un festone decorativo alla base della lanterna.

La Trinità

La gloria del Paradiso

Visita la sezione del sito dedicata allle visioni dell’aldilà: http://www.camminarenellastoria.it/index/VISIONI_ALDILA.html

Gais. Speranza e disperazione tra le croci del cimitero

Il Giudizio universale

Gàis. Il Giudizio universale

Gáis si trova in Val di Túres, lungo il torrente Aurino, a nord di Brunico e della Val Pusteria. Tra le case oltre il fiume si raggiunge la chiesa parrocchiale di San Giovanni evangelista, originariamente di età romanica e poi rimaneggiata in epoca tardo-gotica, dotata di tre navate e abside semi-circolare. Nel vicino cimitero una cappella mortuaria è decorata da un’ampia scena del Giudizio universale. La scelta di illustrare questo tema biblico proprio tra le tombe del cimitero ha l’evidente intento di dare un conforto e una speranza ai vivi che vengono qui per piangere i loro morti. La speranza che un giorno tutti risorgeremo e che potrebbe aprirsi per loro e per noi la porta del cielo nutre il senso cristiano della fine. Il messaggio è rafforzato dal vicino affresco che descrive i cristiani in preghiera con l’intento di accelerare la liberazione delle anime dalle fiamme del sottostante Purgatorio e la loro ascesa al cielo tra le braccia degli angeli.

Il suffragio per le anime in Purgatorio

Il suffragio per le anime in Purgatorio

La rappresentazione del Giudizio finale risale ai primi del Cinquecento e segue il modulo convenzionale. Gesù scende da regno dei cieli attraverso il varco della mandorla e siede sull’iride della nuova alleanza; il capo è nimbato e il rosso mantello che ne avvolge il corpo lascia visibili i fori dei chiodi e la ferita del costato; la doppia sentenza del giudizio è descritta con la postura delle mani: la destra accoglie i beati con il gesto della benedizione, mentre la sinistra invia lontano da sé i dannati. Immediatamente sotto il Cristo giudice, i dodici apostoli sono schierati per esercitare la loro funzione di tribunale celeste; molti di loro sono facilmente riconoscibili dai loro tradizionali attributi: Pietro con le chiavi, Giovanni con il calice, Bartolomeo con il coltello, Giacomo col bastone da pellegrino. In basso, al centro, in campo lungo, i morti risorgono dai loro sepolcri, liberandosi dal sudario che li avvolge; a risvegliarli dal sonno eterno è lo squillo delle trombe suonate dai due angeli trombettieri raffigurati sui risvolti dell’arco ogivale; usciti dalle tombe i risorti apprendono il loro destino di salvezza o di condanna ed esplicitano le loro emozioni di gioia o di costernazione. In basso a sinistra è raffigurata la città celeste, a due moduli, con una torre dotata di bifora. Attraverso un ampio e luminoso ingresso San Pietro e l’angelo introducono i salvati nel luogo della beatitudine. Speculare è la scena dell’Inferno: sullo sfondo della città di Dite un angelo sferza violentemente i dannati e li spinge verso la porta dell’eterna perdizione; qui i diavoli sono pronti a incatenare i reprobi e a condurli alle rispettive punizioni.

Il Paradiso e la resurrezione dei morti

Il Paradiso e la resurrezione dei morti

L'Inferno

L’Inferno

L'angelo trombettiere

L’angelo trombettiere

Albenga. La geografia dell’aldilà nella chiesa di San Bernardino

L'affresco dei fratelli Biazaci

L’affresco dei fratelli Biazaci

Siamo ad Albenga, in Liguria. Dalla centrale Piazza del Popolo si supera il ponte in ferro sul fiume Centa e si segue il vecchio tracciato urbano della Via Aurelia. Pochi passi sulla via Piave e una deviazione a destra sulla via Raffaello e poi su via Donatello conducono alla piazza di San Bernardino. La chiesa, dedicata al popolare santo senese, è officiata e visitabile, mentre il vicino convento, già carcere, è stato riutilizzato per ospitarvi i servizi comunali. Entrati nella navata della chiesa ci fermiamo davanti al dipinto sulla parete destra che precede il presbiterio. Il grande affresco rompe con la tradizionale composizione del Giudizio universale o piuttosto la ridimensiona nettamente e propone invece un’ampia geografia dei luoghi dell’aldilà (la città celeste murata e turrita, la vasca fiammeggiante del purgatorio, la prigione in caverna del limbo dei pargoli, i magazzini sotterranei dell’inferno compartimentato, le strade percorse dalle carovane dei viziosi). Ne sono autori i fratelli Tommaso e Matteo Biazaci di Busca, che lo realizzarono nel decennio compreso tra il 1474 e il 1483, alternandosi con il santuario di Montegrazie, dove dipinsero un soggetto del tutto analogo e quasi sovrapponibile. La composizione si articola in quattro fasce orizzontali sovrapposte. Il registro superiore è dedicato alle scene del Giudizio e alle immagini del Paradiso, del Purgatorio e del Limbo. La seconda fascia è dedicata all’Inferno ed è suddivisa in sette riquadri. La terza fascia rappresenta la cavalcata dei vizi capitali e il gruppo delle virtù. L’ultima fascia, in basso, è di difficile lettura a causa della quasi totale scomparsa delle immagini.

Il Cristo giudice, con gli intercessori e i santi innocenti

Il Cristo giudice, con gli intercessori e i santi innocenti

In alto il Cristo parusiaco appare nei cieli all’interno della tradizionale ‘mandorla’, sostenuta da sei cherubini e serafini. Regalmente abbigliato e col nimbo crociato sul capo, siede a braccia levate sull’arcobaleno della nuova alleanza tra il cielo e la terra, simboleggiata dalla sfera sottostante. Gli fanno corona sei angeli in piedi che suonano un concerto celestiale con gli strumenti musicali del tempo (il flauto, la viola, l’arpa). Presenziano al giudizio gli intercessori: Maria, la madre di Gesù e Giovanni Battista, in ginocchio, impetrano a mani giunte la misericordia divina. Tra i due intercessori appare un folto gruppo di bambini, raffigurati nudi o ancora in fasce e a mani giunte: sono i Santi Innocenti, i bimbi fatti uccidere da Erode nel tentativo di eliminare il neonato Gesù e che ora chiedono giustizia per il sangue versato.

Il giudizio individuale

Il giudizio individuale

Il giudizio individuale delle anime è affidato all’arcangelo Michele. La scena, piuttosto gustosa, è descritta sulla sinistra. L’arcangelo è rivestito integralmente dalla corazza e sfodera una lunga spada con la quale tiene a distanza i demoni. Con la mano sinistra regge una bilancia a due piatti dove sono pesate rispettivamente le opere buone (simboleggiate dalla lettera b, “bene”) e le malvage (lettera m, “male”). Tutt’intorno all’arcangelo si anima il trambusto del giudizio: gli angeli e i diavoli squadernano i libri del bene e del male; un giudicato viene sottoposto alla pesatura individuale; l’esito negativo è accolto dal pianto dell’angelo custode e dalla soddisfazione del diavolo che afferra per i capelli il neo-dannato; le anime dei “sommersi” sono caricate su una carriola e un diavolo si preoccupa di andarle a scaricare nella buca d’accesso all’inferno; le anime dei “salvati” sono invece accompagnate dagli angeli verso la città celeste.

Il Limbo dei pargoli e la caduta dei dannati

Il Limbo dei pargoli e la caduta dei dannati

Il Limbo dei pargoli è raffigurato nell’angolo superiore a sinistra. Un’ampia cavità accoglie le anime dei bambini morti senza aver ricevuto il battesimo. La cavità è chiusa da una grande grata di ferro, vigilata da un diavolo armato di bastone e separata da un cippo confinario dal mondo infernale. Questi bimbi non possono accedere al paradiso perché ancora macchiati dal peccato originale, ma non meritano l’inferno perché liberi da qualsiasi colpa personale.

Il Purgatorio

Il Purgatorio

Il Purgatorio è descritto nel registro più alto a destra. In un lago rosseggiante di fiamme le anime peccatrici annaspano, sommerse a profondità diverse: di alcune di esse vediamo solo i capelli o la testa; di altre osserviamo anche il collo e le braccia; altre liberano anche con il tronco; la progressiva emersione dal fuoco purgatorio è correlata alla durata più o meno lunga dell’espiazione della pena. La permanenza in Purgatorio può essere però ridotta, anche fortemente, dalle preghiere intercessorie dei vivi superstiti. Sul fuoco volteggiano infatti angeli misericordiosi che portano alle anime sofferenti il sollievo di una brocca d’acqua refrigerante, il vaso di un unguento che cura le ustioni, un calice colmo di particole delle Messe offerte in suffragio, una veste candida simbolo di salvezza.

I beati in Paradiso

I beati in Paradiso

Le anime dei giusti che hanno superato l’esame dell’arcangelo Michele e le anime che gli angeli hanno liberato dal Purgatorio si avviano verso il Paradiso, risalendone la scalinata d’accesso. Ad accoglierle trovano San Pietro che apre loro la porta del regno dei cieli con le chiavi avute da Gesù e le introduce tra i beati. Il paradiso ha l’aspetto della città celeste descritta dall’Apocalisse, una città circondata da alte mura merlate, intervallate a torri. Lo spazio urbano è affollato di santi oranti, ordinatamente disposti su tre file rivolte verso il Cristo trionfante. Spicca la presenza della famiglia religiosa francescana e dei frati Minori Osservanti con Bernardino da Siena al centro. L’osservazione paziente degli abiti, dei copricapi, degli attributi e degli oggetti che li contraddistinguono, consente anche l’identificazione di numerosi altri beati: il bastone da pellegrino dell’apostolo Giacomo, il piatto con gli occhi della martire siracusana Lucia, la tenaglia dei denti della martire egiziana Apollonia, il calice dell’apostolo Giovanni, il coltello del martirio di Bartolomeo, l’ascia della decapitazione di Giuda Taddeo, il bastone da gualcheraio di Giacomo e via continuando. Tra i beati sono rappresentati gli apostoli, i re cristiani, i santi guerrieri, i diaconi, i papi, i cardinali, i vescovi, i religiosi e le religiose, le vergini, i christifideles laici.

L'Inferno degli invidiosi

L’Inferno degli invidiosi

Al piano inferiore troviamo l’Inferno, il regno dell’aldilà descritto con la maggiore dovizia di particolari. I dannati vi precipitano attraverso la buca nel terreno soprastante e vi sono distribuiti ciascuno in un sepulcrum, sulla base del vizio capitale che li ha caratterizzati in vita. Il sepulcrum trasmette l’idea della tomba, di una sepoltura sotterranea dove viene scontata una pena definitiva ed eterna. I “sepolcri” si succedono tra loro, affiancati e separati da muri divisori, vigilati ciascuno da un diavolo capitanius con la sua insegna infernale. Ciascun sepolcro è destinato a punire un macro-vizio. Al suo interno sono applicate pene diverse anche ai sotto-vizi. Iniziando dall’ingresso dell’Inferno, il primo sepulcrum è dedicato al primo dei peccati capitali, la superbia. Gli orgogliosi sono ammucchiati in una vasca quadrata: si riconoscono un vescovo, un cardinale, un frate e un guerriero col cimiero. Gli eretici finiscono in un pentolone infuocato, rimestati dalla spatola di un demonio. La caduta dell’intonaco rende appena visibili i resti di Lucifero, reso di fronte, con grandi corna arcuate da stambecco. In basso si intuisce la presenza dei rappresentanti di fazioni contrapposte che si scontrano tra di loro. Il secondo sepulcrum dovrebbe essere destinato alla punizione dell’avarizia, ma la caduta dell’intonaco lascia leggibili solo un brandello del vessillo e la pena di due dannati arrostiti sullo spiedo. Il terzo sepulcrum punisce la lussuria. Qui si riconosce il diavolo con l’insegna di capitanius che la scritta sullo scranno identifica come Asmodeo. S’intravvedono due diavoli torturatori e due dannati feriti e sanguinanti, grigliati sul fuoco della loro smodata passione. Il quarto sepulcrum, più leggibile, è dedicato all’invidia. I dannati (si notano un religioso e il membro di una confraternita) sono infilzati alle punte di una ruota dentata che gira vorticosamente, azionata da un diavolo, e che in alternanza solleva e immerge i puniti tra le fiamme. Gli altri diavoli feriscono i dannati con le picche e li lavorano sull’incudine, facendo loro pagare le ‘ferite’ che con la loro invidia e con la maldicenza hanno arrecato al prossimo. Il quinto sepulcrum, probabilmente dedicato al vizio della gola, è completamente perduto. Il sepolcro successivo, il sesto, punisce il vizio dell’ira nelle sue diverse declinazioni. I dannati sono infilzati ai rami appuntiti di un arbor mali. Il peccato punito va interpretato analizzando la parte del corpo colpita: avremo così la punizione della disperazione del cuore, dell’autolesionismo, della violenza sessuale, della collera, della trasgressione del quarto e del quinto comandamento, della bestemmia. L’ultimo sepolcro è dedicato al peccato capitale dell’accidia. La lentezza nell’operare il bene, la pigrizia nell’attendere ai doveri familiari, la trascuratezza dei religiosi nell’attendere al servizio divino sono punite con il contrappasso dell’ipo-mobilità. Gli accidiosi cuociono a fuoco lento in un calderone scaldato da un fuoco alimentato da altri dannati utilizzati come legna da ardere. I pigri e gli oziosi sono costretti all’immobilità, bloccati nel gelo di un lago ghiacciato; neanche le solenni bastonate dei diavoli riescono a svegliare il torpore delle loro membra intorpidite dal freddo.

La cavalcata dei vizi

La cavalcata dei vizi

Il terzo registro mostra quel che resta della rappresentazione della cavalcata dei vizi. I rappresentanti dei sette peccati capitali, che cavalcano animali simbolici dello stesso vizio, sono prigionieri di una lunga catena che li trascina nella gola del drago infernale. Le uniche figure dignitosamente riconoscibili sono quelle della superbia (un re a cavallo di un leone) e dell’ira, a cavallo di un orso, che si trafigge in un atto di violenza autolesionistica. S’intravvedono anche la parte posteriore di un elegante levriero, il lupo simbolo del vizio della gola, e l’asino cavalcato da un sonnolento accidioso. Sulla destra s’intravvedono le vesti bianche di quelle fanciulle che probabilmente componevano il gruppo delle virtù.

Gli spensierati di Sion

Gli spensierati di Sion

Il quarto registro, in basso, riporta forse la scena moraleggiante degli “spensierati di Sion”, che “canterellano al suono dell’arpa” e ai quali il profeta Amos minaccia la rovina eterna. Si individuano le immagini di nobili eleganti e sfaccendati che si dilettano con i divertimenti mondani e sono inavvertitamente trascinati da un diavolo, al suona della zampogna, verso le fiamme eterne della caverna infernale.

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