Roma. L’aldilà di Dante illustrato dai Nazareni

Il Casino Giustiniani Massimo al Laterano, in Via Boiardo a Roma, è una villa seicentesca fatta erigere dal marchese Vincenzo Giustiniani come suo “ritiro di campagna” dove cercare svago e riposo. Passata alla famiglia Massimo, tra il 1817 e il 1829 le sale al pianterreno furono interamente decorate dai pittori Nazareni, che diedero vita a una sintesi sublime della grande civiltà letteraria italiana attraverso rappresentazioni tratte dalle sue opere più emblematiche: la Commedia di Dante, l’Orlando Furioso di Ariosto e la Gerusalemme Liberata di Tasso. Dal 1948 il Casino è di proprietà della Custodia di Terrasanta, provincia religiosa dell’Ordine dei Frati Minori francescani. Grazie ai Nazareni, e in particolare a Philipp Veit e Joseph Anton Koch, oggi possiamo ripercorrere il viaggio che portò Dante nei tre regni dell’aldilà – l’inferno, il purgatorio e il paradiso – semplicemente aggirandoci in una stanza.

La selva oscura

La selva oscura

Dante sogna di smarrirsi in una foresta fitta e spaventosa e sul far dell’alba di ritrovarsi ai piedi di un colle illuminato dai primi raggi del sole nascente. L’ascesa al colle gli è impedita da tre belve, una lonza, un leone e una lupa, fino a che non viene soccorso da Virgilio. Le tre belve rappresentano allegoricamente i tre peccati bestiali che secondo Dante sarebbero la causa della corruzione della società dei suoi tempi (la lussuria, la superbia e l’avidità).

L'Inferno

L’Inferno

La vasta scena dell’Inferno è di grande impatto visivo. Al centro “stavvi Minòs orribilmente, e ringhia: essamina le colpe ne l’intrata; giudica e manda secondo ch’avvinghia”. Ai piedi di Minosse, giudice infernale, stanno in ginocchio le anime dei dannati. Flagellati dai demoni, essi ascoltano la sentenza e si disperano.

Dante e Virgilio su Gerione

Dante e Virgilio su Gerione

Dante e Virgilio sono trasportati in volo da Gerione, “la fiera con la coda aguzza, che passa i monti, e rompe i muri e l’armi! Ecco colei che tutto ’l mondo appuzza! (…) La faccia sua era faccia d’uom giusto, tanto benigna avea di fuor la pelle, e d’un serpente tutto l’altro fusto”.

Il serpente Cianfa e il ladro Agnolo

Il serpente Cianfa e il ladro Agnolo

Nel canto venticinquesimo un ramarro si lancia contro un dannato, gli si aggrappa al ventre con la coppia di zampe centrali (“Co’ piè di mezzo li avvinse la pancia” – v. 52), con quelle anteriori alle braccia (“e con li anterïor le braccia prese;”, v. 53) e con il muso gli morde la faccia (“poi li addentò e l’una e l’altra guancia;” – v. 54).

Il Conte Ugolino

Il Conte Ugolino

Nell’angolo in basso a sinistra assistiamo al gesto disperato del conte Ugolino che morde l’arcivescovo Ruggieri (“La bocca sollevò dal fiero pasto / quel peccator, forbendola a’ capelli / del capo ch’elli avea di retro guasto” – XXXIII, 1-3).

Cerbero e i golosi

Cerbero e i golosi

Tra gli altri demoni vediamo ancora Caronte con la sua barca e Cerbero, il cane dalle tre teste. Cerbero, fiera crudele e mostruosa – aveva gli occhi iniettati di sangue, la barba unta e lercia, il ventre dilatato e le mani artigliate -, latrava con tre gole sopra le anime dei golosi sommerse dalla pioggia e le graffiava, le scuoiava, le squartava.

Gli scismatici

Gli scismatici

Vediamo poi quelli che, da vivi, seminarono discordie e scismi; per la legge del contrappasso sono divisi in due e fatti a pezzi a colpi di spada. Il dannato con la testa spaccata è Alì, cugino di Maometto e fondatore della setta degli sciiti.

L'arrivo al Purgatorio

L’arrivo al Purgatorio

Si passa poi al Purgatorio, vigilato dall’angelo guardiano, seduto sul trono, con la spada e con le chiavi. Ai lati vediamo il serpente messo in fuga dagli ‘astori celestiali’ nella valletta dei principi e la contesa tra l’angelo e il demonio per l’anima di Buonconte. L’angelo nocchiero – al canto del salmo centotredici “In exitu Israel de Aegypto” – trasporta le anime su una navicella fino alla spiaggia dell’Antipurgatorio: “Poi, come più e più verso noi venne l’uccel divino, più chiaro appariva: per che l’occhio da presso nol sostenne, ma chinail giuso; e quei sen venne a riva con un vasello snelletto e leggero, tanto che l’acqua nulla ne ‘nghiottiva. Da poppa stava il celestial nocchiero, tal che faria beato pur descripto; e più di cento spirti entro sediero”.

L'espiazione delle pene in Purgatorio

L’espiazione delle pene in Purgatorio

Sono quindi descritte le punizioni cui sono sottoposti coloro che si macchiarono nella vita dei sette peccati capitali: superbia, invidia, ira, accidia, avarizia, gola, lussuria. Il superbo Omberto Aldobrandeschi sconta il suo peccato sotto un pesante macigno su cui appare la scritta “Te Deum laudamus”. Al termine delle sofferenze di espiazione, i purganti sperano di salire al Cielo, come annunciato dall’angelo in alto: “Venite benedicti Patris mei”.

Il Paradiso

Il Paradiso

La volta descrive l’empireo dantesco. Tutt’intorno si individuano i personaggi che Dante incontra nella sua ascensione. Al centro è la visione trinitaria del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Maria in trono, tra gli angeli, ascolta la celebre preghiera che Bernardo, nel suo candido abito cistercense, le rivolge: “Vergine Madre, figlia del tuo figlio, umile e alta più che creatura, termine fisso d’etterno consiglio, tu se’ colei che l’umana natura nobilitasti sì, che ‘l suo fattore non disdegnò di farsi sua fattura”.

Inferno e Paradiso a Fonni

La risurrezione dei morti e l'inferno

La risurrezione dei morti e l’inferno

Fonni si fa amare dagli escursionisti per la sua prossimità a monti importanti come il Gennargentu e lo Spada e per i valori naturalistici della Barbagia. Le sue tradizioni, il museo della vita pastorale, i murales, i siti archeologici, ne costituiscono ulteriori attrattori culturali e turistici. Il suo santuario della Madonna dei martiri, all’interno della cittadella francescana dei Minori Osservanti, si propone anche come tappa interessante per lo studio delle immagini dell’aldilà. Nella cappella il pittore Gregorio Are ha dipinto nel 1757 le scene dei tre regni oltremondani: il Paradiso, il Purgatorio e l’Inferno.

Lucifero in trono

Lucifero in trono

La visione dell’Inferno, quasi fumettistica, denuncia un gusto popolaresco per il grottesco e per la deformazione caricaturale dei personaggi. La scena è ambientata in ore leonis, nella bocca spalancata del Leviatano biblico, una bocca armata da venti denti incisivi e da trentatre canini. Nell’ambiente arroventato dalle fiamme si muovono tre gruppi di personaggi: i dannati, i diavoli e il bestiario.

La punizione del superbo

La punizione del superbo

Gli animali collaborano strumentalmente con i diavoli alla punizione dei peccatori. Se ne distinguono tre tipi: gli alati draghetti sputafuoco che svolazzano nell’aere livido e irrogano pene soprattutto psicologiche, come quel richiamo all’eternità dell’espiazione (“in eternum…in eternum”); il secondo gruppo è costituito da viscidi rettili come i rospi e gli intraprendenti serpentelli che si divertono a morsicare e a strangolare i peccatori; il terzo gruppo è formato da draghi cinocefali che abbaiano rabbiosamente e azzannano agli arti i dannati.

La pena dell'avaro

La pena dell’avaro

I diavoli hanno fisionomie più grottesche che spaventose; i loro corpi hanno colori scuri come il marrone o il verde, le tradizionali corna sul capo, le zanne cinghialesche in bocca ed eruttano fuoco e vapori dalla gola e dalle orecchie; esemplare è la figura di Lucifero, dotato di zoccoli e unghie, che sovrintende all’inferno appollaiato su un seggiolone dotato di protomi di drago.

Il lussurioso

Il lussurioso

I dannati hanno tutti un aspetto terrorizzato e allucinato; hanno le bocche spalancate e la lingua penzoloni nella spasmodica ricerca d’aria per il deficit di ossigeno in un ambiente dal calore asfissiante; hanno gli occhi fuori dalle orbite e i capelli ritti per il terrore delle visioni e il dolore delle torture.

Il vizio dell'ira

Il vizio dell’ira

A ciascun dannato è associato uno dei sette vizi capitali. L’iracondo, con una freccia in fronte, compie gesti autolesionistici.

La pena del goloso

La pena del goloso

Il lussurioso è scarnificato da unghie diaboliche, assalito da rospi e costretto ad accarezzare il corpo del diavolo mentre ne subisce il bacio oltraggioso. L’avaro ha ancora in mano il sacchetto con il tesoro delle sue amate monete ed è azzannato da molteplici mostri.

L'invidia

L’invidia

Il goloso è imboccato da un diavolo con una forchetta e costretto a ingoiare un rospo repellente. Il superbo ha uno scorpione sul viso e la lingua strappata da un diavolo. L’invidioso è morso da un serpente sulla lingua. L’accidioso è stimolato dal forcone di un diavolo e morso da mostri.

L'accidioso

L’accidioso

La visione del Purgatorio è anch’essa ambientata tra le fiamme; tutt’altro è però l’atteggiamento dei purganti. Pur immersi nel fuoco, essi hanno tutti gli occhi rivolti al cielo ed esprimono la preghiera di veder ridotto il tempo di espiazione della pena.

Un re in purgatorio

Un re in purgatorio

Tra di essi si riconoscono preti tonsurati, vescovi con la mitria, sovrani con la corona, religiosi con la chierica. Un angelo scende dal cielo a raccogliere un’anima che ha terminato l’espiazione, per condurla in paradiso. Il pittore ha voluto descrivere tre interventi divini che i vivi possono intercedere a favore delle anime del Purgatorio. Il primo, al centro, è l’intervento della Madonna del Carmine: molti purganti portano lo Scapolare del Carmine per assicurarsi la protezione di Maria e la sua intercessione per una sollecita liberazione dal Purgatorio. Il secondo intervento, a sinistra, è quello di San Francesco d’Assisi, simbolizzato dal cordone con i tre nodi che viene allungato ai purganti per liberarli dalla pena. Il terzo intervento, a destra, è quello di papa Gregorio che allude al beneficio delle Messe gregoriane da celebrare a favore delle anime purganti.

Un vescovo tra le anime del purgatorio

Un vescovo tra le anime del purgatorio

La visione del Paradiso è introdotta dalla doppia scena della risurrezione dei morti. Quattro angeli fanno risuonare le loro trombe ai quattro angoli del mondo e chiamano i morti al giudizio divino, indicando loro col dito il giudice nell’alto dei cieli (“surgite mortui, venite ad iudicium”). I morti si sollevano dalle tombe dov’erano inumati e si rivolgono al cielo esprimendo nella postura delle braccia la preghiera e la speranza della salvezza eterna.

Il paradiso

Il paradiso

In alto, in un cerchio di nubi, siede la Trinità. L’immagine è quella convenzionale dell’anziano Padre, del giovane Figlio con la croce e della colomba dello Spirito Santo. Maria, la Madre di Gesù, e San Giovanni Battista intercedono a favore dell’umanità risorta. Coerentemente con la dedicazione della basilica il Paradiso dei beati è popolato dalla gran folla dei Martiri. Essi sventolano la palma della vittoria ed esibiscono gli strumenti del loro martirio.

La schiera dei santi

La schiera dei santi

Visita sul sito la sezione dedicata alle Visioni dell’Aldilà in Italia.

Cremona. Apoteosi e incubo al Museo civico

Il Giudizio universale nella Pinacoteca di Cremona

Il Giudizio universale nella Pinacoteca di Cremona

Magari non sarà un capolavoro. E non v’è neanche certezza su quale pittore cremonese ne sia l’autore. Ma questa tela seicentesca del Giudizio universale esposta al Museo civico Ala Ponzone di Cremona si fa ricordare come un’eccezionale stimolatrice di curiosità, un panoramico volo d’uccello sullo straordinario affollamento dei luoghi dell’aldilà, lo spaccato di un formicaio ultraterreno da osservare con la lente dell’entomologo, un verminaio di mostruosità diaboliche, un paziente esercizio di who’s who della santità.

La geografia dei luoghi è articolata su tre livelli: il cielo, la terra e l’underworld. Questi tre luoghi comunicano tra loro in vario modo, grazie a cavità, varchi e creature vettoriali. Vi sono descritti fenomeni fisici e atmosferici complessi: dalla luce più incandescente al buio completo, addensamenti nuvolosi, spettri iridati, correnti ascensionali e discendenti, un planetario, estesi campi flegrei, vulcanismo.

Il Cristo giudice e il Paradiso

Il Cristo giudice e il Paradiso

Il primo zoom si concentra sul Cielo e sui personaggi che stazionano al di sopra delle nuvole. Sullo sfondo è la struttura concentrica dei sette cieli. La luce solare dell’empireo investe la fascia nuvolosa e crea l’arcobaleno. Sull’arco iridato scende a sedersi Gesù. È la sua seconda venuta sulla terra. Viene a pronunciarvi il giudizio finale sull’umanità. La sfera terrestre gli fa da suppedaneo, a simbolizzare la signoria divina sul creato. L’ampia fascia di rispetto intorno alla sua figura è violata solo da Maria, sua madre, in ginocchio ai suoi piedi, che impetra la misericordia giudiziale del figlio. Poco lontano è il secondo intercessore, Giovanni il Battista il precursore, col mantello rosso simbolo del martirio e la tunica eremitica di pelle di cammello. Fa da corona al giudice una sorta d’avanguardia della moltitudine dei cori celesti. Sono gli angeli che mostrano al pubblico planetario gli strumenti della passione di Gesù (la croce, la corona di spine, la lancia, la canna con la spugna, la scala, la colonna, i flagelli), a significare che il suo estremo sacrificio ha portato la salvezza agli uomini. Sotto il giudice è insediato il tribunale celeste formato dagli apostoli; ciascuno di loro è riconoscibile dal suo tradizionale attributo: la croce di Andrea, il bastone da pellegrino di Giacomo, la spada di Paolo, l’alabarda di Mattia, il bastone di Giuda Taddeo. Tutt’intorno si distende concentricamente il Paradiso dei santi. Le nuvole offrono nicchie e spalti, sui quali si affollano i beati. I patriarchi biblici sono rappresentati da Mosè (a sinistra, con le tavole della legge in mano e i corni di luce sul capo) e dai progenitori Adamo, Eva e il piccolo Abele (a destra, dietro il Battista, con la cintura di foglie di fico). I rami di palma identificano lo stuolo dei martiri: si riconosce la figura di Lorenzo, con la graticola. Di rilievo è la presenza dei santi fondatori di Ordini religiosi: a sinistra si concentrano Benedetto e la sorella Scolastica, Domenico di Guzman, Ignazio di Loyola e Francesco Saverio, Francesco d’Assisi. Due popolari santi sono in particolare evidenza: dietro Francesco vediamo Luigi IX, che ha deposto la corona di re di Francia e indossa l’abito da penitente con la cenere sul capo; a destra vediamo Chiara da Montefalco con l’abito da monaca agostiniana, il giglio e la bilancia nelle mani.

Gli angeli trombettieri

Gli angeli trombettieri

Cambiamo ora scenario e dal cielo scendiamo sulla terra. Gli angeli squillano le trombe, offrono palme e corone di fiori e stendono un lungo cartiglio che annuncia una giustizia retributiva meritocratica, basata su ricompense legate ai comportamenti più o meno virtuosi (diversa meritorum stipendia).

La risurrezione dei morti

La risurrezione dei morti

Al suono delle buccine, come d’incanto, si risvegliano i morti, si aprono le tombe, gli scheletri si rianimano, splendidi corpi nudi si sollevano. Nell’immensa e luminosa valle di Giosafat, i morti risorti si raccolgono in un lungo corteo.

L'ascensione dei beati

L’ascensione dei beati

Guidati da angeli luminosi i beati levitano da terra e ascendono progressivamente verso il cielo. Sul fronte opposto vediamo la caduta dei dannati. Angeli sterminatori brandiscono minacciosamente spade fiammeggianti e scacciano i dannati dentro un geyser di fuoco che rifluisce nelle cavità infernali.

Il Purgatorio

Il Purgatorio

Sul margine sinistro è situato il Purgatorio. La sua è una posizione geografica simbolica: le fiamme sono quelle sotterranee dell’Inferno ma il tetto è aperto verso l’alto, a sottolinearne il carattere di pena temporanea, la finalità della purificazione, la speranza della gioia futura. I volti dei purganti non esprimono disperazione; pur nella sofferenza c’è preghiera, speranza, attesa fiduciosa. E la fine della pena arriva con l’atterraggio misericordioso di due angeli, inviati dall’alto a liberare chi ha espiato la pena e a portarlo in cielo.

I dannati

I dannati

Scendiamo ora sotto la crosta terrestre, nell’Inferno sotterraneo, dove sono allestiti i campi di sterminio dei dannati. Le scene che vediamo sono un continuo pugno nello stomaco.

Le pene infernali

Le pene infernali

L’incubo prende la forma dei mostri: il mostruoso mascherone dalla bocca aperta e dagli occhi ruotanti, sorta di Bocca alla Verità alla rovescia; la bocca irta di denti e la gola spalancata del Leviatano ingoiatore; l’immensa testa di anaconda che sbuca dalla melma e risucchia un dannato; il ghigno cattivo del tirannosauro; il drago cornuto volante che sputa fiamme e fetore; la gigantesca tarantola avvelenatrice che scende silenziosa dall’alto.

Il diavolo con la tromba

Il diavolo con la tromba

Ai mostri si accompagna la manovalanza dei diavoli: l’indimenticabile demone dagli occhi incandescenti che suona un corno assordante che erutta fuoco, parodia dell’angelo tubicino; la diavolessa, megera dalle orbite cave e priva di denti, orrida Arpia dai seni flaccidi e dalle lunghe unghie rapaci; i demoni cinocefali che latrano la loro rabbia azzannatrice; i demoni cornuti, dalle ali da chirottero e dal becco ricurvo, teratologici, prognatici, deformi, vampireschi.

Il superbo e l'arpia

Il superbo e l’arpia

E poi le pene del contrappasso, le esecuzioni, una rassegna di strumenti di tortura e di forme di accanimento penale: le catene, le mazze chiodate, i lanciafiamme, i serpenti velenosi, l’impalamento, l’evirazione, la ruota dentata che scarnifica i corpi, il forcone che spappola l’occhio, l’eviscerazione addominale, i corpi lessati nell’immenso pentolone sul fuoco.

La pena della ruota dentata

La pena della ruota dentata

E infine loro, i dannati. Catatonici, smarriti, spaventati, inerti, annichiliti, umiliati. Molti indossano i simboli del loro vizio capitale: la corona regale dell’orgoglio e della superbia, i gioielli della vanità e della lussuria, il turbante dello scisma e della persecuzione. Non hanno avuto pietà in vita, ora fanno veramente pietà.

Il calderone infernale

Il calderone infernale

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La gola del Leviatano

La gola del Leviatano

Mantova. I quattro regni dell’Aldilà in Sant’Andrea

Dannato condotto all'inferno

Dannato condotto all’inferno

La basilica mantovana di Sant’Andrea fu progettata al tempo dei Gonzaga da Leon Battista Alberti, e fu poi realizzata da Luca Fancelli e completata da Filippo Juvara, che costruì la cupola. Con la sua navata unica, dilatata da profonde cappelle laterali e con la maestosa volta a botte, servì da modello per numerose chiese posteriori. Custodisce la reliquia di alcune gocce del sangue di Cristo, che la tradizione vuole portate da Longino, il soldato romano che trafisse con la propria lancia il costato di Gesù per accertarsi che fosse morto. Il nostro interesse si concentra su due cappelle che si fronteggiano all’inizio della navata e sulla cupola, che propongono immagini dei regni dell’aldilà secondo la visione controriformista dominante nel tardo Cinquecento. La cappella di sant’Antonio, seconda di destra, ha sulle pareti la rappresentazione del Paradiso, del Purgatorio e dell’Inferno, opera di Benedetto Pagni nel 1570. La cappella di San Silvestro ha sulla parete sinistra una rappresentazione del Limbo dei Padri, opera di Fabrizio Perla nel 1575. La cupola è affrescata con un Paradiso, opera di Giorgio Anselmi.

L'Inferno

L’Inferno

La traduzione iconografica che Pagni propone dell’Inferno ha una sua originalità. L’Inferno è una città circondata da alte mura megalitiche, alzate senza legante sovrapponendo blocchi di pietra squadrati. Oltre agli accessi dall’alto, le mura hanno due ingressi a forma trapezoidale, di diversa altezza. L’urbanizzazione dell’inferno non è una novità se si pensa alle immagini classiche della Babilonia infernale o della città di Dite, ma le mura poligonali costruite con enormi blocchi calcarei sovrapposti a secco sono indubbiamente una scelta iconografica originale.

Le mura della città infernale

Le mura della città infernale

Le pietre megalitiche della città infernale hanno anche un significato allegorico: esse recano infatti scolpito il nome dei peccati mortali puniti. La lista dei peccati è interessante perché costituisce una spia delle concezioni morali del tempo. Sono indicati solo tre dei classici vizi capitali: la superbia, l’avarizia e la lussuria; seguono le contravvenzioni ai comandamenti più noti del Decalogo: l’adulterio, la blasfemia, l’omicidio. Si aggiungono i cauchemar dell’epoca: l’eresia, l’infedeltà, il falso giuramento, l’usura e il sacrilegio. Per tutti i peccatori dannati vale l’avvertimento dantesco inciso sull’architrave della porta centrale: lasciate ogni speranza o’ voi ch’entrate.

La caduta dei dannati

La caduta dei dannati

L’ingresso dei dannati all’inferno non avviene certo spontaneamente ma solo al termine di una lotta selvaggia con i diavoli. I dannati sono strattonati, trascinati, caricati sulle spalle, avvinti e cinturati sulle diverse parti del corpo, arpionati con i rampini, infilzati don i forconi, bastonati, lapidati, fino al cessare di ogni resistenza ormai vinti dalle fiamme infernali. Alla base del dipinto una lunga scritta in versi funge da didascalia all’immagine: mortal contempla qui l’oscuro inferno / da le cui pene mai si ha riscatto / d’atroce foco e pien d’horror eterno / sol per affliger corpi et alme fatto. / Pianti stridi tormenti e duol interno / la prova sempre uguale al suo misfatto / in mezzo a spirti rei quel peccatore / che qui mal opra e nel peccato more.

Il Paradiso e il Purgatorio

Il Paradiso e il Purgatorio

Pagni combina in un unico affresco il Purgatorio e il Paradiso. In una logica bottom-up, il legame tra i due regni dell’aldilà è rappresentato dalle anime che hanno completato il loro periodo di purificazione e che salgono al Cielo. Pagni privilegia quindi un’idea del Purgatorio inteso come anticamera e sala d’aspetto del Paradiso, piuttosto che accentuarne il carattere di succursale a tempo determinato dell’Inferno. La didascalia scritta sul fondo del dipinto esprime tutta l’ambivalenza del focus purgatorius; essa recita: Questi son gli ampii e tenebrosi regni / che nel centro stan chiusi della terra. / Eguali in pene a Dite ma con sdegni / non s’arman contra a Dio d’eterna guerra. / Né questi come quei al tutto indegni / son, di goder quel ben che mai non erra. / Ma quando havran patito in gelo e in fuoco / mutaran miglior stato, e miglior luoco.

Il Purgatorio

Il Purgatorio

Il Purgatorio mantovano è immaginato come un’ampia fossa, con altissime fiamme tra le quali staziona una gran folla di uomini e donne. Molti volti esprimono il disagio e la sofferenza, ma la maggioranza dei purganti alza gli occhi al cielo in attesa di un liberatorio intervento divino. La liberazione dei prigionieri è opera degli angeli scesi dal cielo. Ne vediamo le diverse fasi: un primo angelo porge la mano a un uomo ancora tra le fiamme; un secondo angelo fa salire un anziano sul velo; altri due angeli sostengono in volo una donna inginocchiata; più in alto una coppia di angeli ha ormai raggiunto il cielo con una nuova beata; una piccola folla di angeli staziona sulle nuvole in attesa delle disposizioni divine sui prigionieri da liberare.

Il Paradiso

Il Paradiso

Il Paradiso è rappresentato in modo convenzionale. Gesù giudice, avvolto in un ampio mantello, siede sulle nuvole del Cielo alla destra del Padre, sullo sfondo dell’empireo luminoso e dei sette cieli. In segno di signoria sul creato Dio Padre poggia la mano sul globo terrestre dal quale si leva la croce della salvezza. Il Figlio porge la mano all’accoglienza dei beati, circondato da uno stuolo di angeli che esibisce gli strumenti della Passione: i tre chiodi, la croce, la corona di spine, il flagello, la colonna, la canna con la spugna. Più in basso, seduti su due tribune di nuvole, i santi affollano il Paradiso celeste. In prima fila sulla tribuna sinistra vediamo Maria, la madre di Gesù, seguita dall’apostolo Pietro (con le chiavi), dal re Davide (con l’arpa) e da San Paolo (con la spada del martirio). Sulla tribuna opposta siedono San Lorenzo (con la graticola) e Mosè (con le tavole del Decalogo).

Il Limbo dei Padri

Il Limbo dei Padri

La rappresentazione dei regni dell’Oltretomba si completa con la visione del Limbo nella cappella di San Silvestro. Il pittore Fabrizio Perla ha descritto la discesa di Cristo agli inferi, evento che il Credo colloca nel tempo compreso tra la morte e la risurrezione. Secondo la tradizione Gesù sarebbe sceso al Limbo per liberare le anime dei Giusti dell’antico testamento. Il Limbo non è un luogo sotterraneo ma un paesaggio di rovine di un’antica città decaduta. Abbattute le porte del confine, Gesù pianta il vessillo della vittoria sulla morte. Lo circondano vecchie barbe sapienziali. Si riconosce il buon ladrone Disma con la sua croce, cui Gesù ha promesso di portarlo con sé in Paradiso. Le figure in maggiore evidenza sono tuttavia quelle dei progenitori: Adamo ed Eva, che hanno i fianchi cinti da un serto di foglie, e il figlioletto Abele, che si aggrappa teneramente alle gambe della madre.

Adamo, Eva e il piccolo Abele

Adamo, Eva e il piccolo Abele

Ci spostiamo ora sotto la grande cupola dello Juvarra. Alzando gli occhi possiamo ammirarvi l’immensa Gloria del Paradiso affrescata in forme tardobarocche da Giorgio Anselmi alla fine del Settecento.

La cupola di Sant'Andrea

La cupola di Sant’Andrea

La visione è altrettanto convenzionale ma certamente molto più potente di quella un po’ scialba e piatta di Pagni. La divina Trinità presiede la comunione dei santi e la risurrezione dei morti. Il Padre e il Figlio allargano le braccia per accogliere la moltitudine dei beati. La Madre di Gesù siede vicina. Appena più in basso vediamo San Longino che indica la città di Man­tova, personificata in una nobildonna, con una co­rona tur­rita sul capo, seduta ac­canto alle ampolle del san­gue di Gesù. Si riconoscono alcune figure di Apostoli (Pietro, Giovanni e Andrea) e di patriarchi biblici (Adamo ed Eva, Noè con l’arca e i tre figli, Mosè con le tavole della legge, il re Davide con la cetra). Colpisce la moltitudine di angeli, presenti dappertutto. Alcuni di loro circondano la Trinità e mostrano ai risorti gli strumenti della passione di Gesù. Un girotondo di angeli compone un festone decorativo alla base della lanterna.

La Trinità

La gloria del Paradiso

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Gais. Speranza e disperazione tra le croci del cimitero

Il Giudizio universale

Gàis. Il Giudizio universale

Gáis si trova in Val di Túres, lungo il torrente Aurino, a nord di Brunico e della Val Pusteria. Tra le case oltre il fiume si raggiunge la chiesa parrocchiale di San Giovanni evangelista, originariamente di età romanica e poi rimaneggiata in epoca tardo-gotica, dotata di tre navate e abside semi-circolare. Nel vicino cimitero una cappella mortuaria è decorata da un’ampia scena del Giudizio universale. La scelta di illustrare questo tema biblico proprio tra le tombe del cimitero ha l’evidente intento di dare un conforto e una speranza ai vivi che vengono qui per piangere i loro morti. La speranza che un giorno tutti risorgeremo e che potrebbe aprirsi per loro e per noi la porta del cielo nutre il senso cristiano della fine. Il messaggio è rafforzato dal vicino affresco che descrive i cristiani in preghiera con l’intento di accelerare la liberazione delle anime dalle fiamme del sottostante Purgatorio e la loro ascesa al cielo tra le braccia degli angeli.

Il suffragio per le anime in Purgatorio

Il suffragio per le anime in Purgatorio

La rappresentazione del Giudizio finale risale ai primi del Cinquecento e segue il modulo convenzionale. Gesù scende da regno dei cieli attraverso il varco della mandorla e siede sull’iride della nuova alleanza; il capo è nimbato e il rosso mantello che ne avvolge il corpo lascia visibili i fori dei chiodi e la ferita del costato; la doppia sentenza del giudizio è descritta con la postura delle mani: la destra accoglie i beati con il gesto della benedizione, mentre la sinistra invia lontano da sé i dannati. Immediatamente sotto il Cristo giudice, i dodici apostoli sono schierati per esercitare la loro funzione di tribunale celeste; molti di loro sono facilmente riconoscibili dai loro tradizionali attributi: Pietro con le chiavi, Giovanni con il calice, Bartolomeo con il coltello, Giacomo col bastone da pellegrino. In basso, al centro, in campo lungo, i morti risorgono dai loro sepolcri, liberandosi dal sudario che li avvolge; a risvegliarli dal sonno eterno è lo squillo delle trombe suonate dai due angeli trombettieri raffigurati sui risvolti dell’arco ogivale; usciti dalle tombe i risorti apprendono il loro destino di salvezza o di condanna ed esplicitano le loro emozioni di gioia o di costernazione. In basso a sinistra è raffigurata la città celeste, a due moduli, con una torre dotata di bifora. Attraverso un ampio e luminoso ingresso San Pietro e l’angelo introducono i salvati nel luogo della beatitudine. Speculare è la scena dell’Inferno: sullo sfondo della città di Dite un angelo sferza violentemente i dannati e li spinge verso la porta dell’eterna perdizione; qui i diavoli sono pronti a incatenare i reprobi e a condurli alle rispettive punizioni.

Il Paradiso e la resurrezione dei morti

Il Paradiso e la resurrezione dei morti

L'Inferno

L’Inferno

L'angelo trombettiere

L’angelo trombettiere

Albenga. La geografia dell’aldilà nella chiesa di San Bernardino

L'affresco dei fratelli Biazaci

L’affresco dei fratelli Biazaci

Siamo ad Albenga, in Liguria. Dalla centrale Piazza del Popolo si supera il ponte in ferro sul fiume Centa e si segue il vecchio tracciato urbano della Via Aurelia. Pochi passi sulla via Piave e una deviazione a destra sulla via Raffaello e poi su via Donatello conducono alla piazza di San Bernardino. La chiesa, dedicata al popolare santo senese, è officiata e visitabile, mentre il vicino convento, già carcere, è stato riutilizzato per ospitarvi i servizi comunali. Entrati nella navata della chiesa ci fermiamo davanti al dipinto sulla parete destra che precede il presbiterio. Il grande affresco rompe con la tradizionale composizione del Giudizio universale o piuttosto la ridimensiona nettamente e propone invece un’ampia geografia dei luoghi dell’aldilà (la città celeste murata e turrita, la vasca fiammeggiante del purgatorio, la prigione in caverna del limbo dei pargoli, i magazzini sotterranei dell’inferno compartimentato, le strade percorse dalle carovane dei viziosi). Ne sono autori i fratelli Tommaso e Matteo Biazaci di Busca, che lo realizzarono nel decennio compreso tra il 1474 e il 1483, alternandosi con il santuario di Montegrazie, dove dipinsero un soggetto del tutto analogo e quasi sovrapponibile. La composizione si articola in quattro fasce orizzontali sovrapposte. Il registro superiore è dedicato alle scene del Giudizio e alle immagini del Paradiso, del Purgatorio e del Limbo. La seconda fascia è dedicata all’Inferno ed è suddivisa in sette riquadri. La terza fascia rappresenta la cavalcata dei vizi capitali e il gruppo delle virtù. L’ultima fascia, in basso, è di difficile lettura a causa della quasi totale scomparsa delle immagini.

Il Cristo giudice, con gli intercessori e i santi innocenti

Il Cristo giudice, con gli intercessori e i santi innocenti

In alto il Cristo parusiaco appare nei cieli all’interno della tradizionale ‘mandorla’, sostenuta da sei cherubini e serafini. Regalmente abbigliato e col nimbo crociato sul capo, siede a braccia levate sull’arcobaleno della nuova alleanza tra il cielo e la terra, simboleggiata dalla sfera sottostante. Gli fanno corona sei angeli in piedi che suonano un concerto celestiale con gli strumenti musicali del tempo (il flauto, la viola, l’arpa). Presenziano al giudizio gli intercessori: Maria, la madre di Gesù e Giovanni Battista, in ginocchio, impetrano a mani giunte la misericordia divina. Tra i due intercessori appare un folto gruppo di bambini, raffigurati nudi o ancora in fasce e a mani giunte: sono i Santi Innocenti, i bimbi fatti uccidere da Erode nel tentativo di eliminare il neonato Gesù e che ora chiedono giustizia per il sangue versato.

Il giudizio individuale

Il giudizio individuale

Il giudizio individuale delle anime è affidato all’arcangelo Michele. La scena, piuttosto gustosa, è descritta sulla sinistra. L’arcangelo è rivestito integralmente dalla corazza e sfodera una lunga spada con la quale tiene a distanza i demoni. Con la mano sinistra regge una bilancia a due piatti dove sono pesate rispettivamente le opere buone (simboleggiate dalla lettera b, “bene”) e le malvage (lettera m, “male”). Tutt’intorno all’arcangelo si anima il trambusto del giudizio: gli angeli e i diavoli squadernano i libri del bene e del male; un giudicato viene sottoposto alla pesatura individuale; l’esito negativo è accolto dal pianto dell’angelo custode e dalla soddisfazione del diavolo che afferra per i capelli il neo-dannato; le anime dei “sommersi” sono caricate su una carriola e un diavolo si preoccupa di andarle a scaricare nella buca d’accesso all’inferno; le anime dei “salvati” sono invece accompagnate dagli angeli verso la città celeste.

Il Limbo dei pargoli e la caduta dei dannati

Il Limbo dei pargoli e la caduta dei dannati

Il Limbo dei pargoli è raffigurato nell’angolo superiore a sinistra. Un’ampia cavità accoglie le anime dei bambini morti senza aver ricevuto il battesimo. La cavità è chiusa da una grande grata di ferro, vigilata da un diavolo armato di bastone e separata da un cippo confinario dal mondo infernale. Questi bimbi non possono accedere al paradiso perché ancora macchiati dal peccato originale, ma non meritano l’inferno perché liberi da qualsiasi colpa personale.

Il Purgatorio

Il Purgatorio

Il Purgatorio è descritto nel registro più alto a destra. In un lago rosseggiante di fiamme le anime peccatrici annaspano, sommerse a profondità diverse: di alcune di esse vediamo solo i capelli o la testa; di altre osserviamo anche il collo e le braccia; altre liberano anche con il tronco; la progressiva emersione dal fuoco purgatorio è correlata alla durata più o meno lunga dell’espiazione della pena. La permanenza in Purgatorio può essere però ridotta, anche fortemente, dalle preghiere intercessorie dei vivi superstiti. Sul fuoco volteggiano infatti angeli misericordiosi che portano alle anime sofferenti il sollievo di una brocca d’acqua refrigerante, il vaso di un unguento che cura le ustioni, un calice colmo di particole delle Messe offerte in suffragio, una veste candida simbolo di salvezza.

I beati in Paradiso

I beati in Paradiso

Le anime dei giusti che hanno superato l’esame dell’arcangelo Michele e le anime che gli angeli hanno liberato dal Purgatorio si avviano verso il Paradiso, risalendone la scalinata d’accesso. Ad accoglierle trovano San Pietro che apre loro la porta del regno dei cieli con le chiavi avute da Gesù e le introduce tra i beati. Il paradiso ha l’aspetto della città celeste descritta dall’Apocalisse, una città circondata da alte mura merlate, intervallate a torri. Lo spazio urbano è affollato di santi oranti, ordinatamente disposti su tre file rivolte verso il Cristo trionfante. Spicca la presenza della famiglia religiosa francescana e dei frati Minori Osservanti con Bernardino da Siena al centro. L’osservazione paziente degli abiti, dei copricapi, degli attributi e degli oggetti che li contraddistinguono, consente anche l’identificazione di numerosi altri beati: il bastone da pellegrino dell’apostolo Giacomo, il piatto con gli occhi della martire siracusana Lucia, la tenaglia dei denti della martire egiziana Apollonia, il calice dell’apostolo Giovanni, il coltello del martirio di Bartolomeo, l’ascia della decapitazione di Giuda Taddeo, il bastone da gualcheraio di Giacomo e via continuando. Tra i beati sono rappresentati gli apostoli, i re cristiani, i santi guerrieri, i diaconi, i papi, i cardinali, i vescovi, i religiosi e le religiose, le vergini, i christifideles laici.

L'Inferno degli invidiosi

L’Inferno degli invidiosi

Al piano inferiore troviamo l’Inferno, il regno dell’aldilà descritto con la maggiore dovizia di particolari. I dannati vi precipitano attraverso la buca nel terreno soprastante e vi sono distribuiti ciascuno in un sepulcrum, sulla base del vizio capitale che li ha caratterizzati in vita. Il sepulcrum trasmette l’idea della tomba, di una sepoltura sotterranea dove viene scontata una pena definitiva ed eterna. I “sepolcri” si succedono tra loro, affiancati e separati da muri divisori, vigilati ciascuno da un diavolo capitanius con la sua insegna infernale. Ciascun sepolcro è destinato a punire un macro-vizio. Al suo interno sono applicate pene diverse anche ai sotto-vizi. Iniziando dall’ingresso dell’Inferno, il primo sepulcrum è dedicato al primo dei peccati capitali, la superbia. Gli orgogliosi sono ammucchiati in una vasca quadrata: si riconoscono un vescovo, un cardinale, un frate e un guerriero col cimiero. Gli eretici finiscono in un pentolone infuocato, rimestati dalla spatola di un demonio. La caduta dell’intonaco rende appena visibili i resti di Lucifero, reso di fronte, con grandi corna arcuate da stambecco. In basso si intuisce la presenza dei rappresentanti di fazioni contrapposte che si scontrano tra di loro. Il secondo sepulcrum dovrebbe essere destinato alla punizione dell’avarizia, ma la caduta dell’intonaco lascia leggibili solo un brandello del vessillo e la pena di due dannati arrostiti sullo spiedo. Il terzo sepulcrum punisce la lussuria. Qui si riconosce il diavolo con l’insegna di capitanius che la scritta sullo scranno identifica come Asmodeo. S’intravvedono due diavoli torturatori e due dannati feriti e sanguinanti, grigliati sul fuoco della loro smodata passione. Il quarto sepulcrum, più leggibile, è dedicato all’invidia. I dannati (si notano un religioso e il membro di una confraternita) sono infilzati alle punte di una ruota dentata che gira vorticosamente, azionata da un diavolo, e che in alternanza solleva e immerge i puniti tra le fiamme. Gli altri diavoli feriscono i dannati con le picche e li lavorano sull’incudine, facendo loro pagare le ‘ferite’ che con la loro invidia e con la maldicenza hanno arrecato al prossimo. Il quinto sepulcrum, probabilmente dedicato al vizio della gola, è completamente perduto. Il sepolcro successivo, il sesto, punisce il vizio dell’ira nelle sue diverse declinazioni. I dannati sono infilzati ai rami appuntiti di un arbor mali. Il peccato punito va interpretato analizzando la parte del corpo colpita: avremo così la punizione della disperazione del cuore, dell’autolesionismo, della violenza sessuale, della collera, della trasgressione del quarto e del quinto comandamento, della bestemmia. L’ultimo sepolcro è dedicato al peccato capitale dell’accidia. La lentezza nell’operare il bene, la pigrizia nell’attendere ai doveri familiari, la trascuratezza dei religiosi nell’attendere al servizio divino sono punite con il contrappasso dell’ipo-mobilità. Gli accidiosi cuociono a fuoco lento in un calderone scaldato da un fuoco alimentato da altri dannati utilizzati come legna da ardere. I pigri e gli oziosi sono costretti all’immobilità, bloccati nel gelo di un lago ghiacciato; neanche le solenni bastonate dei diavoli riescono a svegliare il torpore delle loro membra intorpidite dal freddo.

La cavalcata dei vizi

La cavalcata dei vizi

Il terzo registro mostra quel che resta della rappresentazione della cavalcata dei vizi. I rappresentanti dei sette peccati capitali, che cavalcano animali simbolici dello stesso vizio, sono prigionieri di una lunga catena che li trascina nella gola del drago infernale. Le uniche figure dignitosamente riconoscibili sono quelle della superbia (un re a cavallo di un leone) e dell’ira, a cavallo di un orso, che si trafigge in un atto di violenza autolesionistica. S’intravvedono anche la parte posteriore di un elegante levriero, il lupo simbolo del vizio della gola, e l’asino cavalcato da un sonnolento accidioso. Sulla destra s’intravvedono le vesti bianche di quelle fanciulle che probabilmente componevano il gruppo delle virtù.

Gli spensierati di Sion

Gli spensierati di Sion

Il quarto registro, in basso, riporta forse la scena moraleggiante degli “spensierati di Sion”, che “canterellano al suono dell’arpa” e ai quali il profeta Amos minaccia la rovina eterna. Si individuano le immagini di nobili eleganti e sfaccendati che si dilettano con i divertimenti mondani e sono inavvertitamente trascinati da un diavolo, al suona della zampogna, verso le fiamme eterne della caverna infernale.

Visita sul sito la sezione dedicata alle visioni dell’aldilà in Italia: http://www.camminarenellastoria.it/index/VISIONI_ALDILA.html

Bitonto: quattro visioni dell’Aldilà

Il Giudizio universale nella Badia di San Leone

Bitonto - Il Giudizio universale nella Badia di San Leo

Bitonto – Il Giudizio universale nella Badia di San Leo

Erede di un complesso monastico benedettino assai influente nella storia economica della città di Bitonto, la Badia di San Leo sorge vicino ai giardini della Villa comunale e conserva dell’antica struttura il chiostro e un’aula ecclesiale rettangolare con un grande arco ogivale che la separa dalla zona presbiteriale. Le tre pareti del presbiterio sono interamente affrescate. La parete di sinistra è decorata da un Albero della Croce e dalla figura di San Benedetto in cattedra, mentre la parete di destra è dedicata agli evangelisti e ai santi. La parete di fondo, dietro l’altare, propone una visione quattrocentesca del Giudizio universale, martoriato da lacune e sovrapposizioni, ma ancora ben leggibile. La lunetta dell’arco di fondo è dedicata alla visione del Giudice. Il dipinto sintetizza due immagini tradizionali del Cristo trionfante: la prima è quella della regalità di Cristo, simbolizzata dal trono dorato sul quale il Re dei Re siede tra preziosi cuscini, reggendo lo scettro e il libro della vita; l’altra immagine è quella della seconda parusia, simbolizzata dalla mandorla sorretta da due angeli, ovvero il varco attraverso il quale il Giudice attraversa i sette cieli e ritorna per la seconda volta sulla terra a pronunciare il giudizio di salvezza o di dannazione. La fascia orizzontale dipinta sotto la lunetta mostra il tribunale celeste, composto dai dodici apostoli. L’affresco è così l’esatta trascrizione delle parole che Gesù rivolge ai suoi apostoli: «in verità io vi dico: voi che mi avete seguito, quando il Figlio dell’uomo sarà seduto sul trono della sua gloria, alla rigenerazione del mondo, siederete anche voi su dodici troni a giudicare le dodici tribù d’Israele» (Mt 19, 28). Degli apostoli in giudizio restano leggibili solo gli ultimi quattro sulla destra; siedono su scranni invisibili e poggiano i piedi su una predella di legno, come nei cori delle cattedrali. L’affresco continua nella fascia inferiore ed è spartito in due dal finestrone centrale. Nel pannello in alto a destra è dipinta la scena della condanna dei reprobi e della loro cacciata all’inferno. L’angelo vendicatore, espressione della giustizia divina e della sentenza di condanna, sguaina la sua spada e spinge un gruppo di dannati in una zona aspra e rocciosa. I reprobi sono abbigliati con i loro vestiti abituali e con le calzature a punta; mostrano nel viso l’orrore che provano alla vista del sottostante inferno ed esprimono con le mani gesti di raccapriccio e disperazione. Il pannello inferiore di destra non è purtroppo leggibile. I due pannelli di sinistra recano la scena del corteo dei beati. Il particolare più originale disegnato in questa scena richiama il sogno di Giacobbe ed è la raffigurazione molto ingenua di una scala che dalla terra sale verso il cielo; nella scena in basso i gradini salgono da destra verso sinistra, mentre nella scena superiore, come in corrispondenza di un pianerottolo, la direzione della scala s’inverte e procede da sinistra verso destra. In basso, un angelo ad ali spiegate afferra per un polso il primo beato e guida i risorti sulla scala indicando loro il cielo; rispetto ai dannati, gli abiti dei beati hanno colori molto più tenui; i volti sono sorridenti e in qualche caso ancora increduli. Nella scena superiore il corteo delle gerarchie ecclesiastiche è accolto direttamente da San Pietro. L’apostolo scende gli ultimi gradini, afferra un Papa per il polso e lo incoraggia a varcare la porta che dà accesso al Paradiso, alla città di Dio, l’apocalittica Gerusalemme celeste.

Il portale della Cattedrale. La discesa di Gesù agli inferi

Cattedrale di Bitonto - La discesa di Gesù al Limbo

Cattedrale di Bitonto – La discesa di Gesù al Limbo

La cattedrale di Bitonto è una delle più belle espressioni del romanico pugliese. Il suo portale centrale è molto ammirato per l’archivolto decorato di figure animali e per il sovrarco scolpito con foglie d’acanto, sorretto da una coppia di grifoni e sormontato da un pellicano, uccello simbolo dell’amore di Cristo per i suoi figli. L’architrave contiene una fascia scolpita con episodi della vita di Maria: l’annuncio dell’angelo, la visita a Elisabetta, la natività con l’omaggio dei re magi, la presentazione di Gesù al tempio. La lunetta contiene la scena dell’Anastasis, la discesa di Gesù agli Inferi. Tra la sua morte in croce e la sua risurrezione, Gesù sarebbe disceso nel mondo infernale. Questo episodio, proclamato nel nostro Credo («discese agli inferi»), non esiste nei Vangeli ma è riportato da Pietro nella sua prima lettera quando ricorda che Gesù «si recò a predicare anche agli spiriti in carcere, che erano stati increduli un tempo» e sviluppato dal Vangelo di Nicodemo. Il tema è molto caro alla tradizione alla tradizione bizantina e salda il nuovo al vecchio testamento, salvando i giusti d’Israele. Nella lunetta di Bitonto Gesù scende agli inferi tenendo in mano la croce patriarcale del suo sacrificio; con la mano destra afferra il polso di Adamo e lo aiuta a uscire dal “carcere” del peccato originale, insieme con Eva e gli altri patriarchi; di fronte a Gesù è il re David che suona l’arpa.

La chiesa del Purgatorio. La morte e il Purgatorio

Bitonto - Il Purgatorio

Bitonto – Il Purgatorio

La chiesa fu costruita a Bitonto nel 1670 su commessa della Confraternita del Purgatorio (templum hoc fidelium eleemosynis noviter extruendum). La dedicazione è a Maria, la madre di Dio consolatrice degli afflitti (deiparae afflictorum consolatrici), per la cui intercessione le anime del Purgatorio che si sono purificate nel fuoco possono salire in Paradiso. La trabeazione del portale sostiene la scultura con la visione delle fiamme del Purgatorio e delle anime che vi soggiornano. Agli estremi, un uomo e una donna avvolti dalle fiamme fino al torace, sembrano si rivolgono ai fedeli per chiedere preghiere e suffragio che leniscano le loro sofferenze. I volti delle altre otto anime purganti esprimono i più diversi stati d’animo, dalla disperazione di chi è condannato ad una lunga sofferenza, alla speranza di chi, liberandosi progressivamente dal tormento, vede aprirsi la prospettiva del cielo. Due angeli scendono infatti dall’empireo e vengono ad afferrare le mani alzate dei purgati per aiutarne l’ascensione paradisiaca. La figura centrale del gruppo indica con un dito ai passanti gli avvenimenti e ne spiega loro il senso. Le nicchiette del fregio inferiore ospitano i teschi degli uomini potenti, identificati dal triregno, dalla mitria, dal tricorno e dalla corona. Un richiamo alla vanità del potere. Ai lati del portale sono scolpiti due scheletri allegorici. Il primo esibisce la clessidra, misura del tempo; il secondo ha in mano la falce livellatrice. Essi ricordano ai passanti la caducità della loro vita. La scritta «Qua hora non putatis veniam et metam», ripresa dal vangelo di Luca, significa infatti che «in un’ora che non conoscete verrò e mieterò».

Il Giudizio universale nella Chiesa rurale dell’Annunziata di Campagna.

Chiesa dell'Annunziata di Campagna - Il Giudizio universale (ph. Eva Signorile)

Chiesa dell’Annunziata di Campagna – Il Giudizio universale (ph. Eva Signorile)

Il Giudizio universale è affrescato sulla controfacciata ed è opera di Ruggiero Bruno di Cosenza. Cristo giudice pronuncia il giudizio esibendo le piaghe della passione; è circondato da un coro di angeli ed è affiancato dagli intercessori Maria e Giovanni Battista; uno stuolo di santi gli fa corona sulle nuvole del cielo. Ai piedi del giudice è l’altare delle Deesis, con il libro aperto e l’ostensione della croce e degli altri strumenti della passione. Sotto i segni della fine del mondo compare un’articolata scena della risurrezione dei corpi, che comprende anche i morti in mare; i risorti sono sottoposti alla pesatura da parte dell’arcangelo Michele. Coloro che han superato la prova sono accolti dagli angeli e avviati in corteo verso il Paradiso. Qui San Pietro apre loro le porte della Gerusalemme celeste, raffigurata come una città fortificata con mura e torri. Le anime dei beati sono accolte dai tre patriarchi Abramo, Isacco e Giacobbe e riposano nel loro grembo. I dannati sono condotti dai diavoli nella gola del Leviatano infernale.

Le visioni dell’Aldilà in Puglia sono descritte nel sito: www.camminarenellastoria.it/index/ald_it_PUGLIA.html