Malborghetto sulla Via Flaminia. Il sogno dell’imperatore

I Romani alzarono sulla Via Flaminia un arco trionfale per celebrare la vittoria di Costantino su Massenzio. L’esercito romano si era accampato al tredicesimo miglio della consolare Flaminia quando nella notte l’imperatore ebbe il sogno miracoloso che determinò la sua vittoria. Lattanzio racconta che Costantino “durante il sonno viene avvertito di far segnare sugli scudi il celeste segno di Dio e di dar battaglia”.

La visione della Croce (Raffaello, Musei Vaticani)

La visione di Costantino con il famoso segno nel cielo “in hoc signo vinces” ha colpito l’immaginazione degli artisti. Raffaello e Piero della Francesca, per limitarsi a due soli nomi,  l’hanno immortalata nei loro dipinti. Ma alcuni studiosi curiosi non si sono accontentati dei sogni e hanno voluto ricostruire storicamente il cielo stellato della notte di Costantino con un normale programma di simulazione astronomica.

La costellazione del Cigno

Posizionandosi sulle coordinate corrispondenti a quelle di Malborghetto, alla data del 27 ottobre del 312 dopo Cristo (giorno precedente la battaglia di Ponte Milvio), in direzione ovest, all’altezza dell’attuale Sacrofano, alta sopra l’orizzonte celeste, apparve un’inconfondibile croce: si trattava della costellazione del Cigno.

Il basolato della Via Flaminia romana

Il monumento commemorativo romano – un arco quadrifonte – fu eretto agli inizi del quarto secolo all’incrocio tra la via consolare Flaminia e un percorso che collegava Veio a uno scalo fluviale sul Tevere. Quest’ultimo percorso è ancora riconoscibile con l’odierna strada per Sacrofano a ovest e con il sentiero che scende a est al Fosso del Drago, alla Via Tiberina e al fiume, dov’erano alcune cave di pietra.

Il cristogramma della cappella interna

Archiviati i fasti imperiali, durante il Medioevo l’arco trionfale fu murato all’esterno e trasformato in un casale fortificato a presidio di un borgo, in seguito detto Borghetto, Borghettaccio e Malborghetto. In una decadenza sempre più malinconica, nel corso del Seicento, il Casale divenne un’osteria di strada e, nel 1713, una stazione di posta. Infine, alterato e manomesso, fu adattato a semplice abitazione rurale. Dopo un lungo periodo di abbandono, venne però finalmente la rinascita. Acquisito dallo Stato nel 1982, è stato oggetto di lavori di consolidamento, restauro e sistemazione.

Malborghetto

Oggi è tornato visitabile dal pubblico. S’impone con la sua vistosa presenza al km 19,400 della Via Flaminia, circondato da un parco verde.  È anche sede di un piccolo museo che conserva vasi romani provenienti dalle fornaci presso La Celsa, ceramiche scoperte in un ambiente sotterraneo del casale, due statue acefale togate ritrovate a Grottarossa e un’ara funeraria da Tor di Quinto.

Il parco di Malborghetto

(Ho visitato Malborghetto il 23 marzo 2018)

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Roma. L’ultimo viaggio di San Paolo

Trekking urbano dalle Tre Fontane alla Basilica Ostiense

L’imperatore Nerone scatena la persecuzione contro i cristiani dopo l’incendio che distrugge la città di Roma nell’anno 64. Paolo è condannato a morte. Sarà decapitato fuori città: è ultimo “privilegio” concessogli per la sua cittadinanza romana. Per Paolo è il momento dei bilanci. Non è stata una vita tranquilla, la sua. “Cinque volte dai Giudei ho ricevuto i quaranta colpi meno uno; tre volte sono stato battuto con le verghe, una volta sono stato lapidato, tre volte ho fatto naufragio, ho trascorso un giorno e una notte in balìa delle onde. Viaggi innumerevoli, pericoli di fiumi, pericoli di briganti, pericoli dai miei connazionali, pericoli dai pagani, pericoli nella città, pericoli nel deserto, pericoli sul mare, pericoli da parte di falsi fratelli; disagi e fatiche, veglie senza numero, fame e sete, frequenti digiuni, freddo e nudità. Oltre a tutto questo, il mio assillo quotidiano, la preoccupazione per tutte le Chiese (2Cor 11, 24-28). Eppure Paolo si sente realizzato. La sua coscienza è serena. “È giunto il momento che io lasci questa vita. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta soltanto la corona di giustizia che il Signore, il giudice giusto, mi consegnerà in quel giorno” (2Tm 4, 6-8). Paolo è condotto alle Aquae Salviae e decapitato. Il suo corpo è sepolto sulla via Ostiense, inumato – secondo la tradizione – nella tomba della matrona Lucilla. Durante la persecuzione di Valeriano (257-258) il corpo viene traslato, insieme a quello di Pietro, nelle catacombe di San Sebastiano, lungo la via Appia Antica. Cessate le persecuzioni, le spoglie di Pietro tornano in Vaticano, mentre quelle di Paolo vengono deposte nuovamente nell’antico cimitero sulla via Ostiense. Nel 320 Costantino costruisce le due prime basiliche apostoliche sui sepolcri di Pietro e di Paolo, antenate delle basiliche attuali.

San Paolo viaggiatore (Michael Kardamakis)

 

L’itinerario a piedi

 

Propongo un breve pellegrinaggio a piedi con partenza dalla Basilica delle Tre Fontane alle Acque Salvie e con arrivo alla Basilica di San Paolo fuori le mura. Il cammino segue idealmente il percorso del funerale di Paolo, così com’è raffigurato nella lunetta sopra la porta d’ingresso della chiesa del martirio. Il tragitto si compie in circa un’ora, cui bisogna aggiungere i tempi per le visite. Per ottimizzare il percorso e gli spostamenti, è consigliabile utilizzare le stazioni della linea B della Metropolitana.

La Via Ostiense (Roma, Museo della via Ostiense)

Certo, gli occhi di oggi non spaziano più sul tranquillo e ondulato paesaggio della campagna romana conosciuta da Paolo. Il neo-pellegrino si muove oggi non sui sentieri ma sui marciapiedi dei quartieri urbani. La città si è molto dilatata e ha inglobato luoghi un tempo periferici e “fuori le mura”. Ma non per questo l’itinerario si qualifica meno interessante. Anzi. É un magnifico percorso di conoscenza della storia di Roma, ricco di punti d’interesse. Incroceremo gli scavi archeologici del suo glorioso passato e i quartieri direzionali della modernità. Ci muoveremo nei parchi naturali che rompono l’accerchiamento urbano nella città più verde d’Italia. Vedremo i templi e i monumenti della cristianità e le opere create dagli ordini religiosi, affiancati ai quartieri della Roma operaia e industriale. Sfioreremo le moderne autostrade e le nuove linee di trasporto ma potremo anche sostare nelle botteghe che espongono le tipicità prodotte dalle comunità religiose e dagli artigiani creativi.

Gli eucalipti piantati dai Trappisti

 

I punti d’interesse lungo il percorso

 

Utilizzando i convogli della linea B della Metropolitana scendiamo al capolinea “Laurentina”. Sul piazzale antistante sorge il monumento ai martiri istriani vittime delle foibe. Andiamo a destra (nord) seguendo fedelmente il marciapiede della Via Laurentina e traversando la Via del Serafico. I moderni edifici del quartiere Laurentino cedono il passo al verde del Parco degli Eucalipti. Dieci-quindici minuti di cammino sono sufficienti per raggiungere, sulla destra, l’innesto della Via di Acque Salvie. In ambiente improvvisamente più tranquillo incrociamo la grande statua di San Benedetto che invita al silenzio e raggiungiamo il parcheggio. Entrati nel recinto sacro dell’Abbazia delle Tre Fontane visitiamo la chiesa abbaziale dei monaci trappisti, la Scala Coeli e la chiesa del Martirio di San Paolo, senza dimenticare la bottega dei prodotti dei Monasteri e gli altri punti vendita.

La decapitazione di San Paolo (affresco nella chiesa del martirio)

Tornati all’inizio di Via delle Acque Salvie e della successiva zona alberghiera, la prosecuzione su Via Laurentina ci sarà impedita da un aggrovigliato nodo stradale, apparentemente invalicabile. In realtà, senza scendere sull’asfalto, utilizziamo per proseguire il provvidenziale svincolo del percorso ciclopedonale: seguiamo a destra uno stradello protetto e superiamo la trafficata Via del Tintoretto, utilizzando l’evidente sottopassaggio e traversando la strada successiva grazie al semaforo pedonale. Dal parco giochi si va a destra sulla pista protetta da una staccionata che gira intorno all’ansa stradale e riporta sulla Via Laurentina all’altezza di una stazione di servizio. Ritrovato il marciapiede, superiamo il Piazzale Roberto Ardigò e proseguiamo fino all’incrocio con la Via Cristoforo Colombo. Traversata la Colombo grazie al semaforo pedonale, proseguiamo sulla Via Laurentina che in questo tratto diventa più stretta e sinuosa e termina innestandosi sulla Via Ostiense al Valco di San Paolo, dopo il sottopasso della ferrovia. Si va ora a destra sull’ampio marciapiede della Via Ostiense fino ad avvistare il “faro”, il bianco campanile della Basilica di San Paolo. Raggiungiamo la nostra meta nella zona absidale, dopo quaranta minuti di cammino dalle Tre Fontane. Nell’ampio piazzale che fiancheggia la basilica è anche ben visibile il Sepolcreto Ostiense. Dopo la visita all’area sacra riprendiamo la via del ritorno utilizzando la vicina stazione della stessa linea B della Metropolitana.

 

La Metropolitana di Roma – Linea B

 

Il monumento ai martiri delle foibe alla stazione Laurentina

Il primo tratto della linea della Metropolitana di Roma, inaugurato nel 1955, collegava le stazioni Termini e Laurentina. La stazione Laurentina fu originariamente utilizzata come semplice deposito della linea e divenne capolinea ufficiale solo nel 1990, dopo radicali lavori di ristrutturazione. Oggi è anche nodo di scambio con numerose linee di autobus extraurbani. Sul piazzale antistante la Metro Laurentina, denominato Largo Vittime delle foibe istriane, sorge un monumento commemorativo per le vittime dei massacri delle foibe.

 

La Via Laurentina

 

Edilizia moderna al Laurentino

Il nostro percorso sulla Via Laurentina segue per un tratto l’antica strada che collegava Roma alla zona costiera e alle ville marittime a sud di Ostia. Oggi la strada che percorriamo è fiancheggiata dai modernissimi edifici che ospitano gli uffici di grandi società come l’Eni, da alcune prestigiose sedi formative come il Seraphicum (la Pontificia Facoltà Teologica San Bonaventura dei Frati Minori Conventuali) e la scuola Highlands Institute dei Legionari di Cristo, da strutture alberghiere come la Casa San Bernardo, da banche e circoli sportivi.

 

Il Parco degli Eucalipti

 

Il Parco degli Eucalipti

La Via Laurentina attraversa il Parco degli Eucalipti, un grande bosco piantato nell’Ottocento dai Frati Trappisti dell’Abbazia delle Tre Fontane allo scopo di drenare le acque stagnanti, combattere la malaria, migliorare la salubrità dell’aria e produrre elisir medicinali. Il parco è oggi gestito dalla società Eur. Organizzato in terrazze, belvedere, vialetti e passaggi sopraelevati, esso ospita un boschetto di 860 alberi, in prevalenza di piante di eucalipto. Il Parco ospita la chiesa di Santa Maria del Terzo Millennio e le opere legate alle apparizioni della Madonna della Rivelazione.

 

Il complesso abbaziale delle Tre Fontane alle Acque Salvie

 

L’arco di Carlo Magno

Il complesso è situato sul tracciato dell’antica via Laurentina, in una piccola valle con alberi di eucalipto. La denominazione più antica di questo luogo è stato “Acque Salvie”, un nome che per alcuni richiama la romana Gens Salvia e per altri sarebbe invece derivato dalle abbondanti e salutari sorgenti, tuttora attive. Il toponimo “Tre Fontane” è strettamente legato al martirio di San Paolo: la tradizione vuole che la testa di San Paolo, recisa, sia rimbalzata a terra tre volte, facendo scaturire, nei tre punti di contatto col terreno, altrettante fonti d’acqua. Nel complesso sono accolte le comunità dei monaci Trappisti e le Piccole Sorelle di Gesù di Charles de Foucauld.

 

Il monastero e la chiesa abbaziale delle Tre Fontane

 

La chiesa abbaziale dei santi Vincenzo e Anastasio

Il monastero ospita una piccola comunità di monaci Cistercensi della Stretta Osservanza (Trappisti). La ‘via trappista’ trae origine dalla tradizione di vita evangelica espressa nella Regola di San Benedetto da Norcia, secondo l’impronta particolare impressa dai fondatori del monastero di Citeaux, e dalla tradizione Cistercense, in particolare da San Bernardo di Chiaravalle. La chiesa abbaziale è intitolata ai Santi Vincenzo e Anastasio ed è stata edificata secondo le regole stilistiche cistercensi del “romanico-borgognone”, che richiedevano caratteri di sobrietà e austerità: rappresenta uno dei monumenti più interessanti dell’architettura medioevale romana di transizione.

 

La chiesa di Santa Maria Scala Coeli

 

La cella di San Paolo alla Scala Coeli

La chiesa ricorda una visione che San Bernardo ebbe qui nel 1138: mentre stava celebrando una messa per i defunti, vide in estasi una scala sulla quale, in un continuo andirivieni, gli Angeli conducevano verso il Cielo le anime liberate dal Purgatorio. La chiesa è a pianta ottagonale, sormontata da una cupola e da una lanterna; la facciata è completata da un timpano e da un occhio inserito in una lunetta. Custodisce anche la memoria del martirio di San Zenone e di quello dei legionari cristiani. Nella cripta è anche l’ambiente considerato l’ultima prigione di San Paolo prima della decapitazione,

 

La chiesa del martirio di San Paolo

 

La chiesa del martirio

Per arrivare alla chiesa di San Paolo si percorre un breve viale alberato. La chiesa custodisce le tre Fontane sgorgate dal ruzzolare della testa recisa dell’apostolo, allineate lungo la parete della navata, a uguale distanza l’una dall’altra ma a diverso livello dal pavimento, disposte in edicole a nicchia. Le fonti, chiuse dal 1950, sono sormontate da tabernacoli. Numerose lapidi, dipinti e sculture ricordano episodi della vita del santo. Sulla parete dell’abside è rappresentata la scena del martirio; nel catino della stessa abside è descritto l’arrivo in cielo e la gloria dell’apostolo.

 

Il quartiere Ostiense

 

Edilizia popolare al quartiere San Paolo

Il quartiere popolare di San Paolo ha visto iniziare il proprio sviluppo urbanistico intorno al 1907, grazie al nuovo Piano Regolatore e alla creazione di un’area industriale all’inizio della via Ostiense. Qui furono infatti costruiti il Porto Fluviale, il Gazometro, la Centrale Montemartini e i Mercati Generali. Un esempio interessante di edilizia popolare è il nucleo di case di Valco San Paolo: fu il primo intervento realizzato a Roma, tra l’estate del 1949 e il 1952, nell’ambito del “Piano per l’incremento dell’occupazione operaia” e segnò l’avvio del piano Ina-Casa nella capitale. Il quartiere occupa un’area pianeggiante posta tra le direttrici di viale Marconi e via Ostiense e a sud della Basilica di San Paolo fuori le mura, da cui prende il nome.

 

Il complesso extraterritoriale di San Paolo

 

L’abbazia benedettina

San Paolo fuori le Mura è un vasto complesso extra territoriale. Il Concordato del 1929 e i successivi Accordi intercorsi fra la Santa Sede e l’Italia hanno sancito che le aree e gli edifici costituenti il complesso di San Paolo fuori le Mura, appartengono alla Santa Sede e godono di uno specifico status giuridico, secondo le norme del diritto internazionale. Oltre alla Basilica Papale, l’insieme comprende una Abbazia benedettina molto antica, fondata da Odone di Cluny nel 936, attiva sotto la direzione del suo abate in particolare nella promozione dell’ecumenismo. Vi si trovano anche gli ambulatori dell’Ospedale pediatrico Bambino Gesù, il Collegio Beda e l’ente di formazione professionale dei Padri Giuseppini del Murialdo.

 

La basilica papale di San Paolo fuori le mura

 

La lastra tombale

La Basilica è sorta come sistemazione monumentale della tomba di San Paolo. L’edificio attuale è la ricostruzione di quella distrutto dall’incendio del 1823, di cui mantiene lo schema, le dimensioni e le strutture superstiti. Dal grande quadriportico, che ospita le statue di Paolo e Luca, si entra nel vasto interno a cinque navate. Alla base dell’altare papale una larga finestra permette ai fedeli di vedere la tomba dell’apostolo, composta da una lastra di marmo con l’iscrizione “Paulo apostolo mart(yri)” e da un massiccio sarcofago. Sopra la tomba del Santo e l’altare maggiore si trova il ciborio di Arnolfo di Cambio. Di rilievo i mosaici che ornano l’arco trionfale e il catino dell’abside. La visita prosegue con il candelabro pasquale, il transetto e le cappelle (dedicate ai santi Stefano, Lorenzo, Benedetto, Timoteo), la pinacoteca e il museo lapidario. Un’attrazione è il chiostro duecentesco, capolavoro dei Vassalletto, ornato di colonnine con intarsi a mosaico. La Porta santa ha una scritta in latino: “Ad sacram Pauli cunctis venientibus aedem – sit pacis donum perpetuoque salus”. È un bell’augurio rivolto ai pellegrini di tutti i tempi: “a quanti vengono nel santo tempio di Paolo sia concesso il dono della pace e della salvezza eterna”.

 

Il Sepolcreto romano

 

Il sepolcreto ostiense

La necropoli ostiense, scoperta nel Settecento e indagata in più riprese, non risulta ancora completamente nota nella sua estensione complessiva. La parte esplorata e visitabile, annessa all’area verde del Parco Schuster dimostra una continuità d’uso dal primo secolo avanti Cristo fino al quarto secolo dopo Cristo. I più antichi edifici funerari sono in prevalenza “colombari”, ambienti a pianta quadrangolare nelle cui pareti interne erano ricavate piccole nicchie, in file di più piani, per la deposizione delle urne cinerarie, mentre i livelli più recenti della necropoli documentano il suo utilizzo per le inumazioni. In molti casi si conservano tracce delle decorazioni dipinte.

 

Il Parco Schuster

 

Parco Schuster. Il monumento ai caduti di Nassiriya

È l’area verde di forma triangolare compresa tra la via Ostiense, l’ansa sinistra del Tevere e il lato orientale della Basilica. Il nome è un omaggio al cardinale Ildefonso Schuster (1880-1954), che fu abate dei benedettini di San Paolo e che resse poi la diocesi di Milano durante la seconda Guerra Mondiale. La nuova sistemazione, realizzata nel 1999 in occasione del Giubileo, è caratterizzata da un gioco di aiuole geometriche, da un boschetto di palme, da una fontana e da una grande aiuola di rose rosse. Il parco giochi è ombreggiato da pini, lecci, robinie e allori. Vi sorge il monumento in ricordo dei caduti di Nassiriya.

 

L’Università di Roma Tre

 

L’universita di Roma Tre

L’Università degli studi Roma Tre è stata fondata nel 1992 ed è l’università più “giovane” di Roma con i suoi oltre quarantamila studenti iscritti. Attivo centro di produzione culturale a dimensione internazionale, Roma Tre è anche una leva vitale dello sviluppo urbanistico della capitale. La città universitaria dell’Ostiense comprende sedi che si distribuiscono da viale Marconi fino al complesso dell’ex-Mattatoio o dei Mercati Generali. Per anni la zona ex-Ina di Valco San Paolo ha convissuto a stretto contatto, con Viale Marconi, con altre Facoltà, tra cui Ingegneria, Biologia e Scienze

Roma. La Torpignattara e le Catacombe dei due allori

Siamo a Roma, al numero 641 della Via Casilina. Un tempo quest’area, situata al terzo miglio dell’antica via Labicana, era di proprietà dell’imperatore Costantino ed era nota come “ad duas lauros”, cioè “ai due allori”, arbusti tradizionalmente presenti presso i palazzi imperiali. Oggi, molto meno nobilmente, si chiama Torpignattara.

 

La tomba di Elena

Il Mausoleo di Elena

Questo nome popolaresco fu dato dal volgo romano al torreggiante monumento funebre costruito dall’imperatore Costantino per essere utilizzato come sepoltura di sua madre Elena, morta nel 329. Gli abili ingegneri romani, per alleggerire il peso della cupola ed evitare possibili crolli, inserirono nella copertura numerose anfore (dette pignatte). Tale stratagemma ancora visibile ha indotto nei secoli passati il popolino a indicare il Mausoleo costantiniano come “la torre delle pignatte”; e da qui sarebbe derivato il nome stesso della zona, conosciuta come Torpignattara.

 

Le catacombe di Marcellino e Pietro

Le Catacombe ‘ad duas lauros’

Nel sottosuolo dell’antica basilica costantiniana fu scavata nel terzo secolo una necropoli dedicata ai santi martiri Marcellino e Pietro. I tre piani di scavo, i diciassette km di gallerie e le quindicimila sepolture ne fanno una delle catacombe più grandi di Roma. Dopo la caduta dell’impero e le invasioni barbariche, le catacombe furono gradualmente abbandonate e dimenticate. Oggi le Catacombe di Marcellino e Pietro (www.santimarcellinoepietro.it), di proprietà vaticana, sono state restaurate e riaperte al pubblico dalla Pontificia Commissione di Archeologia sacra e affidate in gestione ai religiosi dell’Istituto Cavanis.

 

L’arte cristiana

Agape

Il grande tesoro custodito nelle cappelle di questa catacomba è l’arte cristiana delle origini. I cubicoli e gli arcosoli delle famiglie cristiane più facoltose sono stati decorati nel terzo e nel quarto secolo da meravigliosi affreschi, oggi riportati al loro originario splendore attraverso la tecnica del laser. I dipinti delle cappelle funerarie rievocano le storie dell’antico e del nuovo testamento e sono una meditazione sulla storia della salvezza per i nuovi convertiti. Viene spesso rappresentato Giona salvato dal ventre della balena, dove il profeta era rimasto per tre giorni, con questo rievocando la resurrezione del Cristo. Ma sono anche rappresentati il peccato originale di Adamo ed Eva, Noè scampato al diluvio, Susanna salvata dalle insidie degli anziani, Daniele che rimane illeso nella fossa dei leoni, Mosè che fa sgorgare l’acqua nel deserto. Dal Nuovo Testamento provengono le immagini della visita dei Magi, dei miracoli della guarigione del paralitico e dell’emorroissa, della resurrezione di Lazzaro e della moltiplicazione dei pani. Magnifici sono l’affresco dei santi eponimi, la descrizione personificata delle quattro stagioni, i banchetti funebri e le agapi eucaristiche, il canto di Orfeo, i giardini paradisiaci. Passiamo in rassegna alcune di queste immagini, commentate dai passi biblici di riferimento.

 

Il lembo del mantello

L’emorroissa e Gesù

Ed ecco, una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni, gli si avvicinò alle spalle e toccò il lembo del suo mantello. Diceva infatti tra sé: “Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò salvata”. Gesù si voltò, la vide e disse: “Coraggio, figlia, la tua fede ti ha salvata”. E da quell’istante la donna fu salvata (Matteo 9, 20-22).

 

Il paralitico guarito

Il paralitico guarito

Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di perdonare i peccati, dico a te – disse al paralitico -: àlzati, prendi il tuo lettuccio e torna a casa tua”. Subito egli si alzò davanti a loro, prese il lettuccio su cui era disteso e andò a casa sua, glorificando Dio. Tutti furono colti da stupore e davano gloria a Dio; pieni di timore dicevano: “Oggi abbiamo visto cose prodigiose” (Luca 5, 24-26).

 

La risurrezione di Lazzaro

La risurrezione di Lazzaro

Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: “Togliete la pietra!”. Gli rispose Marta, la sorella del morto: “Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni”. Le disse Gesù: “Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?”. Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: “Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato”. Detto questo, gridò a gran voce: “Lazzaro, vieni fuori!”. Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: “Liberàtelo e lasciàtelo andare” (Giovanni 11, 39-43).

 

Giona e la balena

Giona gettato in mare

il mare infuriava sempre più. Giona disse loro: “Prendetemi e gettatemi in mare e si calmerà il mare che ora è contro di voi, perché io so che questa grande tempesta vi ha colto per causa mia”. Quegli uomini cercavano a forza di remi di raggiungere la spiaggia, ma non ci riuscivano, perché il mare andava sempre più infuriandosi contro di loro. Allora implorarono il Signore e dissero: “Signore, fa’ che noi non periamo a causa della vita di quest’uomo e non imputarci il sangue innocente, poiché tu, Signore, agisci secondo il tuo volere”. Presero Giona e lo gettarono in mare e il mare placò la sua furia. Quegli uomini ebbero un grande timore del Signore, offrirono sacrifici al Signore e gli fecero promesse. Ma il Signore dispose che un grosso pesce inghiottisse Giona; Giona restò nel ventre del pesce tre giorni e tre notti. Dal ventre del pesce Giona pregò il Signore, suo Dio. E il Signore parlò al pesce ed esso rigettò Giona sulla spiaggia (Giona, 1 e 2).

Giona rigettato dalla balena

 

La visita dei Magi

La visita dei Magi

La stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra (Matteo 2, 9-11).

 

Daniele nella fossa dei leoni

Daniele nella fossa dei leoni

Allora il re ordinò che si prendesse Daniele e lo si gettasse nella fossa dei leoni. Il re, rivolto a Daniele, gli disse: “Quel Dio, che tu servi con perseveranza, ti possa salvare!”. Poi fu portata una pietra e fu posta sopra la bocca della fossa: il re la sigillò con il suo anello e con l’anello dei suoi dignitari, perché niente fosse mutato riguardo a Daniele. Quindi il re ritornò al suo palazzo, passò la notte digiuno, non gli fu introdotta nessuna concubina e anche il sonno lo abbandonò. La mattina dopo il re si alzò di buon’ora e allo spuntare del giorno andò in fretta alla fossa dei leoni. Quando fu vicino, il re chiamò Daniele con voce mesta: “Daniele, servo del Dio vivente, il tuo Dio che tu servi con perseveranza ti ha potuto salvare dai leoni?”. Daniele rispose: “O re, vivi in eterno! Il mio Dio ha mandato il suo angelo che ha chiuso le fauci dei leoni ed essi non mi hanno fatto alcun male, perché sono stato trovato innocente davanti a lui; ma neppure contro di te, o re, ho commesso alcun male”. Il re fu pieno di gioia e comandò che Daniele fosse tirato fuori dalla fossa. Appena uscito, non si riscontrò in lui lesione alcuna, poiché egli aveva confidato nel suo Dio (Daniele 6, 17-24).

 

Mosè fa scaturire l’acqua nel deserto

Mosè

Nel deserto di Sin il popolo soffriva la sete per mancanza di acqua; il popolo mormorò contro Mosè e disse: “Perché ci hai fatto salire dall’Egitto per far morire di sete noi, i nostri figli e il nostro bestiame?”. Allora Mosè gridò al Signore, dicendo: “Che cosa farò io per questo popolo? Ancora un poco e mi lapideranno!”. Il Signore disse a Mosè: “Passa davanti al popolo e prendi con te alcuni anziani d’Israele. Prendi in mano il bastone con cui hai percosso il Nilo, e va’! Ecco, io starò davanti a te là sulla roccia, sull’Oreb; tu batterai sulla roccia: ne uscirà acqua e il popolo berrà”. Mosè fece così, sotto gli occhi degli anziani d’Israele (Esodo 17, 1-6).

 

La fine del diluvio

Noè

Noè poi fece uscire una colomba, per vedere se le acque si fossero ritirate dal suolo; ma la colomba, non trovando dove posare la pianta del piede, tornò a lui nell’arca, perché c’era ancora l’acqua su tutta la terra. Egli stese la mano, la prese e la fece rientrare presso di sé nell’arca. Attese altri sette giorni e di nuovo fece uscire la colomba dall’arca e la colomba tornò a lui sul far della sera; ecco, essa aveva nel becco una tenera foglia di ulivo. Noè comprese che le acque si erano ritirate dalla terra (Genesi 8, 8-11).

 

(Ho visitato le Catacombe il 23 dicembre 2017)

Le torri della Campagna Romana

Roma è una grande città “verde”. Lo è al suo interno, grazie al sistema dei suoi parchi e delle celebri ville. E lo è anche alla sua periferia, dove, nonostante l’urbanizzazione, la Campagna romana ha spesso mantenuto intatte le sue caratteristiche. La passeggiata che proponiamo ci porta alla scoperta dei tratti tipici del paesaggio agrario romano: i vasti terreni seminativi, le estese e compatte colture specializzate, gli ampi panorami, l’arcadia delle greggi al pascolo, i nuclei fortificati turriti medievali, gli antichi casali rinascimentali, gli insediamenti della bonifica, i filari di pini marittimi, i boschetti.

La Vaccheria del Cerqueto

Visitiamo le tenute storiche del Cerqueto e di Torre Maggiore, comprese tra le vie Ardeatina e Laurentina, a cavallo dei comuni di Pomezia e Ardea. Qui la Campagna Romana fronteggia gli invadenti insediamenti industriali, le fabbriche, la logistica, i depositi di merci e carburanti, gli agglomerati industriali di Pomezia e Santa Palomba, il flusso continuo dei Tir e degli autofurgoni frigo, i treni dello scalo merci di Pomezia. Sono le due facce della cintura romana, quella della tradizione e quella dello sviluppo moderno. Il contrasto è marcato, perfino violento. Ma aggiunge interesse e riflessioni alla passeggiata.

Gregge al pascolo nel Parco degli acquedotti

Si può partire a piedi direttamente dalla stazione ferroviaria di Pomezia, servita dai frequenti treni regionali della linea Roma-Napoli. Usciti dalla stazione, s’imbocca a destra la via della Siderurgia, che costituisce l’asse della nostra passeggiata. Dopo un parcheggio di scambio, valichiamo il fascio dei binari su un cavalcavia pedonale. Il tratto successivo di strada è condizionato nei giorni lavorativi dal traffico diretto ai magazzini dell’area. Superato però l’insediamento industriale, il paesaggio si apre e diventa immediatamente tranquillo. Le tappe del percorso sono individuate da tre torri: la Torre Maggiore, la Torre Fausta e la Torre del Cerqueto. Lo sviluppo è di circa tre km. Tra andata e ritorno sono necessarie tre ore di camminata tranquilla.

La Torre Maggiore

La Torre Maggiore

Provenendo dalla stazione di Pomezia e varcato il cavalcavia ferroviario, la Via della Siderurgia traversa l’area industriale ed effettua una prima curva ad angolo retto sulla sinistra e poi una doppia curva sulla destra. Qui la si lascia per una temporanea deviazione e ci si infila su Via della Chimica, stretta tra le cisterne di carburante dell’Eni e il magazzino delle merci della Pam di Santa Palomba. In fondo alla via senza sbocco, troviamo la recinzione che protegge l’area vincolata. Il contrasto tra la modernità e il passato è macroscopico. La Torre Maggiore svetta su pochi ettari di verde residuo, assediata su tre lati dalle costruzioni moderne. Ferita da una lunga frattura verticale sul lato meridionale, forse agonizzante, difende faticosamente il prestigio che le deriva dall’altezza e dal suo ruolo di presidio e ‘porta’ dell’Agro romano. Ha pianta quadrata, è alta 34 m e si sviluppa su cinque piani, dotati di finestre. La torre è affiancata da una cinta muraria merlata. L’insieme è assolutamente pittoresco. La “turris cum claustro” è una tipologia costruttiva molto in auge nel Medioevo e in particolare nella Campagna Romana. La torre fortificata aveva una naturale funzione di presidio del territorio e di controllo sulla via Ardeatina antica. Ma aveva anche un ruolo nell’economia rurale del tempo. Già nel settimo secolo sorse qui la domusculta di sant’Edisto, una di quelle grandi aziende agricole del patrimonio di San Pietro, promosse dai pontefici per arginare la crisi degli approvvigionamenti della città di Roma e riattivare l’attività agricola dopo la crisi successiva alla caduta dell’impero. Nei secoli successivi si sviluppano le grandi aree agricole, abbinate alle “tenute di campagna” di proprietà delle famiglie nobiliari romane. La Torre Maggiore apparteneva in particolare alla famiglia dei Savelli, detentrice peraltro di numerosi altri castelli nella zona.

La Torre Fausta

La Torre Fausta

Rientrati sulla Via della Siderurgia, si prosegue in direzione della campagna, fino al termine dell’area dei magazzini. Qui svetta la Torre Fausta, edificata nel 1927 a presidio della riserva idrica per l’irrigazione dei campi. Si tratta infatti di una torre idraulica utilizzata per sollevare l’acqua del pozzo sottostante a una quota utile per essere immessa nel circuito idrico. La torre apparteneva al proprietario terriero conte Giovanni Ticca. Il blasone della famiglia spicca sulla parte alta del corpo murario.

Il borgo del Cerqueto

 

La torre medievale del Cerqueto

Si prosegue su via della Siderurgia. L’asfalto termina e si cammina ora su terra battuta. Il paesaggio industriale svanisce alle nostre spalle e sfumano anche i rumori provocati dal flusso continuo dei Tir. Dopo un breve tratto ancora parallelo alla linea ferroviaria, si volta a destra (sud-ovest). Si avvicina il piccolo borgo del Cerqueto, preceduto da edifici agricoli in rovina: la vaccheria con il fontanile a sinistra e i depositi del fieno sulla destra. Il Cerqueto è costituito dai resti di un antico castello medievale fortificato e munito di torre. Il nome ricorda la presenza di boschi di querce che diedero l’appellativo alla zona in età medievale. Il complesso si trova su una collinetta in posizione strategica, poiché il tracciato orientale della strada per Ardea passava in età antica proprio nei pressi del castello. Il moderno casale, anche se più volte restaurato, mostra chiaramente la sua origine medievale: all’interno è presente una torre (di circa 20 m. di altezza) quadrata e con la base rinforzata a sperone, costruita in blocchetti di tufo. Ha ancora le finestre originali con stipiti in peperino. La torre era circondata da un antemurale sul quale è stato in seguito costruito il recinto attuale composto da una serie di caseggiati.

Il Casale del Cerqueto

L’ultimo restauro del Cerqueto avvenne in età fascista quando l’antico castello fu convertito in un vasto casale agricolo munito di una serie di ambienti consoni all’attività agro pastorale, allor quando venne acquisito dal conte Giovanni Ticca. Il pastore che abita in loco aiuta cortesemente nella visita e spiega la funzione dei diversi locali: la residenza del fattore, gli appartamenti numerati dei dipendenti, il fontanile, i gabinetti e le docce con uso separato per uomini e donne, il magazzino dei cereali, la cappella, l’appartamento del prete, gli interni dotati di camino, le scalinate d’accesso al piano superiore. Il complesso è stato utilizzato fino alla seconda guerra mondiale ed è stato poi gradualmente abbandonato. Si trova oggi in un malinconico stato di degrado ma è ancora perfettamente leggibile.

Il paesaggio della Campagna Romana

Il Borgo del Cerqueto sullo sfondo dei Colli Albani

Conviene proseguire ancora per un tratto sulla strada sterrata che segue la linea ondulata dei colli. Si ha così la percezione delle continue variazioni del paesaggio agrario, delle lunghe alberate, dei boschetti, dei vasti terreni seminativi e dei loro rapporti con i casali costruiti sulla sommità di poggi e crinali. Sulla via del ritorno si vive l’emozione del panorama scenograficamente dominato dall’inconfondibile profilo dei Colli Albani e in lontananza dei monti Lepini. Scorrono le immagini del palazzo papale di Castelgandolfo, della città di Albano, di Rocca di Papa aggrappata al Monte Cavo, del ponte di Ariccia e del palazzo Chigi. Poi, più prosaicamente, si rientra nei confini dell’area di sviluppo industriale di Santa Palomba.

Il casale diruto

Per evitare il continuo passaggio di Tir e furgoni, si può traversare un campo e raggiungere il vialetto che costeggia la linea ferroviaria. Sorgono qui altri due casali agricoli in rovina e degradati a discarica. Essi mostrano tuttavia una certa loro originalità architettonica che fa ipotizzare l’antica destinazione a uffici e a officina dell’azienda agricola. Lo stradello termina nei pressi del cavalcavia pedonale. Varcato il fascio dei binari si ritorna rapidamente alla stazione ferroviaria di Pomezia.

La tutela

La dichiarazione d’interesse pubblico

La tutela di questa porzione di Campagna romana è stata attuata con il Decreto del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo del 27 ottobre 2017 dal titolo “Dichiarazione di notevole interesse pubblico dell’area «Tenute storiche di Torre Maggiore, Valle Caia e altre della Campagna Romana, nei comuni di Pomezia e Ardea» (Gazzetta Ufficiale n. 276 del 25 novembre 2017). L’area si pone in continuità con il Parco regionale dei Castelli Romani e con la Riserva naturale di Decima Malafede.

 

(Ho effettuato la ricognizione del percorso il 18 novembre 2017)

Roma archeologica. A piedi sull’antica Via Latina

La Via Latina collegava Roma a Capua, passando per le colonie latine di Cales, Fregellae e Interamna Lirenas. Utilizzava antichi percorsi del Lazio interno, lungo le valli dei fiumi Sacco e Liri-Garigliano e fu costruita dai Romani negli anni dal 328 al 312 avanti Cristo, pochi anni prima della Via Appia (che scendeva sempre a Capua ma più a ovest, al di là dei Monti Lepini). A Roma la via Latina lasciava le Mura Serviane a Porta Capena. Il primissimo tratto era comune alla Via Appia ma se ne staccava dopo le Terme di Caracalla. Varcava le Mura Aureliane sotto l’arco della Porta Latina e seguiva un percorso rettilineo in direzione sud-est.

La Via Latina

Proviamo a ripercorrerne a piedi le prima sei miglia. L’urbanizzazione intensa del quartiere Appio-Latino condiziona molto il percorso fuori delle mura e in diversi tratti lo cancella. Ma è proprio qui, nel caotico groviglio di palazzi, strade, auto, tra molta edilizia spontanea e insediamenti abusivi, che diventa emozionante ritrovare tracce e reliquie dell’età romana, le tombe e i monumenti che fiancheggiavano la strada. Lungo la Via Latina, comunque, non ci sono solo case. I nostri passi percorrono anche alcuni tra i parchi archeologici più suggestivi della periferia romana, come il parco delle Tombe Latine, il parco di Tor Fiscale e il parco degli Acquedotti romani.

San Giovanni trascinato in giudizio davanti all’imperatore Domiziano

Si parte dal Circo Massimo e dal palazzo della Fao. La Porta Capena delle Mura Serviane oggi non esiste più. Ne resta forse un mozzicone di muro nei giardini della “passeggiata archeologica”. Scorrono sulla destra le mura imponenti delle Terme di Caracalla e la chiesa dei santi Nereo e Achilleo, con i suoi truculenti affreschi sul martirio dei santi. Attraversato il piazzale Numa Pompilio, s’imbocca la Via di Porta Latina che scorre in trincea tra i muraglioni che chiudono gli Horti Galateae e il parco degli Scipioni. Dopo le sedi delle ambasciate del Canada, della Norvegia e del Giappone, si trovano il tempietto di San Giovanni in Oleo e la bellissima chiesa di San Giovanni a Porta Latina con i suoi affreschi medievali. Subito dopo è la Porta Latina, aperta nelle Mura Aureliane.

La Porta Latina nelle Mura Aureliane

Varcata la porta, si cammina lungamente lungo l’attuale Via Latina, che segue il percorso antico, attraversando il quartiere Appio-Latino. Al n. 22, nel cortile della casa generalizia dei Padri Marianisti, vi sono resti di tombe e colombari coperti da tettoie. In Piazza Galeria sono i resti di due sepolcri e di un canale dell’acquedotto Antoniniano. Al n. 55 si può ammirare, tra gli edifici incombenti, un sepolcro ben conservato, chiamato la Torre dell’Angelo.

Il sepolcro romano detto Torre dell’Angelo

Superato il cavalcavia sulla ferrovia, si procede fino all’incrocio con Via Baronio. Qui, protetta da una recinzione e da una tettoia, troviamo un’inaspettata piscina romana, utilizzata per l’allevamento dei pesci a servizio di una villa romana. Nel sottosuolo della zona è l’ipogeo di Via Dino Compagni, una catacomba celebre per i suoi affreschi.

Il corpo centrale della piscina di Via Cesare Baronio

All’incrocio con Via di Vigna Fabbri, il percorso della Via Latina segue per un breve tratto un’area a parco e mostra un tratto dell’antico basolato, affiancato dai resti di un sepolcro. In questa zona sorgevano le baracche del Borghetto Latino, una zona di degrado e di fango che fu liberata e spianata nel 1966. Più avanti, dopo la confluenza della Via dei Cessati Spiriti, la Via Latina raggiunge l’Appia Nuova. Traversata l’Appia al vicino semaforo, si raggiunge l’ingresso della necropoli del quarto miglio, protetta dal Parco delle Tombe della Via Latina.

La Via Latina nel Parco delle tombe latine

Il parco archeologico delle Tombe di Via Latina conserva ancora sostanzialmente intatto l’aspetto tradizionale dell’antica campagna romana. Nel sito si conservano un tratto dell’antica Via Latina con numerosi monumenti funebri e testimonianze storiche dall’età repubblicana all’alto medioevo. Vicino all’ingresso è il cosiddetto Sepolcro dei Corneli o Barberini, così chiamato dal nome della famiglia aristocratica ultima proprietaria dell’area. Il monumento funerario, databile al II secolo d.C., è costituito da due piani sopraterra e dalla camera sepolcrale sotterranea.

Il Sepolcro Barberini

Più avanti è il Sepolcro dei Valerii, circondato dai resti di una stazione di posta destinata alla sosta e al ristoro dei viaggiatori che percorrevano la Via Latina. Di fronte si trovano il sepolcro dei Pancrazi e i resti di una grande villa abitata sino agli inizi del quarto secolo, quando Demetriade, discendente della famiglia degli Anicii, fece erigere una basilica dedicata a Santo Stefano Protomartire, meta di pellegrinaggi ancora sino al XIII secolo.

Il Sepolcro dei Valeri

Per proseguire sul percorso della Via Latina, bisogna aggirare l’insediamento commerciale di fronte e imboccare la Via del Campo Barbarico, dove si trova un sepolcro romano a forma di tempietto. Il nome della via ricorda un episodio della Guerra Gotica del 539, quando i Goti di Vitige che assediavano Roma, allora difesa dalle truppe bizantine di Belisario, stabilirono qui un accampamento e un campo trincerato per bloccare i rifornimenti che giungevano a Roma sull’Appia e la Latina.

Il sepolcro del Campo Barbarico

In fondo a Via del Campo Barbarico si gira a sinistra e si raggiunge l’ingresso del Parco di Torre del Fiscale. Quest’area verde fa parte del parco dell’Appia antica e conserva il tipico aspetto della Campagna romana, con i suoi casali agricoli, gli orti e i frutteti, le cave ipogee e le fungaie.

L’Acquedotto Felice

Incontriamo qui gli archi dell’Acquedotto Felice, voluto da papa Sisto V nel 1585 per rifornire la zona collinare di Roma con le acque provenienti dalle fonti del Pantano Borghese sulla Via Prenestina. Il nome dell’acquedotto rendeva omaggio al papa, che al secolo si chiamava Felice Peretti.

La Torre del Fiscale

All’intersezione degli acquedotti Claudio e Marcio, cui si sovrappose l’acquedotto Felice, si alza una spettacolare torre medievale. L’attuale nome di Tor Fiscale deriva dal nome del proprietario del tempo, monsignor Filippo Foppi, tesoriere (“fiscale”) pontificio, che possedeva anche una vigna nei pressi.

Le arcate dell’Acquedotto Claudio

Paralleli all’acquedotto Felice si alzano gli imponenti archi dell’Acquedotto Claudio. Questo, insieme all’Anio Novus, portava a Roma le acque della valle dell’Aniene. Le arcate sparse, che diventano una lunga teoria continua più avanti, segnano un’inconfondibile traccia nel paesaggio di questa parte della Campagna romana.

Gregge al pascolo nel Parco

Lungo la pista ciclabile si lascia il Parco del Fiscale e si raggiunge la Via del Quadraro all’altezza del cavalcavia ferroviario. Al di là, superati i campi sportivi, la via Viviani e la Via Lemonia conducono al grande spazio aperto del Parco degli Acquedotti, residuo di un tratto di Campagna romana che originariamente raccordava i Colli Albani e le porte della città. Qui sorgevano ben sei degli undici acquedotti che rifornivano l’antica Roma.

La Villa delle Vignacce

Il primo monumento che incontriamo nel Parco è la Villa delle Vignacce. Ne restano alcuni ambienti a crociera, la terrazza rialzata, la nicchia absidata del ninfeo e una cisterna prossima all’acquedotto.

Il laghetto dell’Acqua Mariana

Si prosegue sui diversi sentieri paralleli agli acquedotti e si raggiunge il fosso dell’Acqua Mariana, creato nel Medioevo per alimentare i mulini e gli opifici della zona. Più avanti se ne osservano il laghetto di alimentazione e la derivazione dal vicino acquedotto.

Il Casale di Roma Vecchia

Un boschetto circonda il bel casale rurale di Roma Vecchia, di origini medievali, completo di cortile centrale, residenza, stalla e deposito di attrezzi agricoli.

Un tratto di basolato della Via Latina

Più avanti uno scavo in trincea ha riportato alla luce un tratto del basolato della Via Latina. Seguendone la direzione, si prosegue ora lungamente tra i campi. Ci fanno compagnia le arcate dell’acquedotto Claudio, i ruderi incespugliati dei sepolcri, i casali e gli stazzi pastorali, mentre ci sorvolano a bassa quota gli aerei in atterraggio nel vicino aeroporto di Ciampino; sullo sfondo si disegnano in modo sempre più preciso il profilo dei Colli Albani e le moderne architetture dell’Anagnina.

Nucleo satellite della Villa dei Sette Bassi

Raggiunta la Via delle Capannelle, la si segue a sinistra. Dietro la recinzione scorrono le immagini dei diversi nuclei della Villa dei Sette Bassi. Si tratta di una grandiosa villa del periodo imperiale, dotata di peristilio, ambulacro, ambienti residenziali, sale di rappresentanza, terme, ippodromo e cisterna.

La Villa dei Sette Bassi

Pochi passi ci separano ormai da Cinecittà e dalla stazione della metropolitana. Il nostro trekking archeologico sulla Via Latina può concludersi qui, ai confini della città di Roma. Abbiamo percorso le prime sei miglia della via romana, equivalenti a circa nove chilometri. L’intero percorso è fattibile in una gratificante giornata di cammino, comprensiva dei tempi di visita ai monumenti e delle soste di ristoro. Può naturalmente essere suddiviso in tratte più brevi e concentrate.

Le arcate dell’Acquedotto Claudio

(Percorso testato nel mese di dicembre 2017)

 

Roma. Lungo il fiume Aniene

Un pezzo di verde strappato alla Campagna Romana e trapiantato in città. Un fiume importante ma con il complesso d’inferiorità rispetto al ben più famoso Tevere, del quale è poi tributario. E tutt’intorno i palazzi di alcuni dei quartieri più popolosi di Roma (Montesacro, Pietralata, Tiburtino). Ecco il menu della passeggiata sul sentiero fluviale che va da ponte Mammolo a ponte Nomentano, nella riserva naturale Valle dell’Aniene. Sei chilometri, a piedi o in bicicletta, in compagnia di podisti, raccoglitori di cicoria, coppiette romantiche, gruppi di escursionisti ciarlieri, byker, neo-rurali, birdwatcher, naturalisti e amici del fiume.

Murale della stazione Metro Rebibbia

Un comodo punto di partenza è la stazione Rebibbia della metropolitana. Si va sulla destra, in direzione Roma, lungo il marciapiede della Via Tiburtina; si traversa al semaforo la Via Casal dei Pazzi e s’imbocca per pochi metri la Via Furio Cicogna, dov’è l’ingresso del sentiero (un vistoso segnale annuncia il “sentiero ciclabile”). Per reagire all’allucinazione indotta dal traffico, dai lavori stradali, dalla folla solitaria, conviene alzare gli occhi sui bei murales dei dintorni.

Murale del Parco Kolbe

L’antico Ponte Mammolo – il pons mammeus romano del quinto secolo – è ormai uno e trino, dopo l’edificazione del ponte della metropolitana e del suo ponte gemello che convoglia a senso unico il traffico della Tiburtina diretto a Roma. La Via di Ripa Mammea è un flebile ricordo del lontano passato, quando in quest’area esisteva un porto fluviale, con i suoi depositi di derrate e forse la villa di quella Giulia Mammea, madre di Alessandro Severo, che impose il restauro del ponte e gli lasciò in eredità il nome.

Murale in Via Tiburtina

Il sentiero segue il corso del fiume, torna per un breve tratto sull’asfalto, e dopo circa un km rientra trionfalmente nel verde di uno degli ambienti più ampi e belli della Riserva naturale della Valle dell’Aniene. Il fiume scorre qui con numerose anse in un paesaggio molto vario che comprende tre zone di grande importanza naturalistica: l’area umida della Cervelletta, l’area ripariale fluviale e il Parco delle Valli. L’unione delle associazioni territoriali “storiche” relative a queste aree ha fatto nascere l’Associazione Insieme per l’Aniene Onlus, che gestisce il parco per conto dell’Ente Regionale Roma Natura. Un buon modo di capire la Riserva è visitare la Casa del Parco, ben segnalata e visibile dal sentiero.

Gli orti urbani

Il percorso accosta l’area degli Orti urbani della Riserva, realizzati grazie a un progetto europeo denominato “Dialogo sociale e interculturale attraverso la gestione dello sviluppo locale: agricoltura urbana e periurbana”. Con i fondi europei, il Comune di Roma ha realizzato l’area, l’ha dotata del sistema idrico e l’ha messa a bando. E oggi sia i singoli sia le associazioni possono prendersi cura di una singola parcella di terreno.

Al lavoro nell’orto urbano

Obiettivo del progetto è offrire al cittadino un’occasione per riavvicinarsi ai ritmi della natura, svolgere attività all’aria aperta, autoprodurre a km zero e mitigare lo stress provocato dall’ambiente urbanizzato.

Lungo il fiume

Il sentiero segue la riva destra dell’Aniene e il suo sinuoso percorso, mentre gli edifici dei quartieri prossimi si allontanano sullo sfondo o si avvicinano incombenti, aprendo varchi e sentieri di accesso. Radure e sentierini consentono di dare un’occhiata ravvicinata al fiume che scorre, alla folta vegetazione riparia e ai numerosi anatidi che lo popolano.

L’ambiente della Riserva

Il percorso è sempre pianeggiante e si muove tra i querceti (farnie, cerro, roverella e farnetto), cui la presenza del fiume ha aggiunto i canneti, l’olmo, il salice bianco, il frassino.

Il ponte Nomentano

Dopo l’ennesima ansa fluviale, si disegna sullo sfondo il profilo del ponte Nomentano, che consente alla Via Nomentana vecchia di scavalcare il fiume Aniene. Si tratta di una costruzione fortificata, in origine costituita da due torri collegate da un muro merlato, che erano occupate da corpi di guardia connessi da ballatoi lignei. Oggi il ponte è solo pedonale, mentre il traffico scorre sul vicino ponte Tazio. Questa soluzione aiuta a a ricordarlo come uno dei monumenti più suggestivi della Campagna Romana. Artisti e fotografi del passato lo raffigurano imponente ed isolato nella solitudine dell’Agro, animato unicamente dal passaggio di carri e greggi. Nel 2000, in occasione degli interventi realizzati per il Giubileo, è stato effettuato un restauro conservativo, associato alla bonifica e al recupero del contesto ambientale.

Sul ponte Nomentano

In un fazzoletto di strada, il ponte e i monumenti antichi contendono disperatamente lo spazio alle vecchie osterie, ai moderni depositi dell’Atac, alle officine, ai mezzi della nettezza urbana e ai giardini pubblici.

Il mausoleo romano

Della vasta necropoli di età imperiale sulla Nomentana restano solo due mausolei. Il primo è un sepolcro costruito da quattro dadi sovrapposti, che svetta tra le case. Di fronte, incorporato nel giardino, si trova un mausoleo a pianta circolare impostato in origine su un alto basamento, con la copertura a volta; nel Medioevo tale mausoleo dovette essere utilizzato come basamento per una torre.

Il Monte Sacro

La passeggiata può trovate la sua degna conclusione con la breve ascesa al Monte Sacro. Questa collinetta, sistemata a parco e compresa nell’anello delle vie Monte Sacro, Monte Serrone e Falterona, è nota nella tradizione letteraria antica, perchè identificata con il Sacer Mons, che fu occupato dalla plebe romana nel 259 avanti Cristo come reazione ai soprusi dei patrizi, e poi liberato solo a seguito dell’intervento del console Menenio Agrippa che, con il suo celebre Apologo, dissuase la popolazione. Un cippo ricorda il giuramento di Simòn Bolìvar, che qui si impegnò per la liberazione dei popoli dell’America Latina.

 

(Ho percorso il sentiero il 10 marzo 2017)

Roma. Visita al Carcere Mamertino

I Romani se ne intendevano. Parlo del carcere, delle punizioni e delle pene corporali. Carcere, per cominciare, deriva dal latino coercere, il regime restrittivo della libertà personale. Mandare qualcuno “in galera” si riferiva letteralmente alla condanna ai remi delle galere, le navi del tempo. Molto temuta era la damnatio ad metalla, ovvero la condanna al lavoro coatto nelle miniere di ferro. Diffusa era anche la condanna ai lavori forzati nelle opere pubbliche, nelle cloache e negli altri lavori usuranti e nocivi. La damnatio ad bestias era la condanna a essere sbranati dalle belve affamate e inferocite negli anfiteatri coram populo. E c’erano poi la schiavitù, la deportatio, i summa supplicia, la crocifissione.

Il Carcere Mamertino

In questo quadro generale “dei delitti e delle pene” nel mondo romano antico, la visita al Carcere Mamertino di Roma è un’esperienza certamente istruttiva (e anche un’emozione un po’ splatter). Il Mamertino può essere classificato in termini moderni come un carcere di massima sicurezza, una prigione di Stato, dove si eseguivano le pene capitali che i Romani riservavano alle grandi personalità nemiche di Roma.

I giustiziati illustri

Un esempio è il generale sannita Gavio Ponzio, quello che durante la terza guerra sannitica aveva umiliato i romani alle Forche Caudine; catturato da Quinto Fabio Massimo subì qui la decapitazione. Giugurta, re berbero della Numidia, vi fu fatto morire di fame. Vercingetorige, re della Gallia, sconfitto dalle legioni di Giulio Cesare, vi fu decapitato. Il luogo delle esecuzioni era il Tullianum, ovvero il pozzo sottostante il Mamertinum, la cella carceraria dei condannati. I visitatori vi scendono oggi per un’angusta scala. Il sito è ancora sinistro e impressionante. Un autore latino lo descriveva sprofondato sotterra, chiuso da robuste pareti, con una volta di pietra, di aspetto “ripugnante e spaventoso per lo stato di abbandono, l’oscurità e il puzzo”.

Il sotterraneo del Tullianum

 

Le memorie cristiane

La tradizione cristiana lega il carcere Mamertino alle memorie di San Pietro e di San Paolo. Secondo un racconto agiografico difficilmente documentabile, i due apostoli vi furono reclusi prima di essere condotti al martirio: Pietro alla crocifissione nel circo Vaticano e Paolo alla decapitazione alle acque Salvie.

La memoria della prigionia di Pietro e Paolo

La presenza di una polla d’acqua nel Tullianum ha fatto nascere la leggenda del miracolo della fonte: Pietro avrebbe fatto scaturire la sorgente e con la sua acqua avrebbe battezzato i suoi due carcerieri, Processo e Martiniano. Tra le altre reliquie si conservano la colonna ove erano incatenati gli apostoli e un incavo nella roccia provocato da una testata di Pietro spinto dai carcerieri. Gli ambienti sono decorati da altari, affreschi, statue e lapidi. Ritenuto luogo sacro fin dal Quattrocento, il Carcere Mamertino fu definitivamente consacrato nel 1726 a San Pietro in Carcere.

Gesù e Pietro

 

La visita

Dal 2016 il Carcer Tullianum è nuovamente accessibile dopo i lavori di restauro che hanno messo in luce e valorizzato la struttura architettonica e gli affreschi e l’hanno dotato d’infrastrutture avanzate per la visita. Il percorso è guidato da tablet multilingue che descrivono analiticamente i luoghi e gli oggetti conservati. Si visitano in successione il Museo, fornito di interessanti reperti archeologici, il Mamertino, le memorie degli apostoli e la cavità del Tullianum. Il sito si trova nell’area dei Fori Romani (Clivo Argentario 1) ed è accessibile sia dal Campidoglio, sia da Via dei Fori Imperiali, percorrendo la via di San Pietro in Carcere. Di buon interesse è anche la visita degli ambienti della chiesa di San Giuseppe dei Falegnami sovrastante il carcere.

I fedeli sotto il mantello della Madonna

(Ho visitato il Carcere Mamertino il 20 settembre 2016)