Roma. Lungo il fiume Aniene

Un pezzo di verde strappato alla Campagna Romana e trapiantato in città. Un fiume importante ma con il complesso d’inferiorità rispetto al ben più famoso Tevere, del quale è poi tributario. E tutt’intorno i palazzi di alcuni dei quartieri più popolosi di Roma (Montesacro, Pietralata, Tiburtino). Ecco il menu della passeggiata sul sentiero fluviale che va da ponte Mammolo a ponte Nomentano, nella riserva naturale Valle dell’Aniene. Sei chilometri, a piedi o in bicicletta, in compagnia di podisti, raccoglitori di cicoria, coppiette romantiche, gruppi di escursionisti ciarlieri, byker, neo-rurali, birdwatcher, naturalisti e amici del fiume.

Murale della stazione Metro Rebibbia

Un comodo punto di partenza è la stazione Rebibbia della metropolitana. Si va sulla destra, in direzione Roma, lungo il marciapiede della Via Tiburtina; si traversa al semaforo la Via Casal dei Pazzi e s’imbocca per pochi metri la Via Furio Cicogna, dov’è l’ingresso del sentiero (un vistoso segnale annuncia il “sentiero ciclabile”). Per reagire all’allucinazione indotta dal traffico, dai lavori stradali, dalla folla solitaria, conviene alzare gli occhi sui bei murales dei dintorni.

Murale del Parco Kolbe

L’antico Ponte Mammolo – il pons mammeus romano del quinto secolo – è ormai uno e trino, dopo l’edificazione del ponte della metropolitana e del suo ponte gemello che convoglia a senso unico il traffico della Tiburtina diretto a Roma. La Via di Ripa Mammea è un flebile ricordo del lontano passato, quando in quest’area esisteva un porto fluviale, con i suoi depositi di derrate e forse la villa di quella Giulia Mammea, madre di Alessandro Severo, che impose il restauro del ponte e gli lasciò in eredità il nome.

Murale in Via Tiburtina

Il sentiero segue il corso del fiume, torna per un breve tratto sull’asfalto, e dopo circa un km rientra trionfalmente nel verde di uno degli ambienti più ampi e belli della Riserva naturale della Valle dell’Aniene. Il fiume scorre qui con numerose anse in un paesaggio molto vario che comprende tre zone di grande importanza naturalistica: l’area umida della Cervelletta, l’area ripariale fluviale e il Parco delle Valli. L’unione delle associazioni territoriali “storiche” relative a queste aree ha fatto nascere l’Associazione Insieme per l’Aniene Onlus, che gestisce il parco per conto dell’Ente Regionale Roma Natura. Un buon modo di capire la Riserva è visitare la Casa del Parco, ben segnalata e visibile dal sentiero.

Gli orti urbani

Il percorso accosta l’area degli Orti urbani della Riserva, realizzati grazie a un progetto europeo denominato “Dialogo sociale e interculturale attraverso la gestione dello sviluppo locale: agricoltura urbana e periurbana”. Con i fondi europei, il Comune di Roma ha realizzato l’area, l’ha dotata del sistema idrico e l’ha messa a bando. E oggi sia i singoli sia le associazioni possono prendersi cura di una singola parcella di terreno.

Al lavoro nell’orto urbano

Obiettivo del progetto è offrire al cittadino un’occasione per riavvicinarsi ai ritmi della natura, svolgere attività all’aria aperta, autoprodurre a km zero e mitigare lo stress provocato dall’ambiente urbanizzato.

Lungo il fiume

Il sentiero segue la riva destra dell’Aniene e il suo sinuoso percorso, mentre gli edifici dei quartieri prossimi si allontanano sullo sfondo o si avvicinano incombenti, aprendo varchi e sentieri di accesso. Radure e sentierini consentono di dare un’occhiata ravvicinata al fiume che scorre, alla folta vegetazione riparia e ai numerosi anatidi che lo popolano.

L’ambiente della Riserva

Il percorso è sempre pianeggiante e si muove tra i querceti (farnie, cerro, roverella e farnetto), cui la presenza del fiume ha aggiunto i canneti, l’olmo, il salice bianco, il frassino.

Il ponte Nomentano

Dopo l’ennesima ansa fluviale, si disegna sullo sfondo il profilo del ponte Nomentano, che consente alla Via Nomentana vecchia di scavalcare il fiume Aniene. Si tratta di una costruzione fortificata, in origine costituita da due torri collegate da un muro merlato, che erano occupate da corpi di guardia connessi da ballatoi lignei. Oggi il ponte è solo pedonale, mentre il traffico scorre sul vicino ponte Tazio. Questa soluzione aiuta a a ricordarlo come uno dei monumenti più suggestivi della Campagna Romana. Artisti e fotografi del passato lo raffigurano imponente ed isolato nella solitudine dell’Agro, animato unicamente dal passaggio di carri e greggi. Nel 2000, in occasione degli interventi realizzati per il Giubileo, è stato effettuato un restauro conservativo, associato alla bonifica e al recupero del contesto ambientale.

Sul ponte Nomentano

In un fazzoletto di strada, il ponte e i monumenti antichi contendono disperatamente lo spazio alle vecchie osterie, ai moderni depositi dell’Atac, alle officine, ai mezzi della nettezza urbana e ai giardini pubblici.

Il mausoleo romano

Della vasta necropoli di età imperiale sulla Nomentana restano solo due mausolei. Il primo è un sepolcro costruito da quattro dadi sovrapposti, che svetta tra le case. Di fronte, incorporato nel giardino, si trova un mausoleo a pianta circolare impostato in origine su un alto basamento, con la copertura a volta; nel Medioevo tale mausoleo dovette essere utilizzato come basamento per una torre.

Il Monte Sacro

La passeggiata può trovate la sua degna conclusione con la breve ascesa al Monte Sacro. Questa collinetta, sistemata a parco e compresa nell’anello delle vie Monte Sacro, Monte Serrone e Falterona, è nota nella tradizione letteraria antica, perchè identificata con il Sacer Mons, che fu occupato dalla plebe romana nel 259 avanti Cristo come reazione ai soprusi dei patrizi, e poi liberato solo a seguito dell’intervento del console Menenio Agrippa che, con il suo celebre Apologo, dissuase la popolazione. Un cippo ricorda il giuramento di Simòn Bolìvar, che qui si impegnò per la liberazione dei popoli dell’America Latina.

 

(Ho percorso il sentiero il 10 marzo 2017)

Roma. Visita al Carcere Mamertino

I Romani se ne intendevano. Parlo del carcere, delle punizioni e delle pene corporali. Carcere, per cominciare, deriva dal latino coercere, il regime restrittivo della libertà personale. Mandare qualcuno “in galera” si riferiva letteralmente alla condanna ai remi delle galere, le navi del tempo. Molto temuta era la damnatio ad metalla, ovvero la condanna al lavoro coatto nelle miniere di ferro. Diffusa era anche la condanna ai lavori forzati nelle opere pubbliche, nelle cloache e negli altri lavori usuranti e nocivi. La damnatio ad bestias era la condanna a essere sbranati dalle belve affamate e inferocite negli anfiteatri coram populo. E c’erano poi la schiavitù, la deportatio, i summa supplicia, la crocifissione.

Il Carcere Mamertino

In questo quadro generale “dei delitti e delle pene” nel mondo romano antico, la visita al Carcere Mamertino di Roma è un’esperienza certamente istruttiva (e anche un’emozione un po’ splatter). Il Mamertino può essere classificato in termini moderni come un carcere di massima sicurezza, una prigione di Stato, dove si eseguivano le pene capitali che i Romani riservavano alle grandi personalità nemiche di Roma.

I giustiziati illustri

Un esempio è il generale sannita Gavio Ponzio, quello che durante la terza guerra sannitica aveva umiliato i romani alle Forche Caudine; catturato da Quinto Fabio Massimo subì qui la decapitazione. Giugurta, re berbero della Numidia, vi fu fatto morire di fame. Vercingetorige, re della Gallia, sconfitto dalle legioni di Giulio Cesare, vi fu decapitato. Il luogo delle esecuzioni era il Tullianum, ovvero il pozzo sottostante il Mamertinum, la cella carceraria dei condannati. I visitatori vi scendono oggi per un’angusta scala. Il sito è ancora sinistro e impressionante. Un autore latino lo descriveva sprofondato sotterra, chiuso da robuste pareti, con una volta di pietra, di aspetto “ripugnante e spaventoso per lo stato di abbandono, l’oscurità e il puzzo”.

Il sotterraneo del Tullianum

 

Le memorie cristiane

La tradizione cristiana lega il carcere Mamertino alle memorie di San Pietro e di San Paolo. Secondo un racconto agiografico difficilmente documentabile, i due apostoli vi furono reclusi prima di essere condotti al martirio: Pietro alla crocifissione nel circo Vaticano e Paolo alla decapitazione alle acque Salvie.

La memoria della prigionia di Pietro e Paolo

La presenza di una polla d’acqua nel Tullianum ha fatto nascere la leggenda del miracolo della fonte: Pietro avrebbe fatto scaturire la sorgente e con la sua acqua avrebbe battezzato i suoi due carcerieri, Processo e Martiniano. Tra le altre reliquie si conservano la colonna ove erano incatenati gli apostoli e un incavo nella roccia provocato da una testata di Pietro spinto dai carcerieri. Gli ambienti sono decorati da altari, affreschi, statue e lapidi. Ritenuto luogo sacro fin dal Quattrocento, il Carcere Mamertino fu definitivamente consacrato nel 1726 a San Pietro in Carcere.

Gesù e Pietro

 

La visita

Dal 2016 il Carcer Tullianum è nuovamente accessibile dopo i lavori di restauro che hanno messo in luce e valorizzato la struttura architettonica e gli affreschi e l’hanno dotato d’infrastrutture avanzate per la visita. Il percorso è guidato da tablet multilingue che descrivono analiticamente i luoghi e gli oggetti conservati. Si visitano in successione il Museo, fornito di interessanti reperti archeologici, il Mamertino, le memorie degli apostoli e la cavità del Tullianum. Il sito si trova nell’area dei Fori Romani (Clivo Argentario 1) ed è accessibile sia dal Campidoglio, sia da Via dei Fori Imperiali, percorrendo la via di San Pietro in Carcere. Di buon interesse è anche la visita degli ambienti della chiesa di San Giuseppe dei Falegnami sovrastante il carcere.

I fedeli sotto il mantello della Madonna

(Ho visitato il Carcere Mamertino il 20 settembre 2016)

Roma antica. La morte e la vita ultraterrena

Le antiche terme di Diocleziano, di fronte alla stazione Termini di Roma, dopo secoli di traversie e trasformazioni, sono diventate una delle prestigiose sedi del Museo Nazionale Romano.

Gnothi Sautòn

Il lungo e suggestivo tour tra le sale e i chiostri sosta in un luogo particolarmente impressionante. È l’aula X delle Terme, un luogo particolarmente frappant per la sua capacità di testimoniare la grandiosità delle superstiti strutture originarie e per il suo corredo espositivo a carattere funerario. Grazie a una sbalorditiva impresa d’ingegneria e di logistica, due colombari e un intero sepolcro sono stati estirpati dai luoghi originari, trasportati qui nelle Terme ed esposti ai visitatori dell’Aula.

La tomba dei dipinti

La tomba dei dipinti

Questa tomba proviene dalla vasta necropoli che si sviluppò sulla Via Portuense nei primi secoli dopo Cristo. Ricavata in un banco di tufo e tornata alla luce nel 1951 durante i lavori in Via Quirino Majorana, fu staccata e trasportata in blocco qui al Museo delle Terme.

L’interno dipinto del colombario

Ha le dimensioni di una cappella funeraria familiare, nata come colombario (vi sono presenti le nicchiette con i vasi contenenti le ceneri della cremazione) e poi utilizzata anche per l’inumazione (con le fosse scavate nel pavimento e la collocazione di sarcofagi).

Il dipinto sulla parete

Insieme a immagini e simboli legati ai temi della morte e della vita ultraterrena, sulla parete destra sono raffigurati un ragazzo che gioca con una specie di monopattino e un gruppo di tredici personaggi che giocano e conversano in un ambiente sereno e rilassato.

La tomba degli stucchi

L’interno della tomba degli stucchi

Anche questa tomba proviene dalla necropoli di Via Ostiense. Lungo le pareti interne completamente intonacate di bianco, sono ricavate le nicchiette dove erano contenute le olle con le ceneri dei defunti. La volta è coperta da trenta cerchi tangenti di stucco con figure geometriche, decorazioni floreali e personaggi mitologici.

Gli stucchi della volta

I Dioscuri a cavallo e l’Eros alato che conduce una biga hanno carattere allegorico perché alludono all’immortalità dell’anima e al viaggio che questa dovrà compiere per giungere al soggiorno dei beati.

Il sepolcro dei Platorini

Il sepolcro dei Platorini

La tomba fu scoperta nel 1880 sulla riva destra del Tevere tra Ponte Sisto e via della Lungara. Fu demolita, trasferita alle Terme e qui ricomposta secondo il modello originario.

Le urne sepolcrali

All’interno il sepolcro mostra su ogni parete nicchie semicircolari e quadrate nelle quali sono collocate le urne cinerarie. L’iscrizione all’ingresso contiene il nome di due personaggi della Gens Sulpicia, probabilmente padre e figlia.

Minatia Polla

Le due statue di Sulpicius Platorinus e di sua figlia Sulpicia Platorina, ritrovate nella cella sepolcrale, sono esposte insieme con la bellissima testa di Minatia Polla, databile in età giulio-claudia.

Il fanciullo a cavallo

Il ragazzo a cavallo

Una statua funeraria in marmo lunense e alabastro raffigura un fanciullo in groppa a un cavallo. Il giovinetto è seduto su una pelle di leone che funge da sella e con la mano destra sta sferzando il cavallo imbizzarrito. Il corpo dell’animale è cavo, probabilmente per contenere le ceneri del giovane defunto. La statua del terzo secolo proviene da Acilia sulla Via Ostiense.

Conosci te stesso

Il mosaico dello scheletro

Il mosaico del terzo secolo, proveniente da un’area sepolcrale della Via Appia, raffigura uno scheletro umano, disteso forse su un letto da banchetto, che indica il motto dell’oracolo di Delfi Gnothi sautòn, “conosci te stesso”, qui inteso come esortazione a conoscere i limiti della natura umana e la caducità della vita. Piccoli modelli di scheletri umani, le cosiddette larvae conviviales, erano spesso presenti sulle tavole dei banchetti come monito a godere delle gioie della vita.

 

(Visita effettuata il 24 aprile 2016)

Roma. L’aldilà di Dante illustrato dai Nazareni

Il Casino Giustiniani Massimo al Laterano, in Via Boiardo a Roma, è una villa seicentesca fatta erigere dal marchese Vincenzo Giustiniani come suo “ritiro di campagna” dove cercare svago e riposo. Passata alla famiglia Massimo, tra il 1817 e il 1829 le sale al pianterreno furono interamente decorate dai pittori Nazareni, che diedero vita a una sintesi sublime della grande civiltà letteraria italiana attraverso rappresentazioni tratte dalle sue opere più emblematiche: la Commedia di Dante, l’Orlando Furioso di Ariosto e la Gerusalemme Liberata di Tasso. Dal 1948 il Casino è di proprietà della Custodia di Terrasanta, provincia religiosa dell’Ordine dei Frati Minori francescani. Grazie ai Nazareni, e in particolare a Philipp Veit e Joseph Anton Koch, oggi possiamo ripercorrere il viaggio che portò Dante nei tre regni dell’aldilà – l’inferno, il purgatorio e il paradiso – semplicemente aggirandoci in una stanza.

La selva oscura

La selva oscura

Dante sogna di smarrirsi in una foresta fitta e spaventosa e sul far dell’alba di ritrovarsi ai piedi di un colle illuminato dai primi raggi del sole nascente. L’ascesa al colle gli è impedita da tre belve, una lonza, un leone e una lupa, fino a che non viene soccorso da Virgilio. Le tre belve rappresentano allegoricamente i tre peccati bestiali che secondo Dante sarebbero la causa della corruzione della società dei suoi tempi (la lussuria, la superbia e l’avidità).

L'Inferno

L’Inferno

La vasta scena dell’Inferno è di grande impatto visivo. Al centro “stavvi Minòs orribilmente, e ringhia: essamina le colpe ne l’intrata; giudica e manda secondo ch’avvinghia”. Ai piedi di Minosse, giudice infernale, stanno in ginocchio le anime dei dannati. Flagellati dai demoni, essi ascoltano la sentenza e si disperano.

Dante e Virgilio su Gerione

Dante e Virgilio su Gerione

Dante e Virgilio sono trasportati in volo da Gerione, “la fiera con la coda aguzza, che passa i monti, e rompe i muri e l’armi! Ecco colei che tutto ’l mondo appuzza! (…) La faccia sua era faccia d’uom giusto, tanto benigna avea di fuor la pelle, e d’un serpente tutto l’altro fusto”.

Il serpente Cianfa e il ladro Agnolo

Il serpente Cianfa e il ladro Agnolo

Nel canto venticinquesimo un ramarro si lancia contro un dannato, gli si aggrappa al ventre con la coppia di zampe centrali (“Co’ piè di mezzo li avvinse la pancia” – v. 52), con quelle anteriori alle braccia (“e con li anterïor le braccia prese;”, v. 53) e con il muso gli morde la faccia (“poi li addentò e l’una e l’altra guancia;” – v. 54).

Il Conte Ugolino

Il Conte Ugolino

Nell’angolo in basso a sinistra assistiamo al gesto disperato del conte Ugolino che morde l’arcivescovo Ruggieri (“La bocca sollevò dal fiero pasto / quel peccator, forbendola a’ capelli / del capo ch’elli avea di retro guasto” – XXXIII, 1-3).

Cerbero e i golosi

Cerbero e i golosi

Tra gli altri demoni vediamo ancora Caronte con la sua barca e Cerbero, il cane dalle tre teste. Cerbero, fiera crudele e mostruosa – aveva gli occhi iniettati di sangue, la barba unta e lercia, il ventre dilatato e le mani artigliate -, latrava con tre gole sopra le anime dei golosi sommerse dalla pioggia e le graffiava, le scuoiava, le squartava.

Gli scismatici

Gli scismatici

Vediamo poi quelli che, da vivi, seminarono discordie e scismi; per la legge del contrappasso sono divisi in due e fatti a pezzi a colpi di spada. Il dannato con la testa spaccata è Alì, cugino di Maometto e fondatore della setta degli sciiti.

L'arrivo al Purgatorio

L’arrivo al Purgatorio

Si passa poi al Purgatorio, vigilato dall’angelo guardiano, seduto sul trono, con la spada e con le chiavi. Ai lati vediamo il serpente messo in fuga dagli ‘astori celestiali’ nella valletta dei principi e la contesa tra l’angelo e il demonio per l’anima di Buonconte. L’angelo nocchiero – al canto del salmo centotredici “In exitu Israel de Aegypto” – trasporta le anime su una navicella fino alla spiaggia dell’Antipurgatorio: “Poi, come più e più verso noi venne l’uccel divino, più chiaro appariva: per che l’occhio da presso nol sostenne, ma chinail giuso; e quei sen venne a riva con un vasello snelletto e leggero, tanto che l’acqua nulla ne ‘nghiottiva. Da poppa stava il celestial nocchiero, tal che faria beato pur descripto; e più di cento spirti entro sediero”.

L'espiazione delle pene in Purgatorio

L’espiazione delle pene in Purgatorio

Sono quindi descritte le punizioni cui sono sottoposti coloro che si macchiarono nella vita dei sette peccati capitali: superbia, invidia, ira, accidia, avarizia, gola, lussuria. Il superbo Omberto Aldobrandeschi sconta il suo peccato sotto un pesante macigno su cui appare la scritta “Te Deum laudamus”. Al termine delle sofferenze di espiazione, i purganti sperano di salire al Cielo, come annunciato dall’angelo in alto: “Venite benedicti Patris mei”.

Il Paradiso

Il Paradiso

La volta descrive l’empireo dantesco. Tutt’intorno si individuano i personaggi che Dante incontra nella sua ascensione. Al centro è la visione trinitaria del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Maria in trono, tra gli angeli, ascolta la celebre preghiera che Bernardo, nel suo candido abito cistercense, le rivolge: “Vergine Madre, figlia del tuo figlio, umile e alta più che creatura, termine fisso d’etterno consiglio, tu se’ colei che l’umana natura nobilitasti sì, che ‘l suo fattore non disdegnò di farsi sua fattura”.

Il cratere di Castiglione

A est di Roma, una bella passeggiata storica va alla scoperta del cratere vulcanico di Castiglione. Il luogo si trova al km 18 della Via Prenestina. Il percorso sul bordo del cratere combina diversi motivi d’interesse: la visita all’area archeologica di Gabii, città prima latina e poi romana; l’insediamento medievale di Castiglione; la storia delle bonifiche; e anche un pizzico di geologia vulcanica.

Il cratere di Castiglione

Il cratere di Castiglione

 La Via Prenestina antica

La via Prenestina antica

La via Prenestina antica

La Prenestina collegava Roma all’antica città di Praeneste, l’odierna Palestrina. La via usciva dalla Porta Esquilina e raggiungeva la Porta Maggiore; da qui si sviluppava secondo un tracciato ricalcato dalla via moderna fino alla città di Gabii, unica stazione intermedia situata al XII miglio, per poi giungere a Praeneste, posta alla distanza di 23 miglia da Roma. A Gabii il percorso della Prenestina antica diventa molto pittoresco, calcando i vecchi basoli ancora intatti, tra filari di pini marittimi e boschetti sacri. Si va paralleli alla Via Prenestina moderna, con diversi punti d’intersezione. A sinistra, sullo sfondo dei colli Tiburtini e Prenestini, si stagliano i resti della chiesa paleocristiana di San Primitivo. Più avanti si raggiunge una grande tomba romana a base circolare.

Il cratere di Castiglione

Il fondo del cratere di Castiglione

Il fondo del cratere di Castiglione

Il cratere di Castiglione è una manifestazione vulcanica periferica del complesso dei Colli Albani. Se ne apprezzano le dimensioni quando ci si affaccia sui suoi bordi tufacei. Il tufo di Castiglione era denominato dai romani lapis gabinus. Prodotto dell’esplosione del cratere, è un tufo costituito da ceneri grigio chiare contenenti lapilli scuri e frammenti di lava. Le cave per l’estrazione e la lavorazione di questo tufo sono distribuite in tutta l’area. Il fondo del cratere era occupato sino alla fine dell’Ottocento da un lago impaludato di origine vulcanica noto come “Lacus Buranus” o “Lacus Sanctae Praxedis“. Il lago di Castiglione fu prosciugato dalla bonifica realizzata dai Borghese nel 1890 e le acque furono immesse nel vicino fosso dell’Osa. Il fondo del cratere è zona agricola, ma ancora oggi, dopo forti piogge, diventa un acquitrino. Non manca qualche infiltrazione d’insediamenti edilizi abusivi, in fase di regolarizzazione.

Il Fosso dell’Osa

Il fosso dell'Osa

Il fosso dell’Osa

Il fosso dell’Osa appartiene al bacino del fiume Aniene, del quale è affluente di sinistra insieme con i fossi della Lunghezza, della Vitellara, di Mongiardino e di Benzone. Traversa un’area un tempo paludosa, utilizzata come latifondo pascolativo, e raccoglie le acque del Pantano Borghese (corrispondente all’antico Lago Regillo, prosciugato nel Seicento) e del cratere di Castiglione, prosciugato e bonificato tra Ottocento e Novecento. Lo si osserva dal ponte nei pressi dell’Osteria dell’Osa, all’intersezione della via Prenestina con la via Polense.

Il parco archeologico di Gabii

Il tempio di Giunone

Il tempio di Giunone

Tutto il bordo orientale del cratere è occupato dalle rovine dell’antica città di Gabii. Gli scavi delle necropoli, della città latina e di quella romana fanno di Gabii uno dei più importanti siti archeologici del territorio del Comune di Roma. Al di sotto del terreno di campagna, sono ancora in gran parte conservate le principali strutture e gli edifici della antica città. Il comprensorio è stato acquisito al Demanio dello Stato e assegnato in uso alla Soprintendenza Archeologica di Roma al fine di realizzare un parco archeologico sub-urbano.

Gli scavi di Gabii

Gli scavi di Gabii

Dopo l’abbandono del sito, alla metà dell’XI secolo, l’area – adibita ad uso agricolo – non è stata più oggetto di interventi costruttivi e di trasformazione, che in altre aree hanno irrimediabilmente cancellato le tracce delle frequentazioni passate. Pertanto l’area è un cantiere di ricerca mirato può consentire di acquisire nuove informazioni sulla storia urbanistica di età romana. Il monumento più importante è il tempio di Giunone, con le pareti esterne ancora alzate. Il Parco archeologico è interamente recintato ed è visitabile su richiesta. Può comunque essere visitato anche virtualmente con Street View (http://archeoroma.beniculturali.it/siti_archeologici/suburbio/gabii).

Il casale e la torre di Castiglione

La torre di Castiglione

La torre di Castiglione

Nel Medioevo, in seguito ai fenomeni d’impaludamento, la vita del centro urbano di Castiglione subì una contrazione e, tra l’XI e il XII secolo, la popolazione si rifugiò nel punto sommitale del cratere, dando vita al villaggio fortificato noto come “Castrum Castiglionis” o “Sanctae Praxedis”. Agli inizi del Quattrocento, il papa Bonifacio IX ordinò la demolizione della torre e del castello e Castiglione fu ridotto a casale agricolo. La tenuta rimase in proprietà dei monaci di Santa Prassede sino al 1527. Passò poi agli Odescalchi, quindi agli Azzolini da Fermo e infine ai Borghese, cui si deve la bonifica.

La cappella del Casale

La cappella del Casale

La visita all’insediamento (che si trova in fondo alla Via Valle di Castiglione, laterale della Via Polense), oggi quasi completamente in abbandono, permette di riconoscere le strutture tipiche delle tenute dell’Agro Romano: le stalle, i silos, la masseria, le abitazioni, la cappella, il forno e i servizi, le cave, le macchine agricole e la torre.

La chiesa di San Primitivo

La chiesa di San Primitivo

La chiesa di San Primitivo

La chiesa di San Primitivo (o San Primo) resiste ancora al tempo e si mostra pittoresca con i resti dei muri perimetrali e il bel campanile, trasformato in torre di avvistamento nel 1200 e noto come la torre di San Primitivo.

Le necropoli dell’Osa al Museo Nazionale Romano

Urna cineraria

Urna cineraria

Intorno al cratere sono state scavate due necropoli nelle zone di Castiglione e di Fosso dell’Osa. I corredi rinvenuti sono esposti a Roma in un allestimento realizzato alle Terme di Diocleziano, sezione del Museo nazionale romano. La sezione dedicata alla Protostoria dei popoli latini riunisce le testimonianze archeologiche sulle fasi più antiche della cultura che emerge in tutto il Lazio antico al tempo della nascita di Roma.

Tifone (acrotero del santuario di Gabii)

Tifone (acrotero del santuario di Gabii)

 

 

Il mito di Selene ed Endimione

La loro leggenda è tra le più romantiche del mito. Racconta che Selene, la divinità greca che personificava la Luna, s’innamorò di Endimione, un giovane pastore di grande bellezza. L’amore divino per il bell’adolescente sarebbe maturato sui pascoli del monte Latmo in Caria, a poca distanza da Mileto e da Eraclea. Ivi la dea, scesa a contemplare il giovane dormiente, gli avrebbe dato un eterno sonno per poterlo furtivamente venire a baciare.

Il sarcofago

Il sarcofago

Il mito di Selene ed Endimione è raccontato su un sarcofago esposto nell’Aula X del Museo Nazionale Romano alle Terme di Diocleziano. Il sarcofago risale agli inizi del terzo secolo dopo Cristo e proviene da Cesano di Roma.

Il pastore e Selene

Il pastore e Selene

La scena scolpita rappresenta la visita notturna di Selene a Endimione. Secondo il mito Selene, personificazione della Luna, pregò Zeus di far sprofondare in un sonno eterno l’amato pastore Endimione per conservarne per sempre la bellezza; ogni notte Selene scendeva dal cielo con il suo carro per fare visita al giovane che dormiva in una grotta.

Selene scende dal carro lunare

Selene scende dal carro lunare

Al centro della scena Selene scende dal carro, sospinto da Aura, personificazione del Vento, e si dirige verso Endimione che, disteso su una roccia, riceve da Hypnos, il dio del Sonno, il liquido soporifero versato da un corno.

Selene da Endimione dormiente

Selene da Endimione dormiente

Il mito suggerisce un messaggio di speranza per il defunto, accostando il tranquillo sonno di Endimione a quello perpetuo della morte.

Hypnos, il Sonno, versa il liquido soporifero

Hypnos, il Sonno, versa il liquido soporifero

I vivi e i morti della necropoli di Portus

La Via Flavia-Severiana

La Via Flavia-Severiana

Un cimitero. Uno strano cimitero. Una città dei morti sull’Isola Sacra, alla foce del Tevere. È la necropoli di “Portus”, l’antico porto di Roma. Un sepolcreto dove le tombe dei morti riescono ancora a raccontare la personalità dei vivi. Emerse dalla sabbia durante i lavori di bonifica del litorale laziale negli anni Venti. Si pensava di realizzare fondi agricoli e casali destinati agli ex combattenti.

Le tombe della necropoli

Le tombe della necropoli

Affiorò un microcosmo di ricche tombe a camera, abbellite da affreschi e stucchi, accanto al ‘campo dei “poveri’, con misere sepolture disposte sotto due tegole a spiovente o entro le due metà di un’anfora. Il camposanto si sviluppava come d’abitudine fuori città, ai margini della via Flavia-Severiana che fin dal primo secolo collegava la città di Ostia con l’area dei bacini portuali di Claudio e di Traiano, l’odierna Fiumicino.

Il particolare più curioso della necropoli, o almeno quello che più colpisce il visitatore di oggi, è la serie di vivaci rilievi di terracotta posti sul fronte delle tombe che rivelano le attività professionali dei defunti, per lo più liberti dediti al commercio e all’artigianato.

Il mugnaio

Il mugnaio

Nella tomba 78, ad esempio, erano conservate le ceneri di un mugnaio. Il rilievo lo mostra circondato dai suoi attrezzi accanto alla pesante mola azionata da un paziente mulo che gira in tondo.

La nave oneraria giunge in porto

La nave oneraria giunge in porto

Il mosaico dell’atrio antistante la cella della tomba 43 mostra due navi che si dirigono verso un faro centrale. L’iscrizione in greco ‘ode pausylipos’ (questo è il luogo che libera dagli affanni) può avere un duplice significato: l’allegoria della vita che giunge a un porto, ma anche la rappresentazione realistica dell’attività commerciale di un portuale o di un trasportatore via mare.

Il fabbro

Il fabbro

L'arrotino e il ferramenta

L’arrotino e il ferramenta

La tomba 29 conserva sulla facciata due mattoni scolpiti con la rappresentazione di attività legate alla fabbricazione e alla vendita di utensili di ferro.

L'acquaiolo

L’acquaiolo

Sulla facciata della tomba 30 erano infisse delle anfore accanto al mattone scolpito con l’immagine dell’acquaiolo o del vinaio.

L'ostetrica

L’ostetrica

L’ostetrica Scribonia Attice, seduta su uno sgabello, raccoglie il neonato di una partoriente seduta sulla sedia gestatoria e tenuta ferma da un’ancella.

Il chirurgo

Il chirurgo

Il chirurgo Marco Ulpio Amerimmo è ritratto accovacciato mentre pratica un salasso sulla gamba di un paziente.

Il marinaio

Il marinaio

L’identikit dei Portuensi

I resti scheletrici umani rinvenuti nella necropoli di Portus costituiscono una delle collezioni antropologiche più ricche e rappresentative di età classica dell’Europa mediterranea e sono stati studiati dai ricercatori del Museo nazionale preistorico etnografico “L. Pigorini” di Roma. Il campione è rappresentato da 2000 individui di cui il 35% sono sotto i 15 anni. Il maggior numero di decessi avveniva entro il primo e il secondo anno di vita per poi ridursi nel corso dei successivi. Le donne mettevano al mondo in media 6 figli. Nei bambini avveniva un notevole arricchimento nella qualità della dieta già entro il primo anno di vita, mentre la pratica dell’allattamento al seno si esauriva normalmente entro il secondo. Sempre nella prima età infantile si registra un marcato ritardo nell’accrescimento scheletrico a causa della cronica diffusione delle infezioni. Tra gli adulti meno del 10% superava i 50 anni; l’analisi paleo-demografica indica che l’aspettativa di vita era di circa 23 anni. La statura media maschile negli adulti non superava i 164 cm; quella femminile era di circa 152 cm.