Romania. Il museo all’aperto dei villaggi di Bran

La Romania è tradizionalmente un paese rurale. La varietà dei paesaggi collinari, la vastità del territorio montuoso, la bassa densità abitativa e la mancanza di strade hanno condizionato la vita dei villaggi e li hanno costretti all’autosufficienza autarchica. Gli abitanti dei borghi sparsi si sono dedicati all’agricoltura, all’allevamento del bestiame e allo sfruttamento del bosco. E hanno sviluppato tutte le attività della cultura contadina, dall’edilizia all’artigianato, dalla gestione dell’acqua e delle altre risorse energetiche all’alimentazione e all’abbigliamento. Queste forme di vita sono diffusamente raccontate dai musei etnografici e dagli skansen, i musei all’aperto della vita rurale.

Il Museo dei villaggi di Bucarest è ovviamente il modello di riferimento per l’estensione dello spazio espositivo e per la rappresentatività dei territori. Ma numerose località si sono dotate di musei all’aperto descrittivi delle tipicità edilizie locali. Un esempio è il Museo di Bran, in Transilvania, ai piedi del celebre “castello di Dracula”.

La croce d’ingresso al museo di Bran

Creato nel 1960, il museo open air descrive attraverso 16 edifici l’evoluzione dell’architettura tradizionale dei villaggi della zona di Bran. Sono così attualizzate le tradizionali attività di base, dall’allevamento del bestiame al lavoro nella foresta, dall’agricoltura, alla lavorazione della lana e all’artigianato del legno.

La casa di Sohodol

La casa di Sohodol

L’abitazione proviene dal villaggio sparso di Sohodol, alle pendici dei monti Bucegi. Comprende la tradizionale sala di soggiorno con il camino e una veranda a portico all’esterno.

La cucina di campagna

La cucina di campagna di Șimon

Questa classica cucina di campagna è un monolocale rettangolare fornito di tavola da pranzo a piano terra e dispensa interna nel vano superiore. Il forno per la cottura del pane e delle altre vivande è all’esterno, sul retro. Proviene dal villaggio di Șimon.

La fattoria di Poarta

La fattoria di Poarta

Poarta è un villaggio di valle, a case sparse. Le occupazioni principali degli abitanti sono l’allevamento e lo sfruttamento forestale; in misura minore si pratica l’agricoltura sui campi terrazzati. La fattoria risale alla fine del Settecento e si compone di due stabili paralleli, collegati da una stalla. Il primo stabile è l’abitazione di famiglia, dotato di camera da letto, soggiorno e veranda. Il secondo stabile era destinato alla battitura dei cereali, alla conservazione del fieno e al riparo degli attrezzi da lavoro.

L’ovile di Vladusca

Il mungitoio-caseificio di Vladusca

Quest’ovile di epoca ottocentesca è stato utilizzato durante la monticazione estiva dei pastori sul massiccio di Piatra Craiului. Si compone di due ambienti. Il primo è dedicato alla mungitura e al trattamento del latte. Il secondo è destinato alla caseificazione e quindi alla produzione di formaggi e alla loro stagionatura. Tra i due ambienti è un corridoio dove le pecore scorrono per essere munte e proseguire poi verso lo stazzo. All’esterno, sul lato stretto, c’è un casotto per la porcilaia.

La carcara Varnita

La carcara Varnita

Si tratta di una classica fornace per la produzione di calce viva. Ha struttura circolare ed è poggiata direttamente sul declivio del terreno. Serve a sciogliere le rocce e a produrre legante per l’edilizia.

La gualchiera di Cheia

La gualchiera di Cheia

La gualchiera proviene dal villaggio di Cheia ed è una macchina tessile degli inizi del Novecento messa in movimento dalla ruota di un mulino ad acqua che aziona due martelli che cardano la lana in modo alternato. Era un tempo utilizzata per rendere più duri e sodi i tessuti di lana battendoli e pressandoli.

La ruota del mulino ad acqua

(Ho visitato il Museo di Bran il 18 luglio 2017)

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Monastero di Cozia. Il Giudizio universale

In Romania, la valle che accoglie il medio corso del fiume Olt ospita una serie di monasteri espressione della migliore arte valacca. Il Monastero di Cozia, in particolare, fu fondato nel 1386 dal voivoda della Valacchia, Mircea il Vecchio, ed è ancor oggi molto visitato e animato da una comunità di monaci ortodossi. Il monastero racchiude una splendida chiesa che conserva forme e stili propri dell’architettura religiosa dell’Oltenia dal Trecento al Settecento. Alla chiesa originaria fu aggiunto nel 1706 un elegante nartece a logge con un ampio affresco che descrive il Giudizio universale.

Il nartece della chiesa di Cozia

La composizione dell’affresco ripete il modello consueto dei Giudizi bizantini, fissato nel canone che ha reso celebre Voroneţ, ma presenta anche alcuni particolari originali, frutto di un’ampia conoscenza delle fonti scritturistiche.

Il trono del giudice

La preparazione del trono

Il Cristo scende dall’empireo sulle ruote alate della visione di Ezechiele e si apre un varco nel firmamento che gli angeli stanno già arrotolando a significare la fine del tempo. Sotto di lui è pronto il trono, con la colomba dello spirito e le arma Christi, dove egli siederà per giudicare l’umanità. Al trono fanno corona i nove cori degli angeli, i progenitori Adamo ed Eva in ginocchio e i dodici apostoli seduti sugli scranni del tribunale celeste. Spicca poi la presenza originale di due gruppi di pellegrini e di invalidi che procedono verso il trono con l’ausilio di bastoni e stampelle. Viene qui richiamata la pagina del vangelo di Matteo: “i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo. (…) Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro” (Mt 11).

La cattura dell’Anticristo

L’Anticristo e i suoi seguaci

Sul versante “infernale” dell’affresco spicca evidente l’originale inserzione della scena dei due diavoli che catturano un personaggio di rango, venerato da seguaci in ginocchio. Si tratta dell’Anticristo la cui apparizione negli ultimi giorni è profetizzata più volte nelle Scritture e in particolare nel Vangelo di Matteo.   «Al monte degli Ulivi poi, sedutosi, i discepoli gli si avvicinarono e, in disparte, gli dissero: “Di’ a noi quando accadranno queste cose e quale sarà il segno della tua venuta e della fine del mondo”. Gesù rispose loro: “Badate che nessuno vi inganni! Molti infatti verranno nel mio nome, dicendo: “Io sono il Cristo”, e trarranno molti in inganno. E sentirete di guerre e di rumori di guerre. Guardate di non allarmarvi, perché deve avvenire, ma non è ancora la fine. Si solleverà infatti nazione contro nazione e regno contro regno; vi saranno carestie e terremoti in vari luoghi: 8ma tutto questo è solo l’inizio dei dolori. Allora vi abbandoneranno alla tribolazione e vi uccideranno, e sarete odiati da tutti i popoli a causa del mio nome. Molti ne resteranno scandalizzati, e si tradiranno e odieranno a vicenda. Sorgeranno molti falsi profeti e inganneranno molti; per il dilagare dell’iniquità, si raffredderà l’amore di molti. Ma chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato» (Mt 24, 3-13). Questa immagine dell’Anticristo richiama un’altra pagina delle scritture, tratta dalla seconda lettera di Paolo ai Tessalonicesi: «Nessuno vi inganni in alcun modo! Prima infatti verrà l’apostasia e si rivelerà l’uomo dell’iniquità, il figlio della perdizione, l’avversario, colui che s’innalza sopra ogni essere chiamato e adorato come Dio, fino a insediarsi nel tempio di Dio, pretendendo di essere Dio» (2Ts 2,3-4).

I dannati

Il fiume di fuoco

L’Inferno è raffigurato come un fiume di fuoco che nasce ai piedi del Cristo e si riversa nella gola del Leviatano infernale. L’immagine del fiume riproduce una citazione del profeta Daniele (7,10): Un fiume di fuoco sgorgava e colava davanti al trono. Anche l’immagine del lago di fuoco nella gola del drago ha radici bibliche ed è una visualizzazione di un versetto dell’Apocalisse (12,16): E la terra aprì la sua bocca e assorbì il fiume che il dragone aveva gettato dalla sua bocca. Nella parte alta del fiume vediamo un reprobo che chiede ardentemente una stilla d’acqua per la sua lingua riarsa: è il ricco Epulone della parabola lucana che espia la sua mancanza di carità verso il povero Lazzaro.

L’Inferno

Sul fondo Lucifero troneggia seduto sui grandi peccatori: ha in mano la coppa d’oro “degli orrori e delle immondezze della prostituzione di Babilonia” e in grembo Giuda, parodia del paradisiaco seno di Abramo. Tra i gruppi di dannati trascinati dalla corrente del fiume di fuoco, accanto agli abituali farisei e ai re tiranni, il pittore ha inserito i commercianti e gli artigiani disonesti: vediamo il falsario con la sua bilancia, l’oste con la botte del vino annacquato, il mugnaio con la macina appesa al collo.

Il giardino del Paradiso

Il giardino del Paradiso

Il Paradiso è descritto come un giardino edenico racchiuso nelle mura della città celeste. In attesa che Pietro ne apra le porte, introducendovi gli eletti, il giardino è già abitato da alcune presenze significative. Vediamo Maria, la madre di Gesù, seduta su un trono e servita dagli angeli. Segue poi il buon ladrone Disma, cui Gesù in punto di morte ha promesso il paradiso. Vediamo poi il patriarca Abramo che ha in grembo l’anima del povero Lazzaro, come attestato dal Vangelo di Luca (16,22): Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Il patriarca è affiancato da Isacco e Giacobbe. Originale ma non sorprendente è la presenza del gruppo delle cinque vergini con le lampade accese, allusione alla parabola inserita dall’evangelista Matteo nel discorso escatologico di Gesù: Giunse lo sposo. Quelle che erano pronte entrarono con lui nella sala del festino, e fu chiusa la porta. Più tardi, giunsero anche le altre vergini dicendo: ‘Signore, signore, aprici!’. Ma egli rispose: ‘In verità vi dico: Non vi conosco’. Vegliate, dunque, perché voi non sapete né il giorno né l’ora (Mt 25, 1-13). Il giardino recintato del Paradiso mostra un ricco parco botanico, nel quale le piante assumono anche un ruolo di simbolo. Il più evidente tra questi è Cristo Albero della Vita: si tratta dell’albero tripartito al centro del giardino nella cui radice compare il volto del Salvatore.

La chiesa del monastero di Cozia

(Ho visitato Cozia il 23 luglio 2017)

L’architettura spontanea dei villaggi rurali in Romania

Siamo a Bucarest, capitale della Romania, nel parco di Herăstrău, sulle rive dell’omonimo lago. Passeggiamo in un grande museo all’aperto che espone una magnifica collezione di 85 edifici tradizionali provenienti da tutte le regioni della Romania. Sono tutti monumenti autentici, risalenti agli ultimi tre secoli, smontati nei luoghi di provenienza e poi riassemblati nel parco.

Il Museo nazionale dei villaggi romeni

Il Museo dei villaggi rurali (Muzeul Satului) è stato fondato nel 1936 e raccoglie il frutto di anni di ricerche effettuate da Dimitrie Gusti, promotore della scuola di sociologia dell’Università di Bucarest. Vi troviamo costruzioni di pietra, di legno, di mattone, di argilla e terra cruda. I tetti sono di paglia e di canne, di scandole, di lose. Ci sono case rurali, fattorie, mulini ad acqua e mulini a vento, chiese di legno, croci stazionarie, opifici, forni, stalle, fienili, pozzi. Provengono dalla Moldavia, dalla Transilvania, dal Maramures, dalla Valacchia, dalla Bucovina. Un’architettura popolare autoctona ma anche ricca di influenze magiare, tedesche, turche, greche. Ne proponiamo una breve rassegna per gli appassionati di architettura spontanea.

La fattoria di legno del Maramures

L’ovile invernale

Questa fattoria del 1775 apparteneva di una famiglia di allevatori, agricoltori e boscaioli. Ne vediamo l’abitazione domestica, l’ovile invernale, il laboratorio artigianale e un deposito di fieno col tetto mobile.

Il fienile

Il mulino a vento della Dobrugia

 

Il mulino a vento

Il mulino a vento risale al 1967 e proviene dal villaggio lacuale di Sarichioi-Istria nel distretto di Tulcea in Dobrugia. Le sei pale azionano il meccanismo per macinare il grano, costruito nella parte superiore dell’edificio chiuso. La parte inferiore del locale è destinata a magazzino e contiene i sacchi di grano e di farina oltre agli strumenti di lavoro del mugnaio.

La casa sotterranea dell’Oltenia

La casa sotterranea

Quest’abitazione sotterranea risale al primo Ottocento e proviene dal sud dell’Oltenia. Solitamente solo monolocale, in questo caso l’abitazione è articolata in tre camere. Scavata la fossa nel terreno, essa viene rivestita da pareti di legno. All’esterno essa appare come una grotta, con una copertura di legno, rivestita di paglia ed erbe. All’interno le pareti sono fasciate con travi di quercia che sporgono circa un metro dal terreno. Essa assicura condizioni climatiche costanti anche in presenza di forti variazioni esterne.

La casa a piramide dei monti Apuseni

Le case a piramide

La casa è stata costruita nel 1815 in un villaggio dei monti Apuseni per una famiglia di pastori e agricoltori. Sia l’abitazione che la vicina dispensa hanno struttura quadrangolare, con pareti di legno alzate su una base di pietra. La caratteristica copertura a piramide ha spioventi tre volte più lunghi delle pareti, rivestiti di fascine di saggina.

La chiesa di Dragomirești

La chiesa di legno

Capolavoro dell’architettura del legno è la chiesa di Dragomirești, nella regione del Maramures. Costruita nel 1722, ha una svettante struttura verticale, con tetto di scandole e pareti interne ancora rivestite di affreschi.

La chiesa affrescata di Timișeni

La chiesa di Timișeni

Questa chiesa proviene da Timișeni, un centro della regione dell’Oltenia ed è stata costruita nel 1773. Ha la struttura di legno e un tetto a spiovente rivestito di scandole. Presenta una zona absidata posteriore e un campanile quadrato alto sulla facciata. Impressionanti per lo stato della conservazione sono i dipinti molto naif sulla facciata esterna (Giudizio finale) e sui fianchi.

Il dipinto sulla facciata

(Ho visitato il Museo Gusti il 24 luglio 2017)

Romania. Una “terapia” per le coppie in crisi

Biertan è un pittoresco villaggio al centro di una verdissima vallata della Transilvania. Per secoli è stato abitato da famiglie sassoni di fede luterana, provenienti dalla Germania. La sua splendida chiesa fortificata è stata iscritta dall’Unesco nel Patrimonio dell’Umanità.

La casa-prigione di Biertan

Nel recinto della chiesa scopriamo un piccolo edificio eretto lungo le mura fortificate. Una targa lo definisce genericamente come un museo della storia locale di Biertan (Birthälmer Heimatmuseum). Ma per almeno tre secoli, per decisione del vescovo locale, qui vennero rinchiuse a chiave le coppie in crisi, in una convivenza forzata che poteva durare anche molte settimane, perché facessero un ultimo tentativo per risolvere i loro contrasti.

L’interno ricostituito

L’obiettivo esplicito era evitare un doloroso divorzio. Marito e moglie dovevano trovare da soli un rimedio ai loro matrimoni ormai in pezzi e recuperare l’armonia coniugale perduta. Quella terapia detentiva che oggi assomiglia a un incubo ha però dimostrato che la ‘prigione coniugale’ era piuttosto efficace. “La prigione era uno strumento per mantenere la società nell’antico ordine cristiano. Grazie a questo edificio benedetto, nei 300 anni che Biertan è stata la sede del vescovo, abbiamo registrato un solo divorzio!” ha dichiarato con una certa soddisfazione il prete di Biertan.

Il letto tradizionale sassone

Questa originale forma di psicoterapia risulta più evidente durante la visita della casa-museo. La piccola prigione scura ha soffitti bassi e massicce pareti. L’arredo è assolutamente spartano. La camera degli sposi ha un solo tavolo, una sola sedia, un ripostiglio e un tradizionale letto sassone a una sola piazza, un solo cuscino e una sola coperta. Tutto doveva essere condiviso in modo strettissimo, senza alcuna privacy. Resta da immaginare se la convivenza forzosa riuscisse a rinfocolare l’amore originario o se sui motivi di disunione prevalessero le ragioni dei figli o se a prevalere fossero interessi più materiali legati al lavoro e alla proprietà dei campi. Chissà.

Moldoviţa. La scena dell’assedio di Costantinopoli

Il monastero e la chiesa di Moldoviţa furono costruiti nel 1532 per iniziativa del principe moldavo Pietro Rareş, figlio di Stefano il Grande. Il sito si trova isolato tra i monti e le foreste della Bucovina, nella parte settentrionale della Moldavia. Come gli altri monasteri della regione, Moldoviţa si presenta come una fortezza quadrata, dotata di alte mura di difesa e torri di guardia. La chiesa del monastero sorge al centro del campo interno, mentre i locali del monastero sono addossati alle mura. Assieme alle architetture è soprattutto la decorazione pittorica interna ed esterna, realizzata nel 1537, a rendere celebre questo monastero.

Il fianco meridionale della chiesa con l’affresco dell’assedio

Un tema caro alla tradizione moldava è la raffigurazione dell’assedio di Costantinopoli, visibile sul fianco meridionale esterno. L’artista moldavo riesce a descrivere la scena della città assediata da terra e dal mare, con ampio dispiego di particolari.

Costantinopoli assediata

Dalle colline scende l’esercito turco con la sua cavalleria, la fanteria e la batteria di artiglierie di grosso calibro. Lo guida il sultano vestito di rosso su un cavallo giallo. Ai piedi della collina un cavaliere moldavo, uscito dalla città, combatte con il capo della cavalleria turca e riesce ad atterrarlo con un colpo di lancia. Sul mare la flotta turca è vittima di una violenta tempesta: le navi sono squassate dalla violenza delle onde e da una pioggia di fuoco che scende dal cielo.

L’artiglieria turca bombarda la città

Dalle mura della città cristiana le artiglierie e gli arcieri ribattono colpo su colpo gli assalitori turchi. All’interno della città assediata una lunga processione si snoda lungo le sue strade sotto le insegne del velo della Veronica e dell’icona della Vergine con il Bimbo. Per impetrare la protezione divina sulla città assediata sfilano nell’ordine i diaconi, il clero, l’imperatore, il corteo dei nobili, l’imperatrice con il suo seguito e tutto il popolo.

L’esercito turco

Per capire l’affresco occorre ricordare che il mondo cristiano subiva ancora lo shock causato dalla caduta di Costantinopoli e dell’impero romano d’oriente, avvenute nel 1453 per mano dell’esercito turco ottomano guidato da Maometto II. Questa terribile catastrofe fu percepita con particolare angoscia dai cristiani ortodossi moldavi a causa della loro vicinanza geografica alla capitale bizantina e al timore di una sottomissione distruttiva della loro libertà religiosa. Le chiese fortificate della Bucovina furono così una delle risposte elaborate dai principi moldavi e dalle autorità religiose per resistere a una possibile invasione turca. E l’affresco di Moldoviţa assume un complesso di significati – storici, religiosi, politici e sociali – che esprimono il desiderio moldavo di liberarsi dal giogo ottomano.

La cavalleria turca

L’affresco dell’assedio di Costantinopoli sublima questo duplice stato d’animo moldavo, di timore per una possibile schiavitù e di speranza per una rivincita cristiana. L’immagine affrescata è così un falso storico clamoroso, realizzato però in modo assolutamente consapevole. L’immagine legge la caduta di Costantinopoli del 1453 alla luce di una vicenda di tutt’altro segno avvenuta invece nel 626. Allora un’orda di Àvari, una popolazione turco-mongola, si era accampata dinanzi alle formidabili mura della capitale bizantina, sostenuta anche da una flotta sul mare. Il basileus Eraclio, imperatore del tempo, seppe però respingere quel grave pericolo e sbaragliò gli àvari, costringendoli alla ritirata.

Romania. L’Apocalisse a fumetti di Suceviţa

Il Monastero di Suceviţa è un gioiello artistico nato sulle rive dell’omonimo fiume e incastonato in uno scenario montano di grande bellezza. All’interno di una cinta di mura, scandita da torri, sorgono la chiesa affrescata e gli ambienti del monastero. Suceviţa fu anche l’ultimo a essere costruito e affrescato nella serie storica dei grandi monasteri della Bucovina. La costruzione risale infatti al 1584, quando i tre fratelli Gheorghe, Ieremia e Simion Moviļa, membri della nuova dinastia voivodale della Moldavia, raggiunta la prosperità economica, vollero emulare il mecenatismo dei loro predecessori. Gli affreschi esterni, eseguiti nel 1595-96, sono opera di un gruppo di artisti diretti dai fratelli Sofronie e Ioan di Pângărați, pittori di icone e miniaturisti.

La chiesa del monastero di Sucevita

La loggia che copre la scalinata di accesso alla chiesa sul lato meridionale è rivestita interamente d’immagini tratte dall’Apocalisse di Giovanni. L’effetto complessivo che se ne percepisce è quello di un lungo fumetto che si srotola sulle facciate delle colonne, sugli archi, le volte e la facciata d’ingresso. Le parti più basse della decorazione sono usurate dal tempo e martoriate dalle firme che nel corso dei secoli i visitatori hanno graffiato con i chiodi. Resta tuttavia rimarcabile lo sforzo di visualizzare un testo visionario e ‘liquido’ come l’Apocalisse. Ne riproduciamo le immagini seguendo l’ordine dei capitoli del libro sacro.

La spada, le stelle e i candelabri

I sette candelabri

All’angelo della Chiesa che è a Èfeso scrivi: “Così parla Colui che tiene le sette stelle nella sua destra e cammina in mezzo ai sette candelabri d’oro. Conosco le tue opere, la tua fatica e la tua perseveranza, per cui non puoi sopportare i cattivi. Hai messo alla prova quelli che si dicono apostoli e non lo sono, e li hai trovati bugiardi. Sei perseverante e hai molto sopportato per il mio nome, senza stancarti”. All’angelo della Chiesa che è a Pèrgamo scrivi: “Così parla Colui che ha la spada affilata a due tagli. So che abiti dove Satana ha il suo trono; tuttavia tu tieni saldo il mio nome e non hai rinnegato la mia fede neppure al tempo in cui Antìpa, il mio fedele testimone, fu messo a morte nella vostra città, dimora di Satana” (Ap 2, 1-7; 12-17).

La liturgia celeste

Il canto degli Anziani

Poi vidi, in mezzo al trono, circondato dai quattro esseri viventi e dagli anziani, un Agnello, in piedi, come immolato; aveva sette corna e sette occhi, i quali sono i sette spiriti di Dio mandati su tutta la terra. Giunse e prese il libro dalla destra di Colui che sedeva sul trono. E quando l’ebbe preso, i quattro esseri viventi e i ventiquattro anziani si prostrarono davanti all’Agnello, avendo ciascuno una cetra e coppe d’oro colme di profumi, che sono le preghiere dei santi, e cantavano un canto nuovo (Ap 5, 6-10).

I quattro cavalieri

I quattro cavalieri dell’Apocalisse

E vidi, quando l’Agnello sciolse il primo dei sette sigilli, e udii il primo dei quattro esseri viventi che diceva come con voce di tuono: “Vieni”. E vidi: ecco, un cavallo bianco. Colui che lo cavalcava aveva un arco; gli fu data una corona ed egli uscì vittorioso per vincere ancora. Quando l’Agnello aprì il secondo sigillo, udii il secondo essere vivente che diceva: “Vieni”. Allora uscì un altro cavallo, rosso fuoco. A colui che lo cavalcava fu dato potere di togliere la pace dalla terra e di far sì che si sgozzassero a vicenda, e gli fu consegnata una grande spada. Quando l’Agnello aprì il terzo sigillo, udii il terzo essere vivente che diceva: “Vieni”. E vidi: ecco, un cavallo nero. Colui che lo cavalcava aveva una bilancia in mano. Quando l’Agnello aprì il quarto sigillo, udii la voce del quarto essere vivente che diceva: “Vieni”. E vidi: ecco, un cavallo verde. Colui che lo cavalcava si chiamava Morte e gli inferi lo seguivano. Fu dato loro potere sopra un quarto della terra, per sterminare con la spada, con la fame, con la peste e con le fiere della terra (Ap 6, 1-8).

Il quinto sigillo e i martiri innocenti

I martiri innocenti

Quando l’Agnello aprì il quinto sigillo, vidi sotto l’altare le anime di coloro che furono immolati a causa della parola di Dio e della testimonianza che gli avevano reso. E gridarono a gran voce: “Fino a quando, Sovrano, tu che sei santo e veritiero, non farai giustizia e non vendicherai il nostro sangue contro gli abitanti della terra?”. Allora venne data a ciascuno di loro una veste candida e fu detto loro di pazientare ancora un poco, finché fosse completo il numero dei loro compagni di servizio e dei loro fratelli, che dovevano essere uccisi come loro (Ap 6, 9-11).

Il sesto sigillo, il terremoto e la grandine

Il terremoto e la grandine

E vidi, quando l’Agnello aprì il sesto sigillo, e vi fu un violento terremoto. Il sole divenne nero come un sacco di crine, la luna diventò tutta simile a sangue, le stelle del cielo si abbatterono sopra la terra, come un albero di fichi, sbattuto dalla bufera, lascia cadere i frutti non ancora maturi. Il cielo si ritirò come un rotolo che si avvolge, e tutti i monti e le isole furono smossi dal loro posto (Ap 6, 12-15).

La quarta tromba

La quarta tromba

Il quarto angelo suonò la tromba: un terzo del sole, un terzo della luna e un terzo degli astri fu colpito e così si oscurò un terzo degli astri; il giorno perse un terzo della sua luce e la notte ugualmente (Ap 8, 12).

Il flagello delle cavallette

Le cavallette

Il quinto angelo suonò la tromba: vidi un astro caduto dal cielo sulla terra. Gli fu data la chiave del pozzo dell’Abisso; egli aprì il pozzo dell’Abisso e dal pozzo salì un fumo come il fumo di una grande fornace, e oscurò il sole e l’atmosfera. Dal fumo uscirono cavallette, che si sparsero sulla terra, e fu dato loro un potere pari a quello degli scorpioni della terra. E fu detto loro di non danneggiare l’erba della terra, né gli arbusti né gli alberi, ma soltanto gli uomini che non avessero il sigillo di Dio sulla fronte. E fu concesso loro non di ucciderli, ma di tormentarli per cinque mesi, e il loro tormento è come il tormento provocato dallo scorpione quando punge un uomo. In quei giorni gli uomini cercheranno la morte, ma non la troveranno; brameranno morire, ma la morte fuggirà da loro. Queste cavallette avevano l’aspetto di cavalli pronti per la guerra. Sulla testa avevano corone che sembravano d’oro e il loro aspetto era come quello degli uomini (Ap 9, 1-10).

La sesta tromba

La sesta tromba

Diceva al sesto angelo, che aveva la tromba: “Libera i quattro angeli incatenati sul grande fiume Eufrate”. Furono liberati i quattro angeli, pronti per l’ora, il giorno, il mese e l’anno, al fine di sterminare un terzo dell’umanità. Il numero delle truppe di cavalleria era duecento milioni; ne intesi il numero. E così vidi nella visione i cavalli e i loro cavalieri: questi avevano corazze di fuoco, di giacinto, di zolfo; le teste dei cavalli erano come teste di leoni e dalla loro bocca uscivano fuoco, fumo e zolfo. Da questo triplice flagello, dal fuoco, dal fumo e dallo zolfo che uscivano dalla loro bocca, fu ucciso un terzo dell’umanità. La potenza dei cavalli infatti sta nella loro bocca e nelle loro code, perché le loro code sono simili a serpenti, hanno teste e con esse fanno del male (Ap 9, 14-19).

L’angelo del libro

L’angelo del libro

E vidi un altro angelo, possente, discendere dal cielo, avvolto in una nube; l’arcobaleno era sul suo capo e il suo volto era come il sole e le sue gambe come colonne di fuoco. Nella mano teneva un piccolo libro aperto. Avendo posto il piede destro sul mare e il sinistro sulla terra, gridò a gran voce come leone che ruggisce. Poi la voce che avevo udito dal cielo mi parlò di nuovo: “Va’, prendi il libro aperto dalla mano dell’angelo che sta in piedi sul mare e sulla terra”. Allora mi avvicinai all’angelo e lo pregai di darmi il piccolo libro. Ed egli mi disse: “Prendilo e divoralo; ti riempirà di amarezza le viscere, ma in bocca ti sarà dolce come il miele”. Presi quel piccolo libro dalla mano dell’angelo e lo divorai; in bocca lo sentii dolce come il miele, ma come l’ebbi inghiottito ne sentii nelle viscere tutta l’amarezza (Ap 10, 1-10).

La donna e il dragone

La donna e il drago

Un segno grandioso apparve nel cielo: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e, sul capo, una corona di dodici stelle. Era incinta, e gridava per le doglie e il travaglio del parto. Allora apparve un altro segno nel cielo: un enorme drago rosso, con sette teste e dieci corna e sulle teste sette diademi; la sua coda trascinava un terzo delle stelle del cielo e le precipitava sulla terra. Il drago si pose davanti alla donna, che stava per partorire, in modo da divorare il bambino appena lo avesse partorito. Essa partorì un figlio maschio, destinato a governare tutte le nazioni con scettro di ferro, e suo figlio fu rapito verso Dio e verso il suo trono. La donna invece fuggì nel deserto, dove Dio le aveva preparato un rifugio perché vi fosse nutrita per milleduecentosessanta giorni (Ap 12, 1-6).

Il drago e la bestia venuta dal mare

Il drago e la bestia

Allora il drago si infuriò contro la donna e se ne andò a fare guerra contro il resto della sua discendenza, contro quelli che custodiscono i comandamenti di Dio e sono in possesso della testimonianza di Gesù. E si appostò sulla spiaggia del mare. E vidi salire dal mare una bestia che aveva dieci corna e sette teste, sulle corna dieci diademi e su ciascuna testa un titolo blasfemo. La bestia che io vidi era simile a una pantera, con le zampe come quelle di un orso e la bocca come quella di un leone. Il drago le diede la sua forza, il suo trono e il suo grande potere. Una delle sue teste sembrò colpita a morte, ma la sua piaga mortale fu guarita. Allora la terra intera, presa d’ammirazione, andò dietro alla bestia e gli uomini adorarono il drago perché aveva dato il potere alla bestia, e adorarono la bestia dicendo: “Chi è simile alla bestia e chi può combattere con essa?” (Ap 12, 17-18; 13, 1-4).

La mietitura e la vendemmia dell’ira di Dio

La mietitura e la vendemmia

E vidi: ecco una nube bianca, e sulla nube stava seduto uno simile a un Figlio d’uomo: aveva sul capo una corona d’oro e in mano una falce affilata. Un altro angelo uscì dal tempio, gridando a gran voce a colui che era seduto sulla nube: “Getta la tua falce e mieti; è giunta l’ora di mietere, perché la messe della terra è matura”. Allora colui che era seduto sulla nube lanciò la sua falce sulla terra e la terra fu mietuta. Allora un altro angelo uscì dal tempio che è nel cielo, tenendo anch’egli una falce affilata. Un altro angelo, che ha potere sul fuoco, venne dall’altare e gridò a gran voce a quello che aveva la falce affilata: “Getta la tua falce affilata e vendemmia i grappoli della vigna della terra, perché le sue uve sono mature”. L’angelo lanciò la sua falce sulla terra, vendemmiò la vigna della terra e rovesciò l’uva nel grande tino dell’ira di Dio. Il tino fu pigiato fuori della città e dal tino uscì sangue fino al morso dei cavalli, per una distanza di milleseicento stadi (Ap 14, 14-20).

Le sette coppe dell’ira di Dio

Le coppe dell’ira di Dio

E vidi aprirsi nel cielo il tempio che contiene la tenda della Testimonianza; dal tempio uscirono i sette angeli che avevano i sette flagelli, vestiti di lino puro, splendente, e cinti al petto con fasce d’oro. Uno dei quattro esseri viventi diede ai sette angeli sette coppe d’oro, colme dell’ira di Dio, che vive nei secoli dei secoli. E udii dal tempio una voce potente che diceva ai sette angeli: “Andate e versate sulla terra le sette coppe dell’ira di Dio” (Ap 15, 5-7; 16).

La grande prostituta

La grande prostituta

E uno dei sette angeli, che hanno le sette coppe, venne e parlò con me: “Vieni, ti mostrerò la condanna della grande prostituta, che siede presso le grandi acque. Con lei si sono prostituiti i re della terra, e gli abitanti della terra si sono inebriati del vino della sua prostituzione”. L’angelo mi trasportò in spirito nel deserto. Là vidi una donna seduta sopra una bestia scarlatta, che era coperta di nomi blasfemi, aveva sette teste e dieci corna. La donna era vestita di porpora e di scarlatto, adorna d’oro, di pietre preziose e di perle; teneva in mano una coppa d’oro, colma degli orrori e delle immondezze della sua prostituzione. Sulla sua fronte stava scritto un nome misterioso: “Babilonia la grande, la madre delle prostitute e degli orrori della terra”. E vidi quella donna, ubriaca del sangue dei santi e del sangue dei martiri di Gesù (Ap 17, 1-6).

La caduta di Babilonia

La caduta di Babilonia

Per questo, in un solo giorno, verranno i suoi flagelli: morte, lutto e fame. Sarà bruciata dal fuoco, perché potente Signore è Dio che l’ha condannata. Un angelo possente prese allora una pietra, grande come una màcina, e la gettò nel mare esclamando: “Con questa violenza sarà distrutta Babilonia, la grande città, e nessuno più la troverà. Il suono dei musicisti, dei suonatori di cetra, di flauto e di tromba, non si udrà più in te; ogni artigiano di qualsiasi mestiere non si troverà più in te; il rumore della màcina non si udrà più in te; la luce della lampada non brillerà più in te; la voce dello sposo e della sposa non si udrà più in te. Perché i tuoi mercanti erano i grandi della terra e tutte le nazioni dalle tue droghe furono sedotte. In essa fu trovato il sangue di profeti e di santi e di quanti furono uccisi sulla terra” (Ap 18, 8;21-24).

La città santa

La Gerusalemme celeste

L’angelo mi trasportò in spirito su di un monte grande e alto, e mi mostrò la città santa, Gerusalemme, che scende dal cielo, da Dio, risplendente della gloria di Dio. Il suo splendore è simile a quello di una gemma preziosissima, come pietra di diaspro cristallino. È cinta da grandi e alte mura con dodici porte: sopra queste porte stanno dodici angeli e nomi scritti, i nomi delle dodici tribù dei figli d’Israele. A oriente tre porte, a settentrione tre porte, a mezzogiorno tre porte e a occidente tre porte. Le mura della città poggiano su dodici basamenti, sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici apostoli dell’Agnello. Colui che mi parlava aveva come misura una canna d’oro per misurare la città, le sue porte e le sue mura. La città è a forma di quadrato: la sua lunghezza è uguale alla larghezza. L’angelo misurò la città con la canna: sono dodicimila stadi; la lunghezza, la larghezza e l’altezza sono uguali. Ne misurò anche le mura: sono alte centoquarantaquattro braccia, secondo la misura in uso tra gli uomini adoperata dall’angelo (Ap 21, 10-17).

Romania. La scala delle virtù a Suceviţa

Il Monastero di Suceviţa è uno scrigno d’arte nato sulle rive dell’omonimo fiume e incastonato in uno scenario montano di grande bellezza. All’interno di una cinta di mura, scandita da torri, sorgono la chiesa affrescata e gli ambienti del monastero. Suceviţa fu anche l’ultimo a essere costruito e affrescato nella serie storica dei grandi monasteri della Bucovina. La costruzione risale infatti al 1584, quando i tre fratelli Gheorghe, Ieremia e Simion Moviļa, membri della nuova dinastia voivodale della Moldavia, raggiunta la prosperità economica, vollero emulare il mecenatismo dei loro predecessori. Gli affreschi esterni, eseguiti nel 1595-96, sono opera di un gruppo di artisti diretti dai fratelli Sofronie e Ioan di Pângărați, pittori di icone e miniaturisti.

La scala delle virtù

Il fianco settentrionale della chiesa è decorato da un vasto affresco della Scala del Paradiso. Una scala composta da trenta gradini sale dalla terra fino al cielo. I monaci vi si arrampicano in preghiera. Ciascun gradino rappresenta simbolicamente una delle trenta virtù che il monaco deve coltivare per raggiungere la perfezione spirituale. La salita ascetica è difficile e faticosa: gli angeli accompagnano la progressione virtuosa ponendo la corona della gloria sul capo del monaco vittorioso; Gesù li accoglie nel Cielo e li premia aprendo loro le porte della Gerusalemme celeste. Ma il rischio della caduta è sempre presente, accentuato dalle tentazioni suggerite da una legione di diavoli. Vediamo così monaci strattonati dai diavoli che scivolano e si aggrappano alla scala; altri loro colleghi più deboli non riescono a resistere e precipitano in caduta libera nella gola di Lucifero e degli altri mostri infernali, tra la gioia dei demoni.

Il monaco arriva in cielo

L’affresco è la traduzione iconografica di una celebre opera di Giovanni il Sinaita, detto «Climaco», risalente al settimo secolo. Eletto igumeno del monastero del Sinai quando aveva sessant’anni, egli compose per i suoi discepoli una delle più celebri opere della spiritualità cristiana: la Scala del paradiso, che gli varrà lo pseudonimo di Climaco (da klîmax, «scala»). In essa, Giovanni descrive i gradini che il monaco deve ascendere per giungere all’incontro con Dio, aggiungendo via via, secondo le sue stesse parole, «giorno dopo giorno, fuoco al fuoco e desiderio al desiderio». Il monaco, per il grande maestro sinaita, è un uomo che deve tendere all’hesychía, alla quiete dell’anima, mediante la lotta contro i pensieri malvagi, che si combattono praticando le virtù a essi contrarie.

La caduta

La scala è un itinerario di purificazione che inizia sulla terra (con la rinuncia al mondo, apotagé) e giunge fino al cielo (la carità, agape). I primi sette scalini simboleggiano la rinuncia, il distacco e la xeniteia, seguite dall’obbedienza, la metanoia, il ricordo della morte e il penthos. I sedici gradini centrali rappresentano la lotta del monaco contro i vizi della parte irascibile (collera e dolcezza, rancore, maldicenza, multiloquio e silenzio, menzogna, acedia), i vizi della parte concupiscibile (gola, lussuria, avarizia) e i vizi della parte razionale (povertà, insensibilità, eccesso di sonno e veglia, pusillanimità, vanagloria, orgoglio, bestemmia). Verso l’alto si succedono i gradini della perfezione cristiana, frutto della vita pratica (mitezza e semplicità, umiltà, discernimento e sensibilità spirituale) e dell’unione con Dio (esichia, preghiera, impassibilità, fede, speranza e carità).

L’inferno

(Ho visitato Suceviţa il 20 luglio 2017)