Roma. Visita al Carcere Mamertino

I Romani se ne intendevano. Parlo del carcere, delle punizioni e delle pene corporali. Carcere, per cominciare, deriva dal latino coercere, il regime restrittivo della libertà personale. Mandare qualcuno “in galera” si riferiva letteralmente alla condanna ai remi delle galere, le navi del tempo. Molto temuta era la damnatio ad metalla, ovvero la condanna al lavoro coatto nelle miniere di ferro. Diffusa era anche la condanna ai lavori forzati nelle opere pubbliche, nelle cloache e negli altri lavori usuranti e nocivi. La damnatio ad bestias era la condanna a essere sbranati dalle belve affamate e inferocite negli anfiteatri coram populo. E c’erano poi la schiavitù, la deportatio, i summa supplicia, la crocifissione.

Il Carcere Mamertino

In questo quadro generale “dei delitti e delle pene” nel mondo romano antico, la visita al Carcere Mamertino di Roma è un’esperienza certamente istruttiva (e anche un’emozione un po’ splatter). Il Mamertino può essere classificato in termini moderni come un carcere di massima sicurezza, una prigione di Stato, dove si eseguivano le pene capitali che i Romani riservavano alle grandi personalità nemiche di Roma.

I giustiziati illustri

Un esempio è il generale sannita Gavio Ponzio, quello che durante la terza guerra sannitica aveva umiliato i romani alle Forche Caudine; catturato da Quinto Fabio Massimo subì qui la decapitazione. Giugurta, re berbero della Numidia, vi fu fatto morire di fame. Vercingetorige, re della Gallia, sconfitto dalle legioni di Giulio Cesare, vi fu decapitato. Il luogo delle esecuzioni era il Tullianum, ovvero il pozzo sottostante il Mamertinum, la cella carceraria dei condannati. I visitatori vi scendono oggi per un’angusta scala. Il sito è ancora sinistro e impressionante. Un autore latino lo descriveva sprofondato sotterra, chiuso da robuste pareti, con una volta di pietra, di aspetto “ripugnante e spaventoso per lo stato di abbandono, l’oscurità e il puzzo”.

Il sotterraneo del Tullianum

 

Le memorie cristiane

La tradizione cristiana lega il carcere Mamertino alle memorie di San Pietro e di San Paolo. Secondo un racconto agiografico difficilmente documentabile, i due apostoli vi furono reclusi prima di essere condotti al martirio: Pietro alla crocifissione nel circo Vaticano e Paolo alla decapitazione alle acque Salvie.

La memoria della prigionia di Pietro e Paolo

La presenza di una polla d’acqua nel Tullianum ha fatto nascere la leggenda del miracolo della fonte: Pietro avrebbe fatto scaturire la sorgente e con la sua acqua avrebbe battezzato i suoi due carcerieri, Processo e Martiniano. Tra le altre reliquie si conservano la colonna ove erano incatenati gli apostoli e un incavo nella roccia provocato da una testata di Pietro spinto dai carcerieri. Gli ambienti sono decorati da altari, affreschi, statue e lapidi. Ritenuto luogo sacro fin dal Quattrocento, il Carcere Mamertino fu definitivamente consacrato nel 1726 a San Pietro in Carcere.

Gesù e Pietro

 

La visita

Dal 2016 il Carcer Tullianum è nuovamente accessibile dopo i lavori di restauro che hanno messo in luce e valorizzato la struttura architettonica e gli affreschi e l’hanno dotato d’infrastrutture avanzate per la visita. Il percorso è guidato da tablet multilingue che descrivono analiticamente i luoghi e gli oggetti conservati. Si visitano in successione il Museo, fornito di interessanti reperti archeologici, il Mamertino, le memorie degli apostoli e la cavità del Tullianum. Il sito si trova nell’area dei Fori Romani (Clivo Argentario 1) ed è accessibile sia dal Campidoglio, sia da Via dei Fori Imperiali, percorrendo la via di San Pietro in Carcere. Di buon interesse è anche la visita degli ambienti della chiesa di San Giuseppe dei Falegnami sovrastante il carcere.

I fedeli sotto il mantello della Madonna

(Ho visitato il Carcere Mamertino il 20 settembre 2016)

Roma. Le catacombe di San Sebastiano

La piazzola dei mausolei

La piazzola dei mausolei

Tra il secondo e il terzo miglio del suo percorso, iniziato dalla porta Capena, la via Appia antica conosce un improvviso avvallamento. Questa depressione nei pressi di un crocicchio di strade è l’erede di un’antica cava di pozzolana scavata due millenni fa. Fu proprio lì – ad catacumbas, presso la cava – che si cominciò a scavare e a ricavare i loculi di un cimitero cristiano. Quel nome – catacomba – che designava una località specifica conobbe un rapido successo e finì per designare tutti i cimiteri sotterranei. Le sepolture vi continuarono per secoli ma subirono nel 410 il violento trauma del sacco di Roma per mano dei Goti guidati da Alarico. I cimiteri costruiti fuori delle mura divennero insicuri e fu rischioso conservarvi i corpi dei martiri. Ci fu un moto centripeto: le ville di campagna, le infrastrutture come le strade e gli acquedotti, i cimiteri furono danneggiati e progressivamente abbandonati mentre la popolazione romana, provata dalle epidemie, dalle carestie e dalle guerre, si rinserrava nella cerchia delle mura aureliane.

Il sarcofago delle due oranti

Il sarcofago delle due oranti

Alcuni luoghi esterni alle mura continuarono tuttavia a essere frequentati fino a tutto il Medioevo. Erano i santuari dei più venerati martiri romani, come la basilica di Pietro alla necropoli del colle Vaticano, la basilica di Paolo sulla via Ostiense, la basilica di Lorenzo extra muros al cimitero del Verano. A questi si aggiunse la catacomba di San Sebastiano, che divenne un luogo di preghiera, nel quale i cristiani evocavano e ricordavano i principi degli apostoli Pietro e Paolo e dove si celebrava il loro culto congiunto. Nel periodo delle più feroci persecuzioni anticristiane, le reliquie dei due apostoli furono precauzionalmente spostate e nascoste nella catacomba per sottrarle a un’eventuale distruzione. Quando la nuova religione fu ufficialmente accettata a Roma, l’intensità di frequentazione di questo luogo della memoria apostolorum convinse l’imperatore Costantino a costruirvi una basilica a forma di circo per monumentalizzare il culto dei due apostoli.

 La visita

I graffiti devozionali

I graffiti devozionali

Il cimitero sotterraneo si sviluppa lungo 12 km di gallerie. Ovvio dunque che la visita si concentri solo sulle principali evidenze, quali la basilica, la galleria dei sarcofaghi, la cripta di San Sebastiano, il cubicolo di Giona e, soprattutto, i Mausolei della Piazzola e la Triclia della Memoria Apostolorum. La ‘piazzola’ è l’atrio sul quale si affacciano tre mausolei decorati in modo raffinato, probabilmente appartenuti a liberti assai facoltosi. Le facciate monumentali sono molto simili, tutte in muratura, costituite da una porta centrale sormontata da un’iscrizione con il nome dei proprietari, da un timpano decorato con pitture e da un attico nel quale probabilmente si tenevano le cerimonie di commemorazione dei defunti, come ad esempio i banchetti funebri (refrigerium) che ogni anno venivano allestiti nel giorno anniversario della morte. Un primo mausoleo è appartenuto a Marcus Clodius Ermete; il secondo mausoleo è detto degli Innocentiores, che, probabilmente, è il nome di un’associazione; il terzo mausoleo è denominato dell’Ascia, in quanto un’ascia è rappresentata sul timpano della facciata, anche questo appartenuto ad una corporazione.

Invocazione ai santi Pietro e Paolo

Invocazione ai santi Pietro e Paolo

Sopra ai mausolei è localizzata la Triclia, struttura porticata dedicata alla memoria degli apostoli Pietro e Paolo, dove centinaia di graffiti testimoniano il culto tributato ai due santi. Alcuni di questi graffiti sono ancora visibili e particolarmente interessanti e suggestivi, come quello di un certo pellegrino che, attorno al III sec. scrisse: Paule et Petre petite pro Victore, una richiesta di intercessione rivolta ai due martiri più importanti di tutta la cristianità.

L'incontro tra Pietro e Paolo a Roma

L’incontro tra Pietro e Paolo a Roma

 San Sebastiano 

Le notizie storiche su San Sebastiano risalgono alla ‘Depositio martyrum’ del 354 e al “Commento al salmo 118” di S. Ambrogio (340-397). Le poche notizie sono state poi ampliate e abbellite, dalla successiva ‘Passio’, scritta probabilmente nel V secolo dal monaco Arnobio il Giovane. San Sebastiano era nato e cresciuto a Milano, da padre di Narbona (Francia) e da madre milanese, era stato educato alla fede cristiana, si trasferì a Roma nel 270 e intraprese la carriera militare intorno al 283, fino a diventare tribuno della prima coorte della guardia imperiale a Roma, stimato per la sua lealtà e intelligenza dagli imperatori Massimiano e Diocleziano, che non sospettavano fosse cristiano. Grazie alla sua funzione, poteva aiutare con discrezione i cristiani incarcerati, curare la sepoltura dei martiri e riuscire a convertire militari e nobili della corte, dove era stato introdotto da Castulo, domestico (cubicolario) della famiglia imperiale, che poi morì martire. Proprio quando, secondo la tradizione, aveva seppellito i santi martiri Claudio, Castorio, Sinforiano, Nicostrato, detti Quattro Coronati, sulla via Labicana, fu arrestato e portato da Massimiano a Diocleziano, il quale già infuriato per la voce che si diffondeva in giro, che, nel palazzo imperiale si annidavano i cristiani persino tra i pretoriani, apostrofò il tribuno: “Io ti ho sempre tenuto fra i maggiorenti del mio palazzo e tu hai operato nell’ombra contro di me, ingiuriando gli dei”. Sebastiano fu condannato a essere trafitto dalle frecce; legato ad un palo in una zona del colle Palatino chiamato ‘campus’. Creduto morto dai soldati, che lo avevano trafitto, fu lasciato lì in pasto agli animali selvatici; ma la nobile Irene, vedova del già citato San Castulo, andò a recuperarne il corpo per dargli sepoltura e si accorse che il tribuno non era morto; trasportatolo nella sua casa sul Palatino, prese a curarlo dalle numerose ferite.

La statua di San Sebastiano nella Basilica

La statua di San Sebastiano nella Basilica

Miracolosamente Sebastiano riuscì a guarire e poi nonostante il consiglio degli amici di fuggire da Roma, decise di proclamare la sua fede di nuovo davanti a Diocleziano e al suo associato Massimiano, mentre gli imperatori si recavano per le funzioni al tempio eretto da Elagabalo, in onore del Sole Invitto. Ascoltati i rimproveri di Sebastiano per la persecuzione contro i cristiani, innocenti delle accuse fatte loro, Diocleziano ordinò che questa volta fosse flagellato a morte; l’esecuzione avvenne nel 304 nell’ippodromo del Palatino, il corpo fu gettato nella Cloaca Massima, affinché i cristiani non potessero recuperarlo. Il martire apparve in sogno alla matrona Lucina, indicandole il luogo dov’era approdato il cadavere e ordinandole di seppellirlo nel cimitero “ad Catacumbas” sulla via Appia. Fino a tutto il VI secolo, i pellegrini che vi si recavano attirati dalla ‘memoria’ dei Santi Pietro e Paolo, nella basilica costantiniana eretta in memoria dei due apostoli proprio sopra il cimitero, visitavano anche la tomba del martire, la cui figura era per questo diventata molto popolare e quando nel 680 si attribuì alla sua intercessione, la fine di una grave pestilenza a Roma, il martire s. Sebastiano venne eletto taumaturgo contro le epidemie e la chiesa cominciò ad essere chiamata “Basilica Sancti Sebastiani”.

Sarcofago del quarto secolo

Sarcofago del quarto secolo

Pisa. San Piero a Grado. La città celeste

La basilica romanica di San Piero a Grado, nei dintorni di Pisa

La basilica romanica di San Piero a Grado, nei dintorni di Pisa

San Piero a Grado è una bellissima basilica romanica, riccamente affrescata, che oggi si trova alla periferia di Pisa ma che un tempo presidiava il porto pisano allo sbocco dell’Arno nel Mar Tirreno. Il suo destino è un po’ sfortunato. Soverchiata dalla straripante ricchezza dei monumenti pisani, resta un po’ negletta ed emarginata rispetto ai circuiti turistici ufficiali. Ha avuto anche danni dalle alluvioni. I tedeschi in ritirata nel ’44 ne hanno abbattuto il campanile a forza di mine. E oggi ha certamente tutto il diritto al risarcimento di una visita affettuosa e attenta. Se ne potrà così ammirare l’originale struttura priva di facciata, con quattro absidi alle due estremità e con l’ingresso a metà della navata laterale. Come pure si potranno ammirare l’ampio interno a tre navate, gli scavi delle primitive strutture, la colonna e il ciborio che ricordano il luogo dove San Pietro predicava il vangelo e celebrava l’Eucarestia. E’ proprio al primo degli Apostoli che la basilica è dedicata. Ed è legata da un gemellaggio singolare con la basilica di San Pietro a Roma e con la tomba dell’Apostolo. Sulle pareti laterali è narrata in affresco la storia della vita di Pietro, e con lui quelle di Paolo e di altri protagonisti delle origini. Nella parte inferiore è raffigurata la lunga teoria dei ritratti di tutti i Pontefici della Chiesa romana, dagli inizi fino al Mille. Ma il soggetto dipinto più originale è quello che orna la parte superiore delle pareti. Sono infatti raffigurate le Mura della città celeste, la nuova Gerusalemme dell’Apocalisse. Le mura merlate ricordano nitidamente le mura che circondano ancora oggi la città di Pisa. Nelle mura si aprono in successione regolare le finestre; alcune di esse sono chiuse, altre si vanno aprendo; altre ancora vedono affacciarsi gli angeli alati a guardia della Civitas Dei.

Gli affreschi: al centro il martirio di Pietro e di Paolo e la loro sepoltura; in basso la schiera dei romani pontefici; in alto le mura della città celeste

Gli affreschi di Deodato Orlandi: al centro il martirio di Pietro e di Paolo e la loro sepoltura; in basso la schiera dei romani pontefici; in alto le mura della città celeste

Un angelo a guardia della città celeste

Un angelo a guardia della città celeste

Si guardi anche la sezione del sito dedicata alle visioni dell’Aldilà: www.camminarenellastoria.it/index/VISIONI_ALDILA.html

Via Francigena: l’arrivo a Roma

L'arrivo in piazza San Pietro

L’arrivo in piazza San Pietro

L’ultima tappa conduce i neo-pellegrini francigeni all’agognata meta di Roma e della basilica di San Pietro. Paradossalmente è la tappa più difficile per il camminatore che vuole salvaguardare la propria incolumità nel traffico delle strade romane. La soluzione di privilegiare la Via Trionfale rispetto alla Cassia quale asse di accesso a Roma da nord e di utilizzare i sentieri della riserva naturale di Monte Mario per l’avvicinamento al Vaticano si rivela vincente. Da Monte Mario ci si affaccia sull’emozionante panorama di Roma e del Cupolone di San Pietro. Un cippo riporta opportunamente l’epigrafe di Marziale: «Hinc septem dominos videre montes et totam licet aestimare Romam, Albanos quoque Tusculosque colles et quodcumque iacet sub urbe frigus, Fidenas veteres brevesque Rubras» (qui si vedono i sette colli che dominano la città e si può apprezzare tutta Roma; si vedono anche i colli Albani e quelli di Tuscolo, tutti i luoghi freschi che si estendono nei pressi della città, l’antica Fidene e la piccola Rubra). Scendendo da Monte Mario s’incontra la chiesetta di San Lazzaro dei Lebbrosi, che un tempo fungeva da ospizio e luogo di quarantena dei pellegrini. La Via di Porta Angelica transita sotto la porta omonima delle mura vaticane e conduce al colonnato del Bernini, alla basilica petrina e alla tomba di Pietro.

Panorama di Roma col Cupolone da Monte Mario

Panorama di Roma col Cupolone da Monte Mario

Monte Mario: l'epigrafe di Marziale

Monte Mario: l’epigrafe di Marziale

La chiesa di San Lazzaro dei Lebbrosi

La chiesa di San Lazzaro dei Lebbrosi

Porta Angelica

Porta Angelica