Terni. Risurrezione e Giudizio finale in Cattedrale

Dal 2007 un grande dipinto decora la controfacciata della Cattedrale di Terni. L’artista argentino Ricardo Cinalli vi ha reinterpretato il tema classico del Giudizio universale, che è visto come un’ascensione di Gesù Risorto che porta in Cielo due grandi reti con i corpi dei risorti nell’ultimo giorno. Le tradizionali immagini del paradiso e dell’inferno, dei salvati e dei dannati, degli angeli del giudizio, restano presenti ma in secondo piano, quasi dissimulate dal cambiamento di prospettiva.

Il dipinto di Cinalli nella cattedrale di Terni

Siamo di fronte a una potente visione, carica di speranza per l’uomo contemporaneo, che pone al centro del dipinto la salvezza che il Cristo risorto offre a tutti. La rete che Gesù, divino pescatore di uomini, lancia a tutta l’umanità, trattiene tutti coloro che riconoscono i propri limiti, la propria solitudine e i propri peccati, e si aprono alla prospettiva di risorgere dalla propria morte. Questa salvezza è offerta a tutti, senza distinzione di chiesa, di razza, di genere, di cultura.

La mano di Dio

La mano di Dio

La scena è introdotta in alto da una mano aperta a rilievo che sporge dalle nubi. Questa mano che scende dall’empireo e fora le nubi del cielo è la mano di Dio. La mano è una teofania, il più antico simbolo di Dio Padre diffuso nell’arte cristiana. La mano che si apre nel gesto dell’accoglienza è quella del Padre che accoglie il Figlio. Nel momento terribile della morte sulla croce Gesù aveva gridato a gran voce “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito (Lc 23, 46). Ora che la morte è stata sconfitta, il Figlio risorto ascende al cielo ed è accolto dalla mano amorevole del Padre.

Gli angeli e il velo del tempo

L’angelo e il velo del tempo

Due grandi angeli arrotolano il sipario, lo accostano ai margini e svelano teatralmente la scena centrale. La radice scritturistica di questa immagine va rintracciata in un bel versetto di Isaia che profetizza la fine del tempo, quando il Signore “strapperà il velo che copriva la faccia di tutti i popoli e la coltre distesa su tutte le nazioni ed eliminerà la morte per sempre” (Is 25, 7-8). Se il Velo del Tempio, squarciandosi in due da cima a fondo, aveva annunciato la morte di Gesù, ora il Velo del Tempo, avvolto e ritirato dagli angeli quasi come un sipario, lascia apparire la scena della vittoria sulla morte, la salvezza finale dell’umanità e il ritorno del Figlio al Padre, preludio dell’Eternità.

Il Cristo pescatore di uomini

Il Cristo pescatore di uomini

Gesù, morto e risorto, sale verso il Cielo. Ascende gli invisibili gradini della virtuale scala del tempo, quel tempo che è stato offerto a tutti per la redenzione. Sui piedi, sui polsi e sul costato sanguinano ancora le piaghe della sua crocifissione. Con le mani solleva coloro che hanno risposto positivamente al suo invito alla salvezza e ora sono aggrappati alla rete delle misericordia. L’immagine del pescatore di uomini è squisitamente evangelica. Qui si caratterizza nel suo significato di giudizio ultimo, secondo la lezione di Matteo: “il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti” (Mt 13, 47-50).

Gerusalemme celeste e Babilonia infernale

La città celeste

In alto, sulle nubi, è raffigurata, nella forma urbana della città ideale, la Gerusalemme celeste dell’Apocalisse: “E vidi un cielo nuovo e una terra nuova: il cielo e la terra di prima infatti erano scomparsi e il mare non c’era più. E vidi anche la città santa, la Gerusalemme nuova, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii allora una voce potente, che veniva dal trono e diceva: Ecco la tenda di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro ed essi saranno suoi popoli ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio. E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno, perché le cose di prima sono passate” (Ap 21, 1-4). Alla fine dei tempi l’interminabile corteo dei salvati si reca in pellegrinaggio alla città santa sul monte: qui è il centro del mondo, poiché solo qui a Gerusalemme abita il Signore (Sal 135,21).

La città infernale

Sotto la città ideale è raffigurata la città contemporanea con tutti i suoi problemi, una megalopoli con al centro grandi e svettanti grattacieli irti di antenne, circondata da ciminiere che producono fumi inquinanti e assediata da una povera baraccopoli. Alla Gerusalemme celeste si contrappone la terrena Babilonia infernale. Nell’Apocalisse Babilonia appare come la sede del potere terreno dell’Anticristo, il simbolo dell’inclinazione al peccato, della superbia e della lontananza da Dio. É la città da cui mette in guardia la voce dal cielo: “Uscite, popolo mio, da Babilonia, per non associarvi ai suoi peccati” (Ap 18,4).

La risurrezione dei morti

La risurrezione dei morti

La parte bassa del dipinto descrive la scena della risurrezione dei morti nell’ultimo giorno. Della tradizionale iconografia restano gli avelli tombali aperti sul terreno e i corpi risorgenti. Ma la scena è reinterpretata dall’artista per descrivere le povertà esistenziali, tutta la disperazione, la solitudine e il dolore del mondo. Il male principale che tormenta la società moderna è la solitudine che imprigiona l’uomo contemporaneo che solo apparentemente sembra essere felice nella società del mercato e del mercimonio; in realtà è incapace a tessere relazioni solidali, affettive e d’amore disinteressato. Gli avelli, con i vortici in cui sprofondano gli individui, rappresentano la solitudine e l’egoismo che possono isolare l’uomo di oggi dai suoi simili. Ma vediamo anche persone che aiutano gli altri a uscire dal proprio guscio e a sollevarsi, in una bella testimonianza di solidarietà. Altri tendono le braccia e il corpo verso la rete d’amore che viene loro offerta. Altri ancora rifiutano ogni salvezza e si rituffano nell’inferno del loro male.

La tomba vuota

La tomba vuota

In basso compare una tomba vuota, un sepolcro scoperchiato, l’ultimo luogo attraversato da Gesù: la tomba in cui viene sigillato il suo cadavere e da cui il suo corpo riemerge il terzo giorno risorto e vivo. La tomba vuota è il simbolo della vittoria sulla morte. Il pittore arricchisce la tomba vuota di un altro simbolo: la ninfea, un fiore bellissimo che ha le sue radici nella melma. L’orrore della morte è simboleggiato dal serpente che esce dal sepolcro, icona del peccato e del male. Il fiore che apre i suoi petali è il simbolo della vita che risorge.

I corpi e i volti

I personaggi che affollano il dipinto di Cinalli formano una galleria di corpi e di volti talvolta non convenzionale ma sempre ortodossa. Vanno segnalate le citazioni: i due angeli e i fregi del velo riproducono nitidamente la tenda del celebre dipinto della Madonna del Parto di Piero della Francesca; il salvato appeso alla corona del rosario riprende un particolare del celebre Giudizio di Michelangelo nella Cappella Sistina.

I salvati

Tra i salvati nella rete sono poi raffigurati i committenti dell’affresco: l’allora arcivescovo di Terni Vincenzo Paglia con il suo zucchetto e Don Fabio Leonardis, con un cuore tatuato sul braccio. Anche l’autore ha voluto lasciare il suo autoritratto tra i risorti e la sua firma su una pietra. L’universalità della salvezza, offerta a tutti, senza differenze di età, genere e razza è testimoniata dalla presenza di uomini e donne, di adulti e ragazzi, di una donna con il burqa, di un orientale con il codino, di tanti neri, di coppie gay, di un transessuale, di prostitute e prostituti con i corpi tatuati. Queste presenze ricordano la parola di Gesù: “In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio” (Mt 21, 31).

La rete dei salvati

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Terni. La visione ultraterrena della famiglia Paradisi

Terni ha fama di città industriale e operaia ma conserva anche piccoli tesori d’arte nascosti in scrigni pudichi. Uno di questi tesori è la Cappella Paradisi, vanto della chiesa di San Francesco, interamente rivestita dagli affreschi che Bartolomeo di Tommaso da Foligno dipinse intorno al 1450 su richiesta della famiglia Paradisi. La visione del mondo ultraterreno è declinata sulle tre pareti: la centrale reca le immagini del Giudizio universale e del Paradiso; la parete di destra è dedicata all’Inferno e la sinistra al Purgatorio e al Limbo.

Il Giudizio finale

Il Giudizio finale

Nella lunetta della parete centrale è descritta la seconda venuta del Signore. Il Cristo appare nella mandorla iridata con un nimbo crociato sul capo e siede sull’arcobaleno della nuova alleanza. Mostra le cinque piaghe del suo sacrificio, benedice con la mano destra gli eletti e con la sinistra allontana i dannati. Intorno a lui fanno corona le schiere degli angeli musicanti con trombe e liuti. Al giudizio divino partecipano gli intercessori: la Madonna, a sinistra, con le mani giunte in preghiera; Giovanni Battista, il precursore, a destra, che indica l’Agnus Dei. Sotto la mandorla sono i tre grandi arcangeli; al centro è Michele, in abiti militari, che comanda le schiere dell’armata celeste e sguaina la spada per l’esecuzione del giudizio divino; a sinistra è l’angelo della misericordia, che regge un giglio; a destra è l’angelo della giustizia che scaccia i dannati con la lancia. Nel cielo paradisiaco, intorno al giudice, sono anche presenti i patriarchi biblici, i giusti dell’antico testamento. Tra questi si riconoscono il patriarca Abramo che reca in grembo le anime dei beati, e il re David, con la corona e la cetra.

Il Paradiso

Il Paradiso

Sotto la lunetta, la folla di beati si accalca davanti alla porta del Paradiso. La porta è chiusa e vigilata da un angelo armato di spada, come ricorda il libro della Genesi: «Dio scacciò l’uomo e pose a oriente del giardino di Eden i cherubini e la fiamma della spada guizzante, per custodire la via all’albero della vita» (Gen 3,24). La guardia d’onore del Paradiso è costituita dagli Apostoli: un’innovazione rispetto alla tradizione iconografica che li vede abitualmente sedere sui troni del tribunale celeste ai lati del Giudice; come pure innovativo è il loro numero: sono infatti quattordici e non dodici, dato che comprendono anche Paolo, ritratto con la spada, e Barnaba. San Pietro apre la porta del cielo con le chiavi conferitegli da Gesù e invita i beati a entrare. A sinistra è il gruppo maschile, con i dottori della Chiesa e i santi fondatori di ordini, preceduti da San Francesco con le stimmate; tra tanti giganti della santità fanno capolino – ritratti in dimensioni molto più modeste – i membri della famiglia Paradisi (nomen omen!). A destra è il gruppo femminile che comprende le donne sante, le martiri e le fondatrici di ordini religiosi. Si riconoscono Chiara d’Assisi (col velo), la Maddalena (dai lunghi capelli biondi), Agata (con la ferita al seno).

L’Inferno

I castighi infernali

La parete di destra, molto danneggiata, è dedicata all’Inferno. Nelle due semilunette in alto, a sinistra e a destra del finestrone, gli angeli guerrieri, armati di spade e di lance, si avventano con violenza sulle anime che prendono progressivamente coscienza della loro condanna e se ne disperano, le raggruppano in un triste corteo e le cacciano violentemente entro le buche infuocate che mettono in comunicazione con l’inferno. La grande immagine in basso descrive la realtà che si cela sotto la crosta terrestre: un confuso percorso di cripte rocciose e di buie caverne che ha come terminale in basso l’antro destinato alla residenza di Lucifero, il re dell’inferno. Un gruppo di diavoli cornuti, con ali da chirottero, accoglie a suon di botte i dannati che precipitano dalle botole verso le quali erano stati spinti dagli angeli vendicatori. I reprobi vengono poi destinati alle celle punitorie. Un diavolo tiene con le molle una moneta arroventata e costringe un avaro a trangugiarla. Un sodomita è impalato su uno spiedo. I lussuriosi sono torturati da sadici diavoli. I golosi sono costretti a distogliere lo sguardo dalle leccornie svelate sul piatto. L’invidioso sputa dalla bocca un serpente velenoso. Gli accidiosi sono costretti all’autolesionismo mentre incassano bastonate dai diavoli. Non manca la pena della caldaia arroventata.

Lucifero

L’acme della ferocia si raggiunge nello spazio di Lucifero. Qui i superbi e i traditori, torturati da viscidi e intraprendenti serpenti, sono portati a spalla dai diavoli e sono buttati in pasto al famelico massacratore. Il grande Satana artiglia i peccatori con le sue mani e le zampe unghiute, li stritola, li divora con la bocca o con i rostri d’aquila che ha sui pettorali e dopo averli ruminati li defeca come supremo oltraggio. Un leone tra le gambe di Lucifero ingurgita altri dannati (in ore leonis).

Il Purgatorio

Il Purgatorio

La parete di sinistra descrive la visione del Purgatorio in modo speculare alla visione infernale visibile sull’opposta parete. Anche il Purgatorio è strutturato in un sistema ipogeo di caverne sovrapposte, brulicanti di peccatori. Si riconoscono dalle scritte le prigioni che ospitano gli accidiosi, i vanagloriosi, gli avari, gli iracondi e i lussuriosi. Ma è radicalmente diverso l’atteggiamento dei purganti rispetto ai dannati di fronte: non sono disperati, anche se qualche volta appaiono affranti per il protrarsi della pena; la maggioranza è in atteggiamento di attesa e di preghiera; e in molti di loro il volto brilla della speranza per una imminente liberazione. Al posto dei diavoli torturatori l’aere è popolato di angeli misericordiosi e premurosi che si lanciano in picchiata sulle anime ormai purificate per sollevarle dal fondo delle loro sofferenze, aiutarle a uscire dagli avelli del purgatorio, sostenerle nell’incerta ascesa verso il paradiso, traghettarle su nuvole a forma di vascello volante e addirittura spingerle con decisione a sfondare i sette cieli per raggiungere la beatitudine della visione di Dio.

Il Limbo

La risurrezione dei morti e il Limbo

Sul margine alto del Purgatorio vi è ancora un luogo ultraterreno, che il pittore ha voluto inserire nella sua visione dell’oltretomba. Questo luogo è il Limbo, che nella tradizione accoglie le anime dei giusti non cristiani. La bella figura del Cristo vittorioso impugna il vessillo reale, sfonda le porte infere e invita i carcerati a uscire per godere della loro meritata libertà. Il corteo dei progenitori Adamo ed Eva, dei patriarchi, dei re giusti, fino ad arrivare a Giovanni Battista, si avvia così a godere della visione beatifica di Dio.

Enoc, Elia e i profeti

I profeti Isaia, Giona ed Ezechiele

L’articolata iconografia dei luoghi dell’aldilà si completa con le immagini dipinte nel sottarco e sulla parete d’ingresso. Nel sottarco – quasi a introduzione dei temi descritti nella cappella – compaiono le immagini dei profeti che ci hanno trasmesso la descrizione del “giorno di Jahve”: Geremia, Daniele, Malachia, Isaia, Giona, Ezechiele. Sulla parete d’ingresso, sopra l’arco, il pittore ha voluto forse porre la rarissima immagine del patriarca Enoc e del profeta Elia. Secondo il racconto biblico Enoc ed Elia non sono morti ma sono stati trasportati vivi in cielo e posti a guardia del Paradiso terrestre. Ed è nell’Eden, serenamente distesi in ambiente bucolico, che oggi li vediamo attendere il giorno del giudizio universale.

(Visita la sezione del sito dedicata alle visioni dell’aldilà nell’arte)