Il Tratturo Magno dal fiume Fortore a San Paolo di Civitate

Il Tratturo Regio L’Aquila-Foggia, detto anche “Magno” per la sua rilevanza, è in alcuni suoi tratti un autentico museo all’aperto. Le testimonianze storiche della transumanza s’intrecciano con i segni della fede, con i luoghi della natura protetta, con i borghi e i centri urbani di antica fondazione. Ad esempio nel primo tratto del suo percorso pugliese il Tratturo Magno è un museo open air. Il nastro del tratturo è ancora nitido e perfettamente visibile. Percorrerlo tra il guado sul fiume Fortore e la cittadina di San Paolo di Civitate è un’emozionante esperienza di camminare nella storia.

Il Tratturo al ponte di Civitate

Lungo il fiume Fortore

Il fiume Fortore al ponte di Civitate

Il punto di partenza dell’escursione è il Ponte di Civitate sul fiume Fortore. Questo fiume è uno dei maggiori dell’Italia meridionale. Nasce dal monte Altieri in località Grotta di Valfortore, attraversa da sud a nord la Campania, il Molise e la Puglia, forma il lago di Occhito e sfocia nel mar Adriatico presso il lago di Lesina, in località Ripalta. Il Tratturo Magno traversa il fiume al guado di Civitate, dov’è oggi il ponte stradale della ex statale 16, nel tratto tra Serracapriola e San Paolo di Civitate.

Pannello informativo

Sotto il ponte moderno sono ancora visibili, tra la vegetazione riparia, i contrafforti dell’antico ponte romano. Intorno alla Madonna del Ponte è stato realizzato un percorso naturalistico-didattico che percorre le rive de fiume e traversa il bosco ripariale di San Marzano.

Cippo tratturale al ponte di Civitate

Numerosi cippi tratturali fanno memoria dei passaggi delle associazioni escursionistiche e dei gruppi di appassionati.

La Taverna di Civitate

La Taverna di Civitate

Sulla riva destra del Fortore il tratturo ha un importante punto-tappa alla Taverna di Civitate. Alfonso d’Aragona fece costruire l’edificio con la funzione di caserma. Qui alloggiavano le guardie che svolgevano attività di vigilanza e riscuotevano la ‘fida’ dai pastori. In seguito fu trasformata in Posta, luogo di riposo e di ristoro per i viandanti, e infine utilizzata come Stazione della Dogana della Mena delle Pecore durante la transumanza. Le condizioni precarie di conservazione non ne consentono l’accesso all’interno, in attesa di un opportuno restauro conservativo.

Le tariffe di pedaggio

La pandetta con le tariffe dei pedaggi

Accanto al portale è murata un’iscrizione del 1731 su tre pannelli sovrapposti di pietra arenaria che riporta i pedaggi da esigere per i pastori e gli armenti in transito. Sono richiesti, ad esempio, tre carlini per il passaggio di ogni centinaio di castrati, pecore, cani e porci; la cifra sale a cinque carlini per ogni centinaio di animali vaccini, come vacche e bufale. Un tornese è richiesto per ogni ‘salma di fiche, cetrangole e cipolle’ e per ogni carro carico di pane, grano e olio. La pandetta precisa comunque che ‘per qualsivoglia meretrice non si esigga cosa alcuna’.

Le cappelle tratturali mariane

La chiesetta tratturale della Madonna del Carmine

Accanto alla Taverna, il punto di sosta sul tratturo offre anche luoghi di culto e di preghiera. La chiesetta della Madonna del Carmine (o del Carmelo) appare oggi spaccata a metà da una grande crepa ma ricorda con la sua lapide la devozione dei viandanti e le cure dei benefattori.

La cappella della Madonna del Ponte

Poco lontano una cappella più moderna è dedicata alla Madonna del Ponte e porta sulla facciata una lapide dei devoti custodi.

Il percorso del Tratturo

Sul Tratturo, verso il Fortore

Lasciata la Madonna del Ponte, il tratturo scorre parallelo alla strada statale in direzione di una visibile casa cantoniera isolata. Prima di raggiungerla, il tratturo svolta a sinistra, costeggia un fosso e inizia sul fondo di un valloncello la salita verso i colli Liburni. Sul declivio si stendono campi coltivati, boschetti e case rurali. Il tratturo è in parte cementato e si restringe progressivamente, assediato dalla vegetazione e ingobbito dai movimenti franosi del pendio. La salita diventa ripida e faticosa, disturbata da piccole discariche, ma è comunque breve. In alto il percorso sembra interdetto da un muro di fitta vegetazione. Un esile passaggio conduce sull’altopiano, dove il tratturo riprende la sua ampiezza normale.

La Torre di Civitate

La torre di Civitate

Al termine della ripida salita del colle, vediamo stagliarsi sulla destra la Torre di Civitate. La raggiungiamo con un percorso a margine dei campi coltivati. La sua posizione elevata su uno spalto dei colli Liburni, a dominio della valle del fiume Fortore e del tratturo, racconta una storia interessante. Nella solitudine dell’altopiano questa torre diruta è l’ultima testimonianza della città fortificata medievale di Civitate, costruita nel Mille dai Bizantini e attiva fino alla fine del Trecento. Fu un periodo florido, che le consentì di divenire sede di contea e di diocesi. La torre fu incorporata nella cattedrale delle città, divenendone il campanile, mentre la parte inferiore divenne cripta funeraria, collegata alla necropoli esterna alle mura. In seguito la città fu abbandonata, e la popolazione si spostò verso il casale che si era formato presso il vicino monastero, l’attuale San Paolo di Civitate. Le terre abbandonate inghiottirono i resti urbani di Civitate e divennero praterie utilizzate per il pascolo delle greggi transumanti.

Gregge sul tratturo di Civitate

La Tiati dei Dauni e la Teanum Appulum romana

Il territorio dell’antica Daunia

Il tratturo che percorre l’altopiano di Civitate tocca i resti di Tiati, il villaggio fondato da una tribù italica dei Dauni e poi occupato dalle genti dei Sanniti. Sulla Tiati italiaca, dopo la guerra sociale, Roma insediò il municipiumdi Teanum Appulum. E’ però frustrante cercare sul terreno le vestigia e i monumenti di questi antichi centri. Molto più redditizio è visitare il Museo archeologico realizzato al centro di San Paolo di Civitate, nel chiostro del Monastero di Sant’Antonio da Padova.

Il Museo archeologico di San Paolo di Civitate

Tra gli archi del chiostro e nelle antiche celle dei monaci si sviluppano le sette sezioni del museo, godibili in molti punti: il territorio di Tiati-Teanum Appulum nella Daunia antica; l’indagine topografica e la fotointerpretazione aerea; il territorio in età preistorica e protostorica; la civiltà daunia; l’età della romanizzazione; il periodo del municipium; l’età medievale.

La Cappella tratturale di Belmonte

La cappella della Madonna di Belmonte

Proseguendo lungo il tratturo, a lato di questo e all’altezza del paese, sorge la cappella dedicata alla Madonna di Belmonte. Il culto dell’immagine mariana qui venerata collega due paesi del tratturo, il molisano Belmonte del Sannio e il pugliese San Paolo. Secondo la tradizione, i pastori che provenivano dall’Abruzzo e si dirigevano in Puglia per la Transumanza delle loro greggi, portavano un quadro della Madonna per garantirsi protezione nel periodo di permanenza pugliese. Venerata a Belmonte, questa Madonna è diventata compatrona di San Paolo di Civitate. Nella memoria dei pastori transumanti, la sua festa è oggi ancora occasione d’incontro e di scambio tra le due comunità, gemellate dal tratturo e dalla fede mariana. Dopo la cappella di Belmonte, il Tratturo Regio prosegue in direzione di San Severo.

Il nastro bianco del Tratturo Magno lascia il colle di Serracapriola, traversa la Valle del Fortore e sale verso il colle di Civitate

(Il tratturo è stato percorso il 13 aprile 2018)

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Molise. Il Tratturo di Guglionesi

Il Tratturo Magno L’Aquila-Foggia arriva a Guglionesi da San Giacomo degli Schiavoni. Varcato il fiume Trigno, il tratturo lascia l’Abruzzo ed entra nel Molise. A Petacciato si lascia definitivamente alle spalle il mare Adriatico e punta verso i colli dell’interno. Ai piedi di San Giacomo degli Schiavoni la fascia del tratturo è ancora integra e perfettamente visibile in tutta la sua larghezza. Dopo Guglionesi il tratturo scende nella valle del Biferno.

Il tratturo proveniente dal mare Adriatico

La nostra passeggiata inizia tre km prima di Guglionesi, dove il tratturo incrocia l’ex strada statale 483 proveniente da Termoli. Siamo a 173 m di quota. L’incrocio è segnalato dagli abituali cartelli indicatori del tratturo.

La segnaletica del tratturo

La fascia tratturale è qui una sterrata (Strada del Colle di Ruta), percorribile anche dalle auto e frequentata dai trattori che lavorano i terreni coltivati dei dintorni. Un filare di eucalipti sulla destra e una fila di bottini segnalano il passaggio dell’Acquedotto molisano. Sulla sinistra domina l’altura del monte Coccia, con le sue file regolari di ulivi. Nulla ricorda ormai che settantacinque anni fa su quei pendii si combattè una battaglia tra i tedeschi dell’interno e gli inglesi sbarcati di sorpresa nel porto di Termoli. Più avanti il tratturo costeggia il vigneto e l’uliveto della vicina masseria, protetti da un filare di pini marittimi.

Verso il Colle di Ruta

Al colle Adamo segue sulla destra il più pronunciato e pittoresco colle di Ruta, presidiato sulla sommità dalla masseria Zarlenga. A sinistra spicca la masseria Corvo, circondata dagli alberi.

Il profilo di Guglionesi sul colle

Ad attirare lo sguardo è però ormai il profilo di Guglionesi, allungato sul colle di destra. Il tratturo inizia la sua discesa nella valle percorsa dal fiume Biferno. Verso il mare si osservano i viadotti di Termoli e l’area industriale. Sul colle dietro il Biferno appare il profilo di San Martino in Pensilis.

Scendendo nella valle del fiume Biferno

Il tratturo sfocia sulla strada provinciale 126 che scende da Guglionesi verso lo svincolo della Fondovalle “Bifernina”. Siamo a 40 metri di quota. Abbiamo percorso a piedi circa 3 km, avendo impiegato meno di un’ora. Proseguire al di là non è molto invitante a causa dell’ingorgo di strade percorse dal traffico pesante. Se non si dispone di due macchine è preferibile rientrare al punto di partenza sul percorso dell’andata, godendosi a pieni polmoni il paesaggio e l’ambiente rilassante del Molise collinare.

Il tratturo di Guglionesi

Prima o dopo l’escursione è certamente consigliabile una visita a Guglionesi, il più grande dei comuni molisani per estensione territoriale. Raccomandata è la passeggiata esterna lungo le vecchie mura, sulla parte più alta del colle (quota 370 m). Si ammira un panorama vastissimo che spazia dall’Appennino abruzzese al Gargano, al Lago di Lesina, alle Isole Tremiti, e che è ricco di particolari sulla valle del Biferno e sui colli molisani. La storia del paese, raccontata dai nomi delle sue strade, vede il passaggio in successione del longobardo Galterio, del normanno Roberto il Guiscardo, degli angioini Roberto d’Angiò e Antonio Caldora, cui succedono diverse famiglie feudali. Nel Cinquecento arrivano dall’altra sponda dell’Adriatico le famiglie albanesi in fuga dall’oppressione turca. Gli albanesi si stanziano nella zona più alta del paese, presso la cinta muraria del Portello, e si organizzano in forma autonoma, sia dal punto di vista urbanistico, sia religioso, essendo cattolici di rito greco–bizantino.

La lunetta della chiesa di San Nicola di Bari

Almeno due chiese meritano una visita accurata. La prima è dedicata a San Nicola di Bari e ha una bella facciata romanica, con una lunetta a rilievo dove si affrontano un leone e un grifone. La seconda è Santa Maria Maggiore, ricca di ancòne e pale d’altare dipinte. Da non mancare è la visita della magnifica cripta di epoca normanna, affrescata con le storie dell’antico testamento.

Il diluvio universale (Guglionesi, cripta di Santa Maria Maggiore)

(Il percorso è stato testato il 26 gennaio 2018)

Abruzzo. Sul Tratturo Magno, dalla chiesa di Cintorelli al Colle della Cava

Grandiose vedute e povere pietre. I grandi panorami dominati dalle creste del Velino, del Gran Sasso e della Maiella. Le umili opere del lavoro umano: le capanne di pietra, i campi aperti, i muretti di confine, le macere dello spietramento, i cippi del tratturo. E tutto il fascino dell’Abruzzo interno. Siamo sul Tratturo Magno, la via armentizia della transumanza che collega L’Aquila e Foggia. Giunti alla chiesa pastorale di Santa Maria dei Cintorelli, il tratturo si biforca e procede su due rami paralleli distanti alcuni chilometri.

La chiesa della Madonna di Cintorelli vista dal tratturo

Seguiamo il ramo principale che dalla valle dell’Aterno scavalca una linea di colli, traversa la valle del Tirino, valica le ultime propaggini del Gran Sasso e scende nella Val Pescara. La passeggiata che proponiamo muove dalla chiesa di Cintorelli e sale al Monte della Cava, il balcone sulla conca di Capestrano. Il percorso è a saliscendi, con un dislivello modesto e richiede un tempo minimo di tre ore tra andata e ritorno.

Santa Maria di Cintorelli

Il bivio per Cintorelli si trova sulla statale 17, alla rotonda del km 62,6. La chiesa sorge isolata alla base del monte Castellone.

La chiesa tratturale celestiniana di Santa Maria di Cintorelli

Restaurata dopo i ruvidi scossoni del sisma aquilano, tornano a farsi ammirare la struttura tardorinascimentale a navata unica, la profonda zona absidale, le cappelle, l’ostello, la struttura porticata laterale di servizio alla transumanza, il pozzo, la croce celestiniana. Il cippo tratturale numero 101 si trova a pochi passi, al vertice della vicina rete di recinzione.

Il cippo 101 del Regio Tratturo

Il monumento a Vanzetti

A fianco della chiesa è stato collocato il monumento all’emigrante, realizzato nel 2006 dal maestro aquilano Augusto Pelliccione. Una lapide riporta una frase di Bartolomeo Vanzetti, l’anarchico italiano emigrato e ucciso in America: «Vorrei un tetto per ogni famiglia, un pane per ogni bocca, un insegnamento per ogni cuore, le luci per ogni intelletto». La sacca da viaggio e il bastone da cammino fanno dell’emigrante un personaggio intercambiabile con altri tipici frequentatori dell’altopiano come il pastore e il pellegrino.

Il monumento a Vanzetti

I campi di pietra

Sul retro della chiesa si segue ora il sentiero tratturale, ripulito e molto ben segnalato, che risale a mezza costa tra le rocce e i cespugli in direzione est, al valico del Monte Castellone in località Vernone. La traversata del valico ci fa incontrare le recinzioni con i muretti a secco degli antichi fondi coltivati e degli stazzi. A margine dei campicelli d’altura si scorgono le capanne di pietra costruite dagli agricoltori-pastori per custodire gli attrezzi di lavoro. Questi modesti ricoveri sono ormai rovinati ma in qualche caso si mostrano ancora intatti facendosi ammirare per la loro tecnica costruttiva.

La capanna in pietra a secco

Il piano d’Asèno

Si spalanca ora davanti a noi la conca che ospita l’ampio piano di Asèno. La marcatura del sentiero s’interrompe, ma la sterrata che traversa il pianoro è del tutto evidente.

Il Piano d’Asèno

In bell’evidenza sono i suoi “campi aperti”. L’intero pianoro è suddiviso in strisce di terra che scendono regolari e parallele dai fianchi dei colli verso la strada di fondovalle. Le strisce di terra erano un tempo coltivate a rotazione con le tipiche colture di montagna: i legumi, i cereali, le patate, gli erbaggi. Oggi le incursioni dei cinghiali rendono vana quest’agricoltura e consigliano solo la produzione di erba medica, foraggere, lupinella e crocetta. Ai nostri occhi, comunque, ogni striscia di terra assume un colore diverso da quelle vicine, creando così una straordinaria tavolozza colorata che è diventata il paesaggio agrario tipico del Gran Sasso.

Il Piano d’Asèno visto dall’alto

Il Colle della Cava

Traversato il piano, per proseguire serve un po’ di attenzione all’orientamento. I segni di vernice sul terreno sono scomparsi, sostituiti da rari fiocchetti di plastica annodati ai ginepri. Occorre procedere in direzione nord-est, su una sterrata che risale i colli tenendo sulla destra la recinzione della zona di rimboscamento. S’incontrano altri piccoli pianori coltivati e le opere dell’acquedotto realizzato dalla Cassa per il Mezzogiorno. A un incrocio di sterrate spicca isolato il cippo numero 113 del tratturo.

Il cippo tratturale 113

Giunti di fronte a un piano coltivato di forma allungata, lo si aggira sulla destra senza scendervi e si sale l’altura di fronte lungo un canalino. Siamo al Colle della Cava, a quota 911, obiettivo della passeggiata. Un moderno totem del tratturo si affianca all’antico cippo tratturale numero 117, sotto le chiome di un pino, all’inizio della ripida discesa verso Santa Pelagia.

Il cippo tratturale 117

Il panorama

Il colpo d’occhio dal colle ripaga la modesta fatica compiuta. In basso si distende l’ampia conca di Capestrano percorsa dal tratturo e dalla moderna strada di scorrimento. Il lago di Capodacqua segnala le sorgenti del fiume Tirino. A destra spicca Capestrano sul colle, col vicino convento di San Giovanni. Di fronte è Ofena, con le sue Pagliare e i vigneti che producono vini famosi come il Montepulciano, il Pecorino e il Trebbiano. Sopra Ofena è Villa Santa Lucia. A sinistra si alzano Castelvecchio, Calascio e la Rocca e il suo famoso Castello. E poi la skyline delle grandi montagne dell’Appennino, le creste e le vette delle catene del Gran Sasso e della Maiella, disegnate sulla ‘linea del cielo’. A sinistra il Corno Grande, il Prena e il Camicia. A destra il Blockhaus, l’Acquaviva, Pescofalcone, monte Amaro e il Porrara.

La conca di Capestrano

Di fronte a noi, seguendo il percorso del tratturo, individuiamo il valico di Forca Penne. A destra del valico è la piramide di monte Picca; alla sua sinistra la cresta con le gobbe della Cannatina e della Cappucciata, che prosegue poi verso i monti di Campo Imperatore.

Per approfondire

Le edizioni Exorma hanno pubblicato nel 2015 un magnifico volume collettivo, con un ricco corredo fotografico, dal titolo Abruzzo sul Tratturo Magno, curato da Letizia Ermini Pani. Il sottotitolo “ Borghi Archeologia Paesaggio Architettura Tradizioni Arte Transumanza” esplicita la varietà dei contributi raccolti e le declinazioni disciplinari degli specialisti coinvolti.

Abruzzo sul Tratturo Magno

Ma volumi e convegni produrrebbero effetti limitati senza un lavoro concreto di ricerca sul campo, di riapertura e di marcatura degli antichi tratturi. Questo lavoro è stato meritevolmente svolto dal Gal Gran Sasso Velino grazie a un progetto europeo. I frutti sono ben documentati nella guida “Le vie della transumanza – Guida ai tratturi aquilani fra Gran Sasso e Sirente”, corredata da un’ottima carta in scala 1:40.000, scaricabile anche dal sito Tratturi e Cammini.

Le vie della transumanza

(Ho percorso il tratturo il 17 marzo 2017)