Schiavi d’Abruzzo. Passeggiate nella storia

Dall’alto del suo colle, a 1172 metri di quota, Schiavi d’Abruzzo fa da cerniera tra l’Abruzzo e il Molise. Ce ne accorgiamo in paese, percorrendo la Rotonda dedicata a Salvo D’Acquisto che è il miglior punto di osservazione su un panorama sterminato. Il mare Adriatico si staglia invitante allo sbocco della valle del Trigno. A sud l’ondulata linea dei colli molisani è solcata da un fascio di storici tratturi e vie armentizie. A nord i monti di Capracotta e i Frentani anticipano le grandi montagne dell’Abruzzo. Questo panorama solenne fu apprezzato dalle popolazioni italiche che insediarono qui i santuari dei Sanniti Pentri. Poi ci furono le migrazioni dei popoli dall’altra sponda dell’Adriatico, quei croati e albanesi in fuga dai turchi invasori, chiamati Schiavoni, origine del nome del paese. Per secoli ci fu il movimento pendolare degli armenti transumanti lungo il regio tratturo Celano-Foggia e il fascio di tratturelli suoi tributari.

Il monumento all’Alpino

Più traumatico il passaggio della seconda guerra mondiale con la lenta transizione tra le truppe canadesi e quelle tedesche, e di cui resta testimonianza la trincea-osservatorio della Rotonda. E poi il dopoguerra, con lo stillicidio migratorio dei paesani verso Roma, dove formeranno il nerbo dei garagisti e dei tassisti, o verso le grandi destinazioni all’estero. Per apprezzare e amare Schiavi, dopo la passeggiata in paese, è consigliabile percorrerne le strade e i sentieri nei dintorni. Eccovi allora qualche idea.

I tempietti italici

La base del tempio maggiore

La fama di Schiavi è soprattutto legata all’area archeologica dei templi italici. La visita di questi tempietti è appagante sia perché se ne può così ammirare la caratteristica architettura sia perché se ne può apprezzare la loro particolare posizione panoramica, a dominio del tratturo e della valle del Trigno, di fronte al grande santuario federale di Pietrabbondante. I tempietti si trovano lungo la strada provinciale che da Schiavi scende alla fondovalle Trigno, a quattro km dal paese, su una terrazza accessibile da due ingressi.

Il secondo tempio

Il Tempio Maggiore (del secondo secolo avanti Cristo) e il Tempio Minore (degli inizi del primo secolo), sorgono affiancati e paralleli su un terrazzamento, contenuto da un lungo muro in opera poligonale e quadrata. Recenti esplorazioni hanno riportato alla luce un altare monumentale, di fronte al Tempio Minore, una necropoli utilizzata fino alla piena età romana, e un altro edificio sacro, abbandonato poco dopo la Guerra Sociale (91-89 a.C). Oggi è visibile anche la torre medievale a due livelli, eretta dietro al muro in opera poligonale del santuario: a questa struttura si deve il toponimo della zona, Colle della Torre. La visita ai templi può essere completata dalla visita al Museo archeologico allestito in paese.

Sui tratturi dei pastori

Il percorso del tratturo Castel del Giudice – Spondrasino

Il colle di Schiavi si pone a cavallo tra due antichi tratturi che collegavano la valle del Sangro alle valli del Trigno e del Biferno. A sud era il tratturello Castel del Giudice – Spondrasino che attraversava Capracotta, Agnone e Poggio Sannita, scendeva lungo il fiume Verrino fino ad attraversare il Trigno in località Terra Vecchia di Bagnoli. Il percorso del tratturo, ancora praticabile, è ben visibile per un lungo tratto affacciandosi al Belvedere della Rotonda di Schiavi. A nord il tratturo Ateleta – Biferno aveva uno sviluppo orizzontale e traversava l’agro di Castiglione e Torrebruna prima di scendere sul Trigno all’altezza di Montemitro. Una passeggiata non lunga può scavalcare il Monte Castel Fraiano (segnato dalla presenza delle gigantesche pale di una centrale eolica) e collegare la Madonna del Monte al lago della Croce. Intorno al lago il tratturo è ancora ben marcato e riconoscibile. E il santuario della Madonna del Monte alla Lupara è legato al mondo della transumanza e al culto della Madonna dei tratturi.

La passeggiata panoramica sul monte Pizzuto

Il monte Pizzuto visto da Schiavi

Il Colle Pizzuto, con la sua panoramica cima a 1290 metri di quota, è la meta di una bella passeggiata panoramica. Si può iniziare direttamente da Schiavi ma è più semplice lasciare l’auto al bivio sulla strada per Torrebruna, dove sono alcune case e spazio per il parcheggio. Una stretta strada prima asfaltata e poi lastricata sale a svolte nel bosco e raggiunge la cima dov’è una grande croce. Ampio panorama, in particolare sui vicini monti Frentani.

Il passaggio di Uys Krige

I monti di Capracotta e i paesi di Agnone e Belmonte visti da Schiavi

Uys Krige è un ufficiale sudafricano che fuggì dal campo di prigionia di Fonte d’Amore a Sulmona dopo l’8 settembre del 1943. Appassionato di poesia e scrittura, conosceva un po’ d’italiano e racconterà la sua rocambolesca fuga e il percorso a piedi verso la libertà in un libro famoso, “The way out”, tradotto in italiano come “Libertà sulla Maiella”. Alcune sue pagine sono dedicate al passaggio nella zona di Schiavi. Lungo il tratturo Krige attraversa le zone di Capracotta e Agnone giunge a Belmonte, dove è ospitato da un contadino. “Andate presto a dormire”, disse il vecchio, “domattina presto vi chiamerò e partirete. Sulla sinistra troverete un paese, Schiavi, in cima ad una collina. Dovete evitarlo, scendendo nel burrone sotto di esso. Poi uscirete dal burrone, attraverserete il villaggio di Taverna, che riconoscerete dalla chiesa rotonda e raggiungerete le case di Cupello. Qui vi dovete fermare, perché sarete vicini al Trigno. La gente di Cupello vi dirà dove sono le mitragliatrici”. I fuggitivi si dirigono verso Schiavi, attraversano il Sente, e raggiungono la contrada di Cupello. Qui conoscono Pasquale Tucci, una guida che accetta di accompagnare loro e un altro folto gruppo di italiani al di là delle linee. La marcia di Uys e dei suoi compagni termina ai primi di novembre. Traversato il Trigno ai piedi della collina di Cupello, il gruppo risale il pendio che porta a Salcito. Il giorno precedente i tedeschi hanno abbandonato le loro postazioni sul fiume e la prima pattuglia canadese è già in paese.

Il colle di Schiavi d’Abruzzo

(Ho visitato Schiavi d’Abruzzo il 28 luglio 2017)

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Il tratturo da Barrea ad Alfedena

Il lago e i monti del Parco visti da Barrea

Il lago e i monti del Parco visti da Barrea

A Barrea il Regio Tratturo Pescasseroli-Candela abbandona il territorio protetto del Parco nazionale d’Abruzzo e scende verso Alfedena per poi proseguire nel Molise. Il fiume Sangro si è già accomiatato, inabissandosi nella Foce di Barrea dopo essere stato trattenuto dalla diga dell’Enel e aver alimentato il lago artificiale. Ma non bisogna aver fretta di partire. Barrea merita tutto il tempo di una visita accurata e remunerativa. Suggerisco tre punti di sosta. Il primo è la terrazza panoramica. Ci affacciamo sul lago azzurro, presidiato dai borghi di Villetta Barrea e Civitella Alfedena. La cerchia dei monti che incornicia l’orizzonte comprende le cime più alte del Parco, quelle del Greco, del Marsicano e del Petroso, e le valli segrete che ospitano gli orsi, i cervi e i camosci.

L'Antiquarium dei Safini

L’Antiquarium dei Safini

La seconda sosta è all’Antiquarium, che espone in modo ottimale gli oggetti recuperati nelle tombe di un tenerissimo cimitero di bambini. Erano i figlioletti delle famiglie più in vista dei Safini, la fiera popolazione italica locale. Mormoriamo il verso virgiliano “Abstulit atra dies et funere mersit acerbo” e saliamo al Castello, restaurato dopo i danni del terremoto del 1984. Al panorama già noto si aggiungono i tetti di Barrea e un inedito sguardo d’infilata su tutto il canyon della Foce. Con gli occhi pieni di parco, raggiungiamo la partenza del Tratturo: “andiamo, è tempo di migrare…”.

Il tratturo

Il tratturo

L’itinerario

Il punto di partenza può essere l’ufficio turistico del Parco nazionale d’Abruzzo, dove ci si può rifornire di cartine e consigli. Sull’asfalto si raggiunge il campo sportivo e si va in salita sul percorso sterrato che aggira la struttura sportiva, costeggia l’impianto di pannelli solari, si riduce a sentiero e prosegue a mezza costa. Siamo in vista dei prati di Aia della Forca, un’ampia zona di pascoli, frequentata dalle greggi ma anche da cervi e cinghiali. Il sentiero tratturale si restringe ma rimane sempre ben individuato dai frequenti segnavia bianco-rossi e dalle protezioni sui lati offerte da muretti di sassi, alternati a fitti cespugli e a filari di alberi. Più avanti si traversano ombrosi boschetti, mentre il sentiero si divincola tra la macchia e i cespugli che l’assediano. In qualche tratto più intricato conviene lasciare il sentiero e progredire direttamente sui più comodi prati laterali. S’intensificano anche le tracce dell’antico mondo pastorale: i recinti degli stazzi, le capanne di pietra, i ripari sottofascia.

Il fontanile di Colle Iaratto

Il fontanile di Colle Iaratto

Usciti dal bosco ci troviamo sul valico di Colle Iaratto. Il paesaggio cambia. Il Tratturo è individuato dalla sfilata dei pali della luce impiantati sul terreno demaniale. Il vicino fontanile con tre vasche di pietra in successione ricorda le soste per l’abbeverata del gregge. A lato del sentiero emerge un magnifico cippo tratturale con la grande croce rossa aragonese e la data 1720.

Il cippo del tratturo

Il cippo del tratturo

Le lettere incise sui lati del cippo segnalano anche il confine intercomunale tra B (Barrea) e A (Alfedena). Inizia ora la ripida discesa. Il sentiero alterna boschi e radure, si accosta a un tornante della statale 83, tocca l’area archeologica e le mura sannitiche e raggiunge Alfedena. Se si è obbligati a tornare a Barrea non conviene però perdere quota. Da Colle Jaratto si riprende il sentiero segnato percorso all’andata.

Capanna di pietra

Capanna di pietra

Più avanti è possibile seguire, in alternativa, un evidente sentiero sulla destra, parallelo al primo, che porta sul colle che sovrasta Barrea. Vi troviamo le strutture residue di un “sentiero natura” dedicato ai Rapaci e una capanna di pietra a tholos. Di qui si possono osservare anche le gole del Sangro. Sui fianchi, doline, forre e grotte ospitano folte colonie di uccelli rapaci: poiane, falchi pellegrini, astori, oltre a taccole, corvi e uccelli più piccoli. Si scende verso il paese incrociando stalle e altri edifici rurali, il lavatoio e la fontana Mannarino, lungo un antico vicolo a scalinata che conserva il selciato originario in pietra. Vecchie case in pietra e palazzi pregiati, dotati all’esterno di anelli di pietra per “parcheggiarvi” i muli, ci accompagnano al punto di partenza.12 - Anello per legare i muli

Note tecniche

Il Tratturo segue il sentiero del Parco marcato con il numero K1. La variante del ritorno è marcata K8. Il dislivello è modesto, limitato ai 150 metri necessari per raggiungere da Barrea (1060 m) le quote più alte, intorno ai 1200 metri, tra l’Aia della Forca e il Colle Iaratto dalla quota 1060. Se si scende ad Alfedena, occorre aggiungere il dislivello di 250 m. in discesa. I tempi di percorrenza sono di 3 ore tra andata e ritorno. Cartografia: si consiglia di utilizzare la Nuova carta turistico-escursionistica del Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise (scala 1:50.000, Selca Firenze 2009). Presso i punti informativi e i centri di visita del Parco è disponibile il dépliant dedicato al Tratturo Regio Pescasseroli-Candela. Tratto Pescasseroli-Opi (Pnalm, 2009). Tra le Guide escursionistiche si consiglia “Regio Tratturo Pescasseroli Candela – Il Trekking – 15 giorni sulle tracce degli antichi pastori” scritta da Bruno Petriccione e Sarah Gregg (Società Editrice Ricerche, Folignano, 2012).

La mappa dei sentieri del Parco

La mappa dei sentieri del Parco

Visita la sezione del sito dedicata ai tratturi e alla transumanza: http://www.camminarenellastoria.it/index/PASSEGGIATE_TRATTURI.html

Le Pagliare di Opi

Ferro di cavallo, tradizionale talismano portafortuna

Ferro di cavallo, tradizionale talismano portafortuna

Siamo a Opi, nel Parco nazionale d’Abruzzo, sul percorso del Regio Tratturo Pescasseroli-Candela, là dove il fiume Sangro s’infila nella Foce, la prima delle gole che incontrerà nel suo percorso. Ai piedi del borgo di Opi si distende l’insediamento delle Pagliare. In Abruzzo il termine pagliare definisce quei villaggi agro-pastorali di montagna che accolgono d’estate i pastori-agricoltori provenienti dai paesi di fondovalle: le pagliare sorgono ai margini dei pascoli e dei campi coltivati d’altura e ospitano l’abitazione familiare, la stalla, il fienile, il laboratorio e il magazzino. Ma qui a Opi le Pagliare, pur mantenendo il loro carattere di vetusta architettura spontanea delle terre alte, hanno una connotazione del tutto originale. Si tratta di edifici destinati esclusivamente a stalle e fienili.

Le stalle di Opi

Le stalle di Opi

Gli allevatori hanno le loro abitazioni in paese, separate dunque fisicamente dai ricoveri degli animali. Il villaggio è organizzato su più file parallele di caratteristiche stalle. Molte di queste sono abbandonate, ma altre sono ancora attive e frequentate, in una simbiosi di operosità agricola e zootecnica. L’impianto ‘urbanistico’ risale al Settecento e, all’epoca, rappresentò un intervento molto avanzato, forse unico, per la separazione delle stalle dalle abitazioni.

Gruppo di stalle

Gruppo di stalle

L’itinerario

Varchi per lo stivaggio del fieno

Varchi per lo stivaggio del fieno

L’accesso alle Pagliare di Opi è semplice ed evidente. Si trovano sotto il livello stradale della statale 83 che attraversa tutto il Parco, nei pressi dell’incrocio con le due strade che salgono rispettivamente a Opi e alla Forca d’Acero. I pannelli informativi forniscono le informazioni essenziali. Ciascuna fila di edifici comprende una sequenza di stalle diverse. Esse sfruttano il declivio del terreno e si strutturano su due piani: il piano alto, accessibile direttamente dalla sterrata a monte, è dotato di un’apertura con la porta in legno, che dà accesso al vano di stivaggio del fieno. Aggirando la pagliara sulla sterrata a valle, si ha accesso al piano basso che accoglie gli animali e le mangiatoie. In passato le stalle hanno ospitato – e ancora oggi accolgono – bovini, cavalli, pecore e capre, animali da cortile e in particolare i muli, utilizzati soprattutto nelle carovane per il trasporto del legname.

Stalla diroccata

Stalla diroccata

L’acqua è fornita da un’antica fontana che sfrutta una sorgente locale e da un fontanile costruito di recente. Le pagliare sono affiancate da depositi di legna da ardere, da mucchi di letame, di strame e da covoni di fieno. In basso sono i piccoli orti accuratamente coltivati per l’autoconsumo. Dopo il terremoto che colpì le aree del parco nel 1984, la riparazione dei danni ha consentito la ristrutturazione di alcuni ambienti e la fornitura di servizi essenziali come l’elettricità. I racconti degli allevatori locali fanno affiorare gli elementi di continuità con il passato remoto ma anche la discontinuità segnata dalle politiche di gestione del territorio da parte del Parco e del Comune. Affascinanti sono le loro storie sui mulattieri, il tratturo, le grandi nevicate, i lupi, i bracconieri, le pecore rapite ai pastori transumanti, il passaggio della guerra.

Il fontanile delle Pagliare

Il fontanile delle Pagliare

Il progetto di riqualificazione

Progetto di riqualificazione

Progetto di riqualificazione

Il Comune di Opi e il Dipartimento di pianificazione design tecnologia dell’architettura dell’Università Sapienza di Roma, hanno avviato nel 2014 una collaborazione per definire possibili interventi di riqualificazione e sviluppo architettonico, tecnologico ed energetico dell’area Pagliara di Opi. Lo studio preliminare è stato mirato a individuare le tipologie d’intervento da adottare per il recupero di fabbricati e la creazione di strutture ricettive, attività produttive, turistico didattiche, di produzione agricola e allevamento e servizi. L’obiettivo è fornire una nuova destinazione ai fabbricati dell’area, avviando una riqualificazione graduale così da portare, in un quadro integrato e programmato, allo sviluppo di un’area unica nel suo genere in tutta la zona Parco. Le caratteristiche di borgo rurale dell’area la rendono perfetta per la riconversione in centro visita didattico a vocazione turistica, produttiva, artigianale, agricola e di allevamento.

Pietra forata per legare gli animali da soma

Pietra forata per legare gli animali da soma

Suggerisco di visitare la sezione del sito dedicata all’architettura spontanea: http://www.camminarenellastoria.it/index/PIETRA_SECCO.html

Lettomanoppello. Un monumento al pastore

Il monumento al pastore nella pietra di Lettomanoppello

Il monumento al pastore nella pietra di Lettomanoppello

Monumenti dedicati ai pastori sorgono in diverse località italiane ed estere. Il paese che erige questi monumenti come segni della propria identità vuole testimoniare pubblicamente almeno tre elementi: il legame storico tra la comunità del paese e la pastorizia, il contributo economico che la pastorizia ha apportato allo sviluppo del paese, la riconoscenza della generazione di oggi alle fatiche dei padri e degli antenati. I monumenti al pastore presenti in città come Segovia, Lucerna o Frosolone attestano anche un legame storico regionale e nazionale (tipico di Spagna, Svizzera e Italia) con le pratiche della transumanza. Carattere diverso hanno invece i monumenti ai pastori eretti lungo i tratturi o nel deserto dei pascoli d’alta quota. I monumenti presso la chiesa di Santa Maria dei Cintorelli e nell’area pastorale di Fonte Macina a Campo Imperatore vogliono evocare l’esperienza umana e sociale dei pastori in un contesto naturale talvolta inospitale e tutt’altro che arcadico e ricordare i drammi sociali dell’emigrazione.

Il pastore con il suo cane e il gregge. L'aquila rapisce un agnello

Il pastore con il suo cane e il gregge. L’aquila rapisce un agnello

Il monumento recentemente eretto a Lettomanoppello, al bivio per la Fonte del Papa Celestino V, lungo la strada che sale alla Maiella, attesta un’ulteriore originalità. Oltre alla pastorizia il monumento sottolinea il legame degli artigiani locali con la bianca pietra della Maiella e le cave dei dintorni. L’arte degli scalpellini lettesi è valorizzata dall’associazione “De Lecto in pietra”. E il pastore ritratto nel monumento porta in braccio la “firma” di questa tradizione tutta lettese. Nel blocco scolpito vediamo il pastore sul tratturo che guida al pascolo transumante una pecora e un montone con l’aiuto del suo fido cane. Alle sue spalle compaiono i suoi tradizionali avversari, ospiti del Parco nazionale della Maiella: l’aquila degli agnelli, il lupo e l’orso.

Il gregge, il lupo e l'orso

Il gregge, il lupo e l’orso

Per un approfondimento si segnala la sezione del sito dedicata all’architettura pastorale: http://www.camminarenellastoria.it/index/trat_approf_arch.html

Monumenti ai pastori

Lucerna (Svizzera). Monumento al pastore sulla piazza del teatro

Lucerna (Svizzera). Monumento al pastore sulla piazza del teatro

Monumenti ai pastori sorgono in diverse località italiane ed estere. Il paese che erige questi monumenti come segni della propria identità vuole testimoniare pubblicamente almeno tre elementi: il legame storico tra la comunità del paese e la pastorizia, il contributo economico che la pastorizia ha apportato allo sviluppo del paese, la riconoscenza della generazione di oggi alle fatiche dei padri e degli antenati. I monumenti al pastore presenti in città come Segovia, Lucerna o Frosolone attestano anche un legame storico regionale e nazionale (tipico di Spagna, Svizzera e Italia) con le pratiche della transumanza. Carattere diverso hanno invece i monumenti ai pastori eretti lungo i tratturi o nel deserto dei pascoli d’alta quota. I monumenti presso la chiesa di Santa Maria dei Cintorelli e nell’area pastorale di Fonte Macina a Campo Imperatore vogliono evocare l’esperienza umana e sociale dei pastori in un contesto naturale talvolta inospitale e tutt’altro che arcadico e ricordare i drammi sociali dell’emigrazione.

Borgosesia. Monumento alla pastorizia e alla filatura

Borgosesia. Monumento alla pastorizia e alla filatura

Frosolone. Monumento all'allevatore

Frosolone. Monumento all’allevatore

Per una panoramica dell’architettura pastorale visita il sito: www.camminarenellastoria.it/index/trat_approf_arch.html

La transumanza del pastore-poeta Francesco Giuliani

Francesco Giuliani

I pastori del Gran Sasso hanno talvolta raccontato le loro storie in lunghi diari o hanno addirittura messo in versi la loro esperienza della transumanza, nella tradizione dei poeti-pastori. È il caso di Francesco Giuliani, pastore nato a Castel del Monte, sul Gran Sasso, nel 1888 e ivi morto nel 1969. I fatti narrati in versi nel suo diario delle transumanze risalgono ai primi anni del Novecento. Nel 1960 Francesco Giuliani affidò i suoi quaderni all’antropologa Annabella Rossi, che ne ha curato la pubblicazione. Ne proponiamo una pagina.

Di settembre allor verso la fine / lassù nel nostro Campo Imperatore, / sull’alte vette, e pur sulle colline / vi scende della neve il bel candore, / bianche le valli ed il piano di brine / ti punge il freddo; le greggi e il pastore / non vi ponno più stare senza ripari / a partire convien che si prepari.

La partenza è ver che è dolorosa / che distaccarsi non puo far piacere, / perché si vive una vita incresciosa / delle Puglie nel vasto Tavoliere. / Chi lascia la consorte o l’amorosa, / i figli, i genitori. Triste mestiere! / Per la miseria e campar la vita / la famiglia non può viver unita.

E partono i pastori un bel mattino / pare che sembran lieti e confortati, / per breve tratto del lungo cammino / vanno dai loro cari accompagnati. / Breve sosta nel borgo vicino, / dopo di aversi un po’ rifocillati / come gli piace con qualche bicchiere / che gli toglie la pena e il dispiacere.

A Forca poi si fermano la sera / dove si stanno col gregge accampati. / Come si puote in qualche maniera / si fa la magra cena e ristorati; / poi si stanno nella notte intera / sopra a qualche pelle addormentati, / e non appena è chiaro il mattino / son pronti e si rimettono in cammino.

Pel tratturo si va largo ed erboso / dove le greggi posson pascolare; / per tutto il giorno non si ha mai riposo / danno le greggi fin troppo da fare. / Lo sguardo intorno può spaziare ozioso / tanti paesi belli ad osservare, / Frittoli, Curvara e Petranico / adagiato sopra un colle aprico.

Adagio o in fretta sempre avanti vanno / campi e paesi a incontrar più belli, / Cugnoli, Nocciano, a destra Alanno; / dei contadini dovunque gli ostelli. / Son ghiotti i pastor io non m’inganno / di tutti i tratti che vedon novelli; / i giovani talor svelti ed accorti / nelle vigne rubano e negli orti.

La sera poi nell’ubertosa piana / del Pescara si sosta, a lieta cena / con gente buona, si può dire umana / e si oblia un po’ l’amara pena. / Non si sa da quale època lontana / alle Puglie il trattur le greggi mena. / …

Francesco Giuliani, “Diario”, in Monti d’Italia – Appennino centrale, ENI, 1972, pagine 128. Leggi anche Se Ascoltar vi piace dai quaderni di Francesco Giuliani, a cura di Maurizio Gentile, Lindau Editore 1992. L’editore Japadre di L’Aquila ha pubblicato nel  2001 di Francesco Giuliani il Diario della guerra 1915-18 curato da Paolo Muzi.

Trailer del documentario “Se vi piace ascoltare – Francesco Giuliani, pastore”: http://www.youtube.com/watch?v=eAPXN1FsxJo&list=PLH-Qha95qsXnhKCC2A1Dg2tT0juvQZgb3&index=1

La “Morra” di Roccamorice sulla Maiella: la pastorizia non transumante

copertina-Morra

“Troppe volte la facile e mitica idea ‘generalista’ della transumanza ci ha portato a pensare che tutti i pastori e tutte le pecore d’Abruzzo, per secoli e secoli, fossero coinvolti nelle dinamiche e nelle logiche delle grandi migrazioni verso la Puglia, o per la parte nord-occidentale della regione, verso l’agro maremmano o romano, e ha di fatto quasi annullato la memoria o almeno l’attenzione verso la pastorizia stanziale, che invece in questo breve scritto abbiamo voluto indagare partendo dall’autentica e miracolosamente conservata ‘morra’ di Roccamorice.

Questo sistema di allevamento, o meglio questa ‘consuetudine zootecnica’, potremmo definirla così, consiste nel raggruppare, per la stagione pascoliva, piccoli gruppi di pecore e capre, appartenenti a diversi proprietari, per raggiungere un numero adeguato di capi tali da consentire la formazione della ‘morra’. La ‘morra’ si può dunque definire come l’unità funzionale minima da poter mantenere al pascolo con un’adeguata dotazione di controllo e di gestione: è un gruppo di pecore, quindi, riunite da un certo numero di piccoli e piccolissimi proprietari che viene condotto mediante l’impiego di un pastore e di un numero adeguato di cani da guardiania e da conduzione (ove presenti) e con una dotazione minima strumentale e un sistema di cooperazione organizzativa che prevede, in varie forme, il contributo di ciascun proprietario”.

Alessandro Sonsini e Simone Angelucci, La Morra – Memorie ed eredità della pastorizia non transumante, D’Abruzzo Libri Edizioni Menabò, Ortona, 2012, p. 96

Talenti e territori: i pastori della Morra: www.youtube.com/watch?v=zrhMFciOUXQ