Il paesaggio pastorale della Tuscia

Gli spazi immensi della Tuscia recano ancora i segni di antiche presenze pastorali e della transumanza invernale delle greggi dall’Appennino o dai monti della Sardegna. Disseminate lungo il territorio si trovano le tracce di questo mondo decaduto ma ancora vivo. Vediamo le masserie isolate, gli ampi stazzi, gli storici tratturi di lunga percorrenza, i tratturelli locali, le vie della dogana, i ricoveri in grotta, i luoghi di culto, i moderni caseifici.

Il paesaggio dei pascoli

Il Pian Gagliardo, nei dintorni di Blera

L’escursionista che percorre in solitudine il desolato paesaggio della maremma laziale resta colpito dalla sterminata estensione del pascolo, eredità di antichi latifondi. La sistematica tosatura operata nei secoli dalle greggi di ovini, dai bovini allo stato semibrado, dalle mandrie di cavalli, ha ridotto la vegetazione alle sue forme più primitive.

La vegetazione dell’acropoli di Tarquinia

Altrove, quando gli allevamenti si sono rarefatti e il loro impatto è diminuito, il bosco ha ripreso a colonizzare il paesaggio. E il mosaico composto dalla boscaglia, dai pascoli arborati, dai radi cespuglieti, dai prati irti di cardi è divenuto un secondo stigma del paesaggio dell’Etruria meridionale. Interessante è il progetto realizzato sull’Acropoli di Tarquinia, che è uno dei Siti di importanza comunitaria (SIC). Qui c’è stato un intervento di controllo dei pascoli con l’obiettivo prioritario di conservare l’habitat steppico tramite la riduzione dell’eccessivo carico di pascolamento e il conseguente incremento della ricchezza floristica.

Recinto con muretti a secco

Sono state realizzate “aree saggio” di monitoraggio della vegetazione, consistenti in recinti edificati con la tecnica tradizionale dei muretti a secco e dei cancelli in legno. Sono anche state alzate piccole piramidi di pietra per favorire la colonizzazione delle piante e la nidificazione degli insetti. Si tratta di piccoli e semplici interventi naturalistici per contrastare il degrado e favorire la biodiversità.

Il progetto di controllo del pascolo

Le masserie del Procoio

Masseria al Pian della Regina

Procoio è un termine diffuso nella Maremma laziale e nella Campagna Romana. In senso stretto definisce il recinto per il bestiame. In senso lato richiama il paesaggio pastorale, il mondo dei pastori e dei butteri, le scuderie dei cavalli, le stalle dei bovini, gli stazzi degli ovini, le cascine, i casolari rustici destinati alla caseificazione. Fino alla metà del secolo scorso, quando si avviò la riforma agraria, la Maremma laziale era caratterizzata dal latifondo, cioè tenute di migliaia di ettari, di proprietà di famiglie nobili romane o di enti ecclesiastici. I latifondisti davano le loro tenute in locazione ai cosiddetti mercanti di campagna, che le prendevano in affitto per periodi medio-lunghi, impiantandovi le proprie aziende. Queste si suddividevano in tre categorie: le aziende di campo, in cui l’attività principale era l’agricoltura, le aziende della masseria, in cui si allevavano ovini, e le aziende del procoio, in cui si allevavano bovini ed equini.

Un recinto per il ricovero degli ovini

Nella Maremma laziale, dove l’agricoltura era molto limitata, i mercanti di campagna si occupavano in genere sia dell’allevamento di ovini che di quello di bovini ed equini, trovandosi quindi a gestire sia aziende della masseria che aziende del procoio. In media, un mercante di campagna possedeva un gregge di almeno tremila pecore e una mandria di quattro-cinquecento fra bovini ed equini.

Le capanne pastorali

La capanna maremmana

I pastori transumanti che scendevano nei pascoli della Tuscia si costruivano una capanna che servisse loro da ricovero temporaneo. Capanne simili erano costruite dai butteri (dal greco butoros “pungolatore di bovi”) impegnati a condurre le mandrie lungo i tracciati delle più limitate transumanze bovine. La capanna, costruita con materiali vegetali reperibili sul posto, era solitamente costituita da un’armatura di legno sormontata da un tetto conico ricoperto da ginestre impermeabili.

L’interno della capanna

L’interno era un unico ambiente circolare che conteneva le rapazzole, giacigli per dormire, e la fornacetta, focolare in pietra dove si cucinavano i pasti. Sul somaro, struttura in legno girevole, era appesa la callara, la caldaia con la quale si preparavano il formaggio e la ricotta.

La struttura della capanna

Le grotte pastorali

Allevamento di asini in grotta a Corchiano

In tutta l’area delle necropoli rupestri, in epoca medievale e moderna, le antiche tombe etrusche sono state riutilizzate dagli abitanti dei paesi vicini. Cessato l’uso funerario, le tombe sono diventate depositi e magazzini, stalle per gli animali domestici, laboratori artigiani, frantoi e cantine, e all’occasione anche abitazioni e rifugi temporanei.

Ovile in grotta

Numerose cavità sepolcrali conservano evidenti tracce del riuso pastorale: la trasformazione dei letti funebri in mangiatoie, l’incisione di canalette di spurgo, lo scavo di vasche di abbeverata, i recinti interni, le cavità dei focolari per le caldaie, i fori di sfogo dei fumi. La facilità di scavo del tufo anche con strumenti non particolarmente sofisticati ha favorito l’ampliamento e il riadattamento delle cavità preesistenti che sono state così dotate di infissi, porte di legno, tettoie,  recupero delle acque di scolo, ripostigli, attaccaglie, mensole e soppalchi.

Tomba etrusca trasformata in stalla a Blera

I paesi di Barbarano e Blera dispongono di un intero quartiere rupestre distribuito lungo le piagge, i pendii rocciosi che scendono verso il letto dei torrenti. Un intrico di cavità utilizzate come stalle e cantine disposte su cenge rocciose digradanti, sistemi di drenaggio dell’acqua piovana, e una serie di terrazzamenti che ospitano ingegnosi orti pensili.

Grotta riutilizzate alle Piagge di Blera, lungo la via Clodia

Il Museo di Blera

Gli strumenti di lavoro (museo di Blera)

Merita certamente una visita l’originale Museo civico di Blera dedicato al rapporto tra l’uomo e il cavallo e al mondo dei butteri della Maremma e della Campagna Romana. Sono documentati gli aspetti economici dell’allevamento in questo territorio (transumanze ovine e bovine, trasporto delle mandrie al mattatoio di Roma). Si descrivono le conoscenze zootecniche e le abilità artigianali nate e cresciute nel mondo delle grandi aziende agricole di un tempo, lo svolgersi delle particolari attività lavorative del buttero, gli aspetti ricreativi e festivi e le tradizioni orali (racconti, proverbi e canti) in cui il cavallo è protagonista. I temi espositivi sono il rapporto uomo-cavallo-territorio; la fabbricazione delle selle e dei finimenti; il lavoro e le abitudini di vita del buttero; la doma e la “merca” (marcatura del bestiame); il cavallo nelle feste popolari. Lo spazio esterno alla struttura ospita la ricostruzione fedele di ambienti legati al rapporto uomo-cavallo: la stalla, l’abbeveratoio, la bottega del maniscalco, il tondino per la doma, la capanna maremmana.

Un diorama del Museo di Blera

Annunci

La rupe di Canino e le grotte di Castellardo.

La passeggiata “rupestre” da Canino alle rovine di Castellardo non deve spaventare. Sono meno di tre chilometri di strada asfaltata pochissimo trafficata. Tre quarti d’ora a piedi. Pochi minuti se si opta per l’auto. Chi arriva a Canino dall’Aurelia e lascia il mare a Montalto di Castro, attraversa l’ampia pianura della Maremma e sale poi verso il tavolato del tufo, dove il paesaggio collinare e vulcanico dell’alta Tuscia è inciso in profondità dai torrenti e alterna coltivazioni e boschi. La densità abitativa è molto bassa, ma nelle pieghe di questo paesaggio solitario si celano le reliquie delle antiche civiltà, i tesori archeologici della preistoria, degli etruschi, dei romani, gli insediamenti medievali. La fitta presenza di caseifici e di frantoi oleari attesta subito le dominanti economiche della zona e il ruolo della pastorizia e degli oliveti. Canino è un paese piacevole per il flâneur, grazie alla regolarità del suo impianto urbanistico, alla varietà di edifici e al suo museo nel chiostro del convento francescano. I monumenti che i caninesi hanno alzato a Papa Paolo III Farnese e a Luciano Bonaparte sintetizzano efficacemente la storia della città.

Finestra rupestre

La prima parte della passeggiata scende lungo la Via d’Ischia sul fondo del Fosso San Moro e segue la base della rupe di Canino e del colle che lo fronteggia. Le fondamenta dei monti di Canino sono rivestite da un’ininterrotta serie di cavità scavate nel tenero tufo. Grotte ampie e articolate all’interno, profonde spelonche buie, più modeste tane, aerei loggiati, una via cava in trincea, compongono il mosaico rupestre di un’appariscente cittadella sotterranea.

Insediamento in grotta

Alcuni siti sono chiaramente abbandonati al degrado, ma numerosi altri sono ancora pienamente attivi e utilizzati in molte forme dagli abitanti. Vi sono stalle per i cavalli, allevamenti di animali da cortile e colombaie nelle grotte d’altura. E poi vere e proprie fattorie con orti e allevamenti. Si osservano anche depositi di materiali, rimessaggio di attrezzi e veicoli agricoli, laboratori artigiani. Molte cavità sono abitabili e dotate di comfort. Reti, cancelli, sbarramenti e saracinesche attestano la continuità d’uso e la difesa delle proprietà.

Colombaia

Imboccata la strada per Pianiano, guidati dalle segnalazioni per Castellardo, si segue il corso del torrente Timone. Ormai riemersi dalla trincea del fosso, il cammino diventa piacevole e lo sguardo si allarga sui campi e i colli dei dintorni. Più avanti troviamo sulla destra la deviazione che su strada sterrata ci porta alla base del colle di Castellardo. Varcato il ponte sul fosso, la sterrata svolta a sinistra e con un tornante si alza verso il profilo delle rovine già evidenti.

Le mura del castello e il villaggio esterno

Castellardo era un villaggio appollaiato sulla sommità naturale del colle. Era difeso da un giro di mura, alzate anche sul ripido versante settentrionale. E aveva all’interno un nucleo fortificato che costituiva la residenza del dominus. Probabilmente il villaggio era cresciuto nel tempo e gli abitanti avevano realizzato abitazioni intorno al castello, scavando la roccia. La storia dell’insediamento s’interrompe bruscamente nel 1459. Una spedizione armata di abitanti di Canino distrugge l’abitato che era forse diventato un rifugio di banditi e di soldati di ventura. Da allora le rovine sono fatalmente andate incontro al disfacimento del tempo e sono state occultate da un mantello di bosco e di rovi. Fino a che, in anni recenti, un gruppo di archeologi ha iniziato un’opera di recupero e salvaguardia per mettere fine a secoli di abbandono.

Il villaggio rupestre

L’operazione di ripulitura e valorizzazione del sito, iniziata dal Gruppo Archeologico Romano nel 1998 e ancora in corso, ha permesso l’accessibilità alle rovine emergenti, la loro sistemazione, la preparazione di sentieri di visita, la cartellonistica e la documentazione grafica. Liberate dal groviglio della vegetazione spontanea, le rovine sono tornate progressivamente alla luce. E con loro, svuotate dall’interramento, sono riapparse le case-grotta e le cisterne. Un lavoro paziente e lungo, ancora da completare, ma che già caratterizza Castellardo come uno degli insediamenti rupestri più singolari della Tuscia. L’intreccio di architettura costruita e di scavi spontanei, le dimensioni ridotte e la bellezza del paesaggio circostante ne fanno un buon attrattore potenziale.

Tratto in frana della cinta muraria

Prima di esplorare l’interno può convenire fare il periplo delle mura per avere un’idea dell’ampiezza dell’insediamento e per comprenderne la struttura. Il percorso non è sempre agevole ma aiuta a studiare il rapporto con la rupe, l’orientamento, le tagliate nella roccia, il sistema delle vie d’accesso e delle porte. Le mura sono ancora conservate per ampi tratti e mostrano uno spessore superiore al metro; un tratto di muro in dissesto si è coricato lateralmente a causa di uno smottamento e del distacco dei conci dal terreno. La fortezza è ovviamente l’architettura che s’impone con maggiore evidenza grazie all’altezza delle sue pareti e ai resti delle torri.

Abitazione rupestre con cisterna

Una caratteristica che rende affascinante Castellardo (e la sua esplorazione) è la presenza di un corposo sito rupestre. Le grotte sono decine e di diversa tipologia. Alcune sono scavate al livello del terreno, mentre altre scendono in profondità. Sono presenti abitazioni umane e stalle per animali.

Grotte sovrapposte

L’interno delle grotte mostra nicchie parietali, vasche per l’abbeverata e vaschette per l’uso domestico, forni, parete e pilastri divisori, mangiatoie scavate lateralmente, fori per accogliere le strutture di legno a sostegno dei letti e dei ripiani di conservazione delle derrate. Originali di Castellardo sono le numerose cavità, geometricamente intagliate nella roccia, destinate a pozzi, cisterne per l’acqua, silos per lo stoccaggio dei cereali, “butti” per la spazzatura e i cocci.

Stalla

La presenza dei due corsi d’acqua laterali alla rupe agevolava il rifornimento d’acqua. I campi e i boschi dei dintorni fornivano le risorse alimentari necessarie. Il borgo controllava dall’alto una strada di una certa importanza, forse la stessa via Clodia o un suo diverticolo, e il passaggio di merci e di persone.

Cisterna

(Ho visitato Castellardo il 22 novembre 2017)

Il Colle della Civita, sulle tracce dell’antica Tarquinia.

Andiamo alla scoperta della Tarquinia antica. La Tarquinia moderna, quella celebre per il profilo delle sue torri, è certamente più nota ma in realtà è nata solo nel Medioevo con il nome di Corneto. Merita tutta la sua fama. Il flusso continuo di turisti e studiosi rinverdisce i fasti che già la segnalavano nel Grand Tour. Gli straordinari rinvenimenti archeologici hanno trovato una degna esposizione nel Museo nazionale di Palazzo Vitelleschi. Le pitture parietali delle tombe nella necropoli ci hanno raccontato la vita quotidiana, gli usi funerari e il credo religioso degli etruschi. Ma l’antica Tarchuna non coincide con la città moderna. Tarchuna occupava il pianoro della Civita, quello che la valle di San Savino separa dal Colle dei Montarozzi dove oggi sorge Tarquinia.

L’antica Tarquinia sul colle della Civita

Tarchuna ebbe inizio tra l’età del Bronzo e l’età del Ferro. Acquistò nel tempo un tale prestigio tra le città-stato della Dodecapoli da riuscire a influenzare politicamente ed economicamente anche la nascente Roma, come dimostra la monarchia etrusca dei Tarquini a Roma nel VII-VI secolo.

L’acquedotto delle arcatelle

Ma ora mettiamoci in viaggio. Lasciamo l’autostrada tirrenica all’uscita di Monte Romano e ci inoltriamo nell’entroterra della Tuscia seguendo la strada statale 1 bis Aurelia. Lungo il percorso affianchiamo per un tratto l’acquedotto delle “arcatelle”, una presenza pittoresca nel paesaggio della Tuscia. Lo vediamo immergersi e scomparire nel ventre dei colli per poi fuoriuscirne con la successione di arcate che valicano le depressioni delle vallette. La costruzione risale al Settecento e forniva l’approvvigionamento idrico alla costa. Al km 6,4 lasciamo l’asfalto per una strada sterrata sulla sinistra che in 1,4 km ci conduce al parcheggio e all’area di sosta del Pian della Civita.

Il pianoro della Civita

Lasciata l’auto, ci inoltriamo nel pianoro. Siamo su un vasto tavolato che può essere suddiviso in tre settori: la Castellina a nord-est, il centrale Pian della Regina e il Pian di Civita che si restringe progressivamente e con l’appendice della Civitucola forma un cuneo puntato verso la valle del fiume Marta. Il pianoro è isolato, circondato da versanti che scendono ripidamente sui campi circostanti ed è difeso sui bordi da una cinta muraria ancora in parte visibile. Gli archeologi hanno riportato alla luce, attraverso successive campagne di scavo, singoli complessi monumentali. Sono ancora presenze isolate nella vastità del pianoro stremato dal pascolo, ma fanno intuire la possibile estensione e l’impianto urbanistico della città etrusca. Vanno poi considerate le necropoli parzialmente scavate nei dintorni del colle. E vanno ricordate anche le chiese rupestri di epoca medievale che i monaci hanno scavato alla base dei pendii. La città sopravvive alla conquista romana. Passano poi i Goti e i Longobardi. Inizia il graduale spopolamento dell’abitato etrusco-romano. In epoca medievale, mentre comincia a svilupparsi il nuovo abitato di Corneto sul vicino Colle dei Monterozzi, l’altopiano di Tarchuna/Tarquinii lentamente si desertifica; la città antica s’interra e viene dimenticata.

Le passeggiate nell’antica Tarquinia

La passeggiata sui due colli, separati da una sella, è oggi agevolata da sentieri, cancelli, percorsi protetti e soprattutto da una cartellonistica bilingue descrittiva delle emergenze archeologiche più importanti. Una tabella dei percorsi storico-naturalistici inquadra il territorio e indica le direzioni di visita. La lunga sterrata centrale che traversa tutto il piano, e che coincide probabilmente con il principale asse viario della città etrusca, è comunque l’elementare asse di riferimento dell’intera passeggiata.

Il tempio dell’Ara della Regina

Il monumento di maggior rilevanza è l’Ara della Regina, il più grande tempio etrusco finora noto. Protetto da una doppia recinzione è comunque accessibile. I resti oggi visibili sono il risultato di una ricostruzione del monumento sulle basi di un precedente santuario. Il tempio sorge su un terrapieno contenuto da muri a blocchi di calcare e fiancheggiato da due strade convergenti verso la fronte del monumento, dove era forse situato il foro cittadino. Il tempio è preceduto da una scenografica scalinata.

La fontana di Cossuzio

In età romana il tempio si popolò di statue e monumenti commemorativi come la cosiddetta “fontana di Cossuzio” un bacino di marmo con una scritta dedicatoria di Q. Cossutio, magistrato del municipio tarquiniese.

La cisterna romana

Sul pianoro si conserva anche una cisterna che garantiva la riserva d’acqua a una residenza privata. Si tratta di un vano rettangolare rivestito all’interno di uno strato impermeabile di cocciopesto.

L’arco etrusco

L’edificio etrusco prossimo all’Ara della Regina costruito con grandi blocchi di pietra e articolato in diversi ambienti, conserva un arco a tutto sesto rimasto integro.

La chiesa rupestre di Santa Restituta

Giunti al casale pastorale circondato dagli stazzi e dagli altri ricoveri notturni del gregge, si lascia il pianoro scendendo sul fianco meridionale lungo un sentiero in parte roccioso. Raggiunto il fosso (dov’è una vasca artificiale), lo si risale fino alla base della parete rocciosa dove si scopre la chiesa rupestre di Santa Restituta, risalente al XII secolo. Un vano ipogeo, con tre absidi scavate nella roccia, è preceduto da una parte costruita con decorazione architettonica e semicolonne. Lungo la parete rocciosa si trovano un sepolcreto e altri ambienti ipogei, che fanno ipotizzare un complesso monastico di celle raccolte intorno all’area sacra, probabile dipendenza del monastero del San Salvatore del monte Amiata.

La porta Romanelli

Risaliti sul pianoro e giunti alla sella che separa i due pianori, ci si affaccia sul versante opposto per scoprire un tratto delle mura che circondavano Tarquinia con una cinta lunga otto chilometri. C’è un abitato con le case separate da stretti vicoli e la strada di accesso che scende alla Porta Romanelli, di cui è visibile la base. Usciti dalla porta si percepisce la struttura delle mura, visibili per un tratto.

Il complesso monumentale dell’area sacra

Si percorre ora il Piano di Civita. Sulla destra si può osservare una zona recintata dove è stata scavata la più antica area sacro-istituzionale finora individuata in Etruria. Tarchuna è la città-madre della religione degli Etruschi. Cuore del complesso monumentale è una cavità naturale che costituisce il fulcro dei rituali. Accanto alla cavità naturale, c’è la tomba di un bambino. I resti dello scheletro sono stati studiati dai paleoantropologi che hanno stabilito trattarsi di un soggetto morto per cause naturali e affetto da epilessia, il male che nell’antichità era considerato “morbo sacro”, la condizione che permetteva il contatto con il mondo divino. Le fonti raccontano, che mentre Tarconte, il mitico fondatore di Tarquinia, proveniente dal Vicino Oriente e discendente dagli Eraclidi, arava la terra, da una zolla fuoriuscisse un fanciullo dai capelli canuti, quindi con la saggezza della vecchiaia, che gli insegnò “l’etrusca disciplina”, la religione etrusca, per poi scomparire. Il bambino epilettico corrisponderebbe al saggio Tagete, che per sua natura conosce gli dei e i loro segreti. La leggenda avvalora Tarquinia nel ruolo di madre della religione etrusca e nodo di contatto tra la cultura autoctona e la cultura orientale.

La valle del Marta

Percorso tutto il Piano di Civita e raggiunto lo strapiombo finale, lo sguardo spazia sul Mar Tirreno e l’Argentario, sulla foce del Marta, sul colle dei Monterozzi e sul profilo urbano di Tarquinia. Davanti a noi si stende la valle percorsa dal fiume Marta, che nasce come emissario del lago di Bolsena e attraversa la Tuscia sfiorando Tuscania, Monte Romano e Tarquinia, per poi sfociare in mare al Lido di Tarquinia.

Un’arcata dell’acquedotto settecentesco

(Ho visitato la Civita di Tarquinia il 27 novembre 2017)

Tuscia. L’abitato rupestre di Castel di Salce

Un intero villaggio scavato e occultato nelle rughe del tufo. Decine di grotte dove una comunità umana viveva e lavorava. Un castello diruto e una solitaria torre di avvistamento. Tutto questo è Castel di Salce, sconosciuto borgo rupestre della Tuscia viterbese.

L’accesso è accanto al cartello del km 6 sulla strada che collega Vetralla a Tuscania, in perfetta corrispondenza dell’uscita per Tuscania dalla superstrada Orte-Viterbo-Civitavecchia. La torre di Salce è già ben visibile. Un cancello verde si apre sulla strada sterrata che percorre a saliscendi il Piano del Gentile e i campi di un’azienda agricola, tra coltivi curati e dimore rurali fatiscenti. Superato un vigneto si svolta a sinistra ad angolo retto e si raggiunge la torre di Salce.

La torre

La torre ha forma quadrata ed è sostenuta da blocchi di nenfro e di tufo. Una porta ad arco introduce in un piccolo ambiente con la volta a botte. Il secondo piano si è conservato solo in parte: se ne può osservare una finestra architravata e la pittoresca vegetazione che vi è cresciuta spontaneamente sulla sommità.

La Torre di Salce

Le rovine del Castello

Siamo su una lingua di tufo a 180 metri di quota che si allunga a nord in un’ansa del sottostante Fosso Rigomero. Le pareti scoscese della rupe, alte sul fosso, costituivano una sicura difesa naturale del sito. Osservando con attenzione i dintorni si riconoscono un tratto integro delle mura dell’antico castello fortificato e i fossati artificiali che lo proteggevano nel suo versante meridionale.

Le mura dirute del castello

Difese vane, a dir la verità, se è vero che il castello fu devastato più volte (o meglio, ‘scarcato’, come riferiscono le antiche cronache medievali) durante le scaramucce tra le truppe delle opposte fazioni.

L’insediamento rupestre

Accanto alle architetture ‘costruite’ convivono le architetture ‘per sottrazione’, quelle ottenute scavando le tenere pareti di tufo. Il pianoro ospita, nascoste nelle incisioni del terreno o occultate nelle pareti del fosso, alcune decine di grotte, suddivise in tre nuclei.

L’ingresso di un antro rupestre

Esse sono state scavate per finalità diverse. Erano magari solo delle tombe nel periodo etrusco e romano. Ma è soprattutto nel medioevo che l’insediamento rupestre viene pianificato e ampliato per ospitarvi famiglie e per gestire l’allevamento degli animali, la produzione agricola e alimentare, le attività artigiane e di trasformazione.

L’interno di una cavità

Il complesso occidentale

Il primo complesso di grotte è quello occidentale. Dalla torre, dirigendosi a ovest, si trova subito una trincea, percorsa da un sentiero scavato al centro, che scende progressivamente verso il vallone: le cavità aperte sulle due pareti di tufo sono numerose ma spesso interrate o crollate.

La trincea occidentale

L’ultima grotta è tuttavia di buon interesse: molto ampia, è accessibile da una porta dotata di scalini e da un secondo ingresso in parte crollato; ben due pilastri interni, risparmiati nello scavo, sostengono l’esile volta; è dotata di finestra, di fori nel muro per lo sfogo dei fumi, di una nicchietta sul pilastro per la lanterna e di fori nelle pareti per il sostegno delle brancate.

La grotta con doppio pilastro di sostegno

Il complesso settentrionale

Il sistema rupestre più ampio è quello che fascia sui due lati e su diversi livelli il promontorio roccioso proteso a nord verso l’ansa del Fosso Rigomero. Le grotte sono più di venti e si presentano in una certa varietà tipologica.

Grotta con porta e finestra

Troviamo cavità piccole, dove è possibile transitare solo curvi, affiancate a sale quadrangolari munite di porta, finestra e focolare, con pavimento e soffitto regolari e ben livellati; troviamo inoltre vani più ampi, sorretti da pilastri centrali o suddivisi in moduli da pareti di tufo appositamente risparmiate nello scavo. Ma colpisce soprattutto la presenza di autentiche suite trogloditiche, complessi multivano, aperti sulla ‘strada’ e con le stanze comunicanti tra loro tramite archi e varchi; i vani in cui si articolano questi ‘appartamenti’ hanno ciascuno una vocazione funzionale: l’alcova, il soggiorno con il focolare per la cucina, il locale per la caseificazione, la stalla, il pollaio e il deposito delle provviste.

Grotta multivano con pareti divisorie

Il complesso orientale

Vi è poi il terzo gruppo di grotte, già visibile sulla destra dallo stradello di accesso alla torre di Salce. Sono scavate all’interno di due pareti di tufo affrontate e si affacciano ciascuna su una propria strada di servizio.

Le grotte orientali

Il largo fossato intermedio è occupato al centro da un banco di tufo in rilievo, che mostra segni di scavo di strutture di servizio (pestarole, cisterne) e di altre cavità incompiute o crollate. Possiamo definire queste grotte come i ‘portici’ di Salce, non privi di qualche elemento di eleganza nel design. Le grotte costituiscono infatti un sistema porticato a sviluppo continuo, privo di suddivisioni interne.

La struttura porticata

In realtà, più che alla ricreazione e al passeggio pomeridiano, questi portici erano meno nobilmente destinati ad accogliere le scuderie del castello e le stalle sociali.

Un interno

I particolari

Una rassegna di particolari presenti nelle cavità, come quella che segue, riesce forse a dare un’idea più precisa di come si vivesse in grotta. Non sappiamo se queste permanenze fossero stabili o solo temporanee e si limitassero quindi alla sola stagione dei lavori agricoli. Certamente va riconosciuta la capacità di adattamento al contesto e l’ingegnosità di alcune soluzioni.

Una pestarola per la spremitura

Il vano caldaia per la lavorazione del latte

L’anello per legare gli animali da lavoro

Il sistema di drenaggio delle acque e dei liquami

La mangiatoia

La canna del camino

(Ho visitato Castel di Salce il 22 marzo 2017)

Il sito di Salce visto dall’alto

Tuscia rupestre. I sentieri di Blera

Un’isola di tufo circondata da un mare di verde. Così è Blera, borgo della Tuscia rupestre, dove storia, architettura e natura si fondono in modo armonioso. La natura mostra il doppio volto della giungla selvaggia dei fossi e degli ordinati coltivi dei pianori. Le architetture raccontano una storia lunghissima, segnata dalla presenza etrusca, dall’espansione romana lungo la via Clodia, dagli evangelizzatori cristiani, dal passaggio di Goti, Bizantini e Longobardi, dalle signorie delle famiglie nobili medievali, fino alle addizioni urbanistiche dell’età moderna e contemporanea. Ma il fascino di Blera, l’attrattore turistico, è comunque il suo stigma rupestre. La civiltà rupestre si manifesta nelle forme più disparate: le grotte sui declivi delle piagge, le tagliate nel tufo e le vie cave, le tombe etrusche (a dado, a casetta, a camera), i loculi e gli arcosoli incisi nelle pareti, i tumuli circolari, le nicchiette delle colombaie, fino alle edicolette votive delle ‘madonnelle scacciadiavoli’. Blera merita una visita prolungata. I turisti e gli escursionisti saranno agevolati dalle mappe e dalle descrizioni dei Sentieri per Blera.

I sentieri di Blera

Sulla Via Clodia

La Via Clodia in trincea all’altezza del Petrolo

L’antica Via Clodia è ancora ben visibile e percorribile. È l’asse stradale dal quale si dipartono i diversi percorsi per le necropoli e i dintorni. Entra a Blera da sud scavalcando il torrente Biedano con un ponte a tre archi (il Ponte del Diavolo) e ne esce a nord con un secondo ponte sul Fosso Ricanale (o Rio Canale). Si poteva scegliere il percorso urbano che traversava interamente il centro abitato oppure seguire la più rapida ‘tangenziale’ tra l’abitato e il fosso del Biedano.

La Via Clodia al Ponte della Rocca

La via risale al terzo secolo avanti Cristo e fu costruita dopo la conquista romana da un magistrato della gens Claudia. Lasciava la Cassia all’altezza della Storta e si dirigeva verso il lago di Bracciano, toccando poi Manziana, Oriolo, Veiano e Barbarano. Dopo Blera, proseguiva per Grotta Porcina, Norchia e Tuscania. Da qui per terra incognita si dirigeva a Saturnia e piegava verso l’Aurelia che raggiungeva a Cosa, nei pressi di Orbetello.

La Via Clodia nel territorio di Blera

Gli orti e le rovine del Petrolo

Pannello informativo

Il Petrolo è il cuneo di tufo che prolunga a nord l’abitato di Blera e che s’insinua alto tra i due fossi del Biedano e del Ricanale (o Rio Canale) fino alla loro confluenza. Fu abitato già in antico ma fu distrutto dai Longobardi di re Desiderio nel 772. Gli abitanti decisero allora di non ricostruire gli edifici distrutti e di utilizzarli come riserva di pietre da costruzione (da cui il nome Petrolo). I conci squadrati delle rovine del Petrolo servirono a edificare le case del nuovo borgo medievale.

Tomba ad arcosolio sul Petrolo

Oggi una tranquilla sterrata che inizia alla Porta Marina lo percorre interamente, affacciandosi su orti, vigneti e oliveti. Le vecchie pietre, i muri a secco, l’antico acquedotto, le tombe rupestri ci fanno compagnia fino al belvedere, il balcone panoramico che si affaccia sulla valle del Biedano. Un sentierino nel bosco scende sulla via Clodia, all’altezza della tagliata nel tufo che precede il ponte della Rocca.

La tagliata della via Clodia alla base del Petrolo

La necropoli di Pian del Vescovo

La necropoli di Pian del Vescovo

Dopo il Ponte della Rocca ecco il suggestivo colpo d’occhio sulla necropoli di Pian del Vescovo. Una città dei morti, quasi un quartiere urbano, che si arrampica sulla rupe. In basso le tombe a dado, con le porte aperte sulle camere sepolcrali, sui letti di deposizione e sui soffitti a spiovente con la finta trave centrale, riproducono le architetture domestiche.

Una tomba a dado

Percorrendo i corridoi e salendo le gradinate che portavano alle terrazze dove si celebrava il ‘refrigerio’, si trovano le tombe a camera rasate e le tombe a fossa. Più in alto sono i tumuli e gli ‘occhi’ delle nicchie di sepoltura in parete.

L’interno della tomba a dado

Il Pian Gagliardo

La via tagliata nel tufo

Una passeggiata ad anello vale a farci un’idea del tipico paesaggio vulcanico della Tuscia rupestre, dove ampi pianori coltivati si alternano alle incisioni dei fossi rivestiti di vegetazione selvaggia e di tesori archeologici. Dal Ponte della Rocca, lasciandosi alle spalle i fossi e la necropoli sulla sinistra, si risale la Via Clodia in direzione nord. Si percorre in salita la bella tagliata nel tufo, affiancata da tombe e da un’edicoletta votiva.

Il Pian Gagliardo

Raggiunta la sommità, si svolta a sinistra sulla strada bianca che attraversa il Pian del Vescovo e il Pian Gagliardo. Su terreno aperto si alternano coltivi, boschetti, piccoli allevamenti e aziende agricole. Più avanti una nuova sterrata sulla sinistra riscende verso il Biedano e ne percorre la riva destra tornando al Ponte della Rocca.

Le cavità rupestri medievali e moderne

Abitazione rupestre

Il tufo è una roccia tenera che può essere facilmente incisa anche con attrezzi di scavo non particolarmente sofisticati. L’uso delle grotte non si è storicamente fermato agli ipogei etruschi e romani, ma è proseguito nei secoli fino ai tempi moderni. L’architettura ‘costruita’ di Blera è stata sempre affiancata dall’architettura ‘per sottrazione’. Le abitazione in paese avevano le loro appendici nelle cavità scavate lungo i pendii delle Piagge. Cessati gli usi funerari, le tombe etrusche sono state rimodellate e utilizzate per nuove finalità. Altre cavità sono state scavate ex-novo. I vani interni sono stati chiusi e protetti da porte di legno, cancelli di metallo, tettoie e grondaie.

Riparo per animali

Tutte sono state variamente utilizzate come depositi per gli attrezzi agricoli, cantine per la conservazione del vino e dell’olio, piccoli laboratori artigiani, magazzini domestici, stalle per gli animali domestici, colombaie e pollai per animali di piccola taglia. In qualche caso le grotte più grandi, quelle a due vani con pilastri interni, sono state utilizzate anche come abitazioni temporanee.

Laboratorio alle Piagge

La valle del Biedano

Il Ponte del Diavolo

Una passeggiata di grande interesse ci porta a visitare un nucleo di siti rupestri situati sui declivi al di là del torrente Biedano. Si scende lungo la Via Clodia sotto il moderno viadotto stradale e si scavalca il fosso sul caratteristico ponte del Diavolo, a schiena d’asino su tre arcate. Risalendo il pendio si raggiungono la fontana e la grotta di San Senzia, abitata nel quinto secolo da un santo eremita.

La grotta e la fonte di San Senzia

Proseguendo verso il moderno ponte in cemento armato e utilizzando un breve tratto di strada provinciale ci s’innesta a destra in una suggestiva strada etrusca tagliata nel tufo detta Cava Buia.

La Cava Buia

Nella sua parte bassa si osserva la necropoli della Lega, con i suoi cunicoli, le tombe a camera di età arcaica e una tomba a tumulo. Allo sbocco della via cava, un sentiero segnalato raggiunge un monumentale colombario, non facilmente accessibile. Nei pressi dell’area di sosta della Fontanella si conservano resti di età medioevale: la chiesetta, il ponte e la Torretta che domina il quadrivio.

Il Colombario

Attraversato il ponte, per i ripidi tornanti delle Piagge di Sopra, si risale a Blera. La passeggiata può essere prolungata sia a monte che a valle del Biedano. Nel primo caso si percorre la lunga gola del fiume che collega Blera a Barbarano e al parco Marturanum. Nel secondo caso si raggiungono la chiesa campestre della Madonna della Selva e il piano di Santa Barbara.

Le necropoli orientali

La tomba a dado della necropoli della Casetta

Le rupi che sovrastano il torrente Ricanale a oriente di Blera ospitano altre necropoli note con i nomi di Terrone, Grotta Penta e Casetta. Esse sono meta di una passeggiata che dal centro di Brera scende ripidamente su una stradina cementata fino al depuratore comunale e prosegue verso i costoni e i pianori prospicienti, disseminati di tombe etrusche rupestri e di tumuli circolari e a fossa. Limitandosi al percorso principale lungo il torrente, si visitano le tombe a dado e il grande tumulo circolare della parte bassa del Terrone.

Il mausoleo romano

Il fascino della zona invita a risalire il tortuoso sentiero che porta alla sommità del colle del Terrone. Qui si va alla scoperta di un nuovo tumulo circolare, di un colombario, della parte alta della necropoli con una serie di tombe allineate in parete e, più avanti, di un mausoleo di epoca romana. Conviene comunque concludere la visita con il complesso di Grotta Penta dove sono una magnifica tomba a dado con gradinata laterale e due tombe dipinte.

L’interno della Grotta Pinta

(Percorsi effettuati nel novembre 2017)

Tuscia. Il villaggio rupestre di San Lorenzo a Vignanello

Il sito delle grotte di San Lorenzo non è tra i più celebrati della Tuscia. Anzi, per la verità, è praticamente sconosciuto. Ignoto persino agli arboricoltori del luogo che curano con passione e impegno i noccioleti e gli oliveti dei dintorni. Tuttavia i ricercatori che lo hanno studiato definiscono questo villaggio rupestre come una “laura”, ovvero un piccolo insediamento monastico organizzato sul lavoro agricolo, una realtà autosufficiente, con disponibilità di acqua, prossima alle vie di comunicazione e tuttavia mimetizzata sulla parete di una valletta. Un nucleo abitato che comprende la necropoli, i depositi di derrate, gli ambienti residenziali domestici, la cappella, le stalle e gli ambienti rustici per il lavoro dei prodotti dei campi. Se aggiungete la presenza di affreschi, trovate più di un motivo per organizzare un’interessante passeggiata di archeologia medievale.

Passaggio in grotta

Il punto di partenza della visita è l’incrocio al km 5,7 della strada provinciale n. 26 “Vignanellese” che collega Fabrica di Roma e Vignanello, a pochi metri dall’ingresso di una centrale elettrica. A piedi, o anche in auto, si lascia la provinciale e si segue la stradina in direzione ovest (destra, per chi proviene da Vignanello; sinistra, per chi proviene da Fabrica). Dopo 450 metri si tocca una casa diroccata con un oculo in alto; si prosegue sulla sterrata per altri 150 metri, lungo il bordo del Fosso Fontana la Goccia, giungendo in vista di una casa rurale bianca con le porte verdi. Pochi metri prima di questa, un sentierino scende brevemente a sinistra, lungo la scarpata del fosso, e raggiunge un terrazzino erboso.

Le grotte di San Lorenzo

Siamo sulla parete settentrionale del fosso, esposta a meridione. La quota è di 362 metri. Qui troviamo la prima serie di grotte, scavate nella parete di tufo. Le grotte denunciano un utilizzo ancora recente e sono spesso ingombre di materiale. Una ha una mangiatoia scavata nel vano laterale.

Grotta con l’ingresso parzialmente tamponato

Una seconda, con l’ingresso tamponato da blocchetti di tufo, conserva ancora la porta di legno e ospita un piccolo forno in parete. Nell’intervallo tra due grotte troviamo una vasca scavata nella parete, utilizzata come lavatoio o abbeveratoio.

Vasca scavata nel tufo

Possiamo ipotizzare che questo primo nucleo di grotte costituisse una piccola fattoria rupestre a servizio dell’agricoltura e dell’allevamento di animali.

Il sentiero di collegamento

Un sentiero, recentemente sistemato e provvidenzialmente assicurato con una corda fissa, scende lungo la ripida scarpata sottostante e consente di entrare con l’aiuto di alcuni gradini in un lungo sotterraneo: un corridoio collega una successione di vani, divisi da sottili pareti di tufo, ciascuno dotato di un’ampia finestra o una porta aperta sul fosso.

L’ingresso gradinato

Il vano d’ingresso è collegato da una scala a un locale sotterraneo. Il vano successivo ha nel fondo due crogioli con una canaletta di spurgo sul pavimento. I locali che seguono mostrano i segni di geometrici recinti interni dello stabulario e un sistema di canalette di drenaggio dei liquami.

Le stalle

Abbondano le attaccaglie sui muri separatori, i fori predisposti per ospitare i pali orizzontali e i recinti divisori interni, le mangiatoie, le piccole nicchie sulle colonne di sostegno della volta e sui muri divisori. Si può ipotizzare che questo lungo sotterraneo fosse adibito a stalla e che fosse dotato di un deposito di fieno e biade e di un laboratorio artigiano.

La piazzetta

Il sentiero in discesa sfocia ora su una piazzetta sulla quale si aprono ad arco quattro cavità di diversa profondità. Un convicinio o un claustro rupestre, con locali residenziali, uno spazio comune e i servizi privati (nicchie, armadi a muro, panche, silos, cisterne, alcove). Si può ipotizzare che questo fosse il piccolo cenobio, con le celle disposte intorno al ‘chiostro’.

Volto aureolato

Il locale successivo è il più sorprendente, considerando la natura trogloditica e selvaggia del contesto. Sulle pareti affiorano nella penombra i resti di antichi affreschi. Un bel viso di santo con l’aureola dorata. Maria col bambino benedicente in grembo tra due angeli. E sulla parete di fianco l’intonaco steso sulla roccia con tracce di un altro dipinto. Siamo nel Sacro Speco dell’insediamento rupestre, il luogo della preghiera e della meditazione.

Il forno

Progredendo nella discesa, tra altri ambienti residenziali, troviamo un sito che doveva essere il forno della comunità. Saliti alcuni gradini, si trova infatti un ambiente semicircolare con l’intaglio che ospitava il ripiano per la lavorazione e la cottura, la stufa rupestre con il foro di eliminazione del fumo, la cella circolare foderata di malta.

I loculi del piccolo cimitero

Giunti sul fondo del fosso, a quota 332 metri, troviamo il piccolo cimitero rupestre, con una decina di loculi scavati orizzontalmente nel banco. Altre grotte, probabilmente ampliate e regolarizzate in tempi più recenti, sono utilizzate come deposito e ripostiglio. Accanto al rio che scorreva sul fondo, si trovano altri percorsi sterrati che risalgono longitudinalmente la valletta.

Il Fosso Fontana La Goccia e l’ambiente dell’escursione

(L’escursione è stata effettuata il 7 aprile 2017)

Tuscia. L’eremo rupestre di San Leonardo

Una testuggine che copre col suo guscio di tenera roccia un sacro speco intrecciato a più domestiche cavità. Un’aula ecclesiale scoperchiata, aperta a oriente, sulla prua di un promontorio roccioso incuneato tra due fossi. L’eremo rupestre di San Leonardo è il frutto dell’ora et labora di una piccola comunità di abili cavatori di tufo, sapienti interior designers, integratori delle forme economiche elementari, amanti dell’umbratilis vita dei boschi.

Siamo sul cratere del vulcano di Vico, tra i monti Cimini. La vista spazia a occidente sulla caldera vulcanica che ospita le acque del lago di Vico e una delle più belle riserve naturali del Lazio; a oriente il grande spazio della valle del Tevere, con le sue forre, i calanchi e i borghi della Tuscia rupestre. Dai monasteri di valle forse salivano quassù nuclei di monaci desiderosi di vivere periodi di vita solitaria e di ascesi a contatto con la natura del bosco.

L’eremo rupestre di San Leonardo

San Leonardo è nel territorio comunale di Vallerano. Diverse sono le strade rurali che salgono al poggio dal capoluogo, da Carbognano, dal santuario del Crocifisso e dai paesi del cratere. Una passeggiata a piedi può comunque iniziare direttamente dalla strada provinciale n. 1 “Cimina”. All’altezza del km 12,7 una breve deviazione conduce alla località di Poggio San Vito (quota 800) e a un trivio. Qui si parcheggia. A piedi si va in discesa sulla sterrata di destra (sud-est) che transita davanti ad alcune case ed entra nel bosco. Dopo circa un km, la carrareccia termina a T su una seconda sterrata; qui si va a sinistra (nord) in una zona di taglio del bosco. Cinquecento metri più avanti troviamo sulla destra la diramazione ci porta a San Leonardo; la stradina su fondo di cemento percorre in discesa per circa un km la cresta del colle, traversando un ampio castagneto e termina all’eremo. A piedi avremo impiegato circa quaranta minuti con un dislivello in discesa di 200 metri.

L’interno

Il complesso rupestre si articola su tre livelli sovrapposti.

Il livello più alto è all’aperto e consiste nella calotta sommitale tondeggiante che prosegue in modo sfalsato nell’aula della chiesa scavata nella roccia.

La calotta di roccia

La calotta presenta alcune cavità superficiali e delle canaline incise per il drenaggio dell’acqua piovana.

La chiesa

Alcuni gradini intagliati nella pietra scendono all’abside posteriore della chiesa. Accessibile anche dall’ingresso anteriore, la chiesa ha la navata unica protetta da due pareti di roccia e l’abside perfettamente curva, intagliata con cura nel banco roccioso della calotta. Cubi di pietra (forse un’iconostasi) e un gradino separano l’aula ecclesiale dal presbiterio. Nel naos è scavata una tomba rupestre di forma rettangolare che aveva un tempo una pietra di copertura. Una scalinata scende ai locali sottostanti.

L’ingresso

L’ingresso principale alla zona residenziale, che costituisce la parte più cospicua dell’insediamento rupestre, è sul versante meridionale. Due ampie stanze, separate da una parete di tufo risparmiata nello scavo, danno accesso mediante scalini agli altri vani distribuiti a raggiera sotto roccia.

Passaggio esterno

Visto dall’esterno l’insieme è molto pittoresco per il contrasto di colori tra la roccia e il bosco e per la presenza di ampi finestroni. Percorrendone l’interno si resta colpiti dalla qualità dello scavo: l’arco a tutto sesto, la cisterna circolare, il lucernario, le nicchie sulle pareti, il piccolo silos, le decorazioni della volta, il forno, la finestra trapezoidale, la cura nel taglio delle pareti, i passaggi gradinati sono i particolari più evidenti.

L’ingresso del vano inferiore

Un terzo livello, il più basso, è accessibile tramite un sentierino. La porta è architravata e si apre su un interno suddiviso in due da una sporgenza squadrata. Si trattava forse della stalla.

Le nicchie scavate all’interno

Sono in corso lavori di scavo a cura della cattedra di Archeologia medievale dell’Università della Tuscia e del gruppo archeologico di Vallerano. Il sito si presenta come un piacevole scrigno rupestre, splendidamente incastonato nel paesaggio. Disturbano soltanto alcune scritte vandaliche e qualche accenno di discarica. Un’elementare prudenza nei movimenti è richiesta per la prossimità delle pareti scoscese della rupe e delle aperture non protette.

Il lato meridionale

Il ritorno può effettuarsi sul percorso dell’andata. In alternativa, risalita la strada cementata, si può seguire la strada di destra, tenendosi a sinistra ai bivi e chiudendo così l’anello al Poggio di San Vito. In questo caso, la relativa maggiore lunghezza del percorso fa prevede circa un’ora di cammino.

Il livello superiore

Normal
0

14

false
false
false

IT
JA
X-NONE

/* Style Definitions */
table.MsoNormalTable
{mso-style-name:”Tabella normale”;
mso-tstyle-rowband-size:0;
mso-tstyle-colband-size:0;
mso-style-noshow:yes;
mso-style-priority:99;
mso-style-parent:””;
mso-padding-alt:0cm 5.4pt 0cm 5.4pt;
mso-para-margin:0cm;
mso-para-margin-bottom:.0001pt;
mso-pagination:widow-orphan;
font-size:12.0pt;
font-family:Cambria;
mso-ascii-font-family:Cambria;
mso-ascii-theme-font:minor-latin;
mso-hansi-font-family:Cambria;
mso-hansi-theme-font:minor-latin;}

(Escursione effettuata il 7 aprile 2017)