Tuscia. Il villaggio rupestre di San Lorenzo a Vignanello

Il sito delle grotte di San Lorenzo non è tra i più celebrati della Tuscia. Anzi, per la verità, è praticamente sconosciuto. Ignoto persino agli arboricoltori del luogo che curano con passione e impegno i noccioleti e gli oliveti dei dintorni. Tuttavia i ricercatori che lo hanno studiato definiscono questo villaggio rupestre come una “laura”, ovvero un piccolo insediamento monastico organizzato sul lavoro agricolo, una realtà autosufficiente, con disponibilità di acqua, prossima alle vie di comunicazione e tuttavia mimetizzata sulla parete di una valletta. Un nucleo abitato che comprende la necropoli, i depositi di derrate, gli ambienti residenziali domestici, la cappella, le stalle e gli ambienti rustici per il lavoro dei prodotti dei campi. Se aggiungete la presenza di affreschi, trovate più di un motivo per organizzare un’interessante passeggiata di archeologia medievale.

Passaggio in grotta

Il punto di partenza della visita è l’incrocio al km 5,7 della strada provinciale n. 26 “Vignanellese” che collega Fabrica di Roma e Vignanello, a pochi metri dall’ingresso di una centrale elettrica. A piedi, o anche in auto, si lascia la provinciale e si segue la stradina in direzione ovest (destra, per chi proviene da Vignanello; sinistra, per chi proviene da Fabrica). Dopo 450 metri si tocca una casa diroccata con un oculo in alto; si prosegue sulla sterrata per altri 150 metri, lungo il bordo del Fosso Fontana la Goccia, giungendo in vista di una casa rurale bianca con le porte verdi. Pochi metri prima di questa, un sentierino scende brevemente a sinistra, lungo la scarpata del fosso, e raggiunge un terrazzino erboso.

Le grotte di San Lorenzo

Siamo sulla parete settentrionale del fosso, esposta a meridione. La quota è di 362 metri. Qui troviamo la prima serie di grotte, scavate nella parete di tufo. Le grotte denunciano un utilizzo ancora recente e sono spesso ingombre di materiale. Una ha una mangiatoia scavata nel vano laterale.

Grotta con l’ingresso parzialmente tamponato

Una seconda, con l’ingresso tamponato da blocchetti di tufo, conserva ancora la porta di legno e ospita un piccolo forno in parete. Nell’intervallo tra due grotte troviamo una vasca scavata nella parete, utilizzata come lavatoio o abbeveratoio.

Vasca scavata nel tufo

Possiamo ipotizzare che questo primo nucleo di grotte costituisse una piccola fattoria rupestre a servizio dell’agricoltura e dell’allevamento di animali.

Il sentiero di collegamento

Un sentiero, recentemente sistemato e provvidenzialmente assicurato con una corda fissa, scende lungo la ripida scarpata sottostante e consente di entrare con l’aiuto di alcuni gradini in un lungo sotterraneo: un corridoio collega una successione di vani, divisi da sottili pareti di tufo, ciascuno dotato di un’ampia finestra o una porta aperta sul fosso.

L’ingresso gradinato

Il vano d’ingresso è collegato da una scala a un locale sotterraneo. Il vano successivo ha nel fondo due crogioli con una canaletta di spurgo sul pavimento. I locali che seguono mostrano i segni di geometrici recinti interni dello stabulario e un sistema di canalette di drenaggio dei liquami.

Le stalle

Abbondano le attaccaglie sui muri separatori, i fori predisposti per ospitare i pali orizzontali e i recinti divisori interni, le mangiatoie, le piccole nicchie sulle colonne di sostegno della volta e sui muri divisori. Si può ipotizzare che questo lungo sotterraneo fosse adibito a stalla e che fosse dotato di un deposito di fieno e biade e di un laboratorio artigiano.

La piazzetta

Il sentiero in discesa sfocia ora su una piazzetta sulla quale si aprono ad arco quattro cavità di diversa profondità. Un convicinio o un claustro rupestre, con locali residenziali, uno spazio comune e i servizi privati (nicchie, armadi a muro, panche, silos, cisterne, alcove). Si può ipotizzare che questo fosse il piccolo cenobio, con le celle disposte intorno al ‘chiostro’.

Volto aureolato

Il locale successivo è il più sorprendente, considerando la natura trogloditica e selvaggia del contesto. Sulle pareti affiorano nella penombra i resti di antichi affreschi. Un bel viso di santo con l’aureola dorata. Maria col bambino benedicente in grembo tra due angeli. E sulla parete di fianco l’intonaco steso sulla roccia con tracce di un altro dipinto. Siamo nel Sacro Speco dell’insediamento rupestre, il luogo della preghiera e della meditazione.

Il forno

Progredendo nella discesa, tra altri ambienti residenziali, troviamo un sito che doveva essere il forno della comunità. Saliti alcuni gradini, si trova infatti un ambiente semicircolare con l’intaglio che ospitava il ripiano per la lavorazione e la cottura, la stufa rupestre con il foro di eliminazione del fumo, la cella circolare foderata di malta.

I loculi del piccolo cimitero

Giunti sul fondo del fosso, a quota 332 metri, troviamo il piccolo cimitero rupestre, con una decina di loculi scavati orizzontalmente nel banco. Altre grotte, probabilmente ampliate e regolarizzate in tempi più recenti, sono utilizzate come deposito e ripostiglio. Accanto al rio che scorreva sul fondo, si trovano altri percorsi sterrati che risalgono longitudinalmente la valletta.

Il Fosso Fontana La Goccia e l’ambiente dell’escursione

(L’escursione è stata effettuata il 7 aprile 2017)

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Tuscia. L’eremo rupestre di San Leonardo

Una testuggine che copre col suo guscio di tenera roccia un sacro speco intrecciato a più domestiche cavità. Un’aula ecclesiale scoperchiata, aperta a oriente, sulla prua di un promontorio roccioso incuneato tra due fossi. L’eremo rupestre di San Leonardo è il frutto dell’ora et labora di una piccola comunità di abili cavatori di tufo, sapienti interior designers, integratori delle forme economiche elementari, amanti dell’umbratilis vita dei boschi.

Siamo sul cratere del vulcano di Vico, tra i monti Cimini. La vista spazia a occidente sulla caldera vulcanica che ospita le acque del lago di Vico e una delle più belle riserve naturali del Lazio; a oriente il grande spazio della valle del Tevere, con le sue forre, i calanchi e i borghi della Tuscia rupestre. Dai monasteri di valle forse salivano quassù nuclei di monaci desiderosi di vivere periodi di vita solitaria e di ascesi a contatto con la natura del bosco.

L’eremo rupestre di San Leonardo

San Leonardo è nel territorio comunale di Vallerano. Diverse sono le strade rurali che salgono al poggio dal capoluogo, da Carbognano, dal santuario del Crocifisso e dai paesi del cratere. Una passeggiata a piedi può comunque iniziare direttamente dalla strada provinciale n. 1 “Cimina”. All’altezza del km 12,7 una breve deviazione conduce alla località di Poggio San Vito (quota 800) e a un trivio. Qui si parcheggia. A piedi si va in discesa sulla sterrata di destra (sud-est) che transita davanti ad alcune case ed entra nel bosco. Dopo circa un km, la carrareccia termina a T su una seconda sterrata; qui si va a sinistra (nord) in una zona di taglio del bosco. Cinquecento metri più avanti troviamo sulla destra la diramazione ci porta a San Leonardo; la stradina su fondo di cemento percorre in discesa per circa un km la cresta del colle, traversando un ampio castagneto e termina all’eremo. A piedi avremo impiegato circa quaranta minuti con un dislivello in discesa di 200 metri.

L’interno

Il complesso rupestre si articola su tre livelli sovrapposti.

Il livello più alto è all’aperto e consiste nella calotta sommitale tondeggiante che prosegue in modo sfalsato nell’aula della chiesa scavata nella roccia.

La calotta di roccia

La calotta presenta alcune cavità superficiali e delle canaline incise per il drenaggio dell’acqua piovana.

La chiesa

Alcuni gradini intagliati nella pietra scendono all’abside posteriore della chiesa. Accessibile anche dall’ingresso anteriore, la chiesa ha la navata unica protetta da due pareti di roccia e l’abside perfettamente curva, intagliata con cura nel banco roccioso della calotta. Cubi di pietra (forse un’iconostasi) e un gradino separano l’aula ecclesiale dal presbiterio. Nel naos è scavata una tomba rupestre di forma rettangolare che aveva un tempo una pietra di copertura. Una scalinata scende ai locali sottostanti.

L’ingresso

L’ingresso principale alla zona residenziale, che costituisce la parte più cospicua dell’insediamento rupestre, è sul versante meridionale. Due ampie stanze, separate da una parete di tufo risparmiata nello scavo, danno accesso mediante scalini agli altri vani distribuiti a raggiera sotto roccia.

Passaggio esterno

Visto dall’esterno l’insieme è molto pittoresco per il contrasto di colori tra la roccia e il bosco e per la presenza di ampi finestroni. Percorrendone l’interno si resta colpiti dalla qualità dello scavo: l’arco a tutto sesto, la cisterna circolare, il lucernario, le nicchie sulle pareti, il piccolo silos, le decorazioni della volta, il forno, la finestra trapezoidale, la cura nel taglio delle pareti, i passaggi gradinati sono i particolari più evidenti.

L’ingresso del vano inferiore

Un terzo livello, il più basso, è accessibile tramite un sentierino. La porta è architravata e si apre su un interno suddiviso in due da una sporgenza squadrata. Si trattava forse della stalla.

Le nicchie scavate all’interno

Sono in corso lavori di scavo a cura della cattedra di Archeologia medievale dell’Università della Tuscia e del gruppo archeologico di Vallerano. Il sito si presenta come un piacevole scrigno rupestre, splendidamente incastonato nel paesaggio. Disturbano soltanto alcune scritte vandaliche e qualche accenno di discarica. Un’elementare prudenza nei movimenti è richiesta per la prossimità delle pareti scoscese della rupe e delle aperture non protette.

Il lato meridionale

Il ritorno può effettuarsi sul percorso dell’andata. In alternativa, risalita la strada cementata, si può seguire la strada di destra, tenendosi a sinistra ai bivi e chiudendo così l’anello al Poggio di San Vito. In questo caso, la relativa maggiore lunghezza del percorso fa prevede circa un’ora di cammino.

Il livello superiore

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(Escursione effettuata il 7 aprile 2017)

Tuscia. Il villaggio medievale rupestre di Castel Campanile

Castel Campanile. Un promontorio di tufo che affiora e si allunga tra due fossi. Le rovine di un insospettato borgo medievale – le mura, la rocca, la chiesa, le case – insediato su uno zoccolo rupestre rosicchiato da grotte e vie cave. I campi di una vasta tenuta agricola, dove sciamano greggi di pecore, tranquilli bovini ed equini curiosi. Il paesaggio ancestrale della Campagna romana, nell’antico territorio cerite del Patrimonium Sancti Petri e della prima Tuscia suburbicaria.

Il rilievo di Castel Campanile

L’esplorazione di Castel Campanile inizia al Casale del Castellaccio, un accogliente e goloso agriturismo, con le sue festose tavolate e i prodotti biologici in vetrina. Vi arriva in 5,5 km la Via di Castel Campanile che lascia la Statale Aurelia al suo km 30, all’altezza di Palidoro. Parcheggiata l’auto, è corretto segnalare la propria presenza e chiedere il consenso alla visita del borgo a Claudio Lauteri, il proprietario della tenuta, un imprenditore impegnato nella tutela e nella valorizzazione dell’insediamento antico. Scendiamo su una stradina bianca tra i campi al Fosso del Castellaccio, dov’è un fontanile. Scavalcati due cancelli, risaliamo fino alla base della rupe.

La punta meridionale della rupe

Per avere un’idea completa del sito conviene compierne prima il periplo lungo la strada rurale che fiancheggia il lato orientale, aggira la punta meridionale della rupe e s’inoltra nella valletta occidentale percorsa dal Fosso del Tavolato. Si coglie così la diversità dei due versanti, più spoglio e solare il primo, più umido e protetto da una fitta macchia boscosa il secondo. In successione si visita l’insediamento percorrendone il largo sentiero sommitale. Frequenti tagliate nel tufo e sentieri di arroccamento consentono di salire e scendere dalla rupe, ripetendo così il tragitto degli antichi abitanti che dalle abitazioni in alto scendevano alle stalle in grotta, ai laboratori rupestri e agli ipogei di servizio al lavoro agricolo, situati sul fianco della rupe, accanto ai corsi d’acqua.

La torre della porta meridionale

L’ingresso al borgo avveniva tramite la porta sud. Un tempo era una porta ad arco fiancheggiata da due torri. Oggi resta visibile un’imponente muraglia che svela nei suoi fianchi l’anima di grandi conci squadrati e le diverse tecniche edilizie utilizzate per costruirla.

Le mura difensive

Sul bordo meridionale della rupe si stagliano mozziconi delle antiche mura di difesa. Sono realizzate con blocchi di tufo squadrati legati da malta. All’esterno sono rivestite da un paramento a blocchetti.

I resti di un’abitazione

Sul pianoro si osservano i resti di un’abitazione, un edificio parzialmente conservato in altezza e in larghezza. Sono riconoscibili dai rivestimenti i diversi ambienti in pessimo stato di conservazione.

La parete della chiesa

La piccola chiesa si trova nel settore settentrionale, con l’abside affacciata sulla rupe e parzialmente franata. Si conserva una parete alta circa due metri con un doppio rivestimento interno ed esterno la cui trama è formata da pezzame irregolare con blocchi di tufo, conci di arenaria e calcare, laterizi e materiale di risulta. La chiesa risalirebbe all’anno Mille con una dedica al “Nostro Signore Gesù Cristo, al beato apostolo Pietro e alla Beata Vergine Maria”. All’esterno è stato rinvenuto il piccolo cimitero, con fosse rettangolari scavate nel tufo e arrotondate intorno alla deposizione del capo.

La torre ovest

A difesa della zona settentrionale del pianoro sommitale si ergevano due torri, ancora parzialmente visibili, pur se incappucciate da rampicanti. La torre ovest ha pianta quadrangolare ed è chiusa da tre lati. Si vedono le feritoie e i fori quadrati per l’alloggio delle travi di sostegno agli ambienti interni. La torre domina il fossato occidentale ed è amata dai rapaci diurni e notturni.

La grotta della torre

Un terrazzino sulla parete appena sotto la torre ovest è l’atrio sul quale si affaccia una grotta a ferro di cavallo, formata da due camere scavate nella rupe e separate da un muro divisorio risparmiato nello scavo. Le pareti interne sono rivestite di nicchie ad arcosolio, di forma regolare e poste in successione.

L’interno destro della grotta

Sul fondo della camera di destra è un loculo. Una nicchietta sul fronte della parete divisoria ospitava la lucerna che illuminava l’ambiente interno.

Alla base delle pareti di tufo dei due versanti si aprono una trentina di grotte. Molte di esse risultano interrate, parzialmente crollate e comunque non accessibili.

Grotte affiancate sul versante orientale

Le altre si lasciano visitare e mostrano le diverse tipologie di scavo, dalle più semplici, di piccole dimensioni, ad arcosolio, alle più elaborate, con pareti e pilastri divisori o a vani affiancati. Queste grotte svolgevano diverse funzioni: erano stalle e ricoveri notturni per gli animali da lavoro, attrezzate con mangiatoie e lettiere; erano anche laboratori per la lavorazione del latte e la caseificazione o per la lavorazione e la conservazione dei prodotti agricoli; talvolta erano cantine collegate alle abitazioni soprastanti, destinate alla conservazione delle derrate (olio, vino, cereali) e alla custodia degli attrezzi agricoli.

La grotta azzurra

La più interessante è la grotta azzurra, visibile e facilmente accessibile al centro della parete orientale. Il nome le deriva dai resti di un intonaco di colore celestino che riveste tratti di parete e le volte. L’ambiente interno, semicircolare, ruota intorno a un pilastro centrale ed è caratterizzato da una serie di arcosoli regolari e da alcuni loculi.

I loculi interni

Queste caratteristiche fanno ipotizzare una destinazione funeraria, probabilmente più remota di quella medievale e risalente all’epoca romana.

La parete rocciosa del Pizzo del Prete, che fronteggia al di qua del Fosso del Castellaccio il rilievo del Castel Campanile, ospita una cavità destinata a colombaia.

La colombaia di Pizzo del Prete

L’allevamento dei piccioni integrava le altre forme di zootecnia, grazie anche alla sua redditività e all’utilizzo di tutti i prodotti (la carne, le piume, il guano, le uova). Per tali ragioni le colombaie erano generalmente scavate in ambienti inaccessibili o facilmente difendibili dalle intrusioni dei predatori. L’accesso avviene tramite un ripido sentierino e una serie di gradini che portano a un ingresso un tempo chiuso e protetto. I colombi sciamavano attraverso una finestra laterale e occupavano con le loro nidiate circa cinquecento cellette.

La cartina dell’insediamento

La storia di Castel Campanile risale all’anno Mille e si è srotolata nei secoli attestata dalle proprietà che si sono succedute: la famiglia Normanni, fino al Trecento, seguita dagli Orsini, signori di Ceri, Cerveteri e Bracciano, dagli Anguillara a partire dal 1467 e infine dai Borghese fino alla riforma agraria del Novecento. Una storia millenaria, dunque, che ha rischiato di venire umiliata sotto il pattume di Roma, per la progettata realizzazione di una grande discarica a Pizzo del Prete. Scampato il pericolo, grazie a una tenace opposizione popolare, resta l’impegno di conoscenza di visita di questa sconosciuta reliquia della Campagna romana.

La pubblicazione disponibile presso l’Agriturismo

(La visita è stata effettuata il 24 aprile 2017)

Tuscia. Il villaggio rupestre di Santa Cecilia

I fossi sono ambienti repulsivi e talora anche repellenti. E anche quando le acque che scorrono sul fondo non ripugnano all’odorato, la vegetazione che vi cresce indisturbata è talmente intricata, spinosa, aggrovigliata, ostile, da sconsigliare ogni tentativo di progressione. Ci sono però delle eccezioni. Fossi che sorprendono per la loro topografia. E che nascondono inaspettati tesori. Una di queste piacevoli eccezioni è costituita dai fossi che circondano Bomarzo, nella Tuscia viterbese. Le incisioni vallive e i boschi che ne foderano le pareti celano meraviglie archeologiche, abitati rupestri, singolari monumenti scolpiti in epoche remote, vie cave, scalinate, altari, necropoli, templi, piramidi. Ed è allora qui, nei dintorni di Bomarzo, che proponiamo un’escursione, breve e interessante, al villaggio medievale rupestre di Santa Cecilia.

Il panorama della valle del Tevere

Scendiamo nel Fosso Castello (o Fosso del Rio), una valle segnata dalla presenza di un’imponente balaustra di rocce, che spezza il bosco e si affaccia sul fondo. La valle è cosparsa di massi erratici di peperino che si sono staccati dalla parete rocciosa sovrastante e sono franati sul ripido pendio, assumendo forme inconsuete, tali da stimolare la fantasia dei nostri antenati che vi hanno inciso tombe, pulpiti, abitazioni primitive. Bomarzo si raggiunge dall’uscita di Attigliano dell’Autostrada del Sole o dalla superstrada Orte-Viterbo. Il punto di partenza dell’escursione è il campo sportivo raggiunto da una breve diramazione al km 1,5 della provinciale Bomarzese, individuata anche da una torre-serbatoio ben visibile.

Segnale sul sentiero

Dal campo sportivo un cartello “Santa Cecilia” indica il percorso da seguire. In breve si scende a un’ampia radura sull’orlo del bastione roccioso, dov’è un’area picnic. Accanto a una piccola tomba antropomorfa inizia uno stretto sentiero intagliato nella pietra, con i gradini sagomati tra due rocce.

Il sentiero intagliato nella roccia

Questa piccola via cava scende ripidamente cercandosi prima un percorso nella parete rocciosa e poi costeggiando grandi massi, districandosi nella fitta vegetazione e tra gli alberi caduti. Un’opportuna segnaletica del sentiero rassicura sulla direzione da seguire. Dopo una ventina di minuti, quando il pendio rimpiana, si scorgono sparsi nel bosco i ruderi dell’antico villaggio di Santa Cecilia.

La casa-grotta

Un grande masso è stato scavato per ricavarvi una casa-grotta, fornita di due ingressi, di un canaletto di scolo dell’acqua piovana e di un’incisione per la tettoia, a protezione dell’ingresso.

Parete interna di un’abitazione

In un masso sono scavate nicchie, un focolare e fori per l’appoggio di travi di legno. Era forse la parete interna di un’abitazione prolungata all’esterno e coperta con strutture di legno.

L’abside della chiesetta medievale

Su una terrazza a forma di prua di nave sono i resti di una chiesetta del dodicesimo secolo, dedicata probabilmente a Santa Cecilia. Si notano ancora il pilastro che reggeva l’altare, la sagoma dell’abside, parti di mura e le decorazioni.

Una croce greca

Intorno alla chiesa è un cimitero costituito da una decina di sarcofaghi, interi o spezzati. Sui frammenti sono visibili le croci greche scolpite a rilievo.

La necropoli

La necropoli continua con le caratteristiche sepolture in alveoli trapezoidali scavati nella pietra, sagomati sulla figura umana, con o senza il cuscino interno di pietra che sosteneva il capo.

Resti di abitazione

Interessanti sono i resti di un’abitazione complessa, che ha il piano superiore accessibile con una scalinata, il pavimento, alcune pareti scavate nella roccia, il piano d’appoggio della copertura del tetto.

Vasche di spremitura

Si trovano alcune pestarole e vasche sovrapposte e comunicanti, scavate nella pietra, probabilmente utilizzate per la spremitura dell’uva e la lavorazione del mosto.

Il presbiterio della chiesa medievale

Questo villaggio rupestre mostra di essere stato frequentato dall’età etrusca fino al Medioevo. Per la necropoli altomedievale è stato ipotizzato l’intervento delle truppe africane dell’esercito bizantino, schierate a ridosso della linea del fronte con l’esercito longobardo (seconda metà del sesto secolo). Pure evidenti sono i segni del cristianesimo, sia nella chiesa medievale, sovrapposta forse a un edificio sacro preesistente, sia nella dislocazione delle tombe intorno alla chiesa. Per il resto è un ulteriore esempio di borgo rupestre, satellite dei paesi vicini (Bomarzo, Chia), ricco d’acqua, nel quale si svolgevano attività agricole, di produzione del vino e di pascolo degli animali

(La ricognizione è stata effettuata l’11 febbraio 2017)

Tuscia. Il tesoro di Musarna

Il tesoro di Musarna

Il tesoro di Musarna

Chi non ha mai sognato di scoprire un tesoro? L’immaginario popolare è affollato di forzieri pieni di lingotti, di scrigni di monete d’oro, di isole segrete, di mappe vergate su pergamene, di cunicoli nascosti, di cantine e soffitte buie. La caccia al tesoro è uno dei giochi collettivi più divertenti e coinvolgenti. Pensate allora all’emozione di quegli archeologi che in un saggio di scavo del 1987 a Musarna scoprirono casualmente un vaso di terracotta traboccante di monete d’argento. Nell’antichità era uso comune – per l’assenza di casseforti – nascondere il proprio denaro sotto il pavimento di casa. L’ambiente scavato a Musarna era una bottega del mercato. Il ricco commerciante della Tuscia non riuscì a godersi i suoi guadagni e il nascondiglio che aveva scelto celò il suo tesoro di 994 denari per oltre venti secoli.

Il sito di Musarna nella campagna viterbese

Il sito di Musarna nella campagna viterbese

Musarna? Siamo d’accordo, non è certo il sito etrusco più conosciuto. E la romana Civitas Musarna è ancor meno nota. Ottime ragioni per avviare uno scouting geografico e archeologico sicuramente originale. La prima notizia è positiva: se chiedete lumi su Musarna a Google Maps, la sua localizzazione è immediata e precisa. Anche il web propone racconti di escursioni, per la verità un po’ scoraggianti, a causa dell’asserita incuria del sito, del suo degrado e anche pericolosità del posto. Meglio allora preparare la visita sui testi degli archeologi dell’École Française de Rome, che hanno realizzato scavi sistematici a Musarna in collaborazione con la Soprintendenza archeologica dell’Etruria meridionale. Il risultato è che la nostra visita ha necessariamente due poli di riferimento: il sito all’aperto di Macchia del Conte e la sala dedicata a Musarna nel Museo nazionale etrusco della Rocca Albornoz a Viterbo.

Il pianoro di Musarna

Il pianoro di Musarna

Musarna si raggiunge da Viterbo, percorrendo per circa otto km la Via Tuscanese e deviando a sinistra per 2,5 km lungo la sterrata (e polverosa) Via Macchia del Conte. Il sito open air non ha molto da mostrare. Le aree scavate sono state ricoperte per esigenze di conservazione. Restano però visibili due o tre cose importanti. Il pianoro, innanzitutto. Un piccolo altopiano solitario, allungato tra il torrente Leia e il fossato difensivo etrusco, sopraelevato sul paesaggio agrario circostante, circondato da fitta vegetazione e punteggiato da alberi maestosi.

I bagni pubblici

I bagni pubblici

Una tettoia protegge l’area termale di età ellenistica, ancora pavimentata, utilizzata come servizio pubblico dagli abitanti delle vicine domus.

La cava di tufo a servizio della domus

La cava di tufo a servizio della domus

Di una di queste domus si osservano le fondamenta, anch’esse protette da una tettoia. Percorrendo il margine del pianoro tufaceo si osservano i resti delle due porte di accesso a nord e a sud, la via cava, le opere idrauliche per il drenaggio delle acque, il muraglione alzato sul fossato difensivo.

Il dromos della tomba Alethna

Il dromos della tomba Alethna

A oriente del pianoro sono disposte le necropoli. Impressiona particolarmente la grande tomba della famiglia Alethna. L’ingresso è recintato ma accessibile. Una trincea nel tufo funge da corridoio di accesso (dromos) e scende sul fondo.

L'interno della tomba

L’interno della tomba

Si entra in un’ampia stanza sorretta da due colonne di tufo dove sono visibili un sarcofago aperto e la base rettangolare di un sarcofago rimosso. Per esplorare gli altri ambienti occorre avere spirito di avventura e dotarsi di fonti di luce adeguate.

La pianta del sito di Musarna

La pianta del sito di Musarna

Ci trasferiamo ora al Museo nazionale etrusco di Viterbo, ospitato nella Rocca degli Albornoz. Una grande sala al primo piano accoglie le testimonianze scaturite dagli scavi della École Française di Roma sul sito di Musarna. Gli scavi sistematici hanno permesso di delineare in tutti i suoi aspetti la fisionomia di questo centro dell’Etruria interna frequentato sin dalla preistoria, ma con una occupazione stabile solo a partire dal quarto secolo avanti Crito. I pannelli descrittivi, arricchiti dalla documentazione fotografica, spiegano l’urbanistica di Musarna, i luoghi della vita pubblica, la vita domestica, la gestione idrica, fino alle modalità di sepoltura dei morti.

Il mosaico pavimentale

Il mosaico pavimentale

Particolare attenzione merita – per l’eccezionalità del rinvenimento – un mosaico pavimentale con l’iscrizione etrusca dei nomi dei due committenti. Il mosaico era nel calidarium dei bagni ellenistici di Musarna e attesta la volontà dei ceti dirigenti etruschi di mantenere la loro cultura identitaria pur accettando le innovazioni diffuse nel mondo romano.

Capitello della cappella medievale di Cordigliano

Capitello della cappella medievale di Cordigliano

Musarna cessò di vivere nel settimo secolo. Era troppo marginale e lontana dalle vie di comunicazione (la Cassia e la Clodia). I suoi abitanti l’abbandonarono, attratti dai nuovi centri emergenti di Viterbo e Tuscania. Anche i villaggi che sorsero nel medioevo – un esempio è quello della vicina Cordigliano – ebbero vita grama e breve.

La fattoria di Macchia del Conte

La fattoria di Macchia del Conte

Dopo un millennio di abbandono, nel 1928 sorge la grande fattoria rurale di Macchia del Conte che inaugura con tecnologie avanzate una nuova agricoltura, basata su grandi estensioni di terra e sullo sfruttamento intensivo delle risorse agricole e zootecniche. E arriveranno anche gli archeologi…

Sul pianoro di Musarna

Sul pianoro di Musarna

Visita la sezione del sito dedicata alle passeggiate nei siti della civiltà rupestre: www.camminarenellastoria.it/index/ITALIA_RUPESTRE.html

(L’escursione a Musarna è stata effettuata il 26 maggio 2016)

L’abitato rupestre di San Salvatore nella Macchia di Piantorena

La colombaia di Piantorena

La colombaia di Piantorena

Piantorena è un borgo abbandonato della Tuscia rupestre, situato in un bel bosco di lecci nei dintorni di Grotte Santo Stefano. Chi lo visita resta colpito dalla sua capacità di sopravvivere al tempo. Una sorta di borgo dalle sette vite. Cominciarono gli Etruschi a sfruttare questo pianoro allungato, sollevato tra due fiumi: ne vediamo ancora le tombe in cui deposero i loro morti, scavate nelle pareti scoscese. Fu poi la volta dei Romani, provenienti da Ferentum, a frequentarne il plateau tufaceo e a lasciare le loro epigrafi sulle rocce e sui cippi. Nel Medioevo delle invasioni e delle scorrerie, divenne sede di un borgo che accoglieva famiglie in cerca di sicurezza: furono costruite torri di avvistamento e strutture di difesa; si ampliarono le cavità etrusche e romane per ricavarne abitazioni, certamente spartane, ma almeno occultate agli sguardi rapaci dei molti nemici.

Il Parco del Salvatore nella Macchia di Piantorena

Il Parco del Salvatore nella Macchia di Piantorena

In età moderna e in epoca post-unitaria i dirupi di Piantorena divennero il sicuro rifugio di una banda di briganti capeggiata da un certo Luigi Rufoloni: i fitti boschi erano la base di partenza per le loro imprese spesso riprovevoli. Oggi è rinato come parco attrezzato per feste popolari, messo in sicurezza per visite e picnic. Le vie cave e le tagliate etrusche sono state segnate e sono diventate sentieri-natura. E dunque, lunga vita a Piantorena!

La chiesetta del Salvatore

La chiesetta del Salvatore

L’itinerario

Le rovine del convento

Le rovine del convento

Da Grotte Santo Stefano e Magugnano, s’imbocca la strada per Roccalvecce e la si lascia dopo qualche centinaio di metri per una strada sterrata sulla destra. Su fondo buono e a saliscendi si percorrono in auto i 4,5 km che conducono al cancello d’ingresso del Parco del Salvatore. In alternativa si può iniziare a piedi direttamente dal paese oppure parcheggiare sulla sterrata all’altezza di una cava, dove parte a sinistra un sentiero segnato per la torre di Piantorena (che, in combinazione con la strada sterrata consente di percorrere un bell’anello escursionistico).

Grotta adibita a stalla

Grotta adibita a stalla

All’ingresso del Parco alcuni pannelli informativi forniscono i dati essenziali per la visita. Si comincia dalla semplice chiesetta del Santissimo Salvatore che ha due porte, un’abside e custodisce alcuni affreschi devozionali di santi popolari. A fianco della chiesa sono i ruderi interrati di un antico convento di frati. Tra le pareti in rovina si conservano due begli archi. Due percorsi protetti da reti conducono alle grotte scavate sui due versanti a strapiombo sui fossi.

Abitazione rupestre con muro divisorio

Abitazione rupestre con muro divisorio

Tra le 37 grotte censite si possono osservare alcune cavità interessanti per la loro destinazione d’uso. Vi sono abitazioni ipogee a due vani, accuratamente squadrate e rifinite, con un muro divisorio tra il vano-notte e il vano-giorno, che mostrano ancora la pavimentazione a piastrelle, le nicchie per deporvi gli oggetti casalinghi, l’alcova, le cisterne per l’acqua, il foro sul soffitto per la dispersione dei fumi del focolare, i fori per gli stipiti della porta. Altre grotte sono state invece utilizzate come stalle per gli animali. Si riconoscono facilmente per la presenza di mangiatoie e di vasche per l’abbeverata. È anche ipotizzabile l’uso di alcune cavità per lo stoccaggio degli attrezzi di lavoro e il deposito di prodotti: lo si intuisce dall’abbondanza di fori sulle pareti interne, atti ad accogliere assi e travi orizzontali di sostegno.

Abitazione rupestre

Abitazione rupestre

Particolarmente suggestivo è il bilocale a nicchiette che ospitava un consistente allevamento di piccioni. La colombaia è sistemata in una zona impervia che rendeva difficoltoso l’accesso agli spazi interni e la difendeva dalla possibile intrusione di predatori.

La torre di Piantorena

La torre di Piantorena

Dopo aver percorso un sinuoso sentiero nel bosco si giunge infine alla Torre di avvistamento, costruita sull’estremo sperone del banco di tufo. Ci si può affacciare con precauzione sulla spettacolare parete di calanchi argillosi. Bel panorama sulla valle del Tevere e sul Castello di Montecalvello. A fianco della torre, una scalinata rupestre, una tagliata e una via cava scendono sul fondo del fosso: si tratta di un’antichissima strada di collegamento tra la valle del Tevere e le località della Tuscia interna.

Le pareti argillose della rupe

Le pareti argillose della rupe

Per il ritorno – se si è lasciata l’auto alla cava o in paese – si può seguire il sentiero segnato diretto verso il fosso che percorre la base della rupe e la risale con una nuova tagliata.

Il sentiero-natura

Il sentiero-natura

Visita la sezione del sito dedicata alla civiltà rupestre: http://www.camminarenellastoria.it/index/ITALIA_RUPESTRE.html

Passeggiata archeologica sui pianori dell’Acquarossa

Via Publica Ferentiensis

Via Publica Ferentiensis

La Tuscia è un immenso giacimento archeologico. Rovistare sotto terra alla ricerca di tesori nascosti è una passione diffusa. Hanno cominciato a farlo occultamente i tombaroli. Ma poi sono arrivati gli archeologi delle Soprintendenze, le missioni archeologiche estere, i ricercatori dei beni culturali delle Università. Ed è grazie al loro lavoro che gli escursionisti curiosi possono visitare oggi antiche testimonianze del mondo etrusco, romano e medievale, in un contesto naturalistico originale e in quadro paesaggistico molto gratificante.

La sorgente dell'Acquarossa

Gli scavi di Fèrento e dell’Acquarossa si trovano su due pianori, entrambi prospicienti sul fosso dell’Acquarossa, circa otto chilometri a nord di Viterbo, lungo la via Teverina. Si può iniziare la visita proprio dalla sorgente dell’Acquarossa, che un meritevole lavoro di restauro ambientale ha reso accessibile. Un cartello la segnala a pochi metri dall’innesto sulla via Teverina della strada provinciale dell’Acquarossa (che proviene da Bagnaia e dall’uscita della supestrada Orte-Viterbo).

La sorgente Acqua Rossa

La sorgente Acqua Rossa

Si scende nel sottostante mondo d’ombra del fosso, dove la rigogliosa vegetazione riparia nasconde un’insospettata sorgente. Essa origina alcune cascatelle, una piscina e alimenta un torrente che s’incanala impetuoso nella forra rocciosa. Il colore rosso dell’acqua è dovuto all’alta concentrazione di minerale ferroso. Sono presenti i ruderi di un mulino e di un vecchio impianto industriale che sfruttava le esalazioni gassose d’idrogeno solforato e di anidride carbonica.

Il percorso archeologico dell'Acquarossa

Pochi passi ci conducono alla strada di accesso agli scavi del sito etrusco di Acquarossa. Il percorso archeologico, chiuso da un cancello, è accessibile nei weekend. Una serie di totem e di pannelli informativi raccontano gli scavi condotti dagli archeologi dell’Istituto svedese di studi classici di Roma e delle università svedesi di Stoccolma, Uppsala, Lund e Goteborg. A questa campagna di scavi degli anni Sessanta e Settanta partecipò anche il re Guastavo VI Adolfo di Svezia. La stradina risale il colle e conduce al Pian del Sale e all’area monumentale, con i templi, la casa degli arieti e la casa dell’acroterio. Bel panorama sulla Tuscia col profilo di Montefiascone in evidenza sulla skyline del vulcano vulsino.

L'abitato etrusco

L’abitato etrusco

Il colle di Ferento è qui di fronte a noi, ma il passaggio diretto attraverso il fosso è impraticabile. Occorre quindi tornare sulla provinciale, innestarsi sulla Teverina e imboccare a destra la Ferentana. Due chilometri di strada ci conducono all’area archeologica. Il colle di Pianicara è stato abitato prima dagli etruschi e poi dai romani; l’insediamento umano rimase vivo anche in età medievale, quando vi fu costituita una diocesi, ma fu distrutto dai viterbesi nel 1170. Gli scavi furono realizzati da Luigi Rossi Danielli alla fine dell’Ottocento e proseguono tuttora a cura dell’Università della Tuscia.

La platea del teatro

La platea del teatro

I monumenti di maggiore evidenza sono il teatro e le terme. Il teatro è anche utilizzato per spettacoli estivi all’aperto. L’area è attraversata dalla Via Publica Ferentiensis, che mostra i basoli originari con i solchi dei carri. La strada romana collegava la Cassia viterbese ai porti fluviali sul Tevere. La passeggiata può così essere proseguita sulla strada sterrata Ferentana, erede della Ferentiensis, che scende dal colle, traversa campi, poderi e masserie, e si dirige verso Grotte Santo Stefano.

Il teatro di Ferento

Il teatro di Ferento