Tuscia. Il villaggio rupestre di Santa Cecilia

I fossi sono ambienti repulsivi e talora anche repellenti. E anche quando le acque che scorrono sul fondo non ripugnano all’odorato, la vegetazione che vi cresce indisturbata è talmente intricata, spinosa, aggrovigliata, ostile, da sconsigliare ogni tentativo di progressione. Ci sono però delle eccezioni. Fossi che sorprendono per la loro topografia. E che nascondono inaspettati tesori. Una di queste piacevoli eccezioni è costituita dai fossi che circondano Bomarzo, nella Tuscia viterbese. Le incisioni vallive e i boschi che ne foderano le pareti celano meraviglie archeologiche, abitati rupestri, singolari monumenti scolpiti in epoche remote, vie cave, scalinate, altari, necropoli, templi, piramidi. Ed è allora qui, nei dintorni di Bomarzo, che proponiamo un’escursione, breve e interessante, al villaggio medievale rupestre di Santa Cecilia.

Il panorama della valle del Tevere

Scendiamo nel Fosso Castello (o Fosso del Rio), una valle segnata dalla presenza di un’imponente balaustra di rocce, che spezza il bosco e si affaccia sul fondo. La valle è cosparsa di massi erratici di peperino che si sono staccati dalla parete rocciosa sovrastante e sono franati sul ripido pendio, assumendo forme inconsuete, tali da stimolare la fantasia dei nostri antenati che vi hanno inciso tombe, pulpiti, abitazioni primitive. Bomarzo si raggiunge dall’uscita di Attigliano dell’Autostrada del Sole o dalla superstrada Orte-Viterbo. Il punto di partenza dell’escursione è il campo sportivo raggiunto da una breve diramazione al km 1,5 della provinciale Bomarzese, individuata anche da una torre-serbatoio ben visibile.

Segnale sul sentiero

Dal campo sportivo un cartello “Santa Cecilia” indica il percorso da seguire. In breve si scende a un’ampia radura sull’orlo del bastione roccioso, dov’è un’area picnic. Accanto a una piccola tomba antropomorfa inizia uno stretto sentiero intagliato nella pietra, con i gradini sagomati tra due rocce.

Il sentiero intagliato nella roccia

Questa piccola via cava scende ripidamente cercandosi prima un percorso nella parete rocciosa e poi costeggiando grandi massi, districandosi nella fitta vegetazione e tra gli alberi caduti. Un’opportuna segnaletica del sentiero rassicura sulla direzione da seguire. Dopo una ventina di minuti, quando il pendio rimpiana, si scorgono sparsi nel bosco i ruderi dell’antico villaggio di Santa Cecilia.

La casa-grotta

Un grande masso è stato scavato per ricavarvi una casa-grotta, fornita di due ingressi, di un canaletto di scolo dell’acqua piovana e di un’incisione per la tettoia, a protezione dell’ingresso.

Parete interna di un’abitazione

In un masso sono scavate nicchie, un focolare e fori per l’appoggio di travi di legno. Era forse la parete interna di un’abitazione prolungata all’esterno e coperta con strutture di legno.

L’abside della chiesetta medievale

Su una terrazza a forma di prua di nave sono i resti di una chiesetta del dodicesimo secolo, dedicata probabilmente a Santa Cecilia. Si notano ancora il pilastro che reggeva l’altare, la sagoma dell’abside, parti di mura e le decorazioni.

Una croce greca

Intorno alla chiesa è un cimitero costituito da una decina di sarcofaghi, interi o spezzati. Sui frammenti sono visibili le croci greche scolpite a rilievo.

La necropoli

La necropoli continua con le caratteristiche sepolture in alveoli trapezoidali scavati nella pietra, sagomati sulla figura umana, con o senza il cuscino interno di pietra che sosteneva il capo.

Resti di abitazione

Interessanti sono i resti di un’abitazione complessa, che ha il piano superiore accessibile con una scalinata, il pavimento, alcune pareti scavate nella roccia, il piano d’appoggio della copertura del tetto.

Vasche di spremitura

Si trovano alcune pestarole e vasche sovrapposte e comunicanti, scavate nella pietra, probabilmente utilizzate per la spremitura dell’uva e la lavorazione del mosto.

Il presbiterio della chiesa medievale

Questo villaggio rupestre mostra di essere stato frequentato dall’età etrusca fino al Medioevo. Per la necropoli altomedievale è stato ipotizzato l’intervento delle truppe africane dell’esercito bizantino, schierate a ridosso della linea del fronte con l’esercito longobardo (seconda metà del sesto secolo). Pure evidenti sono i segni del cristianesimo, sia nella chiesa medievale, sovrapposta forse a un edificio sacro preesistente, sia nella dislocazione delle tombe intorno alla chiesa. Per il resto è un ulteriore esempio di borgo rupestre, satellite dei paesi vicini (Bomarzo, Chia), ricco d’acqua, nel quale si svolgevano attività agricole, di produzione del vino e di pascolo degli animali

(La ricognizione è stata effettuata l’11 febbraio 2017)

Tuscia. Il tesoro di Musarna

Il tesoro di Musarna

Il tesoro di Musarna

Chi non ha mai sognato di scoprire un tesoro? L’immaginario popolare è affollato di forzieri pieni di lingotti, di scrigni di monete d’oro, di isole segrete, di mappe vergate su pergamene, di cunicoli nascosti, di cantine e soffitte buie. La caccia al tesoro è uno dei giochi collettivi più divertenti e coinvolgenti. Pensate allora all’emozione di quegli archeologi che in un saggio di scavo del 1987 a Musarna scoprirono casualmente un vaso di terracotta traboccante di monete d’argento. Nell’antichità era uso comune – per l’assenza di casseforti – nascondere il proprio denaro sotto il pavimento di casa. L’ambiente scavato a Musarna era una bottega del mercato. Il ricco commerciante della Tuscia non riuscì a godersi i suoi guadagni e il nascondiglio che aveva scelto celò il suo tesoro di 994 denari per oltre venti secoli.

Il sito di Musarna nella campagna viterbese

Il sito di Musarna nella campagna viterbese

Musarna? Siamo d’accordo, non è certo il sito etrusco più conosciuto. E la romana Civitas Musarna è ancor meno nota. Ottime ragioni per avviare uno scouting geografico e archeologico sicuramente originale. La prima notizia è positiva: se chiedete lumi su Musarna a Google Maps, la sua localizzazione è immediata e precisa. Anche il web propone racconti di escursioni, per la verità un po’ scoraggianti, a causa dell’asserita incuria del sito, del suo degrado e anche pericolosità del posto. Meglio allora preparare la visita sui testi degli archeologi dell’École Française de Rome, che hanno realizzato scavi sistematici a Musarna in collaborazione con la Soprintendenza archeologica dell’Etruria meridionale. Il risultato è che la nostra visita ha necessariamente due poli di riferimento: il sito all’aperto di Macchia del Conte e la sala dedicata a Musarna nel Museo nazionale etrusco della Rocca Albornoz a Viterbo.

Il pianoro di Musarna

Il pianoro di Musarna

Musarna si raggiunge da Viterbo, percorrendo per circa otto km la Via Tuscanese e deviando a sinistra per 2,5 km lungo la sterrata (e polverosa) Via Macchia del Conte. Il sito open air non ha molto da mostrare. Le aree scavate sono state ricoperte per esigenze di conservazione. Restano però visibili due o tre cose importanti. Il pianoro, innanzitutto. Un piccolo altopiano solitario, allungato tra il torrente Leia e il fossato difensivo etrusco, sopraelevato sul paesaggio agrario circostante, circondato da fitta vegetazione e punteggiato da alberi maestosi.

I bagni pubblici

I bagni pubblici

Una tettoia protegge l’area termale di età ellenistica, ancora pavimentata, utilizzata come servizio pubblico dagli abitanti delle vicine domus.

La cava di tufo a servizio della domus

La cava di tufo a servizio della domus

Di una di queste domus si osservano le fondamenta, anch’esse protette da una tettoia. Percorrendo il margine del pianoro tufaceo si osservano i resti delle due porte di accesso a nord e a sud, la via cava, le opere idrauliche per il drenaggio delle acque, il muraglione alzato sul fossato difensivo.

Il dromos della tomba Alethna

Il dromos della tomba Alethna

A oriente del pianoro sono disposte le necropoli. Impressiona particolarmente la grande tomba della famiglia Alethna. L’ingresso è recintato ma accessibile. Una trincea nel tufo funge da corridoio di accesso (dromos) e scende sul fondo.

L'interno della tomba

L’interno della tomba

Si entra in un’ampia stanza sorretta da due colonne di tufo dove sono visibili un sarcofago aperto e la base rettangolare di un sarcofago rimosso. Per esplorare gli altri ambienti occorre avere spirito di avventura e dotarsi di fonti di luce adeguate.

La pianta del sito di Musarna

La pianta del sito di Musarna

Ci trasferiamo ora al Museo nazionale etrusco di Viterbo, ospitato nella Rocca degli Albornoz. Una grande sala al primo piano accoglie le testimonianze scaturite dagli scavi della École Française di Roma sul sito di Musarna. Gli scavi sistematici hanno permesso di delineare in tutti i suoi aspetti la fisionomia di questo centro dell’Etruria interna frequentato sin dalla preistoria, ma con una occupazione stabile solo a partire dal quarto secolo avanti Crito. I pannelli descrittivi, arricchiti dalla documentazione fotografica, spiegano l’urbanistica di Musarna, i luoghi della vita pubblica, la vita domestica, la gestione idrica, fino alle modalità di sepoltura dei morti.

Il mosaico pavimentale

Il mosaico pavimentale

Particolare attenzione merita – per l’eccezionalità del rinvenimento – un mosaico pavimentale con l’iscrizione etrusca dei nomi dei due committenti. Il mosaico era nel calidarium dei bagni ellenistici di Musarna e attesta la volontà dei ceti dirigenti etruschi di mantenere la loro cultura identitaria pur accettando le innovazioni diffuse nel mondo romano.

Capitello della cappella medievale di Cordigliano

Capitello della cappella medievale di Cordigliano

Musarna cessò di vivere nel settimo secolo. Era troppo marginale e lontana dalle vie di comunicazione (la Cassia e la Clodia). I suoi abitanti l’abbandonarono, attratti dai nuovi centri emergenti di Viterbo e Tuscania. Anche i villaggi che sorsero nel medioevo – un esempio è quello della vicina Cordigliano – ebbero vita grama e breve.

La fattoria di Macchia del Conte

La fattoria di Macchia del Conte

Dopo un millennio di abbandono, nel 1928 sorge la grande fattoria rurale di Macchia del Conte che inaugura con tecnologie avanzate una nuova agricoltura, basata su grandi estensioni di terra e sullo sfruttamento intensivo delle risorse agricole e zootecniche. E arriveranno anche gli archeologi…

Sul pianoro di Musarna

Sul pianoro di Musarna

Visita la sezione del sito dedicata alle passeggiate nei siti della civiltà rupestre: www.camminarenellastoria.it/index/ITALIA_RUPESTRE.html

(L’escursione a Musarna è stata effettuata il 26 maggio 2016)

L’abitato rupestre di San Salvatore nella Macchia di Piantorena

La colombaia di Piantorena

La colombaia di Piantorena

Piantorena è un borgo abbandonato della Tuscia rupestre, situato in un bel bosco di lecci nei dintorni di Grotte Santo Stefano. Chi lo visita resta colpito dalla sua capacità di sopravvivere al tempo. Una sorta di borgo dalle sette vite. Cominciarono gli Etruschi a sfruttare questo pianoro allungato, sollevato tra due fiumi: ne vediamo ancora le tombe in cui deposero i loro morti, scavate nelle pareti scoscese. Fu poi la volta dei Romani, provenienti da Ferentum, a frequentarne il plateau tufaceo e a lasciare le loro epigrafi sulle rocce e sui cippi. Nel Medioevo delle invasioni e delle scorrerie, divenne sede di un borgo che accoglieva famiglie in cerca di sicurezza: furono costruite torri di avvistamento e strutture di difesa; si ampliarono le cavità etrusche e romane per ricavarne abitazioni, certamente spartane, ma almeno occultate agli sguardi rapaci dei molti nemici.

Il Parco del Salvatore nella Macchia di Piantorena

Il Parco del Salvatore nella Macchia di Piantorena

In età moderna e in epoca post-unitaria i dirupi di Piantorena divennero il sicuro rifugio di una banda di briganti capeggiata da un certo Luigi Rufoloni: i fitti boschi erano la base di partenza per le loro imprese spesso riprovevoli. Oggi è rinato come parco attrezzato per feste popolari, messo in sicurezza per visite e picnic. Le vie cave e le tagliate etrusche sono state segnate e sono diventate sentieri-natura. E dunque, lunga vita a Piantorena!

La chiesetta del Salvatore

La chiesetta del Salvatore

L’itinerario

Le rovine del convento

Le rovine del convento

Da Grotte Santo Stefano e Magugnano, s’imbocca la strada per Roccalvecce e la si lascia dopo qualche centinaio di metri per una strada sterrata sulla destra. Su fondo buono e a saliscendi si percorrono in auto i 4,5 km che conducono al cancello d’ingresso del Parco del Salvatore. In alternativa si può iniziare a piedi direttamente dal paese oppure parcheggiare sulla sterrata all’altezza di una cava, dove parte a sinistra un sentiero segnato per la torre di Piantorena (che, in combinazione con la strada sterrata consente di percorrere un bell’anello escursionistico).

Grotta adibita a stalla

Grotta adibita a stalla

All’ingresso del Parco alcuni pannelli informativi forniscono i dati essenziali per la visita. Si comincia dalla semplice chiesetta del Santissimo Salvatore che ha due porte, un’abside e custodisce alcuni affreschi devozionali di santi popolari. A fianco della chiesa sono i ruderi interrati di un antico convento di frati. Tra le pareti in rovina si conservano due begli archi. Due percorsi protetti da reti conducono alle grotte scavate sui due versanti a strapiombo sui fossi.

Abitazione rupestre con muro divisorio

Abitazione rupestre con muro divisorio

Tra le 37 grotte censite si possono osservare alcune cavità interessanti per la loro destinazione d’uso. Vi sono abitazioni ipogee a due vani, accuratamente squadrate e rifinite, con un muro divisorio tra il vano-notte e il vano-giorno, che mostrano ancora la pavimentazione a piastrelle, le nicchie per deporvi gli oggetti casalinghi, l’alcova, le cisterne per l’acqua, il foro sul soffitto per la dispersione dei fumi del focolare, i fori per gli stipiti della porta. Altre grotte sono state invece utilizzate come stalle per gli animali. Si riconoscono facilmente per la presenza di mangiatoie e di vasche per l’abbeverata. È anche ipotizzabile l’uso di alcune cavità per lo stoccaggio degli attrezzi di lavoro e il deposito di prodotti: lo si intuisce dall’abbondanza di fori sulle pareti interne, atti ad accogliere assi e travi orizzontali di sostegno.

Abitazione rupestre

Abitazione rupestre

Particolarmente suggestivo è il bilocale a nicchiette che ospitava un consistente allevamento di piccioni. La colombaia è sistemata in una zona impervia che rendeva difficoltoso l’accesso agli spazi interni e la difendeva dalla possibile intrusione di predatori.

La torre di Piantorena

La torre di Piantorena

Dopo aver percorso un sinuoso sentiero nel bosco si giunge infine alla Torre di avvistamento, costruita sull’estremo sperone del banco di tufo. Ci si può affacciare con precauzione sulla spettacolare parete di calanchi argillosi. Bel panorama sulla valle del Tevere e sul Castello di Montecalvello. A fianco della torre, una scalinata rupestre, una tagliata e una via cava scendono sul fondo del fosso: si tratta di un’antichissima strada di collegamento tra la valle del Tevere e le località della Tuscia interna.

Le pareti argillose della rupe

Le pareti argillose della rupe

Per il ritorno – se si è lasciata l’auto alla cava o in paese – si può seguire il sentiero segnato diretto verso il fosso che percorre la base della rupe e la risale con una nuova tagliata.

Il sentiero-natura

Il sentiero-natura

Visita la sezione del sito dedicata alla civiltà rupestre: http://www.camminarenellastoria.it/index/ITALIA_RUPESTRE.html

Passeggiata archeologica sui pianori dell’Acquarossa

Via Publica Ferentiensis

Via Publica Ferentiensis

La Tuscia è un immenso giacimento archeologico. Rovistare sotto terra alla ricerca di tesori nascosti è una passione diffusa. Hanno cominciato a farlo occultamente i tombaroli. Ma poi sono arrivati gli archeologi delle Soprintendenze, le missioni archeologiche estere, i ricercatori dei beni culturali delle Università. Ed è grazie al loro lavoro che gli escursionisti curiosi possono visitare oggi antiche testimonianze del mondo etrusco, romano e medievale, in un contesto naturalistico originale e in quadro paesaggistico molto gratificante.

La sorgente dell'Acquarossa

Gli scavi di Fèrento e dell’Acquarossa si trovano su due pianori, entrambi prospicienti sul fosso dell’Acquarossa, circa otto chilometri a nord di Viterbo, lungo la via Teverina. Si può iniziare la visita proprio dalla sorgente dell’Acquarossa, che un meritevole lavoro di restauro ambientale ha reso accessibile. Un cartello la segnala a pochi metri dall’innesto sulla via Teverina della strada provinciale dell’Acquarossa (che proviene da Bagnaia e dall’uscita della supestrada Orte-Viterbo).

La sorgente Acqua Rossa

La sorgente Acqua Rossa

Si scende nel sottostante mondo d’ombra del fosso, dove la rigogliosa vegetazione riparia nasconde un’insospettata sorgente. Essa origina alcune cascatelle, una piscina e alimenta un torrente che s’incanala impetuoso nella forra rocciosa. Il colore rosso dell’acqua è dovuto all’alta concentrazione di minerale ferroso. Sono presenti i ruderi di un mulino e di un vecchio impianto industriale che sfruttava le esalazioni gassose d’idrogeno solforato e di anidride carbonica.

Il percorso archeologico dell'Acquarossa

Pochi passi ci conducono alla strada di accesso agli scavi del sito etrusco di Acquarossa. Il percorso archeologico, chiuso da un cancello, è accessibile nei weekend. Una serie di totem e di pannelli informativi raccontano gli scavi condotti dagli archeologi dell’Istituto svedese di studi classici di Roma e delle università svedesi di Stoccolma, Uppsala, Lund e Goteborg. A questa campagna di scavi degli anni Sessanta e Settanta partecipò anche il re Guastavo VI Adolfo di Svezia. La stradina risale il colle e conduce al Pian del Sale e all’area monumentale, con i templi, la casa degli arieti e la casa dell’acroterio. Bel panorama sulla Tuscia col profilo di Montefiascone in evidenza sulla skyline del vulcano vulsino.

L'abitato etrusco

L’abitato etrusco

Il colle di Ferento è qui di fronte a noi, ma il passaggio diretto attraverso il fosso è impraticabile. Occorre quindi tornare sulla provinciale, innestarsi sulla Teverina e imboccare a destra la Ferentana. Due chilometri di strada ci conducono all’area archeologica. Il colle di Pianicara è stato abitato prima dagli etruschi e poi dai romani; l’insediamento umano rimase vivo anche in età medievale, quando vi fu costituita una diocesi, ma fu distrutto dai viterbesi nel 1170. Gli scavi furono realizzati da Luigi Rossi Danielli alla fine dell’Ottocento e proseguono tuttora a cura dell’Università della Tuscia.

La platea del teatro

La platea del teatro

I monumenti di maggiore evidenza sono il teatro e le terme. Il teatro è anche utilizzato per spettacoli estivi all’aperto. L’area è attraversata dalla Via Publica Ferentiensis, che mostra i basoli originari con i solchi dei carri. La strada romana collegava la Cassia viterbese ai porti fluviali sul Tevere. La passeggiata può così essere proseguita sulla strada sterrata Ferentana, erede della Ferentiensis, che scende dal colle, traversa campi, poderi e masserie, e si dirige verso Grotte Santo Stefano.

Il teatro di Ferento

Il teatro di Ferento

Il borgo antico di Celleno

Il borgo antico di Celleno

Il borgo antico di Celleno

Non è difficile arrivare a Celleno. Si trova nella Tuscia, lungo l’ondulata Via Teverina che congiunge Viterbo a Bagnoregio. Il vero problema, però, non è sapere dove si trovi e come ci si arrivi ma, semmai, ‘perché’ visitarlo. Il nucleo medievale di Celleno antico è un borgo abbandonato. E per andarci occorre dunque possedere un po’ di curiosità e passione per le ghost town, le ‘belle addormentate’ e le città ‘morte’, per quei paesi e borghi definiti di volta in volta ‘fantasma’, ‘abbandonati’, ‘perduti’, ‘nascosti’, ‘dismessi’.

La visita

Il castello Orsini

Il castello Orsini

Dopo aver attraversato il paese nuovo, si prosegue per un km e mezzo costeggiando un antico convento e scendendo nella piazza principale di Celleno antico. Il borgo medievale si staglia davanti a noi, scenograficamente arroccato sopra una rupe tufacea. Vi si sale per la suggestiva (e ripida) Via del Ponte, passando sotto un arco, con arrivo su una bella piazzetta. Un arcigno ponte coperto scavalca con due archi il fossato e conduce al portone d’ingresso del Castello che nel Cinquecento ospitò la nobile casata degli Orsini. La vicina chiesetta di San Carlo ha un bel portale di basalto. Di fronte si trova l’antica chiesa romanica di San Donato col suo bel campanile quadrato; dietro il portale, il tetto è crollato e l’interno è invaso da alberi e piante infestanti. La piazza è infine chiusa da un elegante palazzetto a tre piani, restaurato. Si percorrono ora l’una o l’altra delle stradine che percorrono il borgo antico; colpiscono soprattutto le vecchie abitazioni sventrate, le finestre vuote e aperte sul cielo, gli interni spettrali, le scale franate. Le numerose cantine e le cavità sottostanti ai diversi edifici, sono difficilmente raggiungibili perché interrate o pericolanti: sono le cellae latine, le cavità scavate nella rupe tufacea, che hanno probabilmente dato il nome al paese. Dalle stradine laterali si godono bei panorami sul verde paesaggio della Tuscia, punteggiato da minuscoli borghi turriti e isolati.

Le rovine del borgo

Le rovine del borgo

L’abbandono

La facciata di un palazzo crollato

La facciata di un palazzo crollato

Il paese antico – escludendo il nucleo medievale intorno al castello – non è in realtà disabitato. La chiesa di San Rocco ha un bel portale scolpito e una cappella affrescata: gli arredi liturgici sono un indizio di una comunità ancora attiva. Alcune belle case borghigiane sono aperte e frequentate. Depositi, magazzini e laboratori svolgono ancora le loro funzioni. Gli esercizi commerciali sono però chiusi e i cartelli ‘vendesi’ sono numerosi. Se si ripercorre la storia di Celleno, si deve certamente ammettere che si tratta di una città sfortunata e martoriata. Vittima della guerra tra Romani ed Etruschi, saccheggiata da Goti e Longobardi, stretta tra guelfi e ghibellini, contesa tra Orvieto e Viterbo, subì una strage di abitanti in una battaglia durante la dominazione francese; fu poi devastata da due terremoti alla fine del Seicento e a metà dell’Ottocento e decimata da un’epidemia di tifo petecchiale. Da ultimo il basamento di tufo ove poggia il borgo è soggetto a una lenta e progressiva erosione; le frane stanno mettendo in serio pericolo la sua stabilità.

Il palazzetto restaurato

Il palazzetto restaurato

La comunità del Convento

Il Convento di San Giovanni

Il Convento di San Giovanni

Eppure, del tutto in controtendenza con il progressivo abbandono, va registrata la bella esperienza di un gruppo di famiglie bresciane che nel 1981 scoprirono il borgo e decisero d’insediarsi nel limitrofo Convento di San Giovanni Battista, restaurandolo e rivitalizzandolo. Oggi il Convento è gestito da queste famiglie “unite in un’esperienza comunitaria, fondata su valori umanitari e vissuta nella condivisione: obiettivi, speranze, esperienze, denaro, gioie, dolori, la vita”. La comunità vuole mettere in pratica quotidianamente valori come la solidarietà, la giustizia, il rispetto per la dignità umana e per il pensiero altrui, l’anticonsumismo, lo scambio, l’incontro autentico tra esseri umani, tenerezza e amore. E così oggi, grazie alla testimonianza di queste famiglie, il convento ha rivitalizzato il borgo, ospitando convegni, ritiri e incontri spirituali, soggiorni di gruppi e campi scuola, corsi e stages di discipline orientali. Il Convento merita una visita attenta. Apprezzerete il chiostro affrescato, la cappella con l’abside romanica e il parco.

Affresco settecentesco nel chiostro

Affresco settecentesco nel chiostro

Per approfondire

Il tema dei borghi abbandonati è oggetto di una vivace pubblicistica. Segnalo le ricerche di Antonella Tarpino, di Vito Teti, del ‘paesologo’ Franco Arminio, dell’’abbandonologa’ Carmen Pellegrino e le “Geografie dell’abbandono. La dismissione dei borghi in Italia” (su http://www.lablog.org.uk e http://www.issuu.com). Tra i diversi siti specializzati si segnala http://www.paesifantasma.it con bibliografia. Gli aspetti geologici del territorio della Tuscia sono documentati nel Museo geologico e delle frane di Civita di Bagnoregio e nel Piano di salvaguardia delle Forre del Viterbese. Segnalo anche i siti istituzionali del Comune di Celleno e le esperienze di associazione tra i comuni (www.galinteverina.it; http://www.consorzioteverina.it). Le proposte del Convento di San Giovanni Battista sono descritte nel sito http://www.conventocelleno.it/.

L'abside romanica del Convento

L’abside romanica del Convento