La palude di Colfiorito

La passeggiata intorno alla palude di Colfiorito è un’escursione del tutto facile e un pizzico originale. Siamo in Umbria, sui piani intermontani al confine con le Marche, tra la valle umbra del fiume Topino nel comune di Foligno e la valle del fiume Chienti in provincia di Macerata. I pianori sono circondati da rilievi montuosi che culminano nei 1571 metri del monte Pennino. L’area protetta del Parco comprende la palude, la parte umbra del Piano di Colfiorito e il rilievo di monte Orve (926 m).

La palude

La palude di Colfiorito è proprio come la si immagina. Acque stagnanti che riflettono i colori del cielo; vaste zone palustri e canneti a cannuccia; salici e altre piante acquatiche; aree umide e fangose, periodicamente inondate; tanti uccelli acquatici, anatre, tarabusi e schivi aironi; e la colonna musicale del monotono e insistente gracidio delle rane.

I prati umidi

Sui pendii che circondano il vasto lago palustre si distende il colorato mosaico agricolo dei campi coltivati. Qui si producono diversi legumi: le apprezzatissime lenticchie ma anche le cicerchie, i fagioli e i ceci. Ci sono poi le colture a cereali come frumento, orzo e soprattutto farro. E infine un prodotto tipico molto apprezzato: la patata rossa, introdotta qui nel Settecento e divenuta oggi uno dei prodotti d’eccellenza del territorio. Collegati agli allevamenti e ai pascoli, nel Parco sono insediati caseifici che trasformano il latte localmente prodotto in formaggi e ricotta di alta qualità e salumifici produttori del rinomato ciaùscolo, un insaccato spalmabile. Il vicino centro urbano di Colfiorito offre strutture ricreative e ricettive, un museo e un centro di visita.

Le acque del lago

Sugli altipiani si stabilì nel sesto secolo avanti Cristo la popolazione umbra dei Plestini. Questi s’insediarono nei castellieri, villaggi posti sulla sommità delle colline a controllo delle vie di transito, a loro volta federati tra loro. Il castelliere di Monte Orve, nei pressi della palude di Colfiorito, sembra fosse il più grande e importante dell’area: era dotato di cinta muraria, terrazze artificiali, abitazioni e luoghi di culto. Con la romanizzazione nacque la città di Plestia, municipio romano frequentato dalle popolazioni dei vari castellieri non solo come luogo di culto, ma anche come punto di aggregazione, centro politico e di scambi commerciali.

La Fontaccia

La passeggiata può avere inizio direttamente dal centro di visita di Colfiorito o, più opportunamente, già sulle rive del lago, dall’area verde del Fagiolaro, all’altezza del bivio tra l’abitato di Colfiorito e Forcatura. Ci si avvia a destra sul percorso protetto riservato ai pedoni, parallelo alla strada per Forcatura, fino alla casa del Mollaro posta proprio a ridosso dell’inghiottitoio, e recentemente ristrutturata insieme al “Molinaccio”, antica struttura che sfruttava le acque in eccesso della Palude. Il “mollaro” era il mugnaio che gestiva il mulino per la macinazione del grano, sorto nel 1654.

L’osservatorio

Si prosegue poi sulla strada asfaltata, con pochissimo traffico, fino al primo tornante. Qui si prende a sinistra la carrareccia che raggiunge la Fontaccia, un fontanile utilizzato in passato come lavatoio. Il vicino tavolo da picnic invita a una sosta. Siamo sulla verticale del borgo di Forcatura. Si scende poi alla palude dove l’osservatorio naturalistico invita a scrutare le acque alla ricerca degli uccelli di palude. La parte meridionale dell’anello del lago è spesso invasa dall’acqua e non percorribile. In questo caso si torna indietro sul percorso dell’andata, inserendosi magari sul panoramico itinerario del Castelliere.

La mappa del Parco

(Percorso effettuato il 2 aprile 2018)

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Assisi. Il Cantico delle creature

È uno degli itinerari francescani più poetici che Assisi possa proporre ai suoi visitatori. Un itinerario in compagnia di Francesco che vede declinati i versi del suo celebre “Cantico delle creature”. Il “Cantico” è l’inno di lode che il creato eleva a Dio, nel quale Francesco descrive poeticamente la natura come riflesso dell’immagine del suo creatore. I versi del Cantico sono originalmente commentati dalle sculture che l’artista contemporaneo Fiorenzo Bacci ha disseminato nei luoghi più appartati e suggestivi di Assisi.

 

San Damiano

L’itinerario ha inizio a San Damiano. La ragione è semplice. Fu qui che Francesco compose il “Cantico”. Questa è la chiesa che Francesco restaurò accogliendo l’invito del Crocifisso. Il luogo che fu abitato da Chiara e dalle sue prime sorelle.

Altissimu, onnipotente, bon Signore

La scrittura del Cantico

All’inizio del vialetto d’accesso a San Damiano, Fiorenzo Bacci ha scolpito la scena della composizione del Cantico, accompagnato da un mosaico che ne sintetizza tutti gli elementi.

Francesco detta il Cantico

Francesco, ormai cieco, malato e prossimo alla morte, ha in grembo le spighe di grano e detta i versi del Cantico.

Lo scriba

Lo scriba, seduto accanto a Francesco, trascrive le parole del maestro su un lungo rotolo.

Il creato e le creature

Il mosaico raffigura tutte le “creature” che nella visione onirica di Francesco compongono la lode della natura al Creatore. Vediamo il cielo, la terra e il mare; il sole, la luna e le stelle; gli uccelli e i pesci; i campi di grano, il tralcio d’uva, i “diversi fructi con coloriti flori et herba”, il fuoco, il vento, l’acqua e la terra.

I fiori e l’erba

 

Laudato si’, mi’ Signore, per frate vento

Frate Vento

Lungo il vialetto che scende a San Damiano troviamo la statua di Francesco in cammino con la sua bisaccia, che si stringe nell’abito per difendersi dal vento sferzante. La lode del Vento nel Cantico ha solide radici nella Bibbia dove il vento è spesso citato come manifestazione di Dio. Accade con il “respiro di Dio” in Ezechiele, con le “ali del vento” del Salmo, con il “vento leggero” di Elia, con il “vento che soffia dove vuole” di Nicodemo, con il “rombo di vento gagliardo” della Pentecoste. Il saio di Francesco, frustato dalle folate di vento, è allora metafora delle forze avverse, del tormento interiore ma insieme dinamismo ed energia divina per affrontare le avversità della vita.

 

Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre terra, la quale ne sustenta et governa, et produce diversi fructi con coloriti flori et herba

Francesco seminatore

Nel giardino della clausura di San Damiano, Francesco è rappresentato nelle vesti del buon seminatore della parabola evangelica. La terra, preparata per la semina, accoglie il seme gettato dal contadino. A suo tempo la terra produrrà i frutti coltivati dall’uomo e quelli spontanei voluti da Dio. Il rapporto tra l’uomo e il grembo fertile della terra è uno dei valori ancestrali che il francescanesimo coltiva e che ispira i moderni movimenti ecologisti.

 

Laudato sie, mi’ Signore, cum tucte le tue creature, spetialmente messer lo frate sole, lo qual è iorno, et allumini noi per lui. Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore,de te, Altissimo, porta significatione.

Francesco si rigenera al sole

Nel giardino che costeggia il vialetto all’uscita da San Damiano, Francesco siede per terra, con le gambe incrociate, le mani raccolte e aperte in grembo, lo sguardo rivolto verso la Porziuncola nella valle. È un Francesco contemplativo che si rigenera ai raggi del sole. Il sole è anche figura dello stesso Dio. E per questo il Cantico delle creature viene anche definito il Cantico di Frate Sole.

 

L’Eremo delle Carceri

Da San Damiano ci trasferiamo all’Eremo delle Carceri. Era il luogo dove Francesco e i suoi compagni cercavano la pace e la preghiera, si “carceravano” nella solitudine e nel silenzio alla ricerca di un più intenso dialogo con Dio. Un luogo isolato sul monte Subasio, a circa ottocento metri di quota, fuori dalle mura di Assisi, immerso nel cuore di una verde boscaglia, attraversato da un fosso e costellato di cavità rupestri. Intorno a quei “sassi di Maloloco” si è nel tempo aggrumato un insieme di cappelle affrescate, cenobi e chiostri.

 

Laudato si’, mi’ Signore, per sora luna e le stelle, in celu l’ai formate clarite et pretiose et belle

Francesco, Leone e Ginepro contemplano il cielo stellato

All’Eremo, il gruppo scultoreo realizzato dall’artista Fiorenzo Bacci si rivela particolarmente seducente La scena descrive Francesco, Leone e Ginepro che stanno ammirando il cielo stellato. Leone, l’erudito, traccia sul terreno il Grande e il Piccolo Carro e individua la posizione della Stella Polare. Ginepro, con la sorprendente intuizione che accompagna l’intelligenza dei semplici, scorge nel firmamento la medesima Stella e la segnala con ammirato stupore. Francesco, sdraiato a terra, a piedi scalzi e con le mani dietro la nuca, contempla estasiato la notte splendente.

Francesco contempla il cielo stellato

 

Il Vescovado

Lasciato l’Eremo scendiamo nel cuore della città. Raggiungiamo la chiesa di Santa Maria Maggiore e il Vescovado. Questo luogo è legato al ricordo della spoliazione di Francesco. Di fronte alla famiglia, al vescovo e alla gente di Assisi, Francesco si liberò dei suoi vestiti, li restituì al padre e scelse definitivamente di vivere in povertà.

 

Laudato si’, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo tuo amore

Il canto dei frati

Due rilievi di Fiorenzo Bacci sul fronte esterno del palazzo vescovile ricordano un altro episodio narrato nelle fonti francescane. Scoppiato un grave contrasto tra il podestà e il vescovo del tempo, Francesco, pur gravemente malato, volle riportare armonia nel governo di Assisi. Invitò il podestà in episcopio e inviò due frati che cantarono il versetto del Cantico sul perdono. L’invito ottenne successo. Podestà e vescovo si perdonarono a vicenda e “con molto affetto e trasporto si abbracciarono e si baciarono”.

Il perdono reciproco tra Vescovo e Podestà

 

Santa Maria degli Angeli

La grande basilica di Santa Maria degli Angeli fu costruita per custodire i luoghi che sono il cuore del francescanesimo: la cappella della Porziuncola, la cappella del Transito di Francesco, il Roseto e la cappella delle rose.

 

Laudato si’, mi’ Signore, per sor’aqua, la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta

Masseo e Francesco alla fonte

I giardini prossimi alla Basilica, antistanti la vicina Domus Pacis, ospitano due gruppi scultorei di Fiorenzo Bacci. Il primo gruppo è raccolto intorno a un fontanile e interpreta la lode del Cantico per Sorella Acqua. Racconta il ritorno da una questua che si è rivelata molto magra. Seduti accanto a una fonte, fra Masseo protesta: “Padre, come si può chiamare tesoro, dov’è tanta povertà e mancamento di quelle cose che bisognano? Qui non è tovaglia, né coltello, né taglieri, né scodella, né casa, né mensa, né fante, né fancella”. Ma Francesco in perfetta letizia, intinge i tozzi di pane secco nell’acqua, dice “io reputo grande tesoro ciò che ci viene apparecchiato dalla Provvidenza divina”.

 

Laudato si’, mi’ Signore, per frate focu, per lo quale ennallumini la nocte, et ello è bello et iocundo et robustoso et forte

Chiara e Francesco

Per commentare la lode del Cantico rivolta a Fratello Fuoco, l’artista ha modellato un déjeuner sur l’herbe di cui sono protagonisti Francesco e Chiara. Dopo un frugale desinare, alla lettura del Vangelo, i loro volti s’illuminano così tanto da allertare i contadini dei dintorni per l’insorgere di un incendio. L’episodio è narrato nei Fioretti. “E fatta l’ora di desinare, si pongono a seder insieme Santo Francesco e Santa Chiara. E per la prima vivanda Santo Francesco cominciò a parlare di Dio sì soavemente, sì altamente, sì maravigliosamente, che discendendo sopra di loro l’abbondanza della divina grazia, tutti furono in Dio rapiti. E stando così gli uomini della contrada dintorno vedeano che tutto il luogo e la chiesa e la selva di Santa Maria degli Angeli ardeano fortemente. Per la qual cosa con gran fretta corsono laggiù per ispegnere il fuoco. Ma giungendo al luogo e non trovando ardere nulla trovarono santo Francesco con santa Chiara con tutta la loro compagnia rapiti in Dio per contemplazione, seduti intorno a quella mensa umile. Compresono che quello era stato il fuoco divino il quale Iddio aveva fatto apparire miracolosamente a dimostrare il fuoco del divino amore”.

La pagina del Vangelo letta da Francesco

Da Assisi all’Eremo delle Carceri, col “cavallo di San Francesco”

Eremo delle carceri. Un nome non molto invitante, che evoca a prima vista manette e penitenziari, cela in realtà un mistico luogo dello spirito dal valore universale. Era il luogo dove Francesco e i suoi compagni cercavano la pace e la preghiera, si “carceravano” nella solitudine e nel silenzio alla ricerca di un più intenso dialogo con Dio. Un luogo isolato sul monte Subasio, a circa ottocento metri di quota, fuori dalle mura di Assisi, immerso nel cuore di una verde boscaglia, attraversato da un fosso e costellato di cavità rupestri. Intorno a quei “sassi di Maloloco” si è nel tempo aggrumato un insieme di cappelle affrescate, cenobi e chiostri. A distanza di otto secoli questo luogo continua ad attrarre in tutte le stagioni un flusso ininterrotto di visitatori. Il ripido sentiero o la sinuosa strada asfaltata che salgono all’Eremo, sono percorsi in continuazione da comitive di giovani, scolari in gita d’istruzione, gruppi di escursionisti, coppie di fidanzati e giovani sposi, lieti fraticelli, suore salmodianti, gruppi vocianti in tutte gli idiomi dell’universo, contemplativi e cercatori di solitudine. Si sale con il tradizionale “cavallo di san Francesco” (e cioè a piedi, col bastone del pellegrino) o con le più comode e veloci navette taxi.

La Porta Cappuccini di Assisi

Per la salita a piedi, il punto di partenza è la piazza Matteotti di Assisi, terminale dei bus urbani con parcheggio per le auto. Siamo nel punto più alto della città, in vista della Rocca. Pochi passi in salita, fiancheggiando il Convitto nazionale e l’Istituto professionale alberghiero, ci portano a varcare la porta Cappuccini (469 m). Si va ora a sinistra sulla strada sterrata che costeggia le mura urbane fino alla torre angolare della Rocchicciola.

La Rocchicciola di Assisi

La segnaletica per l’Eremo è abbondante e include le bandierine del Cai (sentiero 350), i pannelli del Parco del Subasio, il Tau giallo e le paline dei Cammini francescani. Il sentiero, scortato dai cipressi, dagli olivi e poi dalle querce, sale ripidamente nel bosco, con pendenza costante. Lascia a sinistra il sentiero 351 e una sterrata, entrambi diretti alla Costa di Trex. Raggiunge la località Montarone (797 m), dov’è il bivio con il sentiero 353. La pendenza scema e il sentiero prosegue in quota fino a incrociare un’area picnic e la strada asfaltata. Si va a destra in discesa.

L’Eremo delle Carceri

Dopo pochi passi ecco l’Eremo, incastonato nel verde della fitta selva di lecci. Superati l’incrocio con la strada per l’abbazia di San Benedetto e il parcheggio delle auto salite da Assisi, s’imbocca il viottolo che porta al cancello e al cuore del luogo sacro (791 m). Per superare i circa 400 m di dislivello avremo impiegato 1.30 ore.

La pianta dell’eremo

Il primo ambiente è il cortile triangolare con i pozzi. Dal parapetto si osserva la gola del Subasio e un bel panorama sulla Valle Umbra. Qui è un ambiente per l’accoglienza dei pellegrini, cui segue una cappella per la preghiera silenziosa. Si entra poi nella chiesa quattrocentesca, affrescata. Segue la minuscola chiesa primitiva dedicata a Santa Maria delle Carceri, una grotta adattata a cappella. Siamo nel cuore del santuario. Si entra nella grotta di Francesco che contiene il letto di pietra su cui il santo dormiva e il masso su cui sedeva a meditare. All’aperto, su un ponticello di pietra si varca il fosso asciutto, dove sopravvive ancora un leccio dell’epoca di Francesco. Da qui parte il viale che attraversa la selva e dal quale si diramano i sentierini che conducono alle grotte dei compagni di Francesco.

Gli edifici dell’eremo

Lungo i vialetti dell’eremo alcune sculture richiamano episodi di vita francescana. Un bronzo di Vincenzo Rosignoli mostra San Francesco che libera le tortorelle. All’ingresso è un bronzo di San Francesco incorniciato da una grande aureola con i simboli delle diverse religioni, testimonianza di unità nella diversità.

Il gruppo scultoreo di Fiorenzo Bacci

Particolarmente seducente è il gruppo scultoreo realizzato dall’artista Fiorenzo Bacci per il Parco letterario del Cantico delle creature. La scena commenta il versetto del Cantico “Laudato si’, mi’ Signore, per sora luna e le stelle, in celu l’ai formate clarite et pretiose et belle”. Francesco, Leone e Ginepro stanno ammirando il cielo stellato. Leone, l’erudito, traccia sul terreno il Grande e il Piccolo Carro e individua la posizione della Stella Polare. Ginepro, con la sorprendente intuizione che accompagna l’intelligenza dei semplici, scorge nel firmamento la medesima Stella e la segnala con ammirato stupore. Francesco supino, a piedi scalzi, contempla estasiato la notte splendente.

Francesco contempla il cielo stellato

(Ho effettuato l’escursione l’11 febbraio 2018)

Umbria. Sulla via dell’acqua, da Spello a Collepino

Chi ama il riposante paesaggio umbro può incamminarsi sull’originale e piacevole sentiero che si snoda nella valle del Chiona, alle pendici del monte Subasio e in vista della Valle Umbra. Il sentiero fiancheggia fedelmente l’antico acquedotto romano che riforniva Spello con l’acqua captata dalla sorgente di Fonte Canale situata sotto Collepino.

Spello e le colline dell’escursione

L’acquedotto fu costruito ai tempi di Augusto e, dopo la crisi dell’alto medioevo, fu ripristinato in età comunale, a servizio della rinascita della città, in conseguenza dell’incremento demografico e della rinnovata stabilità politica. Utilizzato fino all’Ottocento e poi abbandonato, è stato recuperato nel 2009 per essere utilizzato come tracciato per trekking e mountain bike, sottraendolo così all’interramento e al degrado. L’escursione si completa con la visita della deliziosa cittadina di Spello e del solitario borgo di Collepino.

Porta Venere

 

Spello

Intatta nel suo aspetto medievale e cinta da mura trecentesche, Spello è più raccolta e meno affollata della vicina Assisi. La visita è facile da organizzare poichè segue la strada centrale che dalla porta Consolare sale dolcemente su fino all’arco dell’Arce. Il suo tesoro più prezioso è la Cappella Baglioni con gli affreschi del Pinturicchio, all’interno della chiesa di Santa Maria Maggiore. Ma tutto l’insieme – fatto di mura, torri, porte, storici edifici, chiese e monasteri, pinacoteca, cappelle e oratori, mosaici e resti romani – si propone come un’eccellente meta turistica.

Chiesa di Sant’Andrea- tavola di Pinturicchio (particolare)

 

L’acquedotto

Il punto di partenza del sentiero dell’acquedotto è posto all’inizio della Via Bulgarella. Si trova nella parte alta di Spello, uscendo dalla porta Montanara e seguendo le indicazioni per il Subasio e Collepino. I parcheggi della zona e l’ottima segnaletica agevolano il percorso. Il sentiero di servizio affianca la parete di sostegno dell’acquedotto, costruita con pietra calcarea locale bianca e rosata. Il condotto dell’acqua ha una copertura realizzata con lastre di pietra disposte alla “cappuccina” o a schiena d’asino. Sulla parete sono presenti numerose prese d’aria, costituite da finestre rettangolari, dotate ancora in alcuni casi dei cardini di sostegno delle porticine, realizzate anche per l’ispezione e la pulizia del condotto.

Il sentiero dell’acquedotto romano

 

La natura

L’acquedotto taglia a mezza costa il fianco collinare della valle del Chiona, attraversando una successione di fondi coltivati a ulivo, intervallati da filari di vite, cipressi, olmi e querce. Nei pressi delle forre e delle vallecole che scendono dal Subasio, la vegetazione s’infittisce e si trasforma in boschetti di fitta macchia mediterranea.

San Girolamo di Spello

 

La valle del Chiona

Nel tratto iniziale si godono incantevoli viste di Spello, sullo sfondo della valle Umbra e della catena dei colli appenninici che la chiude a occidente. Procedendo nel percorso, il largo solco della valle diventa più evidente e mostra le strade rurali, i rari casolari e i diversi coltivi. Sul fondo appare anche il solco non molto evidente del torrente Chiona che in pianura va a confluire nel fiume Topino. I punti più panoramici sono attrezzati con balaustre, tavoli picnic e panchine; non manca anche una riposante chaise longue di legno. Lungo tutto il percorso sono state collocate bacheche e pannelli che contengono informazioni storiche e turistiche del tracciato pedonale e le distanze progressive dai punti di partenza e di arrivo. Numerose mattonelle incastonate sulla parete dell’acquedotto recano incise massime di personaggi famosi e pillole di saggezza.

La valle del Chiona

 

Il percorso

Le vasche della fonte Bulgarella e le “Rierce” segnano l’inizio del sentiero che si sviluppa per complessivi 4,4 km. Il panorama di Spello e la casa San Girolamo, legata ai ricordi di Carlo Carretto, fanno compagnia ai nostri primi passi. Dopo i primi settecento metri si traversa la strada e la si fiancheggia sul lato destro.

Il ponte dei tre archi

Un punto caratteristico è “la chiocciola”, una salita a spirale che consente al sentiero di alzarsi sull’acquedotto. A metà strada c’è un altro punto caratteristico, l’Abbeveratoio dell’asino, una fonte ancora dotata di attaccaglia, l’anello in pietra per legare gli animali. L’acquedotto supera le forre attraverso il ponte dei Tre archi, il ponte delle Moie e il ponte Corvara. Al termine del percorso il sentiero torna sull’asfalto nei pressi della fonte Molinaccio.

La fonte del Molinaccio

 

Collepino

Il profilo di Collepino, appollaiato sulle ultime propaggini del Subasio, ci accompagna nell’ultimo tratto del percorso. Per raggiungere il borgo è però necessario superare un ripido strappo in salita su strada o sul sentiero segnato. La fatica è ripagata dalla bellezza di questo minuscolo e solitario borgo-castello, circondato da mura, di origini alto-medievali.

Le mura di Collepino

Il borgo nacque infatti a servizio della vicina Abbazia di San Silvestro, divenuta camaldolese nel 1025 a opera di San Romualdo. L’emigrazione del dopoguerra e i danni provocati dal terremoto del 1997 hanno ridotto la popolazione a poche famiglie. Grazie anche a fondi europei Collepino è stato però sapientemente ristrutturato mantenendogli le caratteristiche della storia medievale, con le case in pietra rosa del Subasio e le stradine lastricate. Ci si aggira così tra case, chiese e mura colpiti dal silenzio, dalla pulizia, dal decoro e da un bel panorama circolare.

La torre del castello

 

Informazioni di servizio

Il sentiero dell’acquedotto romano è lungo 4,4 km. La fonte Bulgarella di Spello è a quota 313 m, mentre la fonte Molinaccio è a quota 456. Il dislivello è dunque di circa 150 m. Il tempo di percorrenza è di 75 minuti. Se si aggiunge la salita a Collepino (quota 600 m), il dislivello sale a circa 300 m e il tempo di percorrenza aumenta di 20 minuti. Il percorso può essere affrontato con partenza da Spello o da Collepino. Disponendo di un’automobile di servizio, può essere preferibile partire da Collepino: il percorso risulta così in discesa e particolarmente panoramico su Spello. In caso di percorso andata/ritorno i tempi e le distanze raddoppiano. Il sentiero ha la numerazione (3)32 del Cai e prosegue dopo Collepino in direzione di San Silvestro, dell’Eremo/Rifugio Madonna della Spella e delle praterie d’altura del monte Subasio.

La sezione dell’acquedotto

(Il percorso è stato testato il 18 gennaio 2018)

Spoleto. La Teseide di Boccaccio a fumetti

Conoscete la “Teseide”? L’opera scritta nel 1340 da Giovanni Boccaccio? Mai sentita? Ebbene, è una complicata storia d’amore ambientata al tempo delle guerre che Teseo, sovrano di Atene, muove contro le Amazzoni e la città di Tebe. Boccaccio racconta l’amore di Arcita e Palemone, due prigionieri tebani che Teseo ha condotto ad Atene dopo la vittoria, per Emilia, sorella della regina delle Amazzoni Ippolita. Arcita e Palemone sono grandi amici, ma l’amore comune per Emilia li mette uno contro l’altro. Teseo decide allora di esiliare i prigionieri, e Arcita è la prima vittima di tale decisione. Dopo aver vagato per varie città Arcita riesce tuttavia a rientrare sotto mentite spoglie ad Atene, e inizia a servire Teseo sotto il falso nome di Penteo. Panfilo, unico a conoscenza della vera identità di Penteo, avverte Palemone del ritorno di Arcita; quest’ultimo riesce a evadere dal carcere, con l’intento di eliminare l’amico. Palemone e Arcita, ritrovatisi, si sfidano a un duello all’ultimo sangue per conquistare il cuore di Emilia. All’ultimo minuto, s’intromette però Teseo che cambia le regole del “gioco”, imponendo non un classico duello, uno contro uno, ma una vera e propria battaglia: Arcita e Palemone verranno dotati di cento cavalieri ciascuno, e sposerà Emilia chi riuscirà a mettere in fuga lo schieramento nemico. Il vincitore finale risulta Arcita che, seppur ferito in maniera mortale durante il duello, sposa Emilia. Consapevole tuttavia di essere prossimo alla morte, Arcita lascia come volontà testamentaria che l’amico Palemone sia il nuovo compagno di Emilia. Il poema si conclude con il funerale di Arcita e le sfarzose nozze di Emilia e Palemone.

Il ciclo affrescato della Teseide

La favola amorosa è affrescata nella deliziosa “Camera Pinta” della Rocca Albornoz, a Spoleto, in Umbria. Fu il cavaliere napoletano Marino Tomacelli, inviato come governatore a Spoleto nel 1392, a volere sui muri della sua camera privata le immagini del poemetto di gusto cavalleresco scritto da Boccaccio. Le scene della graphic novel si susseguono sul muro della stanza come un colorato fumetto.

La festa delle nozze tra Teseo e Ippolita

La festa di nozze

Le nozze furon grandi e liete molto, / e più tempo durò il festeggiare, / e ciascun dalla sua fu ben raccolto, ed a tutti pareva bene stare. (Teseide I, 138)

Le pene d’amore di Arcita

Arcita riposa malinconico presso una fonte

Ma per celar la sua voglia amorosa, / e per lasciar li sospir fuori uscire, / che facean troppo l’anima angosciosa, / avie in usanza talvolta soletto / d’andarsene a dormire in un boschetto. / Egli era bello, e d’alberi novelli / tutto fronzuto e di nuova verdura, / ed era lieto di canti d’uccelli, / di chiare fonti fresche a dismisura, / che sopra l’erbe facevan ruscelli / freddi e nemici d’ogni gran calura: / conigli, cervi, lepri e cavriuoli / vi si prendean co’ cani e co’ lacciuoli. (Teseide IV, 65)

Palemone riconosce Arcita addormentato

Palemone e Arcita

Mentre ched e’ così dicendo andava, / giunse nel bosco per gli alberi ombroso, / e con intero sguardo in quel cercava, / acciocchè Arcita trovasse amoroso: / e mentre in dubbio fortuna il portava, / s’avvenne sopra ’l prato, ove riposo / prendeva Arcita, ch’ancora dormiva, / e Palemoa vegnente non sentiva. / E poichè fu di sopra alla rivera / sotto al bel pino in su le fresche erbette, / che aveva lì prodotte primavera, / vide dormire Arcita; onde ristette, / ed appressato quasi dov’egli era, / il rimirava, ed a ciò molto stette, / e sì nel viso gli parve mutato, / che non l’avrebbe mai raffigurato. (Teseide V, 33-34)

Il convito di Atene

Il convito di Teseo ad Atene

Qualunque fur de’ possenti signori, / re, duca, prence, o altri d’onor degno, / o qual si fosser piccoli o maggiori, che di Teseo venisse ancor nel regno, / e’ fur con sommi e lietissimi onori / ricevuti, e ciascun con tutto ingegno: / e per sè prima gli onorava Egeo, / e poi con lieto volto il buon Teseo. (Teseide VI,65)

La preghiera di Emilia

La preghiera di Emilia a Diana

Fra gli altri che agl’Iddii sagrificaro / fu l’una Emilia più divotamente; / la qual sentendo quanto ciascun caro / era degli due amanti alla sua gente, / non sofferse il suo cuor d’essere avaro / di porger preghi a Diana possente / in servigio di que’ che amavan lei, / più che gli uomini in terra o in ciel gli Dei. (Teseide VII, 70)

Emilia interrompe il duello

Emilia interrompe il duello

Così m’hai fatto, Amore, e più non posso, / e senza amore innamorata sono: / tu mi consumi, tu mi priemi addosso, / per colpa degna certo di perdono: / tu m’hai il cor dolorosa percosso / con disusato e non saputo trono; / ed or fossi pur certa che campasse / l’un d’essi due, e sposa men portasse. (Teseide VII, 109)

La battaglia tra i cavalieri nell’arena

La battaglia tra i cavalieri

E così insieme gli altri combattieno / Tutti nel campo raccesi a battaglia, / E lungo assalto tra lor mantenieno / Ciascun di cacciar l’altro si travaglia (Teseide VII, 119)

Gli spettatori

Gli spettatori del torneo

Delle quali una in verso il sol nascente / sopra colonne grandi era voltata, / l’altra mirava in verso l’occidente, / come la prima appunto lavorata: / per questa entrava là entro ogni gente, / d’altronde nò, chè non vi aveva entrata: / nel mezzo aveva un pian ritondo a sesta, / di spazio grande ad ogni somma festa. / Nel qual scalee in cerchio si movieno, / e credo in più di cinquecento giri, / in sino all’alto del muro salieno / con gradi larghi per petrina miri: / sopra li quali le genti sedieno / a rimirare gli arenarii diri, / o altri che facessono alcun gioco, / senza impedir l’un l’altro in nessun loco. (Teseide VII, 109-110)

Le spettatrici

Le spettatrici

Vennervi i cittadini, e tutte quante / le belle donne realmente ornate, / e qual per l’uno, e qual per l’altro amante / preghi porgeva: e così adunate, / dopo tututte con lieto sembiante / Ippolita vi venne, in veritate / più ch’altra bella, ed Emilia con lei, / a rimirar non men vaga di lei. (Teseide VII, 113)

I bambini

(Ho visitato la Camera Pinta il 6 gennaio 2018)

Le tentazioni di Sant’Antonio nel deserto

Antonio abate è uno dei più celebri eremiti nella storia della Chiesa e un santo tra i più popolari. Nato nel cuore dell’Egitto, intorno al 250, a vent’anni abbandonò ogni cosa per vivere dapprima in una plaga deserta e poi sulle rive del Mar Rosso, dove condusse vita anacoretica per più di 80 anni: morì, infatti, ultracentenario nel 356. I suoi biografi ci hanno raccontato tanti episodi leggendari della sua vita e in particolare le tentazioni da lui subite nel deserto e la persecuzione dei diavoli nei suoi confronti. Le tentazioni di Sant’Antonio sono poi diventate uno dei soggetti preferiti dagli artisti e dai letterati. Proponiamo qui alcune immagini di un ciclo affrescato a metà del Quattrocento – forse da Andrea di Cagno – nella chiesa di San Francesco, gloria della cittadina di Montefalco, in Umbria.

La donna tentatrice

La tentazione della Lussuria

Antonio si trova in preghiera nel suo eremitaggio nel bosco. Il diavolo tenta di corromperlo apparendogli nelle vesti eleganti di una bellissima principessa che si offre spudoratamente. L’ampia scollatura, la lunga treccia bionda e le mani che aprono il vestito sono una visione assolutamente glamour. Ma le corna sul capo e i piedi di porco della ‘adorna damisela’ denunciano il diabolico travestimento. E Antonio respinge il diavolo tentatore redarguendolo aspramente.

La visione dell’Inferno

La visione dell’Inferno

Mentre Antonio si reca con i suoi compagni a pregare nel deserto ha una visione infernale. Vede grotteschi diavoli impegnati a bastonare e arpionare poveri dannati nudi. Vede i diavoli che trasportano con ogni mezzo i dannati verso la punizione eterna. Vede infine la grande caverna fiammeggiante ai piedi di una montagna al cui interno si ammassano i volti delle anime dannate avvolti dalle fiamme e stritolati dalle spire di serpenti.

I diavoli bastonatori

Le bastonate dei diavoli

Una volta, mentre Antonio pregava nel suo eremitaggio, una moltitudine di diavoli lo picchiò con i bastoni e lo lasciò in fin di vita, sfinito dal dolore delle ferite. La bastonatura demoniaca si completa con il tentativo di sfilargli il cappuccio della cocolla. Ed ecco che apparve improvvisamente una luce meravigliosa che mise in fuga tutti i demoni, mentre Antonio fu subito guarito. Capendo che Cristo era venuto lì da lui, disse: “Dov’eri, buon Gesù? Dov’eri? Perché non sei venuto subito ad aiutarmi e a guarire le mie ferite?”. “Antonio – gli rispose il Signore, – io ero qui, ma aspettavo di vedere la tua battaglia. Poiché hai combattuto con tutte le tue forze, farò che il tuo nome corra per tutto il mondo” (Legenda aurea).

La fuga da Patras

La fuga da Patrasso

Antonio viveva a Patras in un cenobio monastico nel quale aveva sperimentato l’impossibilità di servire Dio nella maniera dovuta, a causa di una quanto mai riprovevole commistione della vita dei monaci con quella dei secolari. Decide allora di fuggire di notte, calandosi dalle mura della città, e di andare a fondare un nuovo monastero nel deserto con un gruppo di fedeli confratelli.

Il drago e i cammelli

Il drago e i cammelli

Un drago inquinava le acque di una fonte e minacciava la vita degli abitanti. L’olezzo dell’acqua fetida era talmente ammorbante da costringere un frate a turarsi il naso. Antonio caccia il drago con un esorcismo e provvede a purificare l’acqua. Nella scena successiva vediamo una carovana di cammelli carica di rifornimenti che arriva in soccorso di Antonio e dei suoi monaci afflitti dalle privazioni nel deserto. Il Santo innalza una preghiera di ringraziamento e i monaci scaricano lieti le botticelle d’acqua e i sacchi di cibarie.

Terni. Risurrezione e Giudizio finale in Cattedrale

Dal 2007 un grande dipinto decora la controfacciata della Cattedrale di Terni. L’artista argentino Ricardo Cinalli vi ha reinterpretato il tema classico del Giudizio universale, che è visto come un’ascensione di Gesù Risorto che porta in Cielo due grandi reti con i corpi dei risorti nell’ultimo giorno. Le tradizionali immagini del paradiso e dell’inferno, dei salvati e dei dannati, degli angeli del giudizio, restano presenti ma in secondo piano, quasi dissimulate dal cambiamento di prospettiva.

Il dipinto di Cinalli nella cattedrale di Terni

Siamo di fronte a una potente visione, carica di speranza per l’uomo contemporaneo, che pone al centro del dipinto la salvezza che il Cristo risorto offre a tutti. La rete che Gesù, divino pescatore di uomini, lancia a tutta l’umanità, trattiene tutti coloro che riconoscono i propri limiti, la propria solitudine e i propri peccati, e si aprono alla prospettiva di risorgere dalla propria morte. Questa salvezza è offerta a tutti, senza distinzione di chiesa, di razza, di genere, di cultura.

La mano di Dio

La mano di Dio

La scena è introdotta in alto da una mano aperta a rilievo che sporge dalle nubi. Questa mano che scende dall’empireo e fora le nubi del cielo è la mano di Dio. La mano è una teofania, il più antico simbolo di Dio Padre diffuso nell’arte cristiana. La mano che si apre nel gesto dell’accoglienza è quella del Padre che accoglie il Figlio. Nel momento terribile della morte sulla croce Gesù aveva gridato a gran voce “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito (Lc 23, 46). Ora che la morte è stata sconfitta, il Figlio risorto ascende al cielo ed è accolto dalla mano amorevole del Padre.

Gli angeli e il velo del tempo

L’angelo e il velo del tempo

Due grandi angeli arrotolano il sipario, lo accostano ai margini e svelano teatralmente la scena centrale. La radice scritturistica di questa immagine va rintracciata in un bel versetto di Isaia che profetizza la fine del tempo, quando il Signore “strapperà il velo che copriva la faccia di tutti i popoli e la coltre distesa su tutte le nazioni ed eliminerà la morte per sempre” (Is 25, 7-8). Se il Velo del Tempio, squarciandosi in due da cima a fondo, aveva annunciato la morte di Gesù, ora il Velo del Tempo, avvolto e ritirato dagli angeli quasi come un sipario, lascia apparire la scena della vittoria sulla morte, la salvezza finale dell’umanità e il ritorno del Figlio al Padre, preludio dell’Eternità.

Il Cristo pescatore di uomini

Il Cristo pescatore di uomini

Gesù, morto e risorto, sale verso il Cielo. Ascende gli invisibili gradini della virtuale scala del tempo, quel tempo che è stato offerto a tutti per la redenzione. Sui piedi, sui polsi e sul costato sanguinano ancora le piaghe della sua crocifissione. Con le mani solleva coloro che hanno risposto positivamente al suo invito alla salvezza e ora sono aggrappati alla rete delle misericordia. L’immagine del pescatore di uomini è squisitamente evangelica. Qui si caratterizza nel suo significato di giudizio ultimo, secondo la lezione di Matteo: “il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti” (Mt 13, 47-50).

Gerusalemme celeste e Babilonia infernale

La città celeste

In alto, sulle nubi, è raffigurata, nella forma urbana della città ideale, la Gerusalemme celeste dell’Apocalisse: “E vidi un cielo nuovo e una terra nuova: il cielo e la terra di prima infatti erano scomparsi e il mare non c’era più. E vidi anche la città santa, la Gerusalemme nuova, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii allora una voce potente, che veniva dal trono e diceva: Ecco la tenda di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro ed essi saranno suoi popoli ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio. E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno, perché le cose di prima sono passate” (Ap 21, 1-4). Alla fine dei tempi l’interminabile corteo dei salvati si reca in pellegrinaggio alla città santa sul monte: qui è il centro del mondo, poiché solo qui a Gerusalemme abita il Signore (Sal 135,21).

La città infernale

Sotto la città ideale è raffigurata la città contemporanea con tutti i suoi problemi, una megalopoli con al centro grandi e svettanti grattacieli irti di antenne, circondata da ciminiere che producono fumi inquinanti e assediata da una povera baraccopoli. Alla Gerusalemme celeste si contrappone la terrena Babilonia infernale. Nell’Apocalisse Babilonia appare come la sede del potere terreno dell’Anticristo, il simbolo dell’inclinazione al peccato, della superbia e della lontananza da Dio. É la città da cui mette in guardia la voce dal cielo: “Uscite, popolo mio, da Babilonia, per non associarvi ai suoi peccati” (Ap 18,4).

La risurrezione dei morti

La risurrezione dei morti

La parte bassa del dipinto descrive la scena della risurrezione dei morti nell’ultimo giorno. Della tradizionale iconografia restano gli avelli tombali aperti sul terreno e i corpi risorgenti. Ma la scena è reinterpretata dall’artista per descrivere le povertà esistenziali, tutta la disperazione, la solitudine e il dolore del mondo. Il male principale che tormenta la società moderna è la solitudine che imprigiona l’uomo contemporaneo che solo apparentemente sembra essere felice nella società del mercato e del mercimonio; in realtà è incapace a tessere relazioni solidali, affettive e d’amore disinteressato. Gli avelli, con i vortici in cui sprofondano gli individui, rappresentano la solitudine e l’egoismo che possono isolare l’uomo di oggi dai suoi simili. Ma vediamo anche persone che aiutano gli altri a uscire dal proprio guscio e a sollevarsi, in una bella testimonianza di solidarietà. Altri tendono le braccia e il corpo verso la rete d’amore che viene loro offerta. Altri ancora rifiutano ogni salvezza e si rituffano nell’inferno del loro male.

La tomba vuota

La tomba vuota

In basso compare una tomba vuota, un sepolcro scoperchiato, l’ultimo luogo attraversato da Gesù: la tomba in cui viene sigillato il suo cadavere e da cui il suo corpo riemerge il terzo giorno risorto e vivo. La tomba vuota è il simbolo della vittoria sulla morte. Il pittore arricchisce la tomba vuota di un altro simbolo: la ninfea, un fiore bellissimo che ha le sue radici nella melma. L’orrore della morte è simboleggiato dal serpente che esce dal sepolcro, icona del peccato e del male. Il fiore che apre i suoi petali è il simbolo della vita che risorge.

I corpi e i volti

I personaggi che affollano il dipinto di Cinalli formano una galleria di corpi e di volti talvolta non convenzionale ma sempre ortodossa. Vanno segnalate le citazioni: i due angeli e i fregi del velo riproducono nitidamente la tenda del celebre dipinto della Madonna del Parto di Piero della Francesca; il salvato appeso alla corona del rosario riprende un particolare del celebre Giudizio di Michelangelo nella Cappella Sistina.

I salvati

Tra i salvati nella rete sono poi raffigurati i committenti dell’affresco: l’allora arcivescovo di Terni Vincenzo Paglia con il suo zucchetto e Don Fabio Leonardis, con un cuore tatuato sul braccio. Anche l’autore ha voluto lasciare il suo autoritratto tra i risorti e la sua firma su una pietra. L’universalità della salvezza, offerta a tutti, senza differenze di età, genere e razza è testimoniata dalla presenza di uomini e donne, di adulti e ragazzi, di una donna con il burqa, di un orientale con il codino, di tanti neri, di coppie gay, di un transessuale, di prostitute e prostituti con i corpi tatuati. Queste presenze ricordano la parola di Gesù: “In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio” (Mt 21, 31).

La rete dei salvati