Terni. Risurrezione e Giudizio finale in Cattedrale

Dal 2007 un grande dipinto decora la controfacciata della Cattedrale di Terni. L’artista argentino Ricardo Cinalli vi ha reinterpretato il tema classico del Giudizio universale, che è visto come un’ascensione di Gesù Risorto che porta in Cielo due grandi reti con i corpi dei risorti nell’ultimo giorno. Le tradizionali immagini del paradiso e dell’inferno, dei salvati e dei dannati, degli angeli del giudizio, restano presenti ma in secondo piano, quasi dissimulate dal cambiamento di prospettiva.

Il dipinto di Cinalli nella cattedrale di Terni

Siamo di fronte a una potente visione, carica di speranza per l’uomo contemporaneo, che pone al centro del dipinto la salvezza che il Cristo risorto offre a tutti. La rete che Gesù, divino pescatore di uomini, lancia a tutta l’umanità, trattiene tutti coloro che riconoscono i propri limiti, la propria solitudine e i propri peccati, e si aprono alla prospettiva di risorgere dalla propria morte. Questa salvezza è offerta a tutti, senza distinzione di chiesa, di razza, di genere, di cultura.

La mano di Dio

La mano di Dio

La scena è introdotta in alto da una mano aperta a rilievo che sporge dalle nubi. Questa mano che scende dall’empireo e fora le nubi del cielo è la mano di Dio. La mano è una teofania, il più antico simbolo di Dio Padre diffuso nell’arte cristiana. La mano che si apre nel gesto dell’accoglienza è quella del Padre che accoglie il Figlio. Nel momento terribile della morte sulla croce Gesù aveva gridato a gran voce “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito (Lc 23, 46). Ora che la morte è stata sconfitta, il Figlio risorto ascende al cielo ed è accolto dalla mano amorevole del Padre.

Gli angeli e il velo del tempo

L’angelo e il velo del tempo

Due grandi angeli arrotolano il sipario, lo accostano ai margini e svelano teatralmente la scena centrale. La radice scritturistica di questa immagine va rintracciata in un bel versetto di Isaia che profetizza la fine del tempo, quando il Signore “strapperà il velo che copriva la faccia di tutti i popoli e la coltre distesa su tutte le nazioni ed eliminerà la morte per sempre” (Is 25, 7-8). Se il Velo del Tempio, squarciandosi in due da cima a fondo, aveva annunciato la morte di Gesù, ora il Velo del Tempo, avvolto e ritirato dagli angeli quasi come un sipario, lascia apparire la scena della vittoria sulla morte, la salvezza finale dell’umanità e il ritorno del Figlio al Padre, preludio dell’Eternità.

Il Cristo pescatore di uomini

Il Cristo pescatore di uomini

Gesù, morto e risorto, sale verso il Cielo. Ascende gli invisibili gradini della virtuale scala del tempo, quel tempo che è stato offerto a tutti per la redenzione. Sui piedi, sui polsi e sul costato sanguinano ancora le piaghe della sua crocifissione. Con le mani solleva coloro che hanno risposto positivamente al suo invito alla salvezza e ora sono aggrappati alla rete delle misericordia. L’immagine del pescatore di uomini è squisitamente evangelica. Qui si caratterizza nel suo significato di giudizio ultimo, secondo la lezione di Matteo: “il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti” (Mt 13, 47-50).

Gerusalemme celeste e Babilonia infernale

La città celeste

In alto, sulle nubi, è raffigurata, nella forma urbana della città ideale, la Gerusalemme celeste dell’Apocalisse: “E vidi un cielo nuovo e una terra nuova: il cielo e la terra di prima infatti erano scomparsi e il mare non c’era più. E vidi anche la città santa, la Gerusalemme nuova, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii allora una voce potente, che veniva dal trono e diceva: Ecco la tenda di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro ed essi saranno suoi popoli ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio. E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno, perché le cose di prima sono passate” (Ap 21, 1-4). Alla fine dei tempi l’interminabile corteo dei salvati si reca in pellegrinaggio alla città santa sul monte: qui è il centro del mondo, poiché solo qui a Gerusalemme abita il Signore (Sal 135,21).

La città infernale

Sotto la città ideale è raffigurata la città contemporanea con tutti i suoi problemi, una megalopoli con al centro grandi e svettanti grattacieli irti di antenne, circondata da ciminiere che producono fumi inquinanti e assediata da una povera baraccopoli. Alla Gerusalemme celeste si contrappone la terrena Babilonia infernale. Nell’Apocalisse Babilonia appare come la sede del potere terreno dell’Anticristo, il simbolo dell’inclinazione al peccato, della superbia e della lontananza da Dio. É la città da cui mette in guardia la voce dal cielo: “Uscite, popolo mio, da Babilonia, per non associarvi ai suoi peccati” (Ap 18,4).

La risurrezione dei morti

La risurrezione dei morti

La parte bassa del dipinto descrive la scena della risurrezione dei morti nell’ultimo giorno. Della tradizionale iconografia restano gli avelli tombali aperti sul terreno e i corpi risorgenti. Ma la scena è reinterpretata dall’artista per descrivere le povertà esistenziali, tutta la disperazione, la solitudine e il dolore del mondo. Il male principale che tormenta la società moderna è la solitudine che imprigiona l’uomo contemporaneo che solo apparentemente sembra essere felice nella società del mercato e del mercimonio; in realtà è incapace a tessere relazioni solidali, affettive e d’amore disinteressato. Gli avelli, con i vortici in cui sprofondano gli individui, rappresentano la solitudine e l’egoismo che possono isolare l’uomo di oggi dai suoi simili. Ma vediamo anche persone che aiutano gli altri a uscire dal proprio guscio e a sollevarsi, in una bella testimonianza di solidarietà. Altri tendono le braccia e il corpo verso la rete d’amore che viene loro offerta. Altri ancora rifiutano ogni salvezza e si rituffano nell’inferno del loro male.

La tomba vuota

La tomba vuota

In basso compare una tomba vuota, un sepolcro scoperchiato, l’ultimo luogo attraversato da Gesù: la tomba in cui viene sigillato il suo cadavere e da cui il suo corpo riemerge il terzo giorno risorto e vivo. La tomba vuota è il simbolo della vittoria sulla morte. Il pittore arricchisce la tomba vuota di un altro simbolo: la ninfea, un fiore bellissimo che ha le sue radici nella melma. L’orrore della morte è simboleggiato dal serpente che esce dal sepolcro, icona del peccato e del male. Il fiore che apre i suoi petali è il simbolo della vita che risorge.

I corpi e i volti

I personaggi che affollano il dipinto di Cinalli formano una galleria di corpi e di volti talvolta non convenzionale ma sempre ortodossa. Vanno segnalate le citazioni: i due angeli e i fregi del velo riproducono nitidamente la tenda del celebre dipinto della Madonna del Parto di Piero della Francesca; il salvato appeso alla corona del rosario riprende un particolare del celebre Giudizio di Michelangelo nella Cappella Sistina.

I salvati

Tra i salvati nella rete sono poi raffigurati i committenti dell’affresco: l’allora arcivescovo di Terni Vincenzo Paglia con il suo zucchetto e Don Fabio Leonardis, con un cuore tatuato sul braccio. Anche l’autore ha voluto lasciare il suo autoritratto tra i risorti e la sua firma su una pietra. L’universalità della salvezza, offerta a tutti, senza differenze di età, genere e razza è testimoniata dalla presenza di uomini e donne, di adulti e ragazzi, di una donna con il burqa, di un orientale con il codino, di tanti neri, di coppie gay, di un transessuale, di prostitute e prostituti con i corpi tatuati. Queste presenze ricordano la parola di Gesù: “In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio” (Mt 21, 31).

La rete dei salvati

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Gubbio. Il Giudizio finale e i regni dell’aldilà

Ottaviano Nelli, pittore attivo con la sua bottega nella prima metà del Quattrocento, ha dipinto un grande affresco del Giudizio universale sull’arco trionfale della chiesa di Sant’Agostino a Gubbio. Il tema completa il ciclo absidale dedicato alla vita di Sant’Agostino. La data è probabilmente a cavallo tra la fine del secondo decennio e l’inizio del terzo.

Il Giudizio finale di Gubbio

Nel fregio vediamo i tondi con i profeti che hanno annunciato il giorno di Jahve. In alto è la scena di Cristo che scende dal cielo per giudicare l’umanità e appare nella “mandorla”, seduto sopra l’iride, l’arcobaleno che simboleggia la nuova alleanza tra Dio e il suo popolo. La mandorla è sostenuta da un coro di serafini color rosso fuoco. Gesù è abbigliato con un mantello che lascia visibili la ferita del costato e i fori dei chiodi sulle mani e sui piedi. La pronuncia del giudizio è simbolizzata dalla posizione delle mani: il palmo della mano destra è aperto nel gesto dell’accoglienza dei beati e il dorso della mano sinistra esprime la volontà di allontanare gli empi. Intorno ai serafini si muove una seconda corolla di angeli: sono i cherubini dal diafano colore azzurro. Un gruppo di angeli mostra ai risorti gli strumenti della Passione di Gesù (la croce, i tre chiodi, la colonna della flagellazione, la spugna imbevuta d’aceto sulla canna, la lancia). Due angeli vestiti di bianco suonano le lunghe trombe chiamando i morti al giudizio. Schierato ai due lati del giudice troviamo il tribunale celeste, composto dagli Apostoli, i cui nomi sono trascritti sui cartigli; gli apostoli indossano tunica e mantello e siedono sui troni, con i piedi poggiati sulle predelle.  Due cortei di beati procedono sulle nubi e s’inginocchiano di fronte al Giudice. A sinistra il primo posto è occupato da Maria, la madre di Gesù; dietro di lei ci sono Santa Caterina d’Alessandria, riconoscibile dalla sua corona di regina e Maria Maddalena, dai lunghi capelli biondi; il gruppo è chiuso dai progenitori Adamo ed Eva. Il corteo di destra è aperto dall’altro intercessore, San Giovanni Battista; al suo seguito sono i dottori della Chiesa, che accompagnano Agostino (Papa Gregorio, San Girolamo con la berretta cardinalizia, Sant’Ambrogio con la tiara vescovile).

La risurrezione dei morti e la corte celeste

Sotto le nuvole, che segnano il confine tra la Terra e il Cielo, la scena cambia. I morti risorgono dalla nuda terra, spuntando dalle fosse e dagli avelli. Un risorto, che espone al pubblico le sue terga, scoperchia un sarcofago di marmo. Il cadavere in esso contenuto si rianima e si appresta a uscirne. Una donna risorta scavalca le pareti di un secondo sarcofago. Molti alzano gli occhi al cielo nell’attesa di conoscere il proprio destino.

Il Purgatorio

Alcuni risorti sono addentati da serpenti velenosi e sono costretti a un periodo di purificazione nel Purgatorio. Il regno intermedio dell’espiazione è rappresentato da una fornace infuocata nelle cui fiamme i purganti sprofondano e si sollevano secondo la gravità della loro pena, fino all’intervento liberatore dell’angelo.

Il Paradiso

I beati sono accompagnati dagli angeli sino alla porta del paradiso, dipinto nella forma urbana della città medievale. San Pietro e San Paolo accolgono i beati e li introducono nella Gerusalemme celeste. Lo stato lacunoso del dipinto non consente di individuare i personaggi che affollano l’agorà interna. Più chiara la scena dei seniori che cantano le lodi di Dio accompagnati dalle trombe e dall’organo suonati dagli angeli.

L’Inferno

Sull’altro versante gli angeli minacciano i peccatori con la spada e li spingono verso l’inferno. Dalle caverne infernali spuntano mostruosi diavoli macrocefali che accolgono irridenti i condannati, li arpionano con forconi e runcigli e li sottopongono alle pene del contrappasso e a fantasiose torture. Agli avari viene versato oro fuso in bocca. Gli iracondi sono accoltellati. I lussuriosi sono infilzati da un’unica lancia e i sodomiti sono impalati a uno spiedo. Il commerciante fraudolento che ha truccato la bilancia e il sarto artigiano con le forbici sono puniti dai diavoli con i loro stessi strumenti di lavoro. La ruffiana è cavalcata sul dorso da un diavolo che la percuote, mentre un secondo demonio la strazia con un forcone. Un diavolo prende a calci i reprobi per precipitarli nella caverna di Lucifero, dove sono attesi da grandi rospi e dal mostruoso Leviatano. Il sovrano infero, dalle grandi corna di stambecco, siede su una graticola il cui fuoco è alimentato dai corpi dei dannati. Egli afferra con le mani e con le zampe unghiute i corpi dei peggiori peccatori e li porta alla bocca stritolandoli con i denti.

Todi. Il Giudizio finale di Ferraù Fenzoni

La Concattedrale di Santa Maria Assunta a Todi ha sulla controfacciata un grande affresco raffigurante il Giudizio universale realizzato nel 1596 da Ferraù Fenzoni da Faenza.

Il Giudizio finale nel Duomo di Todi

Sono numerose le citazioni del Giudizio di Michelangelo nella Cappella Sistina, a cominciare dalle immagini del Cristo giudice che leva imperiosamente il braccio e pronuncia la sentenza e della Madre di Gesù che prega a mani giunte in una supplica d’intercessione per l’umanità. Nell’arco in alto e nel risvolto del rosone è descritta l’apparizione in cielo dei segni della Passione di Gesù; la croce e la colonna della flagellazione risultano in grande evidenza; compaiono poi la canna con la spugna imbevuta d’aceto e la lancia di Longino, i chiodi e la corona di spine.

Il giudice e i beati

Gli angeli presentano al Signore i progenitori Adamo ed Eva, ora che la nuova alleanza ha superato il peccato originale e che il Limbo dei padri è stato aperto. Il cielo dei beati accoglie il buon ladrone Disma con la sua croce, l’apostolo Pietro con le chiavi, Caterina d’Alessandria con la ruota e la folla dei martiri che alzano le loro palme.

Le trombe del giudizio e i libri aperti

Al centro della composizione è un gruppo di angeli che suona le trombe per risvegliare i morti e chiamarli al giudizio, affiancato da altri due angeli che aprono i libri del giudizio, dove è annotato il curriculum vitae di tutti gli uomini, con l’elenco delle opere buone e di quelle cattive.

La risurrezione dei morti e l’ascesa degli eletti

Nello spazio inferiore a sinistra è descritta la scena della risurrezione dei morti. I corpi fuoriescono dalla nuda terra o spezzano i coperchi dei sarcofaghi, si rianimano e rivolgono gli occhi al cielo in attesa della sentenza del giudice. I corpi più pesanti sono amorevolmente aiutati a sollevarsi grazie all’intervento di altri risorti. Gli angeli abbracciano e conducono in cielo i beati.

I dannati

Nello spazio inferiore destro è invece rappresentato l’Inferno. Caronte traghetta i dannati sulla sua barca e li rovescia con violenza a colpi di remo tra le braccia dei diavoli nell’anticamera della fornace fiammeggiante. I demoni fanno da collettori dei reprobi: un demonio preleva un risorto direttamente dal sepolcro e se lo carica sulle spalle per portarlo all’Inferno; un secondo demonio sale addirittura in cielo a catturare una peccatrice; un terzo demonio placca una dannata che cerca nella fuga una via di scampo. La scena, per la sua collocazione a contatto diretto con i fedeli, trasmette con buona efficacia il suo carattere ammonitore.

(Visita la sezione del sito dedicata alle visioni dell’aldilà nell’arte)

Orvieto. Il Giudizio finale di Lorenzo Maitani

La facciata del Duomo di Orvieto è ornata da quattro grandi lastre di marmo che raccontano in bassorilievo le storie del vecchio e del nuovo testamento, dalla creazione dell’uomo fino al giudizio finale. Lorenzo Maitani e i suoi aiuti le scolpirono e le collocarono sui quattro pilastri che inquadrano le tre porte del Duomo all’inizio degli anni trenta del Trecento. Le scene del Giudizio universale si articolano in cinque fasce sovrapposte, separate da tralci di vite, con foglie e grappoli d’uva.

Il Giudizio finale di Lorenzo Maitani

La prima fascia contiene la visione del tribunale e del Giudice che pronuncia il giudizio finale. Gesù Cristo è scolpito all’interno della mandorla sorretta dagli angeli, seduto sull’arcobaleno; ha una barbetta e lunghi capelli ed esibisce i fori dei chiodi e la ferita sul costato. In cielo appaiono gli strumenti della Passione, segni della sua venuta: la croce, la canna con la pugna, la lancia di Longino, i flagelli, i chiodi e la corona di spine. Quattro angeli si lanciano in volo verso la terra e suonano le lunghe trombe che annunciano il risveglio ai morti e la sentenza del giudice.

Il giudice e la corte celeste

Il tribunale celeste è composto da ventitrè giurati; la prima fila è seduta su una panca di marmo; la seconda fila è invece in piedi; i giurati comprendono verosimilmente il gruppo degli apostoli e il gruppo dei profeti: quest’ultimi sono riconoscibili dai rotoli dei loro scritti annunciatori del giudizio. Ai due lati di Gesù sono ritratti in piedi Giovanni Battista e Maria di Nazaret che assolvono al tradizionale ruolo di avvocati dei peccatori e intercessori.

I santi

La seconda fascia descrive il Paradiso dei santi. Nella scena di sinistra gli angeli accompagnano al cospetto di Dio il gruppo dei papi e dei vescovi santi, i fondatori dei grandi ordini, i religiosi; in coda fa capolino l’autoritratto di Maitani con la squadra sulle spalle.

Le sante

La scena di destra vede invece protagoniste le vergini, le martiri e le donne sante. I loro volti esprimono la beatitudine. Le loro mani sono giunte nella preghiera. Una santa si scherma gli occhi con una mano, abbacinata dalla visione di Dio.

L’arrivo dei beati in cielo

La terza fascia è dedicata all’accoglienza dei beati. I protagonisti sono qui soprattutto gli angeli. Essi indicano ai titubanti risorti, che hanno appena superato la prova del giudizio e che si sono rivestiti della veste candida, quale sia la strada da percorrere verso il Paradiso e la visione di Dio; spingono i più timorosi, sollevano i più riluttanti, abbracciano fraternamente i nuovi arrivati, consigliano, si felicitano, incoraggiano.

Gli angeli accolgono i beati

La quarta fascia descrive la separazione degli eletti dai dannati e rappresenta con efficacia le diverse emozioni. I volti dei beati, appena giudicati, esprimono ancora la tensione dell’attesa, la sorpresa degli avvenimenti, l’incredulità per la loro nuova condizione, la gioia di riconoscere e segnalare le persone conosciute e poi, in crescendo, i sentimenti di gioia, di ringraziamento e di preghiera.

Il corteo degli eletti

Tutt’altre note si registrano invece nel campo dei dannati. La folla dei reprobi è pressata dagli angeli giustizieri, incatenata e trascinata da orridi diavoli. Si coglie il tumulto di sentimenti: il dispiacere che muove al pianto, il rifiuto di vedere l’orrore, l’urlo che si spegne in bocca, la richiesta di una pietà ormai impossibile, la paura del nuovo destino, l’annichilimento a causa dell’assordante fragore, l’angoscia per l’esito inatteso, fino alla perdita della coscienza e al crollo fisico e psichico.

Il corteo dei dannati

La quinta fascia, la più bassa, è protetta da una lastra trasparente. La scena di sinistra descrive la risurrezione dei morti. Corpi muscolosi si rianimano, scoperchiano i sepolcri, sollevano le lastre, riacquistano la coscienza, sperimentano la vista e l’udito, si muovono grazie alla nuova libertà del movimento, attendono il giudizio individuale che li riguarda.

La risurrezione dei morti

La scena di destra racconta l’orrore dell’Inferno. Lucifero ha la testa, i polsi e le caviglie incatenate ma poggia con il suo corpo su un trono formato dal viluppo dei corpi di un gruppo di sventurati dannati; il ruolo di punitore è assolto dal drago che avviluppa le sue membra e che è dotato di due teste fameliche: la prima addenta la nuca di un dannato, mentre la seconda è impegnata a ingoiarne un secondo divorandone il braccio. Tutt’intorno a Lucifero sono visivamente descritte le scene di sadismo e di tortura degli scheletrici diavoli. I dannati sono spinti, schiacciati, presi a calci, graffiati, trascinati per i capelli, flagellati, brutalizzati, strangolati, morsicati da lunghi serpenti. Sui loro volti si alternano il raccapriccio, il pianto disperato, l’urlo d’angoscia, l’impotenza, la rassegnazione.

L’Inferno

Assisi. Il Giudizio finale dei Francescani

La Basilica inferiore di San Francesco ad Assisi custodisce un grande affresco del Giudizio universale dipinto da Cesare Sermei nel 1623. L’affresco occupa la semicalotta absidale della basilica ed è stato steso coprendo un dipinto precedente. Pur se commissionata direttamente dai francescani, l’opera è stata sempre malvista e sopportata come un’intrusa in un ambiente che ospita tesori d’arte dei maggiori artisti italiani. Tuttavia i restauri del 2009 hanno almeno eliminato la patina di grigio che il fumo dei ceri aveva depositato sul dipinto e ne hanno riconsegnato tutta la luminosità degli antichi colori. Il Giudizio può quindi essere guardato oggi con occhi diversi. Se ne possono apprezzare, ad esempio, le soluzioni adottate per fronteggiare il condizionamento causato dalle tre profonde finestre e l’utilizzo di tutti gli spazi disponibili, anche quelli più celati alla vista dei fedeli. Non sfuggiranno le numerose citazioni dal giudizio michelangiolesco. Ma soprattutto andrà meditato il suo significato: l’esaltazione degli ordini francescani come mediatori della salvezza alla fine dei tempi e intercessori per le anime purganti.

Il Giudizio e i Francescani

La parte alta dell’affresco è dedicata alla visione del Giudice e della corte celeste. Gesù è raffigurato in piedi, su una nuvola, sovrastato dalla figura di Dio Padre, nell’immagine trinitaria tipica della Controriforma. Sullo sfondo è l’empireo luminoso e dorato, nel quale spiccano i nove cori degli angeli. Gesù ha un’aureola sul capo, indossa una tunica svolazzante annodata sul fianco e mostra le piaghe delle mani, dei piedi e del costato. La mano destra è sollevata nel gesto solenne del giudizio, mentre la mano sinistra allontana i dannati. Intorno a Gesù, anche loro in piedi, sono presenti gli Apostoli e i Martiri. Si riconoscono facilmente Pietro con le chiavi, Paolo con la spada, Andrea con la sua croce, Bartolomeo con la pelle strappatagli nel martirio, Tommaso con la lancia. Ai piedi di Gesù sono raffigurati seduti gli intercessori Giovanni il Battista e Maria, la madre di Gesù. A fianco della Madonna siedono le altre due Marie. Il Battista dialoga con gli evangelisti e i profeti impegnati a trascrivere nei loro libri la visione di quanto sta accadendo nel giorno del giudizio. Il cerchio dei personaggi che circondano Gesù è chiuso dai progenitori, Adamo ed Eva, con i fianchi cinti di foglie di fico e dal gruppo di tre angeli trombettieri che suonano le trombe per risvegliare i morti.

La corte celeste e le Clarisse

Il Paradiso è riservato, almeno nei posti d’onore, allo stuolo dei frati Francescani e delle monache Clarisse. Si riconosce facilmente San Francesco, che ha le stimmate sulla mano e, sull’altro lato, Chiara, a braccia incrociate sul cuore, indicata al Giudice dalle consorelle velate. Seguono poi i cardinali e i pontefici che hanno protetto l’Ordine francescano e ne hanno riconosciuto la Regola. Alle spalle delle Clarisse appare la platea delle sante Martiri, con la palma in mano. Ai primi posti si riconoscono Santa Caterina d’Alessandria, che regge la ruota del martirio, in conversazione con Sant’Agnese che ha un agnello in braccio.

L’arcangelo Michele

La fascia inferiore dell’affresco contiene le scene della risurrezione dei morti, della salita al Paradiso, del Purgatorio e dell’Inferno. La scena introduttoria è quella dell’apertura dei libri del giudizio a cura degli angeli. Il libro di sinistra espone le pagine con l’invito Venite benedicti Patris mei («Venite benedetti del padre mio»), pronunciata dal Cristo ai beati nel capitolo 25 del Vangelo di Matteo. Il libro di destra riporta invece il versetto del capitolo 20 dell’Apocalisse dedicato ai dannati: et qui non est inventus in libro vitae scriptus missus est in stagnum ignis («E chi non risultò scritto nel libro della vita fu gettato nello stagno di fuoco»).

La risurrezione dei morti e l’ascesa dei beati

I morti risorgono alla loro seconda vita fuoriuscendo dai sepolcri, qui resi come una lunga fenditura delle rocce. Le ossa si rianimano, compongono gli scheletri, si liberano dei sudari e si rivestono della carne, fino a riacquistare le forme umane originarie. Tra i risorti, affacciato sull’abisso e rivestito degli abiti da cordigero francescano, è l’autoritratto del pittore Cesare Sermei.

Alcuni risorti ascendono al cielo con le proprie forze e grazie alla leggerezza del loro spirito puro. Altri risorti devono invece ricorrere alle braccia e alle spalle degli angeli per essere sollevati verso l’alto. Anche il cordone del saio francescano assolve il ruolo di ausilio ascensionale: i risorti si aggrappano al cordone e risalgono le tappe della beatitudine con un trasparente riferimento al ruolo intercessorio dell’Ordine. E non manca il sostegno di un frate a un confratello in difficoltà sul ripido pendio della virtù. La vicina immagine del Purgatorio rafforza l’ammonimento ad avvalersi degli strumenti di penitenza per l’espiazione dei propri peccati: solo così può affrettarsi il tempo di purificazione tra le fiamme del Purgatorio; scenderanno allora gli angeli a liberare i purificati e a incoronarli con la corona della giustizia. Le scene di risurrezione continuano anche sulle pareti sfondate della prima finestra. Segue poi la possente figura dell’arcangelo Michele con l’armatura, il cimiero e la spada sguainata, che indica ai risorti la loro destinazione definitiva. Ai suoi piedi è l’immagine decomposta della morte, ormai definitivamente sconfitta.

Lucifero incatenato

La seconda finestra separa anche fisicamente il mondo della beatitudine dal regno infernale. Lo spazio tra la seconda e la terza finestra è occupato da Lucifero, il re dell’Inferno, col pizzetto sul mento, le corna, le orecchie e le unghie ferine. Le catene gli bloccano il collo e le caviglie, legandolo eternamente a una grande roccia. Maneggia rabbiosamente i serpenti gli avvolgono il corpo. L’unica comodità di cui dispone è quella di utilizzare come sgabello il corpo o la schiena di sgomenti dannati. I risvolti delle vicine finestre riportano l’immagine inquietante della caverna infernale e le scene dei dannati arpionati dai diavoli e gettati tra le fiamme. A destra è descritta l’ampia scena dell’Inferno. Caronte traghetta sulla sua barca i reprobi verso un infelice destino. Usa il suo lungo remo sia per guidare la barca sulle paludi infernali, sia per scaraventarne fuori i dannati, accelerando le operazioni di sbarco.

L’Inferno

Non v’è spazio libero in questo carnaio di anime e di corpi che bruciano tra diavoli-salamandre, trattati senza il minimo riguardo e con sadica ferocia torturatrice. Un avaro che anche all’inferno stringe tra le mani avide il sacchetto col suo gruzzolo di soldi è tirato giù dalla barca con una catena che lo strangola. Una donna invidiosa, calunniatrice e pettegola, tenta troppo tardi di strapparsi la lingua che ha causato la diffamazione e la rovina dei suoi vicini. Prelati e confratelli incappucciati non sfuggono alla punizione che condanna la loro ipocrisia e falsità. Sulla barca compare anche un personaggio col turbante; si tratta probabilmente di Maometto, spedito all’inferno nell’eco della vittoria cristiana nella battaglia di Lepanto.

Terni. La visione ultraterrena della famiglia Paradisi

Terni ha fama di città industriale e operaia ma conserva anche piccoli tesori d’arte nascosti in scrigni pudichi. Uno di questi tesori è la Cappella Paradisi, vanto della chiesa di San Francesco, interamente rivestita dagli affreschi che Bartolomeo di Tommaso da Foligno dipinse intorno al 1450 su richiesta della famiglia Paradisi. La visione del mondo ultraterreno è declinata sulle tre pareti: la centrale reca le immagini del Giudizio universale e del Paradiso; la parete di destra è dedicata all’Inferno e la sinistra al Purgatorio e al Limbo.

Il Giudizio finale

Il Giudizio finale

Nella lunetta della parete centrale è descritta la seconda venuta del Signore. Il Cristo appare nella mandorla iridata con un nimbo crociato sul capo e siede sull’arcobaleno della nuova alleanza. Mostra le cinque piaghe del suo sacrificio, benedice con la mano destra gli eletti e con la sinistra allontana i dannati. Intorno a lui fanno corona le schiere degli angeli musicanti con trombe e liuti. Al giudizio divino partecipano gli intercessori: la Madonna, a sinistra, con le mani giunte in preghiera; Giovanni Battista, il precursore, a destra, che indica l’Agnus Dei. Sotto la mandorla sono i tre grandi arcangeli; al centro è Michele, in abiti militari, che comanda le schiere dell’armata celeste e sguaina la spada per l’esecuzione del giudizio divino; a sinistra è l’angelo della misericordia, che regge un giglio; a destra è l’angelo della giustizia che scaccia i dannati con la lancia. Nel cielo paradisiaco, intorno al giudice, sono anche presenti i patriarchi biblici, i giusti dell’antico testamento. Tra questi si riconoscono il patriarca Abramo che reca in grembo le anime dei beati, e il re David, con la corona e la cetra.

Il Paradiso

Il Paradiso

Sotto la lunetta, la folla di beati si accalca davanti alla porta del Paradiso. La porta è chiusa e vigilata da un angelo armato di spada, come ricorda il libro della Genesi: «Dio scacciò l’uomo e pose a oriente del giardino di Eden i cherubini e la fiamma della spada guizzante, per custodire la via all’albero della vita» (Gen 3,24). La guardia d’onore del Paradiso è costituita dagli Apostoli: un’innovazione rispetto alla tradizione iconografica che li vede abitualmente sedere sui troni del tribunale celeste ai lati del Giudice; come pure innovativo è il loro numero: sono infatti quattordici e non dodici, dato che comprendono anche Paolo, ritratto con la spada, e Barnaba. San Pietro apre la porta del cielo con le chiavi conferitegli da Gesù e invita i beati a entrare. A sinistra è il gruppo maschile, con i dottori della Chiesa e i santi fondatori di ordini, preceduti da San Francesco con le stimmate; tra tanti giganti della santità fanno capolino – ritratti in dimensioni molto più modeste – i membri della famiglia Paradisi (nomen omen!). A destra è il gruppo femminile che comprende le donne sante, le martiri e le fondatrici di ordini religiosi. Si riconoscono Chiara d’Assisi (col velo), la Maddalena (dai lunghi capelli biondi), Agata (con la ferita al seno).

L’Inferno

I castighi infernali

La parete di destra, molto danneggiata, è dedicata all’Inferno. Nelle due semilunette in alto, a sinistra e a destra del finestrone, gli angeli guerrieri, armati di spade e di lance, si avventano con violenza sulle anime che prendono progressivamente coscienza della loro condanna e se ne disperano, le raggruppano in un triste corteo e le cacciano violentemente entro le buche infuocate che mettono in comunicazione con l’inferno. La grande immagine in basso descrive la realtà che si cela sotto la crosta terrestre: un confuso percorso di cripte rocciose e di buie caverne che ha come terminale in basso l’antro destinato alla residenza di Lucifero, il re dell’inferno. Un gruppo di diavoli cornuti, con ali da chirottero, accoglie a suon di botte i dannati che precipitano dalle botole verso le quali erano stati spinti dagli angeli vendicatori. I reprobi vengono poi destinati alle celle punitorie. Un diavolo tiene con le molle una moneta arroventata e costringe un avaro a trangugiarla. Un sodomita è impalato su uno spiedo. I lussuriosi sono torturati da sadici diavoli. I golosi sono costretti a distogliere lo sguardo dalle leccornie svelate sul piatto. L’invidioso sputa dalla bocca un serpente velenoso. Gli accidiosi sono costretti all’autolesionismo mentre incassano bastonate dai diavoli. Non manca la pena della caldaia arroventata.

Lucifero

L’acme della ferocia si raggiunge nello spazio di Lucifero. Qui i superbi e i traditori, torturati da viscidi e intraprendenti serpenti, sono portati a spalla dai diavoli e sono buttati in pasto al famelico massacratore. Il grande Satana artiglia i peccatori con le sue mani e le zampe unghiute, li stritola, li divora con la bocca o con i rostri d’aquila che ha sui pettorali e dopo averli ruminati li defeca come supremo oltraggio. Un leone tra le gambe di Lucifero ingurgita altri dannati (in ore leonis).

Il Purgatorio

Il Purgatorio

La parete di sinistra descrive la visione del Purgatorio in modo speculare alla visione infernale visibile sull’opposta parete. Anche il Purgatorio è strutturato in un sistema ipogeo di caverne sovrapposte, brulicanti di peccatori. Si riconoscono dalle scritte le prigioni che ospitano gli accidiosi, i vanagloriosi, gli avari, gli iracondi e i lussuriosi. Ma è radicalmente diverso l’atteggiamento dei purganti rispetto ai dannati di fronte: non sono disperati, anche se qualche volta appaiono affranti per il protrarsi della pena; la maggioranza è in atteggiamento di attesa e di preghiera; e in molti di loro il volto brilla della speranza per una imminente liberazione. Al posto dei diavoli torturatori l’aere è popolato di angeli misericordiosi e premurosi che si lanciano in picchiata sulle anime ormai purificate per sollevarle dal fondo delle loro sofferenze, aiutarle a uscire dagli avelli del purgatorio, sostenerle nell’incerta ascesa verso il paradiso, traghettarle su nuvole a forma di vascello volante e addirittura spingerle con decisione a sfondare i sette cieli per raggiungere la beatitudine della visione di Dio.

Il Limbo

La risurrezione dei morti e il Limbo

Sul margine alto del Purgatorio vi è ancora un luogo ultraterreno, che il pittore ha voluto inserire nella sua visione dell’oltretomba. Questo luogo è il Limbo, che nella tradizione accoglie le anime dei giusti non cristiani. La bella figura del Cristo vittorioso impugna il vessillo reale, sfonda le porte infere e invita i carcerati a uscire per godere della loro meritata libertà. Il corteo dei progenitori Adamo ed Eva, dei patriarchi, dei re giusti, fino ad arrivare a Giovanni Battista, si avvia così a godere della visione beatifica di Dio.

Enoc, Elia e i profeti

I profeti Isaia, Giona ed Ezechiele

L’articolata iconografia dei luoghi dell’aldilà si completa con le immagini dipinte nel sottarco e sulla parete d’ingresso. Nel sottarco – quasi a introduzione dei temi descritti nella cappella – compaiono le immagini dei profeti che ci hanno trasmesso la descrizione del “giorno di Jahve”: Geremia, Daniele, Malachia, Isaia, Giona, Ezechiele. Sulla parete d’ingresso, sopra l’arco, il pittore ha voluto forse porre la rarissima immagine del patriarca Enoc e del profeta Elia. Secondo il racconto biblico Enoc ed Elia non sono morti ma sono stati trasportati vivi in cielo e posti a guardia del Paradiso terrestre. Ed è nell’Eden, serenamente distesi in ambiente bucolico, che oggi li vediamo attendere il giorno del giudizio universale.

(Visita la sezione del sito dedicata alle visioni dell’aldilà nell’arte)

Umbria. I colli del lago Trasimeno

La quiete del lago infonde un senso di serenità, quasi di rilassamento ipnotico. A questo il lago Trasimeno, protetto da un parco regionale, aggiunge l’incanto del paesaggio umbro d’intorno, una trama di colli, pregiati uliveti, filari di cipressi, boschetti e ampie radure, pievi e borghi accoglienti. Andiamo oggi su una strada bianca che da Passignano risale il pendio di Poggio Castelluccio fino a un belvedere. Solo uno tra i tanti percorsi possibili a partire dalla sponda settentrionale del lago. Le memorie di Annibale e della battaglia del Trasimeno non sono lontane.

L’ambiente dell’escursione

 

Passignano sul Trasimeno

La passeggiata può iniziare direttamente con la visita di Passignano. Il paese è costruito su un promontorio digradante sul lago, circondato da un ventaglio di verdi colline coltivate a vite e a olivo. Facilmente raggiungibile in treno e in auto grazie alla stazione ferroviaria e alle uscite della superstrada, è anche punto di partenza dei traghetti diretti all’isola Maggiore. La tranquillità del borgo fortificato, la passeggiata sul lungolago, la visita della Rocca e del Museo delle Barche, la pieve del patrono San Cristoforo sono le principali risorse offerte ai turisti.

Passignano

 

Il viale dei cipressi

Usciti dal paese, si traversa la zona produttiva su Via di Valle Romana e si parcheggia esattamente sotto il viadotto della superstrada. Siamo nei pressi dello svincolo Passignano ovest. Se si utilizza il treno, dalla stazione ferroviaria sono circa due km a piedi.

Il viale dei cipressi

Con il lago alle spalle ci s’incammina verso i colli lungo un viale fiancheggiato da due fitte file di alti cipressi. Il percorso è splendido, scenografico, quasi monumentale. La strada bianca, un po’ polverosa, era un tempo percorsa dalle carrozze signorili; oggi si cammina placidamente, disturbati appena dallo scarso traffico di auto diretto ai casali dei dintorni. Al termine del viale si scopre un bel fontanile di pietra, la Cerqua del Prete. Fin qui è possibile anche arrivare in auto.

Il fontanile alla Cerqua del Prete

 

Il Borgo del Pischiello

Seguendo la segnaletica si raggiunge la tenuta del Pischiello. La villa fu costruita nel Settecento dalla famiglia dei marchesi Bourbon di Sorbello. Era al centro di un borgo che con le sue produzioni garantiva l’autonomia economica.

La chiesa della Madonna del Pischiello

Qui erano raccolti i prodotti della terra, si produceva l’olio di frantoio, venivano immagazzinati e moliti i cereali e vinificate le uve; il borgo ospitava anche una falegnameria, la bottega del fabbro ove si forgiava il ferro, le case dei contadini e degli addetti alle lavorazioni. Per un periodo vi funzionarono anche una scuola di ricamo, specializzata sul ‘punto umbro antico’ e i relativi laboratori che occupavano centoventi donne. Vi è anche una chiesa dedicata alla Madonna del Pischiello.

La fontana del Pischiello

Abbandonata negli anni Cinquanta, la Villa è stata recuperata e restaurata per ospitarvi un centro di ricerca avanzata (Art – Advanced Research Technologies) nei settori automotive, spazio, ferroviario, difesa e aeroportuale. La passeggiata nel borgo fa apprezzare gli scorci prospettici, i raccordi tra i terrazzamenti, la rete degli edifici, i percorsi alberati nel parco e la compenetrazione del borgo nella campagna circostante.

 

Il belvedere sul lago

Tornati sul percorso principale segnato (M26, M28), si sale a tornanti sulla strada bianca con direzione nord-est. Raggiunta a quota di 590 m una terrazza sulla verticale di una villa (Casa Renaglia), lo sguardo si allarga sullo splendido panorama dell’intero lago Trasimeno.

Il lago Trasimeno

A destra spiccano le due isole vicine, la Maggiore e la Minore; a sinistra è l’isola Polvese. Il panorama è particolarmente spettacolare al tramonto. Conviene proseguire ancora per un breve tratto fino a raggiungere, a quota 612, in corrispondenza di una masseria, una zona di prati e un incrocio di sterrate dominato dal Poggio Bandito. Qui l’escursione può interrompersi. In salita avremo impiegato circa due ore, con un dislivello di circa 350 m. Per il ritorno, escludendo il Pischiello, impiegheremo meno di un’ora e mezza.

I sentieri di Passignano

(La passeggiata è stata effettuata il 25 gennaio 2017)