Il Canto della Sibilla

Il “Canto della Sibilla” è un testo liturgico di genere apocalittico che descrive i segni della fine del mondo e il giudizio universale. La sua versione cantata si è diffusa nell’Italia centro-meridionale (per esempio ad Alghero) e nella penisola iberica (Castiglia, Catalogna e Baleari). L’Unesco ha voluto dichiararla, con una decisione del 2010, uno dei Capolavori del Patrimonio Orale e Immateriale dell’Umanità. La versione premiata dall’Unesco è quella diffusa nell’isola di Maiorca, dove la popolarità del Canto è immensa: si può dire che ogni parrocchia lo canti in forma teatrale nella celebrazione della notte di Natale, per annunciare la venuta del Salvatore e il suo ritorno nel Giorno del Giudizio.

El Cant de la Sibilla

Il testo del canto è tratto dagli Oracoli Sibillini ed è stato utilizzato in un sermone dell’africano Quodvultdeus. Venerato come santo dalla Chiesa cattolica, Quodvultdeus (letteralmente “quello che Dio vuole”), è stato un vescovo berbero di Cartagine al tempo dell’invasione dei Vandali di Genserico e poi profugo a Napoli, dove è morto verso il 453. Ma è stato soprattutto il suo maestro e amico Agostino che ha reso celebre il testo inserendolo nella sua opera De Civitate Dei (La città di Dio), con il famoso incipit “Judicii signum tellus sudore madescet”.

L’Oracolo della Sibilla Eritrea (Michelangelo, Cappella Sistina)

La prefigurazione del Giorno del giudizio è contenuta nei testi di molti Profeti. Ma saranno anche le Sibille che proporranno questo genere di profezie. Le Sibille erano profetesse e sacerdotesse dotate di poteri divinatori e capaci di predire il futuro su ispirazione di divinità pagane. Le più conosciute erano l’Eritrea, la Cumana e la Delfica. Il mondo cristiano, basandosi sulle concordanze tra profezie bibliche e vaticini pagani, assimilerà progressivamente le Sibille e le porrà sullo stesso livello dei Profeti. Fino ad arrivare alla consacrazione finale in Vaticano, dove, nell’Appartamento Borgia, dodici Sibille sono affrescate in coppia con altrettanti Profeti.

La Sibilla eritrea, David e i profeti spiegano i segni del Finimondo (Luca Signorelli, Orvieto)

Il Canto della Sibilla trova analogie con il Dies Irae, altro testo che ha avuto grande fortuna liturgica e musicale. Anche Tommaso da Celano si appoggia all’autorità della Sibilla: “Giorno dell’ira, quel giorno / che dissolverà il mondo terreno in cenere, / come annunciato da Davide e dalla Sibilla”. Luca Signorelli fa spiegare dalla Sibilla Eritrea e dal profeta David i segni del “Finimondo” affrescati nella Cappella di San Brizio del Duomo di Orvieto. Andrea Milanesi ha scritto che il Canto della Sibilla continua a rinnovare la sua straordinaria impronta di teatrale drammaticità, esaltata dagli sconvolgenti riferimenti al giudizio finale e al caos degli elementi (fuoco celeste, tremore della terra, eclissi lunare e solare): Il portato drammatico e trascendentale evocato da queste straordinarie melodie e la vertigine apocalittica risvegliata dalle profezie e dagli oracoli pronunciati da queste misteriose figure sfociano nelle domande esistenziali e nelle riflessioni sul destino dell’uomo, che trovano risposta ultima nella speranza della nuova prospettiva di salvezza eterna inaugurata con la nascita di Gesù Cristo.

I segni della fine del mondo (Lanciano, San Legonziano)

Leggiamo l’Oracolo sibillino citato da Sant’Agostino in una traduzione italiana: “Come segno del Giudizio la terra si bagnerà di sudore. / Dal cielo verrà il re che sarà nei secoli, certamente per giudicare con la sua presenza la carne e il mondo. / Perciò l’infedele e il fedele vedranno Dio in alto con i santi proprio alla fine del mondo. / Così appariranno con la carne le anime, che egli stesso giudica, quando la terra giace incolta tra densi roveti. / Gli uomini getteranno via gli idoli e ogni ricchezza; il fuoco brucerà la terra, il mare e il cielo e diffondendosi infrangerà le porte del tetro Averno. / Ma i corpi di tutti i santi saranno illuminati dalla luce della libertà, e una fiamma eterna brucerà i peccatori. / Allora, svelando le proprie azioni nascoste, ognuno manifesterà i suoi segreti, e Dio dischiuderà i cuori alla luce. / Allora vi sarà lutto e tutti faranno stridere i denti. / Si oscura lo splendore del sole e cessa la danza delle stelle. / Rotolerà il cielo e il chiarore lunare si spegnerà. / Abbasserà i colli, innalzerà dalla loro profondità le valli. / Tra le cose degli uomini non vi sarà più nulla di sublime o di alto. / Già i monti sono abbassati al livello dei campi e tutte le cerulee distese del mare scompariranno, / la terra ridotta in frantumi perirà: così parimenti fonti e fiumi sono seccati dal fuoco. / Ma allora dall’alto del cielo la tromba farà venir giù un suono lugubre, piangendo la miserabile catastrofe e i vari travagli, la terra spaccandosi farà vedere il caos infernale. / E qui dinanzi al Signore compariranno insieme i re e dal cielo ricadrà un fiume di fuoco e di zolfo”.

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Al Sacro Monte Calvario di Domodossola

Domodossola – la domus dell’Ossola – è il centro principale della Val d’Ossola in Piemonte. Di origine medievale, grazie alla sua posizione strategica, ha favorito un intenso scambio con i popoli al di là del confine, attraverso importanti valichi alpini come il passo di Antrona, il passo del Monscera e soprattutto il passo del Sempione che la mette in comunicazione con Briga e la Valle del Rodano. Una piccola riserva naturale alle porte della città protegge il colle della Mattarella e il Santuario del Santissimo Crocifisso, ribattezzato monte Calvario. L’idea di edificare su questo colle un complesso monumentale come segno di devozione a Cristo si deve a due frati del convento dei cappuccini di Domodossola. I lavori iniziarono nel 1657 con il contributo in denaro e in giornate lavorative della gente ossolana. Dopo anni di abbandono, nel 1985 prese vita un progetto di restauro e valorizzazione a cura di soggetti pubblici e privati, all’insegna del motto “restituant nepotes montem quem sacrum voluerunt patres” (restaurino i discendenti quel monte che i padri vollero sacro).

La quinta cappella

Nel 1991 la Regione Piemonte vi ha istituito una Riserva naturale speciale e nel 2003 è giunto il riconoscimento dell’Unesco con l’inserimento nella lista del Patrimonio mondiale dell’umanità. Oltre all’interesse religioso e storico-artistico, la salita al Sacro Monte offre l’occasione per attraversare bellissimi boschi centenari di castagno, quercia e frassino. Da questo avamposto naturale si gode una stupenda veduta su Domodossola e sulla corona dei monti intorno. La breve passeggiata al sacro Monte può essere prolungata con la visita alle frazioni vicine, monumento vivente alla civiltà montanara.

L’itinerario

La sesta cappella

Si parte dal centro storico di Domodossola, il “borgo della cultura”. Dal collegio Mellerio Rosmini, di fronte al monumento ai caduti e alla chiesetta della Madonna della Neve, si seguono la Via Rosmini e la successiva Via Matterella. In fondo a quest’ultima ci sono le prime cappelle e i pannelli informativi sul Sacro Monte e sulla Riserva naturale. Qui inizia l’antica strada acciottolata, la “via regia” per il Calvario. Si tratta di una Via Crucis con quindici stazioni in altrettante cappelle, di cui dodici esterne e tre interne alla chiesa. La prima cappella – Gesù davanti a Pilato – risale al 1900 e sostituisce la cappella settecentesca adibita a deposito di polvere da sparo ed esplosa nel 1830. La seconda cappella – Gesù prende su di sé la croce e si avvia alla salita – è interessante dal punto di vista artistico per le tredici statue di Dionigi Bussola. La terza cappella – Gesù cade per la prima volta – è stata l’ultima a essere costruita, nel 1907, e contiene un notevole scenario in muratura. La quarta cappella è di notevole pregio artistico, con il gruppo plastico di Bussola che rappresenta l’incontro di Gesù con la madre. La quinta cappella, in stile neoclassico, con pianta circolare e tetto a cupola, contiene statue lignee e affreschi con l’episodio del Cireneo. La sesta cappella rappresenta con statue lignee la scena dell’incontro di Gesù con la Veronica.

La settima cappella

La seconda caduta di Gesù e il suo incontro con le donne di Gerusalemme sono gli episodi delle cappelle settima e ottava, rappresentati nel gusto popolare barocco del Seicento. Le statue della cappella nona – la terza caduta di Gesù – sono opera del barnabita Rusnati, allievo del Bussola. Il Rusnati ha lavorato anche nella decima cappella, che rappresenta la spogliazione del Cristo.

L’undicesima cappella

Grandiosi fondali della metà del Settecento si trovano anche nella cappella undicesima (la Crocifissione). Le statue del Cristo spirante in croce e della sua deposizione (stazioni dodicesima e tredicesima) si trovano all’interno del Santuario: sono opera del Bussola e sono giudicate le migliori di quelle da lui eseguite. La quattordicesima cappella si trova sotto il piano del Santuario ed è dedicata al Cristo morto. Vi è anche una quindicesima cappella, detta del Paradiso, situata fuori del santuario, poco più in alto: nove statue in cotto del Rusnati rappresentano la scena della Resurrezione.

L’incontro di Gesù con la Veronica

Per approfondire

La visita può essere preparata sul web consultando il sito curato dai Padri Rosminiani dell’Istituto della Carità che contiene un’eccellente descrizione della Via Crucis.

La mappa del Sacro Monte

Un inquadramento generale dei Sacri Monti e dei luoghi santi ricostruiti nelle regioni italiane è fornito dal volumetto dello storico Franco Cardini intitolato Andare per le Gerusalemme d’Italia. La Riserva naturale speciale, creata dalla Regione Piemonte, dispone di un proprio sito informativo. Anche il centro di documentazione europea sui Sacri Monti dispone di un buon sito informativo attraverso il quale si possono consultare e scaricare integralmente i libri e la rivista. Si segnala anche la rete dei percorsi transalpini italo-svizzeri del progetto CoEur – “Nel cuore dei Cammini d’Europa, il sentiero che unisce”.

Domodossola vista dal colle

(Ho visitato il Sacro Monte il 5 novembre 2007)

La traversata di Siena sulla via Francigena

Sulla via Francigena senese

Sulla via Francigena senese

La traversata di Siena è uno dei più bei trekking urbani d’Italia. Ieri i pellegrini diretti a Roma che percorrevano la Via Camollìa, i Banchi di Sopra e i Banchi di Sotto, trovavano tutti i servizi necessari: le chiese e gli oratori, le botteghe, gli artigiani, i banchi di cambiavalute, le taverne, le scuderie e gli spedali. Oggi il centro storico di Siena è salvaguardato dall’Unesco come patrimonio mondiale dell’umanità con la motivazione che la struttura della città e il suo sviluppo, ininterrotto per secoli e guidato da un’unità di disegno che è stata preservata, ha reso Siena uno degli esempi eccellenti di città medievale e rinascimentale italiana. I neo-pellegrini che camminano lungo la via Francigena – coincidente con la Via Cassia – hanno l’opportunità straordinaria di affrontare i saliscendi senesi incontrando monumenti e tesori d’arte di fama mondiale e affacciandosi sui panorami dei colli toscani immortalati dagli affreschi di Ambrogio Lorenzetti.

Il Palazzo dei Diavoli

Il palazzo dei Diavoli e la cappella degli Angeli

Il palazzo dei Diavoli e la cappella degli Angeli

Si entra a Siena percorrendo la via di Marciano sulla corsia riservata ai pellegrini. Alla confluenza con la Via Fiorentina sorge il palazzo dei Diavoli (palazzo Turchi, poi Bonsignori), dominato da una caratteristica torretta e fiancheggiato dall’Oratorio di Santa Maria degli Angeli.

L’Antiporto

La porta affrescata dell'Antiporto

La porta affrescata dell’Antiporto

Si percorre ora tutto il viale Cavour fino all’Antiporto, che costituiva la difesa avanzata a protezione della città verso settentrione. La porta esterna è decorata da affreschi cinquecenteschi. A sinistra è il percorso di risalita automatizzata dalla stazione ferroviaria.

La colonna commemorativa

La colonna commemorativa

La colonna commemorativa

Dopo l’Antiporto il percorso prosegue sul viale Vittorio Emanuele. Tra le aiuole sulla destra è una snella colonna commemorativa dell’incontro avvenuto nel 1452 tra l’imperatore Federico III ed Eleonora di Portogallo alla presenza del vescovo Enea Silvio Piccolomini.

La porta Camollìa

La porta Camollìa

La porta Camollìa

Dopo la cappella del Santo Sepolcro si varca la porta Camollìa, aperta nella sezione settentrionale delle mura senesi. Sul fronte esterno, nel giro dell’arco, compare il saluto della città ai pellegrini francigeni: Cor magis tibi Sena pandit (Siena ti apre il suo cuore più largo di questa porta).

La chiesa di San Pietro

La chiesa di San Pietro alla Magione

La chiesa di San Pietro alla Magione

Inizia ora con la via Camollìa il percorso urbano nella città storica. Di fronte alla casa dell’architetto e pittore senese Baldassarre Peruzzi è la chiesa romanica di San Pietro alla Magione, così chiamata perché era dotata di un ospizio per i pellegrini. Fu gestita prima dai Templari e poi dai Gerosolimitani e dall’Ordine di Malta.

La chiesa di Sant’Andrea

L'incoronazione di Maria (Giovanni di Paolo)

L’incoronazione di Maria (Giovanni di Paolo)

Più avanti, su via Montanini, preceduta da due rampe di scale, è la chiesa di Sant’Andrea apostolo, sorta nel Mille, con battistero, cimitero e annesso ospizio per i pellegrini. Sull’altare maggiore è una tavola a fondo oro di Giovanni di Paolo.

Il palazzo Salimbeni

La piazza Salimbeni

La piazza Salimbeni

Superata la chiesa di Santa Maria delle Nevi si entra nei Banchi di Sopra per fermarsi subito nella piazza Salimbeni. I Salimbeni erano un’antica famiglia di banchieri e mercanti e il loro palazzo è oggi la sede del Monte dei Paschi. Al centro della piazza sorge la statua di Sallustio Bandini, economista settecentesco e inventore della cambiale.

La piazza Tolomei

Il palazzo Tolomei

Il palazzo Tolomei

La piazza Tolomei è dedicata all’altra storica famiglia di banchieri e mercanti dei Tolomei. Il loro palazzo duecentesco, la più antica residenza privata di Siena, è preceduto dalla colonna della lupa senese che allatta i gemelli Seno e Aschio. Fronteggia il palazzo la chiesa di San Cristoforo.

La loggia della Mercanzia

La loggia dei mercanti

La loggia dei mercanti

Giunti alla Croce del Travaglio incontriamo il quattrocentesco palazzo della Mercanzia. La loggia ha tre arcate su pilastri con le statue di San Pietro e San Paolo e dei santi protettori senesi Savino, Ansano e Vittore.

Il Duomo di Siena

La salita al colle della Sapienza (intarsio del pavimento del Duomo)

La salita al colle della Sapienza (intarsio del pavimento del Duomo)

Imbocchiamo ora l’antica Via dei Pellegrini che risale il colle in direzione del complesso del Duomo. Nella sua zona posteriore si visitano il Battistero e la Cripta. Risaliti sulla piazza, si ammira la facciata del Duomo e se ne visitano gli interni con il pavimento intarsiato, la Biblioteca Piccolomini affrescata da Pinturicchio, il pulpito di Nicola e Giovanni Pisano, le opere di Donatello, Bernini, Vecchietta, Beccafumi e degli altri maggiori artisti dell’epoca. Il Museo dell’Opera accoglie la vetrata circolare della Vergine, il tondo di Donatello e la Maestà di Duccio da Boninsegna.

Il Pellegrinaio

L'Ospedale di Santa Maria della Scala

L’Ospedale di Santa Maria della Scala

Di fronte al Duomo si visita l’Ospedale di Santa Maria della Scala, uno dei più antichi d’Europa, sorto lungo la via Francigena per dare assistenza ai pellegrini che andavano a Roma. Il ciclo pittorico della Sala del Pellegrinaio racconta la vita dell’Ospedale che si occupava di fornire le cure mediche, di accogliere i pellegrini e rifocillarli e di fornire ospitalità e istruzione ai bambini abbandonati. La visita è assistita dal simpatico tutorial di un pellegrino virtuale.

La piazza del Campo

La Fonte Gaia

La Fonte Gaia

Si scende ora alla Piazza del Campo, cuore della città e sede della corsa del Palio. La Fonte Gaia, di origine trecentesca, è ornata da rilievi, copie dei marmi trecenteschi di Jacopo della Quercia. Si visita il Museo civico nelle sale del palazzo Pubblico per ammirare le opere di Simone Martini e il Buongoverno di Ambrogio Lorenzetti. La faticosa salita della Torre del Mangia offre uno spettacolare panorama della città e del territorio.

L’Università degli studi

L'Università di Siena

L’Università di Siena

Lasciata la piazza del Campo, il percorso della Francigena continua sull’asse di via del Porrione o su quello dei Banchi di Sotto. Qui si trova il palazzo del Rettorato dell’Università degli studi. Gli otto secoli di storia fanno dell’ateneo di Siena uno dei più antichi d’Italia. Il Rettorato ospita il percorso storico museale che riunisce, nelle sue sei sale, opere d’arte e oggetti che rappresentano la memoria storica dell’istituzione.

La porta Romana

La Porta Romana

La Porta Romana

Si scende su Via Roma, sfiorando chiese e palazzi, sedi scolastiche e universitarie, la Società di Esecutori di Pie Disposizioni e, da ultimo, l’Ospedale San Niccolò. Al termine è la porta Romana, che chiude le mura di Siena a mezzogiorno ed è munita di merli e antemurale. Qui la Via Francigena (o la via Cassia) inizia il percorso extra-urbano.

La Certosa di Maggiano

L'ingresso della Certosa di Maggiano

L’ingresso della Certosa di Maggiano

Usciti dalla porta Romana, si scende immediatamente a sinistra la ripida stradina gradinata che traversa una strada regionale e prosegue con il nome di Via della Certosa. La si segue lungamente, godendosi i bei panorami sulla città – fino a raggiungere il complesso della Certosa di Maggiano, la prima costruita in Toscana, seguita poi da quella di Pontignano. Oggi il monastero è trasformato in un albergo di lusso. Dopo la Certosa, la Via Francigena prosegue in direzione del Val d’Arbia.

(Il percorso è stato effettuato il 29 marzo 2016)

Il turismo di massa all’assalto dei luoghi della memoria

Batteria tedesca a Longues-sur-Mer in Normandia

Batteria tedesca a Longues-sur-Mer in Normandia

La visita ai campi di battaglia e ai siti della storia è un’esperienza pedagogica vissuta attraverso il viaggio, una forma di coscientizzazione storica del turista. E il turismo della memoria è un turismo etico, fondato su una morale civile, e come tale soggetto a tutti i rischi e le derive delle manipolazioni e dei revisionismi storici. Non si deve tuttavia pensare che il turismo della memoria sia un prodotto di nicchia per un target minoritario. Il Ministro francese del turismo ha stimato che sono circa 20 milioni i turisti che ogni anno visitano in Francia fortificazioni, campi di battaglia, memoriali e musei storici militari.

Le spiagge dello sbarco in Normandia

Le spiagge dello sbarco in Normandia

Cosa succede quando il turismo di massa s’impadronisce dei luoghi della memoria? Se lo chiede la giornalista Geneviève Clastres (Le Monde diplomatique, marzo 2015 – Il Manifesto). Ecco alcuni stralci delle sue osservazioni e i suoi interrogativi.

Il cimitero di guerra americano a Colleville-sur-Mer in Normandia

Il cimitero di guerra americano a Colleville-sur-Mer in Normandia

«Memoriale della Shoah di Berlino, parco della Memoria a Buenos Aires, Memoriale di Drancy, lo stupa per le vittime dei khmer rossi, Museo dell’11 settembre a New York… Tutti siti realizzati negli ultimi dieci anni e che testimoniano la volontà di ancorare la memoria in luoghi simbolici. Una particolarità di questi nuovi spazi è l’attenzione all’aspetto turistico fin dalla fase di progettazione, dal momento che cresce sempre di più il numero di visitatori che non hanno alcun legame diretto con la tragedia evocata.

Il Memoriale di Fort d'Alet a Saint-Malo

Il Memoriale di Fort d’Alet a Saint-Malo

Nella Somma, ogni anno quasi duecentomila turisti ripercorrono i luoghi della battaglia che oppose francesi e inglesi alle truppe tedesche dal luglio al novembre 1916. La maggior parte dei visitatori è originaria dei paesi del Commonwealth (quasi il 60%). Molti vengono per ricordare quanto vissuto dai loro nonni o bisnonni e rendere loro omaggio. Tuttavia, in questi luoghi si vedono sempre più adulti o studenti che non hanno nessun legame di parentela con gli uomini che hanno perso la vita in guerra. Vengono per capire, scoprire, per interesse storico…

Torretta di difesa tedesca bersagliata dall'artiglieria americana (Saint-Malo, Corniche d'Alet)

Torretta di difesa tedesca bersagliata dall’artiglieria americana (Saint-Malo, Corniche d’Alet)

Questa nuova categoria di visitatori influenza il contenuto dei siti e delle mostre organizzate, che diventa più didattico rispetto a prima, a volte adattato a un pubblico giovane, spesso multilingue. A Lione, il Centro per la storia della resistenza e la deportazione ha cambiato immagine per i suoi 20 anni, e ha riaperto nel 2012 con una scenografia completamente rinnovata. Ora al suo interno si segue un percorso che si basa sul lavoro fotografico di artisti dell’epoca. Al Memoriale di Caen, la sala dedicata allo sbarco e alla battaglia in Normandia è stata anch’essa rinnovata nel 2012 con l’aggiunta di documenti, mappe in rilievo, oggetti e testimonianze.

Il cimitero militare germanico al Passo della Futa

Il cimitero militare germanico al Passo della Futa

La diffusione e l’internazionalizzazione dei luoghi della memoria pongono delle questioni. Come condividere lo spazio tra visitatori e vittime (o discendenti di queste ultime), che non hanno le stesse aspettative? Come evitare comportamenti irrispettosi, gestire le diverse percezioni del rapporto con la morte, della cultura del ricordo, dell’aspetto religioso? Come rendere possibile momenti di raccoglimento tra pullman turistici e scolaresche? Con oltre un milione e mezzo di visitatori all’anno, il cimitero statunitense di Omaha Beach (Calvados) è diventato un vasto campo da gioco dove ognuno si mette in posa in mezzo a miriadi di croci bianche. Rimane ancora posto per le famiglie dei soldati?

Cacciacarri M10 Volverine nel parco dell'Historiale di Cassino

Cacciacarri M10 Volverine nel parco dell’Historiale di Cassino

Le vittime dirette e i loro discendenti non si ritrovano più in questi luoghi sovraffollati. Preferiscono riunirsi in posti che hanno un senso per loro e in date intimamente legate alla loro tragedia personale, spiega Brigitte Sion, giornalista e ricercatrice che ha lavorato al Memoriale della Shoah a Berlino e a quello dei desaparecidos di Buenos Aires. Nel marzo 2014, il prezzo del biglietto d’entrata al Museo dell’11 settembre di New York, fissato all’equivalente di 24 euro, ha suscitato polemiche. È giusto far pagare l’accesso a un luogo della memoria?

Anzio. Il Museo dello sbarco

Anzio. Il Museo dello sbarco

In uno slancio ecumenico, l’Organizzazione delle Nazioni unite per l’educazione, la scienza e la cultura (Unesco) è spesso chiamata in causa per dare il riconoscimento di un «eccezionale valore universale» a siti legati ad avvenimenti tragici. Tra il 1978 e il 1999, l’Isola di Gorée (tratta degli schiavi 1978), Auschwitz Birkenau (seconda guerra mondiale, 1979), la cupola del Memoriale della pace di Hiroshima (bomba atomica, 1996), Robben Island (carcere dell’apartheid, 1999) sono stati iscritti nell’elenco del patrimonio mondiale dell’umanità. Certo, la creazione dell’Unesco dopo la seconda guerra mondiale aveva lo scopo di favorire la pace e il dialogo interculturale. Ma i luoghi legati a guerre, massacri, sevizie possono creare questo legame? Inoltre, come attribuire un eccezionale valore universale a spazi difficili da cogliere, dal punto di vista materiale o nella loro dimensione tragica?

Segnalo i miei approfondimenti sul turismo della memoria nella sezione del sito dedicata alla Linea Gustav: http://www.camminarenellastoria.it/index/LINEA_GUSTAV.html