Sesto. Il sentiero di meditazione della Cappella nel bosco

Sesto, in Val Pusteria, propone ai suoi visitatori un sentiero di meditazione biblica che dal paese sale alla Cappella nel bosco. Il sentiero si alza dapprima tra i prati e i masi del paese alto ed entra poi nel bosco, varcando ruscelli, alternando esili tracce a larghi tratti sterrati, e superando in un’ora di cammino un dislivello di circa 250 metri.

La segnaletica del sentiero

Lungo il percorso si succedono stazioni di riflessione caratterizzate da sculture intagliate nel legno da Georg Lanzinger, corredate da riferimenti biblici in lingua tedesca. Il sentiero può essere percorso anche in discesa: dopo essere saliti a monte Elmo in funivia, si scende verso la Capanna del Cacciatore lungo il sentiero delle fiabe e si prosegue verso la Capanna nel bosco e la chiesa di Sesto.

“Anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male”

All’inizio del percorso l’immagine del Cristo rassicura il viandante con le parole del salmo 23: “Anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza”.

La creazione dell’uomo

Più avanti una stazione descrive la creazione divina del primo uomo con le parole del libro della Genesi (2,7): “Allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente”.

Scene della creazione del mondo

Una godibile scultura mostra le creature che vivono nell’acqua, sulla terra e nel cielo. Il testo cita le pagine del libro della Genesi sulla creazione del mondo: “Dio disse: Facciamo l’uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza: dòmini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutti gli animali selvatici e su tutti i rettili che strisciano sulla terra” (1,26). E ancora Dio disse: “Ecco, io vi do ogni erba che produce seme e che è su tutta la terra, e ogni albero fruttifero che produce seme: saranno il vostro cibo” (1,29).

San Francesco d’Assisi

Sul sentiero l’immagine di Francesco d’Assisi rievoca il suo Cantico delle creature dedicato alla contemplazione del creato. La scultura è accompagnata dal versetto del Cantico: “Lodato sii mio Signore, per nostra sorella madre terra, la quale ci dà nutrimento e ci mantiene: produce diversi frutti variopinti, con fiori ed erba”.

La Cappella nel bosco

Al termine del sentiero si raggiunge la Cappella nel bosco, costruita interamente in legno. Essa risale al periodo della prima guerra mondiale, quando Sesto si trovò sul fronte di guerra e la sua popolazione fu evacuata. Alla fine del giugno 1917 fu permesso ai contadini locali di ritornare ai loro masi e di coltivare i campi. Dato che la loro chiesa era gravemente danneggiata eressero questa Cappella improvvisata dove poteva comunque essere celebrata la Messa.

Beati gli operatori di pace

La cappella è stata restaurata nel 1974 e la sua manutenzione è stata affidata alla locale compagnia degli Schützen. Più recentemente è stata denominata “Cappella della Pace”. Dentro e intorno alla cappella sculture in legno e incisioni invocano la pace con le parole divine: “Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio” (Mt 5,9). Spiccano anche le parole del profeta Michea (4,3-4): “Egli sarà giudice fra molti popoli e arbitro fra genti potenti, fino alle più lontane. Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione, non impareranno più l’arte della guerra. Siederanno ognuno tranquillo sotto la vite e sotto il fico e più nessuno li spaventerà, perché la bocca del Signore degli eserciti ha parlato!”.

“Ecco tua madre”

(Ho percorso il sentiero il 15 agosto 2018)

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San Candido. Dalla Creazione del mondo all’Apocalisse

San Candido (Innichen, in tedesco) è un delizioso centro dell’Alto Adige, tra i più noti e frequentati della Val Pusteria. Tra i tanti spunti di visita che il paese offre, proponiamo un tour con lo sguardo all’insù. L’obiettivo sono gli affreschi che decorano la volta della Collegiata romanica e della Parrocchiale di San Giorgio. Ne emerge un originale viaggio biblico tra la Genesi e l’Apocalisse, tra l’inizio e la fine del mondo.

L’affresco della Creazione nella Collegiata

La Collegiata di San Candido nasce nel Mille da un antico convento benedettino e raggiunge il suo aspetto attuale nel Duecento. Ha le austere sembianze di una cittadella fortificata, una sorta di “fortezza di Dio”. L’affresco che riveste la cupola racconta tutto il ciclo della Creazione del mondo: una sequenza d’immagini che seguono il filo del racconto della Genesi, illustrato nello stile romanico del 1280.

La Creazione

L’affresco è strutturato in tre zone concentriche: al centro è il firmamento notturno, con le stelle e gli astri maggiori; lo circonda il cielo diurno e, sotto le nuvole, la superficie della terra. I sei giorni della creazione sono evocati da altrettante immagini del Dio creatore. Il ciclo inizia con il “fiat coelum”: Dio colloca gli astri nel cielo e separa la luce dalle tenebre, genialmente umanizzate. Segue il “fiat firmamentum”: il Creatore separa le acque sopra e sotto la volta celeste e fa così apparire la terra rocciosa e alberata, traversata dai fiumi. Nella terza scena, quella del “Fiant volatilia”, avviene il popolamento dell’acqua e dell’aria con le diverse specie di pesci e di uccelli. La quarta raffigurazione – “Fiant animalia” – propone un giardino zoologico di animali piccoli e grandi, reali e fantastici; l’uomo con il cappuccio che cavalca il cavallo è forse l’autoritratto del pittore. Con il “Fiat Adam” ecco la quinta scena in cui Dio, alla maniera di un vasaio, crea il suo capolavoro, l’uomo. Dio pone le mani sul capo e sul mento dell’uomo, mentre Adamo mette le mani sul cuore. Nella sesta scena – “Fiat Eva ex Adam” – le mani di Dio estraggono Eva dal fianco di Adamo e la benedicono accarezzandole la fronte. Il ciclo termina con la scena della cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso terrestre. Un cherubino dalle ali spiegate con la destra impugna la spada e con la sinistra spinge i progenitori fuori dalla torre di guardia all’ingresso. Adamo ed Eva coprono le loro nudità con una foglia di fico, e andandosene, guardano tristi verso l’albero della conoscenza del bene e del male e il paradiso perduto.

Le immagini apocalittiche dell’arcangelo Michele

La vicina chiesa di San Michele Arcangelo si fa ammirare per le forme eleganti del barocco tirolese e per i suoi richiami al rococò, frutto della trasformazione avvenuta nel 1735. La nostra attenzione si concentra comunque all’interno della chiesa sul ciclo di dipinti che il pittore barocco Christoph Anton Mayr realizzò nel 1760 sulla volta della navata. Il ciclo è dedicato all’arcangelo Michele, patrono della chiesa, e alle sue apocalittiche battaglie contro il demonio in qualità di capo delle milizie celesti, difensore della chiesa, giudice delle anime.

Il giudizio individuale

Il dipinto all’inizio della navata descrive una scena di “giudizio particolare”. Un morente spira nel suo letto, circondato dai suoi familiari e da un sacerdote che lo assiste. In cielo appare Gesù Cristo, nel suo ruolo di giudice supremo, mentre esibisce la croce della sua passione, segno di salvezza per l’umanità. Inginocchiata ai suoi piedi, la madre Maria intercede per la salvezza del defunto. Il suo angelo custode avvia l’anima all’immediato giudizio individuale sui piatti della bilancia del ponderator. L’arcangelo Michele, in abiti militari, regge la bilancia a doppio piatto e con la spada sguainata tiene a distanza il serpente diabolico. Intorno ai piatti della bilancia si sviluppa una simbolica battaglia tra il bene e il male. Un demonio cerca di far pendere il piatto della bilancia dalla propria parte, collocandovi sopra i simboli dei peccati capitali che estrae da una cornucopia: nel caso specifico poggia sul piatto un sacchetto di monete, simbolo del vizio capitale dell’avarizia.

San Michele, la Donna e il dragone

La seconda scena dipinta sulla volta è la visione della donna e del drago, il celebre dramma dell’Apocalisse che si svolge tra cielo e terra. Si tratta di un’immagine tripolare, giocata sulla donna, l’angelo e il drago a sette teste, affiancata dalle immagini dei progenitori ai tempi dell’innocenza e dalle conseguenze del peccato originale. In alto è la madre di Gesù, vestita di bianco e di blu: «un segno grandioso apparve nel cielo: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e, sul capo, una corona di dodici stelle. Era incinta, e gridava per le doglie e il travaglio del parto» (Ap 12,1-2). Il secondo polo è concentrato nella plastica immagine dell’arcangelo Michele, vestito di una leggera armatura e protetto da uno scudo, con la spada sguainata e fiammeggiante e con un mantello svolazzante di vivido colore rosso. Il terzo polo è costituito dal drago furente a sette teste, respinto dalle nuvole verso il basso.

La caduta degli angeli ribelli

La terza scena dipinta sopra l’altare descrive la battaglia tra gli angeli fedeli, guidati da Michele, e gli angeli ribelli a Dio, guidati da Lucifero. La caduta degli angeli ribelli richiama le parole apocalittiche: «scoppiò quindi una guerra nel cielo: Michele e i suoi angeli combattevano contro il drago. Il drago combatteva insieme ai suoi angeli, ma non prevalse e non vi fu più posto per loro in cielo. E il grande drago, il serpente antico, colui che è chiamato diavolo e il Satana e che seduce tutta la terra abitata, fu precipitato sulla terra e con lui anche i suoi angeli» (Ap 12,7-9).

La Collegiata di San Candido

(Ho visitato San Candido il 15 agosto 2017)

Sul Monte Elmo. Memorie storiche e panorami

Il monte Elmo si trova nel gruppo delle alpi Carniche e segna il confine tra Italia e Austria. Pur senza essere particolarmente appariscente questa piramide, alta 2434 metri, è molto apprezzata per il suo spettacolare panorama circolare sull’arco alpino e sulle Dolomiti orientali. Se si aggiunge la facilità dell’accesso grazie alle due cabinovie che salgono a quota 2000 rispettivamente da Sesto e da Versciaco, si comprende anche perché sia frequentatissimo da escursionisti e famiglie.

La carta turistica del monte Elmo

Dalle contigue stazioni di arrivo delle due funivie e dal parco di attrazioni per i bambini si percorre la strada sterrata che attraversa in leggera salita verso est un ampio pendio boscoso e in meno di mezz’ora porta al Rifugio Gallo Cedrone, a quota 2150 m, in bella posizione. Il monte Elmo è da qui ben visibile. Si può salirvi direttamente dal rifugio lungo un sentiero un po’ scabroso e ripido tra le rocce. Oppure si può continuare per un tratto lungo la sterrata per poi abbandonarla e seguire a sinistra il ripido sentiero 4a che sale a stretti tornanti, protetti da corrimani di legno, lungo un erto costone di erba e roccette. Oppure scegliere un percorso un po’ più lungo ma più tranquillo e panoramico che segue ancora per un tratto la sterrata in direzione del rifugio della Sillianer Hutte e giunto alla selletta dov’è un incrocio di sentieri, inverte la rotta e sale in cima all’Elmo per facile cresta.

L’arrivo in vetta

Il panorama

La Val Pusteria

Dalla cima dell’Elmo si apre il vasto panorama circolare sulle Dolomiti, la Pusteria e i monti dell’Osttirol e della Carinzia. I pannelli opportunamente collocati in vetta aiutano a riconoscere la successione delle cime dolomitiche: il Popera, la Croda Rossa, cima Undici, cima Dodici, l’Antelao, le tre Cime di Lavaredo, le Marmarole, il Paterno, la Cima dei Tre Scarperi, i Baranci.

Il confine tra Italia e Austria

Un cippo di confine

Il percorso di cresta è segnato da una successione di cippi che individuano il confine tra Italia e Austria. Sui due lati opposti del cippo sono le lettere I e O, iniziali di Italia e Österreich (Austria). Di lato è incisa la data di apposizione del cippo (1920) e in alto la linea del confine. Questo confine fu definito dopo la prima guerra mondiale nel trattato di pace di Saint-Germain-en-Laye del 1919. L’Italia ottenne allora i territori considerati naturalmente italiani perché al di qua della linea di spartiacque della Drava. Tuttavia il monte Elmo si trova al di là della linea di displuvio della sella di Dobbiaco: la ragione di questo sforamento del confine dipende dalla richiesta di parte italiana, accolta nel trattato, di inserire nel proprio territorio, per ragioni di controllo e continuità territoriale, anche la conca di San Candido e la valle del Rio Sesto.

L’ex rifugio Helmhaus

La Casa dell’Elmo

La sommità del monte è occupata da un edificio, oggi sprangato e pericolante, ma dall’interessante passato. Fu costruito alla fine dell’Ottocento dalla sezione di Sillian del Club alpino austro-tedesco e, con il nome di Helmhaus, funzionò da rifugio alpino, apprezzato per la sua terrazza panoramica. Dopo la Grande guerra, con lo spostamento del confine, il rifugio si trovò in terra italiana e fu inserito nel sistema difensivo del Vallo alpino. Esaurito il suo ruolo militare e doganale il rifugio fu abbandonato e andò progressivamente in degrado. Dal 1998 l’edificio è stato trasferito al patrimonio della Provincia autonoma di Bolzano. Se ne ipotizza un restauro, dopo che le due sezioni confinanti dei Club alpini austriaco e alto-atesino hanno bandito un concorso per il rinnovamento e la rivitalizzazione dell’Helmhaus, premiando il progetto dell’architetto Johannes Watschinger di Sesto.

Una croce per l’Europa

La Croce del Cristo vivo

In vetta a monte Elmo spicca il grande crocifisso che fu simbolicamente piantato sulla linea di confine, per celebrare la nascita della Comunità europea avvenuta con il Trattato di Roma del 1957. Autori dell’iniziativa furono 53 boy scout e un padre gesuita provenienti da sette paesi europei (Germania, Italia, Svizzera, Francia, Spagna, Belgio e Olanda), impegnati a Sesto in un campo europeo nell’estate del 1958. Per lasciare una testimonianza duratura di questo incontro europeo si commissionò al maestro Josef Tschurtschenthaler una scultura in legno del Cristo crocifisso. La grande croce del peso di oltre 100 kg fu trasportata a spalle dagli scout sulla cima del monte Elmo, seguendo il suggerimento di Aldo Janotto, allora comandante della Guardia di Finanza di San Candido. Da allora il “Cristo vivo” del monte Elmo protegge l’anelito all’unità dei giovani europei.

Le casermette del Vallo alpino

Una delle casermette di confine

Appena sotto la vetta dell’Elmo, al riparo della cresta orientale, sono ancora in piedi sei casermette inserite un tempo nel sistema difensivo del Vallo alpino. Gli edifici sono stati privati di tutti gli arredi interni e degli infissi ma restano visitabili sia pure con qualche precauzione per evitare le buche e i detriti. Le caserme risalgono agli anni Trenta quando, in epoca fascista, fu realizzato lo sbarramento di Versciaco, in chiave difensiva contro un possibile attacco tedesco. Il sistema difensivo doveva collegare il corno Fana, il cornetto di confine, il monte Chiesa la cima Lepri e il monte Elmo. Fu però nel secondo dopoguerra che il Vallo alpino assunse un nuovo ruolo, questa volta in chiave Nato, come risorsa difensiva nel caso di un’ipotetica invasione da este da parte delle truppe del Patto di Varsavia. In effetti come risulta evidente a tutti gli escursionisti dai 2400 metri del monte Elmo si poteva avere una vista amplissima della Pusteria austriaca in caso di incursioni militari ostili. Fu però utilizzato anche dalla Guardia di Finanza per il controllo della dogana e per la repressione del contrabbando. Dopo le vicende del 1989 successive alla caduta del muro di Berlino e con l’ingresso dei paesi confinanti nell’Unione europea, cessò la necessità di queste strutture di confine ed esse furono disarmate e abbandonate.

(Escursione effettuata il 18 agosto 2017)

Il giro del lago di Anterselva

Popolare lo è senza dubbio, visto il gran numero di escursionisti che ne percorre le rive. Apprezzato lo è ancora di più, per la comodità di accesso, per la sua bellezza, per la capacità di coinvolgere i bambini, per la tavolozza dei colori, per il sentiero-natura. Il giro del lago di Anterselva, alla testata dell’omonima valle, laterale della Val Pusteria, è una classica proposta turistica del parco naturale delle Vedrette di Ries in Alto Adige.

Il lago di Anterselva

Si raggiunge il lago in auto (o in treno+bus) percorrendo la valle di Anterselva, prima che la strada si restringa e s’impenni verso il passo Staller. Un ampio parcheggio è disponibile nei pressi dello stadio e del centro di formazione della specialità olimpica del Biathlon. Siamo a 1642 metri d’altitudine. Iniziamo la passeggiata ad anello in senso orario, percorrendo una passerella di legno che traversa la fitta rete di rigagnoli, stagni, torbiere e sorgenti della riva sinistra.

La passerella protetta sulla riva del lago

Il sentiero-natura offre ai camminatori le tabelle informative sulle diverse caratteristiche dell’ambiente: i pesci di lago, la fauna del bosco, gli alberi e le piante, le rocce che affiorano sul percorso. Alcuni allestimenti sono coinvolgenti e interattivi: l’albero degli uccelli e il gioco delle pigne entusiasmano i ragazzi, e non solo loro. A metà strada si trovano un ristorante e un punto di ristoro accanto a un grande prato e al parco giochi.

La mappa del Sentiero Natura

Un pannello racconta la curiosa leggenda sull’origine del lago. Tanto tempo nella zona dove ora c’è il lago c’erano tre masi, i cui abitanti erano molto duri di cuore contro i poveri. Un giorno, durante la sagra del paese, venne un vecchio mendicante e chiese l’elemosina. I ricchi contadini gli diedero solo del pane ammuffito. Allora il povero si arrabbiò e disse a ognuno di loro: ‘State attenti, fra qualche giorno sgorgherà una sorgente dietro le vostre case e vedrete cosa combinerà’. La gente non diede retta alle parole del mendicante. Per tre giorni non successe niente. Il quarto giorno, però, nacque una sorgente dietro ogni casa. Le acque sorgive dilagarono fino a sommergere i masi degli avari contadini, formando il lago di Anterselva. Fin qui la leggenda. Nella realtà il lago si è formato in seguito alle ingenti frane che hanno colmato il fondo della valle.

La sorgente e la scultura in legno

Attraversata la strada che porta al Passo Stalle, si percorre la via del ritorno. Il sentiero si alza e percorre a mezza costa il bosco. I pannelli segnalano le principali emergenze del fronte montano settentrionale: la Ohrenklamm, la gola più selvaggia di Anterselva con le sue stelle alpine; il torrente Hundskehl che scende dagli alpeggi della malga Reinisch; le radure create dalle valanghe lungo il corso del torrente Sattelbach.

Il lago e la cima di Collalto

Ormai in prossimità della strada, accanto a un allevamento di cervi, si traversa una fascia di bosco e si rientra al punto di partenza, chiudendo l’anello. Nell’ultimo tratto ci fanno compagnia gli atleti del biathlon che si allenano sulla pista dedicata.

La passerella di legno

(Ho percorso l’anello il 14 agosto 2017)

Vallo Alpino. Il Bunker di Valdaora in Val Pusteria

“La pace regna in Valle Anterselva. Il vento sussurra soavemente tra le alte cime degli alberi, le travi di una vecchia baita scricchiolano piano. Altrimenti il silenzio. I boschi selvaggi odorano di resina, i prati seducono con un profumo dolce e acerbo…”. D’accordo, è il linguaggio rarefatto dei dépliant turistici. Del resto siamo in Alto Adige, nella Val Pusteria, uno dei distretti turistici alpini tra i più amati. Ancor più sorprendente, quindi, scovare opere di guerra, nascoste nelle pieghe di questa terra. Un colosso di calcestruzzo si annida alla confluenza del rio Anterselva nel fiume Rienza. Bunker e sbarramenti, si sa, per loro natura sono costruiti in modo da passare inosservati: scavati nel profondo del terreno e nella roccia, sempre ben mimetizzati. Il Bunker di Valdaora è invisibile e ignoto ai più. Se ne può andare alla scoperta solo con una visita guidata.

Valdaora in Val Pusteria

Prima però qualche rigo di storia. Il Vallo Alpino risale agli anni Trenta del secolo scorso, quando il regime decise di proteggere i confini alpini dell’Italia con un sistema di fortificazioni difensive distribuito tra Ventimiglia a Fiume. Anche l’Alto Adige fu interessato dal lavoro di costruzione degli sbarramenti fortificati in funzione anti-tedesca. Le proteste del Reich e le successive vicende belliche comportarono la sospensione dei lavori. Solo dopo l’adesione al Patto Atlantico, nel 1949, le Forze armate italiane ripresero i lavori del Vallo Alpino a difesa della frontiera nord-orientale, nella logica della Guerra Fredda e del contrasto con il Patto di Varsavia. Con la caduta del muro di Berlino nel 1989, il crollo dell’Unione Sovietica e l’adesione dei nuovi paesi all’Unione europea, cessò definitivamente l’importanza strategica e di conseguenza l’interesse per le fortificazioni di confine. Nel 1992 iniziò la completa dismissione di tutte le opere dell’ex Vallo Alpino, site in Alto Adige e nel Friuli Venezia Giulia. Nel 1998 le fortificazioni dismesse dell’Alto Adige sono state trasferite in proprietà alla Provincia autonoma di Bolzano. La Provincia ha selezionato le opere più interessanti da conservare e ne ha progressivamente aperto l’accesso ai visitatori a scopo culturale, didattico e turistico.

Apertura mimetizzata

Lo sbarramento di Rasun-Valdaora fu realizzato nel 1940, con il compito di difendere la direttrice della Val Pusteria. Comprendeva venti opere difensive, tra cui sei scavate nella roccia, ma le difese anticarro (fossati e punte di calcestruzzo) e i campi minati non vennero mai realizzati. Il Bunker di Valdaora era equipaggiato con armamenti fissi (cannoni) e mobili (mitragliatrici), nonché con impianti tecnologici (elettrico, telefonico, aereazione, deumidificazione) e arredi necessari alla permanenza delle truppe all’interno dell’opera (camerette con brande, tavoli, riserve d’acqua e di cibo, latrine).

L’ingresso del bunker di Valdaora

Al bunker era assegnato il battaglione Alpini d’Arresto ‘Val Brenta’ che risiedeva nella caserma di Valdaora di Sotto. La visita dei gelidi interni del bunker si sviluppa nei lunghi corridoi, affiancati dalle camere e dalle strutture di servizio e raggiunge le camere di sparo dell’artiglieria e le feritoie delle mitragliatrici. Sono anche visibili gli impianti manuali per la ventilazione e le centraline degli impianti elettrici.

L’impianto manuale di ventilazione interna

Il giro esterno del bunker consente di apprezzare il suo basso profilo sul terreno, la dissimulazione della struttura nel boschetto, le protezioni mimetiche esterne e le diverse feritoie di sparo. La visita va concordata con l’ufficio turistico di Rasun di sotto.

Feritoia di sparo

(Ho visitato il bunker il 17 agosto 2017)

Il fronte di Sesto in Pusteria nella Grande Guerra

Sesto di Pusteria, paese di lingua e cultura tedesca appartenente all’Impero, all’inizio della Grande Guerra si trovò sulla linea del fronte. Subì l’evacuazione forzata, conobbe il fenomeno dei profughi, fu semidistrutto dai bombardamenti delle artiglierie italiane e poi, insieme agli altri paesi del Sud Tirolo, fu annesso all’Italia. Il fronte dei combattimenti correva sulle vette che delimitano la val Pusteria, dal passo di Monte Croce Comelico alla Val Fiscalina e all’altopiano delle Tre Cime di Lavaredo.

Fortificazioni sull’Anderter Alpe

La Croda Rossa di Sesto, con le testimonianze lasciate dai soldati, è un prezioso patrimonio storico delle vicende belliche di alta montagna, ma anche della storia delle truppe di montagna, i Kaiserjaeger, gli Alpini e l’Alpenkorps, che qui si fronteggiarono.

Il Museo all’aperto dell’Alpe Anderter

La partenza del sentiero per l’Anderter Alpe

Oggi un Museo all’aperto mostra le opere di guerra costruite dai genieri austro-ungarici nella zona della Croda Rossa. L’Anderter Alpe è il settore del museo all’aperto più facile da raggiungere. L’altro settore, quello della Cima Undici, è riservato a escursionisti esperti. Il punto di partenza è il Rifugio Croda Rossa che si raggiunge in breve dalla stazione d’arrivo della Funivia Croda Rossa, situata a Moso, nei pressi di Sesto.

La segnaletica sui prati di Croda Rossa

Iniziando dal Rifugio il sentiero è segnalato da pannelli informativi che introducono ai diversi ambienti di visita. Si osservano tratti di trincea, resti di baracche, camminamenti, postazioni di mitragliatrici, la base di partenza della teleferica per Cima Undici. Il dislivello è di circa quattrocento metri. Il tempo di ascesa è di circa un’ora. Tra andata e ritorno e un’occhiata ai resti conviene mettere in contro tre/quattro ore di tempo.

Residuati bellici

La Mostra “Indimenticata” di Sesto

Stufa da trincea

A Sesto, in Via della Croce 9, nei locali della vecchia scuola elementare, è stata allestita la Mostra “Indimenticata – La Grande Guerra nelle Dolomiti di Sesto 1915-1918”. La mostra cerca di spiegare al visitatore, con l’ausilio di fotografie, cartine, pannelli e residuati bellici, il significato della malga Anderter Alpe (campo base per i soldati austro-ungarici), le postazioni della Croda Rossa e Cima Undici, le sfide logistiche, la costruzione di baracche e trincee, i duri mesi invernali sul terreno innevato e soggetto a valanghe, la vita quotidiana di un soldato sul fronte; la popolazione di Sesto e i combattimenti che si sono svolti al passo della Sentinella, sulla Croda Rossa, oppure sulla cima Undici.

Il Forte Mitterberg

Il Forte Mitterberg : Monte di Mezzo

Il Forte Mitterberg sorge a 1550 metri sopra le case di Sesto. Nonostante abbia subito diversi bombardamenti nel periodo della Grande Guerra e non sia mai stato oggetto di opere di recupero o restauro, è una delle opere fortificate austro-ungariche meglio conservate delle Dolomiti. Costruito tra il 1884 ed il 1889, il suo obiettivo era ostacolare un’eventuale invasione italiana proveniente dal vicino Veneto. È una grande opera di tre piani con una blindatura in granito. Quando terminarono i lavori, il Forte Mitterberg era considerato un vero e proprio esempio di modernità militare. Venne armato con tre cannoni disposti all’interno di una cannoniera e con tre mortai su cupole corazzate. Ciononostante, all’inizio della guerra, fu considerato obsoleto e facile bersaglio per le bocche da fuoco italiane e si decise quindi di abbandonarlo, trasferendo l’armamentario all’esterno e utilizzandolo solo come base di appoggio per la fanteria.

L’associazione Bellum Aquilarum

La guida storico escursionistica

L’associazione Bellum Aquilarum di Sesto vuole recuperare e valorizzare le testimonianze storiche della “guerra delle aquile” per conservarle e trasmetterle alle generazioni future, ai giovani della Pusteria, ma anche ai giovani dei paesi dell’ex-impero austro-ungarico che qui combatterono. Ha creato e gestisce il museo all’aperto e la mostra documentaria di Sesto. Organizza visite guidate ai luoghi di guerra della Croda Rossa e al forte di guerra Mitterberg. Si qualifica come organizzazione senza scopo di lucro, a finalità sociale, riconosciuta dalla Provincia Autonoma di Bolzano.

(Ho visitato i luoghi della Grande Guerra di Sesto nell’agosto 2017)

Sesto Pusteria: la danza macabra di Rudolf Stolz

La morte danza con il re, la beghina e il contadino

La morte danza con il re, la beghina e il contadino

La rotonda del cimitero di Sesto, in Val Pusteria, è rivestita all’interno da una lunga fascia di affresco che propone una meditazione sulla morte. Il dipinto è stato realizzato nel 1923 da Rudolf Stolz (1874-1960), un pittore altoatesino formatosi a Monaco di Baviera. Il tema richiama un soggetto molto popolare nel mondo medievale tedesco: la danza macabra (totentanz). Lo scheletro della morte si accompagna a sette personaggi rappresentativi della gerarchia sociale, ricordando loro la brevità della vita umana e richiamandoli alla necessità di tenersi sempre pronti all’ultima ora, secondo l’ammonimento Estote parati del Vangelo di Matteo: «Et vos estote parati quia qua nescitis hora, Filius hominis venturus est – Perciò anche voi tenetevi pronti, perché nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo» (Mt 24,44). Stolz raffigura i diversi personaggi in modo sereno e austero, privi quindi di quelle espressioni di terrore prevedibili nell’incontro improvviso con la morte. Come pure sono assenti quelle espressioni di satira sociale e di revanche contro i potenti, che talvolta la morte assume negli affreschi del genere. La caratterizzazione delle coppie è affidata a icastici testi in rima, nel tedesco aulico, riportati nei cartigli in basso.

Il primo personaggio è il sovrano, raffigurato con tutti i tradizionali simboli del suo potere: la corona in testa, lo scettro nella mano destra, il globo nella mano sinistra (a simbolizzare la sua signoria sul mondo), la spada al fianco, il collare della nobiltà, l’abito sfarzoso. Lo scheletro della morte danza al suo fianco con la falce sulla spalla e la clessidra in mano e dice «Abgelaufen ist der Sand, leg das Zepter aus der Hand», invitando cioè il re a deporre il suo scettro, ora che la sabbia ha finito di fluire nella clessidra.
Il secondo personaggio è la beghina, raffigurata nel suo severo abito monacale, con un libro sacro in una mano e una candela accesa nell’altra mano. La morte le volteggia alle spalle e con un gesto dispettoso e simbolico le spegne lo stoppino dicendole «Weib, die Andacht ist zu End, Müßig deine Kerze brennt» e cioè che la Messa è ormai finita e non ha senso tenere ancora la candela accesa. Il terzo personaggio è un contadino che indossa il lederhose, l’abito tradizionale tirolese e un cappello a larghe falde e che ha in mano lo strumento del suo lavoro. La morte sembra prendersi gioco della sua fierezza e lo irride con la mano sul fianco dicendogli «Manneskraft und Schaffenstrieb Knickt wie Gras mein Sensenhieb» e cioè che tutta la sua forza creatrice si spezza come l’erba sotto un colpo di falce della morte. Segue la scena patetica del neonato perfidamente cullato tra le braccia della morte al canto di «Schlaf mein Engel, schlafe süß, Du erwachst im Paradies», una ninna nanna che dice «Dormi angelo mio, dormi sereno, che ti sveglierai in paradiso». Il quinto personaggio è un giovane viaggiatore, forse un pellegrino, con il suo bagaglio infagottato sul fianco, che cammina aiutandosi con un bastone. La morte gli marcia a fianco irridente, seguendone il passo e copiandogli il cappello; ha il bastone in spalla e lo abbraccia familiarmente rincuorandolo a modo suo «Nicht so traurig junges Blut, Heimwärts zieht man frohgemut» e cioè «Non essere triste sangue giovane, Si va allegri verso casa». Il sesto personaggio è una giovane sposa, dall’elaborata pettinatura, che indossa un corpetto su un abito importante e regge tra le mani un fiore rosso. Lo scheletro della morte le danza affianco corteggiandola e invitandola a ballare con lei «Holde Maid im Myrtenkranz, Folge mir zum Hochzeitstanz». L’ultimo personaggio è un vescovo benedicente, che indossa la mitria, la cotta, la stola e il piviale. La morte lo assiste reggendogli il pastorale e dicendogli allusivo «Bischof mit dem Hirtenstab Nehm ich schwere Last dir ab» e cioè «Vescovo con il bastone da pastore, ti libero dal tuo carico pesante».

La morte e il bambino

La morte e il bambino

La morte e il viandante

La morte e il viandante

La morte e la sposa

La morte e la sposa

La morte e il vescovo

La morte e il vescovo