Venezia. Quattro icone dell’Istituto Ellenico

Venezia ha accolto nei secoli una folta colonia di greci, formata da mercanti e da esuli che fuggivano dalla minaccia turca, in particolare dopo la caduta di Costantinopoli. Nel 1498 fu fondata la Confraternita dei Greci Ortodossi (o Nazion Greca) che avrebbe avuto come patrono San Nicolò. Oggi l’antica sede veneziana della Confraternita ospita l’Istituto Ellenico di Studi Bizantini e Postbizantini, frequentato da ricercatori greci e specializzato nello studio della storia dei territori greci sotto dominazione latina. All’Istituto è collegato un museo di icone bizantine e postbizantine, frutto di donazioni di membri della Confraternita e di altri ortodossi; molte icone furono trasportate a Venezia da profughi e altre vi furono dipinte da iconografi greci. Tra queste spiccano le opere di Michele Damaskinòs, Giorgio Klonzas, Emanuele Lambardos, Teodoro Pulakis, Emanuele Tzanes Bunialìs. Passiamo in rassegna quattro di queste icone che propongono la visione della seconda venuta di Gesù e del giudizio universale.

Il Giudizio universale del prete cretese Giovanni Apakas (fine del secolo XVI)

Il Giudizio universale di Giovanni Apakas (secolo XVI)

Il Giudizio universale di Giovanni Apakas (secolo XVI)

La visione dell’ultimo Giudizio è declinato in una strip di scenette isolate. In alto è raffigurata la Deesis del Giudice con i due intercessori. Gesù ritorna sulla terra in una mandorla di luce sfavillante e siede sull’arcobaleno della nuova alleanza, circondato da una corona di soffici batuffoli di cirri abitati da serafini e cherubini; la doppia sentenza di salvezza e dannazione è simboleggiata dalla posizione delle mani, la destra sollevata nel gesto della benedizione e la sinistra abbassata nel gesto che respinge e allontana i malvagi. La Madre mostra al Figlio l’umanità risorta impetrandone la misericordia; e così anche Giovanni Battista il precursore, raffigurato nell’abbigliamento selvaggio dell’eremita nel deserto. La Deesis è affiancata da due spalti nuvolosi gemelli sui quali si affacciano gli angeli tubicini e quelli che mostrano i libri aperti delle opere buone e cattive. Sotto il Giudice è rappresentata l’ostensione della croce e degli strumenti della passione (la lancia, la canna con la spugna, i tre chiodi e il titulus crucis). I dodici apostoli formano il tribunale celeste e siedono su due lunghe panche. Due recinti di nuvole accolgono la folla dei beati e le diverse nazioni: gli abiti e i copricapi consentono di riconoscere i monaci, i patriarchi della chiesa ortodossa, i sovrani, i martiri, le donne sante. Uno spazio separato è destinato al patriarca Abramo che accoglie nel suo grembo l’anima del povero Lazzaro. In basso, come in un formicaio didattico, vediamo le dimore dei morti inumati: gli scheletri si rianimano, si rivestono di carne e tornano alla vita. L’arcangelo Michele respinge i dannati minacciandoli con la sua spada fiammeggiante. Un fiume di fuoco travolge i dannati e li spinge tra le braccia dei diavoli. L’Inferno è tradotto in due immagini. Da un lato vediamo Babilonia, la città infernale in fiamme; al suo fianco vediamo il lago di fuoco originato dal fiume infernale, traversato dalla barca che traghetta i dannati e popolato da peccatori che galleggiano sulle fiamme mostrando i copricapi dei nemici della chiesa ortodossa.

Il Giudizio universale di Franghias Kavertzas (secolo XVII)

Il Giudizio finale di Franghias Kavertzas (secolo XVI)

Il Giudizio finale di Franghias Kavertzas (secolo XVI)

Nel confronto con l’icona di Apakas il Giudizio finale di Kavertzas è ben più ampio, affollato e ricco di particolari. Nella prima fascia in alto ritroviamo la Deesis con il Cristo parusiaco che giudica i risorti seduto sull’arcobaleno, affiancato dagli intercessori in piedi, dagli apostoli seduti sui troni del tribunale celeste e dalle legioni di angeli schierati alle spalle dei troni. Ai piedi di Gesù vediamo il tetramorfo dei quattro esseri viventi della visione di Ezechiele: essi hanno i libri dei Vangeli in mano e sono dunque i simboli dei quattro evangelisti (l’aquila di Giovanni, il leone di Marco, l’angelo di Matteo e il bue di Luca); i due personaggi inchinati sono Adamo ed Eva, i progenitori. La scena immediatamente sottostante mostra l’ostensione della croce e dei simboli della passione, l’apertura dei libri della vita, delle opere buone e delle opere cattive, e il suono delle trombe che gli angeli tubicini rivolgono ai quattro angoli del mondo per chiamare i morti al risveglio. L’arcangelo Michele è il protagonista della psicostasia: egli pesa sulla bilancia a doppio piatto le opere buone e cattive di ciascuno – simboleggiate da rotoli scritti – e con la spada sguainata tiene a bada i demoni che cercano di condizionare gli esiti del giudizio.

Il Paradiso (Kavertzas)

Il Paradiso (Kavertzas)

Il Paradiso comprende tre gruppi di beati, ordinati sulle nuvole e presidiati da angeli. Evidenza particolare è data ai santi martiri innocenti, a Lazzaro fratello di Marta e Maria fatto risorgere da Gesù e al patriarca Abramo che porta nel grembo l’anima del povero Lazzaro della parabola lucana. Di fronte ai beati sono i gruppi nazionali in attesa del giudizio. La risurrezione dei morti è rappresentata in tre modalità: risorgono dalla terra i corpi degli inumati; le bestie feroci vomitano le carogne umane che avevano divorate; il mare restituisce i corpi degli annegati e delle vittime dei naufragi delle navi. Vediamo anche i segni della fine del tempo, profetizzati da Gioele e Isaia: il sole e la luna perdono luminosità; un angelo stacca il firmamento con le stelle e lo arrotola. Il profeta maggiore Daniele è raffigurato disteso in basso al centro mentre testimonia ciò che ha veduto. Seguono scene apocalittiche: Babilonia la prostituta a cavallo della bestia, il cavallo nero della morte con la falce, l’angelo sterminatore, i re della terra a cavallo dei mostri apocalittici. Sul fondo dell’icona compaiono le immagini del Paradiso e dell’Inferno. Il Paradiso è rappresentato nella forma urbana della Gerusalemme celeste. Sulle scale della porta, Gesù accoglie un doppio corteo di beati: a sinistra sopraggiungono i beati del nuovo testamento, mentre a destra arriva il corteo dei giusti del vecchio testamento (si riconoscono il buon ladrone Disma e Giovanni il Battista). Rilievo particolare è dato alla presenza della Madonna (che benedice dalla porta della cappella a sinistra) e alla badessa del monastero offerente. Dietro le mura merlate s’intravvede il giardino dell’Eden con i fiori, le piante, gli alberi e i quattro fiumi paradisiaci.

L'apertura dei libri del Giudizio (Kavertzas)

L’apertura dei libri del Giudizio (Kavertzas)

L’Inferno è alimentato da un fiume di fiamme che scende fin nella gola del drago. I dannati cadono nel fiume e sono trascinati dal vortice sul fondo dove trovano i diavoli che li stivano con i forconi nella bocca del Leviatano eruttante sulfurei vapori dalle nari. Altri diavoli, guidati da Lucifero sul carro, si caricano i dannati sulle spalle (si noti il superbo con la corona regale) e li scaricano tra le fiamme. Sono infine descritti i castighi infernali: i teschi secchi che servono da nido alle vipere un ambiente tetro e buio; la pena del verme applicata a un carnaio di corpi addentati e stritolati da grandi serpenti.

Il Giudizio universale di Giorgio Klontzas (fine del secolo XVI)

Il Giudizio universale di Giorgio Klontzas (fine del secolo XVI)

Il Giudizio universale di Giorgio Klontzas (fine del secolo XVI)

Il Museo ellenico conserva due opere del pittore cretese Giorgio Klontzas. La prima è un’icona di grande interesse, fittissima di personaggi che partecipano all’ultimo Giudizio, sapientemente ordinati e distribuiti nei diversi comparti della tavola. L’immagine del Cristo parusiaco è tratta di peso dalla visione del profeta Ezechiele. Gesù indossa una veste dorata che lascia in evidenza le cinque piaghe e siede nella mandorla sull’arcobaleno della nuova alleanza accompagnato dai cherubini. Ai suoi piedi sono i quattro esseri viventi che corrono sulle ruote viste da Ezechiele. I quattro esseri alati sono un angelo, un’aquila, un leone e un bue; ognuno di loro reca un libro del vangelo e sono dunque identificabili come i simboli dei quattro evangelisti Matteo, Giovanni, Marco e Luca. Ai fianchi del giudice stanno Maria e Giovanni Battista, nel ruolo di avvocati difensori, e i dodici apostoli (seduti su troni con suppedaneo), preceduti da Pietro e Paolo, nel ruolo della corte del tribunale. Alle spalle degli apostoli sono i nove cori degli angeli. L’etimasia è sintetizzata in un magnifico trono vuoto, sormontato dalla croce.

Gli angeli tubicini (Klontzas)

Gli angeli tubicini (Klontzas)

Ai lati del trono due nubi sostenute dai serafini reggono gli angeli che hanno l’incarico di suonare le trombe che chiamano i morti alla risurrezione e che aprono i libri dove sono elencate le opere compiute in vita dai risorti. I beati sono ordinati su tre livelli. Il primo gruppo è formato dal corteo dei giusti del vecchio testamento: in testa sono i progenitori Adamo ed Eva (tra i loro piedi s’insinua il serpente tentatore del peccato originale), seguiti da Noè col modello dell’arca, dal piccolo Isacco e da Abramo che regge il coltello del sacrificio del figlio, dal re Davide che suona l’arpa, da Mosè con le tavole della legge, dal sommo sacerdote Melchisedec col turibolo dell’incenso, dal centurione romano convertito, da Giacobbe con la scala e dal buon ladrone Disma con la sua croce. Gli altri due cortei comprendono i sacerdoti, i re, i martiri e le donne sante. Sul fondo dell’icona, a sinistra, vediamo la scena della risurrezione dei morti sotto lo sguardo del profeta Ezechiele: nella valle delle ossa aride, gli scheletri si ricompongono, le mummie si rivestono di carne e tornano alla vita.

L'Inferno (Klontzas)

L’Inferno (Klontzas)

Sul lato opposto vediamo l’arcangelo Michele che respinge la schiera supplice e disperata dei dannati. Si staglia poi il profilo della città infernale Babilonia con le cupole e gli archi in fiamme. Uno stormo di diavoli volanti accorre a prendere in consegna i dannati e a buttarli nella gola mostruosa del Leviatano. Sotto lo sguardo di un profeta, vediamo il fiume di fuoco che scende dal trono ad alimentare il lago infernale e le bestie dell’Apocalisse che si scatenano nel carnaio dei viziosi. Lucifero cavalca il drago e regge in mano il serpente tentatore. Ai dannati viene applicata un anello di ferro al collo: legati da una lunga catena sono trascinati all’inferno da un ghignante diavoletto nero.

Il trittico del Giudizio universale di Giorgio Klontzas (fine del secolo XVI)

Il trittico del Giudizio universale di Giorgio Klontzas

Il trittico del Giudizio universale di Giorgio Klontzas

La seconda opera di Klontzas conservata nel Museo ellenico è un trittico formato da una pala centrale e da due ante laterali, chiudibili grazie a quattro anelli cerniera. Una cimasa dorata sovrasta la pala centrale e racconta in quindici tondi dipinti altrettante storie della Genesi, dalla creazione del mondo al peccato originale, dai fiumi del paradiso alla cacciata dei progenitori dall’Eden.

Il pannello centrale del trittico di Klontzas

Il pannello centrale del trittico di Klontzas

Il pannello centrale vede in alto la manifestazione del giudice seduto sui cherubini, affiancato dagli intercessori, dai due arcangeli e dagli angeli. Il tribunale degli apostoli, seduti sui troni, è decentrato nelle lunette delle due ante laterali. L’etimasia non è raffigurata, ma è sostituita dall’ostensione della croce simbolo del sacrificio di Gesù; la croce è sorretta da Adamo ed Eva (che schiacciano sotto i piedi il serpente tentatore del peccato originale) e riceve l’omaggio dal corteo dei giusti dell’antico testamento. Tra quest’ultimi si riconoscono Noè (con l’arca), Melchisedec (con il turibolo), Abramo col figlio Isacco (che porta la fascina di legna del sacrificio sulle spalle) e Mosè (con le tavole della legge). Ancora sulle nubi vediamo a sinistra il gruppo degli angeli trombettieri e a destra gli angeli che aprono i libri del Giudizio. Segue la scena della psicostasia: l’arcangelo Michele, vestito nell’elegante divisa di condottiero delle milizie celesti, pesa sulla bilancia a doppio piatto le opere buone e cattive trascritte nei rotolini di carta. Ai suoi piedi è il gruppo dei risorti che attende il giudizio. Gli angeli provvedono a formare il corteo dei beati e ad avviarlo verso il paradiso. Dal lato opposto diavoli neri ammanettano i dannati e li portano in corteo nel fiume di fuoco che scende dai piedi del Giudice.

Il Paradiso e la risurrezione dei morti (Klontzas)

Il Paradiso e la risurrezione dei morti (Klontzas)

L’anta laterale sinistra descrive due lunghi cortei di beati che accolgono i sacerdoti, i re guerrieri, i martiri, i solitari, le monache e i monaci, i santi della tradizione orientale. In basso è raccontata la risurrezione dei morti, arricchita dalla scena dell’ascesa dei risorti nudi o sommariamente rivestiti. Il pannello laterale destro riporta un unico corteo di beati, ma incorpora un piccolo spazio dedicato al padre Abramo che tiene in grembo l’anima del povero Lazzaro. Segue la scena grandiosa dell’incendio della città infernale di Babilonia: i suoi abitanti in fuga sono raccolti dai demoni e trascinati nel baratro. Altri dannati attendono sulle rive del lago infernale la barca di Caronte che li traghetterà attraverso la palude di fuoco. Per tutti il destino è la bocca del drago, la gola del Leviatano infernale.

La visione dell'Inferno (Klontzas)

La visione dell’Inferno (Klontzas)

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Venezia. Le visioni escatologiche nella basilica di San Marco

La Basilica di San Marco è la cattedrale di Venezia e la sede del Patriarca. L’immagine della piazza, del campanile, della sua facciata con le cupole sullo sfondo è una delle ‘cartoline’ più fotografate in Italia. Nel principale monumento della città, autentica enciclopedia d’arte cristiana, proponiamo un tour a soggetto, dedicato alle immagini dell’aldilà.

 Il Giudizio finale sulla facciata

1 - Il Giudizio universale sulla facciata

Il primo incontro con l’escatologia cristiana avviene esattamente all’ingresso della basilica. La terza arcata, quella centrale, accanto agli importanti cicli di sculture romaniche, mostra un grande Giudizio finale realizzato nella semicalotta dell’arco, con le due scene della Deesis e della risurrezione dei morti. Il mosaico originale è stato rifatto nel 1836-8 da Liborio Calandri su cartone di Lattanzio Querena. Gesù scende dal cielo e viene a sedersi sulle nuvole, aiutato da un angelo e osservato dai serafini, per pronunciare la sua sentenza sul destino dell’umanità. Indossa una tunica bianca e un mantello azzurro; mostra le ferite della passione e ha un nimbo luminoso crociato sul capo; con la mano sinistra abbraccia la pesante croce del suo martirio, agevolato da un angelo. Ai lati i due intercessori pregano in ginocchio: sono la madre Maria, col capo velato e le mani incrociate sul cuore, e Giovanni Battista il precursore, con la croce astile e l’abito eremitico. Due angeli tubicini suonano le trombe che chiamano i morti a risorgere. E vediamo infatti i corpi risorgenti che si sollevano dalle tombe e si liberano dei sudari mortuari. A sinistra i risorti acclamano al giudice ed elevano preghiere di ringraziamento: sono gli eletti. A destra i risorti hanno i capelli dritti e mostrano gesti di spavento: sono i dannati.

La discesa al Limbo

2 - La discesa al Limbo

La scena dell’Anastasis ricorre due volte nella Basilica di San Marco. La prima si trova sulla facciata esterna, nella seconda lunetta da sinistra, in alto. Gesù Cristo con le piaghe della passione, il sudario svolazzante e il vessillo della vittoria sulla morte, abbatte le porte dell’inferno guardate da un inquietante diavolo e libera gli spiriti dei giusti: Mosè con i corni di luce sul capo e le tavole della legge, il buon ladrone con la croce, Adamo ed Eva con i fianchi cinti di foglie di fico, il re Davide e altri vegliardi. L’iscrizione latina spiega l’immagine: visitat infernum regnum pro dando supernum patribus antiquis dimisis Christus iniquis quis fractis portis spoliat me campio fortis.

3 - Anastasis

La seconda scena si trova sulle volte sotto la cupola dell’Ascensione. Anche qui vediamo il Cristo trionfante con la croce in mano che prende per mano Adamo ed Eva e li libera dalla prigione, attirandoli a sé. Gesù ha sfondato le porte dell’inferno, che giacciono rotte a terra tra una miriade di chiodi, cerniere e chiavistelli, e schiaccia sotto i piedi il diavolo canuto che le vigilava. La scena è osservata dai re e dai sapienti dell’antico testamento e commentata da un’iscrizione ispirata a Osea: «Li strapperò di mano agli inferi, li riscatterò dalla morte. Dov’è, o morte, la tua peste? Dov’è, o inferi, il vostro sterminio?» (Os 13,14).

 La cupola del Battistero

4 - La seconda parusia e gli angeli del Giudizio

Ci spostiamo ora nel Battistero per osservare il Giudizio finale nella cupola che sovrasta l’altare. Qui la decorazione a mosaico risale alla metà del Trecento e raffigura la seconda venuta del Signore circondato dai nove cori degli angeli. Ed è proprio la cura nel descrivere gli attributi degli angeli che fa di questa cupola un documento importante dell’iconografia cristiana. Gesù Cristo appare in un cielo sfolgorante di raggi luminosi, sostenuto da due cherubini che hanno sei ali ciascuno e circondato da un primo cerchio di nove serafini rossi. Il secondo cerchio descrive più analiticamente la corte celeste. Ai piedi del Cristo, a guardia del suo trono, troviamo un Cherubino con quattro coppie di ali, le gambe nude e un medaglione sul petto con la scritta siencie plenitudo che allude alla pienezza della scienza teologica. Procedendo in senso orario troviamo il Serafino seduto sul trono dell’etimasia, con lo scettro in mano. Lo segue il Principato, seduto su uno sgabello con le gambe incrociate (simbolo di ponderatezza), rivestito di corazza e armato di elmo e spada sguainata. La Potestà è impegnata a incatenare Lucifero sul fondo dell’Inferno. L’angelo delle Virtù presiede alla risurrezione dei morti e richiama alla vita una mummia giacente tra i due simboli del fiume paradisiaco e della cavità fiammeggiante dell’inferno. Un Angelo e un Arcangelo, intorno a una fossa comune piena di risorgenti, sollevano due beati, li liberano dalle fasce mortuarie e li conducono in cielo. All’angelo delle Dominazioni è affidata la psicostasia: egli pesa le anime dei risorti su una bilancia a doppio piatto e tiene a bada con una lancia il demonio che cerca di alterare l’esito della pesatura. Infine vediamo il Trono seduto sulla volta del cielo stellato, vestito di abiti e calzature preziose, con lo scettro in mano e la corona sul capo.

Il mosaico del Paradiso

5 - Il Paradiso

Dietro la tribuna della parete settentrionale della navata centrale è visibile un grande mosaico seicentesco dedicato al Paradiso. L’iscrizione recita: Hic Paradisus adest hic servans hostia Petrus quem reserat dignis omnibus ipse viris; si allude al ruolo di custode di San Pietro che provvederà ad aprirne le porte per accogliervi i beati. La visione è dominata in alto dalla Trinità: Dio Padre e il Figlio Gesù abbracciano il globo e reggono lo scettro della signoria sul creato, mentre la colomba dello Spirito santo effonde la sua luce, sullo sfondo dei cori degli angeli. Gesù è affiancato dalla madre Maria, con la corona di stelle sul capo. Gli angeli in volo accolgono festosamente i beati agitando il cartiglio con la sentenza di Gesù: «Venite, benedetti del padre mio». La grande schiera dei beati propone il classico gioco del who’s who. Vicino a Maria si riconoscono agevolmente Giovanni Battista con la pelliccia di peli di cammello e San Giuseppe con il bastone fiorito. Prossimi sono anche i dodici apostoli: Paolo ha la spada e le lettere, Andrea porta la sua croce, Bartolomeo il coltello, Giacomo il mantello e il bordone da pellegrino, Giuda Taddeo ha l’ascia sulle ginocchia, ecc. Si allineano i dottori della chiesa, i profeti e i martiri: Stefano, il protomartire, ha in mano la pietra della sua lapidazione; Apollonia ha la tenaglia col dente; Lucia ha la patena con gli occhi; Agata ha i seni tagliati; Sebastiano ha le frecce; Caterina da Siena ha l’abito domenicano, la corona di spine e il cuore in mano. Non mancano infine i patriarchi biblici: spiccano Noè con la sua arca e il re Davide con la cetra.

 L’arcone dell’Apocalisse

6 - Gli angeli delle sette chiese

Il sottarco sopra l’ingresso della Basilica propone alcune scene selezionate dal libro dell’Apocalisse di San Giovanni. I mosaici sono stati rifatti alla fine dell’Ottocento. La prima scena vede Giovanni dormiente che ha la sua visione: Dio gli appare tra i sette candelabri, con la spada che gli fuoriesce dalla bocca e le chiavi in mano (Ap 1,12-16). La seconda scena, introdotta dalla scritta Que refero recte gradibus servare jubete, mostra i sette angeli custodi delle sette chiese dell’Asia (Ap 2). La terza scena vede l’adorazione dell’Agnello e il libro dei sette sigilli, circondato dai simboli dei quattro evangelisti: Beati qui ad caenam nuptiarum agni vocati sunt (Ap 4). 7 - La donna e il drago dell'Apocalisse

La quarta scena descrive il segno grandioso apparso in cielo: «una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e, sul capo, una corona di dodici stelle. Era incinta, e gridava per le doglie e il travaglio del parto. Allora apparve un altro segno nel cielo: un enorme drago rosso, con sette teste e dieci corna e sulle teste sette diademi; la sua coda trascinava un terzo delle stelle del cielo e le precipitava sulla terra. Il drago si pose davanti alla donna, che stava per partorire, in modo da divorare il bambino appena lo avesse partorito. Essa partorì un figlio maschio, destinato a governare tutte le nazioni con scettro di ferro, e suo figlio fu rapito verso Dio e verso il suo trono. La donna invece fuggì nel deserto, dove Dio le aveva preparato un rifugio perché vi fosse nutrita per milleduecentosessanta giorni» (Ap 12, 1-6). 8 - San Michele combatte il drago

La quinta scena vede l’arcangelo Michele che combatte contro il drago diabolico (Ap 7,9). La sesta scena descrive la curiosa scena di San Giovanni che divora il piccolo libro: «Allora mi avvicinai all’angelo e lo pregai di darmi il piccolo libro. Egli mi disse: “Prendilo e divoralo; ti riempirà di amarezza le viscere, ma in bocca ti sarà dolce come il miele”. Presi quel piccolo libro dalla mano dell’angelo e lo divorai; in bocca lo sentii dolce come il miele, ma come l’ebbi inghiottito ne sentii nelle viscere tutta l’amarezza» (Ap 10,9-10).

La volta del Giudizio finale

9 - La Deesis e l'Etimasia

All’inizio della navata mediana, nell’arcone sopra le gallerie, la volta detta ‘del paradiso’ propone le scene grandiose del Giudizio universale. I mosaici sono stati più volte rifatti ma i cartoni sono quelli originari di Jacopo Tintoretto, Antonio Vassilacchi e Maffeo da Verona, disegnati a cavallo tra Cinque e Seicento. Al centro si allunga la visione del Cristo giudice, con la Deesis e l’Etimasia. Gesù è adagiato su un trono di nuvole, contornato da due splendidi arcobaleni. Regge in mano il libro con la scritta Ego sum via et vita (Gv 14,6). La madre Maria, che prega a mani giunte, e Giovanni Battista, che indica la croce di colui che deve venire, stanno in piedi accanto a Cristo, nel ruolo degli intercessori. Al di sotto della Deesis è descritto il trono dell’etimasia. Due cherubini con sei ali e due serafini con i gigli guardano il trono vuoto, preparato per il giudice: sul trono sono deposti il cuscino, il mantello e il libro; dietro al trono sono le arma Christi: la croce, i chiodi, la corona di spine, la lancia e la canna. I progenitori Adamo ed Eva sono inginocchiati in preghiera ai piedi del trono.

10 - Il tribunale celeste

Ai lati del giudice siede il tribunale celeste dei dodici apostoli. Ognuno di loro è individuato da un’iscrizione ed è affiancato da un angelo con un giglio. Una lunga scritta in latino giustifica il posto privilegiato che è stato loro riservato.

11 - I Beati

Sulle pareti discendenti della volta, sotto la teoria dei Dodici, sono raffigurati il Paradiso e l’Inferno. Una scritta di benvenuto accoglie i beati: ad regnum vitae benedicti quique venite est aeterna quibus pax gloria lux paradisus. Il lieto corteo degli eletti si avvicina al giudice con gesti di riverenza e con preghiere di ringraziamento: si riconoscono tra essi persone di tutte le condizioni; uomini e donne, laici e i chierici, nobili e popolani. Più in basso è descritto sinteticamente il Paradiso, con l’albero della vita, il buon ladrone Disma con la sua croce, la Madre con il Figlio in braccio e ancora la Madonna servita dagli angeli.

12 - I dannati all'Inferno

Sul fronte opposto la sentenza di maledizione introduce la scena dell’inferno: Perpetuis digni cruciatibus ite maligni quos tenet aeternus vorat urit et angit avernus. Un gruppo di angeli guerrieri incalza i dannati e li sospinge verso le fiamme. I peccatori corrono atterriti, inciampano nei corpi, cadono tra le fiamme, rotolano travolti dalla turba. In fondo li attende il drago infernale, la bocca del Leviatano che sputa fiamme dalle nari, la gola del pistrice. Altri personaggi fanno da contorno alla caduta dei dannati: la miserabile figura di Giuda suicida, impiccato al ramo di un albero, il ricco Epulone tra le fiamme che chiede una stilla d’acqua, i due lussuriosi legati con un serpente.

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Venezia. L’idrografia infernale di Tintoretto

Il Giudizio universale di Tintoretto nella chiesa della Madonna dell'Orto a Venezia

Il Giudizio universale di Tintoretto

A Venezia, nel sestiere di Cannaregio, in prossimità della suggestiva laguna di settentrione, sorge la chiesa di San Cristoforo, detta della Madonna dell’Orto. Essa è sede di una grande tela del Tintoretto dipinta nel 1562 e dedicata al Giudizio universale. Questa tela è un unicum nella rappresentazione del Giudizio. Il fuoco dell’Inferno qui non esiste. Al suo posto c’è un fiume d’acqua che rompe gli argini e con le sue cateratte procura una disastrosa alluvione che travolge uomini e cose. La corrente torrenziale nasce da lontanissime sorgenti, si direbbe dalle viscere del quadro, ma poi s’ingrossa, precipita dall’argine, si confonde con la terra, le piante, il fango, i corpi dei risorti, gli scheletri dei risorgenti. Tintoretto realizza una sintesi potente tra il Giudizio divino e il Diluvio universale che già punì i peccatori all’epoca di Noè, secondo il racconto della Genesi: «le acque del diluvio furono sopra la terra; eruppero tutte le sorgenti del grande abisso e le cateratte del cielo si aprirono. Cadde la pioggia sulla terra per quaranta giorni e quaranta notti. Le acque furono travolgenti e crebbero molto sopra la terra e l’arca galleggiava sulle acque. Le acque furono sempre più travolgenti sopra la terra e coprirono tutti i monti più alti che sono sotto tutto il cielo» (Gen 7). Il ruolo punitore delle acque è presente anche nel libro della Sapienza («Si metterà in fermento contro di loro l’acqua del mare e i fiumi li travolgeranno senza pietà» – Sap 5,22) e nei Salmi: «Liberami dal fango, perché io non affondi, che io sia liberato dai miei nemici e dalle acque profonde. Non mi travolga la corrente, l’abisso non mi sommerga, la fossa non chiuda su di me la sua bocca» (Sal 69,15-16).

Le acque infernali

Le acque infernali

Tintoretto, a sottolineare ulteriormente il carattere punitore delle acque, introduce il tema della barca di Caronte che traghetta le anime dei dannati verso i lidi infernali e la città di Dite. Come anche nel Giudizio di Michelangelo, la barca di Caronte collega la teologia del tempo alle fonti classiche. Nella mitologia classica l’Inferno è il luogo in cui scorrono e s’incrociano diversi fiumi: il fiume del pianto (Cocito), il torrente di fuoco (Piriflegetonte), la corrente di dolore (Acheronte) e il fiume dell’odio (Stige). Nel canto XIV dell’Inferno Virgilio spiega a Dante l’origine dei fiumi infernali che nascerebbero dalle profonde fessure che incrinano dall’alto al basso la statua del Veglio di Creta, e da queste fessure colano lacrime, un pianto ininterrotto che, raccogliendosi sul fondo della grotta, va a formare l’unico fiume che scende poi nella voragine infernale, chiamandosi di volta in volta Acheronte, Stige, Flegetonte e Cocito («Ciascuna parte, fuor che l’oro, è rotta
/ d’una fessura che lagrime goccia,
/ le quali, accolte, fóran quella grotta. / Lor corso in questa valle si diroccia;
/ fanno Acheronte, Stige e Flegetonta;
/ poi sen van giù per questa stretta doccia,
/ infin, là ove più non si dismonta,
fanno Cocito; e qual sia quello stagno
tu lo vedrai, però qui non si conta» – Inferno XIV, 112-20).

Il Giudizio e il Paradiso

Il Giudizio e il Paradiso

A presiedere il Giudizio è il Cristo, sceso dall’empireo e venuto a sedersi sulle nuvole. Lo affiancano Giovanni il Battista e la madre Maria nel ruolo degli intercessori. La doppia sentenza di salvezza e di condanna è simboleggiata da due particolari: dalla bocca del Cristo spuntano a un tempo la spada della giustizia e il giglio della misericordia; le mani del Cristo sono rivolte ai giusti nel gesto dell’accoglienza e ai malvagi nel gesto del rifiuto.

Il Paradiso

Il Paradiso

La struttura verticale della tela costringe Tintoretto a collocare in prospettiva, su più piani digradanti, il tribunale celeste e la corte dei beati. Una presenza originale, prossima al Cristo, è quella delle virtù teologali personificate: molto tenera è la figura della Carità che si slancia verso Gesù tenendo in braccio i due bimbi che allatta. Si riconoscono poi gli apostoli (ad esempio Andrea con la croce e Bartolomeo con la pelle del martirio), i profeti e i martiri (Caterina d’Alessandria, Lorenzo e Sebastiano). Intrecciati al flusso ascendente dei beati si lanciano in picchiata verso la terra i quattro angeli tubicini che fanno squillare le loro trombe per risvegliare i morti e il grande arcangelo Michele ponderator che gestisce la bilancia a doppio piatto per la pesatura delle anime.

La risurrezione dei morti

La risurrezione dei morti

Sotto la descrizione dei fiumi infernali e dei dannati portati tra la perduta gente, vediamo la scena impressionante e potente della risurrezione dei corpi. I morti emergono dalle tombe o dalla nuda terra ancora sporchi di terriccio e delle radici delle piante. Gli scheletri riacquistano la carne, i muscoli e la pelle. I risorti, ancora storditi, prendono progressiva coscienza del loro destino. Un angelo plana sulla terra e abbraccia un beato, strappandolo alla terra per portarlo in cielo.

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Venezia. L’Inferno del Civetta

La visione infernale di Herri met de Bles

La visione infernale di Herri met de Bles

Aggirandoci nelle sale del Palazzo Ducale di Venezia, straordinario contenitore di opere d’arte, ci fermiamo davanti a una tela che propone l’impressionante visione infernale di un pittore fiammingo, emulo di Bosch. Si tratta del cinquecentesco Herri Met de Bles, detto il Civetta. La sua visione descrive l’arrivo all’Inferno di un immenso corteo di dannati, in un quadro apocalittico di catastrofi atmosferiche, di astri che si oscurano, di cieli tempestosi e d’incendi furiosi. L’Inferno in primo piano è un brulicante formicaio di dannati torturati da mostri demoniaci. Possiamo ‘leggere’ il quadro fermando l’attenzione sulle più appariscenti immagini demoniache, quasi che esso fosse un terrario di entomologia diabolica o un manuale di zoologia fantastica. Come non restare ‘affascinati’ dall’invasione di farfalle, libellule, scarafaggi, lucertole, scorpioni, topi, ragni, vermi, lumache, per non parlare dello sciame di locuste volanti che si abbatte sulla terra. Come non restare sconcertati e ammirati dalla fantasia teratologica che combina umanoidi, pesci, uccelli, galli, creando un merging di zombies sorprendenti prima ancora che spaventosi.

Un secondo modo di ‘leggere’ il quadro prende di mira i peccatori ed esamina le pene loro inflitte dal codice penale luciferino. Si guardi ad esempio ai golosi, cui per contrappasso è imbandita una mensa di repellenti rettili, di viscidi serpenti e di rospi di palude. O si guardi anche a peccatori non tradizionali come il ludopatico giocatore di dadi o i contravventori del terzo comandamento che invece di santificare la domenica restano pigramente a poltrire a letto.

Pietà l’è morta, si dovrebbe concludere di fronte al sadico panorama di corpi penetrati, squartati, tagliati, appesi, bruciati, arrostiti, affumicati, piagati, strangolati, decapitati, impalati. Un trionfo del male, un’orda vandalica, un’alluvione inarrestabile di crimini demoniaci, un eccidio di massa, cui si oppone pateticamente un velleitario e solitario arcangelo guerriero, rara avis in gurgite vasto.

E un premio a chi scova la civetta, firma del pittore!

Vorrei però attirare l’attenzione sulla scena in secondo piano e cioè la città in fiamme, l’inferno urbanizzato. Nel medioevo l’inferno era uno sheol sotterraneo, situato in una grande caverna nelle viscere della terra. Nei secoli successivi l’inferno mostra i segni di una sua progressiva urbanizzazione. In questa tela vediamo gli edifici, le mura, le torri, innalzati nelle regioni infernali, tra le valli e le paludi, tra le masserie e i campi, tra i fiumi e i monti della complicata geografia infernale. L’inferno è uscito allo scoperto, emerge dal sottosuolo e si colloca all’aperto, a fianco delle città degli uomini. Trionfa l’inferno raffigurato come una città in fiamme. Bosch ne è stato il suo iconografo profeta. E il Civetta lo segue. L’Inferno è la rappresentazione di una città divorata dal fuoco, in preda a fiamme distruttrici, vittima di un furibondo incendio che ne distrugge le case e, con esse, il marciume dei suoi perversi abitanti. Il pittore urbanista ha in mente alcune tra le più famose città infernali alle radici della storia dell’occidente: la Babilonia in fiamme dell’Apocalisse, la Sinagoga di Satana, la dantesca Città di Dite, l’agostiniana Città di Satana e le progenitrici di tutte le città infernali, le bibliche Sodoma e Gomorra.

 

Visita sul sito la sezione dedicata alle Visioni dell’Aldilà in Italia: http://www.camminarenellastoria.it/index/VISIONI_ALDILA.html

Venezia. La scala del Paradiso

La scala del Paradiso

La scala del Paradiso

Il Museo dell’Istituto Ellenico, a fianco della chiesa di san Giorgio dei Greci a Venezia, custodisce un’icona dipinta nel 1663 da Emanuele Zenes-Bounialis con la curiosa raffigurazione della scala del Paradiso. Vediamo un monaco (San Giovanni Climaco) che è seduto all’ingresso di una grotta, non lontano dal suo monastero nel Sinai, che scrive ciò che gli angeli gli riferiscono: una scala collega la terra al cielo e i monaci, ritratti con le lunghe barbe e i mantelli, la salgono assistiti e sostenuti dai loro angeli custodi; i diavoli però li insidiano e con i forconi cercano di farli cadere nel baratro fiammeggiante dell’Inferno dove li attende la gola del Leviatano. In alto Gesù accoglie amorevolmente i monaci che superano la prova.

La scala del Paradiso (Klimax tou Paradeisou) è l’opera del teologo bizantino san Giovanni Climaco, un monaco siriano vissuto sul Sinai e molto popolare in Oriente. L’opera si articola in trenta capitoli, ognuno dei quali è consacrato a una virtù: tutti insieme corrispondono ai trenta gradi della perfezione. I trenta gradini da superare corrispondono simbolicamente all’età di Gesù dalla sua nascita al battesimo nel Giordano e l’inizio del suo ministero. Le anime ascendono con grande fatica i gradini della gigantesca scala che collega la terra al cielo. A ogni gradino le anime sono assalite da orde di demoni, incarnazione dei vizi; questi le colpiscono con le frecce e cercano di far perdere loro la presa sui gradini. Molti monaci soccombono e sono precipitati all’Inferno; solo rari eletti, sostenuti dagli angeli, arrivano in cima senza danni. Il Klimax descrive il metodo con cui riuscire a innalzare la propria anima a Dio, individuando nell’assenza di passioni (apatheia) e nella pratica della preghiera del cuore (esichia), l’essenza della beatitudine mistica cristiana.

La scala – intesa come collegamento tra la terra e il cielo – trova la sua radice nel famoso sogno di Giacobbe, narrato nella Genesi (28,10-13): «Giacobbe partì da Bersabea e si diresse verso Carran. Capitò così in un luogo, dove passò la notte, perché il sole era tramontato; prese là una pietra, se la pose come guanciale e si coricò in quel luogo. Fece un sogno: una scala poggiava sulla terra, mentre la sua cima raggiungeva il cielo; ed ecco, gli angeli di Dio salivano e scendevano su di essa. Ecco, il Signore gli stava davanti e disse: “Io sono il Signore, il Dio di Abramo, tuo padre, e il Dio di Isacco. A te e alla tua discendenza darò la terra sulla quale sei coricato”».