Tuscia. Il villaggio rupestre di San Lorenzo a Vignanello

Il sito delle grotte di San Lorenzo non è tra i più celebrati della Tuscia. Anzi, per la verità, è praticamente sconosciuto. Ignoto persino agli arboricoltori del luogo che curano con passione e impegno i noccioleti e gli oliveti dei dintorni. Tuttavia i ricercatori che lo hanno studiato definiscono questo villaggio rupestre come una “laura”, ovvero un piccolo insediamento monastico organizzato sul lavoro agricolo, una realtà autosufficiente, con disponibilità di acqua, prossima alle vie di comunicazione e tuttavia mimetizzata sulla parete di una valletta. Un nucleo abitato che comprende la necropoli, i depositi di derrate, gli ambienti residenziali domestici, la cappella, le stalle e gli ambienti rustici per il lavoro dei prodotti dei campi. Se aggiungete la presenza di affreschi, trovate più di un motivo per organizzare un’interessante passeggiata di archeologia medievale.

Passaggio in grotta

Il punto di partenza della visita è l’incrocio al km 5,7 della strada provinciale n. 26 “Vignanellese” che collega Fabrica di Roma e Vignanello, a pochi metri dall’ingresso di una centrale elettrica. A piedi, o anche in auto, si lascia la provinciale e si segue la stradina in direzione ovest (destra, per chi proviene da Vignanello; sinistra, per chi proviene da Fabrica). Dopo 450 metri si tocca una casa diroccata con un oculo in alto; si prosegue sulla sterrata per altri 150 metri, lungo il bordo del Fosso Fontana la Goccia, giungendo in vista di una casa rurale bianca con le porte verdi. Pochi metri prima di questa, un sentierino scende brevemente a sinistra, lungo la scarpata del fosso, e raggiunge un terrazzino erboso.

Le grotte di San Lorenzo

Siamo sulla parete settentrionale del fosso, esposta a meridione. La quota è di 362 metri. Qui troviamo la prima serie di grotte, scavate nella parete di tufo. Le grotte denunciano un utilizzo ancora recente e sono spesso ingombre di materiale. Una ha una mangiatoia scavata nel vano laterale.

Grotta con l’ingresso parzialmente tamponato

Una seconda, con l’ingresso tamponato da blocchetti di tufo, conserva ancora la porta di legno e ospita un piccolo forno in parete. Nell’intervallo tra due grotte troviamo una vasca scavata nella parete, utilizzata come lavatoio o abbeveratoio.

Vasca scavata nel tufo

Possiamo ipotizzare che questo primo nucleo di grotte costituisse una piccola fattoria rupestre a servizio dell’agricoltura e dell’allevamento di animali.

Il sentiero di collegamento

Un sentiero, recentemente sistemato e provvidenzialmente assicurato con una corda fissa, scende lungo la ripida scarpata sottostante e consente di entrare con l’aiuto di alcuni gradini in un lungo sotterraneo: un corridoio collega una successione di vani, divisi da sottili pareti di tufo, ciascuno dotato di un’ampia finestra o una porta aperta sul fosso.

L’ingresso gradinato

Il vano d’ingresso è collegato da una scala a un locale sotterraneo. Il vano successivo ha nel fondo due crogioli con una canaletta di spurgo sul pavimento. I locali che seguono mostrano i segni di geometrici recinti interni dello stabulario e un sistema di canalette di drenaggio dei liquami.

Le stalle

Abbondano le attaccaglie sui muri separatori, i fori predisposti per ospitare i pali orizzontali e i recinti divisori interni, le mangiatoie, le piccole nicchie sulle colonne di sostegno della volta e sui muri divisori. Si può ipotizzare che questo lungo sotterraneo fosse adibito a stalla e che fosse dotato di un deposito di fieno e biade e di un laboratorio artigiano.

La piazzetta

Il sentiero in discesa sfocia ora su una piazzetta sulla quale si aprono ad arco quattro cavità di diversa profondità. Un convicinio o un claustro rupestre, con locali residenziali, uno spazio comune e i servizi privati (nicchie, armadi a muro, panche, silos, cisterne, alcove). Si può ipotizzare che questo fosse il piccolo cenobio, con le celle disposte intorno al ‘chiostro’.

Volto aureolato

Il locale successivo è il più sorprendente, considerando la natura trogloditica e selvaggia del contesto. Sulle pareti affiorano nella penombra i resti di antichi affreschi. Un bel viso di santo con l’aureola dorata. Maria col bambino benedicente in grembo tra due angeli. E sulla parete di fianco l’intonaco steso sulla roccia con tracce di un altro dipinto. Siamo nel Sacro Speco dell’insediamento rupestre, il luogo della preghiera e della meditazione.

Il forno

Progredendo nella discesa, tra altri ambienti residenziali, troviamo un sito che doveva essere il forno della comunità. Saliti alcuni gradini, si trova infatti un ambiente semicircolare con l’intaglio che ospitava il ripiano per la lavorazione e la cottura, la stufa rupestre con il foro di eliminazione del fumo, la cella circolare foderata di malta.

I loculi del piccolo cimitero

Giunti sul fondo del fosso, a quota 332 metri, troviamo il piccolo cimitero rupestre, con una decina di loculi scavati orizzontalmente nel banco. Altre grotte, probabilmente ampliate e regolarizzate in tempi più recenti, sono utilizzate come deposito e ripostiglio. Accanto al rio che scorreva sul fondo, si trovano altri percorsi sterrati che risalgono longitudinalmente la valletta.

Il Fosso Fontana La Goccia e l’ambiente dell’escursione

(L’escursione è stata effettuata il 7 aprile 2017)

Tuscia. L’eremo rupestre di San Leonardo

Una testuggine che copre col suo guscio di tenera roccia un sacro speco intrecciato a più domestiche cavità. Un’aula ecclesiale scoperchiata, aperta a oriente, sulla prua di un promontorio roccioso incuneato tra due fossi. L’eremo rupestre di San Leonardo è il frutto dell’ora et labora di una piccola comunità di abili cavatori di tufo, sapienti interior designers, integratori delle forme economiche elementari, amanti dell’umbratilis vita dei boschi.

Siamo sul cratere del vulcano di Vico, tra i monti Cimini. La vista spazia a occidente sulla caldera vulcanica che ospita le acque del lago di Vico e una delle più belle riserve naturali del Lazio; a oriente il grande spazio della valle del Tevere, con le sue forre, i calanchi e i borghi della Tuscia rupestre. Dai monasteri di valle forse salivano quassù nuclei di monaci desiderosi di vivere periodi di vita solitaria e di ascesi a contatto con la natura del bosco.

L’eremo rupestre di San Leonardo

San Leonardo è nel territorio comunale di Vallerano. Diverse sono le strade rurali che salgono al poggio dal capoluogo, da Carbognano, dal santuario del Crocifisso e dai paesi del cratere. Una passeggiata a piedi può comunque iniziare direttamente dalla strada provinciale n. 1 “Cimina”. All’altezza del km 12,7 una breve deviazione conduce alla località di Poggio San Vito (quota 800) e a un trivio. Qui si parcheggia. A piedi si va in discesa sulla sterrata di destra (sud-est) che transita davanti ad alcune case ed entra nel bosco. Dopo circa un km, la carrareccia termina a T su una seconda sterrata; qui si va a sinistra (nord) in una zona di taglio del bosco. Cinquecento metri più avanti troviamo sulla destra la diramazione ci porta a San Leonardo; la stradina su fondo di cemento percorre in discesa per circa un km la cresta del colle, traversando un ampio castagneto e termina all’eremo. A piedi avremo impiegato circa quaranta minuti con un dislivello in discesa di 200 metri.

L’interno

Il complesso rupestre si articola su tre livelli sovrapposti.

Il livello più alto è all’aperto e consiste nella calotta sommitale tondeggiante che prosegue in modo sfalsato nell’aula della chiesa scavata nella roccia.

La calotta di roccia

La calotta presenta alcune cavità superficiali e delle canaline incise per il drenaggio dell’acqua piovana.

La chiesa

Alcuni gradini intagliati nella pietra scendono all’abside posteriore della chiesa. Accessibile anche dall’ingresso anteriore, la chiesa ha la navata unica protetta da due pareti di roccia e l’abside perfettamente curva, intagliata con cura nel banco roccioso della calotta. Cubi di pietra (forse un’iconostasi) e un gradino separano l’aula ecclesiale dal presbiterio. Nel naos è scavata una tomba rupestre di forma rettangolare che aveva un tempo una pietra di copertura. Una scalinata scende ai locali sottostanti.

L’ingresso

L’ingresso principale alla zona residenziale, che costituisce la parte più cospicua dell’insediamento rupestre, è sul versante meridionale. Due ampie stanze, separate da una parete di tufo risparmiata nello scavo, danno accesso mediante scalini agli altri vani distribuiti a raggiera sotto roccia.

Passaggio esterno

Visto dall’esterno l’insieme è molto pittoresco per il contrasto di colori tra la roccia e il bosco e per la presenza di ampi finestroni. Percorrendone l’interno si resta colpiti dalla qualità dello scavo: l’arco a tutto sesto, la cisterna circolare, il lucernario, le nicchie sulle pareti, il piccolo silos, le decorazioni della volta, il forno, la finestra trapezoidale, la cura nel taglio delle pareti, i passaggi gradinati sono i particolari più evidenti.

L’ingresso del vano inferiore

Un terzo livello, il più basso, è accessibile tramite un sentierino. La porta è architravata e si apre su un interno suddiviso in due da una sporgenza squadrata. Si trattava forse della stalla.

Le nicchie scavate all’interno

Sono in corso lavori di scavo a cura della cattedra di Archeologia medievale dell’Università della Tuscia e del gruppo archeologico di Vallerano. Il sito si presenta come un piacevole scrigno rupestre, splendidamente incastonato nel paesaggio. Disturbano soltanto alcune scritte vandaliche e qualche accenno di discarica. Un’elementare prudenza nei movimenti è richiesta per la prossimità delle pareti scoscese della rupe e delle aperture non protette.

Il lato meridionale

Il ritorno può effettuarsi sul percorso dell’andata. In alternativa, risalita la strada cementata, si può seguire la strada di destra, tenendosi a sinistra ai bivi e chiudendo così l’anello al Poggio di San Vito. In questo caso, la relativa maggiore lunghezza del percorso fa prevede circa un’ora di cammino.

Il livello superiore

Normal
0

14

false
false
false

IT
JA
X-NONE

/* Style Definitions */
table.MsoNormalTable
{mso-style-name:”Tabella normale”;
mso-tstyle-rowband-size:0;
mso-tstyle-colband-size:0;
mso-style-noshow:yes;
mso-style-priority:99;
mso-style-parent:””;
mso-padding-alt:0cm 5.4pt 0cm 5.4pt;
mso-para-margin:0cm;
mso-para-margin-bottom:.0001pt;
mso-pagination:widow-orphan;
font-size:12.0pt;
font-family:Cambria;
mso-ascii-font-family:Cambria;
mso-ascii-theme-font:minor-latin;
mso-hansi-font-family:Cambria;
mso-hansi-theme-font:minor-latin;}

(Escursione effettuata il 7 aprile 2017)

Tuscia. Il villaggio medievale rupestre di Castel Campanile

Castel Campanile. Un promontorio di tufo che affiora e si allunga tra due fossi. Le rovine di un insospettato borgo medievale – le mura, la rocca, la chiesa, le case – insediato su uno zoccolo rupestre rosicchiato da grotte e vie cave. I campi di una vasta tenuta agricola, dove sciamano greggi di pecore, tranquilli bovini ed equini curiosi. Il paesaggio ancestrale della Campagna romana, nell’antico territorio cerite del Patrimonium Sancti Petri e della prima Tuscia suburbicaria.

Il rilievo di Castel Campanile

L’esplorazione di Castel Campanile inizia al Casale del Castellaccio, un accogliente e goloso agriturismo, con le sue festose tavolate e i prodotti biologici in vetrina. Vi arriva in 5,5 km la Via di Castel Campanile che lascia la Statale Aurelia al suo km 30, all’altezza di Palidoro. Parcheggiata l’auto, è corretto segnalare la propria presenza e chiedere il consenso alla visita del borgo a Claudio Lauteri, il proprietario della tenuta, un imprenditore impegnato nella tutela e nella valorizzazione dell’insediamento antico. Scendiamo su una stradina bianca tra i campi al Fosso del Castellaccio, dov’è un fontanile. Scavalcati due cancelli, risaliamo fino alla base della rupe.

La punta meridionale della rupe

Per avere un’idea completa del sito conviene compierne prima il periplo lungo la strada rurale che fiancheggia il lato orientale, aggira la punta meridionale della rupe e s’inoltra nella valletta occidentale percorsa dal Fosso del Tavolato. Si coglie così la diversità dei due versanti, più spoglio e solare il primo, più umido e protetto da una fitta macchia boscosa il secondo. In successione si visita l’insediamento percorrendone il largo sentiero sommitale. Frequenti tagliate nel tufo e sentieri di arroccamento consentono di salire e scendere dalla rupe, ripetendo così il tragitto degli antichi abitanti che dalle abitazioni in alto scendevano alle stalle in grotta, ai laboratori rupestri e agli ipogei di servizio al lavoro agricolo, situati sul fianco della rupe, accanto ai corsi d’acqua.

La torre della porta meridionale

L’ingresso al borgo avveniva tramite la porta sud. Un tempo era una porta ad arco fiancheggiata da due torri. Oggi resta visibile un’imponente muraglia che svela nei suoi fianchi l’anima di grandi conci squadrati e le diverse tecniche edilizie utilizzate per costruirla.

Le mura difensive

Sul bordo meridionale della rupe si stagliano mozziconi delle antiche mura di difesa. Sono realizzate con blocchi di tufo squadrati legati da malta. All’esterno sono rivestite da un paramento a blocchetti.

I resti di un’abitazione

Sul pianoro si osservano i resti di un’abitazione, un edificio parzialmente conservato in altezza e in larghezza. Sono riconoscibili dai rivestimenti i diversi ambienti in pessimo stato di conservazione.

La parete della chiesa

La piccola chiesa si trova nel settore settentrionale, con l’abside affacciata sulla rupe e parzialmente franata. Si conserva una parete alta circa due metri con un doppio rivestimento interno ed esterno la cui trama è formata da pezzame irregolare con blocchi di tufo, conci di arenaria e calcare, laterizi e materiale di risulta. La chiesa risalirebbe all’anno Mille con una dedica al “Nostro Signore Gesù Cristo, al beato apostolo Pietro e alla Beata Vergine Maria”. All’esterno è stato rinvenuto il piccolo cimitero, con fosse rettangolari scavate nel tufo e arrotondate intorno alla deposizione del capo.

La torre ovest

A difesa della zona settentrionale del pianoro sommitale si ergevano due torri, ancora parzialmente visibili, pur se incappucciate da rampicanti. La torre ovest ha pianta quadrangolare ed è chiusa da tre lati. Si vedono le feritoie e i fori quadrati per l’alloggio delle travi di sostegno agli ambienti interni. La torre domina il fossato occidentale ed è amata dai rapaci diurni e notturni.

La grotta della torre

Un terrazzino sulla parete appena sotto la torre ovest è l’atrio sul quale si affaccia una grotta a ferro di cavallo, formata da due camere scavate nella rupe e separate da un muro divisorio risparmiato nello scavo. Le pareti interne sono rivestite di nicchie ad arcosolio, di forma regolare e poste in successione.

L’interno destro della grotta

Sul fondo della camera di destra è un loculo. Una nicchietta sul fronte della parete divisoria ospitava la lucerna che illuminava l’ambiente interno.

Alla base delle pareti di tufo dei due versanti si aprono una trentina di grotte. Molte di esse risultano interrate, parzialmente crollate e comunque non accessibili.

Grotte affiancate sul versante orientale

Le altre si lasciano visitare e mostrano le diverse tipologie di scavo, dalle più semplici, di piccole dimensioni, ad arcosolio, alle più elaborate, con pareti e pilastri divisori o a vani affiancati. Queste grotte svolgevano diverse funzioni: erano stalle e ricoveri notturni per gli animali da lavoro, attrezzate con mangiatoie e lettiere; erano anche laboratori per la lavorazione del latte e la caseificazione o per la lavorazione e la conservazione dei prodotti agricoli; talvolta erano cantine collegate alle abitazioni soprastanti, destinate alla conservazione delle derrate (olio, vino, cereali) e alla custodia degli attrezzi agricoli.

La grotta azzurra

La più interessante è la grotta azzurra, visibile e facilmente accessibile al centro della parete orientale. Il nome le deriva dai resti di un intonaco di colore celestino che riveste tratti di parete e le volte. L’ambiente interno, semicircolare, ruota intorno a un pilastro centrale ed è caratterizzato da una serie di arcosoli regolari e da alcuni loculi.

I loculi interni

Queste caratteristiche fanno ipotizzare una destinazione funeraria, probabilmente più remota di quella medievale e risalente all’epoca romana.

La parete rocciosa del Pizzo del Prete, che fronteggia al di qua del Fosso del Castellaccio il rilievo del Castel Campanile, ospita una cavità destinata a colombaia.

La colombaia di Pizzo del Prete

L’allevamento dei piccioni integrava le altre forme di zootecnia, grazie anche alla sua redditività e all’utilizzo di tutti i prodotti (la carne, le piume, il guano, le uova). Per tali ragioni le colombaie erano generalmente scavate in ambienti inaccessibili o facilmente difendibili dalle intrusioni dei predatori. L’accesso avviene tramite un ripido sentierino e una serie di gradini che portano a un ingresso un tempo chiuso e protetto. I colombi sciamavano attraverso una finestra laterale e occupavano con le loro nidiate circa cinquecento cellette.

La cartina dell’insediamento

La storia di Castel Campanile risale all’anno Mille e si è srotolata nei secoli attestata dalle proprietà che si sono succedute: la famiglia Normanni, fino al Trecento, seguita dagli Orsini, signori di Ceri, Cerveteri e Bracciano, dagli Anguillara a partire dal 1467 e infine dai Borghese fino alla riforma agraria del Novecento. Una storia millenaria, dunque, che ha rischiato di venire umiliata sotto il pattume di Roma, per la progettata realizzazione di una grande discarica a Pizzo del Prete. Scampato il pericolo, grazie a una tenace opposizione popolare, resta l’impegno di conoscenza di visita di questa sconosciuta reliquia della Campagna romana.

La pubblicazione disponibile presso l’Agriturismo

(La visita è stata effettuata il 24 aprile 2017)

Tuscia. Il villaggio rupestre di Santa Cecilia

I fossi sono ambienti repulsivi e talora anche repellenti. E anche quando le acque che scorrono sul fondo non ripugnano all’odorato, la vegetazione che vi cresce indisturbata è talmente intricata, spinosa, aggrovigliata, ostile, da sconsigliare ogni tentativo di progressione. Ci sono però delle eccezioni. Fossi che sorprendono per la loro topografia. E che nascondono inaspettati tesori. Una di queste piacevoli eccezioni è costituita dai fossi che circondano Bomarzo, nella Tuscia viterbese. Le incisioni vallive e i boschi che ne foderano le pareti celano meraviglie archeologiche, abitati rupestri, singolari monumenti scolpiti in epoche remote, vie cave, scalinate, altari, necropoli, templi, piramidi. Ed è allora qui, nei dintorni di Bomarzo, che proponiamo un’escursione, breve e interessante, al villaggio medievale rupestre di Santa Cecilia.

Il panorama della valle del Tevere

Scendiamo nel Fosso Castello (o Fosso del Rio), una valle segnata dalla presenza di un’imponente balaustra di rocce, che spezza il bosco e si affaccia sul fondo. La valle è cosparsa di massi erratici di peperino che si sono staccati dalla parete rocciosa sovrastante e sono franati sul ripido pendio, assumendo forme inconsuete, tali da stimolare la fantasia dei nostri antenati che vi hanno inciso tombe, pulpiti, abitazioni primitive. Bomarzo si raggiunge dall’uscita di Attigliano dell’Autostrada del Sole o dalla superstrada Orte-Viterbo. Il punto di partenza dell’escursione è il campo sportivo raggiunto da una breve diramazione al km 1,5 della provinciale Bomarzese, individuata anche da una torre-serbatoio ben visibile.

Segnale sul sentiero

Dal campo sportivo un cartello “Santa Cecilia” indica il percorso da seguire. In breve si scende a un’ampia radura sull’orlo del bastione roccioso, dov’è un’area picnic. Accanto a una piccola tomba antropomorfa inizia uno stretto sentiero intagliato nella pietra, con i gradini sagomati tra due rocce.

Il sentiero intagliato nella roccia

Questa piccola via cava scende ripidamente cercandosi prima un percorso nella parete rocciosa e poi costeggiando grandi massi, districandosi nella fitta vegetazione e tra gli alberi caduti. Un’opportuna segnaletica del sentiero rassicura sulla direzione da seguire. Dopo una ventina di minuti, quando il pendio rimpiana, si scorgono sparsi nel bosco i ruderi dell’antico villaggio di Santa Cecilia.

La casa-grotta

Un grande masso è stato scavato per ricavarvi una casa-grotta, fornita di due ingressi, di un canaletto di scolo dell’acqua piovana e di un’incisione per la tettoia, a protezione dell’ingresso.

Parete interna di un’abitazione

In un masso sono scavate nicchie, un focolare e fori per l’appoggio di travi di legno. Era forse la parete interna di un’abitazione prolungata all’esterno e coperta con strutture di legno.

L’abside della chiesetta medievale

Su una terrazza a forma di prua di nave sono i resti di una chiesetta del dodicesimo secolo, dedicata probabilmente a Santa Cecilia. Si notano ancora il pilastro che reggeva l’altare, la sagoma dell’abside, parti di mura e le decorazioni.

Una croce greca

Intorno alla chiesa è un cimitero costituito da una decina di sarcofaghi, interi o spezzati. Sui frammenti sono visibili le croci greche scolpite a rilievo.

La necropoli

La necropoli continua con le caratteristiche sepolture in alveoli trapezoidali scavati nella pietra, sagomati sulla figura umana, con o senza il cuscino interno di pietra che sosteneva il capo.

Resti di abitazione

Interessanti sono i resti di un’abitazione complessa, che ha il piano superiore accessibile con una scalinata, il pavimento, alcune pareti scavate nella roccia, il piano d’appoggio della copertura del tetto.

Vasche di spremitura

Si trovano alcune pestarole e vasche sovrapposte e comunicanti, scavate nella pietra, probabilmente utilizzate per la spremitura dell’uva e la lavorazione del mosto.

Il presbiterio della chiesa medievale

Questo villaggio rupestre mostra di essere stato frequentato dall’età etrusca fino al Medioevo. Per la necropoli altomedievale è stato ipotizzato l’intervento delle truppe africane dell’esercito bizantino, schierate a ridosso della linea del fronte con l’esercito longobardo (seconda metà del sesto secolo). Pure evidenti sono i segni del cristianesimo, sia nella chiesa medievale, sovrapposta forse a un edificio sacro preesistente, sia nella dislocazione delle tombe intorno alla chiesa. Per il resto è un ulteriore esempio di borgo rupestre, satellite dei paesi vicini (Bomarzo, Chia), ricco d’acqua, nel quale si svolgevano attività agricole, di produzione del vino e di pascolo degli animali

(La ricognizione è stata effettuata l’11 febbraio 2017)

Carpignano Salentino. La cripta bizantina rupestre di Santa Cristina

Gente, luminarie, musica, bancarelle. A Carpignano Salentino oggi impazza la “Festa te lu Mieru”, la festa del vino novello, una delle sagre più famose e frequentate dell’estate salentina. Ma per l’occasione apre anche la cripta rupestre di Santa Cristina. Con un gruppo di amici scendiamo a visitare questo prezioso scrigno di affreschi bizantini tra i più antichi.

L’interno della chiesa rupestre

Due ampie scalinate scendono nella chiesa sotterranea, scavata nella roccia tufacea. Si riconoscono due navate e tre absidi; come pure s’individuano il nartece, dove si raccoglievano i catecumeni; il naos, destinato ai fedeli battezzati; il bema, il luogo dov’era officiata la celebrazione liturgica. La presenza di sepolture nella grotta e all’esterno della cripta, ipotizzerebbero una destinazione funeraria del luogo di culto.

L’arcangelo Gabriele

Gli affreschi rivestono tutte le pareti e sono accompagnati da iscrizioni in greco che citano i committenti e gli artisti. Le date sono quelle degli anni della dominazione bizantina in Italia meridionale: dal 959 alla seconda metà del Mille.

Santa Cristina

La doppia immagine di Santa Cristina

L’immagine più diffusa è quella di Santa Cristina. Si tratta forse della giovinetta martirizzata nel terzo secolo, durante la persecuzione dell’imperatore Diocleziano. Fu il suo stesso genitore, di nome Urbano, ufficiale dell’imperatore, che volle costringere la figlia ad abiurare la fede cristiana che aveva abbracciato. Alla morte del padre – che già aveva fatto più volte torturare la figlia, pur di farla ritornare agli antichi culti – le autorità si accanirono ancora di più su di lei, mettendola a morte.

L’Annunciazione

L’Annunciazione

Nell’abside è affrescata la scena dell’Annunciazione. Un bellissimo arcangelo Gabriele giunge con il braccio destro alzato e la mano benedicente. Maria con la mano sinistra regge il fuso, simbolo di verginità (in allusione alle Vergini del Vecchio Testamento che filavano le tende per il tempio).

La Vergine annunziata dipinta da Teofilatto nel 959

Al centro della scena è l’immagine del Cristo pantocratore, in trono. L’iscrizione laterale cita i donatori: il prete Leone (esponente del basso clero e quindi libero di sposarsi) e sua moglie Crisolea. Cita anche l’autore del dipinto, il pittore Teofilatto, e una data: l’anno del mondo 6467 cioè il 959 dopo Cristo.

Cristo Pantocratore (Teofilatto, 959)

La tomba del piccolo Stratigoulés

La tomba ad arcosolio

Nel nartece si apre la tomba ad arcosolio del piccolo Stratigoulés, accompagnata da una lunga iscrizione metrica in greco, dipinta tra 1055 e 1075, che ci informa che la tomba era stata scavata per un notabile del posto e che fu poi usata per accogliere le spoglie del figlio morto in giovane età. Il padre del giovane Stratigoulès (letteralmente “generalino”, non si tratta quindi del nome ma del vezzeggiativo con cui l’ufficiale chiamava il giovane figlio) era uno spatario di Carpignano cioè un ufficiale dell’esercito bizantino di rango intermedio. Al centro dell’arcosolio compare l’immagine di santa Cristina; nel sottarco sono effigiati la Vergine con il Bambino e san Nicola benedicente alla greca: sono i santi cui il padre affida l’anima del figlio.

L’arcosolio con le immagini dei santi e la scritta dedicatoria

La Madre di Dio

La Vergine col Bambino (Theòtokos) del pittore Eustazio (1020)

La Madre di Dio dipinta dal pittore Eustazio nel 1020 rappresenta il dogma della Theotòkos definito dal concilio di Efeso. Maria è vista come madre di Dio e non come genitrice di un uomo. La vergine è in piedi; il bambino, dai lineamenti del volto ambigui, confusi con quelli di un uomo adulto, sembra quasi levitare tra le mani della madre che tentano di sorreggerlo ma che in realtà non lo toccano direttamente.

La Theòtokos (particolare)

(La visita è stata effettuata il 1° settembre 2012)

Pizzo Calabro. La chiesa rupestre di Piedigrotta

L’architettura rupestre non è storicamente limitata al solo medioevo bizantino. La grotta non è il solo arcaico rifugio accessibile agli homeless più poveri. La chiesa rupestre non è solo la remota reliquia di eremiti e monaci basiliani. La civiltà rupestre può stupire ancora oggi per una sua insospettata modernità. Scettici? Beh, provate a scendere qui tra i bagnanti della spiaggia di Pizzo Calabro, nello scenario del golfo di Sant’Eufemia. Scoprirete una parete verticale di arenaria, indorata dal sole che declina verso l’orizzonte del mar Tirreno.

La Piedigrotta di Pizzo Calabro

La Piedigrotta di Pizzo Calabro

La parete, forata da occhi scuri sbarrati e aperta dai varchi di un condominio rupestre, è sovrastata da una croce e dalla statua di una madonnina.

La chiesa di Piedigrotta

La chiesa di Piedigrotta

La porta d’ingresso v’introdurrà in un antro buio, articolato in tre ambienti rosicchiati nella friabile roccia. Ci si muove in un percorso a gimkana tra romitori, sorgenti e pozze d’acqua, colonne e gradini, un altare centrale. Si svela una progressione di sorprendenti presenze scolpite.

L'esterno di Piedigrotta

L’esterno di Piedigrotta

Le sculture rupestri

 Le sculture nei blocchi di arenaria ricostruiscono racconti biblici affollati di personaggi. Un grande presepe con Gesù neonato in braccio a Maria, San Giuseppe, i pastori in adorazione, il bue e l’asinello e in fondo il paesaggio arabo con i Re Magi che giungono sui loro cammelli. La bellissima scena della moltiplicazione dei pani e dei pesci: Gesù, gli apostoli, un uomo con la cesta colma di pani e una donna seduta tra le ceste traboccanti di pesci.

La pesca miracolosa

La pesca miracolosa

Un sacerdote che celebra la messa tra gli angeli. L’apparizione della Madonna di Lourdes a Bernadette. La cappella della Madonna di Pompei. E poi angeli e santi: Francesco di Paola che attraversa lo stretto di Messina sul suo mantello; Antonio da Padova con gli orfanelli; Giorgio che trafigge il drago; l’angelo della morte che incorona Santa Rita; perfino due medaglioni con i volti di John Kennedy e di Papa Giovanni.

San Giorgio e il drago

San Giorgio e il drago

 La storia della grotta

 La storia della grotta comincia verso il 1880, quando un artista locale, Angelo Barone, che aveva una piccola cartoleria al centro del paese, decise di dedicare la sua vita a questo luogo; ogni giorno raggiungeva a piedi il posto e a colpi di piccone ingrandì la grotta, ne creò altre due laterali e riempì gli ambienti di statue rappresentanti la vita di Gesù e dei Santi. Alla sua morte, nel 1917, subentrò il figlio Alfonso che dedicò alla chiesa quarant’anni della sua vita. Per sua mano, essa assunse il suo aspetto definitivo. Egli scolpì altri gruppi di statue, capitelli con angeli, bassorilievi con scene sacre; affrescò le volte della navata centrale e dell’altare maggiore.

Santa Rita

Santa Rita

Agli inizi degli anni Sessanta la Chiesa fu devastata da incursioni vandaliche. Fortunatamente alla fine di quello stesso decennio, un nipote di Angelo e Alfonso Barone, di nome Giorgio, decise di tornare a Pizzo dal Canada dove era emigrato, diventatovi un rinomato scultore. Sarebbe dovuto rimanere nel suo luogo natale per sole due settimane, ma dopo aver visitato la chiesetta e averla trovata ridotta ad un ammasso di macerie, decise di fermarsi e provare a restaurarla. Rimase a Pizzo diversi mesi lavorando ininterrottamente per fare risorgere il capolavoro creato dai suoi zii. Il restauro si concluse nel ’68 ed ottenne il plauso ufficiale della città. Con un pizzico d’orgoglio, si dice che oggi la chiesa sia il secondo monumento più visitato in Calabria dopo i Bronzi di Riace.

Il romitorio

Il romitorio

 Informazioni

La chiesa di Piedigrotta è descritta in un sito internet ricco di foto. L’accesso è protetto e regolamentato. La gestione delle visite è affidata alla cooperativa giovanile Kairos. L’accesso alla grotta avviene dal parcheggio sulla statale 522, poco a nord del centro storico di Pizzo. Una scalinata di granito scende ripidamente a un panoramico sentiero a mezza costa sulla rupe e di qui all’atrio d’ingresso.

Terrasanta rupestre. Le grotte di Gesù

La vita in grotta e l’architettura rupestre sono una delle chiavi per comprendere la geografia e la storia delle terre d’Israele e Palestina. Le grotte del monte Carmelo, ad esempio, raccontano la storia fossile e l’evoluzione dell’uomo preistorico mediterraneo. Altro esempio sono i villaggi tradizionali che sorgono spesso su un reticolo di grotte (utilizzate come magazzino, stalla o laboratorio) su cui vengono sovrapposte le abitazioni costruite all’aperto. Nelle aree desertiche e steppose i beduini utilizzano le grotte come riparo notturno e come stalla per gli animali.

La grotta dei manoscritti a Qumran

La grotta dei manoscritti a Qumran

L’architettura scavata è protagonista nelle numerose realizzazioni idrauliche funzionali alla raccolta e alla distribuzione di una risorsa scarsa come l’acqua. Tunnel, cisterne, canalizzazioni e piscine assicurano il rifornimento idrico delle città e delle fortificazioni. Ne sono esempio i bagni rituali di Masada e Qumran oppure le vasche di Salomone per Gerusalemme. Di rilievo è anche l’architettura funeraria ipogea. Le tombe rupestri, le necropoli sotterranee e le catacombe sono elementi caratteristici di parecchi siti. Ricordiamo le grandi caverne a capanna sui fianchi di Marissa (Tel Maresha), abitazioni trogloditiche usate come tombe e cappelle funebri in età medievale. Ricordiamo anche le necropoli di Gerusalemme, come le Tombe dei Re o i sepolcreti scavati nella valle del Cedron. In questo quadro vogliamo inserire un percorso di visita alle grotte della Terrasanta care ai cristiani. Sono le grotte di Nazaret, Betlemme e Gerusalemme che hanno visto gli eventi centrali della vita di Gesù e della storia della salvezza.

La grotta della Natività a Betlemme

La grotta della nascita di Gesù

La grotta della nascita di Gesù

Una grande basilica sorge a Betlemme sopra la grotta che avrebbe accolto Gesù alla sua nascita. Per le famiglie povere di Betlemme era tradizione utilizzare gli anfratti rocciosi della regione come stalle o abitazioni. Si entra nella grotta scendendo la ripida scala posta sulla destra dell’iconostasi della basilica. Qui lo spazio è molto stretto e angusto e le mura, originariamente irregolari, formano un perimetro quasi rettangolare. Due colonne in pietra rossa e l’iscrizione «Gloria in excelsis Deo et in terra pax hominibus» sovrastano l’altare, sopra al quale sono rappresentati la Vergine e il Bambino in fasce, la scena del lavacro e quella della venuta dei pastori. Sotto l’altare è posta la stella con l’iscrizione latina: «Hic de Virgine Maria Iesus Christus natus est» in ricordo del luogo preciso della Natività. La sistemazione della grotta non è originale ma è il risultato di ritocchi derivati dalla continua usura del tempo e del passaggio dei pellegrini.

Il campo dei pastori di Betlemme

Il campo dei pastori di Betlemme

Il campo dei pastori di Betlemme

Il Campo dei Pastori si trova a est di Betlemme, nei pressi del villaggio di Beit Sahur. Qui, nelle grotte e nei campi di Booz, si trovavano i pastori nella notte gloriosa della Natività.

”L’angelo disse loro: Non temete! Ecco, vi porto una lieta novella che sarà di grande gioia per tutto il popolo: Oggi nella città di Davide è nato un salvatore che è il Cristo Signore” (Luca 2, 10-11).

La grotta dei pastori

La grotta dei pastori

Le tracce di vita nelle grotte, risalenti ai periodi erodiano e romano, i resti di frantoi antichissimi, lo scavo di una vasta installazione agricola monastica con torchi, vasche, silos e grotte, le vestigia militari di epoca erodiana, dimostrano che il luogo era abitato all’epoca della nascita di Gesù a Betlemme. Le grotte dei pastori sono distribuite ad anfiteatro intorno alla chiesa moderna.

 La grotta del Latte

La grotta del latte

La grotta del latte

La grotta del latte si trova a Betlemme, non distante dalla basilica della Natività. Secondo una leggenda diffusa nel sesto secolo la Madonna si nascose qui durante la strage degli Innocenti, per mettere al riparo il Bambino dagli sgherri mandati da Erode. San Giuseppe, avvertito da un angelo del pericolo che incombeva sul Bambino e della necessità di trasferirsi in Egitto, si mise subito a fare i preparativi per il viaggio e sollecitò la vergine che stava allattando. Alcune gocce, nella fretta, caddero a terra e la roccia da rosa divenne bianca. Sopra la grotta i Francescani hanno eretto una chiesa, sulle vestigia di una cappella di epoca paleocristiana.

 Le grotte sotterranee

Le grotte sotterranee di Betlemme

Le grotte sotterranee di Betlemme

Le grotte sotterranee attigue alla Grotta della Natività, sono molteplici e articolate. Questa zona, destinata già nell’antichità a uso funerario, ha mantenuto nel tempo questa vocazione. La grotta più ampia e vicina al luogo della Natività è quella detta di San Giuseppe, divisa in due spazi e comunicante con il Convento dei francescani. Si trovano poi due piccole grotte, una delle quali è dedicata ai Santi Innocenti. Sulla destra sta il passaggio per la grotta con il sepolcro delle sante matrone romane Paola ed Eustochio. L’ultima è la cella di San Girolamo, dove il santo continuò l’opera grandiosa, iniziata a Roma, della traduzione della Bibbia nel latino della Vulgata.

Il villaggio rupestre di Nazaret

La casa-grotta del villaggio

La casa-grotta del villaggio

Gli scavi hanno messo in luce i resti del villaggio agricolo dei tempi di Gesù, composto di semplici abitazioni che sfruttavano le grotte sotterranee, scavate nella tenera roccia calcarea. Esse erano parte delle case ed erano usate per i lavori domestici, come ricovero di animali o come piccoli forni. Mentre le abitazioni vere e proprie, in muratura, erano situate in superficie o addossate alle grotte. Il carattere agricolo del villaggio è testimoniato principalmente dai numerosi silos, buche a forma di pera con un’imboccatura circolare tappata da una pietra, scavati nel calcare e utilizzati per conservare le granaglie. Insieme con i silos furono ritrovate le cisterne che raccoglievano l’acqua piovana. Torchi per l’olio e per l’uva, affiancati da celle olearie e vinarie, facevano parte di un complesso produttivo di cui sono state trovate anche le macine di pietra. Un ottimo esempio di abitazione semi-rupestre è visitabile nell’area archeologica a fianco della Basilica. Si osserva una grotta con una cameretta antistante di cui resta il primo filare di pietre. Nella grotta si conserva ancora un forno ricavato nello spigolo di nord-ovest, e si possono vedere alcune bocche di silos nel pavimento. Maniglie ricavate nella roccia e una mangiatoia, rimandano all’utilizzo della grotta come stalla, almeno per un certo periodo.

 La grotta dell’Annunciazione a Nazaret

La grotta dell'Annunciazione

La grotta dell’Annunciazione

Una grotta del villaggio rupestre di Nazaret è tradizionalmente venerata come il luogo dell’Annunciazione ed è stata inglobata nell’attuale Santuario. Si presenta come uno spazio irregolare con una piccola abside, rivestita di qualche lacerto d’intonaco di età bizantina. L’annuncio dell’angelo a Maria è un episodio narrato nel Vangelo di Luca: l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: “Rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te”. A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: “Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù” (Lc 1, 26-28). La grotta dell’annunciazione è affiancata dalla grotta di Conone, più piccola e irregolare.

 La casa-grotta di San Giuseppe

i sotterranei della chiesa

i sotterranei della chiesa

Non lontano dalla basilica dell’Annunciazione è stata eretta la chiesa di San Giuseppe sul luogo che la tradizione vuole fosse la casa di Giuseppe e l’abitazione della Sacra Famiglia dopo il ritorno dall’Egitto. Negli ambienti sotterranei è stata ritrovata una grotta che conteneva una serie di silos a pera e una grande cisterna, collegata con l’esterno da una scala intagliata nella roccia. Si ipotizza che questo ambiente fungesse da battistero per i riti battesimali giudeo-cristiani. Ma non è esclusa l’ipotesi di una funzione agricola della vasca e delle grotte, da ascrivere dunque a un frantoio bizantino.

 La grotta del Getsemani

La grotta del Getsemani

La grotta del Getsemani

La grotta, detta comunemente del Getsemani, che in aramaico indicava il luogo del frantoio, si trova alla destra della Tomba della Vergine e si apre alla fine di un corridoio. La tradizione colloca qui il tradimento di Giuda. Dopo l’agonia avvenuta nell’orto degli Ulivi, Gesù andò incontro agli apostoli che sostavano nella grotta, e qui lo raggiunse Giuda accompagnato dalle guardie. La grotta ha sempre mantenuto un aspetto abbastanza naturale nonostante le varie trasformazioni. Inizialmente era un ambiente a vocazione agricola con cisterne e canaline dell’acqua e forse un frantoio; a partire dal quarto secolo divenne una chiesa rupestre a vocazione funeraria; in età crociata fu decorata con una volta dipinta di stelle e scene evangeliche. La volta rocciosa e intonacata, in parte naturale e in parte tagliata artificialmente, è sostenuta da pilastri rocciosi o di muratura.

La grotta-prigione di Gesù nel palazzo di Caifa

Il pozzo-prigione di Gesù

Il pozzo-prigione di Gesù

La chiesa di San Pietro in Gallicantu ricorda l’episodio evangelico delle negazioni di Pietro e sorge nei pressi della casa di Caifa, dove Gesù fu condotto subito dopo il suo arresto. Nella cripta della chiesa si può visitare un complesso di grotte che facevano parte di abitazioni del tempo di Cristo. Una di queste grotte ha la netta caratteristica di una prigione. Gli scopritori hanno voluto vedervi il luogo dove fu rinchiuso Gesù nella notte del suo arresto, dopo il sommario processo da Anna (Anania) e da Caifa, in attesa, il mattino successivo, di essere condotto da Pilato. Al tempo di Gesù, l’attuale Sion era il quartiere residenziale della città e il luogo dove sorge la chiesa, era appunto collegato con tale quartiere. Non è improbabile che qui vi fossero le dipendenze dei palazzi vicini. Questa supposizione dà attendibilità alla tradizione che localizza qui il pianto di Pietro presso una casa di Caifa, il cui palazzo sorgeva nella zona residenziale.

La grotta-cisterna del ritrovamento della Croce

Le incisioni dei pellegrini

Le incisioni dei pellegrini

Nella basilica del Santo Sepolcro una scala scende nella cavità dove i romani buttavano i legni dei suppliziati, onorata come il luogo del ritrovamento della Croce di Gesù. Le pareti della scala sono ricoperte dalle crocette, incise, nel corso dei secoli passati, dai pellegrini armeni a testimonianza della devozione di questo popolo per la Croce. Nel 327 l’imperatrice Elena, madre di Costantino, venne pellegrina a Gerusalemme e volle cercarvi la Santa Croce. Il resoconto narra del ritrovamento di tre croci in un’antica cisterna, insieme ai chiodi e al titulus, il cartiglio che riportava la condanna in tre lingue. Un miracolo permise di identificare la croce di Cristo.

 (Ho visitato i luoghi della Terrasanta nel mese di settembre 2016)