Armenia. Il Monastero rupestre di Ghegard

Percorriamo la profonda gola scavata dal fiume Azat. Il luogo è impressionante. Le pareti di roccia incombono e si stringono pericolosamente. Ma quando raggiungiamo la testata della valle, dove la strada termina e inizia il percorso a piedi, scopriamo un’inaspettata cittadella monastica fiorita tra le rocce.

Veduta generale del monastero

Il suo nome storico in armeno è Ayrivank, cioè il “monastero della caverna”. Raccontano che Ayrivank sorse nei primi anni del cristianesimo armeno sui resti di tempio pagano dedicato al culto delle acque. E secondo la tradizione letteraria e storica, la sua fondazione risalirebbe direttamente a San Gregorio l’Illuminatore, nel quarto secolo. Ma il complesso di chiese ipogee e rupestri che noi visitiamo è databile soprattutto al tredicesimo secolo e fu realizzato grazie al mecenatismo delle famiglie Zacharian e Proshian. Fu a quel tempo che il complesso mutò nome in Ghegardavank (“il monastero della lancia”), quando venne portata qui la punta della lancia (in armeno: ghegard) con cui il centurione romano aveva trafitto il costato di Cristo.

La fascia rupestre a monte del monastero

La struttura difensiva del monastero, indispensabile nel medioevo delle invasioni e delle scorrerie, è garantita dalla verticalità delle pareti rocciose e da una muraglia turrita che avvolge le chiese su tre lati.

La chiesa superiore con i quattro pilastri

Il complesso si articola in ambienti in parte costruiti e in parte ricavati dalla roccia viva. La zona rupestre comprende alcuni gruppi di celle, due grandi chiese e due vaste sale di riunione del tipo detto gavit, sorta di nartece coperto, molto comune nelle chiese conventuali. Caratteristica di questi spazi è la ripetizione di elementi costruttivi e stilistici desunti dagli edifici in pietra; gli archi e le volte a stalattiti nella cosiddetta “prima chiesa rupestre”; la falsa cupola su tamburo ornato di finestre cieche nella chiesa della famiglia Proshian; i quattro pilastri liberi al centro della sala rupestre del gavit superiore.

La chiesa della Santa Madre di Dio

La chiesa principale fu edificata nel 1215 sul modello del tetraconco, con sala cupolata centrale. Sul lato occidentale della chiesa fu costruito nel 1225 un nartece con quattro pilastri di sostegno e nove archi, di eccellente fattura. Particolarmente interessante è la cupola centrale a forma di stalattite e terminante con una lucerna.

Il Gavit

La terza costruzione rupestre, che è anche la più grande per dimensioni, si trova sopra le altre due chiese ed è stata scavata nel 1288. Essa fungeva da chiesa funeraria per i monaci e per i membri del casato dei Proshian.

Il timpano del portale inciso con rami di melograno e grappoli d’uva

La cappella di San Gregorio Illuminatore, scavata nella roccia, comprende un oratorio e la cella monastica.

L’oratorio rupestre di San Gregorio

La parete rocciosa del complesso è incisa da cappelle, dotate di porte d’ingresso e di interni di fattura elaborata, e da più semplici grotte, destinate ad attività artigianali o alla conservazione degli alimenti.

l’ingresso di una cella rupestre

Dovunque si trovano le khachkar, le tipiche croci armene intagliate nella roccia e finemente decorate. La chiesa è oggi officiata da una piccola comunità di monaci. Dopo l’inserimento del monastero nei siti Patrimonio dell’Umanità Unesco, avvenuto nel Duemila, la presenza turistica è fortemente cresciuta.

Le khachkar, le tipiche croci armene incise nella roccia

(Ho visitato il monastero di Ghegard il 30 giugno 2018)

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Georgia. La città rupestre di Uplistsikhe

Furono le orde dei Mongoli di Gengis Khan a devastare e colpire a morte Uplistsikhe. Da allora la più antica città rupestre della Georgia fu abbandonata alla desolazione. Sette secoli dopo, nel 1920, un devastante terremoto provocò il crollo della parete rocciosa e l’ulteriore rovina di molte sue cavità. La rinascita della waste land iniziò negli anni Cinquanta del Novecento, grazie a successive campagne di scavo e restauro realizzate da missioni archeologiche e architettoniche. Oggi il sito è liberato dai detriti. I restauri di altre cavità sono in corso. Le strutture pericolanti sono state rinforzate. I percorsi di visita sono stati attrezzati. Lo studio, la tutela e la conservazione sono stati promossi con la creazione di una riserva (Uplistsikhe historical-architectural museum-reserve). E Uplistsikhe si è trasformata in una delle migliori attrazioni turistiche della Georgia, grazie anche alla sua vicinanza con la capitale Tbilisi.

L’ingresso alla città rupestre dal fiume Mtkvari

Le origini della città rupestre sono antichissime. Mille anni prima di Cristo le comunità che vivevano lungo le rive del fiume, preoccupate dai possibili rischi d’invasione, pensarono di scavare le rocce sovrastanti e di ricavarne rifugi meglio difendibili. Col passare dei secoli l’attività di scavo proseguì e con essa la creazione di un’autentica fortezza rupestre, presidiata da soldati. In epoca ellenistica Uplistitsikhe – “la città del signore” – era già caratterizzata come importante centro religioso meta di pellegrinaggi e come città commerciale e militare del regno di Iberia (che con la Colchide, costituiva l’odierna Georgia).

La zona centrale diUplistsikhe

Era una città vera, con tutte le caratteristiche urbane del tempo: l’acropoli, la cinta muraria e il fossato difensivo, diverse porte d’accesso, un sistema idrico per il rifornimento di acqua potabile e la gestione dell’acqua piovana, un’urbanistica pianificata. L’architettura “per sottrazione” tendeva a riprodurre nello scavo le caratteristiche degli edifici residenziali costruiti (pareti, volte, decorazioni). Erano anche ricavate nella roccia tutte le strutture per la lavorazione dei prodotti agricoli, per la conservazione delle derrate e per le diverse attività artigianali.

La piazza centrale e la chiesa costruita sui resti del tempio pagano

L’arrivo del Cristianesimo comportò alcuni cambiamenti. I templi pagani furono sostituiti da chiese cristiane e il carattere di fortezza militare fu temperato dalla presenza di comunità di monaci che s’insediarono nelle grotte.

La Strada Santa, percorsa dai pellegrini e dai mercanti

Uplistsikhe era attraversata dalla via commerciale Trans-Caucasica, una diramazione dell’antica Via della Seta, che collegava l’Asia centrale alla regione del Mar Nero. I reperti archeologici trovati nell’area confermano i legami tra il mondo greco-romano, l’Iran (il regno dei Parti e i Sassanidi) e l’Armenia.

La via d’accesso dal fiume e la porta principale tra le mura

La via d’accesso alla città proveniva dalle rive del fiume e risaliva la fascia di rocce. In alto si apriva tra le mura fortificate la principale porta di accesso all’abitato rupestre.

Il quartiere Makvliani e il tempio

Sulla destra della via principale si sviluppava il quartiere di Makvliani, scavato intorno a due templi, cui si accedeva salendo due gradinate. I templi erano preceduti da un’area porticata.

Il tempio triangolare con la volta a cassoni

Una delle strutture più ammirate è il Tempio la cui facciata si chiude in alto con un frontone triangolare. L’ingresso ad arco semicircolare è voltato con una decorazione a cassoni a forma di ottaedro e introduce a un portico.

La sala della regina

Altra celebre cavità è la cosiddetta Sala della Regina Tamara situata sulla piazza che chiude in alto la strada principale. Se ne apprezzano la grande dimensione, la perfezione tecnica dello scavo, l’eleganza dell’architettura e la qualità di lavorazione della roccia. Il soffitto è realizzato a spioventi imitando il tetto di legno sostenuto da una trave centrale. Sui fianchi sono scavate le nicchie, collegate da passaggi, dove sedevano i dignitari del tempo nell’esercizio delle loro funzioni.

Il tempio a tre navate

E’ ancora riconoscibile un tempio a tre navate, la cui volta è crollata. Sul pavimento sono evidenti le basi delle colonne che delimitavano le navate. L’abside di destra conserva un’ara e i canali di deflusso, probabilmente destinata a sacrifici rituali.

La chiesa di Uplistsuli

Una chiesa cristiana fu eretta nel decimo secolo sulle rovine di un precedente tempio pagano. Si tratta dell’unico edificio costruito e non scavato nella roccia. La basilica è a navata unica con ambulacri su tre lati, costruita in pietra e mattoni. Nei secoli successivi è stata rimaneggiata più volte. La chiesa è dedicata a Uphlistsuli, che in georgiano significa “figlio del Signore”.

La mappa della città rupestre

(Ho visitato Vardzia il 5 luglio 2018)

Visitate il sito camminarenellastoria.it e la sezione dedicata all’architettura rupestre

Georgia. La città rupestre di Vardzia

Siamo nel sud della Georgia, ormai prossimi al confine con l’Armenia. Il bus risale la tortuosa valle del fiume Mtkvari, scavata tra le montagne del Caucaso. Siamo diretti a Vardzia, la celebre città rupestre. Ma tutta la valle è un continuumdi siti storici e archeologici che ne fanno un autentico Museo diffuso (Vardzia historical-architectural museum-reserve). Abbiamo lasciato la città di Achaltsikhe dominata dall’immensa Fortezza di Rabati, perfettamente restaurata.

La fortezza di Kertvisi nell’alta valle del Krtvisi

Un importante bivio stradale è presidiato dalla Fortezza di Kertvisi, alta su uno sperone roccioso dominante la confluenza di due fiumi. Più avanti le mura fortificate che scendono dai ruderi del castello di Tmogvi stringono la profonda gola sottostante in una linea di difesa che sembrerebbe inespugnabile. Ci vuol poco a capire che in questa valle si sono affrontati eserciti e sono transitati predoni, carovane di mercanti e truppe di conquista di tutti i tipi, dai mongoli agli arabi. Un caravanserraglio a lato della strada ricorda tristemente che qui venivano concentrati i georgiani catturati nei villaggi per essere venduti come schiavi ai mercanti turchi. Osserviamo i muretti dei campi terrazzati coltivati a vite, piccoli insediamenti rupestri, antiche chiese isolate, villaggi dispersi.

La parete rocciosa con la città rupestre di Vardzia

Vardzia si annuncia al di là del fiume con la sua parete rocciosa verticale traforata da mille occhi neri come un merletto rupestre tessuto da mani inesperte. Il manto roccioso che copriva questo alveare di grotte si è in gran parte staccato a seguito di un rovinoso terremoto: i massi erratici caduti ai piedi della parete ne sono la testimonianza. Ma è così venuto alla luce l’intero abitato rupestre, distribuito su tredici livelli sovrapposti, collegati da scale intagliate nella roccia.

L’immagine ravvicinata della città rupestre di Vardzia

Percorrendone i cunicoli, le cenge e i raccordi si scoprono oltre quattrocento stanze abitabili, tredici chiese e venticinque tra cantine e depositi. Vardzia fu scavata nel millecento, su iniziativa del re georgiano del tempo, per farne una fortezza rupestre mimetizzata nella roccia, abitata da un presidio di soldati a  controllo della vicina frontiera. Quando la frontiera si allontanò e vennero meno le ragioni di sicurezza, la figlia del re, l’amatissima regina Tamar, allontanò i soldati e la trasformò in una ‘città sacra’, popolata da centinaia di monaci. Nell’epoca d’oro della Georgia Vardzia divenne così un bastione della spiritualità georgiana alla frontiera orientale del mondo cristiano.

Il vestibolo della chiesa dell’Assunzione

Il cuore della città dei monaci è la chiesa dell’Assunzione di Maria. Anticipata da un vestibolo esterno, ha un interno che stupisce per la precisione e la regolarità dello scavo e che riproduce il modello delle chiese costruite. Gli affreschi che rivestono le pareti interne e la facciata esterna raccontano la storia della salvezza.

La torre campanaria

Nelle vicinanze della chiesa è stata innalzata una torre campanaria che è diventata un punto di sosta assai frequentato. Da essa si gode infatti un ampio panorama sulla valle e sulla fascia rocciosa scavata.

La cengia con le celle abitate dai monaci ortodossi

Vardzia è ancora una città monastica. Dopo la conquista dell’autonomia dall’Unione Sovietica, un nucleo di monaci ortodossi è tornato a insediarsi nelle celle del monastero e ad animare la vita religiosa del luogo. L’area monastica è interdetta ai turisti per tutelare la riservatezza dei monaci.

Un’abitazione rupestre

Gli appartamenti di questo singolare condominio rupestre mostrano talvolta una raffinata tecnica di scavo e un’eleganza delle finiture. L’area ‘notte’ è separata dall’area ‘giorno’. Le volte sono a botte e nelle pareti sono scavate dispense e armadi. Nel pavimento è inciso il focolare per la cottura degli alimenti.

Un deposito alimentare

La conservazione degli alimenti e del vino è garantita da orci interrati o da cavità rivestite di materiale isolante.

Una cisterna per la raccolta e la distribuzione dell’acqua

Particolare cura è dedicata alla gestione dell’acqua. All’alimentazione idrica provvede un acquedotto ipogeo di tre km che rifornisce le cisterne interne. Un ingegnoso sistema idrico di tubature provvede alla distribuzione capillare dell’acqua negli appartamenti abitati. L’acqua del fiume garantisce comunque una riserva idrica inesauribile. Lo smaltimento delle acque sporche e dei rifiuti è garantito dall’inclinazione dei pavimenti e da un sistema di gronde esterne scalpellate.

Il condominio rupestre

In caso di pericolo un vertiginoso cunicolo nascosto garantisce una rapida via di fuga verso il fiume. I turisti lo affrontano oggi alla fine dell’escursione e ne discendono gli impressionanti gradini e gli antri bui prima di riemergere alla luce del sole.

Le cenge e le terrazze di Vardzia

(Ho visitato Vardzia il 6 luglio 2018)

Visitate il sito camminarenellastoria.it e la sezione dedicata all’architettura rupestre

Ischia. L’architettura spontanea e rupestre

Ischia, la più grande delle isole del golfo di Napoli, è uno dei più importanti attrattori turistici italiani. Chi vi torna periodicamente a distanza di anni ne registra i cambiamenti. Osserva come i suoi abitanti abbandonino progressivamente le attività tradizionali di un passato antichissimo (agricoltura, pesca, produzione e commercio del vino, artigianato ceramico) per dedicarsi ai più redditizi mestieri del turismo termale, balneare e da diporto. Osserva lo sviluppo edilizio rapido e disordinato e lo sfruttamento intensivo delle risorse naturali. Pure però continua a restarne ammaliato. Quest’isola ha una vita nascosta nelle sue viscere che erompe nei vulcani, nelle fumarole, nelle grotte naturali, nei crateri, nelle acque termali. Un’isola che continua a esibire il verde dei suoi vigneti, dei castagneti montani, dei campi terrazzati, delle limonaie, delle pinete costiere, dei giardini di charme.

Sul Castello Aragonese d’Ischia

Un’isola che è un caleidoscopio di paesaggi, dove si alternano spiagge nascoste, ville in collina, valloni scoscesi, borghi urbani, balconi panoramici; un’isola sorvegliata dalla vetta rocciosa dell’Epomeo a ottocento metri di quota. Vorrei qui proporre un itinerario meno frequentato che va alla scoperta dei manufatti dell’antica architettura spontanea e del multiforme mondo rupestre. La pietra a secco e i massi di tufo scavati testimoniano, forse ancora per poco, la straordinaria capacità di adattamento della gente locale a un territorio roccioso e difficile e la ricerca di un equilibrio con la natura.

Le chiese rupestri

La cappella rupestre di San Nicola sulla vetta del monte Epomeo

Sulla vetta del monte Epomeo è scavato il complesso rupestre di San Nicola. Esso era articolato in una in una cappella di epoca quattrocentesca dedicata al santo di Mira e in una laura cenobitica cinquecentesca frequentata dapprima da una piccola comunità da monache e poi da monaci che alternavano l’eremitaggio al cenobio. Oggi le cellette dell’eremo, scavate su una cengia dell’Epomeo, sono state ristrutturate e inglobate nella struttura di un ristorante turistico. Una piccola terrazza sotto la vetta, munita di pozzo, dà accesso alla cappella interamente scavata nel tufo; la facciata è appoggiata alla grotta ed è dotata di un minuscolo campanile a vela.

La chiesa di Santa Maria al Monte

Sull’isola si trovano altri eremi, cappelle e chiese rurali. Un esempio che si segnala per la sua posizione panoramica è la chiesa di Santa Maria al Monte, alta sopra Forio. La terrazza antistante accoglie i numerosi visitatori con delle comode panchine di pietra e una cisterna scavata nel tufo al di sotto della chiesa, dalla quale si attingeva l’acqua con una pompa manuale.

Cappella rupestre

Percorrendo la strada che da Santa Maria al Monte scende verso Forio, in località Pellacchio, si può sostare presso una cappella scavata alla base di un masso erratico fermatosi sul pendio.

Le case di pietra

La casa di pietra sopra la Madonna del Monte

Sono ancora visibili nell’isola le case di pietra ricavate dallo scavo dei grossi massi di tufo verde franati dal monte Epomeo. Le abitazioni “scavate” riproducono, in forma adattata, la medesima struttura delle case rurali “costruite”. Hanno generalmente due piani, collegati da una scala esterna. Il piano basso era adibito a magazzino, cantina e stalla. Il piano superiore era occupato dalla famiglia che si riuniva nell’ambiente centrale dov’era la sala da pranzo (con la cucina, i magazzini, il lavabo, il forno e la macina).

Il piano basso della casa della Madonna del Monte

Gli studiosi di architettura spontanea sostengono che le case di pietra furono scavate dalle comunità contadine autoctone in cerca di nuovi insediamenti e di nuovi terreni per la coltivazione della vite. Tale processo di migrazione interna, di trasformazione sistematica dei massi e del territorio circostante tramite la costruzione di terrazzamenti e di sentieri, si intensificò nel Cinquecento a seguito dell’incremento demografico dell’isola, dell’abolizione dei pascoli e delle incursioni piratesche che suggerivano aree coltivabili meno esposte e abitazioni lontano dalle coste e mimetizzate nella natura.

I rifugi rupestri

Rifugio rupestre nel bosco della Falanga

Nella parte occidentale dell’isola enormi massi erratici si sono capricciosamente depositati sui pendii e sulla costa. Sono il frutto di un’esplosione dell’antico vulcano o, più probabilmente, la conseguenza della frantumazione di un’intera parete rocciosa a seguito di uno sprofondamento tettonico. Una fitta concentrazione di queste rocce si trova nel bosco della Falanga, una conca naturale al riparo della vetta del monte Epomeo. La lontananza dai centri abitati e il fitto castagneto hanno salvaguardato l’area dallo sfruttamento turistico e ne hanno preservato l’isolamento. Diversi massi sono stati scavati e svuotati all’interno per ricavarne rifugi a servizio di attività stagionali come la vendemmia, la raccolta della neve e il taglio del bosco.

 

Impianto per la raccolta dell’acqua

Data la loro natura temporanea, l’interno dei rifugi è semplicissimo: un ambiente unico, un camino, piccole finestre per il ricambio dell’aria e la dispersione del fumo, un arredo essenziale, brancature in legno per il giaciglio, vasca per l’acqua, ripiani scavati sulle pareti. In uno di questi rifugi si può ancora osservare una canaletta sulla parete che raccoglie l’acqua esterna e la convoglia verso una piccola cisterna scavata nel tufo.

La “parracina”

La trama di pietra di una parracina

Nel gergo isolano le parracine identificano i muretti costruiti a secco, senza malta, con pietre di lava e di tufo verde. Questi muretti avevano una funzione di confine: separavano le proprietà e delimitavano i fondi coltivati rispetto alle strade e ai sentieri. Avevano anche la funzione di sostenere i campi terrazzati ricavati sui terreni in pendenza e coltivati a vite, evitandone il dilavamento e garantendo comunque il drenaggio dell’acqua. In qualche caso avevano la funzione di prevenire le frane e le improvvise inondazioni oppure fungevano da frangivento a protezione delle colture. Alcune di queste poderose muraglie si fanno ammirare per l’abilità costruttiva delle maestranze ischitane e per la sapienza nella scelta delle pietre e nella tessitura dell’ordito. Possono definirsi un’opera a metà tra scultura, edilizia e agricoltura.

Il “palmento”

Il palmento del Castello Aragonese

Nelle case rurali ischitane il “palmento” è il locale scavato nel tufo e utilizzato per la produzione del vino. Nel modello più semplice il palmento consiste in due vasche di pietra sovrapposte e collegate da una canaletta. La vasca superiore è utilizzata per la pigiatura dell’uva. Il succo d’uva cola attraverso il condotto e viene raccolto nella vasca inferiore. Segue un periodo di decantazione per consentire il deposito delle impurità sul fondo. Il mosto viene poi opportunamente travasato per la fermentazione. Le vasche più grandi erano dotate di una scaletta interna di pietra che consentiva di scendere sul fondo ed effettuare le operazioni di pulizia.

Il “cellaio”

Il cellaio del Castello Aragonese

Il cellaio è un locale scavato nel tufo alla base delle abitazioni di pietra e utilizzato come cantina e deposito per la conservazione del vino, degli alimenti e degli attrezzi di lavoro. La ventilazione era assicurata da alcune bocche di aereazione sapientemente aperte nella roccia e direzionate all’interno. Lo spessore del tufo garantiva l’isolamento termico e la temperatura interna costante. Talora il cellaio era dotato anche di cisterna per la raccolta dell’acqua piovana, di vani aperti nelle pareti per lo stivaggio dei prodotti e di ganci scolpiti sulla volta per appendere il lume o i sostegni per la stagionatura dei salumi.

La “neviera”

Una neviera nel bosco della Falanga

Quando gli impianti di refrigerazione non esistevano ancora era la neve dell’inverno, opportunamente conservata e pressata nelle “neviere”, a fornire il “freddo” per raffreddare il vino e le bevande estive, o per confezionare i sorbetti e i gelati. Nel bosco della Falanga, a circa seicento metri di quota, gli isolani scavavano fosse profonde e le rivestivano di pietre. La neve caduta nel periodo invernale veniva raccolta e pressata nelle neviere. Le fosse venivano poi ricoperte e sigillate con teli, foglie e rami secchi. La neve si conservava così fino alla successiva stagione estiva, quando veniva prelevata e portata nei locali di ristoro. A questa attività tipicamente stagionale provvedevano i “nevaioli” dei paesi e dei villaggi in quota.

Il sentiero del tufo verde

Il sentiero del tufo verde dell’Epomeo

Un buon modo per conoscere il mondo di pietra di Ischia è percorrerne il sentiero 501 tracciato dalla locale sezione del Cai. Si tratta di un sentiero-traversata che inizia dal paese di Fontana, sale alla vetta del monte Epomeo e scende lungamente il versante occidentale fino a raggiungere Forio. Il sentiero è molto vario ed è un eccezionale balcone panoramico; invita a sostare nei punti più interessanti (la vetta, l’eremo, le chiese, il bosco, il tratturo, le case di pietra, i paesi) e consente di scoprire le formazioni geologiche del tufo verde dell’Epomeo, con i grandi depositi di frana e i massi dispersi.

La segnaletica sul sentiero

(Ho percorso il sentiero il 25 maggio 2018)

Il paesaggio pastorale della Tuscia

Gli spazi immensi della Tuscia recano ancora i segni di antiche presenze pastorali e della transumanza invernale delle greggi dall’Appennino o dai monti della Sardegna. Disseminate lungo il territorio si trovano le tracce di questo mondo decaduto ma ancora vivo. Vediamo le masserie isolate, gli ampi stazzi, gli storici tratturi di lunga percorrenza, i tratturelli locali, le vie della dogana, i ricoveri in grotta, i luoghi di culto, i moderni caseifici.

Il paesaggio dei pascoli

Il Pian Gagliardo, nei dintorni di Blera

L’escursionista che percorre in solitudine il desolato paesaggio della maremma laziale resta colpito dalla sterminata estensione del pascolo, eredità di antichi latifondi. La sistematica tosatura operata nei secoli dalle greggi di ovini, dai bovini allo stato semibrado, dalle mandrie di cavalli, ha ridotto la vegetazione alle sue forme più primitive.

La vegetazione dell’acropoli di Tarquinia

Altrove, quando gli allevamenti si sono rarefatti e il loro impatto è diminuito, il bosco ha ripreso a colonizzare il paesaggio. E il mosaico composto dalla boscaglia, dai pascoli arborati, dai radi cespuglieti, dai prati irti di cardi è divenuto un secondo stigma del paesaggio dell’Etruria meridionale. Interessante è il progetto realizzato sull’Acropoli di Tarquinia, che è uno dei Siti di importanza comunitaria (SIC). Qui c’è stato un intervento di controllo dei pascoli con l’obiettivo prioritario di conservare l’habitat steppico tramite la riduzione dell’eccessivo carico di pascolamento e il conseguente incremento della ricchezza floristica.

Recinto con muretti a secco

Sono state realizzate “aree saggio” di monitoraggio della vegetazione, consistenti in recinti edificati con la tecnica tradizionale dei muretti a secco e dei cancelli in legno. Sono anche state alzate piccole piramidi di pietra per favorire la colonizzazione delle piante e la nidificazione degli insetti. Si tratta di piccoli e semplici interventi naturalistici per contrastare il degrado e favorire la biodiversità.

Il progetto di controllo del pascolo

Le masserie del Procoio

Masseria al Pian della Regina

Procoio è un termine diffuso nella Maremma laziale e nella Campagna Romana. In senso stretto definisce il recinto per il bestiame. In senso lato richiama il paesaggio pastorale, il mondo dei pastori e dei butteri, le scuderie dei cavalli, le stalle dei bovini, gli stazzi degli ovini, le cascine, i casolari rustici destinati alla caseificazione. Fino alla metà del secolo scorso, quando si avviò la riforma agraria, la Maremma laziale era caratterizzata dal latifondo, cioè tenute di migliaia di ettari, di proprietà di famiglie nobili romane o di enti ecclesiastici. I latifondisti davano le loro tenute in locazione ai cosiddetti mercanti di campagna, che le prendevano in affitto per periodi medio-lunghi, impiantandovi le proprie aziende. Queste si suddividevano in tre categorie: le aziende di campo, in cui l’attività principale era l’agricoltura, le aziende della masseria, in cui si allevavano ovini, e le aziende del procoio, in cui si allevavano bovini ed equini.

Un recinto per il ricovero degli ovini

Nella Maremma laziale, dove l’agricoltura era molto limitata, i mercanti di campagna si occupavano in genere sia dell’allevamento di ovini che di quello di bovini ed equini, trovandosi quindi a gestire sia aziende della masseria che aziende del procoio. In media, un mercante di campagna possedeva un gregge di almeno tremila pecore e una mandria di quattro-cinquecento fra bovini ed equini.

Le capanne pastorali

La capanna maremmana

I pastori transumanti che scendevano nei pascoli della Tuscia si costruivano una capanna che servisse loro da ricovero temporaneo. Capanne simili erano costruite dai butteri (dal greco butoros “pungolatore di bovi”) impegnati a condurre le mandrie lungo i tracciati delle più limitate transumanze bovine. La capanna, costruita con materiali vegetali reperibili sul posto, era solitamente costituita da un’armatura di legno sormontata da un tetto conico ricoperto da ginestre impermeabili.

L’interno della capanna

L’interno era un unico ambiente circolare che conteneva le rapazzole, giacigli per dormire, e la fornacetta, focolare in pietra dove si cucinavano i pasti. Sul somaro, struttura in legno girevole, era appesa la callara, la caldaia con la quale si preparavano il formaggio e la ricotta.

La struttura della capanna

Le grotte pastorali

Allevamento di asini in grotta a Corchiano

In tutta l’area delle necropoli rupestri, in epoca medievale e moderna, le antiche tombe etrusche sono state riutilizzate dagli abitanti dei paesi vicini. Cessato l’uso funerario, le tombe sono diventate depositi e magazzini, stalle per gli animali domestici, laboratori artigiani, frantoi e cantine, e all’occasione anche abitazioni e rifugi temporanei.

Ovile in grotta

Numerose cavità sepolcrali conservano evidenti tracce del riuso pastorale: la trasformazione dei letti funebri in mangiatoie, l’incisione di canalette di spurgo, lo scavo di vasche di abbeverata, i recinti interni, le cavità dei focolari per le caldaie, i fori di sfogo dei fumi. La facilità di scavo del tufo anche con strumenti non particolarmente sofisticati ha favorito l’ampliamento e il riadattamento delle cavità preesistenti che sono state così dotate di infissi, porte di legno, tettoie,  recupero delle acque di scolo, ripostigli, attaccaglie, mensole e soppalchi.

Tomba etrusca trasformata in stalla a Blera

I paesi di Barbarano e Blera dispongono di un intero quartiere rupestre distribuito lungo le piagge, i pendii rocciosi che scendono verso il letto dei torrenti. Un intrico di cavità utilizzate come stalle e cantine disposte su cenge rocciose digradanti, sistemi di drenaggio dell’acqua piovana, e una serie di terrazzamenti che ospitano ingegnosi orti pensili.

Grotta riutilizzate alle Piagge di Blera, lungo la via Clodia

Il Museo di Blera

Gli strumenti di lavoro (museo di Blera)

Merita certamente una visita l’originale Museo civico di Blera dedicato al rapporto tra l’uomo e il cavallo e al mondo dei butteri della Maremma e della Campagna Romana. Sono documentati gli aspetti economici dell’allevamento in questo territorio (transumanze ovine e bovine, trasporto delle mandrie al mattatoio di Roma). Si descrivono le conoscenze zootecniche e le abilità artigianali nate e cresciute nel mondo delle grandi aziende agricole di un tempo, lo svolgersi delle particolari attività lavorative del buttero, gli aspetti ricreativi e festivi e le tradizioni orali (racconti, proverbi e canti) in cui il cavallo è protagonista. I temi espositivi sono il rapporto uomo-cavallo-territorio; la fabbricazione delle selle e dei finimenti; il lavoro e le abitudini di vita del buttero; la doma e la “merca” (marcatura del bestiame); il cavallo nelle feste popolari. Lo spazio esterno alla struttura ospita la ricostruzione fedele di ambienti legati al rapporto uomo-cavallo: la stalla, l’abbeveratoio, la bottega del maniscalco, il tondino per la doma, la capanna maremmana.

Un diorama del Museo di Blera

La rupe di Canino e le grotte di Castellardo.

La passeggiata “rupestre” da Canino alle rovine di Castellardo non deve spaventare. Sono meno di tre chilometri di strada asfaltata pochissimo trafficata. Tre quarti d’ora a piedi. Pochi minuti se si opta per l’auto. Chi arriva a Canino dall’Aurelia e lascia il mare a Montalto di Castro, attraversa l’ampia pianura della Maremma e sale poi verso il tavolato del tufo, dove il paesaggio collinare e vulcanico dell’alta Tuscia è inciso in profondità dai torrenti e alterna coltivazioni e boschi. La densità abitativa è molto bassa, ma nelle pieghe di questo paesaggio solitario si celano le reliquie delle antiche civiltà, i tesori archeologici della preistoria, degli etruschi, dei romani, gli insediamenti medievali. La fitta presenza di caseifici e di frantoi oleari attesta subito le dominanti economiche della zona e il ruolo della pastorizia e degli oliveti. Canino è un paese piacevole per il flâneur, grazie alla regolarità del suo impianto urbanistico, alla varietà di edifici e al suo museo nel chiostro del convento francescano. I monumenti che i caninesi hanno alzato a Papa Paolo III Farnese e a Luciano Bonaparte sintetizzano efficacemente la storia della città.

Finestra rupestre

La prima parte della passeggiata scende lungo la Via d’Ischia sul fondo del Fosso San Moro e segue la base della rupe di Canino e del colle che lo fronteggia. Le fondamenta dei monti di Canino sono rivestite da un’ininterrotta serie di cavità scavate nel tenero tufo. Grotte ampie e articolate all’interno, profonde spelonche buie, più modeste tane, aerei loggiati, una via cava in trincea, compongono il mosaico rupestre di un’appariscente cittadella sotterranea.

Insediamento in grotta

Alcuni siti sono chiaramente abbandonati al degrado, ma numerosi altri sono ancora pienamente attivi e utilizzati in molte forme dagli abitanti. Vi sono stalle per i cavalli, allevamenti di animali da cortile e colombaie nelle grotte d’altura. E poi vere e proprie fattorie con orti e allevamenti. Si osservano anche depositi di materiali, rimessaggio di attrezzi e veicoli agricoli, laboratori artigiani. Molte cavità sono abitabili e dotate di comfort. Reti, cancelli, sbarramenti e saracinesche attestano la continuità d’uso e la difesa delle proprietà.

Colombaia

Imboccata la strada per Pianiano, guidati dalle segnalazioni per Castellardo, si segue il corso del torrente Timone. Ormai riemersi dalla trincea del fosso, il cammino diventa piacevole e lo sguardo si allarga sui campi e i colli dei dintorni. Più avanti troviamo sulla destra la deviazione che su strada sterrata ci porta alla base del colle di Castellardo. Varcato il ponte sul fosso, la sterrata svolta a sinistra e con un tornante si alza verso il profilo delle rovine già evidenti.

Le mura del castello e il villaggio esterno

Castellardo era un villaggio appollaiato sulla sommità naturale del colle. Era difeso da un giro di mura, alzate anche sul ripido versante settentrionale. E aveva all’interno un nucleo fortificato che costituiva la residenza del dominus. Probabilmente il villaggio era cresciuto nel tempo e gli abitanti avevano realizzato abitazioni intorno al castello, scavando la roccia. La storia dell’insediamento s’interrompe bruscamente nel 1459. Una spedizione armata di abitanti di Canino distrugge l’abitato che era forse diventato un rifugio di banditi e di soldati di ventura. Da allora le rovine sono fatalmente andate incontro al disfacimento del tempo e sono state occultate da un mantello di bosco e di rovi. Fino a che, in anni recenti, un gruppo di archeologi ha iniziato un’opera di recupero e salvaguardia per mettere fine a secoli di abbandono.

Il villaggio rupestre

L’operazione di ripulitura e valorizzazione del sito, iniziata dal Gruppo Archeologico Romano nel 1998 e ancora in corso, ha permesso l’accessibilità alle rovine emergenti, la loro sistemazione, la preparazione di sentieri di visita, la cartellonistica e la documentazione grafica. Liberate dal groviglio della vegetazione spontanea, le rovine sono tornate progressivamente alla luce. E con loro, svuotate dall’interramento, sono riapparse le case-grotta e le cisterne. Un lavoro paziente e lungo, ancora da completare, ma che già caratterizza Castellardo come uno degli insediamenti rupestri più singolari della Tuscia. L’intreccio di architettura costruita e di scavi spontanei, le dimensioni ridotte e la bellezza del paesaggio circostante ne fanno un buon attrattore potenziale.

Tratto in frana della cinta muraria

Prima di esplorare l’interno può convenire fare il periplo delle mura per avere un’idea dell’ampiezza dell’insediamento e per comprenderne la struttura. Il percorso non è sempre agevole ma aiuta a studiare il rapporto con la rupe, l’orientamento, le tagliate nella roccia, il sistema delle vie d’accesso e delle porte. Le mura sono ancora conservate per ampi tratti e mostrano uno spessore superiore al metro; un tratto di muro in dissesto si è coricato lateralmente a causa di uno smottamento e del distacco dei conci dal terreno. La fortezza è ovviamente l’architettura che s’impone con maggiore evidenza grazie all’altezza delle sue pareti e ai resti delle torri.

Abitazione rupestre con cisterna

Una caratteristica che rende affascinante Castellardo (e la sua esplorazione) è la presenza di un corposo sito rupestre. Le grotte sono decine e di diversa tipologia. Alcune sono scavate al livello del terreno, mentre altre scendono in profondità. Sono presenti abitazioni umane e stalle per animali.

Grotte sovrapposte

L’interno delle grotte mostra nicchie parietali, vasche per l’abbeverata e vaschette per l’uso domestico, forni, parete e pilastri divisori, mangiatoie scavate lateralmente, fori per accogliere le strutture di legno a sostegno dei letti e dei ripiani di conservazione delle derrate. Originali di Castellardo sono le numerose cavità, geometricamente intagliate nella roccia, destinate a pozzi, cisterne per l’acqua, silos per lo stoccaggio dei cereali, “butti” per la spazzatura e i cocci.

Stalla

La presenza dei due corsi d’acqua laterali alla rupe agevolava il rifornimento d’acqua. I campi e i boschi dei dintorni fornivano le risorse alimentari necessarie. Il borgo controllava dall’alto una strada di una certa importanza, forse la stessa via Clodia o un suo diverticolo, e il passaggio di merci e di persone.

Cisterna

(Ho visitato Castellardo il 22 novembre 2017)

Le necropoli rupestri di Falerii Novi

Falerii Novi è la città romana che nel terzo secolo avanti Cristo prese il posto della falisca Falerii Veteres (l’odierna Civita Castellana). Se ne scoprono le mura percorrendo la strada tra Fabrica di Roma e Civita Castellana, nei pressi della frazione di Faleri. Imboccato il bivio per il Parco Falisco, si raggiunge l’accesso più noto, la Porta di Giove. Gli scavi archeologici hanno riportato alla luce le strade interne che delimitano le insulae, le aree residenziali, il Foro e il Teatro. Ma indubbiamente la presenza di maggiore evidenza è la grande chiesa romanica di Santa Maria di Falleri, di cui si ammirano soprattutto il portale e le cinque absidi.

Colombario sulla Via Amerina

Visitata la città romana, andiamo ora alla scoperta delle necropoli rupestri situate nei dintorni. Questi antichi cimiteri erano scavati nel tufo, una roccia tipica dell’area intorno al vulcano spento di Vico. La facilità dello scavo, anche con attrezzature molto semplici come un piccone, e la varietà delle forme prodotte da questa singolare architettura per sottrazione, sono le caratteristiche tipiche che ritroviamo in tutta la Tuscia, che è stata definita la regione delle necropoli rupestri.

Tombe rupestri sulla Via Amerina

 

La necropoli di Pian di Cava

La necropoli di Pian di Cava è molto vicina alla città romana. Uscendo dalla porta di Giove, si varca la Via Falerii Novi e si devia per pochi metri nella Via San Gratiliano. Sulla sinistra si dirama un sentiero che costeggia una recinzione e si dirige verso il Fosso Purgatorio. Per evitare l’intrico della vegetazione conviene tenersi sul margine del vicino campo coltivato fino a una ripida discesa, in corrispondenza di una palina del metanodotto.

L’ingresso di una tomba a Pian di Cava

La rupe sottostante a sinistra è traforata da una serie di tombe che si raggiungono solo dopo aver combattuto un paziente corpo a corpo con il viluppo di sterpi e di rovi che le difende. La fatica è ricompensata dall’interesse degli ipogei.

Tomba a camera a ferro di cavallo

In due casi, entrati attraverso la porta trapezoidale un tempo chiusa da una pietra sagomata, si trova un ambiente scavato a ferro di cavallo, con una rientranza centrale e due corridoi laterali; questa soluzione di scavo consente di disporre una più ampia superficie nella quale ricavare loculi orizzontali di sepoltura. Da notare che alcuni loculi non sono ancora stati scavati o lo sono stati solo in parte. In un caso la tomba è accessibile mediante due porte sui lati opposti della rupe.

I loculi all’interno della tomba a camera

Altre tombe hanno una semplice struttura a camera o sono crollate o sono scavate direttamente sulla parete rocciosa in forma di arcosoli. Ci sono indizi di un riuso delle tombe e della trasformazione in stalle: è il caso delle mangiatoie realizzate nei loculi bassi e delle attaccaglie per legare gli animali.

L’ingresso di una tomba a Pian di Cava

 

La necropoli di Cavo degli Zucchi

Cavo degli Zucchi è un luogo molto amato dagli escursionisti per la sua facilità dell’accesso, per la simbiosi con il percorso basolato dell’antica Via Amerina e per la densità impressionante di sepolture di ogni tipo.

La Via Amerina

La si può raggiungere a piedi direttamente dalle mura di Falerii, con un percorso un po’ avventuroso che guada il Rio Purgatorio accanto al ponte romano crollato. Il modo più semplice per giungervi è però quello di traversare in auto l’abitato del Parco Falisco sulla strada con l’aiuola spartitraffico centrale e giunti in fondo svoltare a sinistra sulla Via dei Falisci fino alla sbarra di accesso. I cartelli turistici sono numerosi. Dalla sbarra, fatti pochi passi, si trova il fondo naturale della Via Amerina e la si segue sulla destra, in ambiente solitario, tra grandi prati e filari di siepi. Sullo sfondo si alzano il monte Soratte a sinistra e il cratere del Lago di Vico a destra.

Tomba a Cavo degli Zucchi

Superati due sepolcri romani si arriva in breve al Cavo degli Zucchi, una trincea dove l’Amerina taglia alla base le pareti rocciose laterali e raggiunge il Fosso sul Rio Maggiore.

Complesso sul lato est

Si possono osservare tombe rupestri a portico, tombe a camera, loculi, arcosoli, nicchie, edicole pozzetti, fosse, colombari, monumenti ad ara, recinti, iscrizioni romane. Si cammina sulle lastre di basalto dell’antica pavimentazione o sui marciapiedi (crepidines). Un tratto della strada è parzialmente ostruito da un masso crollato dalla parete laterale.

Loculi e arcosoli

Raggiunto il Fosso del Rio Maggiore, dove sono i resti del ponte romano crollato, si trova sulla sinistra la tomba a portico più pittoresca. La complessità architettonica e le rifiniture di rango le hanno meritato l’appellativo di Tomba della Regina.

La Tomba della Regina

 

La necropoli Tre Ponti

Un sentierino scende sul fondo del Rio Maggiore, lo traversa su una passerella di ferro e risale sul fronte opposto, costeggiando gli imponenti basamenti del ponte romano. Ritrovato il percorso della Via Amerina costeggiamo una nuova necropoli, caratterizzata da sette monumenti funerari di rilievo scavati sui due lati della tagliata di roccia.

Necropoli Tre Ponti

Le tombe sono descritte negli accurati pannelli informativi. Procedendo sulla strada gli ipogei si diradano; conviene tuttavia raggiungere il terzo ponte (dopo quelli, crollati, sul Rio Purgatorio e sul Rio Maggiore) che mostra tutta la capacità ingegneristica delle maestranze romane.

Necropoli Tre Ponti

Il ponte è stato recentemente consolidato nel quadro di un restauro ambientale. Si osserva il grande fornice sul fosso scendendo sul sentierino laterale. Il tratto recuperato della Via Amerina continua ancora in direzione della strada Nepesina e prosegue al di là verso il Castrum di Torre dell’Isola.

Il ponte romano

(Sopralluogo effettuato il 15 marzo 2017)