Il paesaggio pastorale della Tuscia

Gli spazi immensi della Tuscia recano ancora i segni di antiche presenze pastorali e della transumanza invernale delle greggi dall’Appennino o dai monti della Sardegna. Disseminate lungo il territorio si trovano le tracce di questo mondo decaduto ma ancora vivo. Vediamo le masserie isolate, gli ampi stazzi, gli storici tratturi di lunga percorrenza, i tratturelli locali, le vie della dogana, i ricoveri in grotta, i luoghi di culto, i moderni caseifici.

Il paesaggio dei pascoli

Il Pian Gagliardo, nei dintorni di Blera

L’escursionista che percorre in solitudine il desolato paesaggio della maremma laziale resta colpito dalla sterminata estensione del pascolo, eredità di antichi latifondi. La sistematica tosatura operata nei secoli dalle greggi di ovini, dai bovini allo stato semibrado, dalle mandrie di cavalli, ha ridotto la vegetazione alle sue forme più primitive.

La vegetazione dell’acropoli di Tarquinia

Altrove, quando gli allevamenti si sono rarefatti e il loro impatto è diminuito, il bosco ha ripreso a colonizzare il paesaggio. E il mosaico composto dalla boscaglia, dai pascoli arborati, dai radi cespuglieti, dai prati irti di cardi è divenuto un secondo stigma del paesaggio dell’Etruria meridionale. Interessante è il progetto realizzato sull’Acropoli di Tarquinia, che è uno dei Siti di importanza comunitaria (SIC). Qui c’è stato un intervento di controllo dei pascoli con l’obiettivo prioritario di conservare l’habitat steppico tramite la riduzione dell’eccessivo carico di pascolamento e il conseguente incremento della ricchezza floristica.

Recinto con muretti a secco

Sono state realizzate “aree saggio” di monitoraggio della vegetazione, consistenti in recinti edificati con la tecnica tradizionale dei muretti a secco e dei cancelli in legno. Sono anche state alzate piccole piramidi di pietra per favorire la colonizzazione delle piante e la nidificazione degli insetti. Si tratta di piccoli e semplici interventi naturalistici per contrastare il degrado e favorire la biodiversità.

Il progetto di controllo del pascolo

Le masserie del Procoio

Masseria al Pian della Regina

Procoio è un termine diffuso nella Maremma laziale e nella Campagna Romana. In senso stretto definisce il recinto per il bestiame. In senso lato richiama il paesaggio pastorale, il mondo dei pastori e dei butteri, le scuderie dei cavalli, le stalle dei bovini, gli stazzi degli ovini, le cascine, i casolari rustici destinati alla caseificazione. Fino alla metà del secolo scorso, quando si avviò la riforma agraria, la Maremma laziale era caratterizzata dal latifondo, cioè tenute di migliaia di ettari, di proprietà di famiglie nobili romane o di enti ecclesiastici. I latifondisti davano le loro tenute in locazione ai cosiddetti mercanti di campagna, che le prendevano in affitto per periodi medio-lunghi, impiantandovi le proprie aziende. Queste si suddividevano in tre categorie: le aziende di campo, in cui l’attività principale era l’agricoltura, le aziende della masseria, in cui si allevavano ovini, e le aziende del procoio, in cui si allevavano bovini ed equini.

Un recinto per il ricovero degli ovini

Nella Maremma laziale, dove l’agricoltura era molto limitata, i mercanti di campagna si occupavano in genere sia dell’allevamento di ovini che di quello di bovini ed equini, trovandosi quindi a gestire sia aziende della masseria che aziende del procoio. In media, un mercante di campagna possedeva un gregge di almeno tremila pecore e una mandria di quattro-cinquecento fra bovini ed equini.

Le capanne pastorali

La capanna maremmana

I pastori transumanti che scendevano nei pascoli della Tuscia si costruivano una capanna che servisse loro da ricovero temporaneo. Capanne simili erano costruite dai butteri (dal greco butoros “pungolatore di bovi”) impegnati a condurre le mandrie lungo i tracciati delle più limitate transumanze bovine. La capanna, costruita con materiali vegetali reperibili sul posto, era solitamente costituita da un’armatura di legno sormontata da un tetto conico ricoperto da ginestre impermeabili.

L’interno della capanna

L’interno era un unico ambiente circolare che conteneva le rapazzole, giacigli per dormire, e la fornacetta, focolare in pietra dove si cucinavano i pasti. Sul somaro, struttura in legno girevole, era appesa la callara, la caldaia con la quale si preparavano il formaggio e la ricotta.

La struttura della capanna

Le grotte pastorali

Allevamento di asini in grotta a Corchiano

In tutta l’area delle necropoli rupestri, in epoca medievale e moderna, le antiche tombe etrusche sono state riutilizzate dagli abitanti dei paesi vicini. Cessato l’uso funerario, le tombe sono diventate depositi e magazzini, stalle per gli animali domestici, laboratori artigiani, frantoi e cantine, e all’occasione anche abitazioni e rifugi temporanei.

Ovile in grotta

Numerose cavità sepolcrali conservano evidenti tracce del riuso pastorale: la trasformazione dei letti funebri in mangiatoie, l’incisione di canalette di spurgo, lo scavo di vasche di abbeverata, i recinti interni, le cavità dei focolari per le caldaie, i fori di sfogo dei fumi. La facilità di scavo del tufo anche con strumenti non particolarmente sofisticati ha favorito l’ampliamento e il riadattamento delle cavità preesistenti che sono state così dotate di infissi, porte di legno, tettoie,  recupero delle acque di scolo, ripostigli, attaccaglie, mensole e soppalchi.

Tomba etrusca trasformata in stalla a Blera

I paesi di Barbarano e Blera dispongono di un intero quartiere rupestre distribuito lungo le piagge, i pendii rocciosi che scendono verso il letto dei torrenti. Un intrico di cavità utilizzate come stalle e cantine disposte su cenge rocciose digradanti, sistemi di drenaggio dell’acqua piovana, e una serie di terrazzamenti che ospitano ingegnosi orti pensili.

Grotta riutilizzate alle Piagge di Blera, lungo la via Clodia

Il Museo di Blera

Gli strumenti di lavoro (museo di Blera)

Merita certamente una visita l’originale Museo civico di Blera dedicato al rapporto tra l’uomo e il cavallo e al mondo dei butteri della Maremma e della Campagna Romana. Sono documentati gli aspetti economici dell’allevamento in questo territorio (transumanze ovine e bovine, trasporto delle mandrie al mattatoio di Roma). Si descrivono le conoscenze zootecniche e le abilità artigianali nate e cresciute nel mondo delle grandi aziende agricole di un tempo, lo svolgersi delle particolari attività lavorative del buttero, gli aspetti ricreativi e festivi e le tradizioni orali (racconti, proverbi e canti) in cui il cavallo è protagonista. I temi espositivi sono il rapporto uomo-cavallo-territorio; la fabbricazione delle selle e dei finimenti; il lavoro e le abitudini di vita del buttero; la doma e la “merca” (marcatura del bestiame); il cavallo nelle feste popolari. Lo spazio esterno alla struttura ospita la ricostruzione fedele di ambienti legati al rapporto uomo-cavallo: la stalla, l’abbeveratoio, la bottega del maniscalco, il tondino per la doma, la capanna maremmana.

Un diorama del Museo di Blera

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La rupe di Canino e le grotte di Castellardo.

La passeggiata “rupestre” da Canino alle rovine di Castellardo non deve spaventare. Sono meno di tre chilometri di strada asfaltata pochissimo trafficata. Tre quarti d’ora a piedi. Pochi minuti se si opta per l’auto. Chi arriva a Canino dall’Aurelia e lascia il mare a Montalto di Castro, attraversa l’ampia pianura della Maremma e sale poi verso il tavolato del tufo, dove il paesaggio collinare e vulcanico dell’alta Tuscia è inciso in profondità dai torrenti e alterna coltivazioni e boschi. La densità abitativa è molto bassa, ma nelle pieghe di questo paesaggio solitario si celano le reliquie delle antiche civiltà, i tesori archeologici della preistoria, degli etruschi, dei romani, gli insediamenti medievali. La fitta presenza di caseifici e di frantoi oleari attesta subito le dominanti economiche della zona e il ruolo della pastorizia e degli oliveti. Canino è un paese piacevole per il flâneur, grazie alla regolarità del suo impianto urbanistico, alla varietà di edifici e al suo museo nel chiostro del convento francescano. I monumenti che i caninesi hanno alzato a Papa Paolo III Farnese e a Luciano Bonaparte sintetizzano efficacemente la storia della città.

Finestra rupestre

La prima parte della passeggiata scende lungo la Via d’Ischia sul fondo del Fosso San Moro e segue la base della rupe di Canino e del colle che lo fronteggia. Le fondamenta dei monti di Canino sono rivestite da un’ininterrotta serie di cavità scavate nel tenero tufo. Grotte ampie e articolate all’interno, profonde spelonche buie, più modeste tane, aerei loggiati, una via cava in trincea, compongono il mosaico rupestre di un’appariscente cittadella sotterranea.

Insediamento in grotta

Alcuni siti sono chiaramente abbandonati al degrado, ma numerosi altri sono ancora pienamente attivi e utilizzati in molte forme dagli abitanti. Vi sono stalle per i cavalli, allevamenti di animali da cortile e colombaie nelle grotte d’altura. E poi vere e proprie fattorie con orti e allevamenti. Si osservano anche depositi di materiali, rimessaggio di attrezzi e veicoli agricoli, laboratori artigiani. Molte cavità sono abitabili e dotate di comfort. Reti, cancelli, sbarramenti e saracinesche attestano la continuità d’uso e la difesa delle proprietà.

Colombaia

Imboccata la strada per Pianiano, guidati dalle segnalazioni per Castellardo, si segue il corso del torrente Timone. Ormai riemersi dalla trincea del fosso, il cammino diventa piacevole e lo sguardo si allarga sui campi e i colli dei dintorni. Più avanti troviamo sulla destra la deviazione che su strada sterrata ci porta alla base del colle di Castellardo. Varcato il ponte sul fosso, la sterrata svolta a sinistra e con un tornante si alza verso il profilo delle rovine già evidenti.

Le mura del castello e il villaggio esterno

Castellardo era un villaggio appollaiato sulla sommità naturale del colle. Era difeso da un giro di mura, alzate anche sul ripido versante settentrionale. E aveva all’interno un nucleo fortificato che costituiva la residenza del dominus. Probabilmente il villaggio era cresciuto nel tempo e gli abitanti avevano realizzato abitazioni intorno al castello, scavando la roccia. La storia dell’insediamento s’interrompe bruscamente nel 1459. Una spedizione armata di abitanti di Canino distrugge l’abitato che era forse diventato un rifugio di banditi e di soldati di ventura. Da allora le rovine sono fatalmente andate incontro al disfacimento del tempo e sono state occultate da un mantello di bosco e di rovi. Fino a che, in anni recenti, un gruppo di archeologi ha iniziato un’opera di recupero e salvaguardia per mettere fine a secoli di abbandono.

Il villaggio rupestre

L’operazione di ripulitura e valorizzazione del sito, iniziata dal Gruppo Archeologico Romano nel 1998 e ancora in corso, ha permesso l’accessibilità alle rovine emergenti, la loro sistemazione, la preparazione di sentieri di visita, la cartellonistica e la documentazione grafica. Liberate dal groviglio della vegetazione spontanea, le rovine sono tornate progressivamente alla luce. E con loro, svuotate dall’interramento, sono riapparse le case-grotta e le cisterne. Un lavoro paziente e lungo, ancora da completare, ma che già caratterizza Castellardo come uno degli insediamenti rupestri più singolari della Tuscia. L’intreccio di architettura costruita e di scavi spontanei, le dimensioni ridotte e la bellezza del paesaggio circostante ne fanno un buon attrattore potenziale.

Tratto in frana della cinta muraria

Prima di esplorare l’interno può convenire fare il periplo delle mura per avere un’idea dell’ampiezza dell’insediamento e per comprenderne la struttura. Il percorso non è sempre agevole ma aiuta a studiare il rapporto con la rupe, l’orientamento, le tagliate nella roccia, il sistema delle vie d’accesso e delle porte. Le mura sono ancora conservate per ampi tratti e mostrano uno spessore superiore al metro; un tratto di muro in dissesto si è coricato lateralmente a causa di uno smottamento e del distacco dei conci dal terreno. La fortezza è ovviamente l’architettura che s’impone con maggiore evidenza grazie all’altezza delle sue pareti e ai resti delle torri.

Abitazione rupestre con cisterna

Una caratteristica che rende affascinante Castellardo (e la sua esplorazione) è la presenza di un corposo sito rupestre. Le grotte sono decine e di diversa tipologia. Alcune sono scavate al livello del terreno, mentre altre scendono in profondità. Sono presenti abitazioni umane e stalle per animali.

Grotte sovrapposte

L’interno delle grotte mostra nicchie parietali, vasche per l’abbeverata e vaschette per l’uso domestico, forni, parete e pilastri divisori, mangiatoie scavate lateralmente, fori per accogliere le strutture di legno a sostegno dei letti e dei ripiani di conservazione delle derrate. Originali di Castellardo sono le numerose cavità, geometricamente intagliate nella roccia, destinate a pozzi, cisterne per l’acqua, silos per lo stoccaggio dei cereali, “butti” per la spazzatura e i cocci.

Stalla

La presenza dei due corsi d’acqua laterali alla rupe agevolava il rifornimento d’acqua. I campi e i boschi dei dintorni fornivano le risorse alimentari necessarie. Il borgo controllava dall’alto una strada di una certa importanza, forse la stessa via Clodia o un suo diverticolo, e il passaggio di merci e di persone.

Cisterna

(Ho visitato Castellardo il 22 novembre 2017)

Le necropoli rupestri di Falerii Novi

Falerii Novi è la città romana che nel terzo secolo avanti Cristo prese il posto della falisca Falerii Veteres (l’odierna Civita Castellana). Se ne scoprono le mura percorrendo la strada tra Fabrica di Roma e Civita Castellana, nei pressi della frazione di Faleri. Imboccato il bivio per il Parco Falisco, si raggiunge l’accesso più noto, la Porta di Giove. Gli scavi archeologici hanno riportato alla luce le strade interne che delimitano le insulae, le aree residenziali, il Foro e il Teatro. Ma indubbiamente la presenza di maggiore evidenza è la grande chiesa romanica di Santa Maria di Falleri, di cui si ammirano soprattutto il portale e le cinque absidi.

Colombario sulla Via Amerina

Visitata la città romana, andiamo ora alla scoperta delle necropoli rupestri situate nei dintorni. Questi antichi cimiteri erano scavati nel tufo, una roccia tipica dell’area intorno al vulcano spento di Vico. La facilità dello scavo, anche con attrezzature molto semplici come un piccone, e la varietà delle forme prodotte da questa singolare architettura per sottrazione, sono le caratteristiche tipiche che ritroviamo in tutta la Tuscia, che è stata definita la regione delle necropoli rupestri.

Tombe rupestri sulla Via Amerina

 

La necropoli di Pian di Cava

La necropoli di Pian di Cava è molto vicina alla città romana. Uscendo dalla porta di Giove, si varca la Via Falerii Novi e si devia per pochi metri nella Via San Gratiliano. Sulla sinistra si dirama un sentiero che costeggia una recinzione e si dirige verso il Fosso Purgatorio. Per evitare l’intrico della vegetazione conviene tenersi sul margine del vicino campo coltivato fino a una ripida discesa, in corrispondenza di una palina del metanodotto.

L’ingresso di una tomba a Pian di Cava

La rupe sottostante a sinistra è traforata da una serie di tombe che si raggiungono solo dopo aver combattuto un paziente corpo a corpo con il viluppo di sterpi e di rovi che le difende. La fatica è ricompensata dall’interesse degli ipogei.

Tomba a camera a ferro di cavallo

In due casi, entrati attraverso la porta trapezoidale un tempo chiusa da una pietra sagomata, si trova un ambiente scavato a ferro di cavallo, con una rientranza centrale e due corridoi laterali; questa soluzione di scavo consente di disporre una più ampia superficie nella quale ricavare loculi orizzontali di sepoltura. Da notare che alcuni loculi non sono ancora stati scavati o lo sono stati solo in parte. In un caso la tomba è accessibile mediante due porte sui lati opposti della rupe.

I loculi all’interno della tomba a camera

Altre tombe hanno una semplice struttura a camera o sono crollate o sono scavate direttamente sulla parete rocciosa in forma di arcosoli. Ci sono indizi di un riuso delle tombe e della trasformazione in stalle: è il caso delle mangiatoie realizzate nei loculi bassi e delle attaccaglie per legare gli animali.

L’ingresso di una tomba a Pian di Cava

 

La necropoli di Cavo degli Zucchi

Cavo degli Zucchi è un luogo molto amato dagli escursionisti per la sua facilità dell’accesso, per la simbiosi con il percorso basolato dell’antica Via Amerina e per la densità impressionante di sepolture di ogni tipo.

La Via Amerina

La si può raggiungere a piedi direttamente dalle mura di Falerii, con un percorso un po’ avventuroso che guada il Rio Purgatorio accanto al ponte romano crollato. Il modo più semplice per giungervi è però quello di traversare in auto l’abitato del Parco Falisco sulla strada con l’aiuola spartitraffico centrale e giunti in fondo svoltare a sinistra sulla Via dei Falisci fino alla sbarra di accesso. I cartelli turistici sono numerosi. Dalla sbarra, fatti pochi passi, si trova il fondo naturale della Via Amerina e la si segue sulla destra, in ambiente solitario, tra grandi prati e filari di siepi. Sullo sfondo si alzano il monte Soratte a sinistra e il cratere del Lago di Vico a destra.

Tomba a Cavo degli Zucchi

Superati due sepolcri romani si arriva in breve al Cavo degli Zucchi, una trincea dove l’Amerina taglia alla base le pareti rocciose laterali e raggiunge il Fosso sul Rio Maggiore.

Complesso sul lato est

Si possono osservare tombe rupestri a portico, tombe a camera, loculi, arcosoli, nicchie, edicole pozzetti, fosse, colombari, monumenti ad ara, recinti, iscrizioni romane. Si cammina sulle lastre di basalto dell’antica pavimentazione o sui marciapiedi (crepidines). Un tratto della strada è parzialmente ostruito da un masso crollato dalla parete laterale.

Loculi e arcosoli

Raggiunto il Fosso del Rio Maggiore, dove sono i resti del ponte romano crollato, si trova sulla sinistra la tomba a portico più pittoresca. La complessità architettonica e le rifiniture di rango le hanno meritato l’appellativo di Tomba della Regina.

La Tomba della Regina

 

La necropoli Tre Ponti

Un sentierino scende sul fondo del Rio Maggiore, lo traversa su una passerella di ferro e risale sul fronte opposto, costeggiando gli imponenti basamenti del ponte romano. Ritrovato il percorso della Via Amerina costeggiamo una nuova necropoli, caratterizzata da sette monumenti funerari di rilievo scavati sui due lati della tagliata di roccia.

Necropoli Tre Ponti

Le tombe sono descritte negli accurati pannelli informativi. Procedendo sulla strada gli ipogei si diradano; conviene tuttavia raggiungere il terzo ponte (dopo quelli, crollati, sul Rio Purgatorio e sul Rio Maggiore) che mostra tutta la capacità ingegneristica delle maestranze romane.

Necropoli Tre Ponti

Il ponte è stato recentemente consolidato nel quadro di un restauro ambientale. Si osserva il grande fornice sul fosso scendendo sul sentierino laterale. Il tratto recuperato della Via Amerina continua ancora in direzione della strada Nepesina e prosegue al di là verso il Castrum di Torre dell’Isola.

Il ponte romano

(Sopralluogo effettuato il 15 marzo 2017)

Il Colle della Civita, sulle tracce dell’antica Tarquinia.

Andiamo alla scoperta della Tarquinia antica. La Tarquinia moderna, quella celebre per il profilo delle sue torri, è certamente più nota ma in realtà è nata solo nel Medioevo con il nome di Corneto. Merita tutta la sua fama. Il flusso continuo di turisti e studiosi rinverdisce i fasti che già la segnalavano nel Grand Tour. Gli straordinari rinvenimenti archeologici hanno trovato una degna esposizione nel Museo nazionale di Palazzo Vitelleschi. Le pitture parietali delle tombe nella necropoli ci hanno raccontato la vita quotidiana, gli usi funerari e il credo religioso degli etruschi. Ma l’antica Tarchuna non coincide con la città moderna. Tarchuna occupava il pianoro della Civita, quello che la valle di San Savino separa dal Colle dei Montarozzi dove oggi sorge Tarquinia.

L’antica Tarquinia sul colle della Civita

Tarchuna ebbe inizio tra l’età del Bronzo e l’età del Ferro. Acquistò nel tempo un tale prestigio tra le città-stato della Dodecapoli da riuscire a influenzare politicamente ed economicamente anche la nascente Roma, come dimostra la monarchia etrusca dei Tarquini a Roma nel VII-VI secolo.

L’acquedotto delle arcatelle

Ma ora mettiamoci in viaggio. Lasciamo l’autostrada tirrenica all’uscita di Monte Romano e ci inoltriamo nell’entroterra della Tuscia seguendo la strada statale 1 bis Aurelia. Lungo il percorso affianchiamo per un tratto l’acquedotto delle “arcatelle”, una presenza pittoresca nel paesaggio della Tuscia. Lo vediamo immergersi e scomparire nel ventre dei colli per poi fuoriuscirne con la successione di arcate che valicano le depressioni delle vallette. La costruzione risale al Settecento e forniva l’approvvigionamento idrico alla costa. Al km 6,4 lasciamo l’asfalto per una strada sterrata sulla sinistra che in 1,4 km ci conduce al parcheggio e all’area di sosta del Pian della Civita.

Il pianoro della Civita

Lasciata l’auto, ci inoltriamo nel pianoro. Siamo su un vasto tavolato che può essere suddiviso in tre settori: la Castellina a nord-est, il centrale Pian della Regina e il Pian di Civita che si restringe progressivamente e con l’appendice della Civitucola forma un cuneo puntato verso la valle del fiume Marta. Il pianoro è isolato, circondato da versanti che scendono ripidamente sui campi circostanti ed è difeso sui bordi da una cinta muraria ancora in parte visibile. Gli archeologi hanno riportato alla luce, attraverso successive campagne di scavo, singoli complessi monumentali. Sono ancora presenze isolate nella vastità del pianoro stremato dal pascolo, ma fanno intuire la possibile estensione e l’impianto urbanistico della città etrusca. Vanno poi considerate le necropoli parzialmente scavate nei dintorni del colle. E vanno ricordate anche le chiese rupestri di epoca medievale che i monaci hanno scavato alla base dei pendii. La città sopravvive alla conquista romana. Passano poi i Goti e i Longobardi. Inizia il graduale spopolamento dell’abitato etrusco-romano. In epoca medievale, mentre comincia a svilupparsi il nuovo abitato di Corneto sul vicino Colle dei Monterozzi, l’altopiano di Tarchuna/Tarquinii lentamente si desertifica; la città antica s’interra e viene dimenticata.

Le passeggiate nell’antica Tarquinia

La passeggiata sui due colli, separati da una sella, è oggi agevolata da sentieri, cancelli, percorsi protetti e soprattutto da una cartellonistica bilingue descrittiva delle emergenze archeologiche più importanti. Una tabella dei percorsi storico-naturalistici inquadra il territorio e indica le direzioni di visita. La lunga sterrata centrale che traversa tutto il piano, e che coincide probabilmente con il principale asse viario della città etrusca, è comunque l’elementare asse di riferimento dell’intera passeggiata.

Il tempio dell’Ara della Regina

Il monumento di maggior rilevanza è l’Ara della Regina, il più grande tempio etrusco finora noto. Protetto da una doppia recinzione è comunque accessibile. I resti oggi visibili sono il risultato di una ricostruzione del monumento sulle basi di un precedente santuario. Il tempio sorge su un terrapieno contenuto da muri a blocchi di calcare e fiancheggiato da due strade convergenti verso la fronte del monumento, dove era forse situato il foro cittadino. Il tempio è preceduto da una scenografica scalinata.

La fontana di Cossuzio

In età romana il tempio si popolò di statue e monumenti commemorativi come la cosiddetta “fontana di Cossuzio” un bacino di marmo con una scritta dedicatoria di Q. Cossutio, magistrato del municipio tarquiniese.

La cisterna romana

Sul pianoro si conserva anche una cisterna che garantiva la riserva d’acqua a una residenza privata. Si tratta di un vano rettangolare rivestito all’interno di uno strato impermeabile di cocciopesto.

L’arco etrusco

L’edificio etrusco prossimo all’Ara della Regina costruito con grandi blocchi di pietra e articolato in diversi ambienti, conserva un arco a tutto sesto rimasto integro.

La chiesa rupestre di Santa Restituta

Giunti al casale pastorale circondato dagli stazzi e dagli altri ricoveri notturni del gregge, si lascia il pianoro scendendo sul fianco meridionale lungo un sentiero in parte roccioso. Raggiunto il fosso (dov’è una vasca artificiale), lo si risale fino alla base della parete rocciosa dove si scopre la chiesa rupestre di Santa Restituta, risalente al XII secolo. Un vano ipogeo, con tre absidi scavate nella roccia, è preceduto da una parte costruita con decorazione architettonica e semicolonne. Lungo la parete rocciosa si trovano un sepolcreto e altri ambienti ipogei, che fanno ipotizzare un complesso monastico di celle raccolte intorno all’area sacra, probabile dipendenza del monastero del San Salvatore del monte Amiata.

La porta Romanelli

Risaliti sul pianoro e giunti alla sella che separa i due pianori, ci si affaccia sul versante opposto per scoprire un tratto delle mura che circondavano Tarquinia con una cinta lunga otto chilometri. C’è un abitato con le case separate da stretti vicoli e la strada di accesso che scende alla Porta Romanelli, di cui è visibile la base. Usciti dalla porta si percepisce la struttura delle mura, visibili per un tratto.

Il complesso monumentale dell’area sacra

Si percorre ora il Piano di Civita. Sulla destra si può osservare una zona recintata dove è stata scavata la più antica area sacro-istituzionale finora individuata in Etruria. Tarchuna è la città-madre della religione degli Etruschi. Cuore del complesso monumentale è una cavità naturale che costituisce il fulcro dei rituali. Accanto alla cavità naturale, c’è la tomba di un bambino. I resti dello scheletro sono stati studiati dai paleoantropologi che hanno stabilito trattarsi di un soggetto morto per cause naturali e affetto da epilessia, il male che nell’antichità era considerato “morbo sacro”, la condizione che permetteva il contatto con il mondo divino. Le fonti raccontano, che mentre Tarconte, il mitico fondatore di Tarquinia, proveniente dal Vicino Oriente e discendente dagli Eraclidi, arava la terra, da una zolla fuoriuscisse un fanciullo dai capelli canuti, quindi con la saggezza della vecchiaia, che gli insegnò “l’etrusca disciplina”, la religione etrusca, per poi scomparire. Il bambino epilettico corrisponderebbe al saggio Tagete, che per sua natura conosce gli dei e i loro segreti. La leggenda avvalora Tarquinia nel ruolo di madre della religione etrusca e nodo di contatto tra la cultura autoctona e la cultura orientale.

La valle del Marta

Percorso tutto il Piano di Civita e raggiunto lo strapiombo finale, lo sguardo spazia sul Mar Tirreno e l’Argentario, sulla foce del Marta, sul colle dei Monterozzi e sul profilo urbano di Tarquinia. Davanti a noi si stende la valle percorsa dal fiume Marta, che nasce come emissario del lago di Bolsena e attraversa la Tuscia sfiorando Tuscania, Monte Romano e Tarquinia, per poi sfociare in mare al Lido di Tarquinia.

Un’arcata dell’acquedotto settecentesco

(Ho visitato la Civita di Tarquinia il 27 novembre 2017)

Tuscia. L’abitato rupestre di Castel di Salce

Un intero villaggio scavato e occultato nelle rughe del tufo. Decine di grotte dove una comunità umana viveva e lavorava. Un castello diruto e una solitaria torre di avvistamento. Tutto questo è Castel di Salce, sconosciuto borgo rupestre della Tuscia viterbese.

L’accesso è accanto al cartello del km 6 sulla strada che collega Vetralla a Tuscania, in perfetta corrispondenza dell’uscita per Tuscania dalla superstrada Orte-Viterbo-Civitavecchia. La torre di Salce è già ben visibile. Un cancello verde si apre sulla strada sterrata che percorre a saliscendi il Piano del Gentile e i campi di un’azienda agricola, tra coltivi curati e dimore rurali fatiscenti. Superato un vigneto si svolta a sinistra ad angolo retto e si raggiunge la torre di Salce.

La torre

La torre ha forma quadrata ed è sostenuta da blocchi di nenfro e di tufo. Una porta ad arco introduce in un piccolo ambiente con la volta a botte. Il secondo piano si è conservato solo in parte: se ne può osservare una finestra architravata e la pittoresca vegetazione che vi è cresciuta spontaneamente sulla sommità.

La Torre di Salce

Le rovine del Castello

Siamo su una lingua di tufo a 180 metri di quota che si allunga a nord in un’ansa del sottostante Fosso Rigomero. Le pareti scoscese della rupe, alte sul fosso, costituivano una sicura difesa naturale del sito. Osservando con attenzione i dintorni si riconoscono un tratto integro delle mura dell’antico castello fortificato e i fossati artificiali che lo proteggevano nel suo versante meridionale.

Le mura dirute del castello

Difese vane, a dir la verità, se è vero che il castello fu devastato più volte (o meglio, ‘scarcato’, come riferiscono le antiche cronache medievali) durante le scaramucce tra le truppe delle opposte fazioni.

L’insediamento rupestre

Accanto alle architetture ‘costruite’ convivono le architetture ‘per sottrazione’, quelle ottenute scavando le tenere pareti di tufo. Il pianoro ospita, nascoste nelle incisioni del terreno o occultate nelle pareti del fosso, alcune decine di grotte, suddivise in tre nuclei.

L’ingresso di un antro rupestre

Esse sono state scavate per finalità diverse. Erano magari solo delle tombe nel periodo etrusco e romano. Ma è soprattutto nel medioevo che l’insediamento rupestre viene pianificato e ampliato per ospitarvi famiglie e per gestire l’allevamento degli animali, la produzione agricola e alimentare, le attività artigiane e di trasformazione.

L’interno di una cavità

Il complesso occidentale

Il primo complesso di grotte è quello occidentale. Dalla torre, dirigendosi a ovest, si trova subito una trincea, percorsa da un sentiero scavato al centro, che scende progressivamente verso il vallone: le cavità aperte sulle due pareti di tufo sono numerose ma spesso interrate o crollate.

La trincea occidentale

L’ultima grotta è tuttavia di buon interesse: molto ampia, è accessibile da una porta dotata di scalini e da un secondo ingresso in parte crollato; ben due pilastri interni, risparmiati nello scavo, sostengono l’esile volta; è dotata di finestra, di fori nel muro per lo sfogo dei fumi, di una nicchietta sul pilastro per la lanterna e di fori nelle pareti per il sostegno delle brancate.

La grotta con doppio pilastro di sostegno

Il complesso settentrionale

Il sistema rupestre più ampio è quello che fascia sui due lati e su diversi livelli il promontorio roccioso proteso a nord verso l’ansa del Fosso Rigomero. Le grotte sono più di venti e si presentano in una certa varietà tipologica.

Grotta con porta e finestra

Troviamo cavità piccole, dove è possibile transitare solo curvi, affiancate a sale quadrangolari munite di porta, finestra e focolare, con pavimento e soffitto regolari e ben livellati; troviamo inoltre vani più ampi, sorretti da pilastri centrali o suddivisi in moduli da pareti di tufo appositamente risparmiate nello scavo. Ma colpisce soprattutto la presenza di autentiche suite trogloditiche, complessi multivano, aperti sulla ‘strada’ e con le stanze comunicanti tra loro tramite archi e varchi; i vani in cui si articolano questi ‘appartamenti’ hanno ciascuno una vocazione funzionale: l’alcova, il soggiorno con il focolare per la cucina, il locale per la caseificazione, la stalla, il pollaio e il deposito delle provviste.

Grotta multivano con pareti divisorie

Il complesso orientale

Vi è poi il terzo gruppo di grotte, già visibile sulla destra dallo stradello di accesso alla torre di Salce. Sono scavate all’interno di due pareti di tufo affrontate e si affacciano ciascuna su una propria strada di servizio.

Le grotte orientali

Il largo fossato intermedio è occupato al centro da un banco di tufo in rilievo, che mostra segni di scavo di strutture di servizio (pestarole, cisterne) e di altre cavità incompiute o crollate. Possiamo definire queste grotte come i ‘portici’ di Salce, non privi di qualche elemento di eleganza nel design. Le grotte costituiscono infatti un sistema porticato a sviluppo continuo, privo di suddivisioni interne.

La struttura porticata

In realtà, più che alla ricreazione e al passeggio pomeridiano, questi portici erano meno nobilmente destinati ad accogliere le scuderie del castello e le stalle sociali.

Un interno

I particolari

Una rassegna di particolari presenti nelle cavità, come quella che segue, riesce forse a dare un’idea più precisa di come si vivesse in grotta. Non sappiamo se queste permanenze fossero stabili o solo temporanee e si limitassero quindi alla sola stagione dei lavori agricoli. Certamente va riconosciuta la capacità di adattamento al contesto e l’ingegnosità di alcune soluzioni.

Una pestarola per la spremitura

Il vano caldaia per la lavorazione del latte

L’anello per legare gli animali da lavoro

Il sistema di drenaggio delle acque e dei liquami

La mangiatoia

La canna del camino

(Ho visitato Castel di Salce il 22 marzo 2017)

Il sito di Salce visto dall’alto

Tuscia rupestre. I sentieri di Blera

Un’isola di tufo circondata da un mare di verde. Così è Blera, borgo della Tuscia rupestre, dove storia, architettura e natura si fondono in modo armonioso. La natura mostra il doppio volto della giungla selvaggia dei fossi e degli ordinati coltivi dei pianori. Le architetture raccontano una storia lunghissima, segnata dalla presenza etrusca, dall’espansione romana lungo la via Clodia, dagli evangelizzatori cristiani, dal passaggio di Goti, Bizantini e Longobardi, dalle signorie delle famiglie nobili medievali, fino alle addizioni urbanistiche dell’età moderna e contemporanea. Ma il fascino di Blera, l’attrattore turistico, è comunque il suo stigma rupestre. La civiltà rupestre si manifesta nelle forme più disparate: le grotte sui declivi delle piagge, le tagliate nel tufo e le vie cave, le tombe etrusche (a dado, a casetta, a camera), i loculi e gli arcosoli incisi nelle pareti, i tumuli circolari, le nicchiette delle colombaie, fino alle edicolette votive delle ‘madonnelle scacciadiavoli’. Blera merita una visita prolungata. I turisti e gli escursionisti saranno agevolati dalle mappe e dalle descrizioni dei Sentieri per Blera.

I sentieri di Blera

Sulla Via Clodia

La Via Clodia in trincea all’altezza del Petrolo

L’antica Via Clodia è ancora ben visibile e percorribile. È l’asse stradale dal quale si dipartono i diversi percorsi per le necropoli e i dintorni. Entra a Blera da sud scavalcando il torrente Biedano con un ponte a tre archi (il Ponte del Diavolo) e ne esce a nord con un secondo ponte sul Fosso Ricanale (o Rio Canale). Si poteva scegliere il percorso urbano che traversava interamente il centro abitato oppure seguire la più rapida ‘tangenziale’ tra l’abitato e il fosso del Biedano.

La Via Clodia al Ponte della Rocca

La via risale al terzo secolo avanti Cristo e fu costruita dopo la conquista romana da un magistrato della gens Claudia. Lasciava la Cassia all’altezza della Storta e si dirigeva verso il lago di Bracciano, toccando poi Manziana, Oriolo, Veiano e Barbarano. Dopo Blera, proseguiva per Grotta Porcina, Norchia e Tuscania. Da qui per terra incognita si dirigeva a Saturnia e piegava verso l’Aurelia che raggiungeva a Cosa, nei pressi di Orbetello.

La Via Clodia nel territorio di Blera

Gli orti e le rovine del Petrolo

Pannello informativo

Il Petrolo è il cuneo di tufo che prolunga a nord l’abitato di Blera e che s’insinua alto tra i due fossi del Biedano e del Ricanale (o Rio Canale) fino alla loro confluenza. Fu abitato già in antico ma fu distrutto dai Longobardi di re Desiderio nel 772. Gli abitanti decisero allora di non ricostruire gli edifici distrutti e di utilizzarli come riserva di pietre da costruzione (da cui il nome Petrolo). I conci squadrati delle rovine del Petrolo servirono a edificare le case del nuovo borgo medievale.

Tomba ad arcosolio sul Petrolo

Oggi una tranquilla sterrata che inizia alla Porta Marina lo percorre interamente, affacciandosi su orti, vigneti e oliveti. Le vecchie pietre, i muri a secco, l’antico acquedotto, le tombe rupestri ci fanno compagnia fino al belvedere, il balcone panoramico che si affaccia sulla valle del Biedano. Un sentierino nel bosco scende sulla via Clodia, all’altezza della tagliata nel tufo che precede il ponte della Rocca.

La tagliata della via Clodia alla base del Petrolo

La necropoli di Pian del Vescovo

La necropoli di Pian del Vescovo

Dopo il Ponte della Rocca ecco il suggestivo colpo d’occhio sulla necropoli di Pian del Vescovo. Una città dei morti, quasi un quartiere urbano, che si arrampica sulla rupe. In basso le tombe a dado, con le porte aperte sulle camere sepolcrali, sui letti di deposizione e sui soffitti a spiovente con la finta trave centrale, riproducono le architetture domestiche.

Una tomba a dado

Percorrendo i corridoi e salendo le gradinate che portavano alle terrazze dove si celebrava il ‘refrigerio’, si trovano le tombe a camera rasate e le tombe a fossa. Più in alto sono i tumuli e gli ‘occhi’ delle nicchie di sepoltura in parete.

L’interno della tomba a dado

Il Pian Gagliardo

La via tagliata nel tufo

Una passeggiata ad anello vale a farci un’idea del tipico paesaggio vulcanico della Tuscia rupestre, dove ampi pianori coltivati si alternano alle incisioni dei fossi rivestiti di vegetazione selvaggia e di tesori archeologici. Dal Ponte della Rocca, lasciandosi alle spalle i fossi e la necropoli sulla sinistra, si risale la Via Clodia in direzione nord. Si percorre in salita la bella tagliata nel tufo, affiancata da tombe e da un’edicoletta votiva.

Il Pian Gagliardo

Raggiunta la sommità, si svolta a sinistra sulla strada bianca che attraversa il Pian del Vescovo e il Pian Gagliardo. Su terreno aperto si alternano coltivi, boschetti, piccoli allevamenti e aziende agricole. Più avanti una nuova sterrata sulla sinistra riscende verso il Biedano e ne percorre la riva destra tornando al Ponte della Rocca.

Le cavità rupestri medievali e moderne

Abitazione rupestre

Il tufo è una roccia tenera che può essere facilmente incisa anche con attrezzi di scavo non particolarmente sofisticati. L’uso delle grotte non si è storicamente fermato agli ipogei etruschi e romani, ma è proseguito nei secoli fino ai tempi moderni. L’architettura ‘costruita’ di Blera è stata sempre affiancata dall’architettura ‘per sottrazione’. Le abitazione in paese avevano le loro appendici nelle cavità scavate lungo i pendii delle Piagge. Cessati gli usi funerari, le tombe etrusche sono state rimodellate e utilizzate per nuove finalità. Altre cavità sono state scavate ex-novo. I vani interni sono stati chiusi e protetti da porte di legno, cancelli di metallo, tettoie e grondaie.

Riparo per animali

Tutte sono state variamente utilizzate come depositi per gli attrezzi agricoli, cantine per la conservazione del vino e dell’olio, piccoli laboratori artigiani, magazzini domestici, stalle per gli animali domestici, colombaie e pollai per animali di piccola taglia. In qualche caso le grotte più grandi, quelle a due vani con pilastri interni, sono state utilizzate anche come abitazioni temporanee.

Laboratorio alle Piagge

La valle del Biedano

Il Ponte del Diavolo

Una passeggiata di grande interesse ci porta a visitare un nucleo di siti rupestri situati sui declivi al di là del torrente Biedano. Si scende lungo la Via Clodia sotto il moderno viadotto stradale e si scavalca il fosso sul caratteristico ponte del Diavolo, a schiena d’asino su tre arcate. Risalendo il pendio si raggiungono la fontana e la grotta di San Senzia, abitata nel quinto secolo da un santo eremita.

La grotta e la fonte di San Senzia

Proseguendo verso il moderno ponte in cemento armato e utilizzando un breve tratto di strada provinciale ci s’innesta a destra in una suggestiva strada etrusca tagliata nel tufo detta Cava Buia.

La Cava Buia

Nella sua parte bassa si osserva la necropoli della Lega, con i suoi cunicoli, le tombe a camera di età arcaica e una tomba a tumulo. Allo sbocco della via cava, un sentiero segnalato raggiunge un monumentale colombario, non facilmente accessibile. Nei pressi dell’area di sosta della Fontanella si conservano resti di età medioevale: la chiesetta, il ponte e la Torretta che domina il quadrivio.

Il Colombario

Attraversato il ponte, per i ripidi tornanti delle Piagge di Sopra, si risale a Blera. La passeggiata può essere prolungata sia a monte che a valle del Biedano. Nel primo caso si percorre la lunga gola del fiume che collega Blera a Barbarano e al parco Marturanum. Nel secondo caso si raggiungono la chiesa campestre della Madonna della Selva e il piano di Santa Barbara.

Le necropoli orientali

La tomba a dado della necropoli della Casetta

Le rupi che sovrastano il torrente Ricanale a oriente di Blera ospitano altre necropoli note con i nomi di Terrone, Grotta Penta e Casetta. Esse sono meta di una passeggiata che dal centro di Brera scende ripidamente su una stradina cementata fino al depuratore comunale e prosegue verso i costoni e i pianori prospicienti, disseminati di tombe etrusche rupestri e di tumuli circolari e a fossa. Limitandosi al percorso principale lungo il torrente, si visitano le tombe a dado e il grande tumulo circolare della parte bassa del Terrone.

Il mausoleo romano

Il fascino della zona invita a risalire il tortuoso sentiero che porta alla sommità del colle del Terrone. Qui si va alla scoperta di un nuovo tumulo circolare, di un colombario, della parte alta della necropoli con una serie di tombe allineate in parete e, più avanti, di un mausoleo di epoca romana. Conviene comunque concludere la visita con il complesso di Grotta Penta dove sono una magnifica tomba a dado con gradinata laterale e due tombe dipinte.

L’interno della Grotta Pinta

(Percorsi effettuati nel novembre 2017)

Parco di Veio. L’insediamento medievale rupestre di Belmonte

Castelnuovo di Porto è uno dei tranquilli paesi a nord di Roma, cresciuti lungo la Via Flaminia. Le case del vecchio centro sul colle, i nuovi insediamenti nei dintorni, la linea ferroviaria e il vicino casello autostradale sono una risorsa appezzata dagli amanti della tranquillità e dai pendolari che fanno la spola con i luoghi di lavoro a Roma. Anche i camminatori e gli appassionati di storia vi trovano spunto per una passeggiata nel borgo medievale, o lungo i sentieri nei boschi del parco di Veio o per una escursione appena più impegnativa sul vicino colle di Belmonte, in cerca delle reliquie d’un inaspettato insediamento rupestre di epoca medievale.

La chiesa della Madonna delle Virtù

La piazza principale di Castelnuovo è presidiata come d’abitudine dai monumenti che sono i simboli del potere civile e religioso: da un lato il quattrocentesco Palazzo Ducale con le sue torri; di fronte la settecentesca Collegiata dedicata a Maria Assunta. Lungo la discesa si ammira l’elegante chiesetta seicentesca della Madonna delle Virtù, con il suo caratteristico portichetto esterno e il campanile a vela.

La stazione di posta

Scesi sulla Via Flaminia è d’obbligo una sosta all’antica stazione di posta, dirimpettaia della stazione ferroviaria. Se ne possono ancora osservare il passaggio coperto riservato alle carrozze, il sedile riservato ai passeggeri in attesa e la lapide sulla facciata dell’albergo che ricorda i lavori di ripristino della strada, fatti eseguire nel 1580 da Clarice Colonna Anguillara.

La lapide sull’Albergo di Posta

Ci spostiamo in auto lungo la Flaminia in direzione di Roma fino al km 27,7 e imbocchiamo sulla destra la Via di Pian Braccone, seguendo la segnaletica del lago di pesca sportiva; valicato il piccolo ponte sulla ferrovia, si svolta a destra e si scende a tornanti sulla strada che raggiunge l’area attrezzata di Monte Mariello e, poco oltre, il laghetto turistico. Qui si parcheggia. In tutto sono circa tre km dalla stazione di Castelnuovo.

La Grotta Pagana

Ci troviamo alla base del colle di Belmonte che si allunga a occidente, alto su un ripido fianco difeso da vegetazione impraticabile. A destra è una vecchia cava sulla quale occhieggia la Grotta Pagana, utilizzata come ricovero per gli ovini. Seguiamo a piedi la strada asfaltata in leggera salita che si dirige a nord, seguendo il corso del fosso. All’altezza di un pannello informativo dedicato ai rettili del Parco, un varco nella recinzione di legno ci invita a seguire il sentiero – segnato con bandierine bianco-rosse – che si dirige a sinistra. Varcato il fosso su un ponte di pietra privo di protezioni, il sentiero risale il bosco in diagonale, raggiunge la sella di Belmonte, incisa da una tagliata nel tufo, e prosegue in campo aperto sull’altopiano. Lasciato il sentiero segnato, prima o dopo la tagliata, si sale sulla cresta di Belmonte e la si segue fedelmente in direzione sud.

La tagliata di Belmonte

Dopo il primo tratto non agevole, percorso in una trincea rocciosa, la cresta diventa più aperta. Si incontrano in successione delle ‘tagliate’ nella roccia che mettono in comunicazione i due versanti, eredità forse di un abitato arcaico di ascendenza veiente. L’intrico della vegetazione non agevola l’esplorazione dei fianchi tufacei e si resta così nel campo delle supposizioni.

Passaggio in trincea

Più avanti si raggiunge l’area delle grotte. Si distribuiscono a schiera sui due versanti immediatamente a ridosso della cresta che qui si fa più ampia.

Il percorso di cresta

Le cavità hanno forme diverse. Sono numerose quelle con due vani separati da una parete interna. In altri casi l’elemento separatore è solo un pilastro centrale che sostiene la volta. Alcune grotte hanno ingressi distinti ma sono comunicanti all’interno grazie a pertugi o passaggi più ampi. Curioso è il caso della grotta in cui le radici dell’albero soprastante hanno forato il tetto, percorso in verticale la cavità e trovato fondamento nel pavimento. Lo spessore limitato della copertura di tufo ha causato numerosi crolli che ostacolano l’esplorazione degli interni. Difficile dire se si tratti di un’antica necropoli rupestre, come qualche indizio farebbe pensare. Molto più semplice è ipotizzare un loro utilizzo a servizio dell’abitato medievale, come stalle, cantine e magazzini.

Grotta con ingresso a dromos

Dopo le vie cave e le grotte, un terzo elemento interessante e originale è costituito dai fori circolari d’incasso nel terreno e sulle rocce laterali che sembrerebbero rinviare a palafitte fondative di abitazioni scomparse.

Le mura e la torre

Giunti al limite meridionale del colle, troviamo le suggestive rovine del borgo medievale, difese da tre larghi fossati. Alcuni brandelli delle mura castellane a protezione del borgo anticipano una torre duecentesca che svetta sul poggio più alto del pianoro. Il luogo è reso anche più piacevole dal panorama sulle terre di Veio. La prosecuzione verso il terrazzo che reggeva forse la chiesa e verso la confluenza dei fossi in basso prevederebbe una ripida discesa tra le rocce non molto attraente e resa comunque complicata dalla fitta vegetazione.

L’interno di una grotta a più vani

Più semplice è tornare indietro sulla strada percorsa all’andata. Il tempo di percorrenza complessivo è di circa due ore e mezzo. Gli appassionati potranno continuare l’esplorazione dei fossi alla ricerca degli antichi cunicoli scavati nella roccia, progenitori degli acquedotti, e di alcuni mulini alimentati ad acqua (cui si può accedere grazie a un sentiero che si dirama dall’area attrezzata di Monte Mariello). Si può anche prolungare la passeggiata sulla strada asfaltata, raggiungendo in un’ora la larga vetta del Monte Calvio, ottimo belvedere.

Grotta con interno parzialmente crollato

(Escursione effettuata il 22 maggio 2017)

Tagliata nel tufo

Visita la sezione del sito dedicata alla civiltà rupestre.