Tuscia. Il villaggio rupestre di Santa Cecilia

I fossi sono ambienti repulsivi e talora anche repellenti. E anche quando le acque che scorrono sul fondo non ripugnano all’odorato, la vegetazione che vi cresce indisturbata è talmente intricata, spinosa, aggrovigliata, ostile, da sconsigliare ogni tentativo di progressione. Ci sono però delle eccezioni. Fossi che sorprendono per la loro topografia. E che nascondono inaspettati tesori. Una di queste piacevoli eccezioni è costituita dai fossi che circondano Bomarzo, nella Tuscia viterbese. Le incisioni vallive e i boschi che ne foderano le pareti celano meraviglie archeologiche, abitati rupestri, singolari monumenti scolpiti in epoche remote, vie cave, scalinate, altari, necropoli, templi, piramidi. Ed è allora qui, nei dintorni di Bomarzo, che proponiamo un’escursione, breve e interessante, al villaggio medievale rupestre di Santa Cecilia.

Il panorama della valle del Tevere

Scendiamo nel Fosso Castello (o Fosso del Rio), una valle segnata dalla presenza di un’imponente balaustra di rocce, che spezza il bosco e si affaccia sul fondo. La valle è cosparsa di massi erratici di peperino che si sono staccati dalla parete rocciosa sovrastante e sono franati sul ripido pendio, assumendo forme inconsuete, tali da stimolare la fantasia dei nostri antenati che vi hanno inciso tombe, pulpiti, abitazioni primitive. Bomarzo si raggiunge dall’uscita di Attigliano dell’Autostrada del Sole o dalla superstrada Orte-Viterbo. Il punto di partenza dell’escursione è il campo sportivo raggiunto da una breve diramazione al km 1,5 della provinciale Bomarzese, individuata anche da una torre-serbatoio ben visibile.

Segnale sul sentiero

Dal campo sportivo un cartello “Santa Cecilia” indica il percorso da seguire. In breve si scende a un’ampia radura sull’orlo del bastione roccioso, dov’è un’area picnic. Accanto a una piccola tomba antropomorfa inizia uno stretto sentiero intagliato nella pietra, con i gradini sagomati tra due rocce.

Il sentiero intagliato nella roccia

Questa piccola via cava scende ripidamente cercandosi prima un percorso nella parete rocciosa e poi costeggiando grandi massi, districandosi nella fitta vegetazione e tra gli alberi caduti. Un’opportuna segnaletica del sentiero rassicura sulla direzione da seguire. Dopo una ventina di minuti, quando il pendio rimpiana, si scorgono sparsi nel bosco i ruderi dell’antico villaggio di Santa Cecilia.

La casa-grotta

Un grande masso è stato scavato per ricavarvi una casa-grotta, fornita di due ingressi, di un canaletto di scolo dell’acqua piovana e di un’incisione per la tettoia, a protezione dell’ingresso.

Parete interna di un’abitazione

In un masso sono scavate nicchie, un focolare e fori per l’appoggio di travi di legno. Era forse la parete interna di un’abitazione prolungata all’esterno e coperta con strutture di legno.

L’abside della chiesetta medievale

Su una terrazza a forma di prua di nave sono i resti di una chiesetta del dodicesimo secolo, dedicata probabilmente a Santa Cecilia. Si notano ancora il pilastro che reggeva l’altare, la sagoma dell’abside, parti di mura e le decorazioni.

Una croce greca

Intorno alla chiesa è un cimitero costituito da una decina di sarcofaghi, interi o spezzati. Sui frammenti sono visibili le croci greche scolpite a rilievo.

La necropoli

La necropoli continua con le caratteristiche sepolture in alveoli trapezoidali scavati nella pietra, sagomati sulla figura umana, con o senza il cuscino interno di pietra che sosteneva il capo.

Resti di abitazione

Interessanti sono i resti di un’abitazione complessa, che ha il piano superiore accessibile con una scalinata, il pavimento, alcune pareti scavate nella roccia, il piano d’appoggio della copertura del tetto.

Vasche di spremitura

Si trovano alcune pestarole e vasche sovrapposte e comunicanti, scavate nella pietra, probabilmente utilizzate per la spremitura dell’uva e la lavorazione del mosto.

Il presbiterio della chiesa medievale

Questo villaggio rupestre mostra di essere stato frequentato dall’età etrusca fino al Medioevo. Per la necropoli altomedievale è stato ipotizzato l’intervento delle truppe africane dell’esercito bizantino, schierate a ridosso della linea del fronte con l’esercito longobardo (seconda metà del sesto secolo). Pure evidenti sono i segni del cristianesimo, sia nella chiesa medievale, sovrapposta forse a un edificio sacro preesistente, sia nella dislocazione delle tombe intorno alla chiesa. Per il resto è un ulteriore esempio di borgo rupestre, satellite dei paesi vicini (Bomarzo, Chia), ricco d’acqua, nel quale si svolgevano attività agricole, di produzione del vino e di pascolo degli animali

(La ricognizione è stata effettuata l’11 febbraio 2017)

Carpignano Salentino. La cripta bizantina rupestre di Santa Cristina

Gente, luminarie, musica, bancarelle. A Carpignano Salentino oggi impazza la “Festa te lu Mieru”, la festa del vino novello, una delle sagre più famose e frequentate dell’estate salentina. Ma per l’occasione apre anche la cripta rupestre di Santa Cristina. Con un gruppo di amici scendiamo a visitare questo prezioso scrigno di affreschi bizantini tra i più antichi.

L’interno della chiesa rupestre

Due ampie scalinate scendono nella chiesa sotterranea, scavata nella roccia tufacea. Si riconoscono due navate e tre absidi; come pure s’individuano il nartece, dove si raccoglievano i catecumeni; il naos, destinato ai fedeli battezzati; il bema, il luogo dov’era officiata la celebrazione liturgica. La presenza di sepolture nella grotta e all’esterno della cripta, ipotizzerebbero una destinazione funeraria del luogo di culto.

L’arcangelo Gabriele

Gli affreschi rivestono tutte le pareti e sono accompagnati da iscrizioni in greco che citano i committenti e gli artisti. Le date sono quelle degli anni della dominazione bizantina in Italia meridionale: dal 959 alla seconda metà del Mille.

Santa Cristina

La doppia immagine di Santa Cristina

L’immagine più diffusa è quella di Santa Cristina. Si tratta forse della giovinetta martirizzata nel terzo secolo, durante la persecuzione dell’imperatore Diocleziano. Fu il suo stesso genitore, di nome Urbano, ufficiale dell’imperatore, che volle costringere la figlia ad abiurare la fede cristiana che aveva abbracciato. Alla morte del padre – che già aveva fatto più volte torturare la figlia, pur di farla ritornare agli antichi culti – le autorità si accanirono ancora di più su di lei, mettendola a morte.

L’Annunciazione

L’Annunciazione

Nell’abside è affrescata la scena dell’Annunciazione. Un bellissimo arcangelo Gabriele giunge con il braccio destro alzato e la mano benedicente. Maria con la mano sinistra regge il fuso, simbolo di verginità (in allusione alle Vergini del Vecchio Testamento che filavano le tende per il tempio).

La Vergine annunziata dipinta da Teofilatto nel 959

Al centro della scena è l’immagine del Cristo pantocratore, in trono. L’iscrizione laterale cita i donatori: il prete Leone (esponente del basso clero e quindi libero di sposarsi) e sua moglie Crisolea. Cita anche l’autore del dipinto, il pittore Teofilatto, e una data: l’anno del mondo 6467 cioè il 959 dopo Cristo.

Cristo Pantocratore (Teofilatto, 959)

La tomba del piccolo Stratigoulés

La tomba ad arcosolio

Nel nartece si apre la tomba ad arcosolio del piccolo Stratigoulés, accompagnata da una lunga iscrizione metrica in greco, dipinta tra 1055 e 1075, che ci informa che la tomba era stata scavata per un notabile del posto e che fu poi usata per accogliere le spoglie del figlio morto in giovane età. Il padre del giovane Stratigoulès (letteralmente “generalino”, non si tratta quindi del nome ma del vezzeggiativo con cui l’ufficiale chiamava il giovane figlio) era uno spatario di Carpignano cioè un ufficiale dell’esercito bizantino di rango intermedio. Al centro dell’arcosolio compare l’immagine di santa Cristina; nel sottarco sono effigiati la Vergine con il Bambino e san Nicola benedicente alla greca: sono i santi cui il padre affida l’anima del figlio.

L’arcosolio con le immagini dei santi e la scritta dedicatoria

La Madre di Dio

La Vergine col Bambino (Theòtokos) del pittore Eustazio (1020)

La Madre di Dio dipinta dal pittore Eustazio nel 1020 rappresenta il dogma della Theotòkos definito dal concilio di Efeso. Maria è vista come madre di Dio e non come genitrice di un uomo. La vergine è in piedi; il bambino, dai lineamenti del volto ambigui, confusi con quelli di un uomo adulto, sembra quasi levitare tra le mani della madre che tentano di sorreggerlo ma che in realtà non lo toccano direttamente.

La Theòtokos (particolare)

(La visita è stata effettuata il 1° settembre 2012)

Pizzo Calabro. La chiesa rupestre di Piedigrotta

L’architettura rupestre non è storicamente limitata al solo medioevo bizantino. La grotta non è il solo arcaico rifugio accessibile agli homeless più poveri. La chiesa rupestre non è solo la remota reliquia di eremiti e monaci basiliani. La civiltà rupestre può stupire ancora oggi per una sua insospettata modernità. Scettici? Beh, provate a scendere qui tra i bagnanti della spiaggia di Pizzo Calabro, nello scenario del golfo di Sant’Eufemia. Scoprirete una parete verticale di arenaria, indorata dal sole che declina verso l’orizzonte del mar Tirreno.

La Piedigrotta di Pizzo Calabro

La Piedigrotta di Pizzo Calabro

La parete, forata da occhi scuri sbarrati e aperta dai varchi di un condominio rupestre, è sovrastata da una croce e dalla statua di una madonnina.

La chiesa di Piedigrotta

La chiesa di Piedigrotta

La porta d’ingresso v’introdurrà in un antro buio, articolato in tre ambienti rosicchiati nella friabile roccia. Ci si muove in un percorso a gimkana tra romitori, sorgenti e pozze d’acqua, colonne e gradini, un altare centrale. Si svela una progressione di sorprendenti presenze scolpite.

L'esterno di Piedigrotta

L’esterno di Piedigrotta

Le sculture rupestri

 Le sculture nei blocchi di arenaria ricostruiscono racconti biblici affollati di personaggi. Un grande presepe con Gesù neonato in braccio a Maria, San Giuseppe, i pastori in adorazione, il bue e l’asinello e in fondo il paesaggio arabo con i Re Magi che giungono sui loro cammelli. La bellissima scena della moltiplicazione dei pani e dei pesci: Gesù, gli apostoli, un uomo con la cesta colma di pani e una donna seduta tra le ceste traboccanti di pesci.

La pesca miracolosa

La pesca miracolosa

Un sacerdote che celebra la messa tra gli angeli. L’apparizione della Madonna di Lourdes a Bernadette. La cappella della Madonna di Pompei. E poi angeli e santi: Francesco di Paola che attraversa lo stretto di Messina sul suo mantello; Antonio da Padova con gli orfanelli; Giorgio che trafigge il drago; l’angelo della morte che incorona Santa Rita; perfino due medaglioni con i volti di John Kennedy e di Papa Giovanni.

San Giorgio e il drago

San Giorgio e il drago

 La storia della grotta

 La storia della grotta comincia verso il 1880, quando un artista locale, Angelo Barone, che aveva una piccola cartoleria al centro del paese, decise di dedicare la sua vita a questo luogo; ogni giorno raggiungeva a piedi il posto e a colpi di piccone ingrandì la grotta, ne creò altre due laterali e riempì gli ambienti di statue rappresentanti la vita di Gesù e dei Santi. Alla sua morte, nel 1917, subentrò il figlio Alfonso che dedicò alla chiesa quarant’anni della sua vita. Per sua mano, essa assunse il suo aspetto definitivo. Egli scolpì altri gruppi di statue, capitelli con angeli, bassorilievi con scene sacre; affrescò le volte della navata centrale e dell’altare maggiore.

Santa Rita

Santa Rita

Agli inizi degli anni Sessanta la Chiesa fu devastata da incursioni vandaliche. Fortunatamente alla fine di quello stesso decennio, un nipote di Angelo e Alfonso Barone, di nome Giorgio, decise di tornare a Pizzo dal Canada dove era emigrato, diventatovi un rinomato scultore. Sarebbe dovuto rimanere nel suo luogo natale per sole due settimane, ma dopo aver visitato la chiesetta e averla trovata ridotta ad un ammasso di macerie, decise di fermarsi e provare a restaurarla. Rimase a Pizzo diversi mesi lavorando ininterrottamente per fare risorgere il capolavoro creato dai suoi zii. Il restauro si concluse nel ’68 ed ottenne il plauso ufficiale della città. Con un pizzico d’orgoglio, si dice che oggi la chiesa sia il secondo monumento più visitato in Calabria dopo i Bronzi di Riace.

Il romitorio

Il romitorio

 Informazioni

La chiesa di Piedigrotta è descritta in un sito internet ricco di foto. L’accesso è protetto e regolamentato. La gestione delle visite è affidata alla cooperativa giovanile Kairos. L’accesso alla grotta avviene dal parcheggio sulla statale 522, poco a nord del centro storico di Pizzo. Una scalinata di granito scende ripidamente a un panoramico sentiero a mezza costa sulla rupe e di qui all’atrio d’ingresso.

Terrasanta rupestre. Le grotte di Gesù

La vita in grotta e l’architettura rupestre sono una delle chiavi per comprendere la geografia e la storia delle terre d’Israele e Palestina. Le grotte del monte Carmelo, ad esempio, raccontano la storia fossile e l’evoluzione dell’uomo preistorico mediterraneo. Altro esempio sono i villaggi tradizionali che sorgono spesso su un reticolo di grotte (utilizzate come magazzino, stalla o laboratorio) su cui vengono sovrapposte le abitazioni costruite all’aperto. Nelle aree desertiche e steppose i beduini utilizzano le grotte come riparo notturno e come stalla per gli animali.

La grotta dei manoscritti a Qumran

La grotta dei manoscritti a Qumran

L’architettura scavata è protagonista nelle numerose realizzazioni idrauliche funzionali alla raccolta e alla distribuzione di una risorsa scarsa come l’acqua. Tunnel, cisterne, canalizzazioni e piscine assicurano il rifornimento idrico delle città e delle fortificazioni. Ne sono esempio i bagni rituali di Masada e Qumran oppure le vasche di Salomone per Gerusalemme. Di rilievo è anche l’architettura funeraria ipogea. Le tombe rupestri, le necropoli sotterranee e le catacombe sono elementi caratteristici di parecchi siti. Ricordiamo le grandi caverne a capanna sui fianchi di Marissa (Tel Maresha), abitazioni trogloditiche usate come tombe e cappelle funebri in età medievale. Ricordiamo anche le necropoli di Gerusalemme, come le Tombe dei Re o i sepolcreti scavati nella valle del Cedron. In questo quadro vogliamo inserire un percorso di visita alle grotte della Terrasanta care ai cristiani. Sono le grotte di Nazaret, Betlemme e Gerusalemme che hanno visto gli eventi centrali della vita di Gesù e della storia della salvezza.

La grotta della Natività a Betlemme

La grotta della nascita di Gesù

La grotta della nascita di Gesù

Una grande basilica sorge a Betlemme sopra la grotta che avrebbe accolto Gesù alla sua nascita. Per le famiglie povere di Betlemme era tradizione utilizzare gli anfratti rocciosi della regione come stalle o abitazioni. Si entra nella grotta scendendo la ripida scala posta sulla destra dell’iconostasi della basilica. Qui lo spazio è molto stretto e angusto e le mura, originariamente irregolari, formano un perimetro quasi rettangolare. Due colonne in pietra rossa e l’iscrizione «Gloria in excelsis Deo et in terra pax hominibus» sovrastano l’altare, sopra al quale sono rappresentati la Vergine e il Bambino in fasce, la scena del lavacro e quella della venuta dei pastori. Sotto l’altare è posta la stella con l’iscrizione latina: «Hic de Virgine Maria Iesus Christus natus est» in ricordo del luogo preciso della Natività. La sistemazione della grotta non è originale ma è il risultato di ritocchi derivati dalla continua usura del tempo e del passaggio dei pellegrini.

Il campo dei pastori di Betlemme

Il campo dei pastori di Betlemme

Il campo dei pastori di Betlemme

Il Campo dei Pastori si trova a est di Betlemme, nei pressi del villaggio di Beit Sahur. Qui, nelle grotte e nei campi di Booz, si trovavano i pastori nella notte gloriosa della Natività.

”L’angelo disse loro: Non temete! Ecco, vi porto una lieta novella che sarà di grande gioia per tutto il popolo: Oggi nella città di Davide è nato un salvatore che è il Cristo Signore” (Luca 2, 10-11).

La grotta dei pastori

La grotta dei pastori

Le tracce di vita nelle grotte, risalenti ai periodi erodiano e romano, i resti di frantoi antichissimi, lo scavo di una vasta installazione agricola monastica con torchi, vasche, silos e grotte, le vestigia militari di epoca erodiana, dimostrano che il luogo era abitato all’epoca della nascita di Gesù a Betlemme. Le grotte dei pastori sono distribuite ad anfiteatro intorno alla chiesa moderna.

 La grotta del Latte

La grotta del latte

La grotta del latte

La grotta del latte si trova a Betlemme, non distante dalla basilica della Natività. Secondo una leggenda diffusa nel sesto secolo la Madonna si nascose qui durante la strage degli Innocenti, per mettere al riparo il Bambino dagli sgherri mandati da Erode. San Giuseppe, avvertito da un angelo del pericolo che incombeva sul Bambino e della necessità di trasferirsi in Egitto, si mise subito a fare i preparativi per il viaggio e sollecitò la vergine che stava allattando. Alcune gocce, nella fretta, caddero a terra e la roccia da rosa divenne bianca. Sopra la grotta i Francescani hanno eretto una chiesa, sulle vestigia di una cappella di epoca paleocristiana.

 Le grotte sotterranee

Le grotte sotterranee di Betlemme

Le grotte sotterranee di Betlemme

Le grotte sotterranee attigue alla Grotta della Natività, sono molteplici e articolate. Questa zona, destinata già nell’antichità a uso funerario, ha mantenuto nel tempo questa vocazione. La grotta più ampia e vicina al luogo della Natività è quella detta di San Giuseppe, divisa in due spazi e comunicante con il Convento dei francescani. Si trovano poi due piccole grotte, una delle quali è dedicata ai Santi Innocenti. Sulla destra sta il passaggio per la grotta con il sepolcro delle sante matrone romane Paola ed Eustochio. L’ultima è la cella di San Girolamo, dove il santo continuò l’opera grandiosa, iniziata a Roma, della traduzione della Bibbia nel latino della Vulgata.

Il villaggio rupestre di Nazaret

La casa-grotta del villaggio

La casa-grotta del villaggio

Gli scavi hanno messo in luce i resti del villaggio agricolo dei tempi di Gesù, composto di semplici abitazioni che sfruttavano le grotte sotterranee, scavate nella tenera roccia calcarea. Esse erano parte delle case ed erano usate per i lavori domestici, come ricovero di animali o come piccoli forni. Mentre le abitazioni vere e proprie, in muratura, erano situate in superficie o addossate alle grotte. Il carattere agricolo del villaggio è testimoniato principalmente dai numerosi silos, buche a forma di pera con un’imboccatura circolare tappata da una pietra, scavati nel calcare e utilizzati per conservare le granaglie. Insieme con i silos furono ritrovate le cisterne che raccoglievano l’acqua piovana. Torchi per l’olio e per l’uva, affiancati da celle olearie e vinarie, facevano parte di un complesso produttivo di cui sono state trovate anche le macine di pietra. Un ottimo esempio di abitazione semi-rupestre è visitabile nell’area archeologica a fianco della Basilica. Si osserva una grotta con una cameretta antistante di cui resta il primo filare di pietre. Nella grotta si conserva ancora un forno ricavato nello spigolo di nord-ovest, e si possono vedere alcune bocche di silos nel pavimento. Maniglie ricavate nella roccia e una mangiatoia, rimandano all’utilizzo della grotta come stalla, almeno per un certo periodo.

 La grotta dell’Annunciazione a Nazaret

La grotta dell'Annunciazione

La grotta dell’Annunciazione

Una grotta del villaggio rupestre di Nazaret è tradizionalmente venerata come il luogo dell’Annunciazione ed è stata inglobata nell’attuale Santuario. Si presenta come uno spazio irregolare con una piccola abside, rivestita di qualche lacerto d’intonaco di età bizantina. L’annuncio dell’angelo a Maria è un episodio narrato nel Vangelo di Luca: l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: “Rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te”. A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: “Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù” (Lc 1, 26-28). La grotta dell’annunciazione è affiancata dalla grotta di Conone, più piccola e irregolare.

 La casa-grotta di San Giuseppe

i sotterranei della chiesa

i sotterranei della chiesa

Non lontano dalla basilica dell’Annunciazione è stata eretta la chiesa di San Giuseppe sul luogo che la tradizione vuole fosse la casa di Giuseppe e l’abitazione della Sacra Famiglia dopo il ritorno dall’Egitto. Negli ambienti sotterranei è stata ritrovata una grotta che conteneva una serie di silos a pera e una grande cisterna, collegata con l’esterno da una scala intagliata nella roccia. Si ipotizza che questo ambiente fungesse da battistero per i riti battesimali giudeo-cristiani. Ma non è esclusa l’ipotesi di una funzione agricola della vasca e delle grotte, da ascrivere dunque a un frantoio bizantino.

 La grotta del Getsemani

La grotta del Getsemani

La grotta del Getsemani

La grotta, detta comunemente del Getsemani, che in aramaico indicava il luogo del frantoio, si trova alla destra della Tomba della Vergine e si apre alla fine di un corridoio. La tradizione colloca qui il tradimento di Giuda. Dopo l’agonia avvenuta nell’orto degli Ulivi, Gesù andò incontro agli apostoli che sostavano nella grotta, e qui lo raggiunse Giuda accompagnato dalle guardie. La grotta ha sempre mantenuto un aspetto abbastanza naturale nonostante le varie trasformazioni. Inizialmente era un ambiente a vocazione agricola con cisterne e canaline dell’acqua e forse un frantoio; a partire dal quarto secolo divenne una chiesa rupestre a vocazione funeraria; in età crociata fu decorata con una volta dipinta di stelle e scene evangeliche. La volta rocciosa e intonacata, in parte naturale e in parte tagliata artificialmente, è sostenuta da pilastri rocciosi o di muratura.

La grotta-prigione di Gesù nel palazzo di Caifa

Il pozzo-prigione di Gesù

Il pozzo-prigione di Gesù

La chiesa di San Pietro in Gallicantu ricorda l’episodio evangelico delle negazioni di Pietro e sorge nei pressi della casa di Caifa, dove Gesù fu condotto subito dopo il suo arresto. Nella cripta della chiesa si può visitare un complesso di grotte che facevano parte di abitazioni del tempo di Cristo. Una di queste grotte ha la netta caratteristica di una prigione. Gli scopritori hanno voluto vedervi il luogo dove fu rinchiuso Gesù nella notte del suo arresto, dopo il sommario processo da Anna (Anania) e da Caifa, in attesa, il mattino successivo, di essere condotto da Pilato. Al tempo di Gesù, l’attuale Sion era il quartiere residenziale della città e il luogo dove sorge la chiesa, era appunto collegato con tale quartiere. Non è improbabile che qui vi fossero le dipendenze dei palazzi vicini. Questa supposizione dà attendibilità alla tradizione che localizza qui il pianto di Pietro presso una casa di Caifa, il cui palazzo sorgeva nella zona residenziale.

La grotta-cisterna del ritrovamento della Croce

Le incisioni dei pellegrini

Le incisioni dei pellegrini

Nella basilica del Santo Sepolcro una scala scende nella cavità dove i romani buttavano i legni dei suppliziati, onorata come il luogo del ritrovamento della Croce di Gesù. Le pareti della scala sono ricoperte dalle crocette, incise, nel corso dei secoli passati, dai pellegrini armeni a testimonianza della devozione di questo popolo per la Croce. Nel 327 l’imperatrice Elena, madre di Costantino, venne pellegrina a Gerusalemme e volle cercarvi la Santa Croce. Il resoconto narra del ritrovamento di tre croci in un’antica cisterna, insieme ai chiodi e al titulus, il cartiglio che riportava la condanna in tre lingue. Un miracolo permise di identificare la croce di Cristo.

 (Ho visitato i luoghi della Terrasanta nel mese di settembre 2016)

Petra, la città rupestre dei Nabatei

Per gli appassionati del paesaggio rupestre la visita della città di Petra, nel deserto della Giordania, è un’emozione lungamente desiderata. Certo, vi sono nel mondo numerose città simbolo della civiltà rupestre. Penso a Matera e alle gravine joniche, a Göreme e alle città della Cappadocia, a Vardzia in Georgia e a tante altre. Ciascuna di esse accende la scintilla di un innamoramento e segna una tappa di un lungo camminare nella storia. Petra ha tuttavia un fascino specifico che l’ha portata di peso tra le nuove sette meraviglie del mondo, insieme alla Muraglia cinese, al Colosseo, a Machu Picchu, alle rovine Maya dello Yucatan, al Cristo di Rio e al Taj Mahal. A Petra l’estro architettonico dell’uomo si combina genialmente con le forme della natura modellate dal vento del deserto. Ma al principio vi sono le esigenze difensive del popolo nabateo di dissimulare la propria presenza in un luogo imprendibile dagli invasori, di controllare le vie d’accesso e di costruire ambienti compatibili con la natura ostile del deserto.

Petra e i Nabatei

I Nabatei che scavarono Petra erano tribù nomadi del deserto dell’Arabia. Verso il sesto secolo avanti Cristo penetrarono nel Neghev e s’installarono a sud oltre il Mar Morto. Vivevano del commercio, all’incrocio delle strade carovaniere provenienti dal mar Rosso. Anche dopo la conquista romana, i traffici commerciali tra la penisola arabica e l’occidente continuarono a fornire risorse ai Nabatei, almeno fino al terzo secolo. Nella provincia romana dell’Arabia Petraea, la capitale si spostò a Busra e Petra divenne metropoli. L’imperatore Adriano la ribattezzò Hadriana Petra e l’arricchì di monumenti romani. Ma quando l’asse commerciale tra oriente e occidente si spostò lungo la direttrice dell’Eufrate, per Petra e i Nabatei si fece buio e calò l’oblio. Almeno fino al 1812 quando Petra fu riscoperta da Johann Ludwig Burckhardt, un intraprendente e curioso esploratore svizzero.

La visita

Il percorso ordinario di visita mostra in successione tre ambienti radicalmente diversi pur nell’unitarietà del paesaggio desertico. Si traversano prima la fiumara e la stretta gola rocciosa. Si visitano poi le architetture della città rupestre scavate nell’arenaria. Si ammirano infine i monumenti classici costruiti sub divo in età romana e bizantina.

Le rocce di Petra

Le rocce di Petra

Superati il patio d’ingresso, le strutture di accoglienza e la biglietteria ci s’incammina sul letto asciutto della fiumara che ha inciso lo Uadi Musa (la valle di Mosè), assillati da noleggiatori di calessi e sciami di ragazzi che propongono chincaglieria e cartoline.

I monumenti sepolcrali lungo lo Uadi Musa

I monumenti sepolcrali lungo lo Uadi Musa

Sulla destra troneggiano alcuni monoliti di pietra squadrata (i blocchi di Jinn), monumenti tombali incompiuti. Sulla sinistra si staglia in parete la tomba degli obelischi con il sottostante triclinium, la sala utilizzata per i banchetti funebri.

Le opere di canalizzazione dell'acqua

Le opere di canalizzazione dell’acqua

Giunti al gate del canyon, dove sono i resti di un arco trionfale d’ingresso, si osservano le ingegnose soluzioni per la raccolta e la canalizzazione dell’acqua, risorsa scarsa e preziosa della civiltà nabatea. Una diga, il tunnel dell’acquedotto sotterraneo e le canalette incise nelle rocce laterali dove scorreva l’acqua diretta verso la città e il suo ninfeo.

Il percorso nella gola

Il percorso nella gola

Si entra nella lunga e spettacolare gola di Siq, stretta tra due ripide pareti di arenaria multicolore. Canalizzata l’acqua dell’antico fiume, il letto prosciugato della gola è stato trasformato in strada lastricata con basoli di pietra.

La strada lastricata

La strada lastricata

Sui fianchi del lungo percorso nella gola sorgono monumenti funebri, nicchie votive scavate nelle pareti e bassorilievi.

I metili del Maestro Sabinos

I metili del Maestro Sabinos

Un esempio tra gli altri è la serie di nicchie scolpite dal maestro di cerimonie religiose Sabinos Alexandros in onore di due divinità, Dushara e Atargatis.

Un bétile, pietra cubica con divinità incisa

Un bétile, pietra cubica con divinità incisa

Particolarmente espressivi della religiosità nabatea sono i bétili sacri, le pietre cubiche venerate come dimore divine o identificate con divinità protettive.

Il cammelliere

Il cammelliere

A metà della gola si scorgono i resti del vasto bassorilievo della carovana. Sono stati scolpiti uomini e cammelli di una carovana di mercanti diretta in città che incontrano altri intenti a uscirne.

Lo sbocco della gola sulla piazza del tesoro

Lo sbocco della gola sulla piazza del tesoro

Dopo un lungo percorso d’ombra, la gola termina all’improvviso sulla piazza sfolgorante di luce solare dove sorge il fotografatissimo monumento sepolcrale di Al-Khaznah.

Al-Khaznah, il tesoro del faraone

Al-Khaznah, il tesoro del faraone

La facciata del monumento, di stile ellenistico, ha tre ordini sovrapposti, decorati da colonne rilievi e statue (i Dioscuri, la dea Iside, le Vittorie alate). L’ammirazione per la sua elegante bellezza si mescola allo stupore per un lavoro che è stato di scavo e incisione dall’alto verso il basso e non di una normale edificazione dal basso verso l’alto.

La via delle facciate

La via delle facciate

Si percorre ora la larga strada “delle facciate”.

Le facciate delle tombe monumentali

Le facciate delle tombe monumentali

Procediamo in una sorta di cimitero monumentale, dove i nabatei hanno gareggiato nel disegnare le tombe più belle, con i richiami stilistici al mondo assiro, a quello greco e al romano. Spiccano le cosiddette “tombe reali”.

La croma delle rocce di Petra

La croma delle rocce di Petra

Un viottolo a tratti impervio risale il Luogo alto del Sacrificio. Ma l’attrazione è la tavolozza di sfumature cromatiche della roccia nella quale è scavata la tomba degli Angeli.

L'interno di una tomba

L’interno di una tomba

L’interno delle tombe custodisce le sepolture multiple dei familiari. Si alternano gli arcosoli, i loculi e le fosse per le inumazioni.

Le gradinate del teatro

Le gradinate del teatro

Petra dispone di un teatro interamente scavato alla base della parete rocciosa e in grado di ospitare sulle sue gradinate fino a tremila spettatori. Alle gradinate si accedeva dagli ambulacri scavati sotto l’auditorium.

Le grotte di Petra

Le grotte di Petra

Le grotte che fasciano le pareti rocciose di Petra sono state abitate in modo permanente dalle famiglie beduine fino ad alcuni decenni fa. Con la musealizzazione di Petra i vecchi abitanti sono stati spostati in un vicino visibile villaggio di edilizia popolare ma tornano ogni giorno tra le rovine a offrire i loro servizi ai turisti.

L'interno del tribunale

L’interno del tribunale

L’imponente tomba dell’Urna, con un accesso colonnare è chiamata comunemente il Tribunale perché fu effettivamente usata come archivio e sala di giustizia. Le grandi nicchie all’interno segnalano anche la trasformazione in chiesa cristiana a cura del vescovo Jassun.

Il grande tempio di Petra

Il grande tempio di Petra

Lasciata la città rupestre, alla confluenza di uno uadi, sorge la città metropolitana (non scavata ma costruita). Gli scavi archeologici più recenti hanno fatto riemergere il grande Tempio dei Nabatei e le altre strutture di età romana (la via colonnata, il ninfeo, la cisterna, i criptoportici, il tempio del leone alato, l’area residenziale).

Il mosaico della chiesa bizantina

Il mosaico della chiesa bizantina

Sulla collinetta di fronte è lo scavo della chiesa di epoca bizantina (450-500 dopo Cristo), con un battistero esterno e la grande navata centrale. Le due navate laterali sono decorate con splendidi mosaici che raffigurano figure umane, rappresentazioni delle stagioni, piante, animali e ceste di offerte.

Il mosaico della navata sinistra

Il mosaico della navata sinistra

 

(Ho visitato Petra il 25 settembre 2016)

Caccuri. Le rupi, le grotte, le chiese

Caccuri è una piacevole sorpresa per i visitatori delle terre del Marchesato, in Calabria. Spicca sui colli del Crotonese, in quel territorio di transizione tra la costa del Mar Jonio e i boschi della Sila, segnato dal solco del fiume Neto e facilmente raggiungibile grazie al veloce percorso della Statale 107.

Lo stemma del paese

Lo stemma del paese

All’ingresso del paese l’ottocentesca fontana di Canalaci, col suo getto copioso d’acqua fresca, ristora gradevolmente gli accaldati turisti e propone orgogliosamente lo stemma in pietra della locale universitas.

 Il paesaggio

Le erosioni

Le erosioni

Il primo elemento d’interesse è la forma del paesaggio. Le morbide rocce di arenaria, erose dal vento e dall’acqua, mostrano le loro forme arrotondate, modellate in figure sorprendenti e fantastiche. Le collinette a ovest del paese sono esemplari in questo senso. Roditori naturali ne hanno plasmato la crosta esterna e si sono addentrati negli spazi interni creando terrazzi, cenge, ripari, protuberanze e stalagmiti.

Cavità nella parete di arenaria

Cavità nella parete di arenaria

Le grotte

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Le grotte del Castello

Gli insediamenti rupestri sono un secondo motivo d’interesse. Il sistema di grotte di maggiore consistenza è posto lungo la parete meridionale dello spalto di arenaria sulla cui cima fu edificato il Castello di Caccuri. Sono state rilevate una cinquantina di grotte disposte lungo terrazzamenti paralleli. Una sorta di rione autonomo, con le sue strade di accesso, il reticolo interno di viottoli, l’edilizia spontanea, le chiusure in muratura, i depositi d’attrezzi e i laboratori, che controlla una zona agricola di antichi coltivi, progressivamente erosa dall’avanzata dei nuovi quartieri.

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L’insediamento rupestre

Le grotte al margine superiore dell’insediamento, appena sotto il castello, sono state recuperate e inserite nel parco cittadino. Altri piccoli insediamenti sono disposti sulla parete rocciosa che sovrasta il paese a nord, in contrada Patia e in località Vurdoi.

Il castello feudale

Il Castello sullo spalto rupestre di arenaria

Il Castello sullo spalto rupestre di arenaria

Il castello di Caccuri è un’imponente dimora baronale sorta probabilmente su un antico castro bizantino voluto dagli strateghi orientali per rendere sicura la strada che dall’altipiano silano conduceva a Crotone. Più volte rimaneggiato, ebbe nel 1885 l’aggiunta del rivellino e di una torre cilindrica merlata. Oggi questa prestigiosa residenza d’epoca ha aperto le porte al turismo ed è diventato un centro culturale e di ospitalità per soggiorni ed eventi.

 La chiesa della Riforma

Santa Maria del Soccorso

Santa Maria del Soccorso

La chiesa di Santa Maria del Soccorso (Miseris succurrentes) o della Riforma, annessa al convento dei Domenicani (poi dei Francescani riformati), risale ai primi del Cinquecento. Ha una semplice facciata a capanna, un ornato portale, un bel rosone a dodici raggi, una navata unica ed è fiancheggiata da una torre campanaria.

 La chiesa dei tre fanciulli

La chiesa dei tre fanciulli

La chiesa dei tre fanciulli

La chiesa di Santa Maria dei Tre Fanciulli, in località Patia, è tutto ciò che resta dell’antichissimo monastero basiliano di Santa Maria Trium Puerorum, fondato dai monaci greco-bizantini sul luogo dove tre fanciulli, perduti nella boscaglia del luogo, si salvarono da un incendiò che scoppiò all’improvviso, grazie all’intervento della Madre di Dio. Il declino del convento basiliano, che pure si distinse per il notevole spirito battagliero contro l’invadenza monacale latina, ebbe inizio con la donazione imperiale del 1195 del vasto territorio appartenuto ai monaci greci all’abate Gioacchino da Fiore. Da allora il monastero dei “Tre fanciulli” divenne una proprietà dell’ordine florense e perse ogni importanza.

 Gli evangelici pentecostali

La Chiesa evangelica in Piazza Annunziata e il Centro comunitario estivo Sion fuori paese testimoniano la presenza a Caccuri delle Chiese Cristiane Evangeliche “Assemblee di Dio in Italia”. Si tratta di una manifestazione del movimento pentecostale americano, nato all’inizio del secolo scorso e giunto in Italia attraverso la testimonianza degli emigranti.

La chiesa evangelica

La chiesa evangelica

 (La visita è stata effettuata il 28 giugno 2016)

Calabria. Gli eremi rupestri della valle bizantina dello Stilaro

La Calabria jonica è stata a lungo nel Medioevo la periferia di Bisanzio. La fede e l’arte bizantine hanno lasciato stigmi profondi, segni distintivi sia nei monumenti, sia nella scelta dei siti, spesso ardui ma bellissimi. Questo è particolarmente vero per la valle bizantina dello Stilaro, percorsa dall’omonima fiumara che scende con i suoi affluenti dalle Serre calabre e sfocia nel mar Jonio a Monasterace.

La valle dello Stilaro

La valle dello Stilaro

Negli anni dell’iconoclastia e poi ai tempi della minaccia turca, la Calabria e la Puglia divennero le principali terre d’asilo dei monaci ortodossi che, per sfuggire alle persecuzioni, erano costretti ad abbandonare le loro terre, ad attraversare il mare e nascondersi in luoghi solitari. In cinque secoli la Calabria si popola di anacoreti in ogni angolo sperduto del suo territorio. I primi a giungervi furono i monaci siro-melchiti, provenienti dalla Siria, dalla Palestina e dall’Egitto, che sfuggivano alle orde musulmane. Vivevano un monachesimo anacoretico, macerante e penitente. Fu poi la volta della migrazione provocata dal rigore e dal furore della persecuzione iconoclasta. Ma non dimentichiamo le comunità cristiane che fuggivano dalla Sicilia occupata dagli arabi. Le vallate dello Stilaro e dell’Allaro, avvolte da ripide montagne, coperte da boschi impenetrabili, ricche di sorgenti e di grotte, costituirono il rifugio più adeguato dove vivere come asceti solitari e realizzare l’ideale monastico abbracciato in patria. Così queste valli, a partire dal settimo secolo, si popolarono di eremi, laure e cenobi divenendo la culla della cultura bizantina in Calabria.

L’eremo di monte Stella

La caverna eremitica della stella

La caverna eremitica della stella

L’Eremo
 di Santa Maria della Stella è una
 grotta naturale che si apre sul versante orientale del monte Cocumella, sopra il borgo di Pazzano. Vi conduce in circa due km una strada che lascia la statale 110 al km 71,4. S’incontra un’area picnic nel bosco e si scende al complesso di edifici dell’eremo e al parcheggio. La discesa lungo i 
62 scalini scavati nella pietra, è una descensio ad inferos, un’immersione fetale nelle viscere della terra. Impressiona “u rimitiedu”, un anfratto lungo e stretto, privo di luce, dove regna una persistente penombra. Qui vissero per due secoli i monaci seguaci di San Basilio, praticando la contemplazione, la preghiera e la severa ascesi anacoretica. La grotta riparava dalle intemperie, ma era un luogo assolutamente spartano, con una cuccetta, un ripostiglio per il salterio e le sacre icone.

L'eremo di monte Stella

L’eremo di monte Stella

In epoca Normanna, l’eremo evolve in un più ospitale cenobio, diventando monastero minore e grancia alle dipendenze di San Giovanni Theresti. I monaci basiliani lasceranno il sito alla fine del Seicento. Chi visita l’eremo scopre una statua cinquecentesca di Santa Maria della Stella e può osservare sulle pareti della grotta frammenti di antichi affreschi bizantini: la Trinità, l’arcangelo Michele, l’adorazione dei pastori, la Pietà; l’affresco più antico raffigura Santa Maria Egiziaca che riceve la comunione dal monaco Zosimo, indizio di una possibile esperienza di eremitismo femminile.

Il simbolo della stella

Il simbolo della stella

La laura della divina pastorella

L'eremo di Stilo sul monte Consolino

L’eremo di Stilo sul monte Consolino

Uscendo da Stilo, lo sguardo vaga perplesso sulla parete giallastra del monte Consolino, alla ricerca dell’eremo, ben mimetizzato tra le rughe della roccia. Seguendo con attenzione il filo di una cengia si scorge il sito che è l’obiettivo di una breve passeggiata, a picco sull’abisso. Il sentiero protetto raggiunge la grotta, sovrastata da una croce di ferro.

L'eremo della divina pastorella

L’eremo della divina pastorella

All’esterno è stato edificato un lamione, ovvero un prolungamento della cavità ipogea, coronato dalle tegole di un breve tetto, sostenuta da muri laterali di pietra e chiusa da una parete in cui si apre la porta d’ingresso ad arco.

L'interno dell'eremo

L’interno dell’eremo

All’interno una ripida discesa, aiutata da gradini di pietra mattonati, porta all’altare della chiesetta. Qui è un curioso quadro dipinto su latta che mostra la Madonna con il baculum e il Bambino in braccio, entrambi in abiti pastorali, circondati da agnelli. L’interpretazione dell’immagine quale Madonna protettrice dei pastori è rinforzata dalla riproduzione dell’antifona “pasce aedos tuos iuxta tabernacula pastorum”. Le spighe nelle mani del Bambino alludono al monaco Therestis, il mietitore. Questa grotta alle pendici del Monte Consolino è solo una delle numerose piccole laure in cui si sistemarono intorno al decimo secolo gli anacoreti di origine orientale. Molte sono inaccessibili. Una di queste tuttavia, quella dedicata ai beati Ambrogio e Nicola, maestri di San Giovanni Theristi, è stata recentemente riconsacrata.

L'immagine della divina pastorella

L’immagine della divina pastorella

(La visita è stata effettuata il 6 agosto 2016)

Guarda anche: Stilo bizantina: la Cattolica e il Monastero del mietitore e Serre Calabre: la Certosa di San Bruno

Guarda nel sito la sezione dedicata alla civiltà rupestre.